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PAGINAVENTIQUATTRO Il caso. A Palazzo Reale fa clamore una mostra di Robert Wilson

Milano scopre le fotografie di Stefano Bianchi ossero semplici ritratti fotografici, sarebbero comunque capolavori. Ma in più respirano. Impercettibilmente. Battono le ciglia. Modificano d’un soffio la loro postura. Brad Pitt, ad esempio: immobile sotto la pioggia battente come in certe sequenze di Blade Runner. A torso nudo, con boxer e calzini inzuppati, impugna una pistola. Poi, lentamente, si muove. Tende il braccio, preme il grilletto, spara spruzzi d’acqua. È uno dei ventiquattro VOOM Portraits, i videoritratti ad alta definizione in mostra fino al 4 ottobre nelle diciotto sale restaurate di Palazzo Reale, a Milano. Ritratti singoli, nonché installazioni col medesimo soggetto inquadrato su più schermi, vedono protagonisti stelle di Hollywood, gente comune e animali straordinari come Boris il porcospino e Celine, cane pastore della Brie.

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Li ha elaborati Robert Wilson, definito dal New York Times “pietra miliare del teatro sperimentale”. È lui l’artista che intreccia movimento, danza, pittura, luce, design, musica, scultura e drammaturgia per dar vita a “performance” d’alto contenuto estetico ed emotivo. Americano, classe 1941, studi alla University of Texas e al Pratt Institute di Brooklyn, Wilson è artefice di un’avanguardia che ha puntualmente lasciato il segno, costellata da spettacoli come The King of Spain, The Life and Times of Sigmund Freud e Deafman Glance ; scandita dall’operakolossal Einstein on the Beach, in coabitazione col musicista Philip Glass; faccia a faccia coi suoni radicali di Tom Waits e David Byrne, nelle “pièce” The Black Rider, Alice e the CIVIL warS; sublimata orchestrando la regia del Parsifal di Wagner, della Madama Buttefly di Puccini e di Pelléas et Mélisande di Debussy. L’arte contemporanea, legata a una profonda sensibilità per tutto ciò che è luce, senso dello spazio e movimento, trova invece l’ideale approdo in questi meta-ritratti filmati in orizzontale per gli schermi televisivi e in verticale per i monitor piatti al plasma, con una proporzione di 1:1 fra spettatore e soggetto.

Ripetuti in “loop”, senza cioè inizio né fine, svelano opere d’arte in fotogrammi. «I VOOM Portraits – ha spiegato Robert Wilson – derivano da Video 50, la serie di ritratti che realizzai negli anni Settanta coinvolgendo lo scrittore surrealista Louis Aragon, la signora Helene Rochas, una papera, un prete incontrato al bar, il direttore del Moderna Museet di Stoccolma Pontus Hultén, il ministro della cultura francese Michel Guy... Erano concepiti per essere visti alla tv, nelle gallerie d’arte, nei musei, in metropolitana, nelle hall degli alberghi, negli aeroporti, o anche sul quadrante di un orologio da polso. I nuovi ritratti, invece, li immagino esposti negli spazi pubblici così come nelle abitazioni private. Su una parete di casa possono diventare finestre nella stanza, oppure il fuoco di un caminetto». Retrocedendo agli anni Sessanta, questi gioielli in “slow-motion” ricordano gli Screen Tests di Andy Warhol che riprendeva frontalmente, con una camera fis-

Sopra, Johnny Depp; sotto, Steve Buscemi e Isabella Rossellini in tre delle ”immagini semoventi” («VOOM Portraits») presentate da Robert Wilson al Palazzo Reale di Milano fino al prossimo 4 ottobre

VIVENTI sa, i minimi movimenti di Edie Sedgwick, Lou Reed, Nico, Dennis Hopper e di tutti quelli che bazzicavano la Factory newyorkese. Robert Wilson, in più, ha avuto dalla sua parte luci, telecamere, apparecchiature per il montaggio, sale di registrazione. Un corollario d’alta tecnologia che ha permesso al suo “still life”di tradursi in vita reale: «In un certo senso, se ci concentriamo e guardiamo i ritratti sufficientemente a lungo, gli spazi mentali diventano paesaggi mentali». Ma non sono “pirandellianamente”in cerca d’autore, i personaggi da lui scelti per questi teatrali “atti unici” che si snodano in penombra stimolando il contrasto fra i pannelli retroilluminati e gli stucchi neoclassici di Palazzo Reale.

Avvolta in una pelliccia “glamour”, ecco l’immortale (semi)immobilità di Johnny Depp che “reinterpreta” Rose Sélavy, la foto scattata nel 1921 da Man Ray a Marcel Duchamp. Carolina di Monaco, ritratta di spalle come la Madame X del pittore John Singer Sargent, incarna la madre Grace Kelly nel personaggio di Lisa Fremont, dal film La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock. Il folle macellaio Steve Buscemi, icona dei fratelli Cohen, masticando e tamburellando il piede ha dinnanzi a sé la natura morta d’un corpo che era vivo. E schizza nervosamente, come l’illustrazione di un manga giapponese, Isabella Rossellini nei panni di bambola-clown. Testa fra le mani, enigmatica, Isabelle Huppert è tale e quale a Greta Garbo mentre Winona Ryder, donna qualunque nei Giorni felici di Samuel Beckett, affonda in una montagna di oggetti che appaiono e scompaiono. Da uno schermo all’altro, Salma Hayek si atteggia a diva in bianco e nero degli anni Trenta: timida e poi sorniona, pensosa, erotizzante. E Robert Wilson arriva a superare se stesso, nella sbalorditiva “mise-en-scène”, quando coglie l’agonizzante respiro di Robert Downey Jr. nella Lezione di anatomia di Rembrandt e la mistica rassegnazione di San Sebastiano trafitto dalle frecce. È Mikhail Baryshnikov, per una volta immobile danzatore.

Il celebre regista americano occupa tutti gli spazi espositivi con sequenze di fotogrammi che respirano impercettibilmente, battono le ciglia e modificano d’un soffio la loro postura

Milano scopre le fotografie  

Articolo pubblicato il 15 agosto 2009 a pagina 24 del quotidiano nazionale Liberal a firma di Stefano Bianchi