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LA SICILIA

DOMENIC A 23 GIUGNO 2013

12. i FATTI BENI CULTURALI. Il ritrovamento all’interno di un impianto termale composto da sei vasche

Scoperto un raro mosaico a Gela «Del tutto eccezionale nel panorama siciliano la scena di una Nereide tra le spire di un mostro» MARIA CONCETTA GOLDINI

GELA. E’ la scoperta più recente e più rilevante in questo momento in Sicilia ed è stata presentata dalla Soprintendenza di Caltanissetta diretta dal’architetto Salvatore Gueli al XVIII Congresso internazionale di Archeologia classica tenutosi il mese scorso a Merida in Spagna: si tratta del nuovo complesso di bagni pubblici scoperto e parzialmente portato alla luce a Gela in via Romagnoli in un’area che in età ellenistica era sede delle ville dei cittadini più ricchi. Il nuovo complesso termale si trova a Caposoprano nello stesso quartiere in cui nel 1957 l’archeologo Pietro Orlandini trovò gli ormai noti bagni greci. La scoperta del nuovo complesso è avvenuta durante un’indagine di archeologia preventiva in un cantiere per la costruzione di villette condotta dalla Soprintedenza di Caltanissetta con la direzione della dottoressa Carla Guzzone e la collaborazione della dottoressa Marina Congiu e del geometra Antonio Catalano. L’impianto termale è composto da almeno sei vasche a semicupio, parte in terracotta e parte in muratura. Queste si disponevano attorno a una rotonda (purtroppo già danneggiata da interventi clandestini), pavimentata nella tecnica del mosaico a ciottoli, con una scena di ambientazione marina. Una figura femminile ignuda, adagiata tra le spire di un mostro marino e interpretata come una Nereide (una ninfa marina), cinge con un braccio il collo del mostro e sorregge, con l’altro braccio sollevato, un oggetto non identificabile. Lo spazio circolare della rotonda risulta delimitato da una banda perimetrale col motivo decorativo delle onde concatenate in bianco e nero, mentre figure di pesci guizzanti riempiono gli spazi di risulta. Altri resti murari e strutture funzionali, probabilmente destinate al riscaldamento, sono stati rinvenuti all’intorno e formano parte di un complesso più ampio, assegnabile all’età ellenistica

IL CASO.

L’impianto termale è composto da almeno sei vasche a semicupio, parte in terracotta e parte in muratura. Queste si disponevano attorno a una rotonda, pavimentata nella tecnica del mosaico a ciottoli, con una scena di ambientazione marina. Una figura femminile ignuda, adagiata tra le spire di un mostro marino e interpretata come una Nereide, cinge con un braccio il collo del mostro e sorregge, con l’altro braccio sollevato, un oggetto non identificabile. Lo spazio circolare della rotonda è delimitato da una banda perimetrale col motivo decorativo delle onde concatenate in bianco e nero, mentre figure di pesci guizzanti riempiono gli spazi di risulta

(fine IV – inizi del III sec. a. C.). «Il confronto più immediato dal punto di vista strutturale e cronologico – dice Guzzone – rinvia a i Bagni Greci già scavati da Orlandini, cui i nuovi sono accomunati anche dalla tipologia dei ritrovamenti ceramici, purtroppo molto esigui, e dalla caratterizzazione delle vasche con sedile e catino anteriore di raccolta. Si tratta anche in questo caso di un impianto

destinato a pratiche di igiene personale, di un tipo largamente diffuso in area mediterranea e documentato in ambito siciliano dagli analoghi complessi di Siracusa, Morgantina, Megara Hyblaea». «Del tutto eccezionale ed al momento isolata nel panorama siciliano del periodo – continua Guzzone – è invece la scena figurata pavimentale. Il solo caso attualmente noto di utilizzo

del mosaico a ciottoli nell’isola, è infatti documentato da una casa ellenistica di Mozia in cui, però, i soggetti rappresentati sono combattimenti tra coppie di animali e creature fantastiche. Nella stessa Gela, poco distante, un caso di mosaico con motivo a meandro, ma nella tecnica a tessere, si rinvenne entro il complesso residenziale ellenistico noto come Villa Iacona». Un complesso termale che apre

nuovi orizzonti di studio all’archeologia siciliana. «La tecnica a ciottoli adoperata in questi nuovi bagni e l’iconografia prescelta – sottolinea Guzzone – ci riportano piuttosto alla Grecia propria e ad altri contesti del Mediterraneo e occorrerà cercare di spiegare, anche da un punto di vista storico e culturale, le motivazioni di questi contatti e collegamenti che sembrano inserire la Sicilia tutta, e Gela in partico-

lare, in una rete di relazioni allargata a coinvolgere, in età ellenistica, le diverse sponde del Mediterraneo e le maggiori potenze del mondo allora conosciuto. Certo è che la particolare raffinatezza del nostro mosaico ben si inserisce nel contesto del nuovo quartiere residenziale sorto a Gela tra IV e III secolo in prossimità del porto commerciale, caratterizzato come è già provato, da prestigiose dimore di notevole pregio architettonico». Moltissimi restano, però, gli interrogativi ancora aperti posti da questo recente ritrovamento. Essi spaziano dagli aspetti di carattere strutturale, quali le modalità di approvvigionamento e adduzione delle risorse idriche e la funzionalità dei sistemi di produzione del calore, agli aspetti di carattere antropologico legati alla compresenza di ben due distinti complessi balneari, pressoché contemporanei e tra loro vicinissimi, nello stesso quartiere Caposoprano. Incremento demografico, accresciute sensibilità ed esigenze della comunità urbana in età ellenistica verso le pratiche dell’igiene personale, destinazione dei due complessi a utenze diversificate? Sono alcune delle possibili spiegazioni cui solo una indispensabile ed organica prosecuzione dell’indagine archeologica, allargata ai molti tratti murari già in vista tutt’intorno, potrebbe fornire adeguate conferme. Il complesso termale dopo la scoperta e l’azione dei tombaroli è stato ricoperto in attesa dei fondi per poter proseguiire l’indagine. Il Soprintendente Gueli ha parlato della scoperta gelese all’assessore ai Beni culturali Mariarita Sgarlata durante la visita a Gela. L’assessore da archeologa ha capito subito l’importanza di quello scavo ed ha annunciato una visita a questo ed altri siti archeologici gelesi e una ricognizione sulle recenti scoperte di archeologia subacque. «Auspichiamo che le reiterate richieste di finanziamento inoltrate all’Assessorato – ha detto Gueli – possano trovare riscontro posito. E’ necessario proseguire gli scavi per poi impostare progetti di valorizzazione e fruizione, per un rilancio del patrimonio archeologico di Gela, che non cessa di riservare grandi sorprese». Senza fondi per completare la ricerca e per restituirla alla pubblica fruizione anche questo gioiello, come altri in Sicilia, rischia di essere sepolto nel mare dell’oblio.Un’occasione perduta.

In 97 vinsero il concorso regionale nel 2005

I restauratori non assunti oggi protestano... lavorando

I laboratori pubblici aperti lo scorso 16 giugno a Siracusa, Agrigento, Camarina e Napoli

CATANIA. Com’è bello vincere un concorso. L’incoronamento dopo tanti sacrifici. Ma quando si aspettano molti anni per godere di ciò che spetta di diritto, il gusto amabile della vittoria si tramuta drasticamente in rabbia. Verso le istituzioni. Contro nessuno. I vincitori del concorso a 97 posti da restauratore, bandito nel 2000, aspettano ancora di lavorare. Non sono bastati tre ricorsi per smuovere lo stallo delle assunzioni. E così i restauratori continuano a lottare ogni giorno per rivendicare il proprio diritto, quello al lavoro. Oggi ne daranno dimostrazione pubblica in 5 città diverse: è previsto un workshop di restauro allo spazio “Il Funduk” di Agrigento, alla Palazzina Cinese di Palermo, al museo archeologico regionale di Camarina e al museo archeologico nazionale di Atene. Ma facciamo un passo indietro, quando nel 2005 esce la graduatoria provvisoria dei vincitori del concorso e nel 2011 diventa definitiva. Poi qualcosa non va come previsto: una legge del 2008 vieta l’assunzione nei ranghi dell’amministrazione a chi non è inserito in una graduatoria definitiva entro il 2008. Così sarà fino al 2015. Andrea Patti, portavoce del comitato per la tutela dei beni culturali in Sicilia, racconta i retroscena della privazione di un diritto: «Oggi i restauratori si dedicano alla professione privata, a collaborazioni, concorrono in gare d’appalto. Insomma, si danno da fare. Ma vivono una situazione drammatica. Continuiamo a non spiegarci questo lungo ritardo nelle assunzioni. In genere dopo un concorso la burocrazia impiega 2

anni per chiudere la pratica. Ma 8 anni sono eccessivi. Ad alimentare la rabbia è la presenza in Sicilia di un patrimonio bellissimo contrapposto a istituzioni che non riescono a garantire lavoro». La giornata odierna non è il primo passo che i restauratori compiono nel sociale. Già il 16 giugno, insieme a SiciliAntica di Siracusa, hanno dato dimostrazioni di restauro al museo Paolo Orsi e alla “Quadreria di Girolamini” di Napoli. Questo perché aspettano risposte, chiedono conferme, vogliono giustizia. «Attraverso la dimostrazione pratica della loro arte – prosegue il porta-

La dimostrazione a Camarina, Agrigento, Palermo e ad Atene voce Patti – i restauratori cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica. La loro è una provocazione: lavorano ma in maniera gratuita… anche se nei fatti non c’è lavoro. Tutti devono capire che di arte si può vivere perché la passione viene prima di tutto. Non è possibile lottare per ottenere qualcosa come un diritto. Credevamo che le ingiustizie civili appartenessero solo ad altre civiltà». Intanto dalle istituzioni tutto tace. «C’è rabbia – conclude Patti -. Fare il restauratore è sempre più problematico. Bisogna rendere merito ai ragazzi che hanno vinto il concorso sia perché sono bravi professionisti sia perché dopo anni di attesa per un lavoro preferiscono restare nella loro terra piuttosto che emigrare al nord».

PIERANGELA CANNONE

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Scoperto un raro mosaico a Gela  

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