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cultura

pagina 18 • 11 luglio 2009

Mostre. Ai Magazzini del Sale, l’esposizione dedicata all’artista propone giganti pitture su tela mosse da una sorta di “machina” leonardesca

Il “teatrante” di Venezia Viaggio scenografico nelle opere in movimento di Emilio Vedova, interpretate da Renzo Piano di Stefano Bianchi

VENEZIA. C’è un chilometro, a Venezia, che attira su di sé il più bel profilo urbanistico e culturale della città. Quando vi trovate a solcare l’estremo lembo del Canal Grande, ad avvolgervi è un’impareggiabile concentrazione di architetture e arti. Affacciato sul canale, c’è Palazzo Grassi. Di fronte, Ca’ Rezzonico e a seguire le Gallerie dell’Accademia e il Museo Peggy Guggenheim. Poco più in là, fiancheggiando la seicentesca Basilica di Santa Maria della Salute, ecco Punta della Dogana. Qui e solo qui, lungo il sinuoso percorso, ineguagliabili ricami di antiche dimore dialogano con l’informale dripping di Jackson Pollock e le visioni surrealiste di René Magritte (Museo Peggy Guggenheim), l’avanguardistica collezione d’arte del mecenate bretone François Pinault (Palazzo Grassi e Punta della Dogana) e l’incandescente, dinamica pittura dei segni di Emilio Vedova (1919-2006) che visse a un soffio dalla Salute, nella “scheggia” delle Zattere da dove ventenne vedeva partire battelli, sale e scaricatori d’una Venezia ancora povera, ma già in contatto col resto del mondo. Luogo, questo, che l’artista amò a tal punto da farvi puntualmente ritorno dopo i “pellegrinaggi” brasiliani, spagnoli, americani, scandinavi, cubani, macedoni e messicani che dagli anni Cinquanta agli Ottanta scandirono il suo veemente astrattismo. I grandi studi dove lavorò il pittore, sono qui: dal primo, a Fondamenta Bragadin, nel dopoguerra punto d’incontri/scontri intellettuali e dei primi contatti internazionali; all’ex abbazia di San Gregorio, dove fra il ’66 e il ’67 Emilio Vedova effettuò le prove di Spazio/Plurimo/Luce per L’Expo di Montreal; fino all’ex Squero, nella casa

appartenuta allo scultore Arturo Martini, domicilio per più di cinquant’anni. I Magazzini del Sale, in Dorsoduro al 46, fanno invece storia a sé nella vita di questo nevrile protagonista dell’arte che al principio dipinse “grovigli di figure”, interni domestici, storie di povera gente e anomale prospettive architettoniche, poi fu tra i firmatari del manifesto Oltre Guernica, entrò nella Nuova

«Sono eccezionali documenti di architettura industriale antica». Sollecita una presa di coscienza non solo cittadina ma internazionale, ottenendo che quegli spazi così “fisici”, asimmetrici e irregolari vengano salvati. Uno di essi, il primo a sinistra per chi guarda dal Canale della Giudecca, oggi accoglie le sue opere grazie a una convenzione stipulata fra il Comune di Venezia e la Fondazione istituita nel 2004 dall’artista

Le sue erano tele lignee, bifrontali, realizzate con collage, décollage, graffiti e ustioni. «Quadri che scoppiano sotto i piedi», li definì l’architetto Secessione Italiana e nel Fronte Nuovo delle Arti, aderì nel ’52 al Gruppo degli Otto con Basaldella, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso e Turcato, per allontanarsene l’anno successivo. Tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta, Vedova utilizza come temporaneo studio-laboratorio il quarto dei nove Saloni trecenteschi dei Magazzini del Sale. Nel febbraio del ’75, si oppone all’ipotesi di demolire i monumentali contenitori per sostituirli con una piscina pubblica. Ne difende il valore storico:

e dall’adorata moglie Annabianca. Una mostra diversa da tutte le altre, dove mastodontiche pitture su tela vengono incontro allo spettatore mosse da una sorta di “machina” leonardesca. Il merito di questo miracolo ad altissima tecnologia, va all’architetto genovese Renzo Piano. Al sorgere degli anni Novanta, Vedova scrive: «Negli stessi luoghi mi auguro trovi spazio la parte museale della Fondazione. Ne ho accennato all’amico Renzo Piano, che spero disposto a collaborare. Piano – architetto terra/acqua – da Genova ad Osaka, da Amsterdam a Berlino…a Venezia?». E ancora: «Io veneziano – tu genovese… luEmilio Vedova nasce a Venezia il 9 agosto del 1919. Force-moto-acqua matosi sull’espressionismo, opera inizialmente in contatto con il gruppo di Corrente (1942-43). Nel dopoguerra è tra i promotori del Fronte nuovo delle arti. Proprio in questo periodo, nel 19491950, aderisce al progetto della importante collezione Verzocchi (avente a tema “Il lavoro nella pittura contemporanea”), inviando, oltre a un autoritratto, l’opera “Interno di fabbrica”. Successivamente, fa parte del Gruppo degli Otto passando dal primo neocubismo delle “geometrie nere” a una pittura le cui tematiche politicoesistenziali trovano via via espressione in una gestualità romanticamente automatica e astratta. Nel 1961 collabora con Luigi Nono per la scenografia dell’opera “Intolleranza ’60”. Muore a Venezia il 25 ottobre del 2006 all’età di 87 anni, a poco più di un mese dalla scomparsa della moglie, Annabianca.

l’artista

In queste pagine, alcune tra le più significative opere di Emilio Vedova (in basso), attualmente esposte ai Magazzini del Sale di Venezia. L’esposizione è curata interamente dall’architetto genovese Renzo Piano, al quale Vedova era legato da una profonda amicizia

verso l’aperto… siamo gente da mar aperto».

Pochi anni prima, nell’84, i due si trovano a lavorare insieme: nell’ex Chiesa di San Lorenzo si costruisce “l’Arca del Prometeo”, spazio scenico ideato da Piano per allestire l’opera Il Prometeo con musiche di Luigi Nono, testi di Massimo Cacciari e l’orchestra diretta da Claudio Abbado. La scenografia, con l’illuminazione a far da protagonista, viene scrupolosamente curata da Vedova il quale discute con l’architetto ogni minimo dettaglio dei movimenti scenici che prevedono attori costantemente in moto fra effetti cromatici, luci e ombre, che circondano su tre livelli gli spettatori seduti in platea. Azione pura. Forse, tacitamente condivisa, nasce da qui l’ipotesi di inventare un sistema “dinamico” per presentare al pubblico l’astrattismo di Vedova. «Esiste tutta una mitologia intorno ai Magazzini del Sale: in particolare sul primo modulo che negli anni Settanta Emilio salvò dalla distruzione»,

ha dichiarato Renzo Piano. «Il Magazzino ha accolto i suoi lavori e le sue prime storie d’amore. Ma in tutte queste chiacchierate, fatte andando e venendo, c’era sempre l’idea che quel luogo un po’ magico, questa caverna di Ali Babà, questo imponente Magazzino potesse diventare un giorno la casa delle sue opere». Non una casa qualsiasi, ma nell’immaginario dell’architetto «una stiva un po’ oscura dove attorno c’era di tutto. Da qui l’idea di stare sostanzialmente in mezzo all’opera». Lo spettatore, cioè, non va incontro all’opera ma viceversa. D’altronde, Emilio Vedova non sopportava la staticità: «Le mie non sono creazioni ma terremoti», diceva. «I miei non sono quadri, ma respiri». E ogni volta che riceveva qualcuno nel suo studio, tirava fuori i dipinti da una stanza. Li “muoveva”, letteralmente. Oppure, li estraeva lentamente per poi disporli a parete. E a volte, i quadri si accumulavano a terra, uno sull’altro, con un coinvolgente effetto di sovrapposizione. In più, ripercorrendone la carriera, affiorano alla memoria opere dotate d’una chiara e logica dinamicità: ad


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premio Pritzker alla Casa Bianca, precisò: «Al tempo dei miei primi lavori era un gioco, una sfida un po’ingenua fatta di spazi senza forme e di strutture senza peso. In seguito, questo è diventato il mio modo di essere architetto. Io cerco di utilizzare in architettura elementi immateriali: trasparenza, leggerezza, vibrazione della luce. Credo facciano parte della composizione, quanto la forma e i volumi». Impalpabili, dunque, gli interventi allo spazio espositivo. Nessun ritocco alle volte e alla robustezza delle pareti in mattoni: il Magazzino doveva restare tale, nei suoi asimmetrici e irregolari sessanta metri di lunghezza e nove di larghezza. Unica eccezione: l’impalcato in legno leggermente inclinato che poggia sul pavimento di pietra accentuando la magia prospettica di questo “antro”inondato dal buio e da repentini squarci di luce.

esempio, i primi Plurimi datati ’62-’65 che Bruno Zevi definì su L’Espresso «quadri che scoppiano sotto i piedi»: pitture lignee, bifrontali, realizzate con collage, décollage, graffiti e ustioni, che sbucano fuori dalla parete per snodarsi nello spazio.

Oppure l’asimmetrico Spazio /Plurimo/Luce (’66-’67), che lo stesso Vedova definisce «un grande elemento rotante e sospeso in laminato, fulcro dinamico del Percorso/Plurimo/Luce, che intercetta e riflette collage/luce in movimento sulle proiezioni che si alternano nell’entrotetto, alle pareti, a terra e sui visitatori, così coinvolti e compartecipi in questa atmosfera dinamica/luce». O ancora, i Dischi elaborati nel biennio ’85-’86: su legno, bifrontali, dipinti e graffittati. Articolati, in un imprescindibile legame con lo spazio, su vari livelli: in piedi, a terra, distesi, obliqui, sghembi, a parete, incombenti, di taglio. L’artista li sublima nel ciclo Non a Caso, nella mostra Italia aperta allestita dalla Fondazione Caja de Pensiones, a Madrid. In uno spazio irregolare, che si presta a più percorsi, cinque grandi dischi stimolano l’attenzione dei visitatori: «Sospesi, minacciosi come ghigliottine, in piedi. Lame taglienti, a

irrompere dall’angolo su chi osserva. Sghembi, a terra, in traiettorie rischiose. Verticali, a spezzare i passaggi sospesi». Dominare lo spazio, sempre e comunque. Imperativo categorico, per l’arte segnica di Emilio Vedova. Catturare lo spazio col movimento (interiore ed este-

Qui dentro, immateriale, al servizio dei visitatori che si lasciano alle spalle la luce del sole che inonda le Zattere c’è la “macchina”, sovrana della scena interiore: un sofisticato sistema meccanico-robotico che sottrae i capolavori di Vedova (trenta enormi tele degli anni Ottanta) alla fissità dei muri. Nove carrelli con gru, che scorrono lungo la navata, vanno a prelevare le opere dalla “quadreria”, laggiù, in fondo al Magazzino («opere che attendono e sonnecchiano tranquillamente», ha sottolineato Renzo Piano, «perché hanno l’eternità davanti a loro»). Poi le sollevano lentamente e le fanno viaggiare con delicatezza lungo le antiche capriate, dominando lo spazio, fino a raggiungere la loro postazione, con inclinazioni e altezze predeterminate, all’interno di concentrati campi luce. La sequenza dell’entrata in scena prevede una decina di quadri. E dopo un preciso margine di tempo, le opere ritornano in archivio per essere sostituite da un altro ciclo di dipinti. E così, consecutivamente, per tre cicli. L’uscita di scena, si svolge ovviamente all’inverso rispetto alla prima sequenza. E nel momento in cui l’ultima opera viene archiviata, il primo quadro del ciclo successivo inizia a volteggiare nello spazio. A danzare. Dolcemente. In un evolversi solenne, che somiglia ad un mantra, di possenti pennellate che intrecciano rosso sangue, blu marino, nero pece, marrone di terre lontane, giallo del sole. Emilio Vedova rivive qui, fra le opere del suo divorante fare pittura. In questo Magazzino del Sale che ne restituisce intatta la spinta creativa. Sopra un “palcoscenico” che tanto avrebbe amato, dove sembra di udire la musica del mare e del vento. Fiore all’occhiello di Venezia e del suo chilometro dell’arte.

Nove carrelli scorrevoli vanno a prelevare le opere dalla “quadreria”. Poi le sollevano lentamente e le fanno viaggiare con delicatezza lungo le antiche capriate riore). Imprigionarlo. Penetrarlo. È ciò che succede al Magazzino del Sale, accessoriato dalla proverbiale leggerezza del “fare architettura”che è tipica di Renzo Piano. Nel ’98, insignito del


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