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DL353/2003 (conv. in L 27/02/04 n. 46) art.1 comma 1 - DCB - Roma / Tariffa ROC Poste Italiane Spa Spedizione in Abb. postale

Direttore ARTURO DIACONALE

Fondato nel 1847 - Anno XVIII N.12 - Euro 1,00

delle Libertà Mercoledì 16 Gennaio 2013

Colle: la Consulta boccia Ingroia K «Il Presidente della Repubblica deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni, non in rapporto ad una specifica funzione, ma per l’efficace esercizio di tutte». Lo scrive la Consulta nella sentenza depositata ieri sul conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato che ha visto scontrarsi tra il Quirinale e la procura di Palermo sulla vicenda del presunto accordo stato-mafia. In pratica, i giudici confermano un uso «non corretto dei propri poteri» da parte dei magistrati di Palermo, che ha «menomato le prerogative del ricorrente». All’origine del caso le quattro conversazioni tra Giorgio Napolitano e l’ex ministro degli Interni, Nicola Mancino, che i pm hanno sempre definito «irrilevanti» ai fini del procedimento. Ma la Corte ha stabilito che «non spettava ai pm» né valutare la rilevanza della documentazione né «omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione con modalità idonee ad assicurarne la segretezza del contenuto». Un duro colpo per Ingroia e il partito dei giudici.

Il rischio di una foto Bersani-Vendola-Ingroia N

on è solo una minaccia quella di Nichi Vendola di aprire un confronto ed un dialogo con Antonio Ingroia. Perché è vero che con questa sua mossa il leader di Sel ha voluto ribadire la sua opposizione all’ipotesi di un Monti-bis post-elettorale fondato sull’alleanza tra centristi e sinistra ed ha fatto capire a Bersani di essere pronto alla rottura con il Pd pur di scongiurare l’incubo dell’eterno badante per i post-comunisti. Ma è altrettanto vero che oltre ad essere una minaccia quella di Vendola è anche una prospettiva niente affatto peregrina per lo schieramento guidato da Pierluigi Bersani.

di ARTURO DIACONALE

Cosa farebbe il leader Pd se dovesse scoprire che l’accordo con i centristi di Monti è più difficile del previsto, e che la strada per governare può passare più tranquillamente attraverso i giustizialisti di Rivoluzione Civile?

La sortita compiuta dal governatore pugliese solleva una domanda che non riguarda i possibili comportamenti futuri dello stesso Vendola ma quelli del segretario del Pd. Come si comporterebbe Bersani, infatti, se una volta incaricato di formare il governo dovesse scoprire che l’accordo con i centristi di Monti è più difficile del previsto e che la strada per assumere la guida del paese può passare più tranquillamente attraverso una intesa con la galassia giustizialista di Rivoluzione Civile? In pratica, che farebbe il segretario Pd di fronte all’alternativa tra un Monti che pretende la luna ed un Ingroia che si accon-

tenta del ministero della Giustizia? Al momento la questione non si pone neppure. La distanza tra Pd e Rivoluzione Civile sembra incolmabile. Ma la situazione può cambiare. E la mossa di Vendola sembra fatta apposta per dimostrare come anche l’ipotesi al momento più inverosimile, come quella di una alleanza tra sinistra e giustizialisti, possa diventare possibile in caso di necessità. Naturalmente si debbono verificare le condizioni adatte. Come un buon successo elettorale della coalizione guidata dall’ex pm di Palermo affiancato per l’occasione dall’ex pm di Milano Di Pietro e dall’ex pm di Potenza De Magistris ed un risultato

non negativo per i centristi montiani tale da alimentare la pretesa di Monti di tornare a Palazzo Chigi con i voti della sinistra. E se queste condizioni si dovessero realizzare l’ipotesi posta da Vendola potrebbe diventare fin troppo concreta. Ed il futuro governo del paese potrebbe essere non di centro sinistra ma di sinistra-sinistra. Con buona pace di tutti i centristi convinti di poter cancellare con la loro presenza il bipolarismo e l’alternanza democratica e riesumare la vecchia centralità democristiana nella versione riveduta e corretta della casta dei tecnici e dei notabili dei “poteri forti”. Continua a pagina 2

La rivincita della televisione. E del Cavaliere D

o you remember “casalinga di Voghera”, la leggendaria figura simbolica della donna italica che incarna e mondializza il senso comune appreso dalla tv? Sembrava essersi assopita, quasi dimenticata, se non eliminata dall’irruzione del popolo del web guidato dalla coppia assassina Grillo&Casaleggio, ed invece rieccola di nuovo materializzarsi fra le cupe scenografie dell’altra coppia Santoro&Travaglio per sancire, quasi venti anni dopo, la supremazia del re del medium dal quale aveva derivato, lei pure casalinga per di più vogherese, le stimmate della vox populi. Grande riscossa della tv in quest

di PAOLO PILLITTERI

Non basta un clamoroso share per sancire una vittoria ancora lontana. Ma, intanto, riecco il gladiatore che sembrava morto, in preda a depressioni da Ruby e da condanne piombate su Villa Cernetto

drole de guerre.The King ad I, il re dei re e l’io della vulgata televisiva, il king maker del consenso mediatico, cos’altro ancora per evocare al meglio il ritorno dell’eroe dato per morto, la riapparizione del suo impero mediatizzato (e politico) sui colli fatali italici. E cos’altro, ancora e di più, per insistere su una massima che proprio lui, il Cavaliere appena resuscitato, aveva consegnato, fin dalla lontana discesa in campo con tanto di luci soffuse e sondaggi alla mano, alla gauche incredula: mai sottovalutarmi, mai darmi per morto, mai archiviarmi Io sono colui che parla, sono il logos incarnato nell’elettrodomestico

più sicuro e più ammirato, sono la voce di colui che grida nel deserto, un po’ profeta e un po’ imbonitore, un po’ Jesus Christ Superstar e un po’ gigione del palcoscenico. Sono l’immagine che il medium diffonde invadendoci non come il fuoco ma come l’acqua e perciò nessun interstizio è lasciato vuoto e immune dal liquido che si espande e tanto più cresce quanto più è provocato, chiamato alle armi, costretto ad alzarsi in piedi e a lottare. Si dirà che non basta, non può bastare un clamoroso share su La 7 per sancire una vittoria ancora di là da venire. E certo, chi non è d’accordo sulla fluidità di un picco

d’auditel che rischia, nel tempo, di scemare se non di ritorcersi contro poichè il 24 febbraio è di là da venire. Ma, intanto, rieccolo il gladiatore che sembrava smorto e silente, in preda a depressioni da Ruby, da condanne piombate su Villa Cernetto e da minacce di morte politica dietro ad ogni tradimento annunciato, ad ogni primaria promessa, ad ogni Samorì/Ciocorì inventati lì per lì. Continua a pagina 2


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MERCOLEDÌ 16 GENNAIO 2013

IIPOLITICAII

L’OPINIONE delle Libertà

Il pifferaio magico di Arcore Il governo Monti e il grande bluff del Prof naufraga al Giglio R

aramente in una campagna elettorale le accuse reciproche sono così azzeccate come quelle che si sono scambiati il premier uscente Monti e il suo predecessore Berlusconi. Di solito gli avversari ricorrono gli uni contro gli altri ad ogni tipo di esagerazioni e forzature, se non a vere e proprie mistificazioni. Stavolta, invece, c’è molto di vero. Se Berlusconi ricorda un «pifferaio magico» per le promesse non mantenute, eppure disinvoltamente reiterate senza analizzare a fondo e con onestà le cause dei suoi precedenti fallimenti, Monti si è senz’altro rivelato un «bluff». L’abbiamo scritto prima di tutti su questo giornale e anche autorevoli osservatori hanno espresso la loro delusione per la sua precoce perdita di slancio riformatore. Berlusconi non può scaricare tutto su Monti. L’inasprimento fiscale e la lotta all’evasione condotta con metodi illiberali, ampliando a dismisura i poteri repressivi di Equitalia, in particolare l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, erano già stati avviati, con esiti recessivi sull’economia, dal ministro Tremonti durante il suo ultimo governo. D’altra parte, Monti non può cavarsela scaricando tutte le colpe sul suo predecessore. Se è vero che ha governato solo un anno, tuttavia era sostenuto da una maggioranza parlamentare senza precedenti, letteralmente annichilita dal proprio discredito, e in ragione dell’emergenza ha potuto operare con un potere pressoché assoluto, anch’esso senza precedenti nella storia repubblicana, sulle scelte di politica economica. Ci si aspettava quindi che

avrebbe rivoltato l’Italia come un calzino, resistendo ai veti dei partiti e delle lobby. Poteva farlo, perché almeno nei primi sei mesi nessuno si sarebbe potuto permettere di farlo cadere. E invece, dopo la riforma delle pensioni e l’introduzione dell’Imu, nel novembre 2011, non ha portato a casa molto altro: liberalizzazioni timide, finte privatizzazioni e una riforma del mercato del lavoro addirittura controproducente, come hanno riconosciuto osservatori internazionali nient’affatto ostili al professore. La via al risanamento di quasi solo tasse non è stata una necessità, come Monti ripete oggi, ma una scelta deliberata. Persino il presidente della Bce Draghi in un’intervista al Wall Street Journal l’ha bocciata come «cattivo consolidamento», in opposizione ad una via «buona», perché meno recessiva, basata principalmente su tasse più basse e riduzioni di spesa. Ma ammesso e non concesso che Monti non abbia potuto fare a meno di cedere ai veti contrapposti delle forze politiche, dopo le sue dimissioni e la sua “salita” in campo ha avuto finalmente l’occasione di presentare la sua “agenda”, senza condizionamenti di sorta, eppure non ha saputo offrire che un programma generico, privo di proposte concrete, corredate di numeri, che ci saremmo aspettati da chi conosce in profondità la finanza pubblica. Le marce indietro delle sue ultime apparizioni televisive sono tardive e poco credibili. «Fosse per me non l’avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», osserva sul redditometro, ideato sotto il governo

Berlusconi-Tremonti ma elaborato nel corso di tutto il 2012. In 13 mesi Monti avrebbe potuto bloccarlo con una telefonata, almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera. Guarda caso proprio in campagna elettorale, quando non può più fermarlo, cambia idea. Adesso una riduzione delle tasse sarebbe possibile addirittura in «molto poco tempo», e «voglio anch’io che l’Imu sia ridotta», confessa Monti, quando nella conferenza stampa del 23 dicembre era «da pazzi» solo pensare di abolirla sulla prima casa. Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto a luglio, mentre l’aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. Diceva di essere sceso in campo per «difendere il lavoro fatto», ma oggi ammette che «molte cose devono essere oggetto di una revisione». Non solo la politica fiscale, ma anche la riforma delle pensioni: non ha «preclusioni» a modificarla, fa sapere al Pd. Monti, infine, sostiene di non aver accettato l’offerta di Berlusconi di federare i “moderati” «perché all’Italia serve unire i riformatori», ma poi ha imbarcato Fini e Casini (con famiglia al seguito), non riuscendo quindi a rimodulare l’offerta politica sull’asse riformatori/conservatori anziché sul logoro asse destra-sinistra. E piacerà la sua nuova veste di candidato combattivo, che lascia il fioretto e impugna la roncola contro Berlusconi, ai cittadini che ne avevano apprezzato lo stile sobrio e la distanza dalla mischia politica? FEDERICO PUNZI

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l governo Monti ha saputo evitare lo scoglio dello spread ma si è schiantato contro quello della Concordia. Il recupero del relitto della nave affondata all’Isola del Giglio si è trasformato in una buccia di banana sulla quale l’esecutivo tecnico, in carica fino a poche settimane fa, è scivolato. Non è certamente questo il motivo per cui il Professore è salito al Colle per rimettere il mandato nelle mani di Napolitano ma è certo che la gestione dell’emergenza è stata quantomeno farraginosa. Il naufragio della nave da crociera contro lo scoglio delle Scole del 13 gennaio dell’anno scorso, ha stravolto la skyline dell’Isola e questo è solo l’aspetto esteriore della questione perché lo stravolgimento ha riguardato l’ecosistema e l’economia stessa del piccolo arcipelago toscano. Il ministro dell’ambiente Corrado Clini ha detto: «Il costo della rimozione della nave è a carico dell’impresa e c’è anche un contributo pubblico da quantificare: al momento abbiamo messo a disposizione 5 milioni di euro. Sappiamo però che questi costi sono le spese dirette. C’è poi tutto il costo dell’apparato, della infrastruttura,di personale e di interventi, non quantificabile». Per Clini «le operazioni per la rimozione del relitto termineranno il prossimo autunno, con la previsione aggiornata per settembre. Il relitto deve essere portato nel porto più vicino per evitare danni ambientali e lì deve essere smontato». Sincronizzato il commento del ministro con quello del capo della protezione civile, e commissario speciale per l’emergenza Concordia, Franco Gabrielli che precisa: «È ragionevole immaginare che si possano verificare delle sospensioni delle attività di cantiere dovute alle condizioni meteo-marine avverse o

comunque a situazioni non prevedibili. Per cui non si posso escludere eventuali slittamenti nel tempo». Le due dichiarazioni aprono scenari non inquietanti ma preoccupanti. In primis la rimozione prevista per settembre implica un altro anno di lacrime e sangue per l’economia dell’Isola visto che la stessa vive di turismo estivo e la presenza di un cadavere galleggiante di quella stazza non invoglia certo un bel tuffo nelle sue vicinanze. Senza dimenticare la questione ambientale, visto che il fondale dove la nave è adagiata è inserito all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e anche lì va previsto un piano di bonifica. Terzo aspetto, non si sa ancora dove la Concordia verrà rimorchiata e disarmata. Per Clini bisogna andare «nel porto più vicino» ossia a Piombino il cui scalo però non è, ad oggi, pronto ad ac-

Il ministro Clini ha promesso la rimozione della Concordia entro settembre ma non è stato deciso neanche il porto nel quale disarmarla cogliere il relitto della Costa in quanto privo di bacino di smantellamento. Neanche Livorno al momento ne è dotata (un cantiere adatto esiste solo a Palermo), il che vuol dire che un piano dalle parti di palazzo Chigi o in via Cristoforo Colombo non c’è. E peggio ancora, non sembra neanche previsto. ALESSIO VALLERGA

segue dalla prima

La foto de-Vasto

La rivincita del Cav

(...) Di qui la necessità di sollecitare Bersani a pronunciare una parola chiara in campagna elettorale sull’ipotesi vendoliana. Una parola che non può essere solo un’assicurazione ma deve trasformarsi in un impegno preciso e concreto. Perché qualche dubbio in proposito è fin troppo fondato. Non è forse vero che le primarie hanno prodotto lo spostamento a sinistra del Pd? E non è altrettanto certo che i “giovani turchi” bersaniani, quelli che non hanno esitato a fare piazza pulita dei liberal, dei renziani e di chiunque non fosse sulla linea Fassina-Camusso, potrebbero cedere facilmente al richiamo della foresta provocato dalla suggestione di dare vita ad un governo di sinistra-sinistra privo di qualsiasi badante o protettore di estrazione moderata e riformista? Non va dimenticato che la lunga marcia di Bersani per la conquista definitiva della leadership del Pd è partita con la famosa foto di Vasto. Quella che lo vedeva a fianco di Vendola e Di Pietro. Non è affatto impensabile, quindi, che pur di concludere la marcia a Palazzo Chigi lo stesso Bersani sia disposto a farsi fotografare a braccetto con Vendola ed Ingroia.

(...) Eppure, insomma, il Cavaliere c’è... e di colpo la campagna elettorale si è come impennata, ha cambiato strada e impresso un vento diverso, una direzione nuova. E gli altri sono di colpo sembrati inadatti, unfit. Cosicchè, le truppe stanche e smorte rassegnate alla sconfitta senza neppure combattere, hanno rialzato il capo, rimesso una marcia più veloce alla stanco declino, all’inarrestabile default. Certo, la immanente e perenne necessità di un un uomo solo al comando del Pdl (o di ciò che ne resta) è la prova provata che senza di lui non ci sarebbero neppure i resti del Pdl e nepure le liste d’appoggio. Ma neppure quella obbligatoria presenza, in una democrazia, di una voce antagonista che non sia quella dello sbraitamento grillesco o della forca del riverniciato partito delle toghe. C’era un vuoto e c’erano gli astenuti, c’era e in parte c’è ancora una massa imponente di delusi e di illusi, anche, soprattutto da lui ,dalla Lombardia alla Sicilia. Un vuoto che la politica non tollera, esattamente come non fu tollerato in quel 1994 quando scomparvero su azione giudiziariogiustizialista, i cinque partiti democratici, e lui lasciò la “trincea del lavoro per scendere

ARTURO DIACONALE

in campo” in nome, allora del’antipolitica, della società civile (proprio così) del paese che lavora e che produce. Usò lo strumento di cui era ed è il re indiscusso ma sottovalutato perchè “di plastica” e vinse. Seppe colmare un cratere svuotato dall’annientamento altrui con una proposta politica. La televisione come mezzo principe al servizio di una progetto che non si è realizzato,di un partito liberale di massa che non c’è, di brandelli di realizzazioni che sono il bagaglio emblematico di un’esperienza che, pure, ha segnato un vetennio. E adesso,è ancora questa tv che si prende la rivincita ed è sempre lui che riempie un vuoto, ma questa volta il suo, un vuoto a volte colpevole a volte costretto, un vuoto dentro il quale i facili entusiasmi bersaniani di una vittoria a portata di mano sembrano oggi mortificati: perché ciò che conta è non darsi per vinto, ciò che vale è rialzarsi, l’eroe non può arrendersi. A differenza del neanche quarantenne e vincitore morale Renzi, un ultresettantenne dato per missing, non si ritira nell’orticello di casa, ma si veste dell’armatura fornitagli dall’avversario santoriano per battersi contro tutto e contro tutti. Perchè anche l’eroe può cadere. Ma in piedi. PAOLO PILLITTERI

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di GIUSEPPE MELE

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ualcuno tra i 200 depositari di loghi elettorali ha dichiarato che in fondo la presentazione delle liste è un’arte. E lo è la capacità di galleggiare per le tante formazioni politiche della cui esistenza si viene - o si torna - a conoscenza solo in occasione delle elezioni. È un’accademia, sotto traccia, responsabile della mancata diminuzione degli eletti, delle camere doppioni e, a cascata, del perdurare dei 7 miliardi di costo della politica. Un’arte facilitata dal numero di mille dei parlamentari, ognuno dei quali pesa 45mila voti di rappresentativà teorica. Per effetto delle correzioni maggioritarie, 45mila elettori effettivi nel 2008 erano proprio rappresentati da ogni deputato Pdl, 55mila da ogni Pd o Idv mentre il deputato Mpa (Movimento per l’autonomia, ndr) era voce di 51mila, quello Udc di 57mila e il valdostano di meno di 30mila elettori. L’1% nei sondaggi ha molti significati per un partito, o un piccolo gruppo di amici, che vogliano provarci. Inserito in una vasta coalizione, significa cinque deputati sicuri oppure niente, se isolato. Può valere per 30mila come 300mila voti, a seconda del contesto locale. Nascosto, come gruppo di candidati, in un altro partito, può valere un gruppo parlamentare. Moltissime formazioni oggi nelle previsioni stanno all’1%, quando non al mezzo punto. A sinistra, i Verdi, il Centro Democratico di Tabacci, dopo la cacciata dell’ultimo esponente superstite dipietrista Donadi, il Psi nenciniano. Al centro, scomparso l’Api rutelliano, mai comparsa l’Italia Futura montezemoliana, è eclatante l’1,6% del Fli finiano. A destra la ridda dei piccoli arriva al complessivo 3%, ciascuno fluttuando a seconda dei momenti tra lo 0,2% e il 2%: Liberi da Equitalia, Ldp di Maniaci, Mir di Samorì, Pensionati di Fatuzzo, Rinascimento di Artom, Basta tasse di Garatti, Ip di Catone e Sgarbi e Fermiamo le banche, oltre al Pid siculo di Romano e al Pri calabro di Nucara. Nell’elenco c’è anche il 3L tremontiano, fuso ma visibile nelle liste e nel simbolo leghisti. A medesimi numeri cadono altri, più politicamente pregnanti, come Grande SudMpa o Fratelli d’Italia, in Lombardia rinunciataria anche sul nome. Vale la pena di esaminare le dolenti note suonanti per Fini, Meloni e

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L’OPINIONE delle Libertà

Loghi elettorali e partiti politici L’importante è rimanere a galla La presentazione delle liste è stata definita dagli addetti ai lavori un’arte, o meglio un’accademia responsabile della mancata diminuzione degli eletti, delle camere doppione e del perdurare dei 7 miliardi di costo della politica. In una galassia frastagliata e sempre di moda, l’agognato 1% fa gioco per un partito poiché, inserito in una coalizione, può significare cinque deputati oppure niente se isolato. Questo “teatro” è figlio legittimo del trasformismo che ancora regna nello Stivale. Moltissime formazioni oggi nelle previsioni stanno all’1%, quando non al mezzo punto

Crosetto, ma anche per Fare di Giannino all’1,2% e, in discesa, i riformisti della Craxi, il PLI ed i radicali. Il gioco dell’1%, gemello del trasformismo, è molto godibile per chi, non avendo nulla da dire, ci prova, convinto di un possibile guadagno. Il bipolarismo 2008 aveva ridotto al minimo questo gioco, poi l’incapacità di organizzarsi dei partiti e la lotta al massacro l’ha rigalvanizzato, prima nella diaspora di gruppi parlamentari e ora di liste. È invece un dramma l’1% di chi identifica la vita con politica, l’impegno, la proposta, la politica politicata e la “politica politicans”. Comunque vada, il randagismo di Fini, dal nostalgismo Msi al neoangloconservatorismo, ha mostrato un vuoto di idee, pari solo al “partito dei carini”. La volontà di organizzare seriamente il centrodestra sopravviverà, malgrado lo stop a Giannino, Crosetto, Meloni, Stefania Craxi e a chi non è sceso in campo come rottamatori e Tea Party. Evidenti i rispettivi difetti di snobismo, personalismo, componentismo, incapacità di organizzare quadri, tessere legami con le parti sociali e comporre giovanilmente liberalismo e intervento pubblico. Pure un Midas del centrodestra è reso ineluttabile dall’età di Berlu-

sconi. Scelta di campo fissa, impegno a lavorare dentro il contenitore più grande, riconoscere e sostenere il grande popolo libero populista, senza credere ai media strumentali, sono necessari per cambiare e soprattutto realizzare in un paese in stallo. Diverso è invece il discorso per i radicali di Pannella, cui ogni liberal si avvicina con reverenza, identificandoli nelle battaglie per i diritti civili. Non è una novità provare simpatia e spirito di carità per i pannelliani che da anni a ogni elezione fanno una mortificante via crucis presso tutti i big, in cerca di ospitalità e garanzia di elezione per i propri candidati. Due volte corsaramente imposero il nome della Bonino quale papabile al Quirinale e al governo del Lazio. Storicamente difensori degli ultimi della terra, carcerati, drogati, clochard, dovrebbero trovare sufficienti numeri per raccogliere un congruo risultato. Invece no, sono ai minimi termini di iscritti e voti. Lo spiegano per l’oscuramento dei media. Eppure senza molte apparizioni il partito dei giudici si è attestato subito al 5%, né tutti hanno nel partito giornalisti Rai. Infinite e di tutti i tipi le occasioni colte per fare notizia, ultime le caduta del centrodestra laziale e lom-

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bardo con le campagne radicali su firme e sprechi. Sarà irriconoscente il Pd che ne ha tratto guadagno e non li ha voluti come alleati; eppure ha garantito loro ad oggi nove eletti nelle sue file ed una vicepresidenza senatoriale. Può fare tristezza l’esclusione anche dalle altre coalizioni. Meraviglia di più l’opportunismo di collocarsi dovunque a prescindere da politiche e programmi. Macchina partitica, di informazione e formazione politica per giovani futuri leader di ogni schieramento, per i radicali la politica è ragione di vita. Più think tank (serbatoio di pensiero, ndr) che partito. Tuonano sugli sprechi ma si fanno pagare 10 milioni l’anno. Iperanticlericali e più piagnoni della Caritas. Ogni elezione un loro leitmotiv diverso, dalle staminali al carcere, dovrebbe essere misura per giudicare l’universo mondo. Sanno che dietro l’impossibile amnistia, c’è il partito dei giudici, ma non gli vanno contro con coerenza come Mellini e Lehner. Condannano come illegali l’Italia e le sue complessità ma combattono le best practises del Nord e ostano a qualunque saldezza e coerenza dello Stato. Amano i clochard ma fanno lavorare di più le donne. Vogliono i diritti, anche se il loro peso affonda il paese. Nuovi diritti ma non la rappresentanza organizzata dei lavoratori. Raccontano la storia dei diritti civili, ad usum delphini, epurandone l’impegno maggiore dei laicosocialisti. Sono l’altra faccia della moneta dove compare la Repubblica scalfariana, con cui dividono l’eredità dell’azionismo, che condusse alcuni laici soprattutto ad affondare il socialiberismo e i suoi link patriottici nazionali e locali. Non a caso, il nome dell’ultimo parto pannelliano richiama i terzisti del dopoguerra e l’associazione fondata dal proprietario di Repubblica, già prima tessera Pd. Sono queste contraddizioni, e non altro, a condannare i radicali all’isolamento ed ai minimi termini. Malgrado la fascinazione, i laici se ne devono fare una ragione: i radicali non sono loro amici, ne è un caso se ogni attenzione loro prestata mai viene ricambiata. Dietro declino, stallo, irrisolutezza c’è il tradimento azionista del laicismo, ampiamente rappresentato da Scalfari e non meno, in altro modo da Pannella. Piuttosto che garantire eletti non giustificati, si finanzi loro una fondazione e non se ne parli più.


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L’errore di Monti? L’effetto Storace-Berlusconi Presentare due liste scombina tutti i pronostici A

scoltando Mario Monti nel coro della sua partecipazione a “Porta a Porta”, ho trovato conferma in ciò che mesi addietro pensavo fosse l’approccio più ragionevole - al di là di qualunque questione di merito - di un premier tecnico sceso nell’agone elettorale. Ovvero, impostare la sua campagna elettorale spiegando al popolo che le cose realizzate dal suo governo hanno rappresentato una sorta di compromesso al ribasso con le forze politiche della sua strana maggioranza e che, pertanto, questa zavorra politica ha impedito alla sua azione di dispiegarsi nel modo più efficace. Ora, che questo sia vero o no, che soprattutto sul fronte dei tagli alla spesa vi sia stato un continuo esercizio dei veti incrociati, soprattutto da parte del Pd e del Pdl, tale da snaturare l’autentico indirizzo montiano, lo giudicheranno gli elettori. Resta comunque il fatto che, soprattutto in una fase storica in cui la politica di professione ha raggiunto in Italia un livello infimo di credibilità, presentarsi su una linea totalmente alternativa rispetto ai partiti tradizionali, proponendo una sorta di referendum tra Monti e la classe politica, appare senza dubbio una linea corretta e piuttosto producente. L’ho scritto in tempi non sospetti e lo ribadisco con medesima convinzione.

Tuttavia, per rendere veramente efficace questa strategia elettorale, interpretando appieno il desiderio di rinnovamento della società, il premier uscente avrebbe dovuto seguire il consiglio di Corrado Passera, proponendo una sola lista sia alla Camera che al Senato. In questo modo, eventualmente imbarcando qualche fedele alleato come Fini e Casini, avrebbe definito senza equivoci la sua diversità rispetto al vecchio sistema. Ma così non sono andate affatto le cose. L’apparentamento alla Camera con l’Udc e con Fli e, cosa ancor più grave, la presenza dominante di Casini e dei suoi uomini nella lista “Monti” al Senato, hanno gravemente compromesso l’immagine di rinnovatore del bocconiano, dando ragione alla definizione di capo di un centrino espressa da Berlusconi. Ciò è confermato da un leader dell’Udc capolista in ben cinque regioni e dalla posizione del braccio destro Moavero nel Lazio: terzo dopo lo stesso Casini è l’esponente di Futuro e Libertà, Giulia Bongiorno. Tutto questo indebolisce presso l’opinione pubblica il peso specifico di Monti, a tutto vantaggio dei volponi della vecchia politica che lo hanno fin qui sostenuto ma che ora, a costo di rischiare di arrivare quarti nella corsa elettorale, tendono a fagocitarlo. Staremo a vedere. CLAUDIO ROMITI

di RUGGIERO CAPONE

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a lista “Monti per l’Italia” non piace all’elettorato. Alcuni sondaggi prevedono un taglio delle preferenze anche per i suoi maggiori alleati politici (Fini e Casini). Emerge che Casini e Fini potrebbero risultare eletti sul filo di lana, perché il loro elettorato punirebbe l’appoggio a Monti votando per Grillo, Storace, Berlusconi ed Ingroia. Già passate consultazioni hanno dimostrato che l’elettorato di centrodestra difficilmente si sposta verso quelle sinistre che ancora odorano di vecchio Pci. A questo s’aggiunge l’inaspettata rimonta consensuale di Silvio Berlusconi: dopo l’ospitata a “Servizio Pubblico”, il Cavaliere ha ricominciato a macinare consensi e, come ha dimostrato il sondaggista Antonio Noto, ormai il Pdl è nuovamente alla pari col Pd. Allora dove s’anniderebbe la marcia in più per portare a casa politiche e regionali? Il parere dei sondaggisti è unanime, tra l’elettorato del voto di protesta, che indubbiamente s’astiene o vota per Grillo o per Ingroia. In quest’ottica il Cavaliere ha sguainato la candidatura di Francesco Storace a governatore del Lazio, certo che “epurator” potrebbe intercettare sia i delusi da Fini che gli arrabbiati indecisi tra Grillo e Ingroia. I sondaggisti parlano già

d’effetto Storace-Berlusconi nel Centro-sud, e lo considerano pari all’alleanza Lega-Pdl, ma con l’effetto novità che il Carroccio ormai non ha più in serbo. Intanto, secondo i sondaggi Euromedia (spesso risultati corretti) il centrodestra è al 34,2 % (il Pdl al 23,1) ed il centrosinistra al 38,3. Il centrodestra è sotto di soli 4,1 punti, che certamente Berlusconi conta di riportare a casa

La rimonta del Cavaliere è ormai una certezza e la squadra del Pdl ha in pratica raggiunto la coalizione di Bersani. Adesso parte la caccia al voto dei delusi e alla fetta di indecisi con l’effetto Storace: ovvero il Cavaliere porta voti al La Destra e Storace trascina consensi verso l’alleanza col Pdl. Un lavoro a quattro mani che assorbirebbe voti soprattutto in casa dei centrini (la lista Monti): un 4% che verrebbe tutto risucchiato in casa Fini e Casini. Considerando che l’Udc è al 4% e Fli all’1, è evidente che l’effetto

Cavaliere-Storace scombinerebbe totalmente i piani della lista Monti. Il risultato potrebbe essere una parità alla Camera tra Pd e Pdl, ma con il Cavaliere in netto vantaggio al Senato. E se il centrodestra superasse quota 170 senatori (la parità è leggermente sopra i 150), il Pd per governare l’Italia dovrebbe elemosinare l’aiuto di Grillo, Ingroia e Monti. Infatti il senatore a vita (Monti) sa di essere ancora “bancariamente” determinante, sono di poche settimane fa i rumors che vedrebbero il sistema bancario non garantito nel caso dell’assenza di Mario Monti in posizione dominante nel prossimo governo. Dichiarazioni che evidenziano come un governo senza Monti difficilmente godrebbe dell’assenso delle banche italiane ed europee, anzi mondiali. È evidente che dopo gli ultimi strali del Cavaliere difficilmente Monti accetterebbe d’appoggiare (ed in subordine) un Pdl vincitore sul filo di lana. Di contro Berlusconi si sarebbe già dichiarato pronto a governare senza il bene placet del sistema bancario, quindi invocando una sorta d’autarchia monetaria prodromica ad un ritorno alla lira. Invece il Pd non nasconde di poter cucinare, ed in nome dell’Ue, l’intesa tra Vendola e Monti: un piatto che servirebbe agli italiani il doppio delle contraddizioni.

Una spesa contro la crisi Vendola come Bertinotti Carrefour taglia l’Iva La palla al piede del Pd C

hissà se ai giorni nostri Humphrey Bogart, parafrasando un passaggio del film “L’ultima minaccia”, si lascerebbe andare al commento: «È la crisi bellezza e tu non puoi farci niente». Eppure c’è chi da questo assioma contemporaneo ha trovato lo spunto per un’iniziativa solidale e figlia del buon senso. La catena di supermercati Carrefour, a partire da venerdì garantirà, per i clienti con oltre i 65 anni e per i nuclei familiari composti da cinque o più persone, uno sconto pari al valore dell’Iva. Il progetto andrà avanti sino al 31 marzo. In questo periodo gli interessati potranno chiedere la tessera direttamente ai banchi di accoglienza negli oltre mille punti vendita Carrefour. Per la precisione, gli anziani dovranno presentare la propria carta d’identità per avere la “Senior Card”, invece lo stato di famiglia servirà per conseguire la “Superfamily card”. Lo sconto riguarderà la merce dei reparti macelleria e pescheria, senza dimenticare che l’offerta sarà allargata anche a frutta, verdura, salumi, formaggi e pane fresco. «Questa iniziativa - ha detto Giuseppe Brambilla di Civesio, l’amministratore delegato di Carrefour Italia - nasce dalla volontà di compiere uno sforzo per dare un contributo concreto e permanente al sostegno dei consumi. Per questa ragione, se la prima fase dell’iniziativa, che si concluderà il 31 marzo, evidenzierà il gradimento dei clienti, contiamo di prolungarla per tutto il 2013, che - ha concluso - sarà ancora un anno difficile per i consumi e i bilanci delle famiglie». L’idea del gruppo è emersa dopo

un’analisi delle abitudini di acquisto dei clienti e grazie agli ultimi dati diffusi dall’Istat sulla condizione delle famiglie, secondo i quali più del 28% dei nuclei numerosi è in condizioni di difficoltà e più del 40% degli over 65 vive con meno di mille euro al mese. Per Giuseppe Brambilla di Civesio si tratta di «una forma di agevolazione significativa, che si traduce mediamente in un risparmio stimato di 150-200 euro all’anno per gli over 65 e di 300-500 euro all’anno per le famiglie numerose, cumulabile con le altre promozioni in corso nei punti vendita». A far eco all’ad di Carrefour Italia c’ha pensato Roberto Messina, presidente di FederAnziani: «Ci impegneremo per diffondere capillarmente la conoscenza di quest’iniziativa poiché, di fronte al 77% di pensionati che percepiscono un assegno inferiore ai mille euro mensili e di fronte ai dati Inps secondo i quali il 17% dei pensionati percepisce un assegno di 500 euro, siamo obbligati a farlo. In Italia - ha riferito - gli anziani hanno visto distrutto il proprio potere di acquisto e sono oramai stremati, come si può vedere dall’assalto alle mense Caritas. Anche coloro che fino a qualche tempo fa riuscivano ad arrivare, sia pure faticosamente e tra molti sacrifici, alla fine del mese, oggi si trovano fianco a fianco con i clochard per un pasto caldo. Per questo - ha chiosato - le nostre duemila sedi si attiveranno per invitare i cittadini a beneficiare di questo sconto importante per la loro sopravvivenza». CLAUDIO BELLUMORI

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e la Storia si ripete - e si ripete, di tanto in tanto - Nichi Vendola rischia di trasformarsi, per il Partito democratico di oggi, nella palla al piede che fu Fausto Bertinotti nel 1997 quando fece cadere il governo di centrosinistra capitanato dall’Ulivo di Romano Prodi. E di nuovo, nel 2007, quando collaborò a mandare in crisi il II esecutivo del professore bolognese, che poi nel 2008 abdicò in modo definitivo. Oggi, in piena campagna elettorale per le “politiche” del 24 e 25 febbraio, l’attuale governatore della Puglia con il suo Sel (Sinistra Ecologia Libertà) poco dopo aver sancito l’alleanza già mette in crisi il Pd di Pier Luigi Bersani, al momento partito di maggioranza relativa del Paese. Le contraddizioni vanno rapidamente appalesandosi soprattutto quando si parla dei possibili accostamenti parlamentari che dovranno necessariamente far seguito a un’eventuale vittoria delle elezioni (secondo il recente sondaggio di Emg al momento la coalizione Pd/Sel è data a circa il 36,4%, in calo rispetto alla rimonta di Pdl & company, arrivati al 27,9). La differenza di vedute è a dir poco macroscopica: da una parte Bersani considera il braccio di Mario Monti (Scelta civica con Monti, 9,9%) - che fa squadra con L’Udc di Pierferdinando Casini (3,4), con Futuro e Libertà per l’Italia di Gianfranco Fini (0,9) e con

Verso la Terza Repubblica di Luca Cordero di Montezemolo (3), totale 14,8%) - quello cui aggrapparsi per dare massima solidità al proprio governo; dall’altra Vendola che spara il suo niet su tale eventualità perché preferisce farsi amico Antonio Ingroia (Rivoluzione Civile). Per certi versi la ritrosia del riflessivo Nichi va capita: non si può proprio immaginare un ex comunista (quel Nichi è un nomignolo-omaggio a Nikita Krusciov) che riesca a far comunella in modo proficuo con il Centro opportunista che si delinea sulla scia dell’attuale premier, condizionato da un Casini che, zitto zitto, sta coronando il sogno di fare da ago della bilancia nei futuri equilibri di governo. Ma resta il fatto che se Vendola e Bersani iniziano a non sopportarsi a un mese e mezzo dalla tornata elettorale, non si capisce come potranno andare d’accordo una volta installatisi alla guida del Paese, quando dovranno cominciare a parlare soprattutto di economia e di tassazione. La confusione nel centrosinistra, insomma, regna sovrana con largo anticipo e meglio non sta il possibile, futuro alleato. Quel Mario Monti che quando parla - e in questo la televisione è impietosa - genera sempre una noia mortale, aggravata dall’affastellarsi di contraddizioni. STEFANO MARZETTI


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Processo alle spie russe. Guerra Fredda nel 2013 di STEFANO MAGNI

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ermania, inizia il processo a Andreas e Heidrun Anschlag (il cognome è fittizio), marito e moglie accusati di spionaggio a favore della Russia. Una storia classica da Guerra Fredda. Ma quel conflitto, mai combattuto con le armi in pugno, non doveva essere finito nel 1989? E l’Unione Sovietica non doveva essere sciolta dal 1991? A quanto pare no. Perché Andreas e Heidrun sono accusati di aver passato dati al Kgb, poi all’Svr da 25 anni. Dunque, se la matematica non inganna e le accuse sono vere, lavoravano per Mosca dal 1988. In piena distensione, ma ancora nel corso della Guerra Fredda, avrebbero passato informazioni alla Lubjanka, allora diretta da Krjuchkov, uno dei tre golpisti che cercarono di rovesciare Gorbaciov nel 1991 nell’ultimo spasmo vitale del vecchio impero sovietico. Ma invece di andare in pensione, con una medaglia, una dacia o un futuro nelle carceri tedesche (a seconda del finale), avrebbero continuato a lavorare per la stessa istituzione, riverniciata e rinominata Svr (per l’estero) ed Fsb (per l’interno), ma con le stesse finalità del Kgb. Fino all’ottobre del 2011, quando la polizia federale tedesca (non più quella della Germania Ovest, ma quella di una Germania unita) li ha arrestati, cogliendoli in flagranza di reato, nel loro appartamento di Marburg. Quando i commandos di Berlino hanno fatto irruzione nella loro casa, li hanno

trovati intenti a decrittare messaggi radio in codice. Stavano ascoltando una delle “number stations”, le radio segrete che trasmettono a onde corte una serie di numeri. Privi di senso per chiunque, tranne per chi ha i codici per saperli leggere e tradurre in ordini, direttive, istruzioni. Gli Anschlag avevano il profilo tipico di chi vuol confondere le acque: residenza tedesca, cittadinanza austriaca, luogo di nascita (secondo quanto si apprende dall’indagine) in America Latina. Tipico cosmopolitismo da Kgb. Cosa avrebbero fatto? Secondo il procuratore federale Wolfgang Siegmund, l’accusa sarebbe ancora più grave: avrebbero passato segreti militari e politici della Nato e dell’Unione Europea. All’Svr interessava soprattutto avere più dettagli riservati sulle relazioni fra

La “coppia di Marburg” arrestata in Germania nel 2011 lavorava per Mosca dal 1988 le due istituzioni sovranazionali occidentali con i Paesi dell’ex Urss e dell’ex Patto di Varsavia. Negli ultimi tre anni avrebbero infatti passato a Mosca documenti segreti procurati attraverso un funzionario olandese nel Ministero degli Esteri. Una volta ottenute, queste centinaia di pagine segrete sarebbero state trasformate in file da lasciare in “caselle

di posta” segrete, poi svuotate da funzionari del consolato russo a Bonn. Esattamente come avveniva ai tempi della Guerra Fredda. Usavano anche metodi più aggiornati, nascondendo messaggi in codice in normali video postati su YouTube. Solo gli utenti giusti avrebbero potuto capirne il vero significato. Sarà il processo a stabilire una verità. Intanto, però, viene da credere alla frase scritta su tante magliette in vendita nei Paesi dell’ex impero sovietico: “Kgb is still watching you”, il Kgb ti sta ancora spiando. Anche a venti anni e passa dalla fine della Guerra Fredda. D’altra parte, il caso della “coppia di Marburg” non è affatto il primo, né il più famoso, negli ultimi anni. C’è anche quello della rossa Anna Chapman, arrestata assieme a un’intera rete di spie industriali negli Stati Uniti, appena due anni fa, e poi rimpatriata in Russia in seguito a uno scambio di agenti. Anche quelle spie, che reclutavano agenti (persino minorenni) e postavano su Internet i loro messaggi criptati, nascondendoli in normali foto, continuavano la loro guerra contro gli Stati Uniti, il “nemico principale”, anche venti anni dopo la fine della Guerra Fredda. Ma il caso della “coppia di Marburg” è, se possibile, ancora più inquietante. Perché i segreti rubati, secondo l’accusa, potrebbero essere militari, oltre che politici. E perché erano in Germania. Nella seconda metà degli anni ’80, quando i due sarebbero stati reclutati, a Dresda (che allora era nella Ddr) c’era Vla-

dimir Putin, attuale presidente russo. E se fosse stato proprio lui a reclutarli? Se avesse avuto contatti con loro, tramite l’Hva, l’ex servizio della Germania orientale? Non ci sono le prove per affermarlo. Ma è una tesi che non può essere del tutto esclusa. E, inoltre, restano tutte le implicazioni politiche del caso: Putin, apertamente, premia le sue spie. Anna Chapman, una volta tornata in patria, è stata decorata ed è tuttora una vera star nazionale. Lugovoi, l’uomo accusato dagli inglesi di aver avvelenato col polonio la spia pentita Alexandr Litvinenko, è stato candidato per volontà di Putin. E di una sua possibile estradizione non se ne parla nemmeno. Gli agenti pentiti e passati dalla parte dell’Occidente ai tempi della Guerra Fredda, anche dopo la ca-

Vladimir Putin potrebbe non essere coinvolto, ma la sua politica è dichiaratamente anti-Usa duta dell’Unione Sovietica, sono tuttora accusati di tradimento. Su Oleg Gordievskij, ex colonnello del Kgb fuggito in Gran Bretagna nel 1985, pende ancora la condanna a morte. Anche Vladimir Rezun, ex ufficiale del Gru (il servizio segreto militare), meglio noto al pubblico con lo pseudonimo di Viktor Suvorov, non può tornare in Russia,

perché l’attenderebbe la morte. Non è solo nel campo dello spionaggio che la politica russa resta identica a quella dell’ex Unione Sovietica. Anche la politica militare continua ad essere orientata contro l’Occidente. Non contro le repubbliche secessioniste caucasiche, né contro la Cina. Ma contro l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare. La settimana scorsa, il 10 gennaio, è entrato in linea il sottomarino lanciamissili balistico Jurij Dolgorukij. È silenzioso, veloce e in grado di lanciare 96 testate nucleari (6 testate per ognuno dei suoi 16 missili balistici intercontinentali “Bulava”). Un’arma simile non è certo stata concepita per combattere la guerriglia in Cecenia e neppure una guerra convenzionale contro la Georgia. Sarebbe ridondante persino in un conflitto contro la Cina. È palesemente un’arma rivolta contro gli Stati Uniti. Oltre alla modernizzazione delle forze nucleari navali, Putin sta finanziando cospicuamente anche quella delle forze strategiche di terra. La Russia, attualmente, è l’unica che aggiorna e modernizza sistematicamente la sua flotta di missili balistici intercontinentali. Entro il 2018 dovrebbe entrare in linea una nuova classe di ordigni in grado (teoricamente) anche i bypassare le migliori difese anti-missile americane. In altro modo non si può leggere: la Guerra Fredda è finita solo da questa parte della ex Cortina di Ferro. Dall’altra parte, evidentemente, credono che continui.

Napolitano (Andrew): «Armi, un diritto naturale» di MARCO RESPINTI

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è un Napolitano che ci piace molto. Che ci piace molto perché garantisce, tutela e difende la libertà in modo schietto e tetragono, maschio e irriducibile, senza peli sulla lingua e con coraggio. Solo che sta dall’altra parte del mondo, vive negli Stati Uniti, ha 63 anni, è un ex giudice della Corte Superiore del New Jersey (da non confondere con la Corte Suprema) ed è autore tra gli altri del libro “It Is Dangerous to Be Right When the Government Is Wrong: The Case for Personal Freedom” (Thomas Nelson, Nashville, Tennessee 2011), Traduzione: “È pericoloso avere ragione quando il governo ha torto: in difesa della libertà personale” (che bello, anche gli statunitensi, e pure di orientamento libertarian, stanno imparando a usare bene il termine “persona” al posto di “individuo”, ché nella loro tradizione anglosassone quello non è affatto una parolaccia epperò da noi veicola invece un vero e proprio turpiloquio giacobino). En passant, quel Napolitano americano è cattolico, si definisce “tradizionalista”, adora il pre-Vaticano II e la Messa in latino. Il 10 gennaio il giudice Andrew P. Napolitano ha pubblicato sul quotidiano conservatore della capitale federale statunitense, The Washington Times, un pezzo esplosivo già dal titolo The Right to Shoot Tyrants, Not Deer, ovve-

ro “Il diritto di sparare ai despoti, non ai cervi”. Puntuale, a ogni sparatoria, le anime belle statunitensi, poche ma vocianti, si stracciano le vesti invocando il bando della libera circolazione delle armi da fuoco; e lo stesso Barack Obama, che prima però non ci ha mai pensato, dopo gli ultimi episodi di sangue, ha imbronciato serioso il grugno e ha promesso limiti e divieti. Ma tutti sanno benissimo che in un Paese dove il porto libero di armi è vietato le armi le hanno solo i criminali e lo Stato. Alcuni timidi difensori del diritto magari limitato alle armi sostengono che esse servono per la caccia per esempio, ma il giudice Napolitano non ci sta. Riporta la questione al suo vero nocciolo: le armi gli americani le comperano, le posseggono e le portano liberamente con sé perché servono, alla bisogna, per tutelare le cose più importanti che ci sono nella vita, quelle per esempio date all’uomo sovranamente da Dio. Per difendersi, cioè, e per difendere, non solo per sport e per diletto. Ora, ragiona il giudice Napolitano, il «diritto delle persone a possedere e a trasportare armi è una estensione del diritto naturale all’autodifesa e un fondamento della sovranità personale». Per questo la Costituzione federale degli Stati Uniti protegge con una provvisione specifica quel diritto della persona da qualsiasi interferenza governativa e storicamente in quel Paese (prosegue Napolita-

no) tale provvisione è stata il pilastro della resistenza a qualsiasi forma di dispotismo. Eppure c’è chi pensa che il diritto sovrano dei cittadini rispettosi della legge debba essere ora negato per colpa dell’assurdo abuso che della libertà personale fa qualche folle. «Quando Thomas Jefferson argomenta il giudice - scrisse nella Dichiarazione d’indipendenza che il Creatore ci ha donato determinati diritti inalienabili, nel momento stesso in cui esso nasceva egli sposò il Paese agli antichi princìpi del diritto naturale che hanno animato la tradizione giudeo-cristiana dell’Occidente»: ebbene sono proprio quei princìpi «che hanno tenuto a freno tutti quei governi che detti princìpi riconoscono quando enunciano il concetto stesso di diritti naturali». Ne consegue, scrive Napolitano, che se siamo creati a immagine e somiglianza di Dio Padre, allora siamo perfettamente liberi come Egli lo è. E che il diritto naturale insegna che le libertà umane sono prepolitiche, ovvero provengono dalla natura umana in quanto tale e non dai governi o dalle loro concessioni. Dato che in origine la natura umana è divina, nessun governo, anche se con il favore della maggioranza politica, può dunque lecitamente negare i diritti che l’uomo possiede per natura. La natura umana è radicata nella libertà, e il governo è per definizione una limitazione di tale libertà. In casi numerosissimi esso è una limitazione coercitiva,

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Andrew NAPOLITANO

L’ex giudice della Corte Superiore del New Jersey difende strenuamente il II Emendamento su basi religiose. Il governo è al servizio della persona, non ha il diritto di disarmarla negativa, violenta, arbitraria e tirannica. La storia degli Stati Uniti però testimonia un percorso diverso. La cessione di alcune prerogative al governo è da sempre volontaria. Il governo esiste per l’uomo, per

volere dell’uomo, per libera volontà dell’uomo e per servire l’uomo. Un governo che negli Stati Uniti agisca in modo diverso e contrario è per definizione illegittimo e dispotico. Perché si ribella alla legge fondamentale del Paese che garantisce il rispetto di quella naturale inscritta nel cuore dell’uomo e di quella divina scritta nel Cielo. Il fatto che gli americani girino da sempre liberamente armati è dovuto alla loro storia e alla loro origine, nati come Paese nuovo per garantire una libertà antica e inviolabile quanto lo è la natura dell’uomo. Cambiare in corso d’opera questa regola suona alle orecchie degli americani come una involuzione pericolosa, come un dietrofront inammissibile. La libertà dell’uomo, dice Napolitano, non viene dall’uomo, ma da Dio. E nessun uomo, quale ne è composto un governo, può sostituirsi a Dio. La questione della libera circolazione personale delle armi, per quanto si possa essere simpatetici con essa, è una questione molto americana. Ma il ragionamento del giudice Napolitano che sta alla base della difesa a oltranza di quel diritto naturale, storico e costituzionale è universale, profondo e va ben al di là della pure importante vicenda delle armi. La libertà fa l’uomo simile a Dio: per questo il nostro mondo che odia Dio fa strame quotidiano delle libertà dell’uomo. da “Italia Domani”


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Il gioco delle tre carte: Berlusconi ha bisogno Bersani, Monti e il Cav di avere un nemico V

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n Berlusconi sempre più in forma do gioca fuori casa, come avvenuto l’altra rappresenta una delle poche note di sera a Servizio Pubblico. interesse di una campagna elettorale fin Sotto quest’ultimo aspetto non c’è dubqui piuttosto anonima. In un contesto nel bio sul fatto che il duello abbia riguardato quale tutti sono più o meno d’accordo il esclusivamente Santoro e Berlusconi. Gli Cavaliere è davvero l’unico capace di an- altri non sono nemmeno esistiti. Colpisce, dare in una tv come La7 e fare, nel vero in particolar modo, il flop di Travaglio. senso della parola, 9 milioni di telespet- (...) L’allievo di Montanelli non è riuscito tatori ed uno share del 33%. Alla luce di a fare una sola domanda diretta al Cavaquesti prevedibili risultati appare ancor liere, da uomo a uomo, come si sarebbe più incomprensibile la scelta di Bersani detto un tempo, ovvero guardandolo negli di presentarsi quasi in contemporanea da occhi; anche i più focosi fans del giornaliVespa: inevitabili i raffronti, i Bersani flop sta sono rimasti chiaramente delusi. Paradel giorno dopo, con i quali alcuni organi digmatica è stata la scena nella quale Berdi stampa hanno salutato la comparsata lusconi, alzatosi dalla propria postazione, tv del segretario Pd. si dirige verso Travaglio (...) È chiaro come la intimandogli di sloggiavittoria di Pierluigi Berre, con quest’ultimo che Il leader azzurro sani e della sinistra sia, esegue l’ordine e se ne a questo punto, certa- ha mostrato la capacità va. Le telecamere e i mente meno scontata ricommentatori hanno indi combattere la nuova spetto a poche settimane dugiato soprattutto sulla fa. Il segretario Pd, che battaglia elettorale. gag successiva, Berluscosoltanto nel dicembre Ma per farlo ha bisogno ni che “pulisce” lo scranscorso scandiva non-veno dov’era posizionato do- l’ora-di-sfidare-Ber- di costruirsi sempre Travaglio, ma il momenlusconi, sembra oggi nuovi antagonisti to emblematico è il premolto più cauto riguarcedente perché riassume do al tema dei confronti per essere efficace perfettamente chi sia statv; da qui la volontà di to il vincitore del conconsiderare solo i candifronto e, forse, la stessa dati premier e non i “semplici” capi coali- tempra dei protagonisti in gioco. zione. Una scelta legittima, intendiamoci (...) Insomma, a Berlusconi serve un (...), ma che tradisce qualche preoccupa- fiero, coerente, “nemico” per esaltarsi. È zione di troppo, considerando l’ottima for- per questo che la routine non fa per lui: ma sfoderata dall’ormai anziano Cavaliere. al governo “si annoia”. NICOLA VENTURA Il quale, dal canto proprio, davvero si diwww.thefrontpage.it verte di fronte alle telecamere, anche quan-

SI RINGRAZIA L’EDITORE PER LO SPAZIO CONCESSO

isto che Berlusconi regge ancora salda- tre M. sostiene che «la crescita non nasce dal mente il timone del Pdl, a Monti non re- debito pubblico. Finanze pubbliche sane a sta che vedere cosa avrà da dire Bersani, al tutti i livelli». Pierluigi ritiene che priorità siaquale non resta altro che dichiararsi pronto no «una legge contro la corruzione, una legge a collaborare, ed affermare che si tratta di sulla vita e il funzionamento dei partiti poun rapporto contro natura è quasi un’ovvietà, litici» e ancora «leggi sui diritti civili, le unioni dato che il primo è “no alla patrimoniale”, civili per le coppie gay. Diritti di cittadinanza mentre il secondo, giorni fa, raccontava di per gli immigrati». Mario pensa che sia fonuna patrimoniale sugli immobili «fino a 1,5 damentale attuare «il principio del pareggio e mezzo catastale che significa a mercato 3 di bilancio strutturale, ridurre lo stock del milioni». Bersani vuole «eliminare l’Imu per debito pubblico a un ritmo sostenuto e sufchi sta pagando fino a 400-500 euro», Mario ficiente» e «ridurre a partire dal 2015, lo Monti si barrica con un «assolutamente non stock del debito pubblico in misura pari a penso ad un’imposta patrimoniale». L’ex con- un ventesimo ogni anno, fino al raggiungisulente di Goldman Sachs difende le sue ri- mento dell’obiettivo del 60% del prodotto forme a Porta a Porta, riinterno lordo». E tutto vendicando che «i partiti via così, come quando si mi hanno lasciato un pieallearono per governare I tre principali distallo di impopolarità», Prodi, D’Alema, Francementre Bersani spiega al contendenti alle elezioni schini, Mastella, Di Pietro, Washington Post che vuoBertinotti, Giorgio La discutono, litigano le «applicare o apportare Malfa e Lamberto Dini. dei correttivi alle sue ri- e si dividono sui temi. Sappiamo tutti come anforme». L’agenda Monti Ma alla fine le soluzioni dò a finire. Infatti, prenprevede «un reddito di sodiamo atto che Alfredo stentamento minimo, con- contro la crisi saranno Bazoli, nipote del bandizionato alla partecipa- obbligate. Si siederanno chiere Giovanni Bazoli, ex zione a misure di numero uno di Banca Informazione e di inseri- attorno al tavolo? tesa, è candidato col Pd e mento professionale», sarà quasi sicuramente mentre il Manifesto riporeletto, dato che è ottavo ta che «il segretario del Pd ieri ha aperto alla della lista in Lombardia, mentre Gregorio possibilità di un salario minimo imposto per Gitti, genero di Bazoli senior e cognato del legge, mentre la segretaria della Cgil – se- presidente del Consiglio di sorveglianza di guendo una tradizione più contrattualista del Intesa San Paolo, Fabio Coppola, punta sindacato – ha chiuso le porte». Secondo B, anch’egli al Parlamento, essendo terzo di lista, «pensare che in fase di recessione possa di- sempre in Lombardia, con Mario Monti. demata.wordpress.com minire il debito pubblico è impossibile», men-

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“Cloud Atlas”, un incompiuto viaggio oltre la vita di DIMITRI BUFFA

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nizia idealmente dove finiva “Babel”, questo bellissimo quanto enigmatico “Cloud Atlas”. E finisce con un’altra mezz’oretta di immagini aggiuntive fino a raggiungere i 172 minuti. All’insegna del tutto è connesso, un po’ come la storia di quello che premendo un campanello in Italia uccideva un Mandarino in Cina, stavolta i legami vanno anche nel futuro e nel passato e in altre galassie dove si creano coreane replicanti che lavorano ai grandi magazzini e che sembrano quelle che ci fa vedere McDonald’s nel noto spot dei 3mila posti di lavoro in Italia. Tutto è suggestivo nella trama a patto di accettare, un po’ come con “Babel”, di non capirci nulla. Il cervello si liberi dalle gabbie di una trama, peraltro tratta da un libro, che ovviamente non ha né capo né coda. D’altronde quando si abbraccia la fantascienza allo stato puro questo è un rischio ben calcolato. Per la cronaca il film è scritto e diretto da Lana Wachowski, Tom Tykwer e Andy Wachowski. I fratelli Wachowski hanno già lavorato come sceneggiatori/registi della rivoluzionaria trilogia di “Matrix”, che ha incassato più di 1,6 miliardi di dollari in tutto il mondo. Tom Tykwer ha vinto un “Independent Spirit Award” e ha ottenuto una candidatura ai Bafta come regista/sceneggiatore di “Lola corre”, e più recentemente ha diretto il pluripremiato “Profumo: Storia di un assassino”. Basato sul celebre romanzo bestseller di David Mitchell, “Cloud Atlas” è stato prodotto da Grant Hill (due volte candidato agli Oscar per “La sottile linea rossa” e “The Tree of Life”), da Stefan Arndt (tre volte candidato ai Bafta Award per “Il nastro bianco”, “Goodbye Lenin!” e “Lola corre”), da Lana Wachowski, Tom Tykwer e Andy Wachowski. Philip Lee, Uwe Schott e Wilson Qiu sono i produttori esecutivi, con i co-produttori Peter Lam, Tony Teo e Alexander van Dülmen, e Gigi Oeri come produttore associato. Detto questo passiamo alla trama, e qui viene il bello. O il brutto. Le note di regia suggeriscono questo: “storia ambiziosa e spettacolare che copre l’arco di cinque secoli e affronta quelle domande sulla vita e sul suo senso che l’umanità si è posta fin dall’inizio del pensiero. Con una serie caleidoscopica di sequenze d’azione, emozioni e relazioni umane che illuminano singoli punti lungo una linea temporale infinita, il film suggerisce che ogni vita continua la sua traiettoria individuale attraverso i secoli. Di volta in volta le anime rinascono e rinnovano i loro legami con altre anime. Gli errori possono essere corretti... o ripetuti. La libertà può essere guadagnata o persa, ma è sempre e comunque oggetto di ricerca. E, sempre, l’amore sopravvive”. Vi può bastare per andare al cinema? Forse no, ma andateci lo stesso, non ve ne pentirete. Perché il “Cloud Atlas” è un vero e proprio viaggio tra i timori dell’umanità di oggi, dalla clonazione alla censura passando per la moralità nella politica. Solo non cercate un legame troppo profondo tra eventi e personaggi, anche se i registi ve

Basato sul celebre romanzo dell’inglese David Mitchell “L’atlante delle nuvole”, scritto e diretto a sei mani dai fratelli Lana e Andy Wachowski e da Tom Tykwer, è un film prolisso e costoso (100 milioni di dollari) ma da vedere. Sei storie ambientate in sei differenti epoche che si vanno a interconnettere in un arco spazio-tempo infinito attraverso temi come la reincarnazione, il destino e la ciclicità degli eventi. Troppo ambizioso l’obiettivo di condensare il senso della vita in 172 minuti, nonostante nel cast figurino attori pluripremiati come Tom Hanks e Halle Berry. Sebbene l’atmosfera da fantascienza sia esageratamente portata all’eccesso (trucco da Oscar), i registi di Matrix hanno realizzato un film (nelle sale italiane dal 10 gennaio) che riesce comunque a far “viaggiare” lo spettatore. Dalle vicende di un mercante di schiavi nel 1849 a un immaginario futuro dal sapore tribale, sei episodi per raccontare gli indissolubili legami di una variegata umanità che esiste e resiste nel tempo

lo suggeriscono come un assist a porta vuota. Nulla infatti è come appare e comunque non avrete bisogno di una tazza di caffè per rimanere svegli. Per prudenza evitate gli spettacoli dopo pranzo e dopo cena perché con la pancia piena potreste scivolare in un sonno ipnotico un po’ come quello che può essere indotto da film del genere che qualcosa dei trattamenti psicanalitici sotto ipnosi portano inevitabilmente dentro. Ecco in proposito le parole di Lana Wachowski, uno dei tre sceneggiatori/registi che hanno adattato il romanzo di David Mitchell dal quale è stato tratto il film: «Dal punto di vista del soggetto il film trascende i confini di razza e di genere, geografici e temporali, per raccontare una storia che ci mostra come la natura dell’umanità vada ben oltre quei confini. È stato questo a incuriosirci quando abbiamo letto il romanzo e poi quando abbiamo cominciato a lavorare alla sceneggiatura». Tom Hanks, che compare in sei ruoli che rappresentano il viaggio di una singola anima osservata in diversi punti del suo cammino, afferma: «Spesso i personaggi assistono a qualcosa che potrebbe cambiare la loro vita per sempre e devono agire. Possono essere eroi o codardi. La domanda è: che cos’è la storia se non una sequenza di innumerevoli momenti come questo, legati insieme? Cos’è la condizione umana, se non una serie di decisioni da prendere?». E anche Halle Berry, pure lei interprete di sei personaggi, fa dichiarazioni entusiastiche: «È stata un’esperienza unica, non credo che avrò più la fortuna di partecipare a un film del genere. Adoro la sua originalità. Infrange tante di quelle barriere, presenta tanti di quei concetti emozionanti, che spero spingerà le persone a riflettere sul loro modo di percepire il mondo e la vita». In realtà film simili sembrano fatti apposta per premiare la poliedricità di attori come Hanks e la Berry. Per i registi e gli sceneggiatori il lavoro sembra invece più difficile: come ridurre un romanzo da mille e passa pagine a una sceneggiatura che qualche produttore avrà il coraggio prima di leggere e poi di finanziare? Ebbene, i fratelli Wachowski ci son riusciti e solo per questo meriterebbero un Oscar a parte, al di là delle nomination che questo film solo in parte hollywoodiano inevitabilmente finirà per cumulare. Un’ultima notazione, un personaggio a un certo punto del film fa una citazione dei libri di Castaneda. Sì, questo film sembra a misura di una delle streghe di don Juan, e sembra anche volere spostare il punto di consapevolezza dello spettatore, che, come quello di ogni essere umano, secondo Castaneda era sito in mezzo alle scapole, per farlo poi viaggiare nel cosmo. Una volta si usava la forza propulsiva dell’acido lisergico per esplorare il nostro subconscio e in America fino all’avvento del proibizionismo la sostanza era maneggiata con cautela anche dagli psicanalisti. Oggi abbiamo questi film che possono svolgere la stessa funzione senza i pericoli collaterali di ogni tipo di droga, specie se allucinogena.



"Napolitano (Andrew): «Armi, un diritto naturale»", in "L'Opinione delle Libertà", 16-01-2013