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Marina Livella

GUGLIELMO COME IL MONTE

2011 1


Marina Livella

Marina Livella nasce a Gardone Val Trompia (BS) nel 1958. Fin da ragazza coltiva la passione della scrittura che, superati i quaranta anni, rivolge alla sua passione per le escursioni in alta quota. In questo breve racconto esprime con uno sguardo al passato l’amore senza tempo per la montagna.

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Luglio 1974 “Ciao Hilde, a Roma ho finito, parto ora, salvami un letto per questa notte!” Sorridendo Vittorio chiuse la telefonata poi continuò a preparare la valigia; adorava sua madre Hilde ed adorava la “Pensione Alpina” a Merano dove aveva vissuto da quando era nato, desiderava una pausa dal suo lavoro e quello era un ottimo punto di partenza. Buttò l’occhio su di una cartella abbastanza voluminosa ed il sorriso divenne più sommesso, la sistemò in un angolo della valigia che poi chiuse, si mise la giacca e uscì di casa diretto a Ciampino. Nel primo pomeriggio era a Bolzano, noleggiò un’auto e si diresse verso Merano. Diverso respirare la sua aria, era orgoglioso di sentirsi un montanaro e ne faceva un vanto, quando arrivò alla periferia di Merano chiamò a casa. Rispose Enrico il suo impareggiabile nonno “Allora ragazzo, ho la nuova annata del Traminer da assaggiare, sbrigati!” “Cavolo, sono in fondo alla strada, aspettami” Era sulla porta che lo attendeva e dietro c’era sua madre, si abbracciarono, il sole luminoso dava quasi fastidio agli occhi, quindi si diressero nella stanza dietro il bar. Non servivano molte parole tra loro, quando nonna Clara li lasciò dieci anni prima il loro legame si saldò ulteriormente, ed Enrico, privato della moglie, riversò il suo amore sull’unica figlia e sul nipote; quando poi Vittorio decise di scegliere la via della letteratura ne fu orgoglioso, per l’albergo bastavano lui ed Hilde, il nipote aveva diritto di percorrere la strada che desiderava. Arrivò la sera, era estate, turisti dappertutto, dopo cena Enrico lasciò ai collaboratori la gestione del locale e si rifugiarono nella saletta privata con una grappa di pino mugo da sorseggiare. “Mi ci perdo a Roma, fortuna c’è Francesco a darmi una mano” divagò Vittorio, poi rivolgendosi a sua madre “Sai, avevo un sacco di tempo tra una conferenza e l’altra in queste settimane, poi ho conosciuto un funzionario della Marina Militare e, da cosa nasce cosa, ho fatto un poco di ricerche ….” Hilde sentì le guance arrossarsi, “hai trovato notizie di tuo padre ….”

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“Certamente è stata dura, ho ribaltato nuovi archivi, scovato un paio di dossier e conosciuto un addetto all’ambasciata inglese che mi ha passato altri documenti, sono vicino alla soluzione” Si cercarono le mani e stettero in silenzio per qualche attimo, poi Hilde ravviandosi i capelli lo incitò a raccontare. Suo figlio somigliava a Guglielmo, gli stessi occhi verdi e la leggera stempiatura precoce, il carattere dolce e la mente acuta, lo aveva visto, crescendo, diventare uguale a lui, solo i capelli erano scuri come i suoi ed aveva pure la sua allegra trasandatezza nel vestire che il padre, sempre raffinato ed elegante, non aveva assolutamente. Il suo Guglielmo, Hilde ricordava tutto nonostante fossero trascorsi 31 anni; settembre 1942, era tornata da una salita sul Bianco felice e forte del suo alpinismo quando le avevano riferito che, dal sud, era arrivato un gruppo di sommergibilisti per ossigenarsi. Non ci aveva fatto caso ma alla sera, scendendo in sala, era stata coinvolta dalla allegria di quel gruppo e poi lo aveva visto, biondo, alto ed impeccabile nonostante l’abbigliamento sportivo, con un sorriso intrigante che subito l’aveva coinvolta. “Io mi chiamo Hilde e lei?” e lui sorridendo allegro: “Guglielmo … come il monte!” L’aveva incuriosita con quella battuta ed aveva scoperto che era un montanaro pure lui, veniva da Brescia, prealpi lombarde, altro che mare; le aveva raccontato della montagna, il Monte Guglielmo, che vedeva sovrastare la sua vallata da quando era nato e poi della sua infanzia, della famiglia e del padre morto troppo giovane lasciando una moglie delicata con quattro bambini piccoli e della fatica a costruirsi una vita in valle che lo aveva indirizzato al mare quando era ancora molto giovane. Si innamorarono di un amore travolgente e, stranamente, anche suo padre prese in simpatia quel ragazzo semplice e serio pensando che, se doveva lasciare a qualcuno sua figlia, Guglielmo forse era quello giusto, quindi nei mesi successivi acconsentì agli incontri dei due ragazzi progettando con sua moglie delle nozze semplici ma coinvolgenti. 4


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Aprì il fascicolo “Come già sapete l’ultimo incarico è stato sul sommergibile Romolo con Alberto Crepas al comando, ho ritrovato infatti tutte le notizie che già conservavo nella scatola” disse Vittorio e con la mente vide il grande contenitore di cartone color marrone collocato in un angolo del suo armadio. “Certo, mi aveva raccontato tutto” disse sua madre, “dei vari incarichi fino all’autunno del 1942, poi era stato trasferito, e che paura non sapere dove, finché aveva potuto dirmi che si trovava sul sommergibile Ascianghi, affare pericoloso perché subito dopo, nella rada di Bougie hanno affondato….” “Già, l’Algerine di 1040 tonnellate” disse Enrico”grande imboscata che gli ha fatto guadagnare una medaglia di bronzo che, per questioni segrete, non ha mai potuto mostrare a nessuno, cavolo, questa storia mi ha sempre fatto inquietare!” “Si ma è il resto che non abbiamo, da sempre ho l’ossessione di sapere dove è mio padre; le vostre ricerche hanno continuamente trovato porte chiuse come pure è capitato ai parenti di Brescia che hanno tentato mille strade per saperne di più senza alcun risultato, anche Silvio è stato obbligato a desistere dissuaso dai perentori consigli che venivano dall’alto” continuò Vittorio. “Già, il caro Silvio Mascagni, grande amico di tuo padre, … per lui era più difficile, la guerra finita da poco e la censura ancora attiva erano un ostacolo, ma ora dopo trent’anni deve essere tutto diverso, gli archivi sono sicuramente aperti” “Sono tempi difficili mamma, ora più che mai tutti hanno paura di tutti, la guerra fredda, la difficile politica italiana alle prese con le bombe, è tutto blindato, i ministeri sono chiusi ermeticamente ed anche se ricevono con gentilezza ti ergono mille barriere davanti, fortuna che Francesco ha molte conoscenze, perfino un cugino alla Marina Militare …..” Gli venne un sogghigno, non aveva mai conosciuto un topo di biblioteca fino ad allora, ed aveva scoperto come Giovanni fosse tutto il contrario dell’immaginario collettivo sui “topi”, atletico, simpatico, con la propensione per le barzellette, mentre Francesco, beh, lui era un vero romano, moro e massiccio come un legionario e fornito di una intelligenza acuta e curiosa; molte volte si erano ritrovati con un comune amico, Robby, addetto dell’ambasciata inglese a Roma cercando di analizzare i dossier e le relazioni trovate.

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“Pareva una fortuna essere assegnati al Romolo, dovevano arrivare a Napoli per poi forse proseguire verso Bordeaux e la base di Betasom, trampolino di lancio per l’oceano, per di più noi sappiamo che la guerra era agli sgoccioli, con un poco di fortuna a loro bastava sopravvivere per arrivare alla fine, che peccato!”, riassunse riflettendo. “Aria fritta” disse Enrico “tutto questo non è nulla di nuovo, dove è tuo padre insomma!” Enrico prese teneramente la mano di sua madre e disse “Capo Spartivento, è la sotto…” vide gli occhi di Hilde ed Enrico diventare lucidi, “Va bene, costa calabra, dimmi il resto…” rispose suo nonno stranamente duro. “Ho potuto vedere uno stralcio della relazione dell’aereo della RAF che lo ha affondato, colpirlo è stato un gioco da ragazzi, probabilmente erano in emersione per mettere sotto carica le batterie degli accumulatori, erano a sud est di capo Spartivento, pensate, 15 miglia dalla costa, vedevano le spiagge davanti a loro” “Come hanno potuto fare tiro a segno con un sommergibile così attrezzato, è impossibile” quasi gridò Hilde. “Sono stati traditi, stessa storia di molti altri mezzi, ricordate il suo gemello, il sommergibile Remo che è scomparso improvvisamente, ebbene, ha fatto l’identica fine il giorno prima….. ma ho per le mani qualche cosa che proviene dai servizi segreti, aspetto una telefonata di Robby …” Nessuno replicò, era tardi ed erano stanchi quindi si salutarono per la notte. La telefonata arrivò la mattina presto, poche parole e un indirizzo londinese; Vittorio prenotò un volo, avvisò Hilde ed Enrico e partì sotto il loro sguardo affettuoso e carico di aspettative. Faceva caldo e c’era una cappa grigia di afa collosa sulla città quando arrivò nel primo pomeriggio, noleggiò un’auto, le strade erano fitte di gente e gruppetti colorati di hippies inneggiavano alla pace; conosceva un poco 6


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Londra e non gli fu difficile arrivare alla casa a due piani del 5 di Johnson Street, era un quartiere semplice ma ordinato e la casa piccola di pietra grigia con le ante gialle. Rimuginando sui cartelli simboleggianti pace e amore sparsi per il centro pigiò il campanello, l’uomo che gli aprì l’uscio era sui 60 anni ben portati, abbronzato e massiccio, sorrise alleggerendolo della tensione che portava dentro e lo invitò ad entrare: “E così ecco l’amico di Robby, mi aveva avvisato del tuo arrivo, come sta quel ragazzo?” Vittorio ricambiò il sorriso: “Sta bene a Roma, si è innamorato di una ragazza dei Castelli ed ora raramente parla di tornare a casa in Scozia”. “Ah Roma, buon cibo, gente ospitale e poi è talmente bella …” lo interruppe “… io mi chiamo Oliver e sono l’uomo che pilotava l’aereo con cui è stato affondato il Romolo”, il sorriso di Vittorio si spense “grazie per la sincerità, la guerra è guerra e non te ne voglio, spero solo riesca a tenere a bada i tuoi fantasmi”. “A volte fatico un poco, è la vita” ed aggiunse “ricordo benissimo quell’alba, pareva routine, ci avevano fatto muovere con le carte segnate” “Significa che sapevate cosa cercare vero?” continuò Vittorio “Già, un schifo, era una specie di tiro a segno e non ci piaceva, ma il comando aveva deciso e noi dovevamo andare” aggiunse Oliver Davanti ad una birra scura Vittorio scoprì la dinamica di quella alba, l’attacco avvenne alle 3,20 di mattina e l’obiettivo venne centrato in pieno da due delle bombe sganciate dall’aereo. “Dovevano essere grandi veterani perché si sono difesi come leoni con le mitragliere” disse quasi tra se Oliver “abbiamo girato in zona un bel poco cercando superstiti ma, l’abbiamo visto navigare in emersione per breve tempo diretto verso la costa e poi affondare, erano circa le sei” si strinse nelle spalle. “Voglio saperne di più, mi devi aiutare, vorrei vedere le carte, gli ordini di servizio … i nomi” disse Vittorio fissandolo deciso. “Sono passati tanti anni, non ci puoi far più nulla" rispose Oliver “Ho il diritto di sapere tutto, anche da dove è partita la decisione di affondarli” “E poi?” “Poi troverò chi ha contribuito a queste morti per capire e potrò avere la vendetta che desidero da venticinque anni, finalmente saprò rispondere alle domande della mia famiglia, poi magari racconterò la storia di questo “eroe”, padre sconosciuto ma molto amato, e mi permetterò la pace inte7


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riore che non ho mai avuto” chinò la testa ed aggiunse amaro “pace e amore, come cantavano i ragazzi che ho incontrato in centro……..” “Va bene, faccio delle telefonate, prendi dell’altra birra in frigo e rilassati, torno subito” Passò un’oretta, Oliver ogni tanto rientrava in salotto portando incartamenti e relazioni conservate nei suoi archivi, Vittorio li faceva passare ma non era quello che cercava, finalmente arrivò con una buona notizia, l’appuntamento che stava inseguendo era stato confermato. Avevano poco tempo, uscirono veloci, un’ora scarsa per attraversare Londra ed arrivare alla meta, intanto aveva cominciato a piovere, Oliver guidava rilassato, arrivarono in una zona di capannoni intersecati da vie desolate ed incupite dalla luce del tardo pomeriggio greve di umidità, parcheggiarono davanti ad un edificio. Vittorio non fece domande, guardò il cartello al di sopra della porta, “Marine Store Inc.”, era scettico, pareva tutto abbandonato, vide il suo compagno sparire avanti e lo seguì; dentro non era molto meglio, l’odore di muffa era acuito dal caldo e non si scorgeva quasi nulla, camminarono seguendo un paio di corridoi e scendendo una rampa di scale fino a giungere ad una porta che in alto aveva l’occhio di una telecamera mimetizzata dalle ragnatele, un attimo, poi la porta si aprì con un ronzio. Era un altro mondo, una folata di aria fredda e la forte luce al neon per un attimo li spiazzò, oltrepassarono l’atrio, nella stanza successiva scrivanie vuote ed ordinate, la attraversarono entrando in un’altra stanza dove un uomo di mezza età li stava aspettando. Non furono pronunciati nomi, c’era un solo fascicolo sul piano color mogano della scrivania, l’uomo senza una parola lo apri togliendone dei fogli che girò ai suoi ospiti poi si alzò borbottando “Mezz’ora al massimo” e li lasciò soli.

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Vittorio cercò aiuto con gli occhi, assieme studiarono il piano di volo dell’aereo pilotato da Oliver, le carte fornite alla squadra alla partenza dalla base in Sicilia e la successiva relazione del comandante della squadra. “Troppo poco” sibilò Vittorio, sentiva il sudore freddo sulla fronte, sapeva di essere osservato ma ugualmente afferrò il resto dei documenti della cartella sfogliandoli rapidamente finché Oliver lo bloccò. “Ci siamo” disse indicando una nota a bordo pagina su di una carta nautica “Emilio Grosso, questo lo conosco, è uno dei nostri, durante la guerra operava a Taranto, è riparato da noi molto avventurosamente nei giorni dello sbarco ed ha continuato nei Servizi fino a pochi anni fa, chissà dove è ora”. Presero velocemente nota di quello che pareva interessante mentre l’uomo silenzioso rientrava e, senza una parola, tornarono sui loro passi nel crepuscolo londinese. Viaggiarono inseguendo ognuno i propri pensieri, Vittorio non capiva perché gli fosse capitato questo aiuto da parte di Oliver ma sperava durasse ancora un poco anche se si chiedeva cosa avrebbe voluto in cambio. Si fermarono per una cena che tentava di essere all’italiana, scoprirono di avere parecchio in comune, il vino bianco, la montagna, la letteratura, quando si lasciarono per la notte davanti ad un hotel del centro parevano amici di vecchia data. Dopo una notte piuttosto agitata fu svegliato da Oliver, era allegro. “Ho trovato Emilio, cavolo, nonostante sia in pensione ho ancora buone conoscenze, è poco in salute e vive in una casa per anziani a Watford, vengo li tra due ore, ce la fai?” Verso le dieci erano in viaggio verso la casa per anziani “Yellow House”, superarono gli edifici cittadini trovando poi prati frammezzati da lunghe colline basse, verdeggianti e solitarie, la mezza mattina estiva non ancora afosa rendeva luminoso il panorama e favoriva i discorsi. “Sei un gran testardo e mi piaci, parlami di casa tua in Italia” chiese Oliver Vittorio sorrise e cominciò a raccontare di piccole felicità e grandi rocce, di nuvole veloci e ripide pareti innevate, di prati gialli di ranuncoli e piscine naturali di acqua calda e curativa. Mentre Oliver giurava che presto si sarebbe trasferito a Merano arrivarono alla meta.

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Non faticarono a trovare l’edificio giallo senape immerso in un parco di alberi ad alto fusto, al cancello fu sufficiente dire un nome e subito si spalancò su di un viale che terminava all’ingresso principale. Erano attesi dalla direttrice, una donna alta e gentile che li guidò attraverso dei corridoi fino ad una stanza; un uomo magrissimo occupava una poltrona vicino alla finestra, subito riconobbe Oliver, parve sorpreso della visita e dopo aver brevemente rinverdito i vecchi tempi, chiese il motivo per cui erano li. Oliver accennò verso Vittorio e lui si rese conto di non sapere come cominciare, poi in italiano disse “cosa ricorda dell’estate 1943?”, Emilio lo fissò strano, “Tutto, cosa vuoi sapere di quegli anni? e poi, tu chi sei ragazzo?” “ Nessuno, io non sono nessuno ma mio padre era sul sommergibile Romolo che è stato iniquamente affondato nel luglio del ’43 ….” “Sciocchezze, era la guerra!” ribatté Emilio aggrottando i sopraccigli sale e pepe. “Erano attesi, quello era tiro a segno vigliacco e sleale, da dove veniva la notizia, chi ha tradito, io voglio quella informazione poi ti lascio in pace” gli soffiò sul viso con un sorriso acido che non sapeva nemmeno lui da dove venisse. Emilio lanciò ad Oliver uno sguardo acuto ed interrogativo poi chiuse gli occhi ed accennò solo un “Che ne pensi” debole ed affaticato; ebbe di rimando “Va bene così Emilio, se ricordi qualche cosa di quei fatti parla”. Cominciò a raccontare a occhi chiusi cercando di controllare il respiro un poco affannoso, “Era un momento cruciale della guerra, il fascismo era agli sgoccioli, i battelli che uscivano dai cantieri di Taranto erano importanti, la Germania ci faceva conto e noi pensavamo fossero quelle le temute armi segrete di cui sentivamo parlare, era di primaria importanza tenerli sotto controllo” aprì gli occhi chiari ed acquosi e fissò Vittorio “la notizia arrivò direttamente dal comando tarantino, fui stupito quando Rossi mi telefonò, era il capo, un capo puro e fedele che non dava adito a dubbi di nessun genere …”

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“Rossi? … Antonio Rossi De Vecchis, stai parlando di lui, ne sei certo, era molto vicino a Mussolini, non è possibile che lui tradisse …” “Pensa quello che vuoi, era sua la voce che ho sentito quella maledetta mattina, mi parlò per pochi minuti, i nomi dei sommergibili, il Romolo ed il Remo appena terminati e poi altri due che stavano apprestando, tutto fornito di date ed altri particolari importanti” picchiò il pugno ossuto sul bracciolo “Cosa dovevo fare, ero un traditore come lui, condannavo a morte uomini che non conoscevo, mi sentivo un verme ma dovevo farlo!” Vittorio si girò verso Oliver, “E’ ancora vivo, ne sono certo!” “Di cosa parli” si sentì chiedere, ma non rispose tanto era stordito dalla notizia e dal grande caldo che sentiva corrergli lungo il filo della schiena. “Grazie Emilio, era quello che volevo” disse stringendo forse troppo energicamente la mano del vecchio che senza dire altro lo osservò uscire dalla stanza. Congedarono velocemente la direttrice della casa di cura e salirono in auto. “Ci siamo, ora pure tu sai da dove è venuto l’ordine che vi ha fatto partire dalla Sicilia”. Freddamente Oliver rispose ”Non mi interessa, era la guerra e basta, non voglio volti né storie, piuttosto, cosa sai di quel nome” “Hai ragione, sono cose solo mie, grazie per l’aiuto” rispose Vittorio con gli occhi brillanti “in quanto a Rossi De Vecchis, era un pezzo grosso del comando di Taranto inviato direttamente da Roma, ora vive a Fermo nella fattoria del colonnello in pensione Silvio Mascagni …” e quasi tra se “… entrambi sono stati dei padri per me”. Vittorio era amareggiato “Ora so chi impedì a Mascagni di fare ricerche su mio padre, De Vecchis è stato suo diretto superiore sino all’armistizio ….. mi hanno sempre mentito, devo andare laggiù e capire”. Non aveva più nulla da fare lì e decise di ripartire subito; con un paio di telefonate trovò il volo che gli serviva viaggiando verso Londra, Oliver sentì che prenotava per Ancona e capì. L’aereo partiva alle quattro, c’era tempo, si salutarono davanti ad una birra ghiacciata ed un panino riepilogando gli eventi. “Quando hai risolto questo affare di famiglia italiano perché non vieni qui da noi. Robby mi aveva parlato di te tempo fa e mi ero fatto un’idea che, conoscendoti, si è rivelata esatta”, tamburellò due dita sul bracciolo della poltroncina sorridendo “io sono a riposo dall’esercito ma ancora at11


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tivo ai Servizi, è quello il motivo per cui ti ho potuto aiutare” si interruppe “e quindi” lo incitò Vittorio “… diciamo che le persone che mi hanno concesso i due incontri vorrebbero sapere la tua disponibilità verso di noi … pensiamo che sarebbe preziosa …” concluse. Vittorio lo guardò “ora capisco, ma perché proprio io?”e l’altro ribadì “saresti utile per l’Europa, i tempi hanno bisogno di cervelli particolarmente acuti”. Sgranò gli occhi incredulo “sono solo un professore di lettere, un cantastorie con la penna … non so nulla di politica internazionale” disse sulla difensiva “non è proprio esatto, tu sei un lottatore, e poi il tuo punto di vista lucido e pragmatico sarebbe utile per noi” si sentì rispondere. Lo salutò promettendo che ci avrebbe pensato ma durante il viaggio la sua mente fu rivolta esclusivamente a due vecchi soldati che lo avevano aiutato a crescere ed ora lo stavano uccidendo. Arrivò a Fermo a sera inoltrata, l’utilitaria che aveva affittato faticava un poco su per i brevi ripidi che portavano all’azienda agricola “Le colombe”. Guidando pensava a quanto era stato felice in quella fattoria che lo aveva ospitato nei periodi estivi tra mare, cavalli e galline; era un grande casale di mattoni chiari circondato dai riquadri geometrici dei campi coltivati appollaiato sopra ad una collina affacciata sulla costa marittima che si scorgeva un poco distante. Si diresse al ristorante ancora affollato, trovò Maria che dopo un abbraccio energico gli diede la chiave della stanza, pochi minuti e tornò da lei, aveva preparato un tavolo poi gli disse di aver pazienza, il colonnello era in stalla alle prese con una cavalla gravida e sarebbe arrivato di li a poco. La notte era profumata di menta e fieno, Mascagni arrivò sudato e trafelato, abbracciò Vittorio chiedendo a gran voce cibo e vino fresco “scusa ragazzo se non ho fatto parte del comitato di ricevimento” disse scherzando “ma sai come funziona da noi … a proposito, parto difficile ma cavalla e piccolo sono a posto”. Si sedette, allungò il corpo magro e compatto poi si buttò sul piatto e chiese “cosa ti porta da me, hai voglia di riposo” Vittorio lo guardò “tor12


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no ora da Londra, sto ancora inseguendo il sommergibile Romolo ed ho nuovi sviluppi, a proposito, dove è il comandante Rossi”. Il colonnello rimase con il cucchiaio a mezz’aria poi riprese a mangiare calmo “è davanti alla televisione come sempre, è peggiorato, a volte non ci sta con la testa, dopo lo andiamo a salutare se vuoi …” Finirono di cenare parlando d’altro, poi andarono alla costruzione ad un piano accanto alla piscina, Rossi era li e si dimostrò felice della visita dei due uomini. Alcune parole poi Vittorio cominciò il suo racconto, riportò brevemente quanto aveva scoperto a Londra, senza mezzi termini disse brutalmente che Rossi in una sera del luglio 1943 aveva approvato la consegna di due sottomarini, tanto urgenti da non essere nemmeno completamente collaudati, ad un gruppo di soldati in attesa in una caserma di Taranto ed al mattino li aveva denunciati agli alleati utilizzando Grosso come intermediario. Il silenzio che ne seguì era pesante, si sentiva molto stanco ed aveva il cuore stretto in una morsa, aveva davanti a se gli occhi di due soldati usi alla guerra e non quelli dei vecchi amici affettuosi che conosceva da sempre. Fu Rossi a parlare, “alla lunga ci sei arrivato ragazzo … erano tempi duri, non avevo alternativa, durante i due anni precedenti il ’45 ho usato tutta la mia abilità per salvarmi spiando tutto e tutti e trasferendo agli inglesi ogni notizia mi capitava tra le mani … dovevo guadagnare la loro fiducia per salvarmi dalla disfatta che avevo intuito da tempo” guardò Mascagni “a Roma ci ero nato, la mia famiglia aveva portato in alto il regime fascista e l’esercito era la mia vita, ma dovevo salvarmi”. “Hai usato uomini veri, degli eroi, per salvarti la pelle te ne rendi conto” gli disse Vittorio cercando di non alzare la voce “mi spiace non avevo visto le liste con i nomi …” si difese l’altro. Mascagni taceva, Vittorio si voltò verso di lui con gli occhi umidi “eccola la verità, è stato lui, ha mandato a morte mio padre trenta anni fa ed ora mi parla delle liste con gli equipaggi … è ridicolo” “E’ la verità, ne sono certo, sapessi che liberazione poter parlare di tutto questo con te, sai vederti è sempre stato come rinnovare il dolore e la rabbia per la perdita di tuo padre, il mio amico, ma avevo l’obbligo di non raccontare i fatti, maledizione, ero impotente …” “Già, nessuno poteva fare niente, e poi come è andata” rispose beffardo.

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Silvio guardò il suo vecchio comandante “poi è stato in Inghilterra per un anno circa e quando è tornato in Italia era pulito, l’hanno reintegrato nei ranghi della marina militare e ci è restato sino alla pensione” confessò Mascagni. “Io non mi difendo, i miei atti sono tutti giustificati dai tempi vostro onore” la voce da assurdo oratore di Rossi fece girare i volti meravigliati dei due uomini. “Cosa dice, straparla” chiese Vittorio “Questo è stato un colpo per lui” gli rispose il colonnello “forse a suo modo ma ti vuole bene da quando sei nato ed ora è molto malato, sempre più di frequente gli capitano questi attacchi …” passandosi la mano sulla barba ispida lo guardò dritto negli occhi“ … potrai mai capire le mie ragioni?” Erano passati alcuni giorni, Vittorio aveva vagabondato per i monti di Merano senza fare null’altro, sapeva di essere ad una svolta ma non voleva pensare, non ancora. La telefonata di Oliver giunse una mattina e lo riportò di colpo alla realtà, Vittorio gli raccontò brevemente dell’incontro di quella notte a Fermo e del faccia a faccia con i due anziani soldati. “Oggi è il 17 luglio, tu mi hai insegnato quanto la memoria sia necessaria nonostante solitamente procuri dolore …” disse Oliver “Già, il 17 luglio 1943 moriva mio padre, sono trascorsi 31 anni” proseguì Vittorio “sai, siamo tutte vittime, mio padre sicuramente ma anche noi due, vittime del destino e dei terribili atti compiuti dagli esseri umani quando agiscono come mostri … la guerra …” tacque un attimo poi riprese determinato ”sono un lottatore ma anche un semplice animo montanaro, non posso pensare di lavorare per voi e sentirmi in pace, persino la vendetta che desideravo e che con il Servizio potrei avere è diventata una sciocchezza”

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Oliver tacque un momento poi con un sospiro gli augurò buona fortuna e chiuse la comunicazione. Vittorio si affacciò alla finestra, osservò la lunga cresta rocciosa che si svolgeva ardita davanti agli occhi, si sentiva minuscolo ed egoista ma finalmente la vita spingeva dentro di lui, la vendetta che aveva inseguito e progettato per anni era svanita guardando negli occhi di due vecchi soldati sconfitti ed ora desiderava solo raccontare agli altri la storia di suo padre.

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