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Il personaggio Mitch HunterScullion, l’uomo che scaverà gli asteroidi _ p.6

Come funziona il salary cap Un sistema che l’Europa non conosce _ p.13

Alla scoperta dei diamanti sintetici Perché la pietra naturale non è più di moda _ p.18

Anno XVI | Numero 2 | Maggio 2019 | www.masterx.iulm.it

Tutti i fondi della ricerca Pochi soldi per il progresso scientifico _ p.21

MasterX Periodico del master in giornalismo dell’Università IULM Facoltà di comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità

i euro

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opportunità

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I L O I C C I SP SONO


MasterX

MAGGIO 2019 - N° II - ANNO 16 In redazione: Alessandro Bartolini, Valentina Casciaroli, Silvia Egiziano, Adele Grossi, Luca La Mantia, Livio Lazzari, Enrico Leo, Marcello Diretto da:Longo, Giorgio Meroni, Claudia Osmetti, MANCA Silvia Pagliuca, Roberto Procaccini, DANIELE (responsabile) Andrea Rossi Tonon, Stefano Taglione, Chiara Progetto grafico: Trombetta, Eliana Biancucci, Carlotta Bizzarri, ADRIANO ATTUS Benedetta Bragadini, Matteo Colombo, Redazione: Beatrice Barbato, Chiara Colangelo, Andrea Cumbo, Micaela Farrocco, Enrico Corinne Corci, Alessandro Di Stefano, Giulia Lampitella,Alessandro Adriano LoFollis, Monaco, Lorenzo Diamanti, Giulia Galliano Matucci, Giulio Oliani, Maurizio Perriello Sacchetto, Enrica Iacono, Antonio Lopopolo, NicolòPalladino, Petrali, Jacopo Rossi, Luca Federico Rivi,Antonio NausicaToretti, Claudia Vanni. Samela, Alice Scaglioni, Caterina Spinelli,

Alessandro Vinci, Niccolò Bellugi, Andrea Registrazione: Tribunale di Milano Bonafede, Daniela Brucalossi, Ivann.477 Casati,del 20/09/2002 Alessia Conzonato, Sofia Francioni, Eleonora Stampa: Graficart sncLi- Volti, Biassono (Milano) Fraschini, Francesco Mauro Manca, Gabriella Mazzeo, Virginia Nesi, Benny Mirko Master in Ilaria Giornalismo Campus Multimedia Procopio, Quattrone, Martina Soligo, InFormazione Lucio Valentini. Direttore: Giovanni Puglisi Registrazione: MilanoAgostini n.477 del Responsabile Tribunale didattico:diAngelo 20/09/2002 Caporedattore: Ivan Berni Stampa: RS Print Time (Milano) Responsabile laboratorio redazione digitale: Paolo Liguori Master in Giornalismo Università IULM Tutor: Silvia Gazzola Direttore: Daniele Manca Coordinatore organizzativo: Marta Zanichelli Docenti: Coordinatore didattico: Ugo Savoia Angelo Agostini (Storia del giornalismo, Direttore laboratorio digitale: Paolo Liguori Editing e Deontologia) Tutor: Sara Foglieni Camilla Baresani (Scrittura creativa) Comitato del master: Maurizio scientifico Bono (Giornalismo culturale) Gian Battista Canova Marco Boscolo (Data(Presidente), Journalism)Paolo Liguori (Vicepresidente), Giovanni Puglisi, Daniele Marco Capovilla (Fotogiornalismo) Manca, Mauro Crippa, Andrea Delogu, Tamara Toni Capuozzo (Videoreportage) Ferrari, Simona Fossati, Marzio Quaglino Maria Piera Ceci (Giornalismo radiofonico) Docenti: Luca De Biase (Giornalismo web)

Roberto (Giornalismoeconomico culturale) e Dario DiAndreotti Vico (Giornalismo Paolo Attivissimo (Fact checking and Fake news) finanziario) Adriano (Art(Gestione Direction edell’impresa Grafica Digitale) AndreaAttus Delogu Federico Badaloni (Architettura dell’informazione) editoriale-TV) Luca Barnabé cinema e spettacolo) Giuseppe Di (Giornalismo, Piazza (Progettazione editoriale e Ivan Berni (Storia del giornalismo) Giornalismo Silvia Brasca (Fact Checking & Fake News) Periodico) Marco ripresa) Guido Brindasso Formigoni(Tecniche (Storia di contemporanea) Federico Calamante (Raccontoe live evento sportivo) Giulio Frigieri (Infodesign mapping) Marco (Fotogiornalismo) MilenaCapovilla Gabanelli (Videogiornalismo) Marco Castelnuovo (Social Media Curation I) Sabrina Giannini (Videogiornalismo) Piera Ceci (Giornalismo radiofonico Marco Giovannelli (Digital localI)news) Massimo Corcione (Giornalismo sportivo) Enrico Maria Greco (Gestione dell’impresa Cipriana Dall’Orto (Giornalismo periodico) editoriale) Nanni (Critica del giornalismo TV) BrunoDelbecchi Luverà (Giornalismo e società) Andrea Delogu (Impresa(Diritto editoriale) Caterina Malavenda penale e Diritto Luca De Vito (Videoediting) del giornalismo) Gabriele Matteo Dossena Marani (Deontologia) (Giornalismo sportivo) Stefano (Statistica) Marco Draghi Marturano (Giornalismo e politica) Lavinia Farnese Media Curation II) Massimo Nava(Social (Giornalismo internazionale) Guido Formigoni contemporanea) Sandro Petrone(Storia (Giornalismo televisivo) Marco Fraquelli (Media Relations) e Giornalismo) Massimo Picozzi (Criminologia Alessandro Galimberti (Diritto Giuseppe Rossi (Diritto deid’autore) media e della Paolo Giovannetti (Critica del linguaggio giornalistico II) riservatezza) Nino Luca (Videogiornalismo) Alessandra Scaglioni (Giornalismo Caterina Malavenda (Diritto e procedura penale) radiofonico) Anna Meldolesi (Giornalismo scientifico) Claudio Schirinzi (Giornalismo quotidiano) Albero Mingardi (Giornalismo e politica) Gabriele Tacchini (Giornalismo d’agenzia) Micaela Nasca (Laboratorio di pratica televisiva) Vito Tartamella (Giornalismo scientifico) Pino (Dizione) FabioPirovano Ventura (Trattamento grafico Luca Pitoni (Forma grafica delle notizie) dell’informazione) Aldo Preda (Giornalismo–radiofonico Marco Castelnuovo Vincenzo II) Cosenza Davide Preti Del (Tecniche Francesco Vigo -di montaggio) Fabrizio Ravelli (Critica linguaggio giornalistico I) Marco Subert (SocialdelMedia Curation) Roberto (Giornalismo ProgettoRho grafico: Chiaraeconomico) Trombetta Giuseppe Rossi (Diritto dei media e della riservatezza) Claudio Schirinzi (Giornalismo quotidiano) Presidente: Giovanni Puglisi Gabriele Tacchini (Giornalismo Vice Presidente: Gina Nieri d’agenzia) Angelo Turco (Geopolitica e informazione) Amministratore Delegato: Paolo Liguori Marta Zanichelli (Publishing Direttore generale: Marcodigitale) Fanti

Consiglieri: Gian Battista Canova, Mauro twitter.com/masterx_iulm Crippa, youtube.com/clipreporter Vincenzo Prochilo, Paolo Proietti facebook.com/MasterX_IULM

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MAGGIO 2019

SOMMARIO

In questo numero

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Space Economy Il business che vale oltre 300 miliardi di dollari l’anno Un settore in espansione grazie alla collaborazione tra Paesi e privati

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Mitch Hunter-Scullion Il giovane visionario che sogna gli asteroidi-miniera L’intervista al 24enne scozzese fondatore dell’Asteroid Mining Corp. Sarà veramente possibile? Il confronto con l’esperto, Andrea Sommariva

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La reputazione del brand è quasi tutto Comunicare bene dà più valore all’azienda Come si aumenta il peso commerciale delle imprese

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Tetto salariale agli sportivi La misura adottata in America è un’utopia in Europa Il salary cap porterebbe a una riduzione degli stipendi dei giocatori e a un maggiore equilibrio tra le squadre nei campionati. Ma le regole degli sport europei mettono un freno

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Stop alla produzione di monetine da 1 e 2 centesimi Una norma di legge ne ha sospeso il conio dal gennaio 2018 Sette miliardi quelle ancora circolanti

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Diamanti sintetici Un mercato in espansione grazie ai prezzi ridotti Un prodotto ecosostenibile che ha conquistato le nuove generazioni

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Ricerca: dove vanno i soldi?

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“La Casa di Carta”

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IULM News

Parola allo scienziato Garattini La burocrazia rallenta l’innovazione

Un nuovo modo di fare serialità: tra antieroi e moderni partigiani Cosa ci si aspetta dalla terza stagione della serie? La docente Daniela Cardini ci spiega i retroscena di questo successo

Eventi e novità dal mondo IULM


EDITORIALE EDITORIALI

Nome Cognome Nulla come l’acqua è in grado di simboleggiare il valore di una risorsa: la sua scarsità riesce a condizionare tutto il Pianeta

Ruolo o carica

Daniele Manca Direttore del Master in Giornalismo IULM

TITOLO UNA, PER RUBRICA TIPO EDITORIALE NEL SEGNO DEL VALORE

_ _ Rati ut est, il magnatenem. Nam non conestis voluptae voloris are dit i conti audipsaperum con risorseetur che magnat tendonovolutas a ridursi. itatur, Risorseribus seapidit ambientali, omnimod di territorio, ionsecta suntur finanziarie. autes et, È omnimpe la nostra nobist, ne dollabo. quotidiana condizione. Dictiur? Sappiamo così poco della Terra Aritior che pensavamo eribus sequi di poter nestrum avere afaccupta disposizione nonsed unamolupti Natura toreped dalla infinita quiam, quale voluptas attingere aut senza laboruptam, problema necturehenet. alcuno. La Dunt,Global Ong sincturi Footprint recatquoNetwork et erumogni facillu anno pidusae si incarica nullore, di solo excerum ricordarci in quale quisitatatet periodo ci undipsa troveremmo nditatibus ad avere modesauqui aliquamus rito beni di consumo, ma verore se labo.mondo nel Luptam ogni eariat abitante eataspe ditatiori vivesse secondo adit rerspe stan«A cosa serve sapere sus esedis dard occidentali. dollab illatur Nel soloriam 2018 la data labor era ilmagnit primo il prezzo di tutto se ulpa eaquiae agosto. Quarant’anni et, quat pre, fa non conosciamo il animin era statoetiles29aut dicembre. odiorat valore di niente?» atatem ricorda Come dis aut estiae Ferruccio eos remBortoli, de lab il imus. «nel 1974 la Officab crisi prima orenispetrolifera dus non rat lant colse il Paese a consequ e i consumatori aspero inti blabo. impreparati. Ut quisSicum scatenò qui ut il que is nobisquat panico energetico…Si officiti inventarono ommodiorum le domeniche faccus aut doloria a piedi simusciis …e un giornale eium titolò: sequatias “L’allegra as et quae Italiamosae. austera”». Et quo L’editovolor sunt fugia rialista ed voluptat. ex direttore del Corriere della Sera scrive così Id queprefazione nella plite quid elluptaerepe al libro di Alberto inctateAlesina, mo vellor Carlo suntFavelabo. Erum ro e Francesco ut dolupta Giavazzi, spiciis eaqui Austerità, velenis perdolende renderenus evidente arum aces molessi come non siaque la scarsità non re,di occus per sé dolor a doverci suntiispreoccupare, sequo molo officat aut quanto il modo vendellaccum di affrontarla. re nam Negli sus. anni ‘70 «I pedoni si Eperesendi inctodelle riappropriarono eiciliam strade, qui. irrisero i signori del petrolio, canti, balli», scrive de Bortoli. Ecco il perché del titolo

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titoletto lorem ipsum

Rati ut est, il magnatenem. Nam non conestis voluptae voloris dit «Non sono audipsaperum spiccioli» che etur avete mamletto eariat in copertina. eataspe ditatiori Forse adit rerspe avrebbe dovuto sus esedis esseredollab «Nonillatur sono soloriam “mai” spiccioli». labor magnit Penulpa al sate eaquiae giornalismo, et, quatfiglio pre, di animin una scarsità et es aut diodiorat notizie.atatem E oggi dis autdicono molti estiae sia eosinrem crisi lab per il imus. il motivo opposto: un overload Officab di informazioni. orenis dus Che noninrat realtà lant lo a consequ rende una aspero delleinti profesblabo. Utpiù sioni quis ricercate cum quiperché ut quemai is nobisquat come oggiofficiti ci sono ommodiostati così rum faccus tanti lettoriaut neldoloria mondosimusciis e perchéeium da quel sequatias sovraccarico, as et quae da mosae. quei milioni Et quodivolor bit che sunt compongono fugia voluptat. le news, è il giornaId queche lismo plitesaquid estrarre elluptaerepe quelle che inctate possono mo vellor raccontarci sunt labo. una Erum ut storia, indicarci doluptauna spiciis tendenza, eaqui velenis fornircidolende una chiave nusdi arum letaces molessi tura. In breveque aiutarci non re, a mettere occus dolor in priorità, suntiisinsequo gerarchia moloi officatfatti mille aut illustrati vendellaccum da piattaforme re nam sus. di distribuzione, social Eperesendi network, outlet inctoinformativi. eiciliam qui.E così il successo di una serie televisiva come la Casa di Carta può essere dovuto alla continua presenza titoletto lorem ipsum fisica di quel denaro che nella società Rati di oggi ut si est,stail smaterializzando, magnatenem. Namcome non racconta conestis voluptae Beatrice voloris dit Barbato a pag.23? audipsaperum E comeetur può magnat accadere volutas che unitatur, 24enne, seribus apidit scelto comeomnimod personaggio ionsecta di copertina, suntur autes sia convinto et, omnimpe che nobist, non servano ne dollabo. molti Dictiur? soldi per esplorare lo spazio e gli asteAritioril eribus roidi, cui valore sequi si conta nestrum in centinaia faccupta dinonsed miliardi, molupti come torepedFederico scrive quiam, Rivi voluptas a pag.6? aut E laboruptam, ancora, perché necturehenet. quell’imDunt, fatto pasto sincturi di immagini, recatquo parole, et erum segni facillu chepidusae costituiscono nullore, la solo excerum quisitatatet comunicazione e che spesso undipsa sononditatibus tra i primimod costi quia aliesquamus sere tagliati ma dalle verore aziende labo. Luptam nei momenti eariatdieataspe crisi, sono ditatiori fonadit rerspe come damentali, sus esedis dice dollab Alice Scaglioni illatur soloriam a pag.10? labor Altro magnit che ulpa eaquiae spiccioli. Ce lo et,ricorda quat pre, Oscar animin Wilde: et es a cosa aut odiorat serve sapere atatem il dis aut estiae prezzo di tutto eos serem nonlab conosciamo is eium sequatias il valoreas di et niente? quae mo sae. Et quo volor sunt fugia voluptat.

GENNAIO MAGGIO 2019 2016

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SEZIONE

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ARGOMENTO 1

SPAZIO UN ALTRO BIG BANG

Sky’s the limit – L’espressione venne riportata per la prima volta nel 1911 dal quotidiano The Syracuse Herald. Nei decenni è diventata il motto di sognatori e innovatori. Nel 2019 possiamo dire che il cielo non è più il limite. La Space Economy vale più di 300 miliardi di dollari l’anno. Di Federico Rivi _ Nel 2018 la Space Economy ha fatturato a livello globale oltre 300 miliardi di dollari. Se nel 1969, quando Neil Armstrong mise il primo piede sulla Luna, la corsa allo Spazio era appannaggio delle grandi agenzie nazionali, oggi la storia cambia. Del totale, 270 miliardi sono stati generati dal settore privato. Da cosa deriva il cambiamento del business?

upstream e downstream

Gli addetti ai lavori parlano di upstream e downstream. Due settori del mercato spazia-

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le molto distinti. Il primo riguarda lo Spazio conosciuto da tutti, quello delle infrastrutture: navicelle, razzi, astronauti e lanci. Lavorano in questo campo le imprese manifatturiere che producono materialmente ciò che verrà spedito al di là dell’atmosfera. Il secondo riguarda i cosiddetti big data. Le aziende che operano nel downstream sono quelle che elaborano i dati provenienti dalle infrastrutture upstream come satelliti o sonde. E’ il business dei dati che ha reso il mercato spaziale accessibile a moltissime imprese, startup incluse. Solo in Italia operano 250 aziende che occupano 6 mila persone.


COVERSTORY

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ARGOMENTO 1 SPAZIO

INTERVISTA Mitch Hunter-Scullion Ceo & Fondaore di Asteroid Mining Corp.

«UN ASTEROIDE VALE 2,7 MILIARDI DI EURO: È UN NUOVO MERCATO»

MITCH HUNTER-SCULLION Scozzese, 24 anni, vuole estrarre materie prime dagli asteroidi. L’idea è nata mentre scriveva la tesi di laurea dedicata allo space mining: “Mi sono reso conto che in Gb non esisteva questo business”.

Di Federico Rivi _ Aveva 20 anni quando, durante la stesura della tesi universitaria dedicata allo space mining, si è reso conto che in Gran Bretagna quel business ancora non esisteva. Il fatto di dover trovare un’enorme quantità di denaro da investire per sviluppare la sua idea non lo ha preoccupato e ha fondato l’Asteroid Mining Corporation. Per il prossimo anno punta a lanciare in orbita il primo satellite esplorativo. L’obiettivo è quello di iniziare le operazioni di estrazione nel 2030, con dei dati ben chiari in testa: «Ci sono 10 mila asteroidi vicino alla Terra e ne orbitano milioni tra Marte e Giove. Insieme possono valere 100 miliardi di dollari per singolo abitante del pianeta». Come pensi di finanziare l’azienda fino al 2030? «Stiamo sviluppando un business basato sui dati provenienti dagli asteroidi. Una volta mandato in orbita bassa il primo Asteroid Prospecting Satellite, un gruppo di studio ricercherà la composizione esatta dei massi raccogliendo una grande quantità di dati. Una volta ottenute le informazioni le venderemo alle

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pubblico e privato insieme: il caso prisma

Questo non significa che i fondi nazionali siano spariti, anzi. Se c’è un elemento che rende il nostro Paese protagonista nel mondo, è quello della collaborazione tra pubblico e privato. Il 22 marzo scorso è stato lanciato Prisma, vanto nostrano in quanto primo satellite iperspettrale europeo, interamente finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi): «Ohb Italia è responsabile di piattaforma e sistema, Leonardo ha costruito lo strumento elettro-ottico alla base della tecnologia iperspettrale». A parlare a MasterX è l’ingegnere aerospaziale Francesco Longo, project manager della missione Prisma all’Asi, che dà l’idea di come sia strutturata la partecipazione alla missione: «Sono coinvolti anche Telespazio, che ha costruito il segmento di terra della missione, e Thales Alenia Space, che ha fornito il sistema di trasmissione dei dati a Terra. Poi una miriade di piccole e medie imprese che si occupano dell’elaborazione del dato. È fondamentale – spiega Longo - la collaborazione con industrie e università per quella che si chiama exploitation del dato, lo studio e l’elaborazione dell’informazione». La mis-

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compagnie interessate. Il satellite costerà circa 2,7 milioni di euro, il suo lancio altri 8 milioni, ma stimiamo che dalla vendita dei dati potremmo ricavare più di 110 milioni di euro». Che ricchezza potrebbero rappresentare gli asteroidi?

«I dati generati dal satellite potrebbero confermare che il valore di un asteroide di 25 metri di diametro possa superare i 2,6 miliardi di euro in base alla sua composizione. Le operazioni di scavo, al contrario, costerebbero solamente 580 milioni di euro. Gli asteroidi sono ricchi di platino, rodio e palladio. Questi materiali hanno un valore molto L’asteroid mining alto in virtù della loro scarsità sulla Terra. vale 100 miliardi Oggi il platino vale 25 mila euro al kg. Il nostro obiettivo iniziale non è quello di raggiungere la fascia per ogni di asteroidi che si trova tra Marte e Giove, bensì di singolo abitante intercettare e studiare i 10 mila asteroidi che saltuariamente orbitano non lontano dal nostro pianeta».

del pianeta

sione Prisma, costata 126 milioni di euro, produrrà elementi inediti frutto della tecnologia iperspettrale: «Il satellite – continua Longo - acquisisce il raggio luminoso solare riflesso dalla superficie terrestre e valuta come è perturbato a causa della riflessione degli oggetti che sta osservando». Un elemento che sarà in grado di monitorare anche l’evolversi della questione ambientale: «Potremo capire in che modo terra, acqua e atmosfera vengono influenzati dai cambiamenti climatici, studiarne le contromisure e monitorare gli effetti delle azioni intraprese». Giusto per non farsi mancare nulla, il lancio di Prisma è avvenuto con il lanciatore Vega, razzo dell’Esa progettato e costruito per il 70% dall’Avio Space Lab di Colleferro, Roma. Perché anche questo settore, quello dei lanci, ha subito un vero e proprio ribaltamento delle regole. Lo scorso 3 marzo la capsula Crew Dragon si è agganciata con successo alla Stazione Spaziale Internazionale per poi fare ritorno, con un perfetto splashdown, nell’Oceano Atlantico al largo della Florida. L’evento ha rappresentato il ritorno all’invio di una navetta Usa nello Spazio dopo 9 anni dall’ultimo lancio dello Shuttle Atlantis.


ARGOMENTO SPAZIO

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SEZIONE BUSINESS

INTERVISTA Andrea Sommariva Direttore Space Economy Evolution Lab

«TRA I LEADER DEI CIELI C’È L’ITALIA. VOLUME D’AFFARI DA 2 MILIARDI»

ANDREA SOMMARIVA Membro del gruppo di studio Space Mineral Resources dell’Accademia Internazionale dell’Astronautica. È un economista di fama internazionale specializzato in space economy.

Di Federico Rivi _

La strada verso l’adesione di più Paesi e compagnie a un unico proDopo l’Iss (International Space Station), una nuova grande collagetto spaziale è un gioco di forze politiche ed economiche davvero borazione si prospetta all’orizzonte. complesso. L’esempio più virtuoso è quello della Stazione Spaziale Internazionale alla quale hanno partecipato Usa, Canada, Russia, «L’idea è quella di costruire una stazione spaziale orbitante intorno Giappone e 11 agenzie europee aderenti all’Esa. Per quanto gli invealla Luna che poi diverrebbe un vero e proprio spazioporto. A questo stimenti complessivi nel corso dei 21 anni di vita dell’Iss siano diffiprogetto potrebbero partecipare la Nasa, l’Esa, il Canada e il Giappocilmente quantificabili, si stima che l’unico avamposto umano nello ne. L’interesse è stato manifestato, bisogna poi vedere gli accordi». Spazio possa essere costato finora 150 miliardi di dollari. Di quella stazione, solamente l’Italia ha costruito il 50% dello spazio abitabile. Qual è l’obiettivo della missione? Andrea Sommariva, direttore dello Space Economy Evolution Lab della Bocconi, spiega come il nostro Paese sia uno dei pochi al mondo «Sulla Luna c’è il ghiaccio. Dal ghiaccio si possono estrarre ossigeno a godere dell’intera filiera produttiva: «Il volume d’afe idrogeno, elementi fondamentali per il propellenfari in Italia è di quasi 2 miliardi di dollari. Abbiamo te dei razzi a lunga distanza. Rifornire le navicelle, L’Italia gode tutto, dai costruttori, al downstream, ai supplier. C’è facendole partire dall’orbita lunare, sarebbe molto dell’intera poi Avio che si occupa dei lanciatori. Dell’intero fatmeno costoso di far partire sempre tutto dalla Terra. turato il 60% appartiene al settore manifatturiero». Ci sono opportunità di profitto immediate. Anche filiera produttiva. Tendenza inversa rispetto al resto del mondo, spiega alcune imprese private, americane e lussemburghesi, Dal downstream il professor Sommariva, in cui è il downstream a ricostanno pensando di investire in questo campo. Mi prire il 60% del totale, mentre il 40% appartiene alla sembra una soluzione molto più immediata rispetto al manifatturiero parte infrastrutturale. all’idea di estrarre materie prime dagli asteroidi».

Credits: ASI, OHB Italia, Leonardo

Credits: Arianespace

IL LANCIO DI PRISMA. A destra il razzo Vega che lo scorso 22 marzo ha mandato in orbita il satellite Prisma (nel rendering a sinistra).

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IL CONFRONTO

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A cura di Federico Rivi

ASTEROIDI E MOBILITÀ SOSTENIBILE _ Un punto di contatto tra il pensiero di Sommariva e quello di Hunter-Scullion è quello del potenziale insito negli asteroidi: la ricchezza di materiali utili per la costruzione di motori non inquinanti. Estraendo materie prime nello Spazio i trasporti green ne beneficerebbero. Ma i tempi sono già maturi? mitch hunter-scullion: perché sì

«Per ridurre drasticamente l’utilizzo dei combustibili fossili è necessario prendere provvedimenti veloci. Si pensi alle tecnologie a idrogeno in cui il platino è fondamentale in quanto catalizzatore. Proprio il platino, presente negli asteroidi e scarso sulla Terra, oggi vale 25 mila euro al kg. Questo significa che costruire motori a idrogeno è molto sconveniente rispetto ai motori a scoppio che utilizzano combustibili fossili. Ricavando grandi quantità di platino dallo Spazio la disponibilità della materia prima aumenterebbe di molto e i costi crollerebbero. In questo modo costruire auto e bus a idrogeno diventerebbe più economico rispetto ai motori tradizionali. Stiamo parlando di un mercato completamente nuovo». andrea sommariva: perché no

«Non siamo ancora in una situazione in cui l’aumento dell’offerta di alcuni metalli possa compensare la domanda. Per alcuni materiali il momento buono potrebbe essere tra 20 anni, non oggi. Il neodimio, per esempio, rientra tra i componenti più efficienti per i motori elettrici. Se veramente i dati del settore automotive mi dicono che tra 20 anni il 50% dei motori saranno elettrici o ibridi, allora sarà il momento di estrarre certi metalli. Allora sarà molto meglio scavare gli asteroidi che aprire i giacimenti in Siberia con la conseguente distruzione parziale del permafrost. Stiamo parlando, però, di un arco di 20 anni. Ci sono compagnie, come per esempio Planet Resources, che pochi anni fa avevano investito in questo campo puntando agli asteroidi che passano vicino alla Terra. Oggi, economicamente parlando, versano in cattive condizioni».

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lanci e turismo: il ruolo dei colossi privati

A spedire nello Spazio Crew Dragon è stato l’ormai celebre razzo Falcon 9. Lanciato e lanciatore, entrambi proprietà del colosso privato SpaceX, giocattolo del miliardario statunitense Elon Musk, a capo anche di Tesla. Lui, insieme a Jeff Bezos (Amazon) con Blue Origin e Richard Brenson con Virgin Galactic, ha rivoluzionato il mercato upstream per i privati. Sia nel campo della ricerca che in quello turistico. Se il visionario patron di Tesla punta infatti a far approdare il primo astronauta su Marte nel 2030, il fondatore del gruppo Virgin ha tutte le intenzioni di far partire voli turistici suborbitali. Anche qui, l’Italia è in prima linea. Un accordo tra Virgin Galactic e Altec spa, società partecipata da Asi e Thales Alenia Space, farà nascere il primo spazioporto nazionale. In Puglia, tra Taranto e Grottaglie, la base per i decolli ludici potrebbe essere già attiva dal prossimo anno. Il prezzo del biglietto? 250mila euro. Il lancio avverrebbe tramite il vettore WhiteKnight Two, che costituisce il primo stadio del sistema di volo. Una volta raggiunti i 15mila metri, dal razzo si distaccherebbe lo spazioplano Space Ship Two, che porterebbe i passeggeri oltre i 100 km di altitudine facendogli sperimentare la microgravità. 

C’è una startup: Mezzo miliardo di euro in Italia, oltre 7 miliardi in UK. Quando ci decideremo a dare più risorse a chi innova? Il progetto Spìcciati ci prova partendo dalle monetine. Di Alessandro Di Stefano _ Nel proverbiale bicchiere contiamo 541 milioni di euro. Mezzo vuoto, certo, se li compariamo alla “caraffa” riempita in Gran Bretagna dove le startup hanno ricevuto 7,7 miliardi di euro di investimenti lo scorso anno. Nel 2018 l’ecosistema italiano ha registrato però l’incremento più corposo dal venture capital: +69% rispetto al 2017. Sono i numeri dell’Annual European Venture Capital Report pubblicato da Dealroom a darci la panoramica per capire qual è il nostro posto al tavolo europeo dell’innovazione. Puntiamo spiccioli, o giochiamo con le carte giuste? «Molte startup italiane soffrono di nanismo: è raro che pensino di fare subito le cose in grande – spiega Matteo Masserdotti, Ceo della piattaforma di crowdfunding 200Crowd – Nelle ambizioni dei team spesso c’è soltanto

il mercato italiano, come se avessero paura dei mercati, dei finanziamenti, dei fallimenti». Eppure qualcosa si muove se dal 2016 al 2018 il valore complessivo delle campagne di raccolta fondi è cresciuto da 4,5 a 30 milioni di euro che compongono l’oltre mezzo miliardo sopracitato. raccolta nelle tabaccherie

I finanziamenti alle startup nascono dal basso e non soltanto online. È partito il Primo maggio il progetto Spìcciati grazie all’associazione Start Italy che permette ai cosiddetti ramini – le monetine da 1,2, 5 centesimi – di riscattarsi. Non più pesi inutili dentro tasche e portafogli, ma una potenziale montagna di denaro da immettere in un circolo virtuoso. Nelle 56 mila tabaccherie di tutta Italia, frequentate ogni giorno da 15 milioni di persone, è infatti possibile lasciarle in bottigliette di plastica che “disseteranno” il mondo delle startup italiane. «Le monetine in circolazione ammontano a 198 milioni di euro: se riuscissimo a raccoglierne anche solo una parte sarebbe un primo passo per sostenere le idee più innovative di giovani imprenditori». Gian Maria Miliacca, il presidente di Start Italy, ha spiegato a MasterX come evolverà questa iniziativa. «Nei prossimi mesi recupereremo le bottigliette e pubblicheremo bandi per selezionare i progetti migliori. A quel punto erogheremo un finanziamento a fondo perduto


ARGOMENTO INNOVAZIONE

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SPAZIO. A sinistra la riproduzione di un asteroide. Sopra il cartoon di un razzo, il principale simbolo del mondo startup.

aprite il portafoglio e affiancheremo alcuni team». L’iniziativa potrebbe anche durare anni, aumentando le (non molte) opportunità di finanziamento che le startup hanno in Italia. «Se ci paragoniamo all’estero c’è ancora strada da fare – prosegue Miliacca – In Italia, senza incubatori e acceleratori, è difficile se non impossibile ottenere liquidità per dar vita a un’idea innovativa. Un tempo in Italia era la famiglia il vero incubatore che sosteneva le idee dei figli e faceva nascere le aziende». i grandi della terra

Allo specchio il Paese deve fare i conti con i propri limiti. Secondo Dealroom il venture capital in Europa ha raggiunto la cifra di 21,2 miliardi di euro nel 2018. Di questa torta, la nostra fetta misura 541 milioni di euro, mentre Stati come Gran Bretagna (7,7 miliardi), Germania (4,4 miliardi) e Francia (3,7 miliardi) attraggono il maggior numero di investimenti. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza compare soltanto un’italiana – MotorK, un’impresa legata al settore automotive – tra le 50 scale up più importanti a livello europeo secondo il Tech Tour Growth 50, ovvero quelle ex startup che si candidano a diventare presto unicorni (il nome con cui si battezza un’azienda valutata un miliardo di euro). A livello globale il gigante vive però Oltreoceano: negli Stati Uniti il venture capital ha toccato nel 2018 100 miliardi di euro

(erano 81 miliardi l’anno prima). Accanto poi alla più nota guerra dei dazi, un’altra battaglia è in corso tra Washington e Pechino: lo scorso anno si è verificato un fatto storico per il settore startup visto che nel primo semestre la Cina aveva raccolto più degli Usa mettendo a disposizione delle startup 56 miliardi di dollari. un acceleratore in iulm

«È difficile fare qualcosa di reale in Italia: ecco perché non ci sono molti soldi». Angelo Miglietta, pro rettore vicario dell’Università IULM, è stato anche Presidente dell’acceleratore che presso l’ateneo fornisce da quattro anni un programma gratuito per gli studenti che vogliono trasformare un’idea in una business idea sostenibile a livello economico. «IULM Innovation Lab è finanziato totalmente dalla nostra università, senza alcun sostegno pubblico o privato. Ma questo lavoro filantropico che svolgiamo verso le startup – aggiunge Miglietta – non è tanto merito nostro: è piuttosto un demerito dello Stato che ci obbliga a rimanere piccoli». Big data, marketing, cultura e comunicazione sono tra i principali settori che hanno ispirato e continuano a ispirare i progetti candidati al percorso di accelerazione all’università IULM. Alcuni dei quali hanno avuto dalla loro il verdetto positivo dal «tribunale della realtà».

GLOSSARIO

Vocabolario dell’innovazione 1. VENTURE CAPITAL È una forma di investimento di mediolungo termine in imprese non quotate ad alto potenziale di sviluppo e crescita che si trovano nella fase di start up.

2. STARTUP È la fase di avvio di nuova impresa che presenta caratteristiche di temporaneità con un modello di business scalabile, ovvero con grandi capacità di espansione.

3. ACCELERATORE Sono i servizi professionali di consulenza strategica - mediante mentor e tutor studiati per accelerare lo sviluppo di startup. Luoghi fisici, ma anche online, dove giovani imprenditori iniziano il proprio percorso. Agli startupper si propone consulenza strategica per il team e l’idea di business. L’acceleratore non è un incubatore: quest’ultimo offre solo spazi dove lavorare senza servizi professionali.

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SEZIONE BUSINESS

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ARGOMENTO COMUNICAZIONE

La reputazione vale l’87% del brand Fiducia, comportamenti aziendali coerenti e dialogo trasparente: questi sono solo alcuni degli asset immateriali che negli ultimi anni, grazie a un accurato piano di comunicazione, accrescono il peso commerciale delle imprese Di Alice Scaglioni _ Che la comunicazione, nel presente dell’economia delle imprese, sia una componente fondamentale viene ribadito sempre più spesso. Non da ultimo anche il rettore della IULM, Gianni Canova, si è pronunciato sul tema, sostenendo che «non c’è impresa senza comunicazione e non può esserci comunicazione senza impresa». Ma sul versante del valore di mercato delle singole aziende, è possibile quantificare concretamente a quanto ammonta il beneficio economico che si può ottenere da un buon piano di comunicazione? E quali sono gli elementi che consentono lo sviluppo di una relazione di causa-effetto tra la capacità dell’azienda di raccontarsi e l’aumento del suo peso commerciale? Secondo uno studio del 2017 basato sull’indice S&P Market Value dell’agenzia di rating

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Standard & Poor’s l’87% del valore di mercato dati, infatti, Romenti cita ricerche e statistidi un’impresa è dovuto ad asset intangibili, che recenti, svolte su campioni di imprese, che possono essere trasmessi e resi noti alla che mostrano come l’aumento di un punto comunità solamente tramite una buona co- percentuale della reputazione di un’impresa municazione. Per intangibile si intende sia il corrisponda al 2,6% in più sul valore di merpeso del brand vero e proprio, ma anche una cato della stessa. Una migliore valutazione serie di componenti immateriali quali la ca- del brand provoca così l’incremento dei tassi pacità di relazionarsi con la clientela, con la di vendita dell’impresa, ma è bene ricordare comunità locale che vive in prossimità delle che questo progresso è possibile ove vi sia sedi logistiche e produttive, o ancora la re- una comunicazione efficace. putazione che il marchio ha agli occhi della società. È bene notare che solo quarant’anni La crescita dell’importanza di questi elemenprima il valore prodotto dagli asset intangibi- ti immateriali, quali la reputazione, o altre li era notevolmente inferiore: qualità altrimenti “invisibili” sempre secondo l’indice S&P come la sostenibilità, l’attenL’azienda si attestava al 17%. Percenzione alle comunità locali e tuale che dieci anni dopo, nel ai dipendenti, nella portata deve lavorare 1985, era quasi raddoppiata, commerciale dell’impresa sul dialogo arrivando a 32 punti. Uno deriva dal cambiamento del slancio che si può spiegare mercato. Come spiega il proe la massima con il cambiamento del sifessor Luca Pellegrini, presitrasparenza stema commerciale, con un de della Facoltà di Comunimercato sempre più indirizcazione, Relazioni Pubbliche zato a una segmentazione e e Pubblicità della Iulm, negli differenziazione del mercato. Nel 1995 il peso anni Ottanta si è assistito, a seguito della masdell’immateriale andava oltre la metà del to- sificazione dei prodotti e dell’appiattimento tale, toccando quota 68%, e nel 2005 aveva del mercato, alla differenziazione delle mergià raggiunto 80 punti percentuali. Una cre- ci. Complice questa segmentazione, nel sistescita esponenziale, considerato l’arco ristret- ma attuale è possibile servire anche nicchie to di tempo preso in considerazione. ristrette di clientela, le cosiddette long tail, senza eccessivi oneri. Per riuscire a distriA confermare questa tesi è anche la profes- carsi in questo percorso di differenziazione soressa di Comunicazione Strategica, non- dell’offerta e raggiungere le micro-comunità ché direttore del Centro di Ricerca Centro è stato necessario (ed è tuttora) sfruttare al di Ricerca per la Comunicazione Strategica meglio gli strumenti messi in campo dalla co(Cecoms) all’Università IULM, Stefania Ro- municazione aziendale. menti. Ragionando sempre sulla base dei Sulla base dei dati e delle ricerche la profes-


ARGOMENTO COMUNICAZIONE

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SEZIONE BUSINESS

IL FENOMENO Mauro Ferraresi Docente Comunicazione d’impresa

Community, conviene farsene una? _

COCA-COLA Nel corso degli anni si è sempre distinta per l’attenzione e la cura riservata alle campagne pubblicitarie. Fin dalla sua nascita la famosa bottiglietta è stata il veicolo per messaggi legati allo stile di vita rappresentato dal brand.

soressa Romenti conferma che «l’obiettivo principale della comunicazione è accrescere l’intangibile, perché porta a risultati concreti e misurabili». Tra questi asset immateriali ma con risvolti solidi, è compresa anche la fiducia, che per Romenti altro non è che il prodotto di tanti elementi, materiali e non. Si spazia dai comportamenti aziendali, alla qualità delle merci, fino alla percezione che i clienti hanno del marchio, ed è il frutto di ciò che la comunicazione può aiutare a rendere noto. È uno strumento strategico, che si coltiva tramite il dialogo con l’esterno. In questo senso, l’avvento prima della rete e poi dei social network ha segnato un grande passo in avanti: oggi è molto più facile, infatti, raggiungere i consumatori. «L’azienda deve lavorare moltissimo sul dialogo, sulla trasparenza autentica e radicale, ma ovviamente prima deve essere pronta e consapevole», conferma la Romenti, che spiega: «Il punto è che in rete ci confrontiamo con ex dipendenti, clienti delusi, e ancora persone che conoscono bene l’azienda perché hanno avuto esperienze dirette. Internet in questo modo alimenta le conversazioni, cosa che non era possibile quando il canale comunicativo era unidirezionale, come la televisione o i giornali, ma aumenta anche il rischio di incappare in situazioni spiacevoli». Se prima del web, infatti, l’economia si basava sul vendere e comprare attenzione tramite i pochi canali comunicativi esistenti (televisione, giornali, radio) da parte delle aziende per riuscire a far entrare nel cuore (e nelle case) dei clienti i propri prodotti, ora una gran

parte della capacità attrattiva delle merci si fonda sullo scambio fiduciario. «Diciamo che in un contesto di inquinamento comunicativo, dove le persone sono colpite quotidianamente da innumerevoli messaggi tramite una larga scala di tools, la comunicazione serve a costruire storie che accrescono maggiormente la fiducia, proprio perché fanno emergere la coerenza e la bontà dei comportamenti di un’impresa». E proprio partendo dalla necessità di raccontare storie si è arrivati a costruire realtà estremamente complesse, con lo scopo di raggiungere il pubblico specifico delle aziende, catalizzandone l’attenzione grazie a contenuti su misura che non avessero più scopo meramente pubblicitario. Sono così nate prima le community, che probabilmente rappresentano la naturale estensione del tentativo di coltivare al meglio la fiducia del consumatore tramite una comunicazione trasparente e personale, e poi negli ultimi anni delle vere e proprie redazioni. È il caso di The Coca-Cola Company, già virtuoso esempio di corporate communication, e da qualche anno innovatore nelle modalità con cui diffondere i contenuti. Nel novembre 2012 infatti ha dato vita al magazine digitale Journey, un sito nato per veicolare notizie e storie che collegano l’azienda con l’ecosistema reale. Questo è l’ultimo passo della trasformazione della comunicazione d’impresa, che oggigiorno non deve solo soddisfare il cliente, ma occuparsi dei problemi della società e delle piccole comunità che la compongono.

Nate in seguito alla comparsa del web 2.0, le community altro non sono che gruppi virtuali in cui si riuniscono i clienti affezionati di alcuni brand, per scambiarsi consigli e intrattenersi grazie ai contenuti creati dalle marche stesse. Nonostante oggi siano largamente diffuse, secondo Mauro Ferraresi, docente di Comunicazione d’Impresa e Società delle reti e Pratiche di Consumo all’Università IULM, non tutte le aziende hanno compreso la natura intrinseca di questi strumenti. «Ciò che si può dire è che il format community richiede un linguaggio specifico, che sia diretto, intimo e ben lontano dalle logiche pubblicitarie. Una competenza che non tutti i brand hanno sviluppato». Per Ferraresi le imprese devono capire che la community è un pendolo che oscilla tra opportunità e boomerang. La loro potenzialità risiede nell’annullamento dell’asimmetria cognitiva che governa il tradizionale scambio di informazioni tra marca e cliente. La community costringe infatti il brand a mettersi sullo stesso piano del cliente e a instaurare un dialogo basato sul senso di appartenenza. L’azienda è solo uno tra i tanti soggetti invitati a esprimersi. Ma cosa sancisce il successo di questi strumenti? «Le community migliori sono quelle che creano engagement e attraggono i clienti tramite contenuti che esulano dal semplice concetto di vendita. Si punta tutto sul fornire uno stile di vita legato all’idea del brand». Per il docente gli esempi positivi sono quelli che riescono a coniugare l’immagine del brand con l’attualità, come fa Oreo, che di volta in volta trasforma i suoi biscotti nei protagonisti delle vicende più chiacchierate, dai Mondiali di calcio al Gay Pride. O ancora Nike e Dove, che negli ultimi anni hanno costruito community molto forti, in cui gli utenti si scambiano consigli sui temi a loro più cari, come il fitness e la cura del corpo. Se però tra le imprese prende piede l’illusione di poter parlare ai clienti con il gergo pubblicitario, fatto di slogan e una comunicazione sviante, ecco che la community si trasforma in un boomerang, che può portare più danni che utili alla reputazione aziendale, e di conseguenza anche al suo valore di mercato.

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SEZIONE VIAGGI

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ARGOMENTO TARIFFE

VIAGGIARE LEGGERI A destra una foto di valigie sul nastro ritiro bagagli di un aeroporto. A sinistra l’ala di un Boeing Ryanair che sorvola l’Europa. In basso la strumentazione di cui è dotata la compagnia low cost per verificare che le dimensioni dei bagagli a mano siano corrette.

Cara low cost mi costi Il mood è pagare tutto il pagabile e, «se fosse legale, anche le cinture di sicurezza». La nuova policy Ryanair di chiedere un surplus per il bagaglio a mano aumenta i ricavi. Di Nausica Samela _ Quante volte ci è capitato in questi ultimi mesi di acquistare un biglietto aereo lowcost, ma al momento del pagamento ci siamo resi conto che il normale bagaglio a mano da 8 kg non era incluso nel prezzo? E così, amareggiati, abbiamo dovuto pagare una sovrattassa che oscilla tra i 6 e gli 8 euro a tratta per portarlo a bordo. Alcuni potrebbero definirli banalmente “spiccioli”, ma quanto guadagno c’è dietro questa tassa che gli utenti sono costretti a sborsare per potare in viaggio il proprio bagaglio? Facciamo un passo indietro. La nuova policy di Ryanair che impone il pagamento del bagaglio a mano è entrata in vigore il 1° novembre. Prima di quella data si poteva portare a bordo gratis.

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L’Antitrust ha multato la compagnia irlandese Ryanair e l’ungherese Wizzair per tre milioni di euro l’una e un milione di euro l’altra, perché l’utente, al momento dell’acquisto, non è in grado di comprendere il prezzo complessivo e non può confrontarlo in modo univoco con le altre compagnie. Ovviamente le società non ci stanno e hanno comunicato di essere pronte a ricorrere in appello. A dirlo è proprio il chief commercial officier di Ryanair, David O’Brien: «Faremo appello e crediamo di avere successo. Una decisione della Corte di giustizia europea del 2014 ha sentenziato che il passeggero debba poter prendere con sé preziosi e l’indispensabile. Credo che il Tar ci dia ragione, perché penso che 20 cm per 25 cm per 40 sia uno spazio sufficiente per l’indispensabile». Ed è andata proprio così. Ancora una volta il Tribunale Amministrativo del Lazio ha bloccato la decisione dell’Antitrust e ha accolto i ricorsi delle due compagnie: addio maxi multa. Una decisione, questa, che fa infuriare i viaggiatori amanti dei voli low cost ma che si inserisce in un trend che è entrato da tempo a gamba tese nella policy di queste compagnie: far pagare tutto il pagabile. «Spezzettare il costo del biglietto togliendo tutti i servizi inclusi nella tariffa base per farli diventare a pagamento, dal bagaglio a mano all’imbarco prioritario – dice Leonard Berberi, giornalista del Corriere della Sera – è proprio il mood di questo settore». Le compagnie

LA TEORIA

Piccoli prezzi grandi guadagni Il mercato del trasporto aereo sottende a numerose teorie economiche: dalla legge di domanda e offerta, alle varie strategie adottate per proteggere il proprio mercato o alle differenziazioni di prezzo. E qui entra in gioco l’hedonic pricing, il prezzo di ogni prodotto è la somma degli importi associati ai vari attributi. Il professor Aurelio Mauri, docente delle strategie e marketing delle imprese turistiche all’Università IULM di Milano, afferma che questo particolare modello è applicabile all’acquisto di un bagaglio aereo. «Secondo questa teoria, potremmo suddividere il biglietto in vari attributi: scelta del posto, tipo di posto e possibilità di portare il bagaglio a bordo. Lo scopo è aumentare i ricavi attraverso il processo di ottimizzazione del payload, ovvero il carico utile, il cui obiettivo è aumentare la redditività all’interno del piano di bilancio delle compagnie aeree». Del resto sono le società stesse a rivelare i benefici economici di queste teorie.


ARGOMENTO INGAGGI

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SEZIONE SPORT

Tetto ai supersalari Nello sport è utopia In America quasi tutti gli sport adottano il sistema del salary cap, il budget che ha ogni squadra per pagare i propri giocatori. Nel mondo europeo questa misura risulta però impossibile

Di Enrica Iacono _

cara a basso costo devono guadagnare e per farlo rendono a pagamento tutti i servizi extra e non (il bagaglio a mano ne è un esempio) perché non possono aumentare il costo del biglietto. «Se fosse legale – continua Berberi – queste compagnie farebbero pagare anche le cinture di sicurezza». In base alle stime dell’ultimo trimestre del 2018, Ryanair ha annunciato una perdita di 19,3 milioni di euro, la prima trimestrale in rosso da quasi 5 anni. Nonostante i ricavi in aumento, così come il numero dei passeggeri, il problema rimane l’aumento del costo del carburante, cresciuto del 32% e del personale +31%, facendo lievitare il totale per il trimestrale a 1,54 miliardi. E se vi state chiedendo se il bagaglio a mano sia una mossa economica per cercare di rialzare i ricavi dell’azienda in vista di tutte le spese da sostenere, beh, la risposta è no. Non possiamo attribuire la scelta di questa policy all’aumento del grezzo. Quello che è certo, però, è che questo tipo di voce tra quelle a pagamento va ad attenuare le perdite delle low cost. Tuttavia, molte compagnie aeree, soprattutto le americane, stanno applicando un nuovo tipo di politica che cambierà l’esperienza di volo: a breve dovremo fare i conti con bagni più piccoli del 30%. La scelta, un po’ bizzarra se vogliamo, è legata all’ottimizzazione dello spazio per poter inserire più sedili. Questo vuol dire una sola cosa, ricavi.

Il 19 marzo è una data storica per il baseball e per lo sport americano. Il giocatore Mike Trout, in forza ai Los Angeles Angels, ha infatti firmato un contratto record per 12 anni e 430 milioni di dollari. Un primato, che segue i faraonici contratti di Manny Machado – San Diego Padres, 10 anni e 300 milioni – e Bryce Harper – Philadelphia Phillies, 13 anni e 330 milioni. Nella Major League Baseball non viene adottato il cosiddetto salary cap, cioè il tetto salariale che obbliga una squadra di una specifica lega a non poter pagare più di una somma stabilita gli stipendi del suo parco giocatori. In altre leghe americane invece è consuetudine: il caso della National Football League è esemplare. La somma massima concessa per gli ingaggi è di 195 milioni di dollari e nessuna squadra può mai superarla. Questa misura consente di avere leghe equilibrate come nella NFL. A parte i 6 Super Bowl vinti dai New England Patriots negli ultimi 18 anni, gli altri dodici sono divisi tra dieci squadre.

bianconera ha un monte salari di 219 milioni di euro, mentre Inter, Milan, Roma e Napoli (guarda caso le squadre solitamente in lotta per i primi cinque posti) sono le quattro che spendono di più dopo i campioni in carica circa 113 milioni a testa in media.

Nel caso del basket, in particolar modo, in Italia l’applicazione del salary cap risulta quasi impossibile. «La Serie A è un campionato professionistico mentre quello di A2 è dilettantistico», spiega Federico Zurleni, docente del Master in marketing e comunicazione dello sport all’Università IULM ed ex direttore generale della LegaBasket. «Nella prima categoria ai giocatori e allo staff devono essere pagati i contributi pensionistici e subito dopo la promozione la squadra deve immediatamente diventare una srl». Anche solo rimanendo con la stessa rosa di giocatori dell’anno precedente, i soldi che si investono da una categoria all’altra sono moltissimi. In quest’ottica è impossibile pensare di avere un salary cap che, oltre a una soglia massima, prevede anLo scopo è Quello delle leghe americane che un tetto minimo di speprofessionistiche, però, è un sa per gli stipendi. Un altro quello di dare mondo a parte essendo infatfattore da considerare, come a tutte le squadre ti entità totalmente private. ricorda Matteo Gandini, è «L’insieme dei proprietari quello dei tifosi. «Si parla di la possibilità delle squadre – ci dice Matteo un cambiamento di filosofia di vincere Gandini, telecronista sporsportiva e in Italia la gente tivo per DAZN e Sportitalia è mediamente troppo “tifomatteo gandini – ha come unico e solo scopo sa”. Chi segue una squadra quello di rendere il prodotto di fascia alta non accetterebche viene messo sul campo il più appetibile be mai un ridimensionamento della propria possibile per tutti gli appassionati. Lo scopo squadra per il bene del campionato». del salary cap è fare in modo che non ci siano “grandi” e “piccole”, ma che tutte le squadre Una regolamentazione, quella del salary cap, abbiano le stesse possibilità di vincere e che che trasformerebbe i campionati europei ma ci sia un continuo ricambio al vertice per ap- che dovrebbe essere uguale per tutti a livelpassionare sempre più tutti i tifosi». lo continentale per non creare delle disparità durante le competizioni comuni. Ma ogni In Europa l’applicazione del salary cap sem- torneo, con pesi economici diversi, non rende bra invece pura utopia. Nel calcio italiano gli possibile l’ambizione di questo progetto. Utiultimi 18 campionati di Serie A sono stati vin- le per non strapagare i giocatori ma, all’atto ti solo da Juventus, Inter e Milan. La squadra pratico, utopistico.

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CURIOSITÀ

C’ERANO UNA VOLTA LE MONETINE... Pagine a cura di Antonio Lopopolo

1 AUSTRIA Sulle monete fiori, celebri monumenti, personaggi storici I simboli sono stati selezionati da una commissione di esperti, attraverso un sondaggio pubblico. Una genziana per la moneta da 1 cent. Una stella alpina per quella da 2 cent. Entrambe richiamano le politiche ambientali austriache, promosse anche a livello comunitario. 2 BELGIO Sono in circolazione tre serie di monete, tutte valide Disegnate da Jan Alfons Keustermans, direttore dell’Accademia municipale di Belle Arti di Tournhout. Sul disco interno è rappresentata l’effigie di Re Alberto II, mentre nella parte esterna figurano il monogramma reale, una lettera

“A” sormontata da una corona, le dodici stelle che simboleggiano l’Unione Europea e l’anno di emissione. 4 FINLANDIA Tre simboli simili a quelli già presenti sulle vecchie monete Su tutte le facciate è raffigurato un leone araldico, opera di un noto scultore finlandese. Il leone è stato già riprodotto in diverse versioni, per esempio, su quella da un marco in circolazione dal 1964 al 2001. 5 FRANCIA Oltre 1200 i disegni esaminati per la facciata delle monete Una commissione di esperti, presieduta dal ministro

3 ITALIA Una commissione tecnica artistica ha scelto l’immagine delle monete I cittadini hanno votato nel corso di una trasmissione di Rai Uno l’immagine preferita. Ogni moneta presenta un simbolo diverso, scelto fra i più celebri capolavori del Paese. Sulla moneta da 1 cent: il Castel del Monte di Andria, in Puglia, mentre su quella da 2 cent è raffigurata la Mole Antonelliana, edificata a Torino nel 1863, su progetto dell’architetto Alessandro Antonelli.

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dell’Economia e delle Finanze, ha scelto il valore emblematico da riprodurre: una giovane, i cui tratti incarnano il desiderio di un’Europa solida e duratura. Il disegno è opera di Fabienne Curtiade, incisore della Zecca di Parigi. 6 GERMANIA Tre differenti progetti grafici per le monete nazionali Esperti di numismatica e funzionari pubblici tedeschi hanno scelto di raffigurare un ramoscello di quercia, in ricordo delle vecchie monete tedesche in rame (pfenning). Il disegno è opera del Professor Rolf Lederbogen.

7 GRECIA Numerose proposte per le nuove monete da coniare Il ministro dell’Economia e il Governatore della Bank of Greece hanno scelto i simboli nazionali tra i disegni presentati da una commissione di tecnici e artisti. L’autore dei progetti vincenti è lo scultore Georges Stamatopoulos. Sulla moneta da 1 cent figura la più grande nave da guerra risalente al V secolo a.c. Su quella da 2 cent è rappresentata una corvetta, imbarcazione impiegata durante la guerra d’Indipendenza (18211827). 8 IRLANDA Un unico simbolo nazionale per tutte le monete irlandesi Il Governo ha scelto l’arpa celtica, emblema nazionale, affiancata dall’anno di emissione e dall’epigrafe “éire”. L’arpa è stata disegnata da Jarlath Hayes. 9 LITUANIA Sulle monete nazionali figurano Vytis e “Lietuva” Il primo è il cavaliere dello stemma della Repubblica, il secondo è il nome del Paese in lingua autoctona. Inciso c’è anche l’anno di emissione: il 2015. Il disegno del cavaliere è stato realizzato da Zukauskas.


CURIOSITÀ

PAESI BASSI Sono in circolazione due serie di monete, entrambe valide Il disegno scelto per la prima serie, opera di Bruno Ninaber van Eyben, raffigura il volto della Regina Beatrice. La seconda serie, introdotta nel 2014, rappresenta l’effigie di Re Gugliemo-Alessandro. Il marchio della Zecca è riportato sia a destra che a sinistra del nome del sovrano. PORTOGALLO Simboli delle monete selezionati con un concorso Il vincitore, Vitor Manuel Fernandez dos Santos, si è ispirato alla storia del Paese e al primo Re del Portogallo, Alfonso Primo il Conquistatore. Sulla facciata delle monete c’è il primo sigillo reale, datato 1134, accompagnato dall’incisione “Portugal”. SLOVACCHIA Sulle monete c’è il simbolo della sovranità della nazione E’ rappresentato il monte Krivan, considerato da tutti emblema nazionale. Ci sono inoltre la croce patriarcale su tre alture e il nome del Paese, “Slovensko”, oltre alla data di emissione.

SPAGNA Tre i simboli raffigurati sulle monete nazionali L’effigie del Re, il ritratto di Miguel de Cervantes e la Cattedrale di Santiago de Compostela. Nel 2010, per la seconda serie, ai disegni sono state apportate lievi modifiche per renderli conformi alle linee guida emesse dalla Commissione Europea. Sulle monete da 1 e 2 cent figura la Cattedrale di Santiago de Compostela, uno dei gioielli dell’arte romanica spagnola e meta tra le più famose del pellegrinaggio cattolico. CITTÀ DEL VATICANO Attualmente circolano cinque serie di monete, tutte valide La prima serie è stata emessa tra il 2002 e il 2005 con l’effigie di Papa Giovanni Paolo II. La seconda, tra il giugno 2005 e il marzo 2006, mostra lo stemma del Cardinale Camerlenco. La terza serie, tra aprile 2006 e dicembre 2013, raffigura Papa Benedetto XVI. La quarta serie, infine, del gennaio 2014, rappresenta l’effigie di Papa Francesco. L’ultima, dal marzo 2017, presenta lo stemma della Città del Vaticano.

L’ANALISI

Gli spiccioli vanno in soffitta

L’Italia a confronto con l’Europa

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Addio alle monetine da 1 e 2 centesimi. Dal primo gennaio 2018 la Zecca non le conia più ma gli “odiati” spiccioli di rame continueranno a circolare fino a esaurimento, mantenendo il proprio valore legale, nel senso che i negozi saranno sempre autorizzati ad accettarli. Così pian piano i cosiddetti “ramini”, più di 7 miliardi quelli ancora in circolazione, cominceranno a sparire dai portafogli e presto saranno soltanto un ricordo. Se gli italiani mettessero insieme tutte le monetine da 1 e 2 centesimi raccolte a casa nei propri salvadanai e, allo stesso tempo, banche e attività commerciali facessero lo stesso, si racimolerebbero circa novantotto milioni di euro in contanti. Le conseguenze allo stop dei ramini porteranno a un risparmio di 20 milioni di euro da utilizzare per l’ammortamento dei titoli di Stato. A risentirne sono gli esercizi della grande distribuzione e le piccole botteghe artigiane che, lavorando a peso, arrivano automaticamente a prezzi in centesimi. Ci potrebbero essere effetti spiacevoli anche per le tasche dei cittadini con un rialzo dei prezzi. Timori per il momento scongiurati. Esplosioni dei prezzi dei beni più “a rischio” non se ne sono visti: il cosiddetto “carrello della spesa”, cioè l’indice dei costi dei beni di largo consumo, è cresciuto nel 2018 dell’1,2% a fronte di un +1,5% dell’anno precedente.

Da quando nel 2002 è entrato in vigore l’euro, di monetine da 1 e 2 centesimi ne sono state prodotte 6 miliardi solo in Italia. Mentre l’emissione delle banconote è competenza della Banca Centrale Europea, quella delle monete è in capo ai singoli Paesi, con la supervisione dell’Eurotower di Francoforte che deve approvare il volume annuale di produzione. Nei Paesi Bassi da settembre 2004, in Belgio dal 2014 e in Irlanda da ottobre 2015, gli esercizi commerciali sono già liberi di arrotondare i prezzi ai 5 centesimi più vicini, come previsto dalla norma italiana, mentre in Finlandia la regola della correzione del prezzo è un obbligo fin dall’introduzione dell’euro: tanti milioni risparmiati ogni anno per le casse statali. Non tutti snobbano i centesimi come in Italia. Secondo un’indagine condotta dalla Bce nel 2016, il nostro Paese si posiziona esattamente nella media europea, con il 63% che dichiara di utilizzarli per i pagamenti. Numeri ben diversi dalla Lituania, dove la percentuale sale all’84%. Sul lato opposto della classifica la Finlandia, luogo in cui le monetine sono usate per pagare solo nel 20% dei casi. Il premio “salvadanaio” va ai cittadini austriaci. Oltre la metà di loro non le spende né le dà via immediatamente. In Italia il contante supera le transazioni con carta: l’86% continua a pagare con banconote e monete.

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SEZIONE | | ARGOMENTO ECONOMIA COSTO DELLA VITA

ERA L’ANNO

1969: cinque eventi che hanno fatto la storia A cura di Master Iulm

1. IL SACRIFICIO DI JAN PALACH

2. LO SBARCO SULLA LUNA

3. WOODSTOCK

16 gennaio: a Praga si consuma tra le fiamme il martirio di Jan Palach, studente diciottenne di filosofia. Morirà dopo tre giorni di agonia. Voleva manifestare il suo dissenso nei confronti della durissima repressione della Primavera di Praga da parte dell’Unione Sovietica. È considerato un simbolo universale di libertà e amor patrio.

21 luglio: «Un piccolo passo per un uomo, un enorme balzo per l’umanità»: è con queste parole che Neil Armstrong diventa il primo essere umano a mettere piede sulla luna. Assieme a lui, nella missione Apollo 11, anche Buzz Aldrin e Michael Collins. L’evento venne seguito in diretta tv da una platea mondiale di 900 milioni di persone.

15-18 agosto: il concerto più famoso della storia del rock. 400 mila hippie si radunano in una spianata nei pressi di Bethel, città rurale dello Stato di New York, dedicandosi per tre giorni all’amore libero, al consumo di droghe e, soprattutto, all’ascolto di alcuni tra i maggiori artisti dell’epoca: da Santana a Jimi Hendrix, dagli Who a Janis Joplin.

Siamo più ricchi di 50 anni 1969-2019: poteri d’acquisto a confronto. A dispetto di quanto il senso comune parrebbe suggerirci, non tutti i prezzi dei beni di largo consumo sono aumentati nel tempo. Di Alessandro Vinci _

quel che costa di più

Sono passati ottant’anni da quando, nel 1939, Gilberto Mazzi cantava: «Se potessi avere mille lire al mese, senza esagerare, sarei certo di trovare tutta la felicità». Una cifra che oggi farebbe quanto meno sorridere dato che, con la conversione in euro a 1.936,27, non ci si potrebbe comprare nemmeno un caffè. Eppure all’epoca poteva garantire un’esistenza più che dignitosa a chi la percepiva. Un chiaro esempio di come, nei decenni, il nostro Paese abbia visto aumentare esponenzialmente il proprio costo della vita. Fin qui nulla di allarmante, se solo gli stipendi avessero sempre seguito lo stesso andamento. Perché la ricchezza non è – o meglio, non dovrebbe essere – fine a se stessa, ma dipende dalla quantità e dal valore dei beni di cui si è intenzionati a usufruire. In altre parole, quelle utilizzate già due secoli fa da Vincenzo Cuoco, «la ricchezza è relativa all’oggetto a cui taluno tende: un uomo che abbia trecentomila scudi di rendita è un ricchissimo privato, ma sarebbe un miserabile sovrano». Così, confrontare la rispettiva progressione di queste due variabili può aiutarci a comprendere come il potere d’acquisto delle nuove generazioni sia, in alcuni casi, molto diverso da quello delle precedenti. Sia nel bene che nel male. Prendiamo ad esempio quanto accadeva cinquant’anni fa, nel 1969, prima delle crisi ener-

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getiche, della volatilità dei cambi, del primato del capitale sul lavoro, dell’esplosione del debito pubblico e – naturalmente – dell’entrata in vigore dell’euro. All’epoca lo stipendio medio di un impiegato si aggirava intorno alle 150 mila lire. Le quali, riparametrate secondo i più aggiornati coefficienti di conversione Istat basati sulla parità di potere d’acquisto (Ppa), equivarrebbero a 1.461 euro odierni. Attualmente, invece, la retribuzione è salita fino a 1.681 euro mensili. Un incremento del 15%. Sarà stato così anche per i beni di largo consumo?

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Tra le merci che hanno subìto rincari non proporzionati all’aumento dei salari troviamo prodotti estremamente diversificati. Il pane è aumentato del 32% (da 2,24 euro al chilo riparametrati Ppa a 2,95 euro attuali), le siga-

rette Marlboro del 26% (da 4,38 a 5,50 euro), il caffè del 47% (da 68 centesimi a un euro), il trasporto pubblico del 55% (da 0,97 centesimi a 1,50 euro), le coppette gelato dell’86% (da 97 centesimi a 1,80 euro), i pedaggi autostradali del 95% (da 29,21 a 57,10 euro per la tratta Milano-Napoli), i quotidiani del 106% (da 68 centesimi a 1,50 euro). Impennata anche delle utilitarie Fiat, passate da 5.843 euro agli oltre 10 mila attuali (+71%). Il caso forse più gravoso è però rappresentato delle abitazioni: nel 1969 un metro quadro in una zona semicentrale di Milano costava 200 mila lire. Le quali, riparametrate a parità di potere d’acquisto, corrisponderebbero a 1.947 euro attuali. Oggi invece è del tutto usuale sfondare quota 4 mila, il 103% in più. Se dunque cinquant’anni fa per acquistare una casa di cento metri quadri occorrevano come minimo dodici anni di lavoro, adesso ne servono

Variazione dei prezzi L’istogramma mostra l’andamento dei prezzi di alcuni beni di largo consumo negli ultimi cinquanta anni. La linea tratteggiata rappresenta l’aumento dei salari.


ARGOMENTO SEZIONE COSTO DELLA VITA | | ECONOMIA

4. ARPANET

5. LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

29 ottobre: attraverso la rete Arpanet, il professore dell’Ucla Leonard Kleinrock trasmette la parola “login” allo Stanford Research Institute, a 500 km di distanza. È il primo, storico messaggio mai inviato via computer. Undici anni dopo, Arpanet verrà rinominato Internet. Il web vedrà invece la luce nel 1991, ad opera di Tim Berners-Lee.

12 dicembre: ore 16.37, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana (Milano) una bomba causa 88 morti e 17 feriti. È il primo capitolo della “strategia della tensione”, nonché, per molti, l’inizio degli anni di piombo. La vicenda condurrà alla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli e, tre anni dopo, del commissario Luigi Calabresi.

L’ESPERTA Angela Besana Docente Economia Politica IULM

Ecco perché i prezzi crescono nel tempo _

fa? Dipende almeno diciannove e mezzo. Stando così le cose, facile comprendere perché due italiani su tre sotto i 34 anni vivano ancora assieme ai genitori. Tuttavia l’aumento più vertiginoso riguarda il bene rifugio per eccellenza, l’oro: nel 1969 un grammo costava 1.022 lire, ossia 9,95 euro riparametrati Ppa, mentre oggi più di 35 (+251%). È questa la variazione più consistente maturata nel periodo in oggetto. Fortunatamente, però, non sempre i prezzi sono andati in crescendo.

tivamente a 400 e 200 euro, il conto è presto fatto: -31% e -86% rispetto al prezzo del 1969. tirando le somme

Si stava meglio quando si stava peggio? In alcuni casi sì, in altri decisamente meno. Certo, nella percezione comune l’aumento del prezzo degli immobili ha avuto (e continua ad avere) un peso non indifferente, ma chi sostiene che in passato costasse tutto di meno è in errore. Perché – lo sottolineiamo ancora – il costo della vita non va mai disgiunto dal quel che costa di meno potere d’acquisto dell’epoca a cui ci si riferiNon sono pochi i beni che, dal 1969, pur es- sce. Poi, d’accordo, se un impiegato d’oggi si sendo rincarati in termini assoluti non lo ritrovasse di colpo catapultato nel ‘69 potrebhanno fatto in relazione be fare una vita da nababagli stipendi percepiti. Tra bo, ma questa è una pura questi, prima del dilagare illusione economica. Con della grande distribuzione, la conversione standard a spicca la folta presenza di 1.936,27, i suoi 1.861 euro generi alimentari. La pamensili equivarrebbero sta è infatti diminuita del infatti a oltre tre milioni 23% (da 2,60 euro al chilo e mezzo di lire. Una cifra riparametrati Ppa a 2 euro che gli permetterebbe, ad attuali), il prosciutto di esempio, di acquistare tre Parma e la carne di manzo utilitarie, otto televisori e Tirando le somme del 27% (da 4,11 a 3 euro dieci frigoriferi. Nel giro Si stava meglio all’etto e da 20,45 a 15 euro di un anno – tredicesima al chilo), lo zucchero del inclusa – riuscirebbe invequando si stava peggio? 50% (da 2,38 a 1,20 euro al ce a ottenere una casa miIn alcuni casi sì, chilo). Di fatto invariati i lanese da 200 metri quadri prezzi di latte e riso. Stupial contempo, oltre 6 chili in altri decisamente meno e, sce il cinema: cinquant’ane mezzo d’oro (che oggi ni fa un biglietto costava varrebbero 227.500 euro). 1.500 lire, equivalenti a 14,60 euro attuali Ppa Insomma, quelli che oggi possono sembrarci (il 45% in più rispetto a oggi). In leggerissimo spiccioli in realtà un tempo non lo erano. E rialzo invece la benzina, ma non abbastanza più si va indietro, più questa tendenza assuda risultare meno conveniente rispetto ad al- me proporzioni abnormi. Ma qual è la ragiolora. A fronte del già citato +15% dei salari è ne di questo fenomeno? L’inflazione, ossia il infatti passata da 1,57 a 1,59 euro al litro: un generalizzato aumento nel tempo di prezzi e incremento solamente dell’1,3%. salari. Un processo che, come spiega la proIl segno dei tempi è però dato innanzitutto fessoressa Angela Besana, docente di Econodal crollo del valore degli elettrodomestici, mia Politica all’Università Iulm, non per forza all’epoca considerati alla stregua di beni di ha effetti dannosi. Nulla di cui preoccuparsi lusso. Un frigorifero costava ben 60 mila lire dunque. Almeno per il momento. (584,36 euro attuali Ppa), un televisore 150 mila (1.460 euro attuali Ppa). Dato che attualmente se ne possono trovare di ottimi rispet-

Alla base dell’inflazione, il cui esito ultimo è proprio la perdita di valore della moneta, sta un eccesso della domanda di beni e servizi rispetto alla quantità effettivamente offerta dal mercato. Si tratta comunque di una dinamica che può anche non essere condiderata in maniera negativa. Perché se uno sproporzionato aumento dei prezzi può senz’altro rappresentare un grave pericolo per le economie nazionali, è altrettanto vero che l’inflazione può favorire la loro crescita. Questo perché, prima o poi, qualcuno provvederà sicuramente a coprire il suddetto gap tra domanda e offerta, ma solo conseguentemente a un rialzo dei prezzi. Ecco perché la crescita è spesso abbinata a fenomeni di inflazione, mentre la decrescita – come visto nel 2007-2008 – alla deflazione. L’aumento di prezzi e salari sta dunque a dimostrare che negli ultimi cinquant’anni il Paese è cresciuto? Esatto, perché rispetto al 1969 sono aumentati non solo gli scambi commerciali, ma anche la popolazione e le fattispecie del commercio stesso, per effetto anche dell’avvento del digitale. La massa monetaria in circolazione, quindi, non è scarsa come una volta, ma è diventata sempre più abbondante. Perciò ha visto diminuire progressivamente il suo valore. Al contrario, sarebbe un problema se i prezzi calassero, perché questo sarebbe sintomo di una contrazione delle transazioni. Quanto ha contribuito l’ingresso nell’euro all’aumento dell’inflazione? Spesso la moneta unica è stata accusata di innalzare pressoché tutti i prezzi. Tuttavia, come ha commentato in più occasioni la Banca d’Italia, nel passaggio tra lira ed euro si è verificato un fenomeno di inflazione percepita superiore a quella reale. Quanto al futuro, a fronte di tassi di crescita che stentano ormai a superare perfino lo 0,5%, alcuni prezzi hanno già iniziato a segnalarsi in diminuzione. Speriamo di non doverci aspettare fenomeni deflazionistici.

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Un sintetico è per sempre Un boom, quello dei diamanti artificiali, legato a prezzi più accessibili e a motivazioni ecosostenibili. I minerali prodotti in laboratorio sono identici a quelli che si formano in natura, ma costano dal 50% al 90% in meno. A essere apprezzato però è il senso etico che si portano dietro: chi sceglie di indossarli rinnega lo sfruttamento nelle miniere africane

Di Giulia Diamanti _ Per sempre e per tutti. Il prodotto oligarchico per eccellenza cede al fascino democratico e si fa indossare senza far piangere il conto corrente. Il migliore amico delle donne, come cantava Marilyn, allarga il suo cerchio di amicizie trasformandosi da prodotto di élite a merce alla portata di chiunque. La popolarità dei diamanti sintetici continua a crescere e secondo la stima Frost & Sullivan, se nel mercato delle pietre dure il solitario artificiale rappresenta solo il 3%, nei prossimi due anni arriverà all’8%. A discapito del diamante naturale, che nell’arco di 10 anni – dal 2006 al 2016 – ha visto una decrescita del 24%. Non c’è da sorprendersi se grazie all’aumento della produzione, alla diminuzione dei prezzi e all’immagine etica costruita attorno al sintetico, la preziosità del naturale, insita nella sua rarità, cade in secondo piano. Rispetto al solitario, la pietra costruita in laboratorio costa dal 50% al 90% in meno pur avendo la stessa composizione chimica e risponde meglio ai temi etici e ambientali. Per ogni diamante indossato dobbiamo mettere in conto un buco permanente nel terreno e fiumi di carburante impiegato per i trasporti, tra aerei e montacarichi. Per evitare poi di acquistare una pietra macchiata col sangue di minatori bambini ridotti in schiavitù dai trafficanti, mettersi al dito un diamante sintetico sembra l’unica scelta possibile. Dunque artificiale sia, sì. Ma come? Bastano un po’ di idrogeno, un’aggiunta di carbonio, un macchinario di precisione, un po’ di energia elettrica e il diamante è fatto. Con la tecnologia CVD, chiamata deposizione chimica da vapore «le onde elettromagnetiche scindono il carbonio e l’idrogeno di cui il metano è composto – spiega la direttrice responsabile

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del Laboratorio di analisi dell’Istituto Gemmologico Italiano, Loredana Prosperi - Sotto c’è una “piastra” calda dove si trovano dei piccoli cristalli di diamante. Il carbonio, che si è diviso, si muove in direzione dei cristallini e fa accrescere il minerale». Esiste anche la possibilità di riprodurre in laboratorio le pressioni e le temperature che si verificano in profondità nel sottosuolo: «Con il metodo HPHT (alta pressione ad alta temperatura), la polvere di grafite, la cui composizione è identica al diamante, perché è formata solo da carbonio, viene ridotta a stato liquido all’interno di una lega metallica di ferro e nichel. Si procede poi con il raffreddamento ad alta pressione (80 mila volte la pressione atmosferica, che è la stessa che c’è all’interno della Terra quando si forma un diamante) che permette la cristallizzazione» chiarisce Prosperi. Le prime sintesi di diamanti risalgono agli anni ’50 e venivano realizzate solo per studio. Complice il miglioramento delle tecnologie, i costi di produzione sono calati e il prodotto è entrato in commercio a un prezzo piuttosto basso: possiamo trovare diamanti a 800 euro al carato, che diventano 400 per mezzo carato, dunque 200 per un quarto di carato. «Abbiamo analizzato diamanti sintetici anche 20 anni fa, ma erano pochissimi e realizzati a fini di studio. Solo negli ultimi tre anni ci siamo imbattuti in pietre commercializzate» racconta la direttrice, che prosegue «I diamanti sintetici che adesso arrivano in laboratorio per essere analizzati sono meno dello 0,1%, ma è una tendenza destinata a crescere, specie dopo che De Beers ha cominciato a commercializzare negli Stati Uniti una linea sintetica». Il grande gruppo americano che si occupa del rinvenimento di diamanti ha deciso di modificare la celebre pubblicità inventata nel 1947 – un diamante è per sempre – per riadattarla al nuovo marchio di gioielli,


BENI RIFUGIO

INVESTIMENTI

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IN LABORATORIO

Diamanti per la Ricerca scientifica Esiste un posto in Italia in cui i diamanti sintetici non vengono fabbricati per farne collane e anelli, ma per scopi scientifici. È il Centro Enea di Frascati dove il team di ricercatori diretto dal prof Ugo Besi Vetrella, è capace di creare un sintetico in laboratorio. Si è scoperto che questo materiale ha delle applicazioni nel campo dell’elettronica, del settore biomedico e in quello dei dispositivi per rilevazioni di radiazioni. Strumentazione elettronica, tipo transistor a effetto di campo, o rivelatori di radiazioni al diamante sono molto efficaci, perché più resistenti ad alte temperature e alle radiazioni rispetto ai materiali comunemente usati fin ora. Si stanno inoltre studiando

le reazioni vettoriali dei nanocristalli di diamante per determinati medicinali o per tipi di diagnostiche. Ma perché preferire un diamante sintetico a uno naturale? «Un diamante artificiale è più diamante di uno naturale, nel senso che è più puro – ci spiega il fisico Vetrella -Ottenere un cristallo di grandi dimensioni con una composizione perfetta è impossibile in natura. Essendo quello del diamante naturale un processo casuale è difficilissimo trovare due pietre che si comportano nello stesso modo. Se produco due dispositivi, come dei semplici rivelatori di radiazioni, usando due diamanti naturali, difficilmente avrò lo stesso tipo di risposta. La riproducibilità è fondamentale in laboratorio».

rigorosamente artificiali. Diamanti identici a quelli formatisi a 200 km di profondità ed estratti dalle miniere, ma prodotti in laboratorio. Praticamente indistinguibili a occhio nudo, i sintetici si riconoscono solo dopo un’attenta analisi spettroscopica, perciò è impensabile classificarli come si fa con i naturali. Le quattro caratteristiche (peso o carato, chiarezza, colore, taglio) che determinano il valore di un diamante hanno senso solo se applicate a un naturale, mentre per un prodotto di laboratorio basta sapere come è stato tagliato e quanto pesa. Anche se entrambi dureranno per sempre sono in molti a pensare che i diamanti sintetici non comprometteranno il valore di quelli naturali: «Il diamante è un materiale che si forma in natura in migliaia di anni e in determinate condizioni. Una pietra realizzata in laboratorio in poche settimane non può competere con il fascino del naturale – afferma Prosperi - Oggi un pomodoro posso crearlo con una stampante 3d, ma se devo mangiarlo ho bisogno della pianta». I diamanti naturali sembrano tutti uguali, un po’ come le impronte digitali delle persone, eppure ognuno di noi lascia un segno diverso dall’altro. Allo stesso modo queste pietre preziose hanno delle singolarità che le rendono uniche. Lo stesso non si può dire dei sintetici: «La pietra artificiale ha aperto nuove opportunità commerciali, ma anche di indossabilità per un’utenza più grande – spiega Donatella Zappieri, consulente del gioiello, che tiene seminari in università a Milano e Ginevra - il diamante sintetico risponde inoltre ad esigenze di filiera ecosostenibile». Possiamo dirlo: il diamante è ufficialmente entrato nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

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Big Pharma, mini-ricerca Un mercato che fattura oltre 437 miliardi e che vede l’Italia al primo posto in Europa Di Caterina Spinelli «Il nostro sogno è inventare farmaci per gente sana», diceva Henry Gadsen direttore dell’azienda chimica e farmaceutica Merck. In fondo è risaputo: anche le case farmaceutiche sono aziende e come tali per produrre hanno bisogno di guadagni. Gli ingenti ricavi di questo settore rendono però l’industria farmaceutica un vero business globale di dimensioni gigantesche. «I guadagni delle imprese farmaceutiche sono un po’ come l’età di Ave Ninchi, un mistero», ha detto Massimo Bustreo, coordinatore del Master in Management Sanitario per le Funzioni di Coordinamento. Eppure soltanto nel 2017 le dieci più importanti aziende al mondo che producono farmaci hanno generato un fatturato di 437.26 miliardi di dollari (circa il 40% della quota di mercato globale). Una cifra ben superiore al pil della maggior parte dei paesi di tutto il continente europeo e che entro il 2020 potrebbe raggiungere i 1.400 miliardi. Ad accaparrarsi una sostanziale fetta di questo mercato (il 37%) è il Nord America, seguito dall’Europa occidentale, che ne detiene il 20%. Tra i paesi europei l’Italia è il primo produttore farmaceutico. Dopo aver superato

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la Germania, il nostro Paese ha raggiunto un pagato di più. La convenienza, per gli esporfatturato di 31.2 miliardi di euro, di questi il tatori paralleli, è data dal prezzo stabilito da79% (24.8 miliardi) è destinato all’export. Ma gli accordi tra Aifa (Agenzia italiana del faril settore interessa anche altri aspetti. Sono maco) e le case farmaceutiche sulle medicine circa 200 le aziende italiane con un dato oc- rimborsabili. Prezzo che per Italia, Spagna e cupazionale che interessa almeno 64 mila Grecia – tutti paesi afflitti dalla carenza – è dipendenti, tutti con un buon stipendio. Il tra i più bassi in Europa. mondo Pharma - così è definito il cartello che «I medici hanno un ruolo importante e periunisce tutte le più grandi multinazionali del ricoloso perché sono loro a decidere quali farmaco - è il secondo settore in cui gli addet- farmaci prescrivere. Questo fa sì che spesso ti ai lavori guadagnano di più, preceduto solo le imprese farmaceutiche paghino i medici, dagli impiegati di banca. La stima è di una affinché vendano i propri prodotti. Per quemedia di 40.000€ all’anno lordi, ben oltre la sto motivo Codacons ha chiesto di rendere media nazionale. noti ai cittadini i rapporti tra i camici bianchi Non tutti però credono nei operanti in Emilia Romagna e buoni intenti della farmaceule aziende farmaceutiche. Potica. «Spesso l’idea di busitrebbe essere una soluzione I guadagni delle ness delle case farmaceutiche ideale per tutti», ha riferito il supera l’intento di proporre case farmaceutiche coordinatore del Masa (Mauno strumento medico. L’oster in Management Sanitario sono un po’ come biettivo economico guida per le Funzioni di Coordinacosì molte delle loro scelte mento). Un lungo elenco di l’età di Ave Ninchi, commerciali, distributive ed prodotti assenti nel nostro un mistero. etiche – ha continuato BuPaese come l’antidepressivo streo – la Federazione delle duloxetina, e l’antiepilettico Massimo Bustreo associazioni degli informatolevetiracetam. Tutte mediciri scientifici del farmaco e del ne con un ampio differenziale parafarmaco ha già denunciato una distor- di prezzo tra l’Italia e i paesi del centro e nord sione del mercato in corso da qualche anno, Europa. Il timore è che simili differenze tolper cui i medicinali vengono esportati verso il gano ogni freno all’export facendo precipitare Nord Europa». Sotto accusa è il mercato pa- l’Italia nella carenza sistematica di questi merallelo, considerato il principale responsabile dicinali. Il nostro Paese infatti ha prezzi medella scarsità di medicinali in circolazione. diamente del 25% più bassi rispetto alla GerGrossisti, grandi farmacie e a volte perfino mania, del 10% rispetto alla Francia, del 7% ospedali hanno così la possibilità, del tutto rispetto alla Gran Bretagna. Una divergenza legale, di rivendere i farmaci in altri paesi di spesa che ha fatto dell’export una gallina dell’Unione europea dove il prodotto viene dalle uova d’oro.


BENI RIFUGIO

INVESTIMENTI

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Garattini: la colpa? Fisco e burocrazia Nell’ultima Legge di Bilancio il governo ha destinato più di 3 miliardi di euro all’innovazione scientifica. Ma, come spiega il presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri, i fondi per il progresso in realtà sono molti meno

Di Luca Palladino _ Quanti sono i soldi utilizzati per la ricerca scientifica? Nell’ultima Legge di Bilancio, il governo gialloverde ha varato circa 3,31 miliardi di euro alla voce Ricerca e Innovazione, con un aumento superiore del 10% rispetto al bilancio 2018 che versava 2,97 miliardi. Però questi «sono soldi congelati se non osserviamo i parametri europei fino a luglio – come afferma lo scienziato Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri – e sono anche diminuiti di 400 milioni i fondi alle università». Un ruolo fondamentale negli investimenti per la ricerca scientifica, il 10%, arriva dalle donazioni degli italiani ad associazioni non profit grazie al 5 per mille. Che poi a dire il vero «non è più il 5 per mille – dice Garattini – perché è stato messo un tetto sul totale. Da noi c’è una riduzione fiscale molto piccola, quindi, chi vuole investire nei privati, piuttosto che nello Stato, non lo può fare. Un cambiamento della legge sarebbe dunque un grande incentivo». Di questi 300 milioni provenienti dalle Onlus, 102 arrivano dalla Fondazione Airc per la Ricerca sul Cancro, definita da Garattini «l’unica cosa che abbiamo a disposizione in Italia per i tumori». Altri 30 milioni derivano da Fondazione Telethon, specializzata invece nella ricerca sulle malattie genetiche rare, come i 7 dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla o i 2 della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica, che sempre secondo Garattini «potrebbe fare moltissimo se avesse possibilità di raccogliere più fondi». Per quanto riguarda gli investimenti nel settore della ricerca scientifica, il nostro Paese è dunque ancora molto indietro rispetto ad altri Stati europei. «La situazione è disperata – prosegue Garattini – perché nonostante

abbiamo un po’ più della metà dei ricercatori dell’Unione Europea ci ritroviamo praticamente con meno possibilità degli altri paesi di accedere ai fondi. Abbiamo molta più burocrazia e al momento non ci sono prospettive». L’avanzamento scientifico e tecnologico, frutto della ricerca di base e applicata, dovrebbe costituire lo sviluppo del nostro Paese, stimolandone economia, benessere e crescita. Nonostante il disinteresse politico e le poche risorse, l’Italia è comunque una realtà di tutto rispetto nel panorama scientifico internazionale con diverse eccellenze. Anche secondo la rivista Nature, siamo il Paese europeo che più ha incrementato il proprio contributo, circa il 10%, nelle scoperte scientifiche più citate al mondo. Il vero problema, come riporta Garattini, è che «in questo paese si pensa che la scienza sia una spesa anziché un investimento. Eppure nel lungo termine solo la ricerca può determinare prodotti dall’alto valore aggiunto». D’altronde, in Italia non esiste nemmeno un budget pluriennale stabile e adeguato nel lungo periodo, anche sotto diversi esecutivi. Basti pensare che i bandi sui progetti ministeriali per la ricerca di base riservata agli universitari, non sono nemmeno stati presi in considerazione dal governo gialloverde. «Allo stato attuale non posso essere ottimista – conclude Garattini – perché non vedo nessun passo verso la ricerca. Ci vorrebbe insomma una grande presa di posizione, un salto di qualità, come per esempio raccogliere un paio di miliardi aumentando le tasse sulle sigarette. Basterebbero uno o due euro in più per avere quei fondi da investire nella ricerca e fare qualcosa di più rispetto a ciò che facciamo oggi». L’Italia deve insomma lavorare ancora tanto sull’argomento. Perché se si vuole progredire, non si può fare a meno della ricerca scientifica.

LO SCIENZIATO. In alto Silvio Garattini, presidente e il fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri

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Cinema, il bello viene Cast, regista, pubblicità: gli investimenti più noti per la produzione di un film. Ma spesso non sono queste le spese più onerose per una nuova pellicola

Di Andrea Bonafede _ Il cinema, a seconda di chi lo definisce, è un’arte, un business, lo specchio della realtà, una forma di intrattenimento. Sicuramente è una struttura economica complessa e stratificata, che coinvolge persone e personalità diverse nella realizzazione di un suo prodotto e comporta una serie di costi, alcuni dei quali prevedibili e altri meno noti. Quando si parla di un film e delle sue spese, di solito il primo pensiero va al cast, specialmente se composto da star, piuttosto che ai collaboratori più importanti (direttore della fotografia, scenografo), al regista, alla campagna marketing. Questi rappresentano solo una parte, seppur significativa, dei costi che la struttura cinematografica deve sostenere. Un film, in realtà, è composto da spese sommerse che concorrono in ugual misura a far lievitare il suo budget e che spesso non vengono prese

SCATTI DAL SET In alto a sinistra il set di un film in una strada chiusa al pubblico, al centro una scena di Apocalypse Now, a destra in alto Avatar, sotto a destra La stanza del figlio.

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in considerazione. «Soprattutto quando un film può avere dei fondi importanti e richiede riprese in esterni, uno dei costi principali è il pagamento al Comune, alla Regione o alla Provincia per l’occupazione del suolo pubblico», spiega Riccardo Caccia, docente di cinema della IULM. «Questo vale sia se, per esempio, una strada deve essere chiusa al traffico, sia nel caso di una scena di un film in costume che prevede che quella strada sia camuffata in modo da renderla simile a come era storicamente nel passato». La decisione di girare in luoghi esterni agli studi cinematografici può seguire sia un’esigenza logistica sia una scelta artistica. Specialmente in questo secondo caso, i costi di una pellicola possono lievitare in maniera notevole e per motivi imprevisti. Un esempio celebre in questo senso è La stanza del figlio di Nanni Moretti. «Questo regista – racconta il professor Caccia – tende a far durare le riprese a lungo, perché lavora in maniera piuttosto curata sulle sue opere. Questo film era prevalentemente ambientato in interni, in un appartamento. La struttura era realmente abitata da una famiglia e quindi la produzione ha pagato i proprietari in maniera considerevole affinché questi andassero temporaneamente a vivere da un’altra parte, in quanto le riprese dovevano durare circa un mese e mezzo. La maniacalità di Moretti ha fatto sì che le riprese durassero molto di più del tempo previsto e il regista ha insistito perché fossero spesi altri soldi per permettere alla famiglia di poter stare ancora fuori casa».

IL CASO

Apocalypse Now Uno dei film più celebri i cui costi sono lievitati in maniera esponenziale è Apocalypse Now (1979), di Francis Ford Coppola. La pellicola era prodotta per buona parte da Coppola stesso, che sull’onda del successo economico dei due episodi de Il Padrino aveva fondato l’American Zoetrope, la sua casa di produzione. Il progetto, a cui il regista teneva molto, aveva un budget di partenza importante. Si scelse di girare nelle Filippine, ma sul set si verificarono diversi imprevisti. Il protagonista (Martin Sheen) ebbe un infarto, i set furono distrutti da un tifone e una delle sequenze principali del film (l’assalto con gli elicotteri al suono della Cavalcata delle Valchirie di Wagner), che richiedeva l’intervento dei mezzi dell’esercito delle Filippine, fu rimandata perché era in corso una guerriglia nel giorno in cui era previsto di girare la scena. Questi episodi comportarono sconvolgimenti importanti per la produzione: un film ha una programmazione per ogni giornata e in quel caso il piano è stato stravolto. Alla fine, a causa di situazioni inaspettate e imprevedibili, il budget del film si triplicò.


ARGOMENTO OLTRE IL CIAK

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SEZIONE CULTURA

dopo Alcuni costi di produzione di un film sono propri della nuova era del cinema, che con l’avvento del digitale ha assistito a un cambio di paradigma. «Mentre una volta – dice Caccia – il grosso degli incassi veniva dalla sala e in un tempo successivo si vendeva la pellicola alle tv e per il mercato dell’home video, oggi non è più così. Il numero degli spettatori in sala diminuisce sempre di più, ci sono altri modi di vedere i film e questo processo è cambiato. Questo aspetto della vendita a tutte le altre forme di fruizione è qualcosa che già entra nel finanziamento iniziale. Quando si concepisce una pellicola di un certo tipo, si chiede alle società di distribuzione di intervenire nei costi di produzione». Un ulteriore fattore che può far lievitare in modo rilevante il budget è la post-produzione. Nel caso di alcune produzioni, il montaggio può diventare la componente principale della spesa totale. L’esempio più celebre in questo senso è Avatar, di James Cameroon. Il film detiene il record di sempre per incassi, ma figura anche nella lista dei 10 film più costosi della storia del cinema. La particolarità di Avatar è di essere un film quasi solo di post-produzione, in quanto gli attori impiegati erano semisconosciuti e recitavano su una scenografia pressoché inesistente. Gran parte del budget per quest’opera è stato infatti utilizzato per il montaggio e gli effetti speciali.

DENVER NELLA ZECCA DI STATO. La celebre maschera di Dalì forse non ci sarà nella terza stagione.

“La casa di carta”, il fascino del denaro Prodotta in Spagna ma diventata un fenomeno mondiale, la serie tv tornerà su Netflix a luglio. Ma cosa la rende tanto unica da aver incollato agli schermi milioni di spettatori? Di Beatrice Barbato _ Cosa rende cult una serie televisiva? Il cast stellare forse? Un budget esorbitante o una trama degna di David Lynch? Per La casa di carta, consacrata nell’Olimpo di questa categoria, non è nulla di tutto ciò. «Il fascino della serie non risiede nella perfezione della struttura narrativa, ma nei personaggi che da antieroi diventano eroi – spiega Daniela Cardini, docente di Teoria e tecnica del linguaggio televisivo nella Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano – Uomini moralmente imperfetti ma che, allo stesso tempo, non hanno un danno permanente. E questo consente a noi di entrare in risonanza con loro. L’antieroe è il fulcro della grande serialità contemporanea. Penso a Walter White di Breaking Bad o ai personaggi di Gomorra». Il Professore, Tokyo, Berlino, Rio, Nairobi, sono proprio loro il cuore pulsante di La casa di carta. Riescono a dare alla serie una profondità differente dalle più tradizionali storie di fuorilegge, da Bonnie e Clyde a Coin Heist. «A trasformarli è l’uso della canzone Bella ciao – continua la professoressa Cardini – Servendosi di questo canto popolare, simbolo della Resistenza e dei partigiani, inseguono un fine condivisibile. È questo il passaggio ulteriore che li differenzia dagli antieroi classici. I cattivi sono un’altra cosa». Non fanno del male agli ostaggi e di fatto non rapinano, ma producono. «È proprio la moltiplicazione delle banconote l’idea alla base della narrazione. Se nella vita di tutti i giorni

la smaterializzazione del denaro è un’acquisizione importante, in ambito mediale la sua materialità ha ancora un fascino molto forte. Dal punto di vista televisivo e cinematografico, il denaro è un espediente narrativo, simbolo di abbondanza. La quantità si può solo vedere, non immaginare». Il successo non è stato immediato, però, per i rapinatori della zecca di Stato spagnola. La serie televisiva, ideata da Alex Pina, aveva debuttato nel maggio del 2017 sulla rete iberica Antena 3 e suddivisa in un’unica stagione. La società americana era riuscita ad acquistarne i diritti, dando alla serie una distribuzione molto più ampia. «Netflix ha operato un vero taglia e incolla sulla serie, trasformando puntate da un’ora e mezza ciascuna, in episodi da 50 minuti, suddivisi in due stagioni. È inevitabile, dunque, che ci siano dei buchi narrativi notevoli. Ci sono situazioni che non hanno una evoluzione fluida, ma ridondanze, momenti inutili, ripetizioni e trascuratezze dal punto di vista narrativo». Ma, ormai è noto, Netflix è un po’ il re Mida dello streaming. Trasforma in oro (quasi) tutto ciò che tocca. Ci riuscirà anche con la terza stagione? I fan della banda con le tutte rosse e le maschere di Dalì dovranno aspettare fino al 19 luglio per il nuovo appuntamento, questa volta prodotto interamente da Netflix. Le avventure ripartiranno proprio da dove li avevamo lasciati, lì su quell’isola delle Filippine, a sorseggiare un cocktail in riva al mare.

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|ARGOMENTO COMPRARE CON UN CLICK

Web, navigar m’è caro In Europa quasi il 70% degli abitanti si affida all’e-commerce per i propri acquisti. I colossi del web trasformano i dati degli utenti in analisi di mercato Di Mauro Manca _ Corrono sul filo dell’etere, numeri che viaggiano nell’immediatezza di uno spazio cablato. Basta un clic, la pressione di un tasto invio, un gesto abituale svolto con noncuranza. Le cifre sul conto corrente si muovono. Sono solo numeri sì, ma che nella loro freddezza sfrecciano inesorabili verso lo zero, lasciandoci più poveri rispetto a un attimo prima. Siamo dei Pollicini nel mondo del web, spargiamo qua e là le nostre tracce in modo che le aziende ci vengano a bussare, a proporci qualcosa che fino a quel momento non sapevamo di desiderare. Quello del bisogno indotto è un sotterfugio sotto le mentite spoglie della navigazione online. Siamo noi a consentire ai colossi del web di prendere le nostre cronologie e tramutarle in analisi di mercato. Ogni volta in cui accettiamo un cookie lasciamo una traccia. E se più tracce – così come gli indizi – fanno una prova, ecco che sui nostri social compaiono prodotti uguali o inerenti a qualcosa che abbiamo appena acquistato o semplicemente visionato. In Europa quasi il 70% degli abitanti si affida al mondo dell’e-commerce per i propri acquisti, una cifra destinata a crescere

così come quella di chi ne fa abitualmente uso in Italia. Nel nostro paese è previsto un incremento costante dello shopping online pari al 14% annuo fino al 2021, un’avanzata inesorabile figlia di un fenomeno ormai di uso comune tra i consumatori di ogni età. Solo nel 2018 gli italiani hanno speso complessivamente oltre 50 miliardi di euro nei siti di shopping online. «Il meccanismo dei conti mentali scatta nel momento in cui attribuiamo un valore psicologico ad una spesa», spiega Massimo Bustreo, docente di Psicologia della Comunicazione Audiovisiva all’Università IULM. «Se una spesa viene effettuata con denaro sonante, si avverte una sensazione legata al senso della separazione e della fatica legata al guadagno. Si ha una visibilità immediata di quanto costi il bene che si sta acquistando». «Nell’ultimo decennio, invece, il processo di dematerializzazione dei pagamenti non ha fatto che accrescere il distacco emotivo con la spesa effettuata, con il conseguente rischio d’incappare in compere impulsive o superflue». In altre parole, se per assicurarsi un oggetto basta un semplice clic, è più facile completarne l’acquisto senza aver ponderato a sufficienza il proprio quadro finanziario; si passa direttamente alla cassa saltando ogni passaggio valutativo. «La sottrazione del denaro – prosegue Bustreo – non implica solo una perdita del proprio potere d’acquisto». I soldi sono uno strumento che esercita un’influenza sul prossimo, permette di far fare a qualcun altro qualcosa che a noi conviene. Perdendo denaro non perdiamo semplicemente un pezzo di carta, ma perdiamo anche potere in senso assoluto». Gli smartphone e il fattore “comodità” giocano un ruolo fondamentale nello shopping sul web. Tutti i prin-

CURIOSITÀ

Fortnite e i suoi fratelli Il mondo dei giochi online è un campo minato di costi sommersi. Non importa che sia un titolo per pc, smartphone o tablet, non importa nemmeno che il download sia gratuito. Il sistema di progressione di molti tra questi videogame scaricabili è basato su microtransazioni, piccole spese volte a sbloccare un upgrade all’interno del gioco. Vuoi andare avanti nella trama? Paghi. Vuoi sbloccare attrezzature, armi o livelli segreti? Paghi. E quando davanti allo schermo si trova un minorenne, ecco che le carte di credito dei genitori cominciano a correre grossi pericoli. Un esempio su tutti è rappresentato da Fortnite, un titolo della Epic Games che nel 2018 ha generato introiti pari a 3 miliardi di dollari, una cifra superiore alle entrate di ben 29 nazioni, tra cui Antigua, Belize, e Grenada. Il 68,8% dei giocatori acquista abitualmente dei contenuti di gioco che si traducono quasi sempre in abiti o personaggi: ognuno di questi utenti spende su Fortnite una media di 84,67 dollari all’anno senza nemmeno accorgersene.

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cipali siti di e-commerce, da Amazon a Zalando, dispongono di applicazioni complete di sconti, offerte e servizi che permettono all’utente di poter completare un ordine in qualsiasi situazione o momento della giornata. L’elemento comodità incide con efficacia crescente: circa il 45% degli ordini completati online avviene tramite smartphone, una percentuale che anche in Italia supera il 30% e non accenna ad arrestarsi. Un ulteriore aspetto evidenziato dal professor Bustreo riguarda i cosiddetti “costi sommersi”: «Prendiamo ad esempio il classico brano musicale che compri al prezzo “civetta” di 0,99 centesimi. A livello psicologico, un acquisto del genere induce a effettuarne altri, proprio per l’irrisorietà della cifra. Si attiva di conseguenza un sistema di costi sommersi, facilitato da una dissonanza cognitiva tra il valore alto che si dà a ciò che si acquista e quello basso che si attribuisce alla cifra pagata».


ARGOMENTO GIOCO D’AZZARDO

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SEZIONE SOCIETÀ

LA STORIA

Leggi e regole: tutte le tappe FINO AL 1992 L’azzardo è regolamentato perché considerato attività ad alto rischio. Con i governi Amato e Ciampi gli esecutivi promuovono il gioco d’azzardo per usarlo come leva fiscale.

2003-2009: GOVERNI BERLUSCONI

Gli incassi. Nel 2017 lo Stato ha guadagnato 9,8 miliardi dall’imposizione fiscale sul gioco d’azzardo

Il banco vince sempre Le possibilità di guadagnare giocando d’azzardo sono scarse, eppure tantissima gente ci prova. Ma perché sbancare è cosi difficile? Ce lo spiega la matematica dere e quindi sta poi alla persona decidere se ne vale la pena e il teorema dei grandi numeri che permette di stabilire con estrema preLa probabilità di vincere al Superenalot- cisione cosa succederebbe se uno giocasse, to è 1 su 622.614.630. Insomma, è molto più ipoteticamente, per tutta la vita o se giocasse probabile che il polpo Paul abbia indovinato tutti i giorni per un anno». il risultato di otto partite di fila ai Mondiali Riprendiamo un esempio dalla Legge del perdi Russia o che in un casinò siano usciti 26 dente di Benuzzi: un gioco con un dado dove, neri consecutivi (successe a Montecarlo nel senza pagare nulla per poter giocare, se esce 1913). Per gli altri giochi d’azzardo i numeri 1 si vincono 5 euro, se escono 2 o 3 o 4 o 5 sono simili. Insomma se vincere non è impos- si vince 1 euro, se esce 6 si perdono 10 euro. sibile, certamente è molto imConverrebbe giocare? Ci vieprobabile. Eppure gli italiani ne in aiuto la probabilità che, Il gioco d’azzardo nel 2017 hanno sacrificato in ricordiamo, è il rapporto tra nome di questa improbabilità casi favorevoli e casi possibisi basa su modelli 101,8 miliardi di euro. Anali. Quelli possibili sono 6. La matematici semplici, possibilità di perdere è una lizzando la natura profonda dell’azzardo si scopre però un sola quindi ci sono 1/6 di posche si studiano insperato antidoto all’azzarsibilità di perdere giocando. a scuola dopatia: la matematica. I casi favorevoli sono cinque «La cultura matematica di un quindi la probabilità di vincepaese è correlata alla spesa in re è 5/6. Quindi vincere è più gioco d’azzardo» spiega Federico Benuzzi, probabile che perdere e perdere è improbamatematico, autore di La legge del perdente. bile. Perciò, avendo in tasca 10 euro che non La matematica come vaccino contro l’azzardo- si sa come spendere, giocare un paio di volte patia «più c’è conoscenza e cultura della ma- potrebbe persino convenire. Ma se il numetematica meno si spende in azzardo perché la ro di giocate è esiguo la matematica non può gente è più consapevole». Il gioco d’azzardo determinare precisamente quanto si vince o infatti si basa su una serie di modelli matema- si perde. Lo può fare su cifre più grandi. Se tici ricorrenti. «Due in particolare», continua giocassimo 1000 volte quante volte potremBenuzzi, «uno che permette con semplicità mo vincere la cifra più alta (5 euro)? La ridi calcolare la probabilità di vincere o di per- sposta è 4 volte su 6 perché 5 x 1/6 x 1000 + 1 Di Giulia Galliano Sacchetto _

Vengono installate 350 mila slot machines e proliferano i Gratta e Vinci. Per la legge le slot sono gioco lecito perché insieme all’elemento aleatorio c’è l’abilità del giocatore (art. 110, comma 6 del Tulps, testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza). Con il terremoto dell’Aquila Berlusconi dà il via libera alle videolottery (Vlt) e ai casinò online con il pretesto di raccogliere soldi per l’emergenza.

2010-2019: REGOLAMENTAZIONE La percezione del gioco d’azzardo cambia e si moltiplicano divieti e restrizioni. L’ultimo, con il Decreto Dignità del governo gialloverde, che vieta la pubblicità dell’azzardo su tutti i mezzi di comunicazione e la sponsorizzazione di squadre sportive da parte dei grandi player dell’azzardo.

x 4/6 x 1000 – 10 x 1/6 x 1000 = - 1/6x 1000 quindi si perderebbe in media 1/6 di euro ad ogni lancio. Il 1000 è un numero indicativo ma il ragionamento vale per qualunque cifra grande. Il -1/6, invece, è una caratteristica del gioco: quanto più esatto nel suo valore tanto più cresce il numero di giocate. Si chiama vincita media attesa. Questo si lega alla teoria dei grandi numeri e al concetto di rendimento (o payout) dei giochi d’azzardo, che è la percentuale teorica di vincita offerto da un gioco in rapporto alla cifra giocata. La roulette in questo senso è uno dei giochi più affidabili avendo un payout del 97,3%. Quindi il gioco restituisce in media 97,30 euro ogni 100 giocati. Applicando il teorema dei grandi numeri, se giocassimo alla roulette tutti i giorni di tutta la vita alla fine avremmo guadagnato il 97% della cifra giocata. Quindi avremmo perso. Poco, ma avremmo perso. Tutto l’azzardo funziona così: giocare costa poco o nulla e sembra che sia più facile vincere che perdere ma la vincita media attesa è negativa (nell’esempio sopra si vince in 5 casi su 6 ma ad ogni giro si perde un 1/6 di euro) oppure si promettono vincite enormi ma praticamente impossibili (cioè la vincita grossa capita ma a qualcun altro, non a te). Come diceva il drammaturgo Wilson Mizner «Il gioco d’azzardo è il miglior modo per ottenere nulla da qualcosa»

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EVENTI

Sul palco si parla di denaro

Liliana Segre in IULM Durante l’ultimo incontro per il ciclo La nostra Europa il 6 maggio, la Senatrice a vita testimonia l’importanza di non dimenticare. E di agire, pieni di coraggio

Di Corinne Corci _ Era il 18 settembre del 1938. Da piazza Unità d’Italia a Trieste, l’antisemitismo veniva instaurato come fondamento dell’ideologia di regime. Quel momento e le sue conseguenze, Liliana Segre li fissa in un preciso fotogramma: «L’inchiostro nero della firma del re sulle leggi razziali era un unico filo, che man mano si era ingrossato ed era diventato una rotaia che portava ad Auschwitz». Termina così il ciclo di incontri del Laboratorio delle Idee a cura del professor Mauro Ceruti, per il 50° anniversario della fondazione dell’Ateneo, che ospita le parole profonde di Liliana Segre in una lectio magistralis Contro l’indifferenza. Si tratta dell’ultimo dei tre incontri nell’ambito della Masterclass de La nostra Europa, voluta dal rettore Gianni Canova sin dal suo insediamento lo scorso novembre. Segre, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, è la senatrice a vita nominata da Mattarella che si è astenuta dal voto di fiducia al governo Conte, con un discorso in cui affermava che si sarebbe opposta «con tutte le energie che mi restano» a nuove leggi discriminatorie nei confronti dei rom.

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«Mi fa paura quella parola che mi faceva paura anche allora: indifferenza», la stessa che ha voluto scritta a grandi caratteri al binario 21 della Stazione Centrale di Milano dedicata alla memoria della Shoah. «L’indifferenza è stata colpevole allora perché non ci si poteva difendere da quanti voltavano lo sguardo dall’altra parte. Si cerca di difendersi da chi è violento, ma non da chi fa finta di non vederti e di non vedere». Ciò che è proprio anche del nostro tempo, di chi potrebbe fare qualcosa e invece finge che non accada niente. Per questo Liliana Segre continua il suo viaggio tra scuole e università, lei che a otto anni venne cacciata dai banchi: «Ho sentito le grida, i pianti e oggi ho il compito di testimoniare. Altrimenti i sei milioni che non sono tornati moriranno ancora tutti i giorni, nell’indifferenza generale». Liliana Segre è nata a Milano nel 1930, in una famiglia ebrea. Deportata ad Auschwitz-Birkenau all’età di 13 anni, è tra i soli 25 bambini (su 776) sopravvissuti al campo di concentramento. Nel 1990 ha iniziato a raccontare la sua esperienza nelle scuole italiane, ricevendo numerosi riconoscimenti e onorificenze per il suo impegno di testimone.

_ C’era una volta L’opera da tre soldi di Bertold Brecht, attacco a una società capitalista ritratta come una vera banda di delinquenti. Ma se già dalle arie liriche il teatro, da sempre indagatore degli animi del tempo, ha permesso di riflettere sulle insidie del denaro, continua certo a farlo ora. Da una simile premessa nasce la pièce Sold…out, l’altra faccia del denaro, spettacolo teatrale tenuto dalla compagnia Teatro Pedonale accanto ad alcuni studenti IULM, in Auditorium il 9 maggio. Il soggetto, scritto e ideato dal professor Massimo Bustreo, docente di Psicologia del turismo all’Università IULM, insieme a Francesco Tagliabue, narra le vicende di quattro ex dipendenti di una banca fallita, licenziatisi poiché venuti a conoscenza delle vertiginose operazioni di tecno finanza attuate dall’Istituto di credito. Giunti su un’isola deserta, si fanno protagonisti di un vero percorso di ragionamento: volto a sensibilizzare il mondo intero sulla condizione contemporanea di chi ha a che fare con il denaro. Lo spettacolo, diretto da Adriana Bagnoli e coprodotto da IULM e dalla “Fabbrica di lampadine” di Giampaolo Rossi, è preceduto dal teaser Pagherà con comodo sul sito dell’Università.


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IULM SPOT

UNIVERSITÀ

Graduation day alla IULM _

Di Alessandro Follis

Open Day: Lauree triennali _

Tempo di sorrisi e di lacrime di gioia. Il 22 e il 23 luglio infatti, si celebreranno i Graduation Day, una vera e propria cerimonia collettiva dove tutti i laureandi di alcune facoltà dell’Ateneo riceveranno il diploma e festeggeranno insieme la fine di un percorso che sarà, allo stesso tempo, l’inizio di qualcosa di più grande e di un promettente futuro. Dopo aver sostenuto nei giorni precedenti la discussione della loro prova finale alla presenza dei rispettivi relatori, i giovani neo laureati festeggeranno così il nuovo traguardo insieme ad amici e parenti emozionati quanto loro. Il 22 luglio toccherà alle Facoltà di Interpretariato, traduzione e studi linguistici e culturali e a quella di Arti, turismo e mercati; mentre il giorno successivo sarà il turno di Comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità. Quale eccellenza tra le scuole italiane, l’Università IULM forgia i creativi e comunicatori di domani, con particolare attenzione a fondere l’anima economico – manageriale con quella umanistica. Un’idea di scuola che esce dalle aule e getta i suoi alunni nella pragmatismo della vita lavorativa, fornendo loro le competenze necessarie e gli strumenti utili a cavalcarne le onde.

La IULM apre le porte ai futuri studenti con gli Open Day delle lauree triennali. Oltre a sabato 18 maggio, l’evento si svolgerà anche martedì 9 luglio dalle 9 alle 14 e saranno i presidi delle relative facoltà a presentare i vari corsi di laurea in Auditorium alla presenza del rettore Gianni Canova. Presente in università anche un Infopoint per avere maggiori informazioni sui servizi, così come 40 tra tutor e studenti che portano la loro testimonianza diretta.

Open Day: Magistrali e Master _ Presentati in IULM i sei corsi di laurea magistrale giovedì 9 maggio dalle ore 10. Tra questi, due si svolgono interamente in lingua inglese: Hospitality and Tourism Management e Strategic Communication. Tutte le presentazioni sono disponibili in diretta streaming. E’ invece martedì 14 maggio l’appuntamento per vedere illustrata l’intera offerta formativa dei Master ed Executive Education. I 25 corsi vengono presentati in IULM 1, nelle aule 151, 157, 158 e nell’Aula Seminari, attrezzata anche per la diretta streaming. L’intensa giornata prende il via alle ore 10 e termina in serata, con l’ultima presentazione prevista per le 18.30.

UNIVERSITÀ

Ricordare il passato per immaginare il futuro _ Una mostra interattiva, “IULM 50 – Eredità e futuro”, per ripercorrere i 50 anni di vita dell’Ateneo attraverso l’esposizione di documenti originali, video e slide show. Dopo l’inaugurazione di martedì 7 maggio alle 18.30, l’esibizione rimarrà aperta almeno fino a settembre. La sede che ospita l’installazione è l’Exhibition Hall, all’interno dell’edificio IULM 6. Al piano terra la narrazione è articolata in otto aree tematiche: Testimoni, Lauree honoris causa, Sedi, Comunicazione, Mostre, Eventi, Produzioni, Relazioni internazionali. Una serie di approfondimenti sono invece sviluppati al piano superiore dello spazio espositivo. Lo scopo della mostra, a cura del rettore Gianni Canova, è ricordare i passi che hanno portato all’evoluzione dell’università IULM, dalla sua fondazione nel 1968 come Istituto Universitario di Lingue Moderne alla sua affermazione attuale a livello italiano e internazionale come Università della Comunicazione. L’obiettivo è di far ritrovare tutti, da chi era presente allora a chi è appena entrato, proponendo documenti d’archivio del secolo scorso, insieme a progetti fotografici, audio e video. Quello che viene esposto contribuirà poi alla formazione dell’Archivio digitale di Ateneo, attualmente in corso di realizzazione.

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Non sono macchinette Ottocentomila distributori automatici installati in Italia, prima in Europa. 3,5 miliardi di euro di fatturato annuo. 11 miliardi di consumazioni. Principale produttore mondiale di distributori automatici (70% di export). Bevande, snack, caffè, ma anche non-food (in rapida crescita) come accessori per telefonia, prodotti per l’igiene personale e parafarmacia. (Fonte: CONFIDA, Associazione Italiana Distribuzione Automatica)

Marco Capovilla fotogiornalista e docente al Master in Giornalismo IULM

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MasterX - maggio 2019  

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