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cultura

pagina 20 • 18 febbraio 2009

Mostre. Prosegue fino al 2 marzo, a Milano, la personale “Chiedi all’acqua” MILANO. Palme tropicali che si specchiano nell’acqua turchina. Che diventa blu notte, e ancora verde, facendo in modo che l’attenzione possa indugiare su un angolo della vasca, una screpolatura, un’ossidazione. E poi zoomare su un trampolino, una scaletta. E i tuffi, che paiono sottintendersi e sprigionarsi da quelle pennellate larghe e piene di slancio, non sono espliciti. E tantomeno fisici. Bensì interiori, onirici. Dopo avere esposto al Museo Marino Marini di Pistoia i suoi Interni di pietra dedicati ai disegni di guerra del pittore Graham Sutherland; presentato opere sul tema dell’archeologia industriale al Museo del Ferro di Brescia e alla ex Falck di Sesto San Giovanni (MI); focalizzato con Americana le tracce del tempo che si sono via via sedimentate sugli edifici abbandonati nell’ovest degli Stati Uniti, Teresa Maresca si concentra su altri “paesaggi”: le piscine silenziose che scandiscono i 10 oli su tela (grandi e piccoli, dittici e addirittura polittici) in mostra fino al 2 marzo allo Spazio Tadini di Milano, già studio del pittore Emilio Tadini (1927-2002) nonché storica tipografia.

“Chiedi all’acqua” è il titolo della personale. E l’acqua, sia essa immobile o impercettibilmente increspata, riempie ogni quadro pur lasciandosi delimitare, circoscrivere, “addomesticare” dall’uomo. Che della na-

L’arte «liquida» di Teresa Maresca di Stefano Bianchi tura imprigionata e imitata delle piscine, è artefice. E fruisce di quell’ambiente “amniotico” dove rilassarsi e meditare, senza dover scendere a patti con l’insidiosa, selvaggia natura. Perché se il mare è uno spazio che fugge a perdita d’occhio (il sommarsi di un’acqua che è sì bella, ma che all’improvviso può trasformarsi in ribelle), la piscina è un confortevole “rifu-

Sydney Pollack, tratto dal racconto The Swimmer di John Cheever e interpretato da Burt Lancaster. Il quale, nei panni di Ned Merrill, scommette che riuscirà a raggiungere la propria abitazione a nuoto, tuffandosi di piscina in piscina. Ned, l’uomo d’affari che la mezza età coglie in crisi, s’infila nel suo costume da bagno spogliandosi d’ogni “vestito socia-

mata di queste piscine (siano esse proprietà di lussuose ville della California o dell’hinterland metropolitano: sta a chi osserva sognarlo, o immaginarselo) esclude a priori qualsiasi presenza. Se non quelle, in Reflecting Pool, di sagome che somigliano a fantasmi che si riflettono, deformandosi, nello specchio d’acqua. O la vegetazione di Billy and Steve’s Pool

Sono piscine “silenziose” quelle che scandiscono i dieci oli su tela realizzati dalla pittrice. Caratterizzate da pennellate larghe e piene di slancio che mostrano soggetti né espliciti né fisici. Ma piuttosto interiori e onirici gio”che l’essere umano s’è ritagliato per controllare, proteggersi, familiarizzare con l’acqua. E l’acqua stessa, soggiogata e poi delimitata, si fa miniaturizzazione dell’elemento in cui ha avuto origine la vita. Racconta la pittrice, che tutt’ora risiede a Milano dopo gli anni della formazione romana, di essersi liberamente ispirata a un film del 1968: Un uomo a nudo, diretto da Fred Perry e

A Milano, allo Spazio Tadini, la personale di Teresa Maresca “Chiedi all’acqua”, dieci oli su tela grandi e piccoli, dittici e addirittura polittici, in mostra fino al prossimo 2 marzo 2009

le”. E immerso in quell’acqua artificiale che attraversa la contea (il flusso costante e omogeneo delle “swimming pool” circoscritte dai lindi giardinetti dei vicini, che in sua assenza hanno accumulato ricchezza), sotto una luce patinata e implacabile (percependo, però, che “il sole non scalda”) troverà nella sua casa disabitata il nudo fallimento di tutta un’esistenza. Viceversa, la luce diffusa e spal-

in Palm Springs. Ma Billy e Steve, non ci sono. Né mai arriveranno. Non perdete tempo a cercarli. E neppure c’è qualcuno che nuota, o indugia sul bordo vasca, o si è appena tuffato. Light Blue, Green Pool, Pool.White. Il titolo di ogni opera, scrupolosamente cromatico, si mette a raccontare il non-colore dell’assenza. Negando quella vociante socializzazione che di solito viene mes-

sa in scena in tutte le piscine del mondo. E le tele azzurre di Quartet? Narrano di gare che non si svolgeranno mai. Di corsie riservate al nuoto agonistico che non verranno mai sfiorate dallo stile libero del vincitore, sommerso dagli applausi della folla.

C’è un silenzio assordante, attorno a queste piscine che ricordano le vasche “pop” di David Hockney. Ma se quelle vasche lasciavano intravedere lo “status” borghese d’una villa hollywoodiana, un insieme di “presenze” che oziavano sotto i raggi del sole, qui ci sono precisi punti prospettici, angoli, smussature, smerigliate superfici liquide. Null’altro. E percepiamo, negli spazi reali e al tempo stesso metafisici di Teresa Maresca (che già guarda al prossimo progetto: un allestimento che sottolineerà l’influenza dei lungometraggi sulla sua pittura e verrà esposto nel nuovo Musil, il museo dell’industria del cinema a Brescia) un forte senso d’estraniamento che è frutto di abili geometrie e sofisticati,“artificiali” giochi di luce. Come se il realismo di Edward Hopper, di punto in bianco, rinunciasse alla figura umana e ai contesti urbani o rurali. E decidesse di tuffarsi, ancora di più, nel silenzio. Ovattato. Che sa di cloro. Forte come un sogno. Insondabile come ogni mistero. Che ci attrae. Inevitabilmente. Poiché appartiene all’interiorità di ciascuno di noi.

L'arte "liquida" di Teresa Maresca  

Pubblicato a pagina 20 del quotidiano nazionale Liberal il 18 febbraio 2009 a firma di Stefano Bianchi

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