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Ah prof...


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L’arte di fare domande

“Giudicate un uomo dalle sue domande più che dalle sue risposte.” – Voltaire

Il punto di partenza di questo libro è che

Bè, anche gli artisti hanno donato le loro

ogni domanda merita una risposta perché

risposte all’umanità ma in maniera differen-

ogni domanda nasce da una necessità, da

te da tutte le altre argomentazioni. Gli arti-

una mancanza interiore. Le domande che

sti hanno utilizzato linguaggi inconsueti e

facciamo raccontano come siamo, di cosa

spesso misteriosi per parlare da un punto

abbiamo bisogno e in cosa crediamo.

di vista straordinario.

L’uomo si differenzia dai primati proprio

Tutta la storia dell’arte nel suo interrogarsi

perchè si pone domande del tipo: chi sia-

costantemente su se stessa, assomiglia

mo? da dove veniamo? perché viviamo?.

molto alla storia della filosofia e, quindi, del

Lungo il suo percorso storico, la civiltà

pensiero umano che si interroga sul pro-

umana ha provato a cercare le risposte giu-

prio ruolo. D’altronde la vera differenza tra

ste attraverso la stregoneria, la religione, la

uno storico e un filosofo è proprio nelle do-

filosofia e infine la scienza.

mande a cui vogliono rispondere: lo stori-

E l’arte?

co si chiede “cosa è accaduto nel passa-

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to?” mentre il filosofo si domanda “cos’è il

Che cosa rispondere dunque alla doman-

tempo?”. E’ un radicale cambio di punto di

da di quel ragazzino che con aria un po’

vista che può disorientare ma essere estre-

supponente, come ad indicare “io so come

mamente efficace.

funziona li fuori e certamente non c’è po-

E lo storico dell’arte cosa si chiede, qual’è

sto per queste stupidaggini” disse: “Ah

la sua domanda fondamentale? E l’artista? Che cosa si domanda prima di incominciare un’opera? Cosa passa per la sua mente prima di dire “bene ora ho terminato il lavoro, l’opera è pronta”? Ecco, questo libro è una ricerca sulle domande dell’arte, partendo però da quelle genuine dei ragazzi, oggi più che mai inondati dall’arte, nascosta dentro ad un contesto di immagini ridondante e, per certi versi, esasperato. Televisione, pubblicità e internet hanno modificato il nostro rapporto con le immagini. La rete è un diventata un immenso contenitore di informazioni visive che vanno gestite correttamente. Appunto per questo però, per poterne fare un uso corretto è necessario un bagaglio culturale che permetta di fare la domanda giusta e saper cercare la risposta migliore all’interno di un mare infinito di pareri mediocri e fuorvianti. La cultura non è solo quella enciclopedica di Wikipedia ma, bensì, quella che diventa proprietà personale di ognuno di noi e ci permette di crescere verso la vera libertà di pensiero.

prof.!…ma a noi, l’arte a che ci serve?” o, se preferite, nella versione più estesa: "ah prof.! Ma cos'è sta roba? Tanto l'arte non ci serve a un caz.. Mi sono iscritto a meccanica e arte non c'è." Non so perché, ma la prima cosa che mi venne in mente fu una frase che enunciai pressapoco così: "Un mio vecchio amico, figlio unico e benestante, che possedeva ormai tutto ciò che si può desiderare, un giorno prima del suo compleanno mi disse: i regali per antonomasia non devono servire a niente, bando ai regali utili…quello che mi serve lo compro già da me. Ebbene,

l’arte è come un regalo.

Non serve a nulla ma ne abbiamo tremendamente bisogno e, per essere un regalo veramente di successo, deve essere inaspettato.” Finita la lezione ebbi modo di tornare col pensiero a quella domanda, e mi resi conto come fosse una domanda più che legittima anzi, la domanda principe di tutto il corso, e come tale meritasse una risposta non improvvisata anche se efficace. 2


Solo ora, dopo quasi dieci anni di insegnamento ho capito che, in realtà , tutto il corso di tre anni della scuola secondaria di primo grado deve essere incentrato sulla ricerca di una risposta, insieme ai ragazzi, proprio a quella domanda. Questo libro è, appunto, il risultato di una riflessione profonda sull’arte e sui metodi utilizzati per trasmetterne la conoscenza.

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Presentazione

Il libro presenta un percorso lungo la storia dell’arte che non segue la tradizionale linea cronologica ma si sviluppa in base alle domande dirette dei ragazzi. Spesso la curiosità dei ragazzi e delle r a g a z z e v a b e n o l t r e l e s p e c i fic h e problematiche artistiche. Ogni giorno hanno a che fare con piccoli-grandi problemi familiari e di adattamento culturale che vivono con grande partecipazione emotiva. L’arte, apparentemente lontanissima dalle loro reali esigenze, si deve porre come via di fuga capace di dare sfogo alle loro emozioni ma anche di portare alla riflessione sull’attualità generale e personale. Ho deciso di suddividere le domande in quattro capitoli con un criterio legato sempre all’origine nascosta ma spesso profonda della domanda: - domande: parla come mangi! Hanno l’intenzione di interrompere volutamente il discorso quando la terminologia utilizzata è troppo lontana da quella tipica dei ragazzi. - domande: mass-cultura Sono domande che si riferiscono ai luoghi comuni trasmessi dai principali mezzi di comunicazione alla società di massa.

- domande: noccioline Sono domande leggere e sintetiche, piccole c u r i o s i t à c h e re n d o n o p i a c e v o l e l a discussione abbassando la tensione emotiva...bisogna solo far attenzione al tempo perché: “una tira l’altra”. - domande: riflessive Queste domande partono spesso da un particolare non evidente, un dettaglio nascosto o una banale osservazione per far nascere una riflessione ben più vasta. Completano il racconto anche alcuni esempi di attività laboratoriali svolte in classe per ragionare sulle tecniche utilizzate dagli artisti, sui loro obiettivi e sul loro personale modo di rispondere alle domande fondamentali dell’arte. Bene, ora si può partire. Il viaggio che vi state accingendo a percorrere affronterà diversi temi dell’arte di tutti i tempi unendo il sarcasmo e la leggerezza delle nuove g e n e r a z i o n i c o n l e r i fle s s i o n i c h e , necessariamente, bisogna porre quando si trattano temi importanti. Buona lettura!

.it

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domande: parla come mangi!

“Maccarone...m’hai provocato e io te distruggo, maccarone! Io mo te magno!” Alberto Sordi

Parla come mangi è un modo di dire: si di-

In realtà nelle scuole italiane si vede un po’

ce a chi parla difficile quando non è neces-

di tutto: dal ragazzo che porta un’intera piz-

sario; significa che si deve parlare in modo

za unta come un’arancino di Messina spor-

semplice, semplice come è semplice il ge-

cando tutto il pavimento, alla ragazzina ti-

sto del mangiare.

mida ed educata che, dopo aver apparec-

Oggi i ragazzi con il classico pane e sala-

chiato il banco con una tovaglietta, dal “ba-

me, come nella vignetta, non esistono più

racchino” tira fuori un pasto vegano com-

o, almeno, sono una categoria in via

pleto.

d’estinzione. Le famiglie optano per le più

Per fortuna la varietà è un indicatore della

comode merendine, pizzette, snack confe-

bellezza del mondo e la scuola in questo è

zionati uno ad uno e messe in mostra dalla

lo specchio della società in cui viviamo.

pubblicità come la scelta migliore per uno

Le domande: parla come mangi, hanno l’in-

stile di vita giovane, moderno e sempre in movimento.

tenzione di interrompere volutamente il discorso quando la terminologia utilizzata è 5


troppo lontana da quella tipica dei ragazzi. Spesso tendono a sintetizzare in un linguaggio più vicino a loro quello che è appena stato spiegato dimostrando così di aver ben compreso la spiegazione.

Chi esprime la domanda di fatto intende assumere momentaneamente un ruolo di leader traducendo per tutta la classe le parole incomprensibili del professore.

I ragazzi hanno paura della terminologia specifica. Tendono a rifiutarla in modo refrattario per poi cercare nuove parole nelle canzoni e nel modo di fare dei miti contemporanei. Swag, scialla e tante altre sono solo gli ultimi esempi di un linguaggio che si rinnova di generazione in generazione per creare quel distacco con i padri e i nonni che tende a creare identità tra i giovani come sottolinea Vera Gheno, sociolinguista e responsabile del profilo Twitter dell’Accademia della Crusca: “diventare grandi — ha come tappa fondamentale una contrapposizione più o meno netta con la lingua dei genitori» Viviamo in una sorta di medioevo tecnologico in cui lavorare sui linguaggi dei nuovi media diventa cruciale: “Siamo dei neo patentati della Rete a cui hanno dato da guidare una Ferrari, quasi sicuramente faremo qualche guaio, ma non penso che la soluzione sia chiudere Internet, piuttosto educhiamo a guidare meglio.” Fonte: Corriere fiorentino 25/01/2017

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Prof... non Nike, si dice Naik?

Nike di Samotracia o Nike di Delo o Vittoria alata per i ragazzi è sempre e solo “Naik”. Il mercato propone loro marchi dalla semplicità grafica strabiliante, talmente sintetici da risultare di immediata lettura e riconoscibilità. Spesso però nascondono al loro interno legami simbolici che si fondano nella storia sia per il lato semantico che per il lato formale. Nello specifico l’iconografia moderna legata alla famosa Dea Nike che, per i romani, diventò Vittoria alata è assai ricca. La sua immagine che, nel periodo ellenistico greco, era posta sulla prua delle navi con il vestito

“La pubblicità è la più grande forma d’arte del XX secolo.” – Marshall McLuhan

mosso dal vento e le ali spiegate è il vero riferimento simbolico del logo della famosa azienda di articoli sportivi americana. Sembrerebbe infatti che la sua forma a ricordo di un baffo altro non è che la stilizzazione dell’ala della Nike di Samotracia. La sua immagine stilizzata si ritrova anche sulla Coppa Rimet di calcio della FIFA, vinta dal Brasile nel 1970 (che per primo vinse per tre volte il campionato del mondo di calcio). La stessa Nike si trova anche raffigurata frontalmente su un lato di tutte le medaglie olimpiche come simbolo di quella vittoria tanto g l o r i fic a t a n e l l o s p o r t moderno.

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Ah prof...ma perchè è senza testa?

E le braccia dove sono?

Ah prof...ma devo proprio rifare i quadretti ?

Ah prof...posso ricopiare la Nike sul lucido?

Che colori uso? Ma, per fare le ombre uso la 2H?


Il culto della vittoria che gli antichi le associavano era ben evidente sull’Acropoli di Atene dove viene posizionato un tempietto, dedicato alla vittoria nelle guerre contro i Persiani, proprio sullo sperone roccioso più in vista dell’Acropoli.

Nike di Samotracia 200-180 a.C. Fu ritrovata nel 1863 sull’isola si Samotracia, nei pressi dei resti della prua di una nave, da un console francese per cui ora si trova al Louvre.

Il suo equilibrio instabile magistralmente ottenuto da uno scultore sconosciuto del II secolo a.C. pone la dea tra due forze contrapposte: la spinta in avanti del corpo nell’atto di librarsi in volo e l’attrito dell’aria sulle vesti e sulle ali. La mancanza di testa e braccia nulla toglie alla tensione della figura, ottenuta semplicemente con il panneggio. Libera da tutti i riferimenti religiosi che ne facevano uno dei culti più intriganti e misteriosi dell’antichità, la Nike può ora librarsi in volo per essere reinterpretata con una chiave simbolica moderna. Il mondo della pubblicità, quello sportivo e il mondo dell’arte l’hanno usata e trasformata per rinnovarne la memoria e aiutarci ad avvicinare il mondo dell’antica Grecia a quello dei ragazzi.

parafrasando l’opera: I ragazzi di prima media hanno realizzato la copia della famosa Nike di Samotracia attraverso la tecnica della quadrettatura che, poi, è stata sfruttata per creare uno sfondo colorato che le ha donato un tocco di modernità.

Francesco Rubino

Yves Klein 1962

2015

“Nike di Samotracia in blu”

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Ah prof.! Picaz.. chi?

“Dovremmo essere così grandi da non offendere e così nobili da non sentirci offesi.” – Abraham Lincoln

Bè, Picasso, al cui nome ridono sempre in

Ebbene, per comprendere l’immensa “bel-

massa per via della sua somiglianza con

lezza” nascosta nell’opera di Picasso è ne-

una nota parolaccia, è effettivamente un

cessario intraprendere un percorso di cono-

mattone difficile da digerire anche per gli

scenza che ci porterà a capire come mai

adulti pensanti, figuriamoci per un adole-

un’opera, così apparentemente brutta, sia

scente superficiale e disinteressato alla cul-

in bella mostra in un libro di storia dell’arte

tura.

occupando ben due pagine, con tanto di

Il problema dell’odierna società digitale è,

spiegazioni e approfondimenti.

appunto, la superficialità che tutto omolo-

Innanzitutto siamo nel 1937, Picasso, che

ga e nulla approfondisce. Non è sufficiente

da bambino era un asino in tutte le materie

che un’opera sia famosa per far si che

tranne che nel disegno (disegnava sempre,

quell’opera sia anche piacevole. In questo

qualunque cosa ovunque si trovasse), do-

il ragazzo della vignetta è lo specchio dei

veva realizzare un grande pannello da siste-

pensieri di molti…solo che lui non ha filtri.

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mare nel padiglione spagnolo dell’Esposi-

zio per una timida speranza di ritorno alla

zione Universale di Parigi.

felicità?

Quando giunse la notizia che l’aviazione te-

Si, Picasso c’è lo dice chiaramente con il

desca aveva bombardato e raso al suolo la

soldato che giace a terra morto. Nella sua

città di Guernica, che si era ribellata alla

mano destra tiene una spada spezzata,

dittatura del generale Francisco Franco, Pi-

simbolo di una guerra corpo a corpo che

casso decise di realizzare un dipinto enor-

non esiste più e un fiore che si fa strada al

me (3,5 x 7,8 m) tutto in soli toni di grigio

centro della parte bassa del quadro per do-

per ricordare al mondo che il dolore e l’atro-

nare a tutti un principio di speranza.

cità della guerra non ammettono la gioia

Quest’opera diventa rapidamente simbolo

del colore. E’ la prima volta che in una battaglia sono coinvolti così crudelmente i civili con bombardamenti aerei che li vedono come vittime inermi e innocenti. Tutto il dipinto non è la rappresentazione reale e fotografica delle conseguenze della guerra in corso, ma un insieme apparentemente confuso di figure che esprimono dolore, lutto, morte. Il dramma è vissuto davanti a noi che, impotenti, osserviamo la scena grazie ad una lanterna introdotta da una donna che giunge dall’alto in modo quasi divino. Il cavallo, simbolo della Spagna colpita a morte, nitrisce dal dolore, una donna piange la morte del proprio figlio in una riproposizione del tema della natività, mentre un’altra donna tenta inutilmente di fuggire dalle fiamme. Qui potrebbe giungere un’altra domanda: ma in tutto questo dolore, c’è ancora spa-

non solo della seconda guerra mondiale ma della brutalità di ogni guerra tanto da essere considerata uno dei capolavori principali di tutto il XX secolo. Qui, di solito, vedi i visi degli alunni cambiare espressione e magicamente iniziare ad apprezzare quello che solo pochi minuti prima avevano “taggato” come “merda inguardabile”. Obiettivo pienamente riuscito anche se la strada per comprendere che la bellezza va oltre la mera oggettività è ancora lunga. parafrasando l’opera: I ragazzi hanno lavorato sulle fotocopie dell’opera ritagliando le figure per poi incollarle in una nuova composizione in cui risultasse evidente il fiore. Questo, simbolo di speranza, si riempie di colori per divenire vera e propria speranza di pace.

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Pablo Picasso - “Guernica”

Il soldato steso a terra tiene in mano una spada spezzata e un fiore, chiari simboli di una guerra che spezza le vite ma anche di speranza per un futuro che non potrà che essere migliore.

Nel 1937 Picasso doveva realizzare un grande pannello per il padiglione spagnolo dell’Esposizione Universale di Parigi. Quando giunse la notizia che l’aviazione tedesca aveva raso al suolo la città di Guernica, Picasso non ebbe dubbi, la sua opera doveva parlare di quell’evento drammatico. In soli due mesi, l’artista realizzò una tela di 3,5m per quasi 8m di lunghezza carica di intensità drammatica. Al centro pone un grande cavallo che nitrisce di dolore, simbolo della Spagna colpita a morte e una lampada a forma di occhio che illumina la scena assieme ad una lanterna portata all’interno dell’edificio da una donna volante. A terra giace un soldato che impugna una spada spezzata, simbolo di una guerra che spezza le vite ma anche di una guerra che non avviene più con armi corpo a corpo ma coinvolge i civili con bombardamenti meschini dal cielo. Dalla stessa mano, però, vediamo nascere un piccolo barlume di speranza: è un fiore che delicatamente cresce per indicarci la via della pace e della vita che deve necessariamente proseguire. Attorno è tutto un turbinio di corpi straziati e urlanti che cercano di fuggire o, con un forte legame simbolico, ricordano il ripetersi della tragedia più grande: la mamma che piange sul figlio morto tante volte ricordato nella tradizione artistica cristiana.


Ah prof.! Ma quella è la “batmobile”?

“La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l'equilibrio devi muoverti.” – Albert Einstein

Batman nasce negli Stati Uniti nel 1939 per mano di Bob Kane e Bill Finger, ben 30 anni dopo la pubblicazione del primo Manifesto Futurista a firma del poeta Tommaso Marinetti.

Gli artisti esaltarono la velocità, l’industria e la guerra purificatrice (nel senso che permetteva di cancellare il passato per lasciar posto ad una città più tecnologica, dinamica e moderna).

Forse, però, il miliardario Bruce Wayne che di notte si trasforma nel giustiziere con le ali di pipistrello avrebbe avuto qualche idea in comune con quelle estreme dei futuristi.

Lo scopo dei futuristi era di rappresentare un mondo nuovo, più dinamico, grazie alle innovazioni tecniche dell’automobile ma anche della bicicletta e dell’aereo. Le opere di Boccioni, Balla, Depero, sono pervase di movimento esaltando la modernità in ogni campo del fare artistico.

Essi dichiarano un’illimitata fiducia nel progresso decretando la fine delle vecchie ideologie e del passato in generale.

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“Rendere e magnificare la vita odierna, incessantemente e tumultuosamente trasformata dalla scienza vittoriosa”.

parafrasando l’opera: I ragazzi di terza si sono scontrati con le difficoltà della pittura futurista: come rendere il senso della velocità su un supporto statico? Usando delle fotocopie di vari mezzi di trasporto hanno lavorato con fantasia e vivacità creando effetti sorprendenti.

Marinetti invita tutti gli artisti ad esprimersi con vivacità e impeto violento per cancellare ogni riferimento al passato. “Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido”, “Lo spazio non esiste più...”, “Noi porremo lo spettatore al centro del quadro.” La prima guerra mondiale spezzò la vita di Boccioni e, dopo la guerra, il fuoco rivoluzionario del futurismo si spense e alcune ideologie vennero integrate nel nascente fascismo. L’opera a cui fa riferimento la vignetta è “dinamismo di un’automobile” di Luigi Russolo. Famoso per il rumonarmonico, uno strano apparecchio che riuniva vari “intonarumori”, cioè strumenti in grado di generare suoni disarmonici, pilotati da tastiere e pedaliere per intonare delle vere e proprie composizioni di rumori. Prima di dedicarsi interamente alla musica, Russolo, intraprese una soddisfacente carriera di pittore esponendo alla prime mostre futuriste con opere estremamente dinamiche anche nel titolo.

Luigi Russolo “dinamismo di un’automobile” L’opera trasmette il mito della macchina e della velocità con linee-forza che formano frecce sempre più acute ad indicare la direzione del mezzo che fende l’aria vincendone la resistenza grazie alla propria potenza.

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Ah prof.! Stia scialla! Questo era proprio fuori!

“Siate affamati, siate folli”

– Steve Jobs

Van Gogh era ben poco “scialla” (tranquillo). Questo si, possiamo dirlo con certezza.

subito dopo il parto... indovinate come si chiamava? Vincent naturalmente.

Di solito Van Gogh funziona come una calamita che sveglia tutte le menti assorte per attirarle su una vita autodistruttiva che affascina più di ogni altra. Sarà per quel suo fare da vittima epocale della società o per quel suo modo di essere istintivo e irruento ma Van Gogh vince ogni torpore. La sua vita è un insieme di sfortune e testardaggine che ritroviamo nelle vite di molti adolescenti.

Ecco, io non credo nelle superstizioni, ma certamente prendere il nome di un figlio morto non è certo il meglio per iniziare una vita di successo.

Nato da una modesta famiglia olandese come primo figlio, ovvero come primo figlio vivo, perché il primo figlio della coppia morì

Non è però un lavoro adatto a lui, così diventa predicatore protestante lavorando duramente a stretto contatto con i minatori di

Il padre, pastore protestante, notò lo scarso rendimento scolastico del figlio e lo portò dallo zio per intraprendere il lavoro di mercante d’arte.

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“L’unico momento in cui mi sento vivo è quando dipingo.” Vincent Van Gogh

carbone di una miniera belga. Accusato di “follia mistica” torna in famiglia dove il più “ordinato” e parsimonioso fratello Theo lo spinge a dedicarsi a quell’amore che, da questo momento fino alla morte, non lo lascerà mai: la pittura. In meno di dieci anni realizzerà quasi 900 opere in un attività creativa tanto frenetica quanto fortemente necessaria al suo forte desiderio di espressione interiore. “Tutti troveranno che io lavoro troppo in fretta... Non è forse l’emozione, la sincerità del sentimento della natura che ci guida? [...]. Queste emozioni sono talvolta così forti che si lavora

senza accorgersi che si lavora, .... a volte le pennellate vengono con un seguito e con rapporti fra loro come le parole in un discorso.” Solo chi ha provato a dipingere liberamente può comprendere questo stato d’animo di piena libertà e soddisfazione che si può provare con l’arte. Per questo Van Gogh supera ogni elemento della tradizione artistica anticipando tutti i movimenti artistici espressionisti del ‘900. Lui pone in primo piano l’immediatezza della sua esigenza creativa oltre ogni regola di prospettiva o di chiaroscuro. Con Van Gogh la pittura diventa espressione e cura allo stesso tempo.

parafrasando l’opera: I ragazzi di terza si dilettano per la prima volta con la pittura cercando di copiare lo stile fatto di rapide e solide pennellate. Le opere proposte sono solitamente “la notte stellata” e “i girasoli”.

“Sono completamente preso da questa distesa infinita, vasta come il mare, di campi di grano che coprono colline, dalla bellezza dei gialli, dei verdi delicati [...], l’insieme pervaso da una luce bella dai toni azzurri, bianchi, rosa e viola. Mi trovo, di fatto, in una disposizione di calma, quasi eccessiva, che è lo stato d’animo adatto per dipingere tutto questo.” “Vigneto rosso” resterà l’unico quadro venduto da Vincent durante la sua tormentata vita che lo vedrà anche ricoverarsi spontaneamente in un istituto di cura per malati mentali. Il 27 luglio 1890 si spara nelle campagne dove era solito dipingere nei dintorni di Auvers nel sud della Francia.

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No, io a disegnare non sono proprio capace!

Che pennello uso?

Ah prof...come faccio a fare l’arancione?

Posso mettere tutti i colori sulla tavolozza?

Qual’è il colmo per un pittore che non riesce a vendere i propri quadri?

Avere un fratello che fa il mercante d’arte.


Copiright

Prima edizione: febbraio 2017 www.saviobooks.it

Copyright © 2017 by Marco SAVIO Tutti i diritti sono riservati, compresa la riproduzione completa o parziale in ogni sua forma. Chiunque dovesse ritenere che, un’immagine qui pubblicata leda la propria privacy, è pregato di contattare l’autore all’indirizzo marcosavioart011@gmail.com. Dopo opportune verifiche l’immagine verrà rimossa e sostituita comportando il conseguente aggiornamento della presente pubblicazione digitale. lviii


Ringraziamenti

“Ringrazio tutti coloro che mi hanno supportato durante la realizzazione di questo libro. In particolare ringrazio mia moglie che ha sopportato tutti i miei momenti di sconforto e i colleghi con cui ho condiviso ansie e diďŹƒcoltĂ , ma soprattutto le centinaia di studenti che, ogni anno scolastico, si presentano a scuola con speranze, illusioni e paure, nella speranza di aver contribuito a donare loro almeno un po' di fiducia in se stessi e di passione per l’arte."

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Biografia Marco Savio è un sognatore guidato dalla passione per l’arte e l’insegnamento. Il suo percorso di studi va dal Liceo artistico fino alla conclusione di tutto il cammino necessario per praticare la professione di Architetto. Solo dopo alcuni anni capirà che la propria vocazione era per la gestione della creatività nelle giovani menti. Dal padre ha ricevuto la gran voglia di fare, di cercare e di approfondire seguendo la linea delle proprie passioni, interessandosi fin dall’adolescenza alla fotografia, all’arte e ad ogni nuova diavoleria tecnologica. Da diversi anni si dedica alla fotografia e alla scrittura con l’auto-pubblicazione di alcuni ebook unicamente in versione digitale. Sempre attento alle novità informatiche e propenso all’innovazione della didattica, tende però a non perdere di vista l’importanza della manualità unendo in un particolare connubio tradizione ed innovazione. Dal 2010 crea un blog grafico con protagonisti i disegni dei propri studenti. Molto seguito da tutte le famiglie degli alunni, anche dai vari Paesi d’origine, il blog permette ai ragazzi di conoscere sentirsi partecipi della rete e gratificati per il proprio lavoro scolastico al di là della semplice valutazione: www.artescuola.wordpress.com e dal 2015 www.art011.it Nel suo percorso decennale di insegnamento ha realizzato diversi progetti, partecipato a concorsi e animato classi problematiche pensando sempre che, se qualcosa non andava, doveva impegnarsi di più nella ricerca di una didattica più innovativa. Se volete seguire le sue pubblicazioni visitate: www.saviobooks.it SAVIOBOOKS è presente anche su facebook con un’apposita pagina.

Ah prof...ma a noi l'arte a che ci serve?  

Che cosa rispondere alla domanda di un ragazzino che, con aria un po’ supponente, come ad indicare “io so come funziona li fuori e certament...

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