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ARNALDO APOLOGIA PICCHI POETARUM scritture a cura di Massimiliano Briarava con una nota di


1 In ogni aspetto del suo lavoro di regista teatrale, docente universitario al Dams di Bologna, letterato e uomo di cultura, Arnaldo Picchi (Parma 1943; Bologna 2006) si espone con novità rivoluzionarie e una passione etica che vanno riconosciute; per il teatro, per la letteratura, per l’università, per tutta la cultura. Questo volume, dove si raccolgono le più intime e ricorrenti visioni dell’autore, scritture, racconti, un romanzo incompiuto e poesie inedite, conclude un progetto editoriale realizzato grazie al particolare interesse della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna. La collana è composto da 5 titoli, tra saggi e opere: Enzo Re. Dal testo alla scena; i due saggi Glossario di regia teatrale e Iconografia teatrale, diari di lezione; la raccolta Teatro. Testi e studi, e quest’ultima Apologia Poetarum. Scritture; in difesa dei poeti.


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ARNALDO APOLOGIA PICCHI POETARUM scritture

a cura di Massimiliano Briarava con note di


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7 Sommario 9 Prefazione KINDERBUCHLAND, di Massimiliano Briarava 21

VEDUTE DAL MONDO NUOVO

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MOZART E DAPONTE INSIEME VICINO ALL’ADRIATICO

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I VERSI PER LA BELLISSIMA DAMA

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IL TESORO SPAGNOLO

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OTRANTO. FAVOLA PER I MIEI BAMBINI

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VENEZIA SPOSATA

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LE RACCOMANDAZIONI ALL’AMICO PIÙ GIOVANE Le raccomandazioni all’amico più giovane Figura a fondo d’oro Bonaccia Tre marinai che tornano Appendice. Le raccomandazioni all’amico più giovane. Teatro

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RADIODRAMMI Orchestion. Peripezia per Karl Valentin Prima puntata Seconda puntata Da una tempia all’altra. Il racconto di Delfini Landolfi Raimondi Prima puntata Seconda puntata Terza puntata Quarta puntata Quinta puntata Sesta puntata


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Ritratto di un amico. Gennaro Vitiello, gentiluomo napoletano Prima puntata Seconda puntata Terza puntata 305

MEMORIA PER NICOS BLETAS DUCARIS

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APOLOGIA POETARUM Un’avventura con Margherita Appendice. Indice dei nomi Nota. Saluto ai compagni di viaggio, di Luca Giovanni Pappalardo

x Postfazione. (?) x

Bibliografia e teatrografia di Arnaldo Picchi


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LE RACCOMANDAZIONI ALL’AMICO PIÙ GIOVANE QUATTRO RACCONTI 1992


93 Pubblicato in edizione fuori commercio da S.M.P., Bologna, 1993


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Le raccomandazioni all’amico più giovane

Le raccomandazioni all’amico più giovane

Alla fine mi rintanai al caffè Oriente, alla riva degli Schiavoni. Con la sera fioca sempre più fioca, nebbiosa e con i suoi fiati di vento gelido. Dalla sedia dov’ero potevo guardare dai vetri di una piccola finestra; ma non c’era niente da vedere – appena un baluginio di lampioni dalla parte della Giudecca, ma niente altro, e nessuno in giro. Uno poi si fermò contro la vetrina e cercò di sbirciare dentro, schermandosi con le mani; ma se ne andò quasi subito sguazzando nell’acqua che trabordava dal canale. Forse era Fabio. La laguna veniva su piano piano, velo su velo sulle pietre dalmate della fondamenta e già qualche fanale ci si rifletteva. Oh, le belle, le belle notti. Si rimetteva in moto la notte, con la sua superstizione di guanti e di baveri, di donne incamminate con compagni ammutoliti; a quest’ora ancora meno di questo Venezia non avrebbe potuto darmi, bardato di gelo col pensiero che grufola-grugnisce, a bere spriz a una riva in abbandono, con davanti quel catafalco coi leoni, gli eroi della nazione, gli amici innati, che mi pareva avrebbero potuto avere luogo migliore a un limite del mondo, Oudjda, o Doi Mai, o Argentina o dove altro in uno di quei posti dove ci sono sei mesi di crepuscolo di fila; o un crepuscolo perenne, come si dice ci sia alla porta dell’Ade, dove s’è raccolta a farti ingorda compagnia tutta la distanza messa di mezzo, oceani, dietro a questo annottare. Sul pavimento dell’Oriente ogni altra smorta onda si prendeva un pezzetto di spazio, ogni respiro più sotto; e niente avrebbe avuto modo di placarle, niente nel mondo avrebbe potuto fermarle. Con un’indifferenza del tutto analoga gli habitués del caffè vedevano l’acqua alta entrare nello stanzone, allargarsi per terra, allargarsi, senza fretta, bagnare il banco, – ma uno dopo l’altro, al loro tempo, tiravano su i piedi e stendevano le gambe sulla sedia che avevano davanti; sempre con quell’aria idiota, da porcheria di una volta. E cercare di discernere tra le epoche di certo è bene, per scegliere per esempio se è meglio ammirare la nostra di adesso, o se oggi sono tornato indietro, di là per il pendio, verso altri spumeggianti alberi, cioè se ora è qualche altro tempo, tanto tempo fa, o se non sono mai passato di là, come del resto posso capirlo meglio. Seguono esiti diversi. Ma come si può, come si fa a dirlo – se oggi


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ero là, ma anche se era oggi o no, o se non ci sono mai stato. Incontri incomprensibili; un doppio Aschenbach – uno Essenbeck – Irene bocconi coi polsi serrati da me, dalle mie mani, forzata, piena di saliva. Non è possibile, fatico a crederlo possibile, ma pure c’è qualcosa, è rimasto qualcosa che può farmelo credere: le scale, le parole per il prezzo, l’ultima donna che abbiamo incontrato salendo e per la quale eravamo ignobilmente trasparenti, come se lo facessimo là; le forme del letto, poi, rigatteria pensata per una camera degli sposi e finita qua dentro per le puttane; ah, amore mio amore mio. No – ancora prima: l’obolo per la stanza, poco, se ci ripenso; e l’umidità, nudi, il freddo «Come sei freddo» «Com’è grosso»; questo genere di intimità, indecente, brutto; slacciarsi i capelli; zero. Ecco di nuovo, senti quel clarino, ballando, quella chitarra sudicia, come l’acqua che si sta ingoiando tutto dentro il canale, due ore prima, quando l’ho vista, e ho deciso di incontrarla. «Balli?», «Signor Antonio, tu non mi ami» bisbiglia «Come, io ti amo grandemente»; e lei che capisce fin troppo bene «Ma io segno ancora non ne ho veduto» – «E quale segno ti piacerebbe vedere?». Ci prendevamo tutto il tempo, ora, che ci eravamo placati di chiavare, già passato «Tu non mi ami». Non mi fare pensare a come sempre siamo inermi quando il desiderio ti domina – presenze compite, in un breve dirsi, fissato, una dolce cerimoniosità, alla fine anche un po’ spirituale. Comunque era una fine; comunque era una fine. «Il segno è che tu non mi hai mai battuta» «Che?» – perché me lo dici, che cosa è stato? «Non ti dimenticare». Troppa ombra, troppo buio «non ti dimenticare» – Che dice? «E così, non lo sapevi?, procedendo spesse volte a batterla tanto la battè che essendo noi in Moscovia le ruppe il collo e le gambe». Le dita dei suoi piedi sono volgari, quadrate; ma la sua voce è esile, piccola; e inganna, con questa esilità, perché vorrebbe meritare altro. È così che ci si perde, ogni tanto; cioè sperando di poterla avere come complice, come confidente – pensare che ti confesserà come un confessore. «Signor Antonio, vuoi sentire di un altro amante e di come l’ho avuto?» «Come dici?» «Di un altro amante, dove sono andata?». «Dici un altro amante?». Ecco; senza alcun perché – ma lei vuole questo, che il suo complice sia prima di tutto io, io in persona; vuole cominciare lei da me. «Sì, dimmelo, se ti fa piacere» «Ma è di molto tempo fa» «Dimmelo lo stesso». Si voltò all’improvviso e venne vicina, faccia a faccia: «Era un uomo che scriveva lettere molto belle. Vuoi sentire davvero?». «Ma certo che voglio sentire davvero». – Carissimo amico e fratello, lei, il solo che mi sia rimasto e a cui io possa scrivere come a un fratello, i baci e la buona fortuna! Quando mi fu consegnata la sua graditissima lettera io l’ho baciata e stretta al cuore sapendo che veniva dalle mani di una persona alla quale sin dal fiore degli


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anni sono legato da un vincolo profondo. Lei desidera che io racconti la storia della mia vita – e questa è brevissima perché la misuro con gli anni in cui sono vissuto contento. Il console Plauzio, quello che trionfò sugli Illiri, volle che la propria lapide, conservatasi vicino Tivoli, fosse chiusa con queste parole: novem annos vixit. Di me dovrei dire: visse otto anni, che sono appunto questi ultimi a Roma, in Italia, e davvero pieni d’ogni dono. Mi trovo presso il cardinale più illustre, Alessandro Albani, nipote del Papa. Non per servirlo, ma solo perché egli possa dire che faccio parte della sua casa. Sono il suo bibliotecario ma la sua ricca e preziosa biblioteca è a mia esclusiva disposizione. Sono esentato da qualsiasi lavoro e non faccio altro che girare in carrozza con lui; non può esistere più stretta amicizia, solo la morte la potrà spezzare. Gli apro i più segreti angoli del mio cuore, e da parte sua godo della stessa confidenza pertanto mi considero uno di quegli uomini rari al mondo i quali sono pienamente contenti e nulla hanno da desiderare. Lei mi carezzò la guancia con grande serietà, come se fosse un grande pericolo, per me, e questa fosse l’ultima volta e lei volesse tenere a memoria qualunque possibile attimo della mia faccia; ma io non feci nessuna faccia. «Quando» diventava sempre più suonata, si sbagliava a parlare, davvero non la capivo, «Quando dopo quella giornata di male scesi nella cantina, che c’erano delle caraffe da riempire, trovai che Harthaber, Teresa e due sguatteri stavano parlando di quest’uomo, che per otto giorni era stato in alloggio da noi al numero dieci, l’uomo che io dico. Era freddo e Harthaber aveva addosso un cappottaccio logoro, un saccone, un saio, e camminava su e giù lungo il muro; la sera prima, quando tutto era ancora diverso, gli aveva procurato un ragazzetto, e questo signore, che si chiamava Giovanni, se l’era portato in camera; sicché dopo, la mattina molto presto, pensandolo ancora sveglio, Harthaber era salito al secondo piano, al dieci, a vedere se aveva qualche bisogno. Ma l’aveva trovato addormentato, tutto vestito, su una sedia, al tavolo vicino alla finestra. Era una cantina profonda, sprofondata sotto l’altezza del mare, sporca; mi sorprese vederli riuniti proprio là sotto ad ascoltare Harthaber, che non mi voleva bene, e che invece addirittura mi prese, mi carezzò la mano, come un vecchio padre; e piangendo. Mi sentii un’altra volta il cuore svuotato, «come un pozzo pieno di secchi rovinati», come si può dire senza più possibilità; ora me lo sento come un fuoco, una bruciatura – ma allora mi sembrava vuoto, e che mi si dovesse staccare come un pezzo di intonaco dal muro. Piangevano tutti, ma senza suono, mi contagiavano di malvagità; con quella polverosa luce di lumino sul tavolaccio dei boccali aggiungevano scena a scena. Questi animali piangevano e recitavano, prendevano pose e piangevano; era insopportabile.


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Devi sapere che la camera del signor Giovanni era una di quelle che riassettavo io, con la porta in fondo al corridoio del secondo piano, a destra, con una finestra affacciata sul mandracchio. C’è un letto disfatto – con un paio di libri buttati sopra – l’attaccapanni, armadio, una sedia grande di noce – queste cose comuni – e un tavolo, con due fiasche di Sciampagna; il calamaio, penne, carta da scrivere e ancora libri aperti, pagine e pagine spalancate; e una valigia nera. Gli indumenti che il signor Giovanni si era tolti li aveva lasciati su una sedia. Lui in camicia, con bottoni doppi d’oro e corniole, pantaloni di pelle nera, calze nere e scarpe con fibbia, addormentato seduto, con la testa sulle braccia. Così lo trovò Harthaber e ce lo disse, davanti alla finestra ch’era rimasta aperta e ora era davanti a un piccolo barbaglio d’aurora. – Gli poggiai il lume davanti e si svegliò subito; e mi ha guardato dritto in faccia, senza dire niente; mi ha messo in agitazione – non stesse credendo che volessi spiarlo, o rubargli qualcosa; sono rimasto impietrito, senza poter aprire bocca. (...) Non parlavamo – e che cosa mai avrei potuto dire io? – e da fuori si sentiva, forse dalla riva, gente che suonava; cantavano. In quel momento m’è sembrato possibile che non badasse affatto a me, e che invece si stesse ripetendo a mente il motivo che cantavano per strada, una cosa da niente, una cosuccia d’amore, di gente da niente, che era gente davvero da niente, che sta sveglia la notte ad aspettare una fortuna, quale che sia, e magari proprio una infame, da scellerati, signor Antonio. Ma chissà come poteva crederselo che il signor Giovanni cantasse a mente, ma forse davvero cantava per la sua fortuna. «Io lo capivo perché a ogni volgersi della melodia le sue pupille si allargavano e si stringevano. Ero in piedi davanti a lui e potevo osservarlo davvero bene». – Sentivo la camera piena di fruscii, come di gonne che scorressero per terra, o tonache, o gente scalza. Ma il signor Giovanni seguiva con gli occhi la musica che veniva da fuori, e non se ne avvedeva. Ma poi tornò indietro, pieno di misteri. «Das also war des Pudels Kern! Ein fahrender Skolast? Der Kasus macht mich lachen». Ma me lo tradusse subito «Ma vedi – a tanto sono arrivate le midolla del mio cane? Uno scolaro errante – e io non so tenermi da fare l’affettuoso – a tanta stranezza» «Andrea, ancora prima di giorno già qui?». «Quando vi foste svegliato avreste trovato, signore, così gli disse, avreste trovato il grigio della mattina davanti a voi, e le pagine dei vostri libri coperte di sottile cenere».


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«Signor Giovanni, io faccio l’oste, illustrissimo, queste cose alla fine le ho imparate dai gentiluomini. Eh? Non deve essere fatto così? Avete qualche cosa ancora che desiderereste? Posso fare qualche cosa ancora?». Ma lui non ne voleva e gli fece un gesto con la mano come per mandarlo via; ma anche compiaciuto – si capiva da come non era neppure troppo duro. Era un signore compito, con gesti molto curati. Insomma, non gli disse parole, e anzi sorridendo lo licenziò, ci disse Harthaber; anzi, con una piccola risata di contentezza, una piccola risata allusiva, come se si fosse accorto di un doppio senso. Una risata di signori. (E per forma di signorilità anch’io stavo a sentire lei; ma non dissi niente; ero contento che pensasse alla sua storia e mi lasciasse in pace. Povera ragazza scema. E lei, Irene, come mi aveva detto di chiamarsi, continuò piano piano piano). Harthaber mi teneva ferma per la mano, perché non voleva che io tornassi di sopra, perché si era accorto che stavo male a sentirlo. Dopo aver riso a quel modo il signore non gli aveva più badato; se ne era andato alla finestra a guardare giù nel porto, le barche: – Era un sogno. C’era un cortile col peristilio, al giardino, con bracieri accesi. L’indovino, intestatario e protettore di una pazza, aveva una veste di tarlatana e trafficava ridendo con piccoli ricami sulle maniche, rosette, fili azzurri intrecciati a forme di fiori. Il primo fratello pensò «Il ragazzo che mi offri è il primo regalo che mi dà la strada»; e sedette – come si vede fare – sullo scranno davanti al tripode, aspettando che il sonno gli portasse la figura del dio. Un torace affusolato, perfetto, con linee scorrevoli fino ai fianchi; come un bocciolo bianco e dorato, e pallido, e scurito all’altezza del gambo, come d’ambra. Ma anche robusto, forte, con energia, sicuro di sé. Ma senza eccesso, così da rendere possibile accompagnarsi a lui; e morbido, come uno scivolare di seta a scoprirsi. Colmo di odore, di odore vivo. Quando l’ho preso ha guaito un attimo, come un cucciolo; un minuto di tremito. Ho avuto in me lo stesso piccolo strappo, dopo, ad accompagnarmi tutta la notte, sotto fiumi di lampade e cascate di luci che qui non esistono, fino al giardino e ai bracieri greci – ogni cosa fa mattina. E spesso arrivano insieme – come il cacciatore con i suoi due cani, i cirnechi, che tremano di curiosità e di orrore – il termine della notte, l’aurora e la luna. Vedi? Sul tavolo c’è un cartoccio con del denaro; amico mio, prenditene quanto ve ne serve. È per te. «No no» si schermì Harthaber «non sono venuto per questo. Perdonatemi – era per vedervi bene, da vicino, signor Giovanni, io da solo; per non dovermi poi dispiacere domani di non averlo fatto, di non aver potuto, o di averlo fatto da


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dietro una tenda, assieme a una serva»; era geloso di me, capisci? «Perdonatemi». «Ma perché? In che cosa ti incuriosisco?». «Perdonatemi» si sprofondava in scuse, lo leccava – aveva il signore davanti ad ascoltarlo e ne approfittava vergognosamente. (...) ... che solo temeva per la gente che gli girava intorno, e che facilmente si capiva si preparava ad abusare del forestiero, cioè di lui. E per questo aveva ragione. Lo sapevo anch’io, che questa era una cosa necessaria, avere dietro un servo, che ci voleva, visto che per il nostro albergo All’insegna della Regina d’Ungheria e di Boemia e per la piazza San Pietro giravano persone brutte, intorno al signor Giovanni. Ma vedi (e Harthaber ci riferì la risposta) – Vedi amico, stanotte sei rimasto sveglio a badare ai fatti miei; e questa è una cosa che scuso solo perché, appunto, è il tuo mestiere. Ma col giorno ti passerà l’eccitazione. Le stanze – che di notte s’allargano e si storcono un po’ – lo si sa bene – sono sempre le solite; e tra qualche minuto vedrai che torneranno a essere proprio le tue, proprio quelle che sai. Anche la mia faccia che certe volte è un po’ diversa, ti assicuro che è una faccia qualunque. E appena tu vedi che fa chiaro io sono sempre il solito: sempre lo stesso «quel forestiero che è al numero dieci». E Harthaber «Ecco», e lui «Solo l’ora strana della notte»; e Harthaber «L’ora» – e lui «Credimi»; e Harthaber «Sì, credo che sia questo» e poi «Ma io non mi pento di nulla, illustrissimo, cioè, a dire, delle cose che mi sorprendono. Io sono fedele – voi potete chiedermi quello che volete, non dobbiamo temere niente.» «Appunto, amico. Ti chiedo ancora e di nuovo quello che ti ho chiesto ieri: se oggi potrò essere accontentato a partire». «Datemi un po’ di tempo, illustrissimo, le barche non hanno ancora completato il carico: bisogna aspettare, non è colpa di nessuno»; e poi di soprassalto «Mi metterò di nuovo in giro – forse qualcosa troverò». Se ne venne Teresa riuscì a liberarmi dalla sua mano, proprio sforzandogli le dita una a una, quasi sul punto di mollargli un ceffone «Vientene via, Eva, vientene via», perché allora mi chiamavo Eva. Ma non passammo per lo stanzone da pranzo, che pure ormai era rimasto deserto, quella sera, a parte proprio qualcuno, uno o due, ma da soli, distanti e muti: – era ancora tutto pieno di quel fatto, e non volevamo passare da lì. Ma mi venne male lo stesso, mi venne in mente lo stesso, il signor Giovanni in cima alla rampa delle scale, stralunato, e mi prese un tremare così forte, le gambe mi si indurirono in un modo, proprio mi pareva che mi stessero


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crollando i soffitti addosso. Senza parlare le feci capire che mi bastava sedermi due minuti per terra, non arrivavo neanche a un tavolo; e Teresa mi aiutò a sedermi là dov’ero, mi prese la testa contro il suo petto, e strinse, mi rincuorava «Sfogati, sfogati povera ragazza». Quel giorno di quella mattina che Harthaber era andato dal signor Giovanni prima dell’alba eravamo state io e Teresa che eravamo salite al dieci, a pulire e mettere in ordine, e il signor Giovanni, che stava scrivendo proprio quella lettera che ti dicevo, signor Antonio amico mio, ci dette il permesso con molta gentilezza, così che potemmo stargli un po’ vicino. E fu allora che arrivò quest’uomo da cui Harthaber, ma senza l’insistenza che sarebbe stata più giusta, lo aveva consigliato di guardarsi. Che strana questa ragazza, pensavo, che strana; perché, per quale ragione mi parlava di sé; era sperduta dentro la sua ragione – come è comune a queste donne. Storie di magnacci e di ragazzine un po’ scapestrate, un po’ senza potersi capire. La lasciavo andare – era stata dimenticata da qualunque purificazione. – Quest’uomo che era entrato in camera era dal primo giorno che il signore era arrivato che gli stava dietro; e varie volte erano usciti assieme, come se fossero diventati amici, a girare Trieste, visto che il signor Giovanni aveva tempo, per non riuscire a trovare un traghetto per Ancona. Era un uomo che avevo visto già – anche l’anno prima aveva alloggiato una settimana da noi – e anche in circostanze poco belle. Aveva il numero 9, la camera di fianco a quella del signor Giovanni, e quasi ogni sera cenavano tutti e due in quella camera, e non sapevo darmi il perché del fatto che il signore si degnasse di frequentarlo, questo, che era un tipo malmesso, con cui allora non ebbi il cuore di parlare; adesso forse sì, se fosse ancora vivo, che l’avrei, per sapere meglio di certe cose. Ma allora non facevo questo mestiere e proprio non avevo animo di guardare in faccia un uomo – perché da un certo punto in avanti ci si inoltra solo mettendo avanti la propria bramosia di capire, spingendola avanti con tutto il sangue e il veleno, solo se si sa fare così; ma allora, a quel tempo, io non sapevo neppure come si facesse un gesto. Nella numero 9 quell’uomo su una sedia aveva buttato proprio due stracci; e possedeva proprio quella giacca sola e solo quel cappello; il signor Giovanni era arrivato in carrozza – e quest’uomo a piedi, con un fagotto sotto il braccio. Proprio per caso uno dopo l’altro. Guarda – il destino. Le misi la mia mano aperta sul ventre, per giocherellare, giocherellare, giovarle. Quale destino, che poteva discutere lei di destino? Chi era quest’uomo, questo secondo uomo – le chiesi. – Si era accompagnato subito con degli altri nella Caffetteria a pianterreno, che è sotto la nostra sala da pranzo e sotto il Casino dei Nobili. Sera tardi, in fondo, a un tavolo coperto con un panno bianco con lune albule e con due lumi,


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brutta gente, e giocavano a carte, in quattro; e che non potessero giocare nessuno aveva il coraggio di andarglielo a dire. Vociavano, fumavano con delle pipe disgustose, e bevevano. Facendo le viste di niente, un po’ alla volta la gente se ne era scappata via. Uno di questi aveva un paio di calzoni rossi pompadour con un bandone d’oro, e le uose al ginocchio, come i militari, che lo facevano apparire molto lungo. Quest’uomo di cui ti sto dicendo, signor Antonio, ha cominciato prima a sfottere, poi a gridare agli altri, che non è che gli dessero retta, però lo stavano a sentire, ma poi reagirono – ma io non capivo niente, credimi, sentivo solo quei corpi, il sudore, le schiene e le cosce grandi, e i pugni picchiati sul tavolo. Litigavano, tutte le parole erano ammassate insieme, tra che ridevano – ma erano ignobili, scuciti e sanguinari, con un’intelligenza da mezzo soldo e pronti a pigliare pretesto, il minimo, per picchiare, per rompere il corpo e farne un rottame. Erano pieni d’albagia, con passamanerie vistose-volgari, da zingari, o da mercenari, su grandi maniche, maniche a grandi volute – ma malnutriti, stammi a sentire, e piagnoni – io lo so, ora – orinavano per terra contro il muro là dov’erano, e nessuno s’azzardava, immàginatelo, un porcile, puzzolente di grano di erba di pecore di pietraie di foresta, con i capelli incordellati e i baveri con un dito di lardo, stentati e febbrili, poiane, bociare parolacce, bestemmie. E quest’uomo, con le vertigini, in piedi, stridulo, grosso, un montone, aspro, vipera e bue insieme, non più un ragazzo, certo, già spaccato in due da tutte le malattie e le rogne del mondo: tristo di fortuna e fuori di sé, a un certo momento dà due schiaffi in faccia a uno che sembrò che me li fossi presi io, che si è fatto una furia, questo, e ha scatenato tutti gli altri «Dammi una mano a tenerlo fermo è diventato pazzo» «Prendi una corda» «E dove» «E dài muoviti» «Morde, maledetto, morde!» «E tacete somari – che gridate» «Non gridate!». Non gridate. Eravamo là in sala bianchi, e fermi in piedi, incapaci di muovere un dito – ma lui s’è svincolato ed è saltato sul tavolo a insultare tutti «E tàppati» gli hanno gridato contro «Ma che hai, che ti è preso? Mi hai fatto male». «E prendetelo a calci nel culo» – «Svegliatevi, banda di poveretti», diceva, e giù spintoni e botte – insulti che non so ripetere – «D’accordo amico il peggio è passato – siamo amici: facci sapere» e lui «Io vi ammazzo». Ma ora lo tenevano ridendo, avevano cominciato a stornellare, e lo picchiavano con i lambrecchini delle sciarpe, per ridere, per frugargli la faccia, per umiliarlo. Poi si sono stancati e lo hanno lasciato andare, che si riaggiustasse la giubba. «Se vuoi stare qui» uno gli ha detto «fa’ la persona per bene, gioca e zitto e mosca. Chiaro? Silenzio. Muto. Sennò è meglio che prendi la porta» e lui «Va bene, va bene – alziamo il gioco? Ci giochiamo


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tutto? Chi vince si prende tutto e che sia finita una buona volta, non se ne parla più – ci dividiamo, non ci guardiamo più in faccia». Si misero a gilè e lui perse di nuovo, perdeva sempre, e ogni volta lo salavano, ogni volta era peggio, per esasperarlo. Ma almeno stavano per conto loro «Non dire che non siamo buoni: già dici che poi paghi e paghi; e paga, allora, pagherò, tira fuori il vino dei pegni» e lui «Muto, mi gioco la velada» e gli altri, che si facevano le occhiate «Dài, facciamo così» «Dài carte» «Non alzare la voce» «Severo chi dà le carte, avanti, seri» «Diciotto» dice lui «così mi compro tua sorella e mi ripiglio i soldi che mi avete trombato». Questo ha detto. Tutti chini sulle carte dell’ultimo, «No amore: questo è ventuno». Poteva andare in tutti i modi, ma lui disse «Non ho ancora finito» «Ah no?» «Adesso cominciano i miracoli?» e lui ne prese uno al petto «Ehi bello, adesso ti dico il rebus: se vinco mi riprendo tutto, se perdo mi faccio femmina e mi faccio usare come zoccola al servizio perpetuo di tutti e tre i presenti. Arcano, eh? Fessi. Dài le carte» «Va’: con questi affari finti» E un altro «Lascialo, mi voglio divertire». E perse ancora. Gli altri non dissero niente, ma lui «Bene; dunque si fa» «Stupido, ti stai mangiando da solo» «No no» insisté «È parola e si fa; copriti gli occhi, scimunito, perché sto per farti diventare cieco, piccolo topo di chiavica: dallo splendore che tu neanche immagini: tornerò col culo di una sposa, con lo strascico, come una grande cantante». E se ne venne via, misurando bene i passi fino alla mia porta, verso me, vicino, e mi fece un sorriso da lupo «Jungfrau, regalatemi venti zecchini». Si voltò per una sigaretta sul comodino, e io le seguii piano, col dorso del pugno, il filo della schiena, che era armonioso – vitale; io l’avrei spaccata, e la carezzai, e lei rispose voltandosi sorridendo, ma un po’ vitrea, indurita. «Non hai un ricordo pulito» le dissi. Ma che faccia aveva quest’uomo di cui non conosceva il nome, povera ragazza, che prima diceva che le faceva schifo e ora diventava il romantico avventuriero per cui si può impazzire. – Di statura ordinaria e anche la sua corporatura era normale, più o meno di trent’anni. Portava i capelli lunghi, neri, legati in un codino con una fettuccia, e le bandine; un po’ segnato in viso dalle cicatrici di un eczema, e bruno di colorito; ma aveva gli occhi molto chiari e una giacca azzurra quasi bianca; e dei guanti grigi. «Regalatemi venti zecchini». E ciò mi disse chissà perché in tedesco, però in maniera che io ho ben capito. E allora, ma non so come ho fatto, mi sono messa a ridere «E dove volete che li prenda, io, venti zecchini?». Ma penso che scherzasse, perché mentre me li chiedeva, e prima di voltarsi, quasi rideva anche lui.


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Sempre con quella giacca azzurra, chiara, quella mattina entrò nella camera del signor Giovanni, col cappello in mano ed esageratamente allegro. E il signor Giovanni lo accolse volentieri, alzandosi dal tavolo dov’era e gli disse buongiorno; e poi «È buono il mare oggi?». E lui «È buono; da qui si vede bene». Il signor Giovanni coprì con noncuranza le carte che stava scrivendo, «E ti pare che con un mare come questo si debba aspettare una settimana un passaggio per Venezia?» e l’altro «Cioè, succede; e sta capitando». Con una gesto che mi sembrò quasi di pena, il signor Giovanni ci salutò, vedendo che io e Teresa stavamo uscendo. Lei scese in cucina, io entrai nella numero 9. Ma attraverso il muro, anche se non volevo, potevo sentirli parlare. – È insopportabile – tutto questo tempo buttato via. e l’altro, all’improvviso, crudo – Perché quest’ostinazione perché volere andare via, sempre voler andare via, questo pensiero fisso; non stiamo bene qui? non ci sono tutte le belle cose che facciamo insieme? – Devo tornare in Italia, non vedo l’ora. Non ne posso più. – Devi portarmi a Roma con te, devo venire a Roma con te, voglio vedere il palazzo di Albani alle Quattro fontane, voglio abitarci anch’io e tu puoi portarmici, puoi tirarmi via di qua, voglio stare a Roma con te, seguirti tutti i giorni, pure come un cane, mi devi prendere con te, non puoi lasciarmi qui, io non posso restare qui. Andremo via assieme. Con lui? Ci pensi? Il signor Giovanni fece per scherzare – Amico: a Roma! Lo sai; guarda: a Roma! Davvero. A ogni modo queste sono cose che bisogna saper fare. – Ascoltami per Maria togliti questa crudeltà. Ti ho fatto tutta la settimana da buon compagno, da quando ci siamo visti: che ti piglia, ti sono venute altre idee? Non va bene farle tra noi? Ti sei stancato di me? E perché – o che cosa? Ti sei trovato un altro? Me lo devi dire. – Che cos’è questo tono? Cerca di non esagerare. – Questo fuoco non si spegnerà mai non ci separerà niente; questa è una storia da farsi in due, io e te, merda o fortuna che sia. E anche se me ne pento già, so che da qui non c’è scampo. – Si eccitava, sentivo distintamente che respirava con affanno. Poi non dissero niente per un bel po’. – Questo è un modo volgare di approfittare delle situazioni – disse il signor Giovanni, alla fine, come a ricomporre decentemente tutto – Ne riparleremo tra cinque minuti: lascia che finisca di vestirmi; ci vediamo giù. Adesso che le cose ti sono chiare puoi smettere di dubitare di te. Su; va’. E l’altro


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– Mi sento crepare dall’orgoglio. – E il signor Giovanni – Tienilo cinque minuti. – E lui – Sì, sì. E di nuovo senza che si dicessero niente; poi quell’uomo si mosse inaspettatamente – Bene, ti aspetto con tuo comodo giù al caffè. Andiamo al porto, una barca ci sarà. – E se ne andò di furia; diverso tempo dopo sentii il signor Giovanni che tornava a sedersi al tavolo. Per tutto quel tempo era rimasto immobile, a pensare, come attonito, come me. (...) Quelle stanze, quella camera dov’ero, con la faccia nelle mani, mi sembrarono la mia galera. Ci avevo buttato due anni, avevo fatto la serva e passato i miei giorni con gente miserabile, con gente con nessun desiderio; quella città non era la mia – neppure ne sapevo le strade. Adesso avevo ben chiaro dentro che non avrei più potuto stare neppure dieci minuti senza stargli vicino, chiunque fosse stato il signor Giovanni, anche se me lo avesse spiegato lui, chi fosse, che questo non lo sapevo dire neppure in quel momento, e avrebbe potuto essere qualunque gentiluomo austriaco, o anche un castigo mortale – perché lui era la mia strada, anche se in cambio avessi dovuto giurare davanti agli Angeli di Dio di non toccarlo mai, neppure col lembo della gonna, giurarlo come voto, che non l’avrei mai toccato – desiderato sì; ma solo desiderato, che non l’avrei mai toccato neppure con un bacio, con la bocca, neppure con un sopracciglio, neppure per sbaglio, per errore, neppure con un lembo candido della veste, della mia camicia, con niente di me. E che avesse storie con quello del 9 era pauroso, e le mani mi tremavano. Teresa mi cullava, mi cullava «Povera ragazza mia» sedute per terra nel buio. Ero stordita e con tutto quello che potevo cercavo di tornare a quella mattina, lui in piedi stralunato in alto sulle scale, e ancora prima, io fuori di me nella 9, con la testa avvampata, a precipitare giù giù giù nel buio, perché non avevo modo, non potevo, non c’era modo di dirglielo semplice, senza che mi prendesse per la peggiore puttana della sua vita, e mi cancellasse subito, mi buttasse subito addosso dei soldi, dei pezzi d’argento – tienteli, ma vattene, vattene; bracciali, monili, bracciali e spille d’argento – vattene; ero pazza ancora prima di cominciare. Volevo dirmi: senti? senti? Sveglia! Devi scendere per la cena, devi scendere per la cena, devi servire ai tavoli. E invece devo impaurirmi di tutto. Se fosse ebreo? No, non è possibile, è troppo sicuro di sé, questo occasionale compagno, è


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troppo spavaldo. Fosse luterano? In che modo si può sapere? Stai impazzendo. Sì lo temo. Forse, un po’, ma strano. E poi: se ne sarà dimenticato, d’esserlo, che gli importerebbe continuare a esserlo? Dimenticato d’esserlo? Pàlpiti – mi dicevo – sei pallida. No, non è vero – è un uomo orribile se ha il segreto di non dire chi è. No, è un forestiero. No, è soltanto un vecchio, ha i capelli grigi, è quasi quanto tuo padre. Irene rise silenziosamente. Superbo, dato il luogo e lei. E non sapevo dove rivolgermi, e mi dicevo: ti stai vantando; e poi: solo a guardarlo mi sciolgo in pianto. Tanto dargli di te? Povera ragazza povera ragazza, straziarti quando non devi essere che virtuosa. Tu? Così anche quella volta – e quante altre volte ancora doveva succedermi – mi sedetti per terra per non svenire. Ma la cosa continuava a scavare: via, donna, qualora sia, qualora dica, se ride – no – sfida, questa sarebbe, una sfida dritta cacciata in cuore, come una forbice. Nella numero 9 tornò Teresa «Che c’è? ti senti male?» E poi senza né vedere né capire niente: – Oh Signore-Liberazione! Le cose spariscono, scompaiono, le rubano e se le rivendono. Tutti raccattano quattro trajeri rubando piatti tazzine e tovaglie per comprarsi un sacchetto nuovo per la treccia e procurarsi diavoletti e cipria e farsi la faccia bianca come i morti. Basta, Eva, torna qui! – io allora mi rimisi in ginocchio e poi in piedi; mi aveva richiamato indietro così, cacciandosi una forcina in testa, e io tornavo quieta quieta indietro, a spazzare, a essere io col sinale e la cuffia. Nel canale sotto la camera stava passando una lancia, molto lentamente, ci stava mettendo un secolo, come se cercasse qualcuno con un ansito profondo. Dalla finestra vidi che era una lancia privata, e girava nella nebbia e quella miserabile pioggerella sulle calli, che era poi un affocamento del cielo, in quel caldo che tutto pareva ottuso, affogato nella calura tremolante, e anche vicine voci di bambini che giocavano in un campo, e lontane, come se provenissero – ma allegre e sonanti – da una distante e perduta vita infantile, dove noi eravamo altre cose. Restai là contro i vetri, scalzo, ci volevo stare solo, anche se dietro, nel letto, avevo una donna che non conoscevo. Che tutto infine non fosse troppo crudele. Poi la sentii fare dei tintinnii, e mi disse Teresa mi disse «Vieni, ti porto in camera, devi riposarti»; e io credendo che intendesse la mia «No, risposi, io non ce la faccio a restare sola». «No, vieni nella mia, staremo insieme, non temere». E andammo nella sua. Io non potevo persuadermi che una ragazza così giovane, di diciannove anni, avesse tanta forza d’animo, e subito temetti, o volevo un’altra cosa, ma lei mi tenne in grembo per ore, a carezzarmi e rassicurarmi, a pettinarmi, a specchiarmi, lasciandomi sola solo per cinque minuti, perché giù voleva prendere una regalo per me.


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È stato allora che ho sentito gli scricchiolii e il fruscio della stanza, come aveva raccontato Harthaber, come se ci fossero persone e parlassero sommessamente, come nella camera di qualcuno che muore, e addirittura lui che chiedeva al chirurgo «Queste ferite sono mortali?» e il chirurgo che lo impiastrava di chiara d’uovo per stagnargliele diceva rigido, borbottava gli confermava che sì, almeno due d’esse che aveva erano mortali. Tutti vedevano e sentivano come lui reagiva, e che reagiva bene, ma il bisbiglio si diffondeva e c’era chi veniva da fuori a vedere la scena di quel povero forestiero tradito che moriva a poco a poco perdendo il sangue su quello stramazzetto davanti a loro – un via vai senza pietà. E stavo davvero tramortendo davanti a tutti questi quando è tornata Teresa «Sei in un bagno di sudore» mi ha detto, e s’è messa ginocchioni accanto al letto ad asciugarmi la faccia, e il petto, e mi vedeva così male «Tu sai bene quanta paura m’ha fatto, che io non ebbi neppure il coraggio di guardare» «Sì, lo so» le dissi; e Teresa «Ma sono corsa in mezzo alla piazza, la mattina, al sole, col petto che mi veniva fuori – e io vedevo sempre lui che credevo che il sangue gli venisse dalla bocca, in quel pianerottolo poggiandosi al corrimano – dentro alla piazza correvo, in mezzo agli sfaccendati, per cercare aiuto alla Caffetteria, per un medico e ho trovato solo un ragazzo, che è venuto di corsa. E prima di tornare indietro sono rimasta come svergognata da tutti a guardarmi, io sola, sul sassaio, con quegli uomini, e ho visto gli sbirri che quell’assassino che si chiamava Angelis lo avevano preso e legato e gli sono corsa accanto mentre camminavano, e gli ho gridato «Che hai fatto, che hai fatto?» «Che vuoi da me – flevit et flendo dixit – io sortii dalla camera tutto confuso, in camicia, senza cappello in testa, senza niente, e me ne fuggii da questa città, e passando per le montagne andai nello stato veneto, e arrivato sopra le strade che si fanno per Capodistria qui la serva di certo signor Francesco diceva «che io non andassi a Capodistria perché gli sbirri mi avrebbero subito preso, e andassi piuttosto a Isola». Alloggiai quella sera sulla paglia di quel contadino, che non so nominare, e poi il giorno seguente non andai a Isola perché temevo che mi succedesse lo stesso che a Capodistria – così andai a un altro porto e m’imbarcai sopra la barca di un certo padron Antonio, e feci sette miglia italiane di strada, poi mi sbarcò nel suo paese, con una marea invernale, e mi condusse a casa sua. Io andando a passeggiare per la piazza fui osservato attento da un fabbro qui di Trieste, di cui non so né nome né cognome, questo parlò al suo padre, padron Antonio, e così mi dissero che mi consigliavano di partire poiché c’erano tante spie; perciò mi dette questo cappotto marinaro che porto addosso e questo cappello. (...)


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E con ciò verso la notte me ne partii, e andai non so dove neppur io, per le montagne, e arrivai finalmente sopra la strada regia e mi fu detto che quella strada conduceva a Lubiana – e che mi bastava seguire i pioppi bianchi, come fa il vento con le folate, sempre seguirlo. Di nuovo Irene parve compatirlo, nel fare e disfare il suo uomo, «ormai ognuno l’aveva abbandonato, lo prendevano in giro e gli davano consigli sbagliati – solo parole. Era un luogo amaro; c’erano soldati a bloccare lo stradone, e in mezzo agli alberi». – Per quella parte arrivai in un luogo dove c’erano soldati, con un Tamburo, che mi chiesero il passaporto. E dato che io non l’avevo mi dissero che dovevo fermarmi sino alla venuta del Tenente, e così passai nel Corpo di guardia. Tre o quattro ore dopo, venuto il Tenente, mi mandò a chiamare e mi chiese chi fossi e da dove venissi e io gli risposi che venivo da Fiume. Ma lui, che io parlassi chiaro, perché dubitava che io fossi un soldato disertore, appunto essendo senza passaporto. E nonostante che io gli assicurassi che non ero mai stato soldato, persistendo egli col sospetto, mi spedì qui a Trieste. Ma i soldati non avevano capito e mi conducevano verso Fiume. Ma poco lontano è arrivata una staffetta a cavallo che ha spiegato meglio. Così mi hanno riportato indietro dal Tenente, e di là questa mattina mi condussero di nuovo a Trieste, qui vedi, di nuovo qui.» Mentre Teresa mi parlava io scendevo impotente nel buio di quello che stavo ricordando, quei due, Angelis e il signor Giovanni, ancora insieme, di sera, quando ero finita in un ripostiglio, che pure aveva una piccola finestra, e li sentivo parlare nella strada, con un tempo come quello di stasera, ma con dentro qualche rapida schiarita di luna. Angelis aveva una voce arrochita, senti, guarda, una voce così – e cambiò voce e continuò con due voci d’uomini. – Queste cose non si possono dire apertamente; qualcuno potrebbe offendersi. – Ma tu non sei “qualcuno”, per me. – Non sai neppure chi sono, ti può costare caro. – e il signor Giovanni – Ti si può dare fiducia. – e poi – Vedi, vestito come mi vedi sono stato a corte, a Vienna, davanti alla Regia Imperiale Maestà di Maria Teresa. Il principe di Cauniz mi ha portato da lei salendo per le scale segrete, passando per i quartieri nascosti delle dame, che sono silenziosi e caldi di stoffe, scostando le tende. Poi, tutti e due, l’imperatrice e il principe – che cura i fatti dell’impero – mi hanno regalato delle medaglie, due medaglie d’oro e l’imperatrice due d’argento con l’impronta del suo profilo. «Sono io» mi ha detto «Ricordatene». – E perché te le ha date?


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– Per un servizietto che le ho reso, sciolto un raggiro che le avevano combinato. – Che raggiro? Come si fa a mettere di mezzo un’imperatrice? – Non lo sai? Ma che importa. E volevano tenermi con loro «Resta qui, Giovanni, resta qui»; ti pare? Io voglio Roma, Roma, le fontane che scorrono addormentate la notte e le grandi cupole con le lanterne, le vie vuote quando sta per far mattina e la città è tiepida. Poi il giorno, i traffici, il mercato, la gente. Visite, gentiluomini inglesi, tedeschi lontani da casa, rondini, rifatti nuovi e civili con i buoni modi, il bel sentire. E rideva contento, a quello che stava pensando: «Da Roma si può scendere per l’Appia verso la sponda dell’altro mare, verso l’Egeo, e l’Oriente. Da Roma ti manderò qualche messaggio, appena sarà possibile. Non sentirti deluso, sii paziente; non ti dimenticherò. Io so trovare le ricompense». – Eh, rispose Angelis, questo io non me lo merito. – Andiamo, – Tu devi portarmi a Roma con te, maledetto, io devo venire a Roma con te ORA. Andiamo, facciamolo subito. – Non si dava pace, – Sta’ fermo: sono sette giorni che non mi lasci stare – e scherzarono, tutti e due, ma Angelis con un’asprezza maligna. – Ascoltami, ascoltami – a Roma ci dobbiamo andare insieme. – Ci andiamo, càlmati. Ti porto dal mio amico, dal mio signore, dal mio nobile protettore, nel cielo delle porpore, nel cielo placato, colmo e senza bisogno. Càlmati, rassicurati. Ti faccio volare, Francesco, dove tu non credi possibile. – Mi fai cagliare il sangue, illustre, mi stai facendo paura – queste cose non devi dirle come se non te ne importasse, tu non devi fare il furbo! Non ti pentirai di me: posso anche fare il sensibile, lo metterò duro solo quando sarò già dentro. Quando mi vorranno, mi chiameranno, mi reclameranno e io farò «Un momento, vi prego». – Approvo. Sicuro. Sii allora più lieto. – Non così presto, carogna, non così presto lo devi dire, non così presto, che sembra una bugia, che sembra impossibile – sono fuori di me sto tremando. Io voglio che per tuo tramite e vantaggio io possa essere conosciuto e apprezzato; che anche a me vengano a chiedere favori, come trattando con chi può farne. Ma poi me ne frego – io voglio fare una razzia di signore, voglio soltanto essere lasciato stare, voglio soltanto donne gentili. Tu devi, devi, solo dirmi i modi possibili, devi consigliarmi. – È giusto.


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– Ci vuole tutta la fatica del mondo per avere anche solo un’unghia, se si è finita ogni risorsa. No, io le cose le conosco, stammi a sentire, le ho pagate di persona, le ho imparate a Vienna, – in casa del conte Cattaldi. – E che ci facevi, tu, in casa di Cataldi? – Il cuoco, ci facevo – il cuoco; e allora? – Ma potevo guardare, tenere gli occhi aperti, perché ancora non ti accecano per darti il posto di cuoco. E ho imparato la lezione. Già mi vedo sulla baronessa fanée, e placata, infine, mentre conto sul lenzuolo il denaro che dà in regalo all’amoruccio mio – eh, bere sciroppi attaccarsi i nei, l’occhialino al collo, senza più pensieri, senza più la paura di dover tornare a battere e a fare la strada sempre la strada, sempre giù dal marciapiede; io diventato generoso, io diventato signore. Io – vedi? – questo qui. E il signor Giovanni – Coraggio amico. – Sei una persona magnifica, Giovanni – Angelis era diventato livido – non posso rinunciare a te, – Dài, – Ti spaventa? Ti spaventa? Io sono contento – davvero. – Va bene, allora, Francesco, se sei contento già adesso. – Andiamo a letto, Giovanni, andiamo a coricarci, non cambiamo più nemmeno una virgola, – Sì – è ora. – Io non verrò mai a Roma, non è così? Non è questo che hai in mente? Non mi darai neppure mezza possibilità? Dillo, allora! Sei peggio di un infame. Ti appenderei con un uncino nel buco del culo, trac!, maledetto. Così. – Io non so proprio come poi riuscirono a risalire le scale insieme, e separarsi nelle loro camere. Ma la mattina dopo, dopo che pulimmo i loro letti, che erano più o meno le otto, mentre io mi fermai al 9, Teresa scese e Angelis la fermò in cucina, che era sola. Le andò vicino, con una faccia che invano voleva far vedere distesa, così lei disse, e diceva «Aspetta, aspetta Teresa, ascolta, non ti faccio niente, ho solo bisogno di parlare» mi faceva paura «Non è niente, senti – Teresa, tu sai, no, chi è quello che sta al dieci, quello con cui sono cinque o sei giorni che vado in giro – non è vero che tu sai chi è? – No, davvero che non lo so. Mai nessuno l’ha chiamato per nome in mia presenza. – Ma tu avrai pur guardato, dato un’occhiata in mezzo alle carte che ha, quando fai le pulizie e lui non c’è. – Ma lei protestava d’essere onesta, e lui invece no, che è cosa che fa qualunque donna d’albergo,


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– Guarda, gli disse, legge dei libri scritti in un modo che non capisco e che non è né italiano né tedesco; e lui, – Forse è giudeo, che non lo sapeva, non lo sapeva, e lui insisteva, quasi in smanie – Io non l’ho mai visto per strada farsi la croce né togliersi il cappello passando davanti a una chiesa. E lei che diceva che non le importava – Eppure io vorrei volentieri sapere chi è, quando deve avere delle monete d’oro e parecchio denaro con sé, mentre sta portando una scatola sigillata a un cardinale di Roma; cose che lui stesso dice in pubblico al caffè; io non sono una spia. – Lasciami ti dico, lasciami le mani, mi fai male, non so niente, – Mi deve portare a Roma, dobbiamo andare via insieme domani, a Roma, io non posso stare un momento senza di lui, gli voglio bene, non capisci che se non lo proteggo lo ammazzano per derubarlo, non capisci che io devo sapere chi è? – Ah che anch’io lo vorrei e con tutto il cuore sapere chi è, ma neanche morta te lo direi, che gli vuoi fare? Lascialo in pace, ti dico, non toccarlo, e lasciami allora, lasciami! Per caso entrò Harthaber «Che c’è» s’intromise «Che fate?» – Signore, che volete da questa ragazza? È appena capace di spiegarsi: che volete da lei? – Niente. – E per non volere niente parlavate così acceso? Che devi dire, Teresa? – Davvero non so niente; mi viene da piangere. – E allora Angelis – Volevo sapere se sapeva chi fosse quell’uomo che alloggia al numero dieci e di cui sono diventato amico intimo. – E gli siete diventato intimo e non sapete chi è che lo chiedete a questa ragazzetta? Strano davvero. – E a voi che importa se è strano o no? Che ne sapete voi delle stranezze? Oh, alla malora. – E se ne è andato via trapestando e urtando nei tavoli, Irene si era fermata; col gomito sul cuscino, vedevo solo il bruno del suo corpo nudo deposto sul lenzuolo «Quella sera lo rividi alla Caffetteria, che non c’era nessuno. Solo lui e i suoi tre schifosi amici; avevano preso chitarra e violino, lui vestito da donna e dipinto. Un ceffo luttuoso – con gli occhi marci; e cantavano tutti e quattro, atteggiati, lui facendo la voce di donna – Là io perderò la testa. – E l’accompagnamento – te la riporterò io sottovoce perché, sono pazzo di te. – E lui – ti bacerò la bocca, la ferita


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ti aggiusterò le ciglia, ti ridarò la vita, – e gli altri – ch’era finita, ch’era finita. E ridevano di traverso, perché si era arrivati allo scherno, si riaggiustavano come professori «E che rifiorirà». Lui faceva una mossa con la sottana – Ecco notte senza fortuna, bruna – senza alcuna, memoria mentre tutti dormono io cerco te disperatamente cavallerescamente te – e l’accompagnamento – soltanto te, soltanto te. Questa canzone non la cantava lui, dissi piano a Irene, e la scoprii fino ai piedi, e la carezzai risalendo in corpo, fino alla vagina e poi sulla bocca. Si mise ferma ferma. Confessalo, non era lui; questa canzone la cantavi tu; la cantava Eva. «No» disse «io leggevo la lettera che il signor Giovanni stava scrivendo. Da sopra la sua spalla, senza che lui mi vedesse, stando al buio, perché tutta la luce del lume era sulle sue mani, là, e sul foglio che riempiva». Voltò la testa dall’altra parte; poi di nuovo verso di me – diceva queste bugie con tutto il candore del mondo «Non ci credi? Eppure io ero là, dietro di lui. E lui scriveva – – La porta è aperta, non posso chiuderla: la maniglia non serve a niente, chiunque può entrare quando vuole. Le porte sono state tolte, caro amico e fratello. Come a Ercolano hanno portato via tutte le porte romane, violato, aperto tutto; che coincidenze sono queste? Che cosa suggeriscono di capire? Io devo partire, partire. Anche per arrivare a Ercolano ho dovuto vincere la diffidenza e l’alterigia di quei melliflui cortigiani di Napoli «Ercolano è nostra, certo; peccato – è difficile arrivarci, ecco tutto. Prefetto, per visitarla ci vuole una speciale dispensa del re». Allora entrò Angelis, che non mi vide, non se ne accorse: era serio e si rivolse subito al signor Giovanni; che neppure si alzò, neppure si voltò: – Senti, non c’è nessuno nelle camere: sono tutti alla Commedia; ti avverto di stare attento. Senti, tu sei stato a Vienna dall’imperatrice, e mi piaci per questo ma non me ne importa un cazzo perché io a Vienna ci sono stato anch’io ma alla Stock-Haus ovverosia in galera. Il signor Giovanni non lo commentò. – Mi senti, illustre, in galera perché, con poco salario e quasi niente da mangiare, un dopopranzo, una volta che quel conte Cattaldi di cui ero ospite, cioè cuoco, non c’era, ho aperto con un’altra chiave il burò che era nella camera dove dormiva e gli ho preso un sacchetto con degli ongari d’oro dentro – potevano essere non so se cinque o seicento non li ho contati – e così a Presburgo mi sono vestito all’ungherese e fatto festa con gli amici e poi di nuovo a Vienna, in carrozza


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mi senti? in carrozza ci vado spesso anch’io e di là a Graz e a Lubiana per tornare in Italia ricco; ed è là che mi hanno preso e mandato ai lavori forzati quattro anni, coi ferri, e poi bandito da Vienna, dall’Impero, dalla Stiria; capisci? Eh? Ci senti ancora? Quattro anni che poi sono stati tre con un condono perché s’è sposato il tale arcibestia Leopoldo. Hai capito? per un tal Leopoldo e la sua puttana. Mi hai sentito? Quanti soldi hai in saccoccia, dieci zecchini? Che vuoi che siano? Smuoviti – ti dico – sei sordo? – Non sono sordo uno scambio di occhiate di occhi azzurro-grigi, una spianata d’acqua – Senza un carantano a Clanfurt, a Pontieba, fino a Venezia. Senti, devi portarmi a Roma con te, devo venire a Roma con te, a Roma, io devo venire, devo arrivare a Roma! – È chiaro; come facciamo? Quelle medaglie che ti ho detto valgono le due d’argento trenta paoli e quelle d’oro trenta zecchini. – Trenta? Pensalo come un passo di violoncello, un passo dopo l’altro; o puoi usare un piccolo kymbalon, o quello che vuoi; fanne una colonna, puoi inventarne una tua. Irene pareva per addormentarsi, stava ferma, con le mani incrociate sul petto – chi poteva stare pensando di essere? Qui? Bisogna lasciar correre: dunque, di questo antico amante che mi voleva raccontare? – È stato uno spasso entrare in abito da viaggio al braccio di Cauniz tra gli arazzi appesi, i fregi rampicanti, le porte color cielo e rose, con per stipiti muti granatieri in uniforme bianca. Adesso penso che è impossibile che fossi proprio io – mi disse. Che godimento sarebbe, pensa, il tuo? – E Angelis, trasognato – Quelli d’oro trenta zecchini, il maledetto; è pazzo, pazzo marcio, maiale pieno di lira; a Roma no, dice, a Roma tu no, NO NO, tu mai, dice, mmai! È pazzo, il maledetto, è una chiavica da sotterrare. E adesso vedi –. E se ne scappò come un diavolo, borbottando, scendendo le scale buie a precipizio. Nella cantina, a quel lucignolo, Harthaber mi stritolava la mano, piangeva, e io non avevo voce «Lo guardavo – ripeteva – per ore, tutte le volte che era solo a scrivere, qualche volta consentiva che stessi là dietro di lui in piedi, come se si divertisse a sapere come morivo dal desiderio a stargli là vicino, come in adorazione; e davvero avrei fatto qualunque cosa mi avesse chiesto di fare. Ma perché ero così. Era pressappoco della mia età; ma se fosse stato un giovane, o giovane io, non sarebbe stato diverso. Lo so, Eva, che tu sai di che parlo, tu che hai patito tutta quella passione per lui, una settimana intera, e non te ne ha dato


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sfogo; e fortuna, almeno, per te, che sei una donna e con un po’ di coraggio avresti anche potuto dirglielo che morivi, avresti potuto supplicarglielo, che ti calmasse, almeno una volta; ma io che potevo dirgli, io che sono un vecchio cameriere, vecchio cane da camino, che vengo dalla campagna nera, da Steng nella Stiria, vecchio di cinquant’anni, con un figlio all’armata. Io niente gli potevo dire, che non ho più moglie, solo potevo guardarlo e sperare che mi chiedesse un servizio, anche solo che gli andassi a prendere una tazza di caffè. Senti, Eva, che anche tu lo hai visto e sei diventata diversa – più matura e bella – diversa – perché non ce ne andiamo via per sempre, io e te, via da questo mondo di pidocchi, io e te che l’abbiamo conosciuto e potremmo aiutarci, e anche quelle due o tre volte che riuscissimo a far l’amore potremmo pensare che è come con lui, eh, Eva, che pensi di questa cosa, eh? – e serrava la mia mano – Andarcene, magari a Napoli, o in Sicilia, dove dicono che tutti i colori sono nuovi, andarcene in un albergo, io i soldi ce li ho, dove non ci conosce nessuno, e nasconderci, vivere liberi e passare il nostro tempo in sogno, in un mondo che ci può scorrere via di dosso come acqua di pioggia, e non vedere che ogni cosa è un’altra, perché ora noi vediamo, ora, che ogni cosa è un’altra – e sappiamo come è possibile aiutarci tra noi. Eh, Eva?, lo facciamo? Ce ne andiamo a impazzire definitivamente felici, saggi, in Sicilia, nel fuoco, in Africa, ad Algeri a Orano, in mezzo ai rondoni e alla gente, eh? Perché no, Eva, perché non vuoi, perché non puoi dire di sì?». Mi spezzava le ossa delle mani, non ci vedeva più. Solo Teresa ebbe il cuore di venire là, e mi liberò sforzando le sue dita a una a una, come se mi avesse stretto un demone, con una forza prodigiosa, un immortale. Ecco qual era l’amante, il ben scelto. Irene, alzandosi, aveva le ginocchia un po’ in dentro, ma non era poi male, aveva le natiche alte, comunque, e i fianchi ben proporzionati, i capelli lunghi lievemente miele, e li portava bene. Sapeva stare dritta, con animo. Senza pudore si lavò, poi tornò verso il letto, ancora bagnata; ma è una scena comune e non c’è bisogno di ripetere com’è. Piuttosto, che in questo suo modo di muoversi, oppure: in questo momento, mi pareva molto più giovane di come mi pareva di aver visto fosse; senza quelle piccole rughe intorno alla bocca; con occhi più vivi – quasi una fanciulla, adesso; più minuta e semplice; con una guancia delicata, e con i seni appena spuntati; nuovi; che sorpresa. Non proprio di quarta mano. Non le avrei dato più di diciottovent’anni, quando prima mi era sembrata sui trenta, o anche di più. Mi godevo, devo dirlo, questa inconsapevole metamorfosi, o regalata con tanta discrezione, e che io la intendessi con altrettanta; e io non la toccavo, perché certo era momentanea, e fragile, come un bocciolo o un calice di vetro sottilissimo, che neppure a poggiarlo con la più limpida lievità e devozione, sul tavolo, si può essere


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certi che non vada in pezzi, e io volevo che continuasse per me. Ma forse è solo la fantasia, questa, che ci punisce, o ci ricompensa, e nasconde lo squallore, e certe volte riesce a prenderci. Ma tutto per un attimo. E infatti mi veniva da dirle un’indecenza. Mi disse – Lo capivo bene; era un poveretto. Oh, la sua Africa, la sua Sicilia! Però era una passione. Tu ne capisci, vero? Ci aveva ficcato dentro il muso ed era diventato tutt’uno con lei; piccola passione ma santificata con tutto il delirio che poteva darsi; ed era diventata una fornacella e lui ci si arrostiva dentro, senza giustificarselo, senza vederci che carne, mettersi su una donna. Come potevo dirgli di no? E non per i soldi. O forse anche per questo o forse proprio per questo. Volevo vederlo là dentro. E il signor Giovanni, ormai minuzzaglia, andare via, lui come un galeotto che scrive la sua interminabile lettera. – Sua Altezza reale il Principe elettore mi aveva offerto il posto ragguardevole e tranquillo di direttore dei suoi musei – scriveva – perché aveva saputo che si pensava a me in Inghilterra, e aveva cominciato a sospettare che io fossi un oggetto di valore per la sua collezione. Ma io non volevo quel posto: volevo rifiutarglielo di persona perché si sentisse pungere da un suddito che non aveva mai tenuto in alcuna considerazione finché era stato a sua disposizione. E allora, ho detto, vado a dirglielo di persona, vado in Germania. Ma appena dentro la strettoia di Verona, io, senti, mi sono sentito soffocare; il mio compagno di viaggio, lo scultore Cavaceppi, mi tratteneva per ore le mani tra le sue; ero fuori di me per il disgusto, l’angoscia e la paura. Temevo che in Italia non sarei più tornato. Fratello, capisci quello che ti scrivo? E dopo, due settimane dopo, tutto, tutto pur di andarmene da quei vicoli fangosi, neri, di Stendal; miseria, fatica, punizioni corporali, militari dappertutto e freddo, freddo sopra ogni dire. Se tu sapessi quello che c’è da temere. Vieni a Roma da me e te ne renderai conto. Le mie ore libere le impiego con lo studio della lingua araba. Mio carissimo amico, la conservazione in eterno dell’affetto che mi lega a te va considerata un atto di legittima difesa. Seduta sul bordo del letto, indossò il reggiseno, poi le calze, che si lasciò arrotolate alle caviglie così che d’un colpo vidi le sue povere gambe, magre e bianche. «Vuoi che mi rivesta in qualche particolare successione?». Ci provava ancora. «No, fai come sei abituata; non pensare che io posso vedere». Così raccolse le calze dalle caviglie e le infilò tutte, fino alle cosce, e le allacciò. Ma com’era lenta. Si passò le mani tra i capelli; accese un’altra sigaretta. Poi si mise la gonna. Una camicia – degli orecchini di plastica, vistosi, dappoco, del colore delle pervinche; cianfrusaglie. A questo modo in un momento era diventata una donna qualunque, come delle tante che si incontrano senza farci caso, né si ha desiderio


Le raccomandazioni all’amico più giovane

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di conoscere; forse anche un po’ brizzolata; già arcigna. Ma tornò a sedersi sul letto – le mani lasciate inerti in grembo, voleva starmi ancora un po’ vicino. «E ora gli addii» pensai; invece niente – mi venne da chiederle che fine avesse fatto, in quella storiella, il secondo uomo, il ladrone in veste di chanteuse. (...) – Quella mattina – quando Harthaber entrò nella stanza Angelis con un ginocchio a terra e uno sul petto lo stava strangolando; ma prima gli aveva dato quattro o cinque coltellate, anche nelle mani, perché il signor Giovanni aveva tentato in tutti i modi di scostarsi. Ma Angelis si accorse subito che era entrato uno, che era stato scoperto, e allora di corsa passò buttandolo da una parte e se la filò così come stava, in camicia e sporco come un macellaio. Harthaber venne giù dal piano camminando come un ubriaco, sballato, senza più testa; voleva cercare aiuto, voleva cercare aiuto, poi disse, ma non cercò niente. E oltre ogni buona volontà, lo lasciò solo. Così il signor Giovanni col laccio al collo e semisventrato si mise in piedi e scese due piani, come la personificazione dello sgomento, come lo vidi io, lassù sul palier. Impiegò tutto il giorno, a morire; e tutti i curiosi e i borghesi della città venivano là per vederlo, e poi tornavano con altri, e parlavano, uscivano, tornavano altri, perché a quell’uomo nessuno riusciva, o forse era impossibile, fermargli la perdita di sangue; e per tutto quel tempo, se glielo chiedevano, diceva chi era stato, il tale e tale; e perché; per rubargli quelle medaglie che gli aveva regalato l’imperatrice, e che stavano sul tavolo. Finì di vestirsi, si mise la giacca, poi un cappottone di lana. Raccattò alcune cose sul comodino, come un anello, o forse erano i miei soldi. Disgraziatamente pensai che questi momenti sono come un purgatorio – sono senza fine. «Ripassi?», chiese. Chissà dove sarebbe andata, adesso, in quale sua casa, con quali sgorblate scale e da chi. Dal suo manovale? Si arruffò i capelli, prese la porta e se ne andò. O forse usò la finestra? Apprezzai il molto ben fatto.


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Un elicottero che batteva dietro gli alberi. Sollevato ma come raccolto; un suono cavo, battuto sulla pelle tesa. Era coperto, subito dopo la prima fila di salici lungo la spiaggia bianca dall’altra parte del fiume. Su quest’altra riva cespugli bassi, sfracellati, macchie di canneto aggrappate all’argine, e rovi; poi le campagne disseccate. Davanti, a mezzo chilometro, forse meno, la vecchia casa dei mugnai, l’osteria, con una palizzata fino all’acqua e il pontile. L’elicottero ruotando dondolava un po’ avanti e un po’ indietro come per voler prendere il vento dal muso; e l’orgoglio della casa di pietra che sonnecchiava all’ora dei dèmoni; tutto l’universo azzurro e giallo, col beato fiume dell’estate. Dentro a tutto questo – Roquadro si mise a correre verso la casa per la spiaggia che aveva davanti, venendo proprio per il margine dell’acqua e lasciandovi le sue profonde orme. Le sentiva benissimo, lasciate dietro: una doppia fila di calcagni e punte, per sempre; fino a un pesco, poi finivano in un canneto. L’altro venne fuori improvviso saltando la spalla d’alberi che teneva davanti a sé e quasi passando coi pattini nella spina dorsale del fiume; in sincronia perfetta, un animale grigio col rostro e la punta della coda rossi rifrangente: alzò la faccia e fece due giri su di sé, verso la foce e verso monte, fiutando, poi fermo sempre fremendo con gli occhi verso la foce, cullandosi un po’ più indietro e un po’ più vicino, e si fece sentire: una voce contaminata da filtri elettronici, una registrazione «Ascoltate bene» «Tutti ascoltate». Bocconi, sul fondo del canneto, con ogni cosa pompata da quel rumore; e la voce: «Ripeto – Tutti ascoltate». Annusava l’acqua, con una sniffa potente, quasi lambendola con le labbra della smorfia a leccarla, dando di coda appena, torcendo il suo corpo di alluminio e di vetro nero, tremante per quel suo battito di cuore. Minuti; ad annusare la sua stessa avidità.

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Il dattiloscritto datato agosto 1989 riporta accanto al titolo la seguente annotazione: «Oppure il titolo potrebbe essere Entrare in orchestra; oppure Achemenidi; oppure Taverna della zoccola; o Taverna della topa; ma nessuno di questi titoli è soddisfacente. Fondamentalmente questo titolo ancora non lo trovo (Ar – marco ’90)».


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Poi si buttò avanti con un movimento strappato; o d’aspide, ugualmente drammatico, come tagliando di rasoio lo spazio tra le due sponde nettissimamente a mezzo, per il fiume dritto e spalancato davanti a sé, fino a diventare un macabro punto lontano. Tutto osservato da Roquadro con ineffabile freddezza, una deificante padronanza di sé, il più fausto e benvenuto eroe, insieme alla groppaia dell’intero fiume, slegato ora e inarcato ricominciato a scorrere. C’era una letizia aperta nel giro dell’orizzonte, stordita in ogni arbusto, in ogni pietra, preziosi e incastonati, disposti rapidamente, di riverbero netto e di taglio di colori di vivezza metrica. Lo smalto fuso e la vampata dell’estate a mezzogiorno, ora verticale e volta a tondo come intrisa di gelo: il mondo intero arso teso e in estasi, dorso inarcato di cavalcatura, in perfetto ringraziamento. Solo dopo avere dominato anche questa gioia, dopo averla inghiottita, ed essere tornato severo, ed essere uscito Roquadro dalla macchia e andando avanti ancora di corsa nell’improvvisa desolazione del greto verso la casa, vide a sinistra, sulle povere campagne, l’enorme ammasso di nubi in arrivo, con bordi argentei, come però caricate di ruggine, o di creta, che quindi andavano verso un grigio profondo, sempre correndo, coi bordi cioè bruniti, molati, picchiettati, babuinati, che ripercuotevano in eco reticoli celesti e di azzurri elettrici, tirati verso il viola, o forse purpureo, chiazze sanguigne, nembi ad arrotondare, volute e rigonfiamenti, globi, ribollire di senso, a fronte di una bianchezza di ghiaccio, da fare ciechi, a cupole alte, come campate, transetti, archi sonanti uno sull’altro, a crociera, a salire e salire, correndo sempre con ogni energia, fino alle guglie candide controcielo, di lievità in lievità a salire e irrigidirsi in presenza definitiva, regale; ma di più: il rigoglio gonfio, l’abbondanza esibita delle pieghe del manto candido, gridellino, del Signore, ricaduto sui gradini monumentali del suo trono, uno a uno piega su piega oltre le lune del firmamento. Blu e azzurro, blu e azzurro, più chiaro e più scuro, più chiaro e più scuro, tutto viene da sé e si forma. Roquadro si cacciò giù nella discarica così dopo la corsa come perseguitato da quel fragore. Da qui il fiume aveva due strie arancione lungo il suo dorso, per chilometri; e altre più piccole, dello stesso colore, parallele, da una parte e dall’altra verso le rive. Al pontile era legata una barca. O forse affondata legata ai pali. Un’altra barca, rimpicciolita dalla distanza, più lunga, nera, con sulla prua un’incomprensibile figura, forse una bestia, ma eretta, si avvicinava da dietro, da monte, verso la casa. Ben tagliata, lenta, ma di filo. In piedi viaggiava il suo barcaiolo, una sagoma scura, poggiata a un’asta con la punta luccicante, un raffio, o un rampone. Dalla parte opposta, verso la foce, era ferma la mosca metallica, che batteva a frustate i suoi irosi decimi di secondo, con i piedi a bagno nell’incrocio


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di tutte le linee; era l’elicottero. Quindi s’era appostato là. Questa la scena. E l’esercito angelico. Questo era distribuito dalla montagna al mare con un’attività di lancieri biondi e cerulei e di bocchine e piccole infantili mani, grandioso nel suo essere ordinato a battaglia, come se non intendessero rimbecchi, bambini accolti – come quelli che una volta si dicevano “di Gerusalemme” – con lance e aste, alabarde e spontoni, mazze asce scuri visi intelligenti e allegri a coorti, con spade corte da agguato, lupe e storte, magli daghe e altri orridi attrezzi, ma a testa scoperta, con capelli lunghi al vento, cotte fiorite, loriche e cosciali, amichevoli, ogni cosa amichevole, armi bianche per tutte le facce-teste allineate e decise, per sempre, spergiuri ma devoti, ogni sguardo è devoto e le labbra sono strette per il prossimo urto, e celestiali gli occhi rapiti, le bùccine, a raccolta, come rammassando la pula con un solo soffio, e dietro i bassi e le arpe d’accompagnamento, flauti e tamburi, tutti schierati a battaglia, avvolti nel candore, schema cartesiano con un punto d’origine, ascisse e ordinate di falangi, pullulare di infimi e di sconosciuti che non saranno mai ricordati se non per quest’attimo, scelta di parrucche bionde come un grande campo di giugno, regno delle allodole e delle falci. Poi un grido solista, uno solo, di avvertimento, di paperca, ma così raccapricciante da ammutolire ognuno – rapido intorno e attraverso l’esercito muto, vergognoso, nel biancheggiare degli occhi il luccichio degli scudi e della calca degli elmi. Solo il frusciare secco degli sterpi, delle canne – come a Maratona – ora: le sfere cristalline dei loro occhi, la bellezza dei loro sputi. Tutto questo apocalittico, barbuto e fanciullesco esercito, gli effetti di acclamazioni e di preghiere in ginocchio. A questo modo si vede che c’entrino i denti con l’attesa: spettri in attesa, fanciulli brutali con piccole zanne ricurve; qui c’è da dire infine palude; pilastri, pali armati, corazze nere e lucide. Il cielo è così gremito di voci, tale il tumulto che Roquadro è schiacciato nei rifiuti, con le latte e le bottiglie spezzate che gli s’incastrano nel ventre, nelle viscere – mangiato dalle mosche, e vengono fuori solo il suo cocuzzolo arruffato e le mani annerite, con le bende della mano sinistra più lerce di uno straccio da latrina. Ma quest’uomo è perfettamente esperto, allenato e intimamente salvo, dato che qui non può esserci errore, soprattutto non l’errore del rimorso di quando ciò che si sperava accadesse non è accaduto; da un certo punto non c’è più niente che sfugga: tutto è dato con esattezza – neppure un alito di vento è perso: le care ginocchia sono combinazioni matematiche e le mani capolavori meccanici. Osservare la casa appena cento metri più avanti: dell’intero spazio terracqueo è questa la sua culla: tra tutti i posti questo è il suo supremo, luogo che conserva


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spugne e acque lustrali in recipienti di legno; abluzioni; togliere via il sudore e il fango; l’odore del sangue. Di colpo l’elicottero venne fuori dall’argine, luccicante, a due metri, a battere; impuntandosi col muso nell’immondezzaio della casa, cercando e sbuffando, e rammaricandosi; Roquadro lo guardava da sotto il pontile, contro il cielo rannuvolato, divertendosi a leggere i numeri sulla fiancata, e i quattro o cinque stemmi con cui era marchiato. Poi lo lasciò stare ed entrò nella casa, senza più cautela, proprio con gli ultimi passi a piedi davanti a tutti. Qui c’era una piccola famiglia; vi abitavano delle persone; ma anche, o vi passava dei giorni, anche una signora; la signora del primo gioco, del secondo, mezza-Erodiade; una signora di meli; una signora facile, o cortese – la signora permessa, che non si sa o si sa – la signora con buona fortuna; distaccata che non la si può più accostare con niente, grigia, righe – rigata di pioggia, di unghie, di ombre; sempre no. Forse solo poco: forse più di tutto. Forse sì – forse il posto non è neppure questo. La trovò molto dentro, molto dentro, in fondo a una delle ultime stanze – contro una finestra. Era una donna lunga, non proprio ben fatta; dura, con una faccia un po’ asimmetrica, forse un po’ negroide, o punica, o dolorante; una signora con cernecchi – non vista mai prima, forse non lei; una signora stupefatta, sorpresa, mesta, incattivita; una durezza di facce «chi sei che vuoi»: una signora nei rami degli alberi, che fiorisce dalla bocca, piena di gioielli e di sangue – benefica e lugubre: l’ultima donna dei gasoli, madre dei cani, Serpolnica; una signora che canta, che scava il fiume, che cerne l’acqua; e comunque non una bella donna, non tale da attrarre. Aveva un punto delicato, sulla schiena, un po’ sopra l’incontro delle scapole quando si alzano le braccia, dove moriva, diventava carne sfinita di piacere. Ma anche lei sapeva molte cose di Roquadro; per esempio che cosa lo stuzzicava, o lo rende benedetto. Per tutto questo non si sopportavano più; ma era un’inimicizia come accantonata, lasciata sotto, per poter essere usata solo una volta ancora e per storpiare; per il godimento della crudeltà. Ma lei era stanca, adesso, e non poteva difendersi che mostrandosi inerme, dolce e vuota, vaneggiante, sottomessa, miserabile, con tanti sorrisi luminosi e vani; mentendo. La sua dolce canzone. Ma più importante era ora il volume del suo corpo – che era ben vivo e vero – e l’enorme luce che le veniva da dietro, dai finestroni sul fiume, potentemente obliqua per tutto lo spazio. Per il resto lo spazio dentro i molti corridoi della casa, e le stanze perse, abbandonate, era di penombre, di un velluto grigio perlaceo, ma non per consunzione piuttosto per un soprammercato di eleganza; ma anche disseminato di ovali, di facce, in vortici costanti di pulviscolo, in una tempesta di particelle luminescenti, ma domestica, da penetrarvi beato, di nuovo assuefatto. A casa. Lei


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ferma oltre questo velo. Ma come adesso tutto è cambiato. Lei diceva che non sarebbe mai dovuto venire, visto che lo cercavano dappertutto; e prima di tutto che era inutile, che ormai ogni cosa era ridotta a un’idea romantica, solo a inganni. Ma anche addormentarsi dentro l’inganno, scendervi senza piedi e senza mani – per distendersi e riposare – poteva essere, poteva essere l’ultimo modo di essere. Non era scoraggiata, o delusa, piuttosto, vuota. Le sue mani erano trasparenti, come se fossero diventate di una cera carica; e la faccia era smagrita. Roquadro assisteva tacendo al ripetersi di un fenomeno che in lei ben conosceva: come, parlando di cose che la toccavano, balbettasse un poco e il suo viso prendesse a ringiovanire, s’addolcisse di più e prendesse una levigatezza impubere, si purificasse di ogni difetto e s’incarnasse di pudore, con una casta peluria bionda sul filo delicato del mento. «Ma non ne ho più» diceva «non ne ho più, non ce ne sono più» e poi, con una forza, una furia incredibili in quel punto «Ascoltami! Devi ascoltare!». «Che bellezza avrebbe, o che ragione, che varrebbe – se il mondo fosse quieto e liscio, mettersi a raddoppiarne la regolarità, la pacificazione e la quiete? Che razza di desiderio potrebbe esistere qua dentro? Proprio qua la cosa sarebbe parodica, un continuo imitare quello che desidera un altro. Ma anche a questo modo questo sforzo includerebbe in sé una possibilità di migliorare le cose e gli uomini e nel paradiso quindi coverebbe un imbecille, bieco atto, superfluo atto di ribellione, tanto più disgustoso in quanto questa perfettibilità sarebbe continuamente ricolmata, riportata a pienezza, in un’ingordigia di elargizione da una parte e di servile riconoscenza dall’altra. Si mente quando si dice che l’armonia è impraticabile nella miseria generale. È vero invece l’inverso: sarebbe vero esattamente l’inverso. Perché nel dolore vero la consolazione della ragione è un’aggiunta di oppressione; si è inermi davanti alla morte, arresi; e invece qui l’azione, ad averne l’animo, dovrebbe essere più inflessibile della stessa morte: deve lacerare, squartare la morte e metterle dentro le nostre uova. Solo qui, davanti allo strazio e al dolore ha un senso parlare, e non altrove; per questo è irrinunciabile, qui e solo qui, alzare le mani e fare; solo qui ha senso stare, e in nessun altro luogo io voglio. Solo ad averne l’umanità; che invece, disgraziatamente sempre ci manca così addestrati a chiedere pietà, pietà di noi sconfitti. La menzogna è invece nel mio grembo, la menzogna sono io – guardami, me – quando riesco ad averne la forza». Evidentemente questa donna gli si stava sputtanando volontariamente davanti, si buttava via. Ma umiliava anche lui, non tenendolo davvero come persona, ma facendolo come per caso, come suo malgrado, senza vera ostilità: buttava via anche lui solo perché gli si mostrava.


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Non valeva più la pena neppure di rimproverare. In quella casa fuori del mondo, dove non ci sarebbe stato alcun aiuto d’uomo, si era arrivati a questa pena, a questa forma di carcere, ognuno intrappolato nella sua mente, accecati. «Bada a non farne più una delle tue, perché un’altra non ti va bene. Va’ via, allora, e comprati la sorte che vuoi, perché, sull’anima dei miei morti, se sbagli povera mamma tua che ti ha figliato». Non valeva più la pena neppure di rimproverare. Ma lei «che ti viene in mente della tua anima, che cazzo ti viene in mente!»; «Io mi torco le mani, coi brividi che mi divorano – vengano quegli uomini e si portino via questa donna impazzita». Si era rimessa a ciondolare, prima su un piede poi sull’altro, spaurita, come una bambina, e rideva tenendosi una mano sulla bocca. «Mi stai chiedendo di essere ammesso e di essere escluso, ripudiato nello stesso momento» non riusciva a trattenersi «ebbene ti accontenterò» «io non ti ho mai detto di venire da me, ci sei venuto da solo e io non volevo» e allora l’affrontai anch’io «Ogni cosa era fatta per tuo ordine, quello che hai chiesto ho fatto, anche se era uccidere – adesso devo sapere che cosa devo fare, non posso fermarmi non posso più»; era accanto a me nella sala di legno, quel pomeriggio, con quel sole, io così protesa di vitalità; era venuto a farmi visita, inaspettato, e l’avevo chiesto tanto a lungo. Ma poi cambiò di nuovo, e divenne piagnucolosa e sguaiata – ripugnante; aveva addosso solo una sottanella stinta, di un bianco appena un po’ celeste, e di stoffa scadente, che le si vedeva il nero davanti «Non vedi» diceva, continuava «non vedi quanta luce c’è, come brucia tutto, come non fa guardare». I capelli le cadevano sulla faccia «non c’è più una goccia di lacrime». Che razza di commedia. Roquadro era impietrito «Bene» disse; e cercò di accarezzarla, di toglierle i capelli dalla faccia, ma erano appiccicati dal sudore e dall’unto. Ma adesso ogni calma fu abbandonata: «Fratello, amore mio, mio compagno, complice, padre e sposo» diceva baciandogli le mani, la mano fasciata; e il flusso del pianto era calmo e inarrestabile, in lei; «Io sono il tuo lusso, io sono tutto ciò che puoi sperperare; tu vieni da me per avere ricchezza, odio da spargere, profondere, potere, lasciandolo ovunque, distruggerlo vanificandolo per moltiplicazione, inesauribile; tu vuoi avvolgere ogni cosa con la tua ombra, penetrare in ogni angolo, sprofondare in ogni corpo, fare di ogni mano un sigillo e marcare, spezzare ogni essere, separarli e importi, tu signore, immiserirli nella solitudine, togliere ogni credito di diritto e ogni speranza, incatenare ognuno, tu poeta cancellare ogni pietà infliggendo pena: per avere il dominio la potestà su ogni ritmo, per ridere in totale boria nel buio di ogni via, senza più un suono, ricolmare le chiaviche umane, i letti, farli figliare all’infinito come cani in un delirio in un’apoteosi sempre tua, per assecondare un progetto di supplizio


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perenne, perché è la tua perfezione accettare l’urlo di tutti, di ognuno, per il supremo bene della perfezione, della semplicità e della soppressione dell’incertezza, farlo di mano tua, senza più dubbi, in una libagione universale in un solo uomo, in un solo calice, felice, in un mondo duramente in moto e intristito nel bisogno di lealtà; tutto per puntellare un altro passo avanti come in un sistematico, perenne di nuovo. Questo il lusso che vuoi, della suprema ragione musicale – senza prove: solo fede! non ci devono essere prove! – l’inspiegabile; questa la ricchezza che mi stai chiedendo e che io ti ho già dato tutta entrando con il mio sputo nella tua bocca, e che non posso ricominciare a fare, perché non c’è più verso di niente, è tutto finito, è stato tutto mancato, sbagliato, tutto è sprizzato per tutto lo spazio e ancora stupidamente in volo, senza più gravità, perché non potrà più ricadere – s’è perso!, non esiste più perché era solo invenzione, lo è sempre stato, era una bugia, era l’elemosina divina, non è stato reale neppure un momento!». Poteva in questo momento incutere timore? «È più che l’effondersi dell’azzurro: è la certezza!: ci siamo mentiti, era indispensabile, ci siamo ingannati per bisogno; adesso c’è solo da godere senza ritegno, davanti a tanti spettatori, perché è il suo tempo – imbecilli e morali, funesti pensieri di resurrezione, toglili! – reclamava – Tu che gioisci! Ormai ogni punto brucia, e ti arrostisce; e qui c’è ogni mio giubilo, ed è religioso, e il tuo – voglio – e solleviamo allora il ringraziamento alla necessità, perché è questo il suo compenso, il compenso c’è, e di regale prodigalità e fraternità». E tutta questa menata era portata avanti con una costanza, con un’incrollabilità da santo, con fatica indicibile; perché non c’era alcun gruppo di consonanti o qu su cui lei non s’impuntasse o non la facesse tartagliare, e l’abbrutiva, per cui singhiozzava, si torceva, diventava quello che io sapevo bene che era, un pagliaccio femmina, di una lascivia da film, e che attizzava un desiderio, una libidine vergognosa, da sodomizzarla, solo per scherno – per dire che era solo la sua parte; non c’era che da divorarsi le mani e cercare di non badarle, di non pensarla, o di sentirla solo attraverso lo stomaco, rivoltante, e basta. Ché era sempre stata quel clown; e varie volte l’aveva scampata, era riuscito a sfuggirle, ma poi era sempre tornato, perché non poteva farne a meno, credendo di dominarla e di spegnerla, di cambiarla. Ma che sbaglio da accattoni, che alibi. Una donna come questa. Sempre pensandola possibile; sempre tornato a sbagliare. Come si finisce a precipitare negli anni e nella storia di un altro. Non c’era nulla in lei di finto, o preparato, nessuna montatura, era come l’acqua fresca in bocca. Un maestro. Con belle mani, vive. La sera che quasi si arrivò a battaglia, gli studenti allineati da una parte, dall’altra i militari, lui andò a parlare con il tenente, per smetterla, un biondino con un elmetto e gli stivali, e ci andò


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puntando le stampelle, camminando storpio e una sigaretta in bocca tra le schiere, rabbrividenti di timore, col soffio del vento nell’imboccatura dei muri, con quei movimenti ritmici di metallo e scarpacce, e lei neppure era vicina, ma molto distante, tra le file, in ombra, che tutti si erano coalizzati per proteggerla – indugiando al riparo, con ogni esperienza ma indugiando al riparo. «Piangono i cristalli e argenti di lacrime sgorgano nelle sale di ricevimento – nei calici d’oro»; così si divertiva a dire: i pagliacci avevano un potere enorme, per esempio pisciavano coi fiori all’occhiello, avevano piedi memorabili, facevano ridere, suonavano fisarmoniche e violini sempre più piccoli, fino a essere microscopici; erano irruenti e angelici. Di alcuni di loro si diceva che sapessero volare sui trapezi fingendo d’impiccarsi; facevano cose straordinarie coi loro lineamenti, la faccia era la loro anima preferita, la frequentavano per cambiarla a ogni momento, pubblicamente – e la gente moriva dal ridere, si strappava il fegato; erano biondi, e progressivamente più puri, raffinati; c’erano fanciulli molto bravi, che sapevano ruzzolare all’indietro, ferirsi e tornare intatti e felici. Anche lei rideva; era una delizia saperla sorridere. I pagliacci cominciarono a leggere in un libro piccolissimo, più piccolo dei pollici – era una vecchia gag, difficile da aprire; erano bambini; erano bambini così devoti e amorevoli! Lei si metteva, e toglieva i guanti, che aveva di pelle delicata e bianca; ne carezzò uno; che si mise a ridere e a pestare i piedi per la contentezza: allora i fiorellini pisciarono tutti insieme, suonarono violini minimi, in un dito: tutto si fermò su quel dito che musicava timidissimo e felicemente, per appagare; e lei rideva e non voleva più uscire, beata, perché era una donna che stava attraversando il mondo. Adesso il gemito era comune a tutti e due, un lamento sull’altro, un reciproco compianto, che cresceva, con una spirale, una legatura di ellissi e di rattenimenti, uno scoppio di nodi e un innalzamento, per varie scale, con significati sempre ritornanti, ma su una soglia più alta, gli architravi del cielo, più rancorosa e supplicante, aspirazioni, con piccoli slittamenti e impennate, glissandi, grida di corni e capricci, gracchii obbligatori e bugie e dedizioni, note doppie, feroci, e ripiazzamenti concordi, rifatti e crescenti, alzàti, registri riportati più in alto, pittoreschi e ungheresi, strappacuore, a forma di conchiglie, a gorgo, a strozza, sempre più in alto, più alto, e una frenesia vocale trillante eccedente, geometrica, di modo in modo più astratta, a svanire, come un soffio di piume-molecole, ultimi atomi, un fiato subito dissolto. Questo sacerdozio prono, a baciarle, a succhiarle i piedi. Lei non poteva fare più niente, instupidita, finita, e lui stava buono, in ginocchio, piegato bocconi sull’orlo della sua sottanella, umile, lei gli arruffava i capelli, e lui le baciava le caviglie e le succhiava le dita dei piedi. Sullo sprazzo ampio, poi, del fiume, e sul greto, si disperava in mente di quelle orme che


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correndo aveva lasciato; perpetuamente lasciato a segno di sé; e pensava a un lieve chiarore di musica ma non sapeva che cosa potesse essere. Intanto baciava. Appena passata la casa il barcaiolo prese per i capelli, che erano lunghi, il corpo dell’uomo urtato prima contro la punta della barca, che aveva una maschera di maiale, e poi contro la sua costola d’osso bianco, e dopo per un polso e il ginocchio; e con la leggerezza con cui avrebbe potuto sollevare un vestito vuoto prese fuori Roquadro sull’acqua totalmente a specchio, piatta, e lo stese sulle tavole in mezzo ai remi. Gli si chinò sopra un poco, poi si rimise dritto e si guardò attorno cercando qualcuno; ma proprio non c’era nessuno a cui chiedere, e quindi di nuovo giù a guardarlo bene. Indubbio, affogato, chissà per quale destino. Così gli tolse le scarpe e l’orologio, e li mise da conto. Rimasero i piedi uniti e nudi. Con un piccolissimo tremito la barca se ne andava avanti. Sul rotondo della sua poppa c’era scritto a vernice, male, sgorbiato, Stratonice. Lontanissimo, all’incrocio di tutte le linee, l’elicottero; sempre in attesa, con altre uguali evoluzioni, un passo di danza solista all’opera, prima dell’inizio della prova.


Apologia poetarum estratto per blog