Page 1


I


Ero finito lì quasi per caso, in un periodo in cui non erano più le mie prospettive a preoccuparmi, ma la noia aveva scavato sino all’osso, come una carie, tutte le idee e le aspettative di un futuro in cui cercavamo il riflesso del passato. Anche chi aveva vissuto la guerra o semplicemente l’aveva sfiorata, non riusciva più a dire di aspettare, ma tutt’al più di pazientare. Così mi spostai un po’ più in là, o meglio in su, dove tutto era così lontano e distante tanto che preoccuparsene sembrava superfluo. Bastava scostare la tenda, levare con due dita l’umidità dal vetro e lasciare che i pensieri se ne andassero ad abbracciare il campanile all’orizzonte, per rimanere lì, come un guinzaglio slacciato. Li lasciavo percorrere quegli spazi stretti, ma non limitati, entro i quali lassù tutto si muoveva. Con costanza, senza pretese. Erano mesi di voci lontane, stanche e fugaci visioni d’insieme, dubbi scansati sino a diventare inutili. E c’era ghiaccio, ovunque, su cui farsi scivolare, sino alla goccia di un pomeriggio di marzo che ridesta il prigioniero dal sonno. La prima che si lascia cadere da quel pezzo di ghiaccio che per tutto l’inverno è rimasto aggrappato alla grondaia e che oggi si va consumando come una clessidra, sotto un sole mai così alto e vivo a quell’ora. Una goccia, che cade. E si schianta, abbagliante. E si smembra, riducendo le distanze di tempo e di spazio. Lente ed inesorabili le gocce scoprono la volta della mia cattedrale improvvisata cadendo sul lago immobile dei miei pensieri. Gocce: primi scintillanti aghi dalla mia normalità. II


Durante quegli ultimi giorni lassù mi sembrava di essere in una sorta di limbo entro il quale cadevo in attesa di incontrare il terreno. Non riuscivo più ad afferrare ciò che mi circondava e sullo sfondo, a tratti tetra, a tratti gioiosa, la città mi stava aspettando. Anche le piccole cose della mia quotidianità mi parevano trasparenti, in qualche modo disordinate e vane. Una sera mentre assorto ammucchiavo i chicchi di riso nella pentola, venni ridestato da un urlo del mio capo: “QUELLI NON HANNO UN CAZZO DA FARE!” disse masticando rumorosamente mentre in televisione una longa coda umana si snodava per le vie del centro al passo di slogan e fischi per poi lasciare spazio alle interviste. Chi rispondeva aveva occhi ardenti assetati forse di verità, forse di giustizia o forse illuminati da un qualcosa di molto più impellente ed individuale come la necessità di riempire un vuoto interiore. E probabilmente era proprio per questo sospetto ma consolatorio smascheramento di ideali che il mio capo non provava simpatia per loro. Eppure il mio sguardo restava fisso sul televisore ad osservare il grido di uno spicchio di mondo comunque denso e vivace le cui immagini rappresentavano un violento strattone alle mie dimenticanze consumate. Da lassù assistevo ad una realtà che in quel momento tornò ad appartenermi mentre sullo schermo si avvicendavano turisti dell’ideologia, rare coerenze incorruttibili, foglie al vento nell’età delle incomprensioni. Intanto io, sfuggito a queste logiche, mi riscoprivo adagiato su un comodo punto interrogativo imbottito di contraddizioni.

III


Il mio dopo-lavoro non consisteva in una rapida fuga a casa, ma in cuba Libre nella notte. Entrando il locale era piccolo ed umido, gente da ogni dove beveva e ballava schiacciata dal prossimo. Solo uno dei tre baristi era solito sorridere. Una mano si levava a salutarmi, si avvicinava e stringeva alla mia. Quattro parole, un brindisi. Poi ne arrivava un’altra, e un’altra, e un’altra, un’altra, un’altra, un’altra e un’altra ancora a moltiplicare chiacchiere e bevuto. Ce ne andavamo alle 6 del mattino senza aver bisogno di reggerci l’un l’altro. Lo facevamo tutte le notti. Era il nostro momento di relax, la nostra distrazione, il nostro sfogo, il nostro: “in culo a tutto, in culo a tutti, in culo a voi schiavi sfigati della vostra crisi”. Crisi che si rifletteva nella contraddizione tra i nostri portafogli vuoti e le nostre chiacchiere su un sistema vorace che non ci nutriva mai abbastanza, ma anzi intaccava i nostri pensieri, in quel momento riaccesi dalle foto che coloravano le pagine dei giornali abbandonati sui sedili dell’auto e mai letti. Mi domandai come mai, perché, lassù di tutto questo non ne rimanesse altri che uno spiffero lento che non si poteva dire trovasse reale spazio tra quelle montagne in cui i giorni scorrevano in un tunnel stellato senza lasciare spazio a voli pindarici, senza che una qualsivoglia idea potesse anche solo per sbaglio dirigersi sui terreni di tutti. Accesi l’auto e cinque minuti dopo salii in casa, coi giornali stropicciati sotto braccio, il portafoglio leggero e lo stomaco gonfio. IV


Il ghiaccio della grondaia era ormai esausto ed io festeggiai il mio ultimo giorno con un anticipo della vita che mi stava aspettando: per la prima volta pranzai insieme al resto d’Italia, senza fretta, ma senza sprecare neanche un minuto. Mi sentivo riposato e dignitosamente vivo. Fuori la pioggia scioglieva l’ultima neve anche se nessuno da quelle parti sembrava disposto a scommettere che sarebbe stata davvero l’ultima. Distesi i vecchi giornali sul tavolo sgombro ed iniziai a leggere. Per prima cosa tra le righe dei quotidiani cercavo i fatti, poi passavo a leggere gli articoli correlati confrontado tra loro quelli delle varie testate. Dopo poco meno di un’ora le notizie, così contraddittorie tra loro, dense di particolari omessi o condite di dettagli sospetti avevano partorito nella mia testa verità labirintiche. Mi venne in mente quel quadro in cui scale e scalini sbucano e sfociano ovunque senza mai dare l’impressione che percorrerli possa portare ad una reale soluzione. Abbandonai i giornali ed iniziai a vagare inquieto per la stanza. Come sdraiate ed in attesa di risposta quelle pagine si facevano ammirare. Cercavano consensi, gridavano allo scandalo, si indispettivano l’un l’altra, mentre io avvertivo il sapore della disillusione nella mia bocca. Tirai giù il bicchiere d’acqua riassaporando il gusto corposo del mio distacco ed il retrogusto rumoroso delle sue motivazioni. Mi risedetti al tavolo evitando gli sguardi ammiccanti e concentrandomi su quella gente distante pregai per una fede.

V


Me ne andai all’alba. Un’alba più silenziosa del solito, in cui tutto era attutito dalla neve che scendeva copiosa a coprire strade e segnare i miei passi. Diedi un’occhiata alla camera, vuota del mio coinquilino e con le valigie già pronte in un angolo del corridoio ed il silenzio di contorno, mi sdraiai sul divano con le chiavi dell’auto impiccate tra pollice ed indice. A ciondolare. Tutto dormiva, tutti dormivano. Le persiane chiuse serravano un capitolo. Mi alzai, presi le valigie, chiusi la porta. Fuori, di fronte a me, tutto era coperto, tranne una striscia di strada che portava chissà dove. I

LA città mi salutò come un amico lontano che usa un “massì” per introdurre ogni argomentazione e controbattere ogni obiezione. Sembrava non giudicare ed offriva la possibilità di disporre dell’utile o del superfluo a piacimento e a volontà. La sera vagavo per quelle strade che avvertivo stancamente presuntuose, ma dense di ricordi che al mio passaggio mi venivano scagliati addosso o porti gentilmente dalla mano tremolante di un presente esile quanto un futuro incerto. Puzzavano di piscio, kebab, smog. Avevano l’odore della pioggia sull’asfalto, quello del desolato centro città che mi rendeva padrone. In realtà però mi sentivo solamente vecchio, non perché lo fossi, ma perché misuravo l’età su di un ipotetico volume degli anni a venire che mi figuravo come un’infinita striscia di carta piatta e fragile. Leggevo il susseguirsi delle vie sulle targhe di pietra, gettavo lo sguardo nei bar, fumavo al riparo dei dehor, quindi mi fermavo sulla solita panchina ad osservare sullo sfondo il vento schiaffeggiare gli


alberi già stremati dal precedente temporale, incapace di scegliere se parteggiare per la violenza sadica del vento o per l’impotenza malinconica dei rami. Non era cambiato nulla. Eppure mi pareva che quella sagoma che avrei potuto tratteggiare ad occhi chiusi presentasse delle rughe che andavano ad increspare il volto serio e composto che avevo assegnato alla mia città. Per abitudine. Ma l’abitudine è viscida. Pietrifica le risposte, consuma le domande che tornano sempre uguali si a diventare afone. L’abitudine coccola, l’abitudine frena. Rende cocciuto e fragile. Perfettamente adeso a quei cocci di sagoma che non si sa più come riordinare.

II Le settimane scorrevano cadenzate come le pause sigaretta. La ritualità dei giorni mi rendeva normale e gli occhi tormentati del mio amico Manuel mi facevano sentire al sicuro. Al sicuro. Al riparo dai terreni scivolosi ed ambigui delle scelte arbitrarie, senza il rischio di scoprirmi scontento. Al mattino non mi agitavo più per il traffico dei genitori motorizzati ed ogni sera rincasando evitavo agilmente la colonna di scatoloni impilata dietro la porta e che irrimediabilmente rifutavo di sistemare. Nuovamente protetto sotto il tetto dell’abitudine trascorrevo una vita normale, guidavo una macchina normale, avevo un lavoro normale… che a neanche trent’anni riduceva la mia cervicale in un’inesauribile fonte di dolori figli di interminabili giornate trascorse davanti ad uno schermo. Dolori, che si risvegliavano nel sonno in un respiro soffocato che trasformava il piacere del riposo in ansia. Occupavo quel tempo distorto vagando per casa dove tutto ciò che si mostrava si trasformava in vortice. Mi appoggiavo al muro urtando tutto ciò che trovavo, sino a che, una notte, feci sciogliere


quella infame colonna in un gocciolare di tonfi sordi e bui. Una pioggia di oggetti inutilizzati da anni. Alzando la testa perfino il buio pareva risucchiato dal soffitto, mentre sul pavimento le ombre, scure, di quegli oggetti erano pesanti quanto le ore vendute per appropriarmi di quelle cose confuse per indispensabili. Nelle solitudini di quelle notti, nella pochezza di quei corpi mi resi conto di quanto quei consumi fossero rivestiti di consolazione. Non erano semplicemente oggetti, ma significanti, strumenti di autovalorizzazione per consumatori slegati da antiche forme di appartenenza collettiva.

III L’orologio digitale illuminava la stanza. Mi ripromettevo sempre di andare a letto presto, ma non ci riuscivo mai. Quindi fumavo sigaretta dopo sigaretta appoggiato al davanzale della finestra che dava sulla strada. La tapparella a mezz’asta. Abitavo in un appartamento al piano rialzato di un vecchio palazzo. In una di quelle zone che gli abitanti del centro considerano già periferia e viceversa. Di notte c’era sempre silenzio, rotto solamente da qualche isolata scia d’auto o da qualche raro chiacchiericcio di passanti. Sul muro in fronte alla mia finestra, dall’altra parte della strada, qualcuno aveva lasciato con tratto deciso una scritta che il primo giorno di affitto mi fece sorridere: LAVORI PER COMPRARE LA MACCHINA PER ANDARE A LAVORO Ma col passare del tempo quell’insieme di lettere che avevo considerato a tratti come una divertente provocazione, una banalità, una macchia, iniziò a parermi come un invito ad una dignità che io non sapevo né definire né tantomeno interpretare. Io


che della dignità non ne scorgevo altro che il riflesso nel monitor dei pc. Io che la dignità la vedevo soffocata nei posacenere degli angusti cortili dei call center. La vedevo sciogliersi sul fondo dei bicchieri da cocktail o essiccare sul divano tra le luci dei televisori del dopocena. Io che la osservavo lì, a casa mia, dietro quella porta. Ammassata, attorcigliata, impolverata, divelta sul pavimento dopo lo schianto di qualche notte prima. Ancora lì, spaventosamente inutile, circondata da una flebile ma sincera aurea d’amore, come un cadavere nei cui confronti si nutre un rimpianto. Vi gettai sopra l’ultima sigaretta e la spensi schiacciandola con un piede tra gli scricchiolii della plastica. Mi vestii in fretta. Fuori la notte era fredda. Non più come prima, ma come sarebbe tornata ad essere. IV Mi incamminai senza una meta specifica ma in direzione centro. Il corso che percorrevo lungo il cimitero era pressoché deserto. Girai a destra in una traverse di quelle cosparse da botteghe di marmisti, dove c’era solo qualche bar aperto con grassoni da capelli unti che fumavano all’esterno seguendomi con lo sguardo. Attraversai il ponte sorpassando il fiume e mi trovai in un quartiere dalle vie strette perfettamente perpendicolari tra loro. Di giorno era un posto vivace, di notte invece era silenzioso fatta eccezione per quei tre quattro locali sparsi in un km quadrato. Erano posti pericolosi quelli perché potevi entrarci con la sola voglia di parlare di cazzate e bere un black russian quando il tuo vicino al bancone origliata l’ordinazione si frapponeva tra te e la barista chiedendoti se anche tu eri stato in Russia, così, senza dire una parola, ti trovavi ingarbugliato in un lungo monologo sulla povertà in unione sovietica che partiva dal regno di Ivan Isaevič Bolotnikov, passava per la rivoluzione d’ottobre e finiva nella più classica delle considerazioni: “però deve essere pieno di figa”. Evitai tutto questo passando oltre verso la piazza. La via che vi sfociava era piena di gente tanto da invadere la strada. Bicchieri di plastica ovunque, un vociare


assordante. Qualcuno pisciava tra i bidoni a fianco alle colonne dei portici guardandosi intensamente l’uccello come a cercare l’invisibilità. Fuori dai un locali i maschi alticci erano distratti dallo stacco di cosce flaccide di qualche tizia ubriaca dal trucco pesante e sbavato che inciampava su tacchi 12. Ordinai un cuba libre mentre il barista spiegava a un delle solite ragazze fintamente sprovvedute che i suoi baffi Dalì li aveva visti “a Lisbona su un tizio 60enne che suonava il sax con lui di notte per strada al chiaro di luna ricordando i tempi andati”. Spesi 7 euro per questo bicchiere di plastica pieno di quello che sembrava vomito valdostano e presi la direzione di casa. Quasi arrivato però sentivo sempre il richiamo di quella via minuscola e buia, diversa da tutte perché diagonale al fondo della quale si trovava un locale piccolo e buio all’apparenza sporco. Neppure entrato Franco si sedeva scoordinato di fianco a me con una birra in mano e guardandomi da sopra gli occhiali da sole mi urlava nell’orecchio “questo è un paese morto.” Ordinava una birra anche per me mentre arrivava Lucio che girava sempre con un cane che sosteneva lo chiamasse per nome quando aveva fame. Poi c’era Simona che dopo le 2 ti invitava in bagno che tanto era gratis. Salvo che era amico di Lapo e si era scopato a Jessica Rizzo. Luca che ti guardava da lontano poi sorridendo e sbavando ti puntava il dito e ti diceva che avevi l’ “energia” e lui l’aveva notato subito, ma pure Assim che spacciava fumo fuori e quando i colleghi diventavano molesti si nascondeva nel locale bevendo succo di arancio ed ascoltando Hip Hop americano per imparare l’inglese. Per chiunque quelli erano reietti, nascosti nella sala inferiore di un locale di periferia. Dove era giusto che stessero. Per me invece rappresentavano né più né meno che il sottosuolo spoglio di qualsiasi volgare bellezza prodotta su larga scala e venduta a poco prezzo ad animali da macello. Come noi.


V La chiusura della portiera rimbombò nel silenzio della valle scuotendo il pulviscolo illuminato dalla luce limpida di un raggio di sole. L’erba era alta e pallida, ancora ricurva per il peso della neve di un inverno che non era più, ma che doveva essere stato molto lungo. Alzando lo sguardo il campanile era lì come sempre, severo e disponibile, ad osservarmi sottecchi. Mi riparai da quello sguardo entrando in casa e gettandomi sulla poltrona a peso morto. Chiudevo gli occhi inspirando e li riaprivo per osservare il mio fiato sciogliersi in nuvole che morivano nel freddo di quella stanza illuminata solamente da una fetta di luce che proveniva dalla porta d’ingresso semichiusa. Non c’era rumore se non lo scricchiolio sporadico del muro perlinato che lamentava la mia presenza.


Giacevo, ipnotizzato dal ciondolare delle chiavi della mia auto tra le dita. L’illusione che fosse sufficiente sottrarsi a quella giostra di esercizi scimmieschi per rivendicare la mia libertà ed identità si risolveva nell’infantile disordine interiore di chi per coordinare e regolare un movimento pretende risposte altre rispetto a quelle conoscibili. Spostarsi non serviva o almeno non bastava sostituire una vecchia abitudine con un’altra più fresca per ripararsi da quella sensazione di senilità che provavo ogni volta che scuotevo, scavavo, mi immergevo, e che mi ritrovavo addosso come pesante vernice che altera il tatto, infiamma la vista, asfissia le narici, ottenebrando ogni prospettiva e restituendo vana ogni alternativa. Delle piccole foglie di betulla ticchettarono nella stanza spinte dal vento. Uscii sul balcone, vulnerabile, esposto all’artiglieria inquisitoria di quell’imperscrutabile campanile che proprio in quell’istante rintoccò due volte il tempo sprecato nell’attesa. Due: il bivio, il dualismo, il doppio. Il dubbio, il contrasto, il superfluo. Presi la via. Mai sino alla vetta, sempre visibile fu l’asfalto.

Impiccato prova  
Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you