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ILIADE QUATTRO DIALOGHI D'AMORE a cura di Maria Matteacci


Iliade - Quattro dialoghi d'amore a cura di Maria Matteacci Š la spugna, 2017 www.laspugnablog.wordpress.com Immagine di copertina: Public Domain Pictures Impaginazione e grafica di Maria Matteacci


INDICE ELENA E PARIDE DIONE E AFRODITE ETTORE E ANDROMACA ERA E ZEUS


ELENA E PARIDE Canto III , 380 - 450

... ma lo sottrasse Afrodite, assai facilmente, come opera un dio, di fitta nebbia l'avvolse, e lo portò nella stanza da letto profumata, piena di aromi. Andò poi lei stessa a chiamare Elena; la trovò sull'alto della torre, e molte Troiane le stavano intorno: le afferrò con la mano la veste odorosa, e le parlò, presa la forma d'una vecchia molto avanzata negli anni, filatrice di lana, che già quando abitava a Sparta lavorava per lei splendide maglie, e le voleva un gran bene; somigliando a costei, le diceva Afrodite divina: « Su, vieni; Alessandro ti manda a dire di tornartene a casa. Lui è già in camera, sopra il letto tornito con arte, splendente di bellezza ed eleganza; non diresti davvero che torni da uno scontro corpo a corpo, ma piuttosto che vada ad un ballo, o abbia smesso appena e si riposi dal ballo ». Disse così, e le scosse l'animo in petto; quando poi riconobbe il collo bellissimo della dea e il seno spirante desiderio e gli occhi luminosi, ebbe allora un sussulto; prese a parlare e disse: « Sciagurata, perché cerchi così di tentarmi? Ancora più lontano, in quale che sia delle città ben popolate, finirai col portarmi, o in Frigia o nell'amabile Meonia, solo che anche lì ti sia caro qualcuno degli uomini mortali! Ed ora, poiché Menelao, sconfitto il divino Alessandro, vuole, per quanto odiosa, riportarmi a casa, proprio per questo adesso vieni qui a tessere inganni? Va' a startene con lui, abbandona la via degli dei, e con i piedi tuoi non calcare più l'Olimpo, dedica invece tutto il tuo tempo ad affannarti per lui, a custodirlo, finché non ti faccia sua moglie, o magari sua schiava. Io non andrò laggiù - sarebbe vergognoso davvero a preparare il suo letto: tutte le Troiane dopo sparleranno di me; e mi sento dentro una pena indicibile ». Sdegnata, le rispondeva Afrodite divina: « Non m'irritare, disgraziata, che presa dall'ira non ti abbandoni, ed abbia a detestarti quanto finora t'ho amata fuor di misura, e non ordisca fra gli uni e gli altri contrasti rovinosi,


fra Troiani e Danai, e tu non perisca di mala morte ». Disse così, ed ebbe paura Elena, generata da Zeus, e s'avviò, copertasi il capo con la veste bianca splendente, in silenzio, inosservata a tutte le Troiane: la guidava la dea. Quando giunsero alla casa bellissima di Alessandro, subito allora le ancelle tornarono ai loro lavori, e lei, la divina tra le donne, entrò nella stanza dall'alto soffitto. Per lei Afrodite che ama il sorriso prese un sedile, e lo spostò la dea per poggiarlo proprio di fronte a Paride: Elena, figlia di Zeus portatore dell'egida, vi si mise a sedere, distogliendo altrove lo sguardo, e rimbrottò lo sposo con queste parole: « Sei dunque tornato dalla battaglia: vi fossi invece caduto, vinto da quel valoroso che fu il mio primo marito! E sì che ti vantavi in passato, rispetto a Menelao bellicoso, d'essere a lui superiore di forza e di mani e di lancia; e allora va', adesso sfida Menelao bellicoso a battervi di nuovo faccia a faccia; ma io ti consiglio di lasciar perdere invece, di non fare col biondo Menelao guerra frontale, di non battagliare con lui da imprudente, che tu non sia presto abbattuto da lui con la lancia». Paride a sua volta le rispondeva con queste parole: « Non stare, donna, a tormentarmi l'anima con offese umilianti: stavolta ha vinto Menelao con l'aiuto di Atena, sarò io un'altra volta a vincere lui; anche al nostro fianco ci sono dei. Ma su, piuttosto mettiamoci a letto e godiamo l'amore: mai con tanta violenza il desiderio m'ha ottenebrata la mente, nemmeno quando il primo giorno da Lacedemone amabile, dopo averti rapita, mi sono imbarcato sulle navi che solcano il mare, e sull'isola di Cranae mi sono unito a te d'amore e di letto, tanto adesso ho voglia di te e dolce mi prende il desiderio». Disse, e s'avviò a letto per primo: lo seguì la sua donna. Loro due se ne stettero a giacere nel letto traforato, e intanto l'Atride andava su e giù tra la folla, come una belva, da qualche parte sperando di trovare Alessandro simile a un dio.


DIONE E AFRODITE Canto V , 370 - 417

... intanto la divina Afrodite s'abbandonava in grembo a Dione, sua madre; e lei strinse tra le braccia la figlia sua, l'accarezzò con la mano, articolò la voce e disse: « Chi t'ha fatto una cosa così, figlia mia, tra i Celesti, senza ragione, quasi avessi fatto del male sotto i suoi occhi? » Le rispondeva allora Afrodite che ama il sorriso: « Il figlio di Tideo m'ha ferito, il tracotante Diomede, perché io il figlio mio volevo sottrarre alla guerra, Enea, che fra tutti mi è di molto il più caro. Ormai la battaglia crudele non è più fra Troiani ed Achei, ma anche agli immortali adesso i Danai fanno la guerra ». Le rispondeva allora Dione, la divina fra le dee: « Sopporta, figlia mia, e fatti coraggio, anche se soffri: in molti abbiamo sofferto, noi che abbiamo casa in Olimpo, a causa degli uomini, scambiando tra noi duri colpi. Ha sofferto Ares, allorché Oto ed il forte Efialte, i figli d'Aloeo, lo avvinsero in ceppi poderosi: dentro una giara di bronzo restò legato tredici mesi; e lì ci moriva, Ares insaziato di guerra, se non era la loro matrigna, la bellissima Eeribea, a darne notizia ad Ermes; questi sottrasse Ares ormai sfinito, ché la dura prigionia lo fiaccava. Ha sofferto Era, quando il poderoso figlio di Anfitrione alla mammella destra con un dardo a tre punte l'ebbe colpita: prese allora anche lei un dolore angoscioso. Ha sofferto il gigantesco Ade, oltre a costoro, per un dardo veloce, quando quello stesso uomo, il figlio di Zeus portatore dell'egida, colpitolo a Pilo tra i morti, lo gettò in preda ai dolori; andò egli allora alla casa di Zeus, sull'alto Olimpo, sofferente in cuor suo, trafitto dai dolori; infatti la freccia nella spalla possente s'era infitta, e gli dannava l'anima. Spargendo sulla sua ferita farmaci lenitivi, Peone lo guarì: ché non era certo un mortale. Sciagurato, brutale, che a fare empietà non tremava, lui che con l'arco affliggeva gli dei che hanno sede in Olimpo! Lo ha spinto contro di te la dea dagli occhi azzurri, Atena. Pazzo! E nemmeno sa in cuor suo il figlio di Tideo,


che longevo non è davvero chi combatte con gl'immortali, e non gli dicono papà i bambini stretti intorno alle sue ginocchia, di ritorno dalla guerra e dalla battaglia crudele. Perciò adesso il Tidide, anche se è tanto forte, stia in guardia che non lo affronti qualcuno più forte di te, e che non debba Egialea, la saggia figlia di Adrasto, svegliare dal sonno i suoi servi con un lungo lamento, rimpiangendo lo sposo legittimo, il migliore degli Achei, la coraggiosa moglie di Diomede domatore di cavalli! » Disse, e con ambe le mani puliva l'ikhòr dalla mano di lei: la mano guarì, i dolori tremendi cessarono.


ETTORE E ANDROMACA Canto VI , 392 - 496

Quando, attraversata la grande città, giunse alle porte Scee, per dove sarebbe fra poco riuscito alla pianura, qui la sua sposa preziosa gli venne incontro di corsa, Andromaca figlia d'Eetione magnanimo, Eetione che un giorno abitava sotto la Placo selvosa, a Tebe Ipoplacia, signore di gente cilicia: la figlia di lui era sposa di Ettore armato di bronzo. Dunque gli venne incontro, e veniva con lei l'ancella che teneva in braccio il bambino, piccolo piccolo, inconsapevole, l'Ettoride tanto amato, uguale a una stella splendente, che Ettore chiamava Scamandrio, mentre gli altri gli davano nome Astianatte: dato che Ettore, anche da solo, era salvezza di Troia. Sorrise, guardando il bambino in silenzio; Andromaca a lui venne vicino, bagnando il viso di lacrime, lo sfiorò con la mano, articolò la voce e disse: « Sventurato, il tuo ardore sarà la tua rovina, e tu non hai pietà di tuo figlio che ancora non parla e di me disgraziata, che vedova presto sarò di te: t'uccideranno presto gli Achei tutti insieme saltandoti addosso; sarebbe meglio per me scendere sotto terra, se restassi senza di te; perché non avrò alcun altro conforto, quando tu abbia seguito il destino, ma solo dolori: io non ho né padre né madre. Mio padre l'uccise Achille divino, annientò la città ben popolata dei Cilici, Tebe dalle alte porte; dunque uccise Eetione, pur senza spogliarlo dell'armi, se ne fece scrupolo in cuore, ma lo mise sul rogo insieme alle armi ben lavorate e sopra versò un tumulo di terra; intorno a questo piantarono gli olmi le ninfe dei monti, le figlie di Zeus portatore dell'egida. Ed i sette fratelli che vissero nella mia casa tutti in un giorno solo sono scesi nell'Ade: tutti li uccise Achille divino dal piede veloce tra scalpiccio di buoi e biancheggiare di pecore. Mia madre, che era regina sotto la Placo selvosa, poi che qui la portò con le altre cose predate, in libertà la rimise dietro compenso ricchissimo, ma in casa del padre l'uccise Artemide saettatrice.


Tu, Ettore, dunque per me sei padre e madre adorata ed anche fratello, e sei il mio splendido sposo: ma allora, su, abbi pietà e resta qui sulla torre, non rendere orfano il figlio, non fare della tua donna una vedova; schiera l'esercito al fico selvatico, dove è più facile penetrare nella città e superare le mura. Tre volte, accostatisi qui, hanno tentato i migliori intorno ad entrambi gli Aiaci e al glorioso Idomeneo e intorno agli Atridi e al valoroso figlio di Tideo: o gliel'ha detto qualcuno che bene conosce i responsi divini, oppure li ha spinti e guidati il loro animo stesso ». A lei a sua volta diceva il grande Ettore dall'elmo ondeggiante: « Preme certo anche a me tutto questo, donna; ma provo tremenda vergogna di fronte a Troiani e Troiane dai pepli fluenti, se come un vile m'imbosco al riparo della guerra; né così mi detta il mio cuore, perché imparai ad essere prode sempre e fra i Troiani a battermi in prima fila, per fare onore alla splendida gloria del padre mio e di me stesso. Questo so bene, in animo e in cuore: verrà il giorno in cui dovrà perire la sacra Ilio e Priamo e la gente di Priamo guerriero. Ma non tanto dei Troiani m'affligge la pena avvenire, né di Ecuba stessa né di Priamo sovrano né dei fratelli miei, che numerosi e gagliardi cadrebbero in mezzo alla polvere per mano dei loro nemici, quanto di te, allorché un acheo vestito di bronzo ti trascini piangente, portandosi via la tua libertà: e allora, vivendo ad Argo, a casa d'un'altra faresti la tela e andresti a prendere acqua alla fonte Messeide o all'Iperea assai contro voglia, peserà su di te un dovere gravoso; e un giorno qualcuno dirà vedendoti in lacrime: "Questa è la moglie di Ettore, che primeggiava in battaglia fra i Troiani domatori di cavalli, quando combattevano a Troia". Così qualcuno dirà: e sarà per te nuova pena, in mancanza d'un uomo capace di strapparti alla vita di schiava. Ma morto piuttosto mi copra la terra gettatami sopra, prima ch'io senta il tuo urlo, oppure ti sappia rapita! » Detto così, Ettore splendido tese le braccia a suo figlio: ma si voltò indietro il bambino piangendo sul petto alla balia dalla bella cintura, spaventato alla vista del padre, perché ebbe timore del bronzo e del cimiero crinito, come lo vide oscillare pauroso giù dalla cresta dell'elmo. Risero allora di cuore suo padre e la nobile madre; subito l'elmo si tolse dal capo Ettore splendido, e lo depose per terra tutto scintillante;


quando poi ebbe baciato e palleggiato in braccio suo figlio, disse rivolto in preghiera a Zeus e a tutti gli dei: « Zeus e voi altri dei, fate sì che mio figlio diventi anche lui, come già io, glorioso fra tutti i Troiani, altrettanto forte e capace di avere Troia in potere; e un giorno dica qualcuno: "è molto meglio del padre", mentre ritorna dalla battaglia; e porti con sé le spoglie cruente dopo aver ucciso il nemico, ne goda in cuore la madre ». Detto così, rimise in braccio alla moglie suo figlio; quella lo prese sul petto odoroso insieme ridendo e piangendo; ne ebbe pietà il marito a vederla, la sfiorò con la mano, articolò la voce e disse: « Mia cara, non affliggerti troppo in cuor tuo: nessuno contro il destino potrà sprofondarmi nell'Ade; ma penso che nessun uomo sia sfuggito alla sorte, né un vile né un valoroso, una volta venuto alla luce. Tornata dentro la casa, datti da fare con i tuoi lavori, con la tela e con la conocchia, e alle ancelle da' ordine che attendano al loro; spetterà la guerra agli uomini, a tutti - e soprattutto a me - quanti vivono a Troia ». Detto così, Ettore splendido riprese il suo elmo a coda di cavallo; se n'andò a casa la sposa voltandosi spesso all'indietro, piangendo lacrime amare.


ERA E ZEUS Canto XIV , 159-353

Allora si mise a pensare Era veneranda dall'occhio bovino, come potesse ingannare la mente di Zeus portatore dell'egida: questo dunque le parve, a pensarci, il partito migliore, recarsi sull'Ida, dopo essersi bene agghindata, se mai lo prendesse la voglia di congiungersi in amore con il corpo di lei, e il sonno dolce che toglie i pensieri così gli potesse versare sulle ciglia e sulla mente infallibile. S'avviò verso il talamo, che aveva per lei costruito suo figlio Efesto, e aveva serrato i battenti saldi sugli stipiti con un chiavistello segreto, che nessun altro dio poteva aprire. Entrata lì dentro, richiuse la splendida porta. Per prima cosa lavò con linfa divina il suo corpo attraente, e lo unse tutto d'un olio profumato eterno, da lei distillato: al solo agitarlo si spandeva l'odore per la casa di Zeus dal suolo di bronzo, lontano, fino alla terra ed al cielo. Cosparso di questo il bel corpo e pettinati i capelli, di sua mano compose le splendide trecce, belle, divine, giù dalla testa immortale. Addosso si mise una veste meravigliosa, che Atena per lei aveva tessuto con arte, inserendovi molti ricami; e se la fermava sul petto con fibbie d'oro. Passò intorno ai fianchi una cinta adorna di cento pendagli, ai lobi delle orecchie ben forati applicò gli orecchini, a tre pietre ciascuno, grossi come more: ne riluceva una grazia incantevole. Poi la dea fra le dee si pose in testa un velo, bello, tutto nuovo: era splendente, come il sole; calzò infine ai floridi piedi i sandali belli. Quando si fu messo intorno alla persona ogni ornamento, s'avviò fuori del talamo, e chiamata Afrodite in disparte dagli altri dei, le disse così: « Dunque, figlia mia, me lo faresti un favore, se te lo chiedo, oppure diresti di no, irritata di questo in cuor tuo, che io sto dalla parte dei Danai e tu dei Troiani? ». Le rispondeva allora la figlia di Zeus, Afrodite: « Era, dea veneranda, figlia del grande Crono, dimmi quello che vuoi: il cuore mi spinge a farlo,


se pur sono in grado di farlo e se è consentito ». Ricorrendo all'inganno, le disse Era sovrana: « Dammi l'amore e la brama, con cui tutti quanti tu vinci, immortali ed uomini mortali. Sto per andare ai confini della fertile terra, a far visita ad Oceano, padre degli dei, ed alla madre Tethys, che con affetto in casa loro mi nutrirono ed allevarono ricevendomi da Rea, allorché il tonante Zeus inabissò Crono giù dalle viscere della terra e del mare irrequieto; vado ora a trovarli, per metter fine tra loro ad un lungo litigio: già da un bel pezzo stanno lontani l'uno dall'altra astenendosi dal letto e dall'amore, da che nell'animo è entrato il rancore. Se persuadendoli con le mie parole nel profondo del cuore potessi riportarli a letto, ad unirsi in amore, sempre sarei poi per loro degna d'affetto e gratitudine ». A lei disse di rimando Afrodite che ama il sorriso: « Non è possibile, non è conveniente rifiutare un tuo ordine: tu dormi fra le braccia di Zeus, che è il primo fra tutti ». Disse, e si sfilò dal petto un reggiseno ricamato multicolore, nel quale aveva raccolto tutti gli incanti: c'era l'amore, e il desiderio, e il colloquio segreto, la persuasione, che ruba il cervello a chi pure ha saldo pensiero. Lo mise nelle sue mani, articolò la voce e disse: « Su, prendi, mettiti al seno questa fascia multicolore, in cui tutto è raccolto; e non penso davvero che tornerai a mani vuote, qualsiasi cosa desideri nella tua mente ». Disse così, e sorrise Era veneranda dall'occhio bovino, e sorridendo se lo avvolse poi al seno. L'una andò verso casa, la figlia di Zeus, Afrodite, Era invece lasciò con un balzo la cima d'Olimpo, e sorvolata la Pieria e l'amabile Ematia si slanciò verso le vette nevose dei Traci allevatori di cavalli, montagne altissime: e non sfiorava la terra coi piedi; dall'Athos poi discese sul mare ondoso e raggiunse Lemno, città del divino Toante. Qui s'incontrò con il Sonno, fratello della Morte, lo sfiorò con la mano, e disse, chiamandolo a nome: « Sonno, signore di tutti gli dei e di tutti gli uomini, come già in passato accogliesti le mie preghiere, così anche ora prestami ascolto: e ti sarò grata per sempre. Addormentami sotto le ciglia gli occhi splendenti di Zeus, non appena con lui mi sarò distesa in amore. In dono ti darò un bel trono, per sempre durevole, tutto d'oro; Efesto, il mio figlio sciancato,


lo farà con arte, e per i piedi porrà uno sgabello, su cui, quando banchetti, poggerai i piedi vigorosi ». A lei di rimando diceva il Sonno profondo: « Era, dea veneranda, figlia del grande Crono, un altro qualunque fra gli dei sempiterni addormenterei senza sforzo, perfino la corrente del fiume Oceano, che pure è padre per tutti; ma a Zeus Cronide io, no, non potrei accostarmi e addormentarlo, se non fosse lui stesso a volerlo. Già un'altra volta m'ha danneggiato un ordine tuo, il giorno in cui quell'arditissimo figlio di Zeus tornava per mare da Ilio, distrutta la città dei Troiani. Allora io addormentai la mente di Zeus portatore dell'egida avvolgendola dolcemente; ma tu gli tramasti malanni, scatenando sul mare soffi di venti terribili, e lo facesti quindi sbarcare a Cos ben popolata, lontano da tutti gli amici. Quello, svegliatosi, montava in collera, strapazzando gli dei qua e là per la casa, e me sopra tutti andava cercando; e dal cielo m'avrebbe scagliato a sparire nel mare, se non m'avesse salvato la Notte, dominatrice di uomini e dei: ricorsi a lei fuggendo, e lui si fermò, per quanto adirato. Temette di far cosa odiosa alla Notte veloce. Ed ora mi spingi a compiere quest'altra impresa impossibile! ». A lui diceva a sua volta Era veneranda, dall'occhio bovino: « Sonno, perché questi fatti vai rivangando nella tua mente? O credi che Zeus tonante aiuterà tanto i Troiani quanto si crucciò per Eracle, per il proprio figlio? Ma su, io ti darò una delle Cariti, di quelle più giovani, da prendere in moglie e che sia detta tua sposa ». Così parlò, e ne fu lieto il Sonno, e rispondendo diceva: « Suvvia, adesso giuramelo per l'acqua inviolabile di Stige, e con una delle due mani tocca la terra feconda, con l'altra il mare scintillante, che ci siano testimoni tutti gli dei sotterranei che vivono intorno a Crono, che mi darai una delle Cariti, di quelle più giovani, Pasitea, della quale ho desiderio da sempre ». Disse così, e non disobbedì la dea Era dalle bianche braccia, ma giurò come quello voleva, e invocò tutti gli dei abitatori del Tartaro, che sono detti Titani. Poi ch'ebbe giurato e completato il rito, s'avviarono entrambi, lasciando le città di Lemno e di Imbro, nascosti in una nube, e compivano in fretta il percorso. Giunsero all'Ida ricca di sorgenti, madre di fiere selvagge, a Lecto, dove infine lasciarono il mare; proseguirono sopra la terra, e si piegava sotto i loro piedi la cima della selva.


Il Sonno si fermò qui, prima che gli occhi di Zeus lo vedessero, salito sopra un abete di rara grandezza, che allora sull'Ida, stagliandosi altissimo in aria, andava a toccare il cielo: s'appiattò lassù, coperto dai rami d'abete, simile all'uccello canoro, che sopra i monti gli dei chiamano càlcide e gli uomini gufo. Era invece raggiunse in un baleno la cima del Gargaro sull'alto dell'Ida: e Zeus, adunatore di nembi, la vide. Appena la vide, subito il desiderio gli avviluppò la mente, come quando la prima volta si unirono in amore, infilandosi a letto, di nascosto ai loro genitori. Le si fece incontro, articolò la voce e disse: « Era, diretta in qual luogo arrivi qua dall'Olimpo? Eppur non ci sono cavalli né carro, su cui tu possa viaggiare ». Ricorrendo all'inganno, gli disse Era sovrana: « Sto andando ai confini della fertile terra, a far visita ad Oceano, padre degli dei, ed alla madre Tethys, che con affetto in casa loro mi nutrirono ed allevarono; vado ora a trovarli, per metter fine tra loro ad un lungo litigio: già da un bel pezzo stanno lontani l'uno dall'altra astenendosi dal letto e dall'amore, da che nell'animo è entrato il rancore. Aspettano alle falde dell'Ida ricca di acque sorgive i cavalli che mi trasporteranno per terra e per mare. Ma ora proprio per te dall'Olimpo sono venuta fin qui, che tu poi non t'arrabbi contro di me, se senza dir niente me ne vado alla casa d'Oceano dai gorghi profondi ». A lei di rimando diceva Zeus adunatore di nembi: « Era, anche più tardi tu puoi recarti laggiù, ma ora su, noi due mettiamoci a letto e godiamo l'amore. Mai tanto il desiderio né di una dea né di una donna mi ha prostrato l'animo diffondendosi nel petto, né quando amai la moglie di Issione, che partorì Piritoo, il saggio simile agli dei; né quando amai Danae dalle belle caviglie, figlia di Acrisio, che partorì Perseo, glorioso fra tutti gli uomini; né quando amai Danae dalle belle caviglie, figlia di Acrisio, che partorì Perseo, glorioso fra tutti gli uomini; né quando amai la figlia di Fenice, ben noto anche lontano, che mi generò Minosse e Radamanto divino; né quando amai Semele oppure Alcmena a Tebe, che dette alla luce Eracle, figlio dall'animo forte; mentre Semele partorì Dioniso, gioia dei mortali; né quando amai Demetra sovrana dalla splendida chioma oppure Leto gloriosa, e nemmeno quando m'innamorai di te, quanto ti desidero ora e una dolce voglia mi strugge ».


Ricorrendo all'inganno, gli disse Era sovrana: « Cronide terribile, che discorso hai fatto! Se vuoi metterti adesso a giacere in amore sulla cima dell'Ida, tutto sarà in bella mostra: come andrebbe a finire, se qualcuno degli dei sempiterni ci vedesse dormire, e corresse poi a dirlo a tutti gli dei? A casa tua non farei più ritorno, alzatami dal giaciglio, sarebbe vergognoso davvero! Ma allora, se tu lo vuoi ed è gradito al tuo cuore, c'è il tuo talamo, che t'ha costruito tuo figlio Efesto, ed ha fissato i battenti saldi sugli stipiti. Andiamo a stenderci lì, dato che hai voglia di letto ». A lei di rimando diceva Zeus adunatore di nembi: « Era, no, non temere che un dio oppure un uomo possa vedere: così fitta addenserò all'intorno una nebbia dorata; discernere non ci potrebbe nemmeno il Sole, benché la sua luce sia la più penetrante a vedere ». Disse, e prese tra le braccia la sposa il figlio di Crono, sotto di loro la terra divina produsse erba novella, loto rugiadoso e croco e giacinto soffice e folto, che riparava da terra a mo' di tappeto. Vi si stesero sopra, si coprirono con una nuvola bella dorata: ne stillavano gocce splendenti di rugiada. Così dormiva tranquillo sulla cima del Gargaro il padre, vinto dal sonno e dall'amore, e tra le braccia teneva la sposa...


BIBLIOGRAFIA Omero, Iliade, BUR, 2006

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Iliade - Quattro dialoghi d'amore