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Il mio discorso al congresso. Inizia una nuova storia, ma è sempre la nostra storia... 31 Marzo 2009

Da oggi anche io sono un ex. Non lo sono mai stato, ho iniziato a fare politica nel 1994, sono stato deputato per la prima volta esattamente 15 anni fa, il 27 marzo del 1994. Allora ero un novizio, non ero un ex-qualcosa. Non ero stato democristiano o socialista. Oggi sono del Popolo della Libertà, ex di Forza Italia: sempre berlusconiano. E da orgoglioso berlusconiano sono pronto a iniziare nuovamente un’avventura. Come ho fatto prima il 18 gennaio del 1994, quando formalmente abbiamo costituito Forza Italia, e poi il 27 marzo dello stesso anno, quando abbiamo salvato l’Italia dai comunisti: un altro 1948. Oggi sono pronto a costruire qualcosa di nuovo in questo 27 marzo che ritorna. Una certa emozione è naturale nel veder scomparire quel simbolo che per anni ha rappresentato il baluardo della libertà. In tutta sincerità provo un po’ di dispiacere nel rinchiudere nel cassetto quella bandiera di Forza Italia che ho contribuito a cucire e che ha ridato a tante persone la fiducia nella politica dopo il terremoto di tangentopoli. Da oggi sventola un’altra bandiera, di colore diverso, più ampia, per raccogliere tutto quell’elettorato moderato che non si riconosce nella sinistra e che crede negli ideali di libertà. Questo 27 marzo è figlio diretto di quello di 15 anni fa. Reca in sé la stessa carica rivoluzionaria che parte dal basso, dal popolo. Un popolo che chiedeva una rappresentanza comune e Silvio Berlusconi l’ha capito per primo. Gli ha dato forma concreta a partire dal 2 dicembre 2006 con la grande manifestazione di Piazza San Giovanni in Roma, poi col discorso del predellino di piazza San Babila, con il coinvolgimento del popolo nella scelta del nome del nostro movimento e con le elezioni del 13 e 14 aprile 2008. Don Sturzo diceva “le rivoluzioni sono figlie di idee e sentimenti prima che di interessi”, e questo è quello che sta accadendo oggi. Idee e sentimenti di un popolo di cittadini si uniscono per dar luogo alla grande casa dei liberali e dei moderati. Questo poteva solo accadere da questa parte. La sinistra non è riuscita a comprendere i cambiamenti in corso, non lo fece nel 1994 e non lo sta facendo oggi, seppur con sporadiche eccezioni; e quando prova a farlo, come con la il Partito Democratico, lo fa in modo lento, macchinoso,


ideologico, lontano dal comune sentire. Sono ormai 15 anni che la sinistra non riesce ad interpretare la società. Sembra passata un’eternità, ma appena 24 mesi orsono un’”allegra” truppa di veterocomunisti arrivava al governo del Paese, convinta di rappresentarlo. Gli eventi ci hanno dimostrato che non era così. La sinistra ha voluto cristallizzare le classi. Non ha capito che la società italiana è giunta a un punto di arrivo che prevede una nuova partenza. Non ci sono più classi sociali intese in modo marxista, c’è un trasversalismo che va dal popolo delle partite IVA al poliziotto, dall’operaio al docente, dall’impiegato al precario, tutti accomunati da dubbi e paure. A sinistra si parla di interessi di queste classi, non di interessi del popolo. I cittadini non firmano più cambiali in bianco come avveniva quando i partiti erano ideologici, non è più il tempo. I cittadini vogliono risposte e bisogna darle in fretta, come richiede la società di oggi, globalizzata e interconnessa. C’è una forte crisi mondiale, bisogna reagire con strumenti celeri ed efficaci. Per questo oggi si organizza il Popolo della Libertà, per dare queste risposte e farlo con l’unico spirito possibile, quello riformista. Questo spirito deve ispirare ogni azione del Popolo della Libertà, senza sosta. La sua missione deve essere quella di rinnovare la Costituzione per innovare lo stato. Oggi governiamo con gli stessi strumenti di 60 anni fa, quando invece la realtà è completamente diversa. L’impatto delle tecnologie, ma anche la consapevolezza di nuovi diritti e doveri, hanno profondamente mutato il Paese, ma gli strumenti sono rimasti gli stessi. E’ come se un’azienda oggi non avesse il computer o internet: fuori dal tempo, fuori dal mercato! E invece abbiamo strumenti di governo spesso inadeguati, incapaci di dare risposte ai cittadini e soprattutto a una domanda fondamentale: se il governo funziona o meno, se fa star meglio i suoi cittadini. Se è in grado di assicurare libertà e condizioni migliori di vita. Non si può più perder tempo. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. Viviamo in un’era post-ideologica e in quest’era ho iniziato a fare politica ed è per questo che non mi sento di destra, di sinistra o di centro: mi sento interprete di una politica che mette al centro dell’azione il cittadino, la famiglia, l’impresa e si fonda sulla capacità di fare. E mi sento anche un rivoluzionario, un rivoluzionario liberale che crede fermamente in alcune modifiche della Costituzione, a partire dal Presidenzialismo, un sistema ormai ben radicato nella mente e nel cuore degli italiani. In questa nuova architettura il Parlamento (un solo ramo), potrà essere al centro dell’azione politica rispetto a quello di oggi che si avvia verso la rottamazione Non è un momento facile, ovunque volgiamo lo sguardo c’è lavoro da fare. E’ una strada dura quella che parte da un nuovo movimento politico per raggiungere un’Italia moderna e fronteggiare una crisi difficile. Oggi iniziamo un viaggio e il nostro viaggio, fin dal 1994 non è mai stato fatto di scorciatoie. Per questo non possiamo sbagliare. Da oggi dobbiamo creare un movimento politico del fare, improntato al buongoverno. Un movimento politico che rompa con i riti della tradizione partitocratica della Prima Repubblica, con i tatticismi e si richiami direttamente ai cittadini con tutti gli strumenti possibili, a partire dalla tecnologia. Oggi vanno definite le regole


per il domani. Non possiamo sottovalutare questo aspetto! In questi anni abbiamo creato una nuova classe politica di consiglieri comunali, provinciali, regionali, di parlamentari, di assessori, sindaci, di presidenti di provincia, governatori, sottosegretari e ministri. Migliaia e migliaia di donne e uomini che per la prima volta sono scesi in campo: è su di loro che dobbiamo lavorare, insieme ai nuovi che si uniranno, per costituire la classe dirigente dell’Italia del futuro. Il buongoverno è stato e deve essere la stella polare del nostro lavoro quotidiano, consapevoli che i soldi pubblici sono i nostri soldi, quelli dei nostri cittadini: non devono essere sprecati. Consapevoli della forte richiesta di controllo e favorita dai nuovi strumenti della comunicazione, sappiamo che servono nuove forme di partecipazione. Un movimento politico del III millennio non può nascere con le regole dei partiti del secolo delle ideologie. In 15 anni di gloriosa storia Forza Italia ha avuto al massimo 400.000 iscritti. Rispetto a una media di 10 milioni di elettori sono il 4 per cento. E se andiamo a vedere ancora meglio quei 400mila si sono iscritti perché a chiederglielo sono state 20-30mila persone, lo 0,2-0,3 per cento. Un partito non può essere governato dallo 0,3 per cento. Serve un partito a due velocità. La prima è propria del partito tradizionale, contempla gli iscritti, ed è quella della politica vissuta in prima persona, indispensabile per far funzionare il partito stesso e le istituzioni, è il luogo per selezionare la classe dirigente. La seconda velocità è propria di un partito che potremmo definire all’americana, dove chi si registra non è interessato a impegnarsi in prima persona nella vita politica, però vuole dire la sua ed è interessato a intervenire sulle grandi scelte: il candidato sindaco, il leader; e sui grandi temi politici: il testamento biologico, la scuola, la pianificazione del territorio. Per la consultazione si può usare sia internet, sia i gazebo: questo è un parlamento a cielo aperto! Un partito così organizzato sarebbe capace di organizzare il consenso e di contribuire in modo determinante ad aumentarlo, attraverso anche gli strumenti di comunicazione che la tecnologia ci mette a disposizione. E in questo contesto dobbiamo inserire le primarie, sperimentarle. Primarie vere, non una consultazione elettorale come ha erroneamente fatto il Partito Democratico. Un modello a due velocità che potremo sperimentare poiché abbiamo davanti a noi un periodo commissariale, magari a partire dalle regioni più piccole. In questo contesto tutti noi dobbiamo però essere sempre pronti a rimetterci in gioco e applicare la tanto declamata meritocrazia, anche al nostro interno. Devono essere i nostri elettori, i cittadini italiani stilare la classifica delle nostre capacità: non deve né può essere tutto e solo cooptazione! Sono orgoglioso del contributo che ho potuto dare nel rinnovare la classe dirigente locale, ma dobbiamo essere consapevoli che tutti noi dobbiamo ancora imparare tantissimo dalle istituzioni per essere sempre più all’altezza dei compiti che i cittadini ci affideranno. Il Popolo della Libertà nasce dalla confluenza di tante storie diverse, Forza Italia e Alleanza Nazionale su tutte, ma anche con i contributi della Democrazia Cristiana per le Autonomie, Nuovo PSI, Popolari Liberali, Azione Sociale, Partito Repubblicano Italiano, Partito Pensionati, Circolo


della Libertà e Circolo del Buongoverno e Riformatori Liberali. Tutti affluenti dello stesso fiume ma soprattutto tutti concordi nel volere una società liberale e basata sul merito, anche al di là del colore politico: come diceva Don Giussani “Non mi importa da dove vieni, ma dove vogliamo andare insieme”. La meta è condivisa e il successo del Popolo della Libertà lo dimostra. Noi, noi tutti, rappresentiamo la rivoluzione liberale per ammodernare la nostra Italia e, al contempo, rappresentiamo la conservazione perché vogliamo preservare la nostra identità legata alle nostre tradizioni, alla nostra cultura, alle nostre radici cattoliche, al valore della famiglia tradizionale e lo vogliamo fare senza nasconderci, senza cedere il passo a nessun’altra cultura, nel rispetto reciproco. Per tutto questo serve tanta passione, tanto sacrificio, tanta umiltà, tanto altruismo: ricordiamoci che chi vive senza follia non è saggio come si crede, come ci ha insegnato La Rochefoucauld. Dobbiamo essere consapevoli che stiamo costruendo qualcosa di grandioso, qualcosa che deve proiettare l’Italia nel futuro, qualcosa di cui i nostri figli si gioveranno, qualcosa che serva a dire e sperare che l’Italia sarà un Paese per i nostri giovani. E in questo mi permetto di avvicinare l’intuizione di Berlusconi ad una frase di De Gasperi: “La differenza tra un politico e uno statista è che il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni”. Con il Popolo della Libertà stiamo pensando anche, forse soprattutto, alle prossime generazioni, perché come la Costituzione ci ha garantito pace e prosperità per 60 anni, le modifiche alla Costituzione unitamente al nostro lavoro ci potranno consentire altrettanta pace e prosperità. Viva l’Italia, viva il Popolo della Libertà. Inizia una nuova storia, ma è sempre la nostra storia!

Mario Valducci

Il mio discorso al Congresso del Popolo della Libertà  

Da oggi anche io sono un ex. Non lo sono mai stato, ho iniziato a fare politica nel 1994, sono stato deputato per la prima volta esattamente...