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MobyDICK

arti

i solito mette in fila poche parole quel «duchampiano», concettuale, neo-pop d’un Maurizio Cattelan. Ma stavolta, il cinquantunenne padovano che ha infilato nella sua arte dello sberleffo Giovanni Paolo II colpito da un meteorite (La Nona Ora), la Z di Zorro impressa con tre rapidi fendenti sulla tela azzurra smitizzando i tagli di Lucio Fontana e la mano in marmo di Carrara col dito medio alzato (L.O.V.E.), si racconta nell’autobiografia intitolata Un salto nel vuoto. La mia vita fuori dalle cornici (Rizzoli, 250 pagine, 18,90 euro). Finalmente parla, quel gran timido e solitario d’un Cattelan. Risponde per filo e per segno alle domande di Catherine Grenier (condirettore del Centre Pompidou di Parigi) snocciolando vita, carriera e sculture shock. Dice: «L’umorismo è un modo per comunicare, per superare la barriera della timidezza. E se vuoi, serve da cortina fumogena per far passare un messaggio importante che se espresso in maniera letterale potrebbe risultare meno effettivo di quanto intenda essere. L’ironia nasconde spesso un momento drammatico».

14 gennaio 2012 • pagina 11

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Sfilano, in questo libro-conversazione, il padre camionista e la madre casalinga/infermiera; la scuola abbandonata troppo presto («È sempre stata un problema per me: non perché fossi stupido, ma perché mi rendeva stupido») e un lavoro dopo l’altro: dal commercio di statuine e immaginette con l’effigie di Sant’Antonio, all’impiego a tempo pieno in ospedale e poi all’obitorio («Può sembrarti strano», racconta all’intervistatrice, «ma in fin dei conti non era un lavoro sgradevole, sono contento di averlo fatto. In ospedale ti trovi davanti l’intero spettro della vita: dalla nascita alle

L’umorismo? Un passepartout di Stefano Bianchi malattie benigne, fino alla vecchiaia e poi alla morte»); il primo incontro con l’arte nei quadri specchianti di Michelangelo Pistoletto e il debutto da designer antropomorfico in quel di Forlì, col tavolo tondo chiamato Cerberino; il trasferimento a Milano e quindi a New York, dove tuttora risiede e ha fondato la minuscola Wrong Gallery di appena un me-

scritta Torno subito; e di quella volta che organizzò alla Galleria Comunale d’Arte Moderna una partita di calcetto fra undici immigrati africani e altrettanti giocatori del Cesena.

Il campo era lo Stadium, calcio-balilla chilometrico. Di quando, a Milano, appiccicò letteralmente al muro con lo scotch il

seum di NewYork: «A me fa pensare a dei salami. È così che li si conserva, sai, appesi al soffitto. Ecco, ho trattato i miei lavori come dei salami! Non c’è più alcuna gerarchia tra le opere. Sono tutte allo stesso livello. E poi, in una certa misura, questo modo di presentarle toglie il lato tragico. L’insieme di tutte

Thompson. Suddiviso in cinque capitoli (L’estetica del fallimento, Dimensioni politiche, Dualismo e morte, Dall’irriverenza all’iconoclastia, Cultura dello spettacolo e immagine mediata), il volume ci fa fotograficamente (ri)scoprire i perturbanti capolavori dell’estetica Made in Cattelan: da La Rivoluzione siamo noi, autoritratto dell’artista vestito in feltro come Joseph Beuys e sospeso per il colletto a un appendiabiti, all’elefante mascherato stile Ku Klux Klan

Dall’obitorio al Guggenheim, vita, mestieri e carriera di Maurizio Cattelan. L’enfant terrible dell’arte contemporanea, vincendo l’abituale timidezza, si racconta in un libro intervista. Mentre a New York si sta per chiudere la grande retrospettiva a lui dedicata tro quadro.Racconta, l’enfant terrible dell’arte che depista, di quando inchiodò sulla porta della galleria Neon di Bologna un cartello con la

Alcune opere di Cattelan: qui accanto “The end”, sopra “Novecento” e “Him”. In alto, l’installazione del Guggenheim di New York

gallerista Massimo De Carlo e al Castello di Rivara fece penzolare una corda da una finestra, come se qualcuno fosse appena evaso. D’altronde, spiega, «tendo a percepire il lato comico della vita. Una parte di me non riesce a fare a meno di cogliere i lati assurdi delle cose, il paradosso, ma al tempo stesso una situazione palesemente comica può incupirmi. È un contrasto che crea uno stato di tensione, e penso sia visibile nel mio lavoro». La chiacchierata-fiume si conclude con All, retrospettiva kolossal in cartellone fino al 22 gennaio al Guggenheim Mu-

queste opere è un’“altra” opera, un’opera unica. Per anni ho lavorato sulla decontestualizzazione. Adesso sono arrivato al punto in cui decontestualizzo me stesso». All è anche il titolo della monografia rilegata e bordata in oro come una tesi universitaria (Skira Editore, 256 pagine, 45,00 euro) che è a tutti gli effetti un catalogue raisonné curato da Nancy Spector (vicedirettore della Guggenheim Foundation) e arricchito dai contributi critici di Katherine Brinson, Diana Kamin, William S. Smith e Susan

di Not Afraid Of Love; dal piccolo Adolf Hitler in cera di Him, con le mani raccolte in preghiera e lo sguardo rivolto all’alto dei cieli, al «riposa in pace» di John Fitzgerald Kennedy dentro una bara aperta (Now): presidente impeccabile, senza le ferite dell’assassinio, a piedi scalzi in un gesto d’umiltà beatifica. Proprio tutto, insomma. Però… «A dire il vero non volevo niente di preciso. Volevo solo prendere in mano il mio destino, nel bene e nel male».


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