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MATERIA CRITICA Design about Society Installations, Workshops, Pubblications, Exhibitions, Platforms, Photography, Researches, Video & Archives.


Materia Critica s.n.c. Strada Gazzaro 17, 42024 Castelnovo di Sotto (RE) Italia www.materiacritica.com info@ materiacritica.com +39 3713787457


Biografia Biography Materia Critica è uno studio creativo multimediale. Video, fotografie, graphic design, oggetti di design, installazioni vengono usati per creare parallelismi simbolici che rendano visibile ciò che difficilmente riesce ad essere percepito. Materia Critica indaga i fenomeni sociali con un approccio multidisciplinare e human-centered.

Materia Critica is a multimedia creative studio. Video, photography, graphic design, product design and installation are used to create symbolic parallelism to make visible what normally is not even perceived. With a humancentered and multidisciplinary approach Materia Critica investigates social phenomena and changes.

I tre fondatori di Materia Critica: Francesco Elipanni, Maria Naomi Galavotti e Martina Ranedda si sono conosciuti durante gli studi presso la Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano.

Originally from Italy, the three founders of Materia Critica: Francesco Elipanni, M. Naomi Galavotti and Martina Ranedda met during the studies at the Faculty of Design and Arts at the Free University of Bozen.


Indice: Questo è il mio mondo (P.6) Kitchen Sharing (P.14) Assaporare la Memoria (P.22) This is Not (P.30) Hum Khere (P.38) House of Immortalities (P.44) Octopus (P.52) Lentius, profundis, suavius (P.60) Mente locale (P.68) REagire (P.74) Focolare / Facciamo luce (P.84) L’oro al tempo dei bitcoin (P.92) Exporting the loop (P.98)


Inserti: Contro le vecchie paure e i nuovi colonialismi Orizzonti multiculturali della creativitĂ


Questo è il mio mondo

comunicazione sociale, design dell’esperienza, installazione, design per le istituzioni, design della società 8 casse wireless, 1 manifesto 150 x 500 cm, 4 cuscini, 4 brochures informative, 1 notebook pubblico. Giugno 2013, Bolzano

Suggestioni sul tema: J. CASSON, Drama, Psychotherapy and Psychosis. Dramatherapy and Psychodrama with People Who Hear Voices, Brunner-Routledge, Hove 2004 F. BASAGLIA, Conferenze Brasiliane, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000 I. NORMAN and I. RYRIE, The Art and Science of Mental Health Nursing. A Textbook of Principles and Practice, Open University Press, New York 2009 M. FOUCAULT, Storia della follia nell’età classica, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano 2011 M. ROMME, Understanding voices: coping with auditory hallucinations and confusing realities, Handsell Publishing, Gloucester 1996 “Sozialpsychiatrische Informationen”, n° 2, 2006 “Mental Health Atlas 2011”, World Health Organization, 2011

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M. TYSK, progetto fotografico scattato all’interno dell’ex manicomio di Säter, in Svezia.

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Questo è il mio mondo nasce come progetto di ricerca nell’ambito della comunicazione sociale. È un progetto dedicato alla sensibilizzazione sul tema del disagio psichico, realizzato in collaborazione con l’associazione La Strada | Der Weg di Bolzano, grazie al supporto della Provincia Autonoma di Bolzano. Dopo un percorso di formazione sulla tematica e diversi incontri con professionisti del settore è iniziato il percorso di progettazione, finalizzato alla produzione di un allestimento urbano capace di creare un momento di riflessione e informazione dedicato alla cittadinanza. L’installazione è stata allestita il 15 Giugno 2013 in uno dei passaggi tra Via dei Portici e Via Dr. Josef Streiter, a Bolzano. “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione.” Franco Basaglia Il progetto consiste in un’installazione audio, che replica alcune delle voci interiori e delle allucinazioni sonore che i cosiddetti “uditori di voci” sentono, persone che soffrono di patologie legate al disagio psichico.

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L’installazione punta a sensibilizzare il pubblico sul tema in generale, offrendo dei dati e delle statistiche, ma anche aiutando a comprendere cosa si nasconde dietro un’apparenza spesso indistinguibile, attraverso l’uso del suono. Le voci destabilizzano il passante, che può trovare risposte nel punto più luminoso del vicolo, proprio nel mezzo del tunnel, dove un lungo manifesto che scende dall’alto crea un punto di informazione e di svelamento.

“Il filo che ci divide e ci unisce è sottile, è fatto di suoni. I vostri chiari e razionali, i nostri confusi e angoscianti ci impediscono di vivere. Ascoltare il nostro mondo è un modo per capire chi siamo.”

Credits: “Questo è il mio mondo” è un progetto di M. Naomi Galavotti e Tobias Marmsoler.

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Questo è il mio mondo (this is my world) Social communication, experience design, installation, design for institution, design about society 8 wireless speakers, 1 poster 150 x 500 cm, 4 pillows, 4 informative brochures, 1 public notebook

window of information and unveiling. “The thread that divides and unites us is subtle, and it is made of sounds. Yours are clear and rational, ours are confused and distressing, preventing us from living a normal life. Listening

June 2013, Bolzano (Italy)

Questo è il mio mondo was born as a research project in the field of social communication. It’s a project dedicated to raising awareness on the theme of mental illness, carried out in collaboration with the association La Strada | Der Weg of Bolzano, thanks to the support of the Autonomous Province of Bolzano. After a training course on the theme and several meetings with professionals in the sector, the design process began, aimed at producing an urban installation that could provide an opportunity for reflection and learning dedicated to the entire citizenship. The installation was set up on 15 June 2013 in one of the passages linking Via dei Portici with Via Dr. Josef Streiter, in Bolzano. “Madness is a human condition. Folly exists and is present in us just as reason is.” Franco Basaglia The project consists of an audio installation which replicates some of the inner voices and sound hallucinations that the so-called “hearers of voices”, people who suffer from psychological diseases, hear. The installation aims to sensitize the public on the subject in general, offering data and statistics, but also helping to understand what lies hidden behind an often impenetrable appearance, through the use of sound. The voices destabilize the passer-by, who can then find answers in the brightest point of the alley, right in the middle of the tunnel, where a long poster descending from above creates a

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Kitchen Sharing

design sociale, design dell’esperienza, installazione, design del prodotto, design dei servizi Tre moduli da cucina, 3 tavoli. Sponsor: Foster, Ballarini, Onitred Italia, Tecnomag, Karl Pichler e Ravinala. Giugno 2014, Bolzano Pubblicazioni: Una cucina da condividere, Domus Web. https://www.domusweb.it/it/notizie/2015/01/08/kitchen_sharing.html Esposizioni: Reciprocity, The Taste of Change, Triennale di Design di Liège, Belgio Ottobre 2015.

Suggestioni sul tema: F. LA CECLA, La pasta e la pizza, Il Mulino, Bologna 1998 A. GUIGONI, La cucina di strada, PhD Università di Siena, 2004 E. DI NALLO, Il significato sociale del consumo, Laterza, Bari 2005 E. MANZINI, Politiche del quotidiano. Progetti di vita che cambiano il mondo, Edizioni di comunità, Roma 2018

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Cibo di strada, Little Italy, Manhattan, New York, 1920.

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La mancanza di opportunità di relazione spinge i giovani, famiglie e anziani a rifugiarsi sempre più in un mondo virtuale o nella propri dimensione privata. Il bisogno di riappropriarsi di spazi relazionali e di restituire opportunità concrete alle persone è il contesto in cui la nostra idea prende vita. Il progetto è in realtà estremamente semplice; il punto di partenza è: “La ricchezza degli oggetti non è nella proprietà ma nel suo uso”. Aristotele La condivisione dei beni, degli strumenti e degli spazi è un punto di trasformazione sociale. Strumento contro la crisi, che ribalta il concetto diffuso nella civiltà occidentale del possesso come punto cardine del nostro essere. Inoltre, da sempre nella storia, la cucina e la tavola (il convivio) sono state il centro della relazione, un luogo-occasione di socializzazione e di incontro, un luogo di costruzione di un’identità collettiva.

Kitchen Sharing cerca di rispondere ad alcune esigenze oggi fortemente presenti nella società. Si tratta di una cucina modulare, da installare in contesti pubblici, a disposizione di chiunque si trovi ad abitare, anche temporaneamente, uno spazio. E’ un progetto sociale, che punta a creare, attorno ad una cucina, un luogo di aggregazione, di appoggio, di collaborazione e di socialità. In un momento come questo, si parla molto di cibo e di collettività (si pensi al tema dell’Expo 2015: “Nutrire il pianeta, energia per

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la vita”), questo progetto potrebbe essere il portavoce di una volontà di cambiamento. Cambiamento del modo di vedere e vivere i luoghi pubblici e i beni comuni. Un servizio per i cittadini e un’occasione innovativa di condivisione. La cucina si compone di n.3 strutture modulari autonome su ruote e di n.3 tavoli. Ogni modulo è stato pensato per rispondere ad un’esigenza specifica: uno favorisce l’accesso all’acqua, un altro due piani di lavoro in legno e un piccolo giardino degli aromi, L’ultimo permette di cuocere le pietanze. Sono le tre funzioni fondamentali di una cucina, che abbiamo voluto però dislocare in tre strutture indipendenti, favorendo cosí l’utilizzo del servizio da parte di piú persone nello stesso momento. Per la realizzazione del prototipo abbiamo fatto un’attenta selezione dei materiali da utilizzare, quanto più sostenibili, per favorire una maggiore uniformitá estetica al prodotto finale. I telai delle tre strutture e le gambe dei tavoli sono state realizzati con tubolari di ferro brunito (40 x 40 mm), trattato antiruggine. Le coperture laterali delle tre strutture e i due cassetti sono stati realizzati in lamiera di ferro brunito (2 mm di spessore), anch’essa trattata antiruggine. I piani delle tre strutture sono realizzati in Onitred. I tavoli e i taglieri sono stati fatti in legno di Cirmolo. Inoltre, è un progetto che partendo da un numero limitato di pezzi, puó generare spazi sempre diversi.

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Credits: “Kitchen Sharing ” è un progetto di M. Naomi Galavotti e Martina Ranedda

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Kitchen Sharing social design, experience design, installation, product design, service design 3 modular kitchen blocks, 3 tables Sponsor: Foster, Ballarini, Onitred Italia, Tecnomag, Karl Pichler and Ravinala. Publication: Una cucina da condividere, Domus Web. https://www.domusweb.it/it/ notizie/2015/01/08/kitchen_sharing.html Exhibition: Reciprocity, The Taste of Change, Triennale di Design di Liège, Belgium October 2015 June 2014, Bozen The lack of relational opportunities in today’s world pushes our youth, families and elderly people to take refuge more and more in either the virtual world or in their own private dimension. Recognizing the need to help people take back their community spaces and offering them concrete opportunities to meet and know each other: that’s the context in which our idea comes to life. The project is actually extremely simple; the starting point is that “The value of an object is not in its property but in its use” Aristotle The sharing of goods, tools and spaces is an important tool for social transformation. It can be seen as an instrument against the current crisis, which reverses the Western concept of possession as the cornerstone of our existence. Moreover, historically, the kitchen and the table (the convivius) have always been at the center of social life, representing an occasion for socializing and meeting and a place for building a collective identity.

It is a social project, which aims to create, around a kitchen, a place of aggregation, support, collaboration and sociality. At a time like this, when we talk a lot about food and community (think of the theme of Expo 2015: “Feeding the planet, energy for life”), this project could be the spokesman for a widespread desire for change. Change in the way of seeing and experiencing public places and common goods. A service for citizens and an innovative opportunity for sharing. The kitchen consists of 3 autonomous modular structures on wheels and 3 tables. Each module has been designed to meet a specific need: one provides access to water, another two wooden worktops and a small aroma garden, and the last one an induction stove to cook the dishes. These are the three basic functions of a kitchen, which we wanted to place in three independent structures, thus favoring the use of the service by more people at the same time. For the construction of the prototype we made a careful selection of the materials to be used, mostly eco-sustainable, to obtain an aesthetically pleasing result in the final product. The frames of the three structures and the legs of the tables are made of burnished iron tubulars (40 x 40 mm), coated with anti-rust. The side covers of the three structures and the two drawers are made of burnished iron sheets (2 mm thick), also treated with anti-rust. The countertops of the three structures are made in Onitred. The tables and cutting boards are made of Cirmolo wood. Furthermore, it is a project that, starting from a limited number of pieces, can generate endlessly changing spaces which adapt to the specific community needs.

Kitchen Sharing responds to some essential needs that are reemerging in today’s society. It is a modular kitchen, to be installed in public contexts, available to anyone who lives, even if temporarily, in a given area of the city.

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Assaporare la memoria

installazione, design per le istituzioni, design della societĂ 1 ripiano, 4 timbri, inchiostro nero edibile, molte ostie Settembre 2014, Barcellona Esposizioni: BCN Re.Set, Arc de Trionf, Barcellona, 9-10 Settembre 2014

Suggestioni sul tema: B. MUNARI, Il dizionario dei gesti degli italiani, Adnkronos libri, 1994 M. PROUST, Alla ricerca del tempo perduto - Dalla parte di Swann, Gallimard, 1913 Urban food art installations by PETER PINK, 2013 Melting man by AZEVEDO, 2005 C. GALLONE, Don Camillo e l’onorevole Peppone, 1955

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Urban Museum of Memory, Arc de Triomf 41°23’28’’N - 2°10’49’’E Fundacio Enric Miralle per BCN Re.Set, Tricentenari 1714-2014

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Il 2014 è stato l’anno che ha segnato il tricentenario dell’annessione della Catalogna alla Spagna. Questo anniversario è stato celebrato a Barcellona, con mostre, installazioni, eventi dislocati nelle diverse zone della città, per aree tematiche. A noi è stato chiesto di lavorare sulla memoria, attraverso la produzione di un’installazione site-specific. Assaporare la memoria è un’installazione rituale. Funziona infatti solo nel momento in cui viene utilizzata e vissuta dai visitatori. Una mensola sospesa sorregge i quattro timbri e le ostie. I timbri funzionano da tramite tra la memoria identitaria collettiva e la costruzione della nostra memoria personale. I simboli scelti sono quelli più rappresentativi della Catalogna: il purrò (peculiare bottiglia catalana, che viene messa in mezzo alla tavola, da cui si beve, sporcandosi un po’), la à (è il simbolo della lingua catalana, unica lettera a differenziarla dal castigliano), i castellers (torri umane tipiche di riti religiosi e feste popolari), le Colonne di Josep Pigui de Cadefalch (simbolo dell’indipendenza, sono state recentemente ricostruite, dopo essere state distrutte nel 1928). Imprimendo un simbolo su di un’ostia e mangiandola, il fruitore assapora il valore della trazione e della memoria, riflettendo sulla natura sacrale che hanno certi simboli sui popoli.

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“Se si proponesse a tutti gli uomini di fare una scelta fra le varie tradizioni e li si invitasse a scegliersi le più belle, ciascuno, dopo opportuna riflessione, preferirebbe quelle del suo paese: tanto a ciascuno sembrano di gran lunga migliori le proprie costumanze.” Erodoto Cibo (ostia) e Memoria (simboli) sono due elementi apparentemente distanti tra di loro, ma che a un livello più profondo si incontrano e manifestano i caratteri comuni. La memoria, come il cibo, se non viene conservata, man mano perde forma e infine si deteriora. Il cibo, come la memoria, se viene assaporato produce un ricordo. Questo è stato il punto di partenza per progettare la nostra installazione.

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Credits “Assaporare la memoria ” è un progetto di M. Naomi Galavotti, Marianna Pasina, Martina Ranedda e Xenia Trojer

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Assaporare la memoria (savoring memories) installation, design for institution, design about society

nature that certain symbols have within a given culture.

1 shelf, 4 rubber-stumps, black edible ink, many wafers

“If one were to ask each man to choose, after careful examination, among the best customs in the world, each man would finally select those of his country: that’s how deeply rooted is everyone’s conviction that one’s own customs are by far superior to any other.” Herodotus

Exhibition: BCN Re.Set, Arc de Triomf, Barcelona, 9th-10th September 2014 September 2014, Barcelona (Spain) 2014 was the year that marked the three hundredth anniversary of the annexation of Catalonia to Spain. The anniversary was celebrated in Barcelona, ​​with exhibitions, installations and events located in different areas of the city, each devoted a specific theme. We have been asked to work on the concept of memory, by producing an installation on-site. Assaporare la memoria is a ritual installation, since it becomes operational only when it is put to use and enacted by living visitors. On a suspended shelf, one finds four rubber stamps (depicting 4 different symbols) and a container full of wafers. The rubber stamp functions as a link between the collective identity (culture) and the construction of our personal memory.

Food (wafers) and memory (symbols) are two elements which at a first glance may appear unrelated, but at a closer look are deeply connected and manifest some common characters. Memory, like food, gradually loses its shape and eventually deteriorates if not stored properly. Food, like memory, when tasted evokes feelings and sensations from the past. This was the starting point for designing our installation.

The symbols chosen are the ones most representative of Catalonia: the purrò (peculiar Catalan bottle, usually placed in the middle of the table, from which one can drink straight out of a long spout, getting a little dirty), the letter à (symbol of the Catalan language, being the only letter to differentiate it from Spanish), the castellers (human towers typical of religious rites and popular festivals), and finally the Columns of Josep Pigui de Cadefalch (symbol of the catalan struggle for independence, they have been recently rebuilt, after being destroyed in 1928). By stamping a symbol on the wafer and then by eating it, the visitor may savor the value of tradition and memory, and reflect on the sacred

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This is not

design sociale, design del prodotto, design dei servizi, comunicazione Segnaletica, mappa, gadget Gennaio 2015, Val d’Ultimo-Ultental (BZ)

Suggestioni sul tema: J. BOELEN, V. SACCHETTI, Designing everyday life, Paperback, Ljubljana 2014 Zeno Franchini - Landscape Machines La Ruche qui dit Oui!, 2011 E. OLMI, L’albero degli zoccoli, 1978

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Contadini sudtirolesi indossano il tipico Blauer Schurz, grembiule blu con decorazioni floreali, simboli o parole ricamate a mano, tradizionalmente riservato soltanto agli uomini.

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Il progetto nasce come proposta alternativa di servizio al piano turistico offerto da Schwemmalm in Val d’Ultimo/Ultental, in Alto Adige. La Val d’Ultimo è conosciuta per le piste da sci e per i numerosissimi sentieri che attraversano la valle, che sono diventati la massima attrazione turistica di questa località. Seguendo i principi del nano-turismo e del turismo responsabile, abbiamo deciso di lavorare ed intervenire su ciò che la valle già di per sé offre. “Non si tratta di trovare soluzioni, ma di saper sfruttare le capacità esistenti, anziché guardare ai bisogni mancanti.” Zeno Franchini La prima parte del percorso progettuale è stata dunque dedicata alla conoscenza degli abitanti; questa fase ci ha permesso di scoprire il potenziale, parzialmente nascosto, della valle. La maggior parte delle persone con cui siamo entrati in contatto sono allevatori, agricoltori e artigiani, ognuno dei quali nel tempo si è specializzato in un tipo di produzione molto particolare. Infatti le tecniche produttive di questa valle sono ancora oggi strettamente legate a quelle della tradizione. Dopo una serie di appuntamenti di confronto con la comunità autoctona abbiamo deciso di progettare un’esperienza turistica, capace di combinare le due eccellenze della valle: i prodotti agroalimentari e artigianali tradizionali e i sentieri.

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“Esistono sentieri senza viaggiatori. Ma vi sono ancor più viaggiatori che non hanno i loro sentieri.” Gustave Flaubert (Lettera a Madame Louise Colet, 1847) Il progetto consiste in un sistema segnaletico che indica i luoghi in cui poter incontrare e conoscere i produttori e gli artigiani residenti nella valle. Questo per poter restituire un’esperienza autentica e diretta del luogo che si trovano a vivere momentaneamente. Il progetto ha inoltre l’obiettivo di coinvolgere e sostenere i piccoli produttori, di preservare le modalità produttive tradizionali, molto distanti dagli standard produttivi contemporanei.

This is not è un sistema segnaletico, un nuovo concetto di mappa/guida e una nuova idea di souvenir per tutti quelli che vogliono vivere in modo nuovo i sentieri della Val d’Ultimo o più in generale cercare vie alternative di conoscenza e contatto con un territorio, magari partendo dagli abitanti.

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Credits “This is not ” è stato pensato, progettato e realizzato da M. Naomi Galavotti e Xenia Trojer

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This is not social design, product design, service design, communication signage, guide/map, souvenir January 2015, Val d’Ultimo-Ultental (Bozen, Italy) The project was born as an alternative proposal to the tourist plan offered by Schwemmalm in Val d’Ultimo/Ultental, South Tyrol. Val d’Ultimo is known for its ski slopes and the numerous trails that cross the valley, which have become the main tourist attraction of the area. Following the principles of nano-tourism and responsible tourism, we decided to work and intervene on what the valley already offers.

The project also aims to involve and support small producers in preserving their traditional production methods, very different from contemporary mass-production standards.

This is not is a signage system, a new concept of tourist map/guide and a new idea of ​​souvenir for all those who want to fully experience the trekking scene of Val d’Ultimo. More generally, it provides an alternative path to explore and discover the local territory, starting from its inhabitants and their traditional customs.

“It is not about finding solutions, but harness existing capabilities, instead of missing needs.” Zeno Franchini The first part of the design process was therefore dedicated to the knowledge of the inhabitants; this phase allowed us to discover the potential, still largely unknown, of this valley. Most of the people we came into contact with are breeders, farmers and craftsmen, each of whom over time has specialized in a very special type of production. In fact, the production techniques of this valley are still closely inspired to the local tradition. After a series of meetings with the indigenous community we decided to design a tourist experience able to combine the two excellences of the valley: local food and crafts along its breathtaking trekking paths. “There are paths without travelers. But there are even more travelers who have not found their path. “ Gustave Flaubert (Letter to Madame Louise Colet, 1847) The project consists of a signage system pointing to those places where you can meet and get to know the producers and craftsmen residing in the valley. This is meant to give tourists an authentic and direct experience of the place they are visiting.

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Hum Khere

fotografia, reportage, editoria libro fotografico, copertina rigida, 30 x 18 cm Febbraio 2015, Bolzano

Suggestioni sul tema: R. MC GUIRE, Qui, Rizzoli Lizard, 2015 N. DE GIORGIS, Hidden Islam, Rorhof, Bolzano 2015 G. DORFLES, Kitsch: oggi il Kitsch, Editrice compositori, Bologna 2012 J. CATTO, D. BRIDGEMAN, 1 Giant Leap, 2002

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Ragazza Gipsy e il suo caravan, fotografia d’epoca, 1930 ca.

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Hum khere è un progetto fotografico ed editoriale, che cerca di raccontare qualcosa in più sulle comunità Sinti presenti in Italia. Grazie ad un percorso di conoscenza ed integrazione con le famiglie che, ancora oggi, vivono in un accampamento attrezzato a Bolzano, abbiamo potuto realizzare un reportage incentrato sul tema della casa. “Casa è dove stai bene.” Cicerone

Hum Khere in lingua sinta significa “sentirsi a casa”. Il progetto vuole presentare attraverso una nuova modalità una delle comunità più discusse della città, cercando di capovolgere il punto di vista comune. Hum Khere è un invito sincero a riconsiderare i propri stereotipi e vuole essere un aiuto a riflettere sulla diversità delle abitudini e delle esigenze dei popoli. Il progetto è stato finalizzato alla produzione di un libro capace di presentare attraverso una serie fotografica come una comunità abbia la capacità di modificare e trasformare lo spazio che abita o si trova a vivere in parti della giornata.

Credits “Hum Khere ” è un progetto di Corinna Canali, M. Naomi Galavotti e Anna Martinuzzi.

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Hum Khere photography, reportage, self-publishing photography book, hardcover, 30 x 18 cm February 2015, Bolzano (Italy)

Hum khere is a photographic and editorial project, which tries to tell us something more about the Sinti community present in Italy. In our journey of learning and integration with the families who, still today, are living in a camp just outside Bolzano, we shot a reportage focused on the theme of the house. “Home is where you feel good.” Cicero

Hum Khere in the Sinta language means “feeling at home”. The project wants to present under a new light one of the most discussed communities of the city, trying to upturn the common point of view. Hum Khere is a sincere invitation to reconsider our own stereotypes and represents an occasion to reflect on the diversity of the customs and needs of the people. The project was aimed at the production of a photographic book, able to show in pictures how human communities can modify and transform their living spaces.

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House of Immortalities

design del prodotto, design dell’esperienza, scenografia, oggetti performativi 3 vasi canopi, set due bicchieri e un vassoio, 1 tavolo anatomico, 1 mappa Luglio 2015, Dro (TN) Esposizioni: House of Immortalities, Motherlode, Drodesera, Centrale Fies, Dro 2015 Parreshia set, DAB-Design for Artshop and Bookshop, Maxxi Museo delle arti del XXI secolo, Roma 2015 Parreshia set, Operae, Torino 2017

Suggestioni sul tema: IN RESIDENCE, Talisman. Contemporary symbolic objects, Corraini edizioni, Mantova 2017

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Mali Weil, House of Immortalities, immagine per invito, Drodesera, Centrale Fies, 2015.

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Prima apertura di un progetto in divenire, House of Immortalities (1. Mythology) è uno spazio di riposo e concentrazione nel mezzo di una ricerca sulle possibilità e la portata dell’azione individuale. Mali Weil (piattaforma artistica costituita da Elisa Di Liberato, Lorenzo Facchinelli e Mara Ferrieri, che opera tra l’Italia e la Germania) attraversa alcuni concetti chiave della storia filosofica della democrazia e li propone come elementi di un dressage politico per il singolo visitatore. Attraverso una partitura rituale, che fluisce tra esercizi, miti e rimandi filosofici, il visitatore è chiamato ad abitare uno spazio dove mitologia, architettura e design, concorrono a ridisegnare una pratica politica incentrata sulla Cura del sé. La struttura è quella di una performance relazionale “in absentia”, poiché presentata in un display segnato dall’assenza del performer. Il rapporto a distanza con un corpo assente apre un vuoto che permette al visitatore di riempire temporaneamente tutte le posizioni all’interno della struttura concettuale e spaziale. E lui sarà chiamato a pronunciarsi sulla possibilità di attivare nuove pratiche di fondazione, a colmare con la sua presenza il posto rimasto vuoto. La House of Immortalities è un luogo costruito attorno al suo ospite: vi regnano silenzio, cura e dedizione. Il visitatore è invitato a entrare in una bolla rituale fuori dal tempo, dove ogni cosa è predisposta perché egli possa concentrarsi in un momento di cura e meditazione.

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Tre Celle (cuore, cervello, lingua), ogni cella contenente un libro, un vaso canopo, un gioiello rituale. Il visitatore, grazie al suo personale manuale di meditazione, attraversa diverse posizioni che sono allo stesso tempo linguistiche, fisiche e concettuali. Da questi elementi, spaziali, oggettuali e relazionali, si sviluppa un dressage politico che idealmente dovrebbe non avere fine. Dopo il soggiorno nella propria cella di meditazione, l’ospite siede al tavolo delle fondazioni, luogo comune di incontro ed apertura, dove la possibilità dell’azione torna pienamente ad appartenergli. Lì un vassoio con bicchieri invitano a far rivivere, attraverso il brindisi, il rapporto parresiastico, in cui un individuo sceglie di dire ciò che ritiene essere la verità a un interlocutore più potente di lui, a rischio della propria sicurezza.

Credits Concept: Mali Weil Design and production: Materia Critica Books editing: Mali Weil Light design: Fabio Sajiz Production: Mali Weil, Centrale Fies

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House of Immortalities product design, experience design, design for scenography, performing objects

he/she can focus in a moment of care and meditation.

3 canopic jar, set of two glasses with tray, 1 anatomic table, 1 map

There are three Cells (heart, brain, tongue), each one containing a book, a canopic jar and a ritual jewel. The visitor crosses different positions that are at the same time linguistic, physical and conceptual. From these spatial, relational and physical elements a political dressage arises, and it should ideally not end.

Luglio 2015, Dro (TN) Exhibition: House of Immortalities, Motherlode, Drodesera, Centrale Fies, Dro 2015 Parreshia set, DAB-Design for Artshop and Bookshop, Maxxi | Museo delle arti del XXI secolo, Roma 2015 Parreshia set, Operae, Torino 2017

House of Immortalities (1. Mythology) is the first public glimpse of an ongoing project. It is a space for rest and concentration in the middle of a work-in-progress research about chances and ranges of individual actions. Mali Weil goes through some key words of democracy philosophical history and proposes them to the visitor as a subjects for a political and personal dressage. It has the shape of a ritual composition that flows between philosophical references, exercises and myths. Here, the visitor is called then to experience a space where architecture, mythology and design merge and reshape a political practice focused on the Care of the Self.

After staying within his/her own meditation cell, the guest is invited to sit at the foundation stable: an open, common space where the action possibility fully belongs once again to him/her. By drinking a toast, the glasses invite to experience the parrhesiastic relation. Through it, an individual decides to say what they think is true to a more powerful interlocutor, risking their own safety.

House of Immortalities arises from the obsession of building political rituals. Such rituals are based on a lexicon and a dressage able to recreate the intimacy between the individual and his/her animal spirit‘s natural identity. It betrays a passionate devotion to the “smoothing” art of the Self.

The display is the one of a relational performance “in absentia” because there is no performer. The long-distance relationship to an absent body allows the visitor to fill temporarily the void left within the conceptual and spatial structure. It is up to the guest to express his/her possibility to re-enact those foundation practices in order to fill up the empty spaces with their body. The house of immortalities is a place built around his/her guest: silence, care and dedication dwell there. The guest is invited to enter a timeless ritual bubble, where everything is organized so that

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Octopus

design dell’esperienza, installazione, design per le istituzioni, design della società tappeto (7 tentacoli), cascata (5 tentacoli) Novembre 2015, Museion, Bolzano Pubblicazioni: Domus - https://www.domusweb.it/it/notizie/2015/12/02/ octopus_il_nuovo_spazio_per_bambini_di_museion.html Interni - http://www.internimagazine.it/news/people/octopus-e-ilil-nuovo-spazio-per-bambini-di-museion-a-bolzano/? Sky Arte - http://arte.sky.it/2015/11/piovra-gigante-museionbolzano-design/ Esposizione: Inaugurato il 27 Novembre 2015 a Museion, Bolzano. Premi: IDA Design Awards - 2nd Place in Interior Design / Institutional https://idesignawards.com/winners/zoom.php?eid=9-10082-16 Suggestioni sul tema: L. MALAGUZZI, Invece il cento c’è, da PensieriParole B. MUNARI, Laboratori tattili, Zanichelli, 1985 The edges of the world by E. NETO, 2010 Wall-Floor Positions by B. NAUMAN, 1968 Mur-tableau by V. JOUMARD, 2004 Colazione in pelliccia by M. OPPENHEIM, 1936

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B. MUNARI, Porta d’ingresso ai Laboratori Tattili, Milano 1977. “I laboratori tattili”, Edizioni Corraini.

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Nel 2015 il Museo di Arte Contemporanea di Bolzano ha deciso di trasformare una sala nel Passage ad ingresso libero, in uno spazio per bambini. “Può la competenza progettuale dei designer, unita a quelle degli esperti della mediazione, aumentare l’efficacia dei processi di mediazione nell’ambiente museale? Qual è il ruolo dello spazio, della sua percezione e progettazione in tutto questo?” Per il nuovo kids space abbiamo pensato ad uno spazio come ad un “play space” per i bambini. In questo senso, abbiamo fatto sì che la situazione dello spazio si presenti sempre, a tutti, al punto zero. Ciò non significa che si tratta di uno spazio immutabile, ma piuttosto di uno spazio in continuo mutamento, che non necessita di un setting predefinito. Ogni intervento è stato pensato specificatamente in relazione con l’architettura nella quale si inserisce. L’insieme degli interventi crea una narrazione, che prescinde dalla forzatura di un percorso obbligato, ma che è uniforme nel messaggio. Tocca e muoviti modifica lo spazio, lascia una traccia Questo è Octopus ! “The Octopus in Love. Art is an invention to sense the world, not in language but in the senses. The Octopus is the only animal that has three quarters of its brain located in its eight arms. No central nervous system, every leg “thinks” as well as “senses” the

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world with total autonomy, and yet, is part of the animal. Art is our possibility to imagining a de-centered perception system. Art is the octopus in love. This is a talk about the transformation art operates in our way of conceiving the social and its institutions, as well as about the hope we all have toward the possibility of inventiveness.” Chuz Martinez A partire dall’angolo acuto della sala si dirama un tappeto tentacolato. Un fascio di tentacoli attorcigliati e imbottiti si estende nell’intero spazio. I tentacoli si presentano uniformi nell’aspetto, ma all’interno di ognuno si trova un materiale di riempimento diverso, che parla ai sensi dei piccoli ospiti, dando loro la possibilità di provare differenti percezioni tattili. Il fatto che i tentacoli siano mobili, abilita i bambini a modificare lo spazio e dunque a lasciare una traccia. Gli stessi tipi di tentacoli sono posizionati anche nell’angolo più alto del sottoscala. Si presentano come una specie di cascata, mobile e tattile. Questi tentacoli si sviluppano in verticale, contrariamente a quelli dell’angolo opposto, che si sviluppano orizzontalmente. Octopus è un’installazione artistica e pedagogica con cui è piacevole stare a contatto. Può essere un mezzo per parlare con i bambini dello spazio, dell’arte, dei materiali o anche per riflettere con loro su tematiche complesse, un esempio: la diversità come risorsa.

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Credits “Octopus” è un progetto di M. Naomi Galavotti e Martina Ranedda. Nato da un’idea di M. Naomi Galavotti, Tommaso Gandini, Anna Martinuzzi, Martina Ranedda e Xenia Trojer Coordinamento: EDDES UNIBZ (Roberto Gigliotti) & Museion Progetto grafico: Jonathan Pierini Foto: Luca Meneghel Octopus è stato realizzato grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano

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Octopus experience design, installation, design for institution, design about society carpet (7 tentacles), waterfall (5 tentacles) November 2015, Museion, Bolzano Publications: Domus - https://www.domusweb.it/it/ notizie/2015/12/02/octopus_il_nuovo_spazio_ per_bambini_di_museion.html Interni - http://www.internimagazine.it/news/ people/octopus-e-il-il-nuovo-spazio-per-bambinidi-museion-a-bolzano/? Sky Arte - http://arte.sky.it/2015/11/piovragigante-museion-bolzano-design/ Exhibition: Inaugurated the 27th November 2015 at Museion, Bolzano (Italy). Prize: IDA Design Awards 2nd Place in Interior Design / Institutional https://idesignawards.com/winners/zoom. php?eid=9-10082-16

In 2015 Museion, Bolzano’s Museum of Modern and Contemporary Art, decided to transform a hall of its ground-floor Passage in a space for children. “Can the design skills of the designers, combined with those of the mediation experts, increase the effectiveness of the mediation processes in the museum environment? What is the role of space, of its perception and design in all this? “ For the new kids space we thought of space as a playground for children. In this sense, we made sure that the spatial arrangement is always perceived by everyone as a “zero point”. This does not mean that the space is immutable, but rather that it’s constantly changing, and doesn’t require a predefined setting. Each intervention has been specifically designed in relation to the architecture in which it’s set. Seen together, the different interventions create a story, which carry the same message independently of the path chosen by the kids. Touch and move, change the space, leave a

track. This is Octopus ! “The Octopus in Love. Art is an invention to sense the world, not in language but in the senses. The Octopus is the only animal that has three quarters of its brain located in its eight arms. No central nervous system, every leg “thinks” as well as “senses” the world with total autonomy, and yet, is part of the animal. Art is our possibility to imagining a de-centered perception system. Art is the octopus in love. This is a talk about the transformation art operates in our way of conceiving the social and its institutions, as well as about the hope we all have toward the possibility of inventiveness.” Chuz Martinez From the acute angle of the room a tentacled carpet branches off. A bundle of twisted and padded tentacles extends throughout the floor. The tentacles are uniform in appearance, but inside each one there is a different filling material, which stimulates the senses of our little guests, giving them a chance to try different tactile perceptions. The fact that the tentacles are not fixed enables the children to modify the space and therefore to leave a track. The same types of tentacles are also placed in the upper corner of the basement. They present themselves as a sort of mobile and tactile waterfall. These tentacles develop vertically, contrary to those of the opposite corner, which develop horizontally.

Octopus is an artistic and pedagogical installation with which it is pleasant to be in contact. It can be a means to talk with children about space, art, materials or even to reflect with them on complex issues, for example: diversity as a resource.

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Lentius, profundis, suavius

design sociale, design dei servizi, design per la cooperazione e lo sviluppo, comunicazione, video espositore, materiale informativo, serie di video Marzo 2016, Reggio Emilia

Suggestioni sul tema: Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Pisa, Nuova guida al consumo critico, Pisa, EMI, 2001 N.KLEIN, No Logo, Milano, Bur, 2010 R. KOOLHAAS, B. MAU, S, M, L, XL, Monacelli Printer, 2002 FOGLIAZZA, La Notte di San Nessuno: PallonAsia, Milano, IM, 2008 - La Notte di San Nessuno: CioccolAfrica, Milano, IM, 2010 La Notte di San Nessuno: LatinAmeriCaffè, Milano, IM, 2013 A. LANGER, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Palermo, Sellerio editore Palermo, 1996 G. ALLEGRINI, Una vita più semplice. Biografia e parole di Alexander Langer, Altreconomia, 2005 AGICES, Rapporto Annuale Agices, Maggio 2015 WFTO, Annual general meeting’s report, Quito, Maggio 2005 J.A. HOULDER, Ohabolana ou proverbes malgaches, Antananarivo, Trano Printy Loterana, 1980 G. LAKOFF, Non pensare all’elefante, Fusi Orari, 2006 P. PEVERINI, Social Guerrilla. Semiotica della comunicazione non convenzionale, LUISS, Roma 2014

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Die Brßcke, il Ponte, è una rivista mensile fondata nel 1967 da Alex Langer con Siegfried Stuffer e Josef Schmid.

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Il titolo del progetto riprende le parole di Alex Langer, che ispirò profondamente tutti i movimenti ecologisti europei, nonché il movimento del commercio equo italiano. Nella prospettiva di un nuovo modello economico, di un nuovo modo di fare commercio, di un nuovo modo di comunicare, questo progetto vorrebbe essere “portavoce” del suo pensiero, approcciandosi ai consumatori non aggressivo come la pubblicità, ma soave come la narrazione, che necessiti di tempo per essere fruito e che parli a più livelli al fine di raggiungere la profondità desiderata. Il progetto parte dalla necessità di riprogettare il sistema comunicativo di Ravinala, una cooperativa sociale che si occupa di commercio equo e solidale, molto attiva sul territorio, che importa artigianato dal Madagascar da oltre trent’anni. Ravinala vede le sue botteghe (punti vendita diretta) come luoghi sì di vendita, ma anche come luoghi di formazione/informazione, dove si scambiano idee e dove si alimenta la coscienza critica individuale. Comunicare è un atto di forte responsabilità; soprattutto nei casi in cui si vorrebbe che le nostre parole avessero un impatto sulla collettività. “Le responsabilità comuni sono come il cielo: ciascuno porta la sua parte sopra la testa.” proverbio malgascio

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Pertanto abbiamo pensato ad una soluzione multimediale, capace di contenere diversi linguaggi e diversi livelli di approfondimento nella stessa cornice. Una serie di dodici video presentano le tecniche produttive degli artigiani che lavorano con Ravinala in Madagascar e raccontano le storie che stanno dietro i loro prodotti. In accompagnamento ai video, sono state prodotte una serie di cartoline per presentare le varie filiere di produzione artigianale, con annesse informazioni di base. Per inserire in maniera funzionale questo nuovo sistema comunicativo all’interno delle botteghe, abbiamo ideato un espositore. Video, artefatti, materiale di approfondimento, tutto raccolto per riuscire ad intercettare l’attenzione del passante e coinvolgerlo in un momento di approfondimento dedicato alla scoperta di una filiera. La parte principale dell’espositore è pensata per essere dedicata ad una filiera alla volta, al fine di creare un momento di approfondimento dedicato. Contiene infatti il video, la presentazione della filiera, i ritratti degli artigiani e gli oggetti protagonisti nel video. La parte aggiuntiva dell’espositore è invece progettata per poter presentare contemporaneamente il resto del materiale informativo.

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Credits “Lentius, profundis, suavius ” è un progetto di Materia Critica

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Lentius, profundis, suavius social design, service design, communication, video production exhibitor, informative material, video series March 2016, Reggio Emilia (Italy) The title of this project recalls the words of Alex Langer, who deeply inspired all the European ecological movements, as well as the Italian fair trade movement. In the perspective of a new economic model, of a new way of doing business, of a new way of communicating, this project would like to be a “spokesperson” of Langer’s thinking, endorsing an approach to consumers which isn’t as aggressive as advertising but rather as sweet as storytelling, an approach that needs time to be understood and that speaks at multiple levels at once in order to reach the required depth.

centers, with annexed some basic information. To insert this new communication system inside the shops in a functional way, we have created an exhibition booth. Videos, artifacts, in-depth material, all collected to be able to intercept the attention of the passer-by and involve him in a learning moment dedicated to the discovery of handicraft production. The main part of the exhibition booth is designed to be dedicated to one production center at a time, in order to create an opportunity for indepth information. It features the video, a presentation of the center, photo portraits of the artisans and samples of the objects showcased in the video. Meanwhile, the rest of the booth will give an overview of the remaining informative material.

The project starts from the need to redesign the communication system of Ravinala, a social cooperative that deals with fair trade, very active in the area, which has been importing and distributing handcrafts from Madagascar for over thirty years. Ravinala sees her shops (direct sales points) as places of sale, but also as training / learning grounds where ideas are exchanged and where the critical conscience of the consumer is developed and nourished. Communicating is an act of strong responsibility; especially in those cases when we want our words to have an impact on the collective. “Common responsibilities are like the sky: everyone carries its share over the head.” Malagasy proverb Therefore we have thought of a multimedia solution, able to contain different languages ​​ and different depths of research in the same frame. A series of twelve videos present the production techniques of the artisans who work with Ravinala in Madagascar, who get to tell the stories behind their products. Along with the videos, a series of postcards were produced to present the various handicraft production

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Mente locale

design sociale, design dei servizi, comunicazione, design thinking piattaforma web Luglio 2016, Bolzano

Suggestioni sul tema: M. CEREGHINI, M. NARDELLI, Darsi il tempo. Idee e pratiche per un’altra cooperazione internazionale, Editrice missionaria italiana, 2008 EUCLIDES ANDRÉ MANCE, La rivoluzione delle reti L’economia solidale per un’altra globalizzazione, EMI 2003 L. KIMBELL, Rethinking design Part 1 and Part 2, Berg, 2011 S. PARKER, J. HEAPY, The journey to the interface.How public service design can connect users to reform, Demos, 2006 The field guide to human centred design by Ideo.org, Design kit, 2013 www.servicedesigntools.org www.platforme-socialdesign.net www.cucula.org www.italianstories.it

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T. MORE, xilografia Utopiæ insulæ tabula, dall’opera Utopia, Lovanio, 1516.

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Il fenomeno della disoccupazione, fenomeno in crescita a causa della recente crisi economica, tende a concentrarsi sulle persone svantaggiate, cioè persone che, anche in presenza di una situazione favorevole dell’economia e del mercato del lavoro, continuano a trovarsi in situazioni di marginalità ed esclusione. In questo quadro, la cooperazione sociale costituisce la più robusta struttura dedicata al recupero e al reinserimento di risorse umane che il mercato altrimenti emarginerebbe. Questa struttura si è dimostrata capace, in più di un’occasione, di aggredire lo ‘scoglio’ della disoccupazione; attualmente le cooperative sociali inseriscono oltre 18.000 soggetti svantaggiati ai sensi della legge 381 del 1991. mente locale: perché non basta una sola mente per progettare il futuro; localmente: perché bisogna creare una rete di competenze, di ruoli e di personalità, affinché il pensiero agisca sul territorio.

Mentelocale è una piattaforma che vuole gettare le basi per la creazione di una rete per connettere tutte le realtà sociali italiane che, attraverso laboratori di produzione creativa, inseriscono soggetti svantaggiati nel mondo del lavoro. La piattaforma presenta, attraverso casi studio, le esperienze di progetti nati e cresciuti grazie alla co-partecipazione di diversi attori; raccoglie e connette le realtà sociali del territorio italiano e permette loro di avere uno spazio dedicato per farsi conoscere e per mostrare progetti e prodotti.

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Segnala inoltre tutti i punti vendita dove poter trovare gli articoli prodotti dai lavoratori delle cooperative e gli eventi ai quali partecipano. L’obiettivo principale della piattaforma è riuscire a mettere in connessione realtà che lavorano sulle stesse tematiche, facilitando la nascita di relazioni di scambio, di competenze, strumenti e metodologie e promuovendo, laddove è possibile, esperienze di collaborazione. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con circa quaranta realtà sociali del centro e del nord Italia. sito web: www.mente-locale.org video: https://vimeo.com/175352986

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Credits “Mente locale ” è un progetto di Materia Critica.

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Mente locale (local mind) social design, service design, communication, design thinking web platform July 2016, Bolzano The phenomenon of unemployment, a growing phenomenon due to the recent economic crisis, tends to concern primarily the disadvantaged, i.e. those people who, even in the presence of favorable conditions in the economy and the labor market, keep finding themselves in a situation of marginality and exclusion. In this context, social cooperation is the most effective structure dedicated to the recovery and reintegration of human resources that the market would otherwise marginalize. This structure has proved capable, on more than one occasion, of attacking the ‘stumbling block’ of chronic unemployment; at present the social cooperatives insert more than 18,000 disadvantaged subjects according to the law 381 of 1991.

The main objective of the platform is connecting organizations that work on similar issues, thus facilitating the creation of exchange relationships, skills, tools and methodologies and promoting, where possible, collaborative experiences. The project was carried out in collaboration with about forty social organizations, in central and northern Italy. website: www.mente-locale.org video: https://vimeo.com/175352986

local mind: because a single mind is not enough to plan the future; local-minded: because we need to create a network of skills, roles and personalities, so that our ideas can impact the world around us.

Mentelocale is a platform that aims to lay the foundations of a network connecting all the Italian social cooperatives that, through creative production workshops, insert disadvantaged people into the labor market. The platform presents, through case studies, the experiences of projects born and raised thanks to the co-participation of different actors; it collects and connects the social cooperatives across the Italian territory and gives them a dedicated space to make themselves known and showcase their projects and products. It also lists all the points of sale where you can find the articles produced by the cooperatives’ workers and the events in which they participate.

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REagire

design sociale, installazione, design per le istituzioni, design della società 3 sedute, 1 leggio, 1 diario Settembre 2016, Piazza Domenica Secchi, Reggio Emilia

Suggestioni sul tema: V. AURICCHIO, Social Design, in “Ottagono”, n. 268, marzo 2014 M. DOWNIE, S.ESHKAR & P. KAISER,Creative Collaboration, Sitra, 2012 F. LA CECLA, Contro l’urbanistica, Giulio Einaudi Editore, 2015 F. LA CECLA, Non è cosa. Vita affettiva degli oggetti, Eleuthera Editore, 2013 B. MUNARI, Da cosa nasce cosa. Appunti per una metodologia progettuale, Ed Laterza L. URBANUCCI, Design from all. Coniugare design e inclusione sociale, Csv Chieti, 2014 E. MANZINI, Design, When Everybody Designs, MIT Press, 2015 M. ROSENABERG, La Comunicazione Non-violenta, Ed. Esserci, 1999 R. SOMMER, Social design: Creating buildings with people in mind, 1983 IDEO, Design for social impact, The Rockefeller Foundation G. SCABIA, Marco Cavallo. Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura, Edizioni Alpha Beta Verlag, Merano 2011

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Corteo con cavallo in testa che partĂŹ dal padiglione P del manicomio di Trieste e giunse fino al Rione di San Vito,1973.

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Come disse Bruce Mau: “... per favore fate sentire la vostra voce nel coro del potenziale. Addentratevi nella discussione e abbandonate le vostre paure riguardo all’ostacolo che vi separa dal resto del mondo dietro di voi. Ferma il lamento e unisciti alla rivoluzione del possibile”. Da queste riflessioni nasce il desiderio di cercare di sperimentare se sia davvero possibile fare del design sociale, coinvolgendo le comunità, lavorando con soggetti svantaggiati, inserendosi in una realtà, in un contesto per avvicinarsi a quei problemi che, oggi più di ieri, assillano la nostra società. “Ciò che mi interessa sono le persone, gli uomini. In loro vorrei far scaturire qualcosa.” Ettore Sottsass REagire è un progetto per restituire protagonismo a persone e luoghi marginalizzati. Nato dall’idea di voler sperimentare nuove vie per costruire inclusione sociale tramite il design, cerca di ripensare e riprogettare le interazioni sociali. REagire è il risultato di un percorso di co-progettazione attivato con l’Assessorato alla Sicurezza del Comune di Reggio Emilia e l’Atelier Paradise Street di via Paradisi, un laboratorio in cui le persone seguite dal Servizio dipendenze patologiche della città (SerT) vengono coinvolte in attività creative e formative. Per alcuni mesi abbiamo affiancato gli educatori, con lo scopo di pensare un progetto che potesse coinvolgere le persone frequentanti l’atelier, rendendole parte attiva e protagoniste della

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progettazione. Questo per cercare di riattivare le capacità creative degli utenti del laboratorio, al fine di far nascere in loro una nuova consapevolezza di sé e del loro potenziale, attraverso un lavoro di progettazione strutturato. Il percorso di co-progettazione si è articolato in diverse fasi: dalla definizione del concept alla scelta della direzione ideale da intraprendere; dall’analisi dello spazio allo studio delle forme; dal recupero dei materiali alla stesura dei pensieri. Il risultato di questa collaborazione è infatti un intervento urbano; un’installazione che parla di rifiuto, capace di incarnare e di trasmettere alla cittadinanza una tematica delicata come quella della marginalizzazione sociale. L’intervento urbano consiste nell’installazione di tre sedute e un leggio. Le sedute, in linea con quelle già presenti nella piazza, sono state pensate e posizionate lontane una dall’altra per far provare al fruitore l’esperienza della solitudine nata dall’emarginazione. L’esperienza della sosta solitaria è accompagnata da frasi leggibili sul prolungamento a terra della seduta.

“La paura costruisce muri che ci impediscono di scoprire l’altro nella sua umanità.”

“Chi marginalizza lascia un pezzo di se stesso nel vuoto.”

“Se comprendere è difficile, conoscere è necessario.”

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Queste le tre frasi pensate dagli utenti dell’atelier per accompagnare e fornire una chiave di lettura dell’installazione ai passanti. Significativo è anche lo slogan scelto e inciso dietro ogni seduta: “Il rifiuto non è un male necessario”, certamente un omaggio al Professor La Cecla. L’installazione si completa con il leggio, che contiene la spiegazione del progetto. I manufatti pensati e progettati insieme sono stati realizzati grazie alla collaborazione di aziende del territorio che hanno creduto nel progetto e messo a disposizione materiali di scarto e manodopera: Ugolotti Eolo snc, Donelli Dimaf, Gpm Project srl, Carpenteria Barbieri snc, Frontera Alfonso Il Fabbro e Red Fox. L’installazione è stata inaugurata il 29 Ottobre 2016 in piazza Domenica Secchi a Reggio Emilia alla presenza dell’Assessora alla Sicurezza del Comune di Reggio Emilia, Natalia Maramotti. “Noi definiamo innovazioni sociali come nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che contemporaneamente incontrano bisogni sociali e creano nuove collaborazioni e relazioni sociali. In altre parole, queste sono innovazioni nel contempo buone per la società e che accrescono la capacità della società di agire”. Ezio Manzini, Design, when everybody designs

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Credits “REagire ” è un progetto di Materia Critica.

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REagire social design, installation, design for institution, design about society 3 seats, 1 bookstand, 1 diary September 2016, Piazza D. Secchi, Reggio Emilia (Italy) As Bruce Mau said: “... please make your voice heard in the chorus of potential. Enter the discussion and abandon your fears about the obstacle that separates you from the rest of the world behind you. Stop whining and join the revolution of the possible “. Inspired by these words, we wanted to explore the potentials of social design to understand what can be achieved in our local context by involving communities and disadvantaged subjects, thus concretely addressing a problem that, today more than ever, plagues our society. “What interests me is people, humans. It’s in them I want to foster the emergence of something new. “ Ettore Sottsass

REagire is a project to requalify and re-empower marginalized people and areas of the city. Born from the desire to experiment with new ways of building social inclusion by design, it aims to fundamentally rethink and redesign social interactions. REagire is the result of a co-planning itinerary activated with the Department of Security of the Municipality of Reggio Emilia and the Paradise Street Atelier in via Paradisi, a social lab where the people followed by the city’s addiction disorder authorities (SerT) are involved in creative and training activities. For a few months we have been cooperating with the lab educators to conceive a project that could actively involve the people attending the atelier, by making them directly responsible of the design process. This was intended to reactivate the creative skills of the lab participants and give them a new awareness of themselves and their potential in the context of structured design planning. The co-planning path has been divided into different phases: from the definition of the concept to the choice of the general creative

direction; from the analysis of space to the study of forms; from the recovery of materials to the drafting of thoughts and ideas. The result of this collaboration is in fact an urban intervention; an installation that speaks of rejection, capable of embodying and transmitting to the entire citizenship a delicate theme such as that of social exclusion and marginalization. The urban installation consists of three seating blocks and a bookstand. The blocks, in line with those already present in the square, have been designed and positioned far from each other in order to make the people who sit down feel the loneliness born of marginalization. The experience of exclusion is strengthened by 3 quotes written on the base of the blocks: “Fear builds walls that prevent us from discovering the other in his humanity.” “He who marginalizes others leaves a piece of himself in the void.” “If understanding is difficult, knowing is necessary.” These are the three phrases chosen by the users of the atelier to accompany the installation and provide an explanatory key for the passers-by. The quote chosen and engraved behind every sitting block is also significant: “Rejection is not a necessary evil”, which is a tribute to Professor La Cecla. The installation is completed by the bookstand, which contains the full explanation of the project. All the elements of the installation have been conceived and designed together, and were realized thanks to the collaboration of local companies that believed in the project and contributed with waste materials and skilled labor: Ugolotti Eolo snc, Donelli Dimaf, Gpm Project srl, Carpenteria Barbieri snc, Frontera Alfonso Il Fabbro and Red Fox. The installation was inaugurated on October 29, 2016 in piazza Domenica Secchi in the presence of the Councilor of Security of the Municipality of Reggio Emilia, Natalia Maramotti. “We define social innovations as new ideas (products, services and models) that simultaneously meet social needs and create new collaborations and social relationships. In other words, these are innovations that are at the same time good for society and also increasing society’s ability to act “. Ezio Manzini, Design, when everybody designs

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Focolare | Facciamo luce

design sociale, installazione, design per le istituzioni, design della societĂ laboratori per bambini, giovani e adulti, tappeto luminoso; laboratori per ragazzi, lanterne Dicembre 2016, Piazza Domenica Secchi, Reggio Emilia

Suggestioni sul tema: The Weather Project by O. ELIASSON, Tate 2003 Cloud by CAITLIND R.C BROWN & W. GARRET, Calgary 2012 Vertical Works by A. MCCALL, 2017 Abitare by M. UBERTI, 1999

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B. NAUMANN, The true artist helps the world by revealing mysthic truths, Neon Art,1967.

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“La novità è la ripresa della centralità del rapporto tra corpi urbani e spazi urbani, una ripresa tutta politica, anzi si può dire che la politica è proprio questo, il diritto a esercitare la propria presenza negli spazi pubblici di una città, un gesto e una pratica che rimette in ballo la fisicità della città e dei suoi cittadini.” Franco La Cecla, Contro l’urbanistica Il quartiere della stazione, che ospita Piazza Domenica Secchi, è situato in una zona strategica della città: a due passi dal centro e da Piazzale Europa che ospita il Centro Internazionale Loris Malaguzzi e il polo Tecnologico sito nelle ex Officine Reggiane. Qui negli anni, a causa di speculazioni immobiliari, sono state concentrate le minoranze sociali e i problemi. Il progetto è nato in collaborazione con l’amministrazione comunale di Reggio Emilia, come tentativo di restituire alla comunità protagonismo nella gestione degli spazi pubblici. Per sperimentare questa nuova pratica, è stato selezionato il periodo natalizio. Così abbiamo deciso di progettare e co-realizzare due installazioni pubbliche, che avrebbero illuminato la piazza principale del quartiere, durante il periodo festivo. La prima installazione ad essere stata realizzata è Focolare : un tappeto luminoso che vuole ricordare ai passanti l’ambiente del focolare domestico, caldo e accogliente. L’installazione, posta a terra, alla portata di tutti, è pronta ad accogliere attorno ad essa chiunque volesse soffermarsi un momento per sostare e condividere. È dunque un’installazione che cerca di alimentare

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le relazioni sociali a partire dalla sua realizzazione che è stata condivisa con alcuni abitanti del quartiere. Focolare è stato acceso con una festa dedicata al quartiere il giorno 10 Dicembre 2016. Facciamo luce nasce invece da una serie di laboratori che hanno visto la partecipazione degli adolescenti del quartiere (in maggioranza cinesi e nordafricani) per la realizzazione e l’installazione di lanterne di carta. Le lanterne sono state realizate con la tecnica degli origami; ogni lanterna è unica e porta su di sè la traccia personale di chi l’ha prodotta. Lo scopo dei laboratori è stato quello di coinvolgere i ragazzi nella presa in carico della decorazione di un luogo pubblico, attraverso la realizzazione di un’installazione collettiva, che è stata ultimata e allestita il 21 Dicembre 2016. Facciamo luce è rimasta accesa fino al termine dei festeggiamenti del Capodanno cinese, un piccolo gesto di vicinanza alla comunità cinese residente nel quartiere.

Credits “Focolare” e “Facciamo luce” sono progetti di Materia Critica.

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Focolare | Facciamo luce (hearth - shedding light) social design, installation, design for institution, design about society workshop for children and adults to make a luminous carpet; workshops for teen to make lanterns December 2016, Piazza Domenica Secchi, Reggio Emilia (Italy) “The novelty is a recovery of the important relationship between urban bodies and urban spaces, which is a political recovery, in fact we could say that politics is just that, the right to exercise one’s presence in the public spaces of a city, a gesture and a practice that rediscovers the physical reality of the city and its citizens. “ Franco La Cecla, Against urban planning The district around the railway station, where Domenica Secchi square is located, represents a strategic area of ​​the city: it is at a walking distance from the historical center and from Piazzale Europa, which houses the Loris Malaguzzi International Center and the Technological Center based in the former Officine Reggiane’s complex. Due to real estate speculation this area has become, over the years, an aggregating center for the city’s social minorities and their problems.

moment and share something with others. It is therefore an installation that seeks to nurture social relations, starting by its realization which involved the active participation of some local residents. Focolare was inaugurated during a party dedicated to the neighborhood on the 10th of December, 2016.

Facciamo luce comes from a series of workshops which involved the teenagers of the neighborhood (mostly Chinese and North African) in the construction and installation of paper lanterns. The lanterns were made with the origami technique; each lantern is unique and carries on itself the personal signature of those who produced it. The aim of the workshops was to engage the youth in taking charge of the decoration of a public place, by participating in the realization of this collective installation which was completed and set up on December 21st, 2016. Facciamo luce was active until the end of the Chinese New Year, a small gesture of friendship and acknowledgment towards the Chinese community living in the neighborhood.

The project was born in collaboration with the municipal administration of Reggio Emilia, as an attempt to involve the community in the management of public spaces. For the launch of the program we chose the Christmas period, and decided to design and co-realize two public installations which would illuminate the main square of the neighborhood during the festive period. The first installation we made is Focolare : a luminous carpet that evokes to passers-by the cosy environment of a warm, welcoming home. The installation, placed on the ground within everyone’s reach, is an invitation to stop for a

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L’oro ai tempi dei bitcoin

video, design dell’informazione, design della società video (meno di un minuto) 2017, Madagascar Premi: Terzo classificato Capodarco l’altro Festival Premio L’Anello Debole 2017 - Ultracorti

Suggestioni sul tema: D. VAN REYBROUCK, Congo, Feltrinelli, 2010 S. SALGADO, La mano dell’uomo. Workers, Contrasto, 2001 Design for the other 90%, Smithsonian, Cooper- Herwitt, National Design Museum, 2007 Y. A. BERTRAND, Human, 2015

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MATERIA CRITICA, Cercatore d’oro, zona Sud di Ampasimanjeva, lungo le rive del Faraony, Madagascar 2015.

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L’oro al tempo dei bitcoin vuole far riflettere sul sempre più crescente divario tra ricchi e poveri. In un mondo governato dalla finanza, esistono ancora villaggi in cui intere famiglie cercano l’oro per sussistere, costrette dalla fame a vivere continue situazioni di pericolo. Questo breve reportage video vuole essere un invito a riflettere sulla provenienza dei nostri averi, sulla storia che c’è dietro ciò che acquistiamo. Il progetto nasce durante un viaggio fatto in Madagascar e dalla scoperta che in un piccolo ospedale sperduto nella foresta, ogni giorno, arrivano uomini con la schiena spezzata dalla terra che frana. Quegli uomini sono i cercatori d’oro, che si infilano in tunnel sotterranei profondi più di 20 metri, senza luci, nella speranza di trovare la pepita che gli cambierà la vita. “Finché l’uomo sfrutterà l’uomo, finché l’umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui.” Pier Paolo Pasolini

Credits “l’Oro ai tempi dei Bitcoin ” sono progetti di Materia Critica.

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http://bit.ly/orobitcoin

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L’oro ai tempi dei bitcoin (gold at the time of bitcoin) video, information design, design about society video (less than a minute) Prize: Third place at Capodarco l’altro Festival Premio L’Anello Debole 2017 - Ultrashort 2017, Madagascar

L’oro ai tempi dei Bitcoin is about the everincreasing gap between rich and poor. In a world governed by finance, there are still villages in which entire families are seeking gold to survive, families forced by hunger and desperation to endure a constant situation of danger. This short video report wants to be an invitation to reflect on the origin of our belongings, on the history behind what we buy. The project was born during a trip made in Madagascar, by discovering that, in a small hospital lost in the forest, many men arrive every day with their backs broken by the landslides. Those men are gold diggers, people who slip themselves into underground tunnels more than 20 meters deep, without lights, in the hope of finding the nugget that could change their life. “As long as man exploits man, as long as humanity is divided into masters and servants, there will be neither normality nor peace. The reason for all the evil of our time is here.” Pier Paolo Pasolini

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Exporting the loop

fotografia, editoria, installazione, design dell’informazione, design della società 14 fotografie, 1 libro fotografico 100 x 30 cm, 7 manifesti 2015/2017, Madagascar/Italia Esposizioni: UK Young Artists - City Takeover: Notthingham 2019

Suggestioni sul tema: J. BERGER, Questione di sguardi, Bollati Boringhieri, 2009 ED RUSCHA, Gasoline station, National Excelsior Press, 1963 Untitled by F. GONZALEZ-TORRES, 1991

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E. RUSCHA, 26 Gasoline Stations, 1963.

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“La pubblicità aiuta a mascherare e a compensare tutto ciò che di non democratico vi è nella società. Ed essa maschera anche ciò che sta avvenendo nel resto del mondo.” John Berger, Questione di sguardi, Bollati Boringhieri, 2009

Exporting the loop è una mostra fotografica e un progetto editoriale. Un lavoro che è iniziato da un reportage che Materia Critica ha scattato in Madagascar nel 2015, arricchito poi dall’incontro con il libro “Questione di sguardi” di un maestro come John Berger e sfociato in una raccolta dati, apparsa come necessaria. Exporting the loop vuole raccontare lo spazio fisico, visivo e mentale che occupa la pubblicità nelle nostre vite. Vuole sottolineare quanto oggi ognuno di noi prima di essere un cittadino sia un consumatore. Ma vuole anche prendere una posizione forte e chiara sul potere che ha la pubblicità, di “appiattire” la complessità del mondo, occultando tutto ciò che è dolore, sacrificio, ingiustizia sociale, ovvero tralasciando il 99% del mondo. Exporting the loop è una serie fotografica abbinata ad una selezione di dati. Le fotografie immortalano le case pubblicitarie disseminate ad ogni angolo di Antananarivo, la capitale del Madagascar, dove le mura di case private diventano veri e propri spazi pubblicitari. I dati invece cercano di sottolineare quante energie e quanti soldi vengono spesi oggi nel mondo per la pubblicità.

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La mostra è pensata per essere stampata su carta pubblicitaria prima di ogni esibizione, per essere poi affissa direttamente sulle pareti del luogo selezionato. Ăˆ un progetto che sente la necessitĂ di fondersi fisicamente con lo spazio che lo ospita, comportandosi come la pubblicitĂ . La mostra consiste nella selezione di 7 delle 14 immagini che compongono la serie, delicatamente associate a open data sul mercato pubblicitario.

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The kapoka is the unit used to measure food in Madagascar’s street markets. The kapoka precisely is the Nastlè tin can of condensed milk, the same tin can in all Madagascar.

EXPORTING THE LOOP 7/7

Credits “Exporting the loop ” è un progetto di Materia Critica.

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Exporting the loop photography, self-publishing, installation, information design, design about society 14 photos, 1 photography book 100 x 30 cm, 7 posters Exhibition: UK Young Artists - City Takeover: Notthingham 2019 2015/2017, Madagascar/Italia “Publicity helps to mask and compensate for all that is undemocratic within society. And it also masks what is happening in the rest of the world.” John Berger, Ways of seeing, Penguin, 1972

Exporting the loop is a photo exhibition and the name of the book that contains the whole photographic series. The project started with a reportage shooted in Madagascar in 2015, which was then enriched when Materia Critica met the book “Ways of Seeing” written by John Berger and finally completed with a data collection, at that point seen as necessary. Exporting the loop wants to narrate the physical, visual and psychological space fulfilled with advertising. This work tries to underline the condition we all share: we are customers before citizens. Materia Critica takes a clear position condemning the power of publicity, which flattens the world’s complexity, concealing social injustices, and so completely ignoring the other 99% of the world. Exporting the loop is a photographic series. The photographs present what we call “advertising houses”, everywhere visible in Antananarivo, the capital of Madagascar, where houses’ walls can be easily transformed into billboards. The photos are combined with an open data selection, which aims to underline how much efforts and money are spent today all over the world for publicity. It is a project that feels the need to physically blend with the space that hosts it, behaving like advertising. The exhibition consists of 7 photos, selected from the original series of 14 presented

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Oltre le vecchie paure e i nuovi colonialismi: esplorare l’altro genera pensiero critico http://www.culturefuture.net/oltre-le-vecchiepaure-nuovi-colonialismi/ Londra, inverno 2003, l’artista danese Olafur Eliasson inaugura nella Turbine Hall del Tate Moder “The Weather Project”. L’artista, chiamato ad intervenire in uno spazio pubblico, non ha fatto altro che pensare a lungo, attraverso procedure di immedesimazione, a cosa avrebbero voluto vedere le persone all’ingresso di un museo, nel cuore di una città grigio inverno. Si è messo dal punto di vista di chi vive il momento, non di chi lo deve immaginare. Ha pensato a qualcosa di semplice, di fortemente accomunante ad ogni essere vivente: il sole e la sua energia vitale. Stabilendo una connessione quasi primordiale tra i visitatori è riuscito a far vivere, a sconosciuti, un’atmosfera di condivisione dell’hic et nunc, creando un precedente esperienziale di unione. È un omaggio che Eliasson fa all’essere umano e alla sua comune origine, un gesto d’amore reso pubblico, non a caso in uno spazio pubblico. Nella dichiarazione di Stoccolma del 2004, Avril Accolla presenta Design for All definendolo come il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza: un elogio dell’alterità. “Io non sono standard … né lo sono le persone alte, quelle con gli occhiali o con le dita grosse, gli stranieri, i bambini, gli anziani, le donne incinte, le persone in carrozzina, ecc. Il design consolidato ci ignora e progetta per l’utente standard: così facendo esclude o penalizza più del 90% della popolazione europea. La risposta progettuale che supera penalizzazione ed esclusione è il Design for All (DfA), che soddisfa i singoli – fruitori e non più meri utenti – nelle loro specificità, valorizzandole.” (Avril Accolla, Design for All. Il progetto per l’individuo reale, Milano, Franco Angeli, 2009).

Inserto 1 - Oltre le vecchie paure e i nuovi colonialismi

Tutta la storia della nostra civiltà è attraversata da riflessioni sul concetto primitivo e fondamentale di altro, da Platone a M. Focault, da Polifemo ad Alien. Di norma è stato impersonato da soggetti alieni, foresti, diversi, pericolosi… Altro deriva dal latino alter, aggettivo composto dalla radice al- e dal suffisso di comparazione -tero, che piega il significato della parola verso il sentimento di opposizione fra due. Fra due popoli, due religioni, due culture, due classi, due stati, due orientamenti sessuali, due persone; l’idea di altro è stata utilizzata per fomentare le suddivisioni e alimentare la paura. Oggi stiamo vivendo la rinascita della demonizzazione dell’altro: nuove fobie, alimentate dalla crisi, animano la nostra società come estremo tentativo di conservazione identitaria. Tuttavia sembra che qualcuno stia tentando di salvaguardare la specie attribuendo ad ‘altro’ un secondo significato: altro come ulteriore. Questa presa di posizione tenta di mostrare come si possa guardare all’altro in un’ottica di arricchimento personale. C’è infatti chi ha occhi allenati per intuire l’unità al di là delle convenzioni sociali, dei pregiudizi culturali, delle suddivisioni etniche. Chi attraverso la produzione di contenuti cerca di far vivere il miracolo della scoperta di quella sensibilità primitiva che fondamentalmente ci accomuna, perché da sempre presente nella trama invisibile della psiche umana. È quello che ci suggerisce Eliasson con la sua opera: entrare in un museo non deve essere come accedere ad un mondo parallelo o a qualcosa di altro, distante dalla nostra realtà, ma deve essere come avere accesso ad un

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microscopio, un amplificatore del mondo che c’è al di fuori di esso. Così scoprire l’altro non è perdere la propria identità, ma guardarla da un altro punto di vista, magari ancora inesplorato. Infatti penso che sia per poter celebrare al meglio la nostra unicità che dobbiamo cercare momenti di incontro con l’altro; per poter ampliare il nostro spettro visivo sul mondo, avere accesso a nuove lenti, a nuove traduzioni. Senza lasciare che venga definito al nostro posto il modo che abbiamo di guardare il mondo; perché spesso ciò che è visto rivela colui che vede. Talvolta il confronto diventa una necessità professionale, come per i designer che ragionano sull’user experience, per arrivare a progettare oggetti pensati ad hoc, creare servizi fruibili e per stimolare comportamenti. Questa nuova disciplina si fonda sull’idea stessa di altro come sinonimo di ulteriore, in opposizione a qualsiasi standardizzazione.

Ed è su queste basi che parte del social design prova a raccontare la visione di una società che valorizza le fragilità individuali, la specificità del singolo, l’identità cosmopolita e la coesione sociale. Ci tengo a dire che si tratta solo di una parte, perché spesso i buoni propositi si tramutano in peccati umani ed è molto facile passare dalla demonizzazione al business dell’altro. Millantare per guadagnare dovrebbe essere un reato, poiché si contribuisce a ledere la possibilità e la veridicità di un approccio alternativo.

M. Naomi Galavotti 07.08.2017

MATERIA CRITICA, Collage, 2017.

Inserto 1 - Oltre le vecchie paure e i nuovi colonialismi

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Orizzonti multiculturali e impatto sociale della creatività Capitolo XI Report della Creatività della Regione Emilia Romagna 2017, ERVET - Valorizzazione economica territorio

La società dei prossimi anni, versatile e complessa Welfare society e modello interculturale: un’antropologia positiva Il welfare contraddistingue il tessuto culturale e l’architettura istituzionale dell’Europa e, oltre a rappresentare un modello di convivenza sociale basato sulla solidarietà, ha contribuito negli anni allo sviluppo dell’economia europea, garantendo più elevati livelli di benessere, una più equa ripartizione della ricchezza e la formazione di una solida classe media. Infatti nonostante gli europei siano solo l’8% della popolazione mondiale, il welfare europeo vale il 58% del welfare mondiale. L’ultima crisi finanziaria e la situazione critica dei conti pubblici hanno costretto tutti i Paesi europei ad una contrazione della spesa. In Italia, ad esempio, la riduzione dei fondi dedicati alle politiche sociali è stata drastica, passando da uno stanziamento complessivo di 2,5 miliardi di euro nel 2008 a 767 milioni nel 2013 e comportando, tra gli altri, l’azzeramento di alcuni fondi, tra cui quello di assistenza all’infanzia e quello dedicato alle persone non autosufficienti. Un altro aspetto assai critico è la sottrazione di risorse operata a danno delle Regioni e degli enti locali, i quali hanno assunto il ruolo di soggetti attuatori delle politiche sociali. L’azzeramento quasi totale del Fondo per le politiche sociali (929 milioni nel 2008 contro i 43 milioni del 2014), la riduzione dei trasferimenti alle Regioni per le politiche sociali (-90% dal 2000 ad oggi), la riduzione altrettanto drastica ai Comuni, oltre al pesante quadro debitorio degli enti, rendono ancora più ardua la realizzazione di misure che

sappiano dare risposte al crescente bisogno di coesione sociale. In questo panorama, il sistema di welfare odierno si caratterizza infatti principalmente per due fattori critici: la sua insostenibilità economicafinanziaria e la sua inadeguatezza, per la mancanza di capacità di rispondere alle nuove tensioni sociali, quali ad esempio: i processi di impoverimento delle famiglie, la precarizzazione del lavoro e i crescenti tassi di disoccupazione, la polarizzazione della distribuzione del reddito, la progressione delle disabilità, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della popolazione di origine straniera. Oggi i bisogni si sono evoluti e diversificati e per questa ragione, come sostiene Alberto Mingardi, Direttore dell’Istituto Bruno Leoni, lo Stato sociale non è più in grado di dare risposte adeguate ai rischi e ai bisogni propri della società. Tra i problemi che contraddistinguono l’operato pubblico si annovera un’eccessiva burocratizzazione, che inibisce l’innovazione istituzionale e porta a fornire risposte spesso adeguate per il ceto medio, ma non altrettanto per i soggetti “invisibili” allo Stato (immigrati irregolari, emarginati sociali, senza tetto…). È necessaria pertanto una profonda e radicale innovazione sul modello di welfare, che ci permetta di transitare dal concetto di Welfare State a quello di Welfare Society e al conseguente principio di sussidiarietà circolare, in cui i cittadini sono coinvolti nel processo di pianificazione e di produzione dei servizi (coproduzione), che supera la dicotomia pubblico-privato (ovvero Stato-mercato) aggiungendovi una terza dimensione, quella apportata dai beni e servizi generati dai soggetti privati che però svolgono una funzione pubblica (cioè di interesse generale). Per ovvio traslato, l’emersione e la pervasività del

Inserto 2 - Orizzonti multiculturali e impatto sociale della creatività

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tema della misurazione dell’impatto sociale degli enti del Terzo Settore trovano il loro meccanismo generativo nella fase di passaggio che il Terzo Settore italiano sta attraversando e che si lega inevitabilmente alla transizione da un modello di welfare all’altro. Il principio di sussidiarietà è fondato su una visione gerarchica della vita sociale e afferma che le società di ordine superiore devono aiutare, sostenere e promuovere lo sviluppo di quelle inferiori. In particolare, il principio di sussidiarietà esalta il valore dei cosiddetti corpi intermedi (famiglie, associazioni, etc.) che si trovano a diverso titolo tra il singolo cittadino e lo Stato. Se i corpi intermedi sono in grado di svolgere una funzione sociale o di soddisfare un bisogno del cittadino (per esempio, l’educazione, l’assistenza sanitaria, i servizi sociali, l’informazione etc.), lo Stato non deve privare queste “società di ordine inferiore” delle loro competenze, ma piuttosto sostenerle - anche finanziariamente – e in caso di necessità coordinare il loro intervento con quello degli altri corpi intermedi e delle istituzioni; guardando alla collaborazione nell’ottica di maggior efficacia ed efficienza nell’erogazione di servizi. Questo principio organizzativo del potere, basato su un’antropologia positiva, traduce così nella vita politica, economica e sociale una concezione globale dell’essere umano e della società in cui il fulcro dell’ordinamento è la persona intesa come individuo in relazione. Per tale ragione le funzioni pubbliche devono competere in prima istanza a chi è più vicino alle persone, ai loro bisogni e alle loro risorse. Tra le politiche innovative adottate per generare e alimentare la coesione sociale, non si può non citare la promozione del dialogo interculturale. Quest’ultimo è un concetto che definisce uno specifico “progetto” di interazione, di comunicazione e di trasformazione della società contemporanea. I mediatori fra le diverse culture sul territorio devono animare un dialogo continuo e produttivo. In quest’ottica la diversità culturale va pensata quale valore in sé e risorsa positiva per i complessi processi di crescita della società e delle persone. L’accettazione ed il rispetto della diversità diventa allora la condizione sine qua non si possa verificare questa prospettiva. Il modello interculturale, nato da due modelli precedentemente falliti (modello assimilatorio e modello multiculturale), introduce due concetti basilari: l’attualità (ovvero la fenomenologia qui e

ora delle relazioni tra persone e gruppi di culture diverse) e la reciprocità delle relazioni tra culture che indica la strada di un mutamento, attraverso un processo dinamico, verso la possibilità di costruire insieme un modello inedito, risultato delle interrelazioni che si stabiliscono. La parola integrazione indica esattamente questo: il processo di costruzione di un intero, partendo da delle parti. Non a caso il termine ha una connotazione processuale, nonostante spesso venga intesa come prodotto e condizione finale di un percorso. Il modello interculturale ci propone un confronto costante e continuo con i temi dell’identità e dell’integrazione intesa come processo, come contrario della semplice assimilazione. Da questo punto di vista l’Italia e la sua storia rappresentano già di per sé un prodotto interculturale. Ciò nonostante, tenendo in considerazione i crescenti fermenti nazionalisti a livello europeo e nazionale, l’obiettivo da porsi a livello politico dovrebbe focalizzarsi su l’emergenza di costruzione progressiva di una cultura nuova e una cittadinanza comune, possibilmente volta verso l’orizzonte di una comune cittadinanza europea. Com’è possibile dunque a livello politico e strategico riuscire ad implementare questo tipo di dialogo? Come riuscire a condividere con tutti la visione di una società più coesa e dunque più benestante? I Centri interculturali in Emilia Romagna (l’esperienza professionale..) La varietà dei paesi di provenienza degli immigrati costituisce una peculiarità dell’immigrazione nel nostro Paese. In maggior misura provengono dall’Europa dell’Est e dell’Africa settentrionale. In questo senso, l’alta frammentazione tra i paesi d’origine viene vista come una condizione che potrebbe, a priori, ridurre il rischio di ghettizzazione in quanto favorisce decisamente meno l’eventuale formazione e l’affermarsi di forti minoranze compatte, prevalenti rispetto alle altre. Oggi in Emilia Romagna sono presenti persone provenienti da più di 150 paesi, che parlano quasi altrettante lingue e portatrici di una varietà sterminata di tradizioni culturali.

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Aumentano sempre di più i figli nati qui da famiglie immigrate. Oggi il mondo occidentale è alle prese con problemi nuovi e vecchi, le cui dimensioni però stanno crescendo enormemente: l’immigrazione, la cooperazione internazionale, la globalizzazione delle comunicazioni, dell’economia e dei conflitti. Si deve accettare dunque la multiculturalità come una delle nuove caratteristiche della nostra società, per riuscire ad educare all’accettazione ed il rispetto delle diversità. I Centri Interculturali da esperienze pionieristiche sono diventati sempre più punto di riferimento per i propri contesti territoriali, intesi sia in una dimensione fisica e strutturale, ovvero come luoghi di incontro tra culture riconoscibili e riconosciuti a livello cittadino, che in una dimensione umana, espressione del capitale sociale che i Centri promuovono e che attorno ai centri si sviluppa. Non vi è unanimità sulla definizione del concetto di “centro interculturale”, che viene inteso come un contenitore aperto in cui diverse esperienze si sommano, dove diverse aree tematiche e istanze si specializzano, si interconnettono, si calano sui singoli territori, si misurano con i bisogni reali e con la loro evoluzione in un dialogo continuo e fondamentale con la società civile in tutta la complessità che caratterizza le sue diverse componenti. Allo stesso modo è molto difficile categorizzare i 17 centri presenti in regione rispetto alle attività che realizzano. Ogni Centro è contraddistinto da un carattere di unicità in quanto la sua specializzazione, le attività offerte, le associazioni che lo costituiscono sono strettamente legate al contesto politico e territoriale in cui esso si inserisce. Pur condividendo obiettivi di fondo, il consolidamento della rete è un percorso ancora in divenire, come la digitalizzazione dei singoli Centri. Inoltre considerando che la principale fonte di finanziamento per la realizzazione delle attività sono i bandi regionali, nazionali e europei, oggi la continuità di molti servizi offerti e soprattutto la possibilità di proseguire a sperimentare attività innovative sono sempre più a rischio. Una delle attività caratteristiche dei centri è l’offerta di spazi e strumentazioni (computer, internet, ecc.), servizi che fungono da catalizzatori per cominciare a frequentare un certo luogo. La cura del setting è infatti prerogativa assoluta per i servizi che operano in ambito educativo. Le attività dedicate nello specifico ad un certo gruppo di persone vogliono

promuovere lo sviluppo di dinamiche relazionali fra associazioni e cittadini, italiani e stranieri, e incoraggiare una maggior conoscenza del patrimonio culturale reciproco. A tal proposito, vengono frequentemente promossi convegni, seminari, incontri sui temi dell’immigrazione, dei diritti umani, dell’educazione alla pace, del confronto interculturale ed interreligioso. La capacità di aggregazione identitaria e la promozione del dialogo interculturale rendono i Centri Interculturali luoghi d’avanguardia di coesione sociale. Sono spazi in cui la coabitazione si fa esperienza tangibile della convivenza con persone di diverse provenienze e culture e dove la diversità culturale diventa risorsa e fonte di arricchimento. I Centri Interculturali sono i precursori di un fondamentale cambiamento di prospettiva nella considerazione del fenomeno migratorio che, in questi contesti, diventa risorsa da valorizzare, non da contenere. Probabilmente la più grande problematica di questi Centri oggi è quella di non riuscire a comunicare efficacemente al di fuori del contesto ristretto un’esperienza così vera e importante. Inoltre nonostante l’operato dei Centri dimostri come il dialogo interculturale, la convivenza, il rispetto tra culture e religioni siano pratiche possibili e tangibili, ancora oggi accade che siano i Centri stessi a dover subire le decisioni politiche delle rispettive amministrazioni comunali, piuttosto che essere chiamati come professionisti e mediatori per il contributo che possono offrire nel creare una visione nuova per le politiche sull’immigrazione. A tal proposito, si vuole ricordare il Protocollo Regionale per la Comunicazione Interculturale, rinnovato nel 2014, che sancisce l’impegno della regione nel contribuire a migliorare la qualità dell’informazione sul tema dell’immigrazione e promuove il protagonismo diretto dei migranti e dei rifugiati sui mezzi di comunicazione. Considerando la strumentalizzazione dei recenti fenomeni migratori nelle ultime propagande elettorali (in occasione delle elezioni politiche del 2018), probabilmente bisognerebbe ripensare l’approccio per la tutela dei soggetti più fragili ed esposti della nostra società contemporanea, considerando sempre che i migranti e i profughi sono solo una parte di questi. Dal punto di vista dei Centri, la consapevolezza che la società italiana è oggi di fatto nella vita quotidiana una società multiculturale evidenzia un profondo scollamento tra le dinamiche sociali, la consapevolezza politica e i relativi adeguamenti legislativi. Infatti le integrazioni e il

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multiculturalismo vanno resi possibili alla radice. Come?

Ibridazioni del saper fare e nuovi valori In questo panorama caotico e per nulla rassicurante, ci sono realtà pubbliche e private (i cosiddetti corpi intermedi) che stanno facendo da apripista nella creazione di welfare tramite soluzioni innovative e assolutamente creative. Questo fenomeno risulta essere un tassello necessario in una società che ha dimenticato il mutuo aiuto e l’altruismo, scegliendo di vivere nella paura e nella diffidenza. Queste realtà e i loro progetti cercano di tracciare nuove strade, offrire soluzioni alternative a problematiche reali, si impegnano a comunicare con la cittadinanza, per aiutare tutti noi ad accettare il cambiamento in atto nella nostra società e a riuscire a percepirlo sotto un altro punto di vista, chiamandoci ad essere protagonisti e collaboratori del cambiamento. La biblioteca casa di Khaoula di Bologna La biblioteca casa di Khaoula di Bologna fa parte della rete dei Centri Interculturali dell’Emilia Romagna. La biblioteca è stata inaugurata nel 2008 e si colloca nella zona della Bolognina, area di Bologna con la più alta percentuale si residenti di origine straniera, circa il 24% della popolazione. Il team della biblioteca è formato in gran parte da personale con competenze in campo bibliotecario ed educativo; il team possiede buone competenze nei temi della connessione fra culture e migrazione. La biblioteca, ispirata da una bambina immigrata di nome Khaoula che aveva chiesto al Quartiere Navile un luogo dove fare i compiti e leggere, ha come obiettivo specifico quello di favorire l’integrazione delle diverse culture, fornendo a utenti di ogni fascia d’età spazi, materiali e servizi che creino occasioni di aggregazione e di incontro. La biblioteca possiede collezioni di libri in lingue straniere, anche in alfabeti non latini, in particolare russo, arabo e cinese, per adulti e bambini. All’interno è stata creata un’apposita sezione per la letteratura della migrazione. La

biblioteca ospita inoltre diverse attività promosse da associazioni del territorio; ad esempio, lì vengono ospitati i laboratori multidisciplinari di Cantieri Meticci. La biblioteca casa di Khaoula è un chiaro esempio di come uno spazio polivalente possa anche fungere da presidio sociale per la sua collocazione e il tipo di utenza che intercetta come servizio pubblico. Cantieri Meticci Una delle realtà più interessanti a Bologna, capace di coniugare il tema dell’inclusione sociale di migranti e rifugiati con lo strumento dell’espressione artistica, utilizzando formule assolutamente non convenzionali, è Cantieri Meticci. Dal 2014 Cantieri Meticci organizza e conduce laboratori di teatro per gruppi interculturali che coinvolgano anche richiedenti asilo e rifugiati. In particolare, sono coinvolti gli ospiti delle due strutture di accoglienza bolognesi, in collaborazione con la Cooperativa L’Arca di Noè, nell’ambito del progetto EmiliaRomagna Terra d’Asilo – progetto SPRAR della città di Bologna. Negli anni il progetto si è consolidato fino a diventare punto di riferimento per migranti e rifugiati di ogni origine ed esperienza, e creare un gruppo di lavoro che comprende oltre cinquanta attori provenienti da Afghanistan, Belgio, Camerun, Cina, Costa d’Avorio, Ghana, Iran, Italia, Marocco, Nigeria, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Sierra Leone, Siria, Somalia, Senegal, Gambia, Guinea Conakry. I Cantieri Meticci così costituiti si rinnovano di anno in anno, accogliendo sempre nuove persone mano a mano che arrivano presso i centri, continuando a mantenere nel suo nucleo anche i vecchi frequentatori. Questo sistema garantisce un percorso graduale e un crescente coinvolgimento e senso di responsabilità per i “vecchi”, creando nel contempo un ambiente accogliente e preparato per i nuovi arrivati. Nel Marzo del 2014 la compagnia si è costituita come Associazione a carattere sociale, con il nome di Cantieri Meticci. Accanto al laboratorio teatrale sono partite altre attività per lo più rivolte all’integrazione di richiedenti asilo e rifugiati. Cantieri Meticci, da sempre, intende la cultura come collante per congiungere gli eterogenei: cittadini e rifugiati, intellettuali e artigiani, artisti internazionali e ragazzi delle periferie.

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Non a caso, col progetto “Quartieri Teatrali”, ogni anno fa fare teatro a centinaia di persone delle più diverse provenienze, disseminate in decine di strutture di accoglienza, biblioteche, moschee, centri sociali, scuole, circoli ARCI, parrocchie, ecc. Ecco che allora condividere il grande atrio con il supermercato COOP, con la scuola di cucina Corsi e Percorsi dello Chef Michele Cocchi e con Legambiente risponde perfettamente all’idea tanto importante per Cantieri Meticci di coltivare i luoghi intermedi, gli spazi di confine e di passaggio. Nel Febbraio 2017 grazie all’aiuto di partner importanti quali COOP Alleanza 3.0 e ARCI, e con il supporto del Comune di Bologna, Cantieri Meticci ha inaugurato il MET, la nuova sede della compagnia: uno spazio articolato che ospita una sala prove, residenze artistiche, atelier e laboratori di videomapping, teatro in lingua, un bar, una sartoria, un TeAtrio da 90 posti e molto altro. Tutto lo spazio è stato allestito secondo logiche sostenibili, dando nuova vita a oggetti caduti in disuso, parallelismo interessante visto che ad oggi il MET rappresenta una nuova centralità culturale, un modo concreto di investire sulle periferie. Un luogo vivo in cui si produce arte partendo dalle istanze del contemporaneo, la più importante sembra essere oggi quella della coesione sociale. È un’esperienza eccezionale quella del MET e di Cantieri Meticci, divenuta realtà anche grazie alla lungimiranza delle realtà territoriali che hanno creduto nel progetto, riconosciuto il suo impatto e deciso di investire nella sua crescita. Leila e la cultura della condivisione Leila Bologna nasce dal desiderio di creare una piccola rivoluzione culturale nelle abitudini quotidiane dei cittadini di Bologna. Il progetto riprende un’idea già sviluppata a Berlino nel 2011 con il nome di Leila-Berlin ed in Austria, con il nome di Leila-Wien. Il pensiero alla base del progetto è la condivisione. Il servizio offerto è molto semplice: dopo aver messo a disposizione della Biblioteca degli Oggetti di Leila Bologna uno dei propri oggetti, di cui si fa un uso sporadico e saltuario, ed essersi tesserati come soci, si può accedere a prestiti di tutti gli altri oggetti messi a disposizione dai vari soci. In questo modo si cerca di ri-attribuire centralità agli abitanti, sollecitando la collaborazione nella

risoluzione di piccole problematiche quotidiane, che non sono dovute esclusivamente alla crisi economica. Questa realtà nasce anche dal pensiero che la mancata partecipazione dei cittadini alla costruzione del bene pubblico, non faccia altro che alimentare la sfiducia e la diffidenza nei confronti del mondo. In questo senso la cultura della condivisione, questo valore ritrovato, avvicina i cittadini a riappropriarsi del significato di democrazia partecipata e dunque welfare society. Leila Bologna si trova in Via dell’Indipendenza, 71/Z ogni martedì dalle 16 alle 19; inoltre è presente con dei corner presso La Confraternita dell’Uva, la Biblioteca Salaborsa e il Dynamo. Perchè buttarla quando puoi utilizzarla: the Sheet Museum - il Museo della Merda Il Museo della Merda è un luogo adatto a tutte le età che racconta una realtà ecologica e sostenibile attraverso i linguaggi dell’arte, della scienza e del design. Il Museo della Merda nasce a Castelbosco, in provincia di Piacenza, nel 2015 su iniziativa dell’imprenditore agricolo Gianantonio Locatelli e di un gruppo di sodali: Luca Cipelletti, curatore di progetti e prodotti del museo, Gaspare Luigi Marcone e Massimo Valsecchi. Quella di Gianantonio Locatelli è una realtà industriale che produce latte per il Grana Padano e comprende sette unità produttive. Nella sua azienda agricola ogni giorno 3.500 bovini di razza selezionata producono circa 500 quintali di latte e 1.500 di letame. Una quantità di deiezioni la cui gestione Locatelli ha deciso di trasformare in un progetto ecologico, produttivo e culturale avveniristico. Ha cominciato ricavando, con sistemi innovativi, elettricità dallo sterco. Oggi ne ottiene fino a 3 megawatt all’ora. Con la temperatura sviluppata dai digestori che trasformano il letame in energia riscalda gli edifici e gli uffici dell’azienda e produce concime. Questo aspetto fa dell’esperienza di Castelbosco un punto di riferimento in materia di ecologia e innovazione. In vent’anni di lavoro e riflessioni intorno all’idea e alle pratiche della trasformazione, anche attraverso la sua attività di ricercatore di opere d’arte, Locatelli ha inoltre iniziato a chiamare intorno a sé amici e artisti, avviando il processo

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che ha poi portato alla definizione del Museo della Merda. I primi invitati a intervenire nello spazio e sul paesaggio di Castelbosco sono stati David Tremlett e Anne e Patrick Poirier. Il primo ha dipinto i digestori, i secondi hanno incrociato botanica e allegoria in un’opera di land art evolutiva. Da queste esperienze, e dal contributo crescente di Cipelletti, Marcone e Valsecchi ha preso progressivamente forma l’idea di un museo nuovo, sul tema della trasformazione a partire dallo sterco. Le sale espositive del Museo sono collocate nel pianterreno del castello medievale di Castelbosco, anche sede dell’azienda. Lì sono raccolte testimonianze di esperienze estetiche e scientifiche, umane e animali, attuali e passate, che della merda fanno materia utile e attuale. Dallo scarabeo stercorario, considerato divino dagli egizi (e icona del Museo), all’utilizzo dello sterco nell’architettura, dalle antiche civiltà italiche, all’Africa, passando per opere storicoletterarie come la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Sono esposte ricerche scientifiche attuali e diverse opere d’arte di artisti quali: Claudio Parmiggiani, Luigi Ghirri, Gianfranco Baruchello, Bernd & Hilla Becher, Daniel Spoerri, Carlo Valsecchi, Michael Badura e Claudio Costa. Sono tutte opere d’arte che toccano l’uso e riuso di scarti e rifiuti. Il Museo della Merda è stato immaginato da principio come produttore, non soltanto di idee e mostre, ma di oggetti e progetti. È la sua specificità: non c’è trasformazione senza produzione. Emblematica in questo senso l’invenzione e registrazione, nel suo primo anno di vita, della Merdacotta®, materiale che sintetizza i principi di sostenibilità e trasmutazione alla base degli obiettivi scientifici del Museo. Materiale in cui sono stati plasmati tutti i primi prodotti a marchio Museo della Merda. Per rimettersi a princìpi antichi, la sostanza dei loro prodotti non è nella forma, ma nella materia di cui sono fatti. Oggetti che ridisegnano il ciclo della natura in un circolo virtuoso, rivelandosi elementi essenziali del vivere contemporaneo: più consapevole e sostenibile. Un’istituzione per il cambiamento che con attività divulgative e di ricerca, la produzione di oggetti d’uso quotidiano e la raccolta di manufatti e storie sugli escrementi nell’attualità, nell’arte e nella storia, vuole scardinare preconcetti e norme culturali. Gianantonio Locatelli è dunque uno di quegli attori privati che è riuscito a produrre beni e servizi (e dunque welfare), che svolgono una funzione pubblica di interesse generale,

applicando il principio di sussidiarietà circolare e affermandosi come corpo intermedio. Sicuramente cominciare a sostenere attraverso politiche pubbliche iniziative di privati simili a quella appena descritta, potrebbe aiutare l’amministrazione pubblica a consolidare, in maniera più sostenibile, il principio di sussidiarietà circolare, proprio della Welfare Society. La Polveriera, una fabbrica di cultura dei servizi Il progetto La Polveriera è nato da un’idea del Consorzio Oscar Romero di Reggio Emilia, portavoce di una cordata di cooperative sociali della città. Nel 2010 il comune della città fece un bando finalizzato alla rigenerazione del quartiere Mirabello, ponendo i cinque fabbricati come elementi centrali delle riqualificazione e rigenerazione dell’area. Il Consorzio decide di partecipare al bando, forte dell’interesse a rigenerare e ridefinire servizi alla persona anche in una chiave da mercato privato. Nel 2013 viene concluso l’iter procedurale con un atto d’accordo tra il comune di Reggio Emilia e il Consorzio O. Romero, consentendo a quest’ultimo di fare una società di scopo per la realizzazione dell’intervento e per la gestione delle concessioni. Così il Consorzio O. Romero fonda una Srl consortile La Polveriera, di fatto con l’obiettivo di avere uno strumento più spendibile per eventuali soggetti investitori. Nonostante ciò purtroppo nessun investitore ha preso parte al progetto. Dopo tre anni di cantiere, nel 2017 è stato inaugurato il fabbricato principale, all’interno del quale si è trasferita la sede del Consorzio, che ha deciso di affrontare questo cambiamento radicale, inserendosi in uno spazio tutto aperto, totalmente pervaso dalle persone del quartiere e della città, per quanto queste riescano ad accedervi. Come dice Leonardo Morsiani Presidente della Polveriera: “Mettere nello stesso luogo le attività di un centro diurno e un bar caffetteria, significa mettere in piazza il tuo lavoro, chi passa guarda il tuo servizio, nella quotidianità, non in un momento organizzato. Questo a livello professionale significa ricollocarsi, in una dimensione di apprendimento continuo. Una sfida molto arricchente.” Tutto questo in una dimensione di fabbrica culturale, dimensione in continua fase di scoperta. Tuttavia la dimensione culturale come fabbrica, come

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luogo dove si produce cultura in senso classico di prodotto culturale, è una dimensione che oggi non è stabilmente presente; ma è un elemento che c’è. La Polveriera è uno spazio molto utilizzato per eventi culturali; è dall’apertura che ospita mostre fotografiche, spettacoli teatrali, musicali, e iniziative istituzionali come Fotografia Europea. La Polveriera è partner culturale e occasione di apprendimenti culturali per il sistema che propone e non solo. Di fatto cerca di proporre l’organizzazione di attività, servizi e occasioni nelle quali i cittadini si trovano a stretto contatto con la disabilità in un contesto totalmente normalizzante. “Molto poco di quello che accade era stato preventivato.” dice Morsiani, come per sottolineare tutta la portata del valore di questo nuovo esperimento sociale. L’altro elemento che stanno provando a valorizzare e a mostrare all’esterno è una nuova costruzione culturale: un’idea di cambiamento dei servizi, che ha una matrice culturale forte. Non si intende infatti solo come riprogettazione dei servizi, ma verte su un piano più profondo e intimo che parte dalla generazione di servizi. In questo il Consorzio e le sue cooperative vedono una correlazione stabile tra la rigenerazione di luoghi in una chiave di bellezza e di inclusione sociale. In Polveriera infatti si può riscontrare che la vita delle persone, in difficoltà e non, può cambiare se vissuta in luoghi belli. Ripensare ai luoghi destinati ai servizi come possibili luoghi di aggregazione per i cittadini, progettarli come luoghi accoglienti e normalizzanti, diversificando l’offerta del servizio, sicuramente facilita il processo di coabitazione di spazi tra soggetti sociali molto distanti tra loro. Questo fenomeno crea indubbiamente coesione sociale e un miglioramento nella percezione di sé nelle persone. Polveriera cerca di generare contesti di normalità che fungano da contrappesi alle sue funzioni di base, tutte votate alla socialità (disabilità, anziani, psichiatria, immigrazione e inserimento lavorativo). La caffetteria, il mercatino biodinamico, la sala convegni, una futura biblioteca di quartiere sono le funzioni che bilanciano l’offerta e che catalizzano i cittadini, invitati a contaminare questo spazio di continua sperimentazione sociale. L’importanza di questo luogo, il suo impatto, lo si può quantificare parlando con tutte le persone

che ogni giorno frequentano questo spazio, dimostrando di riconoscersi nell’orientamento del progetto. Questa è la dimensione che interessa a La Polveriera e al suo team, riuscire a generare iniziative capaci di rompere sempre più la barriera tra pubblico e privato. Motus da Come un cane senza padrone a Panorama Motus è la compagnia teatrale fondata da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò nel 1991 a Rimini. Per Motus i progetti teatrali sono sempre stati un mezzo per fare ricerca, ricerca sociale e sociologica, una modalità per andare sul campo. Il loro lavoro è spesso frutto di residenze, talvolta anche molto lunghe, finalizzate alla relazione e allo scambio, nel tentativo di condividere l’esperienza artistica e la difficoltà di riportare nella scatola del teatro queste esperienze. Quello di Motus è un teatro pensato per essere attivista e pragmatico, ogni spettacolo è strutturato per cercare di far accadere qualcosa sul palco. Questo non vuol dire che si concentra sul coinvolgimento fisico dello spettatore, ma sull’incisività del lavoro a livello emotivo e concettuale. Vogliono smuovere qualcosa nello spettatore, fargli fare delle domande, farlo pensare e far vedere qualcosa di diverso. Con il loro modo di fare teatro, hanno saputo prendere una posizione rispetto a tematiche scottanti del contemporaneo, restituendo allo spettatore una lettura alternativa, perchè per loro l’artista deve, in un certo modo, sapersi esporre. Nel 2006 pubblicano con Ubulibri “Io vivo nelle cose. Appunti di viaggio da Rooms a Pasolini”, dove manifestano il forte impulso che sentono di uscire dalle quattro pareti del teatro, per iniziare questa ricerca nel mondo delle cose, per confrontarsi con il fuori e la casualità degli incontri che possono avvenire spostandosi e andando per strada come “un cane senza padrone”, modo in cui Pasolini definiva il suo modo di viaggiare. Ed è da questo slancio che negli anni sono stati prodotti lavori come: Come un cane senza padrone (2003), X(ics) Racconti crudeli della giovinezza (2007), Syrma Antigones (2009), Nella Tempesta (2013), MDLSX (2015), HELLO STRANGER (2016). Con questi lavori hanno vissuto le periferie contemporanee europee, hanno indagato il deserto tunisino, hanno cercato di superare le categorizzazioni culturali, di genere, di razza, hanno raccolto

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coperte e incontrato i giovani; hanno dimostrato a tutti che il teatro può generare impatto sociale. Nonostante si tratti di esperienze con una forte valenza artistica, il loro è un lavoro di indagine, di restituzione e di comunione limitato nel tempo. La condivisione del loro pensiero e delle loro esperienze invece rimane. La multiculturalità è il motore che spinge la compagnia, è la sua forza e la sua ricchezza. Non è stata una scelta dettata da qualche principio esterofilo, ma dalla ferma consapevolezza che il coinvolgimento di uno straniero al compimento dell’opera avrebbe portato un contributo diverso, inconsueto e dunque irrinunciabile: avere a disposizione un altro sguardo, un’altra cultura, come un testimone per ridiscutere certezze e convinzioni. Contro l’ossessione per la normalità, Motus cerca di abbattere le categorie in cui le società si ostinano a voler incasellare le persone, in nome della libertà dell’individuo. L’apertura alla multiculturalità è dunque fondamentale proprio per ibridare la cultura, che peraltro è fatta di contaminazioni in tutti i campi. Con il 2018 arriva Panorama, che debutta a New York, allo storico teatro La Mama fondato da Ellen Stewart, nel contesto di uno dei festival internazionali più importanti del mondo, Under The Radar. Già nel titolo si intuisce l’ideaauspicio di non avere limiti nella visione, al di là dei muri reali e invisibili che ci circondano. Panorama rappresenta per Motus un apice, la summa di questioni e temi che costituiscono da anni le specifiche della compagnia: il desiderio di superamento dei confini tra le arti, il diritto al nomadismo, il coinvolgimento di attori dalle sempre diverse provenienze culturali, l’inclusività, la dimensione interdisciplinare e la ricerca approfondita sulle nuove tecnologie. Dai loro progetti si riscontra che, tramite strumenti inconsueti, la creatività può generare un impatto sociale. Sono principalmente le modalità a fare la differenza, ma essendo quasi infinite quelle in ambito artistico, le possibilità di azione si moltiplicano, l’unico limite allora è la fantasia. Resta da capire come mai, nonostante compagnie come quella dei Motus abbiano un ruolo così evidente per la loro nicchia sociale fungendo da interpreti e traduttori del contemporaneo, queste produzioni vengano prese raramente in considerazione dalle rassegne dei teatri comunali. Forse non è ancora stato compreso del tutto il loro ruolo di progettisti della coscienza civile collettiva.

L’impatto sociale dei processi creativi Ci sono poi servizi pubblici che hanno incominciato ad utilizzare la creatività come strumento e parte integrante nel loro lavoro. Ed è grazie a progetti come questi che si vedono le infinite sfumature del saper fare e il valore irrinunciabile dell’ibridazione. L’Unità di Prossimità di Reggio Emilia, un’esperienza unica in regione L’Unità di Prossimità di Reggio Emilia è un servizio dalla Cooperativa sociale Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia attivato su mandato dell’amministrazione comunale della città. UP è un’unità di strada nata intorno agli anni 2000 in seguito al crescente fenomeno della tossicodipendenza; le linee progettuali che vengono sviluppate sono dunque solitamente legate al mondo sanitario. Per questo motivo, di norma, nel loro lavoro viene applicata una metodologia sanitaria. A differenza delle altre unità di strada regionali, quella di Reggio Emilia ha avuto il prezioso vantaggio di ricevere un doppio mandato: ovvero di dover svolgere un servizio non solo sanitario, ma anche sociale. Questo ha permesso all’equipe di integrare strategie e soluzioni alternative a quelle convenzionali e normalmente adottate a livello medico-sanitario. Questo perché negli anni il mondo sanitario non è riuscito ad avere risposte efficaci alle problematiche legate al fenomeno della tossicodipendenza, perché non si è analizzato il fenomeno nel contesto in cui si è radicato, procedendo per lo più ad un’analisi in termini di diagnostica e non di olistica. Nonostante le origini della sua nascita siano riconducibili alla propagazione del fenomeno della tossicodipendenza, Up ha il mandato di interpretare i fenomeni sociali e ha il compito di agganciare persone (emarginati sociali, persone con atteggiamenti sessuali a rischio verso la società, persone legate all’uso di sostanza psicoattive) che solitamente non riescono ad avere un accesso efficace ai servizi sociali. I contesti sociali ed economico-sociali intercettati dall’equipe di Up sono principalmente quelli della povertà e della marginalità sociale.

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Inoltre Up ha il mandato di fare cultura, creando occasioni di sensibilizzazione su questi temi e promuovendo percorsi mirati a far conoscere relativamente ai questi argomenti (marginalità, tossicodipendenza, comportamenti a rischio) il proprio lavoro. Up da tempo porta avanti un serio lavoro di advocacy, ovvero di supporto alle persone nella richiesta di un diritto, focalizzando il servizio su quelli che sono i bisogni degli utenti che incontra; solitamente classificabili come bisogni primari: accesso alla casa, al mondo dei servizi sanitari, ecc. Peculiarità del loro intervento è la consapevolezza che ogni persona ha normali pulsioni verso, uso parole scontate, la bellezza; consapevolezza che aiuta l’equipe a pensare che ognuno desidera sentirsi accettato e vuole riuscire a comunicare su un piano di normalità condivisa. Riuscire a promuovere attività e percorsi progettuali al fine di rispondere anche a questi bisogni più immateriali è parte della mission di Up che, appoggiandosi a recenti studi, sostiene l’autoefficacia dell’individuo, ovvero che il percepirsi efficaci è la base fondamentale per un cambiamento. Normalmente con le persone che si accostano al servizio di Up, l’equipe agisce su degli elementi di strumentalità che sono molto forti e purtroppo anche molto stigmatizzanti. Up sta cercando sempre più di progettare attività che spostino la narrazione dalle difficoltà individuali alla possibilità di esprimersi tramite uno strumento altro rispetto a quello del colloquio verbale. Questo è un passaggio molto potente dal punto di vista dell’efficacia tout-court del servizio ed è reso possibile grazie all’utilizzo di un linguaggio creativo nell’ideazione dei progetti di inclusione. A Dicembre 2017 in occasione della presentazione della pubblicazione del suo lavoro, alla quale è stata invitata a partecipare la committenza del servizio, la rete dei servizi con cui collabora, gli utenti, la cittadinanza e la società civile tutta, l’Unità di Prossimità di Reggio Emilia ha presentato anche i suoi progetti più recenti: YOUROPE e Photovoice. YOUROPE è nato a partire dalle esigenze espressive di un singolo utente, Lamin, attorno al quale l’equipe ha strutturato un progetto di scrittura musicale. Il progetto è stato capace di catalizzare e accogliere altre persone con

esigenze simili: ragazzi appena arrivati in Italia e giovani italiani accomunati da un’urgenza espressiva, perché costretti o abituati a vivere ai margini della società. Il laboratorio è stato strutturato con l’obiettivo di mettere in luce le caratteristiche artistiche dei partecipanti, ma anche di potenziare le abilità pratiche, mettendoli a confronto con uno studio di registrazione professionale. Inutile dire che ieri come oggi lo strumento musicale è spesso utilizzato come strumento di autoanalisi e che il Rap, come genere musicale, prevede la trasposizione anche delle proprie miserie e delle proprie insoddisfazioni, alla stregua del Blues. Inoltre la grande forza dell’Hip Hop è proprio quella di essere nato multiculturale, con la forza di riferirsi a tutti, parlare a tutti e dare la possibilità a tutti di usare la voce. Il lavoro del gruppo ha portato dunque alla realizzazione di 8 brani inediti scritti in italiano, inglese e francese dai ragazzi e registrati all’interno del percorso progettuale, per dare loro la possibilità di accrescere competenze e professionalità in questo campo. Di multiculturalità parla anche il progetto Photovoice. Pensato per un’utenza più adulta, capace di confrontarsi con il medium fotografico. Il progetto ha coinvolto richiedenti asilo ed è stato mediato dalla facilitatrice culturale Cristina Panicali e dalla fotografa Marta Gallina. Il photovoice è una metodologia di ricercaazione partecipata, volta a promuovere: la partecipazione, il controllo e la riflessione critica. È un processo di empowerment costituito da un insieme di pratiche che offre la possibilità a gruppi, spesso emarginati, di diventare soggetti attivi e modificare le narrazioni dominanti per mezzo della partecipazione. Il metodo fotografico è infatti ampiamente usato nella costruzione dell’identità e dell’idea di sè, per tramandare storie personali e collettive. Il photovoice affida al linguaggio visivo il compito di esplorare i bisogni e le risorse di una parte della comunità per poi mostrarle alla comunità più estesa e alle istituzioni. Questi i tre obiettivi principali del progetto Photovoice: valutare bisogni e problematiche di una comunità; promuovere la conoscenza e il dialogo critico attraverso discussioni di gruppo stimolate da immagini autoprodotte; promuovere un cambiamento sociale. Le foto prodotte dal gruppo di richiedenti asilo e le relative riflessioni sono state presentate ed

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esposte presso Ghirba - biosteria della Gabella in occasione della serata di presentazione della pubblicazione. Sia con il progetto Yourope, sia con Photovoice la richiesta fatta da Up ai partecipanti è stata quella di esprimere la loro condizione, facendo dunque un lavoro di autoanalisi rispetto al vissuto, alla condizione contemporanea e alle speranze per il futuro, attraverso diversi percorsi creativi, piuttosto che con un’indagine introspettiva intesa nel senso classico dei servizi sociali. Questa pratica ha aperto spiragli molto interessanti, dando il grande vantaggio all’equipe di Up di spostare la narrazione degli utenti dalla richiesta di aiuto, alla possibilità di esprimersi artisticamente rispetto le proprie difficoltà. La creatività è uno strumento che Up utilizza non solo all’interno di specifiche progettazioni, ma anche nelle attività di routine del servizio. Infatti negli anni Up ha sempre utilizzato il medium creativo per convogliare persone e dare loro l’occasione di esprimersi. Sicuramente dietro questa motivazione procedurale c’è un aspetto metodologico: l’arte è in questo senso vista come linguaggio universale e dunque interculturale. È una necessità ancestrale dell’uomo quella di esprimersi attraverso anche altre forme di linguaggio, diverse da quello parlato e scritto. Soprattutto in contesti in cui il linguaggio parlato non è un codice condiviso da tutti, lo strumento creativo aiuta ad evadere l’ostacolo. L’aspetto metodologico della creatività è appunto quello della creazione di un contesto veramente informale, ideale per avere la possibilità di fare degli interventi di counseling efficaci, poiché nel contesto informale la persona è più portata a esprimere ansie, paure, aspettative, oltre a sentimenti positivi. Valutare (ovvero dar valore) all’impatto sociale delle progettazioni creative Le amministrazioni locali difficilmente tendono a considerare i musei, le biblioteche, le compagnie teatrali, i progetti innovativi come attori diretti dello sviluppo sociale, al di là del loro ruolo. Tuttavia questi corpi intermedi contribuiscono sempre più ad accrescere il benessere individuale e collettivo. Questi attori culturali e creativi invece devono essere considerate come risorse sostenibili per produrre capitale

sociale e benessere; iniziando a valorizzare l’impatto prodotto da questi sulle comunità e promuovendo programmi dedicati allo sviluppo locale e alla facilitazione di relazioni tra gli attori e altre istituzioni sociali rilevanti. Lo strumento creativo può creare impatto sociale e ha inoltre la grande forza di livellare le differenze. La creatività assume in questo senso una funzione normalizzatrice molto forte e spiccata. Nonostante la definizione di “impatto” sia complessa, come la sua misurazione, viene definito come “il cambiamento sostenibile di lungo periodo (positivo o negativo; primario o secondario) nelle condizioni delle persone o nell’ambiente che l’intervento ha contribuito parzialmente a realizzare, poiché influenzato anche da altre variabili esogene (direttamente o indirettamente; con intenzione o inconsapevolmente)”. Gli indicatori di impatto misurano quindi la qualità e la quantità degli effetti di lungo periodo generati dall’intervento, descrivono i cambiamenti nelle vite delle persone e lo sviluppo a livello globale, nazionale e regionale, tenendo conto delle variabili esogene che lo influenzano. È quindi indispensabile non sottomettere la valutazione al solo criterio di efficienza, pena il rischio di parametrare i beni e servizi sociali al pari di merci qualsiasi: nell’avventura della valutazione il primo rischio da evitare è quello di adattare gli strumenti di analisi della teoria economica mainstream o della finanza a beni aventi consistenza relazionale e meritoria. La valutazione consiste nel “dar valore” e dunque misurare quella variazione che è intervenuta in un passaggio fra un prima e un dopo; ovvero l’impatto sociale. In ragione del mutamento di paradigma, dell’evoluzione dei bisogni e del cambiamento della società, bisognerebbe riproporsi di andare verso la reale applicazione dell’articolo 118, comma 4, della nostra Costituzione, che recita “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Per rispondere efficacemente alla complessità e particolarità dei bisogni oggi emergenti sono necessari progetti “personalizzati” che si basino sulle risorse, le opportunità e le potenzialità relazionali delle persone, oltre che sulle

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Le amministrazioni locali difficilmente tendono a considerare i musei, le biblioteche, le compagnie teatrali, i progetti innovativi come attori diretti dello sviluppo sociale, al di là del loro ruolo. Tuttavia questi corpi intermedi contribuiscono sempre più ad accrescere il benessere individuale e collettivo. Questi attori culturali e creativi invece devono essere considerate come risorse sostenibili per produrre capitale sociale e benessere; iniziando a valorizzare l’impatto prodotto da questi sulle comunità e promuovendo programmi dedicati allo sviluppo locale e alla facilitazione di relazioni tra gli attori e altre istituzioni sociali rilevanti. Lo strumento creativo può creare impatto sociale e ha inoltre la grande forza di livellare le differenze. La creatività assume in questo senso una funzione normalizzatrice molto forte e spiccata. Nonostante la definizione di “impatto” sia complessa, come la sua misurazione, viene definito come “il cambiamento sostenibile di lungo periodo (positivo o negativo; primario o secondario) nelle condizioni delle persone o nell’ambiente che l’intervento ha contribuito parzialmente a realizzare, poiché influenzato anche da altre variabili esogene (direttamente o indirettamente; con intenzione o inconsapevolmente)”. Gli indicatori di impatto misurano quindi la qualità e la quantità degli effetti di lungo periodo generati dall’intervento, descrivono i cambiamenti nelle vite delle persone e lo sviluppo a livello globale, nazionale e regionale, tenendo conto delle variabili esogene che lo influenzano. È quindi indispensabile non sottomettere la valutazione al solo criterio di efficienza, pena il rischio di parametrare i beni e servizi sociali al pari di merci qualsiasi: nell’avventura della valutazione il primo rischio da evitare è quello di adattare gli strumenti di analisi della teoria economica mainstream o della finanza a beni aventi consistenza relazionale e meritoria. La valutazione consiste nel “dar valore” e dunque misurare quella variazione che è intervenuta in un passaggio fra un prima e un dopo; ovvero l’impatto sociale.

Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Per rispondere efficacemente alla complessità e particolarità dei bisogni oggi emergenti sono necessari progetti “personalizzati” che si basino sulle risorse, le opportunità e le potenzialità relazionali delle persone, oltre che sulle specifiche condizioni economiche e culturali. La sussidiarietà deve promuovere il protagonismo dei cittadini, singoli o associati, i cosiddetti corpi intermedi che agiscono in forma integrata e sinergica con le istituzioni. Queste ultime, dal canto loro, devono contemporaneamente rafforzare la propria capacità di intervento nelle politiche di progettazione e garanzia dei percorsi attuativi in cui i cittadini si trovano ad operare. Per fare ciò è necessario sostenere l’associazionismo non solo attraverso la valutazione quantitativa delle prestazioni, ma si deve tenere conto anche del suo impatto qualitativo, ovvero la capacità di produrre effettivamente coesione sociale, qualità delle relazioni, facilitazione dell’accesso ai servizi o il gradimento dei fruitori. Sicuramente esempi innovativi di buone pratiche, come quelli citati precedentemente, stanno svolgendo un lavoro importante per tutta la società grazie a strumenti e idee creative. Questa la direzione d’impatto a cui si dovrebbe aspirare: cambiare la percezione che le persone hanno riguardo ai loro problemi, rendendole più attive nel migliorare le loro vite; aiutare le persone ad essere più selfconfident, promuovendo le loro capacità, con attenzione speciale ai gruppi marginalizzati; lavorare sullo sviluppo delle comunità e dei quartieri; favorire pratiche multiculturali inclusive, al fine di guidare i cittadini nell’accettazione dei cambiamenti sociali.

M. Naomi Galavotti Giugno.2018

In ragione del mutamento di paradigma, dell’evoluzione dei bisogni e del cambiamento della società, bisognerebbe riproporsi di andare verso la reale applicazione dell’articolo 118, comma 4, della nostra Costituzione, che recita “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e

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Materia Critica è uno studio creativo multimediale. Video, fotografie, graphic design, oggetti di design, installazioni vengono usati per c...

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