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Scrittori contro

l’omofobia a cura di Massimiliano Palmese

Saggi Gabriella Romano, Gridalo: l’amore è un diritto umano! Franco Buffoni, La costruzione dell’identità Andrea Pini, La banalità dell’omofobia a scuola Francesco Gnerre, Il coraggio delle parole Pasquale Quaranta, Chiesa cattolica e persone omosessuali Tommaso Giartosio, Dal quaderno nero Stefano Bolognini, Eterosessuali vittime di omofobia

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Gridalo: l’amore è un diritto umano! Gabriella Romano

A Elliott

Pestaggi, accoltellamenti, bombe che esplodono davanti ai locali notturni: quando si dice omofobia la gente pensa a questo. Invece la realtà è che, senza nulla togliere alla gravità di questi episodi che purtroppo accadono, per fortuna restano incidenti alquanto isolati. I media concentrano l’attenzione su questi pochi fatti eclatanti, presentati appunto come un’anomalia in un mondo che, nel suo complesso, sarebbe invece tollerante nei confronti della diversità. E sul resto cade il silenzio. È invece proprio sul resto che bisognerebbe concentrarsi perché l’omofobia non è soltanto l’aggressione fisica, anzi, è soprattutto un fenomeno diffuso, quotidiano, fatto di una serie di piccoli eventi che non attirano l’interesse dei media come le botte e le coltellate, che presi singolarmente sono quasi insignificanti, ma che, sommati, sono ugualmente allarmanti. E contribuiscono a creare terreno fertile per chi intende compiere aggressioni violente e intimidazioni di natura omofoba.

Siamo sempre più diversi, per fortuna, sempre meno omologati, ma l’omofobia ci accomuna, forse è l’unica esperienza che veramente ci unisce tutti, orsi e separatiste, palestrati e modaioli, lipstick-lesbian e trans: il portiere dell’albergo vede dai documenti che sei trans e dice di non aver ricevuto la tua prenotazione, così sei per strada con la valigia e non sai dove andare a dormire. Oppure il capoufficio commenta sul tipo di vestiti indossati, non consoni al look professionale desiderato, o su una gestualità che valica i confini di ciò che è considerato “maschile” o “femminile”. E i colleghi cominciano a escluderti dalle loro conversazioni, mostrano imbarazzo se parli della tua vita affettiva e perciò ti isoli e fai la figura dell’asociale, sembri uno che non sa lavorare in équipe, che non partecipa alla vita dell’azienda, agli occhi di tutti sei un permaloso, solitario, impacciato che non si merita lo scatto di carriera. Oppure tuo fratello viene immancabilmente considerato con maggior rispetto dai tuoi perché lui ha una famiglia “vera” e tu no, e non ce la potrai prevedibilmente avere finché le leggi sono come sono. O il ginecolo, tra due approcci terapeutici, sceglie quello che non preserva la tua fertilità perché, secondo lui, essendo lesbica, non vuoi avere dei figli. E così via. Certo non grandi tragedie, semplicemente piccoli incidenti di percorso, storie della nostra vita, di tutti i giorni, di tutti noi. Eppure di questi episodi parliamo sempre troppo poco. C’è vergogna ad ammettere

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di essere vittime in un mondo a cui vogliamo mostrarci forti, muscolosi, spavaldi. La lamentela individuale è sempre percepita, anche all’interno della comunità glbtq, come un piagnisteo un po’ penoso, sostanzialmente autocommiserativo e quindi inutile. Nella gabbia del messaggio positivo a tutti i costi ci imponiamo di sentirci sempre superiori, invulnerabili, di lasciarci alle spalle l’immagine del gay sempre vittima, che non reagisce, che non risolve. Parliamo dunque anche noi solo dei fatti di cronaca: quelli che si dichiarano pensano che capitino solo a chi non si dichiara e che perciò non può né denunciare né lottare a viso aperto contro le aggressioni, mentre quelli che non si dichiarano pensano che chi si dichiara automaticamente attiri attenzione negativa, provochi, in un certo senso, e perciò se le vada a cercare. Sono sempre affari degli altri, cose che non ci toccano da vicino.

Faccio un salto apparentemente privo di nesso e mi sposto in Gran Bretagna: quest’anno la Galleria d’Arte Moderna di Glasgow proponeva una mostra ambiziosa, di cui si è molto parlato in suolo britannico. Si intitolava: “Gridalo: l’amore è un diritto umano!”. La mostra, sull’omosessualità e i diritti negati agli omosessuali, si articolava in molte sezioni: la prima consisteva di un’interessante collettanea di opere di artisti glbtq incentrate sul tema, una seconda ala del museo proponeva opere commissionate ad hoc ad artisti transgender sulla loro condizione e infine veniva presentato un insieme di opere, principalmente fotografiche e di collage, sollecitate a esponenti glbtq di varie religioni per una riflessione su fede e omosessualità. La sezione che mi ha maggiormente toccato è stata quella conclusiva in cui il gruppo “Our Story – Scotland”, un’associazione che raccoglie testimonianze orali per ricostruire la storia glbtq, proponeva una serie di interviste in video a persone che raccontavano episodi di omofobia di cui sono state bersaglio. A questo era abbinato un numero di interviste audio sullo stesso argomento, ascoltabili in cuffia, raccolte in Scozia negli ultimi anni dallo stesso gruppo. La cosa interessante qui consiste nel fatto che così tante persone abbiano accettato di fornire una testimonianza, indice di un alto livello di consapevolezza dei propri diritti: il dato numerico è infatti di per sé fondamentale per due motivi, in primo luogo perché conferisce forza, fondamento a quanto viene affermato, dando il peso del gruppo a quanto viene denunciato, invece di lasciare queste grida sempre solo allo sfogo del singolo; in secondo luogo perché il numero dà la dimensione del problema, del suo dilagare, del suo peso reale. Gli intervistati lamentano bullismo, aggressioni, botte, insulti, ma anche semplicemente l’atteggiamento ostile tenuto dai compagni di scuola, gli scherzi pesanti, i commenti apparentemente innocui che lasciano intuire pregiudizio, tipo la formulazione di

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giudizi sullo stile di vita di una persona per via della sua preferenza sessuale in contesti che non la richiedono, come quello professionale. Anche e soprattutto questo è l’omofobia: un fenomeno strisciante, sfuggente, difficile da verbalizzare, ma non per questo meno invadente nelle nostre vite. Raccontare questi episodi con obiettività, lucidità e consapevolezza che siano sbagliati, che instaurino un clima, un’atmosfera negativa e opprimente è un compito arduo, perché spesso si tratta di spiegare a parole delle sfumature di comportamenti, degli incidenti minimi. Ma è più che mai necessario. Perché è vero che la maggior parte degli omosessuali non subisce aggressioni fisiche, ma è pur vero che vive in una situazione di paura e di disagio continuo, spesso si sente trattato con minore rispetto, non riesce a costruirsi la carriera che sa di meritare, fatica a costruire e a conservare autostima in una società che non lo valorizza e quindi non sempre riesce ad affermarsi in ambito non solo lavorativo, ma anche sociale e affettivo. E la gravità della situazione si comprende solo se le vittime del pregiudizio riescono a descrivere gli episodi di omofobia subìta in dettaglio, elencando anche i piccoli incidenti, perché la gente possa vedercisi dentro, possa riflettere con maggiore attenzione sulle piccole cose che succedono ogni minuto in ufficio, in aula professori, in cantiere, al bar: la gente deve iniziare a collegare tutti questi piccoli fatti, deve cominciare a chiedersi se certi commenti siano davvero così insignificanti, in buona fede, senza malizia o se mascherino qualcos’altro, oppure se, sommando tutte queste parolette, sorrisini e facezie, tutti insieme non acquisiscano un peso imponente: se chiamano un tuo collega in un certo modo, se gli fanno uno scherzo una volta usando parole di un certo tipo, non è altro che un piccolo episodio quasi insignificante. Se però a tua insaputa quell’episodio, quell’insulto, quel dileggio, di per sé infantile, si ripete 365 volte all’anno, ecco che la situazione acquisisce la dimensione dell’incubo. Se poi non è solo una persona ad essere chiamata in quel modo, ma questi piccoli episodi si sommano e si ripetono e vengono documentati sul tuo territorio con una certa regolarità, ecco che il quadro d’insieme risulta preoccupantemente serio e che una parola apparentemente isolata e sciocca diventa la punta di un iceberg mostruoso. La lotta all’omofobia sarà efficace quando tutti, gay e non, avranno capito la gigantesca entità del problema e sentiranno perciò imperativo intervenire se un insegnante non prende provvedimenti quando si accorge che un allievo è vittima di bullismo omofobo, quando in ufficio non si riderà più alle battute fuori luogo del collega becero, quando il genitore che contesta il maestro perché omosessuale verrà unanimamente considerato ingiusto.

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Purtroppo infatti, a testimonianza che i gay sono tutt’altro che liberi e accettati, l’omosessualità costa ancora la carriera nella stragrande maggioranza dei casi e il mondo del lavoro è vissuto spesso come un campo minato nel quale dichiararsi resta impensabile per troppi gay e lesbiche. Anche l’accostamento pedofilia-omosessualità maschile è radicato nella mentalità corrente, sebbene tutte le statistiche ne abbiano mostrato ampiamente l’erroneità, e questa credenza diffusa rende i mestieri a contatto con i minori spesso molto insidiosi. E il bullismo omofobo nelle scuole italiane è un fenomeno in crescita che riaffiora nelle pagine di cronaca con crescente incidenza. In Inghilterra da alcuni anni a questa parte si insiste molto, a livello sia di istituzioni che di associazioni glbtq, sul dovere di riportare tutti gli incidenti, anche minimi, proprio sulla base del fatto che è importante cosa succede, ma anche quanto di frequente, a quante persone nello stesso àmbito lavorativo e così via. Se vogliamo, è anche un segnale alle autorità preposte al controllo dell’abbassarsi del livello di tolleranza per un certo tipo di reato: nessun fatto è troppo piccolo, non si fanno sconti a nessuno. La polizia britannica lancia regolarmente appelli alla collaborazione in questo senso, sia sulle riviste di settore che tramite manifesti affissi in spazi pubblici, invitando tutti a ricordare che l’omofobia è un reato, un “hate crime”, un crimine d’odio, e come tale deve essere denunciato. Come sappiamo, la situazione in Italia è molto diversa, purtroppo. Il clima che si respira è palpabilmente molto più pesante e, senza andare troppo lontano, basta dare un’occhiata a cosa succede nel proprio palazzo o nel proprio quartiere per rendersene conto: all’uscita di scuola l’insulto più gettonato è frocio, scritto ovunque sui muri dell’edificio, davanti al mio palazzo campeggia da anni la scritta: “Vendola, frocio = HIV”, il pizzaiolo sotto casa mi ha spiegato che, quando entrano dei clienti transessuali nel suo locale, gli serve tutto o crudo o salatissimo, in modo da garantirsi che quel tipo di gente non torni più mentre i miei condomini carinamente ricordano spesso l’inquilino dell’appartamento al pian terreno, ucciso alcuni anni fa nel suo soggiorno perché, si sa, gli omosessuali certe sciagure se le vanno a cercare e finiscono spesso morti ammazzati; e via di questo passo.

La sfida che ci attende è quella di dare corpo al quasi impalpabile, verbalizzare sensazioni, dettagli, sfumature. Questo è un argomento che mi sta molto a cuore: nel mio tentativo di documentare la repressione fascista degli omosessuali e delle lesbiche in Italia, spesso negata in quanto, nel nostro paese, non furono varate leggi specifiche a riguardo, ho tentato di ricostruire, tramite i ricordi degli intervistati, proprio questo, cioè il clima omofobo di quegli anni che consentì di mettere in atto la repressione più difficile da documentare e da

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raccontare, ma non per questo meno efficace. Percependo l’ostilità che li circondava, gli omosessuali e le lesbiche italiani che hanno vissuto durante il ventennio, si sono costretti al silenzio, per sopravvivere. Era l’unica possibilità per evitare l’ostracismo sociale, il confino, l’internamento in un istituto psichiatrico. Grazie a questo silenzio il regime fascista mantiene intatta la reputazione di essere stato molto più all’acqua di rose del nazismo, per esempio, di avere in fondo tollerato l’omosessualità e alcuni politici dei nostri tempi sono arrivati a dire che in fondo il confino per molti è stato qualcosa di simile ad una vacanza al mare a spese dello stato. Proprio quel subdolo modo di reprimere, invece, è stato il più micidiale. Le donne che sono riuscita ad intervistare sull’argomento hanno ricordato una società in cui venivi portata al commissariato se andavi a fare il bagno al lago con le amiche, senza la rassicurante presenza di accompagnatori uomini, chi non si sposava era guardata con sospetto, se ti mostravi troppo affettuosa con un’amica, rischiavi che il parroco ti sottoponesse ad uno scioccante rito di esorcismo, chi non si conformava era allontanata, additata, derisa e se ti sorprendevano a baciare un’altra ragazza, eri considerata una strega da tutto il paese. Certo, in campo di concentramento non c’è finito nessuno, ma in questo tipo di atmosfera, sommando tutti questi fattori e messaggi negativi che provenivano dalla società, le lesbiche con cui ho parlato si sono sentite odiate, perseguitate e quindi hanno vissuto le loro vite sul filo della paura. E in questo clima gli squadristi che organizzavano pestaggi ai danni dei gay si sentivano alquanto protetti, liberi di agire impunemente.

Parlare è contagioso. La mostra di Glasgow invitava i visitatori a scrivere i propri commenti su un libro che è diventato una specie di diario aperto, un tatsebao sull’omofobia. L’ho sfogliato per ore, trascrivendo i commenti che mi hanno maggiormente commosso. Tra tutti, ne riporto qui uno, lapidario e terribile: “Sono un transgender di diciassette anni e trovo molte difficoltà nell’affrontare la vita. Sento continuamente una forte rabbia dentro di me. Quando vedo un uomo per strada sprofonderei e vorrei morire perché so che non sarò mai, biologicamente, un maschio. Sto allontanando tutti i miei amici. Non riesco ad essere positivo su niente. Elliott”. Certo è un passo avanti che Elliott esca di casa per andare a vedere una mostra che lo riguarda, lo rappresenta e che lo spinge a dire qualcosa di sé, è già una grandissima vittoria, un risultato che dimostra anche l’importanza di questo genere di iniziative, in Italia quasi totalmente assenti. Ma è anche terribilmente triste che ci siano dei diciassettenni che soffrono come lui, ancora oggi, nella civilissima e tollerante Gran Bretagna. Vuol dire che quell’atmosfera ostile che ho tentato di descrivere, quell’insieme di messaggi negativi che ci bombardano ogni

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giorno, esiste ancora, ovunque e piÚ che mai: l’odio degli altri filtra nelle nostre menti, ci condiziona, ci limita, ci impedisce di agire come vogliamo, di essere chi siamo e perciò di essere felici. Gridarlo una volta all’anno non basta.

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La costruzione dell’identità Franco Buffoni

Il termine “omosessuale” divenne d’uso corrente (pur se elitario) negli ultimi decenni dell’Ottocento in Francia, Nord Europa e Stati Uniti, paradossalmente precedendo la diffusione del termine eterosessuale. Proprio come avvenne per “romantico” nei confronti di “classico”: per definire la “cosa”, alias la “norma”, occorre che prima si affermi ciò che la contrasta, che la interrompe. Come la pace con la guerra. La parola fondante è guerra. Pace è solo il patto che la interrompe. Prima si definisce la deviazione, poi - inevitabilmente - quella che era considerata la norma diventa un’opzione e deve anch’essa - per contrasto - essere definita. Così, da allora, continuano a esserci i due generi, ma all’interno di ciascuno si è proceduto a un’ulteriore seriazione. Genere maschile, specie omosessuale/eterosessuale; genere femminile, specie omosessuale/eterosessuale. Desiderare la donna non è una prerogativa solo del genere maschile, e desiderare l’uomo non è una prerogativa solo del genere femminile. Nel secolo che è seguito – pur con fatica – alcune menti lungimiranti hanno cercato di adattare a tale nuova distinzione anche i lessici medici, legali, letterari e psicologici. E’ quel processo che in parte viene registrato nella definizione di “politicamente corretto”. Definire e definirsi è una necessità essenziale. Se una persona si dichiara omofoba o antiomofoba compie una distinzione incentrata sulla sessualità, mentre se si dichiara femminista o antifemminista compie una distinzione incentrata sul genere. La conseguenza più drammatica della sovrapposizione del genere alla sessualità consiste nel dare per scontato il secondo in base al primo, dalla nascita. Questo è il fondamentale luogo comune da sfatare. Il sesso biologico si riconosce subito; per l’orientamento sessuale occorre attendere almeno un decennio. Ed è proprio questa sovrapposizione, questo luogo comune, la causa di inenarrabili sofferenze, ambiguità, menzogne, isolamenti, crisi esistenziali e quant’altro. Quanti casi di pazzia e dunque di segregazione, di esclusione, di suicidio, in passato non furono che lo sbocco di sensibilità omosessuali oppresse, impossibilitate ad esprimersi? Foucault, al riguardo, ha scritto pagine importantissime. Un ambiente sociale che non ti prevede, già ti offende, figuriamoci se mai potrà difenderti.

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Proprio nell’antica assenza della necessità di definirsi da parte del maschio eterosessuale sta il nocciolo della questione dell’identità. L’eterosessualità si definisce in grande misura attraverso ciò che rifiuta. Così come una società si definisce attraverso ciò che esclude. Ogni volta che un omosessuale fa il coming out, obbliga l’eterosessuale a definirsi come tale. Paradossalmente è proprio attraverso un continuo processo di dis-identificazione che l’omosessuale giunge a costruirsi una propria identità omosessuale. Perché l’omosessualità maschile tradizionalmente si è manifestata - o occultata - secondo due stereotipi opposti: da un lato l’effeminatezza, dall’altro la virilità. Il modo di fare della “checca” era spesso l’unica valvola di sfogo per l’omosessuale sposato e con figli. Anzi, proprio grazie al matrimonio, al simulacro di famiglia eterosessuale che era riuscito a costruirsi, l’omosessuale si concedeva almeno modi e parlata liberi e sciolti. Dall’altra parte la maschera della virilità, introiettata a esorcizzare il terrore di essere “scoperti”, a fare da contrappeso a una vita sessuale tanto intensa quanto clandestina, nel più esplicito disprezzo dell’effeminatezza. Gli appartenenti a questa seconda categoria solitamente rifiutano qualunque manifestazione di cultura omosessuale, non vogliono nemmeno sentire parlare di una possibilità di appartenenza. Se ne sentono totalmente estranei e - odiando e disprezzando se stessi - odiano e disprezzano chi - in qualche modo - associandosi si manifesta. Fino ad oggi - in ogni istituzione - i figli, gli studenti, i soldati, gli scout, i ragazzi dell’oratorio... sono stati tutti cresciuti con l’unica opzione di divenire eterosessuali. E, nuovamente, è paradossale pensare a come l’orientamento omosessuale sia radicato, malgrado tutto. Eppure quello che menti malate - quelle sì davvero malate - vorrebbero è che i gay non ci fossero. Non è ridicolo? E smettiamola di chiederci se la causa dell’omosessualità - come se fosse una malattia - sia genetica o culturale, o entrambe. Oppure cominciamo a chiedercelo anche per l’eterosessualità. Ricordo una felice sintesi di Giovanni Dall’Orto: “Omosessuali non si nasce né si diventa. Omosessuali si è”. E’ la risposta lucida, pragmatica, fenomenologica da replicarsi alle posizioni essenzialistiche e idealistiche. Perché nel momento in cui ci si chiede se si “nasce” o si “diventa” omosessuali (o mancini) si sottintende che ci sia una “causa”: come per le patologie, per le malattie. Se si “è”, si smette di cercare “cause” e ci si limita - al più - alla descrizione dei fenomeni. Per esempio: come erano e come venivano vissute le sessualità nel secolo scorso e come sono e come vengono vissute oggi?

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La specifica natura della sessualità umana - come ormai dovrebbe essere noto a tutti - va ben oltre la pura e semplice necessità di procreare. In altri termini, “sessualità” per uomini e donne anche eterosessuali significa qualcosa che sta ben aldilà della procreazione. Dunque, concettualmente, esiste un’enorme distanza tra una distinzione di generi e una distinzione di sessualità. La distinzione di generi sarebbe fondamentale se scopo della sessualità fosse la procreazione. Poiché non è così, o almeno non è più così, allora è evidente che la distinzione tra i generi nel campo della sessualità è un assurdo anacronismo. Affettività, sessualità e procreazione vanno sempre più configurandosi anche in ambiti distinti e separati. Per esempio: si dice comunemente che qualcuno ha una relazione eterosessuale o omosessuale; mentre non si dice mai che qualcuno ha una relazione eterosociale o eterorazziale. In questo secondo caso, per esempio, un gay che “va” col suo “genere” ma non con la sua classe sociale né con la sua razza, è più “etero” del suo vicino di casa, che ha sposato una sua seconda cugina ed esce raramente la sera. In altri termini, oggi, oltre alle distinzioni di genere, razza, lingua, classe, nazionalità, occorre aggiungere l’orientamento sessuale. E se è vero che, senza il concetto di “genere” non si potrebbe distinguere tra omosessualità e eterosessualità, è anche vero che in molte altre essenziali (per tutti: etero e omo) distinzioni, il genere è trasceso: quando badiamo all’età, al colore della pelle, alla cultura del potenziale partner. Qual è la causa dell’omo - o dell’etero - sessualità in un individuo? Questa è la domanda che almeno dal 1973 - non dovremmo più porci. Fu proprio nel 1973, infatti, che l’associazione americana di psichiatria derubricò l’omosessualità dall’elenco delle malattie. Da allora le cose cominciarono lentamente a cambiare per le nuove generazioni. Se è una malattia deve avere una causa. Se non lo è, smette di doverla avere. E se si ammette che un individuo su dieci è omosessuale o bisessuale, ad ogni nascita si dovrebbe sempre ritenere di avere 10 probabilità su 100 che il nuovo nato sia sessualmente orientato verso il proprio sesso. Parlare di scelta sessuale è ipocrita, vergognoso. Può essere valido solo in alcuni casi, di individui veramente bisessuali, che “scelgono”. L’omosessuale non sceglie proprio nulla. Dunque, smettiamola di chiederci che cosa sia l’omosessualità e cominciamo a porci solo domande conoscitive, culturali, descrittive: come si manifestava nei tempi bui l’omosessualità? Come si manifesta oggi?

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Persino peggiore dell’odio contro il gay - in quanto perturbante, fuori norma - da parte dei presunti etero, è - tradizionalmente - l’odio del gay per se stesso. Nasce dal non sentirsi previsto e tanto meno amato come omosessuale. Costui - condizionato dalla cultura eteropatriarcale in cui si è formato - ha introiettato talmente tanto odio verso se stesso negli anni della crescita da non rendersi nemmeno conto di essere il primo “odiatore” di se stesso. Lasciandosi come unico spazio quello di pensare e di parlare di se stesso e dei suoi “amici” al femminile. E denotando in tal modo la propria sudditanza all’eteropatriarcato, che al più è disposto a concedergli il ruolo del “femminiello”, della tapette, del molly, del hijra. Del travestito. Deve “travestirsi” e/o “scheccare” per tranquillizzare l’eteropatriarcato. (Si pensi al riguardo a chi sono gli “omosessuali” solitamente invitati nelle culturalmente arretrate reti televisive generaliste italiane: Malgioglio, Platinette…). Valorizzare gli altri omosessuali è il primo sforzo che un gay moderno deve compiere per uscire dal senso di colpa e dal disprezzo verso se stesso. Imparando a guardare gli altri omosessuali come persone con una storia alle spalle che merita considerazione. Come la sua. L’autostima comincia dal rispetto che egli impara a nutrire per gli altri. Per questo occorre promuovere lo studio della cultura gay.

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Non è poco - se ci si riflette – chiedere di poter crescere senza sentirsi dei mostri. Che è ciò che è sempre accaduto agli omosessuali semplicemente perché le loro famiglie non li aspettavano. Non li aspettavano “così”. E a questo punto vorrei brevemente soffermarmi su un’analogia sovente evocata. Quando si parla di discriminazioni, si solgono citare ebrei, neri, rom, omosessuali ecc. Pensate all’enorme differenza che passa tra un bambino che nasce ebreo tra ebrei, nero tra neri, rom tra rom, e un bambino gay che nasce in una famiglia eterosessuale. Il primo può subire insulti e discriminazioni nella vita sociale, a scuola tra i compagni, ma è fortemente corazzato e capace di difendersi, in quanto l’ambiente in cui è cresciuto e si è formato gli ha dato anche gli appropriati strumenti culturali per farlo. L’adolescente gay non ha nessuno; anzi, le persone che gli stanno più vicine - genitori, fratelli, cugini - sono i primi nemici da cui deve difendersi. Avete presenti certi padri…?

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Un bambino di orientamento omo non è mai atteso, non è mai nemmeno seriamente ipotizzato. E’ sempre poi solo una sgradita sorpresa. Fondamentale è che d’ora in poi l’aspettativa di un figlio non dia per scontato in anticipo il suo orientamento sessuale. Perché, se per i famigliari la sorpresa è sgradita, per il bambino oggetto dello “sgradimento” - mentre goffamente tenta di assomigliare al bambino e all’adolescente che i famigliari si attendevano la sorpresa si trasforma nella consapevolezza di essere una creatura sbagliata, appunto: mostruosa. Quella dell’omosessuale può dunque definirsi come una doppia costruzione dell’io. Mentre come tutti cresce e si forma, l’omosessuale impara a mentire e dunque, all’interno della costruzione dovuta alla crescita, è costretto a porne in essere un’altra, intima, segreta: nemmeno alla madre, nemmeno ai fratelli, al prete, allo zio può svelarla. La sua infanzia e la sua adolescenza - segnate dall’autodisciplina alla menzogna - lo rendono anche estremamente accorto. Non può sbagliare: diverrebbe il bersaglio degli insulti e degli scherzi atroci del gruppo. Vede benissimo che cosa accade a quelli presi di mira: dicerie, pettegolezzi, insinuazioni, prese in giro esplicite, scherzi, scherzi atroci. L’autocontrollo dell’omosessuale a quindici-sedici anni di solito è già totale. Persino nel fingere di associarsi al gruppo dei persecutori, per non dare nell’occhio. L’omosessuale è solo fino a quando - se è fortunato e vive in un grande centro urbano - nell’adolescenza trova il gruppo di amici. La conseguenza del doppio linguaggio che l’omosessuale è costretto ad apprendere durante la prima adolescenza - l’educazione alla menzogna - solitamente lo porta ad aborrire i comportamenti espliciti degli omosessuali dichiarati, gli atteggiamenti effeminati, i modi da checca. Vi è un fondamentale odio per se stessi “così”, e dunque per tutti gli altri che si dimostrino “così”. (Magistrali al riguardo le reazioni di Garcia Lorca appena giunto a New York, quando entra in contatto con gli omosessuali locali sfacciati e disinibiti. E pietose sono le lettere a mamma e papà, in cui descrive quanto sono affascinanti le fanciulle di New York, per far loro piacere: volevano che “guarisse”). La reazione dominante è di rifiuto: io non sono e non voglio essere così. Dall’altro lato, e contemporaneamente, l’autocontrollo esercitato in modo così attento per tanti anni porta l’ex adolescente a sentirsi - e spesso proprio anche ad essere (se non soccombe) - intellettualmente e culturalmente superiore alla media dei coetanei. ***

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Il coming out più arduo da compiere è quello coi famigliari. Non compierlo significa contribuire a perpetuare l’omertà, la dissimulazione, l’ipocrisia, le discriminazioni, gli “omocidi” consumati nella riservatezza. Torniamo a quel dato fondamentale: un cittadino su dieci è omosessuale; se non si parte ciascuno dai propri familiari, gli altri, tutti gli altri, continueranno a supporre che tutti si sia parte del 90 per cento cosiddetto etero o normale. Occorre che il costume cambi e che il dubbio esista sempre - anche in assenza di palesi dimostrazioni di effeminatezza o di lesbismo - che la nuova persona che incontriamo faccia parte di quel 10 per cento. E dunque il linguaggio di tutti si deve adeguare, divenendo politicamente corretto. Il concetto che occorre diffondere è quello dell’esistenza di una cultura omosessuale. In paesi più avanzati del nostro, dove la procreazione assistita e l’adozione da parte di single e di coppie omoparentali sono legali, si sono già verificati casi di giovani di sesso maschile con orientamento eterosessuale, figli di coppie omoparentali gay. I quali a scuola vengono a contatto con giovani omosessuali figli di “normali” coppie eterosessuali. Il paradosso in questi casi è la cultura gay che permea inevitabilmente i primi, e il desiderio gay che invece invade i secondi. Vissute con intelligenza queste situazioni possono solo arricchire entrambi i soggetti e le loro famiglie. Il focus critico della nostra riflessione ruota infatti attorno alla domanda: è possibile parlare della trasmissione di una identità culturale omosessuale? Solitamente si dice che la cultura, di qualsiasi tipo, si trasmette di padre in figlio. I gay, che per definizione sono sterili, sono stati tuttavia in grado di trasmettere - per filiazione culturale - una cultura e una identità gay. Ma chi si è effettivamente preso cura - in passato - del passaggio dei saperi da una generazione all’altra di omosessuali? Quanto spreco! Quanti sforzi compiuti in segreto, ciascuno credendo di essere solo al mondo... Come osserva Flandrin, “c’è qualcosa di illogico nello scrutare con tanta attenzione il passato individuale delle persone sottoposte alla cura psicoanalitica, e tanto poco il loro passato collettivo. O almeno ciò che di esso sopravvive nella nostra cultura”. E poi non è vero che i gay siano sterili: in Italia, per esempio, ci sono milioni di individui figli e nipoti di persone (uomini e donne) omosessuali. Solo che si trattava di omosessuali velati, e dunque attentissimi a non trasmettere ai figli la cultura omosessuale che vivevano in clandestinità. E’ palese che soltanto quando - nel Novecento - vengono superate le fasi della “inversione”, della pederastia e della sodomia, e si comincia a parlare di omosessualità provvista di uno stile di vita - di una cultura omosessuale - nel Nord Europa e in Nord America si cominci a non fare

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più caso al ruolo (che può essere intercambiabile) svolto durante l’atto sessuale, ma conti il genere delle persone coinvolte nell’atto o nell’affaire amoroso. La storia non si eredita, si impara, la si costruisce. E questo, per gli omosessuali, significa risalire nel tempo fino agli arrusi siciliani, ai ricchioni napoletani, alle checche milanesi. Indietro, indietro attraverso i versi barocchi, i quadri del Rinascimento, il Brunetto dantesco, indietro a Orazio e Catullo, al cinedo della Grecia classica immortalato nella produzione vascolare, agli affreschi etruschi, ai bassorilievi persiani… Franco Goretti e Tommaso Giartosio ne La città e l’isola hanno raccontato degli arrusi catanesi inviati al confino dalla polizia fascista. Ebbene, nella sperduta isola delle Tremiti, costoro riuscirono a formare un embrione di comunità omosessuale e anche ad avere rapporti tra loro, uscendo (almeno alcuni) dal cliché loro inculcato del sentirsi donna al quale ancora oggi molti gay fanno riferimento. Purtroppo non si hanno le testimonianze degli operai gay, dei fattorini gay, ma solo degli scrittori gay: o almeno di quel poco che hanno lasciato: Gadda, per esempio, distrusse tutto ciò che riguardava la sua sfera privata; Palazzeschi, pure. Così si rimane senza le testimonianze del popolo perché non sa scrivere (a meno che non vada sotto processo, e allora sono visite mediche militari, referti da compulsare, verbali di polizia). E senza gran parte delle testimonianze degli scrittori, che decisero di “preservare” la propria immagine. E’ poi abbastanza paradossale che sia solo sulle testimonianze letterarie degli intellettuali che si basi la storia di una cultura omosessuale, di una identità gay. Quando si sa che l’intellettuale è inevitabilmente portato a una visione soggettiva e individualistica. Certo, gli scrittori sono gli unici che hanno scritto. Eppure, quanta “intelligenza” omosessuale c’è sempre stata nel popolo... e nulla o ben poco è stato registrato! Che spreco! Si pensi a quanto uso distorto del latino e del greco per decenni è stato fatto nei nostri licei… Ridurre a tormentanti sintassi due materie che avrebbero potuto essere il godimento per gli adolescenti gay e non solo!

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Ricordo una famosa conversazione degli anni sessanta, riportata da John Osborne, con Noel Coward, allorché l’anziano commediagrafo chiese all’allora giovane Osborne “quanto sei gay?”, e Osborne senza scomporsi rispose “al trenta per cento”. Al che Coward replicò: “Io al novanta”. Credo che oggi in Italia il problema non sia principalmente rappresentato dai gay al

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novanta per cento, ma da quelli al trenta, che se ne guardano bene dal dichiararsi e dall’essere solidali con le sacrosante battaglie del movimento lgbt *, ma che alla sera frequentano certi viali di periferia. Portiamo l’esempio recente dell’ex presidente della regione Lazio. Durante la sua vita pubblica non spese mai parola a favore di gay e trans, ignorò la battaglia per i Pacs e i Dico, se ne guardò bene dal combattere all’interno del suo partito le posizioni, per esempio, di Binetti. Sul suo sito si leggeva: “La famiglia è la mia vera grande passione. (…) Sono cattolico, cresciuto, come molti ragazzi della mia generazione, frequentando l’oratorio e la parrocchia di Santa Chiara”. Una volta “scoperto”, parlò di “debolezze” e di “vergogna”. Mentre si può essere eletti presidenti di regione - come Vendola in Puglia - senza assolutamente fare mistero sulle proprie predilezioni in campo sessuale.

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Quella che occorre promuovere è una storia dell’omosessualità che comparatisticamente sappia prendere in esame aspetti di ordine giuridico, politico, istituzionale, letterario, culturale, medico… in grado non solo di rendere coscienti gli omosessuali del loro passato e della loro cultura, ma anche di risvegliare i bisessuali, di stanarli. E di costringere finalmente gli eterosessuali a definirsi. Considerando che oggi, con la fecondazione assistita, chiunque può diventare padre o madre, prescindendo dal tipo di rapporto sessuale che privilegia, forse si può persino concordare come avvio di una riflessione seria - sulla necessità del superamento della distinzione tra una eterosessualità più legata alla natura, e una omosessualità più legata alla cultura. Gli studi transculturali e postcoloniali, come quelli sull’economia globale o sulla diaspora, aiutano a leggere il mondo e la storia in modo diverso, per esempio attraverso lo sguardo di chi è sempre stato in posizione subordinata, di chi è stato colonizzato. Questo è un primo sforzo che si deve compiere a scuola per educare i giovani a rispettare e ad accogliere le diversità. Accogliendo veramente in sé gli immigrati - per esempio - la nostra società guadagnerebbe in comprensione di se stessa certamente più di quanto perderebbe in omogeneità…

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“I am out, therefore I am”: l’ho visto scritto su una maglietta in giro per New York. Ho fatto il coming out, dunque sono. Una soggettività omosessuale profonda, convinta, dignitosa si costruisce solo attraverso molteplici intersezioni di identificazioni e differenze. Per esempio: non è affatto essenziale che vi sia la penetrazione perché un rapporto erotico-affettivo possa dirsi completo. E ancora: compiere atti omosessuali con una persona, o persino intrattenere con essa un rapporto omosessuale è una cosa; altra è ben diversa cosa è amarla, con conseguente condivisione dell’esistenza. Ma occorre il riconoscimento pubblico, giuridico, della coppia omosessuale e per ottenere questi sacrosanti diritti occorrono molti coraggiosi coming out. Mentre il parlamento italiano, nell’ottobre 2009 non si è dimostrato disposto nemmeno a difendere i suoi cittadini fatti oggetto di violenza fisica. Con la bocciatura della proposta di legge di Paola Concia contro omofobia e transfobia, consumatasi intorno a una pregiudiziale di costituzionalità, è stata scritta un’altra pagina tristissima della nostra democrazia. Un Parlamento sempre più delegittimato e distante dai problemi dei cittadini; un Parlamento di nominati - che dimostra la sua efficienza solo nell’approvare norme liberticide o ad personam - ha deciso di tapparsi occhi e orecchie di fronte alla crescente violenza contro omosessuali e transessuali, riesumando il vergognoso paragone dell’omosessualità alla pedofilia, all’incesto e alla zoofilia. Non stupisce che un Parlamento sostanzialmente omofobo, nel discutere la proposta di legge Concia (ottobre 2009), abbia parlato di “privilegi” e di legge “contro la libertà di pensiero”: ovviamente di leghisti, fascisti e cattolici. In particolare dei loro preti, che potrebbero essere oggetto di sanzione per gli anatemi che pronunciano. Mi limito al riguardo a ricordare la direttiva approvata dal parlamento europeo il 26 aprile 2007 che - riprendendo l’art. 13 del trattato di Amsterdam, disatteso dall’Italia - ribadisce l’invito agli stati membri “a proporre leggi che superino le discriminazioni subite da coppie dello stesso sesso”, condanna “i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali” e ufficializza la “Giornata internazionale contro l’omofobia” il 17 maggio (che è il giorno del 1973 in cui l’omosessualità fu depennata dal manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association).

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Tornando alla bocciatura della proposta di legge Concia, quel che davvero risulta inaccettabile è l’utilizzo dello stratagemma della pregiudiziale di costituzionalità che spinge sempre più ai margini della cittadinanza il 10% dei cittadini. Il Parlamento italiano si è fatto così sostanzialmente istigatore di violenza e di odio e porterà il peso della responsabilità dell’evidente imbarbarimento culturale di cui gli omosessuali sono vittime. Violenza fisica e violenza morale sono strettamente connesse: non si può pensare di condannare l’una e giustificare allo stesso tempo l’altra. E’ importante anche fare chiarezza su un altro punto della proposta di legge respinta, concernente l’orientamento sessuale. Una legge che introduca aggravanti sulla base di questa motivazione non introdurrebbe elementi di discriminazione in base al soggetto che subisce violenza, ma in base al movente di chi commette il reato.
 È scandaloso che alcuni parlamentari e giornalisti (tra gli altri Buttiglione, Volontè, Storace, Renato Farina del Giornale) abbiano cercato di fare bieca speculazione su questo punto.

Nessuna discriminazione verrebbe introdotta ma una norma di responsabilità che, come già accade da anni per violenze motivate da odio razziale o religioso (legge Mancino), riconosca la realtà della violenza motivata da odio omofobo e transofobo. Una norma di civiltà elementare presente ormai nella legislazione di tutti gli stati moderni, avanzati e civili.

NOTA * Circa la sigla lgbt o glbt, è necessario chiarire che vi sono due spinte contrapposte in Italia oggi. La prima tende ad aggiungere anche Q e I, che stanno per Queer e Inter, cioè in transito: da maschio a femmina e da femmina a maschio. La seconda invece vorrebbe che - come nel mondo anglosassone - si parlasse di gay community e basta, per indicare tutti coloro che si collocano al di fuori del sistema eteropatriarcale (inclusi molti dalle preferenze sessuali etero).

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Buffoni, Franco, Carmide a Reading. Establishment, generi letterari e ipocrisia al tramonto dell’età vittoriana, Empiria, Roma 2002 Buffoni, Franco, Più luce, padre. Dialogo su Dio, la guerra e l’omosessualità, Sossella, Roma 2006 Buffoni, Franco, Reperto 74 e altri racconti, Zona, Civitella in Val di Chiana 2008 Franco Buffoni, ZAMEL, edizioni Marcos y Marcos, Milano 2009 Goretti, Gianfranco – Giartosio, Tommaso, La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista, Donzelli, Roma 2006 Flandrin, Jean-Louis, Il sesso e l’occidente, Mondadori, Milano 1983 Foucault, Michel, Histoire de la folie à l’âge classique, Gallimard, Paris 1972 Foucault, Michel, Les Anormaux: Cours au Collège de France (1974-1975), Seuil-Gallimard, Paris 1999 Per chi desiderasse approfondire queste tematiche attraverso una più ampia bibliografia, mi permetto di rimandare a Franco Buffoni, ZAMEL, edizioni Marcos y Marcos 2009

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La banalità dell’omofobia a scuola Andrea Pini Nella scuola superiore l'omofobia e il bullismo omofobico sono temi ancora poco affrontati, e la cultura degli adolescenti (e dei loro professori) è spesso profondamente intrisa di pregiudizi e di ignoranza sulle persone gay lesbiche e trans. L'esperienza di un gruppo di scuole romane che stanno provando a "smontare i bullismi". “Non è naturale. Non è normale. Tu puoi dirmi che sei felice così e per me va bene, ma io rimango della mia idea: due uomini che stanno insieme non è una cosa naturale”. Linda, che esprime con convinzione e serietà il suo pensiero sull’omosessualità, è una ragazza sveglia e intelligente del secondo anno di un Istituto tecnico romano, ed è una studentessa come tante. Una ragazza di 15 anni che parla per luoghi comuni. Non è un fatto straordinario, gli adolescenti, ancora più degli adulti, assorbono con voracità alcuni stereotipi della cultura dominante, stereotipi che spesso servono per confermare se stessi, più che per colpire la vittima di turno del pregiudizio: un gay e una lesbica, un immigrato, un nomade, un diverso. La cosa interessante è il contesto in cui avviene questa presa di posizione tanto netta di Linda: una discussione scolastica nella quale i ragazzi e le ragazze si esprimono liberamente, facendo emergere posizioni differenti, esperienze diverse, racconti personali dalla realtà di ciascuno. È un primo passo: quello dell’emersione del pregiudizio. Da lì potrebbe partire un lungo percorso di de e ri-costruzione per smantellare il pregiudizio che sta alla base dell’omofobia. Si potrebbe. Si dovrebbe. È facile affermare: dovrebbe farlo la scuola! È il luogo dove si elaborano i saperi, dove si forma la cultura e le coscienze delle nuove generazioni…. Dunque gli insegnanti, i dirigenti, i bidelli, i genitori… in una parola gli adulti. Gli adulti vivono nello stesso macro contesto culturale dei ragazzi, siamo tutti (o quasi) italiani, figli di questa nostra democrazia ampiamente imperfetta, infarcita di familismo, di ipocrisia, di televisione che inebetisce, di religione e apparato cattolico che stigmatizza, di potere politico opportunista. Perciò il contesto culturale italiano è ancora profondamente omofobo. Nonostante i grandi cambiamenti sociali che avvengono sotto i nostri occhi.

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Gli insegnanti. Non si può partire dal presupposto che i docenti sappiano già come comportarsi di fronte a casi di bullismo omofobico. Spesso i docenti non sanno riconoscere questo tipo di bullismo: frasi offensive scambiate per normali battute, isolamento della vittima giudicato come conseguenza delle sue stesse azioni. Sì, gli altri sono tremendi, ma la vittima ha un comportamento antisociale, si sente dire! Non si riconosce che la vittima mette in atto strategie difensive disperate come risposta all’aggressività, alle maldicenze, alle offese, alle umiliazioni. I docenti partono dal presupposto, sbagliato, che tutti siano eterosessuali e non si pongono neppure il problema. Ma io questi casi non li vedo nelle mie classi, dice un collega. Probabilmente si aspetta di trovare un ragazzo visibilmente effemminato o una ragazza decisamente mascolina. Invece questa rappresentazione è solo la punta dell’iceberg delle molteplici identità in formazione. I gay e le lesbiche non ce l’hanno scritto in fronte e molti di loro, quando hanno l’età della scuola, forse non ne sono ancora consapevoli. Eppure, in media, c’è un ragazzo o una ragazza omosessuale in ogni classe! I docenti dovrebbero porsi domande del tipo: siamo certi che la cultura omofobica non ci riguardi? Ci ricordiamo che nella nostra classe probabilmente c’è un gay o una lesbica? Noi insegnanti crediamo di saper riconoscere un ragazzo gay o una ragazza lesbica? Se li riconosciamo siamo davvero a nostro agio? Se sentiamo volare la parola frocio interveniamo? Se qualcuno racconta una barzelletta anti gay ridiamo anche noi, facciamo finta di non sentire o interveniamo? Nelle rappresentazioni sociali che facciamo in classe qual è la nostra idea (spesso implicita) di famiglia e di coppia? Teniamo conto della realtà delle coppie gay o lesbiche o pensiamo solo alla coppia etero? E ancora: pensiamo mai che alcuni delle nostri colleghe e colleghi possono essere gay e lesbiche? Siamo certi che si tratti solo di un fatto privato, oppure il contesto può creare disagio e difficoltà anche a quei colleghi? In altre parole i professori dovrebbero essere capaci di fare prima di tutto un lavoro su di sé, sui propri stereotipi e pregiudizi. Magari strada facendo, insieme ai ragazzi. Ma sono incentivati per questo? Sono stimolati “dall’alto”? Hanno, mediamente, gli strumenti culturali per intervenire? Hanno il tempo scolastico per farlo? È ovvio che no. Chi dice altrimenti non conosce la scuola. Gli studenti bulli. Nel caso dell’omofobia il bullo è spesso l’intera classe. Tanto per cominciare nel linguaggio: verso i presunti gay si determinano aggressioni verbali, insulti, offese (sei un frocio, un pompinaro, un rotto in culo….), derisioni, scritte ingiuriose, fino a intimidazione, aggressività fisica, isolamento. Chi non è d’accordo ha timore ad intervenire per difendere la

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vittima: potrebbe essere scambiato per frocio. E poi verso tutti: frocio e gay come parole di offesa generica (ma anche frasi del tipo: non fare il frocio, oppure non ti muovere come una checca). L’identità maschile “macho” deve avere il soppravvento a tutti costi, serve per confermare se stessi, per mascherare le proprie fragilità. La vittima è “utile” al gruppo dominante, infarcito di luoghi comuni e di ignoranza circa le identità sessuali e i comportamenti. La lesbica generalmente è invece ignorata, sia nel linguaggio, sia in carne ed ossa: non serve per confermare l’identità maschile, quella più esuberante, dominante sulle identità del genere femminile. Gli antichi pregiudizi sul maschile e sul femminile (genere) sono tra i giovanissimi altrettanto radicati di quelli sull’orientamento, ma almeno dei primi se ne può parlare. I nostri studenti sono perlopiù molto ignoranti circa le questioni di genere e di orientamento sessuale. L’esempio di Linda, con cui abbiamo aperto questo discorso, è significativo. Linda non solo non conosce la natura (animale e dell’uomo) ma non può “capire” l’amore tra due uomini perché è “accecata” dal pregiudizio negativo. E così è tra quegli adolescenti e giovani che pongono l’eterna questione delle “cause della omosessualità”: è il retaggio del pregiudizio, che parte dall’ipotesi sottaciuta che l’omosessualità sia una malattia e quindi che debba esserci una causa. Linda non è (ancora) in grado di riconoscerne la naturalità e l’ovvietà: l’omosessualità esiste. L’omosessualità è una delle varianti naturali degli orientamenti sessuali umani (OMS, 1993). Un altro esempio di domanda che molti giovanissimi pongono è: ma come si fa ad essere sicuri di essere gay? Qui la cosa è più sottile e più devastante per la vittima (o per il giovane gay/lesbica in via di formazione): viene messo in dubbio l’intimo sentire, il percepirsi, il riconoscersi. Eppure basterebbe rovesciare la domanda: come si fa ad accorgersi o ad essere sicuri di essere etero? E su questo la maggior parte degli studenti non avrebbe dubbi. Ma che fare di fronte ad effusioni e baci tra due uomini o tra due donne? L’ignoranza e il margine di incertezza di sé, proprio dell’età, sollevano un altro problema: quello della fragilità (qui trasformata in aggressività) che porta molti giovanissimi a dichiarare disgusto di fronte agli atti omosessuali. Mi danno fastidio due gay che si toccano e mi fanno schifo, dice uno. E un altro chiarisce: Ho capito che mi dà molto fastidio vedere due uomini baciarsi perché sono del mio stesso sesso. Eppure basterebbe dare normativamente pari dignità (culturale e sociale) a quegli atti per far scadere storicamente il tormento disgustoso. Lo può fare la scuola da sola?

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Le vittime. La vittima dell’omofobia scolastica può vivere situazioni molto dolorose. La deumanizzazione (tu non sei un ragazzo, sei solo un frocio): il disprezzo riduce una persona ad una caratteristica, ad una cosa. E, come già visto, l’identità GLBT non è solo disprezzata e offesa ma anche minata alla base: è contro natura, sei un malato, non ci credo che ti possa piacere, vedrai che poi ti passa…. L’isolamento: il giovane gay o lesbica è solo/sola in un contesto che non prevede l’omosessualità né tra i giovani né tra gli adulti; a differenza di altre minoranze i GLBT non hanno alle spalle un contesto culturale-storico-sociale che li accompagni nella costruzione della propria identità (si pensi alle differenze con altre minoranze: quella ebraica, quella degli immigrati, quella di una etnia stanziale rispetto alla maggioranza, ecc.). A casa non c’è una famiglia accogliente che sostiene l’amore omosessuale come si sostengono le proprie tradizioni e le proprie diversità condivise. Perciò se la vittima è riconosciuta è presa di mira. Se invece non è riconosciuta vive nel terrore di riconoscersi e di essere scoperta. E intanto assorbe tutti i veleni che l’ambiente gli trasmette, confermando in sé i pregiudizi negativi e rischiando un ulteriore gravissimo danno: diventare un omofobo contro sé stesso e, spesso, contro gli altri. Conosciamo i rischi di tali traumi: depressione, irritabilità, infelicità, abbassamento della motivazione allo studio, abbandono scolastico, fino al suicidio. Le riflessioni e le frasi in corsivo citate in queste pagine scaturiscono da un lavoro svolto in un progetto scolastico del quale mi sono occupato direttamente. Ovviamente molte delle idee proposte sono anche il frutto di confronto con altre esperienze e con studi di Altri. L’esperienza di “Smontiamo i bullismi. Impariamo a convivere”. Se i bullismi sono comportamenti complessi che coinvolgono tutte le componenti della società e quindi della scuola, è certo che i pregiudizi e le intolleranze razzistiche ne sono un humus fondamentale. Nell’Istituto “Leon Battista Alberti” di Roma abbiamo pensato di iniziare un percorso a ritroso, partendo dai bersagli: “gli anelli deboli” sono tali anche perché disconosciuti, lasciati soli, percepiti quasi sempre attraverso la lente deformante dei pregiudizi. Da un questionario proposto ai nostri studenti, oltre 500, è emerso con chiarezza che le possibili vittime di atti di bullismo sono prima di tutto i gay e le lesbiche, poi gli immigrati e i rom, poi chi si presenta come diverso, anche fisicamente (ad esempio le persone grasse). Un approccio teorico non ci sembrava adatto, mentre un incontro concreto e alla pari con giovani

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portatori di “diversità”, forse sarebbe stato la chiave di volta. Così è nato il nostro progetto in collaborazione con il “Circolo Mario Mieli” di Roma. Gruppetti di giovani gay e lesbiche per alcune classi e di immigrati o di rom per altre classi, sono stati invitati nella scuola ed hanno dialogato direttamente con i nostri ragazzi, con la supervisione di uno psicologo, il dott. Federico Fanelli, che collabora con il “Mieli”: disposizione in cerchio, racconti in prima persona, storie di vita, domande senza filtri, coinvolgimento emotivo sono gli ingredienti che fanno funzionare questa esperienza, seguita da riflessioni e da puntualizzazioni sia con lo psicologo, sia, successivamente, con i docenti. Siamo convinti che la conoscenza diretta e paritaria di persone di un gruppo discriminato porti a maggiore accettazione e rispetto verso questo gruppo: e questo è confermato anche dalla ricerca e dalle osservazione di numerosi studiosi. Tutto ciò non cancella i pregiudizi ma perlomeno li fa emergere e spinge ad un confronto e ad una maggiore consapevolezza. Poi dopo dovrebbe seguire un lento e costante lavoro nelle classi, nei consigli di classe, nella scuola tutta per modificare gradualmente i comportamenti, e questo è senz’altro il lavoro più difficile. Forse impossibile se fuori dalla scuola la società e la politica non cambiano prima di tutto se stessi. Dandosi nuovi valori e leggi di rispetto e di parità. E nuove linee guida per la scuola. Come già accade da anni in Inghilterra, in Spagna o in Germania.

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Per approfondimenti su omofobia e su bullismo omofobico consultare, fra gli altri: George L. Mosse, L’immagine dell’uomo. Lo stereotipo maschile nell’epoca moderna, Einaudi 1997; Marzio Barbagli-Asher Colombo, Omosessuali moderni, Il Mulino 2001; Francesco Gnerre, L’eroe negato.Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano, Baldini&Castoldi 2000 Andrea Pini, Omocidi. Gli omosessuali uccisi in Italia, Stampa Alternativa 2002; Gianfranco Goretti, Tommaso Giartosio, La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista, Donzelli 2006; Vittorio Lingiardi, Citizen gay, Il Saggiatore 2007; Federico Batini e Barbara Santoni (a cura di), L’identità sessuale a scuola: educare alla diversità e prevenire l’omofobia, Liguori ed. 2009; Gabriele Prati, Luca Pietrantoni, Elena Buccoliero, Marco Maggi, Il bullismo omofobico, Franco Angeli ed. 2009.

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Il coraggio delle parole Francesco Gnerre

Perché in Italia è più difficile che altrove l’affermazione della centralità politica e culturale dei diritti dei gay e della lotta all’omofobia? Esiste una responsabilità anche della cultura, in Italia più refrattaria che in altri paesi, ad affrontare questi temi? Un breve excursus sulle censure, le autocensure e i mascheramenti che, negando anche la parola, hanno reso difficile l’elaborazione di una cultura gay e marginale un tema così importante per la democrazia di un paese. Tra i motivi che fanno dell’Italia uno dei paesi più omofobi d’Europa e uno dei più arretrati in fatto di diritti civili c’è da considerare la responsabilità della cultura che ha la tendenza ad avallare l’atteggiamento ipocrita della separazione tra le parole e le cose, l’abitudine a mascherare ciò che non è conforme alla cultura dominante. Così in Italia si possono avere più famiglie e battersi pubblicamente per l’indissolubilità del matrimonio, si possono avere amanti di ogni orientamento sessuale e proclamare pubblicamente di essere turbati dalla presenza di omosessuali e contrari alle unioni tra persone dello stesso sesso. Insomma la realtà conta poco, quello che conta è la rappresentazione. Questo aspetto della cultura nazionale ha origini antiche e risale per lo meno alla controriforma cattolica. Scriveva Paolo Sarpi ad un suo amico francese nel 1609: “una maschera sono costretto a portare, per quanto nessuno possa farne a meno, se vive in Italia”.

La maschera di cui parla Paolo Sarpi

non serviva a coprire

comportamenti sessuali, ma atteggiamenti politici e ideologici non conformi al potere allora dominante, ma l’ immagine testimonia bene una forma mentis tutta italiana che ai tempi di Paolo Sarpi poteva essere una necessità, ma che poi è diventata una caratteristica del carattere nazionale. Questa maschera che interessa tanti aspetti della vita, è ovviamente ancora più evidente in tutto ciò che riguarda la sessualità e in particolare l’omosessualità. Su questi temi c’è stata sempre in Italia una acquiescenza alla cultura dominante pubblicamente sessuofobica e omofobica e gli intellettuali hanno sempre sottovalutato la questione omosessuale o l’hanno vista come un problema circoscritto ai soli omosessuali e non, come in altri paesi civili - almeno da quando l’omosessualità è stata derubricata dalle malattie o dalle anomalie psichiche - come un problema di democrazia. Gli stessi omosessuali hanno preferito, e spesso preferiscono ancora, continuare a tenere la maschera e il silenzio ha funzionato sempre come la più efficace forma di repressione.

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Tra la metà del diciannovesimo secolo e gli anni dei movimenti di liberazione del Novecento, nel periodo della medicalizzazione dell’omosessualità e dell’emergere in varie forme del tema anche nella letteratura, l’interdizione e la paura hanno interessato certamente anche altri paesi europei e si è diffuso tra gli intellettuali quello che la studiosa Eve Kosofsky Sedgwick ha definito Homosexual Panic. Altrove però ci sono stati anche, per fare solo qualche nome, André Gide, Jean Cocteau, Thomas Mann, Marcel Proust o ancora James Baldwin, Christopher Isherwood, Gore Vidal e tanti altri. Perfino gli scandali legati all’omosessualità hanno favorito l’emergere della questione. Si pensi al processo per sodomia a Oscar Wilde in Gran Bretagna, alla coppia

Verlaine - Rimbaud in Francia o agli scandali che coinvolsero tra la fine

dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’industriale tedesco Heinrich Krupp o a quelli che videro protagonisti il principe Philipp Zu Eulenburg e il conte Kuno von Moltke con vicende che fecero tremare gli ambienti vicini al kaiser Guglielmo II. In Italia niente di tutto questo. Pur essendo la meta del turismo gay di mezza Europa, l’Italia non ha conosciuto, fino alla morte di Pasolini - quindi un secolo dopo - nemmeno gli scandali. L’interdizione anche della parola è stata totale, tanto che quando alcuni scrittori hanno provato a rappresentare aspetti legati all’omosessualità sono stati costretti a ricorrere a eufemismi più o meno fantasiosi. Giorgio Bassani scrive che il dottor Fadigati, il protagonista de Gli occhiali d’oro , era ‘così’, era di ‘quelli’, i personaggi omosessuali di Natalia Ginzburg sono degli ‘eccentrici’, Vasco Pratolini in Il Quartiere parla di un non meglio precisato ‘vizio’ o di ‘natura corrotta’, Alberto Moravia a proposito del protagonista de Il conformista parla di ‘anormalità’ e in Agostino l’omosessuale adulto, Saro, è il pervertito libidinoso; dell’altro, più giovane, si dice semplicemente che ‘va’ con Saro. E gli scrittori più coinvolti personalmente, da Palazzeschi a Saba a Comisso e a tanti altri, hanno dovuto escogitare

strategie di

mascheramenti o sono stati costretti a confrontarsi con censure e autocensure molto più coercitive che in altri paesi. Lo stesso Pasolini che non ha mai avuto dubbi sulla sua omosessualità, quando negli anni Quaranta

del Novecento si decide a confessare in una drammatica lettera la sua

omosessualità ad una donna che è innamorata di lui, parla di vita “ferocemente privata, intima, la cui inconfessabilità mi aveva fatto comportare con te in modo tanto poco virile e onesto” , aggiunge di voler finalmente “essere esplicito”, ma la parola omosessualità rimane difficile da pronunciare e per dirlo deve ricorrere a lunghe e faticose perifrasi. L’Homosexual Panic in Italia è così molto più forte e rimane pressoché inalterato anche quando negli anni Settanta del Novecento altrove comincia il processo di superamento della

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paura e si fa strada l’idea di una cultura rivendicativa anche attraverso la scrittura letteraria che dà origine alla cosiddetta “letteratura gay”, un concetto che in Italia non ha mai avuto molta fortuna. Quando nel 1975 muore assassinato Pier Paolo Pasolini, il suo amico Alberto Moravia scrive: “chi era, che cercava Pasolini? In principio, c’è stata, perché non ammetterlo? L’omosessualità, intesa però alla stessa maniera dell’eterosessualità, come rapporto con il reale, come il filo di Arianna nel labirinto della vita”. Che intendeva dire lo scrittore? Che gli omosessuali che non sono Pasolini non hanno alcun rapporto con la realtà? Negli anni Settanta, il nascente movimento di liberazione omosessuale in Italia si deve confrontare così con una situazione molto più difficile che altrove, col muro di gomma di una cultura refrattaria e con diffidenze inimmaginabili in altri paesi, dove paradossalmente l’esistenza di una legislazione discriminatoria favorisce l’aggregazione e la conseguente nascita di una comunità gay che, accanto a iniziative strettamente politiche, promuove un nuovo immaginario legato alla sessualità e all’omosessualità anche attraverso la letteratura e promuove un coinvolgimento culturale generale che a poco a poco contribuisce a creare un clima favorevole alle istanze di emancipazione. In Italia i pochi libri che rappresentano l’omosessualità in maniera nuova rispetto allo stereotipo pre-Stonewall del malato da commiserare o del corruttore nascono all’interno dell’esiguo movimento di liberazione , rimangono clandestini e non entrano nel circuito letterario ufficiale. Nemmeno il più importante di questi libri, Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli, un saggio che è anche un interessante testo letterario per l’inedito accostamento del linguaggio accademico con modalità espressive “gaie” e provocatorie, riesce a intaccare la totale refrattarietà della cultura ufficiale. Un’edizione ridotta degli Elementi, tradotta in inglese, è studiata e apprezzata fino a diventare un testo di riferimento per gli studi successivi della queer theory, ma in Italia Mario Mieli rimane un nome noto solo all’interno del movimento d liberazione omosessuale. Le nuove istanze di libertà di quegli anni in Italia arrivano come attutite e guardate con sospetto. Si pubblica qualche libro rimasto per decenni ben conservato nell’ombra di qualche biblioteca come I Neoplatonici di Luigi Settembrini o nei cassetti degli scrittori come Ernesto di Umberto Saba, o già pubblicati all’estero come Fabrizio Lupo di Carlo Coccioli, ma né I Neoplatonici, ambientato nell’antica Grecia e che l’autore presenta come traduzione dal greco, né Ernesto, che rappresenta l’educazione sentimentale e sessuale di un ragazzo alla fine dell’Ottocento a Trieste, né le elucubrazioni religiose di Coccioli rappresentano la nuova realtà gay. Si resta così, nonostante la novità di questi libri, nell’ambito dell’eccezionale e dello

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straordinario, in realtà lontane e particolari, che poco hanno a che vedere con il vissuto dei gay come si viene delineando in quegli anni. Anche l’accoglienza che questi libri ricevono è una prova ulteriore della reticenza, dell’imbarazzo dell’establishement culturale. Se si consultano le recensioni apparse sulla stampa colpiscono i tentativi di tenere fuori questi libri dal vissuto omosessuale degli autori e dalla drammatica esperienza di repressione e si cerca di collocarli in un’aria rarefatta di “grazia” e di “classicità”. Perfino uno scrittore più giovane e più immerso nella realtà gay come Pier Vittorio Tondelli, che rappresenta tutti i fermenti del movimento di liberazione omosessuale, quando tocca con mano che per essere in Italia uno scrittore di successo deve rassegnarsi a tenere un profilo basso , si adegua e fa di tutto per evitare la cosiddetta “ghettizzazione”. Il suo esempio è seguito dalla maggior parte degli scrittori che sono venuti dopo che esprimono spesso fastidio di fronte a qualsiasi forma di “militanza”, rinunciando in questo modo a farsi portavoce di reali istanze di liberazione. Un libro francese, recentemente tradotto in Italia, curato da Jean Le Bitoux, uno dei fondatori del Fhar (Fronte omosessuale di azione rivoluzionaria) nel 1971, giornalista e militante, raccoglie una serie di interviste degli anni Settanta e Ottanta sul tema della liberazione gay a personaggi della cultura come Jean Paul Sartre, Michel Foucault, Daniel Guerin. In Italia in quegli anni gli intellettuali gay o fingevano di non esserlo o stavano ben attenti a non lasciarsi sfiorare dalle istanze del movimento per paura di “ghettizzarsi” e quelli non gay o scrivevano ermetici sillogismi alla Moravia o parlavano, ancora in anni più vicini a noi, del “dramma dell’omosessualità”, come certi interventi a dir poco scandalosi sulle pagine culturali di “La Repubblica” di Cesare Garboli che molti ricordano. Leggendo oggi le interviste di Le Bitoux che in quegli anni promuovevano dibattiti culturali di portata generale, si capisce bene attraverso quale percorso si è arrivati all’affermazione culturale e legale dei diritti glbt in Francia, mentre in Italia si tratta di discorsi di là da venire. E così altrove, dove

c’è stata una reale trasformazione culturale,

essere omosessuale

comincia veramente a non avere più alcuna rilevanza e si può essere omosessuale e primo ministro come in Islanda, omosessuale e sindaco di una grande città come a Parigi o a Berlino, omosessuale e vice cancelliere come in Germania, senza scandalo alcuno. In Italia essere omosessuale è considerata ancora una caratteristica che è meglio non far emergere troppo (per una forma di omofobia interiorizzata, per non inimicarsi qualche amico cardinale o per paura di pregiudicare la propria carriera), o addirittura un’infamia da nascondere come dimostrano il “caso Marrazzo” e il “caso Boffo” che hanno appassionato in maniera volgare la

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stampa italiana tra la fine del 2009 e gli inizi del 2010 senza che né gli interessati, né i loro amici intellettuali abbiano avuto il coraggio di far cadere finalmente la maschera dell’ipocrisia.

Riferimenti bibliografici G.Benzoni, Gli affanni della cultura. Intellettuali e potere nell’Italia della Controriforma e barocca, Feltrinelli, Milano 1978; E. K.Sedgwick, Epistemology of the Closet, University of California Press, Berkeley and Los Angeles, U.S.A. 1990; P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, Einaudi, Torino 1986; F.Gnerre, L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano, Baldini & Castoldi, Milano 2000; F.Gnerre- G.P.Leonardi, Noi e gli altri. Riflessioni sullo scrivere gay, Il dito e la luna, Milano 2007; J.Le Bitoux, Sulla questione gay. Sartre, Foucault e gli attivisti del Fhar in dieci interviste, Il Saggiatore, Milano 2009.

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«L’omofobia è un argomento di malafede» Chiesa cattolica e persone omosessuali Pasquale Quaranta

In questo contributo ci occupiamo dell’omofobia in quanto atteggiamento pregiudizialmente negativo verso le persone omosessuali presente nella Chiesa cattolica. L’omofobia trae nutrimento e legittimazione anche dai suoi insegnamenti. Proponiamo tre esempi tratti dai testi della Santa Sede e, dopo aver accennato al ruolo dei gruppi cristiani di persone omosessuali, ci soffermiamo brevemente sulla proposta pastorale dell’Arcidiocesi di Torino. 1) La Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, promulgata del 1° ottobre 1986 dalla Congregazione per la dottrina della fede, ritiene che «la pratica dell’omosessualità stia minacciando seriamente la vita e il benessere di un gran numero di persone» (n. 9). Con queste parole il card. Ratzinger fa riferimento ai numerosi decessi per Aids. Tuttavia la minaccia non viene dalla pratica dell’omosessualità, ma nell’avere rapporti sessuali a rischio, come dimostrano le statistiche sulla diffusione dell’hiv tra persone eterosessuali. Nella Lettera si legge che «quando *…+ l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano» (n. 10). Che l’attività omosessuale apra la strada a comportamenti violenti è un’affermazione non supportata da alcuna evidenza di carattere scientifico ed è contraddetta dagli studi empirici condotti nei Paesi che riconoscono alle persone omosessuali quasi tutti, o tutti, i diritti delle persone eterosessuali. 2) L’Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri, promulgata il 4 novembre 2005 dalla Congregazione per l’educazione cattolica, al n. 2 afferma che la Chiesa «non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay». Il motivo risiede nel fatto che le persone omosessuali «si trovano *…+ in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne». Anche questo pregiudizio non trova riscontro nell’esperienza di genitori, parenti, amiche e

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amici di persone omosessuali. Inoltre, a partire dagli anni Cinquanta è stato puntualmente confutato dalle ricerche più attendibili condotte dalle scienze umane. L’Istruzione continua: «non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dall’Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate». In primo luogo, non è dato sapere quali siano le conseguenze negative; in secondo luogo, è proprio vero che eventuali conseguenze negative derivino dall’omosessualità del candidato e non dai limiti che egli può avere indipendentemente dal suo orientamento omosessuale? Per la Santa Sede, come si evince dalla lettura dell’Istruzione, le persone omosessuali sono psicologicamente immature. Ma l’equiparazione tra orientamento omosessuale e immaturità affettiva è stata ormai confutata dagli studi psicologici più approfonditi. 3) Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche è un testo a cura del Pontificio consiglio per la famiglia pubblicato dalle Edizioni Dehoniane nel 2003. Tra le altre affermazioni che rivelano un atteggiamento pregiudizialmente negativo figurano le seguenti. «La parte liberale tace in modo assoluto di fronte al fatto che l’abuso sessuale parta dall’educazione dei bambini nelle cosiddette famiglie composte da una coppia omosessuale. Un figlio adottato da una coppia omosessuale o una figlia adottata da una coppia di lesbiche diventa una facile vittima dei loro bisogni sessuali, diretti verso un partner dello stesso sesso» (p. 220). «L’omosessualità è contraria al vincolo sociale *… perché+ valorizzare una tendenza a scapito delle altre lascia intendere che si potrebbe vivere socialmente in balìa delle pulsioni parziali

(omosessualità,

voyerismo,

esibizionismo,

sadomasochismo,

travestitismo,

transessualismo, pederastia ecc.)» (p. 689). «Socialmente, l’omosessualità, pone numerosi problemi quando la si vuole legittimare senza discernimento alcuno, ma riprendendo soltanto le affermazioni dei gruppi di pressione omosessuali. L’omosessualità non è soggetto di diritti poiché non ha alcun valore sociale. *… Essa] resta un intrico psichico che la società non può istituire socialmente» (p. 696). «L’omofobia è un argomento di malafede e un prodotto dell’ansietà della psicologia omosessuale. In nome dell’omofobia, dei militanti vogliono soprattutto colpevolizzare gli eterosessuali» (p. 693). Gli studi condotti in ambito psicologico e sociologico negli ultimi trent’anni confutano le precedenti affermazioni, che d’altra parte si commentano da sole. Tuttavia è stata notata

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una stretta somiglianza tra queste affermazioni e quelle della propaganda antisemita della Germania nazista. Dal 1980 iniziano a nascere anche in Italia i primi gruppi cristiani di persone omosessuali. I partecipanti chiedono che la Chiesa alzi la voce contro le violenze a danno delle persone omosessuali; che la Chiesa si apra all’accoglienza e alla fraternità. I gruppi diventano un luogo in cui le persone sono incoraggiate a non rinnegare la propria omosessualità e la propria appartenenza alla Chiesa. Si prega, si studia, si organizzano incontri con esperti di psicologia, di morale, di pastorale, di teologia. Nel manifesto del Guado, primo gruppo milanese, si legge che «l’obiettivo è quello di *…+ offrire alla Chiesa: nei suoi vescovi, nei suoi sacerdoti e nei suoi fedeli, una più corretta intelligenza dell’omosessualità». Nel 2003 viene fondato il Coordinamento gruppi di omosessuali cristiani in Italia, per collegare i gruppi e unire le forze. Nel 2007 alcuni gruppi organizzano in tredici città italiane veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia. Secondo il Rapporto 2010 (www.gionata.org), l’incremento dei partecipanti a livello nazionale ai gruppi si sta stabilizzando intorno al + 7% medio annuo. Grazie alla loro testimonianza, nella Chiesa si assiste ad un fenomeno nuovo: la risposta di qualche diocesi che cerca di coniugare la dottrina della Santa Sede con il vissuto delle persone omosessuali. In questo contesto ecclesiale, nel 2009 l’Ufficio per la pastorale della famiglia dell’Arcidiocesi di Torino pubblica Fede e omosessualità. Assistenza pastorale e accompagnamento spirituale scritto da don Valter Danna, Effatà editrice. Il sussidio ha carattere sperimentale di proposta pastorale e pratica ed è frutto di un’esprienza biennale di incontro, ascolto e condivisione con alcuni membri del Gruppo di lavoro Fede e omosessualità, costituitosi a Torino in occasione del Torino Pride 2006. Nonostante il confronto con alcune persone omosessuali, l’autore scrive: «la situazione di un omosessuale che presti la sua opera come catechista o animatore e si dichiari esplicitamente tale non sembra né opportuna, né accettabile [...], poiché la sfera dell’orientamento sessuale, come altri elementi della personalità, appartiene all’intimità del soggetto umano e, ci pare, alla fine essa risulta molto problematica se non incompatibile con un ruolo esplicito di educatore soprattutto nei confronti del mondo adolescenziale e giovanile» (p. 38). Stando alla prima affermazione, sembra che soltanto la persona dichiaratamente omosessuale non possa fare l’animatrice o la catechista. A ben vedere, non è così. Più avanti, infatti, esponendo le motivazioni del diniego, argomenta: «la sfera dell’orientamento sessuale *…+ risulta molto problematica se non incompatibile» con il ruolo di educatore e di catechista.

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Evidentemente qui «orientamento sessuale» equivale a «omosessualità», altrimenti se «orientamento sessuale» avesse il suo significato, allora qualsiasi persona animatrice o catechista non solo dovrebbe nascondere di essere fidanzata o coniugata, ma non dovrebbe avere alcun orientamento sessuale. Dunque a rendere inopportuno e inaccettabile che una persona omosessuale faccia l’animatrice o la catechista è il suo essere omosessuale e non ― come sembra dire Danna all’inizio ― il suo dichiararsi omosessuale. L’argomentazione del sussidio è pregiudizialmente negativa perché non ci sono ragioni che dimostrino per quale motivo l’omosessualità in quanto orientamento sessuale renda una persona inadeguata a svolgere il ruolo di animatrice o catechista. Dai testi citati è evidente che l’accoglienza delle persone omosessuali nella Chiesa non può essere né autentica (ad esse è vietato testimoniare che l’omosessualità può costituire un’opportunità di vita felice), né liberante (le persone omosessuali non devono rivelarsi tali). Tuttavia, essendo una comunità di milioni di persone, la Chiesa esprime al suo interno atteggiamenti di segno diverso: il pregiudizio contro le persone omosessuali manifestato a livelli ufficiali convive con l’accoglienza offerta loro a livello personale da una larga parte di fedeli e da singoli sacerdoti. Grazie alla loro accoglienza, le persone cattoliche omosessuali intraprendono percorsi spirituali vivendo in coppia o in castità. In questi modi mostrano che i pregiudizi negativi sopra riportati sono privi di fondamento.

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Quanto è stato affermato in questo breve contributo trova riscontro nei libri seguenti. In generale vedi D. Borrillo, Omofobia. Storia e critica di un pregiudizio, Edizioni Dedalo 2009. I vecchi pregiudizi delle scienze della psiche e la nuova comprensione dell’omosessualità sono analizzati da C. Chiari - L. Borghi, Psicologia dell’omosessualità. Identità, relazioni familiari e sociali, Carocci editore 2009. Per il vissuto delle persone omosessuali e l’importanza del matrimonio omosessuale vedi M. Barbagli - A. Colombo, Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia, il Mulino 22007; V. Lingiardi, Citizen gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale, il Saggiatore 2007. Esempio di quattro diverse forme di accoglienza e di integrazione delle persone omosessuali nella Chiesa cattolica sono V. Danna, Fede e omosessualità. Assistenza pastorale e accompagnamento spirituale, Effatà Editrice 2009; D. Pezzini, Alle porte di Sion. Voci di omosessuali credenti, Editrice Monti 1998; J. Gramick - R. Nugent, Anime gay. Gli omosessuali e la Chiesa cattolica, Editori Riuniti 2003; P. Quaranta (a cura di), Omosessualità e Vangelo. Franco Barbero risponde, Gabrielli editori 2008.

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Dal quaderno nero Tommaso Giartosio

DAL QUADERNO NERO

Il 23 maggio Franco verrà a vivere qui con me e chiederemo di vedere riconosciuto il nostro matrimonio.

Scrivevo queste parole nei primi giorni del 1998. Nei mesi successivi l’idea si andò precisando: sposarsi, inventare un’illegittima e festosa cerimonia nuziale. Già allora se ne discuteva molto, e spesso le contrapposizioni coesistevano nello stesso individuo. Sposarsi - ha spiegato una volta una signora americana che aveva potuto farlo con la sua compagna - era “qualcosa che non avevi mai davvero voluto. Oppure qualcosa che non avevi mai davvero saputo di volere così tanto.” Poco dopo la Corte Suprema californiana le ha annullato tutto. Ma intanto quel momento di contraddittoria chiarezza c’era stato. Alla fine i pareri discordanti su questa faccenda si ricompongono. Forse perché, in tema di matrimonio gay, le critiche nascono dalla delusione per ciò che il matrimonio in sè potrebbe essere e spesso non è; così come le speranze nascono dall’illusione riguardo a ciò che il matrimonio in sè dovrebbe essere, e spesso non è. Tra i sogni e i risvegli c’è un elemento in comune: l’idea che in questo rito civile si mette in gioco, in forma sempre storica e imperfetta, la più importante tra le nostre scelte personali: la scelta della persona con cui dividere tutto il poco che si può dividere; e questa scelta è qualcosa di fondamentale, qualcosa che ci fa essere ciò che siamo. Non abbiamo rinunciato, noi due, a nessuna delle nostre riserve (riserve, non veti) sul matrimonio-istituzione. Ci siamo maritati (mai il verbo fu più appropriato) in un villino vicino al mare che aveva la malinconia sprecata di tutte le case di vacanza poco usate, le case di famiglia riempite di mobili e libri che non si vuole tenere con sè ma da cui non si riesce a staccarsi. E tuttavia ci siamo sposati.

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All’epoca ne eravamo del tutto ignari, ma ci stavamo inserendo in una storia segreta di matrimoni gay. Matrimoni come quelli celebrati nella Firenze medicea, nella Roma dei Papi, nella Francia del Re Sole, nell’Inghilterra della rivoluzione industriale, nella Napoli di Crispi e Serao, nella New York di Scott Fitzgerald, e via dicendo fino ai nostri giorni. Mi piace ricordare questi precedenti. Perché non sono riducibili a una mitologia positiva, una secolare battaglia contro il pregiudizio, un moto ascensionale verso i lumi della giustizia e della libertà. Si scrive molto di più sul matrimonio gay che sulla sua storia così lunga e così poco celebrabile. A rigor di termini, forse non è neanche una storia. L’idea di sposarsi dev’essere passata da una generazione omosessuale all’altra in forma di passaparola, o più semplicemente è rinata in ogni epoca ad effetto di urgenze stancamente simili, la repressione, la passione, la devozione, il bisogno di affermarsi contro e nell’istituzione. Non ci sono (almeno fino a tempi recenti) empiti civili o coscienza politica in questa trafila: il contadinello marchigiano del Quattrocento che confessa tremante di aver scambiato gli anelli con un altro uomo; i due frati napoletani del Cinquecento sposati a due adolescenti secondo un rito composto da “don Priapo de Rumpiendis, Marchese delle Piaghe, Conte dei sodomiti e dei gomorrei”; i portoghesi che negli stessi anni, come racconta Montaigne, si impegnano di nascosto in una chiesa romana, convinti che “anche la loro unione sarebbe divenuta legittima se consacrata dalle cerimonie e dai riti della Chiesa”, e finiscono arsi vivi; le nozze celebrate nella “Cappella” di un’osteria del primo Ottocento, e subito consumate in mezzo agli astanti; gli sposalizi nella Napoli umbertina tra “ricchioni” e camorristi “maschi”, che appena coniugati diventano magnaccia delle “mogli”; la cantante blues degli anni Venti, grassa e nera, che pubblicizza oculatamente il suo matrimonio con una donna bianca... Insomma: amore, questo sì, e desiderio di chiarezza, ma anche paura e ingenuità e incoerenza e a volte le meschinità della devianza. Si arriva con sollievo alla seconda metà del Novecento, quando le nozze gay diventano rivendicazioni lucide e strategicamente provocatorie, come non era quasi mai accaduto nei secoli precedenti. Ma io mi tengo stretta quella preistoria, anzi storia: perché allo sguardo contemporaneo non può che apparire, nonostante tutto, come una storia anche troppo lineare nel suo garbuglio di contraddizioni e contrattazioni, spesso concluse e illuminate dall’oscurità del carcere e dai bagliori dei roghi. Essere gay coerenti è anche essere eredi di quella incoerenza. Non vorrei mai tradirla, vergognarmene.

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E non è solo una questione di fedeltà alle radici. O forse sì, ma in un modo strano. Il fatto è che l’omosessualità, gravata da un interdetto millenario, è costretta oggi a farsi avanti nella luce abbagliante della politica - e tuttavia resta una condizione personale. Per questo la marcia del Pride non sarà mai sobria: anche in una rivendicazione pubblica il gay non potrà fare a meno di portare in piazza il suo io – espressivo, ludico, irriducibile. (E d’altra parte, per motivi opposti, il Pride non sarà mai un puro e semplice carnevale.) Per questo il nostro matrimonio ha avuto anche una dimensione politica, ma non ha perso nulla del suo carattere di festeggiamento privato. E ancora per lo stesso motivo, mi sento sì legato alla breve storia della consapevolezza gay ma ancora di più alla lunghissima pre-storia della nostra inconsapevolezza, fatta di corpi, tremori, ricatti, e di una venerabile tradizione di tradimenti. Tradire i sentimenti propri, gli altrui, le istituzioni, la nostra tradizione stessa. Oggi che sono un gay monogamo e fedele, a questo passato, a tradimento, io resto fedele.

DAL QUADERNO NERO

“Benché eterosessuale, Pierre Louÿs era schiettamente felice di essere entrato a fare parte di questo giro di omosessuali... Fu lieto di apprendere che due di loro (Alfred Taylor e Charles Mason) avevano celebrato ‘un vero matrimonio’ con scambio di anelli e cerimonia nuziale. - Sanno come circondare tutto di poesia, - disse a Gide con tono di approvazione.”

Richard Ellmann

La storia segreta dei matrimoni anticonvenzionali non riguarda solo i gay. I cattolici del dissenso, gli anarchici, i libertari di ogni tipo, celebrano da tempo bric-à-brac estrosi. La differenza è una, semplice: noi gay non abbiamo avuto scelta: potevamo sposarci solo in modo irregolare. Tutta qui, la nostra “poesia”. Perché non lasciar perdere, allora, o almeno aspettare che l’esempio di Zapatero si diffonda in Europa e costringa anche il nostro Stato a darci il via libera? Che fretta c’era di infliggersi un “matrimonio” segnato dal piercing delle virgolette?

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Qualche tempo fa, parlando con un gruppo di gay consapevoli, impegnati, realizzati, e discutendo proprio di cosa avessimo in comune in quanto gay, quali esperienze, quali emozioni, a un certo punto ho detto: - Anche voi ve ne ricordate, vero? Si sono fermati; forse qualcuno ha intuito dove andavo a parare. - C’è stato un altro tempo. Da ragazzini, prima di scoprirci esclusi, no? Un tempo in cui sentivamo di appartenere. Li ho visti sbiancare. Dietro ogni sguardo fisso (anche il mio) c’era un cortile, diverso per ciascuno di noi ma anche uguale, e una bicicletta che correva nello stormo. Più tardi, quando la bici era rimasta appesa al muro, ognuno se n’era fatto una ragione e aveva anche trovato in quella solitudine dei nuovi alleati. Per questo, ora, ci siamo subito tutti ripresi: coralmente. Oh, per niente al mondo avremmo voluto tornare indietro! Quell’altro tempo col passare degli anni ci sembrava sempre più favolosamente lontano, extratemporale, o meglio immerso in un’altra temporalità (perché la percezione del tempo è diversa nell’infanzia; ma anche perché il tempo circolare di chi si vede attorno padri e nonni che ti annunciano che sarai a tua volta padre e nonno è diverso dal tempo che il gay si vede attribuire, e che spesso si attribuisce – tempo lineare, troppo lineare, sfuggito all’orbita e partito per la tangente, grottescamente rizzato e retto mentre si disperde sempre più fuori, nel nulla). Noi eravamo altro, ormai. Ed era vero. Ma sarebbe ipocrita negare che nella mia scelta di sposare Franco agiva anche questo ricordo. Il sogno (davvero solo un sogno) di tornare a casa.

DAL QUADERNO NERO

Di tutti gli effetti speciali ottenuti riavvolgendo un film in cassetta, il più commovente è: la lacrima che si riarrampica nell’occhio e scompare.

Ma c’era anche, soprattutto, molto altro. Volevamo, io e lui, venire riaccolti con tutta la nostra differenza. Il nostro non era un desiderio di normalità (normalità, questa parola alla margarina): ma di riconoscimento, che è qualcosa di ben diverso. Riconoscimento da

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parte delle istituzioni, ma, prima ancora, da parte della comunitĂ  reale che avevamo dovuto e voluto costruirci attorno. E questo significa: non rientrare nella normalitĂ , ma ridefinirla.

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Eterosessuali vittime di omofobia Stefano Bolognini

“Sebbene io sia etero, a sedici anni avevo delle colpe: ero timido e impacciato col gentil sesso, preferivo la musica al calcio e provavo orrore ad andare in giro a schernire le prostitute. Inappellabile il verdetto: "frocio", "finocchio", "culattone". Mi sono incattivito, "gli anni più belli" sono stati amari come il fiele e quella gogna ancora mi dà gli incubi. Ma nessuno ci ha fatto caso”. Remo Blaumann con una lettera pubblicata dal Corriere nel 2008 ha fatto il più classico dei coming out da eterosessuale vittima di omofobia. Al fenomeno nessuno ha dedicato, fino ad ora, lo straccio di una analisi, eppure gli oppressi sono decine, persino illustri. Si va, percorrendo proprio tutte le sfumature dell'avversione all'omosessualità, dall'insulto (come nel caso del deputato eterosessuale Mauro Paissan che nel 2009 si era sentito apostrofare da Francesco Storace alla Camera dei Deputati come “checca con le unghie laccate di rosso”) fino alla discriminazione e alle aggressioni. Tra i discriminati, nel 2008, ad esempio Francesco Martini Coveri, un giovane stilista nipote dell'illustre Enrico, che si è visto rifiutare, nel 2008, l'affitto di un appartamento a Milano da un agente immobiliare implacabilmente anti-gay: "Se lei è stilista allora è gay, ci dispiace, la casa non gliela possiamo affittare". Peccato che nella visita dell'abitazione Coveri fosse accompagnato dalla fidanzata. Ancora, gli Emo, una subcultura adolescenziale con molti adepti che fanno dell'effeminatezza e della delicatezza (maschile) una ragione di orgoglio, subiscono pestaggi e orribili vessazioni al ritornello di “siete tutti froci”. La più classica vittima dell'omofobia anti-etero è, come prevedibile, chi è percepito come gay come l'eterosessuale effeminato, lo stravagante, l’eccentrico, il modaiolo, e chi più ne ha più ne metta. La loro non è mai una vita facile. “Ho caratteri fisici e psichici marcatamente femminili”, racconta un anonimo sul web, “accanto naturalmente a tratti tipici maschili, e nel complesso potrei essere definito "effeminato", ma mi sento pienamente etero, ho una vita sessuale soddisfacente e una compagna che mi ama e che amo. Il mio problema è unicamente sociale: spesso vengo scambiato per omosessuale, con tutte le conseguenze del caso”, che possiamo serenamente immaginare.

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L'omofobia anti-etero trova poi un terreno molto fertile nel nebuloso universo del bullismo giovanile. “I ragazzi usano indiscriminatamente termini offensivi “frocio”, “culattone” o “finocchio””, spiega Marco Coppola, responsabile nazionale scuola di Arcigay. “Lo fanno”, continua, “per far arrabbiare il vicino di banco o l'amico o con chi non aderisce allo stereotipo di calciatoremacho-privo-di-emozioni senza rendersi conto di quanto l'offesa possa generare sofferenza. Quando andiamo a parlare agli studenti, soprattutto ai maschi, cerchiamo di farli entrare nei panni di chi è insultato, che spesso è eterosessuale. Sono molto sorpresi...”. Anche l'amicizia tra un eterosessuale e un omosessuale, soprattutto tra i giovanissimi, genera sbocchi di omofobia. Un diciassettenne milanese confessa ad un blog: “ho un amico gay: mi prendono continuamente in giro con frasi del tipo: “we allora? Vi siete inc...ati ?”, “E' arrivata la coppia di froci”. Io non sono gay. Sono stufo di questa situazione, ho perso tutti gli amici che avevo e non so più che fare. A scuola è diventato un dramma e mi hanno consigliato di lasciar perdere questo amico se non voglio finire male. Sono stufo di sentirmi dire continuamente proteggiti il c... o e robe simili”. Un sedicenne replica: “ho ben due amici gay. Nella mia scuola è girato per due anni che lo fossi anche io. So cosa provi, è una situazione bruttissima. Io avevo perso proprio tutti gli amici e non sapevo il motivo”. E' però tra i parenti (etero) degli omosessuali visibili che emergono le testimonianze più angoscianti. Rita De Santis, madre di un omosessuale e presidentessa Agedo, l'associazione di genitori e amici di omosessuali, nel romanzo autobiografico Il Nuoro (edizioni Cooper), racconta una cena decisamente indigesta con gli ex compagni di classe. L'omofobia si insinua rapidamente quando la discussione precipita su di un orribile caso di cronaca pescarese: un padre albanese ha evirato il figlio perché era stato visto al porto di Pescara in atteggiamenti intimi con un uomo. Un commensale commenta: “Ha fatto bene. Se avessi un figlio culattone lo avrei fatto anch’io, così ci avrebbero pensato un po’ tutti questi depravati viziosi; fortunatamente i miei figli, d'altronde come me, sanno adoperarlo in un altro modo il manganello, andandolo a infilare in quel posticino delizioso che madre natura ci ha riservato”.

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Tutti ridono, la De Santis si sente male: “sperai che una strega nascosta tra le pieghe dei tendaggi gli infilasse uno spillone nei testicoli di quell'uomo in modo da renderlo per sempre impotente”. Un'altra mamma Agedo, Flavia Medaschi di Bologna, si è trovata in una situazione identica: “Poco tempo fa ero a casa di un amica ed è arrivato un loro amico. Si parlava di alcune dichiarazioni omofobe della Lega e se n'è uscito con un “hanno ragione. Tutti busoni *“culattoni” in bolognese, ndr.+ devono essere castigati. E' gente malata e gli sta bene. Sono rimasta di sasso”. Ma non solo le madri di omosessuali sono ad alto rischio omofobia. Un anonimo (che si firma Rory) ne da testimonianza su di un forum virtuale di atei: “vorrei che tutti i credenti provassero il male che fanno passare non solo a mia sorella ma anche a me e ai miei genitori, tutte le lacrime che ho versato io e la mia famiglia. Sono fratello di un omosessuale. Non ho il coraggio di confidarmi con i miei amici direbbero che sono gay anch'io”. Oltre a generare sofferenza l'omofobia che investe familiari (o amici) di gay ha un effetto secondario, non meno deleterio. E' spesso usata dai gay come pretesto per non fare coming out: alla sofferenza di sapere che un familiare è gay si aggiungerebbe l'omofobia che colpirebbe incolpevolmente questo o quel parente eterosessuale. “Immagina mio fratello a cena con gli amici. Qualcuno fa una battutaccia su noi gay. Mio fratello (mia madre, mio padre, mia nonna...) ne soffrirebbe inutilmente. E' per questo non posso fare il coming out”, ripetono. Sul web è vastissima la letteratura delle testimonianze di omosessuali che evitano come la peste il coming out per evitare “inutili sofferenze” a genitori, parenti o amici. Hanno ragione. Hanno ragione se la reazione etero all'omofobia è il silenzio o il piagnisteo anonimo su internet come quello di Rory che se la prende con Dio: “se davvero dovesse esistere, quando vado là gli tiro un calcio nel culo”. Peccato che la sofferenza degli eterosessuali vittime di omofobia sia spesso decisamente utile. Spesso la vittima eterosessuale, a differenza di molti gay, non porge l'altra guancia. Coveri, ad esempio, di fronte all'agente immobiliare omofobo ha alzato i tacchi e ha denunciato alla stampa l'accaduto dando visibilità al problema. Gli Emo etero rispondono per le rime alle offese dei coetanei: “se anche fossimo gay, che male ci sarebbe?”.

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Il sedicenne con amico gay che abbiamo incontrato poco fa, ha mandato tutti gli amici etero a quel paese: “Ci sono stato male ma ho scelto il mio amico gay. Mi dispiace che anche nella mentalità dei giovani si veda ancora l'omosessuale come una persona a cui piace prenderlo nel c...”. Alla battuta sul “busone” mamma Flavia Medaschi ha reagito: “Non mi interessava dirgli che mio figlio è gay, conoscevo quell'uomo da pochi minuti. Gli ho comunque detto tutto quello che pensavo di coloro che insultano gli omosessuali ed ero parecchio arrabbiata”. Nel mio Una famiglia normale (edizioni Sonda), un testo che raccoglie le testimonianze dei parenti di un omosessuale, una madre che incontra un'amica di vecchia data che si lancia in una filippica contro “quei degenerati degli omosessuali” risponde, divertita, per le rime: “L'ho lasciata parlare poi le ho detto “Mio figlio è uno di quei degenerati di cui stai parlando”. Mi ha preso una sorta di orgoglio di madre. Perché nascondermi? Perché raccontar balle o fingere? Nel caso specifico volevo vedere fin dove si sarebbe spinta, ma non sono solo questi i caso ho difeso i gay. Un amico di un amico di famiglia, molto cattolico, con il quale sono andata a camminare in montagna, se n'è uscito con il discorso sui genitori gay. Sosteneva che due padri sarebbero diseducativi. Gli ho detto di riflettere su quanti padri eterosessuali fossero perfetti...”. Altro che “inutile sofferenza”. L'omofobia anti-etero genera sì sofferenza ed angoscia ma ogni vittima eterosessuale diventa un potenziale militante nella battaglia contro la discriminazione gay. Gli omofobi sono avvisati.

(L’articolo è stato originariamente pubblicato in “Pride” nel febbraio 2009. In questa sede è rivisto e aggiornato).

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Scrittori contro l'omofobia