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M@TTEI NEWS

SOMMARIO

Periodico d’informazione e cultura dell’Istituto d’Istruzione Superiore “Enrico Mattei” - Avola Pubblicazione del Progetto “Giornale d’Istituto” REDAZIONE Allievi partecipanti M.C. Barone, E. Bellafiore, C. Bellincontro, M. Caracò,C. Caruso, C. C. Caruso, V. Caruso, J. Cianchino, E. Coffa, F. Conti, F. Di Pietro, R. Di Pietro, G. Di Rosa, S. Di Rosa, A. Garofalo, R. Gennaro, A. Leopoli, I. Nizza, P. Orecchia, P. Papa, E. Raffa, S. Semoli, G. Trefiletti, G. Vaccarella Docenti coordinatori Ninfa Cancemi, Barbara Nane’, Celeste Sarcià, Rosetta Sarcià Personale tecnico dell’Istituto Salvatore Garante

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Dossier “Le Donne del Risorgimento” • Anita Garibaldi • La Giardiniera • Cristina Trivulzio Belgiojoso • Virginia Oldoini Contessa di Castiglione • Antonietta De Pace • Bianca De Simoni Rebizzo • Giuditta Bellerio Sidoli • Clara Carrara Spinelli Maffei • Giulia Beccaria • Rose Montmasson • Adelaide Bono Cairoli • Olimpia Rossi Savio di Bernsteil • Giannina Milli • Anna Schiaffino speciale realizzato dagli alunni: Barone Maria Cristina, Caruso Virginia, Garofalo Antonina, Leopoli Alina, Di Rosa Giovanna, Trefiletti Gianmarco, Conti Federica, Raffa Ermelinda

Supplemento Agenzia Giornalistica Siciliana registrata al Tribunale di Siracusa n. 2/82- Direttore Responsabile Dott. Cascio Giuseppe

Ottavo numero - Annualità 2011/12

Dirigente Scolastico Dott.ssa Gabriella D’Ambrosio

SOMMARIO

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I 150 anni dell’Unità d’Italia Nota del Dirigente Immagini della celebrazione per i …. La redazione 17 marzo 1861-2011 anniversario ... La redazione Scrivere… la mia passione da sempre Jennifer Cianchino Stage London Flavia Di Pietro Progetto ponte: “Le(g)Ali al Sud La redazione Bellezza ad ogni costo Mara Caracò Il mio sport? Il ciclismo Paolo Orecchia Shoah - 27 gennaio Paolo Papa Imperativo di sempre “Vigilate” Mara Caracò Comportamenti dei giovani d’oggi Giuseppe Vaccarella

Il dramma di Avetrana Mara Caracò Internet, Social network, attenti al ... Salvatore Di Rosa Amore e amicizia, sentimenti di sempre Mara Caracò Identikit dell’amore Chiara Caruso Pensieri di adolescente Paolo Papa Migranti in fuga dalla Libia Mara Caracò Solidarietà e non solo Paolo Papa Tradizioni avolesi Chiara Concetta Caruso, Erika Coffa, Elisa Bellafiore, Ilenia Nizza

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Racconti • L’ultima estate Chiara Caruso • Il sogno di una vita Paolo Orecchia

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Speciale “I racconti AIDO” • Premonizione di Rosita Di Pietro • Come pellicani di Santo Semoli • Regali preziosi co... di Mara Caracò • Un gesto co.. di Cristina Bellincontro • Vivere per correre di Chiara Caruso • “Il dolore della morte” “I miei resti” Rossella Gennaro

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• L’angolo del poeta • NewspaperGame • Rassegna stampa “Parlano di noi”

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I 150 anni dell' Unità d’Italia

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MONDO SCUOLA

L’Istituto d’Istruzione Superiore Enrico Mattei non è mancato alle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia a cui dedica l'ottava edizione del suo M@ttei News. I nostri giovani scrittori hanno redatto articoli con serie riflessioni sul significato dell'Unità oggi. Tra le sue pagine, un interessante dossier approfondisce l'argomento mettendo in luce l'importante contributo di tante donne a sostegno del processo di unificazione. Non mancano articoli di vario argomento genere a testimonianza della sensibilità dei ragazzi che scrivono sui problemi attuali, supportati dal magnifico lavoro dei docenti che li hanno guidati. Sono contenta di quanto realizzato e auguro a tutta la redazione buon lavoro. Il Dirigente Scolastico Dott.ssa Gabriella D’Ambrosio


MONDO SCUOLA

L'Enrico Mattei celebra i 150 anni dell' Unità d’Italia

I partecipanti alle celebrazioni dall’alto: - Dott.ssa Gabriella D’Ambrosio Dirigente Scolastico - Dott. Giuseppe Italia Dirigente Vicario dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Sicilia Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Siracusa - Dott. Antonino Barbagallo Sindaco del Comune di Avola - Dott. Mario Centorrino Assessore Regionale all’Istruzione e alla Formazione professionale

Il momento conclusivo delle celebrazioni con la consegna da parte del Dott. Mario Centorrino della bandiera della Regione Sicilia alla Dott.ssa Grabiella D’Ambrosio.

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Celebrazione 150° anniversario Unità d’Italia

Il 17 marzo 1861, a Torino, si insediò il primo Parlamento dell’Italia Unita che proclamò la nascita del Regno d’Italia con a capo il re Vittorio Emanuele II. Questi sono i fatti storici e non sono in discussione; ancora vivo è, invece, il dibattito sulla loro valutazione e sulle conseguenti interpretazioni stroriografiche sul Risorgimento. • Fu davvero un’impresa di liberazione di un popolo oppresso in nome di una coscienza nazionale, per anni mortificata da dominatori stranieri? • Esisteva davvero questa coscienza nazionale che si identificava con una coscienza territoriale dai limiti ben chiari, in nome della quale le élites risorgimentali mossero gli eserciti? • Non fu, forse, un atto di forza compiuto dal piccolo Regno di Sardegna che, avendo velleità di super potenza, cavalcò le giuste aspirazioni all’Unità Nazionale di

una minoranza?

• Fu davvero desiderio del Popolo

italiano o solo di una piccola parte di esso? Non vogliamo dare risposte, ma vogliamo fare qualche considerazione. Quando il 27 gennaio del 1861 si tennero le prime elezioni politiche, si votò secondo la legge elettorale sabauda, che, essendo su base censitaria, concedeva il diritto di voto solo al 2% della popolazione. L’incarico di comporre il nuovo gabinetto fu riaffidato a Camillo Benso Conte di Cavour, il quale prese per sé la Presidenza del Consiglio, il Ministero degli Affari Esteri e della Marina e affidò gli altri ministeri ai vari notabili del Paese, di cui solo due erano meridionali. Così l’Italia Unita veniva governata dalla vecchia classe dirigente piemontese. Lo Statuto Albertino venne esteso a tutto il territorio. Il re Vittorio Emanuele, pur essendo il primo dell’Unità, volle mantene-

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re il numero ordinale II. La legislatura, pur essendo la prima dell’Unità, continuava la vecchia numerazione e si diceva VIII. A ciò bisogna aggiungere che, per governare un così vasto e disomogeneo territorio, si preferì la soluzione di accentrare i poteri nelle mani del governo centrale, piuttosto che approvare un certo decentramento, come proponeva il Ministro degli Interni Marco Minghetti. La piemontesizzazione dell’Italia non tenne conto delle esigenze delle masse popolari, anzi, in alcuni casi, aggravò ulteriormente la loro situazione anche con il pesante carico fiscale, abbandonando il Meridione al suo lento declino e aprendo la via alla spinosa e sanguinosa Questione Meridionale, ancora oggi irrisolta. Il dibattito storiografico sul Risorgimento ha percorso tutta la storia dello Stato Unitario intrecciandosi strettamente con i conflitti ideali e politici che hanno accompagnato la vita nazionale, alla ricerca delle carenze e dei limiti del processo unitario. Dopo la I Guerra Mondiale, Gobetti e Gramsci ricercarono le ragioni della crisi dello stato liberale e definirono il Risorgimento una “rivoluzione fallita” in quanto né i liberali, né i moderati erano riusciti a coinvolgere nell’Unificazione le masse popolari e non erano riusciti ad attuare la riforma agraria promessa. Perché festeggiare? Al di là delle interpretazioni ideologiche e storiografiche sul Risorgimento e al di là delle polemiche che certa parte della nostra politica oggi ha riacceso, Noi riteniamo giusto “festeggiare il compleanno della Nostra patria” segue...

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17 marzo 1861-2011


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Perché? • non è solo un atto dovuto, ma è un’occasione per riflettere sul passato e sul presente; • è un momento per acquisire consapevolezza e memoria per accrescere la nostra identità di popolo, che talvolta rischia di essere compromessa da particolarismi e conflittualità locali, sociali e politiche; • è il recupero della memoria storica che deve essere una pratica costante in questa società sempre più massificante e tendente a svuotare di significato alcuni valori fondamentali. Concordiamo, infatti, con quanto detto da Indro Montanelli: “Un paese che ignora il proprio ieri non può avere un domani”. Che cos’è oggi l’Unità d’Italia? Oggi, che non c’è più bisogno di combattere in armi per unire geograficamente lo stivale, Oggi, che non c’è più bisogno dell’interprete tra un piemontese e un siciliano, Oggi, che non c’è più bisogno di “fare l’Italia”. Oggi l’Unità • è dare a tutti i giovani italiani pari opportunità di studio, di lavoro e di espressione individuale e professionale nella propria Patria, evitando la “fuga dei cervelli”; • è colmare quel grande divario che c’è ancora a livello di benessere, di qualità della vita, di servizi, di infrastrutture tra Nord del paese, Sud ed Isole; • è combattere i segnali di disgregazione socio-culturale ed eticopolitica qualunque origine essi abbiano; • è urlare che la vera identità di una nazione non è chiusura all’Altro, ma lotta contro ogni forma di illegalità, è partecipazione, accoglienza e integrazione Chi sono i nuovi Mille? Gerardina Trovato nella sua canzone “ I nuovi Mille” canta “Fuori da riflettori si muovono i nuovi mille”. Lei individua ne “I Nuovi Mille” le generazioni di oggi che, come dei

novelli garibaldini, ogni giorno non solo si battono, ma rischiano la vita per il proprio lavoro e per il proprio paese. Giovani che affrontano situazioni e lavori difficili tra precariato e incidenti sul lavoro, missioni di pace portate avanti coi fucili. Noi a questi aggiungiamo tutte le persone che quotidianamente sono, invece, sempre più sotto i riflettori: • sono i giovani studenti universitari che manifestano in piazza; • sono, come dice Roberto Vecchioni, … tutti i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero… • sono i quarantenni-cinquantenni cassintegrati che, per la loro età, vengono spinti fuori dal mercato del lavoro; • sono gli operai della FIAT e di tante altre realtà industriali che delocalizzano le attività in altri paesi, dove il costo della manodopera è più basso, mettendo in crisi

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tante famiglie italiane; • sono i giovani extracomunitari che, pagando un biglietto esorbitante, si imbarcano, rischiano la vita sulle onde del mare per raggiungere le nostre coste e sperano di costruire per sé e i loro cari un futuro migliore; • siamo noi, giovani italiani, che vogliamo crescere e progettare il nostro futuro rimanendo nella nostra Patria. Abbattiamo le barriere, creiamo una società solidale fatta di accoglienza, integrazione, convivenza e partecipazione civile; L’amore per la Patria va bene, basta che non diventi campanilismo, nazionalismo, peggio razzismo. I nuovi mille siamo tutti noi, i nuovi fratelli d’Italia, e desideriamo salvaguardare l’Unità, così faticosamente raggiunta, continuando a costruire un percorso di identità, rispettando le diversità. La redazione Segue speciale “Le Donne del Risorgimento” a pagina 20


<< Scrivere…La mia passione da sempre >>

Jennifer Cianchino IV C ITC vincitrice del concorso

È tutto merito della mia professoressa di italiano se, ad oggi, mi ritrovo con una bellissima esperienza alle spalle e un attestato di partecipazione, per me, molto importante per un racconto, giudicato lodevole, che verrà pubblicato su un’antologia per ragazzi. Ricordo il giorno in cui la professoressa è venuta a chiedermi se avessi avuto piacere di partecipare ad un concorso letterario, promosso dalla “Verbavolant edizioni”, aperto a tutti gli studenti delle scuole superiori della provincia di Siracusa. Ed io? Non ci ho pensato due volte ed ho subito accettato. Per me, che ho la passione per la scrittura sin da quando ero bambina, questa sarebbe stata un’occasione irripetibile per far giudicare, a persone qualificate, quello che vien fuori dalla mia creatività e che, poi, riesco a metter per iscritto. Mi sono messa subito al lavoro, sin dallo stesso pomeriggio. Il tema “Voglie e doglie in un ospedale di provincia, in un giorno di pioggia” non era difficile! Il mio racconto, in sintesi, narra la storia di Davide, un ragazzo di sedici anni che si ritrova, ad un certo punto della sua vita, a dover combattere contro un male spesso incurabile: un cancro ai polmoni. Le sue paure, le sue emozioni, i suoi sentimenti emergono durante un giorno di

pioggia. Davide, un giovane come tanti altri, che gioca a calcio, che ha qualche discussione con i suoi genitori, che ogni tanto fa il bulletto a scuola con il ragazzo più debole, riuscirà, alla fine della storia a rivedere quelli che sono stati i suoi sbagli e le tante incomprensioni con i genitori per porvi, in qualche modo, rimedio, visto che tutto ormai sta per volgere al termine. E prenderà esempio proprio da quel ragazzo più debole che, nonostante sia stato preso in giro di continuo da lui, non ha mai perso la dignità. Un esempio che gli ridarà fiducia e ottimismo per sperare in una guarigione. Non dimenticherò mai il pomeriggio della premiazione, la sala “Costanza Bruno” di Siracusa era piena di persone che non conoscevo. Mi sono sentita così piccola nell’ attraversare il corridoio quando mi hanno chiamato per andare a ritirare l’attestato, ma infinitamente grande quando ho stretto la mano al Presidente della Commissione e quando, tra gli applausi, sono ritor-

Franca Maria Gianni 5

nata al mio posto. E anche se non ho vinto proprio il primo premio, poco importa, è stata un’esperienza bellissima! Mi basta aver vinto i tanti “brava” dei miei amici, l’aver reso fieri i miei genitori ed il sorriso della mia professoressa quando, tanto orgogliosa, è venuta a dirmi che pubblicavano il mio racconto. Tanti miei amici mi dicono “Ma come fai a startene seduta a scrivere, io non ci riuscirei… sarebbe troppo noioso!” Io rispondo loro, molto semplicemente, che scrivo per passione, per la voglia di lasciare un segno della mia fantasia e, perché no, per il gusto di “leggermi”. Scrivo per il piacere di creare qualcosa, ogni volta che ne sento il bisogno e in ogni luogo dove il mio pensiero si accovaccia. Ma scrivo, soprattutto, quando pensieri, sentimenti, paure più nascoste ed emozioni soffocate si fanno troppo densi per tenerli dentro e troppo importanti per raccontarli a chi, magari perché troppo indaffarato, non mi ascolta! Jennifer Cianchino

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La mia partecipazione al 3° Concorso letterario “Franca Maria Gianni “


Stage London parlare la lingua in loco, di visitare la città in lungo e in largo guidati dal tutor inglese Mr A. Chapman. Tutte le spese, sia di viaggio che di alloggio, sono state pagate dalla nostra Scuola. Questa fantastica esperienza, oltre a migliorare le nostre conoscenze della lingua inglese, ci ha permesso di confrontarci con un altro mondo, arricchendo la nostra persona con la conoscenza di nuovi usi e costumi e delle tradizioni culinarie e di tutto quello che riguarda la cultura anglosassone. Accompagnati dalla prof.ssa Scifo e dal prof. Gervasi abbiamo seguito dei corsi pomeridiani con una tea-

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Una delle tante attività extracurriculari proposte dalla nostra Scuola è quella relativa alla preparazione per gli esami Trinity e Cambridge. Si tratta di un corso di Lingua Inglese, accessibile a tutti i ragazzi che intendono migliorare ed imparare la lingua che oggi è definita lingua globale. L' "Enrico Mattei" ha cercato di valorizzare le eccellenze tramite un progetto PON con la didattica del learn to doing con uno stage a Londra. II raggiungimento di un risultato positivo all'esame del settimo livello Trinity, ci ha dato la possibilità di trascorrere dieci giorni a Londra, di

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cher inglese in un vero e proprio college e nei momenti liberi abbiamo ammirato Londra. II 23 luglio è iniziata la nostra avventura. Ricordo tutto come se fosse oggi. Se dovessi descrivere Londra con un solo aggettivo, direi " stupefacente". E' una città da vivere full-time e lì non ti accorgi che vieni risucchiato da quella atmosfera carica, stimolante, frenetica e variopinta che non ti stanca mai. La trovo giovane, pulita, piena di energia, ricca di storia e cultura, di straordinarie bellezze artistiche racchiuse in una sfavillante cornice. Camminare per questa metropoli è "pericoloso", perché rischi di inciampare in qualsiasi momento, troppe sono le distrazioni che le bellissime vie, le immense piazze ed i numerosissimi parchi offrono. II suo fascino è anche dovuto ai bellissimi ponti che la uniscono, sotto i quali la musica e l'allegria di strada regnano sovrane e sopra i quali la luce soffusa dei lampioni regala un panorama instancabilmente romantico. Mi chiederete cosa ti è piaciuto di più? Beh...tutto…! Gli enormi parchi, le strade affollate, i musei quasi tutti gratuiti, i folkloristici mercatini come quello di Portobello Road, i punti panoramici eccezionali come London Eye, l'efficiente metropolitana, il bellissimo museo delle cere di Madame Tussaud's ed il Natural History Museum. Ciò che colpisce di questa metropoli è la sua multietnicità, il suo essere un "melting pot" (crogiuolo di razze), il suo essere moderna e nello stesso tempo antica per la presenza della monarchia. Ho trascorso dieci giorni stupendi insieme ai miei compagni di scuola e ringrazio la Scuola per aver realizzato questo progetto che mi ha dato l'opportunità di conoscere quello che noi ragazzi consideriamo un


Bonjour nos amis de l’institut “Boikene” de Butembo Beni de la part d' un groupe d’élèves de l’Istituto di Istruzione Superiore « Enrico Mattei » de Avola. Avola est une ville qui se trouve sur la mer, au sud-est de la Sicile, donc, tout près de l’Afrique. Cette année, notre école, en synergie avec la diocèse de Noto, a promu un projet intitulé «Le Pont, Légalité au Sud» avec l’objectif de sensibiliser les jeunes au respect des droits humaines et à la culture de la légalité, à l’éducation interculturelle et au développement d’une conscience de solidarité. Nous avons accueilli avec enthousiasme l’invitation de nos professeurs à participer à ce projet qui s’est développé au moi de mai avec des activités très intéressantes. La première rencontre a eu lieu le trois mai dans une salle de notre établissement à laquelle ont participé son Excellence l’ Évêque de Noto, Monseigneur Antonio Staglianò, un prêtre de la diocèse de Butembo Beni, Père Bilongo, et un volontaire, Monsieur Corrado Rizza, présentés par l’adjoint Monsieur Mangiagli et par Monsieur Assenza. L’intervention de son Excellence l’

Évêque nous a poussé à réfléchir sur la valeur du mot légalité. Il a expliqué que le logos, c'est-à-dire la raison et la pensée, donc l’intelligence et le savoir sont à la base de la légalité, de la connaissance, de la compréhension et du respect de l’autre. Père Bilongo et Monsieur Corrado Rizza nous ont parlé de la vie au Congo, de la pauvreté diffusée ainsi que du manque d’instruction pour la plus grande partie des Congolais. Dans cette occasion on a projeté un vidéo concernant la visite à Butembo Beni de Monsieur Assenza avec un groupe de volontaire de Rosolini.

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Cela nous a fait un grand plaisir et nous a permis de connaître votre territoire, même si seulement à travers des images. Au cours du déroulement du projet, nous avons rencontré le Président et des volontaires d'Amnesty International, le Président du Haut Commissariat de l'ONU auprès de la Préfecture de Syracuse et un jeune congolais, Oscar, qui nous a donné sa témoignage refugié politique . Pour terminer, au mois de juillet, nous avons fait un stage de cinq jours à Rome, ça a été une chance qui nous a permis de visiter notre capitale. Nous remercions, tout d'abord, le Dirigeant de notre Etablissement Madame D'Ambrosio, notre professeur de Droit, Monsieur Assenza que vous connaissez, le prof d’Italien, Madame Cancemi, le prof de Français, Madame Sarcià, et le prof de Religion, Madame Staglianò qui ont travaillé à ce projet avec dévouement ; nos remerciements sont adressés également à Madame Bellomia et à Monsieur Ingegnieri pour leur précieuse collaboration. Lettre à nos amis de l’Institut “Boikene” de Butembo Beni, jumelé avec notre école.

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PROGETTO PONTE: "Le(g)Ali al Sud"


BELLEZZA AD OGNI COSTO

ATTUALITA’

Oggi alta considerazione alla bellezza, valore effimero che alla lunga non ripaga

La società attuale è alla continua ricerca della perfezione, la tecnologia è sempre più avanzata, il mondo del lavoro è frenetico e ambizioso e non lascia spazio ai deboli e agli incapaci. Tutti sperano e vogliono essere bravi, veloci, potenti e … belli! Sì, perché, oggi, non basta più essere preparati e competenti, ma ciò a cui la nostra società presta maggiore attenzione è l’aspetto esteriore, il fisico, il portamento, le maniere, l’apparenza, che, nonostante siano aleatori, permettono di sentirsi sicuri e stimati dalle persone. E non è nemmeno un grande pregio sapersi mostrare belli. Oggi, infatti, non è così difficile abbellire la nostra persona: i cosmetici sono venduti a prezzi accessibili per tutti e tutti abbiamo imparato a truccarci sapientemente, nascondendo i difetti e valorizzando i punti estetici migliori. Le riviste, internet e la tv continuamente informano, consigliando diete e attività fisica e un po’ di buon gusto aiuta a vestirsi meglio, con un risultato, nel complesso, soddisfacente. Così, alla fine, persone “sgradevoli” se ne vedono sempre meno. Niente di male se tutto si limitasse a questo! Ma, in ogni cosa, l’eccesso è ciò

che rovina tutto. Tutti vorrebbero essere carini, soprattutto le ragazze, ma, a volte, si superano davvero i limiti! E allora sentiamo la cronaca che parla delle nuove malattie moderne, come l’anoressia, il disturbo alimentare costituito dal terrore di ingrassare. Questa malattia porta ad un progressivo deperimento del corpo, talvolta, fino alla morte. Non mancano notizie su casi mortali o devastanti, avvenuti all’interno delle sale operatorie durante gli interventi di chirurgia estetica. Qualsiasi intervento chirurgico comporta sempre dei rischi ed è assurdo che molti affrontino tali interventi non per motivi di salute, ma per motivi puramente estetici. Fino a poco tempo fa, la chirurgia estetica era praticata solo dai vip, oggi, invece, è anche la gente comune che sceglie di farsi dei ritocchi. Questo ci dimostra che tutti vogliamo essere perfetti e, dove non aiuta madre natura, ci pensa il chirurgo. Ma perché bisogna essere perfetti ad ogni costo? Perché quelli non belli, spesso, vengono emarginati. I mass-media, forse, sono i maggiori responsabili di questa nuova tendenza. La tv, infatti, ci propone delle icone di bellezza esteriore trascurando

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quella interiore. Tuttavia, gli adolescenti, e non solo, assistono ammaliati e invidiano quella fisicità, quella sfrontatezza e sicurezza che buca lo schermo. Essere belli e alla moda diventa una vera e propria aspirazione. Devo ammettere che anch’ io, come tutti, mi faccio travolgere. Sto attenta a non ingrassare, mi trucco con cura e curo il mio look con attenzione. Mi piacerebbe essere alta e slanciata e a volte mi dispero davanti allo specchio. Anch’ io tendo a cadere nella rete della “bellezza ad ogni costo”, ma, poi, mi soffermo a riflettere e torno a ragionare. È giusto curare il proprio aspetto, ma senza arrivare all’eccesso, perché la bellezza non deve essere ricercata, ma semplicemente deve essere un valore aggiunto. Bisogna piacersi e accettarsi, con qualche difetto e magari con qualche chiletto in più, perchè è importante ottenere la stima degli altri non per l’aspetto fisico, ma per i valori che ci appartengono e che possiamo trasmettere agli altri. La bellezza non produce felicità! Spero che, in futuro, la società offra a noi giovani modelli più meritevoli della nostra ammirazione, caratterizzati da intelligenza, capacità, educazione, dignità, valori sempre attuali. Mara Caracò


L’immagine che è passata alla storia del ciclismo di altri tempi. Lo scambio di borraccia fra i rivali Bartali e Coppi. Io sono molto soddisfatto dello sport che pratico! Il ciclismo è uno sport salutare e, se si comincia a praticarlo da piccoli, come ho fatto io, riesce a formarti , a farti crescere e a migliorarti. Io ho imparato molto! Il ciclismo mi ha insegnato il coraggio su strada e proprio questo coraggio uso, poi, nella vita normale. Inoltre, mi ha insegnato l’umiltà, la lealtà e anche ad avere fiducia in me stesso e negli altri. Il ciclismo insegna a non insultare gli avversari né a sottovalutarli, a non avere pregiudizi nei confronti di chi ti sta davanti. Come nella vita, è uno sport dove è importante l’aiuto reciproco e fa capire che è meglio avere più amici che nemici. Il ciclismo, come ogni altro sport, aiuta a tenersi in forma, fa dimagri-

re, regolarizza la circolazione, fa

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sviluppare i polmoni e, soprattutto, distoglie l’attenzione dal vizio di fumare e di bere. Condiziona e cambia il proprio stile di vita, dando anche un’altra prospettiva sui progetti futuri. Però, come per altri sport, il fantasma che aleggia attorno al mondo del ciclismo si chiama doping. Doparsi vuol dire alterare la propria forza, la propria condizione fisica con sostanze che aiutano a compiere l’attività con meno fatica, così, alterando i valori sanguigni, come globuli rossi, testosterone, densità del sangue ecc., si ha più forza, si può “sfondare” più facilmente. Chi ti vende queste sostanze, non ti dice, però, che sul tuo corpo hanno effetti collaterali devastanti. Possono far insorgere tumori, sclerosi, trombosi, per non parlare della ereditarietà di queste malattie. Io penso che si deve fare sport in modo pulito, si deve competere con le proprie forze e il proprio coraggio. Paolo Orecchia

SPORT

Il mio sport? Il ciclismo


“Shoah” - 27 gennaio

STORIA A SCUOLA

una data importante per ricordare una tragedia che ha colpito

Il 27 Gennaio è una data molto importante, ricordata come Il giorno della memoria. Con Shoah, termine ebraico che significa ‘’catastrofe, sterminio’’, viene indicato il crudele genocidio del popolo ebraico durante la II Guerra Mondiale, pianificato dalle idee folli e naziste di A-

dolf Hitler. La sua politica si basava sull’esistenza di una razza superiore, quella Ariana, e sulla necessità di imporre il suo dominio sulle razze da lui ritenute inferiori e per questo motivo dovevano essere sterminate. Servendosi delle SS, corpi speciali, Hitler scatenò la sua violenza sugli oppositori del regime, zingari, omosessuali, malati e Soffrire potendo solo sognare, soprattutto sugli morire senza poter amare, ebrei. Fece confidisperarsi inutilmente scare le loro properdendo la vita in un frangente. prietà private e saccheggiare e di-

IN MEMORIA

Questa è la situazione, senza sentimento e senza emozione. Solo una cosa mi domando: come si può morire per un comando?

Scopi economici forse alla base di tutto delle stragi questo è l'unico frutto. Milioni di morti solo perché meno forti. Salvatore Caruso 10

struggere le sinagoghe. Migliaia di ebrei, compresi donne e bambini, furono catturati e deportati nei campi di concentramento, campi di lavoro dove, oltre a essere costretti a lavori pesanti, venivano umiliati, lasciati vivere in condizioni pessime, disumane, privati di ogni dignità. La “soluzione finale” portò alle uccisioni nelle camere a gas, alle fucilazioni, all’uso dei forni crematori e delle fosse comuni. Queste atrocità vennero alla luce alla fine della II Guerra Mondiale, quando gli Alleati entrarono nei campi di concentramento e liberarono gli internati. Il giorno della memoria è dedicato a queste vittime, affinché tutta l’umanità ricordi gli atroci eventi e per far sì che ognuno di noi si fermi a riflettere e si impegni nella costruzione di una società migliore, soprattutto pacifica. Nessun ideale religioso, politico o di altra natura può giustificare la tanta sofferenza testimoniata dai sopravvissuti. Nessun uomo può calpestare e uccidere un suo simile, la vita e la dignità sono valori inestimabili, che devono essere sempre e comunque difesi e rispettati. Paola Papa


Imperativo di sempre “Vigilate”

Il 27 gennaio 1945 le forze alleate entrano ad Aushwizts e liberano gli internati, sopravvissuti alle sofferenze del campo di concentramento. Questo avvenimento viene ricordato ogni anno con “la Giornata della Memoria”. Aushwizts è una cittadina a sud della Polonia, tristemente famosa poiché le si associa il significato di lager. Qui, infatti, sono stati uccisi quasi un milione e mezzo di ebrei. Il 27 gennaio non è soltanto una data storica, ma è monito per una della più vergognose vicende della storia umana. Un periodo oscuro durante il quale i regimi nazi-fascisti promulgarono le leggi razziali e attuarono le persecuzioni di massa del popolo ebraico, creduto “razza inferiore”. Non voglio elencare i particolari delle torture, i maltrattamenti, le morti atroci per stenti o per “allietare le noiose ore dei nazisti”, nonché le esecuzioni esemplari che ammonivano gli ebrei all’ubbidienza e, nemmeno le uccisioni di massa all’interno delle camere a gas. No, non voglio descrivere situazioni così dolorose e così tristemente note a tutti noi, grazie alle numerose testimonianze dei superstiti e dei sopravvissuti alla Shoah, termine che le comunità ebraiche hanno scelto per sostituire quello di olocausto, con cui veniva indicata questa tragedia. Questa è una parola che deriva dal greco olόkaustos (bruciato

interamente). Essa definisce una tipologia di sacrificio, specificatamente delle religioni greca, ebraica e dei culti dei Cananei, nella quale ciò che si sacrifica viene completamente arso. Per estensione, quindi, si riferisce anche all'oggetto del sacrificio. Shoah significa, invece, "desolazione, catastrofe, disastro". Venne usato per la prima volta nel 1940 dalla comunità ebraica in Palestina, in riferimento alla distruzione degli ebrei polacchi. Da allora, definisce nella sua interezza il genocidio della popolazione ebraica d'Europa. Ciò spiega come la parola Shoah non sarebbe sinonimo di Olocausto, in quanto la seconda si riferisce allo sterminio compiuto dai tedeschi nei confronti di ebrei, comunisti, Rom, testimoni di Geova, dissidenti tedeschi e pentecostali, mentre la prima definisce solamente il genocidio degli ebrei. Molti Rom, infine, usano la parola Porajmos o Porrajmos («grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio») per descrivere lo sterminio operato dai nazisti. Nella storia dell’umanità ci sono stati stermini e persecuzioni di massa, pulizie etniche e religiose, sfruttamenti e schiavitù. Ricordiamo, tra gli altri, gli schiavi dell’impero di Roma o di Egitto, oppure, nell’epoca delle colonizzazioni, lo sfruttamento dei neri d’Africa, riconosciuti esclusivamen-

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te come forza-lavoro, o degli indigeni americani, privati delle loro terre e delle loro tradizioni. Tuttavia, la Shoah è stata riconosciuta un evento unico: primo, perché è avvenuto in un passato piuttosto recente in un’Europa “civile”; secondo, perché mai nella storia si è visto progettare con totale freddezza e determinazione lo sterminio di un popolo, utilizzando mezzi avanzati e metodi bene organizzati. Oggi, a noi sembra impossibile che possa essere accaduto realmente e ci ritroviamo ad ascoltare esterrefatti le tante testimonianze dei sopravvissuti. Racconti orribili che ci sollecitano una domanda: Perché è stato permesso tutto questo? Nessuna risposta è esauriente! Ecco perché è importante celebrare il giorno della memoria: mantenere viva l’attenzione su questi orrori non solo è un gesto di riconoscimento e di onore verso il popolo ebraico e verso tutte le vittime, ma è anche un modo per colpire, mortificandoli, quei gruppi, per fortuna in minoranza, che ancora oggi, nonostante tutto, amano emulare quella terribile “croce nazista”, disegnandola sui muri delle città, chiamandola “mitica”. Proprio così: sembra impossibile, ma esistono ancora persone che rimpiangono il regime nazista! Essi continuano la “metastasi del male” e si agirano fra noi, travestiti da “umani tolleranti”. Il male cresce dentro di loro e si organizza, pronto ad emergere, forte, al momento giusto. Noi non dobbiamo permetterlo, dobbiamo stare sempre all’erta, affinchè ciò non possa mai più accadere. Lo dobbiamo ai 6 milioni di vittime innocenti di allora, alle generazioni di oggi e a quelle future, all’intera umanità! Mara Caracò

STORIA A SCUOLA

27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2010


ATTUALITA’

Comportamenti dei giovani d’oggi

Troppa leggerezza nell’uso di alcol e di droghe da parte dei giovani d’oggi, è, forse, dovuta solo alla curiosità? Non sempre. Chi ne fa uso, per motivi diversi, viene ingannato e alla fine deve fare i conti con gli effetti dannosi causati da queste sostanze. Da piccoli la curiosità, innata nell’uomo, ci porta a fare molte domande e a chiedere la soddisfazione dei tanti “perché”. Le risposte dateci da mamma e papà o anche dalle persone significative che girano intorno a noi ci appagano, ma crescendo, in alcuni casi, non bastano. Forse è per questo che alcuni adolescenti si scontrano o si sono scontrati con questo “fenomeno”? Forse è il bisogno di fare nuove esperienze o è la voglia di provare tutto sulla propria pelle? Oggi, non molto di rado, ci capita di incontrare ragazzi dai 14 anni in su, e forse anche più piccoli, con in mano bottiglie di vodka o con spinelli. Perché lo fanno? Chissà! Basta guardarsi un po’ intorno, per rendersi conto che non si tratta di un banale incontro con la “novità”, la maggior parte dei giovani sceglie, sbagliando, queste sostanze come abituali “compagne di gioco”. Dalle statistiche effettuate sui giovani e osservando dal di fuori questo fenomeno, molti sono coloro

che fanno uso di queste sostanze. Tutto questo è dovuto all’incoscienza delle persone o chi le usa è abbastanza consapevole degli effetti negativi? Secondo me, tutti conoscono bene quali sono i rischi a cui vanno incontro e sanno quanto siano nocive queste sostanze, tanta è l’informazione in questo campo. Allora è la leggerezza che li trasporta? Forse sì, direi proprio di sì. Molti iniziano dicendo “smetto quando voglio”, “ho buone motivazioni per fumare, per bere, per sballarmi” e rimangono di quel parere fino a che si rovinano la vita. Fanno così giorno dopo giorno, bendandosi gli occhi davanti all’evidenza, convinti che “per un goccetto” non si ubriacheranno mai e sicuri che per uno spinello

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non si drogheranno mai. È proprio questa cattiva convinzione che li porta ad illudersi e ad usarle. Nonostante i mass-media, i film e i documentari su questo argomento siano informatori instancabili, la percentuale dei drogati e degli alcolizzati non scende, anzi sale e con essi il numero dei morti sulle autostrade per l’uso sconsiderato di alcool e stupefacenti. Ma perché? Se ne parla e se ne scrive, se ne danno informazioni, ma ho l’impressione che tutto ciò vale a niente, anche se muoiono tante persone, giovani e adulte. Ma perché vedendo morire tanti ragazzi, giovani drogarsi o ubriacarsi non si fa nulla o si fa pochissimo per eliminarne l’uso ed evitare i tanti incidenti e la rete malavitosa che si allarga sempre più? Perché anche chi non c’entra niente con questo fenomeno viene “ammazzato” o rovinato per la vita da un ubriaco o da un drogato che circola impunito sulla strada, per non parlare di chi, sotto i fumi di queste sostanze, stupra delle ragazzine prendendosi gioco di loro e poi le uccide . . . Boh! . . . Non so a che punto siamo ormai arrivati! Spero tanto che qualche soluzione si trovi, perché così il mondo sta davvero andando a rotoli! Giuseppe Vaccarella


Tutta l’Italia ha vissuto in diretta il dramma di Sarah Scazzi, una ragazzina di 15 anni di Avetrana, in provincia di Taranto. Inizialmente, si pensava ad un allontanamento volontario, poi, però, grazie alla confessione dello zio, si è scoperto che la ragazzina era stata brutalmente uccisa dalla cugina con la complicità della zia. Questo caso racchiude

tutte le problematiche che vive la società di oggi: violenza, gelosie adolescenziali, rivalità, pedofilia, morbosità della gente verso il macrabo, omertà. L’omicidio di Sarah, infatti, è diventato l’argomento principale della tv di ogni giorno. Si parla e si straparla di tutti i dettagli, dimenticando forse il dramma più grave: il dolore di una madre e la morte di una povera ragazza. Sarah era una ragazza come noi, non voleva morire …, aveva voglia di vivere, di divertirsi, poteva essere ingenua, a volte maliziosa, poteva sbagliare, comportarsi con superficialità e mostrare verso gli altri troppa fiducia, frequentava una comitiva di adulti e si dice che su facebook si dichiarava diciottenne. Cosa c’è di male, Sarah voleva vivere e voleva crescere e non le è stato permesso! L’esperienza di Sarah ci ammonisce

a non dimenticare che esiste il male, che la malvagità può nascondersi anche all’interno della famiglia, tra i parenti, tra i migliori amici. Dobbiamo cercare di individuare, tra chi ci circonda, la persona di cui ci possiamo veramente fidare e, comunque, dobbiamo rimanere sempre vigili, perché, purtroppo, a volte noi adolescenti non comprendiamo i rischi a cui andiamo incontro con certi nostri atteggiamenti. Un rimedio ci sarebbe: parlare con i nostri genitori; anche se a volte ci sembrano troppo impegnati nel lavoro o troppo presi dai loro problemi e ci sembra che non si accorgano di noi e dei nostri problemi. Dobbiamo sforzarci di raccontare della nostra vita, senza vergogna, e dobbiamo farci ascoltare da loro, perché sono le uniche persone che possono aiutarci e darci ottimi consigli. Mara Caracò

INTERNET, Social network, attenti al lupo! I giovani nel mondo virtuale rischiano grosso

La tecnologia accomuna la maggior parte dei giovani attraverso l’uso del computer, strumento diventato un bene di prima necessità. Utilizzato per vari motivi, viene acceso principalmente per internet, una linea comunitaria dalla quale si ricavano facilmente informazioni. Utilissimo per ricerche, programmazioni, consultazioni, ecc., ma soprattutto per l’opportunità di socializzare e comunicare attraverso i social network. Tra questi: messenger, badoo e, il più famoso e il più usato, facebook. I social network danno l’opportunità di fare amicizie, di comunicare a distanza con tutte le persone del mondo. È una cosa bella, ma ricordiamoci che in ogni medaglia ci sono sempre due facce. La parte negativa nasce dal fatto

che per iscriversi c’è bisogno di mettere a disposizione i propri dati e cioè: nome, cognome, data di nascita, luogo di abitazione, tendenze politiche, hobbies ecc... Le numerose informazioni date per essere pubblicate, pena la non registrazione, costituiscono una violazione della privacy, contro la quale ci sono norme ben precise varate dalla legislazione italiana. Così proliferano in questi posti virtuali, ma collegati con la realtà, fenomeni di illegalità e devianza, favoriti dal fatto che su facebook tutti pubblicano foto e video. La polizia postale lavora in continuazione per garantire la sicurezza degli utenti per i numerosi casi di pedofilia, prostituzione, uso dei minori, delitti, litigi, ecc... che si verificano e che spesso hanno come

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protagonisti iscritti minorenni. Se utilizzati bene i social network danno anche grandi possibilità per comunicare a distanza, risolvere problemi vari comunicando con gli Altri. Ma, se permettono, come effetto collaterale la nascita di “problemi seri”, ha senso che essi esistano? A voi la risposta! Per me sì, perché tutto dipende dall’uso che se ne fa. Salvatore Di Rosa

ATTUALITA’

IL DRAMMA DI AVETRANA


Amore e amicizia, sentimenti di sempre

ATTUALITA’

Analogie e differenze tra due sentimenti i cui limiti non sono sempre chiari

L’amore e l’amicizia sono due sentimenti diversi tra loro, anche se comprendono caratteristiche molto simili. In un articolo del Corriere della Sera del maggio 1997, il giornalista Brambilla affermava che le differenze tra amicizia e amore sono “nette” e sosteneva che sono sentimenti percepiti già in età precocissima. Infatti egli ha provato il suo primo colpo di fulmine intorno ai tre anni. Ma c’è di più, dico io! Le differenze tra amicizia e amore si percepiscono già nella primissima infanzia: il bimbo cerca un confronto con il compagnetto amico, e con la bimba, che gli piace, si emoziona. È precoce parlare nei primi anni di vita di attrazione fisica tra due sessi, eppure si intravede un turbamento, una timidezza che non si manifestano con altri coetanei amici. L’amore cambia e si evolve nel corso della crescita: è incerto nella pubertà, è una scoperta nell’adolescenza e diventa una scelta consapevole nell’età adulta. Anche il sentimento dell’amicizia e il modo di confrontarsi con essa cambiano e si evolvono durante la crescita. L’amicizia nel mondo dei piccoli è la condivisione dei giochi e non comprende altruismo e dedizione. Crescendo, si acquista la consapevolezza che l’amicizia è un dare reciproco e un accettare compromessi. L’amore e l’amicizia hanno in comune l’impegno e la dedizione, necessari per alimentarli entrambi; occorre, però, essere predisposti ad aprirsi a questi sen-

timenti, ad accoglierli e ad accettare i cambiamenti e le rinunzie che essi comportano. È nella natura dell’uomo cercare sempre amicizia e amore, ci sono alcune persone che si mostrano aperte a questi sentimenti perché desiderose di colmare un senso di solitudine che le opprime, e, quando ne sono coinvolte, si sentono invadere dalla felicità. In particolare, per quanto riguarda l’amore, è l’innamoramento iniziale il momento più sublime. È il periodo in cui si va alla scoperta reciproca e l’intera esistenza è finalizzata alla necessità di “viversi” reciprocamente. Il mistero rende tutto più inebriante ed eccitante. L’amicizia è più razionale, non regala questa euforia, ma può rivelarsi un sentimento più valido e duraturo, forse perché vissuto con più obiettività. Infatti, l’amore autentico è irrazionale, non conosce premeditazione, né calcolo, si basa sull’istinto e sulla passione, eleva i pregi e oscura i difetti, ecco perché

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spesso l’amore finisce: passata la fase dell’innamoramento, il mito crolla e l’obiettività spezza l’incanto. Tra noi adolescenti, l’amore è spesso contrastante e scontroso, ciò è dovuto, soprattutto, all’istinto e all’arroganza che caratterizza noi giovani, poco disposti alla rinuncia e ai compromessi. Rispetto al passato, l’amore e l’amicizia sono vissuti in modo differente e spesso si vivono soprattutto attraverso internet. Sono tante le persone che nella società attuale non riescono ad instaurare amicizie reali e fisiche e si affidano ai social network che se da un lato nascondono la timidezza, dall’altro annullano il contatto umano. Le amicizie on-line non sono paragonabili a quelle vere e proprie, quelle che ci accompagnano nella vita reale! Anche l’amore, oggi, vive nuove realtà, sempre più frequentemente nascono amori tramite Web. L’amore, inoltre, non coinvolge solo persone di sesso diverso, ma anche dello stesso sesso, storie che sono sempre esistite, ma che oggi sono vissute alla luce del giorno, superando i pregiudizi. Amore… Amicizia… che grandi complicazioni! Ma vale la pena viverle, in qualsiasi modo, anche sbagliando, spesso soffrendo…, sono esperienze che arricchiscono la personalità e la rendono più forte! Mara Caracò


Identikit dell’Amore se il proprio amore è corrisposto o meno determina il modo di amare di una persona. Se si è certi che l'altro ricambia i propri sentimenti, non si avranno problemi a dichiararsi; se, al contrario, si pensa di provare un amore impossibile o non ricambiato, dichiararsi diventa più difficile e addirittura impossibile tanto che ci si accontenterà di amare in silenzio e soffrire per aver soffocato i propri sentimenti. Alcuni, poi, trovandosi davanti un amore non ricambiato, possono perfino provare odio per la persona amata, da qui la frase “ti odio perché ti amo e non posso averti”. Per me, la persona amata è la prima persona a cui pensi quando apri gli occhi al mattino e ti chiedi se si sia già svegliata. E' quella persona a cui ti fa pensare ogni cosa che ti

circonda, è quella persona per cui in classe ti distrai guardando fuori dalla finestra, è quella persona a cui pensi, cercando d'immaginare dove sia e che cosa faccia in quel momento. E' quella persona alla quale pensi la sera, fino a che non ti addormenti. È quella persona per la quale, al sol pensiero di poterla incontrare, incominciano a tremarti le gambe e il sorriso non va più via e, non appena la vedi, in quel preciso momento, dimentichi tutto il resto, pensando a quanto sia bello stare lì, a chiacchierare e sentire la sua voce. È quella persona della quale cerchi di memorizzare la figura e la voce, perché sai già che quando andrà via ti mancherà subito. Chiara Caruso

Pensieri di adolescente

I mass-media ci propongono ogni giorno la mercificazione della bellezza e del corpo umano...

La bellezza è uno degli ideali riconosciuto in ogni società ed è stato, da sempre, manifestato nell’arte. Poeti, scrittori e artisti l’hanno da sempre esaltata nelle loro opere. Nella società moderna, la bellezza sembra aver cambiato il suo significato, soprattutto per i giovani. Questi sembrano tener molto all’aspetto fisico e alla bellezza esteriore. Essere belli nella società odierna sembra quasi un obbligo. I giovani sono sempre più convinti che l’aspetto esteriore, superficiale

e apparente, permetta di sentirsi più sicuri, di essere accettati e valutati positivamente dagli altri. Non solo i giovani credono che la bellezza fisica dia una marcia in più a chi la possiede, ma risulta essere un elemento indispensabile per far carriera, soprattutto nel mondo dello spettacolo. In televisione, spesso, conta di più avere un bel corpo che possedere delle capacità. I massmedia, infatti, ci tempestano di modelli di perfezione e di bellezza da perseguire come scopo per realizzare se stessi, tralasciando altri aspetti importanti come amore e amicizia. Questo spinge i giovani al culto sfrenato dell’immagine. Molti di loro, pur di apparire belli, sono disposti a fare qualunque cosa, addirittura, alcuni non si limitano all’uso di prodotti cosmetici o ad attività fisica, ma ricorrono a sostanze chimiche, che permettono loro di raggiungere in breve tempo

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l’obiettivo, incuranti dei gravi effetti collaterali che esse hanno. Diverse adolescenti, per assomigliare alle modelle, cadono nell’anoressia, altre ricorrono alla chirurgia estetica, che spesso viene applicata con eccessi. La bellezza è diventata un’ossessione, perché tutti coloro che non si accettano come sono fanno di tutto per cambiare, provocando, la maggiore parte delle volte, molti danni a se stessi. Tutto ciò è poco sensato! Bisogna curare il proprio corpo, ma accettarsi per come si è. La bellezza non è soltanto quella fisica, ma è qualcosa di più profondo che si trova in ciascuno di noi: è la consapevolezza di essere belli dentro, la capacità di farsi amare e di saper amare. La bellezza si nasconde dentro tutte le cose che ci circondano, è la natura che ammiriamo, è dietro ad ogni cosa, basta solo trovarla! Paola Papa

ATTUALITA’

Mi è capitato recentemente di leggere un articolo del giornalista Brambilla sull’amore e l’amicizia. Egli scrive che ha fatto esperienza di questi sentimenti già a tre anni e, poi, dà una definizione di amico e di amante, dicendo che il primo è quella persona di cui puoi fidarti senza riserve e a cui puoi raccontare tutto; l’altro è quella persona con cui vorresti stare per sempre. Io sono molto d'accordo con lui, ma i pareri sono vari e contrastanti. Alcuni pensano che l'amore si provi solo ad un’età più matura, altri ad un’età giovane. Alcuni pensano che non tutti sanno amare, per il loro carattere, altri che è proprio il carattere, a seconda più orgoglioso, più ribelle, più fragile, a determinare il modo di amare una persona. Alcuni pensano che anche il sapere


ATTUALITA’

MIGRANTI IN FUGA DALLA LIBIA

L’arrivo in massa dei profughi provenienti dalla Tunisia ha avuto inizio dalla guerra libica, ma, per comprendere la situazione è necessario compiere un passo indietro. La Libia è governata dal colonnello Gheddafi, leader dittatore, al potere da ben 40 anni. Gheddafi governa con un regime dittatoriale: limita la libertà di parola e di stampa, influenza i pensieri con sistemi propagandistici a suo favore, perseguita gli oppositori e i ribelli. Ha creato un impero per sé e per la sua famiglia, incurante della miseria del suo popolo che vive in una situazione di umiliante rassegnazione. Tutto questo fino a poco tempo fa, quando, nel vicino Egitto, una situazione analoga è sfociata in una guerra civile che si è conclusa con l’istituzione della Repubblica. Ciò ha dato forza e coraggio al popolo libico che si è armato per abbattere il regime. Purtroppo, Gheddafi ha risposto con brutale prontezza, servendosi dei militari suoi fedeli, i quali, senza esitazione, hanno iniziato a sparare e bombardare sui

ribelli, colpendo anche la popolazione civile. Il mondo intero ha assistito sconvolto alla tragedia di un popolo massacrato dal suo stesso capo. Le Nazioni Unite, dopo vari ultimatum, hanno deciso di fermare il dittatore, bombardando, a loro volta, le forze di Gheddafi. È scoppiata così una guerra che ha spaventato il mondo intero. Ma, poi, particolarmente in Italia, l’attenzione si è spostata su un’altra emergenza: l’arrivo in massa di migliaia di profughi. Essi provengono in gran parte dalla Tunisia e hanno approfittato della situazione di instabilità del nord-Africa, dove gli accordi internazionali che regolano le migrazioni sono momentaneamente sospesi. Questi clandestini sbarcano a Lampedusa, scegliendo questa destinazione perché geograficamente più raggiungibile. Le leggi italiane che regolano l’afflusso dei clandestini, in queste situazioni di guerra e di instabilità politica non si sono potute applicare e, quindi, il governo italiano, un po’ per umanità, un po’ per diplomazia, ha dovuto accogliere questi profughi. E così, quotidianamente, barconi strapieni approdano sulle nostre coste. In centinaia, questi poveretti affrontano questo viaggio, durante il quale spesso trovano la morte. Essi sperano di trovare oltre il mare una terra di pace e di

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stabilità. Tunisia, Libia, Egitto… profughi di guerra, clandestini… che cosa cambia? Sono tutti popoli che condividono miseria e disperazione. Abbandonano le loro case, le loro origini, le loro famiglie e fuggono a malincuore, perché non hanno scelta: non possono più vivere dove le bombe li colpiscono all’improvviso; non possono più vedere i loro bambini morire di fame. Non hanno lavoro, assistenza sanitaria, sindacati che tutelano i loro diritti. Non hanno nessuna speranza per un futuro dignitoso. È la stessa disperazione che molti anni fa ha costretto milioni di europei ad emigrare in America ed, oggi, sono gli stessi europei a mostrare ostilità a questa gente che ha avuto la sfortuna di nascere nella zona geografica sbagliata. Non posso fare a meno di notare nel mondo politico e religioso troppa incoerenza: globalizzazione, parola che riassume un mondo senza confini, ma, poi, improvvisamente sento dire “ognuno a casa sua!”. La Bibbia ci insegna “ ama il prossimo tuo come te stesso”, ma noi li amiamo quando sono lontani da noi, esprimendo parole di solidarietà davanti al telegiornale, ma poi, cambiamo canale e torna il sorriso. Ma non a loro, loro continuano a piangere, soli e disperati. Comprendo che l’Italia sta faticosamente cercando di uscire da una crisi economica e che l’arrivo dei profughi potrebbe aggravare la situazione. L’opinione pubblica e politica si divide fra chi è convinto di offrire solidarietà e asilo a questi profughi e chi, invece, è loro ostile. Io non condivido affatto un atteggiamento di chiusura e ostilità e spero che il governo possa trovare una soluzione che mostri attenzione e solidarietà umana, senza che ciò vada troppo a discapito della nostra Nazione. Mara Caracò


Solidarietà e non solo

Il termine “emigrare” significa abbandonare il luogo dove si abita. I flussi migratori non sono un fenomeno storico recente ed hanno avuto un ruolo importantissimo nella storia mondiale. I motivi che spingono uomini e donne a lasciare la propria terra sono molti e vari. Gente che non trova lavoro nel proprio paese, gente perseguitata per motivi religiosi o politici, vittime di conflitti, tutti cercano una casa altrove. Gli emigrati sono spinti dalla voglia di cambiare vita o di realizzare, in un altro luogo, le loro idee di libertà e di convivenza civile. Ci sono anche uomini e donne che vogliono semplicemente rifarsi una vita altrove. I primi flussi migratori si verificarono già tra il ‘500 e il ‘700 verso quello che era allora il Nuovo Mondo, negli ultimi anni, hanno cambiato rotta. Con il crollo dei regimi dell’est e l’affermarsi della globalizzazione dell’economia, infatti, sono aumentati i flussi verso i paesi occidentali e mediterranei del nostro continente. Il tema emigrazione è così divenuto argomento del dibat-

tito pubblico europeo e italiano in particolare. Ogni anno, infatti, migliaia di persone giungono sulle nostre coste. Provengono dai paesi africani più poveri, devastati da guerre, oppressi da dittature. Affrontano viaggi in condizioni disumane, pagati con i risparmi di una vita o, più spesso, con una promessa di debito, per raggiungere una terra che ai loro occhi è la salvezza. La nostra Sicilia, da cui molte persone, un tempo non molto lontano, partivano alla ricerca di una vita migliore è ,oggi, diventata meta di questi disperati, che sperano di tro-

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vare qui sicurezza, dignità e una soluzione ai loro problemi. L’inserimento, per loro, non è facile. Creano preoccupazione gli immigrati clandestini che vivono in pessime condizioni e vengono reclutati dalla criminalità e introdotti alla malavita o vivono di lavoro nero, sfruttati e malpagati. Con la guerra in Libia, il fenomeno delle migrazioni è cresciuto paurosamente. Attraverso le immagini della TV, assistiamo all’approdo incontrollato e sempre più in aumento di libici sulle nostre coste. L’arrivo incessante a Lampedusa mette a dura prova non solo le istituzioni statali, ma anche la popolazione dell’isola, che, nonostante i numerosi disagi e i problemi da affrontare, dimostra continuamente la sua generosità, solidarietà e fratellanza verso questa gente, aiutandola come può. Molto ancora lo Stato deve fare per risolvere questo complesso problema, ma da solo non può riuscirci, occorre la collaborazione degli altri Stati, quelli di partenza di questi emigranti e quelli dell’Unione Europea. Speriamo che arrivi! Paola Papa

ATTUALITA’

Popoli in fuga da guerra, violenza e povertà giungono sulle nostre coste in cerca di una vita migliore e trovano nuovi ostacoli al loro sogno


Tradizioni Avolesi

USI COSTUMI

Dedicato ai giovani che non vogliono dimenticare le loro origini

Avola, paese in provincia di Siracusa, è ricca di testimonianze archeologiche, di risorse naturalistiche, di un grande patrimonio folkloristico e gastronomico, tutte ricchezze che andrebbero conservate e riscoperte. Il paese, nonostante risenta come tanti altri del progresso e della globalizzazione, rimane legato alle tradizioni del passato e cerca, anche se con risultati non sempre positivi, di trasferirle ai suoi giovani. Ancora oggi, infatti, in occasioni di particolari festività, in molte famiglie si continuano a preparare biscotti di mandorla, torrone, dolci autunnali, come la mostarda, la marmellata di melecotogne e di arance, dolci natalizi. Purtroppo, tante tradizioni sono andate perse, impoverendo i festeggiamenti di alcune ricorrenze. Una delle feste ormai scomparsa è quella di San Giuseppe. Fino a pochi anni fa, in ogni quartiere di Avola, i ragazzi organizzavano le “adduminarie”, grandi falò che ricordavano il fuoco che San Giuseppe aveva acceso per riscaldare il piccolo Gesù. A preparare era un gruppo di persone, adulti e bambini, abitanti del quartiere, che andava di porta in porta a raccogliere i soldi che, poi, destinava alla realizzazione della festa. Si organizzavano la corsa con i sacchi, il gioco del-

la “quattara”, l’albero della cuccagna. Quando il falò si spegneva, si prendeva un po’ di fuoco e si portava dentro come benedizione della casa. Con il passare del tempo, per motivi di sicurezza e per evitare che l’asfalto delle strade dei quartieri si rovinasse per il forte calore, le autorità non hanno più dato i permessi necessari per fare le adduminarie, senza le quali la festa non è più festa. Sempre il 19 marzo, davanti al sacrato della chiesa di Santa Venera, si organizzava un pranzo per i poveri del paese, seguito da un’asta con i doni offerti dai fedeli. Si portava di tutto, dal pane ai dolci, e non mancavano frutti e ortaggi fuori stagione. Era usanza preparare pani da regalare ai ragazzi o da offrire ai vicini di casa. Di tutta la festa è rimasta solo la funzione in chiesa per celebrare il papà di Gesù. L’ultima domenica del mese di luglio, in occasione dei festeggiamenti della patrona di Avola, Santa Venera, si svolgeva “a cursa re cavaddi”. Il palio iniziava il venerdì pomeriggio e la partenza era a piazza Esedra, mentre l’arrivo davanti alla scuola media “L. Capuana”. Il sabato, si faceva pausa e, nel pomeriggio della domenica, i cavalli venivano lanciati al galoppo, incitati dalle grida e dagli applausi degli spettatori. In quelle ore il paese si svuotava: tutti gli avolesi volevano prendere parte alla corsa per tifare, dietro le transenne, il probabile cavallo vincente a cui andava la coppa Santa Venera. Questa tradizione, inizialmente, si svolgeva lungo il corso Vittorio Emanuele e il percorso andava dall’ingresso del paese, “a potta”, alla stazione. Successivamente, è stato spostato al viale Lido, oggi viale Corrado Santuccio, per essere trasferito, in tempi re-

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centi, in un tratto del viale Pier Santi Mattarella. Dopo alcuni anni, a causa di una lite tra due fantini, gli animalisti hanno protestato e hanno deciso di opporsi alla realizzazione di questa tradizione per il bene dei cavalli che in quella circostanza venivano frustati a sangue per raggiungere il risultato sperato dal fantino e dalla scuderia di appartenenza. In estate, era una consuetudine trovare steso al sole “u strattu”, che si cucinava davanti alla porta di casa sul fuoco e in una grande pentola di zinco. Quasi sempre l’operazione si svolgeva di notte, quando i bambini erano tutti a letto. Si iniziava con la scelta del pomodoro, “u marmanti”, che insieme ad altre qualità veniva lavato, tagliato e messo sul fuoco con cipolla e sale. Si faceva cuocere e dopo si passava al setaccio con la forza delle mani. Il giorno dopo veniva steso al sole nei piatti di terracotta, “i piatti ro strattu”, e mescolato di tanto in tanto con un cucchiaio di legno. Quando si era asciugato, si metteva in contenitori di terracotta o in contenitori di vetro e conservato nella dispensa al buio. Per “i morti”, nella notte che tra l’1 e il 2 novembre, era tradizione per i genitori regalare ai piccoli fichi secchi, noci e zollette di zucchero, mostarda e altri dolci fatti in casa. Nelle famiglie più agiate ai bambini venivano donati anche giocattoli. Veniva detto loro che erano stati portati in dono dalle anime dei parenti defunti. Il mattino del 2 novembre, appena alzati, i bambini andavano alla ricerca dei regali, nascosti in un punto insolito della casa. Era anche tradizione, per alcuni, mettere la scarpe fuori dalla porta di casa e il giorno dopo venivano trovate piene di dolciumi o soldini. segue...


conoscenza della cultura popolare avolese, ascoltiamo i racconti delle persone anziane che parlando della loro vita ci informano sugli usi, sui costumi e sulle tradizioni del nostro territorio. Ora diamo spazio ad alcune delle ricette più popolari della tradizione gastronomica, scritte nel dialetto avolese, lingua che conosciamo e usiamo nella nostra quotidianità. RICETTE TIPICHE LATTI I MENNULA di Ilenia Nizza CHI CI VOLI • 150 gr. ri mennuli • nu litru ri acqua COMU SI FA Macinati a mennula senza cozza. Pigghiati a mennula macinata e mittitila rintra a ‘nfazzuletto. Bagnati u fazzoletto cinu ri mennula ‘nta l’acqua e stringitilu rintra na stroppa. Quannu a stroppa è cina, mittitici u zuccuru, quantu ni vuliti, e mittitulu ‘nta buttigghia. Sirvitulu friddu. ‘NFAGGHIULATA di Noemi Corsico CHI CI VOLI Pa pasta: • ‘nchilu ri farina ri granu ruru • ‘ncubbettu ri levitu • acqua caura Po ripienu rintra: • ‘nchilu ri ricotta • zuccuru a piaciri (avveniri aruci) • ru uova • ‘mpocu ri cannedda COMU SI FA Sbattiti a ricotta co zuccuru, l’ova e a cannedda e lassatila ripusari. Pa pasta: ‘mpastati a farina co levitu sciugghiutu ‘nda ‘nttanticcia ri acqua debbita e ‘mpocu ri sali. Ammiscatici ‘mpocu di uogghiu e ‘mpocu ri latti pi falla addivintari

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tennira. Doppu arricugghitila a palla e pi falla allivitari mittitila ‘nda na tuvagghia ri pezza e ‘ntuppata cu panni ri lana. Quannu è levita, stirati a pasta e mittitila ‘nda na ‘mpanatera tunna, anzivata ri uogghiu. Mittitici a ricotta e anduppatila cull’autra pasta stirata, piegannu i refighi o centru. Facitici ru tagghi a cruci ri supra e ‘nghisatici i punti. Cucitila ‘nto furnu cauru pi 45 minuti. GHIUGGHIULENA di Erika Coffa CHI CI VOLI • Nu chilo ri ghiugghiulena • 300 gr ri meli • 400 gr ri zuccuru • ‘mpizzicu ri cannedda • na rattata ri limiuni o ri arancia COMU SI FA Si pulizia a ghiugghiulena, si lava, si metti a sciugari e ppoi s’infurna. Si ci metti u zuccuru e u meli ‘nda na pignata ranni, arriminati e fatila addivintari ‘mpocu liquida. Pigghiati ‘mpocu ri acqua ‘nda nu biccheri e mittitici ‘mpocu ri meli e zuccuru pi birriri se è croccanti. Se è croccanti si ci metti a ghiugghiulena. Arriminati finu a quannu pigghia u gustu ro meli e ro zuccuru. Appoi stirati supra u tavulu a ghiugghiulena supra o zuccuru ammiscatu co cimino, appoi che manu ‘mpocu vagnati acciangati e appoi ancuminciati a tagghiari a quatretti. ‘Ntucciuniati i pezzi ‘nda catta auliata. Chiara Concetta Caruso, Erika Coffa, Elisa Bellafiore, Ilenia Nizza

USI E COSTUMI

Ma se la famiglia era povera o non seguiva questa usanza, i bambini rischiavano di non trovare le scarpe, o piene d’acqua se era stata una notte di pioggia. Ad Avola, per qualche decennio, è stata una tradizione sentita e molto seguita quella del “presepe vivente”. Il presepe era aperto al pubblico dal 25 dicembre al 6 gennaio ed era considerato uno dei più belli della provincia. All’inizio si teneva in contrada Amatura, poi nei locali attigui all’Eremo della Madonna delle Grazie, in seguito è stato spostato vicino al piazzale dei “laghetti”, il belvedere della Cava grande del Cassibile. Oltre a ricreare e a far rivivere il contesto in cui nacque Gesù Cristo, si faceva fare ai visitatori un salto temporale in un periodo storico della vecchia Avola settecentesca e ottocentesca in cui si praticavano i mestieri della società rurale. Nel percorso s’incontravano: u pasturi (il pastore), u furnaru (il fornaio), u formagghiaru (colui che produceva il formaggio e la ricotta), u lignamaru (il falegname), u cannistraru (colui che con il vimini intrecciava i cesti di vimini), u firraru (il fabbro) ed altri. Nell’ultima capanna del percorso, vi era la “stadda”, dove veniva rappresentata la natività. All’interno del presepe era possibile degustare gratuitamente prodotti rurali tipici del nostro paese: ricotta calda, riposta nelle “vascedde”, tuma, formaggio, biscotti di mandorla, mostarda, marmellate, agrumi, pane caldo condito con olio, sale e origano, vino e liquori. Era molto bello e tantissime erano le persone di paesi diversi che venivano a visitarlo. Peccato che non si organizzi più! Qualcuno potrebbe affermare che quello che conta è la ricorrenza religiosa, e non l’aspetto folkloristico che farebbe perdere di gioiosità e, soprattutto, del significato che la cultura popolare gli ha attribuito nel tempo. Amici, quindi, cerchiamo di recuperare la nostra storia attraverso la


SPECIALE LE DONNE DEL RISORGIMENTO

“Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata, felicità!” Cristina Trivulzio di Belgiojoso, 1866

I libri di storia non hanno mai parlato delle donne che hanno partecipato al Risorgimento Italiano, ma i fatti hanno visto la loro presenza nel percorso storico che ha portato all'unificazione. Le dame dell'alta borghesia accoglievano e sostenevano i grandi protagonisti maschili, ai quali fornivano conforto e appoggio, nonché suggerimenti intelligenti. Spesso nei salotti dove si riunivano gli spiriti illuminati, il contributo delle donne fu fondamentale: sotto l'apparenza di conversazioni letterarie si cospirava! Ancora oggi il loro contributo é rimasto in ombra, sebbene non siano mancate le dame colte e attive che manifestarono pubblicamente con lo scrivere le loro tendenze politiche. Fra le donne più famose per il contributo che hanno dato ricordiamo: Anita Garibaldi, Ada Corbellini Martini, Cristina Trivulzio Belgiojoso, Virginia Oldoini, Antonietta De Pace, Bianca De Simoni Rebizzo, Giuditta Sidoli, Clara Carrara Spinelli, Rose Montmasson, Giulia Beccaria, Adelaide Bono Cairoli, Olimpia Rossi Savio di Bernsteil, Giannina Milli, Anna Schiaffino.

Non mancarono, comunque, donne del popolo, che, anonime sostenitrici, combatterono al fianco dei loro uomini, assicurando loro appoggio nella clandestinità, durante la prigionia, nelle azioni di rivolta e di guerra.

DOSSIER

Anita Garibaldi

Così Garibaldi descrive Anita nelle sue Memorie: “Era una donna alta, col volto ovale, i grandi occhi neri e i seni prosperosi”, e quando la incontrò per la prima volta, le disse spavaldamente in italiano: “Tu devi essere mia.” Anita Garibaldi, moglie di Giuseppe Garibaldi e Eroina dei Due Mondi, nacque il 30 agosto 1821 a Morrinhos, il suo vero nome era Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva. È la donna che è diventata una leggenda nel Risorgimento italiano e ha incarnato l'ideale di donna-guerriero che combatteva per i diritti dei popoli e per l'eguaglianza dei cittadini. All'età di 14 anni, Anita sposò un calzolaio, Manuel Duarte de Aguiar, questa unione, talvolta contestata, anche da Menotti Garibaldi, figlio di Anita e del Generale, sembra essere dimostrata da un atto di matrimonio ancora esistente e da quanto scritto dallo stesso Garibaldi nelle sue Memorie. All'età di 18 anni, incontrò Garibaldi a Laguna e da quel momento Anita diventò la sua donna, la madre dei suoi figli e la compagna di tutte le sue battaglie. Combattè sempre con gli uomini e come gli uomini, sostenendo il fuoco avversario con coraggio. Grazie alla sua estrema abilità di cavallerizza e alla sua coraggiosa vitalità sfuggì a diverse catture e riuscì a salvarsi. Con Garibaldi partecipò alla rivoluzione brasiliana e dopo con lui, alla notizia delle prime rivoluzioni europee, venne in Italia. Il 9 febbraio 1849 presenziò a Roma alla proclamazione della Repubblica Romana, che però ebbe vita breve. I garibaldini la difesero con una eroica resistenza, cercando di respingere gli assalti degli eserciti, francese e austriaco, che avevano attaccato la città per ripristinare il potere papale, ma la superiorità di uomini e di mezzi a disposizione delle forze avversarie fu schiacciante. Garibaldi e i suoi furono costretti alla fuga, che prenderà storicamente il nome di "trafila", una marcia forzata attraverso mezza Italia. Per sfuggire alla caccia dei soldati austriaci e della polizia papalina, i garibaldini si sparpagliano, Garibaldi rimane solo con Anita e con il fedelissimo Capitano Leggero e tentano di raggiungere Venezia, ma Anita era incinta, al quinto mese di gravidanza. La fuga per lei diventa un calvario, le sue condizioni di salute peggiorarono e nelle Valli di Comacchio la tragedia si consuma: a soli ventotto anni Anita muore. Era il 4 agosto 1849.

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SPECIALE LE DONNE DEL RISORGIMENTO La Giardiniera

Io sono l’italiana giardiniera: il mio giardino va dall’alpi al mare, e tutti gli anni vengo a primavera coi miei fratelli un giorno a festeggiare. Del mio ritorno la giornata è questa, col cestello di fior vengo alla festa, vengo alla festa ed ho per tutti un dono, ché i fior di Libertà per tutti sono! Ada Corbellini Martini, poetessa giardiniera

Cristina Trivulzio Belgiojoso

Cristina Trivulzio di Belgioioso (1808-1871) nacque a Milano il 28 giugno 1808; fu una patriota italiana che partecipa attivamente al Risorgimento italiano come editrice di giornali rivoluzionari, scrittrice e giornalista, nonostante fosse di famiglia appartenente all’apparato austriaco, divenne attiva promotrice dell’Unità. La sua più grande amica, Ernesta Bisi, la introdusse nel mondo della cospirazione. Il momento importante della giovinezza di Cristina è il matrimonio con il bello e giovane principe Emilio Belgiojoso, ma il matrimonio non dura molto e si separano pochi anni dopo, rimanendo in buoni rapporti. Era bella, potente e poteva dare molto fastidio, per questo gli austriaci iniziarono su di lei la loro opera di spionaggio, che durò fino all'Unità d'Italia. Fortunatamente la sua fama e la sua posizione sociale la salvarono da arresti facili e minacciata fuggì nel Sud della Francia. Dopo alcuni mesi a Parigi organizzò un salotto aristocratico, dove riunì esiliati italiani e borghesia europea. Continuò a contribuire alla causa italiana, cercando di influenzare i potenti, scrivendo articoli e diventando editrice di giornali politici. Cristina diventò la referente parigina dei patrioti, investendo in sommosse e organizzando movimenti di armi per i ribelli italiani. La sua vita subì una svolta con la nascita di Maria, la sua prima figlia. Da quel momento lasciò i salotti e trascorse alcuni anni di semi isolamento. Durante una vacanza in Inghilterra con i suoi fratelli, si recò a trovare Napoleone III in esilio riuscendo a strappargli una promessa: dopo che l’imperatore avrà acquistato potere in Francia, cercherà di operare a favore della causa risorgimentale italiana. Successivamente torna a Parigi dove organizza asili e scuole e trasforma il suo palazzo in un centro di comunità. Cristina Belgiojoso nella sua opera politica cercò di convincere tutti che l'unica soluzione per muoversi verso l'unione italiana era di supportare Carlo Alberto. Il suo obiettivo era una repubblica italiana simile alla francese ma, se per arrivare alla repubblica bisognava prima unire l'Italia, l'unico mezzo era di appoggiare la monarchia dei Savoia. Morì a Milano il 5 luglio 1871.

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DOSSIER

La Società delle Giardiniere riuniva le donne affiliate alla Carboneria e che si incontravano nei giardini per gli scopi della società segreta. Come l'analoga organizzazione maschile prevedeva due livelli: Apprendista e Maestra. In seguito venne aggiunto un altro rango, quello di Sublime Maestra. A quel punto, erano autorizzate a portarsi dietro, nascosto tra la calza e la giarrettiera, un piccolo pugnale. La Società cominciò a diffondersi dopo il 1821 nel Lombardo-Veneto e nel Napoletano e riunì donne della borghesia intellettuale. Molte di esse furono arrestate ed incarcerate dalla polizia austriaca.


SPECIALE LE DONNE DEL RISORGIMENTO

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Virginia Oldoini Contessa di Castiglione

Virginia Oldoini, nota come la contessa di Castiglione, è stata una nobildonna italiana. Irrequieta, estremamente consapevole della propria bellezza, ambiziosa e intelligente, fu coinvolta fin da giovanissima in storie galanti. Il matrimonio la introdusse alla corte dei Savoia e il cugino Cavour la inviò in missione alla corte francese di Napoleone III per perorare presso l'imperatore l'alleanza franco-piemontese. La contessa fu per un anno l'amante ufficiale dell'imperatore, suscitando invidie, grande scandalo e la furia dell’imperatrice Eugenia. L'intrigo diede i suoi buoni frutti e contribuì alla realizzazione dell’alleanza francese. La vita della Castiglione si fece sempre più difficile quando il marito chiese ed ottenne il divorzio. Si stabilì a Parigi e si chiuse nel lutto per la propria bellezza in disfacimento, rifiutando perfino proposte di nuovi e ricchi matrimoni. Le sue carte, che testimoniavano i contatti da lei avuti con molti importanti personaggi dell'epoca, furono sottratte e bruciate dalla polizia, subito dopo la sua morte. È sepolta al cimitero del Pere Lachaise, a Parigi.

Antonietta De Pace

Antonietta De Pace nacque il 2 febbraio 1818 a Gallipoli. La sua educazione fu affidata allo zio paterno, Antonio De Pace, che aveva fondato a Gallipoli una vendita carbonara. Rimasta orfana fu rinchiusa nel monastero delle clarisse di Gallipoli, la cui badessa apparteneva alla famiglia De Pace. Antonietta entrò a far parte della Giovine Italia e tenne i contatti con i patrioti che erano in libertà e cercò di riallacciare le relazioni con i prigionieri e con gli esiliati. Entrò in contatto con il console inglese Palmerston e stabilì collegamenti con l'ambasciata sarda, dove si procurava i giornali che si pubblicavano nello Stato sabaudo. Collaborò con il comitato napoletano della Giovine Italia e fondò un circolo femminile, composto prevalentemente da donne di estrazione nobile o alto borghese, i cui parenti si trovavano nelle carceri borboniche. Antonietta seguì con attenzione anche la famosa causa dei Quarantadue. Il compito delle donne era quello far da tramite tra i detenuti politici e i loro parenti, di far pervenire nelle carceri viveri e altri mezzi di sussistenza, lettere e informazioni politiche. Lei si recava personalmente al carcere di Procida per dare e ricevere dai patrioti importanti comunicazioni. Grazie all'aiuto di Luigi Sacco, la donna inviava le preziose informazioni a Nicotera, che si trovava a Genova, da lì queste giungevano a Lugano e poi a Londra dove risiedeva Mazzini.

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SPECIALE LE DONNE DEL RISORGIMENTO Bianca De Simoni Rebizzo

Nacque a Milano nel 1800, diventò presto orfana di padre e rimase sola con la madre, con lei coltivò gli stessi ideali politici paterni. Molto bella fisicamente, si sposò in età ancora giovane con il ricco genovese Lazzaro Rebizzo, uomo inquieto, poeta e viaggiatore, e con lui compì numerosi viaggi in Europa. Nel 1835 si stabilì a Genova dove aprì il suo salotto, frequentato dagli esponenti affiliati della Giovine Italia e ospitò nella sua casa i profughi politici. Il salotto era frequentato da Mamiani, Bixio, Mameli e venivano letti scritti di Mazzini, Gioberti e Guerrazzi. Bianca entrò anche in relazione con Cavour e sembra che siano state discusse in casa sua sia l'impresa di Pisacane sia quella dei Mille. Si interessò, oltre che alla politica, alle condizioni delle donne del popolo e all'infanzia povera, fondando un asilo infantile a Genova. Nel 1850, fondò a Genova un collegio femminile; ma venne accusata di utilizzarlo allo scopo di propaganda politica liberal - nazionale tra le giovani donne. Presto l'istituto fu chiuso e solo dopo l'Unità d’Italia venne riaperto come Istituto nazionale femminile. Giuditta Bellerio Sidoli nacque a Milano, il 16 gennaio 1804. Figura femminile particolarmente emancipata per la sua epoca, è stata una patriota italiana. Figlia del barone Andrea Bellerio, magistrato nel Regno Italico, a soli sedici anni sposò Giovanni Sidoli, ricco possidente terriero di Montecchio Emilia ed iscritto alla carboneria modenese con lo pseudonimo di Decade. Sfuggito agli arresti di Francesco IV d'Asburgo-Este, andò in Svizzera nel 1821 e la moglie lo seguì non appena nata la figlia Maria. Durante l'esilio, i coniugi misero al mondo altri tre figli: Elvira, Corinna e Achille. Alla morte del padre, i quattro figli furono tolti a Giuditta dal suocero che, fedele a Francesco IV, rifiutò di far allevare la sua discendenza da una ribelle; nonostante i periodici tentativi, la madre non riuscì a rivederli per otto lunghi anni. Rientrata in Italia, Giuditta, su invito di Ciro Menotti, partecipò ai moti di Reggio Emilia del 1831 e fu lei a consegnare alla neo costituita Guardia Civica la bandiera tricolore, successivamente esposta sul palazzo del municipio. Dopo il fallimento dell'insurrezione, per sfuggire alla repressione austriaca, si recò a Lugano e poi a Marsiglia. Nella sua casa, ospitò molti esuli italiani e, tra questi, Giuseppe Mazzini, del quale divenne amante e collaboratrice politica. Dalla loro relazione nacque il figlio Adolphe, morto in tenerissima età. Con Mazzini, Giuditta fondò il giornale politico La Giovine Italia, assumendone il ruolo di responsabile e contabile. Saputo dell'imminente arresto di Mazzini, lo seguì nell'esilio di Ginevra per accudirlo, perché gravemente ammalato. Anche dopo aver concluso la loro relazione sentimentale, Mazzini e la Bellerio restarono lungamente in contatto epistolare. Peregrinò per gli Stati d'Italia e d'Europa, alla ricerca dei figli e per partecipare ai vari moti rivoluzionari, subì l’arresto e il carcere. Trasferitasi definitivamente a Torino, diede vita ad un salotto politico frequentato dalle maggiori personalità risorgimentali dell'epoca, contribuendo a preparare il terreno culturale per la seconda guerra di indipendenza. Nel 1868 Giuditta Bellerio si ammalò gravemente di tubercolosi e, il 28 marzo 1871, si spense a Torino, il 28 marzo 1871 stroncata da una polmonite.

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Giuditta Bellerio Sidoli


SPECIALE LE DONNE DEL RISORGIMENTO Clara Carrara Spinelli Maffei

Clara Carrara Spinelli Maffei (1814-1886) si legò a Carlo Tenca. Il suo salotto, soprattutto fra il 1850 e il 1859, fu un punto d'incontro di letterati, artisti e patrioti del Risorgimento, tra cui Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi e Giovanni Prati.

Giulia Beccaria

Giulia Beccaria (1762–1841) era figlia di Cesare Beccaria, sposata a Pietro Manzoni, madre di Alessandro, concepito probabilmente con GioClara Carrara Spinelli Maffei vanni Verri. Donna anticonformista nella condotta, esercitò una grande influenza sul figlio a cui si riaccosta nel 1805.

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Rose Montmasson

Rosalia Montmasson nasce nel 1825, era una lavandaia-stiratrice, che il giovane Crispi conobbe a Torino nel suo esilio e che, pare, lo avesse assistito e aiutato mentre era in carcere. Dopo la guerra del ’59, Crispi iniziò e diresse una intensa campagna per riaccendere moti liberali in Sicilia e per indurre Garibaldi a recarvisi per capeggiare la rivolta e la guerra contro i Borboni. Rosalia fu preziosa collaboratrice di tali operazioni e fu l’unica donna Giulia Beccaria dei Mille. Dicono che per imbarcarsi di nascosto da suo marito e da Garibaldi sul bastimento Piemonte si fosse travestita da uomo. Seguì la truppa fino a Calatafimi, poi si fermò a Vita, a Salemi e ad Alcamo per curare i feriti e fu qui che i siciliani la battezzarono la savoiarda Rose, Rosalia che ebbero vicino come infermiera sul campo di battaglia. Rimase accanto a Crispi in un declinare tempestoso della loro relazione, fino agli anni di Firenze e poi di Roma. Crispi, che si avviava ad un grande avvenire politico, lasciò Rosalia, diventata per lui una palla al piede, per sposare con le dovute formalità Lina Barbagallo. Rosalia, dopo il ripudio, visse a Roma, poco se ne sa e pochissimo altro si cercò di saperne. La Montmasson parve essere ripudiata oltre che come moglie, anche come personaggio, come unica donna dei Mille, come cospiratrice per l’Unità d’Italia. Lei, l’ex lavandaia, ebbe un ruolo che poche donne hanno ricoperto nella nostra storia, vittima del perbenismo, del pregiudizio di classe e di cultura, che avevano indotto Francesco Crispi ad allontanarla da sé, per vivere, nella maturità degli anni e della sua carriera politica, un’altra vita. Morta nel 1904, giace nel cimitero del Verano a Rose Montmasson Roma.

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SPECIALE LE DONNE DEL RISORGIMENTO Adelaide Bono Cairoli

Adelaide Bono Cairoli (1806-1871) ebbe otto figli, due di questi Enrico e Giovanni persero la vita con Garibaldi nello scontro a Villa Glori nel 1867, il primo, Benedetto, fu ministro del Regno. Rappresentò «fra le itale madri fortissima» una figura emblematica.

“Pronta d’intelletto e d’ispirazione, la mente fortissima di idee, avvalorate da continue letture, per lo più serie ma vastissime perché estese ad ogni argomento. Dato un concetto, ho facilità somma a vestirlo di parole, a metterlo chiaramente in vista. Malinconica per indole son facile all’allegria e al turbinio del movimento sociale.” La baronessa Olimpia Rossi Savio di Bernsteil, nata Adelaide Bono Cairoli a Torino il 22 Luglio 1815, viene educata dalle suore del Sacrè-Coeur, percorso comune a quello della nobiltà del tempo. A quattordici anni lascia il convento e scopre che al mondo non esistono solo lo studio e le preghiere; si appassiona così al teatro e fa la sua prima comparsa in società a soli 17 anni. Successivamente, viene chiesta in sposa dal giovane barone piemontese Andrea Savio, un avvocato, amico e consigliere di Cavour, con il quale avrà tre figli. Significativo, per comprendere il suo impegno politico, è l'appassionato discorso che pronunciò a favore di Manin e Tommaseo, rinchiusi nelle carceri veneziane. Rilevanti sono le sue presenze ai comizi di Vincenzo Gioberti e di Massimo D'Azeglio e le sue composizioni di ardenti versi patriottici. In seguito, Olimpia crea nel suo palazzo il salotto letteOlimpia Rossi Savio rario “Millerose", dove ogni settimana si riuniscono letdi Bernsteil terati, artisti e politici per discutere di arte e politica al fine di scuotere le coscienze più tiepide. Intrattiene ottimi rapporti con il sovrano Vittorio Emanuele II, al quale invia una lettera per informarlo dei propri sentimenti di fedeltà, dichiarando di voler consacrare anche la vita dei propri figli alla causa dell'indipendenza Italiana. Purtroppo, infatti, due dei suoi figli vengono uccisi in battaglia; in particolare il secondo muore facendo coraggiosamente scudo del proprio corpo a Garibaldi, riparandolo dalle cannonate durante un'imboscata nell'ottobre del 1860. Sconvolta dalla perdita dei figli, l'ultimo lampo di luce nella sua vita è l'incontro con Garibaldi che, nel lodare le imprese dei due valorosi giovani caduti, unisce il nome di Olimpia a quello di Adelaide Cairoli, definendola una donna cui la patria tributerà riconoscenza in eterno. Da quel momento Olimpia si raccoglie sempre di più nella preghiera, incontra Giovanni Bosco e riduce sempre più i suoi impegni mondani. La morte la coglie il 2 Novembre 1889, a settantaquattro anni.

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DOSSIER

Olimpia Rossi Savio di Bernsteil


SPECIALE LE DONNE DEL RISORGIMENTO Giannina Milli

“La poesia dell’anima italiana brillava nell’estro di Giannina Milli per il trionfo degli ideali patriottici. Non si può vedere senza mestizia spegnersi questa luce, che nei giorni delle prove ha confortato gli animi trepidanti”

DOSSIER

(Paolo Boselli - Ministro della pubblica istruzione di quel periodo)

Giannina Milli nacque il 24 maggio 1825 a Teramo. Ricevette dalla madre, figlia di un libraio, la prima educazione così che a soli cinque anni sapeva declamare versi ed improvvisare graziosi componimenti; piccolissima si esibì su di un palcoscenico, recitando alcuni versi della Divina Commedia e della Gerusalemme Liberata. Ferdinando II desiderò conoscere la giovane poetessa e la invitò a continuare gli studi in un istituto di educazione femminile. Imparò così bene a comporre versi raffinati che Il giornale romano Fanfulla diffuse la fama della poetessa in ogni regione. Compose anche canti patriottici in cui esaltava eroi, glorie e speranze del Risorgimento. Tra il 1850 e il 1860 fu a Napoli, in Puglia, in Sicilia, a Roma, a Firenze, a Bologna e a Milano; fu accolta nei più importanti teatri e salotti letterari dove "osava cantare di patria, di cittadine virtù, di militare valore, .... là dove e quando d’Italia anche il solo nome era delitto pronunciare". I suoi viaggi costituivano un momento di propaganda e partecipazione culturale e politica al movimento nazionale. Le donne di Milano, dove Giannina si era recata dopo la liberazione della città, e quelle di Perugia e di Lecco, "orgogliose di tanta gloria che ha dalla Milli il loro sesso", vollero coniare una medaglia d’oro con la sua immagine. Giannina, tornata a Napoli, riprese i suoi viaggi dopo l’Unità d’Italia. A Firenze improvvisò versi in onore di Cavour e di Garibaldi e qui, nel 1865, nacque l’Istituzione Milli che, finanziata dal testamento di Giannina, avrebbe premiato, dopo la sua morte, fanciulle meritevoli e bisognose. All'istituzione parteciparono anche gli scrittori Niccolò Tommaseo e Luigi Settembrini. Tra le vincitrici del premio vi fu Ada Negri con il racconto Fatalità. L’impegno della Milli come organizzatrice didattica e insegnante impegnata nel dibattito pedagogico è testimoniato dal suo carteggio e dalla partecipazione a numerosi congressi. Nel 1876 si sposò con Ferdinando Cassone, ispettore scolastico, e lasciò il suo incarico di direttrice per seguire il marito nei suoi spostamenti lavorativi. Dopo pochi anni di felicità, Cassone si ammalò e morì. Giannina Milli, stroncata dal dolore di aver perduto, in poco tempo, la madre ed il marito, morì a Firenze l’8 ottobre 1888.

Anna Schiaffino

Anna Schiaffino è nota per essere stata animatrice di uno dei salotti politici repubblicani del primo Risorgimento italiano, ma anche per il cospicuo e romantico carteggio con Cavour. Proprio per amore del giovane Cavour, muore suicida a trent’anni, gettandosi dalla finestra della sua camera di Palazzo Lercari, a Genova. Era il 24 aprile del 1841. Sposata giovanissima al marchese Stefano Giustiniani Campi da cui ebbe due figli, non ebbe un matrimonio felice. A Genova, dove abitava, Anna o semplicemente Nina aveva allestito uno dei primi salotti repubblicani d’Italia, di cui era fervente animatrice. Fu qui che ebbe luogo, nel 1830, il primo fatidico incontro tra la triste signora e il ventenne Camillo e ne restò affascinata per i modi e per l’intelligenza, in breve nacque una storia d’amore che avrebbe finito per stravolgere la vita di entrambi. La notizia della relazione suscitò l’inevitabile scandalo, poiché lei era sposata, e l’ira della madre che era preoccupata che la figlia potesse essere ripudiata e restare senza un soldo. Incredibilmente la condiscendenza del marito, “prendendola con filosofia”, bollò la relazione extraconiugale della moglie come è solo una passione, come scrisse in una lettera. Intanto, mentre la donna, coinvolta e innamorata, si attaccava con impeto sempre maggiore al suo Camillo, lui, tornato a Torino, pian piano si staccava da lei e frequentava altre donne.

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Era stata un'estate bellissima, l’estate dopo la maturità. Il giorno prima della partenza, i quattro amici si rincontrarono nel bar dove per tutto l’anno avevano fatto colazione e avevano passato diversi pomeriggi a preparare interrogazioni e a bere cioccolata calda. Erano lì da un po’, mancava solo Jenny, ma era normale per lei! -Ciao ragazzi - disse trafelata, arrivando di corsa - Scusate per il ritardo: i capelli non ne volevano sapere di stare al loro posto questa mattina. Ho una super notizia! -Che notizia? Ci sono le scarpe in saldo? Disse Tony, spavaldo come sempre. -No! Ho trovato un posto dove fare il pic-nic di questo pomeriggio. E' il laghetto appena fuori città, non è molto lontano e, con la tua macchina Tony, possiamo arrivarci in pochi minuti. -Ma ci sono gli alberi e i fiori: non so se sono allergico al polline … e se lo dovessi essere? Disse Marco, inghiottendo una pillola. -Ma guarda che non si può essere allergici a tutto e, poi, stai tranquillo e rilassati: è ancora estate!

Gli rispose Stefania, sorseggiando il suo bicchier d'acqua, poi aggiunse: -Io ci sto ... e anche voi! Quando furono al laghetto, trovarono un buon posto, stesero i teli che avevano portato e si misero a ricordare tutti i momenti più belli dell’estate trascorsa. Quante risate, quanto divertimento! E pensare che era tutto finito! Dall’indomani, ognuno per la sua strada, in università diverse, in città diverse … Avevano giurato, però, di ritornare un giorno a incontrarsi al solito bar. Arrivò l'ora di andare via. -Mi viene da piangere. -Non dire così Stefy o piango anch'io. Le rispose Jenny. -Le solite ragazzine piagnucolose! -Tony, smettila! Sei sempre il solito! Non mi dire che non sei triste anche tu? Disse Stefy, asciugandosi le lacrime. -Certo, ho anch'io dei sentimenti, ma so che tra qualche anno, il primo giorno d'estate, saremo tutti al bar e la nostra amicizia ricomincerà da lì. -Hai ragione: così sarà! Lo giuro! Disse Marco con convinzione. Gli anni passarono e anche se erano molto lontani tra loro non si dimenticarono della promessa. Si ritrovarono al bar dopo qualche anno. Erano cresciuti, ma non cambiati: Jenny si sistemava ancora i capelli; Marco inghiottiva dozzine di pillole; Stefania sorseggiava acqua per evitare che le si screpolassero le labbra; Tony aveva in bella mostra le chiavi della nuova auto compratagli da papà. Chiara Caruso

Il sogno di una vita

C’era una volta un bambino di nome Kaled che aveva dieci anni e viveva in un paese molto povero senza nessuno che gli volesse bene. Non è un bambino fortunato come lo siamo stati noi: lui non sa che cosa siano i giocattoli, gli unici giochi che ha sono un martello, un cacciavite e dei chiodi. Kaled fin da piccolo è sempre stato costretto a lavorare per un pezzo di pane e qualche mela. Kaled non ha vestiti decenti: va in giro con degli stracci e a piedi nudi, sia in estate che in inverno. Nelle stagioni più gelide patisce il freddo, ma soffre in silenzio, senza lamentarsi e continua a lavorare. Nel suo paese, c’è la guerra da quando è nato e i suoi genitori sono morti sotto le bombe “intelligenti” degli occidentali. Ma Kaled non si può permettere di avere paura! Un giorno, mentre stava andando a lavorare, per strada, incontra un uomo. Dall’aspetto gli sembra poco rassicurante, con quel fucile in mano e la divisa verdastra sporca e impolverata e quell’elmetto schiacciato sulla testa, ma non scappa, quando lui gli si avvicina …:“ Che fai in giro? Dove sono i tuoi genitori?” Kaled non capisce la sua lingua e continua a stare lì, fermo, immobile, come rapito. Nel suo piccolo cuore sente che quell’uomo non gli farà del male, percepisce un senso di protezione. Kaled non sbaglia, quell’uomo è il suo futuro! Un militare italiano con un cuore enorme, così grande che riesce a portare Kaled in Italia con sé. Gli dà una casa, dei vestiti, cibo e l’amore di un padre, di una madre e di una famiglia. Paolo Orecchia

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I RACCONTI

L’ultima estate


sbronzo, forse perché la sua mamma non gli aveva raccomandato di non bere! Quando glielo dissero, la madre di Caroline e Cristal rimase stupefatta! Nel suo immenso dolore ricordò di una lunga discussione avuta con Cristal che avrebbe voluto iscriversi all’AIDO e il padre non voleva nemmeno sentir parlare di morte. E ora… acconsentì. Le figlie sarebbero vissute nel corpo di altri e ne avrebbero permesso la vita. Rosita Di Pietro Racconto che ha vinto la rassegna.

“Come pellicani”

I RACCONTI AIDO

“Premonizione”

Quella sera, Caroline, una ragazza di 16 anni, e Cristal, la sorella di 18, erano eccitate all’idea di andare a quella bellissima serata organizzata in discoteca da un loro amico. All’inizio la madre non avrebbe voluto mandarle: conosceva il mondo delle discoteche e del dopo discoteche da tutto quello che vedeva e sentiva in televisione. Terribile! Il lunedì mattina era un vero e proprio bollettino di guerra. Alla fine, però, aveva ceduto. “Me ne pentirò!” aveva detto loro con un sorriso, non credendoci, poi, però, veramente “A patto che mi promettete di non bere e di tornare … non troppo tardi!” Le ragazze erano eccitatissime. In macchina accesero la radio a tutto volume e cantarono, dimenandosi sui sedili. In discoteca si divertirono moltissimo, fino a tardi. Furono tra le ultime ad andar via. In macchina, sulla strada del ritorno, parlarono di quello che era successo, del vestito di questa e di quella, della musica e del nuovo DJ, degli amici e delle nuove simpatie, del … BOOM! Più niente, le ragazze non parlano più! La loro macchina è sventrata su un lato, accartocciata davanti, non si riconosce! Caroline è riversa sul sedile, gli occhi sbarrati; Cristal, invece, sull’asfalto insanguinato. In un attimo, confusione, fila di macchine, luci accecanti, grida. Qualcuno chiama il pronto intervento, qualcuno si accosta a Caroline e scuote la testa. Una signora si china su Cristal. Sussulta. “È viva! È viva! Correte” Cristal sussurra qualcosa. “Non ti sforzare: stanno arrivando i soccorsi! … Cosa dici? Che cosa …” “Dite alla mamma che non abbiamo bevuto! Dite alla mamma che le vogliamo bene! Dite alla mamma …” ma la sua voce si perse in un sussurro. Il ragazzo che le aveva investite, invece, era proprio

L’AIDO, Associazione Italiana Donazione Organi, è nata a Torino, 37 anni fa. Si occupa di donazione degli organi. Dopo la morte, le persone iscritte all’AIDO donano i propri organi per salvare altre vite con un trapianto. Vi sono, però, anche delle donazioni che si possono fare da vivi: per esempio, la donazione del sangue, del midollo osseo, del cordone ombelicale, del rene e di altri tessuti. Il trapianto era una pratica medica sconosciuta fino a circa 50 anni fa. Il primo trapianto della storia è stato fatto a Chicago negli anni ‘50/‘60 ed è stato un trapianto di rene. Il rene trapiantato era stato tolto ad un uomo deceduto qualche ora prima. Sembrava un miracolo e, giustamente, oggi, è considerato una delle più grandi conquiste della medicina contemporanea. famoso Un caso di donazione degli organi molto noto è quello del piccolo Nicholas Green. Nel settembre 1994, sulla Salerno - Reggio Calabria, dei rapinatori scambiarono la macchina su cui viaggiavano i Green in vacanza con quella di un gioielliere. Cercando di convincerli a fermarsi, i rapinatori spararono e un proiettile colpì alla testa Nicholas, che dormiva coricato sul sedile posteriore dell’auto. Pur nel loro devastante dolore, i genitori decisero di donare gli organi del bambino. Per ricordare il gesto della famiglia e le sette vite salvate da Nicholas, sono dedicati a lui parchi, scuole e altri edifici pubblici in tutta Italia. Un caso simile è quello di un nostro compaesano, l’avolese Giovanni Busà. Nel novembre del 2007, questo ragazzo di 24 anni ebbe un incidente stradale vicino a La Spezia e morì. I suoi genitori, nonostante la disperazione, decisero di donare i suoi organi e sette persone vivono grazie a loro. Per ricordarne il coraggioso gesto, il gruppo comunale dell’AIDO di Avola è intitolato proprio a Giovanni. In Italia, le persone in lista d’attesa per un trapianto sono moltissime e molti sono anche i donatori, anche se non sufficienti a coprire la richiesta. Per incrementare gli iscritti, così, l’AIDO, ogni anno, in tutta Italia, organizza delle giornate nazionali per la sensibilizzazione. Segue...

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“Regali preziosi come gemme”

Devo ammettere che sull’argomento “trapianto e donazione” non ero molto documentata prima di navigare un po’ su internet. Ho scoperto che i trapianti di organi rappresentano, oggi, una soluzione reale di medicina moderna, finalizzata a migliorare o, addirittura, salvare la vita di molte persone affette da gravi patologie. È l’unica terapia medica che necessita della collaborazione fisica delle persone, che, manifestando la volontà di donare gli organi, permettono di realizzare “un miracolo” ad altre persone. Una corretta informazione sulla donazione e sui trapianti è, quindi, lo strumento più valido, affinché ogni cittadino possa avere la consapevolezza del proprio ruolo in questa nostra società moderna. A tale scopo è nata un’associazione, l’AIDO, cioè Associazione Italiana per la Donazione degli Organi. Questa organizzazione nasce nel 1973 a Bergamo e coincide con i primi trapianti italiani. Inizialmente, i trapianti erano limitati ai reni. Questi interventi furono da subito riconosciuti un’ottima alternativa alle estenuanti ore di dialisi dei malati. L’AIDO si occupa, tra le altre cose, di informare, assistere e sensibilizzare la popolazione italiana. Essa collabora con le migliori Facoltà Universitarie di medicina, con Istituzioni ed Enti Pubblici e Privati, effettuando

corsi di formazione e aggiornamento dei medici, oltre che ricerca sul campo. L’AIDO è fondata sul lavoro volontario, senza fini di lucro. Chiunque può iscriversi a questa associazione, ovviamente il richiedente deve manifestare la volontà di diventare un donatore. Certo che la donazione è una scelta un po’ difficile da fare. Ci mette di fronte a ciò che verrà: la morte! Questo è un argomento un po’ tabù per alcune persone, considerando anche la nostra cultura cattolica. Penso, comunque, che bisognerebbe essere altruisti e comprendere che la morte potrebbe avere un senso se servisse a salvare una vita. Più cinicamente, potremmo affermare che donare gli organi nulla toglie al povero scomparso, dal momento che, da morto, quegli organi non gli servono più. Ma spesso è la famiglia che non vuole. Forse i parenti vogliono pensare che il proprio caro estinto riposi in pace nella sua integrità fisica. A tal proposito, proprio perché controcorrente, ebbe molta eco, nel 1994, la scelta dei coniugi americani Green di autorizzare l’espianto degli organi del loro figlioletto Nicholas. Lo stupore nasceva sia per il fatto che la donazione degli organi, allora, non era nella nostra cultura, sia perché di quegli organi beneficiarono sette cittadini di quello stesso Stato cui appartenevano gli assassini del bambino. Nicholas, infatti, è morto colpito alla testa da un proiettile, mentre dormiva sul sedile posteriore della macchina su cui viaggiava con la sua famiglia. E pensare che erano in vacanza nel nostro Paese! Lungo l’autostrada A3 – Salerno – Reggio Calabria, la loro macchina fu scambiata per quella di un ricco gioielliere da alcuni rapinatori che, sparando, pensavano di riuscire a fermarla … e hanno fermato solo una giovane vita! Io credo che c’è ancora molto da lavorare, affinché la donazione diventi una pratica spontanea e scontata, coprendo così la grande richiesta di organi che c’è in tutto il territorio nazionale. Potrebbe essere utile cercare di immedesimarsi nella situazione inversa: immaginare di avere una malattia e di avere bisogno di un trapianto. In questo caso, i pregiudizi verrebbero meno e i punti di vista cambierebbero radicalmente. Un ultimo pensiero va ai malati trapiantati: anche loro, già afflitti dalla disperazione della malattia, devono subire un ulteriore trauma: accettando nel proprio corpo un qualcosa non “loro”, sapendo che devono la loro vita alla morte e alla generosità di uno sconosciuto … che regalo prezioso! Mara Caracò

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I RACCONTI AIDO

Per noi Avolesi, una delle giornate nazionali corrisponde alla “domenica di San Sebastiano”, santo molto amato dalla cittadinanza e festeggiato la seconda domenica di maggio. L’altra giornata nazionale ricorre la prima domenica di ottobre. Inoltre, tutti gli anni, la locale sezione avolese dell’AIDO trasforma “la notte bianca” in un ulteriore appuntamento, allestendo uno stand informativo nel tratto di strada tra piazza Umberto I e piazza Regina Elena. Tutti possiamo donare gli organi: è sufficiente aver compiuto 18 anni e compilare il modulo d’iscrizione all’AIDO. Secondo Don Luigi Ciotti, “donare un pezzo del proprio corpo, dopo la morte, è un gesto che viene spontaneo solo a quelle persone che durante la propria vita si sono donate agli altri.” Il simbolo dell’AIDO è il pellicano, perché questo animale è l’unico che, quando non trova niente da mangiare per i suoi piccoli, si strappa pezzi del suo corpo per nutrirli. L’AIDO è un’associazione importante per la vita di molte persone. Sensibile al tema, ho deciso che appena compirò 18 anni mi iscriverò anch’io, perché tanto … a che cosa serve tenere gli organi anche dopo la nostra morte e farli mangiare dai vermi? Meglio donarli agli altri e dare loro la possibilità di vivere! Santo Semoli


I RACCONTI AIDO

“Un gesto coraggioso”

Io penso che la donazione degli organi sia una cosa molto importante. Anche i miei genitori sono iscritti all’AIDO e questo mi fa molto piacere. Conosco una storia molto toccante, che è successa parecchi anni fa. Ero piccola e non ricordo bene tutti i particolari. Mia cugina e il suo ragazzo erano in macchina e stavano andando in una discoteca vicino ad Avola, dove vivevano. Non avevano bevuto e nemmeno fumato. Proprio quando ormai stavano arrivando, hanno avuto un gravissimo incidente: uno scontro frontale con un’altra macchina! In questa macchina c’erano cinque ragazzi, tre maschi e due femmine, tutti ubriachi. Loro non si sono fatti niente di serio, il ragazzo che era con mia cugina è rimasto paralizzato e mia cugina, invece, è morta sul colpo. Mia zia, avvertita, è corsa all’ospedale. Si è disperata davanti al corpo esanime di sua figlia. Era sconvolta, devastata dal dolore e piena di rabbia. I medici le hanno spiegato quello che era successo e le hanno parlato dell’AIDO e della possibilità di donare gli organi della figlia … mia zia ha fatto la scelta giusta: ha donato tutto ciò che poteva. Le sue cornee, il suo fegato, il suo cuore, i suoi reni e la sua milza continuano a vivere e a far vivere cinque persone diverse. Io penso che mia zia ha fatto un gesto molto bello: proprio quando la sua vita era distrutta, ha ricostruito la vita di altri, gratuitamente! Credo che quando sarò maggiorenne mi iscriverò anch’io all’AIDO Cristina Bellincontro

“Vivere per correre”

Cristina sentiva di aver raggiunto lo stremo delle forze, ma non voleva e non poteva fermarsi: correre per lei

era essere libera! Nella sua mente non significava arrivare al traguardo, significava fuggire via da quel brutto voto in fisica, fuggire via da quel ragazzo che non l'amava e da quell'altro che la ossessionava con il suo modo possessivo di amarla, significava fuggire via, via da tutto e da tutti. Stava quasi per arrivare al traguardo, strinse ancora un altro po' i denti, diede un ultimo scatto e via ancora più veloce, ancora più lontano dal resto del mondo. Concentrò nei suoi piedi tutta la sua energia, sembrava una saetta. Vinse anche quella gara e ne era molto soddisfatta, non più per averla vinta, ma per avercela messa tutta. Dopo, però, sentì quel dolore al petto, ancora una volta quell'ennesima fitta al cuore. Non avrebbe detto niente a nessuno, forse non l'avrebbero più lasciata correre e lei non avrebbe mai voluto rinunciare alla sua unica di sfogo. Tornò a casa con quella medaglia, il primo posto. La mise accanto alle altre in camera sua, poi una doccia veloce e un messaggio a Tania con la bella notizia. Tania doveva essere sicuramente alla Villa Blu dato che in pochi minuti le arrivarono i complimenti degli amici. Rispose a tutti, poi cenò e andò a dormire. Quella corsa l'aveva sfinita! Il giorno seguente Cristina a scuola alla seconda ora fu mandata fuori dalla professoressa di matematica per qualcosa che non credeva di aver fatto e infatti per la rabbia, uscendo dalla classe, sbatté la porta. Dopo circa qualche minuto, prese il cellulare e inviò un sms a Gianni, solo lui l'avrebbe fatta ridere. Lui aveva qualcosa di speciale, sapeva come fai stare bene le persone, per questo lei se ne era innamorata. Però, da qualche tempo lui era cambiato, non era più lo stesso e lei lo sapeva, ma sperava che un giorno lui sarebbe ritornato quello di prima e che la facesse ridere come solo lui sapeva fare. Segue...

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per dare all'amica forza e coraggio. Intanto, Cristina continuava a parlare e a spiegarle che cosa le avevano detto i suoi genitori e, poi, le chiese un suo parere. La ragazza non sapeva che cosa rispondere. Provò a immedesimarsi un attimo nei suoi panni, poi le disse che doveva pensare a che cosa avrebbe voluto fare realmente. Cristina voleva sottoporsi a quell'intervento, ma non nascose all'amica che aveva un po' di paura, che le mancava il coraggio. Tania le rispose che le avrebbe dato sostegno lei, che fino al momento in cui sarebbe entrata in quella sala le avrebbe tenuto la mano e che lei ci sarebbe stata al suo risveglio, perché lei si sarebbe svegliata, avrebbe superato l'intervento, perché era forte e ce l'avrebbe fatta. Le due amiche si abbracciarono piangendo. Dopo quel lungo abbraccio Tania guardava sempre verso il basso e le disse che se avesse saputo che cosa le era capitato con le avrebbe raccontato di Gianni. Cristina la rassicurò, dicendo che, aveva fato bene, anzi benissimo. Adesso sapeva perché lui era diverso con lei, ma si chiedeva se doveva dire anche a lui la sua situazione, ma forse non gli sarebbe importato. Il giorno dopo, Cristina non andò a scuola. Voleva pensare in camera sua ancora un altro po'. La madre invece ci andò per avvisare i professori della malattia della figlia. Gli insegnanti, poi, con tatto e delicatezza lo spiegarono anche ai compagni di classe. Loro furono preoccupati e decisero di darle sostegno tutti insieme. Dato che Roberto frequentava un'altra scuola, lo venne sapere dagli amici comuni. Appena saputa la notizia, non voleva crederci, avrebbe preferito trovarsi lui in quelle condizioni, ma non lei, l'amava troppo. Gli sembrava uno scherzo di cattivo gusto, ma si rese, poi, conto che era la verità. Non sapeva che cosa fare: parlarle o no? Se avesse parlato con lei di quell'argomento, forse avrebbe peggiorato le cose, forse doveva solo lasciarla riflettere da sola. Decise di non disturbarla, ma il pensiero di lei era così forte che voleva sapere come stesse. Così le inviò un messaggio dove diceva che era molto dispiaciuto e che avrebbe voluto scambiarsi di posto con lei, le disse, inoltre, che voleva starle più vicino possibile. Cristina lo ringraziò moltissimo, le dispiaceva sentirlo così triste per lei in quel modo, ma non sapeva come risollevarlo senza dargli false speranze. Pensandoci finì per addormentarsi e non rispose più nemmeno ai suoi messaggi. L'unica persona a non sapere ancora niente era Gianni, dato che andava in una scuola diversa da quella di Cristina in un altro paese ed in giro non si vedeva quasi mai. Tania pensò di dirglielo lei personalmente. Sapeva che Cristina non ne avrebbe avuto il coraggio, perché pensava che il ragazzo non se ne sarebbe interessato, ma lei sapeva che lui era l'unico di cui le interessava veramente. Decise che valeva la pena provarci. Salì sul suo motorino e andò a casa di Gianni. Fu proprio lui ad aprirle la porta. Segue...

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I RACCONTI AIDO

Vivere per correre Ma ogni volta era una delusione, infatti Gianni non rispose al messaggio neanche quella volta. Voleva correre per sfogarsi, ma avrebbe dovuto aspettare il pomeriggio gli allenamenti. A concludere l'opera fu Roberto col suo messaggio del buongiorno, dove diceva che era arrabbiato con lei perché dopo la corsa aveva parlato con i suoi amici maschi. Sentiva la rabbia crescere dentro di sé ogni secondo che passava. Poteva sopportare la sua gelosia da innamorato, ma tra loro non c'era niente, perciò non era giustificabile. Quando il pomeriggio si trovò sulla pista, al fischio dell'allenatore, dimenticò tutto. A metà percorso, però, quel dolore la colse di sorpresa, fu forte questa volta, così forte da farla cadere a terra. Si trovò sdraiata su un letto d'ospedale a vide sua madre davanti a lei risollevarsi vedendola riaprire gli occhi. In poche parole, la madre le spiegò che aveva affaticato troppo il suo cuore correndo. Non poteva più correre. A queste parole Cristina si sentì vuoto lo stomaco. Per fortuna la madre continuò la frase dicendo che poteva sottoporsi ad un trapianto però era molto pericoloso. Era una decisione molto delicata da prendere e si trovò in difficoltà nel dover scegliere, sapeva che era una cosa molto pericolosa ma non voleva rinunciare alla corsa. I genitori le suggerivano di rischiare, ma le dissero che comunque era una sua scelta, perché riguardava la sua vita. Dopo aver sentito il loro parere, voleva ascoltare anche quello dei suoi amici, ma, sopratutto, di Tania. La chiamò e le disse che doveva parlarle, non le disse di cosa e non le diede nessun dettaglio. Tania rispose che anche lei doveva parlarle, di Gianni. Si preoccupò un po', la voce di Tania non era serena, anzi molto seria. Questo la fece preoccupare. Le ragazze si incontrarono il pomeriggio in un bar in piazza vicino casa di Cristina. Presero un gelato e appena sedute su una panchina Tania domandò ci che cosa Cristina volesse parlarle, ma lei rispose che era meglio se prima le dicesse lei cosa era successo a Gianni. Tania le raccontò che lui stava uscendo con una ragazza, Laura. Le disse, inoltre, che Laura aveva fatto allontanare Gianni dalla loro comitiva. Le spiegò che aveva preferito non raccontarle la verità ancora più a lungo. Cristina non voleva accettare quella realtà, non sarebbe riuscita a sopportare di vedere una ragazza tra le braccia di Gianni. Avrebbe voluto più spiegazioni, ma Tania non aveva altro da dirle e ora voleva sapere lei che cosa Cristina dovesse dirle. Cristina non sapeva che parole usare. Ci pensò un po'. Restò in silenzio cercando di trovare quelle adatte. Poi, decise di raccontarle dall'inizio, dalla prima volta che aveva sentito quel dolore all'ultima che l'aveva portata in ospedale. Le spiegò la diagnosi dei dottori. Tania, alle parole dell'amica, restava immobile, non sapeva come comportarsi. I suoi occhi erano diventati lucidi, ma non voleva piangere,


I RACCONTI AIDO

Vivere per correre Appena vide la ragazza si chiese il perché di quella visita senza preavviso, forse voleva ancora discutere di Laura. La fece entrare e la fece accomodare sul divano, erano da soli in quella casa e avrebbero potuto parlare tranquillamente. Lei gli disse che non voleva parlargli della sua ragazza, ma si Cristina. Gli spiegò tutto. L'unica cosa che riuscì a dire fu perché glielo stesse dicendo lei e non Cristina. Gli spiegò che, Cristina, non ne avrebbe mai avuto il coraggio, perché aveva paura che non gli sarebbe interessato. Gianni a sentire quelle parole fu sbalordito. Rispose che era una scema a pensare questo, perché avrebbe dovuto essere così insensibile davanti ad una cosa del genere? Per gli ultimi mesi? Li avrebbe messi da parte perché in fondo in tempo in cui lui e Cristina erano stati come fratello e sorella era molto più importante. Lui aveva deciso: sarebbe andato a trovare Cristina quello stesso pomeriggio, non poteva aspettare! E così fu. Dopo che Tania andò via da casa sua Gianni prese lei chiavi del motorino e andò verso casa di Cristina. Sapeva in quale via fosse la casa della ragazza, ma non era sicuro di trovare il portone in cui l'aveva vista entrare. Suonò al campanello un po' imbarazzato al pensiero che forse si era sbagliato. Invece la casa era quella giusta. Cristina stessa aprì la porta. A veder Gianni davanti a sé, rimase immobile, non si aspettava una sua visita. Lo fede entrare e andarono in camera sua. Lui le disse della visita che gli aveva fatto Tania poco prima. Le chiese perché pensasse che non gli sarebbe importato e le spiegò che si sbagliava. A quelle parole Cristina si sentì meglio, Gianni le voleva ancora bene, si ricordava dei bei momenti passati insieme. Poi, però, Gianni le chiese che cosa volesse fare. Lei gli rispose che voleva sottoporsi all'intervento e lui cercò di incoraggiarla dicendole di stare tranquilla che sarebbe andato bene e che sarebbe entrata e quando sarebbe uscita dalla sala operatoria. Cristina sorridendo promise. Quando se ne andò lo ringraziò di quella visita e di quelle belle parole. Cristina quella stessa sera parlò ai genitori della sua decisione: avrebbe fatto l'operazione. I genitori si aspettavano quella decisione perché fin da piccola diceva sempre che avrebbe fatto qualsiasi cosa per correre. La vedevano ogni giorno appassionata a quello sport e avvisarono l'ospedale che Cristina si sarebbe sottoposta al trapianto. Dopo un po' arrivò la notizia del cuore compatibile. Sarebbe dovuta correre subito in ospedale. Nel tragitto, pensava se davvero Gianni, Tania, Roberto e chi le aveva promesso che ci sarebbe stato si sarebbe presentato lì, aveva avvisato Tania che le aveva promesso di chiamare tutti. Aveva molta paura. E si faceva molte domande sull'intervento. Quanto sarebbe durato? Avrebbe sento la differenza di un nuovo cuore? Ma la domanda principale fu, sarebbe

uscita viva da lì? Ebbe ancora più paura e ad un certo punto voleva perfino rinunciare a tutto. Ma pensò, poi, che voleva tornare a correre, era da tanto che non si allenava e non partecipava ad una gara. E ne aveva una voglia matta, voleva risentire il vento tra i capelli e l'energia che le scorreva tra le gambe. Un pensiero, poi, le passò per la testa. Se avevano trovato un cuore, voleva dire che una persona era morta. Questo le dispiacque molto, pensò alla famiglia di quella persona, il dolore che potevano provare i familiari. Era nello stesso momento un po' curiosa su come e perché fosse deceduta, che tipo di persona fosse prima della morte. Si faceva molte domande e ad un certo punto cercò di immaginare come fosse. S'immaginò una ragazza bellissima, morta dopo una festa in discoteca per un incidente stradale. Sono molti i ragazzi che muoiono così, che morte stupida! Forse una di loro le aveva donato il suo cuore. Era una cosa molto triste! Però, era convinta che non lei avesse provocato l'incidente, era convinta che lei era solo una vittima e questo la faceva sentire meglio. Poi, arrivò. In ospedale era tutto pronto la attendevano C'erano i suoi amici, c'era Tania. Roberto qualche compagno di classe. La sorprese molto la presenza della sua professoressa. Non ebbero molto tempo. Ma abbastanza per dirle che erano molto fieni di lei, dato che, era così tanto coraggiosa da affrontare quella situazione. Tania e Roberto rimasero lì. Le parlavano di quello che avrebbero fatto dopo; avrebbero passato un intero pomeriggio con lei, sarebbero andati al parco e, poi, si sfidarono: chi sarebbe arrivato ultimo dal parco al chiosco avrebbe pagato il gelato per tutti. Cristina era molto entusiasta di quel programma, ma rimase molto delusa che Gianni non fosse lì. Le aveva promesso che ci sarebbe stato. Ma ecco, il tempo era scaduto. Doveva entrare. Sua mamma non le lasciava la mano, suo papà le accarezzava i capelli non volevano lasciarla andare. Le tenevano le mani. Le sorridevano. La rassicuravano. Le diedero un bacio sulla fronte mentre le somministravano l'anestesia, poi gli infermieri spinsero via la. Prima che le porte si chiudessero dietro di lei sentì una voce chiamarla: era Gianni. Era arrivato, aveva mantenuto la promessa. Lo sentiva dietro di sé, voleva ringraziarlo di essere venuto, ma entrò in uno stato di confusione, un attimo, poi nulla: si era addormentata. L'attesa fu lunga, Tania e Roberto dopo qualche ora tornarono a casa, stanchi. Segue...

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“Il dolore della morte”

Camicie verdi da indossare Per poter entrare … Il cuore stretto nel petto, mani sudate, gambe tremanti, per incontrare il volto della morte. Odori forti di farmaci Mille strumenti ed un trillo rimbomba deciso. Respiri affannosi, volti immobili, intorno danzano figure di morti, dove occhi impotenti spiano un segno di vita. Importante compito di camici bianchi Messaggeri innocenti di morti annunciate. Rossella Gennaro

I miei resti

Ho un cuore che ha amato E tanto perdonato Te lo dono. Ho due occhi Che han carezzato le stelle E colto del vivere le cose belle Te li dono Se nella vita cercherai il lato buono I miei poveri resti Voglio donare A te che resti. Rossella Gennaro

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I RACCONTI AIDO

Vivere per correre La madre di Cristina li avrebbe chiamati non appena lei sarebbe uscita dalla sala. Gianni, invece, sentendosi in colpa per essere arrivato in ritardo rimase lì per tutto il tempo. Svariate volte i genitori di Cristina lo avevano invitato ad andare a casa, promettendogli di chiamarlo quando sarebbe uscita, ma era irremovibile, voleva stare lì. Dopo circa dieci ore, si aprirono le porte, c'era una barella, c'era Cristina addormentata. I dottori dissero che era andato tutto bene, ora bisognava solo aspettare. Iniziava il periodo post-operatorio, non era ancora finita! Gianni da dietro il vetro della terapia intensiva guardava Cristina dormire. Pensava a quello che era successo in quei mesi. E guardando l'amica si ricordò di molte serate passate insieme, scampagnate e le giornate alle piscine pubbliche. Decise di mettere da parte tutto quello che era successo, in fondo con Laura era finita già da qualche giorno. Sarebbero ritornati tutti amici. Passarono molti giorni poi ad un tratto, mentre lui la guardava, lei aprì gli occhi e lo vide. Passò qualche secondo prima che si rese conto di aver superato l'intervento senza complicazioni. Gianni le sorrideva e a gesti le fece capire che aveva mantenuto la promessa. Dietro il vetro c'erano anche Tania e Roberto che le ricordarono del programma che si erano preparati; sua madre e suo padre con le lacrime agli occhi. Cristina era molto felice che tutti erano lì attorno a lei, che le cose erano andate bene e sopratutto che sarebbe tornata a correre. Certo, non era finita lo sapeva, c'era ancora il pericolo del rigetto, di qualche infezione, di qualche altra cosa che sarebbe potuta andare storta. Ma sapeva che ce l'avrebbe fatta! Tutto questo le aveva insegnato che a volte la vita ci mette davanti difficoltà che ci sembrano più grandi di noi, ma in realtà niente è più grande di noi, con un po' di coraggio e determinazione si può affrontare qualsiasi cosa. Anche le situazioni più difficili. Imparò che forse ci sono problemi molto più seri di un brutto voto in fisica, adesso lei correva veloce, ma non correva veloce grazie alla rabbia che le forniva energia, ma per la felicità di aver ripreso i rapporti con Gianni, di aver superato quell'operazione senza buttarsi giù. Chiara Caruso


Amicizia con te Sai, nel mio sogno profondo, volevo trovare tutto un altro mondo… ma al mio risveglio, ho trovato veramente di meglio… ho trovato una carissima amica, molto dolce e simpatica… L’amicizia, cara mia, se vissuta con te è la cosa più bella che c’è! Mi sono affezionata a te, al tuo modo di fare, al tuo modo di essere… Tu brilli più di una stella, e ti voglio bene come una sorella… voglio che tu sappia che ti voglio un gran bene, e vorrei che questa nostra amicizia crescesse come un seme. Ketti Valvo

Un’emozione dentro il cuore Quando ti vedo, sento un’emozione dentro il cuore, che mi lascia senza parole… un’emozione che si ripete sempre, quando tu sei vicino a me… quando mi guardi, mi baci e mi abbracci… quest’emozione si fa ogni giorno sempre più grande, ed in tutto il mio cuore si espande… è in continuo tormento e delle volte non so cosa sento… so solo che è un’emozione che riempie di gioia il cuore…

POESIE

Dedicato a te Ogni cosa che guardo, che osservo mi ricorda te… la tua anima, il tuo respiro, i tuoi occhi, le tue labbra, il tuo modo di essere, di fare e dire… mi fanno capire che sei davvero speciale… Quando i tuoi occhi incrociano i miei non vorrei smettere di guardarli mai. Il tuo affetto, la tua ironia, trasmettono in me tanta allegria. Tu per me sei un favoloso girasole che riscalda con dolcezza ogni petalo al chiaror del sole… Sei il fuoco che arde nel mio cuore, che brucia di passione ad ogni tuo gesto d’amore… sei la mia sola felicità divenuta realtà! Morale Francesca La notte fatata percorre le palpebre di delicato riverbero nel fruscio di una conchiglia..

Cantare è... Cantare è come imbattersi nelle onde dell’oceano, volare sulle ali di un gabbiano. È una verità, che ti porta felicità… sognerai ed emozioni a tutti trasmetterai. Cantare è l’incontro tra suono e melodia, è un miscuglio di tristezza e allegria. Cantare è… magia.

Cercai Il mantello sottile dei sogni nell’infinito vibrar delle stelle.. Poeta Siracusa

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M@TTEI NEWS ottava edizione