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MobyDICK

arti

21 aprile 2012 • pagina 11

L

a Pop Art, nelle mani di Claes Oldenburg, è diventata grande. Nel vero senso della parola. Grande come il cono gelato che lo scultore di Stoccolma americano, naturalizzato classe 1929, legò al tetto della sua Volkswagen per trasportarlo alla Dwan Gallery di Los Angeles. Correva l’anno 1963. Ancora più grande, sino a farsi oversize, nelle monumentali installazioni che dal ’76 ha sparso in giro per il mondo in collaborazione con la seconda moglie, l’olandese Coosje van Bruggen: l’Ago e il Filo di Milano, a simboleggiare fashion e operosità lombarda; la molletta per il bucato a Philadelphia; il cucchiaio con sopra una ciliegia a Minneapolis; la bicicletta semi sommersa nel prato del Parc de la Villette di Parigi; la bustina di fiammiferi a Barcellona; la torcia elettrica a Las Vegas; il binocolo incorporato nel Chiat/Day Building di Venice, in California… «L’uso di un semplice oggetto è di per sé un atto radicale», ha dichiarato. «Dal punto di vista pratico, lo stesso oggetto di proporzioni gigantesche collocato in qualsiasi luogo, sarà invece un’affermazione radicale. Poiché tutto ci si potrebbe aspettare, tranne la monumentalizzazione delle cose semplici e ordinarie».

Da che Pop è Pop, è lecito attendersi da Claes Oldenburg lo straordinario, l’imprevedibile, il colpo di genio. Se Andy Warhol ha moltiplicato sulle tele il barattolo di Campbell’s Soup e James Rosenquist esasperato la cartellonistica pubblicitaria, lui ha saputo trasformare in arte una sfilata di hamburgers, fette di torta, patatine fritte col ketchup, lattine di birra. Nel ’61, sul catalogo di una mostra alla Martha Jackson Gallery di New York, scrive quello che è a tutti gli effetti il suo manifesto programmatico: «Sono per un’arte che prende le sue forme dalla vita, che si contorce e si estende impossibilmente e accumula e sputa e sgocciola, è dolce e stupida come la vita stessa. Sono per l’artista che sparisce e rispunta con un berretto da muratore a dipingere insegne e cartelloni... Sono per l’arte delle pompe di benzina bianche o

L’everyday life di Claes Oldenburg di Stefano Bianchi

Prende forma dalla vita, si contorce e si estende, sgocciolante e sovradimensionata... La Pop Art del celebre svedese naturalizzato americano, abitata da hamburger e Topolini, aspirapolveri e ventilatori afflosciati, in mostra a Vienna rosse e per le ammiccanti pubblicità dei biscotti. Per l’arte del vecchio gesso e del nuovo smalto, delle scorie e dell’antracite. Sono per l’arte dei graffi sull’asfalto, per l’arte che piega le cose, le prende a calci, le rompe, le tira e le fa cadere. Sono per l’arte delle banane spiaccicate sedendoci sopra». L’anno successivo, sempre a New York, è fra i nomi da tenere d’occhio alla Sidney Janis Gallery nella colThe lettiva New Realists, incon-

tro/scontro fra i nouveau réalistes, la nuova generazione a stelle e strisce destinata a fare il botto come Pop Art, e un manipolo di giovani talenti europei quali Enrico Baj, Mario Schifano, Peter Blake, Gianfranco Baruchello, Peter Phillips e Öyvind Fahlström.

A quell’irripetibile decennio, il Mumok (Museum Moderner Kunst) di Vienna dedica fino al 28 maggio The Sixties, retrospettiva delle opere più iconiche di Oldenburg. A cominciare da The Street, l’installazione devota al tribalismo, ai graffiti e ispirata all’Art Brut

di Jean Dubuffet, che scandisce monocromaticamente la modern life urbana. The Store, da molti considerato il punto di partenza dell’arte Pop americana, è invece il negozio che l’artista inaugurò sulla Lower East Side di Manhattan nel dicembre del ’61 e che tanto piacque al collezionista Giuseppe Panza di Biumo, al punto da fargli esclamare: «È pieno di colori, di gioia di vivere! L’opposto di ciò che ho visto negli altri negozi del quartiere. Gli stessi oggetti, qui, passano dalla morte alla vita». Bypassando il meccanismo delle gallerie d’arte, Claes Oldenburg

proponeva sculture come fossero oggetti qualunque; e una volta vendute, le sostituiva con altri esemplari applicandovi un cartellino col prezzo. In una vetrinetta, su piatti di ceramica e di metallo, ecco una mela candita, una coppa di gelato, una torta. Cibi da consumismo ipercalorico dell’americano medio, come hot-dogs e panini imbottiti, che Oldenburg ha riprodotto in gesso e frettolosamente dipinto lasciando sgocciolare i colori alla maniera dell’action painting. E poi, appeso alle pareti e appoggiato sui piedistalli, un tripudio da grande magazzino di abiti femminili, biancheria intima, calzature, camicie e cravatte scolpiti e modellati in modo volutamente approssimativo. L’esatto contrario delle opere realizzate in vinile, realistiche quasi quanto i large scale projects collocati negli spazi pubblici, ma al tempo stesso paradossali.

Oggetti dell’everyday life, in questo caso, estrapolati dal contesto domestico, resi soffici («Mi piace creare una forma e poi modificarla», ha precisato l’artista. «Il mio aspirapolvere, ad esempio, è assai diverso da quello che ciascuno di noi può avere a casa») e collocati fuori contesto. Un ventilatore, afflosciato al punto da ripiegarsi su se stesso, rinuncia a funzionare per trasformarsi in un caricaturale ready-made. Un gabinetto, raffigurato nella sua parziale implosione, sbeffeggia l’orinatoio/opera d’arte di Marcel Duchamp. Una sega, all’improvviso duttile e malleabile, si adatta al muro e al pavimento su cui è appoggiata. E ancora nei Sixties, Claes Oldenburg si è fumettisticamente ispirato al Mickey Mouse di Walt Disney per creare il Geometric Mouse: alter ego assai vicino al Costruttivismo e a Piet Mondrian, geometrico nell’insieme di rettangoli e cerchi, con gli occhi che sono a tutti gli effetti finestre. Entra di diritto, il Topo, nel Mouse Museum che è stato riallestito per questa mostra diventandone l’ideale epilogo: un work in progress (qui nella versione del 1972 per Documenta 5, a Kassel) dalle sembianze di container dalle grandi orecchie capace di raccogliere 385 oggetti, utili ma anche futili e perciò meritevoli d’essere musealizzati: un paio di guanti, una boule dell’acqua calda, piccoli giocattoli a ricordare l’infanzia, forbici per le unghie, smalti, rossetti, due mozziconi di sigaretta… Poiché, in fin dei conti, «il mio unico obiettivo è dare il più possibile spazio e vita alla fantasia». Claes Oldenburg - The Sixties Vienna, Museum Moderner Kunst, fino al 28 maggio


L'everyday life di Claes Oldenburg