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pagina 20 • 22 settembre 2009

cultura

Esposizioni. Fino al 4 ottobre prossimo, a Venezia, una mostra antologica che ne documenta la produzione dal 1961 al 2007

La Pop Art secondo Wesley di Stefano Bianchi

VENEZIA. C’è chi l’ha incluso fra i pesi massimi della Pop Art americana, vista la predilezione pittorica per fumetti, moda e look. E chi ne ha fatto un’icona dell’arte Minimal, per l’utilizzo d’una ristretta gamma di colori (blu, bianco, grigio, rosa) che appiattiscono e semplificano la superficie delle sue tele. John Wesley (da non confondersi con l’omonimo, settecentesco teologo metodista), è in realtà il “fil rouge” fra la nobile banalità “popular” della vita quotidiana e la minimale freddezza di griglie e motivi grafici. All’artista nato a Los Angeles nel 1928, la Fondazione Prada dedica fino al 4 ottobre un’antologica che ne documenta la produzione dal 1961 al 2007.

studio dove concretizzare la sua “strategia”: contrapporre alla sgocciolante gestualità materica dell’Action Painting campiture di colori che sono sì freddi e distaccati, ma liberi di dialogare con forme e figure ispirate al Surrealismo e al Dadaismo. Non nasconde, Wesley, la passione per René Magritte e Max Ernst. Né fa mistero d’apprezzare il New Dada griffato Jasper Johns. Quest’ultimo, nel ’58, aveva dipinto la bandiera a

In mostra a Venezia, presso la Fondazione Giorgio Cini all’Isola di San Giorgio Maggiore, più di 150 opere provenienti da musei internazionali e collezioni private. Dipinti che oscillano fra reale e surreale, le cui radici vanno anzitutto rintracciate nella Los Angeles degli anni Cinquanta. Città, all’epoca, capace di evolversi in metropoli col moltiplicarsi di quartieri che accolgono gli immigrati attratti dall’opportunità di trovare lavoro nell’industria degli aerei e delle armi. Los Angeles, in più, con quel cuore pulsante dell’entertainment chiamato Hollywood, è la fabbrica dei sogni e delle immagini. John Wesley osserva tutto. Attentamente. Trovato un impiego alla Northrop Aircraft come illustratore di manuali, traduce in racconti visivi i disegni tecnici degli ingegneri aeronautici. Mescolando il blu con immagini piatte e impersonali, crea i presupposti di un’arte spesso e volentieri enigmatica. Nel ’59, ha finalmente uno

stelle e strisce (Flag) attuando una piatta “messa in scena”del soggetto, ai limiti del figurativo. Wesley fa altrettanto, nel ’61, quando persegue l’idea del colore assoluto dipingendo il distintivo di un postino (Post Office Badge) e la disarmante essenzialità di un francobollo (Stamp). Nel frattempo si è trasferito a New York, ha trovato lavoro in un ufficio postale e stringe amicizia coi minimalisti Donald Judd, Dan Flavin e Sol

LeWitt. Con l’immagine di quel distintivo, vuole identificare se stesso e il mondo circostante. Stabilire un legame fra privato e pubblico. L’Io e le sue storie, d’ora in poi, “abiteranno” i suoi quadri. Simboli, archetipi presi a prestito dal mondo animale (per rappresentare l’inconscio, lasciando che il flusso narrativo rimanga in sospeso) e personaggi, riempiono le tele in mostra evidenziando un impeccabile gusto decorativo mutuato

Circa 150 opere provenienti da musei internazionali e collezioni private. Dipinti che oscillano fra reale e surreale, le cui radici vanno rintracciate nella Los Angeles degli anni 50 dall’Art Nouveau. Nobiluomini (The Arrival of Count de Baillet-Latour: opera trattata alla stregua di un “ex libris”) e dandy nello stile di Marcel Proust; pinup da rotocalco e scorci “magrittiani” (Paris, con la Tour Eiffel circondata da una pattuglia di nuvole); creature fiabesche (il topolino di The Mouse Tells Jokes) e fantasmi hollywoodiani (Suzanna and the Lugosis).Tutto è “happening”, nella pittura di John Wesley. Un

ostinato, continuo accavallarsi di conscio e inconscio, donne nude e uomini elegantemente vestiti. Che pone in primo piano il fumetto: non copiato e poi ingigantito come quello di Roy Lichtenstein, ma reinterpretato ammiccando al metafisico. È il caso dei lavori dedicati a Blondie Boopadoop e Dagwood Bumstead, moglie e marito, mattatori della “strip”creata nel 1930 da ChicYoung e da noi conosciuti come Blondie e Dagoberto. Bella lei, impacciato lui, vengono “inquadrati” dall’artista nell’intimità della loro vita sessuale. Il mito del matrimonio perfetto viene così dissacrato, ma con leggerezza e perfino un soffio di poesia. Blondie si trasforma in una Geisha (come quelle tratteggiate dal disegnatore giapponese Utamaro), mentre quell’impiegato ridicolo di Bumstead fa castelli in aria (al contrario dei fumetti tradizionali, che vivono in un mondo senza libido).

Sogna, chissà, un giorno o l’altro d’incontrare certe modelle che John Wesley cattura in un sorriso smagliante, in uno sguardo conturbante. Bellezze senza età, che vengono “tagliate” in maniera fotografica bloccando un dettaglio anatomico (labbra vermiglie che si dischiudono al desiderio, gambe, cosce), In questa oppure “zoomando” pagina, su un indumento inalcune timo. È qui che la delle opere Pop Art (parafrasandi John Wesley do, forse, certe diviin mostra ne creature ritratte a Venezia da Tom Wesselfino al 4 ottobre mann) raggiunge i prossimo. massimi livelli esteL’antologica tici e “voyeuristici”. ospita Ed è qui che il “glaoltre 150 opere mour” cancella tutto provenienti il resto: ragionando da musei su certi scatti di internazionali Helmut Newton e e collezioni Bruce Weber, gioprivate cando col rosa cipria, promuovendo il monocromo fiore all’occhiello dell’arte contemporanea.

La Pop Art secondo Wesley  

Articolo pubblicato il 22 settembre 2009 a pagina 20 del quotidiano nazionale Liberal a firma di Stefano Bianchi