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Massimo Rufo nasce a Velletri (Roma) l’8 settembre 1949. Già da bambino inizia una vita errabonda. A cinque anni è a Firenze, dove il padre si è trasferito per lavoro, tuttavia la sua anima, nel tempo, si dividerà tra le due culture, quella delle origini e Firenze, sua città adottiva. Le molte esperienze di vita e professionali, i viaggi in mezzo mondo, la vela e il suo profondo amore per il mare, la lontananza dai figli, lo portano, in maturità, ad una introspezione che sfocerà nella scrittura. In un primo momento poesie, che scaturiscono dalla sua penna da emozioni pure. In seguito si dedica a racconti e romanzi. Non ama molto parlare di se stesso e non c’è nulla di autobiografico nei suoi scritti, tranne nel racconto di un viaggio. Il suo primo romanzo: A est e ovest di Greenwich passando per Caput Mundi.


romanzo

Tutti i personaggi e le situazioni sono frutto di fantasia e ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Anche i nomi di persone, Paesi, istituzioni, quanto altro realmente esistenti fanno parte dello stesso progetto di pura fantasia. Copyright / Ogni diritto riservato___


Indice                              

Capalbio Robert e Jessica Deborah e i petrolieri Coincidenze Una bella giornata Amicizie particolari Fidanzamento ufficiale Una confessione terribile Continuano le sorprese Senza scrupoli La scelta di Deborah Una gita in barca I Vulcani del Guatemala Più a Est Il Rum della tradizione Preparativi Altre sorprese Una trattativa sofferta I dubbi di Deborah Una buona azione Una serata in amicizia Imprevisti a Ovest Un piano molto pericoloso Fuga rocambolesca Il Cairo Il Mar Nero In Svizzera Una nuova vita Robert La nuova Deborah


Capalbio

Le sei del mattino. Robert, occhi sbarrati, osservava le scene di caccia dipinte sul soffitto della sua stanza; risalenti, forse, alla fine dell’ottocento. Aveva deciso di conservarle, anche se di scarso valore artistico, durante la ristrutturazione della sua colonica a Capalbio. Da alcuni istanti si era svegliato senza più un briciolo di sonno. Avvertiva una inconsueta sensazione di riposo. Nessun segnale negativo della notte appena trascorsa, ad una festa di amici, e dalla quale si risvegliava dopo aver appoggiato, per appena due ore, il corpo nella fresca e profumata biancheria del suo enorme letto. Era sorpreso perché di solito, la mattina, si sentiva un po’ “acciaccato” anche dopo sette, otto ore di riposo. C’era una strana energia che pervadeva il suo corpo, quasi una frenesia, “ma di cosa?” si domandava. Saltò giù dal letto e indossato l’accappatoio si diresse al piano di sotto chiamando il suo domestico messicano: <<Remedio!>> gridò <<Dove cavolo sei fannullone, dov’è la mia colazione! Non ti pago mica per poltrire, muoviti!>>. Il tono di Robert era scherzoso, aveva molta confidenza e provava affetto per Remedio. <<Por Dios! ..Signore cosa succede!>> disse il povero e insonnolito domestico arrivando tutto trafelato, mentre cercava di infilarsi la camicia nei pantaloni <<Va a fuoco la casa?>>


<<Buongiorno Remedio, preparami un caffè e scaldami due fette di pane, e portami anche quella marmellata di arance che mi ha regalato Sonia l’altro giorno, muoviti che ho fretta>>. Tornò in camera sua salendo le scale tre gradini per volta, entrò nella sala da bagno per rinfrescarsi ma tralasciò di farsi la barba, non ne aveva voglia. Cinque minuti dopo era in veranda, giù al piano terreno, un ambiente all’aperto che si affacciava su un prato curatissimo, da dove, alzando lo sguardo, in lontananza, si poteva osservare il mare. Una mattinata luminosa e calda, nonostante l’ora. Nella sua villa di Capalbio, Robert, trascorreva alcuni mesi all’anno; era posta in una posizione incantevole, a metà costa della collina dove si trova arroccata Capalbio, piccola cittadina protetta dalle mura medioevali, al cui interno sorge la famosa rocca degli Aldobrandeschi, all’estremo sud della Toscana. La casa non grandissima, si sviluppava su due piani. Era stata una vecchia casa colonica, tipicamente toscana, appartenuta a dei nobili fiorentini. Fu, come altre, costruita per i loro contadini, almeno due secoli prima, lì ed in altre zone della maremma, dove la famiglia, aveva grandi proprietà terriere. Robert decise di acquistarla subito, quando il mediatore lo portò sul posto, già mentre percorreva in macchina il vialetto d’accesso sterrato, delimitato da due file di ulivi che arrivavano fin sotto l’aia della casa. Aveva poi affidato la ristrutturazione ad un architetto di Siena, del quale non conosceva affatto le qualità professionali. Semplicemente gli rimase simpatico quando lo conobbe, durante un torneo, al circolo del golf di Firenze. Robert basava molto le sue scelte sulle sensazioni e sull’istinto e per questo talvolta, a causa di questa sua


istintività, incassava forti delusioni. Tuttavia in questo caso ebbe fiuto. Infatti la ristrutturazione, ad opera dell’architetto, fu anche un’attenta opera di conservazione, che fece di quella vetusta casa colonica, una dimora funzionale alle esigenze moderne, ma intatta nel suo fascino, come tutte le cose belle del passato. La veranda non era altro che un piccolo portico dove, evidentemente, i contadini, una volta, riparavano le cose di tutti i giorni. Accanto alla veranda l’ingresso della casa che dava direttamente in un grande spazio adibito a salone con delle piccole finestre che lo rendevano comunque molto luminoso, grazie anche alla presenza di una grande porta-finestra che dava sulla veranda. Sulla sinistra del salone la cucina, non molto grande, dove era stato conservato l’antico focolare a legna che rendeva quella stanza, forse, la più accogliente e intima della casa di Robert. Al piano di sopra alcune stanze, ognuna con il proprio bagno. Tutti i materiali impiegati rispettavano rigorosamente il gusto e lo stile dell’epoca con, tuttavia, alcune libertà moderne pienamente azzeccate. Robert finì di fare colazione e preparò personalmente una borsa per trascorrere qualche ora al mare. Remedio gli chiese se sarebbe tornato per il pranzo ma ricevette una risposta negativa <<Però>> disse Robert <<stasera verso le cinque preparami qualcosa, uno spuntino, perché vado a Roma ad uno spettacolo teatrale e partirò verso le sei>>. Sulla porta Robert si girò<< Ciao e bada di non rimetterti a letto!Vedi quelle piante là in fondo? Mi sembra abbiano bisogno di un po’ di cura >>. Remedio lo guardò, ancora insonnolito, inforcare la moto: una vecchia BMW bicilindrica. Uscito dalla proprietà, si diresse verso la spiaggia di Capalbio.


Erano le sette del mattino. Robert, nonostante l’ora, era adrenalinico e quella breve passeggiata in moto in mezzo al verde della campagna contribuì a calmarlo un po’. Guidava rilassato, lentamente, godendosi il sole e i profumi di quel mattino. Respirava a pieni polmoni e mostrava il viso per qualche istante al sole, come per farsi baciare. Giunse infine a pochi passi dalla spiaggia, sistemò la moto, e si diresse a piedi, superando qualche duna, al mare. La spiaggia, quando vi giunse, era deserta, come c’era da immaginarsi, così ebbe l’imbarazzo della scelta di dove sistemarsi. In realtà quel tratto di litorale, a parte un periodo ben preciso dell’anno, non era mai affollato. Distese il suo telo di spugna a pochi metri dal bagnasciuga e si tolse i pochi indumenti che aveva addosso. Nonostante non più giovanissimo, il suo fisico asciutto e muscoloso, poteva fare invidia ad un trentenne. Alto, fianchi stretti e due spalle così, il classico strapazza femmine; ma se era pur vero che teneva moltissimo al suo corpo facendo ogni tipo di sport, e mantenendo una forma fisica invidiabile, egli coltivava molti interessi. Era una persona attenta, colta e molto sensibile, tuttavia era davvero sconsigliabile essere aggressivi con lui. Si stese sulla bellissima spugna bianca e aprì un libro che aveva portato con sé, una raccolta di poesie di Hikmet. Così immerso, nei versi del poeta turco, rimase per circa un’ora. Lo distrasse un rumore, proveniente dal mare, che disturbò la sua lettura: una moto d’acqua, con due persone a bordo, partita da chissà dove, sfrecciava, contro i regolamenti, a meno di cinquanta metri dalla spiaggia. Il pilota, una donna bionda, e seduto dietro un uomo, che la cingeva stretta alla vita. Intanto Robert, alzando la testa, aveva notato che non era più solo sulla spiaggia e che a pochi passi da lui, forse una decina di metri, stava una


giovane donna, distesa, rivolta al tiepido sole del mattino; la pelle dorata, del suo splendido corpo, risplendeva come un frutto estivo. Dopo alcuni istanti, un cupo rumore attirò l’attenzione di tutti i presenti che, quasi contemporaneamente, voltarono la testa verso il mare. Robert ebbe la certezza che quello che stava accadendo poteva avere dei risvolti drammatici: la donna, che guidava la moto d’acqua, non tenendo troppo conto delle condizioni del mare, faceva forti accelerazioni e, ad un certo momento, saltata una piccola onda se ne trovò immediatamente una più grande davanti, mentre ricadeva. L’impatto, molto violento, sbalzò la moto in aria facendo perdere il controllo e la presa alla donna, la quale volò in aria insieme al suo compagno, urtando la testa uno contro l’altra. Tutto ciò accadeva in una frazione di secondo. La scena successiva vedeva la moto rovesciata e spenta in balia delle onde, e due corpi che galleggiavano, distesi, grazie ai giubbotti salvagente. Robert non ebbe esitazioni e si tuffò per prestare soccorso ai due malcapitati che, evidentemente, dovevano essere in stato d’incoscienza. Con la coda dell’occhio Robert si avvide che un’altra persona stava facendo la stessa cosa tuffandosi dietro di lui, era la donna che aveva notato poco prima, a poca distanza da lui. Entrambi nuotarono furiosamente per raggiungere prima possibile i due “naufraghi”, ma le condizioni non erano delle migliori, e gli sventurati non erano neppure vicinissimi alla spiaggia. Tuttavia, nel giro di pochissimi minuti, li raggiunsero, quasi contemporaneamente. La donna svenuta era, fortunatamente, distesa sulle spalle, l’uomo, invece, al contrario. Robert temette subito per la sua vita: lo girò con una sola mossa decisa e prese a


trascinarlo verso riva. Tutto ciò avveniva spontaneamente, senza una parola tra i due soccorritori, come fossero già partiti con i relativi compiti. Intanto anche altre due persone li raggiungevano per dare una mano. La fatica cominciava a farsi sentire per tutti ma ormai erano già nell’acqua bassa e poterono alzarsi, e trascinare più velocemente i due sciagurati. Giunti sul bagnasciuga Robert iniziò immediatamente la respirazione artificiale all’uomo, mentre gli altri si occupavano della donna che si riprese rapidamente. La lotta di Robert, per salvare l’uomo, sembrava sempre più disperata; finalmente, questo, ebbe un sussulto, e vomitò un bel po’ d’acqua. Iniziò a tossire e riuscì a mettersi seduto per qualche istante con l’aiuto di Robert. Mentre si liberava i polmoni dall’acqua, ricadde di nuovo sulla sabbia, sfinito ma salvo. Dal quel preciso istante tutti si congratulavano con tutti, volavano pacche sulle spalle, abbracci e sorrisi. <<Grazie per quello che hai fatto>> disse Robert alla ragazza. << Come ti chiami?>> <<Deborah>> rispose, mostrando i suoi bellissimi denti in un sorriso smagliante <<Molto lieto sono Robert>> e dandole la mano sentì una stretta decisa, forte, volitiva, ma avvertì anche qualcos’altro che al momento non seppe decifrare. <<Senti,>> disse Robert <<ti va di bere qualcosa? Dai andiamo là, in quella capannina dovrebbero avere qualcosa di fresco>>. <<Okay>> disse Deborah sorridendo <<in effetti mi è venuta una sete pazzesca e vorrei anche sedermi un po’ al riparo dal sole>>. <<E’ stato un notevole sforzo salvare quei due>> disse Robert. <<Comunque te le sei cavata benissimo, sei davvero forte in acqua, hai fatto agonismo per caso?>>


<<Solo da bambina,>> rispose << ma ho smesso a tredici anni, però mi è rimasta una grande passione per il nuoto ed il mare.Tu piuttosto, alla tua età?>> e scoppiò a ridere lasciando basito Robert che, in un primo momento, non sapeva se prendersela, poi si mise a ridere anche lui. <<Già>> disse. <<E’ vero, a volte mi stupisco di me stesso>>. Risero fin quando giunsero al banco del bar <<Cosa prendi?>> le chiese. <<Una Coca light con una fetta di limone, grazie>> <<Anche per me,>> ordinò Robert <<per favore può portarcele al tavolo? Ci sediamo là >> fece cenno. <<A proposito, tu quanti anni hai Deborah?>> Lei stranamente guardò l’orologio e dopo alcuni secondi esclamò: <<Proprio mentre eravamo in acqua scoccava la mia ora di nascita>>. << Trent’anni >> aggiunse. <<Beh!>> disse Robert <<Ti facevo più vecchia>> guardandola sornione, e con un sorrisetto sulle labbra <<Grazie, molto gentile>>. <<Ah ah ah ...scherzavo!>> <<Volevo vendicarmi della tua battutaccia di prima, scherzavo, si, si scherzavo in realtà ne dimostri meno>>. << Tu quanti ne hai?>> << Cinquanta>>. <<Allora, se ti fa piacere ...non li dimostri davvero>>. << Grazie, perdonata! Senti, credo che l’occasione meriti davvero un brindisi: hai salvato una persona, compi gli anni e hai conosciuto il sottoscritto>> disse ridendo a quest’ ultima affermazione. <<Vedo che la modestia è il tuo forte>> <<Scherzavo ma....mica tanto!>> e risero ancora.


Sorseggiarono in silenzio le bevande fresche osservando il mare, Robert si era alzato, e con la scusa di volgersi al mare, si sedette accanto a lei. <<Sei simpatica e anche molto bella, come mai sola? <<Siamo in pausa di riflessione con il mio ragazzo>> <<Capisco>>. In realtà Robert non faceva mai il cascamorto, ma la bellezza e la simpatia di Deborah lo avevano colpito molto, tanto che, ad un certo punto, ruppe il silenzio e tentò un approccio deciso: <<Stasera vado a Roma, a teatro, ti andrebbe di venire con me?>> <<Ma se ti conosco a malapena, no grazie>>. <<Beh se vuoi puoi farti accompagnare dalla mamma>> << Molto spiritoso davvero!>> risero ancora. Intanto, sulla spiaggia, era arrivato il medico dell’ambulanza che qualcuno aveva chiamato. La moto, molto più in là, era sbattuta dalle onde sul bagnasciuga e dei ragazzi si decisero, finalmente, a tirarla in secco. Un vento caldo di scirocco sferzava tutto il litorale ed il mare era diventato piuttosto mosso, il cielo cominciava a riempirsi di nuvole compromettendo la bella giornata. Deborah si alzò, <<Devo andare>> disse guardando negli occhi Robert. << Va bene >> rispose Robert sorpreso mentre la osservava, in silenzio, cingersi la vita con un pareo azzurro, non riuscì a pronunciare altra parola fino a quando lei, non scese sulla spiaggia allontanandosi. Di colpo si alzò e quasi le gridò: <<Deborah!>> Lei si voltò fermandosi <<Si?>> <<Se non hai nulla da fare stasera ...mi farebbe piacere che tu venissi a Roma, in ogni caso come posso rivederti?>>


<<Per qualche giorno sono qui, in spiaggia, la mattina, comunque facciamo così: dammi il tuo telefono, eventualmente, nel pomeriggio ti chiamo>>. <<Aspetta, ti accompagno, dovrei avere un biglietto nella mia borsa>>. Giunti dove avevano lasciato le loro cose, e poco distanti dal luogo dei soccorsi, vennero accolti dagli applausi delle persone, testimoni del salvataggio, che li indicavano ai numerosi curiosi, sopraggiunti anche a causa dell’ambulanza, come due eroi: “Sono loro,” dicevano “li hanno salvati loro due, bravi”. Deborah e Robert, in leggero imbarazzo, salutarono tutti, e raccolte le proprie cose si avviarono verso il parcheggio. Lui cercava di non mostrare la delusione del rifiuto di Deborah, ma dentro di sé non provava nessun tipo di rancore, anzi. Deborah trovò lo scooter con il quale era venuta <<Bene! Piacere di aver fatto la tua conoscenza>> disse allacciandosi il casco. <<Bene Deborah, grazie ancora a te, ciao!>> <<A proposito,>> disse Robert <<lo vuoi il mio telefono o no?>> le disse sorridendo e porgendole un biglietto bianco. <<Si certo>> rispose Deborah gentilmente. <<Ma questo biglietto è bianco!>> esclamò. <<Si certo, disse Robert, vuol dire che hai carta bianca, con me!>> ed esplosero ancora in una bella risata. <<Sei davvero un bel tipo>> esclamò Deborah <<Dai dimmi il numero che scrivo...ok grazie! Ci sentiamo>> disse. <<Au revoir!>> rispose Robert e s’incamminò verso la moto. Mentre si accingeva a partire anche lui, passò Deborah con il braccio alzato in segno di saluto e


regalandogli ancora un bellissimo sorriso << Ciao>> gridò lui <<Prova a prendermi>> rispose Deborah “Allora vuoi la guerra” pensò Robert e saltò sulla moto come un gatto. Lei nel frattempo si era allontanata sulla strada sterrata, sollevando un bel nuvolone di polvere che Robert fu costretto a “mangiare”, prima di raggiungerla, ormai alla fine del sentiero, all’incrocio con la strada statale. L’affiancò e disse: <<Comunque dovevo fare la doccia>> e risero ancora. Lei partì a razzo verso sinistra, dalla parte opposta Robert, verso casa. Era felice. Giunse al casolare che aveva ancora stampato il sorriso sulla labbra. Lasciò la moto vicino al vecchio fienile, poco distante dalla casa, e afferrò una pesca da uno degli alberi da frutto, lungo un piccolo viottolo sterrato, l’addentò gustando il dolce nettare. Entrò in casa dal retro ma Remedio lo stava aspettando. <<Ciao, Re>> quasi gli cantò Robert. <<Mmmh! È bello vederla allegro signore. Passata una buona mattinata?>> <<Non buona, favolosa!>> rispose Robert con un sorriso a trentasei denti: ho letto, ho tolto dai guai delle persone in mare, e ho conosciuto una ragazza splendida>>. <<Allora vediamo. Leggere per lei è normale, la sua biblioteca ne è testimone. Salvare qualcuno? Neanche questa cosa per lei è una novità, dunque? Non rimane che la ragazza! Ma anche questa, non sarebbe proprio una novità. Evidentemente deve averla colpita davvero, signore!>> <<Eevidenteeemeeente!>> rispose Robert quasi cantando. <<Bene signore sono felice per lei, le preparo qualcosa? Dato che sono quasi le dodici?>> <<Si ho una fame da lupo di maaaare!>>


“ Maria del Carmen” pensò tra sé Remedio, “ha perso la testa!”. Robert entrò sotto la doccia canticchiando e ripensando a Deborah, rivedeva il suo sorriso, quello sguardo così particolare, la sua simpatia “ Che donna, chissà se la rivedrò forse mai più“. Un velo di delusione adombrò i suoi occhi. Robert si era preso qualche giorno di vacanza nella sua casa di Capalbio, lontano da Roma e dagli affari, voleva ritemprarsi dopo un periodo di lavoro piuttosto intenso. Aveva, in realtà, dei collaboratori ai quali poter delegare molte cose, tuttavia alcune decisioni, che aveva dovuto prendere, molto importanti e molto sofferte, lo avevano provato.

Robert e Jessica

Robert era nato nelle Isole Vergini Britanniche, da padre londinese diplomatico, a Road Town, la capitale, dove aveva sposato una bellissima creola dalla quale aveva avuto Robert e Jessica. Robert aveva la pelle esattamente come la madre e i lineamenti occidentali del padre, una miscela che lo rendeva molto attraente. La sorella, bellissima, aveva anche lei, come il padre e il fratello, gli occhi chiari ed era molto alta. Grazie alla professione del padre, Robert aveva viaggiato molto e conosceva tre lingue. A ventisei anni, Robert concluse gli studi di giurisprudenza a Roma, dove ora viveva e lavorava. Con la sua azienda importava rum dai Caraibi e dall’America latina per l’Italia e alcuni paesi europei.


La sorella Jessica, di pochi anni più giovane, giornalista di moda, frequentava stabilmente ambienti molto esclusivi. Non si vedevano spesso, ma erano molto legati l’uno all’altra. Una volta all’anno. i due fratelli. organizzavano una festa nella loro casa a Saintt Thomas, nelle Isole Vergini, dove partecipavano molti personaggi del Jet-set. Robert aveva deciso di occuparsi di rum per passione e aveva iniziato quell’attività quasi per gioco. Il padre, grande velista, appassionato e intenditore di rum, gli aveva trasmesso la passione e tutti i segreti di questo antico distillato, originario proprio dei luoghi dove era nato: i Caraibi. Robert uscì dalla doccia in fretta per rispondere al telefono che squillava, afferrando ed infilandosi l’accappatoio al volo, era Remedio che gli chiedeva se voleva rispondere ad un certo Walter <<Passamelo>> rispose. <<Ciao Robert, come stai?>> <<Bene, bene, e tu?>> <<Che hai, sei scocciato?>> <<No, no è che aspettavo la telefonata da un’altra persona e...>> <<Una donna scommetto>> disse Walter. << Ma no>>. <<Mai si, si, >> disse ancora Walter <<si sente dalla voce qualcuna ti ha stregato eh? Colpo di fulmine?>> <<Ma che dici? Per cosa mi hai chiamato, Walter?>> <<Senti, lo so che non dovrei perchè sei in vacanza, ma si tratta di una cosa grave>>. <<Dimmi!>> <<Gli amici del Guatemala non spediscono il rum perchè hanno avuto un’offerta migliore>>.


<<Ma hanno un contratto da rispettare.Porc…!>> quasi gridò Robert << E tu cosa gli hai risposto?>> <<Volevo sentire te prima, sei tu il capo Robert>> Intanto, mentre parlava con Walter, squillava il cellulare..... <<Senti, ti richiamo tra poco, lasciami pensare, ciao Walter!>>. <<Ciao a dopo, e attento ai colpi di fulmine!>> <<Pronto?>> ma non rispose nessuno, “Troppo tardi,” pensò “forse era lei”. Guardò nelle chiamate ma non appariva il numero. <<Porca miseria mi vogliono rovinare la giornata>> gridò fuori di sé. Mentre scendeva le scale tirò un lungo sospiro, si sedette nella sala da pranzo, al tavolo ovale dei primi dell’ottocento. Remedio lo raggiunse per servirgli un aperitivo leggermente alcolico, preparato come piaceva a Robert: con un solo cubetto di ghiaccio. Remedio si accorse che l’umore di Robert era cambiato e gli chiese: <<Tutto bene?>> <<Si, si, Re, tutto bene, servimi il pranzo per favore, devo partire subito per Roma>>. Mangiò in silenzio degli spaghetti fumanti con un sugo fresco di pomodoro e basilico, una gustosa insalata con verdure del suo orto, appena colte dal suo domestico, con l’aggiunta di peperoncino tritato, il tutto condito con un profumatissimo olio prodotto dai suoi ulivi. Il tutto accompagnato da un bicchiere di Ansonica fresco, un bianco che si faceva arrivare da un piccolo produttore dall’isola del Giglio. Remedio era un ottimo cuoco, e aveva fatto propri moltissimi piatti della cucina italiana, ma non sapeva rinunciare al peperoncino, che coltivava personalmente con amorevole cura, ma certe volte esagerava. A Robert, in fin dei conti, piaceva così, anche se talvolta i suoi ospiti, specie


le signore, lamentavano una “leggera esagerazione” in certe pietanze. Robert si alzò dal tavolo e andò a sedersi in veranda. “E’ ancora presto,” pensò “meglio prenderla con calma. Mi recherò in ufficio domani, stasera non voglio perdermi, per nulla al mondo, lo spettacolo con quella giovane promessa della lirica italiana”. Prese un calice e vi versò dello Zapatera di sedici anni in un grande bicchiere di cristallo, ne assorbì il profumo, e ne sorbì un piccolo sorso, appoggiò il bicchiere sul tavolo da fumo e aprì la scatola in legno di acero, ad umidità controllata, dove serbava i sigari. Scelse un Robustos e si accomodò sul divano, vicino alla grande finestra che dava sulla veranda. “Caspita! Non si riesce a stare un minuto in pace, cosa cavolo staranno tramando quei peones guatemaltechi. Mah! Credo che sia tutta una manovra di quel cretino di Miguel, della produzione, per spillare qualche dollaro in più, accampando le solite lamentele, che alla fine sono sempre di natura economica.”Nell’ultimo anno è stato un continuo lamentarsi, porca miseria, non si può continuare così altrimenti mi conviene produrlo qui a Roma il rum, è mai possibile?”. Gli venne in mente “El Comandante”, al quale inviava ogni tanto una cassa di rum selezionato della Guyana. “Chissà come sta,” si chiese “ è un pezzo che non ci sentiamo. Mi fermerò all’Havana, al mio ritorno da Saintt Thomas, per salutarlo”. “Chissà! Forse i tempi potrebbero essere maturi per ottenere la licenza d’importazione di quel rum sublime, di quella piccola distilleria di Santa Clara che produce esclusivamente per lui, ed il suo entourage”. “Mi accontenterei anche di partite meno pregiate, pur di avere quel rum. “Della sua esistenza, solo io e pochissimi altri


siamo al corrente. Beh! Intanto mi accontento dei sigari, pochi ma stupendi, giusto per il consumo personale, che comunque, attenzione! Pago salati! Perché El Comandante, i regali è abituato a riceverli non a farli. Che personaggio comunque, tanti difetti, qualche merito”. Se non altro, almeno, è uno dei pochi dittatori che non ha rubato al suo popolo. Questo non è poco. Se avesse almeno permesso la diffusione di piccole attività, forse avrebbe, quanto meno, innescato quel meccanismo virtuoso, proprio del commercio, che poteva sostenere gran parte della popolazione, a favore di una minore sussistenza dello Stato, già molto povero a causa di un prolungato isolamento internazionale, e dell’embargo del suo potente vicino: gli Stati Uniti”. Robert, immerso in questi pensieri, non poteva immaginare quanto presto sarebbe andato all’Havana. <<Remedio! Portami la Mini sul vialetto, vado a Roma e mi trattengo qualche giorno, comunque ti faccio sapere eventuali programmi diversi, tu stai tranquillo e occupati come sempre della casa, e se ti allontani inserisci l’allarme>>. << Sicuro, signore, non c’è da dirlo>>. <<Già, come se non te ne fossi mai dimenticato! Lo sai quanto tengo alle mie cose, non tanto per il valore!>> <<Tranquillo Senor Robert, vorrei che non si preoccupasse. Vado a prenderle la macchina>>. Robert salì nella sua camera per indossare qualcosa di più consono alla serata. Prese la borsa dove teneva un po’ di tutto, compreso un piccolo notebook che aveva comprato a Singapore, nel suo ultimo viaggio, e con il quale poteva collegarsi ad internet, via satellite, ovunque si trovasse, e che funzionava anche come telefono satellitare.


Trovò la macchina con il motore acceso e lo sportello aperto << Ciao Re, ti chiamo!>> <<Buon viaggio signore, e faccia attenzione alla strada>>. Robert era molto affezionato a Remedio, il quale stava al gioco, quando Robert si divertiva ad avere un tono da “padrone vecchio stampo”. Originario di un paesino sulla costa del Messico, Remedio era venuto in Italia, in cerca di fortuna, una decina di anni prima di essere assunto da Robert. Aveva lavorato come cuoco in un ristorante tipico messicano a Roma. Per alcuni anni tutto bene, poi, un giorno, senza alcuna spiegazione, fece fagotto e se ne andò, lasciando il suo datore di lavoro nella disperazione. Non aveva mai detto a nessuno il perchè, nemmeno a Robert. Forse, una delusione d’amore aveva generato in lui la volontà di isolarsi, e quando Robert gli offrì il lavoro a Capalbio senza tacergli che la quasi totalità del tempo l’avrebbe passato solo, e prendendosi cura della casa, crebbe in lui la convinzione che “il Signore aveva ascoltato le sue preghiere” e divenne un assiduo credente. A soli quaranta anni, non mostrava più nessun interesse per il gentil sesso. “Aveva trovato la sua dimensione come spesso ripeteva al suo “Padrone”, sorridendo e con una espressione che sembrava davvero felice. Robert partì verso le cinque del pomeriggio e per quasi tutto il viaggio pensò a Deborah. Provava una forte delusione perchè non lo aveva chiamato. “Pazienza!”si disse “Probabile che non fosse il momento, forse mi chiamerà domani. ”Sono certo che mi chiamerà, anzi deve farlo, assolutamente, perchè voglio rivederla”. “La trovo non solo bella ma piena di personalità, una donna giovane, certo, ma tutta da scoprire”.


”Sono convinto che se me ne darà l’opportunità rimarrò stupito da lei”. Impiegò poco più di un’ora ad arrivare sul raccordo anulare. Prese l’uscita per il Vaticano, la sua casa non era molto distante dalla Santa Sede, una parallela al Lungo Tevere. Dalla sua terrazza, sui tetti di Roma, poteva vedere buona parte della città e Castel Sant’Angelo. Aprì la porta del garage con il telecomando, da una cinquantina di metri, e si infilò velocemente al posto a lui riservato, scese e prese l’ascensore che dal garage saliva fino al suo appartamento. Prese di sorpresa la domestica che stava guardando la televisione nel suo salottino privato, tanto che, quando Robert la chiamò, non avendolo sentito arrivare, cacciò un urlo <<Santo Cielo signor Robert, mi ha spaventata! Buonasera. Non l’aspettavo di ritorno così presto da Capalbio, successo qualcosa?>> <<No Elisa, nulla di particolare e comunque tra poco esco di nuovo, ha chiamato qualcuno durante la mia assenza?>> <<No signore, ecco però la posta>> disse porgendogliela <<Grazie Elisa!>>disse dirigendosi nel suo studio. <<Mangia qualcosa, signore, prima di uscire?>> <<No grazie>>. <<Come vuole signor Robert avevo giusto preparato dei carciofi>> sapeva che ne era goloso e la risposta non tardò ad arrivare. <<Beh! Se proprio insisti ok dai, tra mezz’oretta a tavola>> Aprì la porta dello studio e poggiò la posta sulla scrivania che stava di fronte ad una grande finestra a tre ante, scostò la tenda con una mano e aprì leggermente la finestra dalla quale si vedeva Castel Sant’Angelo. Rimase ad osservare qualche secondo, come per avere la conferma di essere a casa. Si sedette e prese ad aprire la posta.


C’era, tra le altre, una lettera della sorella che gli raccontava di aver conosciuto un uomo molto interessante, e che si erano frequentati qualche giorno prima che lui ripartisse per New York. Una persona, scriveva, simpaticissima e, per essere solo “un sarto” sottolineava, davvero colto. In pratica, faceva abiti su misura per personaggi illustri ed era di origini italiane. Con Denis, così si chiamava, si erano conosciuti a Milano durante una sfilata. Jennifer non nascondeva anzi lo scriveva chiaramente di essere piuttosto presa da quest’uomo, abbastanza più grande di lei, di circa quindici anni, e chiedeva un consiglio al fratello su cosa fare, se dare seguito a questa relazione. La sua era una domanda di cui conosceva benissimo la risposta, sapeva che Robert, in questi casi, si limitava a chie…


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