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anno due numero due aprile/maggio 2010 EURO 2,00

E poi... Amil Bui e “cosi aumento la mia fotogenia” Ohana. “Il sistema NO LINE”. Immersioni nel Lago d’Iseo. Ayurveda. Polarity. Yoga e maternità. Perchè adottare un cane. Val di genova. “Tracce d’Alaska” Internazionali di Mountain bike di Montichiari.

La favola dell’apnea

volley

Ronca “delle” meraviglie

Tennis in carrozzina International school of brescia 1


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«Non c’è che una stagione: l’estate», diceva il grande Ennio Flaiano. «Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla». Se il sonno è inverno e la primavera è rinascita, l’estate è la vita. Vita da vivere all’aria aperta, in compagnia di amori duraturi o appena sbocciati, di cari amici e nuove conoscenze. Cosa ci porterà l’estate 2010? Le occasioni di svago, di divertimento e di approfondimento non mancano. Anzi, la nostra cara provincia mette sul piatto un ventaglio di proposte davvero gustoso. Chi ancora non l’avesse vista (assolutamente obbligatorio porre rimedio a questa lacuna!) potrebbe programmare una visita alla mostra degli Inca in Santa Giulia, rassegna emozionante con i suoni, le musiche e gli oggetti che hanno caratterizzato questi popoli straordinari, un’immersione totale nella magia che tuttora avvolge le antiche civiltà precolombiane. C’è tempo fino al 17 giugno. Agli amanti della musica classica segnaliamo le proposte del Festival Pianistico Internazionale (fino al 12 giugno), dedicato quest’anno al tema «Water Music. I suoni della natura». E ancora: la stagione teatrale estiva del Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera, le mille rassegne enogastronomiche, i grandi eventi sportivi, i parchi naturali, storici e culturali, le mille sagre paesane che ci riportano indietro nel tempo. Il territorio bresciano, poi, con i suoi laghi, le sue montagne, i fiumi e i paesaggi orizzontali della bassa è un perfetto terreno di divertimento, da frequentare praticando decine di discipline sportive. Per tenersi in forma, per prepararsi all’estate e all’inesorabile “prova costume”, ma anche per dare un senso alla nostra estate, che reclama di essere “frequentata” con dinamismo e spensieratezza. Non parliamo di agonismo, ma di una pratica sportiva che è prima di tutto divertimento, allegria, passione. Parliamo di corse in montagna, tennis, mountain bike, fitness, wellness, mantenimento… di tutte quelle attività fisiche, anche le più dolci, che giocano un ruolo importante per la nostra salute psicofisica. Di questo, e molto altro, parliamo in questo nuovo numero di Lifeinstile. Buona lettura.

Simone Bottura

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LIFEINSTILE Bimestrale di wellness, fitness, benesserre, shopping anno due numero due aprile/maggio 2010 www.lifeinstile.com

Wizart Via Gabriele d’ Annunzio,7 -Villa Carcina - Brescia

Casa Editrice

Simone Bottura simone@lifeinstile.com

Direttore responsabile

Via Canossi, 8/10 25030 Roncadelle Brescia Tel. 030 2585976 Fax 030 2585976 Mauro Zanardelli mauro@lifeinstile.com

Redazione e Amministrazione

Capo Redattore

Mauro Zanardelli mauro@lifeinstile.com

Art Director

Wizart Comunicazione

Photo Editor

Paolo Sala paolo@lifeinstile.com Wizart

Progetto grafico ed impaginazione

mauro@lifeinstile.com Tel. 030 2585976 - Fax 030 2585976

Pubblicità

Tipolitografia GAR srl Castrezzato Brescia

Stampa

Simone Bottura, Mauro Zanardelli, Francesca Valenti, Amil Bui, Giancarlo Rondolotti,Veronica Del Punta, Ro.C.Ce, A.Russo, Dott. L. Parise, Fabrizio Perillo, Lorena Cazzoletti, Chiara Benuzzi, Angelo Miglioli, Anna Zanardelli, Riccardo Ghirardi, Anna Mazzoncini, Andrea Altini, Giovanni Terraroli, Maurizio Antonini, Stefano Govi, Rosalba Piarulli.

Hanno collaborato a questo numero

Fotografie: In Immaginabile studio, Giancarlo Rondolotti, shutterstock Tutti i diritti riservati. Testi e fotografie contenuti in questo numero non possono essere riprodotti, anche parzialmente, senza l’autorizzazione scritta dell’ editore. Tutti i diritti di propietà letteraria e artistica sono riservati. Manoscritti e foto anche se non pubblicati non si restituiscono.

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lifeinstile

sommario

lifeinstilesport 6 volley

lifeinstilesport

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sicurezza e qualità in ospedale

lifeinstile news

60 dalla parte del giardino 90 international

volley Pallavolo, volleyball, o semplicemente volley, forse l’unico sport che veramente tutti almeno una volta hanno praticato, nelle scuole è uno degli sport insegnati per primo, tra amici con un pallone è uno degli sport più divertenti e facili da praticare e le sue derivazioni e varianti come il beachvolley od il footvolley stanno diventando molto popolari tra i più giovani.

school of brescia lifeinstilenews

INTERNATIONAL SCHOOL OF BRESCIA moving on Prosegue il nostro viaggio per il mondo in lingua inglese, accompagnati da IS Brescia. Una scuola all’avanguardia, attrezzata per vivere il futuro.

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Volley Ronca “delle” meraviglie.

15 la favola dell’apnea 21 il tennis in carrozzina 32 18 th golf club

International School of Brescia continua a guidare i nostri lettori nel mondo anglofono e anche questo mese ci propone un viaggio in un paese nuovo, consentendoci al contempo di verificare il nostro inglese, grazie ad una delle sue insegnanti madrelingua. La cultura che IS offre alle famiglie che affidano i loro bambini al percorso formativo, include l’impegno a rendere più vicini mondi che possono apparire lontani. Per questo motivo l’insegnamento non solo si avvale della filosofia pedagogica IBO (International Baccalaureate Organization) e della collaborazione continua della International School of Milan (fondata nel 1958), ma pone attenzione alle nuove tecnologie, favorendone l’accesso anche ai più piccoli. Ogni classe è dotata di una lavagna interattiva multimediale, in gergo definita LIM, che ha

le dimensioni dattica, ma sulla quale è possibile intervenire operando sia come se fosse una lavagna tradizionale, sia come personal computer, del quale riproduce lo schermo. Pertanto, accanto al classico paradigma didattico centrato sulla lavagna, è possibile estenderne uno proiettato al futuro e alle nuove generazioni, grazie all’integrazione multimediale con accesso ad internet e software didattico condiviso. La lavagna LIM viene utilizzata per disegnare (con pennarelli virtuali), ma anche per apprendere la lingua inglese interattivamente e in maniera divertente, grazie – ad esempio - a filmati e canzoni in modalità karaoke! La crescita socio pedagogica integrata è proiettata al futuro e, rivolgendosi a bambini dai 30 mesi in su, sia italiani sia madrelingua inglese, garantisce un percorso forma Ovviamente

anche l’interazione con strumenti di nuova generazione avviene con l’ausilio di preparati insegnanti madrelingua, al cui quotidiano lavoro si affianca un’ora e mezza di lezione in italiano, per garantire una completa integrazione con il contesto locale. E’ ora il momento di viaggiare e di studiare! Buona lettura! Con l’anno scolastico 2010/2011 saranno attive la classi dai 3 ai 7 anni (kindergarten, transition, 1° grade, 2° grade). International School of Brescia Abbott Academy Srl Via Don Orione, 1 25082 Botticino (Brescia) Tel. +39 030 2191182 Fax +39 030 3369502 info@isbrescia.com www.isbrescia.com

95 la cantina

conti bettoni carzago. 97 Il telefonino Comunicare non ha età. 102 Ro.C.ce. Il polittico Averoldi.

Il resoconto della gara di Varese.

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Sky Race L’esplosione negli anni 2000.

44

val di genova Tracce d’Alaska.

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lifeinstilenews

Mountain bike Internazionali di Montichiari.

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immergersi e scoprire il lago d’iseo. lifeinstilesport

Polittico Averoldi di Tiziano nella Chiesa dei Santi Nazaro e Celso

Immergersi per scoprire il Lago d’Iseo...

Olio su tavola, cm 280 x 270 1520-1522, Brescia a cura di Ro.c.Ce

119 colore ed arte di. Angelo Miglioli.

121 falegnameria il truciolo

lifeinstile lifeinstilebellezza

una nuova emozionante esperienza proposta da Ysei Sub Diving Club...

58 Andrea liberini

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ohana Il sistema No Line

lifeinstilesalute lifeinstile 24

72

Amil bui Così aumento la mia fotogenia.

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Il mal di schiena

lifeinstilesalute

IL MAL DI SCHIENA

Le tue mani parlano di te

lifeinstilebellezza

(rachialgia) Informazioni e consigli per stare meglio

LE TUE MANI PARLANO di TE

Il mal di schiena (rachialgia), per la sua enorme diffusione, che al giorno d’oggi ha raggiunto, fa assumere a questo disturbo un carattere di proporzioni quasi epidemiche. Secondo alcuni studiosi rappresenta il male del secolo, dove la vita sociale ed il benessere ne hanno favorito l’aumento. E’ il più comune disturbo muscolo scheletrico; praticamente la quasi totalità della popolazione (4 persone su 5) ha sofferto almeno una volta di mal di schiena e quasi sempre chi ne è colpito si sente molto limitato nelle proprie attività quotidiane e professionali, con gravi ripercussioni sulla qualità della vita. E’ divenuta una delle patologie più diffuse nei paesi industrializzati ed è una delle cause più frequenti di assenza dal lavoro, colpendo prevalentemente soggetti in età produttiva. Il trattamento delle rachialgie assorbe una fetta importante della spesa pubblica e privata, senza contare che in molti casi il mal di schiena cronico costringe chi ne soffre al pensionamento anticipato. E’ fondamentale risalire alla causa del dolore per

di A. Russo comunicazione immagine Numani

Le mani sono il nostro biglietto da visita e sono un aspetto importante della femminilità. Per molti sono anche veri e propri strumenti di seduzione che trasmettono molto, hanno un velato potere emozionale. Ebbene, oggi le donne non si accontentano più di una manicure anche se ben curata, ma desiderano dedicare alle proprie unghie di mani e piedi, le stesse cure riservate prima al viso/corpo/capelli e all’abbigliamento.

a cura di Giovanni Terraroli T.d.R. Fisioterapista c/o Fisioter Center di Roncadelle (BS)

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lifeinstilecultura

Il mio nuovo amico Quando arriva un nuovo cane in casa.

114 radio, dischi e canzoni

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La relazione tra uomo e cane

durante il fascismo. lifeinstilecultura

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Polarity Il magnete della vita.

Radio, dischi e canzoni durante il Fascismo lifeinstilesalute

POLARITY E IL MAGNETE DELLA VITA A cura di: Anna Zanardelli

124 i racconti dei nostri

Esistono diversi metodi di riequilibrio energetico, o di medicina energetica, come viene spesso chiamata e cioè: agopuntura, shiatsu, reiki, polarity therapy, guarigione spirituale e così via. La ragione per cui molte persone si recano da un operatore di medicina energetica è perché hanno problemi di salute o sono affetti da qualche dolore fisico specifico o patologia. Tutti i sistemi energetici funzionano molto bene su problemi di natura fisica e in qualche modo anche nel mitigare gli stress mentali ed emozionali.

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lettori.

126 news dalla provincia di brescia.

Yoga e maternità

106 barcelona

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lifeinstilesport

volley Pallavolo, volleyball, o semplicemente volley, forse l’unico sport che veramente tutti almeno una volta hanno praticato, nelle scuole è uno degli sport più insegnati, tra amici con un pallone è uno degli sport più divertenti e facili da praticare e le sue derivazioni e varianti come il beachvolley od il footvolley stanno diventando molto popolari tra i più giovani.

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lifeinstilesport

Le regole del gioco sono semplici, è un gioco di squadra dove il giocatore ha una grossa responsabilità nei confronti del gruppo ed è uno dei pochi sport dove non esiste il contatto fisico con l’avversario, si è separati da una rete. Faremo un piccolo viaggio nel tempo per capire come è nato e quali sono stati i cambiamenti di questo sport. 6 febbraio 1895 William Morgan, un istruttore d’educazione fisica, dell’college YMCA di Holyoke, nel Massachusetts (USA) si trovò con il sindaco del paese, il capo dei vigili del fuoco ed alcuni amici, formarono due squadre di cinque persone e modificando le regole di un vecchio gioco di tradizioni tedesche chiamato faustball, (lontano parente dell’attuale pallavolo ma con la possibilità di lasciar rimbalzare la palla una volta sul terreno e senza l’obbligo dei tre tocchi) giocarono la prima partita di Minonette, un gioco che non comprende il contatto con l’avversario, i riflessi e la concentrazione sono di primaria importanza e soprattutto giocarono ad uno sport nuovo, molto diverso da qualunque altro gioco praticato in quei tempi nei college americani. Fu però un amico, Alfred T. Halstead, poco dopo a codificare le regole ed a cambiare il nome Minonette, giudicato troppo femminile

in Volleyball letteralmente palla sparata). Egli riuscì ad imporre questo sport nei college YMCA sparsi un po’ in tutti gli Stati Uniti. Due anni dopo la pallavolo si praticava anche nella maggior parte dell’America del Sud (Brasile, Argentina, Uruguay). Nel 1898 la pallavolo giunse a Manila, nelle Filippine, grazie ad un insegnante d’educazione fisica americano; proprio ai filippini venne attribuita l’invenzione della “schiacciata”. In Cina e in Giappone il gioco ottenne un successo strabiliante. In Europa arrivò durante la prima guerra mondiale. Per un lungo periodo è stata giocata in due modi differenti: all’occidentale e all’orientale, con la cosiddetta regola dei tre tocchi. Nel 1938 venne introdotto un fondamentale che rivoluzionò il modo di giocare: il «muro», furono soprattutto i paesi dell’Est che lo utilizzarono con sistematicità. Nel 1947 i rappresentanti di 15 federazioni si ritrovarono a Parigi e crearono la Federazione Internazionale di Volleyball (FIVB). Nello stesso anno in Italia fu creata la FIPAV ( Federazione Italiana Pallavolo). Nel 1949 si disputò il primo campionato del mondo, ma solo nel 1964, ai Giochi di Tokyo, la pallavolo entrò a far parte degli sport olimpici. Nel 1958 abbiamo l’introduzione del bagher. Il gioco Campo di gioco Le partite di pallavolo si disputano al coperto in impianti il cui unico limite è la distanza fra l’area di gioco e il soffitto che deve essere di almeno 7m; per le competizioni organizzate dalla FIVB tale distanza deve essere di almeno 12,5 m., l’area di gioco è di forma rettangolare e comprende il campo di gioco (diviso in due settori di 9 m per 9 m, in tutto 18 m, separati dalla rete, e delimitato da linee

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che fanno parte del campo stesso), e la zona libera (evidenziata con colori diversi), cioè la superficie esterna alle linee di delimitazione del campo, che deve essere larga fra 3 e 5 m dalle linee laterali e fra i 3 e gli 8 m dalle linee di fondo. La superficie di gioco, in legno o materiale sintetico, deve essere piana ed uniforme, così da non presentare pericoli per i giocatori. Il campo è diviso in due dalla linea di metà campo, tracciata sotto la rete; in ogni metà campo viene tracciata la linea d’attacco posta parallelamente a quella centrale, a 3 m di distanza da essa, per delimitare la zona d’attacco. Le linee d’attacco sono prolungate oltre le linee laterali con cinque tratti di 15 cm, larghi 5 cm, distanti 20 cm l’uno dall’altro, per una lunghezza totale di 1,75 m. Dal suo prolungamento ne viene tratteggiata un’altra, parallela alla linea laterale dal lato delle panchine, distante 1,75 m da essa chiamata Linea dell’Allenatore, che è vietato oltrepassare. Tutte le linee devono essere larghe 4 cm e devono avere un colore chiaro, contrastante con la superficie di gioco. La rete La rete è disposta ad un’altezza nella sua parte superiore di 2,43m per gli uomini, 2,24m per le donne e 2,35 per la mista.La misurazione deve essere effettuata nella parte centrale e in corrispondenza dei limiti laterali del campo: mentre sopra le linee laterali la rete può variare di non più di 2 cm oltre l’altezza stabilita, al centro dev’essere esatta. Deve comunque essere simmetrica. Le dimensioni della rete sono di un metro di larghezza e da 9,50 a 10 m di lunghezza. Due bande bianche verticali, larghe 5 cm e alte 1 metro, sono fissate nella rete esattamente al di sopra di ciascuna linea laterale. Al loro interno vengono


inserite le antenne che sono due astine in fibra di vetro di 1,80 m di altezza e 10 mm di diametro, a strisce bianche e rosse, larghe 10 cm l’una: ogni antenna si estende 80 cm al di sopra della rete e servono a delimitare lo spazio di passaggio della palla. Il gioco La gara viene disputata da due squadre con sei giocatori ciascuna. Ogni squadra ha a disposizione sei riserve, compreso il libero, che, generalmente, è sempre in campo in sostituzione solo di un giocatore di seconda linea, di solito il centrale, che non può mai essere il capitano in gioco. Il numero massimo di sostituzioni è sei, con un vincolo: se A sostituisce B nello stesso set, B può rientrare in campo solo al posto di A, e tale avvicendamento è conteggiato come due sostituzioni. Per il Libero, i suoi ingressi sono illimitati, ma ci deve essere sempre un’azione di gioco fra due di questi. Gradualmente si sta introducendo anche un Secondo Libero da potere aggiungere alla lista dei giocatori convocati (da dodici a tredici). Lo scopo del gioco è far cadere la palla nel campo avversario (indipendentemente da chi l’ha toccata per ultimo) o nella zona libera o fuori dal campo dopo un tocco di

un avversario. Ogni singola azione inizia con la battuta effettuata da una squadra dal fondo della sua parte di campo. Durante il gioco il diritto alla battuta spetta a chi ha vinto l’azione di gioco precedente; il sorteggio decide chi deve battere la prima azione della partita e poi, alternativamente dei set successivi, a meno che non si

arrivi al quinto set nel quale deve essere rieffettuato il sorteggio. La partita è divisa in set, i quali a partire dal 2000 con l’introduzione del Rally Point System vengono vinti dalla prima squadra che arriva a 25 punti, con almeno due

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punti di margine dall’altra; ogni pallone giocato assegna un punto, indipendentemente da chi è in battuta. In caso di parità sul punteggio di 24-24 si va avanti ad oltranza finché il margine di una delle due squadre non raggiunge i due punti. Precedentemente vinceva un set la squadra che conseguiva 15 punti, con uno scarto minimo di 2 punti e ogni punto veniva ottenuto solo se la squadra che lo conseguiva era alla battuta, altrimenti si otteneva soltanto il diritto al servizio (cambio palla); in caso di parità sul 14-14 il set era vinto dalla squadra che per prima acquisiva 2 punti di vantaggio sull’altra, sebbene col tempo questo limite era stato fissato a 17 (quindi era possibile vincere un set 17-16). Al termine di ogni frazione di gioco, vi sono 3 minuti di pausa e le squadre sono obbligate a cambiare campo. La motivazione principale al cambio delle regole fu la necessità (dovuta in gran parte a motivi di programmazione televisiva) di porre un limite alla durata degli incontri. Infatti, sebbene anche con le regole attuali le partite possono avere durate piuttosto diverse a seconda della durata delle azioni di gioco, tuttavia è molto raro che una singola azione si protragga per più di 5-6 scambi di palla tra le due squadre


e comunque mediamente le azioni hanno durata inferiore. Viceversa con il vecchio sistema, in presenza di squadre con abilità paragonabili, era molto comune che si verificassero lunghissime sequenze di gioco in cui sistematicamente l’azione di gioco veniva vinta dalla squadra che non batteva la palla, facendo sì che per molti minuti nessuna squadra realizzasse punti. Ciò derivava dal fatto che la squadra in ricezione si trova nelle condizioni di attaccare per prima dopo aver ricevuto la palla in battuta. La partita si disputa al meglio dei 5 set, ossia vince la partita la squadra che ne conquista tre. Nel caso si arrivi ad un punteggio di 2 set pari, il quinto viene chiamato tiebreak e viene giocato ai 15 punti, sempre con il vincolo dei due punti di scarto. Tale vincolo era subentrato in un secondo momento, rispetto all’innovazione stessa del tie-break, laddove era ancora prevista la vittoria al tetto massimo di 17-16, poi modificato onde evitare che una sola azione di gioco risultasse decisiva per le sorti di entrambe le squadre. Nel tie-break si effettua il cambio di campo al raggiungimento dell’ottavo punto. Le zone del campo e la rotazione dei giocatori

Il campo è suddiviso in due zone: la zona d’attacco e la zona di difesa (dalla linea dei tre metri a fondo campo). Vi è un’ulteriore suddivisione teorica di ogni metà campo in sei zone numerate. In pratica sia la zona d’attacco sia quella di difesa vengono suddivise ognuna in tre parti e numerate: si assegna il numero 1 alla zona di difesa a destra, il numero due alla zona d’attacco a destra e si prosegue in senso orario fino alla zona 6, corrispondente a quella centrale di

difesa. La rotazione dei giocatori per il turno di servizio comporta che ogni giocatore all’inizio di ogni azione occupi una determinata zona del campo: si avranno quindi tre giocatori di prima linea e tre giocatori di seconda linea. La rotazione iniziale di ogni set viene decisa dall’allenatore che la consegnerà all’arbitro il quale controllerà, prima del fischio

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d’inizio, l’esatta disposizione dei giocatori. La squadra che parte con il possesso di palla è la squadra al servizio, mentre l’altra è chiamata squadra in ricezione. Il giocatore di zona 1 della squadra al servizio si porta dietro la linea di fondocampo e, al fischio dell’arbitro, mette la palla in gioco (ha 8 secondi di tempo per farlo) effettuando il servizio; la palla deve oltrepassare la rete e giungere nel campo avversario. L’azione continua fino a che la palla non tocca il campo, è inviata fuori dal campo o una squadra non la rinvia correttamente. La squadra che vince un’azione di gioco conquista un punto. Se il punto è assegnato alla squadra già al servizio, essa continua a servire. Quando la squadra in ricezione vince l’azione, conquista oltre al punto anche il diritto a servire ed i suoi giocatori ruotano di una posizione in senso orario, in modo che chi si trovava in zona di battuta passerà in zona 6, mentre il giocatore che era in prima linea in zona 2 andrà a servire in zona 1. Questa è solo una piccola presentazione di questo sport, lasciamo ora spazio a chi gioca sul campo…


lifeinstilesport

“RONCA”DELLE MERAVIGLIE La pallavolo femminile a Roncadelle “Il Ronca”: le chiamano tutte così. Minivolley, Under 12, Under 13 bianca, Under 13 blu, Under 14, Under 16, Under 18, Seconda Divisione e Serie D. Può un paese alle porte di Brescia, dotato di una polisportiva completa di tutte le principali (e anche di più) discipline sportive, schierare un battaglione di squadre di pallavolo femminile a tutti i livelli? Evidentemente si. Non solo ci riesce, ma a quanto pare togliendosi anche delle soddisfazioni. Non ultimo il primo posto in classifica della Serie D e l’ingresso nel Torneo Eccellenza delle debuttanti in Under 16. Ma rallentiamo un attimo e guardiamo questo mondo dall’alto. Esso si colloca all’interno del CSCR, Centro Sportivo Comuna-

le di Roncadelle, una polisportiva che racchiude al suo interno una quindicina di attività sportive che offrono un’ampia possibilità di scelta, sia per bambini che per ragazzi e adulti. Per quanto riguarda l’organizzazione e la gestione di tali attività, dei relativi spazi e tempi e delle risorse da poter sfruttare al meglio si pensi di avere in mano e giocare con delle matrioske. Tali attività sono delegate ad un consiglio, costituito da 3 portavoce di tutte le sezioni sportive. A loro volta ogni sezione fa capo ad un presidente affiancato da dirigenti e altri collaboratori. L’organizzazione interna della sezione pallavolo è affidata ad un gruppo di dirigenti, i quali si avvalgono della preziosa collaborazione del referente degli allenatori

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e degli allenatori stessi, del preparatore atletico e perché no, anche dei consigli di quei genitori che seguono la carriera delle proprie ragazze. A tale proposito viene sottolineata la sempre crescente esigenza di collaborazione dei genitori, per quel che riguarda alcuni compiti che la FIPAV impone, come l’arbitraggio, fino all’under 16 e la compilazione del referto, per ogni gara giocata in casa. Quali sono gli obiettivi che questa società si prefigge? Aggregazione, agonismo, divertimento, competizione? Dipende dall’età delle giovani atlete e ovviamente dalla loro relativa predisposizione caratteriale a trasformare il gioco in una gara e ogni punto fatto in una vittoria, personale e di squadra. In accordo con le opinioni degli


allenatori, la dirigenza ritiene opportuno prefissarsi degli obiettivi intermedi, così che si possa percorrere la strada del successo facendo tanti piccoli passi. Partiamo dal minivolley. È adatto a bambini piccoli, dall’ultimo anno di scuola materna fino alla fine della scuola primaria, tendendo sempre conto del “talento” che potrebbe spingere ognuna di loro a bruciare le tappe: non sono pochi gli esempi di bambine che già in terza elementare possono entrare a far parte di un’under 13. Le priorità di questo progetto sono relative a due obiettivi intermedi: la socializzazione con i pari ed il relativo “divertirsi e giocare insieme”, come anche il coinvolgimento emotivo, che supporta la motivazione ad avere una costanza per imparare e migliorarsi sempre di più. In secondo luogo, vi è l’apprendimento di capacità coordinative, condizionali e abilità motorie che preparano il corpo a ricevere ed a elaborare informazioni e assimilare tecniche più specifiche, per poi riuscire a controllarle e organizzarle in relazione alle richieste ambientali. Non dimentichiamo che tutto ciò va inserito in un contesto educativo e formativo, nel quale le piccole atlete si vedono costrette a rispettare delle regole ben precise, quali l’orario dell’allenamento, un abbigliamento idoneo alla pratica sportiva e il rispetto e l’ascolto soprattutto dell’allenatore, ma anche delle compagne di gioco.

Il raggiungimento di tali obiettivi e di tali consapevolezze da parte delle atlete permette loro di crescere e di introdurre nel gioco della pallavolo un elemento in più: la motivazione alla riuscita e quindi la competizione, sia interna alla squadra che esterna. Dall’under 14 in poi le atlete sono iscritte ad un campionato, alla fine del quale

verrà stilata una classifica per sapere quale squadra ha ottenuto i risultati migliori. Questa situazione richiede alle ragazze un maggior impegno e costanza negli allenamenti e la capacità di mettere in pratica fin da subito gli accorgimenti tecnici e tattici dettati dagli esperti, per riuscire a “vedere, valutare e agire di conseguenza”. Il

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gioco della pallavolo diviene così completo di tutti quegli aspetti che lo caratterizzano: fisico, tecnico, tattico e psicologico. A questo punto si inizia a intravedere la scritta “finish”, il traguardo, l’obiettivo finale: costruire una squadra di livello regionale con delle ragazze che arrivano dal vivaio, che fanno già parte di questa società, che qui sono cresciute, che qui hanno trovato la loro dimensione tecnica, emotiva e agonistica. La strada è lunga e in salita ma, attraverso l’automatizzazione dei fondamentali di gioco, che portano ad una sempre maggior fiducia nei propri mezzi, la creazione delle più svariate situazioni di gioco indotte dagli allenatori, che permettono alle atlete di elaborare strategie adeguate, una moderata competizione, una giusta motivazione basata su un coinvolgimento emotivo e la collaborazione tra compagne di squadra, si può arrivare ad ottenere una buona prestazione e in termini tecnici “una buona giocatrice”. A livello societario il raggiungimento dell’obiettivo finale porta al massimo risultato con il minimo sforzo in termini di risorse economiche che, data la quantità di sezioni sportive, non sono tante e vanno razionalizzate. Si è parlato delle atlete, delle loro caratteristiche, degli obiettivi e delle difficoltà, ma in tutto ciò l’allenatore che tipo di ruolo ha? Che peculiarità dovrebbe possedere? “Io mi sento come una mo-


neta: a due facce, che sono diverse, ma che fanno parte della stessa cosa e in questo caso, della stessa persona” sono le parole di un’allenatrice della sezione di pallavolo del CSCR. Secondo questa persona, un allenatore dovrebbe sapersi relazionare alle atlete con la “faccia” giusta, a seconda della situazione. Essere socievoli, ridere e scherzare con le ragazze come quando si va a mangiare una pizza tutte insieme (bere una birra no perché alcune sono ancora troppo piccole), ma saper anche essere duri e intransigenti, pretendendo il massimo impegno, soprattutto nei momenti dove l’allenamento si fa più intenso. Per esempio, quando si allenano delle ragazze in fase adolescenziale qualsiasi comportamento un

allenatore adotti sembra non funzionare: “Ti cadono le braccia”. Spesso le ragazze non ascoltano come si vorrebbe e preferiscono “fare ricreazione” tutto il tempo dell’allenamento. A quel punto viene a mancare quell’interesse che spingeva un allenatore a fare di tutto per tirare fuori il meglio dalle proprie allieve, per prepararle e formarle sia dal punto di vista sportivo che personale. Poi però ci si ferma a riflettere e riaffiorano alla mente i bei momenti vissuti insieme a loro, per le grandi soddisfazioni che danno, i chili persi per le partite sofferte, ma portate a casa, per i punti importanti durante i quali ci si trova talmente vicino alla linea laterale del campo che per poco l’arbitro non è costretto ad un richiamo, al loro 15

entusiasmo per una bella schiacciata, al loro battersi il cinque nei momenti difficili per incoraggiarsi, al loro urlare nello spogliatoio dopo una vittoria e soprattutto alla possibilità che ti danno di condividere con loro la loro gioia. Nei casi di momentanea delusione si potrebbe lavorare con calma e con molta pazienza sulla loro motivazione; o forse sarebbe meglio fare la voce grossa e sottoporle a punizioni sensate? Forse la riposta giusta è una sola o forse tutte e due. Chi lo sa. Ma forse la cosa più importante è ripensare a quanto queste ragazze trasmettono e quanto rendono orgogliosi di essere il loro coach. Su queste basi, può non venire naturale la forza per non mollare mai?!


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La favola dell’apnea Come tutte le favole che si rispettano anche questa comincia con… C’era una volta un ragazzino di nome Stefano, molto fortunato, anche se non era ricco e non abitava in una bella casa. Era fortunato perchè nato vicino ad un grande amico: Il mare! A quei tempi i parti in ospedale quasi non esistevano e Stefano nacque con il solo aiuto della levatrice…a quei tempi si usava così.

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La sua casa era talmente vicina al mare che quando il Maestrale, il Ponente o il Libeccio soffiavano, scagliando grandi onde contro le rocce, il rumoroso frangere di queste montagne d’acqua faceva vibrare le finestre della sua cameretta. Fu cosi’ che sin dai primi vagiti, Stefano respiro’ salmastri profumi. Era successo sicuramente qualcosa in quel frugoletto, strane alchimie avevano probabilmente intaccato indelebilmente la sua genesi, probabilmente anche il suo DNA si modificò al punto che, crescendo, il ragazzino prese ad amare sempre più un elemento, l’acqua. La mamma era disperata, passare i pomeriggi d’estate in riva a quel mare era sempre stata una piacevole abitudine ma ora non lo era più. A soli tre anni Stefano non passava i pomeriggi come i suoi coetanei tra sabbia e secchielli, al contrario era sempre in acqua. Domenico il suo babbo, gli aveva regalato una maschera subacquea e il suo miglior divertimento era guardare i piccoli pesci aggirarsi nel sottocosta. Mamma Carla era esasperata, erano finiti i pomeriggi di relax sotto al sole, quel figliolo la obbligava a passare i

momenti liberi sgolandosi gridando continuamente:”Non andare sott’acqua, non andare sott’acqua!”. Proprio a lei, poveretta, doveva capitare un figlio così, proprio a lei pessima nuotatrice che andava in panico con l’acqua ai polpacci. Gli anni passavano e la passione per il mare e l’ apnea in Stefano crescevano sempre piu’. A sei anni, un pomeriggio di luglio, con la spiaggia affollata una grandiosa idea baleno’ nella sua mente; salire su un piccolo scoglio con la maschera indossata e una grossa pietra in mano, prendere una bella boccata d’aria e poi giù, seduto sul fondo con in braccio la pietra ad osservare i pesci che passavano accanto. L’imperativo era arrivare fino a cento, contando mentalmente. Che bello era li sotto, gli schiamazzi della spiaggia scomparivano, Stefano cominciava a

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capire perché lo chiamavano “il mondo del silenzio” i colori di quei pesci erano straordinari, uno scenario fantastico, molto meglio dei filmati di Cousteau o di Vailati in bianco e nero che il ragazzino divorava con gli occhi davanti alla vecchia tv. ….sessantadue…sessantatre… sessantaquattro…sessantacinque, quando improvvisamente accade l’imponderabile…. qualcosa, qualcuno lo aveva afferrato per i capelli e lo stava trascinando in superficie spezzando il magico momento! Appena fuori dall’acqua l’incrocio di sguardi tra l’esterrefatto ragazzino e l’”eroico” salvatore fu imbarazzante. Si vide chiaro sulla gola dell’uomo il cuore pulsare per l’agitazione, mentre Stefano lo fissava interrogandosi del perché di tutto ciò! “Ma stai bene?” chiese l’uomo, ”Certo!” rispose il bimbo, :”E’ così bello la sotto.” “Maremma ladra! esclamò l’omone in un tremante toscano, credevo stessi annegando!” Oggi quel ragazzino ha 52 anni, la sua passione ed il suo entusiasmo non sono cambiati anzi, vanno di pari passo con la sua ormai non più verde età, continua a scendere sott’acqua


in apnea ogni volta che il tempo libero gli concede di farlo. Vi chiedete perché vi ho raccontato questa storia…..semplice! Mi sembra un bel modo di introdurvi in quello che considero lo sport più bello del mondo; l’apnea. L’acqua è l’elemento più importante dell’ universo e il bene più prezioso dell’umanità, da lei dipende la vita, i luoghi ove scarseggia sono i meno popolati ed ospi-

il richiamo dell’acqua e delle sue profondità. Si tratta di uomini dalla natura non completamente terrestre e come figure mitologiche si potrebbero definire metà uomini, metà pesci, anzi……metà cetacei! Infatti come delfini e balene queste persone scendono in profondità trattenendo il respiro. Nel vocabolario la definizione di apnea è la seguente: ”Trattenere

rispecchia maggiormente nei racconti più recenti riguardanti i pescatori polinesiani di perle, le mitiche pescatrici giapponesi Hama e i non meno famosi pescatori di spugne greci. E proprio uno di questi ultimi che, sconosciuto ai più, è invece famosissimo tra gli apneisti di tutto il mondo: Haggi Statti; passato alla storia del nostro sport per un’impresa compiuta nel 1913. A quell’epoca la nave

tali, l’uomo, fin dalla preistoria ha edificato paesi e città in posti con abbondanza d’acqua per dissetarsi e mangiare, visto che velocemente, l’uomo ha imparato a pescare. Se a questo aggiungiamo che secondo molte teorie la vita sul nostro pianeta è nata proprio dall’acqua e che noi stessi passiamo i primi nove mesi della nostra esistenza immersi in un liquido possiamo comprendere come alcuni esseri umani sentano forte

volontariamente il respiro” ebbene una persona normale riesce a interrompere volontariamente la respirazione per un periodo variabile dai trenta secondi al minuto, oggi, con le varie tecniche di allenamento, i campioni di questo sport arrivano a trattenere il respiro fino a otto, nove minuti. Con ogni probabilità l’uomo scende sott’acqua trattenendo il respiro fin dall’antichità però la storia di questa attività, stranamente, si

italiana Regina Margherita stava manovrando per dare la fonda lungo le coste greche precisamente nella baia di Pegadia nel Mar Egeo, per un errore di manovra la grossa ancora si sganciò e precipitò su un fondale di circa settanta metri, nell’incidente morì il comandante e si ferirono alcune persone. La nave era impossibilitata a svolgere qualsiasi manovra, si decise quindi di recuperare l’ancora, ma a quei tempi le possibi-

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lità di recupero erano veramente difficili se non impossibili. In paese però si sparse la voce e un pescatore di spugne, Haggi Statti appunto, si presentò affermando di poter scendere in apnea a recuperare l’ancora. Il medico di bordo, come riportato dai libri di bordo, sottopose Statti ad una visita medica dalla quale risultò che il pescatore di spugne aveva un fisico assolutamente normale, un enfisema polmonare, una ventina di atti respiratori e una frequenza cardiaca di circa 80-90 battiti al minuto. Senza contare che a secco aveva un’apnea di soli 4045 secondi. Il medico di bordo pensò di trovarsi di fronte ad un aspirante suicida ma davanti alle insistenze di Haggi, che sosteneva che sott’acqua era tutto diverso, il dottore si lasciò convincere a fargli tentare il recupero dell’ancora. Vestito solo di una camicia e pantaloni bianchi e trascinato verso il fondo da una grossa pietra pesante 14,5 chili Haggi Statti iniziò

una serie di discese a profondità prossime ai settanta metri con apnee sempre più lunghe, purtroppo durante un primo tentativo di recupero ancora e catena scivolarono ulteriormente franando su un fondale di addirittura 84 metri! Il medico cercò di far desistere il pescatore, lui però non volle assolutamente saperne ed il giorno seguente dopo alcuni tuffi a quell’impressionante profondità riuscì ad assicurare l’ancora ad una cima e permettere all’equipaggio di recuperarla! Una piccola ricompensa in denaro fu tutto ciò che Haggi Statti chiese, dopodichè tornò alle sue fantastiche immersioni a pesca di spugne. Altri nomi mitici anche se estremamente recenti hanno scritto la storia di questa affascinante attività, tra questi ricordiamo Raimondo Bucher che conquistò nel 1958 il primo record di profondità in apnea: Trenta metri! Oggi questa quota è considerata ampiamente

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alla portata di molti apneisti, naturalmente ben preparati e allenati ma a quei tempi i medici misero in guardia l’uomo asserendo che alla profondità di cinquanta metri il fisico umano avrebbe ceduto alla pressione, purtroppo per loro non si avvicinarono neppure lontanamente alla loro previsione, come vedremo tra poco. Indimenticabile il duello tra il nostro Enzo Maiorca ed il francese Jaqhues Majol che si affrontarono a suon di record negli anni settanta. La particolarità di questi due formidabili atleti era un diverso modo di concepire le immersioni trattenendo il respiro: tutto fisico e di potenza quello di Maiorca, spirituale e di grande concentrazione interiore quello del francese. Sta di fatto che furono loro a far avvicinare il grande pubblico alle affascinanti imprese dell’apnea. Non meno mitica è stata la sfida tra il nostro Umberto Pellizzari ed il cubano Francisco Ferrera detto Pipin. In un certo senso que-


sto dualismo richiama quello dei due predecessori infatti Umberto si affidava molto alle tecniche di concentrazione, pur possedendo un fisico potente ma longilineo, massiccio e muscoloso invece quello del cubano, forgiato sin da bambino nelle acque della sua isola per procurarsi il cibo pescando in apnea. Oggi l’apnea ha molti atleti di spicco in tutto il mondo, grazie anche alle molteplici specialità in cui si è diramato questo sport, ma se dobbiamo fare un nome non possiamo non fare quello dell’”extraterrestre”come viene soprannominato nell’ambiente: l’austriaco Herbert Nisht. Un solo numero sui tanti ottenuti da Herbert: 214 metri! Realizzati nella specialità del No-Limits……. come si sbagliavano i medici degli anni cinquanta!? Senza contare che secondo Nisht ben presto l’uomo in apnea potrebbe attaccare i trecento metri! Credo che questo discorso intro-

duttivo a questo fantastico e affascinante sport sia stato sufficientemente lungo e spero, interessante e piacevole. Più concretamente possiamo dire che anche qui, nella nostra zona del bresciano e dei suoi laghi, l’apnea è praticata da un numero sempre crescente di persone di tutte le età, esistono infatti diverse società sportive che in collaborazione con la F.I.P.S.A.S. (Federazione Italiana Pesca Sportiva e Attività Subacquee) organizzano corsi di apnea di vari gradi nelle varie piscine di città e paesi limitrofi. Il Garda e l’Iseo, anche se non sono esattamente affascinanti come il mare, si prestano benissimo anche alle immersioni in apnea e se passando per le sue sponde noterete una boa con bandierina rossa recante una striscia diagonale bianca e accanto a lei si alzeranno due lunghe pinne che scompariranno in silenzio verso il fondo, ebbene sappiate che avete

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appena visto un apneista che sta vivendo la sua favola……..la favola dell’apnea. Nei prossimi numeri tratteremo tutte le tematiche riguardanti l’apnea: Attrezzature, specialità, società bresciane, atleti bresciani, tecniche di allenamento e non mancheremo neanche di parlare dei nostri laghi e dei loro fondali…….indossate maschera, pinne e fate un bel respiro……..si scende! Stefano Govi.


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lifeinstilesport

Il tennis in carrozzina intervista a Maurizio Antonini

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’importante non è partecipare è vincere. Soprattutto se il vincere rappresenta già in sé una sfida contro le avversità, ad esempio una sfida contro le limitazioni fisiche (e psicologiche) che una lesione midollare può creare. Abbiamo parlato dell’importanza della pratica sportiva per le persone medullolese con Maurizio Antonini, che porta la sua lunga esperienza di atleta in ActiveSport a.s.d. che si occupa di promuovere le attività sportive per disabili. Maurizio vive a Travagliato, sulla sedia rotelle a causa di una lesione al midollo spinale, da vent’anni è attivo nella pratica e nella divulgazione della cultura sport disabili. Perché a parer tuo è così importante l’attività sportiva? Lo sport è un mezzo indispensabile per il reintegro psicofisico di una persona disabile: chi soffre di disabilità di norma si avvicina alla pratica sportiva durante il periodo della riabilitazione, scoprendo che quella che potrebbe sembrare una semplice fase di recupero dalla lesione è in realtà un’attività ludica e socializzante, che favorisce il recupero di piaceri fisici e psicologici. In seguito alcune persone – ma mai abbastanza, secondo me – continuano a praticare attività sportiva in ma-

niera sempre più costante, fino a diventare veri e propri atleti e a cimentarsi in gare e/o esibizioni. Ma anche senza arrivare a queste punte di passione, attraverso la pratica sportiva tutti riescono a recuperare autostima, sicurezza e forza d’animo. Questo è stato anche il tuo percorso? Sì, la mia storia – che non è affatto unica né originale, credetemi - è esattamente questa: pensate, prima del mio incidente in auto ero una persona davvero poco interessata allo sport. Qualche partitella a calcio, un po’ di rugby e stop.

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Ma in ospedale ho conosciuto un ragazzo che mi ha introdotto al mondo sportivo, prima parlandomene (con una certa insistenza, pensavo allora) e in seguito coinvolgendomi come spettatore in una partita di basket in carrozzina. E’ stata una sorta di epifania: da lì è cresciuta la mia voglia di sport e in breve tempo ho iniziato a praticare la pallacanestro. In seguito ho allargato i miei interessi anche ad altre discipline, come l’handbike e il tennis Quale è stata la molla che ti ha fatto superare la ritrosia iniziale? Bhe, in primo luogo ha avuto molta importanza il fatto di poter socializzare con persone che condividevano i miei stessi problemi e che avevano trovato il modo per gestirli all’interno di un modello di vita comunque attiva. Inoltre mi son reso conto che giocare mi aiutava a recuperare il mio equilibrio: mi infondeva sicurezza e mi restituiva l’idea di poter essere competitivo. Poi ci sono, ovviamente, i benefici fisici: le braccia si rafforzano, si guadagna in stabilità e quindi si recupera molta autonomia, affrancandosi dal pensiero molto demoralizzante di dover sempre aver bisogno di aiuto da altri. Che sport consiglieresti a chi ha acquisito da poco una disabilità


motoria? Mha, non c’è una vera regola, se non quello di fare lo sport che piace di più e che permette di distogliere il cervello dalle inevitabili angosce di quel periodo. Personalmente raccomanderei di avvicinarsi ad una societa come la nostra per un corretto avviamento allo sport. Lo sviluppo di nuovi ausili e atrezzature ha una grande influenza sulla vita di uno sportivo? Assolutamente sì, è inevitabile: pensi solo agli spostamenti necessari per giocare le partite, o ai tanti km percorsi dagli atleti nelle gare di handbike, però il consiglio è quello di evitare le atrezzature prima di averle potute provare, che noi mettiamo a disposizione di chi fosse interessato. Cosa fa ActiveSport? ActiveSport è nata nel 2009 con l’obiettivo di diffondere la cultura sportiva tra le persone disabili nel territorio del comune di Brescia e non solo, concentrandosi in particolare sulle discipline di tennis e handbike. ActiveSport ha raccolto l’ esperienza pluriennale mia e di altri atleti bresciani «pionieri» dello sport disabili. Il nostro impegno nelle varie discipline, sia a livello amatoriale che agonistico, è quello di portare il nome dell’associazio-

ne nelle competizioni a carattere Nazionale ed Internazionale, ma sopratutto quello di essere molto attivi sul territorio nella divulgazione presso scuole, associazioni, oratori e altri luoghi d’aggregazione per diffondere e proporre l’attività sportiva a tutti i portatori di handicap. Parlando di sport, vuoi lanciare un messaggio a qualcuno? Sì, anzi si tratta di due messaggi. Uno è per chi, come me, ha deficit motori: provate lo sport, vi auterà tantissimo. Il secondo invece è per i cosiddetti normodotati: la cosa che fa più male a noi disabili, sportivi e non, è riconoscere nei vostri gesti una nota di pietà nei nostri confronti. Non la vogliamo e non la meritiamo. ActiveSport si sta proponendo nelle scuole proprio per evidenziare la «diversità» come valore. Educare i bambini, che sono gli adulti del futuro ad una vera integrazione delle diversità, superando qualsiasi barriera mentale al fine di vederci finalmente come persone e atleti, niente di più e niente di meno. ACTIVE SPORT a.s.d. Disabili Sport Cultura Integrazione Pres.Marco Colombo 333 67 20 944 E-Mail: berombo@yahoo.it

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Il TENNIS IN CARROZZINA Il tennis in carrozzina è molto vicino al suo analogo «in piedi». Ha le stesse regole, si gioca sullo stesso campo ed è mosso dalle stesse logiche. Le regole sono identiche con l’unica eccezzione che è consentito colpire la palla anche dopo il secondo rimbalzo. Per il resto, punteggio, falli, racchette e fatica sono gli stessi.


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IL MAL DI SCHIENA (rachialgia) Informazioni e consigli per stare meglio Il mal di schiena (rachialgia), per la sua enorme diffusione, che al giorno d’oggi ha raggiunto, fa assumere a questo disturbo un carattere di proporzioni quasi epidemiche. Secondo alcuni studiosi rappresenta il male del secolo, dove la vita sociale ed il benessere ne hanno favorito l’aumento. E’ il più comune disturbo muscolo scheletrico; praticamente la quasi totalità della popolazione (4 persone su 5) ha sofferto almeno una volta di mal di schiena e quasi sempre chi ne è colpito si sente molto limitato nelle proprie attività quotidiane e professionali, con gravi ripercussioni sulla qualità della vita. E’ divenuta una delle patologie più diffuse nei paesi industrializzati ed è una delle cause più frequenti di assenza dal lavoro, colpendo prevalentemente soggetti in età produttiva. Il trattamento delle rachialgie assorbe una fetta importante della spesa pubblica e privata, senza contare che in molti casi il mal di schiena cronico costringe chi ne soffre al pensionamento anticipato. E’ fondamentale risalire alla causa del dolore per poter definire una strategia di intervento corretta. a cura di Giovanni Terraroli T.d.R. Fisioterapista c/o Fisioter Center di Roncadelle (BS) 27


La schiena è costituita da due parti principali: colonna vertebrale e muscoli. La colonna vertebrale è una delle strutture più forti del nostro corpo che deve assolvere numerosi ed importanti compiti: stabilità (sostiene il tronco, gli arti superiori ed il capo); mobilità (consente tutti gli spostamenti del tronco e della testa); protezione (del midollo spinale, contenuto al suo interno). I muscoli sono attaccati alla colonna che è costituita da ossa che sono chiamate vertebre (33), queste sono unite tra di loro grazie alle faccette articolari, coppie di piccole giunture collocate nella parte posteriore della spina dorsale, una per lato; possono essere lesionate da sforzi o dall’usura e possono produrre rigonfiamenti ossei (osteofiti), con conseguente pressione sui nervi, causando dolore. E’ divisa in colonna cervicale (7 vertebre), dorsale (12 vertebre), lombare (5 vertebre), sacrale (5 vertebre) e coccigee (4 vertebre). Nel canale vertebrale, situato al suo interno, scorre il midollo spinale, un fascio di nervi che si estende dal cervello a tutta la

colonna. Le radici dei nervi emergono, a coppie, una per lato dalla colonna per raggiungere il tronco, le braccia e le gambe. Fra le vertebre sono presenti i dischi, dei cuscinetti flessibili con una struttura piatta ed elastica composti da una parte centrale gelatinosa (nucleo polposo) ed un rivestimento periferico altamente resistente (anello) che permettono alla colonna di sopportare carichi notevoli, assorbendo urti e vibrazioni che si producono quando si cammina e si corre. La colonna vertebrale ha quattro curve fisiologiche che le consentono carichi dieci volte superiori rispetto ad una struttura rettilinea. Il disco intervertebrale è formato da un nucleo polposo (molto ricco di acqua, quasi il 90%) e da un anello fibroso esterno che contiene il nucleo. La struttura del disco funziona da ammortizzatore. La

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pressione subita dai dischi dipende ovviamente dalla posizione: è minima in posizione orizzontale, intermedia in posizione verticale e massima quando si è seduti o si è piegati in avanti con un peso in mano che sposta ulteriormente il baricentro. I dischi sono praticamente privi di innervazione; ciò se da un lato consente di muoversi senza provare dolore, dall’altro non permette di accorgersi delle degenerazioni discali se non quando il quadro è diventato sufficientemente grave. Con l’età il disco si impoverisce di acqua (l’abbassamento della statura con l’invecchiamento è dovuto in gran parte alla diminuzione di volume dei dischi) a seguito di processi degenerativi. L’ernia del disco è la patologia classica dei dischi intervertebrali, rappresenta la fuoriuscita (erniazione) del nucleo polposo attraverso una lacerazione dell’anello fibroso (anulus) che lo contiene. Se il nucleo polposo si rompe l’ernia non si verifica, ma se è invece l’anello che si crepa a seguito della pressione del nucleo interno, si verifica il prolasso, cioè l’ernia costituita dai materiali generati dalla rottura. E’ un’evenienza patologica che si riscontra indifferentemente sia nei maschi che nelle femmine, con una leggera prevalenza nei primi, in età compresa tra i 20 ed i 50 anni, an-


che se non sono rari i casi di ernia in soggetti più giovani. Può essere la conseguenza di sollecitazioni eccessive, di sforzi ripetuti,di una prolungata tensione imposta al disco, di alterazioni dell’anello fibroso e delle varie combinazioni di tutti questi fattori. A seguito della diminuzione del contenuto di acqua nel disco ( a 70 anni vi può essere una riduzione anche del 10% della sua quantità), le vertebre si avvicinano (il disco è meno elastico); per rispondere a questa nuova situazione il disco cerca di trattenere più acqua , si gonfia (protrusione discale), pur non avendo più le strutture perfettamente integre per contenerla. Quando questi materiali toccano le innervazioni il paziente prova dolore. L’ernia del disco è molto frequente nella regione lombare, meno nella cervicale, rara nella dorsale. La sintomatologia dell’ernia discale si riscontra con casi clinici che si ripetono e che sono classificati in tre stadi: irritazione (dolore suscitato da manovre di stiramento ed i cambiamenti di postura), deficit (ipovalidità muscolare, riduzione dei riflessi osteotendinei e della sensibilità tattile), paralisi (scomparsa del dolore, assenza dei riflessi osteotendinei, riduzione della sensibilità molto evidente) Secondo la localizzazione vertebrale, il dolore può essere indicato in vari modi: Cervicalgia, (dolore nella zona cervicale), impedisce o limita i movimenti del collo: la flessio-

ne, l’estensione, le rotazioni verso destra e sinistra, può essere improvvisa e violenta; il malessere può essere talora accompagnato da nausea, vertigini, ronzii alle orecchie e agitazione. La cervicalgia cronica, se non viene curata, può portare a forti mal di testa invalidanti. La cervicobrachialgia, riguarda un dolore al collo ed all’arto superiore, a volte con formicolii, che può arrivare anche alla mano e può essere localizzato a destra o sinistra. Dorsalgia (dolore nella zona dorsale), riguarda una percentuale molto ridotta di mal di schiena. In genere è in forma acuta e si irradia lungo le arcate costali, talora arrivando anche allo sterno. In questi casi può creare problemi alla respirazione. Lombalgia (dolore nella zona lombare), è il mal di schiena più diffuso(quasi il 90% dei casi). Nella forma acuta si avverte quando si solleva un peso da terra. E’ il classico “colpo della strega”, che

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provoca la sensazione di strappo o bruciore tanto violento da impedire al soggetto di rimettersi diritto (postura antalgica). Il dolore è “a sbarra”, cioè trasversale nella parte lombare con possibile irradiazione al nervo sciatico ( lombosciatalgia), con dolore al gluteo, alla coscia, alla gamba ed al piede e con la presenza di formicolii. Il trattamento conservativo è il presidio di scelta iniziale, a meno che specifiche indagini diagnostiche (RX, TAC, RNM, EMG), l’anamnesi e un buon esame obiettivo non richiamino la necessità di un intervento chirurgico urgente. In questo caso si propende per un approccio di tipo microchirurgico, in cui sono ben evidenti i vantaggi di una limitazione del trauma operatorio con conseguente riduzione dei tempi di degenza e di recupero. Le cause del dolore vertebrale sono numerose: artrosi, scoliosi, dismetrie degli arti inferiori, protrusioni o ernie del disco, fratture vertebrali, traumi, infezioni, infiammazioni, tumori,ecc. ecc. Alcuni studi hanno evidenziato che solo il 20% delle rachialgie è provocato da un problema specifico della colonna vertebrale (patologie rachidee); il restante 80% è provocato da cause non specifiche, i fattori di rischio individuati da vari autori sono innumerevoli, ma schematicamente sono riassunti nella tabella 1.


Tabella 1

Fattori di rischio del dolore vertebrale

Costituzionali • Patrimonio genetico • Età (il maggio rischio si riscontra tra i 25 e i 55 anni) • Sesso (il maggior rischio si evidenzia nel sesso maschile) • Statura (c’è maggior rischio nelle persone con alta statura) • Dimensione del canale spinale (c’è maggio rischio se il canale è stretto) Posturali • Atteggiamento rilassato • Alterazioni della lordosi fisiologica • Squilibrio frontale (asimmetria del bacino, scoliosi) Legati all’occupazione • Postura protratta, mantenuta per lungo tempo (seduta od eretta) • Movimentazione dei carichi (particolarmente se in flessione e rotazione contemporaneamente) • Lavori pesanti, vibrazioni Legati allo stile di vita • Fumo • Obesità, sovrappeso • Stress (fattori psicologici connessi al disagio personale o professionale) • Eccessivo esercizio fisico, forma fisica scadente, sedentarietà Può insorgere in modo acuto (dolore improvviso che si protrae per più giorni,) o cronico ( dolore che insorge in modo lento, in maniera subdola e che tende a recidivare). I sintomi sono: dolore spontaneo o accentuato dai movimenti, contrattura delle masse muscolari delle zone circostanti, difficoltà o impossibilità ad eseguire i movimenti, rigidità del tronco (lombalgia) o del collo (cervicalgia) causato da una lesione muscolare, legamentosa, articolare e discale che si accompagna a fenomeni infiammatori. Il dolore acuto a livello del rachide è, quindi, un segnale di allarme per un’avvenuta lesione, una reazione di difesa, uno stimolo a cambiare posizione; ha un ruolo protettivo e adattativo, serve ad impedire i movimenti che possono danneggiare ulteriormente la colonna vertebrale. Trattamento, informazioni e consigli per stare meglio Prevenzione generica

• Mediante attività fisiche adeguate (es. passeggiate,corsa, ginnastica, nuoto, bicicletta); Ovviamente da non fare durante le fasi di acutizzazione/riacutizzazione del dolore! • Mediante il controllo del peso corporeo (ridurre il peso eccessivo). Adeguate abitudini alimentari, in associazione ad un aumentato esercizio fisico, rappresentano l’unico sistema razionale e valido per risolvere il problema anche se “costano” più fatica che ricorrere a farmaci per ridurre l’appetito oppure seguire diete stagionali che danno risultati transitori e che non esenti dal rischio di effetti negativi collaterali. Prevenzione specifica Da attuare in ogni momento della giornata, in ogni gesto della vita quotidiana, nell’espletamento delle attività, anche le più comuni. • Evitare di sollevare i pesi in modo scorretto;

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• Evitare il mantenimento prolungato di posizioni scorrette, di particolare impegno per i legamenti, i dischi, i muscoli; Terapia della fase acuta Dipende dalla diagnosi formulata dal medico. • Il riposo (con astensione delle attività lavorative e/o sportive) e l’uso di un busto o corsetto semirigido che metta a riposo la muscolatura paravertebrale. E’ bene ricordare però che l’uso prolungato del busto provoca un disuso dei muscoli della colonna causato dallo scarso esercizio e ciò comporta, a sua volta una sempre maggiore dipendenza dal busto. L’impiego ideale, quindi, è quello di poche ore, fino a qualche giorno; la sospensione deve essere realizzata in modo progressivo; • Terapia farmacologica: Farmaci Antiinfiammatori Non Steroidei (FANS), analgesici, miorilassanti, cortisonici); • Terapia fisica: Ultrasuoni, Raggi


sione, esercizi in estensione, mobilizzazioni, esercizi di stretching, ginnastica respiratoria, trazioni e tecniche di rilassamento psicofisico. Infrarossi, Ionoforesi, Elettroterapia, Magnetoterapia, Radar, Laser, Trazioni, ecc.; •Massoterapia (massaggi terapeutici decontratturanti); • Riabilitazione, rieducazione posturale e ginnastica medica I vari specialisti concordano sull’importanza della riabilitazio-

ne nel trattamento di questa patologia e la difficoltà consiste nello scegliere il metodo migliore da un menù piuttosto vario di tecniche (Mezieres, Souchard, Pilates, Mc Kenzie, ecc.) che sono oggi a disposizione dei fisioterapisti: posture di scarico, esercizi in fles-

Il paziente deve convincersi che il mal di schiena deve essere prevenuto e non subito, deve conoscerne le possibili cause per poterle evitare, quando possibile. I consigli che seguono sono perciò fondamentali, soprattutto per coloro che soffrono di attacchi di mal di schiena e vorrebbero cercare di prevenirli: • Migliorare la postura: assumere una postura corretta è fondamentale per prevenire il mal di schiena • Usare le scarpe giuste: le donne non dovrebbero usare scarpe alte, si raccomanda l’uso di scarpe da ginnastica, perché sono comode e minimizzano le onde d’urto allo scheletro • Sedere in modo corretto e guidare comodamente: preferire le sedie ed sedili rigidi, utilizzando un rotolo lombare o un piccolo cuscino dietro la parte bassa della schiena per mantenere la naturale leggera curvatura all’indietro della colonna lombare • Sollevare pesi nel modo cor-

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retto: quando solleviamo i pesi piegare le gambe ed evitare di sollevare carichi troppo pesanti • Dormire nella giusta posizione, usando un cuscino basso: accertarsi che il letto abbia un buon materasso, solido ma comodo, che non deve curvarsi sotto il proprio peso, ed evitare di dormire con più cuscini sotto la testa; è bene quindi usare un solo cuscino, in modo che quando si dorme di lato, il collo resti in linea con il resto del corpo. • Mantenersi in forma con una adeguata attività fisica: l’esercizio fisico aiuta a prevenire il mal di schiena aumentando le capacità del tronco di sostenere i carichi. I nostri corsi individuali e collettivi di Ginnastica Medica e Rieducazione Posturale nascono dall’esperienza acquisita dopo tanti anni di lavoro svolto in ambito riabilitativo; sono tenuti da fisioterapisti specializzati, articolati in 8 lezioni di un’ora due volte alla settimana, lo scopo non è solo educativo, oltre ad insegnare al paziente le posture corrette che dovrà mantenere durante le attività della vita quotidiana (lavoro e riposo), comprende anche programmi di esercizi e posture che potrà poi eseguire a domicilio autonomamente, con lo scopo di mantenere la funzionalità articolare e muscolare, evitare le recidive e ridurre la sintomatologia dolorosa se presente. Vengono insegnati inoltre esercizi e posture da assumere in caso di riacutizzazione del dolore, in modo tale che sia in grado di autogestire, in parte la propria schiena. Le attività svolte sono diverse e comprendono: posture di scarico, esercizi di mobilità, esercizi di stretching, esercizi di tonificazione ed allungamento, esercizi di rieducazione posturale, ginnastica respiratoria e rilassamento psico fisico.


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A Varese per la prima gara del 18th Golf Cup 2010. 34


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ella splendida cornice del Golf Club Varese, dove ogni buca offre scorci di incomparabile bellezza sul Monte Rosa, i laghi Maggiore, di Varese e di Monate, sul Sacro Monte ed il Campo dei Fiori, che lo riparano dai venti freddi del Nord, si è svolta la prima gara del 18th Golf Cup 2010, organizzata quest’anno su 7 eventi. Nonostante il cattivo tempo dei giorni precedenti, sabato ci ha regalato bel tempo con sole e cielo azzurro durante tutto lo svolgimento della manifestazione. La gara, ha visto sul tee di partenza un nutrito gruppo di concorrenti. Il difficile percorso del Club è un par72, ampliato verso la metà degli anni ‘50 è stato disegnato (Gannon, Blandford e in seguito rivisitato da Baldovino Dassù) su un terreno naturalmente ondulato dove è molto difficile poter giocare una palla perfettamente in piano. Al campo, con il passare del tempo, sono state apportate costanti migliorie, in particolare, nel 1992, grazie all’impianto di irrigazione computerizzato, si può garantire un terreno di gioco ottimale in qualsiasi stagione. Ogni buca è completamente differente ed ha le sue specifiche caratteristiche. Dal tee, essendoci molti

dogleg, bisogna sapere lavorare la palla in draw o in fade ed in alcuni casi saper rinunciare al drive, per non incorrere nel rischio di non piazzare la palla nei punti più ampi del fairway. Anche i green

non sono facili, infatti presentano ondulazioni e doppie pendenze molto accentuate; fortunatamente, non essendo rapidi, difficilmente si incorrerà nei classici tre putts.

Tutte le buche sono circondate da un’incredibile varietà di alberi secolari. La più suggestiva è la 10, par 4 in discesa, che offre una vista spettacolare sul lago e sulle Alpi. Altre buche da affrontare con ri-

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spetto sono la 11, par 4 dogleg destro e la 16, par 4 dogleg sinistro, in salita. Il Green Fee va da 55 a 75 euro (feriale o festivo). Il golf a Varese nacque nel 1897 (quindi ha la bellezza di 113 anni) e si stabilì definitivamente a Luvinate nel 1934. La Club House sorge in un antico monastero, edificato nel XII secolo dai “Magistri Cosmacini”, che ospitò le suore benedettine fino al XV secolo, quando San Carlo Borromeo ne decretò la chiusura. Negli anni recenti, importanti lavori di restauro e ristrutturazione, ne hanno migliorato ricettività e comfort. Per la cronaca, la gara organizzata sulle 18 buche, con formula Stableford 3 categorie, ha premiato nella 1a Hcp, il 1° netto di Aldo Colla; il 1° lordo di Paolo Clerici; il 2° netto di Stefano Gadaldi. Nella 2a categoria: il 1° netto Giuseppe Retto e il 2° di Giorgio Nedo. Nella 3a categoria: il 1° netto di Vittorio D’Alessio, il 2° di Federico Vanetti. Tra le Ladies ha vinto Giorgia Erbetta, tra i seniores Sergio Schinetti. Premi speciali: nearest to the pin (buca 3) e Driving Contest (buca 6) rispettivamente a Riccardo Cornacchia e Michele Mora.


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lifeinstilesport

L’ESPLOSIONE DELLE SKY-RACE NEGLI ANNI 2000 Negli ultimi anni c’è stato un grande incremento del numero di atleti e di appassionati interessati ad avere esperienze in gare podistiche ambientate in alta montagna, manifestazioni che gli addetti ai lavori chiamano sky-race (cioè corse che prevedeno un tracciato che si sviluppi in quote che tocchino almeno i 2500 metri di altitudine).

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Questo interessamento a praticare tali gare è dovuto a molteplici fattori i più importanti dei quali sono senza dubbio la possibilità di poter vivere in modo diverso un tipo di sport “classico” quale è l’atletica, praticandola in ambienti che il più delle volte sono decisamente caratteristici e indimenticabili, dato che i tracciati quasi sempre toccano parchi naturali e zone protette e il poter mettere alla prova il proprio fisico in situazioni che non sono comuni nell’ambito cittadino. Per poter capire l’importanza assunta ultimamente da questo tipo di gare basti pensare che, solo in Italia a partire dal 2000 cal-

colando le varie edizioni di ogni singola manifestazione, sono state organizzate circa mille skyrace che, potendo contare su un minimo (restando bassi) di 200 concorrenti l’una, hanno attirato complessivamente quasi 200.000 atleti provenienti da tutte le regioni italiane e anche da vari altri stati europei. Per questo si può senza ombra di dubbio affermare che le sky-race sono state un fenomeno capace di consolidarsi in un tempo molto breve, visto anche la nascita di una federazione internazionale che si occupa di gestire un calendario mondiale con dei regolamenti specifici e di una italiana, la FISKY (Federazione Italiana

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Skyrunning), che da anni ormai opera in Italia per ampliare il numero di appassionati. Numerose sono poi le società sportive che cercano di offrire agli atleti manifestazioni impeccabili dal punto di vista organizzativo e che possano lasciare un ricordo indelebile con tracciati dal fondo più vario (sentieri e mulattiere, ghiaia, roccette, tratti innevati, prati e passaggi con corde per esempio) e dai paesaggi che lasciano veramente qualcosa nel cuore di chi li può vedere. Tra queste società una delle più attive in questo decennio è stata senza dubbio la Promosport Valli Bresciane, che ha saputo coniuga-


re in modo esemplare la volontà di organizzare gare in alta quota con la finalità di far conoscere e apprezzare parti del territorio lombardo sconosciute al grande pubblico. Le due gare più rinomate targate Promosport sono l’esempio sia di questa volontà che più in generale delle sky-race. La Blumon Marathon e il Gir de le Malghe hanno infatti percorsi che ben rapresentano le cosiddette “maratone del cielo”, in quanto si diramano lungo tracciati di più di venti chilometri, in una natura a tratti ancora selvaggia (come quando nella Blumon Marathon

si attraversa il Parco dell’Adamello in alcuni tratti ancora innevati anche in luglio al momento della gara) e incontaminata, che per prima spinge l’atleta a cercare di mettersi alla prova, per capire quale sia il proprio limite in ambienti allo stesso tempo inospitali ed eccitanti. Ormai il calendario italiano di sky-race è talmente fitto che è praticamente impossibile trovare un fine settimana da aprile a fine settembre senza di esse, lungo tutto l’arco della penisola, con una logica prevalenza (vista la conformazione del territorio) dal punto

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di vista numerico di quelle che si svolgono nella zona alpina. Per chi volesse saperne di più vi segnaliamo il sito della Promosport Valli Bresciane, www.promosportvallibresciane.it, in cui oltre che ad essere presente una sezione dedicata alle gare da essa organizzate, vi è anche un forum molto attivo in cui atleti e appassionati si ritrovano per potersi scambiare opinioni e la possibilità di iscriversi ad una newsletter che consente a tutti di rimanere costantemente informati riguardo al mondo delle sky-race.


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l’arrivo di un nuovo amico a cura di: Andrea Altini

www.canamico.it Dopo aver analizzato (nello scorso numero) le riflessioni che ci porteranno a decidere se adottare un cane oppure se non fa al caso nostro affrontiamo ora i momenti successivi alla scelta di aumentare il nostro nucleo familiare inserendo un amico quattrozampe. Per prima cosa, per una buona organizzazione, pensiamo a cosa potrebbe servire nel momento in cui arriva a casa. Se intendiamo tenere il nostro amico in giardino forse una buona idea non è quella di farlo arrivare in pieno inverno in quanto un cucciolo di poco piÚ di 2 mesi potrebbe rischiare di ammalarsi anche seriamente

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Ci saremo quindi preoccupati di preparare un piccolo “nido” accogliente dove ad esempio potremmo inserire anche un semplice oggetto (straccio o altro) prelevato dal luogo dove fino a pochi istanti prima ha vissuto. Se la sua dimora sarà all’interno di una casa non scordiamoci di attrezzarci di giornali o pannoloni appositi per i suoi bisogni perché inizialmente non vi chiederà ancora di essere portato fuori per i suoi bisogni. Quindi mettiamo in conto di trovare delle belle “sorpresine” sparse per la casa. Per le sue passeggiate ci saremo procurati il necessario (guinzaglio, pettorina, sacchetti per raccogliere i bisogni). Per quanto riguarda l’alimentazione ricordiamoci di preparare due ciotole per acqua e cibo. Si suggerisce a questo proposito di non cambiare radicalmente le sue abitudini alimentari e una buona idea è quella di farsi dare una quantità di cibo che fino ad allora ha consumato per poi effettuare un eventuale graduale

cambio previa consultazione con il veterinario. E ora parliamo più in dettaglio di quest’ultima figura. Il “Dottore” sarà il garante della sua salute e preoccuparsi di sceglierne uno prima dell’arrivo di “Fido” è importante. Il primo approccio è consigliabile effettuarlo senza visita ma solo con un incontro di cortesia e abbondanti coccole (immaginiamo uno sconosciuto con un bel camice bianco che la prima volta che si avvicina è per farci una bella iniezione nel nostro adorato posteriore). Probabilmente l’associazione negativa che farà di questa figura potrebbe compromettere sereni incontri successivi. Ora è arrivato il momento emozionante di andare a prenderlo e finalmente portarlo a casa con noi. Pensiamo quindi a cosa può provare il cucciolo nel momento in cui viene staccato dalla mamma ed eventualmente anche dai suoi fratelli. Di colpo la sua vita cambia! Perfetti sconosciuti lo prelevano dal suo “nido” e per lui ogni certezza è di nuovo da ricostruire. Non

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sottovalutiamo il viaggio verso la nuova dimora! Frequenti soste per i bisogni e nel caso di giornate calde anche di una buona ciotola di acqua fresca possono abituarlo all’auto in modo graduale. Magari evitiamo, presi dalla felicità, di ascoltare musica ad alto volume e di riempire l’abitacolo di fumo con un “buon” toscano o sigarette. Se il nostro nuovo compagno non dovessere stare bene potrebbe associare questo malessere a quello strano oggetto metallico con 4 ruote che gli umani chiamano automobile. E questo ci si ritorce contro… Potremmo avere in seguito un cane che ogni volta che lo vogliamo portare a spasso si ribelli non volendone sapere di salire. Il nostro compito in questa prima fase sarà proprio quello di diventare dei punti di riferimento positivi in modo da avere la base per iniziare un buon percorso educativo.


Le relazioni tra uomo e cane a cura di Anna Mazzoncini Psicologa

Quando una famiglia decide di adottare un cucciolo, di qualsiasi specie esso sia, è molto importante che dietro a questa scelta ci sia un progetto. Spesso le aspettative che i membri della famiglia hanno nei confronti del nuovo arrivato vengono disattese dai disagi che sin da subito un cucciolo provoca intorno a lui.

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bisogni in giro per casa, i pianti di notte se lasciato solo, i calzini rosicchiati se si tratta di un cagnolino e le tende tirate se si tratta di un micetto… spesso poi i bambini di casa sono più interessati al gioco con il nuovo arrivato che all’accudimento dello stesso. L’arrivo di un nuovo amico è innanzi tutto un’ottima occasione per insegnare ai propri figli il senso di responsabilità, non soltanto nei confronti del nuovo arrivato ma anche e soprattutto nei confronti di chi ci circonda (insegnare ad esempio ai bambini che i bisogni del proprio cane vanno raccolti aiuta a fare comprendere che un ambiente pulito senza carte e rifiuti fa stare meglio tutti, inclusi gli amici a quattro zampe) . Le regole sono molto importanti anche tra esseri umani e il rispet-

to delle stesse è garanzia di buone relazioni. Cosa vuol dire scegliere il cucciolo in base ad un progetto? Spesso chi adotta un animale non si sofferma a leggere, come farebbe nel caso di acquisto di un elettrodomestico, le istruzioni per l’uso! Facendolo scoprirebbe che ogni animale, proprio come noi, ha attitudini e sensibilità diverse e scoprirebbe che è molto importante conoscerle per non restare delusi e per rispetto dell’amico a quattro zampe. Non è carino pretendere che un maltese nuoti per ore con noi o che un pastore tedesco resti per ore tranquillo in salotto…il fatto che un cane da guardia abbai in appartamento ad ogni rumore è un problema nostro non del cane che svolge in modo corretto il suo compito in base all’attitudine della razza!

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Un buon veterinario comportamentalista e un buon educatore cinofilo sono fondamentali sia nella scelta del cane che nel percorso per raggiungere al meglio gli obiettivi preposti. Il ruolo dello psicologo si inserisce poi nel progetto per individuare aree di azione che possono coinvolgere i membri della famiglia al fine di trovare qualche buona soluzione a problematiche psicosociali. Ad esempio una famiglia che si chiude intorno ad un problema legato alla diversità di un bimbo può usare il nuovo arrivato per aprire casa…qualsiasi bimbo alla presenza di un cucciolo si scioglie e fa gruppo intorno allo stesso e al suo proprietario.


IL diario di Chiara

Ciao, ben ritrovati! Sono Chiara e questa volta ho pensato di raccontarvi l’arrivo di Luna a casa mia. Quando mio fratello Andrea, mia mamma ed io siamo andati a prendere Luna provavo una fortissima emozione. Appena arrivati all’allevamento una signora ci ha fatto entrare in un ufficio dove c’era una piccola cassa con dentro della paglia: lì abbiamo trovato Luna. Io ero felicissima, avevo preso Luna in braccio e lei mi aveva subito leccata. In macchina non si era mossa dalle mie gambe. Arrivati a casa abbiamo cercato subito di far sentire a proprio agio Luna che era un po’ spaesata dato che era la prima volta che vedeva un luogo così grande rispetto al cassone dove aveva vissuto fino ad allora. Luna non riusciva a camminare bene sul marmo perché scivolava in continuazione e così, invece che camminare, strisciava. Per ripararsi si nascondeva sotto al mobile vicino al portone d’ ingresso e guardava fuori facendo spuntare solo la testolina. Il primo giorno eravamo tutti emozionati compresa Luna. La prima notte non voleva restare sola e così, mamma e papà, dovevano restare con lei e coccolarla per tranquillizzarla. I primi mesi la mamma ha dovuto pulire i pavimenti praticamente tutti i giorni perché Luna non aveva ancora imparato ad uscire per fare i bisogni. Quando abbiamo portato Luna dal veterinario abbiamo scoperto che aveva la bronchite e così ogni giorno dovevamo farle l’aerosol mettendola in una gabbietta chiusa da un sacco nero e, attraverso un buco, far entrare il fumo. All’ inizio avevamo paura che Luna non imparasse mai le regole di casa, ma ci siamo resi conto che invece è una cagnolina molto intelligente e questo ci rende molto felici. Luna si è inserita in famiglia positivamente e si è affezionata a tutti. Per me Luna non ha molte paure, piuttosto, in certe occasioni, prova delle grandi emozioni. Arrivederci, vi aspetto nel prossimo numero di questa rivista per raccontarvi nuove cose! Chiara Cherbaucich

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Val di Genova Tracce d’Alaska Di Riccardo Ghirardi

La neve fresca scesa negli ultimi giorni, l’aria fredda e pungente che scende dalla valle mi ricorda il clima rigido che a febbraio ho incontrato in Alaska, la temperatura oscilla intorno ai – 12° ma più avanti arriverà anche a – 17°, sono le condizioni ideali per provare il nuovo slittino che userò durante l’Iditarod, all’interno ho un fornellino, qualcosa da mangiare ed alcuni indumenti di ricambio, sulla schiena un camel-bag in modo che l’acqua stando a contatto con il calore del corpo non si geli. La Val di Genova è una valle laterale della Val Gardena che da Carisolo s’inoltra tra l’Adamello e la Presanella, terminando dopo 17 km nella piana di Bedole ai piedi delle spettacolari vedrette delle Lobbie e del Mandrone. 47


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a ognuna delle valli laterali, selvagge ed apparentemente impenetrabili, ricoperte da fitti boschi di conifere si gettano delle spettacolari cascate, la più famosa è quella di Nardis che con un salto di oltre 100 metri convoglia le acque del torrente omonimo nel sarca che dal Mandrone percorre tutta la Val di Genova creando spettacolari angoli e strette gole. Durante il periodo estivo la valle offre la possibilità di soddisfare ogni tipo d’esigenza dalle passeggiate indimenticabili alle escursioni alpinistiche in un ambiente affascinante e protetto grazie anche all’ente del Parco Naturale dell’Adamello Brenta che attraverso un progetto innovativo preserva un ambiente delicato e fragile, permettendo la mobilità nella valle nel pieno rispetto della natura. L’accesso alle macchine è limitato e l’importanza di mezzi alternativi quali bus-navetta e biciclette permettono a tutti i turisti di tornare a godere di una natura straordinaria ed apprezzarne le bellezze. Il nuovo “sentiero delle cascate”, complessivamente facile e comodo segue l’intero fondovalle da Ponte Verde (960 m) sino al rifugio Bedole (1640m) permettendo

di ammirare le cascate più famose (Nardis e Lares) e quelle più nascoste (Casina, Muta e Pedruc). Sembra che tutti gli elementi del paesaggio alpestre siano stati radunati qui a formare un quadro unico, tanto d’estate la Val di Genova è una valle per tutti, d’inverno si trasforma e per assaporare la sua bellezza ed il suo silenzio bisogna esplorarla nella sua intimità e nella sua durezza stretta in una

morsa di freddo, neve e ghiaccio. Ho lasciato la macchina nelle vicinanze della Prisa, sono le 5 di una notte stellata, il debole chiarore della luna fatica a schiarire la carreggiata ed i fitti pini colmi di neve nascondono le cime circostanti.

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Solo il chiarore della mia lampada frontale schiarisce il sentiero segnato dal passaggio d’alcune motoslitte passate il giorno prima. Il vento che scende dalla valle è pungente e sono costretto ad infilarmi una giacca in goro-tex e delle muffole pesanti per tenere le mani al caldo. Alle prime ore del mattino il sole fa la sua comparsa dalle vette dell’Adamello, davanti ai miei occhi il paesaggio è semplicemente stupendo, l’azione del vento sulla neve ha creato un leggero strato di nevischio che si confonde con il chiarore del sole che illumina le cime, maestose, dense di storia. Le montagne sono di tutti e non conoscono confini, mi è difficile pensare che su queste creste l’esercito italiano e quello austriaco si affrontarono durante la prima guerra mondiale e che centinaia di giovani coraggiosi perirono su queste montagne. La giornata promette bene, il sole mi dovrebbe accompagnare per tutto il giorno, seguirò l’itinerario classico lungo la carreggiabile che riesco a distinguere grazie alle molteplici varabili create dalla neve sul terreno. Il silenzio è immenso e Ë interrotto solo dal rumore delle racchette che affondano nella neve fresca, la nube che il fiato crea davanti


ai miei occhi ha un qualcosa di mistico, la valle che d’estate appare amico ora ti chiede rispetto e ti ridimensiona di fronte alla sua maestosità. Di tanto in tanto lascio la traccia per provare traiettorie diverse che lungo i pianori degli alpeggi mi portano nella vicinanza di baite sperdute in cui si può trovare rifugio in caso di necessità, più avanti, nelle piccole radure di quota si muovono numerosi i camosci, mentre nelle pareti rocciose nidificano alcune coppie d’aquila reale, gli stambecchi, che qui erano scomparsi, sono stati recentemente reintrodotti nel parco ed ora si segnalano una quarantina d’esemplari, sarà difficile avvistare qualcuno di questi animali, spero in ogni caso di aver fortuna e di poter cogliere almeno un frangente della loro presenza. La strada comincia a salire ed il cammino inizia a farsi faticoso, in località Ponte Rosso l’aria che scende dalle vedrette sovrastanti si fa più rigida, questo è il punto più freddo dell’intera valle, qui la carreggiabile che d’estate è transitata solo da bus navetta si fa più impegnativa ed attraverso una serie di tornanti mi porta nelle vicinanze della cascata Cascina Muta. La valle comincia ad allargarsi e tutto è coperto da una folta coltre di bianco uniforme, camminando affondo fino alle ginocchia. Giungo al rifugio Stella Alpina, alla mia destra si apre la Val Gabbiolo e sulla mia testa padroneggia la Presanella, più avanti nelle vicinanze della cascata Pedruc potrò ammirarla in tutta la sua bellezza. Prevedevo di arrivare al rifugio Bedole in 5 ore ma ho davanti a me ancora 5 km di neve fresca, il paesaggio Alaskano è molto simile in questo tratto, il “trail” passa attraverso fitti pini per poi allargarsi improvvisamente in radure,

s’incontrano torrenti ghiacciati nascosti da una coltre di neve, passo dopo passo si entra in contatto con l’ambiente circostante, come spiegare certe sensazioni, come spiegare questa simbiosi con la natura ed il paesaggio…. La piana e gli alpeggi mi fanno capire che sono finalmente vicino alla Malga Bedole ed al rifugio, ancora una serie di tornanti tra i pini che sovrastano il pianoro e sono arrivato, mi giro ad osservare, la valle si presenta nuda in tutta la sua bellezza, sullo sfondo padroneggia il gruppo Brenta illuminato dal sole che ora è impegnato a riscaldare l’altra parte della Val Rendeva. Ho impiegato 5 ore per percorrere 16 km, l’accesso al Rifugio Bedole è impedito dalla neve che arriva a coprire le finestre, continuo ancora per una mezz’ora lungo la valle Marot, il sentiero si fa sempre più stretto, la valle si chiude intorno a me e mi sento abbracciato dalle vedrette delle Lobbie e dalle creste d’Ango Mingo. La temperatura e scesa a -15° ma il sole riscalda ancora la mia schiena, tra poco sarò al Ponte delle Cambiali ed in breve alla Malga Matarot dove mi riposerò alcuni minuti prima di incamminarmi verso il ritorno. Alcuni cacciatori hanno parcheggiato qua le loro motoslitte, mi auguro di tutto cuore che la loro caccia vada male. Per chi vuole assaporare un’avventura indimenticabile, consiglio di portare con se una canadese e di assaporare l’esperienza di una notte sotto il cielo stellato accanto ad un fuoco che ti riscalda. E’ l’ora di ritornare, per alcune ore il sole scalderà il mio viso ma in breve tempo sarà coperto dalle vette ed un’ombra scenderà sulla valle. Accendo la lampada frontale, la temperatura è scesa a -17° e man

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mano discendo la valle scivola nell’oscurità, il chiarore della mia lampada illumina le mie tracce che ballano come dei folletti tra favola e realtà, mi piace pensare alle leggende ed alle storie che da queste parti parlano di spiriti diabolici imprigionati nei grandi massi solitari sparsi sul fondovalle e che streghe burlone e dispettose vaghino tre le pareti rocciose nella parte alta della valle. La valle è un luogo ricco di tradizioni, di leggende con la natura che s’intreccia alla storia, dove il passato ed il presente convivono in piena armonia offrendo al visitatore scenari affascinanti ed indimenticabili. Durante il ritorno le correnti di vento freddo che scendono dalle valli laterali sollevano un fine nevischio che mi punge la faccia, ma è un piacere sentire questa carezza della natura sul viso mentre il resto del corpo è protetto da caldi indumenti. La cascata di Nardis mi appare ora in tutta la sua grandezza, trasformata dall’inverno in una maestosa ghiacciaia nell’attesa del risveglio primaverile, d’inverno le cascate della valle sono mete molto ambite dagli alpinisti così come il tratto che porta al Rifugio Stella Alpina è frequentato dagli amanti dello sci d’alpinismo. Superato il ponte verde ed aggirata la piccola galleria a destra giungo alla fine del mio treaking. Non è stata un’impresa impossibile ma un viaggio attraverso un luogo che d’inverno si trasforma e che grazie alla sua metamorfosi riesce a trasmettere delle sensazioni indescrivibili. Con delle racchette da neve ai piedi è possibile riscoprire il fascino dell’avventura in una natura silenziosa, solenne ed incontaminata. Per chi ama la natura, la soddisfazione è senz’altra assicurata.


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lifeinstilesport

Internazionali di

Montichiari di Cross Country

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l 12-13-14 marzo sono andati di scena gli Internazionali di Montichiari di Cross Country, gara bresciana ormai storica per gli appassionati e non solo. Si è gareggiato nel Cross Country, specialità olimpica, la più spettacolare tra le gare della mountain bike in quanto si svolge lungo un circuito ripetuto più volte ed in cui il pubblico è a stretto contatto con i bikers. Il pubblico era infatti delle grandi occasioni e non è mancato di certo lo spettacolo tra le gare a squadre del venerdì, le gare amatoriali del sabato e quelle dei professionisti della domenica, con molti campioni della disciplina presenti al via. Il percorso, davvero molto spettacolare, ha visto tantissimi curiosi ad ammirare uno spettacolo che solo le due ruote da fuori strada riescono a trasmettere. Dossi, cunette, smottamenti, alberi e fango sono solo alcuni degli imprevisti da mettere in conto durante la corsa e rappresentano una sfida continua da superare. La città di Montichiari ha risposto davvero nel migliore dei modi, seguendo con interesse e ritrovato entusiasmo tutte e tre le giornate

di gare, incitando i molti bresciani presenti che hanno saputo cogliere delle vittorie di prestigio come Cristian Cominelli, che ha vinto nella propria categoria, arrivando tra i primi nella classifica generale. Vero e proprio tifo da stadio è stato riservato per la gara regina della domenica che ha visto trionfare il favorito della vigilia, Marco Aurelio Fontana, arrivato a braccia al cielo e salutato da due ali di folla festante. Montichiari si rivela sempre più “capitale del ciclismo” con le numerose gare ospitate ed il nuovo Velodromo, tra i più grandi d’Italia. Ruote da strada, da pista o da mountain bike non fa distinzione purché sia ciclismo divertente e soprattutto pulito. Una passione, quella ciclistica, che non riguarda solo lo sport, ma anche l’ambiente, la sicurezza e lo stile di vita. L’amministrazione comunale infatti, con in testa il sindaco Elena Zanola e l’assessore allo sport Gianantonio Rosa, è da sempre attenta allo sport ma soprattutto alla bicicletta come mezzo ecologico per migliorare la mobilità e rispettare l’ambiente.

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“Sono davvero soddisfatta di questi tre giorni. I nostri concittadini hanno risposto come sempre con un affluenza di pubblico notevole su tutto il tracciato” – racconta il sindaco e gli fa eco l’assessore allo sport: “Montichiari si dimostra sempre più capitale del ciclismo su strada, della mountain bike e per le piste ciclabili. Gli Internazionali di Montichiari sono la prova tangibile che esistono alternative allo sballo del sabato sera, alternative sane, che trasmettono la passione per lo sport e per la natura.” Gli internazionali di Montichiari hanno infatti dimostrato come un’ottima organizzazione, una particolare attenzione sia agli atleti che al pubblico, possa offrire un evento per tutti e soprattutto di tutti, sdoganando uno sport troppo spesso lasciato in secondo piano e fuori dalla ribalta mediatica. A riprova della bontà di questa gara, oltre alla cornice di pubblico davvero notevole e i vari passaggi televisivi sulle reti Rai, è la richiesta da parte dell’amministrazione locale di portare a Montichiari per il prossimo anno una gara di spessore mondiale ancora da svelare…


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una nuova emozionante esperienza proposta da Ysei Sub Diving Club...

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Immergersi per scoprire il Lago d’Iseo...

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L’immersione subacquea può essere un’esperienza unica ed indimenticabile che richiama immediatamente alla memoria immagini di vacanze nei mari caldi dell’Egitto, o mete più ambite e pubblicizzate dai tour operator come: Maldive e Polinesia francese. Ma anche qui nei mari di casa nostra e, addirittura, nei laghi della nostra Provincia sono molti gli appassionati di questo sport che ogni week end si ritrovano sulle sponde del Sebino e del Garda preparandosi ad una nuova emozionante avventura subacquea. LifeInStile ha incontrato una delle associazioni che propongono formazione ed immersioni subacquee sul Lago d’Iseo: l’Associazione Sportiva Dilettantistica Ysei Sub Diving Club. Nata nella primavera del 2005 l’associazione è stata creata da guide ed istruttori della Scuola Federale di Immersione di Brescia, affiliata FIPSAS, che si sono appassionati nella scoperta del mondo sommerso che si nasconde sotto la superficie del Sebino. L’associazione nasce con finalità formative di diffusione della didattica subacquea, proponendo corsi di avvicinamento alla pratica dell’immersione subacquea, corsi per sommozzatori con

autorespiratore ad aria, la classiche bombole, dal primo al terzo grado FIPSAS; con le specializzazioni proposte per vivere al meglio le immersioni nei nostri laghi sono: muta stagna, biologia marina e d’acqua dolce, immersioni in notturna e scarsa visibilità, orientamento e navigazione, immersione con miscele ad aria arricchita (Nitrox). Oltre alle immersioni con bombole l’associazione organizza corsi di Apnea federale, corsi di acquaticità ed allenamenti sociali di apnea, per mantenersi in forma in compagnia dello staff dell’associazione. I corsi vengono organizzati nei mesi di giugno e

luglio negli impianti balneari di Sassabanek a Iseo; mentre nel periodo autunnale l’attività didattica del club si sposta nella piscina AcquaSport di Provaglio d’Iseo. Non solo didattica ma anche aggregazione per i più di sessanta

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soci del Club. Serate a tema con la proiezione di documentari, filmati ed immagini dal mondo sommerso. Seminari su attrezzature ed aggiornamenti sulla sicurezza nell’immersione subacquea, sono la scusa per ritrovarsi nell’ex casello Ferrovie di Via Mier 22, dove ha sede l’associazione e passare qualche ora in compagnia dello staff di Ysei Sub Diving Club scambiandosi esperienze subacquee ed idee per realizzare qualche attività da proporre ai propri associati. Immersioni in tutto il periodo dell’anno per gli appassionati di questa pratica sportiva hanno portato i subacquei dell’associazione a perlustrare gran parte del lago d’Iseo; rivisitando siti di immersione consigliati dalle associazioni subacquee operanti sul Sebino ed altre particolarità nascoste dell’ambiente lacustre. Siamo andati a conoscere i ragazzi dell’associazione Ysei Sub Diving Club, per chiedergli cosa significhi immergersi nel Lago d’Iseo. Il Lago d’Iseo è un ambiente ancora poco conosciuto ma nel quale si possono svolgere immersioni appassionanti ed effettuare incontri di tutto rispetto: grossi lucci nascosti nella foresta di piante


sommerse, pigre bottatrici a caccia sul fondale, banchi di persico reale, tinche e gamberi nascosti tra le fronde erbose o, ancora, gli spettacoli stagionali, come l’immersione notturna con le sardine, tanto per citarne una. Ma prima di conoscere questo ambiente, per apprezzarlo in pieno, si deve necessariamente essere padroni delle tecniche di immersione subacquea ed imparare a ben gestire gli assetti... e tutta l’attrezzatura subacquea. Cosa cercano gli iscritti ai corsi che oggi si avvicinano all’immersione subacquea e cosa propongono i vostri corsi? Negli ultimi anni il turismo ha promesso nuove frontiere a basso costo e numerose possibilità di vivere il mare sia per chi cerchi relax, sia per gli appassionati della vita in mare. Mari caldi ed accessibili, proposte sportive per vivere una nuova avventura, hanno avvicinato molti nuovi subacquei a questa nuova possibilità di vivere l’ambiente sommerso. E su questa loro voglia di accedere con facilità all’immersioni subacquee abbiamo deciso di lavorare, con la filosofia di preparazione e sicurezza promosse dai corsi FIPSAS. I corsi proposti seguono i programmi didattici federali e si integrano con proposte formative che accrescono le capacità dei corsisti di anno in anno. Il corso di primo grado è la base di partenza per iniziare ad esplorare i fondali. In diverse immersioni si scende, accompagnati dall’istruttore, fino alla profondità max di 18mt. L’unica sforzo richiesto è

quello di imparare a gestire l’attrezzatura subacquea, affiancare il proprio compagno e godersi l’immersione. I primi rudimenti vengono insegnati in piscina, come anche il montaggio dell’attrezzatura e le tecniche di immersione. In semplici lezioni di teoria vengono apprese le nozioni base di fisica, gestione attrezzature e fisiologia che governano l’immersione subacquea. Ma cosa spinge i vostri subacquei ad immergersi nelle acqua del Sebino? E’ una domanda che molti si pongono.

Il lago d’Iseo costituisce una palestra ideale per i nostri corsisti, una volta appresi i primi rudimenti, per vivere al meglio un’immersione subacquea. Purtroppo è opinione comune che il lago d’Iseo sia un bacino

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freddo, buio e pericoloso. Ma in diversi anni di attività e centinaia di immersioni, non abbiamo mai riscontrato pericoli maggiori di quelli di altri bacini lacustri. Come in tutti i laghi la visibilità è limitata in alcune stagioni dalla fioritura algale ed il fondale limoso si solleva facilmente, se ci si avvicina troppo o lo si muove con colpi di pinne male assestati. Controllare il proprio assetto durante l’immersione, un comportamento in acqua corretto e tranquillo sono alla base per poter esplorare ed iniziare a conoscere un ambiente particolare come quello dei nostri laghi. Cosa si trova sui fondali...? Beh... l’ambiente naturale offre distese di piante sommerse che si possono incontrare fino ai -7mt di profondità, per poi lasciare il posto a scarpate di sedimento, franate di roccia o pareti sommerse che continuano in verticale nel lago... un po’ come i monti che lo coronano a nord. Le isole di San Paolo, Monte Isola e Loreto offrono ancora più possibilità di ambienti sommersi valorizzate dalla loro storia e bellezza. Purtroppo anni di incuria e l’abbandono delle pratiche di pesca e dei “mestieri del lago” hanno fatto perdere la conoscenza di questo ambiente, pur essendo quotidianamente davanti agli occhi di molti, trasformandolo in una possibile discarica libera fruibile a chi ha ben pensato di sbarazzarsi del superfluo, come: vecchie auto, motorini inutilizzati, residui di lavorazioni plastiche, sanitari ed altro ancora... Ma da qualche anno, for-


tunatamente, si sta lavorando per riportare la conoscenza dei laghi all’interno delle scuole. I lungolaghi sono ben attrezzati di cestini e contenitori in appoggio anche al turista più distratto. Le associazioni subacquee ed il Consorzio di Gestione, oltre alle amministrazioni lacuali, si stanno impegnando a valorizzare anche il nostro Lago d’Iseo per cui confidiamo che comportamenti poco decorosi siano, oramai, un ricordo; e che quello che troviamo sui fondali sia un deprecabile monito a comportamenti poco rispettosi del passato. Allora chi si immerge nel Lago d’Iseo può vedere qualche cosa o sono semplicemente immersioni di addestramento? La vita c’è, come in ogni ambiente naturale. Per vederla basta esserne a conoscenza e sapere come potersi avvicinare. Sulla conoscenza dell’ambiente stiamo lavorando con pubblicazioni e serate di aggiornamento che permettano anche ai nostri soci di entrare in confidenza con il lago in cui ci immergiamo per gran parte dell’anno. Mentre per avvicinarsi agli organismi ed osservarli... questo è sempre un discorso di acquaticità e di corretto comportamento sott’acqua, parte essenziale dei nostri corsi. Abbiamo visto che tra attività di club, corsi e conoscenza dell’ambiente lacustre l’Associazione Subacquea Ysei Sub Diving Club ha molto da offrire ai suoi associati. Diciamo allora dove possono incontre chi desidera avvicinarsi a questa nuova esperienza. La nostra associazione ha sede a Iseo (Bs) nell’ex ca-

sello ferrovie nord di Via Mier 22 che abbiamo recentemente ristrutturato per dare ai nostri associati una base per incontrarsi e far crescere le proprie idee. Tutti i vener-

dì sera dalle ore 21,00 l’associazione è aperta a chi voglia passare a conoscerci. Mentre i nostri prossimi corsi si svolgeranno nei mesi di giugno e luglio presso gli impianti di Sassabanek, preceduti

da una presentazione venerdì 28 maggio. Le proposte saranno per corsi di immersione sportiva con bombole di primo e secondo grado FIPSAS, oltre ad allenamenti

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di apnea ed acquaticità dedicati a chi voglia mantenersi in forma o voglia iniziare questa avventura gradualmente. Costi ed attrezzature necessarie? I costi dei nostri corsi sono allineati con le quote decise dalla Scuola Federale di Immersione, sezione di Brescia, presente in tutta la Provincia con la proposta dei corsi FIPSAS. Mentre per partecipare ai corsi basterà la normale attrezzatura da piscina. Bombole, giubbetto equilibratore ed erogatori vengono dati in uso gratuito per tutta la durata del corso. L’unica attrezzatura da acquistare sarà la muta, per le uscite in acqua libera la maschera e le pinne. Possiamo comunque consigliare negozi di fiducia e l’attrezzatura ideale per ogni allievo interessato alle nostre proposte. L’esperienza non si conclude con i corsi però. A differenza dei corsi in località esotiche il nostro club è una realtà presente sul territorio che organizza iniziative tutto l’anno, ai nostri associati proponiamo aggregazione, immersioni al lago e al mare, uscite di gruppo, cene sociali, vacanze ed altro ancora per vivere questa meravigliosa esperienza in un ambiente allegro e professionale. ASD Ysei Sub Diving Club Via Mier 22 Iseo (Bs) tel 3485191458 didattica@yseisub.it www.yseisub.it


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lifeinstilesport

Andrea liberini 2010. quest’anno, rally

Incontriamo, reduce da una dura prova al 2° Rally di Franciacorta, disputato il 18-19-20 Febbraio all’Autodromo di Franciacorta, Andrea Liberini, l’astro nascente della velocità della nostra città per scambiare quattro chiacchiere e parlare di futuro. “Questo anno, mi prendo un anno sabbatico dalle corse in moto”, ci racconta Andrea, “ho perciò deciso di correre alcuni Rally, tanto per rimanere a contatto con il mondo della velocità, anche se le moto rimangono il mio grande amore ho deciso che il 2010 lo dedicherò alle quattro ruote, voglio fare esperienza nel mondo dei rally e quale occasione migliore partecipare al 2° rally della Franciacorta, un Rally corso su circuito, una palestra perfetta per provare l’auto che vorrei usare in futuro”.

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Raccontaci la tua esperienza, che auto hai utilizzato, quali sensazioni si provano a correre in pista e come è stato il rally? “La macchina era una Suzuki Swift S1600 della Scuderia Franciacorta Corse, a questo riguardo devo ringraziare il mio amico e maestro Stefano Botticini presidente della scuderia, che mi ha appoggiato ed aiutato in questa avventura. Il team d’appoggio era il Clacson Motor Sport, la macchina era una macchina molto competitiva nella sua categoria, un po’ vecchia ma ancora competitiva. Il rally corso in circuito non è un vero e proprio rally, i puristi di questo sport storcono il naso quando si parla di circuito, ma è comunque una corsa molto divertente e molto spettacolare, soprattutto per il pubblico. La gara si svolge in 3 giorni, il primo giorno c’è una prova spettacolo seguita da una prova ad inseguimento 1 contro 1, il secondo giorno, il sabato, 4 prove, la domenica 2 prove, invertendo senso di marcia nella seconda prova.

E’ una formula molto spettacolare, il pubblico riesce a seguire tutto quello che accade in gara e per i piloti è comunque sempre molto divertente guidare in sicurezza su un circuito.” Quale è stato il tuo piazzamento? “Il piazzamento non è importante, purtroppo dopo una bella partenza abbiamo perso tutto il tempo guadagnato per colpa di un incidente che mi ha fatto perdere due minuti, per me l’importante era fare una bella esperienza e questa è stata un esperienza ricca d’insegnamento.” Raccontaci un po’ della tua macchina. “Come vi ho gia detto l’auto era una Suzuki Swift S1600, è un automobile che corre nella categoria super 1600, non è una macchina normale, ma come tutte le macchine preparate per le corse è una automobile particolare, tutto quello che non è necessario e stato levato, i sedili sono anatomici, il cambio è sequenziale, è una macchina che a bisogno di meccanici specializzati ed anche il pilota,

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avendo possibilità di modifiche sull’assetto e sulle mappature del motore praticamente illimitate, ha una certa importanza, é per questo motivo che ho bisogno di fare molta esperienza, in questo momento non corro per vincere ma per imparare”. Perciò anche se non hai vinto l’esperienza è comunque stata buona. “Sicuramente, mi sono divertito, ho fatto una bel test, ho consolidato il mio rapporto con il nuovo navigatore, Alessandro Guerra, che come me sta cercando di farsi un esperienza, insomma, finchè riesco a divertirmi, fare quello che mi piace con gli amici e ad andar veloce con un auto o una moto, non posso sicuramente lamentarmi”. Lasciamo Andrea seduto alla sua scrivania, con i suoi nuovi progetti e le sue nuove avventure, continueremo a seguire la sua carriera ed a fare il tifo per un giovane, amante della velocità che è ormai diventato un amico. Buona fortuna.


ci piace dire che creare giardini è creare un’opera d’arte 62


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DALLA PARTE DEL GIARDINO Come nasce un’opera d’arte verde. a cura di: Cristina Sarti responsabile della progettazione Giambenini S.r.l.,

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Progettare uno spazio verde significa innanzitutto osservare lo scenario in cui si calerà, la storia del luogo, le potenzialità e i vincoli paesaggistici, ma soprattutto essere consci dei desideri del committente, in particolare di quelli non espressi. Riposare sotto alte fronde nella calura estiva, oppure godersi lo scorrere dell’acqua anche nelle fredde giornate invernali. Ascoltare il cliente è fondamentale e la sua immaginazione va sollecitata con esempi di realizzazioni possibili e domande volte ad

indagare le abitudini quotidiane e l’uso principale per il quale – nei suoi sogni – verrà usato lo spazio a disposizione. Si passa poi a risolvere alcuni problemi tecnici, come l’approvvigionamento e la distribuzione dell’acqua per l’irrigazione, la correzione della fertilità e della permeabilità del suolo, lo scarico delle acque piovane. Attività onerose e poco visibili, ma determinanti per la crescita delle piante: terra e acqua per un giardino equivalgono alle fondamenta di un edificio. La scelta delle specie di piante disponibili capaci di adattarsi al terreno sul quale stiamo lavorando rappresenta uno dei primi step da affrontare, senza diventare però un problema insormontabile: un progetto organico e unitario non ha limiti reali. La fase successiva nel nostro lavoro è l’abbozzo di un layout o progetto di massima. Un passaggio fondante, in cui vengono studiate le relazioni tra le parti e le varie esigenze trovano un accordo.

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Questo è il momento durante il quale viene effettuato lo studio urbanistico del giardino, ovvero la collocazione dei servizi, degli accessi, dei percorsi e dei punti di sosta, che faranno dello spazio un luogo comodamente abitabile. Prima di scegliere qualsiasi pianta, materiale o accessorio, il progetto deve acquisire uno stile proprio, da cui si genera quella riconoscibile personalità che trasforma uno spazio in un luogo. Mi ispira sempre la personalità del committente, che deve sposarsi a quella del paesaggio circostante. La realizzazione diviene una sorta di percorso, che intende valorizzare gli angoli più importanti, sottolineando – ad esempio – scorci di paesaggio o interventi botanici di rilievo, scegliendo come luogo finale una terrazza o la piscina. Ogni spazio dà il proprio contributo al risultato finale ed è importante mantenere gli equilibri tra l’area circostante l’edificio e quelle progressivamente più lontane.


Prima di inserire nuove specie di piante, si punta a valorizzare gli alberi già esistenti che, segnati dall’età e dalla mancanza di cure, vengono sottoposti a interventi di risanamento e conservazione. Quando si lavora su piante monumentali sopra i venticinque-trenta metri d’altezza si utilizzano anche tecniche di tree-climbing. Gli alberi in effetti sono protagonisti nei grandi giardini, che spesso sono visti come un angolo protetto, quasi segreto. Per ottenere questo effetto inseriamo morbide e ampie siepi. Personalmente prediligo piante scelte in parte tra quelle spontanee, quali corniolo, evonimo, biancospino, e in parte tra le varietà da giardino assimilabili a quelle spontanee, come viburni o filadelfi o quelle sorprendenti rose dette botaniche e antiche. Solo nel momento conclusivo dell’intervento si raggiungono

quei tocchi che il committente attendeva dal primo giorno: l’acqua riempie la piscina, dei fiori raffinati suggeriscono una primavera perenne, il prato ha una tessitura più fine e morbida. Ed ecco quell’incantevole atmosfera tanto attesa.

no e lasciano un tocco ben riconoscibile. In opere pubbliche (come il grande parco divertimenti di Gardaland), come nella progettazione e realizzazione di molte aree verdi private, puntiamo a trasferire la nostra filosofia e l’attenzione per il verde in tutta Italia.

Il risultato finale è determinato dalla professionalità e dall’armonia con cui operano i diversi reparti. In Giambenini le unità di progettazione, realizzazione, accessoristica, ricerca&sviluppo e manutenzione lavorano all’uniso-

Il principale sforzo da Giambenini è sempre quello di legare l’edificio al paesaggi, per renderlo partecipe di esso, con lo scopo di mantenere vivo il sogno della committenza che ci si potrà rispecchiare. Per questo ci piace dire che creare giardini è creare un’opera d’arte.

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lifeinstilebellezza

Ohana il Sistema No line

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L’arrivo dell’estate è per la maggior parte delle persone il momento migliore dell’anno, si progettano le meritate vacanze estive, le giornate oramai allungate ci permettono di godere del sole fino a tardi, usciti dal lavoro ci sono ancora parecchie ore di luce che ci permettono di mantenere il nostro fisico in forma facendo footing o delle belle passeggiate. Le bilance, fino ad ora nascoste come il corpo coperto dagli spessi vestiti invernali, sono rimesse in opera, saranno le più fedeli alleate

per una dieta che ci permetterà di arrivare alla prova costume in forma smagliante. Le gonne delle ragazze si accorciano e mentre i gradi crescono, i centimetri quadrati di pelle coperta diminuiscono, questo che per molte persone è il momento più felice dell’anno per altri è un vero e proprio incubo. Le smagliature sono per molte persone un dramma, quando arriva il momento di scoprirsi le strie sulla pelle diventano un nemico impossibile da sconfiggere, una

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scollatura od una gonna corta per molte donne sono un tabù e l’estate da stagione del divertimento e del sole diventa la stagione più triste dell’anno. Fortunatamente la tecnologia ci viene in aiuto, da Ohana by Abbronzantissimi di Rodengo Saiano, una nuova e fantastica apparecchiatura può venire in soccorso a tutte le donne che per un dimagrimento improvviso, una gravidanza che ha lasciato il segno o per fattori ormonali hanno le strie sula pelle, il sistema NO LINE,


una perfetta combinazione tra cosmesi e tecnologia, una macchina fantastica che riesce a sollevare, spianare e colorare in modo duraturo le smagliature. L’apparecchio catalizza l’ossidazione del prodotto cosmetico e lo fissa nella cute, il risultato è sorprendente ed evidente, in 6-8 settimane le smagliature svaniscono dalla vista ed il risultato si mantiene per dei mesi, dopodichè una seduta di mantenimento al bisogno terrà la vostra pelle liscia e perfetta alla vista. L’estate non sarà più un periodo in cui nascondersi, finalmente una scollatura profonda, una gonna corta od un bikini non saranno più un nemico ma un alleato del nostro nuovo ritrovato fascino. Monica ed il suo staff di serie professioniste vi aspettano anche per presentarvi le altre incredibili apparecchiature, le macchine dei miracoli, come il “Wonder Body RF” una macchina in grado di rimodellare e togliere l’effetto buccia d’arancio, il “QQN System”

Ohana Via G. Marconi, 3 25050 Rodengo Saiano Brescia 030.68.10.416

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un guscio che ti coccolerà e ti farà dimagrire o l’epilazione definitiva con il metodo “Dual Epil” . Ohana by Abbronzantissimi vi aspetta anche per i suoi famosi massaggi come l’Hot Stone Massage, il Massaggio Olistico, il Massaggio Shirodara o il Gold Peeling, il massaggio Gold Terapy o il dolce Magic Honey Massage o la Spa Danza delle Emozioni, il Peeling Yogurt e Muesli, la Beauty Farm od il Massaggio Antistress, oppure per una lampada od un lettino abbronzante o per una semplice pulizia del viso. Dal trattamento più innovativo fino alla più semplice depilazione Ohana by Abbronaztissimi sarà il miglior alleato per questa estate. Per Monica il benessere, la bellezza e la felicità sono una missione. La felicità per il centro Ohana by Abbronzantissimi è poter offrire tante coccole, tanta serenità e tanta bellezza. La felicità è star bene con se stessi.


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POLARITY E IL MAGNETE DELLA VITA A cura di: Anna Zanardelli

Esistono diversi metodi di riequilibrio energetico, o di medicina energetica, come viene spesso chiamata e cioè: agopuntura, shiatsu, reiki, polarity therapy, guarigione spirituale e così via. La ragione per cui molte persone si recano da un operatore di medicina energetica è perché hanno problemi di salute o sono affetti da qualche dolore fisico specifico o patologia. Tutti i sistemi energetici funzionano molto bene su problemi di natura fisica e in qualche modo anche nel mitigare gli stress mentali ed emozionali.

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Quello che non viene ben compreso è come una buona sessione energetica di riequilibrio, che coinvolga completamente il sistema energetico del corpo umano, sia da un punto di vista elettromagnetico o bio-magnetico, come pure eterico, possa cambiare l’intera vita di una persona. Con ciò non intendo solo lo stato di salute fisica, ma l’esperienza stessa di vita, nella quale trovare improvvisamente un intero nuovo mondo. Ci sono diversi modi per creare la vita che si desidera e può sembrare strano pensare che un sistema più comunemente conosciuto come medicina alternativa possa offrire la strada migliore per apportare cambiamenti alla propria esistenza. Il dott. Randolph Stone, fondatore della polarity therapy, è stato molto chiaro nella comprensione dell’energia che agisce nel corpo umano come un magnete che attrae e respinge. Egli chiamò questo fenomeno “il magnete della vita”. Diversamente da altri sistemi, polarity considera tutto quello che esiste come manifestazione di uno specifico livello di vibrazione di energia. Uno dei concetti fondamentali di polarity è che “tutto è energia” e quindi ogni esperienza che abbiamo in vita è di natura energetica. Il movimento energetico è sempre pulsante, pertanto il sistema energetico umano

cambia polarità su base ritmica, e l’energia può essere polarizzata sia verso una fase di attività attrattiva che repulsiva. Molti sistemi di terapia e crescita personale affermano che noi creiamo la nostra vita, ma ci siamo mai chiesti come ciò possa accadere? Se pensiamo al corpo come ad un magnete allora è facile capire come noi creiamo la vita che viviamo: attraverso l’energia. La consapevolezza umana è energia o se preferiamo “la mente è energia”. La polarizzazione dell’energia, che è la nostra consapevolezza o mente, determinerà il genere d’esperienze di vita, le persone e gli eventi verso i quali saremo attratti o verso i quali avremo la reazione opposta, ossia di repulsione.

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Questo processo magnetico può essere facilmente illustrato facendo un paragone con il consumare un abbondante pasto. Il desiderio di cibo, il processo di attrazione verso una particolare pietanza o la sensazione di repulsione verso un alimento, fa parte dell’esperienza di ognuno. Praticamente non c’è cibo che noi come esseri umani mangiamo che, anche in quantità normali, non possa essere tossico. Esistono infatti certi componenti del cibo che non sono utili al corpo umano. Dopo aver assunto del cibo lo scomponiamo e lo digeriamo e in tale processo di digestione il corpo assorbe quello che è utile ed elimina il materiale residuo che non serve. Altrimenti potremmo sviluppare dei problemi fisici, o come minimo un generale livello di tossicità. Quando l’energia vitale nel corpo è polarizzata in modo corretto, si sviluppa in una fase motoria, o flusso energetico, verso l’esterno e poi verso una fase sensoria, o flusso energetico di ritorno, ed è in questo cambio di fase che giace il segreto di una vita salutare. Durante la fase energetica di attrazione, attraiamo quello che necessitiamo valutando selettivamente l’utilità e poi assorbiamo quello che è più importante e utile per noi. In seguito, poiché l’energia cambia polarità dall’attrazione alla repulsione, per utilizzare


la terminologia della polarity therapy, respingiamo o eliminiamo quello che non ci serve. Normalmente la maggior parte di noi è a conoscenza di questo fenomeno: siamo attratti da certe persone, ci piace un certo tipo di musica, desideriamo un particolare sapore, siamo impazienti di fare esperienza o di relazionarci a qualcuno ad un livello molto profondo. Sappiamo anche che ci allontaniamo da certe altre, alcuni tipi di alimenti ci disturbano, che abbiamo difficoltà a stare per un periodo di tempo con certe persone. La maggior parte di noi ha avuto esperienze in passato che avrebbe voluto eliminare dalla sua coscienza e forse anche traumi fisici, la cui memoria è difficile da sopportare e che si vorrebbe eliminare. La realtà della situazione è che non c’è una sola esperienza di vita che non abbia l’effetto della polarità e con questo intendo che anche le migliori esperienze spesso hanno aspetti negativi. Il segreto per avere una vita felice è essere capaci di aspettare il momento positivo ed eliminare il negativo che ne è associato. Un vero e proprio processo di digestione, facciamo esperienze di vita che dobbiamo assimilare e nel momento in cui facciamo, dobbiamo trattenere tutto quello che è utile o vantaggioso per noi e eliminare le esperienze meno gradevoli. Anche nelle relazioni più felici ci sono aspetti dei nostri compagni che ci infastidiscono. La sola cosa che mantiene una relazione viva è avere l’energia polarizzata in maniera tale da eli-

minare dalla coscienza le difficoltà che sorgono piuttosto che farsi intasare mentalmente e restarvi aggrappati. La difficoltà pratica che la maggior parte delle persone sperimenta è che la loro energia è polarizzata in modo tale che le cose che desiderano maggiormente e che vorrebbero magnetizzare sono quelle che molto probabilmente non otterranno. La loro energia è polarizzata in modo tale da respingere proprio ciò che vogliono

di più. Questo non avviene ad un livello reale di cosciente consapevolezza ma come parte del totale equilibrio energetico di una persona. Il fatto che lo stato della nostra energia controlli l’intera vita è forse il motivo principale del detto biblico “ uomo conosci te stesso”. Più conosciamo intimamente l’energia del nostro corpo e facciamo in modo che sia consapevole della sua stessa essenza, più acquisiamo consapevolezza della possibilità di utilizzare questa funzione basica dell’energia per attrarre e respingere nel giusto modo.

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Una volta che l’energia è polarizzata correttamente in modo da passare facilmente dall’attrazione alla repulsione a tutti i livelli, riusciamo a vedere grandi cambiamenti nella vita. Notiamo che non solo il corpo avrà percezioni diverse ma anche i pensieri saranno diversi. Le risposte emotive cambiano e nel giro di breve tempo i frutti si manifestano, magari in una famiglia e dei figli. L’energia è il fenomeno più penetrante e polarity therapy è veramente uno dei nuovi sistemi che lo comprende in profondità. Annovera tecniche che davvero possono produrre un grande effetto su tutti i livelli energetici dell’essere umano e quindi modificare l’intero corso dell’esperienza di vita di una persona. Per concludere in modo umoristico : avete una personalità magnetica o respingente? Articolo tratto dal manuale del corso di Polarity Therapy scritto da Phil Young insegnante e fondatore della Masterworks International Irlanda- www.polarity network.com Traduzione dall’inglese a cura di : Anna Zanardelli Operatrice di Polarity Therapy Mentore per l’Italia della Masterworks International-Irlanda Cell.: 3286938770


lifeinstilebellezza I consigli di Amil Bui

Così aumento la mia fotogenia !

Quante volte vi sarà capitato di dover realizzare delle foto tessera per un documento importante! O quante volte invitate a particolari eventi quali cerimonie, cene di lavoro, vi sarà capitato di dover “posare” per delle foto destinate ad album ricordo?! La fotografia è ormai divenuta “lo spauracchio” della maggior parte delle donne che immancabilmente alla richiesta rispondono: “no … non sono fotogenica!” Ma esiste veramente la fotogenia? Ed una persona che naturalmente non lo è, lo potrebbe diventare con degli “artifizi”? Intanto mi sento di voler sfatare un luogo comune la fotogenia o la telegenia non sono direttamente proporzionali alla bellezza di una persona! Ho incontrato nella mia carriera di Visagista molte belle donne che dietro una camera ed un obiettivo non rendevano assolutamente, mentre mi è capitato di conoscere donne che pur non essendo bellissime in foto, dietro un obiettivo risultavano assolutamente “stratosferiche”. Ma in tutto ciò il trucco potrebbe aiutare a migliorare questo aspetto? Ovviamente si! Esistono dei presupposti imprescindibili che rendono un maquillage d’estrema valorizzazione cercando di “aiutare” e migliorare quello che general-

mente l’obiettivo tende a “distruggere” o “affievolire”! La prima cosa importantissima che non dovremmo mai dimenticare è che una macchina da presa o l’obiettivo di una macchina fotografica rubano, mangiano al viso e al make up un buon 60% della sua intensità! Quindi non fatevi ingannare dalle campagne pubblicitarie che spesso vi propongono visi assolutamente perfetti, ciglia foltissime ed allungate, occhi impeccabili senza nemmeno un’imperfezione la maggior parte di quelle immagini infatti è studiata ad hoc per quel tipo di effetto e soprattutto ritoccata con dei sofisticati programmi capaci di rendere il tutto molto più perfetto di come sarebbe in realtà! Mi permetto, senza scendere troppo nel tecnico e nel dettaglio, di fornire degli spunti e soprattutto degli accorgimenti che aiuteranno il vostro trucco ad essere a prova di ogni obiettivo! Base Impeccabile: nello scorso articolo abbiamo accennato e parlato dell’importanza dei cosiddetti correttori epiteliali da utilizzare prima del fondotinta. In questo caso l’uniformità al centro viso sarà determinante. Evitate, come avviene spesso, prodotti iridescenti, appesantirebbero e poi l’obiettivo li leggerebbe come un punto “lucido” e non un punto di luce,

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soprattutto se verrà utilizzato un flash! Prediligete per questo tipo di situazioni dei fondotinta che abbiano una semi copertura come ad esempio i semiliquidi! Evitate di scurire troppo la pelle anzi ricordate che l’abbronzatura non è ne telegenica ne fotogenica! Viso Grintoso: Lo zigomo in tal caso avrà una determinante funzione. Sottolineatelo non soltanto con un fard ma soprattutto scolpitelo e definitelo con un correttore universale testa di moro subito dopo il fondotinta. Utilizzate il fard anche come strumento da ritocco da tenere in borsetta affinché durante la giornata sia sempre fresco ed intenso! Opacità Assoluta: Prerogativa di un viso assolutamente fotogenico è l’assoluta opacità soprattutto della zona definita “T” fronte naso mento. A tal proposito tenete nella vostra borsetta una cipria compatta che vi aiuterà a ritoccare il vostro maquillage durante la giornata! Occhio Sofisticato: mi raccomando non pensate alla sofisticazione in questo caso come ad un occhio super truccato! La sua intensità infatti partirà proprio dalla sopracciglia! Se necessario epilatela e pulitela perfettamente da ogni pelo nella sua sola parte inferiore e nella zona gabellare. Qualora si


verifichi la necessità di intervenire anche con il trucco non ritoccatele con una matita, perché essendo un prodotto in crema resterebbe lucida ed in foto si potrebbe percepire troppo! Prediligete in questo caso degli specifici ombretti per ritoccarle! Bocca Carnosa: cercate sempre di non esagerare e ricordate che bocca carnosa non è sinonimo di bocca rossa! Il rosso è un colore che pochissime donne possono permettersi! Utilizzate sempre una matita di contorno labbra leggermente più scura del rossetto che avrete deciso di utilizzare. Utilizzando un pennellino adatto o

con la stessa matita sfumatela verso l’interno al fine di non lasciare un rigo netto che indurirebbe ed appesantirebbe. Applicate poi il rossetto ed al centro un gloss più luminoso e più chiaro. Mi raccomando tenete il vostro rossetto ed il vostro gloss sempre a portata di mano il ritocco è dietro l’angolo! Se farete attenzione a queste piccole ma importantissime regole constaterete che le vostre foto risulteranno migliori e che l’obiettivo di una macchina fotografica non è una cosa della quale aver paura, del resto le foto sono il ricordo migliore che abbiamo!

Propongo di seguito delle foto di prima e dopo realizzate da mie allieve di Ragusa proprio durante un corso che verteva su questo argomento!

Prima

Dopo

Prima

Dopo

Prima

Dopo 75


perché ci vuole occhio

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lifeinstilesalute

Yoga e Maternità A cura di: Rosalba Piarulli

AFFRONTARE CON SERENITÀ TUTTE LE FASI DELLA GRAVIDANZA ED ARRIVARE AL PARTO IN PIENA FORMA.

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Recenti ricerche scientifiche confermano che la salute del corpo e l’armonia della mente sono indissolubilmente legate e che, durante la gravidanza, questa unione del sistema corpo-mente è ancora più importante perché influenza concretamente lo sviluppo del bambino nell’utero della mamma. Lo Yoga dedicato alle future mamme è sicuramente una buona preparazione alla nascita naturale. Yoga in gravidanza NON significa assumere posture acrobatiche e spettacolari, bensì imparare ad ascoltarsi, ad allentare le tensioni ed ancor prima imparare a percepire la differenza tra tensione e rilassamento, agevolare la “funzionalità” e acquisire fiducia nel proprio corpo, contattare il respiro ed imparare ad “utilizzarlo”, creare profonda comunione tra la mamma e il piccolo che porta in grembo. La pratica preve-

de esercizi fisici -asana-, tecniche respiratorie -pranayama- esercizi di rilassamento -yoga nidra- e tecniche di visualizzazione. Non esistono controindicazioni alla pratica del pranayama, una buona respirazione aiuta ad ossigenare i tessuti, allenta le tensioni fisiche, emozionali e mentali. Lo yoga attribuisce importanza fondamentale alla respirazione e cura in modo accurato e preciso

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questa funzione primaria vitale . Una respirazione corretta oltre ad assicurare nutrimento a tutti i tessuti ed apparati, rilassa e distende la colonna vertebrale e tutti i plessi nervosi ad essa collegati, migliora la circolazione del sangue, aumenta il livello energetico e rilassa il diaframma. Se la madre non ha avuto modo di affrontare una preparazione alla corretta respirazione prima della gravidanza o nei primi mesi di gestazione, l’innalzamento del diaframma, dovuto alla crescita del feto può creare disagi respiratori e digestivi, le varie tecniche yogiche permettono di gestire al meglio questi cambiamenti. Durante la gravidanza le modificazioni che si susseguono, sul piano fisico e psicologico, sono spesso causa di malesseri ed indisposizioni. Mentre il feto cresce ed aumenta il peso, la mamma assume


spesso posture che alterano il naturale assetto della colonna vertebrale, in particolar modo a livello lombo sacrale, creando difficoltà di movimento con conseguente dolore e possibilità di lombalgie, lombosciatalgie: lo Yoga tonifica la muscolatura di tutto il corpo e aiuta a mantenere una postura adeguata aiutando efficacemente a prevenire l’insorgere di dolori e patologie.

cercare compensazioni nel cibo in eccesso o di cattiva qualità. La pratica costante dello yoga in gravidanza può alleviare gonfiori, ritenzione di liquidi, disturbi circolatori, nausea, insonnia, facilita il transito intestinale, allevia timori e stati d’ansia. Al mantenimento della salute del corpo si unisce un equilibrio emozionale e mentale che trasmette pace e serenità, prepara il corpo al

Il controllo naturale del peso riveste grande importanza: la pratica regolare permette di mantenere il peso forma, un giusto aumento per evitare carichi eccessivi, un buon equilibrio delle energie vitali che attenua la necessità di

travaglio, al parto e previene stati depressivi post parto. Per le neofite si consiglia di iniziare la pratica dopo il terzo mese e sempre con il consenso del medico che segue la gestazione, anche alle donne che conoscono già

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lo yoga di iniziare con una pratica graduale. Non esistono sequenze prestabilite, si adegua la pratica alla situazione individuale e vengono sempre privilegiate posizioni che rilassano e tonificano la colonna vertebrale e il pavimento pelvico, posizioni che rinforzino le caviglie e le ginocchia, sequenze di allungamenti muscolari decontratturanti, correzione di disallineamenti posturali, esercizi di percezione del respiro clavicolare, toracico, addominale, armonizzazione tra respiro e movimento, semplici tecniche di rilassamento profondo. Insegnando la “consapevolezza” lo yoga aiuta a riconoscere le zone di tensione ed aumenta la capacità di rilassamento.


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PROGETTAZIONE,CREATIVITÀ, NOZIONI MATEMATICHE E GEOMETRICHE, COMPETENZA DEI MATERIALI,MANUALITÀ, SI FONDONO E SI INTEGRANO L’UNA CON L’ALTRA CREANDO LE NOSTRE OPERE. OGNI OGGETTO DIVIENE COSÌ UNICO ED IRRIPETIBILE. ORA CHE L’IDEA HA PRESO FORMA E SI È SVELATA, TUTTO SI APRE AI SENSI, IL PROGETTO É COMPIUTO, LE SENSAZIONI AVVOLGONO CHI GUARDA. GENIALI, NELLA COMPOSIZIONE, PERFETTI NELL’ AMBIENTE

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ILLUMINIAMO LA STORIA IL RELITTO DELLA BIANCA C. Il 22 ottobre del 1961, Bianca C. era ancorata al largo dell’isola di Grenada, mar dei Caraibi quando si verificò un’esplosione nella sala macchine nelle prime ore della mattina. Un uomo morì immediatamente, e altri otto furono feriti. Appena l’incendio scoppiò, circa 700 passeggeri più l’equipaggio abbandonarono la nave, mentre i pescatori e gli armatori di Grenada risvegliati dal rumore dell ‘esplosione vicino al porto di St Gorge si affrettarono per aiutare. I sopravvissuti furono portati nella capitale, dove ospedali furono frettolosamente istituiti per fornire riparo e cibo. Poiché a Grenada non c’erano le attrezzature per spegnere questo grande fuoco, una richiesta di aiuto venne inviata; tale richiesta venne ricevuta dalla fregata britannica HMS Londonderry a Puerto Rico. Ci vollero due giorni per arrivare, e da quel momento il Bianca C aveva cominciato ad affondare. La nave in fiamme si trovava nell’ancoraggio principale del porto e lo avrebbe bloccato la Londonnery allora cominciò le operazioni di traino. Le linee di ancoraggio di Bianca C. si bruciarono e oggi le ancore sono ancora alla foce del porto di St George. Ora la spedizione guidata da Lorenzo del Veneziano, e voluta dalla Gio’sub, ne ha esplorato il relitto, una grande avventura negli abissi. Gio’sub illumina le profondità.

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LE TUE MANI PARLANO di TE di A. Russo

Le mani sono il nostro biglietto da visita e sono un aspetto importante della femminilità . Per molti sono anche veri e propri strumenti di seduzione che trasmettono molto, hanno un velato potere emozionale. Ebbene, oggi le donne non si accontentano piÚ di una manicure anche se ben curata, ma desiderano dedicare alle proprie unghie di mani e piedi, le stesse cure riservate prima al viso/corpo/capelli e all’abbigliamento.

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La vita frenetica dà il suo bel contributo nell’avere sempre meno tempo da dedicare a se stesse, abbiamo tutti i minuti contati per qualsiasi cosa ! Ecco quindi prendere piede anche in Italia, su modello americano e nord europeo, l’idea di trasformare la manicure in un trattamento cosmetico a largo raggio, con tanto di scrub, maschere, sieri specifici e trucco delle unghie in gel o acrilico. È sempre più diffusa la moda di “vestire” le unghie di colori e disegni personalizzati, un particolare che negli ultimi anni ha avuto il sopravvento sul french manicure, cioè la righina bianca fatta sul bordo libero dell’unghia. Il problema è la durata breve dello smalto, per questo chi ama avere le mani in ordine sta preferendo

l’applicazione di gel fotoindurente o acrilico, che consente una manicure impeccabile per tre /quattro settimane ( con un risparmio di tempo non indifferente, solo 1 ora al mese) Si procede alla preparazione della lamina ungueale/dell’unghia, quindi si applica un gel mediatore di aderenza che fa da collante tra l’unghia e gli altri gel, poi un altro che fa da costruzione, decori e strass a piacere in rilievo oppure no, infine si passa al gel lucidante. Tutti gli strati di gel, essendo foto indurenti, vengono polimerizzati nella lampada a raggi UV, mentre il sistema acrilico polvere e liquido non ha bisogno di lampada fanno da “iniziatori” il calore cor-

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poreo e dell’ambiente . In questo settore cosmetico le aziende che usano prodotti con notifica al Ministero della Sanità, rispettando i termini di legge, sono una rarità ed il consumatore spesso non è consapevole delle conseguenze che l’impiego di sostanze non soggette a controllo può avere sulla propria salute e non pretende la sicurezza dei prodotti ne in campo estetico tantomeno in quello delle “unghie” Poche aziende che commercializzano i prodotti per le unghie notificano regolarmente i prodotti al Ministero della Sanità, avvalendosi della qualificata assistenza di laboratori o chimici abilitati in ambito cosmetico, che s’impegnano come direttori tecnici a valutare la non tossicità di ogni singolo ingrediente impiegato, garantendo la conformità dei prodotti ai requisiti di purezza e stabilità stabiliti dalla legge. Diffidate delle aziende che non offrono questa garanzia, che non assicurano esclusivamente la commercializzazione di prodotti con regolare notifica, conforme alla legge 713/86 ed alla Direttiva Comunitaria 76/768 ECC. Oltre alle SDS (schede tecniche di sicurezza) che vengono consegnate regolarmente dalle aziende produttrici, richiedete sempre le certificazioni


dei prodotti usati, fatelo per voi e per la cliente che crede nella vostra professionalità. Una ricostruzione con Tip di allungamento o allungamento con formina gel o acrilico, indicativamente va dai settanta ai 150 euro, un rinforzo sull’unghia naturale dai quaranta ai sessanta, un re fil dai cinquanta agli 80 euro. Questo lavoro richiede molta formazione, preparazione e abilità tecnica, ed è fondamentale che sia eseguito in condizioni igieniche rigorose. Infatti, se il lavoro non è ben eseguito, possono comparire muffe a seguito d’infiltrazioni di acqua. Peggiore ancora, se la superficie naturale dell’unghia è limata troppo, può essere compromessa la salute oltre alla struttura dell’unghia stessa. Per questo consiglio di diffidare di chi lavora in casa senza licenza e di rivolgersi a una professionista riconosciuta e autorizzata che ha avuto una formazione specializzante, senza fermarsi a chi offre il prezzo più basso». Parliamo di moda: quali sono gli imperativi del momento? «Allungamenti trasparenti da decorare con fantasia: strass, brillantini, decori tridimensionali o metallescenti. Per l’autunno inverno va il verde a quattro tonalità diverse. Se torturarsi le unghie (o alla peggio mangiarsele proprio) è un modo alternativo per smaltire l’aggressività e la timidezza represse, è ora di smetterla. Ora il beauty trend, più con la stagione anche se di nicchia, ha contagiato le sfilate firmate Dior, Lagerfeld, Galliano, Richmond, Moschino, Tracey Reese, Paul Smith, Prada, ecc... Le esagerazioni: unghie ben affilate in colori dark piuttosto aggressive. Ovviamente, nella vita di tutti i giorni, le tendenze vanno mediate per non farsi il vuoto in-

torno e per stare comode (digitare sul telefonino o computer non è il massimo della comodità). Così una buona ed esperta operatrice “onicotecnica “di applicazione e decorazione unghie fa delle creazioni esclusive e le unghie al nostro servizio e su misura, consiglia di scegliere le decorazioni più adatte alla personalità: piccoli cristalli e decori fatti a mano che nulla hanno a che fare con unghie artificiali già predecorate. E mai unghie troppo lunghe, sono volgari.

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lifeinstilesalute

e massaggio

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Ayurveda ayurvedico Nella “puntata”

precedente c’eravamo lasciati dicendo che nell’odierno numero avremmo affrontato il tema del massaggio in generale e del massaggio ayurvedico in particolare. Inizieremo con alcuni cenni storici per proseguire poi sul significato e sul valore del massaggio addentrandoci man mano in modo più approfondito su questa che più che una tecnica e da considerarsi un “arte”.

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I

l massaggio, la cui etimologia sembra derivare dalla parola araba “masso” che significa impastare, esercitare pressione, si può considerare nato contemporaneamente alla cita stessa, o per lo meno alla vita degli animali superiori e dell’uomo. Esso è iniziato infatti come azione istintiva; l’uomo che avverte un dolore in qualunque arte del corpo pone istintivamente la mano sulla parte dolente, la mantiene ferma esercitando una pressione o la muove eseguendo un frazionamento, a seconda dei casi. Nel corso dei secoli, i tabù, i divieti, le sovrastrutture connesse al progresso ed alla civiltà, hanno annullato o parzialmente bloccato molti atti naturali suggeriti dall’istinto, ma l’auto massaggio ora descritto, rappresenta un residuo di naturale istintività cui l’uomo tuttora ricorre come forma di autoterapia. L’azione terapeutica delle mani ha avuto una grande importanza nel mondo antico, essa era già ampliamente praticata dagli Egizi, dagli Indiani, dai Cinesi, dai Sumeri e dai Babilonesi ed assunse agli onori di un vero e proprio rito nel periodo Greco-Romano. Gli orientali detengono un primato anticipativo; in India il massaggio venne codificato in alcuni testi che risalgono al 2° millennio A.C. ed in questo caso si tratta da un lato di tecniche da utilizzare all’interno di una coppia e dall’altro pratiche da utilizzare per la preparazione di guerrieri alla battaglia e per la cura e la riabilitazione. Il massaggio Ayurvedico propriamente detto è stato descritto nei testi classici della “disciplina” nei “tre grandi”, scritti dopo il 1000 A.C., il Charaka Sammita, il Sushruta Sammita e l’Amstanga Hridaya. In Cina circa 3000 anni fa un

gruppo di sacerdoti formulava nell’opera “Cong Fou” le norme per il massaggio razionale che aveva l’obbiettivo di creare un’armonia più alta fra il corpo e l’anima. I medici greci e romani tennero sempre in alto onore la pratica del massaggio riconoscendole pregi curativi notevoli ed inoltre virtù positive anche nell’ambito della sfera “psichica”. Gli atleti dell’antiche olimpiadi e degli altri giochi sportivi non scendevano nell’arena senza essere prima passati sotto le mani d’abili operatori di massaggio. Prima della competizione l’atleta veniva massaggiato con oli e

creme aromatiche per riscaldare i muscoli; nel corso delle gare, tra una competizione e l’altra, un assistente, che nella maggior parte dei casi era lo stesso massaggiatore, lo detergeva dalla polvere, dal sudore, dal grasso, al termine l’atleta faceva un bagno in acqua calda ed aromatizzata, quindi veniva massaggiato a lungo per espellere le sostanze tossiche accumulatesi nei muscoli affaticati. I patrizi greci prima e quelli romani poi, passavano intere mattinate a curare il corpo in bagni di vapore e massaggi. Anche nei templi eretti in onore di Esculapio (nome romano del

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Dio Greco Asclepio, patrono della medicina) si praticavano a scopo igienico terapie basate su diete, bagni ed esercizi ginnici nei quali il massaggio non rappresentava soltanto la naturale conclusione, bensì una parte integrante, condizione indispensabile per ottenere i massimi risultati. Nell’epoca di maggiore splendore della civiltà romana si fece strada il concetto di massaggio a scopo estetico, praticato da abili schiave alle nobili romane sul viso e sul corpo con l’impiego dei prodotti più raffinati dell’antica cosmesi. I romani che avevano il culto dell’igiene e della salute costruirono grandiose terme con piscine e bagni di vapore, cui poteva accedere tutta la popolazione, senza distinzione di ceto o di classe. Nel medioevo l’oscurantismo che adombrò molti campi dell’esistenza influenzò negativamente anche il concetto igienico della persona con l’inevitabile decadimento dell’arte del massaggio, seguirono periodi alterni in cui tale arte non ebbe la possibilità di affermarsi. Il massaggio, nel nostro contesto culturale e sociale è stato riportato in auge nella medicina moderna con l’affermazione delle cure naturali avvenuta all’inizio del ventesimo secolo e ulteriormente decaduto, nella civiltà occidentale, a metà del secolo scorso con il dilagante affermarsi della terapia farmacologia a base di compresse, sciroppi, fiale, ecc. Tuttavia ci si è resi conto che trattare la malattia come un nemico di cui ci si deve liberare il prima possibile perché ci fa star male, ci fa soffrire, ci deprime e debilita non è sempre l’approccio più funzionale alla guarigione. Intervenire sul sintomo cercando di neutralizzarlo è solo una delle possibilità e spesso è assolutamente sensato alleviare il dolore o un malessere per arrecare sollievo


o intervenire chirurgicamente prima che un appendicite degeneri in peritonite e mette parzialmente in pericolo la vita della persona portatrice di tale patologia. Tuttavia si è perduta la consapevolezza che questo modo d’agire alimenta la cultura dell’intervento dolo in caso d’emergenza, solo nel caso in cui la maggior parte del danno è già stato compiuto. Mi spiego meglio con un esempio: Se mentre stiamo andando in automobile ci si accende la luce che segnala che l’olio per lubrificare i pistoni sta subendo un calo vertiginoso, vi sembrerebbe sensato risolvere il problema smontando la spia e togliendo la lampadina così che vi togliete il fastidio di vederla lampeggiare? Tutti risponderemmo che è un modo assai bizzarro o piuttosto inconsapevole per risolvere il problema. Eppure con la malattia ci comportiamo con questa inconsapevolezza, non utilizzandola come un’alleata per capire cosa realmente ci sta comunicando, ma come un nemico da neutralizzare il prima possibile. Sia chiaro, questo non significa disconoscere o addirittura disprezzare tutte le significative e grandiose conquiste della medicina ad indirizzo “allopatico”, ma piuttosto utilizzarla ed integrarla con una visione più allargata, forse più impegnativa, forse più faticosa, ma sicuramente più consona alla nostra dignità di persone che posseggono si un corpo, ma anche una struttura energetica, un mondo emotivo, una sfera mentale ed una dimensione animico-spirituale. Se è troppo “utopistico” per qualcuno intraprendere un viaggio verso la guarigione secondo questa ottica non si può negare che l’uso, spesso l’abuso, di farmaci comporta l’assunzione di sostanze (principi attivi) che se da un

lato vanno a lenire sintomi sgradevoli e dolori insorti in una specifica parte del corpo, dall’altro ne fanno insorgere altrettanti in altre sedi del corpo stesso. Ci si è accorti che i così detti “effetti collaterali” possono condurre a gravi danni degenerativi il cui prezzo più alto è pagato dall’apparato cardiovascolare, dal fegato e da altri importanti organi, con grave danno alla salute. Nell’odierna fase di rivalutazione delle terapie naturali il massaggio ha riconquistato molte delle posizioni perdute, sebbene ancora molta strada ci sia da fare perché esso abbia tra le persone la diffusione che merita.

saggio. L’elemento recettore del senso del tatto è rappresentato dalla pelle, l’organo più esteso e fra i più sensibili del corpo. L’essere umano può vivere cieco e sordo, insensibile agli odori o ai sapori, ma non può sopravvivere senza pelle. Nell’adulto la pelle ha una superficie di oltre 1,8 metri quadrati e costituisce tra il 16% ed il 18 % del peso totale del corpo, protegge gli organi interni dalle ferite e dall’intrusione di sostanze esterne, regola la temperatura ed è il supporto per il rinnovamento cellulare, reagisce alle influenze esterne come luce, umidità e calore ed a quelle interne legate alle emozioni che ci pervadono, è quindi capace di percepire. La percezione tattile si estende a tutta la superficie della pelle, dalla pianta dei piedi alla punta delle dita delle mani, che sono dotate di una sensibilità straordinaria. …. Continueremo questo argomento nella prossima puntata.

Significato e valore del massaggio. Il tocco delle mani può assumere molti significati; vicinanza, calore, rassicurazione di non essere soli, affermazione del senso della propria esistenza e del proprio valore ecc. E’ un modo estremamente semplice di comunicare, cui tutti noi facciamo ricorso spontaneamente e con un po’ d’impegno possiamo trasformare questo talento naturale in una capacità terapeutica creativa attraverso l’apprendimento dei movimenti basilari del mas-

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A cura di: Chiara Benuzzi Operatrice di massaggio Ayurvedico 320.222.72.93 Bibliografia: MASSAGGIO AYURVEDICO di S.V. Govindan edizioni Mediterranee AYURVEDA MAHARISHI di Ernesto Iannacone edizioni Tecniche Nuove MASSAGGIO E LINEA di Marcello Brunetti edizioni Mediterranee IL LIBRO DELLE COCCOLE di M. Barth, U. Markus Red edizioni.


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INTERNATIONAL SCHOOL OF BRESCIA moving on Prosegue il nostro viaggio per il mondo in lingua inglese, accompagnati da IS Brescia. Una scuola all’avanguardia, attrezzata per vivere il futuro.

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International School of Brescia continua a guidare i nostri lettori nel mondo anglofono e anche questo mese ci propone un viaggio in un paese nuovo, consentendoci al contempo di verificare il nostro inglese, grazie ad una delle sue insegnanti madrelingua. La cultura che IS offre alle famiglie che affidano i loro bambini al percorso formativo, include l’impegno a rendere più vicini mondi che possono apparire lontani. Per questo motivo l’insegnamento non solo si avvale della filosofia pedagogica IBO (International Baccalaureate Organization) e della collaborazione continua della International School of Milan (fondata nel 1958), ma pone attenzione alle nuove tecnologie, favorendone l’accesso anche ai più piccoli. Ogni classe è dotata di una lavagna interattiva multimediale, in gergo definita LIM, che ha le dimensioni di una tradizionale lavagna di-

dattica, ma sulla quale è possibile intervenire operando sia come se fosse una lavagna tradizionale, sia come personal computer, del quale riproduce lo schermo. Pertanto, accanto al classico paradigma didattico centrato sulla lavagna, è possibile estenderne uno proiettato al futuro e alle nuove generazioni, grazie all’integrazione multimediale con accesso ad internet e software didattico condiviso. La lavagna LIM viene utilizzata per disegnare (con pennarelli virtuali), ma anche per apprendere la lingua inglese interattivamente e in maniera divertente, grazie – ad esempio - a filmati e canzoni in modalità karaoke! La crescita socio pedagogica integrata è proiettata al futuro e rivolgendosi a bambini dai 30 mesi in su, sia italiani sia madrelingua inglese, garantisce un percorso formativo fino ai 19 anni, che è estremamente attento allo scenario tecnologico internazionale.

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Ovviamente anche l’interazione con strumenti di nuova generazione avviene con l’ausilio di preparati insegnanti madrelingua, al cui quotidiano lavoro si affianca un’ora e mezza di lezione in italiano, per garantire una completa integrazione con il contesto locale. E’ ora il momento di viaggiare e di studiare! Buona lettura! Con l’anno scolastico 2010/2011 saranno attive la classi dai 3 ai 7 anni (kindergarten, transition, 1° grade, 2° grade). International School of Brescia Abbott Academy Srl Via Don Orione, 1 25082 Botticino (Brescia) Tel. +39 030 2191182 Fax +39 030 3369502 info@isbrescia.com www.isbrescia.com


My name is Kirstie McGill, I am twenty-six, and I originate from a small, coastal town in Scotland, which is called Gourock. My town is famous in Scotland, as during the mid part of the last century many people took trips ‘doon the water’ (1) . This was when factory workers from Glasgow boarded paddle steamers (2) and took weekend trips to Gourock. Here they enjoyed walks along the promenade and enjoyed the fresh sea air, which was a relief from the smog of the city.

I have wonderful memories from my hometown; however my favourite is the beautiful view of the Argyll Peninsula. The tumbling green hills rolling into the Firth of Clyde is a sight not to be missed. I completed my Bachelors Degree in Education at the University of West Scotland. During my time there, I was fortunate to be chosen to participate in the Erasmus exchange programme. This allowed me to study and teach in Bordeaux. During my time there, I decided that my true passion was to teach in the International environment. After completing my training, I worked in a bilingual school in Scotland. There the children had

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the opportunity to learn Scottish Gaelic. I enjoyed the challenge of supporting children whose first language was not necessarily English. Following a year teaching English in Padova, I found my true calling teaching in the International School of Brescia. Helping to set up a new school is an adventure, which I have found to be both exciting and enjoyable. I love coming into work every day and teaching my wonderful class. My students’ enthusiasm to learn and their ability to speak English are exceptional. This is especially true considering that I am the Kindergarten teacher here. I am also very lucky to be sur-


rounded by such a hard-working and motivated staff as, in teaching, it is important to have a solid and friendly team. I have met colleagues here that I can truly say will be friends for life. Working with small children, for me, is the most worthwhile job in the world. Like setting up a new school, every little step has to be thoroughly thought out, but the end result is nothing short of spectacular! (1) Doon the water: espressione colloquiale scozzese: “fare una gita al mare” (2) Paddle steamers: “barche a vapore” Kirstie McGill 95


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LIFEINSTILE A VINITALY 2010:

IL RILANCIO DI CONTI BETTONI CAZZAGO Trecento anni di tradizione vitivinicola rinascono in un approccio di nuova generazione. Nuovo approccio, nuove cuvée e un innovativo progetto di agricoltura biodinamica.

Quest’anno abbiamo deciso di portare con noi i nostri lettori alla più importante manifestazione della viticoltura, appuntamento imperdibile per gli amanti del settore, ma anche per tutti quelli che intendono approfondire un’antica arte, quella del fare vino. Ci siamo così imbattuti in una storica cantina franciacortina, Conti Bettoni Cazzago, viticoltori dal 1701 e che quest’anno si sono presentati con una nuova gestione, la cui filosofia è molto attenta sia alla tradizione sia all’innovazione. Mentre assaggiavamo le sue nuove cuvée, sviluppate in collaborazione con gli enologi Cesare Ferrari e Alessandro Santini, abbiamo scambiato due parole con l’amministratore unico, Matteo Ortalda e con il responsabile commerciale, Alessandro Terragnoli. “Abbiamo investito molto in questi anni – sottolinea Matteo Ortalda – dando il via ad una pro-

fonda ristrutturazione aziendale. Abbiamo ottimi vigneti con uve Chardonnay e Pinot di alta qualità e crediamo che la nostra sia una realtà che debba ancora pienamente esprimersi. Crediamo nella cultura del buon vino e miriamo alla massima efficienza in ogni processo interno, senza lesinare in tecnologia, ma ricordando la tradizione secolare che ci ricorda anche la nostra sede, la settecentesca villa di Cazzago S. Martino, con i suoi 15 ha di vigneti” Un approccio innovativo, che ci incuriosisce e ne chiediamo di più ad Alessandro Terragnoli: “Siamo qui per presentare i nostri nuovi BRUT DOCG, SATEN DOCG e BRUT MILLESIMATO 2004 DOCG, ma credo che vi interessi sapere del nostro progetto destinato al vigneto di 3,6 ha interamente cinto da mura originali dell’anno mille, che prende il nome di “Brolo” di Palazzo Cazzago. Un vero 97

gioiello in Franciacorta, che molti ci invidiano e con il quale intendiamo reinterpretare il “Clos” Francese in chiave Franciacortina. Lo abbiamo reimpiantato nel 2009, con una grandissima attenzione alle selezione dei cloni utilizzati ed alle tecniche di impianto. Non posso ancora dirvi quando, ma l’obiettivo è quello di un grande Franciacorta biodinamico”. Da cultori del benessere e dell’attenzione ai processi naturali, non potevamo non rimanere colpiti da questo incontro e da questi progetti, che certo danno ancor maggiore lustro alla tradizione franciacortina. Salutiamo Conti Bettoni Cazzago, felicitandoci del ritorno di una così grande cantina, e ci diamo appuntamento per una futura occasione. Sempre con il benestare di Bacco!


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HM Senior Comunicare non ha età Il cellulare semplice e sicuro per gli utenti senior Con questo numero continuiamo una rubrica, quella sulla telefonia, prestando questa volta attenzione ad un prodotto più particolare e sicuramente utile: l’HM Senior di Hop Mobile, il primo telefono facile e pratico studiato per la terza età. Il telefono cellulare è diventato ormai strumento indispensabile per la nostra quotidianità, ampliando la nostra mobilità, permettendoci di essere sempre raggiungibili. Paradossalmente la telefonia mobile si è imposta anche su quelle categorie meno predisposte all’utilizzo della tecnologia. Così i nostri genitori e nonni si sono dovuti abituare a prefissi quali 333, 348, 320, a chiamarci sul telefonino e non a casa, a sentire voci come “il cliente da lei chiamato non è raggiungibile”. Un cambiamento non indifferente per chi a volte ha vissuto parte della propria vita senza telefono fisso, ma ormai indispensabile, anche e soprattutto per questioni di sicurezza.

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La tecnologia mobile, infatti, oltre a servire per comunicazioni di lavoro, tenerci in contatto con amici vicini e lontani o alimentare i primi innamoramenti via SMS tra adolescenti, ci rende sempre (o quasi) raggiungibili e ci permette di raggiungere chiunque in ogni luogo e momento. Aspetto essenziale se si pensa ai moltissimi anziani che vivono da soli, che ancora indipendenti e in salute viaggiano, vanno a fare la spesa o dal dottore, a trovare il nipote o l’amico o che purtroppo indisposti fanno fatica a muoversi, sono soggetti a ricoveri ospedalieri, a visite mediche o che semplicemente affrontano con nuova sensibilità e condizione fisica anche i piccoli-grandi problemi causati dall’influenza stagionale. Sono forse loro le persone ad avere più bisogno della telefonia mobile e allo stesso tempo quelle più lontane da questa. Fin’ora. Per loro e per la loro sicurezza e benessere Hop Mobile, azienda bresciana capitanata da Ermanno Dionisio, ha creato un semplice telefono cellulare, denominato HM Senior, in grado di rispondere ad ogni loro esigenza. Chiarezza. Tasti grandi con numeri ben visibili stampati in bianco su fondo nero. Display con semplice visualizzazione del numero che si sta componendo o che ci sta chiamando, con caratteri chiari e grandi. Semplicità. Un tasto verde per effettuare la chiamata e rispondere alle chiamate entranti. Un tasto rosso per interrompere le comunicazioni. Un unico tasto laterale

per bloccare e sbloccare la tastiera. Comodità. Il telefono pesa solo 85gr e ha dimensioni contenute e comode anche per le mani meno sicure (104x49x12 mm) e tasti ben divisi al tatto per le mani meno sensibili. Sicurezza. Un unico tasto sul retro con funzione di SOS per le situazioni di emergenza o malessere. Per chiedere aiuto è sufficiente premerlo, il vivavoce si inserisce automaticamente in modo che l’anziano non sia costretto a tene-

gio estraneo, di provare disagio nell’avere difficoltà a vedere numeri e display o a premere i tasti corretti. Un cambiamento dunque positivo da parte della tecnologia in rapporto agli anziani, che nel nostro paese sono oltre 11 milioni (over 65), che dimostra qui di essere più attenta alle categorie “deboli”, ai loro bisogni di comunicare, di socializzare, di sentirsi sicuri, impegnandosi a migliorare il loro benessere. E anche il nostro in qualità di figli e nipoti. Potete trovare il telefono cellulare HMSenior e gli altri prodotti Hop Mobile sul sito internet www.hopmobile.net oppure consultate la sezione Distribuzione per scorrere l’elenco dei negozi nella nostra provincia ed in tutta Italia. Numero verde 800 71 40 10.

re in mano l’apparecchio e questo chiama in automatico progressivamente i 4 numeri scelti dalla persona in caso di necessità. Completezza. Nonostante l’essenzialità di questo prodotto, non manca uno strumento utilissimo che ne aumenta la sicurezza, quale la torcia, e per i più esigenti ed intraprendenti un tasto laterale che attiva la radio in vivavoce. Un apparecchio che garantisce dunque tranquillità e comfort all’utilizzatore, evitando ansie di confrontarsi con un oggetto nuovo, di dover imparare un linguag-

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<<Le parole sono come pallottole.>> Wittgenstein

magia della comunicazione “La parola è un potente sovrano, ha il potere di troncare la paura, togliere il dolore, infondere gioia, aumentare la compassione”, Gorgia. Per Protagora un “collega” di Gorgia: l’uomo è misura di tutte le cose. Vale a dire che non esiste una realtà indipendente dal modo in cui la si pensa. Il pensiero ha permesso agli esseri umani di costruire scenari mentali estremamente sofisticati, utili per

prevedere il futuro e per pianificarlo con efficacia. Questi scenari mentali possono non corrispondere alla realtà esistente fuori dalla mente, anzi, ad essere rigorosi, non vi corrispondono mai: non sono mai riproduzioni fedeli del mondo esterno bensì il risultato di rilevanti distorsioni, dovute ai limiti intrinsechi della nostra fisiologia: si pensi alle illusioni ottiche e ai processi di semplificazione

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con cui il nostro cervello evita di analizzare minutamente ogni cosa come se non l’avesse mai incontrata prima. Questo è lo scarto tra il mondo reale, fisico ed i modelli del mondo, cioè le rappresentazioni interne della realtà. Esiste dentro di noi la tendenza a non vedere le cose che contraddicono l’idea che ci siamo fatti della realtà: da questo punto di vista siamo tutti pigri, al punto che ci siamo inven-


tati il detto “l’eccezione conferma la regola”. Prendiamo in considerazione un esperimento di etologia, la scienza che si occupa di studiare gli animali nel loro ambiente naturale. Le tacchine sono buone madri, affettuose, protettive e attente. Tutto questo comportamento materno viene messo in moto da una sola cosa: il “cip-cip” dei pioccoli. Se il piccolo fa “cip-cip” la madre si prende cura di lui, altrimenti lo ignora o addirittura lo aggredisce. Fino a che punto le tacchine si basano su questo unico suono lo ha messo in luce M.W. Fox ( Concepts in ethology: Animal and human behavior, University of Minesota Press, Minneapolis, 1974) in un esperimento con una mamma tacchina e una puzzola impagliata. Per una tacchina con i cuccioli la puzzola è un nemico naturale, accolta con beccate furiose: bastava avvicinarle con un filo l’animale impagliato, perché la tacchina lo aggredisse con violenza. Ma se dentro la stessa puzzola impagliata era nascosto un registratore che emetteva il “cipcip” dei piccoli tacchini, ecco che la madre non solo l’accettava ma la prendeva sotto l’ala. Spegnendo il registratore, l’attaccava di nuovo. Prima di ridere compiaciuti della facilità con cui gli animali si lasciano ingannare da certi segnali scatenanti, mettendo in moto reazioni del tutto inadatte alla situazione, è bene che ci rendiamo conto di due cose. Primo gli schemi fissi di questi animali funzionano benissimo nelle grande maggioranza dei casi: ci vuole la malignità di uno scienziato per far sembrare stupida la sua risposta automatica. La seconda cosa importante da capire è che anche noi abbiamo i nostri

programmi preregistrati. Le sequenze comportamentali automatiche umane sono generalmente apprese anziché innate, sono più flessibili e sono attivate da un maggior numero di segnali. Questa analogia di automatismo tra l’uomo e gli animali inferiori è dimostrata da un esperimento di Ellen Langer, psicologa a Harvard. Un principio del comportamento umano noto a tutti dice che, se chiediamo a qualcuno di farci un favore, l’otterremmo più facilmente se forniamo una qualche ragione: alla gente piace avere delle ragioni per quello che fa. Nell’esperimento della Langer, si chiedeva un piccolo favore a delle persone in coda alla fotocopiatrice di una biblioteca: “Scusi, ho 5 pagine. Posso usare la fotocopiatrice, perché ho una gran fretta?”. L’efficacia di questa richiesta con spiegazione è stata quasi totale: il 95% l’ha lasciata passare avanti nella fila. Mentre con la semplice richiesta: “Scusi, ho 5 pagine. Posso usare la fotocopiatrice?”. In questa situazione acconsentiva solo il 60%. A prima vista sembra che la differenza decisiva fra le due formule sia l’informazione aggiuntiva contenuta nelle parole “perché ho una gran fretta”. Ma si è dimostrato con una terza formula che le cose non stanno esattamente così, “Scusi, ho 5 pagine. Posso usare la fotocopiatrice, perché devo fare delle copie?”, il risultato era ancora una volta del 93%. Quindi come il “cip-cip” dei pulcini mette in atto una risposta automatica della mamma tacchina, così la parola magica “perché”, faceva scattare una risposta automatica di acquiescenza da parte dei soggetti, anche se dopo il “perché” non seguiva nessuna ragione particolarmente decisiva. Tutti noi, ogni giorno, per difenderci dal continuo bombardamen-

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to di stimoli provenienti dall’ambiente sempre più complesso e mutevole in cui ci muoviamo, ricorriamo ai nostri stereotipi, alle nostre regolette sommarie per classificare le cose in base a pochi elementi chiave e poi rispondere senza pensarci su, mettendo in atto un comportamento automatico. Nella pubblicità ad esempio si sfruttano questi automatismi, uno dei più diffusi: “COSTOSO = BUONO”. La regola che sottende questo stereotipo? Si ha per quel che si paga, il prezzo diventa un segnale di qualità. Noi siamo adoratori di immagini, dediti ad atti impulsivi e compulsivi, rispondiamo a simboli, manipolati e reiterati e non alla razionalità: comperiamo bellezza, non sapone, vitalità, non arance, prestigio non automobili!

<<Tutto va imparato non per esibirlo, ma per utilizzarlo>> G.Lichtenberg

Dott. Eros L. Parise


lifeinstilenews

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il Polittico Averoldi di Tiziano nella Chiesa dei Santi Nazaro e Celso Olio su tavola, cm 280 x 270 1520-1522, Brescia a cura di Ro.c.Ce

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ome diverse chiese della città, anche la basilica di S. Nazaro, che si trova in via Matteotti, custodisce diversi capolavori tra cui, sull’altare maggiore, il polittico raffigurante la “ Resurrezione di Cristo”, unica opera di Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1480’85 Venzia 1576) rimasta a Brescia. Commissionata per duecento ducati da Altobello Averoldi, potente nunzio pontificio a Venezia, l’opera fu realizzata da Tiziano tra il 1520 e il 1522, in un arco di tempo segnato da altri due capolavori realizzati per la chiesa francescana di S. Maria Gloriosa dei Frari a Venezia: “L’Assunta” (1516-18) e “La Pala Pesaro” (151926). Il Polittico, sistemato sull’altare maggiore, sembra in presenza dello stesso Tiziano, nonostante l’anacronistica divisione in scomparti (richiesta probabilmente dal comittente) è considerata un’opera di passaggio da una fase giovanile, più legata a Giovanni Bellini e Giorgione, verso una più compiuta maturità e disinvolta autonomia nell’uso del mezzo pittorico. L’opera, in origine coperta da due ante che venivano aperte solo nei giorni festivi, è attualmente impaginata in una cornice neoclassica disegnata da Rodolfo Vantini (noto tra l’altro per il progetto del cimite-

ro monumentale di via Milano a Brescia), frutto del primo importante restauro effettuato alla fine del 1700. Lo stato attuale dell’opera è frutto dell’ultimo restauro terminato nel 1991, dove si è proceduto oltre che alla pulitura delle tavole, alla colmatura delle lacune dovute alle cadute della pellicola pittorica e alla disinfestazione da insetti xilofagi. Il dipinto, di forma pressoché quadrata, è strutturato su linee diagonali, dove tutte le figure rap-

presentate sono in rapporto con quella del Cristo. Questo schema compositivo sarà adottato da Tiziano in diverse ope-

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re nel corso del tempo, così come il taglio dei personaggi nei riquadri che crea un effetto di espansione nello spazio circostante. Il Polittico Averoldi sarà un punto di riferimento per artisti come Romanino e Moretto che rielaboreranno in modo autonomo le novità linguistiche del grande maestro e che non resteranno, per i caratteri luministici e visionari, indifferenti nemmeno a un genio come Caravaggio. LA PARTE CENTRALE Illuminato da una luce divina, incongrua rispetto a quella del sole nascente, il Cristo risorto (simile nella fisionomia del volto a S. Sebastiano e, per alcuni, autoritratto dell’ artista stesso) si libra, lieve e forte, nell’aria. Mosso da un vento purificatore, in un’ ambientazione dal gusto visionario, con le guardie del sepolcro come unici testimoni della potenza del soprannaturale. Il Cristo dipinto da Tiziano è l’esaltazione del messaggio teologico della resurrezione. L’Annunciazione è l’unica scena del Polittico ambientata in un interno. Orientata in una prima stesura in modo opposto a quello attuale (visibile nelle radiografie dell’ultimo restauro del 1991), è caratterizzata dall’Arcangelo Gabriele che mostra il cartiglio con il divino annuncio, ambientato in un notturno dove spicca il panneggio


bianco. La Vergine annunciata, simile nei tratti ad altre dipinte da Tiziano in quegli anni (forse con la stessa modella), è l’emblema dell’umile sottomissione della Madonna al disegno divino. Gli abiti, dai colori fortemente contrastanti (rosso e verde), ne esaltano la luminosità. Il leggio di legno - ricordo della lettura bruscamente interrotta - e la posizione della figura vista lateralmente, contribuiscono a creare una maggiore profondità nella scena. GLI SCOMPARTI LATERALI Nello scomparto di sinistra è ritratto il committente inginocchiato in primo piano e i Santi a cui è consacrata la chiesa: San Celso con la corazza (forse un riferimento a san Liberale della “Pala di Castelfranco” di Giorgione) e San Nazaro. San Sebastiano, nello scomparto a destra dell’osservatore, si ritiene essere la prima tavola eseguita dall’artista. Colpito da un’unica freccia, con il corpo inerme e tragicamente trattenuto da una corda, per la posizione e la definizione anatomica è per molti storici una citazione di Tiziano ai “Prigioni” di Michelangelo, ora al Louvre. Sul frammento di colonna dove è appoggiato il piede del Santo, che sancisce la vittoria del cristianesimo sul paganesimo, la firma di Tiziano e la data di esecuzione. In basso a sinistra, in lontananza e immerso nella natura, un angelo cura la gamba di San Rocco dalle

piaghe della peste. I SANTI San Sebastiano: guardia pretoriana dell’Imperatore, fu condannato a morte da Diocleziano (IV sec.

d.C.) dopo la sua conversione al cristianesimo. Generalmente rappresentato legato ad una colonna e con il corpo crivellato da frecce, simbolo della peste fin dal paganesimo. Il

Santo, protettore dalle pestilenze, secondo la leggenda sopravvisse alle ferite infertegli dalle frecce e fu in seguito gettato, per ordine dell’Imperatore, nella Cloaca Maxima. San Nazaro (37-76 d.c.): magistrato romano convertitosi al cristianesimo, lascerà Roma e andrà a predicare il Vangelo per il mondo; a Ginevra gli verrà affidato il giovane Celso. Tornato in Italia, a Milano, sarà decapitato insieme al suo discepolo. I corpi, ancora incorrotti, furono ritrovati da Sant’ Ambrogio, tre secoli dopo. San Rocco (13481350 Montpellier – Voghera 13761379): dopo aver rinunciato ai beni paterni, di ritorno da un pellegrinaggio a Roma, si ammala di peste. Sarà curato da un angelo e nutrito da un cane che gli fornirà il cibo. Dopo la sua guarigione, cade vittima di un complotto, denunciato come spia e incarcerato. In seguito viene ritrovato morto nella sua cella. Il culto di San Rocco come protettore dalle pestilenze si affermò solo nei primi decenni del XV secolo.

RO. C CE. Aprile 2010

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lifeinstileviaggi

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DOVE INIZIA LA PRIMAVERA Di Veronica Del Punta

La capitale della Catalogna si esalta in questo periodo dellâ&#x20AC;&#x2122;anno: respirate profondamente e lasciatevi trasportare nei suoi mille mondi.

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ra i principali porti del Mediterraneo occidentale, Barcellona è punto di incontro tra il mondo ispanico e quello continentale, quasi fosse una cerniera culturale che tutto raccoglie e tutto rielabora. Scelta dai romani, che fondarono l’antica Barcino ancora visitabile nel suggestivo Museu d’Historia de la Ciudad, accolse poi influssi della dominazione araba e contribuì a formare personaggi fondamentali della storia cristiana, come Gerberto d’Aurillac, che divenne Papa Silvestro II, il Papa dell’anno Mille. Si dice che Colombo venne accolto da Isabella d’Aragona dopo i suoi viaggi nelle Americhe proprio a Barcellona e allora iniziamo la nostra visita nei pressi del monumento eretto a ricordo di quell’incontro, il “monumento a Colon”. Vi giungiamo dopo aver attraversato la famosa e sempre “movida” Rambla. E’ stata l’occasione per rinfrescarci con del zumo tropicale al mercato cittadino di St Josep, la Boqueria, coloratissimo e ricco di ogni mercanzia fresca: un reparto per frutta e verdura, uno per il pesce e uno per carni e salumi. Il tutto quotidianamente disposto in ordinate e sceniche bancarelle. Da non perdere!

Proseguiamo quindi verso la nuovissima “Rambla del mar”, una piattaforma in legno che avvolge il porto vecchio della città e invita a proseguire per il lungomare della Barceloneta. Saltimbanchi, artisti, musicisti: molti sono impegnati a rallegrare la stretta e lunga via che separa la zona urbana dalla libera spiaggia, dove già si accalcano giocatori di beach volley,

ragazzi in cerca della tintarella e persino indomabili surfer. In effetti, il vento non fa mai mancare buone onde fino a riva. Per quanto ci riguarda, mentre centinaia di runners ci sfilano accanto, cerchiamo uno Xiringuito, un locale

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sul mare, dove assaggiare piatti di pesce freschissimo. Optiamo per un affollato e vivace ristorantino affacciato sul porto olimpico, non molto lontano dalla scultura a forma di pesce alato frangisole di Franck O.Ghery, che inonda la città con i colori del tramonto. Una tapa di polipo e una cerveza fresca e torniamo come nuovi! Il tiepido sole e la costante brezza dal mare aprono i pori della pelle, rinvigorendo in maniera naturale il nostro pomeriggio alla volta del Barrio Gotico, il cuore antico e medievale di Barcellona. Stretti e angusti vicoli nascondono angoli di immutata e silenziosa bellezza, come la piazza di San Felipe Neri con la sua fontana arabeggiante, o la piazza del Pi con la sua chiesa medievale. Preamboli alla affascinante Cattedrale di Santa Eustalia con un lussureggiante chiostro interno, capace di rispedirci indietro di secoli (fu costruita tra il XIII e il XV secolo). Appena fuori alzate gli occhi e scorgerete il cosiddetto “Ponte dei sospiri” che collega le vecchie abitazioni dei canonici con il Palau de la Generalitat, simbolo dell’identità politica catalana (il ponte è anche detto Arco Gotico e sta in calle Bisbe). E’ uno dei tanti luoghi in cui Ruiz Zafon ambienta i suoi romanzi. Altri se ne trovano


nella vicina Ribera: un quartiere vivo quanto il Barrio, che pulsa attorno alla stupenda Basilica de Santa Maria del Mar, che secoli addietro era bagnata dalle onde del mare. Questa è la Barcellona di un tempo, i cui pescatori consideravano il centro del mondo. Qui

stanno alcune delle botteghe più datate, come El Rey de la Magia, incredibile negozietto con trucchi e giochi di illusionismo che resiste da oltre 100 anni, ma anche alcuni dei palazzi più suggestivi. Tra questi la villa che ospita il Museo

Picasso o il cortile in cui ammirare i pezzi del Museo Sudamericano, nell’abbraccio continuo di palme e pietre secolari. Le vie della Ribera pullulano di locali. Per un aperitivo consigliamo lo storico e caratteristico El Xampanyet (in Calle Moncada al n°22) oppure il nuovissimo ristorante del Museu Textil, la cui cucina abbiamo inaugurato come primi ospiti! Proseguendo verso il mare, prima di ricongiungerci con Barceloneta, incontriamo forse il miglior ristorante di pesce della città, ottimale per chiudere questa magica giornata: il Cafè de le 7 Portes, inaugurato nel 1836, con la sua superba paella catalana. Domani sarà la volta di Gaudì, di casa Battlò, del Park Guell e di quella stupenda opera mai conclusa che è la Sagrada Familia. Ma ora ci sono solo le stelle che si riflettono sul mare, quasi a tenere il ritmo di una città tanto movimentata quanto struggente. Ce lo ricorda Xavier Coll, con le sue note “toccate” su chitarre spagnole del XVI secolo, nella chiesa di Saint Jaume. Il weekend è finito, ma la prima111

vera è iniziata, grazie a Barcellona.


Galleria dellÕ Incisione Via Bezzecca 4 - 25128 Brescia Tel. 030-304690 - Fax 030-380490 www.incisione.com - email: galleria@incisione.com

COMUNICATO STAMPA

Ottavio Tomasini Lungo il Niger INAUGURAZIONE

Gioved“ 20 maggio 2010, ore 18.00 DURATA

20 maggio 2010 Ð 8 giugno 2010 ORARI

Dalle 17:00 alle 20:00 - Chiuso il luned“ SEDE

Galleria dell!Incisione Via Bezzecca, 4, Brescia www.incisione.com

Una trentina di fotografie accuratamente selezionate documentano il viaggio che il fotografo Ottavio Tomasini ha compiuto tra il dicembre 2009 e il gennaio 2010 con lo sportivo bresciano Aldo Mazzocchi, navigando sul fiume Niger attraverso il Mali. Questo tratto di fiume, che va dalla Guinea al Niger toccando Kangaba, Bamako, Koulikoro, S• gou, Mopt“ , Niafounk• , la mitica Tombouctou, Gouma-Rharous, Ourem, Gao e Ansango, snodandosi nella culla delle antiche civiltˆ

del Mali, rappresenta la parte pi•

affascinante e

magica dellÕ intero corso dÕ acqua. Le immagini scelte rappresentano uno spaccato della vita delle trib•

e dei villaggi che

vivono lungo le sponde del fiume, unica fonte vitale del paese, e riflettono l'aspetto antropologico ed etnico di questo viaggio. Con le sue fotografie Tomasini offre una serie di suggestive immagini i cui colori, volti, e situazioni rappresentati restituiscono tutta la ricchezza e la feconda diversitˆ

culturale delle

trib• del Mali. Questa • la prima mostra del fotografo bresciano e fa parte di un progetto pi• ampio che presenterà alla città il suo intero percorso fotografico.

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lifeinstilesalute

“SICUREZZA E QUALITA” Il forte impegno dell’Azienda Ospedaliera di Desenzano del Garda Grazie alla importante opportunità offerta dalla direzione di LIFEINSTILE, vogliamo portare a conoscenza dei lettori il forte e costante impegno intrapreso dall’Azienda Ospedaliera di Desenzano del Garda per garantire sicurezza e qualità nell’erogare le prestazioni richieste dai cittadini/pazienti. L’Azienda Ospedaliera nel quotidiano si trova a gestire processi di diagnosi e cura, che richiedono una articolata rete di protezione nei confronti dei pazienti seppur in un momento di risorse sempre minori, quindi efficacia ed efficienza devono essere gli obbiettivi di tutti gli operatori coinvolti nel processo.

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E’ comunque giusto mettere in evidenza che il nostro Servizio Sanitario Nazionale/Regionale è il quinto al mondo ed eroga prestazioni Sanitarie di alto livello, in particolare la Regione Lombardia si distingue per l’eccellenza nel territorio nazionale, accogliendo un numero consistente di pazienti extra regione per le cure di patologie meritevoli di alta specializzazione clinica. L’Azienda Ospedaliera di Desenzano del Garda pone particolare attenzione nella gestione e nel controllo dei processi di cura orientati non solo al risultato finale, ma anche nelle varie fasi che lo compongono (accoglienza dei pazienti, fase diagnostica, fase terapeutica, assistenziale, dimissione e follow-up). La nostra Azienda è formata da 3 Presidi; Desenzano/Lonato, Gavardo/Salò, Manerbio/Leno, coprendo cosi un ampio territorio, ma soprattutto viene offerta un’ampia scelta di specialità mediche. La Direzione Generale diretta dalla Dottoressa Mara Azzi ed il suo staff dell’alta direzione, ha puntato negli ultimi anni ad incentivare attività chirurgiche innovative, vedasi Endoscopia, Chirurgia Bariatica per pazienti obesi, oculistica, Chirurgia Senologica con annessa la Chirurgia ricostruttiva/plastica, Emodinamica interventistica per patologie Cardiovascolari. Importante l’investimento economico e lo sviluppo strutturale, con ampliamento dei Presidi, realizzando e ammodernizzando Servizi e Unità Operative migliorando tutti gli standard di sicurezza e qualità. Reperire Medici Specialisti esperti nei settori in via di sviluppo ad integrare con quelli già in organico, è stato un grosso impegno da parte della Direzione motivato dalla Mission Aziendale “SVI-


LUPPO E CRESCITA”. Uno dei punti di forza è l’adesione al progetto Ospedale senza Dolore, con particolare riferimento al parto analgesia praticato nell’oltre il 50% dei casi 24 ore su 24, motivo per il quale molte donne scelgono i nostri punti nascita , dove avvengono circa 3500 parti anno nei 3 Presidi. Particolare attenzione è posta inoltre sempre nell’ambito della sicurezza, nel documentare tutte le prestazioni ( refertazioni, consulti e cartella clinica ) a ga-

la sensibilizzazione e formazione a tutti gli operatori ai temi qualità e prevenzione del rischio. Compito dell’Ufficio Qualità è inoltre la verifica ispettiva interna che costituisce uno dei principali strumenti di misura dello stato di salute del Sistema Gestione Qualità e fornisce informazioni sulla capacità dell’Azienda di rispettare gli standard qualitativi. Qualità significa inoltre operare in sicurezza per l’operatore, il cittadino, la società, l’ambiente, evi-

a fronte di un singola prestazione per la cura del caso intervengono un numero elevato di professionisti, strutture e servizi a garanzia del processo di cura. Particolare attenzione e dato l’URP ( Ufficio Relazioni con il Pubblico ) che raccoglie le segnalazioni dei cittadini che afferiscono alla nostra Azienda. Tutte le segnalazioni vengono accolte e analizzate da personale dedicato con particolari competenze nell’ascolto degli utenti, cercando

ranzia dell’utente e dei professionisti coinvolti nel processo di cura, questo è indice di qualità e appropriatezza . L’Unità Gestione Qualità e Rischio Clinico della Azienda Ospedaliera di Desenzano del Garda, è una struttura semplice a cui fanno capo le seguenti funzioni: implementazione e mantenimento del Sistema per la gestione della Qualità a livello Aziendale, opera per

tando gli errori. Competenza, buona organizzazione, prevengono e riducono il rischio clinico e ottimizzando le risorse garantiscono la sostenibilità del sistema. Come garantiamo SICUREZZA e QUALITA’? Questa è la rete di protezione che opera a tutela delle prestazioni erogate nei confronti dei nostri utenti: Per i lettori è utile informarli che

dove possibile di trovare un soluzione rapida al problema. Va comunque evidenziato che le segnalazioni ricevute sono soggette ad analisi da parte della Direzione Aziendale, che per competenza destinerà alle strutture interessate. Per le situazioni che richiedono una risposta dedicata, la Direzione coinvolge direttamente il Medico Specialista interessato.

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La maggior parte dei reclami comunque risulta essere legata a disguidi amministrativi sulle prenotazioni, ticket e problemi di comunicazione con gli Specialisti, ma emerge anche che gli utenti in molti casi evidenziano encomi per le eccellenti cure ricevute e accoglienza in Azienda. Altre situazioni di rilievo vengono gestite dall’Ufficio Affari legali che per competenza e attenzione gestisce la pratica e la relativa istruttoria. Per concludere, vogliamo informare tutti i nostri utenti che nulla viene lasciato al caso quando il paziente è assistito presso la nostra Azienda, come identificato nella rete di protezione. Nel processo di cura è importante che il cittadino si rivolga all’Ospedale senza pregiudizi e fiducia nei confronti di tutto il personale, che eroga prestazioni di buon livello rispettando linee guida, protocolli secondo evidenze scientifiche recenti e attendibili, disponibili a livello internazionale. Dati ufficiali pongono comunque il nostro paese tra i primi per longevità, quindi il lavoro multidisciplinare svolto nelle cure dei pazienti risulta efficace. Tutti i pazienti devono comprendere che la nostra MISSION è migliorare e garantire lo stato di salute dei cittadini, coinvolgendoli nel processo di miglioramento continuo della qualità che noi ci auspichiamo possa sempre crescere. Fabrizio Perillo Coordinatore Sanitario Unità Gestione Qualità e Rischio Clinico/ S.I.T.R.A. Azienda Sanitaria di Desenzano del Garda Articolo patrocinato dal Direttore Generale Mara Azzi, Dott. Antonio Rovere Responsabile U.G.Q.R., Dott. Aldo Lorenzini Direttore S.I.T.R.A.

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lifeinstilecultura

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Radio, dischi e canzoni durante il Fascismo

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I

l 27 aprile 1945, dopo aver tentato la trattativa con i capi del Corpo di Liberazione Nazionale, Benito Mussolini tenta di fuggire da Milano verso la Germania, aggregato ad una colonna di tedeschi in ritirata. A Dongo, la colonna incappa in un posto di blocco partigiano: per poter proseguire i militari germanici accettano di consegnare i fascisti. Mussolini e i suoi cadono prigionieri della resistenza. Parte a Dongo, parte a Giulino di Mezzegra vengono fucilati il giorno successivo. Per l’Italia la guerra è finita, e con essa il fascismo che, per un ventennio, aveva imposto all’Italia - ed ai paesi occupati prima e durante la guerra - un clima di terrore e di discriminazione. Molti ormai l’hanno fatto di raccontare la storia dell’Italia attraverso le canzoni; in particolare il periodo che va dal primo al

secondo dopoguerra è particolarmente ricco di testimonianze grazie al coevo sviluppo dei mezzi di registrazione e di propagazione del suono. Il Fascismo fu il primo periodo storico ad avere nelle canzoni - grazie a dischi, radio e cinema proprio allora intervenuti quali potenti mezzi di diffusione di massa - una sorta di costante e universalmente significativa colonna sonora. Degli Anni Venti,

infatti, sono il perfezionamento della riproduzione fonografica, da acustica divenuta elettrica, l’inizio di regolari trasmissioni radiofoniche e della produzione di apparecchi riceventi di serie e l’invenzione del cinema sonoro. Negli anni trenta radio e cinema diedero largo spazio alle canzoni, e i dischi si incaricarono di conservarcene una preziosa testimonianza. In Italia la prima trasmissione radiofonica è del 24 ottobre 1924; Matteotti è stato assassinato il 10 giugno dello stesso anno dopo aver denunciato in parlamento il governo di Mussolini di brogli elettorali. Dapprima lentamente e dal ‘33 in modo esponenziale gli abbonamenti all’E.I.A.R. (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) arrivarono al milione di unità grazie anche a RarioRurale, un modello di radio venduto a prezzo imposto per diffondere l’ascolto nelle zone rurali e nelle scuole seguito dalla Balilla, altro ricevitore prodotto dalla Radiomarelli che divenne l’aspirazione di tutte le coppie prossime al matrimonio. É infatti del 39’ la canzone che dice: La nostra radio un’amica fedele sarà / E con il mondo lontano riunirci potrà / La porta noi chiuderemo quando la sera verrà / Presso alla radio staremo, che felicità! Il ritornello non lascia dubbi sull’obiettivo da raggiungere nella vita: E luminosi ci sembran perfino i fior / sposi siamo alfin mio dolce amor. Il titolo è C’è una casetta piccina. Molte sono le canzoni degli anni ‘30 che invitano gli italiani a far figli. Era indubbiamente il risultato della campagna demografica iniziata nel 1927 in attuazione del principio il numero è potenza, e che si era tradotta in provvedimenti costruttivi, come l’istituzione dell’ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) e in altri un

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po’ meno, come la tassa sul celibato, che colpiva gli scapoli, ma non le nubili, nella presunzione che non fossero tali volutamente. Matrimoni e prolificità vennero incoraggiati con assegni nuziali e prestiti con interessi bassissimi, comunque via via decurtati alla nascita dei figli, fino all’azzeramento. Oltre a quello dell’incitamento al matrimonio e alla procreazione, alla metà degli anni ‘30 due temi diventano i prediletti dai parolieri nostrani: la campagna e la guerra. Il tema della campagna era legato al clima della battaglia del grano (nel 1933 il raccolto di grano aveva superato gli 81 milioni di quintali, rendendo praticamente nulla la necessità dell’importazione). A generare questo filone fu soprattutto un sintomo del malessere diffuso in tutta la civiltà occidentale che si veniva via via inurbando. Queste canzoni tendevano a manifestare sentimenti nostalgici ed elogiativi nei confronti di quello che già cominciava ad apparire come un paradiso perduto. Il loro prototipo fu Reginella campagnola che nacque nel 1938 in una nebbiosa sera dell’autunno milanese. L’Abruzzo tutto d’or di cui si parla in questo brano era in realtà un insieme di montagne e di pietraie montagnose dove i pastori facevano la vita dei loro greggi. Il tema della guerra si presentò a tutti gli italiani in occasione della impresa etiopica, realizzata dal fascismo prendendo a pretesto in particolare il grave incidente di Ual-Ual del dicembre del 1934, quando un forte gruppo di abissini, armato di mitragliatrici e di un cannone, attaccò un nostro presidio ai confini della Somalia. La campagna d’Etiopia segna un punto importante nella storia del fascismo italiano. Costituisce il primo segnale per tutti gli italiani (anche per quelli raggiunti solo


dall’informazione ufficiale) che il fascismo è una ideologia dell’aggressione e di guerra. Per tutti la guerra d’Africa è legata a una canzoncina allegra e orecchiabile: Faccetta nera, scritta in romanesco nel 1935. Moretta ch’eri schiava tra le schiave dicono i versi di Faccetta nera in quanto era dimostrato che in alcune zone dell’Etiopia esisteva ancora la schiavitù. La stessa Etiopia si era rifiutata di sottoscrivere il patto fra le nazioni contro il commercio

degli schiavi. Faccetta nera venne inutilmente ostacolata dal Regime ufficiale, un po’ perché bonariamente romanesca anziché romana e imperiale e un po’ perché prevedeva una fraternizzazione fra italiani e indigene non del tutto gradita al Regime. Il testo infatti dichiara Faccetta nera sarai romana / e pe bandiera tu ciavrai quella italiana / noi marceremo insieme a te / e sfileremo avanti ar Duce e avanti al Re! Il regime, soprattutto dopo le leggi razziali dell’aprile del 1938, non poteva tollerare faccette nere che marciavano in camicia nera davanti al Duce e al Re al pari dei bianchi. Per gli italiani l’annuncio della II Guerra mondiale arriva dalla radio il 10 giugno del 1940 poco dopo le ore 16. A darlo è lo stesso Mussolini dal balcone di piazza Venezia a Roma. Subito la radio si mobilita per incoraggiare il popolo alla battaglia

e per diffondere il credo unico racchiuso nella parola Vincere che diventa subito una canzone; il ritornello recita: Vincere! Vincere! Vincere! / E vinceremo in cielo in terra in mare! / E’ la parola d’ordine / d’una suprema volontà / Vincere! Vincere! Vincere! ad ogni costo! nulla ci fermerà.! La trasmissione radiofonica deputata alla diffusione delle canzoni fu chiamata, senza troppa fantasia, Le canzoni del tempo di guerra e i titoli che hanno avuto maggior longevità sono stati La sagra di Giarabub, Camerata Richard, Caro Papà, La canzone dei sommergibili. Nonostante il loro intento propagandistico, per lo meno fino a tutto il 1942, le canzoni di guerra furono accolte dal pubblico favorevolmente e alcune ebbero addirittura grande successo. Ne fa fede il risultato ottenuto nel giugno di quell’anno dall’editore Campi di Foligno (che nel dopoguerra avrebbe lanciato Sorrisi e canzoni) con la pubblicazione di una raccolta intitolata Le canzoni del tempo di guerra, come il programma radiofonico. La prima tiratura di 205.400 copie si esaurì in quattro giorni, ci fu una prima ristampa di 120.000 copie, anch’essa subito esaurita, una terza di 135.000 e una quarta di 50.000. Alle canzoni di guerra scritte dai nostri autori se ne aggiunse nel 1941 una tedesca, la celebre Lili Marlene. Composta da Norbert Schultze nel 1938, ispirandosi a una lirica che risaliva addirittura al primo conflitto mondiale e incisa nel 1939 dalla cantante e attrice di origine scandinava Lale Andersen, era rimasta praticamente sconosciuta fino a che non incominciò a trasmetterla Radio Belgrado, dall’aprile del 1941 in mano ai tedeschi. La trasmissione della canzone iniziò il 18 agosto del 1941. Al suo successo mondiale

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ha contribuito la grave crisi attraversata dall’industria discografica americana dal maggio del ‘42 alla fine del ‘43 dovuta a imposizioni statali in favore dell’industria bellica, alla rivolta delle stazioni radio contro la Società degli autori e ad uno sciopero ad oltranza degli orchestrali ordinato dal loro sindacato. Anche a causa di questo tutti gli eserciti si sintonizzarono su Radio Belgrado, la più potente antenna europea e la voce più attesa diventò per tutti quella di Lale Andersen. Venne immediatamente tradotta in tutte le lingue degli eserciti in guerra e rimane un raro esempio di canzone che unisce tutti gli uomini in conflitto. Impossibile non scrivere dell’Inno del Partito Nazionale Fascista. Giovinezza nasce quasi per caso nel 1909 quando un gruppo di studenti torinesi scrive versi per coniugare la nostalgia per i conclusi anni di studio con annesse goliardie sentimentali e temi guerreschi dal titolo Commiato. Attraverso ex studenti diventati prima sciatori, poi ufficiali del Regio Esercito Italiano, melodia e parole dell’inno degli studenti nel 1917, durante la I Guerra mondiale diventano L’Inno degli Arditi. Terminata la guerra la canzone resta il cavallo di battaglia dei reduci. Tornati alla vita civile essi rivendicano le promesse fatte dallo Stato durante il conflitto mentre si trovano a fare i conti con


un vertiginoso aumento del tasso di disoccupazione e ancora con il problema della distribuzione delle terre nel sud. Alle frange più estreme dei reduci che protestano aderiscono molti arditi, ex trinceristi e combattenti che, convenuti in adunata a Milano il 23 marzo del 1919, fondano il Movimento dei Fasci. Il loro malcontento non troverà altra speranza che nell’oratoria e nella risolutezza mussoliniana non è ancora il tempo della camicia nera, del saluto romano, degli “alala” e del manganello e lo stesso neonato fascismo non ha ancora un’identità ben precisa. Con l’appoggio di Mussolini all’impresa di Fiume (settembre 1919) l’unità di intenti fra dannunziani e fascisti diviene totale. I versi dell’Inno degli Arditi passano agli squadristi. Dai primi raduni dell’estate del 1920 alla costituzione del Partito Nazionale Fascista nel ‘21 alla marcia su Roma del ‘22 Giovinezza conosce una diffusione sempre più cospicua. Divenuta inno ufficiale del Partito Nazionale Fascista già all’indomani della sua costituzione (4 novembre 1921), la versione definitiva di Giovinezza viene stesa solo nel 1925. A quella data il fascismo è ormai dittatura ed il romanziere piemontese Salvatore Gotta viene incaricato dalle alte sfere del regime di scriverne un testo più solenne. La musica rimane invece praticamente invariata rispetto alle precedenti versioni. Il testo e la musica di questa versione per oltre vent’anni entreranno nelle case di ogni famiglia italiana, verranno insegnati ai bambini, puntualmente saranno trasmessi ogni sera alla radio e suonati, dopo la Marcia

Reale, ad ogni parata o cerimonia ufficiale. Anche le canzoni, ovviamente, erano suscettibili di censura, ma non vi furono casi clamorosi, anche perché per aspirare al successo era indispensabile fossero trasmesse per radio e la radio era l’EIAR e non era pensabile che l’EIAR mandasse in onda testi in qualche modo riprovevoli. Gli autori, quindi, si auto-censurarono. Tuttavia talvolta, o involonta-

Achille Storace, segretario del PNF dal 1931 al 1939. Solenni tirate di orecchi si presero gli autori de Il tamburo della banda d’Affori. Era difficile sostenere che il tamburo principal che comandava cinquecentocinquanta pifferi non avesse nulla a che fare con Mussolini, il Gran Consiglio del Fascismo e la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, e che in quella citazione dal Rigoletto “Bella figlia dell’amor, schiavo son dei vezzi tuoi” non ci fosse il ben che minimo riferimento ad una certa Claretta Petacci, dall’autunno 1936 amante fissa di un uomo che fino ad allora non si era certo privato di scappatelle extraconiugali, ma sempre quanto mai fugaci.

riamente, o per la malizia degli ascoltatori, alcune canzoni rivelavano accenti frondisti. A chi alludeva Maramao perché sei morto? Comunque i suoi primi versi furono scritti da mano ignota sul basamento del monumento di Costanzo Ciano, padre di Galeazzo, morto nel 1939. Pippo non lo sa era considerata una trasparente presa in giro delle militaristiche pomposità volute soprattutto da

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Prof. Italo Froldi

Per chi volesse approfondire la rete offre molte informazioni: • Sulle leggi raziali: http://it.wikipedia.org/wiki/ La_difesa_della_razza http://it.wikipedia.org/wiki/ Leggi_razziali_fasciste • Tutte le canzoni citate sono reperibili sul portale Youtube digitandone il titolo nell’apposita Ricerca: http://www.youtube.com/ • Raccolte di musiche e testi di canzoni citate potrete trovarli in: http://www.antiwarsongs.org/index.php?lang=it http://www.anpi.it/ http://www.ilduce.net/mp3.htm http://www.inilossum.us/index http://lyrics.wikia.com/Main_ Page


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Colore ed arte Poter parlare del mio lavoro per me è sempre piacevole, sia pure con le difficoltà intrinseche ad esprimere emozioni e sensazioni che ruotano attorno alla parola “arte”… Sottolineo questa parola poiché la vedo come un vasto mondo intriso di tante buone cose (per la maggior parte a me sconosciute) dove c’è chi crea e chi di ciò ne usufruisce, tutti a pari dignità; infatti per me non esiste artista minore o chi non se ne intende, ma solo diverse sensibilità personali. Certo è che l’arte, (nel mio caso la pittura) crea gratificazione sia per chi la produce , sia per chi la osserva. Ciò premesso per dire che è di questa gratificazione che è permeato il mio lavoro di decoratore; ribadisco con un esempio: Viene richiesto un mio intervento per ritinteggiare una sala da pranzo quando, sul posto giudico l’ambiente con le sue peculiarità, cerco usando l’immaginazione di far sormontare questa immagine ad un’altra, assaporando come sia più calda e stimolante, ad esempio, una tinta alle pareti scelta in

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armonia con i colori dei tendaggi, dei mobili, che leghi meglio con il pavimento ma, soprattutto sappia infondere luce e vitalità in un ambiente dove la famiglia vive, dialoga, riceve ospiti, insomma, dove c’è movimento. A questo punto la mia “visione” va mediata e condivisa con il committente poiché, come ripeto l’arte porta gratificazione a tutti. Ora io parlo di una semplice scelta di un colore, ciò non è meno dignitoso della scelta di un decoro leggero ed appropriato sul soffitto, di un ornamento sul caminetto, di un dipinto alla parete, è importante che siano scelte ispirate e condivise. Quando, anni fa, conobbi il maestro Franco Rodella di Carpendolo, allievo di Graziotti, che mi trasmise l’abc del disegno ornato

fui onorato per aver trovato la congiunzione tra me ed i “vecchi decoratori”, felice di essere erede di quel bel “lavoro di una volta” sopravvissuto alla bufera del “boom economico” che lo aveva polverizzato. Ma qualche briciola è rimasta. Per molto tempo considerai il mestiere del decoratore gratificante …“lo faccio volentieri e quando mi pagano mi ringraziano”… mi dicevo, ma comunque un lavoro , con le sue fatiche, come tanti altri e nulla più. Ora, sotto la luce di un po’ d’esperienza, posso dire molto di più. Ora comprendo che l’uso della decorazione è in grado di rispondere ad intimi bisogni, ad interiori esigenze delle persone e lo fa spesso in modo inatteso e sbalorditivo. Se un semplice cambio di registro

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di una tinta suscita nuove sensazioni, figuriamoci un ambiente ben decorato, dove tutto si può stravolgere, la stanza può sembrare più alta, più ampia, più luminosa. Ma al di là degli effetti ottici (senz’altro utili) che questa nuova armonia di colori può creare, perdura quella sensazione di benessere interiore frutto di emozioni positive che la decorazione può dare. Angelo Miglioli Decoratore Laboratorio Via Cismondi 31, 25030 Roncadelle Bs Tel. 030 2585145 cell. 3381273630 elpiturangel@fastwebmail.it


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Falegnameria il truciolo Un’azienda che vanta sedici anni di anzianità lavorativa può sembrare molto giovane ed inesperta, invece, proprio questa è probabilmente la virtù principale del TRUCIOLO, falegnameria artigiana di Flero. Poche parole col titolare Flavio ed uno sguardo d’insieme al laboratorio sono sufficienti a sentire l’entusiasmo che permea questa attività. 123


E’ un entusiasmo che, unito alla professionalità ed alla creatività di chi dirige l’azienda, è in grado di offrire arredamenti su misura calibrati sulle esigenze specifiche di ognuno ed è in grado di soddisfare ogni desiderio o capriccio che dir si voglia. Entrando in ufficio l’occhio cade inevitabilmente sullo schermo di un computer, dove linee colorate e forme geometriche si scompongono e si ricompongono in un instancabile lavoro di ricerca, ricerca finalizzata a valorizzare materiali, di per sé già pregiati, con un tocco di novità, un cambio d’aspetto, che producono nel mobile una vera e propria metamorfosi. E’ questo il caso, per esempio, delle “onde” monocromatiche o bicromatiche che danno alle superfici un notevole effetto ottico ed una calda e morbida sensazione tattile. Oltrepassando la porta dell’ufficio per entrare nella falegnameria, un

altro dei cinque sensi viene stuzzicato e soddisfatto: l’odore del legno raggiunge le narici e d’istinto si respira il profumo, semplice e antico, fino a restarne inebriati. Dal laboratorio si accede al soppalco dove ci aspetta una sorpresa: una serie di sculture geometriche in legno che vanno oltre il comune mobile d’arredo. Sono delle vere e proprie opere d’arte, eleganti, possenti e piene di carattere; complementi che ben figurano in grandi spazi, accompagnate oppure da sole, che lasciano a chi le possiede l’assoluto arbitrio dell’interpretazione. In questa cornice Flavio ha fatto della sua attività un’autentica sfida, con la sua creatività riesce a trasmettere il suo stile personale ad ogni mobile o oggetto creato, coniugato naturalmente con il gusto e le richieste del cliente. Ma tutto questo Voi non lo sentite, le sensazioni vissute durante

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la costruzione sono comunque ben presenti nel pezzo d’arredo e la vostra osservazione accurata le evidenzierà in tutta la loro pienezza. Una cosa certa è che il mobile che si è desiderato, pensato, aspettato, poi toccato per sentirne le forme morbide, annusato per aspirarne l’odore dell’olio che ne ricopre la superficie, guardato per gustarne il colore aprirà i tuoi sensi ad una sensazione unica e inappagabile. I particolari scaturiscono pian piano e si mostrano nella loro unicità contribuendo ad una lenta, continua e gradevole sorpresa e constatazione di aver scelto bene un’insolita idea in legno. Il Truciolo di Flavio Pellegrini Via Leonardo Da Vinci 24 25020 Flero (BS) tel. 0303539072 fax. 0303586791


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I racconti dei nostri lettori Da questo numero Lifeinstile lascerà spazio ai lettori. Piccoli racconti, poesie, storie, inviate a redazione@lifeinstile.com i vostri scritti, i migliori verranno pubblicati.

UNA VICINA LONTANANZA di: Lorena Cazzoletti Andrea sta camminando nel parco in cerca di una panchina un po’ isolata e quando la trova, si siede, appoggia la schiena, allunga le gambe ed accavalla i piedi. Prende il libretto che ha con sé dalla tasca della giacca e legge il titolo: ”Una vicina lontananza”. Un brivido gli percorre la schiena, respira profondamente una, due, tre volte; prova a rilassarsi per raggiungere una condizione simile all’abbandono: deve potersi dimenticare dell’involucro per focalizzare l’attenzione sul fiume di emozioni che, dentro di lui, spingono per uscire. Rigira il piccolo volume tra le mani, senza aprirlo, ma continua a fissare le lettere rosse che compongono quelle tre parole e conclude che esattamente esattamente in questo modo lui esprimerebbe l’assenza di Elisa. Estrae dall’altra tasca carta e penna, per dare il via ad una conversazione a senso unico, un monologo per così dire ed inizia a scrivere. “Ciao amore, voglio provare a tirare fuori, da mille pensieri vorticosi, un discorso, uno dei tanti. Da quando te ne sei andata la mia vita è diventata un unico ed ininterrotto colloquio con te. E’ una giornata stupenda, il cielo è azzurrissimo, come ti piaceva dire, e dentro ci volano alcune rondini libere e leggere, proprio come vorrei lo 126


fossero i miei pensieri. Nel mio portafoglio c’è una tua foto stupenda, una tra quelle scattate in Olanda , la conosco a memoria: dietro le tue spalle si vedono distese di tulipani colorati che tappezzano la campagna, il tuo viso raggiante e gli occhi sorridenti sono rivolti all’obbiettivo, a me! Ma la tua immagine più bella ce l’ho dentro. Sai, Elisa, i primi tempi dopo la tua morte ho avuto la tentazione fortissima di abbandonare tutto e di seguirti; sarebbe stato facile, è stato invece molto più difficile vivere in tua assenza. La vita aveva perso ogni sapore e niente sembrava più degno di interesse; erano giorni in cui la disperazione era padrona assoluta, poi bastava il ricordo di una tua frase o di una tua espressione e, non so in quale modo, ma l’equilibrio momentaneo si ristabiliva. Gli altri in certe occasioni non possono fare molto con le loro parole e il più delle volte una mano sulla spalla pesa troppo. Oh tesoro, non riuscivo neanche a parlare con te. Il lunedì eri qui vicino a me ed il martedì eri così lontana; per alcuni mesi mi sono aggrappato all’inutile ed infantile speranza che potesse sopraggiungere qualcosa a modificare lo stato delle cose, aspettavo di svegliarmi da un incubo. Nel frattempo ho corso un grave rischio: diventare apatico ed insensibile. Mi aggiravo nella mia vita con aria afflitta, sentendomi in colpa per essere vivo. Ma vivere è davvero una questione bizzarra e così, forse utilizzando quel briciolo di amor proprio che ancora mi restava, ho cominciato a pensare che anch’io dovevo essere in grado di reagire, come altri avevano già fatto prima di me. Mi son detto che se ci fossi riuscito sarei stato una persona nuova, più profonda e matura. Così prima che il mio spirito morisse completamente ne ho coltivato un piccolo brandello per farlo ricrescere. Ora, amore mio, mi muovo tranquillamente dentro la mia quotidianità, tu sei al mio fianco ed ogni volta mi stupisco e mi compiaccio della tua assidua vicinanza. Parlo con te e di te. Un collega un giorno mi ha detto che ricordare il prima rende insopportabile il presente; io non sono d’accordo ed ora riesco a vivere bene proprio perchè ho la certezza del prima e lo ricordo, mentre la vita continua. E’ immensa la mia gratitudine per la tua presenza nel mio passato, sicuramente più forte della tristezza per la tua assenza nel mio presente. Potrà sembrarti assurdo, ma capita che rattristi per coloro che hanno ciò che io non ho più e non riescono a goderne ed esserne felici. Sai, Elisa, in fondo però non sono tanto forte come voglio apparire. Quando guardo il cielo e mi capita di vederlo troppo basso e cupo, il mio cuore diventa stanco e centenario, allora una volta di più ti penso quando mi dicevi: ”Sfoga la tua anima su un foglio bianco”. Così seguendo il tuo consiglio cerco di districarmi nel guazzabuglio incomprensibile delle emozioni e ti scrivo, un po’ alla rinfusa, quello che mi rammarico di non averti mai detto di persona: ero certo di avere sempre tempo per farlo! Andrea solleva lo sguardo dal foglio e lo lascia correre lontano... una folata di vento lo fa rabbrividire...

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n o v i t à ,

c u r i o s i t a ,

ATHLETIC CULINARY BOOK di Luca Barbieri

m o d a ,

d i v e r t i m e

inveterate di diete approssimative, ipercaloriche, iperlipidiche, iperproteiche, totalmente prive di fondamento scientifico e soprattutto foriere di aumentato rischio cardiovascolare e tumorale”. Ogni ricetta è presentata con tutte le indicazioni utili per la sua realizzazione (grammatura, valore nutrizionale e potenziale calorico di ogni ricetta) ed è seguita da istruzioni semplici e immediate, rivolte anche ai meno esperti. La cucina che inventa e crea Luca Barbieri è prevalentemente mediterranea, povera di grassi animali, ricca di antiossidanti, frutta, verdura e grassi vegetali.

Lo chef bresciano Luca Barbieri firma un nuovo innovativo libro, “Athletic Culinary Book”. Il volume propone una serie di ricette dedicate agli atleti e a tutti coloro che vogliono recuperare e mantenere la forma fisica. Come già è stato per il suo ultimo lavoro (“Stilelibero: tecniche e ricette fra tradizione ed innovazione con il sottovuoto”, definito dalla critica un “insostituibile manuale” della cucina), anche l’ultima fatica di Luca Barbieri ambisce a divenire un punto di riferimento per lo scenario culinario. Per la prima volta, in un lavoro di questo genere, un interprete della cucina internazionale più evoluta applica alla sua arte degli studi scientifici e, in linea con le raccomandazioni nutrizionali delle più accreditate Società Scientifiche (ADI, SID, SIO, ADA, EASD, AHA), propone un testo semplice per lo sportivo al quale offre un ricettario rivoluzionario, rigoroso e semplice con 35 proposte. Approvato dalla Associazione Professionale Cuochi Italiani, vede la prestigiosa prefazione del Dott. Paroli (nutrizionista ed endocrinologo), che sottolinea come questo libro fornisca finalmente uno strumento sano per chi ama stare in forma: “Athletic Culinary Book e’ un creativo esercizio gastronomico applicato alla scienza, unico nel panorama dell’alimentazione sportiva dove vigono regole mai scritte, ma

L’operazione editoriale nasce dall’incontro tra la cultura dell’alimentazione e quella del benessere e per questo motivo ha l’appoggio di Millennium Sport&Fitness, che da dieci anni a Brescia si impegna per divulgare la cultura del fitness, combattendo immobilità, improvvisazione e incompetenza e ha il supporto del comitato scientifico di Tecnogym. “Athletic Culinary Book” ha raccolto il patrocinio del Comune di Brescia e di due Assessorati Provinciali di Brescia: Agricoltura, Agriturismo ed Alimentazione e Sport e Tempo Libero.

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n t o ,

n o t i z i e

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SI INAUGURA A BRESCIA LA SEDE DELLA PRIMA ONLUS ITALIANA CHE ACCOMPAGNA I BAMBINI AUTISTICI CON IL METODO ABA Domenica 18 aprile sarà inaugue il progetto sta già raccogliendo l’insegnamento di abilità funziorata la sede di Flero. un grande interesse in tutta Italia nali. ABA è l’unico metodo certificato con molte richieste”. Linguaggio, interazione sociale, a livello internazionale I l progetto Scuolaba Breimmaginazione creativa, rapporto per seguire bambini affetti da con i compagni ed il gioco nella scia nasce come versioDisturbi Pervasivi dello ne italiana di una realtà sua mera essenza sono alcuni deSviluppo. gli strumenti parte integrante del già esistente e altametodo ABA che prevede proSarà inaugurata mente funzionante grammi individualizzati per ogni domenica 18 aprile nel mondo angloalunno. alle ore 17 la sede di sassone da circa Programmi per la famiglie e proFlero (BS) dell’Asdieci anni. L’idea grammi di formazione per nuovi sociazione Scuoladi proporre questo progetto in Italia è venuta dopo la presa di operatori sono parte integrante del ba Onlus. Costituita coscienza di una situazione molto progetto, che sarà presentato doa Brescia nel gennaio 2 0 0 9 per dare una risposta concreta poco definita della realtà italiana a menica 18 aprile. nell’approccio all’Autismo e ai proposito di un approccio di “Questo progetto vorrebbe essere Disturbi Generalizzati dello Svitipo Comportamentale al servizio di tutte le classi sociali luppo, Scuolaba fornisce servizi per disabilità quali i senza distinzioni di sorta. – educativi e di formazione a livello Disturbi dello spettende a sottolineare la nazionale e accoglie bambini aftro autistico e i Dott.ssa D’Amato fetti da Disturbi dello Spettro AuDisturbi dell’Ap- La partecipaziotistico di età compresa tra i 3 e i prendimento. ne economica delle 12 anni in un cammino intensivo, Con questo Profamiglie ai servizi continuativo e di rete con la scuogetto, l’Italia si prodovrà essere perfetla e la famiglia. pone di avvicinarsi a quelli tamente accessibile. A Sarà la stessa responsabile scientiche sono gli standard ormai in uso questo scopo, il progetfica del Progetto Scuolaba, la dott. da decenni nei Paesi anglosassoto si avvarrà di finanziamenti ssa Lucia D’Amato ad inaugurare ni, nell’Europa del Nord e negli pubblici e privati, che permettano la nuova struttura: “Scuolaba imUSA. La stessa dott.ssa D’Amato quindi una continuità nella vita posta il suo intervento avvalendosi ha supervisionato il primo prodel progetto, senza passare dalle della metodologia ABA (Applied getto pilota italiano con metodo tasche delle famiglie”. Behavior Analysis, ovvero ScienABA, nato a Lodi nel 2009. Per informazioni Scuolaba: za del Comportamento ApplicaAd ogni bambino vengono ofTel. 030 – 2541029 - Cell. 366 ta), tra le metodologie di intervenferte due ore di terapia al giorno, 3417594 to maggiormente accreditate nella per cinque giorni a settimana, che abilitazione ed educazione dei vedono l’implementazione della soggetti autistici, poiché basata su Metodologia ABA come unico leggi comportamentali scientificaapproccio all’insegnamento con mente validate. Siamo i primi in la strutturazione di un curriculum Italia ad offrire questa possibilità di programmi personalizzato per

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Life in Stile Brescia - maggio 2010  

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