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Direttore ARTURO DIACONALE

delle Libertà Sabato 12 Gennaio 2013

Fondato nel 1847 - Anno XVIII N.9 - Euro 1,00

L’Auditel rilancia Berlusconi (e Pdl)

K Boom di ascolti per Silvio Berlusconi, ospite della trasmissione televisiva di La7 “Servizio Pubblico”, condotta da Michele Santoro. Gli spettatori hanno sfiorato quota nove milioni (8.670.000, per l’esattezza), pari al 33,58 per cento di share. Un record assoluta per la rete. I dati Auditel parlano di 6,2 milioni di spettatori sintonizzati su La7 dalle 20.30 alle 22.30 (fascia che comprende anche il programma di Lilli Gruber “Otto e mezzo”) e 4,6 milioni nella seconda parte della serata con share, rispettivamente del 20,48% e del 31,02%. Il confronto più impietoso è, naturalmente, quello con Pier Luigi Bersani, ospite al “Porta a Porta” di Bruno Vespa: appena due milioni di spettatori con uno share del 16,23 per cento. Adesso, bisognerà vedere se a questo straordinario successo di pubblico corrisponderà un aumento delle quotazioni del Pdl, che già nei sondaggi delle ultime settimane aveva iniziato a recuperare qualche punto percentuale, rispetto ai minimi storici che avevano caratterizzato le performance del 2012.

Per un nuovo ambientalismo, nazionale e liberale C

i sono molte ragioni che spiegano la crisi degli ambientalisti e degli ecologisti di sinistra ormai incapaci di esprimere una propria lista verde, emarginati nel Pd e fagocitati dai giustizialisti di Antonio Ingroia. C’è l’arretratezza ideologica che ha impedito a questo mondo tradizionalmente collaterale alle grandi formazioni politiche della sinistra di uscire dagli schemi passati della semplice tutela astratta e rigida e dalla identificazione tra sviluppo e consumismo capitalista in una visione perennemente catastrofista del futuro. E ci sono questioni più contingenti, e magari anche misere, come l’eventualità che a determinare

di ARTURO DIACONALE

Investire su Pompei può essere più conveniente e produttivo che investire sull’Ilva. Puntare su cultura ed ambiente nei grandi parchi nazionali può aiutare a riassorbire la disoccupazione di settori in difficoltà

l’esclusione dalla liste del Pd di ambientalisti storici come Ferrante e Della Seta possa essere stata la loro posizione intransigente contro l’Ilva di proprietà di quella famiglia Riva che in passato aveva generosamente finanziato il partito di Pierluigi Bersani. Oppure come le liti e le divergenze personali che hanno impedito la creazione di un grande partito ecologista ed hanno creato le condizioni per la dissoluzione degli ultimi dei verdi dentro il movimento giustizialista degli ex magistrati Ingroia, De Magistris e Di Pietro. Ma la ragione principale della eclissi degli ambientalisti di sinistra è che nel momento in cui la crisi

economica internazionale e nazionale è diventata più acuta non sono riusciti, proprio a causa dei loro ritardi culturali ed ideologici, a lanciare la proposta di affiancare al modello di sviluppo fondato solo sull’industria e sulla finanza un modello di sviluppi incentrato sull’ambiente e sulla cultura. C’è stato il tentativo di indicare la “green economy” come via d’uscita dalla crisi dell’industria e della finanza. Ma si è trattato di un tentativo debole, frenato proprio dagli schematismi ideologici antichi che impediscono agli ecologisti di sinistra di coniugare la tutela con lo sviluppo e di concepire un futuro

per il mondo globalizzato che non sia catastrofico. Il vuoto lasciato dall’ambientalismo della sinistra potrebbe e dovrebbe essere riempito da un ambientalismo di segno diverso, capace di considerare la tutela dell’ambiente come uno strumento per un tipo di sviluppo collaterale e non totalmente alternativo a quello tradizionale. E, soprattutto, convinto che non esiste una sola formula d’uscita alla crisi internazionale e che ogni paese è obbligato a trovare una risposta ai problemi posti dalla crisi partendo dalle proprie caratteristiche e peculiarità. Continua a pagina 2

Pannella e l’illegalità delle elezioni (come nel ’76) O

ggi, come nel 1976, Marco Pannella e il gruppo dirigente della galassia radicale sono in sciopero completo della fame, e presto forse anche della sete, per denunciare la mancanza di informazione da parte del servizio pubblico radio televisivo a proposito della lista di scopo “Amnistia, giustizia e libertà” che sarà presente a tutte le competizioni elettorale indette per fine febbraio 2013, politiche o regionali che siano. Se allora c’era il vecchio Partito radicale a presentarsi alle politiche, e a favore delle battaglie laiche di Pannella firmavano persone come Pietro Nenni, Jean Paul Sartre, Simone De Beauvoir, Norberto Bobbio, Umber-

di DIMITRI BUFFA

Finora, a parte il leader radicale, nessuno ha parlato seriamente del risanamento anche costituzionale del sistema giustizia, un’infrastruttura ormai collassata. Continua, invece, il gioco delle parti nei talk show

to Terracini, Rita Levi Montalcini, Alberto Moravia, Umberto Eco, Giorgio Albertazzi, Franco Fortini, Altiero Spinelli, Alberto Bevilacqua, Camilla Cederna, Federico Caffè, oggi ci si deve accontentare, si parva licet, di solidarietà sparse tra tutti i partiti presenti in Parlamento e dei 150 deputati che hanno firmato la petizione dell’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, a Napolitano per la nomina del super Marco nazionale a senatore a vita. Ma i radicali, mentre in queste ore le giurisdizioni internazionali continuano a condannare la Repubblica italiana per la violazione dei diritti umani sulle carceri, chiedono a chi di do-

vere di interrompere l’impedimento per i cittadini di conoscere le ragioni, cioè lo scopo di questa lista “Amnistia Giustizia Libertà”. Concettti intorno ai quali, dal Natale 2005, si sono unite le massime autorità istituzionali, scientifiche, religiose e sociali del paese. Come è noto le ultime iniziative dello stato maggiore radicale sono state, da una parte, la lettera aperta dello stesso Pannella a Monti e alle massime cariche dello stato, e, dall’altra l’incontro del segretario di Radicali italiani Mario Staderini con i delegati dell’Ocse in Italia. Pannella che nei giorni scorsi ha cercato un’interlocuzione persino con Berlusconi (che non si è fatto

scappare l’occasione), vista la sordità di Bersani e dei vertici del Pd al rinnovo del ticket delle scorse politiche, a Monti si era offerto come garanzia di laicismo e di federalismo europeo. Chiedendo altresì «che l’Italia, questa Italia, esca dalla assoluta flagranza criminale nella quale da decenni e decenni insiste, persevera nei confronti delle giurisdizioni europee, internazionali e – in primissimo luogo – della Costituzione italiana». Continua a pagina 2


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SABATO 12 GENNAIO 2013

IIPOLITICAII

L’OPINIONE delle Libertà

Richard Nixon, un secolo dopo la sua nascita di MARCO RESPINTI

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ell’indagine promossa nella prima metà degli anni 1950 per individuare e stanare le spie e gli agenti del comunismo sovietico dentro le alte sfere del governo, e - in perfetta obbedienza alla strategia gramsciana per la presa marxista del potere nelle articolate società occidentali - nei gangli della vita culturale degli Stati Uniti, fu artefice meno il suo protagonista indiscusso, il senatore Repubblicano - e cattolico - del Wisconsin Joseph McCarthy (1908-1957) che non l’avvocato, allora sconosciuto ma di belle speranze, che si occupò d’istruire le pratiche e di portare i colpevoli (perché i colpevoli c’erano, a iosa, com’è stato documentato abbondantemente) in tribunale. Ovvero Richard Nixon, quella perfetta macchina da guerra burocratica che fra scartoffie, codici e clausole scritte proverbialmente in piccolo ha sempre nuotato come un pesce nell’acqua, e che da peone di partito è cresciuto sino a diventare il 37° presidente federale degli Stati Uniti d’America. Richard Milhous Nixon nacque esattamente un secolo fa, il 9 gennaio 1913 a Yorba Linda, in California, nella contea di Orange, una delle più conservatrici di quello Stato, quella che puntualmente ribalta la scontatezza liberal della Costa Occidentale. Tutti ricordano giustamente la sua presidenza per la Guerra del Vietnam, per lo “scandalo Watergate”, per l’abbandono del riferimento aureo del dollaro, per i viaggi nella Cina comunista, per il trattato Salt per la limitazione delle armi strategiche, per il Programma Apollo, i più raffinati magari persino per l’”Operazione Condor”, ma della sua “missione pubblica” ci sono altri aspetti fondamentale che cerimonie e celebrazioni lasciano immancabilmente inesplorati e che dunque merita di essere rievocato. Sin dal giorno della laurea, Nixon sognava del resto di lavorare, come però mai fece, nel-

l’Fbi. Durante la Seconda guerra mondiale si arruolò in Marina, e fu ufficiale: in virtù della sua fede quacchera, pacifista a oltranza, avrebbe potuto esserne facilmente esentato, ma scelse di fare il contrario. Andò volontario, patriota convinto. Nel dopoguerra accarezzò poi l’idea della carriera politica. Detto fatto, nel 1946 venne eletto nelle fila dei Repubblicani come deputato federale a Washington in rappresentanza della California e nel 1950 fece il bis al Senato. Va però ricordato che negli anni 1940 il Partito Repubblicano statunitense non era affatto quello che sarebbe divenuto a partire dalla campagna presidenziale condotta nel 1964 dal senatore conservatore dell’Arizona Barry Goldwater (1909-1998). Era piuttosto una formazione politica che spesso faceva concorrenza a sinistra agli avversari del Partito Democratico. Il senatore dell’Ohio Robert A. Taft (1889-1953) aveva cercato di rompere, a destra, il ghiaccio, ma si era trattato di una sortita pionieristica, quasi estemporanea. Ronald Reagan, per esempio, all’epoca era ancora un Democratico: solo dopo, proprio negli anni di McCarthy, si trasformò in un Repubblicano, e in un Repubblicano deciso a portare fino in fondo la sfida lanciata da Goldwater dentro quello stesso partito e vissuta per decenni, forse ancora oggi, come una vera e propria guerra civile intestina. Evidentemente, però, Nixon aveva fiutato qualcosa d’importante, e non solamente l’aria che cominciava a tirare, trasformandosi in breve tempo nell’uomo-chiave della svolta interna Repubblicana, vale a dire in spalla perennemente in penombra ma costantemente imprescindibile di eroi del conservatorismo politico americano quali sono stati Goldwater e Reagan. Assurto alla notorietà nazionale durante i processi contro le spie comuniste, venne dunque scelto per la vicepresidenza da Dwight D. Eisenhower (1890-1969) e con lui

nel 1952 entrò alla Casa Bianca, restandovi fino al 1960. Dopo di che, pensò di scendere in campo per la massima carica politica statunitense; in quel 1960, però, gli Stati Uniti mostrarono di non essere ancora pronti per un presidente Repubblicano che aveva cominciato a legare i propri destini a quelli dell’elettorato conservatore e gli preferirono John F. Kennedy (1917-1963). La tragica scomparsa, nel 1963, di quel presidente Democratico partorì quindi la sconfitta di Goldwater nel 1964 contro Lyndon B. Johnson (1908-1973), l’ex vice di Kennedy, ma, com’è stato bene e più volte detto, si trattò di una “sconfitta vittoriosa”. La candidatura di Goldwater aveva infatti sancito per sempre quella spaccatura profonda tra i Repubblicani che da allora è sempre stata un elemento fondamentale di chiarezza, ma soprattutto aveva innescato quel vasto processo di crescita della componente conservatrice del partito che proprio in questi ultimissimi anni è entrata nella fase, pur non indolore, forse conclusiva. Nel mezzo, punto di riferimento costante e testimonianza storica di un precedente vincolante, di una possibilità fattasi storia, essa ha prodotto virtuosamente la presidenza Reagan dal 1980 al 1988. Ebbene, quel momento cruciale quanto fragile sia della trasformazione interna del Partito Repubblicano sia della maturazione anche politica del conservatorismo americano non sarebbe mai stato possibile senza due “sì” decisivi: quello pronunciato da Reagan all’indomani della sconfitta di Goldwater disponendosi a raccoglierne il testimone e quello di Nixon disponendosi a fornirgli la strategia necessaria per passare dalle intenzioni ai fatti. Per i tempi e i modi della politica, strutturalmente incapaci di lavorare a medio, figurarsi a lungo termine, quella di Nixon fu un’impresa davvero colossale.

L’unica certezza, infatti, era che ci sarebbero voluti anni, molti; alla fine sarebbero stati ben 16, un’eternità, ovviamente altalenanti tra altri e bassi, eppure impagabili proprio grazie alla pervicacia e all’ostinazione di Nixon. Fu infatti Nixon l’uomo che, dopo la sconfitta di Goldwater, si mise immediatamente, con un lavoro quotidiano da certosino, a ritessere le fila di un mondo che aveva dimostrato di potersi efficacemente unire ma che a quel punto rischiava di sciogliersi senza lasciare traccia. Fu lui a ricominciare dai “comitati elettorali” di Goldwater, uno a uno, uno dopo l’altro, rincuorando, promettendo, coinvolgendo. Fu lui a ripercorre tutte e ognuna le strade di quegli Stati del Sud che mai avrebbero votato il “partito di Abraham Lincoln”, i Repubblicani, ma che pure si erano sorpresi a vedere per la prima volta in un “lincolniano diverso” qual era Goldwater una luce politica insperata. Nixon comprese subito, prima di altri, l’indispensabilità del Sud: impiegò più di tre lustri, ma alla fine riuscì convincerne proprio quei conservatori del Sud che con Reagan e attorno a Reagan cominciarono finalmente ad abbandonare in massa il Partito Democratico. Nixon è stato insomma l’uomo-cerniera venuta nel mondo della politica americana al momento giusto e pure nel modo giusto. Aveva poco carisma, ma riuscì ad ammaliare. Era bravissimo come passacarte, e riuscì a governa un Paese come gli Stati Uniti. Nel 1968, allorché tentò di nuovo la Casa Bianca (nel 1962 aveva fallito ancora le elezioni per il governatorato della California), finalmente vinse. La sua “southern strategy”, com’è stata chiamata, funzionava, la prima generale lo aveva dimostrato. Nel 1972 accadde di nuovo, con ampio margine. Ora, considerare transitoria la sua presidenza sarebbe da insipienti, e quindi nessuno lo può lecitamente fare: ma che essa costituì lo snodo necessario per ben più alti

risultati lo si deve invece dire ad alta voce, pena la non comprensione del ruolo storico svolto da Nixon, uomo strano e ambiguo, enigmatico e contradditorio, eppure sempre coerente e fedele. Da presidente Nixon si trovò tra le mani la guerra spinosa e controversa del Vietnam. Non l’aveva iniziata lui, “falco” Repubblicano, ma la “colomba” Kennedy, cattolico e liberal, permettendo l’assassinio del presidente sudvietnamita Ngo Dinh Diem (1901-1963), cattolico e anticomunista, e commettendo un errore dopo l’altro. Nixon invece quella guerra la chiuse, un po’ male come male era iniziata, ma ciò forse più per colpa del cinismo del suo segretario di Stato Henry Kissinger che per demerito proprio. L’era Nixon subì l’onda lunga del Sessantotto e fu durante la sua presidenza che nel 1973 venne legalizzato l’aborto americano, ma pochi ricordano quanto egli stesso abbia vissuto con angoscia quei momenti drammatici della vita nazionale. Al massimo lo ricordano invece per lo “scandalo Watergate”, una vera e propria macchiolina a confronto della malapolitica che oggi trionfa anche negli Stati Uniti. Nixon si appellava costantemente a quella che è stata definita la “maggioranza silenziosa” degli americani, cioè i conservatori che sono di più ma che gridano di meno, ma in realtà era Nixon che quella maggioranza conservatrice la ricercava sempre e solo silenziosamente. Richard Nixon è morto il 22 aprile 1994. Uno dei suoi ultimi gesti pubblici, ricordato ancora oggi come un lascito impegnativo, è stato l’entusiasmarsi per la guerra dichiarata ai “nuovi giacobini” del mondialismo imperante da Claes G. Ryn, americano di origine svedese, docente di Dottrine politiche nell’Università Cattolica di Washington, vale a dire uno dei cervelli migliori del conservatorismo culturale statunitense contemporaneo. da “Italia Domani”

segue dalla prima

Un ambientalismo nazionale e liberale (...) L’ambientalismo nuovo destinato a colmare il vuoto lasciato dal vecchio,in sostanza, dovrebbe lanciare una proposta per uscire dalla crisi ispirata ai valori ecologici generali ma calata concretamente sulla realtà nazionale e sulle sue singolari ed uniche caratteristiche. Dovrebbe, in sintesi, farsi promotore della necessità di non insistere esclusivamente su industria e finanza ma di puntare anche su territorio e cultura, che sono gli elementi fondati dell’identità nazionale italiana, per far uscire il paese dalla crisi. Se la metà degli aiuti e degli stanziamenti che lo stato destina alle aziende decotte fossero destinate alla riconversione delle coste scempiate dalla speculazione selvaggia del secondo dopoguerra, alla conservazione del paesaggio e dei grandi bacini culturali di cui è ricca l’Italia, agli interventi contro i rischi idrogeologici e sismici ed, in generale, alla tutela dei nostri beni ambientali e culturali, si aprirebbe la strada ad un modello di sviluppo diverso e stabile da affiancare a quello tradizionale. Investire, per il pubblico e per il privato, su Pompei può

essere più conveniente e produttivo che investire sull’Ilva. Puntare su cultura ed ambiente nei grandi parchi nazionali può consentire di riassorbire la disoccupazione di un settore manifatturiero in difficoltà. Ma può nascere un ambientalismo nazionale e liberale se le forze politiche da cui dovrebbe scaturire non riescono a capire che la loro sopravvivenza non dipende dalla composizione delle liste ma dal recupero delle idee di cui queste liste dovrebbe essere l’espressione? ARTURO DIACONALE

Pannella e le elezioni illegali. Come il ‘76 (...) In pratica è la giustizia lo scopo di questa lista di scopo, e l’amnistia, pure presente sul logo del simbolo, è un mezzo e non un fine per il ripristino della legalità. Ma c’è da dire che sinora tutti e tre gli schieramenti in campo di tutto hanno parlato tranne che del risanamento anche costituzionale di questa infrastruttura ormai collassata. Un paese con la giustizia ridotta come in Italia è paragonabile a uno stato europeo che avesse

tutte le autostrade distrutte da una calamità, o le linee ferroviarie interrotte o gli aeroporti bombardati. Ma questo in Italia, tranne Pannella, nessuno ha il coraggio di dirlo agli elettori. Che invece continuano ad abboccare al gioco delle parti dei talk show dove i presunti nemici, vedi il caso Santoro-Berlusconi, vengono in realtà messi in condizione di accrescere a buon mercato le preferenze in una sorta di scambio scellerato con l’audience. Per la cronaca “Servizio Pubblico” venerdì ha avuto 6 milioni e 780 mila telespettatori per uno share che ha quasi raggiunto il 34%, roba che per una tv come La7 è praticamente fantascienza. In compenso la Rai, che è teoricamente pagata con le tasse dei cittadini per fare il vero “servizio pubblico” se ne frega anche di ripristinare le tribune politiche nelle settimane calde di questa campagna elettorale da incubo, se non da film dell’orrore. «Dopo che per cinque anni sono state cancellate illegalmente le tribune politiche – spiega Mario Staderini, segretario dei Radicali italiani - ora sono stati previsti prima della fase finale della campagna elettorale solo due spazi sulla Rai di 7 e 10 minuti ciascuno, e in orari di basso ascolto. Per tutti gli altri, naturalmente, c’è Ballarò and company». DIMITRI BUFFA

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"Richard Nixon, un secolo dopo la sua nascita", in "L'Opinione delle Libertà", Roma 12-01-2013