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cultura

pagina 20 • 7 gennaio 2010

In questa pagina, alcune delle fotografie dell’artista Christopher Makos, attualmente in mostra, fino al prossimo 15 gennaio, al Photology di Milano

i sono grattacieli che graffiano le nuvole, facce sgualcite di chi ha ballato fino all’alba allo Studio 54, primi piani di corpi nudi, fustini Pop di detersivo, filari di palme a Los Angeles, il traffico caotico di New York sbirciato dall’alto, le Twin Towers laggiù in fondo, due rossi guantoni da boxe. E poi gente. Un mucchio di gente che peregrinava alla corte di Andy Warhol: Lou Reed mentre fa le boccacce, Diana Ross in chiaroscuro, Steven Tyler degli Aerosmith, Patti Smith con un bizzarro copricapo, O. J. Simpson che impugna la pistola, Debbie Harry dei Blondie che sussurra qualcosa all’orecchio di Chris Stein…

C

Storie degli anni Settanta e Ottanta vissuti spericolatamente, sull’onda sonora del punk e della discomusic, racchiuse in duecento Polaroid. Un’accurata selezione è in mostra fino al 15 gennaio da Photology, a Milano.Tutte insieme, le potete invece ammirare nello splendido volume Polaroids (Edizioni Photology, 200 pagine, testo introduttivo dello stilista Calvin Klein, 65 Euro). Le ha scattate Christopher Makos e sono inedite: «Le avevo chiuse in una scatola e dimenticate», spiega il fotografo sessantunenne nato a Lowell, nel Massachusetts. «È stato Davide Faccioli, titolare

Mostre. Al Photology di Milano, fino al 15 gennaio, gli scatti di Christopher Makos

Vent’anni di arte in una Polaroid di Stefano Bianchi

«Le immagini dice l’artista - le avevo chiuse in una scatola e dimenticate. Sono il succo dell’istante, l’imprevisto, il qui e ora»

della galleria, a recuperarle quasi un anno fa nel mio studio. Non hanno mai visto la luce, né sono state danneggiate e tantomeno hanno preso acqua. Sono il succo dell’istante, l’immediatezza, l’imprevisto, il “qui e adesso”. All’epoca, scattare con la Polaroid non solo significava “essere alla moda”ma conservare qualcosa di più intimo da condividere con gli amici più cari, non col mondo intero. Oggi, al contrario, tutto ciò che hai fotografato finisci per ritrovarlo su YouTube, Facebook, Twitter… E non è la stessa cosa». Christopher Makos, presente con le sue fotografie nelle collezioni permanenti di cento e più musei internazionali (dal Whitney Museum of American Art di New York, al Reina Sofia di Madrid e all’Instituto Valenciano de Arte Moderno) è colui che ha immortalato Andy Warhol e John Lennon in un

vedevano posare accanto alla “musa” Edie Sedgwick. Sfoggiavano gli stessi capelli argentei, la stessa t-shirt a righe, gli stessi occhiali da sole per evidenziare quanto fossero esteticamente e caratterialmente simili. Mi è sempre piaciuta l’idea della Factory come laboratorio creativo, ma non ho mai fotografato Andy mentre dipingeva là dentro. Né mi sono mai considerato un suo fan, o un assiduo frequentatore di quel circo Pop, al contrario di Joe Dallesandro, Ingrid Superstar, Holly Woodlawn e altri nomi che gli ruotavano attorno». Per Makos, le foto perfette non esistono. Andrebbero definite, semmai, te-

memorabile scatto: «Era il giorno di San Valentino del 1979. Lennon venne a trovarci alla redazione di Interview e c’era anche Liza Minnelli. All’improvviso, Andy schioccò un bacio sulla guancia di John, poi si fece baciare sulla bocca da Liza. Sfruttai l’attimo fuggente e li fotografai. Tutto qui».

Fuori da Interview, pulsava New York dove tutt’ora vive e lavora: nel West Village, in Perry Street, vicino di casa di Calvin Klein e della fotografa Annie Leibovitz. Padre greco, madre di Grosseto, Makos ha vissuto da adolescente a Punta Ala e in California. I segreti dell’obbiettivo li ha appresi da Man Ray, genio dadaista: «Fu Luciano Anselmino, il suo gallerista, a farmelo conoscere a Fregene. Ed è stato là, nel ’75, che gli ho scattato un paio di Polaroid. Sotto l’ombrellone. Un anno prima che morisse». Le sue prime foto, visualizzando il grattacielo newyorkese

della Pan Am, mettono invece a frutto gli studi di architettura a Parigi: «Se li osservate bene, tutti i miei scatti hanno connotazioni architettoniche: siano essi paesaggi urbani, umani, floreali… Nel mio caso, l’occhio dell’architetto ha sempre coinciso con l’occhio del fotografo. Quando vado a Bilbao, la prima cosa che colpisce la mia attenzione è la forma del Guggenheim Museum di Frank Gehry. E se volo a Pechino, lo sguardo inevitabilmente si posa sui grattacieli. Tutto ciò ha influito sul mio modo di inquadrare i soggetti, di organizzarne gli spazi». Nelle Polaroid e in molte immagini in bianco e nero, c’è Andy Warhol che l’ha definito «il più moderno fotografo d’America». Lui, in effetti, è stato molte cose per il re della Pop Art americana: amico, assistente personale, fotografo per la rivista Interview, inseparabile compagno di viaggio a Pechino, Parigi, Aspen, Londra e fino a Milano, nell’87, per l’ultima mostra che rivisitava L’Ultima Cena leonardesca. Andy, in certe istantanee, si nasconde dietro una copia della sua Philosophy (from A to B and Back Again), fa lo svampi-

stimonianze di storie che altrimenti si ridurrebbero a ricordi sfuocati. «Non trovo nulla che mi piaccia, nei nuovi fotografi», puntualizza, «perché sono tristi, artefatti e non si sono minimamente preoccupati di studiare i grandi maestri dell’obbiettivo. L’unica cosa che riescono a fare è costruirsi un’identità con marchi tipo Gucci o Prada. Per ora, purtroppo, non vedo nuove Cindy Sherman all’orizzonte».

Per quanto lo riguarda, inve-

to con un pennarello fra le dita fingendo che sia un “cigarillo”, posa con una Polaroid nella mano sinistra e una Konica nella destra.

«L’ho incontrato per la prima volta nel ‘71 a una retrospettiva al Whitney Museum, dopo averlo scoperto negli anni Sessanta attraverso gli scatti che lo

ce, è iperattivo. Vuol continuare a fotografare (divertendosi, sperimentando) ed è ben lieto che il Summit Global Group, nuovo licenziatario del Polamarchio roid, stia per lanciare sul mercato la nuova versione della macchina fotografica istantanea. «A Barcellona, entro il 2010, ci sarà una mia grande mostra. Ed è anche previsto un nuovo libro: si intitolerà Lady Warhol. A chi mi domanda se Andy mi manca rispondo di no, perché lo sento sempre vicino e intorno a noi. Spesso, quando mi soffermo a ripensarlo, sono felice d’aver condiviso con lui il cattolicesimo. Ed essere uomini di fede, ci ha permesso di intendere e “fotografare” allo stesso modo la vita».

Vent'anni di arte in una Polaroid  

Articolo pubblicato il 7 gennaio 2010 a pagina 20 del quotidiano nazionale Liberal a firma di Stefano Bianchi