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SOMMARIO

03 Editoriale 06

Risponde l’esperto

Prevenire e curare lo stress

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38

Cardiologia

Neurologia

Il mal di testa. Un approccio integrato

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Omeopatia

Lo stress al femminile: l’aiuto dell’omeopatia

Lavoro

Profili psicologici nelle operazioni straordinarie di fusioni ed acquisizioni di società

21

34

Nel cuore delle emozioni Intervista Personaggio

Linus Autobiografia di Andre Agassi

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Cenpis Team

Studio Consulenza e Formazione

Sport

I meccanismi nella riuscita delle sfide

10

32

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Comunicazione & Marketing

Una profezia sul futuro della pubblicità

Il Caso

Un modello di lavoro vincente

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Scuola

A-dolescenti: Manuale per i-genitori

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Psicologia dello sviluppo

Incontriamoci per crescere

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Management

Imprenditorialita e vita privata

IL TALENTO Anno 4 n. 01 Settembre 2012 In attesa dell’autorizzazione del Tribunale di Roma Editore Prof. Daniele Popolizio P.zza Trasimeno, 2 - 00198 Roma Direttore Responsabile Cenpis - Dottor Stefano Meloccaro

Progetto grafico Cenpis - A cura di Stefano Del Brocco Stampa Cenpis - A cura di Arti Grafiche Tris srl Chiuso in redazione il 28/09/2012 La responsabilità degli articoli è dei singoli autori.


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VINCERE NELLA VITA a cura di Daniele Popolizio Casa editrice Sperling & Kupfer

EDITORIALE A cura di Stefano Meloccaro Socio Cenpis

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apita a tutti di andare in crisi perché si è troppo sotto

pressione, perché le aspettative – le nostre e quelle degli altri – sono troppo alte, perché abbiamo paura di fallire. Sul lavoro, nello studio, nella relazione di coppia e nella vita famigliare. Allora ci blocchiamo, e le cose precipitano. Come uscire da questo tunnel? Come scoprire e sconfiggere i meccanismi mentali ed emotivi che ci limitano e di cui spesso non siamo consapevoli? Lo spiega il mental coach, psicologo e psicoterapeuta Daniele Popolizio, che ha reso la testa di Federica Pellegrini più forte delle sue bracciate trasformandola in una regina dello sport internazionale. Facile, si potrebbe obiettare: i campioni hanno un talento innato. O piuttosto, hanno trovato il loro talento e hanno avuto il coraggio di cavalcarlo, spingendosi oltre i loro limiti. Siete pronti, allora, a scoprire il vostro talento, a sciogliere il panico, a gestire e sfruttare lo stress per raggiungere i vostri obiettivi? Questo libro racconta come i rivoluzionari sistemi di allenamento psicologico elaborati per le performance dello sport ad alto livello offrano efficaci strumenti anche a chi affronta le piccole e grandi battaglie della vita. E insegna una tecnica moderna e innovativa che non soltanto permette di raggiungere uno stato mentale vincente, ma dimostra come lo si possa ottenere in qualsiasi momento in cui è in gioco qualcosa di importante come il nostro futuro e il nostro benessere.

Il mental coach dei campioni spiega il suo metodo rivoluzionario per superare i blocchi emotivi e raggiungere qualsiasi tipo di obiettivo

L

a nostra esistenza dipende da come comunichiamo, in più modi di quanti se ne possano facilmente enumerare. Un postulato che, nella storia dell’umanità, non è mai stato tanto evidente e verificabile quanto oggi. Chiunque svolga una qualsiasi attività che preveda relazioni con terze persone – esiste qualcuno che non rientra nella categoria? - sa che comunicare bene aiuta a lavorare e vivere meglio. Insomma, la qualità della nostra vita è in stretta correlazione con la qualità del messaggio che passiamo al nostro interlocutore. Fino a stabilire una corrispondenza biunivoca positiva. Concetto talmente elementare da risultare banale, se non fosse che poi (all’atto pratico) in pochi provano a darsi da fare per migliorare. Gli obiettivi possono essere i più disparati: firmare un contratto, farsi capire da un allievo, rassicurare la moglie, educare un figlio, insegnare a scuola, chiudere una vendita o parlare alla riunione condominiale. La lista è pressoché infinita, e include tutte le attività umane in cui - magari inconsapevolmente - mettiamo in atto tecniche di comunicazione. Spesso rudimentali e istintive; raramente studiate, più spesso impersonali. Ma in quella determinata situazione abbiamo parlato, gesticolato, usato un tono di voce. Abbiamo adoperato noi stessi come mezzo di comunicazione. Ci siamo “spesi” per portare a casa il risultato. Stabilito che entrare in relazione con gli altri è obbligatorio, viene il sospetto (lecito!) che imparare a gestire i contatti col mondo possa giovare assai alla qualità della nostra esistenza. Per imparare, ab-biamo a disposizione tecniche ed esercitazioni precise. Per schematizzare: ogni nostro discorso include due dimensioni distinte: da un lato il contenuto, ciò che le parole dicono; dall'altro la relazione, ciò che lasciamo intendere, a livello verbale e più spesso non verbale, sulla qualità della relazione che intercorre col dirimpettaio. E’ ovviamente fonda

mentale il contenuto, l’argomento di cui si sta parlando. Ma non va sottovalutato il contenente, tutti i messaggi paralleli che fluiscono in contemporanea, durante il colloquio. Gli interlocutori sono soggetti ad un giudizio reciproco che va dall’estetica (come si veste questo?) al carattere (mi mette sonno mentre parla), socialità (cosa andrà in giro a dire di me?), valutazione (cosa penserà di me?). E si tratta solo di qualche esempio. Di grande importanza è anche la rivelazione di sé, implicita in un discorso. Ogni volta che qualcuno si esprime racconta (per non dire confessa), consapevolmente o meno, aspetti di sé e della sua storia. Senza trascurare poi il grado di consapevolezza reciproca che è insita in una conversazione. I “parlanti” sovente già sanno cosa vuole ottenere il dirimpettaio, perché è lì e a cosa mira. Nonostante ciò, attendono che l’altro faccia la prima mossa, che scopra le carte per primo. E dunque la comunicazione vicendevole può trasformarsi in una partita a scacchi, in cui ognuno cerca di prevedere strategie e contromosse “avversarie”. Per ultima - sembra un paradosso ma non lo è - resta l’evidenza legata alle parole. Ciò che il parlante dice o chiede, esplicitamente o implicitamente, alla controparte di fare, dire, pensare, sentire. Questi aspetti della comunicazione sono presenti sia nel formulare messaggi che nell'ascoltare e interpretare messaggi entranti. Ragionando solo con l’istinto, rischiamo di male interpretare il messaggio e trarne conseguenze sbagliate. Dobbiamo invece essere in grado di attivare “l’orecchio giusto”. Che poi è quello che ci conviene di più in quel momento. Immaginiamo che il mio interlocutore pronunci una frase X potenzialmente irritante nei miei confronti. Per riuscire a "prendermela", ad offendermi, dovrò assegnare ad essa significato attivando (esempio) il mio orecchio destro, quello che tende ad analizzare, nella comunicazione altrui, l’inten-


zione di mettermi sotto esame e giudicarmi. Indirettamente, il segno di quanto (o quanto poco) l’altro mi rispetti. Con un poco di allenamento è possibile, invece, selezionare l’ascolto sull'orecchio sinistro, che rispetto ad una comunicazione apparentemente irritante, ragiona in questo modo: "come si deve sentire questo per arrivare a parlarmi in questo modo?" Un semplice esempio che spiega come noi siamo sempre liberi di assegnare a qualsiasi comunicazione un significato oppure un altro. Ed evidenzia il potere di chi ascolta nel contribuire a definire la qualità di una interazione. La comunicazione che coinvolge più persone è basata su dinamiche in cui gli interlocutori si influenzano vicendevolmente, in un circolo che può essere vizioso o virtuoso a seconda dei casi. Sta a noi volgere le cose a nostro vantag-

gio. Non dimentichiamo mai che comunicazione verbale avviene - certo - attraverso l'uso del linguaggio, sia scritto che orale, e dipende da precise regole sintattiche e grammaticali. Ma è anche fondamentale la comunicazione non verbale, fatta di mimiche facciali, sguardi, gesti e posture. Senza trascurare la comunicazione para verbale, che riguarda, in estrema sintesi, tono, volume e ritmo di voce. Ma anche pause ed altre espressioni sonore quali lo schiarirsi la voce, gli intercalare e le espressioni ricorrenti. Tanti elementi in concomitanza, dunque. Siamo riusciti a farvi venire un po’ di curiosità verso l’argomento? Bene, lo scopo era esattamente questo. Stefano Meloccaro Cenpis Giornalista Sky Sport

Preparata per tutte le gare dal 2006 a oggi

Grazie Federica

dal team Cenpis

Campionessa Olimpionica, Mondiale, Europea


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SPORT

I meccanismi della riuscita nelle sfide “La spinta più forte nell’ascesa dell’uomo è il piacere che egli trae dalle sue stesse abilità. Ama fare ciò che gli riesce bene e desidera fare sempre meglio”. J. Bronowski A cura del Prof. Daniele Popolizio Presidente Cenpis

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ome l’atleta durante tutte le fasi, dall’allenamento alla gara, anche l’artigiano, il professionista, lo studente, il manager…sono sottoposti a numerosi stimoli ambientali stressanti per loro nuovi. Amo spesso nei miei convegni definire la psicologia come la scienza del cambiamento umano, una moderna tecnologia che permette di accrescere il proprio potenziale, e nel tempo ho avuto modo di mettere a punto una vera e propria filosofia della competizione, una metodologia cioè che permetta di affrontare l’esperienza attuale, la sfida, come un’avventura irripetibile piuttosto che come una fonte di ansia e preoccupazione o di stress negativo. Qualcosa di veramente appetibile e significativo, il segreto per il superamento dei propri limiti è proprio qui. Lo “spirito d’avventura” è essenziale per padroneggiare le proprie emozioni nelle situazioni stressanti e nell’affrontare una sfida importante è di aiuto un esercizio psichico di decentramento. Esso consiste in un atteggiamento mentale attivo in cui andiamo a selezionare solo stimoli positivi e non negativi che hanno a che fare con la nostra sfida. Per esempio il nostro studente di prima si concentra solo su quanto è preparato, sul ricordo di passati esami superati, sulla sua competenza di linguaggio e di intuizione…e così via. Un atteggiamento mentale dominato da pensieri di sfiducia, è un’abitudine normale che si innesca automaticamente nelle situazioni difficili di prova, nei soggetti minacciando un decadimento delle nostre prestazioni. È un processo naturale di pensiero che però dobbiamo imparare a controllare dirigendo il pensiero ansiogeno solo su quegli elementi che sappiamo essere nostre risorse vincenti. Non dobbiamo dare spazio a pensieri o paure

di insuccesso e dobbiamo aggirare la nostra mente facendola soffermare su altro che nulla ha a che fare con la sfida. Molti si mettono a studiare di più per esempio per cercare di aumentare il senso di sicurezza…ma la verità è che vicino all’esame ciò che è fatto è fatto e la nostra mente ricorda solo ciò che avevamo “digerito” per tempo, al massimo potremmo “rinfrescarci un po’ la memoria”. È importante mantenere invece sgombera e fresca la mente da 2 o 3 giorni prima della nostra sfida, perché “respira” meglio e si rigenera facendo automaticamente ordine nei cassetti della memoria; se poi teniamo in forma anche il nostro corpo, facciamo attenzione ad un’alimentazione più energetica e vitaminica, possiamo garantire a tutto il nostro sistema fisiologico un assetto ottimale. La sensazione di ansia che ci accompagna va allontanata, ma non prestandole eccessiva attenzione, bensì lasciandone un po’ dentro di noi, perché non ci indebolisce ma eleva il nostro livello di attenzione predisponendoci alla sfida. Lo psicologo Terry Orlick ha costruito per gli atleti uno schema strategico di interpretazione e codifica della realtà agonistica: “Ciò che un soggetto può fare, è sfruttare al massimo l’esperienza passata per prevedere, entro certi limiti, gli eventi analoghi che si potranno ripresentare in futuro”. Quando le prestazioni sono deludenti, l’atleta consulta una Scheda di valutazione della Competizione precedentemente compilata per valutare gli errori poi commessi; trovati gli errori e pianificati gli allenamenti,

ISPORT

l’atleta si sforza di riacquistare un umore positivo, rinforzando la mente con altre attività per lui gratificanti. Grazie a queste esperienze positive parallele alla sfida è possibile vivere gli stress gestendoli con un nuovo spirito d’avventura e con un altro piglio. È un po’ come applicare un by-pass per aggirare l’ostacolo troppo stressante. Nello sport tifosi, tecnici, dirigenti, gli atleti stessi…tutti si chiedono quali sono i meccanismi della mente che garantiscono la riuscita, che stimolano la performance. Tutti cercano di trovare i “tasti giusti della mente” di uno sportivo o di un team al fine di fargli dare il massimo. “È nata così un’esigenza nuova: la preparazione mentale dell’atleta di alto livello, nella ricerca di quel “qualcosa in più” che faccia la differenza”. E che lo faccia nel momento in cui serve davvero. L’apertura degli allenatori alla tematica psicologica che siamo riusciti a creare con i nostri successi e le nostre metodologie, con il riconoscimento ufficiale della prima e nuova figura del Mental Coach che sono con privilegio a rappresentare, predispone lo sport tutto ad uno scenario nuovo, ad una sorta di “rivoluzione scientifica”: lo sviluppo della sinergia fra coach mentale e coach tecnico. Con la conseguente ridefinizione e integrazione di tutte le metodiche di preparazione dell’atleta, che si

07 “tareranno” man mano sullo specifico polo mentecorpo di quel singolo individuo. Federica Pellegrini, Carolina Kostner e Alessia Filippi, Filippo Magnini e Luca Marin, e ancora Edoardo Giorgetti e Damiano Lestingi talenti emergenti della rana e del dorso, Beatrice Adelizzi e Giulia Lapi del sincronizzato, sono tutti atleti che hanno scelto di prepararsi dal punto di vista mentale per, come dicono i manager, “accrescere il vantaggio competitivo” su tutti gli altri, primeggiare ai massimi livelli e per lungo tempo. Che cosa significa? che gli atleti stessi e i loro allenatori sono ormai alla ricerca di un nuovo equilibrio psico-fisico che permetta di esprimere tutto il potenziale a disposizione nel momento giusto. Un equilibrio vincente che, miscelando gli ingredienti indicati negli articoli precedenti (resilienza, continuità, leadership, coesione del team di lavoro), permetta di esprimersi al massimo tirando fuori tutto il proprio talento. I meccanismi mentali inconsci, i processi decisionali, la gestione dello stress emotivo, le variabili extra sportive e il rapporto con il proprio allenatore, sono tutte dimensioni che è ormai indispensabile monitorare e gestire per costruire la migliore performance. E il tutto va reso possibile sotto la pressione di eventi come quello dei Mondiali di Roma, evento di punta di tutta la stagione.


08 Sono oltre cinque anni che con lo staff della nostra società, il Cenpis, e grazie al mio incarico di Responsabile Internazionale del Progetto Europeo sullo Sport, studiamo e trattiamo i meccanismi scientifici che sono alla base di tutti i fenomeni di “peak performance” (cioè della prestazione di picco, dell’“andare al massimo”) del campo umano, da quelli sportivi a quelli manageriali - professionali, fino ad osservarne il collegamento con lo sviluppo di patologie psicosomatiche o le crisi di diversa natura. Abbiamo così costruito una preparazione psicologica, un addestramento mirato a conoscere ed esprimere il proprio potenziale psico - attitudinale per favorire una “attivazione speciale”: una sorta di equilibrio psico-fisico ideale (assolutamente soggettivo) che predispone l’individuo alla massima espressione di se stesso. L’interruttore di questo delicato meccanismo è quasi sempre una situazione altamente stressante e “pericolosa” (percepita come tale o realmente pericolosa) per l’individuo, che mette sotto pressione l’idea di sé e ne stimola di conseguenza la riuscita. Lo stress non è un elemento necessariamente negativo: senza dubbio “consuma” energie nervose e ci ostacola, ma è dalla tenuta nei momenti di stress che impariamo a contare su noi stessi e ad esprimere tutto il nostro potenziale, il nostro talento. Cavalcare lo stress o perfino indurlo e modularlo nell’atleta serve proprio a questo: a mettere a fuoco ciò che l’individuo vuole veramente da se stesso e stimolare le sue risposte più forti ed efficaci. Senza commettere errori nel momento che conta! Addestrare a gestire questo meccanismo di stressrisposta ottimale è fondamentale perché nello sport di alto livello di oggi il talento non è più sufficiente. Prepararsi mentalmente all’attività di alto livello non è solo risolvere crisi, ma è preparare la propria mente a dare il massimo, a tirare fuori tutto quello che c’è nel momento giusto, a costruire ed allenare alcune caratteristiche psicologiche indispensabili e fondamentali. In sintesi evitare gli autogoal ed esprimere tutto il potenziale di cui si dispone, ma riuscendo a contenere, gestire e modulare il meccanismo dello stress.

SPORT

“...la testa deve fare i conti non solo con la condizione extra-sportiva ... ma anche con il principale nemico di ogni sportivo, l’ostacolo vero di fronte ad ogni possibilità di impresa, di riuscita: la gestione delle emozioni...” Dobbiamo ora parlare anche di un altro aspetto psicologico fondamentale nell’atleta di alto livello: la capacità di autocontrollo e di gestione dello stress emotivo di gara. Un po’ come un’auto di Formula 1, l’atleta moderno è analizzabile secondo molteplici “segmenti”: il “carburante” consiste nella motivazione alla riuscita, nella “spinta” interna che un atleta ha e mette in atto per raggiungere la meta stabilita e qui la differenza la fa sicuramente il “serbatoio” che si ha a disposizione; il complesso “aerodinamica – telaio - meccanica” rappresenta invece la struttura atletico - cognitiva, la consistenza reale che possiamo osservare e che contraddistingue le caratteristiche di insieme che vengono messe in campo, che tipo di atleta abbiamo davanti; il “propulsore” è a tutti gli effetti lo spessore, il peso specifico dell’atleta che valutiamo, rappresenta in pratica la capacità di generare potenza agonistica da esprimere poi in performance pura mettendo in sinergia tutte le componenti atletiche, tecniche e psicologiche; “l’assetto”, la messa a punto dell’auto è paritetica allo stato di forma, alla preparazione globale (tecnico-tattica; atletica; mentale) che si è riusciti a raggiungere e che si presuppone siano lo stato psico-fisico ideale per quello specifico momento della stagione di quel preciso atleta; la “scuderia” intorno, il “team”, è tutto il sistema gestionale e di preparazione che un atleta costruisce attorno a sé, con il quale si relaziona per ottimizzare la programmazione stagionale e di carriera e per garantirsi i mezzi oggi necessari a competere ai massimi livelli. Bene, tutto ciò premesso mi preme soffermare l’attenzione su un ultimo “dettaglio” di questa complesso sistema: “il pilota”, la mente che guida la nostra auto ! Tutta la dotazione tecnico-atletica, la competenza tattica, lo stato di forma raggiunto e le motivazioni

“Prepararsi mentalmente all’attività di alto livello non è solo risolvere crisi, ma è preparare la propria mente a dare il massimo...” che sostengono il tutto…sono oggi assolutamente insufficienti se la testa dell’atleta non è preparata a fronteggiare lo stress di gara, modulando le risposte di tutto il complesso apparato che deve pilotare! E la testa deve fare i conti non solo con la condizione extra-sportiva (vita privata, eventi esterni…) ma anche con il principale nemico di ogni sportivo, l’ostacolo vero di fronte ad ogni possibilità di impresa, di riuscita: la gestione delle emozioni; la comprensione e la modulazione di questa unica “energia” che sta alla base di ogni performance speciale. È fondamentale allora supportare il nostro pilota con degli strumenti di “gestione elettronica” del potenziale a disposizione, un complesso di metodiche e tecniche che, esattamente come l’inserimento di un software piuttosto che un altro, possano permettere una risposta immediata e molto efficace al cambiamento dello scenario di gara. Che praticamente “in tempo reale” permettano una risposta psicologica assolutamente adeguata e potente finalizzata all’incremento della propria performance.

È qui che subentra l’importanza della storia sportiva e personale dell’atleta, un fattore che può rivelarsi spesso decisivo perché condizionante rispetto alla possibilità di esprimere tutto il proprio potenziale agonistico.

Padroneggiare la propria “mente” è la condizione oggi per raggiungere risultati altrimenti impensabili, per i quali il solo talento non basta. Ecco, questo è il meccanismo psicologico che qui mi preme sottolineare: ogni gara sportiva, ogni torneo o campionato, sono in realtà sì anche un confronto fra talento e preparazione svolta,…ma sono anche e soprattutto una lotta fra due o più menti che cercano la supremazia per raggiungere prima la meta a cui tengono. E i fattori emotivi sono alla base di questi fenomeni umani. Padroneggiarli significa poter vincere sempre. O per lo meno avere la possibilità di farlo. Come abbiamo visto negli ultimi Mondiali di nuoto di Roma. Come vediamo spesso nella vita di tutti i giorni e nelle piccole o grandi sfide che ci aspettano e ci mettono alla prova.


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INTERVISTA PERSONAGGIO

LINUS

lancia palle ossessione di Andre) mi ha molto colpito. Il suo grande senso dell'anticipo sulla palla nasce proprio per combatterla al meglio. Ma Agassi iniziò a 7 anni, già a 14 sarebbe stato tardi. Se vuoi “allevare” un fenomeno devi fare così, ma... è giusto? Io me ne sono sempre fregato di avere un figlio fuoriclasse. Pensa che non faccio una malattia nemmeno dei suoi risultati a scuola. Spero per lui che abbia una vita soddisfacente, certo. Ma la strada giusta dovrà trovarla da solo, come me.

Autobiografia di Andre Agassi A cura di: Stefano Meloccaro Socio Cenpis "Questa intervista è stata pubblicata su Tennis Magazine di questo mese. Linus è il direttore artistico di Radio Deejay, conduce il programma di maggiore successo della radio (Deejay chiama Italia, con Nicola Savino) ed è grande appassionato di sport e maratoneta. L'intervista prende spunto dalla sua lettura dell'autobiografia di Andre Agassi "Open". Pur non essendo specifica sul concetto di talento, la chiacchierata tocca l'argomento più volte e - mi pare - in modo molto interessante. Del resto abbiamo un intervistato d’indubbio talento (artistico ma anche sportivo) che parla dell'immenso talento di un fenomeno del tennis contemporaneo. Questa la versione integrale dell'intervista".

S

tiloso, fighetto, professionale. Numero uno senza storia, per i suoi fans e soprattutto per sé stesso. La classifica non c’entra niente. Qui parliamo di vocazione innata da primo della classe. Ma al tempo stesso, disponibile fino allo sfinimento, verso tifosi e giornalisti che lo assillano quasi sempre con le stesse domande. No, non stiamo parlando di Roger Federer, ma di Linus. Che ultimamente, a “Deejay Chiama Italia”, si lascia spesso sfuggire lodi incondizionate verso “Open” di Andre Agassi. Ottimo motivo per approfondire.

L. Volentieri, a patto di lasciar perdere il parallelo con Federer. Anche se riconosco che un po’ fighetto lo sono di sicuro anch’io, e non so se sia proprio un complimento (Nicola Savino, suo partner in Deejay Chiama Italia, non manca di sottolinearlo quando possibile, ndr). Però, la similitudine con Federer non funziona, lui ha un’immagine troppo da bravo ragazzo per i miei gusti. Mi rivedo più nel genere Djokovic, e parlo in ogni caso di un numero uno! Nadal francamente no, ha un'aria troppo robotica, vagamente lobotomizzata, non è il mio genere. Nole, invece, mi pare abbia un carattere più sfaccettato. E non ne faccio certo una questione tecnica o di risultati, parlo di indole e personalità. M. Ok, e adesso il libro.

L. Era sul mio comodino da un po’, sotto la pila di quelli che

dovevo leggere per lavoro. Almeno uno sguardo devo pur darlo a quelli degli ospiti che invito in trasmissione. Poi, qualche giorno prima di partire per un viaggio in America, la folgorazione. In una sera ho divorato le prime 50 pagine, mio record personale prima di dormire. E la conferma di quel che avevo sentito dire: davvero bello. Il giorno dopo, con il libro nello zainetto, vado a trovare un amico che ha un negozio di abbigliamento sportivo. Devi leggerlo assolutamente, è splendido. Capisco dal suo sguardo che non lo farà. Per convincerlo gli regalo il mio, tanto io domani in aeroporto me lo ricompro, penso. In aeroporto è esaurito. Su ITunes è solo in inglese. E il mio non è così perfetto da apprezzare a fondo un bel libro. E così, in America, pausa di riflessione. Ma ora ho ripreso a pieno ritmo.

M. Si parla di tennis, ma anche di parecchio altro, no?

L. Il tennis è sempre sullo sfondo e qualche volta in primo piano. Ma il punto non è il gioco in sé, quanto le sensazioni fuori dal campo. Quelle di tanti altri sport. Si fosse trattato di calcio o baseball, sarebbe stato lo stesso. Flushing Meadows poteva essere il Bolshoi di Mosca, cambiava poco. C'è molto altro, c'è il rapporto col padre, soprattutto. Alcuni genitori sono appassionati di pattinaggio, altri di pianoforte, Mike Agassi aveva la fissa del tennis e si è concentrato lì. Con i risvolti (e i risultati) che sappiamo. Si impara molto leggendo questa storia. E sapere che dietro c’è un ghostwriter vincitore di un premio Pulitzer, nulla toglie alle emozioni, che sono vere e restano di Agassi

M. Linus è genere Mike Agassi, o lascia i figli scegliere liberamente in fatto di sport?

L. Papà Agassi era uno che obbligava i figli al tennis. Gli riuscì con uno su quattro. Io ho appena provato ad orientarli verso lo sport, ma con scarsi risultati. Unica vera imposizione col grande: no al calcio, meglio l'atletica. Ma lui non si è mai realmente appassionato. Forzare, secondo me, non funziona, se non in fase iniziale. Chiaro che se vuoi tirar fuori un campione, devi partire subito. La storia del drago (la macchina

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INTERVISTA PERSONAGGIO

M. Da ragazzino talentuoso ma scapestrato a uomo disciplinato e vincente. La vita di Agassi può essere assimilata alla tua?

L. No, perché non sono mai stato un genio sregolato, tutt’altro. Agassi parte ribelle, per poi maturare e diventare virtuoso. Io a scuola ero il capoclasse. Magari capo anche dei casinisti, ma sempre con vocazione da fratello maggiore. La mia trasgressione era seguire l’istinto e non fare ciò che “era giusto" in quel momento. Piuttosto mi rivedo nel rapporto odioamore col tennis, che per me è quello con il lavoro. Il suo piacere quasi fisico nel colpire la palla è il mio quando mi riesce di cucire un bel momento di radio. Ma c’è una parte della mia attività che mi risparmierei volentieri (il dietro le quinte, ndr), e che mi capita spesso di odiare.

M. E con il tennis giocato, come la mettiamo?

L. Prima c'erano stati soprattutto il calcio (ginocchio frantumato) e lo sci (che non mi ha voluto…). Mi rivolsi al tennis cercando un modo per muovermi un po’. Fine anni '80, scendevo in campo proprio stile Agassi prima maniera! Scaldamuscolo fluorescente, scarpa colorata, maglia e pantaloncini antinebbia. Per due o tre anni, coi miei amici, andavamo a giocare con buona regolarità. Ma da solo non riuscivo a reggere il passo degli altri, e decisi di affidarmi al maestro. Il tennis autodidatta mi pareva facilissimo, quello "impostato" incredibilmente faticoso. Smisi per esaurimento. Ho capito con l’età che migliorando la tecnica, in tutti gli sport, si fatica meno.

M. Domanda scontata, ma a Linus va fatta: Federer musica classica, Nadal rock e Djokovic funk?

L. Nole Djokovic, più che al funk, mi pare somigliare al genere Hip Hop. Magari dico una sciocchezza, ma suggerisce l'idea di aver imparato a giocare per strada, mi sembra che nel suo tennis ci sia un maggiore spazio per la sfera istintiva, rispetto agli altri. Nole gioca spesso più "sporco", è più creativo, capace di sorprenderti e anche di mostrare le sue emozioni. Fisicamente poi, pur dotato di grande talento naturale, è meno costruito di molti suoi colleghi.

M. A proposito di fisico. Prima la maratona, ora la bicicletta. Meglio le discipline fisiche, così non c’è troppo da pensare?

L. A me piace l'aspetto epico dello sport e della vita.

Open mi ha conquistato per questo, il racconto romantico dell'eroe solitario. È il motivo per cui mi attrae più la disciplina individuale rispetto al gioco di squadra. Alla fine la vera sfida è con me stesso, degli altri mi interessa poco. Il vero avversario è il tempo. Io ti so dire a che velocità sto andando anche senza avere il cronometro al polso! È una cosa gratificante e al tempo stesso straniante. Esattamente ciò che cerco quando esco di corsa o in bici.

M. Abbiamo capito, giocando a tennis hai paura di perdere. Non lo sopporteresti.

L. E’ uno dei motivi per cui ho smesso. Perdevo troppo spesso contro il mio migliore amico, lo stesso che - coinvolto sempre da me - mi batte anche oggi nella corsa e in bicicletta! Ma è diverso, chi se ne frega, al massimo lo costringo ad aspettarmi. Sul campo da tennis non mi andava giù. Uscire sconfitto una, due tre volte di seguito... diventa troppo frustrante.

M. Ma insomma, abbiamo una speranza di recuperarti al nostro sport?

L. Spero. Ho ricominciato qui a Riccione la scorsa estate, ripartendo dalla follia collettiva di queste parti: il beach tennis. Giocano tutti, ed io li ho sempre un po' snobbati. Poi un giorno mi hanno convinto a provare. Mi sono talmente divertito che ho deciso di riprovare subito col tennis vero. Volevo prenotare, ma al mio circolo era tutto pieno. Prometto di ritentare. So che i materiali attuali rendono il gioco molto più facile. Proporrò al mio amico di tornare in campo presto. Ma lui con una racchetta di vent'anni fa, io con un ultimo modello: Finche regge, potrebbe essere una buona tattica...! M. Mondo sportivo e mondo artistico. Sono accomunati dal talento necessario per farne parte. Li frequenti entrambi.

L.

Grande ego, grande individualismo. Poi c'è quello più rispettoso dell'avversario e quello che sgomita di più per ottenere il risultato. Ma a tutti piace essere considerati i più bravi nel nostro campo. È una molla fondamentale che ti porta a migliorare. Io faccio un programma in radio tutti i giorni per due ore da 36 anni, ho cominciato nell’aprile 1976. Il motivo per cui continuo a farlo è che ogni giorno mi promuovo o boccio, e mi do la pagella. Perché penso ad un eventuale ascoltatore - come me - che mi debba giudicare per


INTERVISTA PERSONAGGIO

quanto è stato bello il programma. Se io potessi ascoltarmi vorrei poter dire, caspita che bravo questo qua. Se non mi riesce – eccome se capita sono mortificato. Ed arrivo a sera col morale sotto i tacchi, nonostante sappia bene che la giornata storta può capitare a chiunque. Per fortuna però, come i tennisti, il giorno dopo c'è una prova d'appello. Pensa i poveri maratoneti. Sono i più avvilenti che esistano. Questi si preparano sei mesi e poi... sbagli una gara, un piccolo infortunio, fa troppo caldo, inciampi in un sampietrino... E va tutto in fumo. Penso che la maratona sia lo sport più frustrante che esista.

M. Agassi e i suoi colleghi giocano davanti a 20.000 persone. Tu sei ascoltato da due o tre milioni. Come si fa a gestire la figuraccia, l'errore pubblico, la sconfitta cocente?

L. Sia nel bene che nel male, penso a chi mi ascolta. Se dico una cavolata mi pare che tutti mi insultino, se faccio qualcosa di buono ho l'impressione che tutti gli ascoltatori esplodano in un boato di applausi! Anche se poi il parere, il giudizio più importante è sempre quello della gente cui tieni di più. E il verdetto finale me lo do sempre da solo. Il più severo e pignolo, alla fine, sono sempre io.

M. Talento naturale o applicazione maniacale, cosa conta di più per avere successo, nel tennis, nella radio e nella vita.

L. Credo che la scintilla fondamentale sia sempre figlia del talento, della predisposizione naturale. Se non c'è quello, magari potrai diventare molto bravo ma mai il migliore. È come nel calcio, se tu prendi i giocatori di serie a, con rarissime eccezioni, Pirlo, Ibra, che sono davvero decisivi, tutti gli altri non sono molto diversi. La vera differenza la fanno: la fiducia nei propri mezzi, la condizione fisica e l'essere messo nella posizione giusta dal proprio allenatore. Questo ti fa rendere al meglio. La motivazione, parola chiave. Quella che spesso manca ai giocatori italiani. Spesso li vedi che non hanno gli occhi della tigre. Magari tigre lobotomizzata, ma sempre tigre è. Qualche giocatore manca un po' di machismo. Il braccino, del resto, è una definizione che ha inventato proprio il tennis, italiano...! Che poi è in qualunque situa-

zione, tipo calciatore che deve tirare il rigore decisivo.

M. Agassi ha sempre vissuto piuttosto lontano dai riflettori, e non sono mai state frequenti le occasioni in cui si è concesso troppo al suo pubblico.

L. Ho la fortuna di essere un personaggio popolare ma non così tanto da non riuscire a vivere. 9 volte su dieci è solo un vantaggio, e se mi riconoscono per strada è quasi sempre anche gratificante. Diventa stancante solo quando ti vai a ficcare in una situazione che sai essere potenzialmente "pericolosa". Ma mi pare che lo stesso Agassi abbia imparato presto come evitare di essere assillato dai fans, a meno che non scegliesse di esserlo.

M. Una domanda da fare ad Agassi, se ti capitasse?

L. Se e come davvero sia riuscito a convivere col dolore fisico. Il racconto delle sue pene a causa del mal di schiena, le notti passate dormendo sul pavimento, non riuscire nemmeno a camminare: so bene di cosa si tratta. Non tanto la bici, ma la corsa è qualcosa che non riesco a scindere dalla sofferenza. Stamattina ho fatto 10 km, ho ancora addosso dolori che mi resteranno per parecchie ore. Schiena, articolazioni, il ricordo sofferente dei piccoli traumi di una vita. Correre senza soffrire almeno un pochino è una sensazione che non ho il piacere di conoscere. Mi piacerebbe capire meglio in che modo lui ha gestito tutto questo, anche se in parte nel libro è raccontato.

M. Nel libro c’è anche la storia con Steffi Graf, l’unica che potesse capirlo a fondo. E’ necessario sposare una collega per essere compresi?

L. Mia moglie è architetto, il collegamento con la mia indole profonda c’è. Dopotutto volevo fare il disegnatore. E in realtà, ho scoperto tardi che proprio l’architetto sarebbe stato il mio lavoro ideale. Se dovessi rinascere, è la cosa che credo farei meglio. Per via del mio carattere sdoppiato, creativo ma precisino al tempo stesso. Pensa che una volta mi hanno chiesto di autodefinirmi con due parole ed io ho risposto "artista svizzero". Una contraddizione solo in apparenza.

M. Artista svizzero? Mah, magari saremo noi ad essere fissati, ma di artista svizzero nel tennis ce n’è uno, ed è proprio Roger Federer. Da oggi, il Linus dei tennisti...

L. Allora forse hai ragione tu. Comunque giuro che non l’ho fatto apposta!

LA NUOVA FRONTIERA Affrontare lo stress liberando la mente e il corpo a cura del Cenpis Casa editrice Armando Editore Quando si va in crisi, la percezione della realtà a noi circostante cambia d’un tratto, e si tendono a colorare di tonalità grigie e sfocate persone e oggetti significativi, dotandoli di simbolismi spesso irreali e fuorvianti. Talvolta le situazioni più diverse, anche quelle molto semplici e quotidiane, iniziano così ad innescare reazioni personali eccessive per intensità e frequenza, “contaminando” il presente con qualche esperienza del passato che avevamo rimosso, o semplicemente accantonato. La nuova frontiera nasce proprio da questa semplice osservazione, derivante da anni di esperienza clinica e dalla cooperazione di diversi professionisti di una èquipe multi-disciplinare, adottando un innovativo modello di psicosomatica che ne rappresenta la “griglia di lettura”. Attraverso l’analisi di alcuni modelli scientifici e il racconto di alcuni casi seguiti in sinergia dai professionisti del Cenpis, viene qui presentata l’elaborazione di un interessante modello di intervento sulle persone che sottintende non solo una vera e propria visione multi-prospettica dell’individuo, ma anche una moderna modalità di approccio e di gestione del paziente. Il libro ha l’intento di permettere finalmente a tutti di gettare un ponte verso la consapevolezza di se stessi, base del “vivere bene”.. Cenpis è un’associazione scientifica multi-disciplinare di psicologia, la prima in Italia ad esprimere l’approccio psicologico in tutti i settori della vita sociale: dalla scuola, al lavoro, all’università, all’ambito giuridico, al mondo dello sport, fino al campo della salute e della formazione specifica.


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RISPONDE L’ESPERTO

RISPONDE L’ESPERTO PREVENIRE E CURARE LO STRESS A colloquio con il professor Antonio Popolizio Presidente Onorario Cenpis

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o stress rappresenta una vera e propria piaga della società moderna. Il succedersi sempre più rapido degli eventi, i pasti consumati in pochi minuti, la pressione del mondo del lavoro, la corsa contro il tempo che ognuno di noi è costretto a vivere ogni giorno, inevitabilmente si ripercuote sul nostro organismo. Spesso la parola stress viene usata erroneamente per indicare qualunque stato d’animo o dolore fisico del quale non si capisce la causa. Per comprendere meglio da cosa dipende questa patologia e per riconoscerne i sintomi abbiamo sentito uno dei maggiori esperti nella cura di ansia, panico, depressione e disagi psicologici personali, il dottor Antonio Popolizio, psicoterapeuta, professore ordinario di psicosomatica all’Università L.U.B. di Bruxelles, e presidente onorario del Cenpis Associazione di Roma: «Oggi lo stress e gli attacchi di panico sono una vera epidemia. Secondo le statistiche della sanità ogni anno i numeri dei soggetti affetti da questi mali cresce del doppio rispetto all’anno precedente. Basta pensare che in tutto il mondo ben 80 milioni di persone, il 30% in Italia, è affetto da questi disturbi». Come nascono questi problemi? «Stress e crisi di panico nascono dal presupposto che corpo e mente sono in comunicazione tra loro. Quando nella mente non è più sopportabile lo stress, il cervello

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RISPONDE L’ESPERTO

eseguita attraverso una diagnosi medica precisa sui sintomi fisici, andando in profondità e non sottovalutando la presenza di stress. Una cura integrata ideale è quella corpo e mente, dove ai farmaci indicati nella tutela del corpo viene applicato un supporto psicologico». L’indagine Ansia, panico, depressione, disturbi allo stomaco, al cuore, alla testa, riduzione del sonno, delle capacità mentali e dell’efficienza. Sono questi i sintomi dello stress, una vera e propria epidemia silenziosa che

lo scarica sul corpo, originando l’attacco di panico. Gli avvisi di questa particolare condizione sono senza dubbio gli stati d’ansia, che si possono riscontrare nella perdita di sonno come nella demotivazione al lavoro. Queste avvisaglie purtroppo vengono trascurate fino a che non si presenta l’attacco di panico che destabilizza il nostro stato psicofisico». Quali sono le cause? «La frustrazione di vita, oggi la società non dà spazio alla realizzazione personale, è una società molto competitiva dove i punti fermi come la coppia e la famiglia vengono sempre di più a mancare». Professor Popolizio, come possiamo prevenire lo stress? «Staccando più spesso la spina. Il pranzo, per esempio, non dovrebbe essere fatto in pochi minuti e magari consumato in fretta insieme ai colleghi, con i quali si continua a parlando di lavoro. Dovrebbe essere piuttosto un momento per ricaricarci, come importante è distrarsi durante il fine settimana».

“La crisi di panico può nascere dalla frustrazione di vita, da un conflitto affettivo...”

IL DISTURBO DA STRESS NEI BAMBINI FONTE CENPIS ASSOCIAZIONE

E quando non basta? «Una volta che lo stress è presente la cura deve essere

di panico, l’ultimo atto dopo vari avvisi trascurati di uno stress. Una scarica di tensione psicoemotiva molto forte e irrefrenabile su un organo bersaglio del corpo. La crisi di panico può nascere dalla frustrazione di vita, da un conflitto affettivo, da obiettivi irraggiungibili sul lavoro, e da troppe ore di lavoro senza staccare la spina. Colpisce di più chi ha blocchi e insicurezza, chi è più fragile in un determinato momento della vita. Disorientamento, smarrimento, soffocamento, ansia fortissima, attacchi continui che colpiscono senza causa apparente. Su questa importante tematica il Cenpis Associazione ha condotto una importante indagine scientifica su 420 bambini e 1620 giovani e adulti. I risultati evidenziano l’iperattività, l’aggressività ed il disagio psicologico come le principali cause del disturbo da stress nei bambini, mentre nei giovani al primo posto troviamo le dipendenze da alcol e droga con il 31% seguite dalla depressione con il 29%. Il cosiddetto “male oscuro” è al secondo posto con il 30% anche negli adulti, preceduto con il 36% da ansia e panico. L’interessante indagine del Cenpis rivela anche l’incidenza dei sintomi, giovani e anziani riscontrano maggiormente soffocamento ed oppressione al petto (20,4%), da insonnia è colpito il 15,6% mentre il 15,4% avverte forte stanchezza e sonnolenza. Tra le più frequenti espressioni psicologiche dello stress la paura di non farcela (31,1%), il morale basso (29%), la scarsa autostima (21,2%), problemi nelle relazioni con il prossimo (10,9%) e difficoltà con l’altro sesso (5,5%). Crisi di panico La situazione in Italia Iperattività 26%, Aggressività 25%, Disturbi comportamentali 10%, Isolamento 16%, Disagio psicologico 23%.

colpisce 40 milioni di persone solo in Europa e che spesso esplode in tutta prepotenza causando attacchi


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LAVORO

LAVORO Profili psicologici nelle operazioni straordinarie di fusione ed acquisizione di società.

Il ruolo dei legal adviser. A cura del Prof. Avv. Lorenzo de’ Rossi

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olti si sono interrogati sugli effetti che la psicologia può avere in quelle che in gergo sono chiamate operazioni straordinarie fra società e che ruolo giochi tale disciplina nelle negoziazioni. Partiamo dal definire cosa sono le operazioni straordinarie stabilendo che tali operazioni sono normalmente articolate in 5 distinte fasi negoziali al di là di ciò che è previsto tecnicamente dalla legge esse sono: a) l’accordo di riservatezza che è il contratto con il quale le parti s’impegnano a non divulgare i dati sensibili dell’operazione; b) la “due diligence” della quale si dirà in seguito; c) la lettera d’intenti che è il documento, normalmente con effetti non obbligatori, con cui si definiscono i profili dell’operazione; d) la negoziazione del contratto preliminare ed il “closing”; e) il contratto definitivo di cessione delle azioni davanti al notaio. Fatta questa breve premessa, passiamo ora a spiegare cosa siano effettivamente tali operazioni. Rientrano nella nozione di operazioni straordinarie le operazioni che le società fanno e che necessitano di maggioranze particolari nonché, in molti casi, anche di ulteriori risorse finanziarie oltre quelle che sono nelle casse della società e che si traducono in acquisizioni di altre società o in fusioni fra di esse, principalmente, in questo ultimo caso per motivi strategici o di posizionamento sul mercato. Ora, ci si può domandare ma che centra la psicologia in tutto questo? C’entra perché in tutte le tematiche in cui il diritto si sposta dalla categoria del diritto civile (inteso come diritto che impatta nella sfera dei rapporti fra individui) per trasferirsi nel diritto commercia-

le, che nel passato era anche definito diritto “mercantile” quando esisteva il c.d codice del commercio, l’aspetto psicologico assume rilevanza e diventa parte essenziale del processo. Quindi, in sintesi, ciò che caratterizza l’emersione di tale aspetto psicologico è il fatto che si scende (o si sale?) sul piano legato al mercanteggiamento o negoziazione che avrà degli effetti giuridici che dovranno essere poi tradotti nei contratti dai rispettivi consulenti legali (parliamo in questo caso di “Mercanti del diritto” prendendo a prestito il titolo di un libro di Delazay Ives edito da Giuffrè). Passiamo ora ad individuare le varie fasi di un’operazione straordinaria ed individuiamone le connotazioni di impatto psicologico. Assumiamo che una società intenda acquistarne un’altra ovviamente al di fuori del mercato borsistico altrimenti dovrebbe fare ricorso ad un’offerta pubblica d’acquisto cd. OPA. Il primo incontro ovvero la prima riunione in cui le rispettive parti intese come gli amministratori ed i soci della società potenzialmente acquirente che chiameremo d’ora in poi“Bidder” e quelli della potenzialmente acquistata che chiameremo d’ora in poi “Target”, si trovano attorno ad un tavolo per verificare se ci sia un interesse nell’iniziare a “parlare” dell’operazione. Ho usato il verbo parlare perché in questa fase non c’è nulla di giuridico ma solo l’obiettivo di conoscersi per poi vedere se organizzare un successivo incontro più concreto. E’ abbastanza consueto verificare che il Bidder nella prima riunione non tenda mai a parlare di prezzo che, invece,

LAVORO

rappresenta il punto essenziale di ricaduta di qualsiasi operazione di acquisizione. Il motivo è psicologico in quanto il potenziale acquirente considera parlare di prezzo alla prima riunione un atto di debolezza perché il fatto stesso che il Bidder sia lì indica che lui è interessato. Posizione opposta è, invece, quella del Target che vorrebbe subito capire di quanto si parla in termini di prezzo ma che non vuole scoprirsi – se non lo fa prima il Bidder – per non dimostrare di essere troppo interessato a chiudere l’affare per bisogno di soldi. Queste due op-poste posizioni psicologiche conducono quasi sempre ad un gioco che prima che sveli le reali intenzioni dell’una e dell’altra parte richiede un po’ di tempo. Come in tutte le negoziazioni la fase iniziale è una delle più importanti e delicata e, normalmente, la vince chi è in grado di mostrare interesse per il progetto in senso ampio senza lasciarsi irretire dalla tattica dell’altro. Quindi se io fossi il Bidder cercherei di far capire anzitutto i vantaggi che la Target avrebbe nell’entrare nell’orbita della Bidder mentre in posizioni opposte farei chiaramente capire che se sono venuto alla riunione l’ho fatto per dovere di firma (educazione) e non per altra motivazione. Arriviamo quindi alla fase della cd. due diligence, a cui si è accennato sopra, che altro non è se non una valutazione della società sulla base dei dati che vengono messi a disposizione dalla Target.

17 Anche qui c’è un sottile gioco psicologico fra chi cerca di dare meno informazioni possibili e chi come il Bidder vuole saperne di più. Fase ancora successiva è la negoziazione vera e propria che scaturirà nella sottoscrizione del contratto preliminare di trasferimento delle azioni. Questa fase è chiamata “closing” e prevede che le varie parti siedano tutte attorno ad un tavolo per tradurre in un contratto tutte le pattuizioni che incideranno sul prezzo finale di cessione delle azioni. Questa è la parte più delicata dove ciascuno affila i coltelli della propria conoscenza e del proprio carisma e gli avvocati - o legal advisers - giocano un ruolo decisivo nel cercare di far pendere il piatto della bilancia dal lato del loro assistito. Ma come? Regola numero, uno mai apparire deboli anche se lo si è! E come si fa? Semplice, in ogni negoziazione c’è un punto debole da qualunque lato la si guardi. Potrebbe essere il prezzo o le garanzie da rilasciare per il pagamento nel caso del Bidder, oppure le potenziali debolezze che possano essere evidenziate dalla due diligence nel caso della Target. Comunque la si veda e da qualunque parti ci si trovi è imperativo giocare le proprie carte, anche se in mano si ha una coppia di sette, come se si avesse un poker d’assi ben sapendo che ogni piccola sbavatura determinerà una perdita per il proprio cliente. Portando come esempio una situa-


18 zione da me vissuta direttamente in un’operazione di acquisizione, nella quale sembrava che fosse impossibile mettersi d’accordo a condizioni umane per noi, ciò che alla fine risultò premiante per la nostra componente fu la pazienza e la capacità di controllo a fronte di continue aggressioni da parte delle nostre controparti che non si accontentavano di vincere ma che volevano stravincere contro di noi che eravamo enormemente più piccoli e sicuramente più giovani di loro. In ogni fase loro facevano sfoggio dei loro muscoli e della loro abilità mentre per noi era importante portare a casa il risultato. Dopo molte sessioni di lavoro, innumerevoli versioni dei contratti ed un anno di negoziazioni, la nostra componente risultò vincente riuscendo a portare a casa un risultato che inizialmente sembrava semplicemente insperato e che non sarebbe stato mai più possibile raggiungere dopo anche a causa delle mutate condizioni di mercato. La nostra situazione di debolezza iniziale alla fine si concretizzò in un vantaggio per noi perché loro psicologicamente non potevano ammettere con se stessi di non essere riusciti ad avere il sopravvento su di noi così piccoli e limitati. Diventò alla fine una battaglia psicologica fra la loro grande potenza di fuoco ed il loro orgoglio ciò che non poteva che condurli alla soccombenza (contrattuale s’intende). Noi, viceversa, eravamo in una condizione favorevolissima perché per noi tutto quello che avessimo guadagnato sarebbe stato qualcosa in più visto il punto da cui partivamo. La lotta fu dura e senza esclusioni di colpi ma alla fine noi ottenemmo qualcosa in più del massimo a cui si poteva aspirare all’inizio della negoziazione, solo ed esclusivamente perché avevamo capito che se loro avessero tutto ottenuto ciò che chiedevano sarebbe stato come pareggiare delle aspettative, mentre per noi, che partivamo da una situazione svantaggiata, ogni singolo mattoncino in più era, comunque, una vittoria.

“...la regola aurea è: mai contrattaccare subito se attaccati, al contrario far sfogare e solo alla fine agire ovvero nel momento in cui l’avversario ha perso la propria vis polemica e la lucidità”

LAVORO

Tutto ciò sta a dimostrare una cosa: alla fine vince chi sbaglia meno, come sempre. E soprattutto chi riesce a rendersi conto più velocemente del profilo psicologico della propria controparte. L’esempio più fulgido del come comportarsi quando la controparte è aggressiva e più forte di noi ce lo ha dato Muhammad ali nel suo famoso match con George Foreman – che gli era superiore in tutto - a Kinshasa nel 1974. Ali per sette riprese dell’incontro incassò ma alla fine vinse per K.O. contro un avversario ormai stremato alla ottava ripresa. Quindi la regola aurea è: mai contrattaccare subito se attaccati, al contrario far sfogare e solo alla fine agire ovvero nel momento in cui l’avversario ha perso la propria vis polemica e la lucidità.

“...chi aggredisce, anche se è sicuro di quel che fa, è sempre più debole” Caso opposto vi è quando una parte è molto poco trasparente e non lascia capire quali siano le reali intenzioni quasi a dimostrarsi non interessata a dare seguito all’operazione ed a capire di più della società che si vorrebbe acquistare nel caso del Bidder, o che fornisca informazioni con il contagocce e con tempi assai lunghi nel caso della Target. A dire il vero questa situazione non si verifica molto di frequente per via dei rilevanti interessi economici che si mettono in gioco in questa tipologia di operazioni. Tuttavia qualora ci si trovasse di fronte ad una situazione simile le mie riflessioni sono le seguenti. Alcune volte questo tipo di comportamento potrebbe nascondere l’esistenza di una trattativa parallela ciò che determinerebbe profili di responsabilità precontrattuale e quindi risarcibili in altra sede ma ove questo non fosse il caso la tattica psicologica da utilizzare dovrebbe condurre a far scoprire l’avversario. In che modo? Osando di più senza passare il segno inducendo la parte a fidarsi di noi con comportamenti molto trasparenti e riconoscibili. Ciò che conta in questa situazione è saper creare un rapporto fiduciario se lo si riesce a creare l’operazione ha buone chance di andare in porto altrimenti rischia di naufragare.

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Ancora una volta anche qui è fondamentale la capacità degli avvocati che rappresentano la parte maggiormente interessata (ce n’è sempre una!) di interfacciarsi con professionisti e parti che appaiano “reticenti”. Comunque in tutte e due le situazioni descritte c’è un denominatore comune: chi aggredisce, anche se è sicuro di quel che fa, è sempre più debole. Si può, quindi, sintetizzare che nelle operazioni di acquisizione delle società valgono un po’ le regole che si adoperano nella vita comune: non vince chi è più forte ma vince chi è in grado di capire meglio la propria controparte perché la forza non è mai un valore assoluto ma sempre un valore relativo rapportato a quella specifica situazione.

Roma, 1 febbraio 2012. Prof. Avv. Lorenzo de’ Rossi

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IL CASO

IL CASO Un modello di lavoro vincente La testimonianza di Daniele Cavaliero

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PARK HOTEL Via Monti Alti, 53 38025 FOLGARIDA DI DIMARO (TN) Tel 0463 986618 • Fax 0463 986623 Tel fuori stagione 334 1568894 www.parkhotelfolgarida.com parkhotelfolgarida@yahoo.it

l’Hotel Club completamente e accuratamente ristrutturato e rinnovato in ogni parte e particolare ha iniziato la nuova attività nel Dicembre 2004. La straordinaria posizione nel bosco direttamente sulle magnifiche piste di sci di Folgarida permette ad ogni sciatore di qualsiasi livello di partire e ritornare sci ai piedi in hotel dopo aver spaziato nel Comprensorio Skirama Madonna di Campiglio, Folgarida e Marilleva (200 km di piste) collegate sci ai piedi.

uando penso alla mia carriera come cestista mi viene in mente una frase che mi ricordo spesso: “Dani, Nessun rimpianto!”. Scrivo così perché è da quando sono piccolo che il basket è la mia vita ma so che un giorno finirà, e quel giorno vorrò essere in pace con me stesso perché saprò che avrò dato il massimo, che avrò fatto tutto ciò che era nelle mie possibilità per riuscire nel mio sport. Ed è qui, che qualche anno fa, tre anni per la precisione, scende in gioco Cenpis, nella persone del Prof. Daniele Popolizio. Durante le stagione 2008/09 giocavo per La Sutor Montegranaro: annata difficile, con molti alti e bassi, ma c’è stato un episodio che mi ha turbato. Giocammo in trasferta ad Avellino e la mia prestazione fu pessima, ma più che per la partita ero arrabbiato con me stesso perché qualcosa, dentro, era cambiato e non mi sentivo a mio agio, in campo e fuori. Alla fine della stagione, con l’aiuto di mio Padre, leggendo una mattina un articolo sul Prof. Popolizio sulla Gazzetta dello Sport, ci avvicinammo all’idea di fare una telefonata, di provare a vedere perché tanti campioni affermati lavorano con “professionisti della mente”. Ho sempre pensato che la testa, nello sport, come

nella vita, facesse la differenza, ma credetemi, non immaginavo così tanto. Dopo un fugace colloquio a Roma ed un’intesa quasi immediata comincia un percorso lavorativo con il Prof. Popolizio che dura da tre anni, e penso di essere cambiato come professionista e come giocatore. Ho trovato un metodo di lavoro vincente ma non convenzionale, fatto di chiacchierate con dei tempi prestabiliti, test molto incisivi, ma soprattutto una persona di cui avevo rispetto per il suo lavoro ma che non conoscevo e di cui, quindi, facevo fatica ad aprirmi. Dopo qualche tempo però, e anche qualche mal di testa ricorrente, mi sono buttato a capofitto in questo viaggio ed ho trovato molto rassicurante confrontarmi con un professionista preparato, che aveva già vinto molto con altri assistiti ed a cui riuscivo a dire tutto, essendo giudicato solo “tecnicamente” e non soggettivamente come è normale possano fare familiari o amici. Ero convinto che tutto ciò che esprimevo, anche i pensieri che non volevo dire razionalmente nemmeno a me stesso, avrebbero portato a qualcosa e li davo in “mano” ad una persona che sapeva ciò che faceva. Questa è stata la spinta per 2 stagioni in ascesa ma


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IL CASO

Preparata in esclusiva per la gara del Campionato Europeo di Tallinn 2010 - Short and long program

soprattutto abbiamo costruito le fondamenta di un giocatore stabile che ha il sogno di confrontarsi con i migliori. Ogni tanto mi chiedo:”e se tutto questo non fosse accaduto? Se non avessi conosciuto Cenpis ed il suo lavoro, come sarei io, ora?” Una risposta non ce l’ho, è ovvio, ma di certo sono sicuro che il lavoro finora svolto con Cenpis sia stato prezioso, molto prezioso e che molti meccanismi che siamo riusciti a sbloccare con il metodo e le doti del Prof. Popolizio probabilmente non li avrei presi nemmeno in considerazione. Senza questo aiuto ed un po’ di voglia di provare a farcela non sarei riuscito ad avere una mappa, se non completa, almeno parziale, dell’intricato labirinto che c’è in ognuno di noi.

Daniele Cavaliero

Grazie

Carolina dal team Cenpis

Campionessa Europea


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SCUOLA

SCUOLA

A- DOLESCENTI:MANUALE PER I-GENITORI A cura della Dott.ssa Barbara Manzo Direttore Cenpis

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utte le definizioni che gli esperti danno di adolescenza riportano spesso al concetto di crisi, rottura, ribellione; come dire un brutto momento per adulti e ragazzi che tutti prima o poi devono affrontare. Vista così l’adolescenza non può che spaventare genitori e tutti quelli che si preparano ad affrontare questa strana tappa. In realtà l’adolescenza può essere vista come possibilità, potenziale in divenire; quasi tutti gli adulti pensano all’adolescenza con nostalgia, la prima volta in cui si ha voglia di decidere, di scegliere come vivere la propria vita ribellandosi o semplicemente differenziandosi da quello che dicono gli altri che fino a ieri ci dicevano come vivere (genitori, insegnanti). La crescita fisica, il corpo che cambia, tutto fa sentire enormemente forti rispetto al passato. Si possono capire, attraverso le nuove capacità intellettive maturate, tante realtà che prima non si riusciva a comprendere. L’adolescente sente di avere il mondo in mano e vorrebbe subito vivere alla grande le proprie nuove potenzialità scegliendo finalmente la sua vita! Questo si scontra con la realtà degli adulti e con quella dei coetanei. Ma quali sono i nuovi scenari con cui si confrontano gli adolescenti e gli adulti che con loro affrontano questa turbolenta stagione della vita? Ecco alcuni dati delle ricerche portate avanti dal Cenpis:

“Si rinchiudono in mondi virtuali perdendo di vista la vita reale”

SCUOLA

Dai dati si evince come per ragazzi la principale fonte di stress sia la prestazione scolastica, e lo studio è anche uno dei principali problemi riportato dai genitori che spesso comunicano con i loro figli solo in termini di rendimento scolastico dimenticando che i ragazzi vivono come prioritari altri aspetti della loro vita, prima fra tutte la relazione con i coetanei. Certo lo studio è importante ma limitare la comunicazione con i propri figli sul rendimento scolastico porta questi ultimi o a sviluppare sindromi d’ansia o ad allontanarsi totalmente dallo studio. Il difficile compito del genitore è sì quello di preoccuparsi che il proprio figlio affronti i suoi doveri (primo fa tutti lo studio) ma anche occuparsi del suo vissuto emotivo, che in questa fase è amplificato. Ed oggi i ragazzi vivono gran parte delle esperienze attraverso le nuove tecnologie: i-Phone, i-Pod, social network. Questi non sono solo dei simboli di appartenenza, di identificazione ma strumenti di relazione e fonte di preoccupazione dei genitori. I timori principali dei genitori degli “a-Dolescenti” sono: - Si isolano dal mondo perdendo legami di amicizia - Si rinchiudono in mondi virtuali perdendo di vista la vita reale - Non pensano: rischiano di sviluppare un linguaggio povero - Internet sottrae tempo allo studio e ruba ore di sonno - Inoltre possono fare incontri pericolosi o addirittura esporsi ad eventuali molestatori. Tutti questi timori derivano da una mancata conoscenza da parte degli adulti delle tecnologie che i propri figli utilizzano. Ciò non solo impedisce di vederne le potenzialità, ma anche di prevenirne i possibili pericoli. Tutte le novità tecnologiche hanno potenzialità e svantaggi se utilizzate in maniera inconsapevole e anarchica.

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SCUOLA

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PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO

Incontriamoci per crescere Capire e superare l’ansia e l’emotività in età evolutiva A cura della Dott.ssa Fausta Bonelli di Salci Socio Cenpis

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“Gli adolescenti si allenano al multi-tasking” Si pensi alla tv, la famosa tv-tata, in passato accusata di rendere i ragazzi incapaci di pensare: ci si dimentica però che è grazie alla tv che si è diffusa la lingua italiana in tutta la penisola. Non è condannando a priori uno strumento che si previene l’uso sconsiderato dello stesso, piuttosto se ne deve conoscere e regolare l’utilizzo in quanto offre i seguenti vantaggi: - Internet rafforza le amicizie e abbatte la solitudine - Gli adolescenti parlano più liberamente e si confrontano con temi importanti - Gli adolescenti si allenano al multi-tasking (ovvero a fare più cose contemporaneamente) - L'uso di Internet può aumentare il quoziente intellettivo e le abilità degli adolescenti - Gli adolescenti imparano a selezionare le informazioni Ovviamente tutto ciò si realizza se essi sono preparati e accompagnati da adulti consapevoli ed informati. E’ quindi importante che i genitori diventino i-Genitori, ossia adulti aggiornati sulle nuove tecnologie che affascinano e riempiono la vita quotidiana dei loro figli, consci del funzionamento, dei pericoli e delle potenzialità che esse rappresentano. Tale

conoscenza si può raggiungere grazie ad un confronto tra genitori e figli trasformando un motivo di scontro generazionale in un punto di incontro e di crescita per entrambi. L’arduo compito del genitore di un adolescente è quello di mediare tra la voglia d’indipendenza e di totale libertà dell’adolescente, oggi esperita soprattutto attraverso le nuove tecnologie ed esperienze spesso estreme, e le proprie paure e aspettative di genitore. Diventa fondamentale un’attenzione al mondo dei propri figli e l’uso di strategie educative volte non solo alle limitazioni e alle regole ferree, ma attente allo sviluppo di una coscienza emotiva e comportamentale che porti i ragazzi a comprendere che libertà di crescere non è sinonimo di assenza di regole, bensì libertà di essere se stessi in sintonia con il mondo circostante. Per permettere l’assimilazione di tale messaggio il genitore deve essere egli stesso esempio di ciò che insegna, avere la forza di capire che a volte l’aiuto migliore che può dare ad un figlio adolescente è quello di sostenerlo e aiutarlo a sviluppare i suoi talenti anche se non corrispondenti alle proprie aspettative.

Dott.ssa Barbara Manzo Psicoterapeuta- Psicologa

ansia è una complessa combinazione di emozioni che includono paura, apprensione e preoccupazione, ed è spesso accompagnata da sensazioni fisiche come palpitazioni, dolori al petto e/o respiro corto, nausea, tremore interno. Si distingue dalla paura vera e propria per il fatto di essere aspecifica, vaga o derivata da un conflitto interiore. Nei bambini e negli adolescenti si manifesta principalmente con preoccupazioni relative agli impegni scolastici o alle prestazioni in generale, come gli impegni sportivi, o gli impegni sociali. Può essere presente una tendenza al perfezionismo che genera uno stato di tensione, che può causare o un impegno eccessivo o comportamenti di evitamento. L’ansia si manifesta in varie forme, per esempio il bambino può presentare un atteggiamento di sfida, oppure essere molto irritabile o vivere momenti di chiusura e isolamento. L’angoscia nei bambini trova espressione attraverso il corpo, sotto forma di sintomi somatici, come cefalea, vomito, dolori addominali o agli arti, oppure può diminuire la capacità di attenzione e manifestarsi distrazione e svogliatezza. A partire dalla preadolescenza (11-12 anni) l’angoscia si esprime anche attraverso crisi di collera, atteggiamenti di continua richiesta, alterazioni comportamentali. In questa fase si riscontra una sintomatologia complessivamente più grave, con un maggior numero di sintomi, una maggiore compromissione del funzionamento sociale e personale ed una maggiore e più evidente sofferenza soggettiva.

<<Ciò che bisogna ricordare è che non si può far diventare il tempo dedicato al rilassamento un “dovere”, l’ennesimo impegno a cui sottoponiamo i nostri bambini...>>


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PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO

I tre principali disturbi d’ansia in età evolutiva sono: • • •

Sindrome ansiosa da separazione Sindrome ansiogena generalizzata Sindrome da ansia sociale

Per aiutare i bambini e adolescenti a superare tali manifestazioni ansiose bisogna in primis aiutarli ad individuare, attraverso un approccio multidimensionale cognitivo -verbale, la gamma di emozioni e pensieri collegati all’ansia/paura. Individuare le reazioni psicofisiologiche e comportamentali del singolo. A seguito di questa prima fase conoscitiva il Cenpis ha ipotizzato un percorso di intervento attraversi tecniche di training autogeno e tecniche di rilassamento per bambini/adolescenti Questo metodo di allenamento del Training Autogeno prevede l’insegnamento preliminare di alcune posizioni corporee, da sdraiati, che possono facilitare la successiva acquisizione degli esercizi di rilassamento. Ciò che bisogna ricordare è che non si può far diventare il tempo dedicato al rilassamento un “dove-

re”, l’ennesimo impegno a cui sottoponiamo i nostri bambini. I bambini amano il gioco ed è così che dovrebbero essere presentate queste pratiche affinché siano apprese con facilità. Dopo un po’ i bambini si accorgeranno dei benefici che questi giochi hanno sul corpo e mente e saranno loro stessi a chiedere di “giocare”, in momenti prestabiliti della giornata o quando ne sentono più bisogno. Con il training autogeno si acquisiscono maggior sicurezza e fiducia, si è in grado di rimanere più calmi e distesi e diviene possibile scaricare in maniera minore le tensioni sui vari organi, ottenendo efficaci interventi sui disturbi psicosomatici. E’ un metodo pratico che agisce sull’unità psico-somatica e determina modificazioni fisiche e psicologiche apprezzabili nell’individuo, consentendo di intervenire su numerosi disturbi funzionali. L’introspezione e l’autocontrollo attraverso l’ascolto del proprio corpo permette quel “tuffo in se stessi” che facilita una miglior coscienza di sé. Dott.ssa Fausta Bonelli di Salci


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MANAGEMENT

IMPRENDITORIALITA’ E VITA PRIVATA

o dicono tutti i dati disponibili, lo hanno confermato anche le ultime rilevazioni estive; stiamo attraversando uno dei peggiori periodi socio economici dal dopo guerra. Non e' solo l'impresa a dibattersi tra scarsa domanda, fiscalità oppressiva (paese non attrattivo di investimenti esteri), elevato costo del lavoro e tariffe di energia, carburanti e trasporti trai più alti in Europa e di conseguenza nella famiglia e nei rapporti interpersonali la quasi mancanza di solide speranze crea atmosfere di grande tensione sociale. La società, la famiglia, l'individuo hanno subito una trasformazione molto veloce sopratutto per l'avvento dei media e delle telecomunicazioni senza che a questo seguisse una buona educazione filosofica a supporto di questi squilibri epocali. Nelle aziende, ad esempio, si e' preteso di far partecipare tutti alla gestione di tutto senza tener conto di alcun principio etico. Anche nella società la libertà ed i costumi facili dovrebbero poi accompagnare nei rapporti di coppia, familiari e sociali comportamenti di qualità di stile, di rispetto reciproco. Purtroppo il risultato e' sotto i nostri occhi tutti i giorni. La parola sacrificio non e' più usata tantomeno l'impegno e la serietà.

Il travaso di insoddisfazione misto a stress personale, si percepisce anche nelle aziende dove l’individuo passa la maggior parte del proprio tempo. Basta un dato su tutti: negli uffici la maggior parte delle difficoltà sono dovute a cattivi errati comportamenti e si finisce spesso a non vedere l'ora di uscire perché anche pressati da impegni personali e di altro genere. Auspico che si possa trasmettere una mission diversa, acquisire qualche sano principio di saggezza, di buona filosofia di vita che possa guidare la coppia, la famiglia, aziende e società civile a ritrovare le giuste motivazioni per le scelte

A cura del Dottor D'Amico

L

MANAGEMENT

La coppia matrimoniale, nello specifico, scoppia di troppe aspettative e di troppi impegni; non si capiscono, non si rispettano i reciproci spazi e sopratutto i tempi delle cose. Le conseguenze adesso le subiscono tutti.

...“si possa trasmettere una mission diversa, acquisire qualche sano principio di saggezza, di buona filosofia di vita"...

31 e le sfide delle attuali e prossime generazioni. Forse da lì si può partire per trovare una semplice ma duratura formula di sviluppo sociale e di paese ad economia avanzata. Il dibattito e' aperto; ad ognuno di noi un pezzo di lavoro e di esempio da portare in ogni ambito.

Roma Settembre 20I2 Giuseppe d'Amico Imprenditore del mare


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CENPIS TEAM

CENPIS TEAM STUDIO CONSULENZA E FORMAZIONE

uale si vuole condividere il destino.

FEDERICA PELLEGRINI • Collare d’oro al merito sportivo • 11 record del Mondo 200-400sl • Atleta dell’anno 2009 e 2011 • 4 ori 200 e 400sl Mondiali Roma 2009 e Mondiali Shanghai 2011 (prima donna al mondo) • Bronzo 400sl Mondiali vc Dubai 2010 • Oro 200 e 400sl Mondiali di Roma 2009 • Oro 200sl, 5° posto 400sl, 4° posto 4x200sl Olimpiadi Pechino 2008 • Bronzo 200sl Mondiali Melbourne 2007 • Oro 200sl e Bronzo 800sl Europei Budapest 2010

• Oro 800sl Europei Eindhoven 2010 • Bronzo 4x50 misto Europei Eindhoven 2010 • Oro 200sl Europei vc Istanbul 2009 • Oro 200sl Europei vc Rjieka 2008 • Oro 200sl e Bronzo 4x50sl Europei vc Fiume 2008 • Oro 400sl, argento 4x100sl, Bronzo 4x200sl Europei Eindhoven 2008 • Argento 400sl Europei vc di Debrecen 2007 • Bronzo 400sl Europei vc Helsinki 2006 • 2 Ori 400sl e 4x100sl Giochi Mediterraneo Pescara 2009 • 45 Titoli italiani e 12 podi da settembre 2006 a dicembre 2011

ATLETI D’ELITE PREPARATI PER LE SEGUENTI GARE • SS. LAZIO CALCIO intervento crisi, obiettivo salvezza Serie A 2010, raggiunto • C. KOSTNER Oro pattinaggio ghiaccio figura Europei Tallinn 2010 e 6° posto Mondiali Torino 2010, Argento Campionati Italiani Bolzano 2009 • A. FILIPPI Argento 800sl, 5° posto 400misti e 4° posto 4x200sl Olimpiadi Pechino 2008, Oro 1500sl e Bronzo 800sl Mondiali Roma 2009, 2 Ori 800sl e 400misti, Bronzo 4x200sl Europei Eindhoven 2008, 2 Ori 200ds e 800sl Giochi Mediterraneo Pescara 2009, 9 Titoli Italiani 2007-2009 • A. SHWAZER Argento 20 km marcia Europei Barcellona 2010 • A. AQUILANI calciatore Liverpool FC 2010

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CENPIS TEAM

• F. MAGNINI 9° posto 100sl Mondiali Roma 2009 • D. CAVALIERO Cestista Nazionale Italiana Basket dal 2009 • Argento Mondiali Canottaggio Eton 2006 (Equipaggio 8+) • Argento Coppa del Mondo Canottaggio Monaco 2006 (2 atleti in 4-) • 2 Ori e 1 Argento Mondiali Under23 Canottaggio Monaco 2006 (3 atleti in 8+ e 4+) • Oro Mondiali Juniores Canottaggio Amsterdam 2006 (Equipaggio 4+) • Bronzo Europei Canottaggio Poznan 2007 (Equipaggio 2-) • C.C. ANIENE 6 Titoli Italiani, 3 Argenti e 3 Bronzi dal 2005 al 2007 con Equipaggi Canottaggio • C.C. ANIENE 2 Scudetti Nuoto a Squadre 2006 e 2007, 50 Titoli Italiani, 33 Argenti e 25 Bronzi dal 2005 al 2007 • BOSSINI 2 Argenti 200rana Europei Budapest 2006 e Europei vc Trieste 2005, 4° posto 200 rana Mondiali Melbourne 2007 • BOGGIATTO 2 Bronzi 200 e 400misti Europei vc Trieste 2005, Argento 200ms e Bronzo 400ms Europei Budapest 2006 • MARIN 7° posto 400ms Mondiali Roma 2009 • ADELIZZI Bronzo sincronizzato singolo e 5° posto doppio Mondiali Roma 2009, 5° posto singolo e 6° posto doppio Olimpiadi Pechino 2008 • CASSIO Oro Mondiali vc Shanghai 2006 (staffetta 4x200sl), Oro Europei Budapest 2006 (staffetta 4x200sl), 8° posto 200sl Mondiali Melbourne 2007 • GIORGETTI 2 Argenti 200rana Europei vc Fiume 2008 e Giochi Mediterraneo Pescara 2009, 12 Titoli Italiani e 14 podi dal 2006 al 2011 • GIACCHETTI Bronzo 200 delfino Europei Budapest 2006 • GROTZSKJY GIORGI pilota Motomondiale 125cc 2011 • TENNIS C.C. ANIENE Argento Campionato Serie A1 tennis a squadre 2008 • LAZIO PALLANUOTO obiettivo salvezza, raggiunti play off Serie A1 2009-2010 • VIRTUS ROMA VOLLEY FEMMINILE obiettivo play off Serie A raggiunto, finale Coppa Italia 2006-2007

MEDAGLIERE:

OLIMPIADI

MONDIALI

EUROPEI

ITALIANI

ORI

1

9

9

112

ARGENTI

1

3

7

52

BRONZI

-

5

8

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2

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CARDIOLOGIA

NEL CUORE DELLE EMOZIONI

Perché accade ciò? Cosa mi turba? Come posso allontanare la radice del problema? Cosa posso fare per sentirmi meglio? Il medico è un collaboratore per la nostra salute, i capitani siamo noi.

“I medici stanno scoprendo che i fattori psicosociali costituiscono elementi di rischio molto più significativi di quello che si pensava in passato. Prendete la depressione, in una persona in buona salute fa raddoppiare il rischio di attacco cardiaco”

A cura del Dott. Alessandro Ficara Socio Cenpis

I

nnanzitutto dobbiamo dire che il cuore non è una semplice pompa che irrora il sangue verso tutto il nostro corpo ma è anche un centro energetico delle nostre emozioni, un organo sensoriale. E’ come se fosse un modem che scambia continuamente informazioni con il mondo che ci circonda. Attraverso il cervello elabora le informazioni e produce le risposte per tutto ciò che accade dentro di noi e intorno a noi. Per questo motivo i nostri atteggiamenti, le nostre emozioni, le nostre reazioni possono ucciderci come possono farci sentire bene. Corpo, Cuore, Mente lavorano in stretta sinergia, un sistema pienamente integrato. Questa scoperta avvenne nel febbraio del 2005 da un gruppo di ricercatori della John Hopkins. Mentre i normali attacchi cardiaci sono dovuti spesso a stress fisico, la cardiopatia da stress, nota anche come sindrome del “cuore infranto”, è causata esclusivamente da un improvviso e intenso stress emotivo e può verificarsi anche in individui sani non rientranti nei soggetti a rischio dalla medicina ufficiale. Lo shock emotivo invia una massiccia quantità di cate

CARDIOLOGIA

colamine (ormoni dello stress come adrenalina e noradrenalina) che si riversa nel flusso ematico creando una “miscela tossica” abbastanza potente da colpire il cuore. Pertato nell’ambito salutistico e medico il miglior osservatore per la nostra salute siamo noi stessi. Il medico Cardiologo è sicuramente una validissima fonte di supporto informativa per ricostruire il puzzle della nostra malattia e per la relativa guarigione. Le informazioni le dobbiamo trovare attraverso la nostra introspezione.

“I sintomi di una persona sotto stress sono ben noti, il pallore, l’irritabilità, a volte l’ansia, le occhiaie, il mal di stomaco”

35 Un buon metodo per non ammalarsi è non soffocare le emozioni. Ridiamo a crepacuore se dobbiamo ridere e piangiamo a dirotto se dobbiamo piangere. Quando eravamo bambini nascondevamo le emozioni? Quando ci facevamo male correvamo a prendere i farmaci? Assolutamente No, eppure guarivamo tranquillamente anche perché l’autoguarigione è nel nostro DNA, io la definirei “ saggezza cellulare istintiva”. Non vorrei essere scontato ma è’ sbagliato cacciare i sentimenti in fondo al cuore fino a trasformarli in un nodo che ci stringe lo stomaco, che ci fa trascorrere notti in bianco. Peggio ancora è posticipare e rimurginare le emozioni più in là nel tempo, in questo modo esercitano effetti catastrofici nel nostro corpo. Dobbiamo essere persone che agiscono non che reagiscono. Reagire significa aver subito l’azione e cercare di porre rimedio. I sintomi di una persona sotto stress sono ben noti, il


36 pallore, l’irritabilità, a volte l’ansia, le occhiaie, il mal di stomaco…. Possono sorgere anche problemi cardiovascolari, come l’ipertensione arteriosa le extrasistoli etc .A tutti noi del mestiere è nota la “ipertensione da camice bianco” o come viene definita in anglosassone la “white coat syndrome” e cioè il fenomeno curioso che si presenta quando un paziente,con la pressione ben controllata,ma labile emotivamente ,presenta valori elevati nel nostro studio medico, o prima di sottoporsi ad una indagine diagnostica. Ci sono motivi fisiologici ben precisi che spiegano il comportamento di una persona stressata. Come ha già descritto Daniel Goleman, il centro emozionale del cervello contiene due sistemi limbici: il primo ha un sistema di controllo aperto che interagisce con le persone, il secondo, più profondo che viene associato allo stato evolutivo primordiale, e che ha un sistema di controllo chiuso, autoregolato, che trasmette messaggi per il sistema ghiandolare, la pressione sanguigna e per gli organi interni. Sotto l’effetto dello stress, questo secondo circuito viene regolato solo in un modo:come se dovesse in continuazione combattere e lottare. Lo stress blocca la sua capacità di recuperare una situazione normale. L’amigdala, il centro del cervello emotivo, soggiace continuamente a questa situazione. Perciò qualunque stimolo emotivo che l’amigdala riceve dall’esterno, viene trasformato in una reazione negativa, i suoi ricordi cioè sono fissati solo su situazioni sgradevoli. Così la persona stressata arriva a casa dal lavoro nelle sue solite condizioni, una qualunque osservazione della moglie, per esempio la semplice richiesta di togliersi le scarpe prima di salire le scale, viene recepita come un attacco, una minaccia personale. È quella che viene chiamata “reazione di attacco o fuga”.

CARDIOLOGIA

I medici stanno scoprendo che i fattori psicosociali costituiscono elementi di rischio molto più significativi di quello che si pensava in passato. Prendete la depressione, in una persona in buona salute fa raddoppiare il rischio di attacco cardiaco, dice Michael Frenneaux, professore di medicina cardiovascolare all'università di Birmingham, in Inghilterra. E per le persone che hanno avuto un attacco cardiaco in passato, la depressione quadruplica o addirittura quintuplica il rischio di averne un altro. Anche l'ostilità è un fattore di rischio sempre più importante. Elevati livelli di ostilità, misurati mediante un test standard, fanno aumentare del 29 per cento le possibilità di morire di malattia cardiaca.

“E se lo stress nell'infanzia può portare a malattie cardiache, qual è l'effetto dei fattori di stress nella vita corrente (orari di lavoro più lunghi, minacce di licenziamento, tracollo dei fondi pensione)?”

CARDIOLOGIA

Anche i traumi infantili sembrano avere un impatto sulle malattie cardiache. In una recente inchiesta condotta su oltre 17.000 adulti a San Diego, la dottoressa Maxia Dong, del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha rilevato che il rischio di attacchi cardiaci sale tra il 30 e il 70 per cento in quelle persone che hanno riferito di aver avuto esperienze infantili negative, come abusi fisici, sessuali o emotivi, violenza domestica o familiari che abusavano di droghe o alcol. E se lo stress nell'infanzia può portare a malattie cardiache, qual è l'effetto dei fattori di stress nella vita corrente (orari di lavoro più lunghi, minacce di licenziamento, tracollo dei fondi pensione)? Uno studio dello scorso anno, sulla rivista The Lancet, ha esaminato oltre 11.000 soggetti colpiti da attacco cardiaco in 52 paesi, e ha scoperto che nei dodici mesi precedenti all'infarto i pazienti avevano subito uno stress notevolmente maggiore - al lavoro, in famiglia, per guai finanziari, depressione e altre cause - rispetto a circa 13.000 persone in buona salute.

“...nei nostri ospedali, nelle corsie, nel Pronti soccorsi, si presentano persone che, pur seguendo una terapia appropriata, spesse volte non riescono a controllare i valori pressori o presentano aritmie cardiache,” Concludo dicendo che è ormai nota e,da prendere in

37 considerazione, la sfera psicologica e psicosomatica del paziente cardiopatico. Sempre più nei nostri ospedali, nelle corsie, nel Pronti soccorsi, si presentano persone che, pur seguendo una terapia appropriata, spesse volte non riescono a controllare i valori pressori o presentano aritmie cardiache, cardiopalmo, precordialgie atipiche o, più in generale, denunciano una sintomatologia che non riusciamo a decifrare. Dobbiamo quindi, dopo aver escluso una patologia organica, parlare con il paziente, rassicurarlo, dedicargli del tempo perché spesse volte, è più efficace una parola che mille medicine.

Dott. Alessandro Ficara


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NEUROLOGIA

IL

MAL

di testa Un approccio integrato A cura del Dott. Fabio Fabiano Socio Cenpis

I

disturbi da “mal di testa” sono universalmente

misconosciuti e mal trattati nonostante costituiscano un problema molto frequente e particolarmente invalidante. Le cefalee possono essere secondarie in quanto sintomo di un’altra patologia o primarie. Per ciò che riguarda le cefalee primarie è doveroso sottolineare come: - oltre il 47% della popolazione soffra, almeno occasionalmente, di “mal di testa” in generale; - il 10-15% della popolazione soffra di emicrania: cefalea che perdura per 4-72 ore, è pulsante, d’intensità variante da moderata a grave, unilaterale, peggiora con l’esercizio fisico ed è accompagnata da nausea, vomito, ipersensibilità alla luce, al suono, agli odori. Spesso è preceduta da un’aura: un deficit transitorio, reversibile, di tipo visivo, somatosensoriale, motorio o fasico. La maggior parte delle persone riferisce aure visive, come lampi di luce e scotomi scintillanti; gli attacchi possono essere molto disabilitanti e comportano in genere l’interruzione delle normali attività quotidiane.

- il 38% soffra di cefalea muscolo-tensiva: cefalea che dura dai 30 minuti ai 7 giorni, non pulsante, di grado lieve o moderato, bilaterale, non aggravata dall’esercizio fisico e non associata a nausea, vomito, fotofobia, rumore od odori. - il 3% soffra di cefalee croniche che durano più di 15 giorni al mese. La cefalea può essere considerata una malattia di genere, in quanto il rapporto uomo:donna è di 1:3 ed è ancora più importante la percentuale di donne che soffre specificatamente di emicrania. Questo problema ha un costo sociale molto elevato, ma ancora più grave è l’impatto della malattia a livello personale.

“La cefalea emicranica interessa anche un 5% dei bambini, generalmente inizia dopo la pubertà, per avere la massima incidenza tra i 35 e i 45 anni”

NEUROLOGIA

Infatti la cefalea causa disabilità, sofferenza e peggioramento della qualità della vita tanto da essere considerata fra le 10 condizioni che causano invalidità mag-giore al mondo (fra le prime 5 per la popolazione fem-minile). La cefalea, oltre alla vita sociale e lavorativa del paziente, intacca pesantemente la vita familiare, coniugale e sessuale. Addirittura dall’1 al 4% dei pazienti riferisce di aver rinunciato ad avere figli a causa della propria malattia. La cefalea emicranica interessa anche un 5% dei bambini, ma generalmente inizia dopo la pubertà, per avere la massima incidenza tra i 35 e i 45 anni. È spesso ereditaria in quanto viene ereditata la suscettibilità ad avere crisi di emicrania che poi si manifestano spesso quando entrano in gioco uno o più dei fattori scatenanti. L'emicrania può essere considerata un fenomeno neurobiologico complesso, legato ad alterazioni transitorie del funzionamento delle cellule nervose senza che siano presenti alterazioni strutturali grossolane del sistema nervoso stesso. Le basi neurofisiologiche dell'emicrania sono ancora oggi poco conosciute; sono comunque coinvolti neurotrasmettitori come la serotonina e proteine della membrana neuronale come la cosiddetta pompa del sodio e del potassio e altri canali ionici della membrana cellulare. Si conosce una serie di fattori scatenanti che facilitano lo sviluppo di un attacco emicranico (ormoni estrogeni; alcoolici, in particolare il vino rosso; alcuni cibi, come formaggi stagionati, cioccolato e noci; rilassamento dopo stress sostenuto; rilassamento dopo sforzi fisici sostenuti; digiuno; intolleranza al glutine; il fumo, anche di poche sigarette, oppure il fumo passivo) anche se nell’80% dei casi le cause scatenanti sono fattori emotivi. Molto spesso, infatti, il mal di testa è dovuto ad ansia o stress rappresentando il segnale concreto di un disagio interiore. In ambito medico è ormai largamente condivisa l'idea

39 che il benessere fisico abbia una sua influenza su sentimenti ed emozioni e che a loro volta questi ultimi abbiano una notevole ripercussione sul corpo. Non a caso il vecchio concetto di malattia intesa come effetto di una causa, è stato sostituito con una visione multifattoriale secondo la quale ogni evento (e quindi anche una affezione organica) è conseguente all'intrecciarsi di molti fattori, tra i quali sta assumendo sempre maggior importanza il fattore psicologico. Si ipotizza inoltre che quest'ultimo, a seconda della sua natura, possa agire favorendo l'insorgere di una malattia, o al contrario favorendone la guarigione: la psicosomatica è quella branca della medicina che pone in relazione la mente con il corpo , ossia il mondo emozionale ed affettivo con il soma, occupandosi nello specifico di rilevare e capire l'influenza che l'emozione esercita sul corpo e le sue affezioni. La cefalea quindi pur presentando delle importanti caratteristiche di familiarità, delle cause organiche neurologiche, dei possibili fattori scatenanti di natura fisica o ormonale, deve molto frequentemente essere considerata come una patologia psicosomatica. Proprio in relazione a ciò il CENPIS propone un approccio integrato multidisciplinare al disturbo cefalalgico con lo scopo di ottenere: • Una diagnosi precisa medica e specialistica neurologica con l’ausilio sia della valutazione clinica che di specifici esami diagnostici di laboratorio e radiologici • Una accurata valutazione psicosomatica • Un trattamento integrato personalizzato multidisciplinare medico-psicologico ed eventualmente fisioterapico • Un trattamento preventivo delle crisi e di mantenimento • Un follow-up a distanza per valutare l’andamento clinico nel tempo Dott. Fabio Fabiano


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OMEOPATIA

OMEOPATIA

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Lo Stress al femminile: L’aiuto dell’Omeopatia A cura della Dott.ssa Patrizia Del Sole Socio Cenpis

I

momenti di stress, di tensione emotiva possono indebolire il sistema immunitario e le difese vaginali. Gonfiore addominale, bruciore, meteorismo, perdite biancastre, prurito vaginale: sono i sintomi più comuni e frequenti di un infezione micetica sempre più diffusa, la vaginite da candida albican. La candida è un lievito che normalmente convive pacificamente con l’organismo che lo ospita, ma quando la stabilità del sistema immunitario viene alterata la proliferazione fungina supera le barriere di difesa indebolite causando l’infezione. Tutto ha origine nella parete interna della vagina dove le cellule si rinnovano continuamente e contengono molto glicogeno, un particolare tipo di zucchero che favorisce il mantenimento delle condizioni ideali di acidità nell’ambiente vaginale, il cui ph non deve superare i 4,5 , infatti l’acidità è uno dei mezzi di controllo più importanti per proteggere gli organi genitali più interni.

TERAPIA OMEOPATICA In medicina omeopatica è possibile curare le infezione

vaginali da candida albicans utilizzando dei rimedi unitari, come: CANDIDA ALBICANS 200CH DOSE UNICA una dose a settimana per tre settimane consecutive e CANDIDA ALBICANS 30CH GRANULI tre granuli tre volte al giorno per un mese. Per chi è affetto da candide recidivanti è importante rin-

forzare le difese immunitarie utilizzando semi di pompelmo in gocce (tre gocce al giorno).

“Modificare il proprio stile di vita riducendo lo stress e gli eccessivi impegni fisici e psicologici” COME EVITARE LE RICADUTE Quasi sempre sono sufficienti semplici precauzioni per evitare che l’infezione da candida si ripresenti: • Mantenere ph vaginale acido,ad esempio utilizzando un gel vaginale a base di acido lattico per tre sere consecutive dopo il ciclo mestruale. • Modificare il proprio stile di vita riducendo lo stress e gli eccessivi impegni fisici e psicologici. • Rispettare almeno per un mese alcune norme alimentari, ad esempio una dieta priva di zuccheri, lieviti, latticini, alcolici, salumi, cioccolato, frutta, te e caffè, carne e pesce affumicati. Cibi che vanno sostituiti con passati di verdura, legumi, sughi semplici, latte di soya, caffè d’orzo. Trascorso questo periodo la dieta deve essere sempre variata ed equilibrata con un sufficiente apporto di vitamine e minerali.


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MARKETING

Comunicazione & Marketing Una profezia sul futuro della pubblicità

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el 1993 Michael Schrage scriveva su WIRED un profetico articolo intitolato “Is Advertising Finally Dead?” anticipando di quasi vent’anni ciò che oggi appare evidente perfino ai pubblicitari. Ciò che tuttavia restò in sospeso fu una domanda implicita: ci sarà una nuova pubblicità nel futuro? Ebbene, il “futuro” degli anni ‘90 è oggi e nessuno ha ancora dato una risposta. La situazione si è anzi complicata. Il vuoto lasciato dal crollo dell’impero è stato subito riempito da regni barbarici che hanno creato solo scompiglio, pratiche selvagge come il guerrilla marketing, il viral marketing, i flashmob e tante altre forme d’intrattenimento che nulla hanno a che fare con la mission principale della pubblicità, ovvero informare. All’inizio di le marche hanno pensato bastasse esporre una versione aggiornata del logo ridisegnata da pur abili artigiani per mantenere la fiducia del popolo. Ma è evidente che si trattava di operazioni di facciata, quando invece dentro tutto era rimasto come prima e le poche novità nella gestione interna non avrebbero portato alcun beneficio tangibile alla gente comune. Il vero problema dell’epoca oscura in cui ci troviamo oggi è l’assenza di strategie innovative. Ma, prima ancora, è l’uso che si continua a fare dei new media. Era gioco

forza che dopo oltre cinquant’anni di televisione tutte le modalità comunicazionali continuassero ad essere influenzate dal modello televisivo. Sicché, con l’avvento di Internet si è continuato a usare Internet come un surrogato della televisione. I primi esperimenti di pubblicità in rete non facevano che riproporre modelli monodirezionali. I banner erano a tutti gli effetti delle affissioni e come le affissioni del mondo reale, venivano apposti nei luoghi più trafficati della rete.

“C’è più interattività in un iPhone con applicazioni realmente innovative come la realtà aumentata, di cui stiamo ancora soltanto esplorando le premesse” I siti web sono stati presentati inizialmente come medium “interattivo” quando invece l’interattività era assai bassa e non poteva oggettivamente essere ridotta solo alle opzioni di navigazione offerte al visitatore. Second Life, l’immenso gioco di realtà virtuale “immersiva” ha riproposto una versione digitale del mondo reale e quindi fare pubblicità all’interno di quel mondo ha finito anche in questo caso per riproporre modelli vecchi e ormai abusati.

MARKETING

Infine, Youtube ha reso Internet ancora più televisiva congelando ogni entusiasmo per l’interattività promessa. Esistono certamente elementi di interattività nei new media ma sono ancora troppo pochi e gli utenti sono ancora troppo abituati alla passività della comunicazione monodirezionale televisiva e questa condiziona ancora l’uso che si ne fa dei new media e perfino l’uso che ne viene proposto. C’è più interattività in un iPhone con applicazioni realmente innovative come la realtà aumentata, di cui stiamo ancora soltanto esplorando le premesse. Ma nessuno di questi nuovi media sta sostituendo vecchi media e nessuno, da solo, è in grado di diventare “alternativa” alla televisione e alla carta stampata. Quindi è arrivato

43 il momento di fare una seconda profezia: in quest’epoca di transizione, in questo interminabile Media evo, i nuovi pubblicitari saranno coloro che per primi sapranno creare strategie utilizzando insieme media tradizionali e media interattivi e operando un vero e proprio media-mix. Gli specialisti dei singoli media saranno solo esecutori, e i veri pubblicitari saranno coloro che creeranno dispositivi complessi, i cui ingranaggi saranno costituiti da nuovi e vecchi media collegati fra loro. Le prime agenzie che riusciranno a concretizzare questa visione saranno anche i laboratori da cui successivamente sorgerà la pubblicità del futuro. Solo allora si potrà parlare di un “nuovo rinascimento”.


E tu... di che talento sei?

ACCADEMIA DEL TALENTO Il primo programma di scoperta e addestramento del talento del giovane professionista.



Il Talento