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L’eclettico e inconfondibile

Massimo Masini: “Fotografare le persone ti permette di scoprire l’umanità ed anche se solo per un attimo ti illude di poterlo fare in modo assoluto”. di Amerigo Bruni

18 fotografare | giugno 2015


C

ome ti sei avvicinato alla fotografia? A dire il vero non so individuare nella memoria un vero e proprio momento di avvicinamento alla fotografia. Da sempre ho utilizzato le arti visive per esprimermi, per raccontare e per “osservare” condividendo. L’ho sempre avvertita come una cosa naturale e un linguaggio istintivo, un po’ come gesticolare o come parlare. u Qual è stato il tuo primo apparecchio fotografico? E’ divertente pensare al primo strumento scelto, penso sia una domanda molto interessante perché sapere con quale macchina hai cominciato a scattare aiuta a comprendere che tipo di concezione si sia andata a maturare circa la “creazione” dell’immagine, circa il suo significato più profondo e la sua essenza. Se intendi il mio primo apparecchio fotografico in assoluto, cioè non professionale, ma quello con cui cominciai a scattare da bambino credo sia stata una Hermes 110, una piccola scatolina di plastica nera che scattava su pellicola 16mm. Ricordo che montava i flash a consumo, si attaccavano al contatto ed avevano circa 10 lampi. E’ molto divertente ed emozionante ripensarci oggi. L’ho ritrovata proprio poco tempo fa in una scatola di vecchi ricordi. La macchina con cui ho cominciato professionalmente invece è stata una Mamiya 645. u In che modo hai appreso la tecnica? Hai iniziato in analogico? Non facevo altro che scattare, quando cominciavo a “pretendere” di più dai miei scatti sbagliavo, perché, dirlo oggi sembra incredibile ma ci fu un tempo in cui le fotografie si sbagliavano, e quando lo si scopriva era troppo tardi. Quindi poi cercavo il motivo degli errori, studiavo tecniche, trucchi e ne escogitavo dei miei. Poi grazie a mio nonno, regista ed autore cinematografico, ho avuto la fortuna di incontrare il mio maestro e mentore Maurizio Dell’Orco, direttore della fotografia, artista di grande valore e generosità. Con lui ho cominciato ad imparare a lavorare sul campo a conoscere i supporti ed i segreti e le regole della luce. E’ stato un percorso davvero duro ma ritengo molto formativo, composto da molti fattori che riuscire a mettere insieme è un’enorme fortuna. Per quanto riguarda, invece, la creatività… beh ritengo non

esistano posti o tecniche per impararla. Ciò premesso avrai ben capito che sono “nato” in analogico e lo sono ancora anche se per necessità mi sono adeguato a dover ragionare spesso in digitale a volte anche con discreto successo! Penso che l’analogico non sia solo un metodo fotografico, televisivo etc. ma sia una sorta di forma mentis che infonde qualcosa di speciale… se sei analogico sei “analogico” anche nel modo di osservare il mondo. Per rimanere in ambito fotografico, credo che sia stata la pellicola più che le macchine fotografiche a sedurmi. Mi ha sedotto l’idea di poter parlare piazzando ciò che volevo in quel quadratino di gelatina, mi affascinava anche toccarla, sceglierne le sensibilità in base alle esigenze, l’idea di trasformare qualcosa di “vuoto”, di vergine, in qualcosa di diametralmente opposto, pensa a quanto poco potessero valere o significare i rulli di pellicola che utilizzarono Bert Stern prima di fotografare Marylin nuda o Joel Brodsky prima di immortalare Jim Morrison con le braccia aperte e quanto invece gli stessi dopo siano diventati veri pezzi di storia e di cultura. u Come hai scelto il genere di fotografia che pratichi abitualmente? Se proprio devo canonicamente considerare l’esistenza di generi precisi e distinti in fotografia, credo che ti ci trovi e basta, un po’ lo scegli tu un po’ vieni scelto. Se ci fosse qualcuno che mi dovesse etichettare forse lo farebbe come ritrattista o come fotografo talvolta di moda, non so… Sinceramente non mi sono mai troppo preoccupato di collocarmi in un genere, forse ho sbagliato, ma ho sempre pensato che farlo possa in qualche modo contaminare la creatività. E’ sicuramente uno strumento ed una necessità per ben vendersi ma non credo lo sia per scattare. Mi reputo un ricercatore ed un osservatore di “gente speciale”. Quando io scatto io non faccio altro che vedere, guardare, scoprire per me e per conto di chi osserverà la mia immagine… E’ molto semplice vedo e condivido, contestualizzando a mio modo ne più ne meno, si tratta di visioni, il concetto è talmente semplice da poter apparire molto complesso. Fotografare le persone ti permette di fotografare e scoprire l’umanità ed anche se solo per un attimo ti illude di poterlo fare in modo assoluto. Si crea sempre qualcosaq

Marina Ami @ Major Milano

giugno 2015 | fotografare 19


“Quando io scatto io non faccio altro che vedere, guardare, scoprire per me e per conto di chi osserverà la mia immagine… E’ molto semplice vedo e condivido, contestualizzando a mio modo né più né meno, si tratta di visioni, il concetto è talmente semplice da poter apparire molto complesso.”

Michele Burke

20 fotografare | giugno 2015

di unico tra me ed i soggetti che ritraggo, siano essi modelle, attori, gente comune o personaggi di altro tipo. Credo che posare sia un atto di grande fiducia, chiunque posi per un attimo si arrende si concede, e chi scatta sotto un certo punto di vista fa la stessa cosa. u Raccontaci la tua evoluzione professionale. Quello che tu chiami evoluzione professionale è un argomento molto importante e delicato. Si tratta, come sempre accade nella vita, di fare delle scelte ben precise che abbiano un filo conduttore, un senso ed una coerenza. Personalmente credo di aver fatto sin dall’inizio, e spesso ancora oggi, delle scelte molto coraggiose a volte addirittura un po’ folli, sempre alla ricerca della crescita ed, appunto, della evoluzione. Oggi questo certamente ripaga ma all’inizio, a solo vent’anni e nessuna famiglia milionaria alle spalle, mettere la crescita professionale e la qualità prima del mero guadagno economico è stata davvero dura. Ho cominciato scattando per agenzie di cinema e di moda. Spesso per i book di cinema, che richiedono il bianco e nero, oltre a scattare sviluppavo i negativi e stampavo. Da lì, grazie anche a manager del marketing e della comunicazione, come Stefano Soranzo, che hanno incondizionatamente creduto in me, sono poi cominciate ad arrivare le prime commissioni per la pubblicità, la moda e poi anche per l’editoria prima in Italia ed in seguito anche all’estero. Oggi mi sento in piena fase evolutiva forse lo sono ora più che mai, ho molto da vedere, molto da fare, molto da dire. u Parlaci di alcuni tuoi lavori che giudichi più importanti. Sono molti i lavori importanti, quelli che oltre a darti il pane ti veicolano verso gradini superiori. Spesso la capacità dell’artista sta nel saperli riconoscere e non lasciarli sfuggire. Sicuramente agli inizi per me lo sono state le prime campagne pubblicitarie che, oltre a proiettarti verso un pubblico piuttosto vasto, ti addestrano a gestire il fattore creativo anche con quello logistico ed organizzativo. Avere un carico di responsabilità del genere, se inizi la professione presto, ti forma moltissimo. Poi la lunga collaborazione con il gruppo Mondadori per il settimanale Panorama, certamente un’importantissima vetrina. Da lì


se dovessi elencare tutti i progetti importanti davvero mi dilungherei troppo. Poi dopo un viaggio a New York la mia strada si è incrociata con quella di Omer Bhatti, musicista di straordinario talento vissuto con il re del pop Michael Jackson. Una sessione fotografica di ritratto ci ha portato a stringere un rapporto di profonda amicizia e stima reciproca. Così ho cominciato a collaborare anche con lui e con la sua etichetta Universal Music per la promozione di alcuni suoi album. Questo è stato determinante per proiettarmi oltre confine, posso dire sia servito a globalizzarmi o almeno per cominciare a farlo. Di lì a poco un altro importantissimo incontro, quello a Los Angeles con la famiglia Jackson. Incontrare, collaborare, “mescolarsi” con persone di tale livello, nati e cresciuti nell’arte non ha prezzo. Per me è un bagaglio preziosissimo che mi ha spinto ulteriormente verso il panorama internazionale facendomi, tra l’altro, approdare a testate come Rolling Stone. Negli ultimi anni grazie anche ad un mio importante progetto di ritratto dedicato ai più importanti artisti del make-up e degli effetti speciali del panorama mondiale ho avuto la fortuna di incontrare, stringere amicizie, rapporti ed importanti collaborazioni con grandi personaggi di Hollywood, come con Michele Burke, straordinaria artista del make-up due volte premio Oscar per “Quest for Fire” e “Dracula” di Francis Ford Coppola. Poter lavorare con personaggi di questo calibro che ti stimano così tanto ti dà un’apertura creativa e mentale che nessun’altra esperienza credo possa dare. u Il tuo lavoro fotografico più recente? Ho da poco concluso di realizzare alcuni editoriali tra cui uno di moda ed uno per GQ Sud Africa in uscita ad agosto, ho scattato una campagna di accessori moda, sto finendo di realizzare la campagna promozionale per l’uscita del nuovo album di un grande artista italiano. Tra poco tornerò, poi, negli Stati Uniti precisamente a Los Angeles, dove mi aspettano parecchi impegni. Vado spesso lì, ho un feeling magico con quella terra. u I tuoi progetti nell'immediato futuro? Appunto da giugno tornerò a Los Angeles dove fra i molti progetti c’è anche in piano un editoriale che scatterò con la preziosissima

collaborazione, appunto, della make-up artist Michele Burke, ovviamente un immenso onore per me. u Pensi che ci sia un futuro per questa professione? (Sorride) Istintivamente richiederei la famigerata “domanda di riserva”, ma invece no… ti voglio rispondere e voglio farlo con uno slancio ottimistico. Si, penso che ci sia un futuro per questa professione. E’ stato certamente un tempo molto duro e difficile per la fotografia e lo è ancora per una serie di fattori che stare qui ad elencare ed analizzare sarebbe davvero troppo lungo. Ma proprio per questo credo che le coscienze stiano cambiando, almeno lo spero. In poche parole voglio dire che per la qualità e l’eccellenza il futuro c’è, non ce n’è invece per l’approssimazione, per l’improvvisazione, per la superficialità, mali a cui la fotografia è stata ultimamente

molto esposta. Certamente credo che nella nostra Italia tante, anzi tantissime, cose dovrebbero cambiare come per esempio le leggi a tutela delle immagini e i rapporti umani e professionali di categoria. Si respira un ingiustificato distacco tra artisti misto ad una sorta di diffidenza ormai vecchia, obsoleta spesso un po’ patetica. All’estero non è così, c’è molta solidarietà, stima, voglia di connessioni, di condivisione, di contaminazione. Non voglio dire che fuori sia meglio, piuttosto che ci siano delle cose da rivedere e cambiare qui. u Come utilizzi la rete e quanto ti serve effettivamente? Come dicevamo all’inizio dell’intervista io sono un analogico quindi per me la rete è stata una cosa assolutamente nuova alla quale adeguarsi. La uso per pubblicizzare i miei progetti e le mie attività specialmente tramite il mio sito web ma anche per

comunicare mediante i vari social network come FaceBook, Instagram etc. La rete ed annessi canali penso facciano ormai parte di ogni tipologia di rapporto ed in ognuno di questi rapporti credo vada usata con la testa, so che può suonare molto banale ma “siamo noi a dover gestire gli strumenti non gli strumenti a dover gestire noi” quindi può essere molto utile, può non esserlo per niente o può addirittura diventare controproducente. ■

MASSIMO Masini

La profonda attrazione per la fotografia giunge fin dall’ infanzia. Comincia, così, a fotografare e a sviluppare in camera oscura, quella che oggi chiama scherzosamente la “camera magica”. Il primo approccio professionale è, da giovanissimo, con il mondo prima del cinema poi della moda. Acquisisce preziosa esperienza e talento da suo nonno, regista ed autore cinematografico. Comincia, poi, a collaborare con importanti agenzie per pubblicità, moda, editoria. Oggi è un nome conosciuto e stimato a livello internazionale. Uno stile eclettico ed inconfondibile, ispirato dalla semplicità delle forme e delle geometrie. Semplici come il suo concetto alla base dell’arte fotografica. Molte immagini da lui realizzate occupano le pagine di importanti e prestigiosi magazine, promuovono aziende e raccontano straordinari personaggi. Negli ultimi anni il suo lavoro è stato premiato con tre Awards Internazionali per la fotografia di ritratto.

www.massimomasini.com giugno 2015 | fotografare 21

Profile for Massimo Masini photographer

FOTOGRAFARE giugno 2015 - intervista Massimo Masini  

Intervista a Massimo Masini (da FOTOGRAFARE numero di giugno 2015)

FOTOGRAFARE giugno 2015 - intervista Massimo Masini  

Intervista a Massimo Masini (da FOTOGRAFARE numero di giugno 2015)

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