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LINCHIE TA

 SICILIA

  $ICIASSETTE ANNI DI AVVENTURA EDITORIALE


editoriale

la vera ricetta per la ripresa è la tenacia

U

a cura di

na nuova avventura, qualsiasi essa sia, passa sempre attraverso una scommessa con se stessi e si porta appresso presupposti di entusiasmo, anche in momenti difficili come questo. Per la società e per l’editoria, soprattutto quella fatta di ‘carta stampata’. Eppure, questa scommessa ci eccita e ci inorgoglisce, perché abbiamo deciso di scommettere, ancora una volta, sull’informazione. Crediamo nella sua funzione e nell’importanza della pluralità delle voci, nell’anacronismo di fare un giornale cartaceo d’inchiesta, ma non solo, in un momento in cui le ‘notizie’ passano soprattutto attraverso i canali dei social network. Perché una cosa è il trending topic, cioè l’argomento più discusso del giorno sul web, una cosa è l’informazione giornalistica ‘vera’: tempo fa, il giorno della morte dell’ex presidente Scalfaro (confermata dall’Ansa), ‘moriva’ virtualmente anche la pop star Adèle (naturalmente su Facebook e Twitter) con l’immediato risultato del cordoglio reale ‘on line’ di migliaia di fans. Ebbene: per fortuna Scalfaro non è Adèle e Twitter e Facebook, non sono giornalismo. Questo per ribadire, ancora una volta, la potenza e la ‘portanza’, ma anche i limiti, di un sistema di informazione-comunicazione che, forse, bisognerebbe per certi versi ripensare. Dunque, dicevamo, una nuova finestra sulla nostra regione e l’auspicio è quindi quello di poter contare su un ulteriore strumento in grado di sviluppare un dibattito vero, capace di scavare dietro le notizie con l’unico obiettivo di avvicinare il più possibile la coscienza delle persone alla reale dimensione dei fatti. Due riviste ‘cartacee’, in un unico prodotto editoriale: L’inchiesta Sicilia , magazine che da oltre 16 anni, offrendo un’informazione chiara e non di parte, focalizza la propria attenzione sui fatti di politica, economia, società e cultura della nostra Isola; e poi Salute In , una rivista che focalizza la propria attenzione sulle eccellenze della sanità in Sicilia, argomento che ci sta molto a cuore. A questa iniziativa cartacea, si affiancheranno anche due canali paralleli di informazione, per rendere fruibile la nostra comunicazione a 360°: L’inchiesta Sicilia – Salute In ‘in Tv’ - Un format che ripropone le riviste in Tv attraverso canali televisivi (terrestri e satellitari) e canali web e L’inchiesta Sicilia - Salute In ‘On-line’ - Un portale web in grado di guidare il visitatore all’interno di percorsi, la cui multimedialità volge attenzione alle esigenze di fruibilità degli utenti, senza trascurare animazione e accorgimenti grafici ricercati. Forte di una!veste editoriale nuova, più dinamica e moderna, la nuova ‘Inchiesta Sicilia’!sarà capace di sfruttare (ed è questa la vera e più importante novità che ci apprestiamo ad inaugurare) i nuovi mezzi di comunicazione: strumenti! complementari alla carta stampata, in grado di offrire maggiori potenzialità editoriali e di abbracciare, in tempi rapidissimi, un maggior numero di lettori. Strumenti indispensabili per essere partecipi della società, esserne cronisti ma anche protagonisti, per informare e, sopratutto, cambiare. pagina 1


Editoria

sul filo del rasoio di Riccardo Arena Presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia

opinione

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l panorama editoriale? Nulla di buono sul fronte occidentale. E nemmeno su quello orientale. E a dire il vero neppure sui fronti settentrionale e meridionale. Si possono dire solo un paio di cose. La prima è che in Sicilia il mercato del lavoro giornalistico e il settore dell’editoria sono sempre più asfittici. La seconda è che, per quanto fino a pochissimo tempo fa potesse sembrare impensabile, sono ad alto rischio posti di lavoro e testate finora considerate solidissime e inattaccabili. Se dunque prima si poteva fare una distinzione tra “stabilizzati” e “precari”, fra retribuiti “regolari” (o quasi) e “sottopagati”, oggi i confini sono sempre più labili: fra stati di crisi avviati, ricorsi alla cassa integrazione e ad altri ammortizzatori sociali, riduzioni del personale giornalistico e/o tecnico, non ci sono più “garantiti” per antonomasia, in questa regione che tanto ha dato e continua a dare nel campo dell’informazione, soprattutto sui temi della mafia, della crisi, dell’immigrazione. In queste condizioni vengono meno, per volontà degli editori, incapaci di far quadrare i conti – dissestati, il più delle volte, dalle loro scelte sbagliate – anche le garanzie di qualità in favore dei cosiddetti utenti dei prodotti editoriali: lettori, telespettatori o ascoltatori, “navigatori”. La Sicilia conta un numero di testate televisive registrate che è tra i più alti d’Italia. Un dato, questo, decisamente anomalo, in un mercato editoriale in aperta crisi e in una situazione economica generale che rasenta il collasso. Le nuove tecnologie promettono però sviluppo, possono aprire nuovi orizzonti e avveniristici spazi di fruizione e di interattività col pubblico. In un contesto in cui godono di sempre minori garanzie, quali sono dunque le prospettive per i giornalisti? Sempre le stesse: possono cioè essere garantiti solo dalla loro professionalità, dal saper dare qualità al proprio lavoro, dalle loro attendibilità e autorevolezza. Valori fondamentali, in un momento decisivo per le sorti della categoria e dell’Ordine, alla vigilia della partita della riforma delle professioni. Non sappiamo chi la vincerà, questa partita, se mai ci sarà un vincitore. Sappiamo però che dovunque si andrà, i giornalisti ci saranno – ci saremo – per raccontare come andrà a finire. pagina 3


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Periodico dell’Associazione Culturale NuovaComunicazione Via Ponticello, 22 - 90100 Palermo

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l’Editoriale La vera ricetta per la ripresa è la tenacia l’Opinione Editoria sul filo del rasoio l’inchiesta Chi vuole uccidere la Dia? Tavola rotonda Celibi si, ma.. solo per Dio

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Testata Iscritta al Registro Nazionale della Stampa 6 Agosto 1996, n° 06429

Turismo Incipit vita nova

Tribunale di Palermo n. 28/96 del 23 Settembre 1996 Nuova Edizione Sede e Amministrazione Via Ponticello, 22 90100 Palermo linchiestasicilia@libero.it Direttore Responsabile Giulia Noera Coordinamento di Redazione Patrizia Romano Coordinamento Editoriale Giusi Serravalle Direttore Marketing Daniela Mainenti Collaboratori: Salvo Augusta,Andrea Corso,Cgl scuola, Chiara Del Vecchio,Ambra Drago,Salvo Ferlito, Giuseppe Giuliano,Said Ibrahim,Franco Nicastro, Marco Pomar,Ivan Scinardo Progetto Grafico Giusi Adelfio Impaginazione Valentina Licata Stampa Fotograf Distribuzione in edicola, in Italia e in Direct mailing, On line sul sito www.inchiestasicilia.com Format televisivo "l'inchiesta sicilia" Condotto da: Elisabetta Cinà Editing: Andrea Muhari Riprese: Serenella Fiasconaro

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Politica regionale Rivoluzione e inciucio Politica provinciale Depauperata dai propri ruoli Politica Comuni Autonomia coatta Economia e lavoro Al di là dell’isola Società e Costume Un dilemma nei secoli Giudiziaria Giustizia è fatta... se ci sarà tempo Il Personaggio Barbara Tabita Una donna eclettica L’intervista Dal meno al più Gastronomia Tra tradizione e innovazione Moda Lo stile “vintage” per il 2013 Sport Sport e salute un binomio inscindibile Tam Tam Una terra vicina e lontana Risponde l’esperto

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L’ emigrazione Riscatto sociale di un popolo

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cultura 38 39 40 41 42 43 44 46

La terza pagina Libri

Spettacolo Musica Arte Cinema Il racconto Scuola


l’inchiesta

Chi vuole uccidere la

DIA?

Un tempo nasceva come il moderno avamposto della lotta a ‘cosa nostra’.Oggi rimanda l’immagine di un fortino assediato, dove si vive l’ansia di chi teme da un giorno all’altro possa finire tutto. I segnali di uno smantellamento progressivo della Direzione Investigativa Antimafia non mancano

a cura di

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uesto era una volta il cuore pulsante dell’antimafia. E anche la mente che organizzava i blitz, le indagini più riservate, le incursioni mirate nell’intreccio perverso che unisce politica, mafia, affari, clientele, corruzione. La struttura conserva ancora la sua imponenza e il suo impenetrabile mistero. Ma più che il moderno avamposto della lotta a Cosa nostra oggi la sede della Dia, nel residence delle Tre torri a Palermo, rimanda l’immagine di un fortino assediato. Lì dentro si vive l’ansia di chi teme che da un giorno all’altro possa finire tutto. E i segnali di uno smantellamento progressivo non mancano tra organici dimezzati, tagli alle risorse, riduzione degli stanziamenti. Come se si stesse attuando in silenzio un preciso disegno strategico: tagliare l’acqua alla Direzione investigativa antimafia, raffreddare gli entusiasmi dei gruppi di lavoro, deprimere l’attività di un ufficio che si occupa con risultati straordinari di criminalità organizzata. Le preoccupazioni di chi vede ogni giorno avanzare questo progetto politico non sono attenuate dalle rassicurazioni formali che ritornano in tutte le cerimonie e in tutte le occasioni ufficiali. L’ultima quella del 12 ottobre 2012 quando il ministro Anna Maria Cancellieri è venuta a Palermo per inaugurare la nuova sede della Dia nella restaurata Villa Ahrens a San Lorenzo, una volta proprietà di una famiglia di imprenditori tedeschi di origine ebraica e poi acquisita dal demanio.

Certo, non si inaugura una sede nuova se si pensa di chiuderla subito dopo. Ma le scelte politiche degli ultimi venti anni sono lì a dimostrare che tutto è possibile. Gli attacchi ai giudici si facevano più velenosi man mano che le inchieste alzavano il tiro sollevando il velo sulle complicità e sui patti scellerati. Falcone è ricordato nelle cerimonie commemorative come un simbolo della lotta alla mafia ma in vita era circondato dai veleni e dalle ostilità del Palazzo e la sua carriera era sistematicamente stroncata per non destabilizzare il Paese e l’economia. Si diceva anche questo per disarticolare le sue inchieste. Il ricordo di quell’assedio furioso al pool antimafia degli anni Ottanta e alla sua espressione più emblematica alimenta ora il malessere degli 007 antimafia della Dia. Il timore è che, dietro il paravento di Falcone ideatore e “padre” della Dia, possano passare scelte dolorose. Il ministro ha cercato di lanciare messaggi rassicuranti. «Non c’è alcuna intenzione di smobilitare la Dia. Lo avevo già detto in occasione del ventennale delle stragi. Nella preziosa eredità lasciata da Falcone e Borsellino, fatta anche di studi e di passione, c'è la volontà della costituzione della Dia». Quel giorno, accanto al ministro, c’erano anche il vicecapo della polizia Francesco Cirillo e il capo della Dia, Alfonso D'Alfonso. E c’era anche


l’inchiesta

Agnese Borsellino che è arrivata sulla sedia a rotelle per suggellare l’importanza del luogo e del momento: «Questa città deve resuscitare. E questa nuova sede è il primo simbolo della rinascita di una città martoriata. Sono qui per un atto d'amore verso la polizia di Stato a cui va tutta la mia riconoscenza». Le preoccupazioni di chi vede ogni giorno avanzare questo progetto politico non sono attenuate dalle rassicurazioni formali che ritornano in tutte le cerimonie e in tutte le occasioni ufficiali. L’ultima quella del 12 ottobre 2012 quando il ministro Anna Maria Cancellieri è venuta a Palermo per inaugurare la nuova sede della Dia nella restaurata Villa Ahrens a San Lorenzo, una volta proprietà di una famiglia di imprenditori tedeschi di origine ebraica e poi acquisita dal demanio. Certo, non si inaugura una sede nuova se si pensa di chiuderla subito dopo. Ma le scelte politiche degli ultimi venti anni sono lì a dimostrare che tutto è possibile. Gli attacchi ai giudici si facevano più velenosi man mano che le inchieste alzavano il tiro sollevando il velo sulle complicità e sui patti scellerati. Falcone è ricordato nelle cerimonie commemorative come un simbolo della lotta alla mafia ma in vita era circondato dai veleni e dalle ostilità del Palazzo e la sua carriera era sistematicamente stroncata per non destabilizzare il Paese e l’economia. Si diceva anche questo per disarticolare le sue inchieste. Il ricordo di quell’assedio furioso al pool antimafia degli anni Ottanta e alla sua espressione più emblematica alimenta ora il malessere degli 007 antimafia della Dia. Il timore è che, dietro il paravento di Falcone ideatore e “padre” della Dia, possano passare scelte dolorose.

Il ministro ha cercato di lanciare messaggi rassicuranti. «Non c’è alcuna intenzione di smobilitare la Dia. Lo avevo già detto in occasione del ventennale delle stragi. Nella preziosa eredità lasciata da Falcone e Borsellino, fatta anche di studi e di passione, c'è la volontà della costituzione della Dia». Quel giorno, accanto al ministro, c’erano anche il vicecapo della polizia Francesco Cirillo e il capo della Dia, Alfonso D'Alfonso. E c’era anche Agnese Borsellino che è arrivata sulla sedia a rotelle per suggellare l’importanza del luogo e del momento: «Questa città deve resuscitare. E questa nuova sede è il primo simbolo della rinascita di una città martoriata. Sono qui per un atto d'amore verso la polizia di Stato a cui va tutta la mia riconoscenza».

Sforbiciate all’efficienza Le parole, come diceva Carlo Levi, sono pietre. Anche il predecessore della Cancellieri, Roberto Maroni, diceva più o meno le stesse cose. Ma siccome i fatti spesso si incaricano di descrivere una realtà molto diversa appare quantomeno giustificato il timore che la Dia, non solo la sede di Palermo, possa diventare un guscio vuoto. Basta seguire la sua parabola all’inizio proiettata verso vette operative e poi inesorabilpagina 7


l’inchiesta

mente declinata verso il basso. La Dia è nata nel 1991 da un’idea appunto di Falcone, e quando Falcone era a capo degli Affari penali del Ministero della Giustizia, come una struttura interforze altamente specializzata. Nella Dia finivano gli uomini più motivati e più preparati della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza. Nei primi dieci anni è cresciuta in uomini, mezzi, qualità, capacità investigative che si imponevano come un modello anche nei confronti delle più celebrate polizie di altri paesi. Nel 2001 disponeva di una dotazione di 28 milioni di euro. Ora non arriva a 10 milioni. Dovrebbe avere un organico di 3000 uomini ma ne ha solo 1300 sparsi in varie sedi. Le sforbiciate sono rasoiate all’efficienza di un servizio che tanto ha dato alle inchieste più complesse e più scottanti e tanto potrebbe ancora dare. Ma le scelte politiche sembrano orientate verso un obiettivo di ridimensionamento. I primi colpi sono venuti dal governo Berlusconi con il blocco degli stipendi agli operatori della Dia. Era il 2010 e questo era già un primo segnale che colpiva le tasche, è vero, nel momento in cui la crisi cominciava a manifestare la sua dirompenza. Ma fiaccava anche gli entusiasmi destinati a essere di nuovo colpiti l’anno dopo con il decreto sulla stabilità del governo Monti: ancora tagli del 20 per cento e riduzione del 64 per cento nel 2012 e del 57 per cento nel 2013 del Tea, il trattamento economico aggiuntivo che era stato concesso come riconoscimento al lavoro particolare degli agenti della Dia, fatto di impegno a tempo pieno, missioni fuori sede, assorbimento continuo nei servizi di pedinamento, osservazione, appostamento. E in più una grande professionalità che non nasce dal nulla ma da una formazione permanente e da un’esperienza formata sul campo.

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risateadentistretti

Un’ industria che autofinanzia Certo, se un Paese tira la cinghia è anche giusto che siano un po’ tutti a contribuire. “Siamo di fronte all’urgente necessità di contenimento della spesa” ha spiegato il sottosegretario all’Interno Carlo De Stefano. Ma quanto risparmia lo Stato con i tagli agli 007 antimafia? In media il Tea ammonta a circa 300 euro al mese e integra stipendi che non arrivano neppure a 1500 euro. Non c’è paragone con i costi, questi sì altamente improduttivi, della politica ma perfino con le indennità mantenute invece al personale di cinque ispettorati che non a caso lavorano sotto un “ombrello” politico visto che prestano servizio per il Quirinale, il Senato, la Camera dei deputati, palazzo Chigi e il Vaticano. E per questo nasce il dubbio che non sia un’esigenza di risparmio, come si dice, a guidare le misure di contenimento avallate dallo stesso direttore della Dia. In gioco ci sono questioni più serie e più grandi. Affiorano dalle “voci di dentro” degli stessi agenti e funzionari: “La Dia ha una specificità che le consente di svolgere indagini in autonomia rispetto ai corpi di polizia da cui provengono gli operatori”. L’autonomia in tema di antimafia erge una barriera protettiva da ogni interferenza o condizionamento. Il corso delle indagini non è, in sostanza, “controllabile” e per questo i risultati più significativi sono venuti dai fronti più caldi, quello politico in primo luogo. Ma anche dalle inchieste sul riciclaggio e sulle infiltrazioni criminali nell’economia legale . A parlare chiaro è il bilancio di questi venti anni. Colpisce soprattutto il dato dei beni sequestrati a Cosa nostra e alle altre mafie: oltre 12 miliardi di euro, dei quali 5,7 tra il 2009 e il primo semestre del 2011. Una fetta consistente, ma non quantificabile se non per grandi linee, di questa ricchezza sottratta alla mafia viene dai sequestri in Sicilia con centinaia di aziende, migliaia di immobili e conti milionari incamerati dallo Stato. “Siamo un’azienda ad alta produttività” proclamano con orgoglio gli uomini della Dia secondo i quali, una volta tanto, c’è una struttura investigativa che, meglio di un’industria, produce più ricchezza di quella che lo Stato impegna per tenerla in piedi. Ma c’è un altro bilancio che non è riducibile alla logica dei numeri. I sindacati di polizia hanno offerto al ministro Cancellieri una rassegna esemplificativa delle indagini più scomode seguite dalla struttura: Andreotti, Carnevale, Dell’Utri, Cosentino, nuove inchieste sulle stragi del 1992 e del 1993, fondi neri Finmeccanica, riciclaggio attribuito a esponenti della Lega Nord, grandi appalti. I primi tre casi – Andreotti, Carnevale e Dell’Utri – sono radicati in uno scenario siciliano al quale riportano anche le nuove inchieste sulle stragi. E proprio sulle stragi agli uomini della Dia è toccato un compito delicato e meritorio: correggere le ricostruzioni devianti che, almeno nel caso Borsellino, erano state incar-


l’inchiesta

dinate sulle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino. Ora affiora, grazie alla Dia, una nuova verità accreditata da due collaboratori più affidabili come Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina. Come si disperde un patrimonio di conoscenze IIl quadro siciliano non è completo se non si aggiungono il caso Contrada, l’inchiesta sul grande affare dell’eolico culminata con sei arresti e quella sulle infiltrazioni mafiose al porto di Palermo ma soprattutto l’indagine sulla “trattativa” che sta disegnando lo scenario di un inquietante compromesso tra lo Stato e Cosa nostra. Senza trascurare il caso del deputato Franco Mineo (Grande Sud), sotto processo perché accusato di essere il prestanome di un esponente della famiglia mafiosa dell’Acquasanta. Il sotterraneo smantellamento della Dia potrebbe depotenziare ora il lavoro investigativo svolto e fermare quello che si prepara. Per via economica si consumerebbe una misura che i sindacati definiscono “sanzionatoria e punitiva” e che viene riportata a un più ampio disegno di ridimensionamento delle forze impegnate nella lotta alla mafia proprio mentre Cosa nostra cambia pelle e si insedia al Nord negli snodi cruciali dell’economia. Il malessere che cova negli uffici delle Tre torri fa da incubatore a un’altra inquietudine diffusa dalla notizia dello smantellamento della mitica sezione “catturandi” della Questura, quella che ha legato la sua fama alle figure di Beppe Montana e Ninni Cassarà. Alcuni agenti e ispettori sono stati assegnati ad altri servizi, nel quadro di una razionalizzazione delle forze. C’è chi dice che in giro non ci siano più grandi latitanti, tranne Matteo Messina

Denaro. Mantenere una struttura di alto profilo operativo sarebbe uno “spreco”. Quindi si taglia. Ma per la verità i tagli si erano manifestati anche prima e in forme surrettizie. Gli uomini che nel 2009 erano andati ad arrestare Domenico Raccuglia, latitante da 15 anni, in un covo alla periferia di Calatafimi avevano dato un altro duro colpo alla mafia. “Successo investigativo importantissimo” aveva commentato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Importante non solo per il risultato raggiunto ma anche perché gli uomini della “catturandi” che avevano partecipato all’operazione avevano pagato di tasca propria la benzina per la trasferta. È solo un episodio, per giunta lontano. Ma sono tanti piccoli grandi fatti a dare il senso di un’operazione che procede sotto traccia mettendo pian piano zavorra sul treno dell’antimafia. E non basta tagliare fondi e teste. C’è un nuovo metodo di dispersione del patrimonio di conoscenza acquisito dalla Dia che passa attraverso la formazione di gruppi investigativi che fanno capo alla Criminalpol. Ma così si frammentano le informazioni esattamente come si era tentato di fare con le indagini di Falcone. Il tempo passa ma i metodi restano sempre gli stessi.


tavola rotonda a cura della Redazione de l’Inchiesta Sicilia

Celibi sì, ma... solo per Dio Celibato e divorzio come linee di demarcazione tra le diverse dottrine. Il passaggio storico che ha diviso, attraverso i secoli, il mondo cristiano. Le posizioni assunte dalle chiese catolica, ortodossa e valdese. Ne parliamo con tre minidstri di Cristo

L

’InchiestaSicilia – Il celibato, linea di demarcazione, è uno degli elementi che più mette a nudo le differenze dottrinali tra le chiese. Quale il percorso attraverso i secoli? Torcivia – Da punto di vista storico, il celibato dei sacerdoti, presso la chiesa cristiana, nasce con la riforma gregoriana. La dichiarazione giuridica che lo sancisce viene firmata nell’anno Mille. Secondo alcuni studiosi, la genesi del celibato è legata al concetto di purità legale. In base a tale principio, infatti, prima della riforma, i sacerdoti, la sera prima di celebrare la messa, dovevano astenersi dai rapporti sessuali con la propria moglie. Altri studiosi ritengono che tale scelta sia legata al concetto di nepotismo.Nel Nuovo Testamento, invece, il celibato tra i preti è presente e ha un ruolo fondamentale. Resta, comunque, un dono di Dio alla chiesa non legato al ministero. Festa – Nella cultura ortodossa, l’impegno presso la comunità è strutturalmente legato al matrimonio. E’ importante costituzionalmente che il prete sia sposato. E’ ministro di Dio chi dedica ogni minuto incessantemente a Cristo, non colui che si astiene dagli affetti personali o sessuali. Nella nostra chiesa è più opportuno, comunque, parlare più che di preti sposati, di sposati preti. Si tratta di due concetti diversi. Gli sposati preti sono persone regolarmente sposate che, un bel momento della propria vita, vengono chiamate da Dio a curare anime. Ficara – Fino al 1500, presso la chiesa valdese, i ministri di Dio non si sposavano perché

sono intervenuti:

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Carmelo Torcivia Sacerdote e Teologo Giuseppe Ficara Pastore della chiesa Valdese Giovanni Festa Padre della chiesa Ortodossa di rito russo

seguivano il modello cattolico. I valdesi, a quei tempi, erano predicatori itineranti. Pertanto, anche se questa non è la vera ragione del celibato, è chiaro che portarsi dietro le famiglie poteva diventare impegnativo. Il matrimonio dei sacerdoti viene introdotto nel 1532, quando con un sinodo, i valdesi aderiscono alla riforma protestante. L’InchiestaSicilia – ll piacere sessuale è di Dio, viene da lui o da chi altro? Cosa dice la Bibbia in tal senso? Torcivia – Questa domanda potrebbe ledere il concetto di celibato, non riferito soltanto a quello sacerdotale, ma a chiunque lo scelga. Il sacerdote non è un soggetto asessuato, ma è un uomo che nella vita ha compiuto una scelta che comprende l’astinenza dal sesso. Pertanto, egli deve vivere fino in fondo questa scelta. Festa – Chi dice che la sessualità viene da Dio? La sessualità è autonoma. In questo modo sembra quasi chew facendola partire da Dio, la si voglia giustificare e purificare. Io ritengo che l’esercizio della sessualità sia una cosa da vivere in assoluta libertà. Secondo i principi ortodossi, l’eros, la libido sono conquiste incondizionate della nostra coscienza. L’ortodossia afferma che il matrimonio rende concreta l’idea del rapporto di alleanza tra Dio e l’uomo. Bisogna evitare di fare diventare Dio custode perbenista delle delle nostre convenzioni sociali. Ficara – Per il protestantesimo, tutto ciò che riguarda l’etica, quindi anche la sessualità, è assolutamente personale. Pertanto, la chiesa non può entrare nel merito delle scelte personali di ciascuno di noi. L’unica etica che annuncia la chiesa è il senso di responsabilità, al quale viene rimessa ogni scelta individuale. Non soltanto il sacerdote, ma chiunque deve vivere la propria sessualità seguendo questo dettame, cioè secondo il senso di responsabilità.


politica

Regionale

Parole d’ordine: rivoluzione e inciucio “Sono diventate, ormai, il suo chiodo fisso, ancora prima di essere il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale. Eppure, a poche settimane dal suo mandato, Rosario Crocetta, neo presidente alla Regione, i ‘caposaldi’ della sua vita politica li sta applicando in pieno. di Giulia Noera

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i sono due parole ricorrenti quando ascolti parlare il nuovo Presidente della Regione Siciliana e sono ‘rivoluzione’ e ‘inciucio’. Probabilmente nella sua testa ricorrono come un mantra: nel primo caso è quello che vuole fare (e già sta facendo a detta di tutti, sostenitori e detrattori); nel secondo, è quello da cui rifugge. Ma la vera ‘rivoluzione’, in realtà, è stata la sua vittoria in una Sicilia che ha votato per un Presidente comunista, cattolico ed omosessuale. E chi se lo aspettava? Eppure in questo primo mese di mandato, Rosario Crocetta oltre che Presidente, è stato piuttosto incoronato 're' anche da molti che non lo hanno votato, scettici sopratutto nei confronti di una coalizione che ‘non sapeva tanto di sinistra’. Ma già da subito, con i primi provvedimenti, ha aggiunto consensi al personale bottino elettorale, riuscendo quasi a divenire in pochissimo tempo ‘l’uomo che in Sicilia cambierà le cose’. Lo si è visto nelle tantissime uscite pubbliche di cui si è incaricato Crocetta in questo inizio di mandato. Ricordo, ad esempio, un pomeriggio in cui il segretario del Pd Bersani in procinto di primarie, ha tenuto a Palermo il suo comizio elettorale e, la folla intervenuta, ha nettamente privilegiato le parole del Presidente rivoluzionario piuttosto che quelle del segretario del partito: roba da applausometro! Per non parlare della folla che spesso lo

attende sotto il Palazzo e che lui, puntualmente, riceve senza nemmeno intermediari. Anche in questo, un ribaltone di modi. Ma vediamo da dove arriva l’uomo della ‘rivoluzione’. Nato a Gela, in provincia di Caltanissetta, l'8 febbraio 1951, Rosario Crocetta ha mosso i primi passi in politica tra le fila del Partito Comunista Italiano prima, e di Rifondazione Comunista poi. Proprio sotto la bandiera di Rifondazione, diventa assessore alla cultura del Comune di Gela dal 1996 al 1998. Scaduto quel mandato aderisce ai Comunisti Italiani con cui, nel 2002, si candida a sindaco del paese nisseno. Sconfitto per poco meno di 200 voti dal candidato dell'Ulivo, Crocetta fa ricorso, e nel 2003, a seguito del riconteggio, viene eletto primo cittadino di Gela con un vantaggio di 307 voti sul suo avversario. Primo sindaco ad ammettere apertamente la propria omosessualità, Crocetta diventa una vera "bandiera" dell'antimafia, facendosi promotore di iniziative come lo svolgimento delle gare d'appalto pubbliche alla presenza dei carabinieri, ed il licenziamento di impiegati comunali vicini alla mafia. Cosa che certamente non è mai piaciuta a chi, della mafia locale, aveva fatto il suo interlocutore preferenziale. Ma proprio per questo, i suoi concittadini lo premiano e alla scadenza del suo primo mandato, nel 2007, viene riconfermato sulla poltrona di primo cittadino con il 64,8% dei consensi.

Nel 2008 aderisce al Partito Democratico, candidandosi un anno più tardi alle elezioni europee, e venendo eletto con 150.091 preferenze. Lasciato l'incarico di primo cittadino di Gela, in ragione dell'elezione al Parlamento Europeo, 18 aprile 2012 viene nominato vicepresidente della Commissione speciale antimafia (Crim) dell'Unione europea. Il suo impegno attivo contro la criminalità organizzata lo ha reso bersaglio di un agguato da parte della Stidda. Secondo i piani della malavita, Crocetta avrebbe dovuto essere ucciso durante la processione dell'Immacolata, l'8 dicembre del 2003. L'attentato fallì, ma da allora Crocetta vive sotto scorta. Tutela che viene raddoppiata qualche anno dopo: infatti nel gennaio del 2010 la Direzione Distrettuale Antimafia sventa un piano di Cosa Nostra per uccidere Rosario Crocetta, ed arresta 5 affiliati al clan mafioso Emmanuello di Gela. Eppure c’è stato chi ha insinuato sui suoi rapporti con la mafia. A queste parole l’uomo Rosario salta in aria e poi, risponde serafico: “ Siamo alla fiction: ci sono dei diffamatori che non riusciranno a sfregiare un governo nato nel segno dell’antimafia, impegnato contro sprechi e privilegi. Una cosa che da sempre fa paura. E, come diceva Paolo Borsellino, quando si vuole eliminare qualcuno prima lo si denigra e poi lo si ammazza”.


politica

Provinciale di Patrizia Romano

I

ntermediario tra Regione e Comuni. E’ proprio su tale assunto che si colloca l’azione della Provincia nell’ambito delle politiche di programmazione e coordinamento fra i due Enti. In un contesto istituzionale calato nel sistema organico delle autonomie locali, la Provincia assume sempre più questo ruolo. Un ruolo in cui viene osservato sia il principio della sussidarietà verticale, che delinea il rapporto fra le istituzioni su un piano di parità, sia il principio della complementarità, in termini di supporto agli Enti Locali. Non sempre, però, questi ruoli vengono riconosciuti. Anzi, sempre più pressante, arriva la volontà di sopprimere l’ente provinciale, ritenuto da molte forze politiche trasversali l’ente inutile per eccellenza. Come vive la Provincia di Palermo questo clima di deligittimazione? “Al di là dei luoghi comuni – dice Giovanni Avanti, presidente della Provincia di Palero, nonché presidente regionale dell’unione Provincie siciliane – io penso che le cose camminano sulle idee della gente. Nel 2008, dopo quindi giorni appena dal mio insediamento, ho convocato la Conferenza per-

manente dei sindaci. Un organo. Prosegue il presidente provinciale che ho concepito come un organo che potesse interloquire con i sindaci. Il riscontro tra gli enti locali è stato immediato. Da lì, è partito un lavoro di coordinamento tra gli stessi enti locali, dove il contributo offerto proprio dalle Province non è stato indifferenze”. E’ inutile soffermarci sugli e organi e sugli eventi svolti da quest’ultima, proprio all’insegna della sussidarietà e dell’aggregazione. Ma il lavoro più complesso della Provincia è stato quello di inculcare il principio, agli Enti locali abituati ad agire sino a quel momento in un clima di anarchia selvaggia, di pensiero comune e unitario. Abbiamo fatto in modo che i sindaci si svestissero della propria individualità, guardando oltre i propri confini territoria”. La Provincia, quindi, non è soltanto un organo mediatore, ma soprattutto aggregativo. I Comuni, quindi, sono stati spinti a pensare in termini di comprensorio del territorio, pensando di rappresentare una,unica realtà anche se con una propria identità. -La campagna denigratoria contro le Provincie, va considerata, quindi, come un’azione demagogica. “Direi ipocrita – agginge il Presidente. Certo – prosegue – oc-

corre un riassetto radicale, ma ciò non basterà, finché non cambierà la mentalità chiusa e, talvolta, riduttiva allo sviluppo e alla crescita sociale”. Le forze avverse agiscono in maniera, talvolta, ambigua. Il clima di sciacallaggio, creato, insinua nella mente del cittadino l’idea che la Provincia sia l’emblema degli enti inutili e che vada eliminata per ridurre i costi della politica. In questi ultimi anni abbiamo assistito al proliferare di enti intermedi, per la gestione dei servizi sovracomunali. Enti assolutamente privi di controllo. Per molti versi, è stato concesso troppo ai cosiddetti ‘altri enti locali’, privi di elezione diretta o ai cosiddetti ‘enti strumentali’ come le Autorità d’Ambito, i Distretti, le Istituzioni o le Società di scopo che rappresentano la vera emergenza finanziaria”. “Dove sta la riduzione della spesa pubblica, eliminando le Provincie? – sottolinea il Avanti -. In virtù dei poteri operativi conferiti, questi hanno finito, comunque, per prevalere sull’attività di programmazione, regolazione e controllo con costi, peraltro, esosi, svolgendo ruoli che non gli competono e pauperando dei propri ruoli gli organi preposti, oltretutto, previsti dalla Costituzione italiana

Depauperata dai propri ruoli Molte forze politiche trasversali vogliono

l’eliminazione delle Province,

riducendone le funzioni. Perché questa

volontà di deligittimazione? Ne parliamo con Giovanni Avanti, sPresidente della Provincia di Palermo e Presidente dell’Unione regionale Provincie siciliane

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politica

Comuni

Autonomia coatta L’ordinamento della finanza pubblica locale ha modificato notevolmente l’andamento della gestione finanziaria degli enti locali siciliani. Da una parte, aumenta l’autonomia finanziaria dei comuni attraverso il finanziamento dei propri tributi, dall’altra, le numerose manovre correttive sulla finanza pubblica hanno ristretto l’autonomia finanziaria degli stessi, imponendo numerosi vincoli. Ne parliamo con Giacomo Scala, presidente dell’Anci Sicilia, Associazione nazionale dei Comuni d’Italia di Patrizia Romano

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l coacervo delle modifiche apportate all’ordinamento della finanza pubblica locale hanno modificato notevolmente l’andamento della gestione finanziaria degli enti locali siciliani, assumendo peculiarità ambivalenti e contraddittorie. Infatti, da una parte, avviando il cantiere normativo del federalismo fiscale, si pongono l’obiettivo di aumentare l’autonomia finanziaria dei comuni attraverso il finanziamento dei propri tributi, dall’altra, le numerose manovre correttive sulla finanza pubblica hanno ristretto l’autonomia finanziaria degli stessi, imponendo numerosi vincoli. E’ facile, alla luce di tale analisi, immaginare le difficoltà gestionali incontrate dai Comuni. L’andamento della gestione finanziaria, proprio in virtù di tali modifiche, segue, infatti, un percorso tortuoso.

“In questo scenario – dichiara Giacomo Scala, presidente dell’Anci Sicilia, Associazione nazionale dei Comuni d’Italia - la situazione dei Comuni siciliani presenta una forte peculiarità. Questi, infatti, non possono ampliare la propria autonomia, utilizzando gli strumenti previsti dal decreto legislativo sul federalismo municipale, visto che quest’ultimo non ha trovato applicazione diretta nelle regioni a Statuto speciale, anche se, nello stesso tempo, essi hanno subìto le misure di contenimento della spesa pubblica. Pertanto – continua il presi-

dente dell’Anci - la situazione finanziaria che i comuni siciliani hanno affrontato nel nuovo contesto di crisi economica e di restrizioni alla finanza pubblica locale è difficile e complessa perché, diminuendo la disponibilità, ha costretto gli enti locali a scelte di riduzione dei servizi erogati e di maggiore efficienza dell’organizzazione amministrativa”. Il livello di autonomia finanziaria dei comuni siciliani, la capacità cioè di acquisire nel proprio territorio le risorse necessarie a garantire i servizi si attesta intorno al 40 per cento. Parecchi punti meno rispetto ai comuni del Nord “E’ difficile, pertanto – conclude Giacomo Scala - esprimere una valutazione su quali siano e come funzionino gli indicatori finanziari che permettono di seguire l’andamento della gestione finanziaria di ciascun ente. Non ci resta che adeguarci e arrangiarci. E tutto questo…. in nome dell’autonomia”.


l’inchiesta


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economia lavoro di Patrizia Romano

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Al di là dell’Isola

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Boom dell'export in Sicilia nei primi sei mesi dell'anno. Secondo le rilevazioni dell'Istat, volano le vendite di legno e lavorati, in forte aumento anche le esportazioni di produzioni da cave e miniere e di sostanze e prodotti chimici, nonché il settore agro-alimentare. Le dinamiche di tale crescita in un’analisi del vice presidente di Confindustria, Antonino Salerno

entre negli ultimi mesi l’economia mondiale ha dato l’impressione di una lieve crescita, quella italiana ha registrato un dinamismo più modesto rispetto ad altri paesi esteri, recuperando soltanto una piccola parte della perdita subita nel passato. Non parliamo di grossi movimenti, ma quel po’ che c’è stato, è avvenuto, comunque, soltanto in virtù di una ritrovata vivacità del commercio estero. Strano a dirsi, ma la Sicilia è tra le regioni d’Italia che più hanno contribuito a una crescita verso questa direzione. Sembrerà magari azzardato ed esagerato, ma c’è chi sostiene, addirittura, che il made in Sicily” non conosca crisi. E' quanto emerge dai dati delle esportazioni riferite agli ultimi trimestri, nei quali l'andamento dell'export è sensibilmente positivo per tutto il territorio nazionale e, soprattutto per la Sicilia. A prescindere dai concetti azzardati, comunque, dall’inizio della crisi, le esportazioni hanno rappresentato per il sistema produttivo siciliano una voce importante per contrastare il trend recessivo innescatosi in questo periodo. Ritornando ai dati, al di là delle peculiarità che differenziano le regioni del Nord Italia da quelle del Sud, sul versante delle esportazioni, quelli relativi alla Sicilia, secondo l’Istat, indicano un andamento più che positivo in quasi tutti i settori produttivi, aumentando del 43 per cento circa e recuperando il vistoso calo del passato. “La Sicilia – dice Antonino Salerno, vice presidente regionale di Confindustria Sicilia, con delega all’internazionalizzazione – ha bisogno di mercato. Quello di cui dispone è contenuto e asfittico. Guardare all’estero rappresenta, quindi, una valvola di sfogo non indifferente”. La crescita registrata nell’Isola supera il dato medio nazionale. Crescita determinata anche dall’andamento espansivo dei prodotti non oil. Infatti, i prodotti della raffinazione hanno registrato un aumento del 44 per cento, mentre la componente non oil ha segnato una crescita del 39 per cento. Tale crescita è ascrivibile in particolare ai prodotti chimici e farmaceutici, agli apparecchi elettronici e ottici, nonché ai mezzi di trasporto. Anche le esportazioni agricole segnalano un aumento. Registrano una crescita più contenuta, invece, i prodotti dell’industria agroalimentare e i prodotti in gomma, materie plastiche e altri prodotti non metalliferi.


e

economia lavoro

I tradizionali partner della Sicilia indicano crescite differenziate: verso la Francia, per esempio, si registra un aumento dei prodotti della raffinazione petrolifera, degli apparecchi elettronici e ottici, nonché dei prodotti chimici e dei prodotti agricoli; mentre verso la Germania, grazie all’aumento dei prodotti chimici, farmaceutici, mezzi di trasporto e prodotti agricoli e alimentari; verso la Spagna, sono aumentati in particolare i flussi di prodotti energetici, della chimica e dei prodotti alimentari. In ambito extra UE, l’export è risultato in aumento del 43 per cento rispetto all’ultimo triennio. Nell’ambito dei Paesi europei non appartenenti alla Unione europea, l’aumento ha interessato, in particolare, i prodotti della raffinazione petrolifera, i metalli e i mezzi di trasporto. “Al di là della suddivisione geografica cui sono destinati i nostri prodotti – sostiene Salerno i mercati di riferimento per noi sono quelli del bacino Mediterraneo. Consolidare i rapporti con l’intera fascia nord africana potrebbe essere un’ottima opportunità, perché significherebbe aprirsi a una popolazione numericamente non indifferente”. I prodotti da destinare a questa area potrebbero essere quelli del settore alimentare, cantieristico, metalmeccanico. “Nonché – aggiunge – la possibilità di esportare tecnologie da applicare all’agricoltura”. In realtà, negli ultimi anni, si è registrato un discreto incremento dell’export nell’area medio-orientale. Incremento che ha interessato i prodotti petroliferi raffinati, i prodotti chimici e quelli in gomma. Il 15,8 per cento delle esportazioni siciliane, infatti, è diretto all’Africa settentrionale. Sugli stessi livelli viaggiano le esportazioni verso gli Stati Uniti, anche se, benché abbiano segnato una crescita del 43,6 per cento, non hanno ancora recuperato i livelli passati. “Gli stati Uniti, comunque – sostiene il vice presidente di Confindustria – rappresenta un grosso mercato di sbocco, soprattutto nel settore agroalimentare. Gli americani sono dei grandi estimatori dei nostri vini e dei nostri oli”. Nell’ultimo trimestre del 2012, su tutto il Mezzogiorno dalle statistiche sono risultate attive circa 1.704.000 imprese, che rappresentano circa il 33 per cento delle imprese attive in tutta Italia. Mentre si riduce il numero delle imprese individuali e quello delle società di persone, crescono le società di capitali. Sempre nello stesso periodo, rispetto al trimestre precedente, le vendite di beni sui mercati esteri risultano in crescita per tutte le ripartizioni territoriali, seppure con intensità diverse. Già nel primo semestre, il Mez-

zogiorno ha registrato quasi 51 mld di Euro di interscambio commerciale con l’estero. Ma anche nel corso dei primi nove mesi del 2011 le esportazioni del Mezzogiorno sono aumentate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Insomma, la dinamica tendenziale dell'export nel primo semestre 2012 si conferma positiva per tutte le

ripartizioni. Sul piano nazionale, la Sicilia non sfigura affatto. Sempre secondo dati Istat, infatti, la Sicilia è la regione che ha registrato la maggiore crescita delle vendite sui mercati esteri, facendo segnare un + 30,4 per cento. Seguono la Toscana, l’Emilia-Romagna e la Lombardia. pagina 17


e

società costume

L’individuo e la collettività: un dilemma

nei secoli Nel silenzio opprimente di un paese ridotto all’impotenza democratica, ogni spazio e luogo di partecipazione può rappresentare uno spazio di liberazione individuale e collettivo. Le strutture aggregative, di qualsiasi natura esse siano, evocano il senso politico e sociale

di

S

econdo dati del Censis sullo stato sociale dell’Isola, ne emerge un Paese con un tessuto sociale molto fragile, con gravi difficoltà socio integrative, con seri problemi familiari e individuali. E’ una società in cui si sta perdendo l'identità collettiva e in cui aumenta la frammentazione. Frutto di una crescente disillusione verso le istituzioni che, a loro volta, guardano alla società che amministrano come 'poltiglia di massa'. I progressi economici sembrano legati a dinamiche di minoranza e quindi non riguardano la massa della società e, pertanto, non vengono particolarmente

avvertite dalla gente. In aumento l’aggressività, espressione di una forte degenerazione antropologica. Particolarmente evidente anche nelle famiglie, sempre più precarie e low-cost. Possiamo affermare, insomma, che i dati del Censis delineano una crisi della società italiana, improntata al pessimismo, al senso di vuoto e all'inerzia di fronte alle sfide del futuro. Nondimeno, i dati mettono in luce come le parti più vitali della società italiana non riescano a far 'percolare' un certo generale livello di benessere ed evoluzione. Nel silenzio opprimente di un paese


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società costume

ridotto all’impotenza democratica, ogni spazio e luogo di partecipazione può rappresentare uno spazio di liberazione individuale e collettivo. Le strutture aggregative, di qualsiasi natura esse siano, evocano il senso politico e sociale capace di connettere bisogni e desideri, coniugare la volontà di cambiamento e una visione ampia della società. La maggiorparte sceglie la scorciatoia dell’individualismo, che non risolve i problemi, ma li rimanda, penalizzando i più deboli. Il Centro di Aggregazione Sociale, destinato ad attività di promozione socio culturale, è finalizzato alla realizzazione delle diverse forme di aggregazione sociale fruibili dalla generalità della popolazione, configurandosi come struttura polifunzionale, il cui scopo è quello di offrire alla popolazione un luogo in cui stare insieme, in cui proporre diverse attività e in cui trovare spazi da vivere all’insegna della socializzazione e della creatività. Questo messaggio, purtroppo, non è più passato alle istituzioni. Nel corso degli anni, la creazione di centri aggregativi è sempre stata affidata all’iniziativa privata di cooperative sociali che, con il supporto delle istituzioni disposte a finanziare progetti volti al sociale, è riuscita a mantenere uno standard strutturale sul piano socio-aggregativo, più o meno, soddisfacente. Con le ultime amministrazioni, si è aperta una voragine profonda nel sociale. Tra tagli e insensibilità, le strutture aggregative che, fino a quel momento erano riuscite a sopravvivere, anche se non con continuità, sono state, all’improvviso, risucchiate nel vuoto amministrativo. Così, l’operatività sociale si trasforma in appannaggio

clientelare La politica deve intervenire per favorire l’aggregazione, offrendo spazi di socialità, fornendo supporto all’autorganizzazione volta alla coesione sociale Soltanto in questo modo si perpetua il concetto di comunità come identità collettiva che cresce e moltiplica il proprio substrato di coscienza civile. Deve offrire occasioni di sviluppo, creare nuove opportunità di crescita collettiva e sociale.

Il processo interculturale potrebbe diventare l’asse portante dell’agire collettivo. Il contesto deve essere plurale ed inclusivo. La somma delle esperienze è più grande della somma delle singole azioni. La speranza è che le istituzioni soprattutto municipali, si facciano carico delle istanze di cambiamento, sostenendole, al fine di trasformare in meglio la città e di creare un modello per le altre città italiane.

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giudiziaria

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arenza organica. Inefficienza strutturale. Mutamenti sociali. Il corso della giustizia in Sicilia passa attraverso sentieri irti e tortuosi. Mentre il numero dei procedimenti in corso aumenta in maniera esponenziale, i tempi per definirli si allungano vertiginosamente. Sul piano regionale, sembra che questo marasma giudiziario riguardi l’intera Isola, ma se ci introduciamo in una comparazione dei dati provenienti dai Tribunali dei vari distretti, ci si rende conto delle divergenze tra un distretto e l’altro e, soprattutto, della maggiore criticità in cui versano i distretti che inglobano le grandi aree metropolitane, come Palermo, in cui il numero dei processi cresce di anno in anno. “Il distretto di Palermo – dice Leonardo Guarnotta, presidente del Tribunale di Palermo – registra criticità che non è facile superare. Il motivo di base è sempre lo stesso: la scopertura dei posti in organico. Le cause di questo vuoto endemico – spiega il presidente – sono numerose. In primo luogo, i frequenti trasferimenti di magistrati, nonché il massiccio

pensionamento anticipato dei magistrati più anziani. Il tutto non seguito da una contestuale sostituzione”. La durata dei processi rimane, comunque, il problema più grave. Tra gli effetti negativi del ritardo nella definizione dei processi continua a registrarsi la cosiddetta sommarizzazione del processo. “E’ noto – conferma il giudice Guarnotta – sia nel penale sia nel civile, che le parti tendono a privilegiare l’uso, talvolta improprio, delle misure cautelari al fine di conseguire quei risultati che le lungaggini del processo stentano a garantire”. La durata dei processi in Corte d’Appello, infatti, è aumentata notevolmente, passando da 1.400 giorni a 1.644; nei Tribunali da 837 a 872; negli uffici del giudice di pace da 389 a 405. La durata delle cause di separazione giudiziale e divorzio è aumentata in primo grado da 502 a 523 giorni, diminuendo in secondo grado. Mentre nei procedimenti penali, la durata è più ragionevole, mantenendosi nel limite massimo di 2 anni per ciascun grado di giudizio. Nel complesso, però, l’esaurimento di un processo penale, tra indagini preliminari e dibattimento di primo e secondo grado, avviene in un tempo non inferiore ai 4 anni. “Le piante organiche dei magistrati ordinari e onorari nei singoli uffici giudiziari, sia giudicanti sia requirenti – sotto-

linea ancora il presidente del Tribunale di Palermo – a parte la palese inadeguatezza in relazione al consistente aumento degli affari civili e penali, presentano rilevanti scoperture che ostacolano l’originario svolgimento dell’attività giudiziaria, costringendo a continue applicazioni o supplenze di magistrati da alti uffici del distretto per la composizione dei collegi giudicanti o per esercitare le funzioni di P.M. nei dibattimenti penali. Tra giudizi e presidenti di sezioni – sottolinea il magistrato – siamo 125. E’ un organico insufficiente e inadeguato rispetto alla mole di lavoro, che aumenta ogni giorno in maniera esagerata. Abbiamo un deficit di 12 giudici e 3 presidenti di sezione. Noi spingiamo gli organi istituzionali competenti sino allo stremo delle nostre forze, ma non arriva nessuna risposta”. Con l’entrata in vigore, poi, del Tribunale delle imprese, che sostituisce la sezione della proprietà industriale e intellettuale, il problema è maggiore e ha bisogno di 6 giudici e un presidente, che non c’è ancora. La carenza organica emerge pure nel settore amministrativo, che soffre di una scopertura pari al 5,31 per cento.

“giustiziaèfatta”

...se ci sarà tempo Mentre il numero dei procedimenti in corso aumenta in maniera esponenziale, i tempi per definirli si allungano vertiginosamente. Viaggio tra i sentieri irti e tortuosi della giustizia in Sicilia tra carenze organiche e strutturali. In un’analisi del presidente del Tribunale di Palermo, Leonardo Guarnotta

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di Patrizia Romano


cosa metti atavola?

occhioalconsumo

Carenze organiche e strutturali. Ritardi legislativi. Nell’ambito dei controlli alimentari, esiste una vera e propria disincrasia tra ciò che prevede la legge e ciò che, in base alla stessa, dovrebbe essere realizzato. Il rischio di contaminazioni è sempre in agguato. E i pericoli per il consumatore, inevitabilmente, crescono di Giusi Serravalle

Q

uante insidie si nascondono dietro al bancone di vendita dei prodotti alimentari? Quanti veleni arrivano sulle nostre tavole? Quanti rischi corre giornalmente il consumatore ingenuo e sprovveduto? Tutti interrogativi inquietanti ai quali è difficile dare una risposta. Tutto finché non scoppiano casi eclatanti come il vino al metanolo, il formaggio al botulino, il latte alla diossina, il pesce al mercurio, la mucca pazza. Casi alla ribalta della cronaca che, per qualche mese, turbano il consumatore e, forse, scuotono la tranquilla coscienza dei produttori e di chi dovrebbe controllare la qualità dei cibi. E dopo? Spenti i riflettori dei mass-media, si ritorna a imbandire la tavola con ogni sorta di cibo e correndo ogni sorta di rischio. E se i rischi sono all’incirca uguali per tutti i consumatori italiani, c’è tra questi chi rischia di più, come chi vive nelle regioni italiane in cui il consumatore è un soggetto giuridicamente sconosciuto. Tra le regioni messe peggio, un posto di rilievo spetta alla Sicilia, dove non esiste alcuna connessione tra ciò che impone la normativa e ciò che viene realizzato. La Regione Sicilia ha recepito le direttive emanate dall’Unione Europea soltanto dopo quattro anni dall’emanazione e, tra l’altro, non hanno ancora trovato piena attuazione. I decreti cardine del quadro normativo che disciplina il controllo degli alimenti sono quelli del 97. I due decreti che vanno sotto la sigla Haccp (Hazard analisis critical control point), dettano le norme relative alla sicurezza degli alimenti. Sicurezza che deve essere garantita

attraverso un’analisi mirata a prevenire ogni rischio durante le fasi di produzione, stoccaggio e lavorazione, denominate ‘fasi critiche’ e che inglobano preparazione, trasformazione, confezionamento, deposito, trasporto, manipolazione, fornitura, trasferimento, eccetera di ogni alimento. Tutte le fasi, insomma, in cui il prodotto rischia contaminazioni microbiologiche. Contaminazioni la cui responsabilità viene attribuita a molti soggetti: dal produttore al venditore. Produttore e rivenditore hanno, dunque, molte responsabilità. Ma a chi spetta il controllo vero e proprio? Le strutture preposte sono tante. Per la Sicilia questo rappresenta un problema, in quanto le strutture previste per la normativa sono decisamente carenti. Sembra che tra personale e strutture, nell’Isola si riesca a coprire appena il 25 per cento del fabbisogno. Anche se, comunque, va detto che stabilire il rapporto tra strutture ed esigenze

del territorio non è facile. Per una legislazione quale quella alimentare, in continua evoluzione rispetto al mercato globale e alle aree di libero scambio, è difficile individuare l’esatto numero di persone da adibire ai controlli alimentari. Pertanto, si propone quale prima fase di razionalizzazione quella di un migliore coordinamento degli interventi in atto svolti dalle Ausl, dai Nas (Nucleo antisofisticazioni dei Carabinieri), dai vigili annonari, dai medici veterinari, dai laboratori di Igiene e Profilassi, eccetera. Ciò al fine di verificare, tramite il monitoraggio, l’eventuale miglioramento della situazione. Alcune di queste strutture dovrebbero esercitare un controllo prettamente sanitario. Altre, invece, hanno un ruolo più analitico. Altre ancora, infine, dovrebbero svolgere un ruolo repressivo.

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de Paris, con Kate Raichel del Berliner Ensamble e con Giorgio Albertazzi con il quale debutta al teatro greco di Taormina nel 1997. Prende parte a vari spettacoli tra i quali Borges in Tango, inaugurando una collaborazione come cantante con un’orchestra di tango argentino e nel 2000 vince il premio Danzuso come miglior attrice di prosa. Al suo attivo ha 11 film tra i quali campioni d'incasso come ‘Ti amo in tutte le lingue del mondo’ di Leonardo Pieraccioni, il ‘7 e l’8’ di Ficarra e Picone, ‘Io e Marylin’ sempre di Pieraccioni. Senza mai abbandonare lo studio del canto e la ricerca teatrale si dedica anche alla televisione. Tra il 2006 e il 2007 è impegnata sul set del ‘Giudice Mastrangelo 2’ con Diego Abatantuono e con le riprese della ‘Nuova Squadra’ dove interpreta l’anatomopatologa Mimma Ferrante. Ma non basta, partecipa al romanzo popolare ‘Agrodolce’, girato interamente in Sicilia, nel ruolo di Gemma Martorana e dal 2010 entra a far parte del cast della fortunata serie de ‘I Cesaroni’. Alla fine dello stesso anno prende parte al cinepanettone di Neri Parenti ‘Natale in Sudafrica’ con Christian De Sica, Belen Rodriguez, Max Tortora, Massimo Ghini, , Giorgio Panariello e Serena Autieri. Nonostante i suoi mille impegni siamo riusciti a incontrarla e dalla piacevole chiacchierata ne esce fuori una donna disponibile, simpatica e soprattutto ironica.

Tabita

Barbara

ilpersonaggio

di

A

inaugurare questa nuova edizione non poteva che essere un “personaggio” della nostra terra: attrice siciliana, nata ad Augusta in provincia di Siracusa nel 1975, Barbara Tabita divide la sua carriera tra teatro di prosa, commedia musicale, cinema, canto e televisione. Ha studiato recitazione, frequentando la Scuola del Teatro Stabile di Catania, perfezionando i suoi studi teatrali con Richard Gordon dell'Actors Studios, con il mimo Laureny Clairet dell'Ecole de mimodrame

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una

Barbara cosa pensi delle difficoltà che la cultura in generale sta attraversando? “E’ un periodo brutto, c’è la crisi, la cultura nel nostro paese è vista solo come un costo, mentre dovrebbe fare la differenza, dovrebbe essere incentivata come si fa con il turismo. Alle volte mi viene voglia di cambiare lavoro, se fosse meritocratico andrebbe bene, ma purtroppo è per i raccomandati”. Hai lavorato con registi importanti. Con chi ti sei trovata bene? E con chi

Intervista a Barbara Tabita attrice di televisione cinema e teatro e testimonial Green Peace per la campagnia "Deforestazione Zero".

meno bene? “Certamente mi sono trovata bene con Neri Parenti, che in un’intervista su Panorama mi ha paragonata a Woopi Golberg, con Ficarra e Picone. Ma anche con Pif, del quale ho doppiato ‘Solo d’estate’ un film intelligente e pieno di arguzia come è lui nella vita. Non dirò mai con chi non mi sono trovata bene. Credo che le parole vadano sempre pesate e non ci tengo a parlare male. Parlando di colleghe ho lavorato benissimo con Belen Rodriguez e Serena Autieri mentre, senza fare nomi, mi fanno paura le donne insicure”. Hai debuttato a Palermo con una mostra fotografica, pensi di ripetere l’esperimento?

donna e


ilpersonaggio

“Si, e questa volta saranno le mani della gente protagoniste dei miei scatti. Perché le mani raccontano tutto. Come le mie che da sopra sono curatissime, ma sono mani che hanno faticato, che hanno i calli perché le valigie io me le sono sempre caricate, facendo lunghe camminate a piedi per evitare i taxi”. Hai un sogno nel cassetto? “E chi non ce l’ha? Due film scritti da me e che un giorno mi piacerebbe realizzare”.

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eclettica


intervista

dal meno

al più

INel 2013 si prevede un rallentamento della crisi, ma sarà ancora recessione. Il Pil andrà giù dello 0,4 per cento, i consumi caleranno dello 0,9 per cento, mentre la disoccupazione sarà in ascesa a quota 11,1 per cento. Sono questi alcuni dei dati di previsione emersi per il prossimo anno. Dati che indicano con chiarezza che anche il 2013 sarà un anno difficile, nonostante un rallentamento della crisi. La sfida è, quindi, agire con determinazione per trasformare i segni meno in segni positivi. Ne parliamo con Piero Agen, presidente regionale di Confcommercio Sicilia di Patrizia Romano

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osa propone Confcommercio per liberare quei miliardi da destinare a una politica orientata alla crescita? C red o che pe r t ras form are i s e gn i me n o in se gn i pos it iv i ci v o rre bbe in nan zitutto un atto di coraggio d a parte del nuov o Govern o regionale. Tagliare le s pe se cor re nti, ridurre le imposte l ocali che penalizzano il Sud (nes sun o ricorda mai che l’IRAP in Sicilia colpis ce pe rce ntualm ente le imprese più d i quanto non l o si faccia ne l Nord I tali a), ma soprattutto i nves tire i ris parm i in spese prod uttiv e mirate a di min uire i l GAP infras tut turale che re nda l a Sicil ia non competitiva e qui ndi non attratt iva per gli i nves timen ti;

In Sicilia crollano Prodotto interno lordo e occupati, mentre l'Unione Europea congela 600.000 milioni di fondi comunitari legati al ciclo di programmazione 2007-2013. Cosa si può fare per bloccare l’azione dell’Unione Europea? La Si cil ia pot rà riatt ivare i fo nd i com un it ari s ol tan to rip ren d en d o un dial ogo c on l a Comun ità Eu ropea non basat o sul con te nz io so e s ul le furbe rie de l l ’ul ti ma ora, pu nt and o, inve ce , s u una proge ttual ità di ampio re spiro, l egat a al ri l an ci o de l l ’e con om ia re ale piut tosto che al man tenim ento d ell e se cche di as s is te nz ial is mo che c i re nd on o sempre più simil i al la Gre cia.

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Anno nuovo, vita nuova. Ma cosa ci riserverà il 2013. Checché ne dicano gli esperti, il futuro rimane sempre un’incognita. Però, perché non prenderci la briga di azzardare qualche ipotesi pure noi? Lo facciamo con Piero Agen, presidente regionale della Confcommercio Sicilia. Nel 2013 si prevede un rallentamento della crisi, ma sarà ancora recessione. Il Pil andrà giù dello 0,4 per cento, i consumi caleranno dello 0,9 per cento, mentre la disoccupazione sarà in ascesa a quota 11,1 per cento. Sono questi alcuni dei dati di previsione emersi per il prossimo anno. Dati che indicano con chiarezza che anche il 2013 sarà un anno difficile, nonostante un rallentamento della crisi. La sfida è, quindi, agire con determinazione per trasformare i segni meno in segni positivi


intervista La differenza tra imprese nate e imprese che hanno cessato la propria attività dovrebbe fare registrare un certo peggioramento rispetto all’andamento degli anni passati? P robabi lmen te av re mo un pe ggiorame n to, m a n on cred o che que s to s arà pe rce nt ual me nt e d i g ran de e nt it à, non perché speri più di tanto in una ripresa eco nom ica, quant o piutto sto pe r l a d ispe raz ion e che sp in ge t ant i giovan i e men o giovani dis occupati a t entare comunque l a v ia d ell a cre azi one d ’impre sa. Quali sono i settori che ancora resistono alla crisi, che crescono e che attirano i risparmi dei siciliani? La crisi col pis ce tutti i set tori e n on fa sconti, certamente quel li dell ’edilizia e d ell a ristoraz ione risult ano f ra i più colpiti, ma gl i ul timi dat i ci dicon o che lo stesso consumo alime ntare è in pesante cri si i n tu tte le div ers e ti pol ogi e d i ve n di ta e q ues t o pe r n on parl are de l l’abbigliament o che ha subito un ve ro e proprio tracoll o. Dall’alta gioielleria all´abbigliamento griffato. Nel tessile, poi, alcune aziende puntano su nuovi settori che investono

sempre più sull´immagine. Il comparto elettronico registra aumenti nella vendita dei cellulari più sofisticati. Sono, infatti, i modelli più cari, dai 400 euro in su, quelli che hanno maggiore successo. Come mai in un momento in cui molte aziende chiudono e licenziano, aprono i battenti i comparti di lusso? Non è una contraddizione alla crisi? N o, n on è u na c on tradd i zi on e che ten ga il ‘l us so’, anche se ques to av viene solo in misura re lativa. E ’ normale che le prime a sof frire siano le classi più povere , men tre ‘tie ne’ un a mi noranza più agiata che se tagli a i consumi l o fa e ssen zial men te pe r paura de l domani Un’economia disagiata è sempre caratterizzata da un’urbanistica povera e da una scarsa qualità delle antropizzazioni. Se passiamo da queste considerazioni, cosa dire della Sicilia? Incarna il ‘non plus ultra’ del disagio economico? La Sicili a è ce rtame nte il non pl us ultra del disagio e conomico, ma ques to deriva non tanto dal tipo di urbanistica, quanto piuttosto da un mancato progetto di s vi l uppo urban is ti co e d ec on omi co. Siamo una te rra con g randi prospettive in cui , pe rò s i è v is su to al l a gio rn ata sen za proge ttare il futuro. Sarebbe s uf-

fi ci en te raf f ron tare la n ost ra re al tà ag ricola come quel la del Tre ntino Al to Adige per scoprire come , me ntre noi abban do ni am o i te r rit ori pe ri fe ric i, in que lla re al tà hanno fatto del la marginalit à, li chi am ano ‘m as i’, il punto d i parten za per uno sviluppo turist ico. Durante il boom dei centri commerciali, si è alzato l’indice contro il proliferare della grande distribuzione, la cui prosperità ha danneggiato fortemente la piccola distribuzione. E’ vero, quindi, che la cessazione di tanti piccoli negozi va attribuita alla grande distribuzione? E oggi quali sono le condizioni di salute di quest’ultima? I l fatto che i cen tri commercial i siano uno dei fattori che ha danneggiato la piccola dis tribuzione è innegabile , è anche v ero, però, che i l motiv o di fondo è legato più che al le apert ure , all’e ccess o di a pe rture. I l fatto che la Si cilia, con un re d di to m ol to pi ù bass o d el Nord Italia, abbia un n um ero d i mq. per abitan te di g rande dis tribuzi one molto più al to del Nord I tal ia, ci da l’indice esatto di questa foll ia. U na fol lia che og gi si ritorce contro l a ste ssa g rande distribuzione , in forti ssima crisi come ci d imostran o l e chiusure che hann o col pi to soprattutto nel le are e di Catania, Siracusa, Ragusa e Palermo, ovvero in que lle are e dove la speculazione ha spinto la nas ci ta di pun ti d i v en d ita as so lu tament e inutil i e ripet itivi.


turismo

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onsiderato il periodo di grande crisi locale e globale credo che una analisi dell’ andamento del turismo in Sicilia nell’anno in corso potrebbe, a prima vista, risultare viziata da un approccio del tipo ‘ c’è la crisi allora tutto va male ’ purtuttavia una rapida lettura dei dati forniti dall’Osservatorio statistico di Uic - Bankitalia per i turisti stranieri danno alla Sicilia un 2012 in ripresa al pari di annate certamente migliori quali quelle del 2007, 2008, 2009 sia in termini di arrivi, pernottamenti e spesa turistica. In particolare interpolando i dati, abbiamo circa 13 mln di pernottamenti ( come il 2009), 2 mln di arrivi (tra i valori 2007 e 2008 ), 1.17 mld di euro di spesa turistica sulla Regione (circa come il 2007). Apparentemente quindi un ottimo risultato. Perché allora tutto questo allarme da parte degli operatori sulla stagione che sta per finire e sul 2013 che arriverà ? Per almeno tre ordini di motivi: il primo è l’ aumento della base ricettiva ( nuovi posti letto) nell’ ultimo quinquennio 2008 – 2012 stimabile intorno al 30 % ( nel 2005 – 2010 pari al 22,5 % - dati Assessorato Regionale Turismo ); il secondo, possiamo ricondurlo al trend negativo costante di arrivi, presenze e spesa turistica nel medesimo quinquennio ( 2012 a parte) con diminuzioni di almeno il 10 % l’anno (le presenze del 2009 crollano del 24 % !!!); il terzo infine riguarda l’aumento smodato dei tributi locali come IMU, TARSU od introduzione della Tassa di Soggiorno quasi sempre a fronte di nessun servizio turistico erogato dai Comuni sul territorio. Sia chiaro i fattori di non competitività del sistema turistico percepiti dagli operatori sono molti di più ma l’azione congiunta di questi tre viene unanimemente ritenuta letale come tristemente confermano le serrate degli operatori di Cefalù, meta turistica ritenuta, fino a qualche anno fa, immune da crisi. Siamo, quindi, di fronte ad un paradosso che vede da un lato un mercato turistico ‘virtuale’ in ottima salute e grande cavallo di battaglia di quella politica bisognosa di medaglie da potersi appuntare sul petto e dall’altro un mercato turistico ‘reale’ dove le imprese della filiera riducono la qualità del servizio, licenziano, o peggio, chiudono. Come fare a ricondurre all’unità questa visione bifronte ? Ma certamente riconfigurando i termini, numerici e concettuali, del sistema turistico effettuando tutta una serie di valutazioni comparative

turismo:

incipit vita nova

Bilancio sul turismo in Sicilia nel 2012 e previsioni per il 2013 di Andrea Corso*

più ampie non accontentandoci di qualche modesto successo statistico sull’anno precedente. A tale proposito è opportuno ricordare che se, in prima approssimazione, la mole dei pernottamenti italiani è uguale a quella degli stranieri la miglior performance (pernottamenti totali) della Sicilia nell’ultimo quinquennio è del 2008 con circa 35 mln di presenze, se consideriamo poi che abbiamo circa 200 mila posti letto per 73 mln di notti massime possibili nell’anno ci rendiamo conto che, nel 2008, abbiamo lavorato mediamente al 40 % e negli anni successivi siamo andati pericolosamente al di sotto di questa soglia. Attualmente il sistema ricettivo siciliano lavora al 30 - 35 % delle sue possibilità massime. Per dirla in gergo ‘i letti freddi’ sono 7 su 10 . Se il ‘sistema ricettivo’ siciliano fosse una azienda privata sarebbe già fallito da tempo. Basti pensare che in Toscana, ad esempio, i ‘letti freddi’ sono 5 su 10 e che le Baleari con la sola Madeira fanno tra le quattro e le cinque volte i nostri pernottamenti (120 mln di per-

nottamenti per Madeira nel 2009 – dati OTIE – Oss. Turistico Isole Europee). La conclusione che se ne trae è che il reale obiettivo di una regione come la nostra, che punti realmente a far diventare il sistema turistico la ‘terza gamba’ dello sviluppo (insieme ad industria ed agricoltura) del PIL regionale è di programmare il raddoppio delle presenze turistiche attuali portandole, nel medio termine ( 5 – 7 anni), ad almeno 50 mln di unità.

Per fare questo l’attuale Governo Regionale non potrà più traccheggiare su qualche percento in più od in meno rispetto alla statistica dell’anno prima ( come hanno bellamente fatto i governi precedenti) ma sarà inevitabilmente costretto a fare valutazioni ‘pesanti’ di natura politico - strategica sulle infrastrutture di sostegno al sistema turistico ( ad esempio collegare i poli turistici piuttosto che i poli industriali o mantenere il controllo delle società di gestione aeroportuale) e di natura amministrativa relativamente all’azione congiunta di assessorati ‘chiave’ come il Turismo, i B.B.C.C. ed il Territorio ed Ambiente e che concorrono, con la loro azione, alla definizione del prodotto turistico. Dovrà, inoltre, riordinare la normativa e le competenze sui Distretti avocando a se la gestione della promozione turistica, nonché la programmazione culturale, lasciando agli enti locali la sola gestione dei servizi sul territorio. In un contesto di competizione globale sarà già molto difficile pro-

muovere un brand noto come il marchio ‘Sicilia’ figuriamoci se ogni Pro Loco, Comune, Provincia dell’Isola dovesse continuare a programmare eventi di quart’ordine piuttosto che la partecipazione a fiere in mercati quanto mai improbabili.

*presidente Assoturismo-Confesercenti

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gastronomia

La gastronomia siciliana

tra tradizione e innovazione La storia culinaria siciliana ha lasciato segni indelebili come la cassata siciliana, la caponata di melanzane, il falso magro, le arancine e tanto altro ancora. Con il tempo, però, la nostra gastronomia ha subito un mutamento (anche se leggero) con delle rivisitazioni dovute alle abitudini alimentari contemporanee e alle nuove tecnologie, che permettono di elaborare ricette rendendole più digeribili, saporite e adeguate alle nostre nuove abitudini alimentari di Giuseppe Giuliano*

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olori, aromi, odori, storia, cultura: questa è la cucina tipica siciliana. Un passato legato alle dominazioni straniere che nei tempi hanno lasciato oltre le ricchezze artistiche anche quelle gastronomiche. Una tradizione culinaria e pasticciera, tra le uniche al mondo, per la sua semplicità e varietà dovute anche al frutto della terra e del mare che bagna questa magnifica terra dallo splendido clima. La gastronomia siciliana è caratterizzata sia dalle tradizioni alimentari del contadino sia dalle preparazioni dei pescatori, nonché dalle tavole imbandite delle ricche famiglie nobiliari che hanno lasciato un’eredità di ricette inimitabili. La tradizione culinaria sicuramente ha lasciato segni indelebili come la cassata siciliana, la caponata di melanzane, il falso magro, le arancine e altre svariate ricette che hanno avuto un posto principale nella ristorazione. Ovviamente con il tempo la nostra gastronomia ha subito un mutamento (anche se leggero) con delle rivisitazioni dovute sia alle abitudini alimentari contemporanee, sia alle nuove tecnologie, che permettono di elaborare ricette rendendole più digeribili, saporite e adeguate alle nostre nuove abitudini alimentari. Molte, però, sono le preparazioni culinarie e

pasticciere dimenticate e certamente riportano ingredienti un tempo usati, ma oggi difficilmente reperibili. I prodotti tipici frutti della terra e del mare vengono riproposti con semplicità nelle nostre tavole. Anche il modo di presentare un piatto o una torta diventa più semplice, evitando le decorazioni ‘barocche’ di un tempo. Oggi si cerca di evitare, nella maggior parte dei casi, le cotture dette ‘aggressive’ e prolungate, cioè con temperature altissime che un tempo, se pure davano un sapore tipico alla pietanza, trasformavano i nutrienti rendendoli a volte poco salutistici. Ormai la tendenza è quella di usare cotture a bassa temperatura e altre metodologie di cotture dei cibi. L’operatore è sempre più coinvolto nell’aggiornamento e tutto ciò rende il professionista cosciente del modo corretto di cucinare. Sicuramente la nostra gastronomia rimane sempre un patrimonio da rispettare e da salvaguardare, magari ricercando quei sapori perduti raccontandone ai giovani la storia e riproponendoli nel rispetto delle attuali norme igienico sanitarie e della salute. Le foto sono due esempi di torte che sono state elaborate dal sottoscritto presso il laboratorio della pasticceria ‘Alba’ di Palermo con cui collaboro, formando le maestranze. Con i due

elaborati si è voluta evidenziare la differenza tra una preparazione classica e una innovativa. Nella cassata notiamo la ricchezza di guarnizioni come la frutta candita, la glassa con lo zucchero fondente e la decorazione a cornetto realizzata con la ‘ghiaccia’ (albume d’uovo pastorizzato montato con lo zucchero a velo). Nel caso della torta moderna, notiamo una glassatura non troppo dolce, realizzata con una base di cacao amaro e una decorazione molto sobria e leggera. La torta è stata realizzata con uno strato di biscuit al cioccolato con fondo croccante al pralinato di nocciole, crema leggera alle nocciole e due strati di mousse al cioccolato a latte e fondente, intercalati con un croccantino di nocciole. La preparazione innovativa va studiata e progettata su carta, bilanciando le creme, ma anche il biscuit, in modo che al taglio sia perfetta. La leggerezza delle creme molto spumose, il croccante della base formata da un nocciolato e cioccolato fondente al 72 per cento di massa cacao, le nocciole, il cioccolato a latte, le tre essenze delle creme devono distinguersi ma nello stesso tempo abbinarsi e deliziare il palato. Entrambe le preparazioni anche se hanno caratteristiche diverse sono molto richieste, anche se tra le due la cassata, essendo un dessert noto da secoli, è richiestissima anche all’estero. Riuscirà l’innovazione in pasticceria a segnare la storia come gli elaborati del passato?

* *Maestro di Cucina Coach e Supervisor del Culinary Team Palermo dell’A.P.C.P.PA www.giuseppegiuliano.it


ineout

Lo stile

“Vintage” per il 2013 Il 2013 alle porte: ecco i consigli per affrontarlo in modo “impeccabile” Filo conduttore di moda, make up e acconciature è lo stile “Vintage” anni 60/70 e 80

ve s t i r e d ’ i nve r n o Tutte le donne amano arrivare impeccabili a qualsiasi evento, ecco cosa ci consiglia e ci svela nell’ambito della moda una giovane venticinquenne emergente fashion-stylist: Alessandra Salerno. “I colori classici ci accompagneranno anche durante l’inverno, accanto al nero e al rosso troviamo anche l’oro e l’argento, ma anche il verde in tutte le sue gradazioni dal verde bosco allo smeraldo . Il vero must di stagione è il total white, assolutamente elegante , da mettere sia di giorno che di sera, dal tubino bianco in pizzo ricamato con fili argentei, piume, e swarovski, al cappotto coordinato, richiamando uno stile un po’ vintage. Ormai sono almeno dieci anni che va di moda il revival, quest’anno le tendenze più forti richiamano gli anni 70’ e 80’. Accanto agli abiti rivestono un ruolo da protagonisti gli accessori. Sono una creatrice di accessori ed essendo una designer li adoro, li trovo quasi più importanti dell’abito stesso, perché donano quel carattere unico all’outfit, individuando lo stile di chi li indossa. Io stessa sono una collezionatrice di scarpe, borse di tutte le forme soprattutto pochette, gioielli, cappelli, guanti, cravatte e occhiali da sole. Ultimo passaggio fondamentale per rendere tutto perfetto, sono le calzature. Il 2013 vede il passaggio di scettro dalle ballerine agli stivaletti con tonalità di colori molto caldi marrone prugna, tortora. Per la sera invece continuano i max plateau sempre più alti e grossi, che slanciano e rendono la donna molto sensuale, ma ci divertiremo a vedere scarpe sempre più alternative nel design”.

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di Ambra Drago

make up

Make up naturale per una donna perfetta

Questo è il consiglio di Cetty Monterosso, responsabile del centro benessere Body&Beauty: “Il

tendenza

make up autunno –inverno punta ad armonizzare i lineamenti con estrema naturalezza. Armonizzare con effetto “glowing” con colori semiperlati sulle palpebre o ombretti in crema iridescenti e via libera al verde muschio, al nero antracite al blu cobalto e al vinaccia. Per chi vuole osare ed essere sensuale e passionale, quest’anno è d’obbligo il rossetto rosso in tutte le sue varianti, dal rosso valentino, al porpora fino al bordeaux.E’ un momento in cui si ritorna al trucco anni 50’, 60’ e 80’

apportando qualche modifica. L’eyeliner è netto accompagnato dal beige sull’arcata sopraccigliare. Le tendenze prevedono una donna da una sguardo fumoso con labbra naturali. Il Focus del trucco è lo “smokey eye”, gli occhi carichi di polveri grigie metallizzate, più netto il tratto di eyeliner sulle palpebre, sfumature in un'unica gradazione. Per essere perfetta in ogni occasione, perché non lasciarsi tentare dall’utilizzo di uno spray abbronzante 100% naturale”.

capelli

Capelli liberi o semiappuntati, non racchiusi negli schemi tradizionali degli anni 50°. Questo è il motto lanciato da Fabio Bramonte, acconciatore e figlio d’arte. “Ritornano prepotentemente seppur rivisitati gli anni ‘70, ciuffi liberi, onde, per una donna fresca e bizzarra. Per chi non ha troppa paura di cambiare ed intende rinnovare il suo look, il ritorno al taglio corto ordinato e classico la mattina, stravagante e spettinato la sera. Per scegliere un proprio stile ecco l’importanza delle sfumature e delle colorazioni in grado di evidenziare un frangia, un ciuffo, punti forti della propria immagine. Quest’anno la cronometria vede un abbandono del biondo se non per le donne più mature, per lasciare spazio nettamente alle tonalità calde del cioccolata e del nocciola, passando per il colore tridimensionale con riflessi mogano o viola”. pagina 29


sport

L’attività sportiva, oltre a rappresentare il terzo pilastro educativo insieme alla famiglia e alla scuola, è un tesoro nascosto che rappresenta il 3 % del P.I.L. Inoltre, non possiamo negare, che rappresenta la più ramificata e ampia rete di aggregazione sociale e culturale esistente in Italia, dove si conta un punto sportivo ogni 631 abitanti

lSport

e salute:

un binomio INSCINDIBILE

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di Federica Rossello

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ntropologicamente, lo sport in Sicilia è stato sempre considerato l’ultimo delle discipline. L’attenzione nei confronti del mondo sportivo è sempre stata molto scarsa, testimoniata dai drastici tagli effettuati nella stesura della finanziaria di quest’anno, nella quale le somme destinate allo sport sono state ridotte del 65 per cento circa, rispetto al 15 per cento dei tagli effettuati negli altri comparti. Secondo uno studio effettuato dalla Fondazione Centro Ricerche Economiche Angelo Curella di Palermo, emergono dati raccapriccianti. Lo studio si è concentrato sulla relazione tra sport e ricchezza generata dallo stesso all’interno della Regione Sicilia. Lo sport, oltre ad essere il terzo pilastro educativo insieme alla famiglia e alla scuola, è un tesoro nascosto che rappresenta il 3 per cento del P.I.L. Inoltre, non possiamo negare, che rappresenta la più ramificata e ampia rete di aggregazione sociale e culturale esistente in Italia, dove si conta un punto sportivo ogni 631 abitanti, su-

periore, ad esempio, alla rete delle tabaccherie, alle panetterie, alle banche, alle chiese, eccetera. In Sicilia ci sono circa 100.000 occupati nello sport; poco più di 2 miliardi di euro è la spesa per l’acquisto di beni e servizi sportivi; 350 milioni di euro vengono incamerati in tasse sullo sport dall’amministrazione pubblica; 400 milioni di euro la spesa imputabile a patologie legate all’obesità, al netto dei costi umani in termini di malattie, decessi ed accorciamento della vita media e di quelli psicologici. Nessun ente è attrezzato ad affrontare un percorso che vada verso questo orientamento. Il sistema scolastico, per esempio, non ha ancora compreso la valenza sociale e valoriale dello sport e presenta lacune e insufficienze nell’impiantistica e nell’accoglienza sportiva della disabilità, solo una palestra su 5 ha eliminato le barriere architettoniche. Un’ora al giorno di attività motoria potrebbe diminuire di molto la percentuale di sovrappeso dei bambini (futuri adulti). Estendere l’attività motoria a tutti gli alunni della scuola primaria costerebbe soltanto 8 milioni di euro e porterebbe, nel tempo, a risparmiare parecchie centinaia di milioni di euro. A fronte delle suddette cifre, la Regione Siciliana ha previsto per lo sport (legge 8/78) soltanto 3,7 milioni di euro (8,5 milioni nel 2011, oltre 11 milioni nel 2010). Se si valutano i numeri percentuali del territorio della Provincia di Enna riscontriamo una situazione, se mai fosse possibile, ancora più deprimente rispetto alle medie dell’isola. Per questo motivo, il Consiglio Provinciale del Coni, facendo proprio il documento regionale, mette in evidenza pochi ma importanti punti di intervento richiesti in favore del mondo dello sport; in particolare:programmare un reale adeguamento dell’impiantistica sportiva regionale alle esigenze della sempre crescente domanda di sport definendo i percorsi o finanziando, ad esempio, i progetti esistenti sull’impiantistica sportiva perché vedano finalmente la luce e prevedendo un rilancio dell’impiantistica sportiva di base, tanto utile alla sana crescita dell’individuo; attenzionare il settore delle sport dei diversamente abili, prevedendo interventi in favore del Cip e delle associazioni sportive a esso affiliate per progetti di assoluta validità sociale, coinvolgendo l’Assessorato competente; confermare l’impegno in favore dello sport nella scuola, attraverso un finanziamento del progetto nazionale di Alfabetizzazione.


nelsiciliani mondo

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i è soliti considerare gli italiani come un “popolo di santi poeti e navigatori” e, a prescindere dall’origine del detto popolare, appare innegabile come le vicende storiche del bel Paese siano sempre state connesse a questi tre fattori: religione, cultura ed emigrazione. Non è questa di certo la sede più opportuna per approfondire le ragioni di quanto premesso, ma dalla medesima premessa è possibile prendere le mosse per parlare dell’Unione Italiani nel Mondo e delle relative iniziative culturali. Nata nel 1995 per volontà della U.I.L. e del Patronato ITAL, l’U.I.M. è una associazione senza fini di lucro da sempre attiva nel campo della tutela dei diritti ed interessi degli italiani nel mondo. Attraverso una attività di supporto ed assistenza in ambito sociale, politico e previdenziale, la stessa organizzazione ha cercato sempre di fornire una risposta concreta ai bisogni e alle esigenze degli italiani all'estero, agevolando quanto più possibile la loro piena e soddisfacente integrazione nel contesto sociale in cui gli stessi, per diverse ragioni, abbiano deciso di inserirsi. Attualmente, l'U.I.M. conta 53 sedi collocate in 22 Paesi, con una intensa operatività nelle aree ove hanno maggiore concentrazione le comunità italiane, ad esempio Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Stati Uniti, Germania e Francia. Una sezione distaccata ha sede anche nella nostra regione, l’U.I.M. Sicilia – Palermo, presieduta dal Dott. Francesco Giuseppe Franchina. Proprio quest’ultimo, in occasione di una recente intervista, illustrava quello che in un certo senso rappresenta il modus operandi della sua associazione: ”I progetti a cui ci dedichiamo hanno in genere l'obiettivo di promuovere la nostra cultura all’estero; riteniamo, infatti, che la cultura rappresenti uno degli elementi essenziali per il raggiungimento dei fini associativi; per mezzo della stessa, i nostri conterra-

L’emigrazione:

riscatto sociale di un popolo II nostri compatrioti, residenti in realtà economiche certamente più evolute, potranno darci una mano a crescere e sopperire alle nostre carenze. L’emigrazione è sempre stata e continua a essere una risorsa enorme per il paese di origine di chi ha avuto il coraggio di rinunciare alla propria terra. L’UNIONE ITALIANI NEL MONDO E LA CULTURA COME FORMA DI PROMOZIONE SOCIALEFORMA DI PROMOZIONE

SOCIALE di Salvo Augusta

nei all'estero riescono a mantenere una forte connessione con la terra d'origine e, allo stesso tempo, vengono coinvolti in un processo di promozione e sponsorizzazione dei propri usi e delle proprie tradizioni, finalizzato ad avvalorare la loro presenza in quel determinato Paese” Va ricordato, infatti, a testimonianza di quanto affermato dal suo Presidente, che nel 2010 l’U.I.M. Sicilia – Palermo e l'U.I.M. Olanda, in collaborazione con la Regione Sicilia, diedero luogo ad un ciclo di conferenze dedicate al tema della letteratura siciliana del '900. L'intera manifestazione si svolse in Olanda, dove vennero prescelte come città sede della iniziativa Rotterdam, l’Aja ed Amsterdam; durante la manifestazione, la delegazione siciliana ebbe l'opportunità di incontrare i siciliani che lì dimorano permanentemente, appro-

fondendo per mezzo delle loro esperienze quelle che sono le principali criticità legate alla condizione di immigrato. Ed ancora, in occasione del recentissimo Columbus Day, l'U.I.M. Sicilia – Palermo, grazie al contributo dell'Assessorato regionale della Famiglia, delle politiche sociali e del lavoro ed, in particolare, al contributo del dipartimento dell'immigrazione, ha presenziato alla consueta celebrazione in onore di Cristoforo Colombo tenutasi a Chicago (U.S.A.). A partire dal 7 sino al 13 ottobre, il Dott. Francesco Giuseppe Franchina, unitamente ad una delegazione di sindacalisti, giornalisti e dirigenti dell'Amministrazione regionale siciliana ha affiancato i nostri conterranei nella consueta parata d'apertura. Successivamente, hanno avuto luogo alcuni incontri a sfondo culturale, approfondendo ancora una volta le te-


o

nelsiciliani mondo matiche connesse alla letteratura siciliana del '900 e alla condizione di immigrato, concludendo con una intensa rievocazione del 150° anniversario dell'Italia. Ed ancora, tentando di colmare la perpetua nostalgia dei sapori e delle tradizioni che inevitabilmente accompagna la condizione di chi si trova a vivere lontano dalla propria terra, l'U.I.M. Sicilia – Palermo ha voluto organizzare, durante un incontro serale a conclusione della manifestazione, un buffet di prodotti tipici siciliani, offerti per l'occasione dall'Assessorato all'Agricoltura della Regione Siciliana in collaborazione con il Dott. Dario Cartabellotta, Dirigente Generale dell'Istituto Regionale della Vite e del Vino. Inoltre, l'intera delegazione siciliana ha incontrato alcuni dei maggiori imprenditori italo-americani residenti nello Stato dell'Illinois con l'obiettivo di poter concretizzare quanto prima un ulteriore evento, questa volta in Italia, che abbia lo scopo di agevolare

l'incontro tra la classe imprenditoriale siciliana e quella statunitense. A tal proposito, lo stesso Presidente Franchina ha espresso il suo personale auspicio di poter trovare nella politica regionale odierna e futura un valido alleato, affinché si possa rimediare alle pecche del passato. Come lo stesso ha ammesso: “Per troppo tempo abbiamo sottovalutato una delle risorse fondamentali dell'economia siciliana, ossia la produzione di materie prime e prodotti finiti in ambito agroalimentare di pregiatissima qualità e fattura. Forse noi siciliani non abbiamo mai affinato il senso degli affari come avremmo dovuto, ecco perché i nostri compatrioti, residenti in realtà economiche certamente più evolute, potranno darci una mano a crescere e sopperire alle nostre mancanze. Le potenzialità della nostra terra sono virtualmente infinite, ma è altrettanto vero che le stesse vengono troppo spesso controbilanciate dalla nostra scarsa propensione ad esaltarle ed assecondarle”. Ma non è tutto, infatti, come rivelato dal Sig. Salvatore Li Castri, Segretario U.I.M. Sicilia – Palermo, la prossima iniziativa dell'associazione

riguarderà un progetto di collaborazione con il COPPEM ( Comitato Permanente per il Partenariato Euromediterraneo delle Autorità locali e regionali) finalizzato alla formazione di 30 Quadri da inserire nelle amministrazioni sindacali dei Paesi arabi che hanno manifestato la volontà di partecipare al progetto stesso, in particolare Tunisia, Algeria, Turchia ed Egitto. Il primo incontro si terrà qui a Palermo il 19 ed il 20 ottobre e, successivamente, proseguiranno secondo un calendario ancora da definire in relazione alle disponibilità dei partecipanti. A tal proposito, appare del tutto lodevole l'interesse espresso dall'U.I.M., che ad ogni evento esprime con solerzia ed impegno quelli che sono i valori che ne hanno determinato la nascita. A loro uno speciale augurio affinché possano portare avanti le loro iniziative con la medesima dedizione fin qui espressa.


TAMTAM

Una terra vicina

e LONTANA La popolazione immigrata in SICILIA cresce di anno in anno in maniera ESPONENZIALE. Tra le presenze più rilevanti, i NORD-AFRICANI, soprattutto i vicini di casa TUNISINI. E’ a uno di loro che affidiamo la storia della sua esperienza in SICILIA, a lui tanto VICINA in linea d’aria, ma tanto LONTANA in linea emotiva di Said Ibrahim

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Voglio approfittare di questa rubrica per parlare un po’ di me. O meglio, della mia esperienza in sicilia. E’ un modo per sentirmi più vicino ai miei connazionali. Un modo per comunicare con loro e scambiarci le nostre esperienze. E’ la prima volta che ho questa opoortunità. La prima volta che qualcuno mi chiede di parlare della mia esperienza, Io sono arrivato in Sicilia tre anni fa. Posso dire di essere scappato dalla Tunisia. Non sono mai stato bene lì. Ho sempre avuto difficoltà a trovare un lavoro. Perciò ho deciso di andare via. E’ questo che spingeva noi tunisini ad abbandonare il nostro Paese: la mancanza di lavoro. All’inizio andai in Germania, dove ho lavorato per un anno e tre mesi. Dopo sono andato in Svizzera, dove ho lavorato per cenque mesi. E poi in Olanda, in Belgio e in Francia. Alla fine sono venuto in Sicilia perché avevo un cugino e mi sembrava e mi sembrava di essere più vicino alla mia terra. Quasi quasi mi sembrava di essere tornato in Tunisia. Dopo tutto, non è male stare con la gente di Sicilia. E’ povera gente come noi. Quando parlo di povera gente, però, non mi riferisco a tutti, ma soltanto alle persone del centro storico, dove abito io. Perché qui c’è gente che sta bene e che con noi non ha niente da dividere. Anche se è giusto dire che

questa gente molto spesso è quella che ci offre un lavoro e ci affitta le case in cui abitiamo. Quindi, anche con loro, in fondo, non si sta male. Basta soltanto saperci stare e accontentarsi. Dopo tutto, non è casa nostra. Io al mio paese ho fatto il meccanico, il falegname e ho pure lavorato nei campi. Ma poi la terra non dava niente e ho cambiato di nuovo lavoro. Ma mi hanno sempre pagato poco. Mi sono stancato e sono partito. Qui, invece, il lavoro c’è se tu accetti quello che vogliono loro. Io lavoro con la sonda, faccio i buchi nel terreno. Lavoro 12 ore al giorno e mi danno 20 Euro. Dodici ore sono tante, ma 20 Euro, rispetto alla paga che mi davano al mio paese, non sono male. Quando svolgo un lavoro, faccio un lavoro che mi piace. Faccio anche quello che i datori non mi chiedono. Poi vengono loro e comandano tutti. Mi confondo e non posso fare più niente. Erò, si sa che i padroni sono tutti così in qualsiasi parte del mondo. A volte, dopo che ho lavorato tanto, vado a chiedere i soldi e loro mi dicono: “dopo, dopo, vieni sabato”. Ci vado sabato e loro mi dicono: “… sa ca fari? Vieni lunedì, anzi… ti chiamo io”. Io aspetto. Aspetto tanto, però, alla fine, mi pagano. In fondo, qui non è male. La cosa che manca di più è la famiglia. Però, quando la famiglia è lontana mi manca.

Quando era vicina, in Tunisia, mi veniva voglia di scappare. Forse un giorno andrò in Francia o in Belgio. Non so. O forse un giorno, quando avrò i soldi a sufficienza, tornerò a casa mia. Chissà. In fondo dalla Sicilia sono proprio due bracciate di nuoto. A volte, mi siedo in riva al mare e dico: “… ora me la faccio a nuoto”. Però, poi, mi rendo conto che, in fondo, non è così facile e, allora, rimango ancora qui.


TAMTAM

il testo in arabo


laparola all’esperto Numero 74 – giugno 2002

Giardino in terrazza Abitiamo all’ultimo piano di un edificio che dispone di un’ampia terrazza. Vorremmo trasformare quest’ultima, dandole l’immagine di un giardino, possibilmente anche con un mini prato per i giochi dei nostri bambini Enzo Del Duca

Sarà bene dara la massima profondità alla visuale, disponendo abbondantemente le piante sui bordi della terrazza e lasciando sgombra la zona centrale. In questo modo, avremmo ladi una maggiore ampiezza della stessa terrazza. Inoltre, questa ipotesi ci consentirebbe di realizzare uno spazio per il gioco dei bambini. Inoltre, questa ipotesi ci consentirebbe di realizzare uno spazio per il gioco dei bambini. Al centro potremmo realizzare un ampio prato di forma ovale, delimitato da una fascia di lastre in pietra e chiusa da una fioriera che ne delimiti il perimetro. Sul fondo del prato potrebbe trovare posto un piccolo gazebo dall’aspetto romantico, magari ricoperto di rose. Accanto al gazebo vedrei bene una bella panca di legno, molto utile in caso di ospiti numerosi. Per quanto riguarda la scelta delle piante, sarebbe opportuno optare per piante di piccole dimensioni, evitando, così, di offrire troppa presa al vento. L’architetto Ettore Restivo

Autostimiamoci un po’ di più Quando sono al lavoro o incontro persone nuove, mi stresso e provo un senso di disagio. Il problema aumenta se mi trovo in particolari contesti sociali. Cosa posso fare

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I nostri esperti risponderanno alle vostre domande. Scrivete a: linchiestasicilia@libero.it

Saldi e rimborsi Ho versato alla mia banca parecchi soldi per interessi sul saldo passivo del mio conto corrente. E’ possibile ottenere il rimborso? Luciana Baldini

L’articolo 1283 del Codice Civile stabilisce che, in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi (cosiddetto anatocismo) solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza. In pratica, la norma pone dei limiti a tale capitalizzazione. Nonostante ciò, le banche inserivano, comunque, nei contratti con la propria clientela, clausole che prevedevano la capitalizzazione trimestrale degli interessi sui saldi di di conto corrente passivo per il cliente. Recenti sentenze della Corte di Cassazione hanno invece dichiarato nulle tali clausole, ritenendole in contrasto con la predetta norma. Le potrà, quindi, chiedere alla banca di ricalcolare tutte le competenze dall’inizio del rapporto (con il limite comunque degli ultimi dieci anni), eliminando il costo derivante dalla capitalizzazione trimestrale degli interessi. Se la sua richiesta avrà un esito negativo, potrà agire in giudizio contro l’istituto bancario per ottenere la restituzione di tale costo. Il consulente Carmelo Macaluso

Inquilini e diritti di prelazione Ho sentito parlare di diritto di prelazione, in caso di vendita, in favore dell’inquilino che conduce un immobile per uso locativo. Quando può essere esercitato?

Giovanni Vita

Antonio Di Chiara

La sintomatologia che descrive rientra nel fenomeno più ampio dell’ansia sociale, facilmente superabile attraverso un ciclo di terapia all’interno ‘dei gruppi di assertività’. Si tratta di una specie di palestra per rafforzare l’autostima e la capacità di comunicazione con delle simulate che rappresentano, in situazioni protette, condizioni di difficoltà specifiche. Una volta superate, possono essere esperite all’esterno. Oggi, questo particolare lavoro di gruppo si svolge nell’ambito dei servizi pubblici di psicologia o presso strutture private. Alcune aziende lo utilizzano per migliorare la comunicazione del personale e incentivare le strategie di vendita delle simulate che rappresentano, in situazioni protette, condizioni di difficoltà specifiche. Una volta superate, possono essere esperite all’esterno. Oggi, questo particolare lavoro di gruppo si svolge nell’ambito dei servizi pubblici di psicologia o presso strutture private.

Il diritto di prelazione in questione è stato introdotto dalla legge 431/98. Tale diritto spetta soltanto in caso di locazioni stipulate o rinnovate dopo l’entrata in vigore di tale legge (30/12/98) quando il proprietario, volendo disdettare il contratto alla prima scadenza, invochi, quale causa giustificativa, l’intenzione di vendere l’immobile. l’entrata in vigore di tale legge (30/12/98) quando il proprietario, volendo disdettare il contratto alla prima scadenza, invochi, quale causa giustificativa, l’intenzione di vendere l’immobile. In tal caso, quest’ultimo dovrà comunicare all’inquilino il prezzo e le condizioni di vendita con l’invito ad esercitare il diritto. In sostanza, l’inquilino viene tutelato, attraverso l’istituto della prelazione, soltanto alla prima scadenza, ma non durante il corso della locazione né per le scdenze successive alla prima.

Psicologo Antonella Vaccaro

L’avvocato Katia Rizzo


Cultura i n frantumi

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la terza agina

Non solo mala politica ma anche una diffusa e generalizzata ignavia alla base dello sfascio della cultura nel paese che è stato fra le culle della civiltà e che ha dato i natali a molti dei principali artefici del sapere umano di Salvo Ferlito

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Piove, governo ladro”, si potrebbe legittimamente dire in riferimento alla catastrofica situazione della cultura nel nostro “bel” paese. Basterebbe, infatti, dare un breve sguardo alle ultime norme sulla semplificazione elaborate dal governo dei tanto incensati “professori”, e in particolare a quella che prevede l’automatico silenzio-assenso delle sovrintendenze dopo soli sessanta giorni dalla richiesta di licenze edilizie per terreni o luoghi potenzialmente di interesse storico-artistico o paesaggistico, per comprendere appieno come la nostra classe dirigente (tutta quanta, senza esclusione di alcuno) ottemperi ai soli dettami del subitaneo “pecunia non olet”, fottendosene altamente d’una gestione lungimirante (non solo da un punto di vista educativo, ma anche e soprattutto economico) e d’una adeguata conservazione e fruizione dei beni culturali, e più in generale di quanto attiene al variegato mondo del sapere e della cultura. Tuttavia, poiché il <<pesce fete non solo dalla testa, ma purtroppo anche dalla coda>>, bisogna, almeno “una tantum”,

prendere in considerazione le enormi responsabilità che in questo totale naufragio hanno anche i cittadini comuni, ovvero quei numerosi componenti della “società incivile” (perché, spiace dirlo, di “civile” in giro si vede assai poco) che col loro incessante contributo quotidiano (dall’assoluta sciatteria nel parlare e nel relativo pensare alla totale indifferenza per l’oltraggio ai monumenti e

all’ambiente, dall’asservimento alle logiche della più ottundente propaganda mediatica al completo analfabetismo di ritorno) si rendono pienamente partecipi dello sfascio generale. Quanti, in quest’epoca di sterili e restrittivi iperspecialismi, riescono infatti a coniugare conoscenze scientifiche e sapere umanistico? Quanti, fra gli esigui acquirenti di libri, si accostano ai classici e non alla tanta (troppa) spazzatura editoriale, fatta di “istant books” malamente redatti da “ghost writers” al soldo delle più ignoranti vedettes televisive o sportive? Quanti, infine, sono realmente in grado di pensare con la propria testa e non sono “agiti” (come burattini) da schemi precostituiti, elaborati da strateghi del marketing e della comunicazione che invece (loro sì) hanno letto Voltaire, Balzac e Dostoèvskij, sanno distinguere un quadro rinascimentale da uno barocco, guardano films d’autore, e magari

coltivano con diletto anche le scienze esatte?


L’editoria in crisi, il piatto piange, ma nessuno si occupa di imprimere una svolta, puntare sulla qualità, evitare le varie sfumature di grigio e nero che pagano subito, ma trasformano i gusti del lettore, appiattendo tutto.

Libri tra la polvere

di Giusi Serravalle

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reziosa, commovente, Finalmente si allenta un po’ la morsa: nella seconda parte di questo terribile 2012, migliora infatti l’andamento del mercato del libro. Il dato, in controtendenza, lo ha diffuso a dicembre la Nielsen. Il valore assoluto resta negativo (-7,5%), ma la ripresa viene fuori da ottobre e si spera che possa ancora crescere. La situazione è comunque difficilissima: c’è la crisi, è ovvio, ma non solo. L’editoria libraria è infatti la più colpita dal mercato del falso, grazie ai contenuti digitali che oramai girano nella Rete, dalla musica ai film, ai videogiochi e nel nostro caso agli e-book. E’ difficile riuscire a identificare i pirati di internet perché spesso i server si trovano all’estero e s’intrecciano fra loro in modo da rendere inutile l’opera delle polizie nazionali. Il saccheggio è totale nell’indifferenza degli

Case editrici attive Case editrici con titoli in commercio 2.205 2.225 Si intendono quelle con 7.590 8.440 IE Informazioni editouna riali produzione di almeno 11 naudi euro 12,50 titoli all’anno; Fonte: Agenzia ISBN

organi istituzionali preposti. I dati: 300 milioni di euro di mancati guadagni nel settore discografico, 1,8 miliardi di euro nel mercato librario. Ma c’è dell’altro: la pirateria informatica ha provocato la riduzione di ben 22 mila posti di lavoro. Ogni commento appare superfluo. Comunque è bene considerare che la pirateria, piaga sociale ed economica, è solo una delle cause della crisi attraversata dal mercato del libro. Il motivo principe è dovuto alla cronica difficoltà di milioni di italiani di approcciarsi alla lettura. Intere generazioni di ragazzi non leggono libri, lo stesso avviene in alcune classi sociali. Un po’ di luce si vede tra dirigenti, imprenditori e liberi professionisti. Comunque una nicchia. Molto fa anche la vita in contesti nei quali è difficile trovare qualcuno sulla panchina o appoggiarsi sul tavolo della cucina a leggere un libro: al centro Nord si

Case editrici che hanno cessato l’attività 122 (+54,4%) 138 (+13,1%) Statistiche sulla produzione (i dati si riferiscono però, rispettivamente al 2009 e 2010),

Fonte: Istat

Titoli pubblicati >57.558 62.111 63.800 (+10,8%) 64.910 (+4,5%) Istat, Statistiche sulla produzione (i dati si riferiscono però, rispettivamente al 2009 e 2010) Fonte: IE-Informazioni editoriali

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ibri

legge di più, i limiti negativi sono al Sud. Si poteva facilmente comprendere, non serve certo l’Istat a descrivere uno stato sociale che pone l’Italia, e il suo Sud, agli ultimi posti in Europa. Davanti a un panorama di questo genere, le grandi case editrici hanno fatto la cosiddetta “scelta supermercato”: più libri commerciali di attori, attrici, attricette, personaggi televisivi, politici, uguale meno libri da promuovere delegando al personaggio medesimo la promozione indotta. L’effetto? Meno investimenti in nuovi autori, meno rischi, massificazione del mercato. A tenere duro restano poche e piccole case editrici che puntano ancora sulla qualità dello scritto. Qualcuno c’è riuscito. Non tanti, per la verità. E’certamente un percorso difficile.. CHE FINE HANNO FATTO LE POLVEROSE E AFFASCINANTI LIBRERIE?

Copie distribuite 208.165.000 213.289.000 Statistiche sulla produzione (i dati si riferiscono però, rispettivamente al 2009 e 2010), Fonte: Istat

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pettacolo

dietro le quinte del

teatro privato

di Chiara Del Vecchio

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Non sempre la passione e la devozione sono sufficienti a perseguire i propri obiettivi, purtroppo occorrono anche le risorse economiche. Ma la cosa grave è che si considera la cultura un dispendio e non un investimento. Incontro con Gianni Nanfa, presidente Assoteatri, che ribadisce lo scarso interesse delle istituzioni

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a crisi economica che ha investito il nostro paese è talmente grave da non avere precedenti. Krisis, ce lo insegnano i Greci, indica separazione, da cui in senso traslato deriva scegliere. Una fase decisiva quindi, in cui coesistono pericolo e opportunità, quel momento in cui ci viene chiesto di decidere da che parte andare. E proprio in questo nodo cruciale, chi si è trovato di fronte a un bivio ha dimostrato quanto consolidata sia la crisi istituzionale e la sua scarsa sensibilità nei confronti dell'arte. La miopia della nostra classe dirigente ha impedito di guardare oltre. La Sicilia, fiera ed orgogliosa, imbocca la rotta del governo centrale e con grave e consapevole intenzione da tempo ignora l'arte e la sua dignità. “La cosa grave è che si considera la cultura un dispendio e non un investimento; non siamo in grado di sfruttare il nostro patrimonio culturale perché la logica clientelare di un

paese piuttosto corrotto ha fatto si che la cultura e il turismo fossero voci di spesa incontrollabili, adatte a giustificare la fuga delle somme e responsabili del rango di improduttivitá cui é stata relegata la nostra cultura". Queste le parole di Gianni Nanfa, presidente di Assoteatri, che abbiamo incontrato per conoscere lo stato di salute del teatro, gravemente compromesso dalla continua riduzione dei finanziamenti. Le conseguenze peggiori le subisce il teatro privato cui si impone nel quotidiano il problema della sopravvivenza. "Il teatro privato – riprende Nanfa - rappresenta la pluralità, una grande varietà di voci e quindi una molteplicità sul piano culturale di cui una città non può fare a meno e lo dimostra anche il fatto che tutti i più importanti artisti siciliani, impegnati a livello nazionale, scelgono per le loro performance il palcoscenico del teatro privato". Ma il teatro privato, la cui

fonte di vita è lo sbigliettamento, è ormai costretto a concentrarsi quasi esclusivamente sull'esigenza di fare botteghino. "Se invece noi potessimo contare su un aiuto pubblico dignitoso – prosegue l’attore saremmo in condizione di offrire una maggiore qualità creativa, ma anche di costumi e scenografie e soprattutto potremmo far circuitare i nostri spettacoli non solo in Sicilia, ma anche in giro per l'Italia, sostenendo i nostri giovani talenti. Ciò consentirebbe di riconoscere a questo teatro dignità pari a quella dello stabile senza per questo voler cadere in una sterile disputa tra i due; la concorrenza sleale a volte messa in atto dai teatri stabili svilisce i talenti perché non si ha più la misura di cosa sia arte e di cosa rappresenti uno specchio per le allodole con l'unica funzione di ricevere contributi. In tal modo si impedisce di avere un rapporto chiaro con i valori in campo".


Crisi? Difficoltà?Recessione?

No hay problema

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usica

L’ottimismo, nei momenti più critici, è il sale della vita. Il coraggio è il motore che muove il mondo. L’entusiasmo è l’energia vitale. Sono gli ingredienti che hanno dato vita a una frizzante cover-band, formatasi nel 2006 applicando questi principi e che, dopo anni di vicissitudini, continua a fare musica con lo stesso spirito: suonare insieme divertendosi, senza troppi problemi di Elisabetta Cinà

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el 2006, quando la crisi globale era ancora uno spettro lontano e non una realtà quotidiana, sette giovani musicisti palermitani decisero di mettere su una cover-band: la chiamarono No hay problema, citando il titolo di un famoso brano dei Pink Martini, ma volendo con ciò richiamare lo spirito del loro incontro: suonare insieme divertendosi, senza troppi problemi. Ma i problemi puntualmente arrivano: il chitarrista e il saxofonista trovano un lavoro in Toscana, e partono; il trombettista si sposta nella capitale per cercare fortuna; il batterista e il percussionista sono costretti a intensificare i propri impegni lavorativi e non hanno più il tempo di suonare per il puro piacere di farlo. La crisi dilaga, e i due musicisti rimasti, Irene Ientile, cantante, e Marco Faldetta, bassista, insieme alla percussionista Lucia Lauro, decidono di andare avanti, nonostante tutto. Irene Ientile proviene da esperienze musicali varie: una formazione accademica, un repertorio cameristico classico e uno spiccato interesse per la sperimentazione vocale e per l’improvvisazione. Marco Faldetta è un jazzista, di quelli puri,

rigorosi e appassionati. Lucia Lauro predilige la musica latina, le percussioni etniche e i ritmi sudamericani. Il rischio c’è, ed è grande: interessi e backgroud musicali eterogenei, un organico ridotto all’osso, nessuno strumento armonico; ma il desiderio di continuare a suonare insieme è altrettanto grande. E così, nel 2010, parte il progetto dei No hay problema 2.0. Occorre ripensare tutti gli arrangiamenti dei pezzi per la nuova formazione, e lì comincia il bello: perché in una big band, quando suoni un pezzo famoso, la tentazione di riprodurre quello che già c’è può facilmente condurre a risultati imitativi. Ma quando ti devi arrangiare con una voce, un basso e un cajon, la necessità

diventa virtù, la mancanza si trasforma in opportunità, e gli spazi creativi si moltiplicano. I No hay problema ristrutturano tutto il proprio repertorio, gli arrangiamenti si fanno via via sempre più originali: i primi concerti sono un successo al di sopra di ogni aspettativa. Il pubblico riconosce i pezzi, ma – quel che è più difficile – già da subito riconosce la cifra stilistica e le scelte musicali del bizzarro trio, apprezzandole e chiedendone di nuove. Dopo due anni di ricerca in questo senso, però, a Irene Ientile, Marco Faldetta e Lucia Lauro le cover cominciano a stare strette. Ciascuno dei tre musicisti conserva nel cassetto idee musicali, testi, melodie. Il lavoro compositivo comincia: la versatilità vocale di Irene Ientile (che nel frattempo ha inciso un disco di musica da camera) consente al gruppo di aggiungere nuovi timbri e nuove sonorità ai canovacci iniziali; nuovi

testi vengono scritti, in italiano, inglese, francese e spagnolo. Si aggiungono una cumbia messicana e un set di percussioni brasiliane, in un groove che ammicca da un lato al pop europeo degli anni ’80, dall’altro al melodismo della tradizione classica italiana: il tutto, ovviamente, in salsa No hay problema. Ne esce fuori un disco, prodotto da Gabriele Giambertone e Giuseppe Rizzo per l’etichetta indipendente Artilea Records, con la collaborazione dell’esordiente Serge e del pianista Manlio Messina. Un disco che racconta, con lingue e linguaggi diversi, le vite complicate dei (non più) giovani nell’era della crisi, tra amori finiti, avventure mancate e ubriacature di una sera, relazioni interculturali e temi sociali. Un disco che nasce nella crisi, ma che dalle difficoltà e dalle incertezze di questi strani tempi trae ispirazione per ridare voce al gusto di incontrarsi e fare musica insieme meno cittadella di Provincia.

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La Terra e Le Forme a

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di Salvo Ferlito*

Recuperata la memoria storica di Quintino di Napoli, fra i protagonisti dell’avanguardia artistica insulare del secondo ‘900, grazie all’antologica di sue opere pittoriche e scultoree allestita alla galleria XXS di via XX Settembre

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ssere scientemente immersi nel flusso della contemporaneità pur mantenendo un vincolo indelebile con le categorie estetiche della terra avita. E’ stato questo il connotato saliente che ha contraddistinto l’ideare e agire artistici di Quintino di Napoli: artista siciliano d’avanguardia, che nel corso della seconda metà del ‘900 ha saputo coniugare qualitativamente le esigenze di ricerca e sperimentazione preminenti nel panorama artistico internazionale con quel gusto e quell’attenzione per il dato di natura che da sempre animano e tipizzano le arti visuali isolane. Pioniere della cinematografia documentaristica (fra i fondatori della Panaria Film), grafico, pittore e scultore, di Napoli si è non a caso distinto per la non comune capacità di esaltare la pregnante vis ottica della materia autoctona (sabbia, pietre, rocce), senza però indulgere a consuete e

obsolescenti tentazioni figurali, ma ricorrendo piuttosto a soluzioni sintattiche e linguistiche mutuate dalle coeve correnti d’avanguardia (dall’astrazione geometrica allo spazialismo e all’optical art). Non può quindi sorprendere che tutta la produzione pittorica dei primi anni ’60 sia percorsa da un continuo riferirsi al mare, alla terra e al cielo di Sicilia, ma sempre in una essenzialità estrema e minimale, come a voler depurare il violento dato di natura fino a farlo precipitare sulle superfici quale mero sublimato di valenza allusiva. E tutto ciò grazie ad un’armonica ed equilibrata mistura di materie scabre ed escrescenti (ponderati inserti di sabbia) e di controllati e tonali cromatismi (prevalenti monocromi o accostamenti per lo più binari di colori), a testimoniare la fattiva possibilità di intrecciare l’innovazione linguistica e il senso di appartenenza ad un preciso contesto storico e geografico.

Un rapporto, quello fra adeguamento al nuovo e persistenza di elementi ancestrali, che si esplicita in tutta la sua plastica evidenza nei perimetri dell’attività scultorea, ove l’apertura alla contemporaneità avviene (forse ancor più che nei dipinti) nella piena esaltazione dell’intrinseca beltà della materia siciliana. Nessuna artificiosa e stucchevole manipolazione, nei suoi irretenti e fascinosi “sassi”, ma una rara attitudine alla enucleazione della “naturale” vis estetica, attuata attraverso semplici composizioniscomposizioni geometriche o ben mirati inserti di materiali di vario tipo (madreperla, avorio, corallo, vetro o pigmenti). Piccoli capolavori di ingegno artistico, atti non solo a storicizzare un percorso individuale, ma primariamente a testimoniare un’assoluta attualità che vada al di là dei vincoli del tempo e della mummificazione storiografica. *critico d’arte


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La fabbrica dell’immaginario La sede Sicilia del Centro Sperimentale di Cinematografia è diventata, ormai, una grande realtà. In meno di 3 anni, circa 50 produzioni tra cortometraggi, mediometraggi e saggi di diploma; vere e proprie opere prime, che rappresentano il patrimonio produttivo della sede Sicilia

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a scuola del cinema è un luogo straordinario, ma è soprattutto un’operazione culturale per la nostra città, che dal 2008 ospita la sede della più importante e antica istituzione cinematografica d’Italia. Incastonata nel padiglione 6, su una superficie coperta di 1.800 metri quadrati, ai cantieri culturali alla Zisa, un tempo falegnamerie Ducrox, ogni giorno è all’attenzione di quella complessa e variegata costellazione fatta da chi il cinema lo fa sul serio. La sede Sicilia del Centro Sperimentale di Cinematografia è diventata, ormai, una grande realtà. In meno di 3 anni, circa 50 produzioni tra cortometraggi, mediometraggi e saggi di diploma; vere e proprie opere prime, che rappresentano il patrimonio produttivo della sede Sicilia. Gli allievi, 12 “Filmmaker”, tutti vincitori di concorso, che da ogni angolo della Penisola, hanno il privilegio di studiare da registi, evitando così di emigrare, al termine del percorso formativo, escono da Palermo con un diploma di alta

specializzazione. Un’area eventi con una sala cinematografica super tecnologica da 80 posti (sala Blu), un teatro di posa da 250 metri quadrati con il più grande “virtual set” di Sicilia e un auditorium (sala Bianca) da 100 posti con una cabina di speakeraggio, due cabine ospiti per post produzione audio e video, e una postazione per la traduzione simultanea. Nell’auditorium anche un palco per talk show. Luoghi che compongono il blocco di ingresso dedicato all’ area eventi. Completa gli spazi di front desk la sala stampa (sala Rossa) con maxi schermo, video connessioni e cablaggi a fibra ottica progettati e realizzati dal responsabile tecnico della struttura Rino Cammarata. Partner d’eccezione di questo

importante e ambizioso progetto la “Film Commission” dell’assessorato regionale al turismo, diretta da Pietro Di Miceli. Gli allievi, hanno il privilegio di partecipare alle anteprime nazionali di tutti gli audiovisivi finanziati grazie all’Accordo di Programma Quadro “Sensi contemporanei”. Di grande impatto culturale anche gli “Incontri con l’autore”: registi e autori importanti vengono invitati a tenere un seminario o una masterclass agli allievi presentando il loro curriculum artistico e professionale attraverso i loro lavori condivisi anche con il pubblico palermitano, invitato alle proiezioni serali e al dibattito. Dopo avere diplomato i primi 12 allievi filmmakers in documentario storico artistico e docu-fiction, lo scorso mese di luglio, un nuovo bando pubblico ha permesso a 12 nuovi giovani di frequentare il corso. Le esercitazioni di primo anno prevedono la realizzazione di 6 docufiction in location strepitose come Palazzo Mirto, Oratorio dei Bianchi e Galleria d’arte moderna. che andranno a rinforzare quella “Fabbrica dell’Immaginario”

di Ivan Scinardo

realizzata ai cantieri culturali alla Zisa, in questi spazi storici che si identificano sempre più come luoghi deputati alla sperimentazione del contemporaneo, all’incontro delle culture europee e mediterranee e ancora come spazi di confronto e fusione delle diverse arti e mestieri.Zisa, in questi spazi storici che si identificano sempre più come luoghi deputati alla sperimentazione del contemporaneo, all’incontro delle culture europee e mediterranee e ancora come spazi di confronto e fusione delle diverse arti e mestieri.

*Direttore Scuola sperimentale di Cinematografia Sede Sicilia Scuola nazionale di cinema

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dai ettori

L’esperto

- Si accomodi, signor Baseggio. La segretaria gli indicò la sedia in pelle nera. Al di là del tavolo di vetro, tre individui mai visti. Quello al centro aveva folti baffi neri e sembrava il capo. Alla sua destra una donna sui quaranta, occhiali tondi e capelli legati. Bella donna, pensò Baseggio. A sinistra del baffo un giovane rampante, gellato e munito di regimental a righe. Il capo si alzò e lo salutò cordialmente. - Signor Baseggio, è un piacere conoscerla. Ci scusi se l’abbiamo fatta attendere, ma sa comè - Già - Arturo – si inserì la donna – il nostro ospite è un uomo molto impegnato, veniamo subito al dunque. Signor Baseggio, gradisce un orzata, un latte macchiato, qualcosa? - Un caffè lo prendo volentieri, grazie. - Carmen, fa portare un caffè, un frullato con siero di latte, e due cappucci. Il giovane prese la parola prima che Baseggio potesse chiedere qualcosa su quell’incontro misterioso. - Come lei sa, signor Baseggio, la nostra azienda si occupa di project financian, workflow management e approcci alla programmazione integrata. Noi la vorremmo coinvolgere sul progetto Periplo, di cui lei avrà sentito parlare. - La nostra idea, caro Baseggio, – riprese il baffo – è quella di mettere a frutto le sue competenze nell’ ambito del lavoro per obiettivi, testando la risposta del gruppo di controllo sull’ azione di contesto locale e di bottom up. - Veramente io… - Sì, signor Baseggio, conosciamo già le sue riserve sugli approcci innovativi e sulla pianificazione integrata. E in parte le condividiamo. Ma il progetto Periplo è un’altra cosa. Vorremmo che mettesse da parte le sue riserve per un attimo, provando a valutare l’ efficacia reale dell’ azione. Baseggio sorseggiò il caffè appena arrivato, nascondendo nella tazzina il suo sgomento. La bella quarantenne riprese la spiegazione. - Intendiamo favorire azioni progettuali attraverso una strategia di approccio variabile, con partnership forti e reti locali. L approccio sistemico è solo una parte dei focus group nel sistema di virtual community. - Laura, per favore! Abbiamo detto di non scoraggiare il signor Baseggio e tu parli subito di

virtual community. La perdoni, signor Baseggio. - Sì, sì… - La mia collega si dimentica sempre di porre l’ accento sulle verifiche ex post e in itinere della vision di sistema, senza la quale non è dato capire la validità dell’ offerta formativa del working global. L’ integrazione sistemica non può da sola creare un network reale, che poi è il vero target dell’ intero progetto. Noi sappiamo che il suo approccio è sostanzialmente orientato sul mainstreaming, non è così? - Veramente io non so neppure cos è sto maestrino… - Hai visto Ugo? Grazie, signor Baseggio, lei non ci deluderà. Ha capito con anticipo che è ora di abbandonare le antiche piattaforme sistemiche, implementando le risorse globali. - Scusate, ma non mi è chiaro cosa dovrei fare. - Nulla di più di quello che fa già benissimo, grande Baseggio. Lei ha un curriculum unico in materia di elaborazione di interventi congiunti. In più abbiamo anche qualche amico comune… Il baffone disse l ultima frase strizzando l’ occhio. Tutti risero rumorosamente. Baseggio si unì a loro, non sapendo cosa fare. - Secondo me il signor Baseggio vuole conoscere l’ entità del suo compenso. Mi pare anche corretto che noi si parli di remunerazione. - Ben detto, Laura. Ma questo, tra uomini come noi, non è un problema, vero Baseggio? Ci siamo permessi di informarci sui suoi livelli di collaborazione e abbiamo pensato, senza offesa, di incrementare sensibilmente la cifra. Così facendo gli allungò un foglio piegato in due. - Periplo sarà l’ intervento sinergico di problem solving tra i primi quattro in Europa nel prossimo quinquennio. In questi casi noi scegliamo il meglio e non badiamo a spese! – disse il giovane rampante. Baseggio aprì il foglio. C’ era una cifra con molti zeri, virgole e punti, ma lui non capì di quanto si trattasse. Approfittò di un momento di pausa dei suoi logorroici interlocutori e provò a inserirsi. - Scusate, voi siete molto gentili, ma io non sono quello che cercate. Non sono in grado di svolgere i compiti… - Va bene, Baseggio, parliamoci chiaro: il nostro amico ci aveva rassicurato sul suo compenso, ma se non le va bene siamo disposti a salire ancora. Un altro venti


per cento è sufficiente? - Ma non è questo, davvero! - Lei è un osso duro, Baseggio. Ma noi non siamo da meno. Abbiamo scelto lei e le assicuro che l’ avremo. A qualsiasi costo. Siamo disposti ad affidarle la conduzione del gruppo multidisciplinare e il monitoraggio start up con report finale, lasciandole carta bianca sulla parte dell’ empowerment del sistema. Che ne dice? - Ma che cazzo devo dire? Baseggio cominciava a perdere la pazienza. - Stiamo calmi, Baseggio. Forse è meglio che ci pigliamo dieci minuti di pausa. Siamo tutti molto tesi, e non vorremmo che si prendessero decisioni affrettate. La posso chiamare Franco? - No. Mi chiamo Fabio e non vedo perché lei mi debba chiamare Franco. - Fabio? I tre si guardarono preoccupati. - Ma lei non è Franco Baseggio? - No, io mi chiamo Fabio Baseggio, fu Girolamo e

di Maria Loiacono. - Ah!… E di cosa si occupa? - Sono un esperto nell’ implementazione dei sistemi di smaltimento di mobilità intraprovinciale. - E che vuol dire? - Vigile urbano, sesto livello, matricola duemiladieci. - Ci perdoni, signor Baseggio, si è trattato di uno spiacevolissimo equivoco. - Nessun problema, è stato un piacere. Arrivederci. Baseggio si lasciò alle spalle quei tre curiosi tipi, salutò la segretaria e fece per uscire dalla porta d ingresso. - Signor Baseggio? - Sì? Il capo coi baffi era meno alto di quanto avesse immaginato. - Ci sarebbe questa piccola multa che mi hanno preso per divieto di sosta. Se lei fosse così gentile, caro Franco…

La memoteca di Marco Pomar, con la prefazione di Giacomo Cacciatore, è una variegata raccolta di racconti che mescola la fantasia alla vita reale, il sorriso alla riflessione amara, il ricordo agrodolce del passato con la verosimiglianza di accadimenti paradossali ma possibili. Piccola collezione di memorie, stralci di vita vissuta, eventi raccontati in prima persona ma anche riferiti da fittizi giornali, lettere o addirittura dai pettegolezzi di piazza e dalle chiacchierate da caffè, mescola diversi registri narrativi.

Marco Pomar è nato a Palermo una quarantina d’anni fa, mal contati. Amante della scrittura, non sempre ricambiato, gestisce un blog di racconti, una squadra di nuoto, una di pallanuoto, non sempre in quest’ordine. Teorico della superiorità del racconto sul romanzo, almeno fino a quando non ne scriverà uno, ha pubblicato, insieme ad altri sette scriventi, il libro corale Un’estate a Palermo, edito da Ernesto Di Lorenzo. Ha vinto anche qualche concorso letterario, ma è troppo riservato per ammetterlo. Dopo avere sperimentato quasi tutti i lavori, escluso il posteggiatore abusivo e il comandante di navi, adesso collabora con la cooperativa antiracket Solidaria e con la sua polisportiva, la Waterpolo Palermo. Ma cosa faccia davvero di lavoro non si è mai capito. Questo è il suo primo libro, e l’autore minaccia che non sia l’ultimo.

La morte misteriosa di uno stimato compaesano che solleva le chiacchiere di un piccolo paesino, la fine di un amore analizzata da punti di vista differenti, una gara di nuoto in cui si intrecciano i pensieri dei protagonisti, le riflessioni di un uomo senza cuore, e ancora sorprendenti sedute psicanalitiche che diventano occasione di indagine sulla felicità e sui bizzarri comportamenti umani. Questi sono solo alcuni spunti di questa raccolta ricca di humour e sagacia, ma anche di profonde riflessioni sulle controversie dell'anima.

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scuola in frantumi Offerta formativa carente, autonomia gestionale ambigua, edilizia disastrata. Sono i nodi centrali che negli ultimi anni hanno messo in ginocchio la scuola siciliana. La nostra Regione, infatti, contribuisce notevolmente ad abbassare la media nazionale rispetto all’Europa.

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A cura della Cgil Scuola

’ arcinoto che la scuola nazionale è, ormai, allo sfascio sotto tutti i profili. In questo contesto disastroso, la Sicilia contribuisce notevolmente ad abbassare la media nazionale rispetto all’Europa. Sul piano della formazione, per esempio, negli ultimi tre anni, abbiamo perso 15 mila unità lavorative. Perdita che ha messo in ginocchio l’offerta formativa. “Nel rapporto numerico docenti-alunni – dichiara Michele Pagliaro della Cgil scuola - siamo in linea rispetto alle altre regioni, ma abbiamo un rapporto di basso profilo qualitativo, soprattutto nella scuola dell’infanzia, dove intervengono gli enti locali con un’offerta inferiore rispetto alle reali esigenze. Nella scuola primaria, invece, il numero inferiore è dettato dal fatto che non esista il tempo prolungato”. Da uno studio comparato della Cgil, in Sicilia, proprio per la mancanza del tempo prolungato, vengono effettuate 27 ore a settimana contro le 40 delle altre

regioni. Questo significa che un bambino siciliano riduce a tre i cinque anni di studio fatti dagli scolari del resto d’Italia. “La nostra – riprende Pagliaro - è una regione in cui il governo non si occupa di scuola. L’istruzione non è assunta come una priorità. Questo produce una diseguaglianza socioculturale con gravi ripercussioni nel confronto con gli altri Paesi europei”. Il tutto viene ulteriormente aggravato da un’autonomia ambigua. Dal ‘2000, le scuole hanno assunto una propria autonomia gestionale e giuridica. Autonomia, però, fortemente soffocata da disposizioni governative che hanno imposto pesanti tagli. “L’autonomia è contratta dalla scarsa elargizione delle risorse – dice Marisa Guccì, componente regionale della Cgil -. Quest’anno, poi, si è registrata un’ulteriore riduzione per il ridimensionamento della rete scolastica; per noi fallimentare sotto tutti i profili. La Regione ha costituzionalmente piena facoltà di

definire la programmazione dell’offerta formativa. Lo Stato, invece – prosegue la sindacalista – ha questa facoltà sul piano organico. Risultato? Una piena dicotomia tra Stato e Regione. Due istituzioni che non trovano un luogo di incontro”. Con l’accorpamento degli istituti, oggi abbiamo 171 scuole, su 1001, sotto dimensionate e senza un dirigente scolastico. Non parliamo, poi, dell’edilizia scolastica. Appena il 30 per cento degli edifici è a norma. Il dato più sconcertante è la mancanza di edifici scolastici nati come tali. In poche parole, in Sicilia non si costruiscono scuole dal ’78, con la legge Falcucci. “Per il resto, si tratta di edifici di altro genere e nati con altri scopi, quindi inadeguati a essere utilizzati come scuole. E’ chiaro – riprende Michele Pagliaro – che dietro c’è una rete di interessi facile da comprendere. Questo aggrava, ulteriormente l’evasione scolastica, alimentata anche dalla mancanza di ambienti confortevoli e adeguati -.


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