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michele buda daniele casadio guido guidi alex majoli ettore malanca

archives


michele buda daniele casadio guido guidi alex majoli ettore malanca

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comune di cotignola assessorato alla cultura comune di fusignano assessorato alla cultura con il patrocinio della provincia di ravenna in collaborazione con primola la presente pubblicazione è stata realizzata nell’ambito di selvatico rassegna di campagna sezione fotografia in occasione della mostra archives a cura di massimiliano fabbri, paolo trioschi alex majoli a fusignano ra centro culturale il granaio dal 27 gennaio al 12 febbraio 2006 michele buda daniele casadio guido guidi ettore malanca a cotignola ra palazzo sforza dal 28 gennaio al 12 febbraio 2006 progetto grafico e impaginazione: marilena benini, michele buda finito di stampare nel gennaio 2006 da grafiche morandi fusignano


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* palazzo sforza cantiere delle arti

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massimo pulini la ciglia e il diaframma


La parola diaframma è un perfetto ossimoro, riesce a far convivere due significati assolutamente contrapposti: l’attraversamento (diá) e l’ostruzione (phragnynai). La palpebra che custodisce l’occhio meccanico, che regola il suo fulmineo nutrimento di luce è anche una impietosa ghigliottina che ne recede il rapporto col mondo. Nel dialetto romagnolo, almeno in quello cesenate, si usa il termine tzéia (letteralmente ciglia) per definire i lampi lontani che annunciano un imminente temporale. È però inteso come verbo e coniugato in terza persona, quasi a dire che il cielo è colto nell’attimo in cui chiude e riapre gli occhi. A corollario di questo, per parlare di qualcosa che si muove ad una imprendibile velocità, la parola viene trasformata in tratzéia. Così il ‘cigliare’ del diaframma fotografico, come il pulsare del cielo, è animato da una forza demiurgica, che domina il tempo. Nella notte della pellicola il bagliore che illumina a giorno il paesaggio si trasforma in una rivelazione preziosa, che produce memoria allo stato chimico. L’impronta lasciata persiste, perché è imprigionata nel nuovo buio e protetta dalla minaccia di altre memorie che stratificandosi porterebbero a dimenticare. È probabile che anche il nostro ritmico bisogno di battere gli occhi non assolva la sola funzione di inumidire il globo, forse è segretamente motivato dalla necessità di memorizzare, di portare a dimora le immagini, di metterle a riposare nella chimica della mente. Quanti scatti di ciglia facciamo lungo l’esistenza, se li potessimo recuperare mettendoli in successione avremmo il più denso distillato della nostra vita. Chissà? Magari è quella rapidissima visione che dicono ci venga restituita un attimo prima di morire.


sabrina foschini occhio unico


ETTORE La traccia infangata del pallone sulla vetrata, riesce a sporcare la faccia dei bambini Rom. Guardiamo dall’altra parte del vetro con la distanza trasparente dell’acqua ferma, del freddo. Fermare le immagini è una lotta impari col tempo, una sfida alla durata, al premere della vita che allunga i tendini dei bambini perché nuova carne si sommi e li formi, li sedimenti e li renda grandi e ladri, e ostili, in omaggio alle nostre paure.Guardiamo attraverso la camera nera e la macchina miracolosa è il nostro occhio unico; sguardo da Polifemo che domina l’intero disegno dei confini di un’isola. ALEX Isola di Leros, giardino della follia; crescono i fiori delle bocche, con denti digrignati e indecisi tra il sorriso e il ringhio. Giace sopra un nido gigantesco di rami, un Icaro caduto con le ali staccate e la strada smarrita. Dall’imbuto del cielo sono colati su questa terra sospesa in balia del mare, gli avanzi di un mondo che non vuole guardare. Questi uomini che si sfaldano al sole come frutti maturi, coltivano in segreto un’ombra grandiosa, capace di nuotare oltre la loro prigione d’onde, in favore di Itaca. DANIELE Ombra sfuggita, incollata malamente col sapone, si affranca dal corpo e lo segue libera, lo sbeffeggia, allunga la lingua e rimane come un’ospite oscuro, a disegnare profili sullo sfondo. La testa in luce si volta veloce, a catturare la verità di quella maschera nera, che protetta dagli sguardi dice cose innominabili, apre cassetti, scardina le ante degli armadi e rovescia sulle facce, il loro carico di passati e futuri guadagnati a casaccio. MICHELE In fila sono rimaste le lettere dell’alfabeto tracciate a gessetto sugli sportelli e anche l’uomo è soltanto un ricordo di gesso polveroso, troncato. La fabbrica abbandonata ricorda il ventre gigantesco di una balena con viscere di tubi e marchingegni, dalla cui bocca hanno trovato fuga i profeti. Il movimento del lavoro, l’azione, dava luogo alla vita, ora restano sacchi aperti come frasi mozzate e uno scheletro di cose, che ripete l’architettura di antichi film tedeschi, dove il vivere era muto. GUIDO Lo sguardo è recintato, circoscritto, cattura porzioni degli altri, attraverso un reticolo di grate e cancelli. Gli occhi rapaci praticano l’uccellagione. Restano impigliati nelle reti pezzi incrinati di mondo, epidermidi di muri e geometrie d’alluminio. Ogni gesto è disabitato, ogni cortile e ogni costruzione vivono dell’Assenza. Restiamo fuori dallo schermo e dal perimetro di gabbia che contiene le cose, ad analizzare la natura-morta di un mondo che dovrebbe appartenerci.


michele buda


daniele casadio


guido guidi


alex majoli


ettore malanca


* palazzo sforza cantiere delle arti

comune di cotignola assessorato alla cultura comune di fusignano assessorato alla cultura con il patrocinio della provincia di ravenna in collaborazione con primola

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Profile for Marilena Benini

2006 catalogo selvatico1 archives  

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