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Mensile a cura degli amici della biblioteca civica “Cesare Pavese�, Via Candiolo 79, Torino / # 1 / Distribuzione gratuita

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EDITORIALE Un foglio di Mirafiori che nasce in biblioteca

#1 Q REDAZIONE

Alessio Pavarallo Martina Arcodia Serena Blasi

Vuoi collaborare alla redazione del prossimo numero di Pavese Biblio Aperta con contributi, idee e suggerimenti? Il prossimo mese parliamo di Sogni VIENI IN BIBLIOTECA

uando anni fa fui trasferito alla Pavese, uno dei primi libri che mi capitò tra le mani fu Torino è Casa mia di Giuseppe Culicchia. L’autore torinese suddivide la città in diverse “stanze” e la periferia viene così a corrispondere alla camera da letto:

La camera da letto, a Torino, corrisponde per definizione alle periferie dove stanno i quartieri dormitorio. […] se, poniamo, a un colloquio di lavoro un candidato viene dalle Vallette, questo candidato ha di sicuro un certo numero di probabilità in meno di venire assunto rispetto a tutti gli altri candidati. A meno che con lui non ci sia un candidato che viene da Via Artom […] in quel caso, ad avere un certo numero di probabilità in meno sono in due. Se poi con loro c’è anche un candidato che viene dalla Falchera, ecco che si arriva a tre. Nei giorni successivi al trasferimento si fa strada invece una nuova visione: la realtà non solo smentisce il romanzo dello scrittore siculotorinese, ma le è esattamente speculare. Sarà la voglia di riscatto, il non sentirsi dimenticati dal centro, ma la biblioteca ottenuta grazie alla richiesta ed al “movimento” popolare è diventata per i cittadini presenza viva, luogo di riferimento. Nelle alterne vicende della vita della Pavese non è infatti mai mancata la partecipazione attiva di chi l’ha abitata in questi anni, frequentandola semplicemente, incontrandosi o proponendo iniziative. Merito di chi? Non c’è dubbio che la presenza di cittadini che sentono la cosa pubblica come di tutti e che per primi operano per valorizzarla e sostenerla, faccia la differenza. Così la biblioteca che era sogno di molti, da undici anni è realtà; ha smesso i panni di una realtà di periferia per prendere posto al centro della vita di un quartiere vivo e pieno di fermento. Da qui l’idea di dedicare questo numero di Pavesebiblioaperta alle periferie. L’ultimo bibliotecario sulle rive del Sangone

Oppure scrivici all’indirizzo biblioteca.pavese@comune.torino.it

Così normalmente mi firmo ultimamente, per connotare una condizione (l’ultimo bibliotecario assunto) e un orgoglio, quello proprio di chi vive – o lavora – qui a Mirafiori sud. Alessio Pavarallo

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C O S A S UC C E D E A M I R A F I O R I I N C O N T RI/I N I Z I A T I V E/E V E N T I/A P P U N T A M E N T I COSA SUCCEDE ALLA PAVESE

UNA STANZA TUTTA PER SÉ Da martedì 16 ottobre, ore 17 Le pagine di Virginia Woolf; il racconto di sé. La storia della donna nella scrittura. A cura di Serena Blasi, volontaria del S.C.N. Tel. 0114437080

INCONTRI IN LINGUA Tutti i martedì ore 15 Gruppi di conversazione in spagnolo per chi ha conoscenze base della lingua e desidera coltivarle. Conduce Giuseppe Accatino, progetto senior civico. Tel. 0114437080

UNA, DUE, TRE… TANTE STORIE CONSERVO IN ME

PROVE DI VOLO NELLA TORINO DELL’OTTOCENTO

Dal 4 ottobre, ore 10 Laboratorio di narrazione autobiografica, a cura di Luisa Caliendo, counselor sistemico. Tel. 0114437080

Dall’1 ottobre Immagini e testi per raccontare la storia di pionieri e pioniere delle mongolfiere, in occasione dell'avvio dell'utilizzo della mongolfiera di Borgo Dora. Mostra a cura di Angelo Toppino. Tel.

COSA SUCCEDE ALLA MIRAFIORI

LETTURE SUL FILO DI LANA Tutti i giovedì a partire dal 4 ottobre, ore 15 Il giovedì pomeriggio appuntamento al knit-point della Biblioteca per sferruzzare in compagnia, imparare e insegnare tecniche e punti, rilassarsi creando qualcosa di personale, ascoltare racconti letti ad alta voce. Tel. 0113470637 UN VENERDI’ DA FAVOLA Tutti i venerdì a partire dal 5 ottobre, ore 17.30 Letture ad alta voce per bambini a cura di Caterina Carere. Tel. 0113470637

I RACCONTI DELLA COMPAGNIA DEL CORVO Venerdì 26 ottobre ore 17.30 A cura di Simone De Stefanis, Ludovica Gema e Sara Porcelli, allievi del Liceo scientifico Primo Levi; al termine realizzazione di origami a cura di Tamara Atzori.

Biblioteca Civica Mirafiori Corso Unione Sovietica, 490 - 10135 Torino Tel. (+39) 0113470637 - fax (+39) 0113470637 e-mail biblioteca.mirafiori@comune.torino.it

COSA SUCCEDE IN FONDAZIONE

COSA SUCCEDE IN CIRCOSCRIZIONE

La Fondazione della comunità di Mirafiori, con il patrocinio della Circoscrizione 10, promuove il progetto ALLOGGIAMI Abitate a Mirafiori sud, avete una stanza libera e volete ospitare un giovane in un appartamento sfitto o in vendita e non vi dispiacerebbe avere un reddito integrativo? Il progetto si impegna a favorire l’inserimento di giovani studenti nella comunità di Mirafiori sud. Per informazioni: alloggiami@gmail.com. tel. 3662867945 (Tecla)

Tutti i lunedì (dal 10 settembre) dalle 16 alle 18 PIGOTTA. LA BAMBOLA CHE SALVA UNA VITA Corso per la realizzazione delle bambole Pigotte. A cura dei volontari dell’Unicef (in collaborazione con Circoscrizione 10 Mirafiori sud). Il laboratorio sarà attivato presso la Biblioteca civica “Cesare Pavese”. Per informazioni tel. 0114437080

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QUATTRO SAPERE

COSE CHE DOVRESTI SULLA BIBLIOTECA

QUATTRO RACCONTI PER QUATTRO MESI

Serena Blasi è nata a Roma, all’una di notte del 14 dicembre 1983, sull’Isola Tiberina. Cresce tra le malinconie de gregoriane e i film della nouvelle vague. Si laurea al Dams di Roma tre e parte poi alla volta di Torino dove consegue il diploma di Scrittura e storytelling alla Scuola Holden di Alessandro Baricco. Ha lavorato in ambito autoriale e redazionale nel programma di Radio 2 Il Geco di città. Nel 2011 è stata tirocinante per il Concorso letterario nazionale Lingua Madre e attualmente sta svolgendo il Servizio Civile Nazionale all’interno del progetto “Biblioteca attiva” nella Biblioteca civica Cesare Pavese. Serena ha pubblicato alcuni racconti per Giulio Perrone Editore, Cattedrale Editore, Terre di Mezzo e sta lavorando al suo primo romanzo.

Quattro racconti, per quattro mesi, ambientati in biblioteca. Una ragazza che passeggia per gli scaffali e ritorna al passato, quello appena trascorso e quello lontano, davvero distante. Questo secondo appuntamento riguarda l’uso della voce in biblioteca. Quali toni e volumi è giusto utilizzare? Parlare sottovoce ci ricorda l’infanzia, le canzoni che si intonano ai bambini per farli passare dalla veglia al sonno, le parole che mormorano gli innamorati. Ogni aerea della biblioteca richiede un tono e un volume adeguato, così come la nostra voce che muta a seconda della persona con cui stiamo parlando, madri, padri, figli, fidanzati, bambini, noi stessi, magari riflessi davanti uno specchio. Quante metafore possiamo cogliere ascoltando i suoni di una biblioteca?

PROVIAMO A CAPIRLO INSIEME

DI COSE DETTE SOTTOVOCE È quel periodo dell’anno in cui tutti parlano del tempo e di come il fresco della notte cominci a pizzicare la gola e di quanto sia faticoso alzarsi col buio, guidare la macchina mentre albeggia, sentire caldo, sentire freddo, combattere contro zanzare che disperate lottano per qualche giorno di vita in più. La biblioteca apre alle 8.30 ma devo camminare un po’ prima di salire le scale perché la prima ora del mattino è riservata ai lettori dei quotidiani, testate diverse illuminate dai primi raggi del sole, lo sfogliare asincrono delle pagine, occhi e nasi montati da occhiali di ogni tipo, un silenzio grumoso mentre il giorno lentamente prende avvio. Non so cosa è diventato per me il biglietto che stringo fra le mani, me lo chiedo sempre meno ma lo stringo sempre più forte. Il ragazzo dagli occhi cattivi potrebbe aver cambiato orario e io mi trovo ad inseguirlo senza mai incontrarlo e stringo il biglietto nelle mie tasche come facevo da piccola con i fazzoletti di carta o con le etichette delle bottiglie di plastica che diventavano briciole di cellulosa sparse per tutta la casa. Cammino leggermente inclinata verso destra, come l’andamento naturale della mia grafia, 100 Filosofia, Piemonte

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500 Scienze, 700 Arti e 900 Storia, la storia delle storie, libri sulle donne, donne crudeli, intelligenti, donne accanto agli uomini ma sempre accostate ad un’etichetta, mai nulla che parli di loro senza doverle necessariamente intrappolare in una definizione. Il 900 è il mio rettangolo di biblioteca preferito, è la periferia della biblioteca, abbastanza lontano dai dvd, dai punti prestito, dai servizi, dalle uscite. Per raggiungerlo bisogna camminare abbastanza per il corridoio e quando il pensiero si fa fluido si può avere quasi l’impressione di pattinare sul pavimento liscio.

Mi fermo davanti all’ultimo tavolo del 900, tiro fuori i miei libri, il mio portatile e mi stiracchio la schiena. Nessuna traccia di lui, mi siedo e apro il mio quaderno degli appunti, comincio a scrivere senza pensare, come se il tragitto da casa alla biblioteca avesse interrotto un esercizio abituale e automatico, simile al respiro. Eppure così non è, non c’è nulla di spontaneo nella scrittura, anzi è continua tensione, sospensione, riflessione sul mezzo e sul fine. Nella periferia della biblioteca i rumori giungono attenuati, per questo gli studenti si siedono qui. La via di fuga è la finestra, ogni tanto mi ricordo che c’è un quartiere fuori di qui, questo quartiere ha la sua storia, pesante e consistente come ogni storia. Da dentro invece giungono per lo più parole bisbigliate, con un volume molto basso ed un tono quasi profondo. Parlare sottovoce ricorda i giochi che si fanno da piccoli, la sostanza speciale delle cose dette all’orecchio, i discorsi degli innamorati la domenica mattina, le conversazioni preoccupate dei genitori che parlano dei figli nella camera matrimoniale, con la porta semi chiusa. Le parole dette davanti allo specchio, da soli, la buonanotte dei vecchi mentre si stringono la mano prima di addormentarsi e pensano che potrebbe essere l’ultima volta, l’ultima notte insieme, ancora una ti prego, le poesie recitate dai bambini timidi la notte di Natale, le parole dei fratelli minori. Più ci si allontana dal 900 più il volume cresce ma se ci si rintana dentro qualche scaffale non è difficile incontrare coppie di lettori mormorare

andiamo, proviamo più giù, l’ho letto per primo, mi ha rubato l’anima, finisci tu qui, io vado a prendere il libro, in macchina, spostiamo l’appuntamento. È come se le parole di mio nonno fossero riaffiorate tutte insieme, per questo ho deciso di scriverle, qui, dove è nato tutto.

L’equilibrio non è stasi, è movimento continuo da un polo all’altro. Me lo diceva mio nonno quando mi mettevo a piangere perché andavo sui pattini e scivolavo e allora per paura cercavo di camminare con i pattini ai piedi e il loro peso mi faceva cadere di nuovo. Me lo diceva ma io non capivo.

Il controllo non è mai un fine, il controllo è un mezzo. È uno stato di passaggio da abitare, ma il fine è sempre l'equilibrio. Si può imparare tanto sull’equilibrio abitando le aree di una biblioteca, si può imparare a capire quando è il caso di bisbigliare e quando ci si può permettere di alzare il volume della voce, si può imparare a scoprire che tipo di natura ha la propria voce. Da piccola provavo a pattinare senza cadere e non pensavo a tutto questo, ammiravo l’eleganza delle professioniste e credevo che non le avrei mai raggiunte. Questo mi diceva mio nonno, che è tutta questione di equilibrio, l’eleganza stessa lo è. Capire a che punto scivolare e dove alzare i piedi, a quale amico porre una domanda, se ridere o sorridere, se salutarsi con un bacio o abbracciarsi. Ci vuole grande costanza per essere spontanei. Quando il controllo è stato esercitato a lungo non c'è più motivo di fermarsi al mezzo, si può andare direttamente al fine, senza paura.

L'equilibrio non è stasi, è movimento continuo, da un polo all'altro. Allora attraverso il corridoio, sentendomi sempre sui pattini, come il giorno della mia prima caduta e lui che mi asciugava le lacrime con movimenti secchi, penso volesse dirmi questo, che sospendere il controllo non significa perderlo, ma può voler dire guadagnare qualcosa. È piacevole ascoltare le voci della biblioteca, quelle che bisbigliano, quelle senza freno dei bambini, quelle di chi restituisce i libri ma li rivorrebbe indietro come un pezzetto della propria vita, un ricordo che è riaffiorato, perché ogni capitolo si è trascinato dietro una lacrima, un sospiro, una paura mal celata. Questa continua ondulazione di toni mi fa pensare alla possibilità dell'equilibrio. L'oscillazione simile all’eleganza dei pattinatori, quel movimento che contiene tutto senza domandarsi come si fa. È quel periodo dell’anno in cui tutti parlano del tempo e si sta volentieri in biblioteca perché attraversare le soglie ci fa sentire sempre bene con noi stessi e a letto abbiamo bisogno di una coperta in più e la domenica mattina riscopriamo il piacere di parlare sottovoce. È il periodo dell’anno in cui si sfogliano le fotografie e si stringono bigliettini tra le mani. Mi alzo e sistemo i miei libri, il mio quaderno, il computer nella borsa. L’andatura è di nuovo inclinata e il ragazzo dagli occhi cattivi non è comparso neanche stavolta. Forse è un pattinatore, forse detesta andare sui pattini, chissà se è uno di quelli che rispetta il silenzio in biblioteca e nei campeggi, ti sto cercando, immagino di dirglielo all’orecchio. Scendo le scale e la mia mano, priva di anelli e bracciali, scivola sulla ringhiera, anche un cielo di periferia può ricordare i cieli di Londra qualche volta e anche chi è abituato a tenere i piedi ben saldi al terreno può sperimentare l’oscillazione dei pattinatori.

L'equilibrio non è stasi, è movimento continuo, da un polo all'altro. Senza domandarsi come si fa. SERENA BLASI

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DUE SPUNTI

Cattedrale, senza perdersi mai del tutto

Di Serena Blasi

Cattedrale, uscito nel 1983, è l’ultima raccolta di racconti di Raymond Carver. Qui l’autore delinea i temi più importanti della sua opera letteraria e ritrae gli eroi periferici per eccellenza, quelli che non hanno apparentemente nulla di speciale o di interessante. I personaggi carveriani sono poveri in tutti i sensi, gente sottopagata, culturalmente poco elevata, persone che affrontano una crisi di coppia, divorziano, bevono ogni sera seduti sul divano, di fronte alla televisione e non riescono ad esprimersi, a comunicare. Lo stesso Carver rappresenta l’incarnazione dell’uomo ai margini, nato nel 1938 in un ambiente privo di privilegi economici e culturali, si sposa a diciannove anni ed ha subito due figli. Gran parte della sua giovinezza e della sua maturità la trascorre cercando di sopravvivere economicamente, lottando per sé e per la propria famiglia. Cerca nell’alcol la via della salvezza, fino a morirne quasi. Anche il suo matrimonio entra poi in crisi. Carver continua a scrivere, sempre, spesso in condizioni disagiate, senza mai perdersi del tutto, proprio come i suoi personaggi. Sfiorare il baratro ma rimanere in piedi, raccontare una storia e assaporarne le sensazioni senza mai sapere davvero cosa stia succedendo, questo è il quadro poetico dell’universo creato da Raymond Carver. L’ultima storia della raccolta, Cattedrale, è la prima scritta da Carver e probabilmente la più significativa. Questo commovente capolavoro di una manciata di pagine assume in sé molte note e colori ma è prima di tutto una riflessione pura sulla scrittura in generale, sulla rappresentazione, una cattedrale apparsa in televisione è “narrata” dal vedente al non vedente. L’autore fa scoprire al lettore, ancora privo di sguardo, le meraviglie del mondo e insieme le sue storture. Durante una cena che vede come commensali un cieco e una coppia sposata, che mangiano abbuffandosi come se il sole non dovesse sorgere, non possiamo fare a meno di porci delle domande sulla vita di queste tre persone all’esterno così diverse, sul loro passato, sui dolori che li hanno attraversati. Tutto procede e sembra che niente stia accadendo, come nel più tipico dei paesaggi carveriani. Finché la televisione, quale miglior simbolo del vuoto comunicativo della nostra società, non apre lo sguardo verso questa cattedrale e l’atmosfera irrevocabilmente muta.

“Ma tu ce l’hai un’idea di che cos’è una cattedrale?”… I due uomini del racconto sono seduti l’uno vicino all’altro ora, davanti a una televisione accesa.

“Quelli che hanno messo tutto il lavoro della loro vita per cominciarle, non hanno mai visto l’opera finita. Da quel punto di vista, fratello, non è che siano molto diversi dal resto di noi, giusto?”. Mentre leggiamo Cattedrale perdiamo la vista e acquistiamo la fede. Guadagniamo la fiducia nel fatto che anche noi, come i protagonisti del racconto e come lo stesso Carver, potremmo riuscire, un giorno, anche solo per un attimo, a vivere un’illuminazione e chiamare le cose con il loro vero nome.

ra u t a r Lette

Raymond Clevie Carver Jr. è stato uno scrittore, poeta e saggista statunitense. Nato a Clatskanie, Oregon, e cresciuto a Yakima, Washington, di famiglia umile (la madre Ella Beatrice Casey era una cameriera e il padre, Raymond Clevie Carver Sr., affilatore della segheria Wauna), fin dalla giovane età si barcamenò tra le più disparate occupazioni, coltivando al tempo stesso una grande passione per la lettura e la scrittura. Autore di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e Cattedrale, è considerato il padre del minimalismo ed una delle voci più autorevoli della letteratura americana del novecento.

Di Martina Arcodia Risfogliando una mattina in treno, dopo anni, Cattedrale – raccolta del 1983 in cui Raymond Carver scelse, pochi anni prima di morire, di fissare i suoi migliori racconti – mi sono domandata su cosa avrei potuto concentrarmi per cercare di descrivere l’effetto che ebbe su di me la lettura di Carver ai tempi del liceo, di quanto mi sembrasse strambo, inconcludente, e davvero non capissi quale fosse il punto. Abituata all’idea di romanzo come monolite compiuto e solido, leggere queste storie di vicinato, riabilitazioni, chiacchierate, drammi familiari, verande e sigari dopo cena mi sembrava nulla. Ricordo che per prima cosa lessi, su consiglio di non ricordo più chi, una serie di racconti inediti pubblicati postumi e raccolti in Da dove sto chiamando. Allora non leggevo racconti - fatico tutt’oggi – e li trovai deludenti. Suggerimenti successivi, per fortuna, mi portarono a Cattedrale. Se la periferia è ciò che di distante si individua a partire da un centro, i racconti di Raymond Carver sono periferia. Se qualcosa di cruciale, essenziale, esiste nell’opera di Carver, non può non essere il minimalismo profondo, la descrizione dell’assolutamente normale. I suoi racconti sono dipinti in cui l’ordinarietà si tinge di dramma e leggera gioia, noia e quotidiano. Carver è stato, forse, un esistenzialista che non ha badato troppo a riflettere sulle esistenze che ha ritratto: gli è bastato ritrarle. Il nucleo della narrazione è quello che altrove è paesaggio: Carver non scrive per avvincere. Sul treno, l’indice e la circostanza mi hanno spinto ad una scelta banale: ho riletto Il treno. Miss Dent in una sala d’aspetto ferroviaria, con due avventori, un vecchio senza scarpe e una donna rabbiosa, di mezza età, dal trucco pesante. Miss Dent aspetta un treno qualunque e poco prima ha puntato una pistola contro un uomo. Strambi avventori ed attese, in una stazione deserta, di notte. Questo è il punto. Miss Dent poco prima ha puntato una pistola contro un uomo ma questo Carver ce lo dice così come ci dice che Miss Dent si chiama Miss Dent. E’ un’informazione. Una pennellata. Il nucleo della narrazione sta nelle dita rigide di Miss Dent che stringe la borsetta e ascolta i discorsi strampalati dei due seduti di fronte a lei; sta nel modo in cui i passeggeri del treno notturno guardano i tre mentre salgono sul convoglio in un impasto provinciale di indifferenza, diffidenza e curiosità, sta nel deserto della stazione, nel buio, nell’infelicità che tinge le poche parole di Miss Dent e la rivoltella nella sua borsetta.

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DUE SPUNTI UCCELLACCI E UCCELLINI, PIER PAOLO PASOLINI (1966)

a m e Cin

DI SERENA BLASI La prima volta che vidi Uccellacci e uccellini, film di Pier Paolo Pasolini del 1966, avevo circa 13 anni, capii poco ma alla fine piansi. I miei genitori collezionavano le cassette dell’Unità, i grandi capolavori del Cinema con la C maiuscola, con i disegni in bianco e nero dei grandi divi del tempo, Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Brigitte Bardot, Vittorio de Sica. Io seguivo l’ordine delle cassette e sceglievo i film da vedere in base ai titoli che più mi ispiravano. Fu così che guardai più volte Una giornata particolare, 8 1/2 la Grande Guerra e, per l’appunto, anche Uccellacci e uccellini. Il mio primo avvicinamento al cinema avvenne perciò per un puro gusto estetico intorno ai nomi delle pellicole. Anni dopo mi sono ritrovata al Dams dell’Università di Roma, insieme a tanti altri cinefili come me, con altrettante piccole grandi storie di amore riversate nello schermo del sogno, ciascuna diversa eppure simile al tempo stesso. La storia della mia prima visione di Uccellacci e uccellini è quindi la storia della nascita di un amore, quello che mi spalancò le porte del sogno alle meraviglie del cinema. E come le migliori storie d’amore, anche questa è migliorata invecchiando. Il capolavoro di Pasolini è uno di quei film da amare profondamente se si ha la pazienza e la cura di scendere in confidenza con quel suo linguaggio poliedrico e simbolico. Totò e suo figlio Ninetto ci prendono per mano, non senza qualche salto rocambolesco, conducendoci per le periferie e le campagne circostanti Roma. Durante il loro cammino incontrano un corvo, un intellettuale di sinistra – diciamo così di prima della morte di Palmiro Togliatti – come cita la didascalia a inizio film. Il viaggio dei nostri eroi prosegue tra chiacchiere altisonanti e inserti narrativi come solo i non borghesi sono in grado di fare, discorrere della vita e della morte con le prime

parole che vengono alle labbra. Pasolini amò molto questa sua opera, come lui stesso ammise:

“Uccellacci e uccellini è stato il mio film che ho amato e continuo ad amare di più, prima di tutto perché, come dissi quando uscì, è il più povero e il più bello e poi perché è l'unico mio film che non ha deluso le attese. Collaborare con lui (con Totò) reduce da quegli orribili film che oggi una stupida intellighenzia riscopre fu molto bello: era un uomo buono e senza aggressività, di dolce cera. Ho amato moltissimo i due protagonisti, Totò, ricca statua di cera, e Ninetto. Non mancarono le difficoltà, quando giravamo. Ma in mezzo a tanta difficoltà, ebbi in compenso la gioia di dirigere Totò e Ninetto: uno stradivario e uno zuffoletto. Ma che bel concertino”. Particolarità intrigante del film è di certo la colonna sonora composta da Ennio Morricone, mentre i titoli di testa e i titoli di coda sono interpretati da Domenico Modugno. L’ultima volta che ho visto Uccellacci e uccellini ho ripensato a quella mia prima visione incantata a 13 anni, la mia immobilità ed esitazione tipica di chi riconosce la poesia. È questo un film da ascoltare, da sentire, oltre che da vedere, per tante prime volte.

DI MARTINA ARCODIA

Intervistato sul set di Uccellacci e uccellini, quando gli venne chiesto di spiegare perché l’insolita scelta di un attore come Totò per il suo film, Pier Paolo Pasolini rispose che il motivo era molto semplice: Totò racchiudeva armoniosamente in sé, da sempre, due aspetti tipici dei personaggi delle favole: l’assurdo e l’immensamente umano. Uccellacci e uccellini è forse questo sopra ogni altra cosa. Una favola assurda ed umana, ideologica, assoluta, attuale e senza tempo. Totò e Ninetto camminano insieme sotto il sole a picco per i dintorni fantasma di una città deserta seguiti da un corvo narratore, marxista, profeta e indagatore, voce ed anima di Pasolini. In tre, diretti chissà dove, oltrepassano campi immensi e case in costruzione, baracche, palazzacci e rovine, tracciando nell’irrealtà del silenzio e della desolazione un inventario realistico dello stato di una società che pare dissolta.

“Il mio paese si chiama ideologia, i miei genitori sono il signor dubbio e la signora coscienza, vivo nella capitale, la città del futuro” recita il corvo. Totò e Ninetto appartengono invece alla borgata immiserita, sono i figli arricchiti della monnezza che sta ai margini, ridono della fame che li circonda, consapevoli di appartenerle. Agli ingredienti di questa favola grottesca e surreale si aggiunge il trionfo della più cinica tra le critiche sociali; la parabola dei francescani che falliscono nell’intento di evangelizzare falchi e passerotti è allegoria dello scontro tra classi che non sono riuscite a comunicare sebbene indotte ad adorare gli stessi idoli; la proprietà privata, la fame, il degrado urbano, il margine fisico e ideale in un mondo che cambia: sono questi i temi di quest’opera lieve ed “irreale” di Pasolini. Un abbozzo, lirico e imperfetto, a tratti snervante ed illogico ma che rispecchia onestamente, senza pretese di organicità strutturale e stilistica, ciò che tra il serio e il faceto anima il pensiero multiforme del regista alle prese con le cose e gli uomini che cambiano, con un immaginario antico che si accartoccia su se stesso, lasciando che al suo posto emergano nuovi margini, nuove periferie, nuove desolanti distanze da colmare. Il messaggio nebuloso della parabola pasoliniana è ostico, ma è un lascito per chi – come me – arriva alla visione di questa pellicola sentendo di affrontarla con il peso e l’importanza di un reperto storico, testimonianza della crisi di un certo tipo di intellettuale a cui (triste ma vero) il presente non può permettersi di opporre alcun confronto; di un’epoca ormai lontana e di un modo di saperla raccontare che hanno fatto oggi, precisamente, la fine del corvo.

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Di Serena Blasi

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ra tutti i romanzi grafici che è possibile sfogliare nell’arco di una vita, Blankets è destinato a occupare un posto speciale nel percorso letterario ed emozionale di ognuno. Questo perché tale graphic novel è in grado di far sentire a diversi livelli vari tipi di emozioni, dalla tristezza alla tenerezza, dall’affetto all’indignazione, innescando nel lettore un grado di empatia e immedesimazione davvero profondi. Forse per questo motivo, Blankets è stato definito il monumento alla vita quotidiana. Si tratta di un volumone di seicento pagine, pubblicato nel 2003 dalla Top Self Productions e nel 2004, in lingua italiana, dalla Coconino Press. È un’opera autobiografica, scritta e disegnata dall’autore Craig Thompson, tesa a indagare la vita interiore del giovane Craig. A partire dall’infanzia, quando il nostro protagonista divide lo stesso letto con il fratellino minore Phil, litigando per ogni cosa e condividendo le medesime paure che tutti i bambini provano. Questo quadro introspettivo che accompagna il ragazzo dall’infanzia all’età adulta, con un particolare e delicato ritratto dell’età adolescenziale, è appunto un romanzo di formazione profondo e complesso, capace di alternare registri umoristici e lievi a momenti drammatici. Nello specifico, il romanzo racconta l'infanzia dell'autore in una famiglia cristiano evangelica del Wisconsin, il suo primo amore e i suoi primi anni da adulto. Il rapporto sentimentale tra Craig e Raina è vivo e intenso nonostante la distanza che li separa, i due si conoscono infatti in un campo parrocchiale ma la ragazza è del Michigan. Thompson ha dichiarato che l'intero romanzo nasce da una semplice idea: descrivere come ci si sente nel dormire vicino a qualcuno per la prima volta. Da questa domanda deriva una storia ricca di esperienze dolci e appassionanti, di quelle universali nelle quali non possiamo fare a meno di identificarci. Lo stesso autore scrive in un’intervista a proposito di ciò: “Blankets fa

scattare un’identificazione a livello emotivo nei lettori. E lo capisco, perché ci sono momenti nella vita in cui ci si sente davvero lontani da quell'emozione romantica, pura e primitiva, senza interferenze. Il nucleo di Blankets risiede lì, in quella specie di esperienza universale che è il primo amore”. Thompson dimostra di possedere un vero talento nel riempire i silenzi di pensieri e parole riflessive e fortemente allusive. Vi sono nel libro numerose scene che riguardano il silenzio, come ad esempio paesaggi innevati, luoghi appena abbandonati da qualcuno, camere da letto in pieno giorno mentre fuori piove. Grazie a una lucida capacità introspettiva, l’autore si è aggiudicato numerosi premi, nel 2005 Blankets viene selezionato da Time come una delle 10 migliori graphic novel pubblicate in lingua inglese dal 1923 al 2005. Se avete voglia di commuovervi e tornare alle origini, risvegliando quelle che in voi sono le porzioni più pure e primitive, provate a immergervi, nella lettura del capolavoro di Craig Thompson, a merito già considerato un grande classico della letteratura a fumetti. Verrete accompagnati nelle varie fasi esistenziali, attraverso l’uso dei flashback. Voi abbandonatevi, cercate di leggere privi di difese. Scoprirete l’amicizia, l’amore, il gioco tra fratelli, il viaggio e, naturalmente, diventerete adulti insieme a Craig.

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VIAGGINPAVESE “I viaggi sono i viaggiatori” Fernando Pessoa

ISLANDA La periferia alcentro

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uesto slogan imperversava qualche anno fa, e calza a pennello per quell’isola lontana posta in mezzo all’oceano. Se n’è tanto parlato ultimamente, nel 2010, quando ha bloccato l’economia del mondo con la polvere emersa dal vulcano Eyjafjallajokull. L’Islanda è centro e periferia allo stesso momento: la capitale Reikyavik - dove si ammassano (termine

un po’ improprio per queste cifre) 200.000 abitanti sui 350.000 islandesi – è su un lato dell’ovale islandese, ed è tanto più significativo se si pensa che l’unico traghetto che collega la terra del ghiaccio col resto del mondo approda nel punto più lontano della capitale a Seydisfjordur. Ma l’essere vicina agli islandesi e al tempo stesso situata alla periferia dell’isola ha permesso a Keflavik, sede dell’aeroporto internazionale, di funzionare quando tutto il traffico aereo europeo era bloccato, perché i fumi del vulcano non ne coprivano i cieli. Già in precedenza il paese dei ghiacci e del fuoco, così insignificante e periferico dal punto di vista economico, è stato al centro della crisi finanziaria mondiale. Alcune banche private islandesi per una pessima gestione di interessi verso piccoli creditori (in modo particolare olandesi e inglesi) erano sull’orlo della bancarotta e - come normalmente accade - stava scattando l’automatismo di salvataggio degli istituti finanziari da parte dello stato, che avrebbe avuto ricadute enormi sul piccolo numero di abitanti islandesi. Tramite proteste e l’indizione di un referendum, il popolo islandese si è rifiutato di salvare dal default le banche al fine di non perdere il benessere conquistato. Ignoro se sia una scelta corretta, giusta e opportuna ma certamente gli islandesi si sono riappropriati della vita politica del loro Paese. L’Islanda e sì lontana dall’Europa e dall’America ma all’interno del Paese stesso a poche miglia dalla capitale si percepisce nettamente di essere ai confini del mondo. E così campi di lava ammorbiditi da soffice muschio descrivono la forza della natura che impera su ogni tentativo da parte dell’uomo di domarla. Se si prescinde dalla ring road e da alcune altre strade asfaltate la terra islandese è tracciata da varie strade sterrate che non corrispondono a minuziose mappe cartacee perché un mondo in movimento obbliga gli stradini a ricostruire e quindi a reinventarle ogni anno dopo lo scioglimento primaverile dei ghiacci. Accade però che dopo svariate centinaia di chilometri in cui la presenza umana si rarefà e si raggiungono le mete stupefacenti come i Geyssir o lo Jökulsárlón (la laguna dove galleggiano gli iceberg che si distaccano dai ghiacciai) ci si imbatte in persone che vengono da ogni parte del mondo sia come turisti che come guide o semplici cittadini. Quasi una via a ritroso: l’Islanda non luogo per scendere al centro della terra, quanto punto di arrivo di persone che si spostano dal Giappone, dall’Argentina, dal Canada o dall’Italia per riscoprire la terra prima della storia, vergine dall’intervento dell’uomo o che tale ritorna, anno dopo anno. Bizzarro che uno storico come me sia stato affascinato proprio dall’astoricità di un posto simile. Alessio Pavarallo

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LO SPUNTO

a n i c u c In

A cura di Martina Arcodia Ricetta di Michela di Chio

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a rubrica di cucina di PaveseBiblioAperta giunge, con ottobre, a celebrare (si perdoni l’enfasi) un mostro sacro della storia culinaria del nostro paese. Il giusto connubio di forma e sostanza. Un simposio di palato, occhio e cuore. Signore e Signori, va ora in onda la Polpetta. Piatto elementare, tipico di ogni cucina fieramente casalinga, nasconde segreti (ripieni) inconfessabili, chiusa nella sua armatura croccante che la rende fiera di essere quel che è: una meraviglia della natura.

In questo numero, Michela di Chio (che ogni bambino che sia passato dalla sala ragazzi della Pavese non può non conoscere) condivide con noi le sue irresistibili polpettine alle melanzane. Provare per credere.

INGREDIENTI - 2 melanzane - 300 gr. di ricotta morbida - 1 uovo - 3 fette di pan carrè - Prezzemolo - Pepe q. b - Sale q. b - Latte q. b

Il segreto di ogni polpetta che si rispetti risiede nel giocar bene le proprie carte di polpetta. Nello svelare con sapienza quel che c’è, ma (ancora) non si vede. Per fare questo, prima ancora di mettervi ai fornelli, assicuratevi che sul vostro piano cucina si crei l’armonia necessaria tra ricotta e melanzane. Devono intendersi, fare amicizia. Immaginatele in salotto, comode sul vostro divano, e agevolate la loro intesa mettendo in sottofondo una musichetta allegra. Potete anche fischiettare qualcosa, aiuterà. Fatto questo, da bravi padroni di casa, potete permettervi di passare all’azione tagliando a tocchetti le due melanzane e portandole a bollore nella giusta quantità d’acqua. Una volta cotte, scolatele e disponetele in un recipiente, lo stesso che accoglierà l’uovo (sia tuorlo che albume), la ricotta passata leggermente al cucchiaio, il pane carrè che avrete spezzettato e ammorbidito nel latte ed infine la triade delle triadi: sale, prezzemolo tritato e pepe nero. Se l’impasto vi sembra troppo morbido per i vostri gusti, non esitate ad aggiungere un po’ di farina. Un cucchiaio in più renderà il ripieno più corposo e consistente. Confezionate con amore ogni singola tenera pallina, che tra le vostre mani diverrà prima che possiate accorgervene una Polpetta di tutto rispetto, meritandosi un abbondante tuffo nel pan grattato e una cottura al forno. Delicata, sana e poco impegnativa. Dopo 20-25 minuti di cottura a 180° C (dipende: ognuno conosce il proprio forno e sa che tempo e temperatura nel magico mondo dei forni sono concetti puramente indicativi) potrete portare in tavola la vostra opera prima. Fate un inchino distinto, e buon appetito a voi.

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PaveseBiblioAperta #1 Dicembre 2012