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La cittĂ raccontata 7


Salvio Esposito

GALLERIA DELLE ARMI

Marotta & Cafiero editori


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©Marotta & Cafiero editori Via Andrea Pazienza 25 80144 Napoli www.marottaecafiero.it

ISBN: 978-88-88234-99-1 Copertina di Tiziana Mastropasqua Editing a cura di Ileana Bonadies e Rossella Sabatini


Ad Emi, la cui bellezza ci accompagni per sempre.

Alle mie figlie, col desiderio che trovino nell’arte la realizzazione. A ValÊrie, al suo sorriso.


Prologo “Quanno ’a capa è partuta certamente ’a capa è ccapa... Ch’è fatta, treno...” Eduardo De Filippo

Il tempo non è un valore assoluto. Per me infatti il viaggio da Napoli a Balvano dura da tutta una vita. Come per Miele Domenico, ad esempio, che quella mattina partì da Cicciano molto presto. Doveva raggiungere Bella-Muro, vicino Potenza. Andava in quei posti per comprare l’olio. Era una cosa che faceva abitualmente, ma quelli erano tempi particolari. Faticò non poco ad arrivare alla stazione di Salerno, a causa delle strade bloccate e della scarsità dei mezzi di trasporto, quasi tutti requisiti dagli americani. Quando finalmente vi giunse, salì sul primo convoglio utile. Era un merci composto da una cinquantina di vagoni, in parte scoperti e in parte chiusi. Sarebbe stato un viaggio scomodo ma non c’era altra soluzione quel giorno. Prese posto su uno dei carri, nella parte posteriore del treno e aspettò con pazienza che fosse sostituito il potente lo9


comotore elettrico con uno a vapore: la linea da Battipaglia a Potenza non era elettrificata. Il treno finalmente partì con il solito stridio dei merci. Faceva ancora freddo perché, si sa, da queste parti marzo è pazzo. A Battipaglia vide salire un padre col figlio di circa dieci o dodici anni. I due si sistemarono quasi in coda, in un carro scoperto a sponde alte. Riuscirono a non farsi scoprire dagli americani. I militari, in quella stazione, avevano fatto sgombrare il treno da decine delle centinaia di persone che, durante le fermate, lo avevano preso d’assalto. I più scendevano da un lato per risalire dall’altro. Quei pochi che rinunciarono al viaggio ebbero la possibilità di ringraziare la Madonna. In quella tarantella serale, il dirigente centrale di Battipaglia decise di aggiungere un altro locomotore al treno. La macchina era disponibile perché avrebbe dovuto recarsi a Potenza, dove era richiesta per un merci di ritorno su Napoli. Così invece di formare un altro convoglio, si decise di agganciarla in testa. Il treno aveva necessità di una trazione maggiorata visto che con quel carico umano non avrebbe di certo superato gli aspri pendii che l’itinerario prevedeva a partire da Baragiano. Miele Domenico era infastidito dai continui tamponamenti dei vagoni tra loro. Pensava alla Festa di Sant’Antuono. Quest’anno era stata la prima dopo la liberazione. Era riuscita proprio bene. Gli animali erano stati benedetti in chiesa, falò e fiumi di vino avevano riscaldato la fredda notte invernale. La gente sembrava finalmente felice di ballare al suono della tammorra. Evelina, la moglie, aveva fatto il suo dovere quella notte. Pensava allo stemma di Cicciano sul gonfalone del Comune. Vi è rappresentata una mano che tocca una zizza. Si convinse che la parola Cicciano provenisse in realtà da Zizzano e che il suo paese si chiamasse così perché lì, le donne, avevano tutte la zizza bella come quella della moglie, bella come si è belle a diciassette anni. Ebbe appena il tempo di pensare: “Chi festeggia 10


Sant’Antuono l’anno nuovo passa buono”, che si addormentò, stanco per essersi alzato presto quel giorno. I paesi si susseguivano lenti: Contursi Terme, Sicignano degli Alburni, Buccino, Romagnano, Balvano. Era da poco passata la mezzanotte. Miele Domenico iniziò a prepararsi a scendere. Il treno imboccò la galleria per arrestarsi dopo poco. Il fumo divenne eccessivo e l’aria irrespirabile. Si mise una sciarpa su naso e bocca, scese e iniziò a proseguire verso l’uscita, verso la coda del convoglio. Arrivato a guardare la notte umida, si sentì quasi mancare e per paura che il treno ripartisse senza di lui, lasciandolo in quel posto solitario, risalì sul vagone scoperto, il terzultimo, mezzo dentro e mezzo fuori la galleria. Ebbe appena il tempo di riconoscere, abbracciato forte al figlio, il signore visto salire a Battipaglia, quando svenne, si addormentò o tutt’e due. Si ritrovò, il giorno dopo, nella casa dell’ex fascio di Balvano. Guardandosi allo specchio, si accorse che i suoi capelli erano diventati bianchi. Chiese del passeggero visto a Battipaglia e rivisto prima di perdere i sensi. Gli risposero che era stato trovato vivo, ancora abbracciato al figlio morto e che era uscito pazzo. “Uoglio e carne nun ce ne steva e allora accumminciaji a ghi’ cu treno a ri pparte ra campagna roppo Putenza pe l’accatta’. Nun pavàvamo u biglietto, stritti nt’i ccarrozze cumme alici nt’i perietti e quacche vota facévamo u viaggio ‘a fora i vaguni, stisi ncoppa all’imperiale. Turnàvamo carrichi cumme a muli, farina, carne, nzogna, u beniddio, annascuso sotto i cappuotti. Primmo ‘i trasi’ nta stazione u treno rallentava ncoppa u ponte i lignamme ca l’americani avevano fatto sottufronte, addò stevano na vota i puonti ‘i prete, chilli ca i teteschi avevano fatto zumpa’. Uno ‘i nuje tirava a manetta ru freno e ce vuttàvamo nterra, mmiezo î cchiastre. Sartàvamo ncoppa î fer11


riate e po’ ce a smammàvamo cumme a mariuoli pi vicarielli ‘i vasciammare e sangiuseppe. Nun putévamo scennere nta stazione arò ce steva a pulissa mericana, cierti maronni ‘i niri ca ce stingeniavano cumme a mmappine ’i cesso. Quanno u treno se uastaje, sott’a gallaria i Balvan, murettono cristiani a centinara, strafucati a ru fummo ra locomotiva. Io me salvaji currenno ntu scuro, scarpesanno uommeni e ffemmene caruti pe terra e senza sta’ a ssèntere allucchi e chianti nta chill’inferno niro. Aggio fatto tutta na vernata chella vita, annanzi e areta, ncoppa i staffuni, rinto î vaguni cu ll’animali, pe purtà chella rrobba ca sulo ‘i contrubbanno, pe chi teneva sordi ‘a spennere, se puteva accatta’ a Torre. Tutto chello ca nun mangiàvamo a casa u vennévamo pure nuje ‘i cuntrubbanno e accussì m’abbuscavo a jurnata”.1

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Uno

Che caldo. La città è invivibile con quest’afa e questa piazza mi sembra più che mai inafferrabile, anonima in queste giornate molli. Chissà perché i “compagni” si incontrano qui, fuori a un bar con il nome di un santo… Sangiuliano. Se lo viene a sapere Paolo VI va a finire che lo fa santo patrono di Leningrado e protettore dei comunisti. Leone mi ha ridetto che è dissoccupato, con due ‘s’, e ci ha tenuto a rimarcarlo con la sua pronuncia. Mi sento diverso da lui ma qualcosa ci accomuna: io, pensionato, vivo la stessa contraddizione di non potere più “faticare”. Oggi tutto è strampalato. L’asfalto dà l’impressione di tremolare, il caldo sembra sfumare tutti i contorni. Mi volto verso un’edicola e l’immagine di una copertina mi fa sgranare gli occhi: Aldo Moro con un giornale tra le mani, davanti al petto, e un titolo assurdo sotto: “Scusate abitualmente vesto Marzotto”. E la tragedia si trasforma nella mia mente. Lo vedo come me, in attesa. Lui non ha niente da dire. Adesso non è il suo tempo. E dove sarà finito il mio? In quegli anni forti della guerra o in questi anni, in questa guerra? Il tempo è davvero un’invenzione tutta umana. Non esiste un organo del corpo che lo misuri, perciò siamo costretti a portare l’orologio. Gli occhi ci fanno vedere, le orecchie sentire, ma per percepire il tempo o quello che ne è in noi la rappresentazione, non ci rimane che ascoltare il ritmo del cuore o contare 13


gli intervalli tra un’alitata e l’altra. In realtà tutto succede in un istante. Si nasce e si muore in un istante e si comprende il senso delle cose nella stessa infinitesima frazione di secondo. Così gli anni, i mesi, i giorni non sono altro che un’invenzione della mente umana, per calcolare, ragionare, soffrire per nascita, malattia, invecchiamento e morte. E noi medici – io per buona parte della mia esistenza – non abbiamo fatto altro che combattere stupidamente contro queste sofferenze, senza capire molto, perdendo spesso inutili battaglie. Adesso lui, Moro, con la sua pallida espressione, mi ricorda la fine dell’animale braccato. Prima era lì allo stagno, a bere insieme a tutti gli altri suoi simili. Poi, d’un tratto, il predatore irrompe sulla scena. Lui scappa e mentre corre sembra chiedersi: “Perché proprio a me? Guarda bello, eravamo in tanti allo stagno; perché hai scelto proprio me? Ma allora fai davvero? Non è uno scherzo?” No, non è proprio uno scherzo. L’animale capisce che quello non è più il suo tempo, che lo spiraglio aperto per lui sul mondo si sta chiudendo. Niente di più naturale, sembra dire, anzi non sembra dire proprio nulla, come nulla mi pare stia pensando Aldo Moro, a poche ore dall’esecuzione. Il suo spiraglio, come quello della gazzella, si sta chiudendo. L’istante è prossimo. Niente di più naturale. E ora che ci faccio caso, la scritta satirica, irriverente, senza senso, al di sotto del suo viso non rasato, mi fa morire dalle risate. Mi piace quando siamo in tanti a pensare contemporaneamente la stessa cosa. Come a Capodanno, intorno alla mezzanotte, o come quando suonavano la sirena, le campane, i colpi della contraerea. Correvamo, con i malati che ne avevano la possibilità, così come prevedevano gli improvvisati piani di sgombero dei reparti e degli ambienti ospedalieri in caso di incursioni aeree sulla città. Al terribile segnale sonoro ci dirigevamo speditamente verso la galleria della direttissima di piazza Cavour o verso il ricovero di piazza San Gaetano. Da lì, dopo aver disceso 14


centoquaranta gradini, accedevamo contemporaneamente agli inferi e allo splendore delle cisterne romane. Momenti sublimi in cui è troppo poco pensare se la faccenda sia bella o brutta. Istanti decisivi, in cui bisogna fare, piuttosto che riflettere sul da farsi. Attimi in cui tanti, me compreso, cercavano con gli altri il coraggio nelle parole scritte su questo santino sbiadito, donatomi dalla bionda torrese. A stento riesco ora a leggerci: “In caso di pericolo, a causa dell’incursione aerea, recitate con fede e con sincero… (non si legge)… accompagnato dal desiderio… (non si legge)… appena possibile la Giaculatoria “GESÙ MIO MISERICORDIA”… Comando a voi incursioni, qualunque voi siate, in Nome della Santissima Trinità di obbedire subito e di allontanarvi dai nostri confini e di andare a inabissarvi nel mare disabitato o in luogo dove non potete arrecare alcun danno nel Nome del Pa+dre e del Fi+gliulo e dello Spi+rito Santo. Così sia. Or su levati, o Cristo, aiutaci, e liberaci per il Tuo Nome. Tu che salvasti Pietro nel mare, affrettati a Salvarci. Mostraci, o Signore, la tua Potenza affinché i nostri nemici non ci deridano e dicano: “Dov’è il loro Dio?… PREGHIAMO. Ti preghiamo o Signore di difendere questa città mediante intercessione (ma non si legge bene) della nostra celeste Vergine da tutte le avversità e salvarci (qui non si legge completamente per la piegatura che ha consunto la carta) dalle insidie dei nostri nemici”.2

Perciò il tempo non è quel giorno o quell’anno, ma esattamente quell’istante nel quale, dopo aver tirato lo starter, ho messo in moto la mia vita. Quell’attimo in cui ho deciso dal profondo del cuore, in cui ho sentito di aver posto la causa origi15


nale. Non perché qualcuno mi aveva detto di farlo, ma semplicemente perché era “quel tempo”, e a pensarci bene non sono sicuro che avvenne, che avverrà, oppure che stia avvenendo.

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Due

Il rock è una musica dannosa per le orecchie. Però c’è qualcosa in questa accozzaglia di rumori che decisamente mi affascina. Credo sia l’importanza del fenomeno, la capacità di attrarre la maggior parte dei giovani di quest’epoca, di affascinarli, di unirli in un messaggio profondamente umano che sembra annunciare il cambiamento, la rivoluzione. Il mio amico Giorgios Antoniadis ha capito perfettamente l’essenza di questa diabolica musica e le sue potenzialità. Quando dalla Grecia è arrivato a Napoli per sfuggire alle persecuzioni del regime dei colonnelli, ha preso in gestione una sala cinematografica di terza categoria, un pidocchietto: l’Italnapoli, a via Tasso, in cima alla salita che da corso Vittorio Emanuele porta al Vomero. L’anziana mamma fa la cassiera, lui la maschera. È convinto che è col rock che si farà la rivoluzione. Così da anni proietta solo tre film: Tommy, Easy Ryder e Woodstock. I ragazzi arrivano tutti insieme, ed ogni dieci o quindici fanno un biglietto. Lui cerca di contarli, poi immancabilmente pronuncia la frase: “Siete in biù! Siete in biù!” I ragazzi spingono. Gridano anche loro: “Siete in biù! Siete in biù!” E in poco tempo si accomodano, “di stramacchio”, sui sedili graffiati e cigolanti del cinema. Prendono a “rollare” e, allo smorzarsi delle luci, rischiarano pericolosamente la sala con le braci dei loro spinelli. Giorgios lascia correre, perché dice che senza disubbidienza e trasgressione non può esservi rivoluzione. 17


Così ci accomodiamo, anche noi inebriati dal fumo passivo degli stupefacenti giovani compagni. Woodstock è il cortometraggio che più mi piace. L’avrò visto dodici volte. Saranno i fumi dell’hashish ma anche io mi esalto a guardare e ad ascoltare. C’è quel pazzo, col nome da cane da passeggio, che pare abbia ingoiato un rasoio elettrico, tanto è vibrante e tagliente la sua interpretazione e il modo di sbattersi. Altri giovani si esibiscono, bellissimi, in un contorno di felicità dove tutti sono protagonisti. Ciò che più mi commuove arriva verso la fine del film e di quegli splendidi tre giorni di pace, amore e libertà: Jimi Hendrix si presenta sul palco nell’alba livida e inizia a scomporre le note dell’inno americano. Il nero mancino con in testa una scarola, ci rammenta che la guerra è al servizio degli interessi degli imperialisti americani, come per il Vietnam, così anche per il conflitto di cui sono stato testimone. Io credevo che la musica fosse Schubert e la filosofia l’unico modo di capire qualcosa degli esseri umani, ma dopo aver visto i ragazzi nel film, dopo aver sentito cantare quelli in sala come se fossero lì, dopo aver letto e ascoltato i testi delle canzoni di Dylan e Morrison, ho capito che tra Platone, Aristotele e compagnia cantante, il modo più semplice per capirci qualcosa è proprio quello della compagnia cantante. I ragazzi miei vicini di casa hanno anche loro un complessino. Il più delle volte mi distruggono i timpani, è vero, però in fondo ammiro la loro lotta e con loro condivido la gioia che esprimono nelle note musicali. In più oggi succede qualcosa di diverso. Uno dei ragazzini, avranno quindici o sedici anni, ha portato il contrabbasso. L’ho visto dalla finestra camminare con quel fardello. Quel pacco nero mi era sembrato un uomo incappottato che lo teneva per mano. Ora, con l’orecchio incollato al muro, aspetto di sapere come e cosa suoneranno con quello strumentone dalla voce di mucca. Suona con l’archetto il gio18


vane e l’amichetto lo accompagna con una chitarra acustica. Diamine! Hanno arrangiato, in una qualche maniera, Era de Maggio. La ragazzetta, che fino a ieri ha urlacchiato come una gallina spennata imitando la defunta Janis, ora si è trasfigurata. Adesso non fanno musica, è la musica che fa al posto loro, e la voce di quell’estemporaneo angelo mi sembra venire da un’altra parte, da un posto remoto in cui non è mai stata. La musica l’attraversa, come la luce polverosa attraversa il vetro della mia casa di vecchio, ed io mi trovo nella perturbante sensazione di essere lì insieme a loro, di essere in quel posto ma anche in un altro, di suonare intimamente con quei ragazzi, dall’altra parte del muro. Dalle 16:30 del 18 alle 17:00 del 21 marzo del ’44 l’eruzione ebbe inizio con un aumento sostanziale dell’attività stromboliana e con intensa attività effusiva caratterizzata dall’emissione di piccole colate lungo il versante orientale e meridionale del Gran Cono. Seguì a breve distanza di tempo un’ulteriore colata sul versante settentrionale che procedendo poi verso occidente raggiunse nella mattinata del giorno 21 gli abitati di San Sebastiano e Massa, devastandoli. Dalle 17:15 del 21 alla mattinata del 22 marzo una violenta attività esplosiva pose fine all’alimentazione lavica e diede inizio a spettacolari fontane di lava alte fino a due chilometri. Tale attività durò fino alla tarda mattinata del giorno 22 marzo. Dalle 12:00 del 22 alle 14:00 del 23 marzo ci fu una fase caratterizzata dalla formazione di una colonna eruttiva sostenuta alta fino a sei chilometri e dispersa dai venti in direzione SE. Dalle 14:00 del 23 marzo al 29 marzo ebbero luogo numerose esplosioni freatomagmatiche (generate dall’interazione del magma con l’acqua superficiale) associate 19


ad intensa attività sismica. Il 24 marzo un’intensa emissione di cenere chiara imbiancò gran parte del cono. L’attività andò progressivamente diminuendo fino a cessare del tutto il 29 marzo.3

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Tre

Quando Regina, la mia prima figlia, era piccola, passavo infiniti momenti con lei. Voleva sempre giocare ed io, seppure stanco, dicevo di sì, cosa che poi non ho fatto con la seconda. Ancora oggi mi pongo l’inutile interrogativo se ho fatto meglio con Regina o con Tilde. I bambini nascono già diversi, perciò non sapremo mai cosa è peggio o cosa è meglio. Quindi inutile perdere tempo. Nel caso delle mie figliole, poi, posso affermare con certezza che una è nata riccia e l’altra frolla e che se una è la mia figlia preferita, l’altra è senza dubbio la mia prediletta. Regina ha lo sguardo triste ed è già da un po’ che ho smesso di chiederle: “Tutto bene?” visto che sono stato mandato al mio paese già una quattordicina di volte. “Ah il mio paese!” ho pensato, e così mi sono tolto l’abitudine di indagare sulla sua vita. Io non le dico niente di suo marito, ma è lì che si addensa il suo dolore, è lì che si intasa la circolazione del suo mondo emotivo ed è lì che come tutti gli esseri umani attratti dal surplus di eccitazione, lei ritorna, come io ogni tanto torno, esortato da lei, al mio paese, al luogo della mia origine, tanto odiato, tanto precocemente fuggito e tanto inevitabilmente desiderato. Come disse Henley: “Io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima”. Quindi faccia come crede. Questa bambina è capace, a quasi trent’anni, di farmi arrabbiare come quando ne aveva dieci. Però mi ha fatto un grande regalo: Michele. Michele è un bambinone di dieci anni o forse nove. 21


Questo non so mai dirlo con certezza perché negli anni in cui è nato mi è sembrato di riemergere da un sogno. Si chiama ictus la malattia che devo ringraziare. Ho quasi nostalgia di quei giorni, perché quel crepuscolo, quella specie di allucinazione mi ha consentito di fare luce nella mia vita. Del resto la parola allucinazione contiene nella sua radice la particella lux, che richiama il concetto di luce, percezione, illuminazione. Uno stato alterato di coscienza per raggiungere il quale i rompitimpani rockettari miei vicini devono spendere decine di migliaia di lire in spinelli, cannoni e affini. Così, proprio in quel tempo senza tempo, è nato il nipotazzo maschio, forse quel maschio che, nel mio matrimonio attorcigliato come un nastro della musicassetta, non ha fatto in tempo ad arrivare. Adesso perciò io gli dico sempre: “Michele Michelasso, mangi bevi e vai a spasso; Michele Michelino, gambe veloci e cervello fino; Michele Michelaccio, come nel west io ti prendo al laccio!” Lui ride, corre ed io lo inseguo, ma dopo un poco ho l’affanno. Allora lui per continuare a giocare si lascia prendere. Io lo lego con una sciarpa, un maglione o con un filo di spago, o fingo di farlo, e lui finalmente prigioniero si dichiara “perditore”. Gli dico: “Chiedi perdono Gringo!” E lui: “Mai!” E io: “Allora lo hai voluto tu!” E via solletico e morsi sul culetto e risa e grida fino a quando arriva la mamma urlando di smetterla, che gli faccio male, che lo sfreno. Lo sfreno... mica è un treno... cosa c’entra tutto questo con quel treno! Regina, ma perché stai sempre così incazzata! Oggi è venerdì e insieme al martedì e al mercoledì sono i giorni in cui mi sento più felice. Sono i giorni dell’allenamento di Michele ed io posso accompagnarlo al campo di rugby col mio Motom. Anche prima ci andavamo col Motom, ma di nascosto, senza dirlo alla madre. A Michele ho sempre detto che 22


non si dicono bugie, salvo quelle a fin di bene, e siccome sul Motom non esistono essere umani o animali, creature senzienti o insenzienti, entità, presenze, spiriti visibili e invisibili, santi, dei dell’olimpo o divinità orientali più felici di noi in quei momenti, abbiamo concordato di non dire nulla, tanto non dire non è proprio una bugia e, anche se lo fosse, è a fin di bene, e noi ci vogliamo bene. Perciò sul Motom grido: “Qual è il nonno più bello del mondo?” E lui: “Giuseppe, detto Pinoooo”. “E il più veloce Motom?” “Quello di Giuseppe detto Pinooooo!” Allora io, imitando il mitico Thor, il super eroe del suo fumetto preferito, sentenzio: “Invero ti condurrò in un istante al luogo della battaglia, per Asgard!” E lo sento stringersi forte mentre accelero a manetta e il Motom mi sembra il Superalce che avevo negli anni dopo la guerra. L’unica cosa è che dobbiamo arrivare fino al campo dell’Italsider e quando fa freddo la mamma si preoccupa. Oggi piove a dirotto e Michele ha urlato: “Dio sei grande!” I bambini si rotolano nel fango. Mi avvicino a un signore per scambiare quattro chiacchiere. È un medico, il papà di un compagno di squadra di Michele che, per spirito di partecipazione, fa anche le visite di idoneità alla squadra. “Collega”, dico, “ma siamo sicuri che ai bambini fa bene tutta quest’acqua?” A lui non piace fare il medico. Riconosco questa sensazione per averla vista in me e in tanti colleghi al Policlinico dove lavoravo. “Guarda che stanno meglio di noi. Dopo gli danno il tè, gli fanno fare una doccia bollente e a casa non rompono le scatole. Solo che dopo gli allenamenti devo mettere il catenaccio al frigorifero.” 23


Rido solo un poco. Arriva Michele. Mi dice che gli dolgono le gambe. Gli alzo la tuta fradicia e le vedo tumefatte. È un’eruzione del derma. Si presenta con il caratteristico rash cutaneo. Appare manifestarsi con piccole papille e macchie di colore rosso-violaceo. È palpabile. “Mi sembra una porpora di Schonlein-Henoch”, sentenzia il collega. Dico a Michele di abbassare le mutande. Riscontro una piccola lesione ad andamento vagamente concavo sullo scroto. Gli chiedo se in questi giorni ha avuto bruciori alla bocca. “Apri la bocca a nonno.” Ha circa cinque afte localizzate sulla mucosa orale. “No... ha anche lui la Behçet!” farfuglio sottovoce. Il collega mi chiede cosa è, eccetera eccetera, ma le sue parole si scompongono come i miei pensieri e si riformano frammiste alle urla dei bambini, ai richiami delle mamme, al rumore dei tacchetti sul cemento, in un caleidoscopio colorato che si trasforma velocemente. Il cielo già buio del tardo pomeriggio di dicembre si colora di rosso porpora in un tramonto artificiale, pieno di tepore. È la colata dell’Italsider. La sirena suona ancora. Hulusi Behçet (Costantinopoli, 20 febbraio 1889 – 8 marzo 1948) ha avuto un’infanzia difficile: ha perso molto presto sua madre ed è stato allevato dalla nonna. Questo buio evento ha caratterizzato negativamente la sua intera esistenza e rappresenta con ogni probabilità la causa del suo carattere introverso. Ha completato gli studi primari a Damasco, all’epoca facente parte dell’Impero Ottomano, in ragione dell’attività lavorativa del padre, imparando a padroneggiare correttamente il francese, il tedesco ed il latino. La scelta della professione di medico è da addebitare alla sua spiccata curiosità. Si è laureato al24


l’Accademia medica militare di Gülhane, visto che la formazione medica civile non era disponibile nell’Impero Ottomano in quegli anni. Dopo la laurea, nel 1910 si è specializzato in dermatologia e malattie veneree. Durante la prima guerra mondiale ha lavorato nell’ospedale militare di Edirne, trasferendosi, dopo gli eventi bellici, prima in Ungheria, a Budapest e poi in Germania, a Berlino. Dopo il suo ritorno in Turchia nel 1923, ha sposato Refika Davaz, la figlia di un noto diplomatico, da cui ha avuto una bambina. Nello stesso anno, ha avuto un incarico presso l’ospedale di Costantinopoli, come specialista in malattie veneree, per poi passare al policlinico universitario della stessa città, esercitando, in quel tempo, anche la professione privata. Nel 1933, presso la stessa struttura, fonda il reparto di Dermatologia e Malattie veneree. Ha pubblicato numerosi articoli sia in Turchia sia all’estero. Era un assiduo frequentatore di congressi nazionali ed internazionali, tanto che il famoso patologo tedesco prof. Schwartz, ebbe a dire di lui: “È uno scienziato ben noto dappertutto, ma nel suo paese potreste non trovarlo, perché è sempre all’estero a presentare i suoi risultati”.

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Anteprima Galleria delle Armi  

Anteprima Galleria delle Armi di Salvio Esposito, edito da Marotta&Cafiero editori

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