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Scuola di Architettura

MIMESI un padiglione temporaneo per il parco del Neto

PROGETTO

Marco Nucifora

RELATORE

Prof. Roberto Bologna CORRELATORE

Prof. Gianfranco Cellai Con la preziosa consulenza del Prof. Alberto Bove, che ringrazio.

a.a. 2015 | 2016


0. MIMESI

1. AD SEPTIMUM LAPIDEM

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13

1.1 L’insediamento 1.2 L’evoluzione storica 1.3 Morfologie

15 19 39

2. VILLA GAMBA E IL PARCO DEL NETO

45

2.1 2.2 2.3 2.4

47 51 155 179

Localizzazione L’evoluzione storica Gli ambienti naturali La flora

3. IL PARCO ROMANTICO 3.1 3.2 3.3 3.4

Romanticismo Viaggio nel pittoresco Architetture minime Il pittoresco a Firenze

185 187 191 199 203

4. LA PARTE E IL TUTTO

209

4.1 Natura e Architettura 4.2 Natura frattale 4.3 Biomimetica

211 253 257

5. SMALL SCALE – BIG CHANGE

267

5.1

268

Fare di più con meno

6. ARCHITETTURA: IL PROGETTO

273

6.1 6.2 6.3 6.4

274 277 283 287

Il tema Il programma Il sito La composizione


6.5 6.6 6.7 6.8 6.9

Gli ambienti La tecnologia I riferimenti Gli impianti Le conclusioni

INDICE

7. APPUNTI DI VIAGGIO

293 301 306 316 329

331

7.1 Disegni 7.2 Modelli 7.3 Tavole

332 336 339

8. RIFERIMENTI

353

8.1 Bibliografia 8.2 Sitografia 8.3 Cartografia

354 365 368


capitolo 0

MIMESI


Secondo l’economista cileno Manfred Max-Neef, la zanzara è l’unico animale in grado di sconfiggere un rinoceronte. O meglio, uno sciame di zanzare. Per approdare nel mondo dell’Architettura, la metafora dello sciame può essere parafrasata con il titolo della mostra del MoMA «Small Scale Big Change» del 2010: nuove realtà, nuovi processi, nuove dinamiche, raccontate attraverso un’architettura minima. Lo scenario del confronto sul tema è un piccolo parco romantico ottocentesco situato nei dintorni di Firenze. L’occasione è la realizzazione di un centro servizi per il parco del Neto proposto dall’Amministrazione di Calenzano: un padiglione polifunzionale che generi occasione di incontro e condivisione per la comunità locale. Una cornice stimolante in sintonia con il contesto che potenzia uno spazio pubblico dallo spiccato valore estetico e identitario. «Be there several trees, this marks the beginning of architecture, and here the distinction between nature and man-made is still ambiguous» scrive Sou Fujimoto. Il codice formale della Natura è disvelato e tradotto in termini architettonici. E, come una caricatura, è capace sia di distaccarsene, sia di conservare l’interezza e la reminiscenza del senso originario. Guidato dal potere evocativo della Natura, il progetto si connota come un intervento minimale che ricerca un equilibrio fra il «design di processo» – visto come opera transitoria e come struttura senza infrastruttura – e il «design di prodotto» caratterizzato dall’esercizio di astrazione di una “natura razionalizzata” da cui trae ispirazione. L’approccio figurativo e tecnologico si fondono per dare vita ad un’architettura che non è altro che il supporto per raccontare una storia, la storia di un “bel posto”.

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Il risultato della ricerca è un intervento architettonico che ha come ingredienti la Natura, le potenzialità di uno spazio verde, le esigenze collettive, la semplicità delle soluzioni tecnologiche e la sincerità nell’impiego dei materiali: domande e risposte che possono essere lette anche in contesti lontani da Calenzano, e che – attraverso il percorso progettuale – permetterebbero di constatare che la differenza fra il parco del Neto a Calenzano e il Central Park a New York è soltanto un mero fattore di scala.

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Sou Fujimoto, Gradation between black and white, in Futurospective Architecture, Colonia, Walther Konig, 2012, p. 168.


capitolo 1

ad septimum lapidem


Settimello era, come è anche adesso, un piccolo borgo di poche case con una prioria, posto lungo la via di Barberino di Mugello, alla base occidentale del poggio ora detto le Cappelle, e che forma uno degli sproni meridionali di Monte Morello, presso dove termina, o meglio incomincia, la fertile pianura di Sesto.

Pietro Fanfani, Cecco d’Ascoli: Racconto storico del secolo XIV, 1870 p. 117.


1.1 L’INSEDIAMENTO

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pp. 16-17 Anonimo, Veduta del borgo di Settimello. Fotografia, anni Cinquanta.

Settimello è la maggiore delle tredici frazioni del comune di Calenzano, in provincia di Firenze. Dista circa due chilometri dal capoluogo e tre da Sesto Fiorentino. Otto chilometri la separano da Prato ed undici da Firenze. L’area è collocata nella parte sud-orientale del territorio comunale e confina ad est e a sud con il comune di Sesto Fiorentino. La frazione è situata alle pendici di Monte Morello (934 mt s.l.m.) e lambisce le propaggini collinari meridionali del Poggio Bati (326 mt s.l.m.), sviluppandosi fra i 50 e i 326 mt s.l.m. Della sua estensione complessiva si distinguono due differenti zone: una pianeggiante che si sviluppa in continuità con i comuni limitrofi ed a ridosso delle nuove arterie viarie; ed una pedecollinare, adagiata sulle pendici del Poggio Bati, dove si colloca il nucleo storico. Il centro storico si sviluppa attorno all’incrocio di due assi viarie: il tracciato romano della via Cassia-Clodia (conosciuta a partire del XVI secolo con il nome di Strada Maestra di Barberino, attualmente via Arrighetto da Settimello) e via della Chiesa, che originalmente conduceva a Campi Bisenzio passando per Padule. Attorno al centro storico di Settimello si sono sviluppate nei secoli località che ancora oggi conservano il loro nome nonostante siano state assorbite nel tessuto urbano circostante: Il Negozio e Buon Riposo. Al contrario, altre località, come Borgo di Collodi, La Torre, Il Boscaccio, La Fornace, La Fornacina, Belvedere, La Grotta e Muraccio oggi sono rappresentate solo dalla documentazione toponomastica storica.


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1.2 L’EVOLUZIONE STORICA 1.2.1 | la Preistoria Durante la Preistoria, l’area è stata insediata a partire dal Paleolitico, circa un milione di anni fa; continuando anche durante il Neolitico e l’età dei Metalli, circa 3.000 anni fa. Settimello, che si trova al limite settentrionale della pianura alluvionale del fiume Arno, all’ingresso delle valli che conducono al bacino del Mugello e quindi ai valichi transappenninici, deve aver rappresentato l’accesso ad una delle vie di contatto più dirette tra le popolazioni preistoriche della Toscana e dell’Emilia. Nel complesso i ritrovamenti preistorici sul territorio calenzanese ammontano ad alcune migliaia, e sono numerosissimi i reperti archeologici rinvenuti nell’area settimellese1. Un fattore che può avere incoraggiato l’inseidiamento in quest’area è da ricercare nel differenziato aspetto geomorfologico, costituito dalla compresenza di ambienti di pianura, vallivi, collinari e di montagna. Il contesto territoriale probabilmente favorì lo sostentamento dei gruppi di cacciatori e raccoglitori nomadi del Paleolitico e successivamente la presenza delle comunità seminomadi o sedentarie, dal Neolitico fino all’età del Bronzo e del Ferro, la cui economia di sussistenza si basava principalmente sull’allevamento e sull’agricoltura. Già in epoca olocenica (circa 10.000 anni fa) l’area era infatti salubre e ricca di acqua, quindi favorevole all’attività agricola e all’impianto di abitati stabili di cui ci sono pervenute tracce di insediamenti costituiti da capanne a palafitta2. Le comu-

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p. pr. Anonimo, veduta della strada a gradinata via di Borgo. Fotografia, 1933.

1  Filippi Omar, “Il territorio di Calenzano nella Preistoria”, in G. Poggesi, L. Sarti, G. Vannini (cur.), Carta archeologica del Comune di Calenzano, Firenze, CD&V, 2012, p. 30. 2  Filippi, “Ibidem”, p. 31.


nità trovavano la principale strategia di sussistenza nell’allevamento. I resti faunistici recuperati comprendono bovini, ovini, caprini e suini. Inoltre, dai resti di fauna selvatica rinvenuti, cacciati nei rilievi circostanti, si può desumere la varietà alimentare di questi nuclei primitivi. Le rocce utilizzate per la realizzazione dei manufatti litici sono soprattutto di provenienza locale: a Calenzano, come in tutta la piana, il diaspro e la selce venivano reperiti sotto forma di ciottoli nei letti e sulle rive dei corsi d’acqua. Inoltre, il ritrovamento di colini, fusaiole e pesi da telaio testimonia il trattamento di prodotti caseari e della lana. Oltre a questo materiale locale sono state rinvenute rocce di provenienza non locale, come l’ossidiana, usata durante il Neolitico e l’età del Rame, di origine liparota o sarda3. Delle modalità insediative durante il Paleolitico e il Mesolitico sono note soltanto tracce di occupazioni temporanee; mentre a partire dal Neolitico si hanno testimonianze archeologiche di villaggi, inizialmente di tipo stagionale, con occupazioni stabili. Tra Settimello e Sesto Fiorentino furono rinvenute le tracce di fori di palo e battuti di pietrame e terreno che costituitivano delle piccole strutture abitative di forma ellissoidale (cfr. p. 51).

1.2.2 | il periodo etrusco Successivamente l’area è stata insediata stabilmente dagli Etruschi; ma se molte e sparse risultano le testimonianze e le presenze preistoriche, tali da permettere di delineare le linee essenziali del popolamento, molte e complesse sono invece memorie archeologiche del periodo etrusco4. 3  Filippi, “op. cit.”, p. 32. 4  Baldini Giacomo, “Il territorio di Calenzano in età etrusca”, in G. Poggesi, L. Sarti, G. Vannini (cur.), Carta archeologica del Comune di Calenzano, Firenze, CD&V, 2012, p. 50.

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Tra la prima metà dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C., nella piana settentrionale del fiume Arno vivevano delle piccole comunità che occupavano le aree pedecollinari o le alture che costituiscono i margini del bacino. Le attività principali dovevano essere legate allo sfruttamento delle risorse agricole e pastorali del territorio e al controllo delle importanti vie di comunicazione che collegavano da una parte la comunità volterrana e la costa tirrenica con la vivace realtà transappenninica, dall’altra la piana fiorentina con le realtà dell’Etruria meridionale5. Fra queste vi era un’importante tracciato viario – poi ricalcato dalla romana via Cassia-Clodia – che passava da Settimello. Nelle prossimità della via si sviluppò una necropoli diffusa, come testimoniano i numerosi ritrovamenti, fra cui lo straordinario Cippo di Settimello, una monumento funerario che rappresenta la più maestosa espressione nota della scultura arcaica etrusca fiesolana attiva nel corso del medio Valdarno tra l’ultimo venticinquennio del VI secolo a.C. e la metà del successivo6. Durante il tardo periodo villanoviano il popolamento sembra caratterizzato da piccoli nuclei a carattere familiare sparsi sul territorio pedecollinare, a cui, nel corso dell’VIII secolo a.C., si affiancano nuclei disposti sulle pendici collinari limitrofe. Tale società si articolava probabilmente in ristretti gruppi familiari, che abitavano in strutture capannicole poco complesse e si facevano seppellire a gruppi parentali in piccole necropoli adiacenti ai nuclei abitativi. A confermare la presenza etrusca provata dall’indagine archeologica, il glottologo Silvio Pieri (Lucca, 1856 – Firenze, 1936) ipotizza la derivazione del toponimo Settimello dal nome proprio etrusco Sep-

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5  Baldini, “op. cit.”, p. 51. 6  Per una più ampia documentazione sul Cippo funerario di Settimello cfr. pp. 52-58.


timille o Septimelle7.

1.2.3 | il periodo romano La strategia dell’insediamento romano nel Valdarno e nella Lucchesia, trovava il suo fulcro nella costruzione della via consolare Cassia e, successivamente come sua continuazione, nella realizzazione della via Clodia8. Dal territorio di Faesulae (Fiesole) la Cassia – inizialmente una via prevalentemete militare – arrivava fino a Lunae (Luni in Lunigiana), passando per Pistoriae (Pistoia) e Luca (Lucca)9. La fondazione della colonia di Florentia (Firenze), probabilmente come castrum, dette il via alla centuriazione dell’agro con l’assegnazione di terreni ai veterani delle legioni di Cesare (legge agraria cesariana del 59 a.C.), e costituì un nuovo assetto dell’Etruria settentrionale10. Lo stanziamento di nuovi coloni e veterani, avvenuto secondo una rigorosa e razionale pianificazione, favorì la nascita di centinaia di insediamenti agricoli nelle pianure del Valdarno. Ville, fattorie e piccoli centri rurali occuparono tutto il territorio seguendo l’organizzazione della centuriazione tracciata nella pianura circostante alle principali città. La via Cassia-Clodia divenne parte integrante della centuriazione della nuova colonia e seguiva un percorso pedecollinare scandito da mansiones e stationes che prendevano il nome dal numero del miglio di distanza dal foro di Florentia. Ancora oggi, 7  Pieri Silvio, “Toponomastica della Valle dell’Arno”, Atti della Reale Accademia dei Lincei, Roma, Tipografia della Reale Accademia dei Lincei, 1919, p. 226; Mannini Marcello, Valori storici, artistici e archeologici di Sesto Fiorentino, Firenze, Giorgi & Gambi, 1978, p. 38. 8  Magno Andrea, “Il territorio di Calenzano in età romana”, in G. Poggesi, L. Sarti, G. Vannini (cur.), Carta archeologica del Comune di Calenzano, Firenze, CD&V, 2012, p. 70. 9 Ibidem 10 Ibidem.

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partendo da Firenze, sono presenti i toponimi di Terzolle, Quarto, Quinto, Sesto e Settimello. Lo stesso toponimo Settimello è composto dal numerale latino “septem” e dal sostantivo “milium”, letteralmente “settimo miglio”; riferito al conteggio della distanza miliaria, (ad) Septimum (lapidem)11. Il tracciato della via consolare Cassia-Clodia, transitava proprio nella zona pedecollinare di Settimello, e lungo il suo percorso erano presenti luoghi di sosta: nei pressi dell’area de Il Neto (nel raccordo tra la via Cassia-Clodia e la via Flaminia minor) sono stati rinvenuti resti che confermano la presenza di un fabbro e che fanno pensare ad un utilizzato per la sosta dei carri ed il cambio di cavalli12. L’insediamento nacque nei pressi del tracciato dell’acquedotto, come testimonia il 15 dicembre 1822 il priore Giovanni Maria Pupilli, che nelle sue memorie scrive del ritrovamento di un «fognone, ossia condotto che si dice incominciare dalla Vergine Maria alla Chiusa passare da Settimello e andare a Firenze»13. L’acquedotto romano (II sec. d.C.), che approvvigionandosi dal torrente Marinella di Legri, in località La Chiusa, riforniva d’acqua la colonia fiorentina, si sviluppava parallelamente alla via Cassia-Clodia, con un percorso a mezza costa. Oltrepassato il torrente Chiosina, l’acquedotto si dirigeva verso il borgo di Settimello innestandosi alla collina nei pressi dell’attuale cementificio. Successivamente transitava nei pressi di villa Gamba-Ghiselli, per uscire poi dalla frazione in località Le Cave (cfr. p. 60). Ricorda nella sua Nova Cronica (tomo I, libro I,

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11  Plesner Johan, Una rivoluzione stradale del Dugento, Firenze, F. Papafava, c1980, p. 7. 12 Ruchin Francesco, Settimello, Calenzano: Storia Tradizioni Cultura Arte, Prato, Pentalinea editore, 2011, p. 16 13  Trallori Fabrizio, “Dizionario dei termini toponomastici della carta archeologica del comune di Calenzano”, in G. Poggesi, L. Sarti, G. Vannini (cur.), Carta archeologica del Comune di Calenzano, Firenze, CD&V, 2012, p. 427.


LVIII) lo storico Giovanni Villani14: Macrino15 fece fare il condotto dell’acqua in docce e in arcora [arcate], facendola venire di lungi a la città per VII miglia [ad Septimun Lapidem = Settimello], acciò che·lla città [Florentia] avesse abbondanza di buona acqua da bere e per lavare la cittade; e questo condotto si mosse infino dal fiume detto la Marina a pie’ di Montemorello, ricogliendo in se tutte quelle fontane [fonti] sopra Sesto, e Quinto, e Colonnata. Tra le numerose testimonianze archeologiche romane spiccano una stele funeraria marmorea risalente al I secolo d.C., tra gli esemplari migliori della scuola di scalpellini e marmorai fiorentina (cfr. pp. 61-64)16; e un complesso termale rinvenuto nel giardino adiacente alla Chiesa di Santa Lucia databile fra il I ed il II secolo d.C. Così scriveva il priore della Chiesa di Santa Lucia Giovanni Maria Pupilli: Nel gennaio 1837 fèci atterrare un vecchio albicocco e nel levar le radici apparve il fondo impiantito di un’antica vasca quadrata assai grande. Concepii subito il bisogno di coprirvi sopra una larga veranda e feci poi mano il 4 febbraio feci il condotto di cancella bene contornato di smalto a tenuta in modo di allungare l’acqua piovana dal lavatoio, ed avere quella della tettoia in occasione di siccità. Il tutto feci eseguire con buona calce e mattoni, feci la viottola e cerchio intorno la vasca. Riferibile ad una villa o ad una statio, posta lungo la 14 Villani Giovanni, Nuova Cronica, ed. rif. Porta Giovanni (cur.), Parma, Fondazione Bembo/Guanda, 1991, pp. 45-46. 15  Si tratta di Marco Opellio Macrino (Cesarea, 164 circa – Cappadocia, 218), imperatore romano dall’aprile 217 al giugno 218. 16  Baldini Giacomo, Filippi Omar, Magno Andrea, Ragazzini Sofia, Torsellini Laura (cur.), “Schede delle evidenze archeologiche”, in Poggesi Gabriella, Sarti Lucia, Vannini Guido (cur.), Carta archeologica del comune di Calenzano, Firenze, CD&V, 2012, pp. 418-419.

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a. Lo scavo archeologico che ha riportato alla luce il complesso termale romano. Sullo sfondo la Chiesa di Santa Lucia. I-II sec. d.C. Fotografia, 1981.

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b. Dettaglio del ninfeo ottagonale polilobato. I-II sec. d.C. Fotografia, 1981.


direttrice viaria Cassia-Clodia, il complesso termale testimonia l’importanza che Settimello aveva come centro abitato a partire del I secolo d.C. fino alla tarda età imperiale17. Nell’estate del 1980 e del 1981 la Sovrintendenza dei beni architettonici portò alla luce l’intero manufatto: una grande vasca di forma ottagonale costruita in calcestruzzo con absidi semicircolari interne in corrispondenza dei lati. Il pavimento è in malta di calce e cocciopesto, e le pareti sono rivestite in parte da un intonaco idraulico di color azzurro. Tra i reperti rinvenuti anche due sculture in marmo che facevano parte della decorazione del manufatto: il busto di un pescatore anziano ed il volto di un’erma raffigurante Hermes Propylaios/Dionysos (?).

1.2.4 | il Medioevo La cessazione delle opere di bonifica e lo sfruttamento crescente del disboscamento (iniziato già nel basso Impero per la costruzione delle “ville rustiche”) portò l’area valliva di Settimello e dell’intera piana fiorentina ad un nuovo impaludimento18. Queste condizioni, assieme al dissesto della viabilità di pianura e all’arretramento degli insediamenti nell’alta collina, fecero sì che il paesaggio del borgo cambiasse radicalmente a partire dalla tarda età imperiale. L’Alto Medioevo vede Settimello colpito da scorrerie nella valle e da insediamenti nell’area pedemontana da parte dei Longobardi19. In età medievale il toponimo compare accostato alla Chiesa di Santa Lucia nella forma Septimello, nell’elenco delle località che devono fornire il grano all’esercito fiorentino in partenza per Monta-

17  Magno, “op. cit.”, p. 70. 18  Caporali Alessio, Giachetti Costanza, Pelagatti Sara, Il nucleo storico di Settimello, Università degli Studi di Firenze, Dipartimento di Conservazione dei Beni Architettonici, Firenze, 2004. 19 Ruchin, op. cit., p. 19.

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perti20 e nelle decime riscosse dalla Curia fiorentina nel 1276-1277 e 129921. Tuttavia la «gloria maggiore di questo luogo è quello d’aver dato nel XII secolo i natali ad Arrighetto o Arriguccio da Settimello22, che figlio di poveri contadini raggiunse gradi importanti nella carriera ecclesiastica e fu poeta e scrittore assai riputato»23. Durante il Medioevo, il generatore insediativo delle villae romane viene sostituito da una fitta rete di pievi, che si aggiungerà a quella dei castelli e delle case-torri. Ancora oggi permangono tracce di quest’epoca ed è facile notare esempi di case torri nel centro storico (villa Carmagnani, villa Ubaldini-La Torricella, e quelle in via del Pecchiolo e via del Balzo). A causa della particolare posizione di confine fra Sesto Fiorentino e Calenzano, Settimello sotto il profilo giuridico amministrativo dipendeva dalla podesteria di Campi Bisenzio, ma sotto il profilo ecclesiastico la Chiesa di Santa Lucia era suffraganea della Pieve di San Martino a Sesto Fiorentino24. Intorno all’anno Mille, con la ripresa demografica, ha inizio un processo socio-economico che si concretizzò con opere di disboscamento, bonifica e dissodamento per favorire le coltivazioni agricole di un terreno fortemente limoso e paludoso. Questi cambiamenti trasformarono il paese e il

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20  Libro di Montaperti, Paoli Cesare (cur.), Il Libro di Montaperti (anno MCCLX), Firenze, 1889, p. 229. 21 Lamius Joannes, Sanctae ecclesiae florentinae monumenta composita et digesta, Firenze, Typogr. Deiparae ab Angelo falutatae, 1758, p. 532. 22  Arrigo o Arrighetto da Settimello è stato un poeta italiano del XII secolo, autore nel 1193 del poema latino in distici elegiaci De diversitate fortunae et philosophiae consolatione che ebbe molto successo durante il Medioevo. Sulla sua biografia e la sua opera cfr. Monteverdi Angelo (cur.), “Arrigo da Settimello”, 1962, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 4, Treccani, rif. sitografia. 23  Carocci Guido, I dintorni di Firenze, vol. I: Sulla riva destra dell’Arno, Roma, ed. Società Multigrafica, 1968, p. 323. 24  Lamberini Daniela, Calenzano e la Val di Marina: storia di un territorio fiorentino, vol. I: La lettura del territorio, Prato, Edizioni del Palazzo, 1987, p. 93


Salvettus P. F., Borgo di Settimellum. Bozza di stampa dell’Elegia di Arrigo da Settimello, Zwickau, Daum Cygnae C., 1660-1684, in BCN, Firenze.

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suo intorno agricolo, dando il via ad un continuo processo che si protrarrà fino al secondo conflitto mondiale. Nel Trecento muta il sistema viario dell’area che va dalla valle alla collina e compaiono le prime strutture delle ville-fattoria. Sempre in questo periodo si sviluppa intorno alla Chiesa di Santa Lucia il borgo di Settimello ancora oggi apprezzabile nella sua morfologia e in alcuni esemplari architettonici. La struttura dell’edificato era composta prevalentemente da case di contadini che provvedevano alla coltivazione, già molto sviluppata, dei poderi di proprietà delle nobili famiglie fiorentine. A partire dal XIV secolo, infatti, Settimello assistette all’edificazione di alcune residenze estive o di villeggiatura come, ad esempio, le ville Carmagnani, Ubaldini-La Torricella, Gamba, Fossi25.

1.2.5 | l’età moderna Fra il Cinquecento e il Settecento, l’insediamento urbano si espanse verso le pendici del Poggio Bati ed assunse maggiormente le caratteristiche che conserva ancora oggi, come si evince dalle Piante dei Popoli e Strade (XVI sec.)26 e nel Campione di Strade della Comunità di Campi (1777)27. Si assiste così ad un rafforzamento del processo edificatorio che portò, nel XVIII secolo, alla presenza consolidata di piccoli nuclei rurali in prossimità

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25  Berlot Michele, Rossi Mauro, Il “borgo” di Settimello in provincia di Firenze. Lettura Analitica per la riqualificazione dei piccoli centri storici, vol. 1: Relazione, Tesi di laurea, rel. Prof.ssa Lamberini Daniela, Università degli Studi di Firenze, a.a. 19951996, p. 177. 26  Capitano di Parte, “Pianta del Popolo di Santa Lucia a Settimello”, Piante dei Popoli e Strade, Tomo 121, XVI sec., in ASF, parte 2a, c. 436. Cfr. p. 66. 27  Gabbrielli Vittorio, Pianta di tutte le Strade comunitative esistenti e situate nel territorio della Comunità di Campi..., 1777, in ACCB, c. 16. Pianta dei contorni della città di Firenze, 1789, in BIGMF, 3650 n.5. Cfr. p. 70.


delle ville padronali28. Nascono così gran parte delle località del borgo, che prendono il nome dalle attività che si svolgevano o dalla proprietà del podere. Nell’Ottocento il borgo di Settimello risulta inserito nel tipico paesaggio agricolo toscano, caratterizzato da ville signorili, da fabbricati agricoli e dalle prime industrie, fra queste: quattro fornaci, una distilleria, una ghiacciaia, un laboratorio per la lavorazione della paglia, una filanda ed un mulino. I fertili terreni agricoli permettevano la coltura della vite, degli olivi, dei gelsi e degli alberi da frutto. Il gelso fu un’essenza arborea largamente coltivata a Settimello, come in altre parti della piana, per la sua prerogativa di essere essenziale nella produzione della seta. Nel 1835, anno in cui viene impiantato il Catasto Leopoldino, la popolazione di Settimello conta 855 abitanti, ed i terreni vengono descritti per la maggior parte «lavorativo vitato e olivato con gelsi e frutti». Così descrive Settimello, nel 1832 il nuovo parroco Pupilli29: Col encomiar da vicino il luogo del presente mio domicilio, voglio dir Settimello, posto nelle amene vicinanze di Firenze, dove il verdeggiar degli ulivi e degl’agrumi nel grande inverno dimostra verificarsi il detto del Poeta: Hic ver assiduum.

La descrizione del luogo è ancora più dettagliata in un documento che sempre lo stesso Pupilli predispone per la Cancelleria e l’Ufficio del Censo di Campi Bisenzio30: Il villaggio di S. Lucia a Settimello posto nella Comunità di Calenzano consiste in una grossa Borgata intorno alla Chiesa, 28  Berlot, Rossi, op. cit., p. 177. 29  Pupilli Giovanni Maria, Albero genealogico delle famiglie Pupilli e Boni..., Firenze, Topografia Bonducciana, 1832 p. 19. 30 Ruchin, op. cit., p. 13.

p. sg. Catasto generale toscano, 18321835, Calenzano (22), S. Donato e Settimello, Sezione E, foglio 3 (part. da 684 a 1229), dim. 609x788 mm, scala 1:2500, (ID 043_ E03A).

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quale prosegue lungo la strada così detta Bolognese per il corso di circa cinquecento braccia con caseggiato che s’innalza anche nella collina, quale Borgata contiene precisamente centotrentadue famiglie e che in tutto comprendono anime seicentotredici. In detta Borgata vi abitano 12 possedenti, quattro fornai e pizzicagnoli, tre macchine da paglia da cappelli, caffetteria e drogheria, diversi falegnami, fabbri, muratori ecc., a levante ed a ponente di detto villaggio esistono quattro bocche da fornace da calcina ed una terraglia quali alimentano molti operanti, barrocciai ecc. All’intorno di detta borgata fan corona le Ville della Contessa Gamba e dei Sigg. Fossi, Tozzini, Paoletti, Brilli e Seminario Vescovile di Prato alle Cappelle. (...) Prima Borgata intorno la Chiesa di Settimello e strada Bolognese: Fam. 132 Anime 613. Seconda Borgata nella strada Pratese: Fam. 27 Anime 184. Sommando le due vicinanti Borgate in Settimello: Fam. 159 Anime 797. Il restante di questa Popolazione, in totale 1172, comprende diversi contadini sparsi nella sottoposta pianura.

Nel 1848 venne completata la Strada Ferrata Maria Antonia che collegava Firenze a Lucca passando per Settimello in località Il Neto. Molti abitanti di Settimello lavorarono come operai per anni al tracciato ferroviario31, che una volta terminato non risultò dannoso per l’unitarietà del borgo; al contrario, dette il via ad uno sviluppo del settore produttivo, in primo luogo quello legato all’industria del cemento. Nel corso del XIX secolo l’edificiazione nel centro 31  Corsi Pier Luigi, Settimello, frammenti di storia dall’archivio della Prioria di S. Lucia, Bagno a Ripoli, Pagnini e Martinelli Editori, 2001, p. 86.

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storico della frazione venne intensificato con la realizzazione di case a schiera lungo via della Chiesa e la strada provinciale (oggi via Arrighetto da Settimello).

1.2.6 | il Novecento I primi decenni del XX secolo non costituirono un periodo di notevole crescita demografica ed urbanistica e l’impianto cittadino del borgo venne mantenuto senza sostanziali espansioni. Fa eccezione la costruzione del cementificio Marchino Buzzi-Unicem negli anni Venti (al posto dell’antica fornace dei Ginori smantellata nel 1925), ai margini settentrionali del borgo. Durante la Seconda guerra mondiale Settimello fu teatro di bombardamenti ripetuti e violenti da parte degli Alleati che bersagliarono l’esercito nazi-fascista in ritirata, il quale a sua volta compieva retate fra la popolazione, rifugiata nelle gallerie della Cementizia, per acquisire manovalanza utile alla costruzione di piazzole d’artiglieria e di vere e proprie fortificazioni32. Molti furono i danneggiamenti e le distruzioni degli edifici, specie nel borgo storico e nella località Il Negozio, dove erano concentrate la maggioranza delle piccole industrie ottocentesche33. A partire dal 1960, l’inaugurazione del tronco autostradale dell’Autostrada del Sole nei pressi di Calenzano, con casello situato proprio fra Calenzano e Settimello, favorì una rapida espansione della frazione nella zona pianeggiante a sud del centro storico. Sorsero così numerosi insediamenti pro-

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pp. 34-35 Anonimo, Settimello presso la località Il Negozio vista da villa Fossi. Fotografia, anni Quaranta.

32  Bassi Maria Rosaria, I nonni raccontano. La guerra, il fascismo, la resistenza, Firenze, Edizioni Giunti, 1996, p. 32. 33  I racconti dei bombardamenti dell’esercito alleato sono raccontati dal priore Aldo Puliti nelle sue Memorie (VI, 89), cfr. Lamberini Daniela, Calenzano e la Val di Marina: storia di un territorio fiorentino, vol. II: Documentazione e atlante, Prato, Edizioni del Palazzo, 1987, pp. 123-124.


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duttivi, nuove arterie viarie e con esse nuove zone residenziali (edilizia popolare nell’area pianeggiante e saturazione del centro storico con abitazioni a scheiera o unifamiliari). A questi interventi si accompagnarono edifici e spazi pubblici quali una scuola primaria, una scuola dell’infanzia, un campo sportivo, una farmacia, un ufficio postale, due circoli ricreativi, una stazione ferroviaria (1988) ed un sistema di verde pubblico attrezzato. Nel giro di pochi anni, quelli che erano le distese di campi attorno a cui ruotava la vita di questa piccola comunità rurale, furono convertiti in vere e proprie aree industriali che arrivarono a lambire la collina. Settimello risulta così forzosamente separato dal suo capoluogo, che proprio a partire da questo periodo viene inserito nell’elenco dei comuni depressi34. Nonostante tutto il nucleo storico di Settimello si preservò da questa ondata di urbanizzazione, anche grazie al suo tessuto edilizio prevalentemente saturo ed alle sue attività artigianali che le consentirono di mantenere una certa indipendenza da Calenzano.

1.2.7 | il Duemila L’espansione che ha caratterizzato l’ultimo secolo si è notevolmente limitata negli ultimi venti anni. Le opere pubbliche che hanno avuto Settimello come palcoscenico si sono compiute nella logica di funzionalizzazione dei servizi comunali, di maggior percorribilità dei tracciati viari, di adeguamento degli edifici pubblici e di un maggior decoro urbano. Fra gli interventi principali si citano il potenziamento l’area sportiva, l’adeguamento 34  Legge ordinaria n. 614 del 22 luglio 1966 Interventi straordinari a favore dei territori depressi dell’Italia Settentrionale e Centrale.

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energetico della scuola primaria, la realizzazione di marciapiedi nelle vie del centro storico, il tracciato di piste ciclabili lungo gli assi viari principali, la costruzione di due ponti che oltrepassano l’Autostrada del Sole e collegano la frazione con il capoluogo, un distributore dell’acqua pubblico, la messa in opera di una vera e propria area per l’istruzione, vicina al verde del Parco del Neto, che comprenda – oltre all’esistente scuola primaria – un nuovo asilo nido inaugurato nel 2014 ed una nuova scuola dell’infanzia attualmente in fase di realizzazione.

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1.3 MORFOLOGIE 1.3.1 | il territorio

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p. pr. Carlo Berni, Settimello a volo d’uccello. In primo piano il parco del Neto e villa Gamba sulla destra. Fotografia, novembre 2013.

Settimello, sviluppandosi fra la pianura alluvionale del fiume Arno e le pendici di Monte Morello, ha una variazione altimetrica molto accentuata (da 50 a 326 mt s.l.m.). L’edificato e la viabilità storica si sono adattate alla morfologia del terreno e così – non di rado – le schiere di edifici, che si sviluppano lungo le principali direttive viarie del borgo, presentano un piano fuori terra sul lato a monte e due piani fuori terra sulla facciata a valle. Altra caratteristica del borgo storico è la presenza di rampe e scalinate (caratteristica quella di via del Pecchiolo) che permettono di superare i salti di quota. Non è un caso che proprio dove l’orografia è marcata siano presenti toponimi come Il Balzo, che indica un terreno molto scosceso. Le differenze di quota hanno determinato la necessità di costruire grandi muri di contenimento, visibili soprattutto sul lato a monte delle strade vicinali; e un sistema di terrazzamenti per sfruttare l’ottima esposizione a sud della collina per la coltivazione degli olivi. La parte collinare che non è adibita alla coltura è occupata da un’area boscata (vincolata dal Dlgs 490/1999, art. 146, lett. g)35, che conta numerosi esemplari di cipressi. L’area pedecollinare e collinare è sottoposta a tutela paesaggistica ed ambientale dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP)36. Per quanto riguarda i corsi d’acqua non si può parlare di veri e propri fiumi in quanto vi sono solo 35  Comune di Calenzano, “Tavola 1.2a - Vincoli derivanti da atti legislativi e/o amministrativi (sud)”, in Piano strutturale, Calenzano, 2004. 36  Comune di Calenzano, “Tavola 1.1b - Prescrizioni e vincoli imposti dal Ptcp (sud)”, in Piano strutturale, Calenzano, 2004.


dei piccoli fossi, attualmente coperti, la cui presenza però è riscontrabile nelle carte catastali. Nella località chiamata Ponte al Gufo era presente il principale torrente chiamato Torrente le Valline. Su tutto il territorio collinare vige il vingo idro-geologico (ex art. 38 L.R. 39/2000 - R.D. 30/12/1923 n. 3267)37. Dal punto di vista geologico38, la pianura è composta da depositi alluvionali costituiti da ciottoli e argille sabbiose. La fascia pedecollinare è composta da detriti di falda, mentre la parte collinare appartiene alla formazione di Monte Morello: complesso sedimentario composto in prevalenza da calcari marnosi alternati a livelli di marne gialle e calcareniti. Settimmello è situata in una zona di rischio sismico di terzo grado, con pericolosità bassa, che può essere soggetta a scuotimenti modesti (Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3274/2003, aggiornata con la Deliberazione della Giunta Regionale Toscana n. 421/2014). Il clima è caldo e temperato, la temperatura media annuale è di 14,2 °C, con le massima nel mese di luglio (23,8 °C) e la minima in quello di gennaio (5 °C). Il valore di piovosità annuale è di 864 mm, con una media di 35 mm nel mese di luglio, che è il mese più secco, ed una di 113 mm a novembre che è il mese con maggiore piovosità. Si trova nella zona climatica D con 1740 gradi giorno (GG).

1.3.2 | l’insediamento La frazione di Settimello è composta da un borgo storico situato a cavallo fra la pianura alluvionale ed i primi contrafforti collinari di Poggio Bati. 37  Comune di Calenzano, “Tavola 1.2b - Vincolo idrogeologico”, in Piano strutturale, Calenzano, 2004. 38  Comune di Calenzano, “Tavola 3.1 - Carta geologica (sud)”, in Piano strutturale, Calenzano, 2004.

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I caratteri morfologici dell’edilizia storica sono variegati e rispondono alle funzioni per le quali sono stati edificati. Attorno alla Chiesa di Santa Lucia si trovano le abitazioni che mantengono alcune tracce dell’impianto turrito medievale. Si sono conservate tre case-torri, di cui sono riconoscibili la morfologia e i basamenti in grossi blocchi sbozzati di pietra calcarea alberese. Attorno al tessuto del borgo si sviluppavano, in adiacenza con i campi coltivati, le case coloniche o poderali, che hanno mantenuto la loro morfologia composta da casolari, seminterrati voltati, depositi ed aie. Distaccate dal borgo, spesso in posizione dominante sulla pianura, si trovavano le ville padronali, quali le ville Gamba, Fossi, ex-Carmagnini e Ubaldini-”la Torricella”. Del tessuto storico fanno parte anche gli insediamenti industriali ottocenteschi che si concentravano in località Il Negozio39 (ghiacciaia, distilleria, fornace, molino) e nei luoghi di estrazione delle marne per la calce situate lungo le falde collinari. Con l’espansione del centro cittadino avvenuto a partire dagli anni Sessanta del XX secolo si andarono a saturare gli spazi a ridosso della collina, fondendo fra loro le località della frazione. L’edilizia abitativa è caratterizzata da villette a schiera, case unifamiliari e bifamiliari. I cambiamenti maggiori di quegli anni però si manifestano nella zona pianeggiante, dove i terreni agricoli lasciano il posto a palazzine e case a ballatoio. Ma la parte preponderante della piana fu insediata dalle industrie di vario genere, soprattutto tessile. Queste furono favorite – oltre che dall’apertura del tratto autostradale – anche dalla legge n. 635 del 29 luglio 1957 che, definendo Calenzano

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39  Il toponimo Negozio (dal latino negotium, composto di nec “non” e otium “ozio”) rimanda al carattere produttivo che l’area aveva nel XIX secolo.


«comune depresso», esonera per dieci anni le nuove piccole industrie da ogni tributo diretto sul reddito. Come accadde per l’espansione dei poli industriali di Prato e Sesto Fiorentino, la zona di Settimello fu interessata dalla costruzione di una miriade di capannoni che saturarono la zona e permisero una seconda ondata costruttiva dell’edilizia abitativa durante gli anni Settanta ed Ottanta. La viabilità storica di Settimello è rappresentata da due assi viari principali: via della Chiesa che da Settimello conduceva a Padule e la Strada Maestra (un tempo via consolare romana Cassia-Clodia; oggi via Arrighetto da Settimello) che conduceva a Barberino di Mugello. Esse si incontrano presso piazza I Maggio, e lungo il loro percorso intersecano le storiche vie vicinali come via delle Cappelle, via del Pecchiolo, via del Balzo, via Buon Riposo, via di Borgo. Ai margini meridionali dell’area settimellese passa via Pratese, che marca il confine fra Settimello e la zona denominata Il Neto a Sesto Fiorentino. Con l’espansione dei confini urbani della seconda metà del XX secolo, furono tracciate nuove strade, come via Dante Alighieri che collegava la frazione con il capoluogo, vero e proprio spartiacque fra la zona industriale e quella abitativa. Successivamente fu tracciata via Giovanni XXIII che permise di allontanare il traffico dalla centrale via Arrighetto da Settimello convogliandolo sul lato merdionale del borgo. Non lontano dal nucleo abitativo, nel 1960 venne inaugurato il casello autostradale della nuova Autostrada del Sole che, assieme alle pesanti conseguenze ambientali, tagliò in due il territorio comunale, dividendo Calenzano dalla sua frazione.

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1.3.3 | popolazione e servizi Settimello conta più di tremila abitanti40, circa il 20% dell’intera popolazione comunale composta da 17433 residenti41. Considerando i numeri dell’Ufficio Anagrafe del comune del 2004 si prende atto che la popolazione è aumentata di circa 2000 residenti, anche grazie alle politiche sull’immigrazione ed ai piani di sviluppo abitativo. Tuttavia questo incremento demografico non riguarda da vicino Settimello, che non conosce queste elevate percentuali di crescita a causa, soprattutto, della saturazione del tessuto abitativo. La frazione, infatti, ha sempre mantenuto un destino differente rispetto al suo capoluogo: fino a pochi decenni fa Settimello poteva contare su un’autosufficienza di beni e servizi primari che la rendevano autonoma dai vicini comuni. A livello dei servizi offerti al cittadino sono presenti una farmacia, un ufficio postale, un campo da calcio, due circoli ricreativi, una ludoteca, un nido d’infanzia, una scuola dell’infanzia ed una scuola primaria. Nel 2014 il centro studi Sintesi stila l’annuale classifica, emanata dal quotidiano Il Sole 24 Ore, sui «borghi felici», ovvero sui comuni italiani con una più alta qualità di vita42. Calenzano si classifica decimo e risulta il primo comune del centro Italia. Gli aspetti presi in analisi riguardano il Benessere Interno Lordo, ovvero quegli aspetti che influiscono sulla qualità della vita dell’uomo e della comunità in cui vive: i redditi, la vita sociale, il welfare, l’ambiente e la partecipazione attiva alla vita pubblica.

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40  3.427 abitanti nel 2013, secondo la Relazione allegata al Regolamento Urbanistico del comune di Calenzano. 41  Comune di Calenzano, Calenzano in cifre: annuario statistico, 2015, rif. sitografia. 42 Biscella Marco, Borghi felici, Brunico in vetta tra i piccoli Comuni del «viver bene», Il Sole 24 Ore, 18 agosto 2014, rif. sitografia.


capitolo 2

VILLA GAMBA E IL PARCO DEL NETO


Sentiti ringraziamenti ad Agnese Cini, attuale comproprietaria di villa Gamba e discendente dell’illustre famiglia che ha fatto la storia di questi luoghi.


2.1 LOCALIZZAZIONE

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pp. 48-49 Fotografia aerea della zona di Settimello e di Sesto Fiorentino (loc. Il Neto) attorno al parco del Neto. Da Google EarthPRO.

Il parco si trova alle estremità orientali del borgo storico di Settimello, prossimo alla località Il Negozio; e si sviluppa sul lato meridionale dell’antica via Cassia-Clodia, denominata a partire del XVI secolo con il nome di Strada Maestra di Barberino e attualmente conosciuta come via Arrighetto da Settimello. Sul lato opposto della via, sopra un alto terrazzamento, svetta villa Gamba con la sua facciata seicentesca con interventi ottocenteschi che le conferiscono un gusto romantico ed eclettico. Questa, anticipata da un giardino di modeste dimensioni, aveva come pertinenza il grande parco romantico, a cui risulta ancora oggi collegata tramite un passaggio sotterraneo al di sotto della suddetta via. La morfologia dell’intero complesso si è costituita a partire dalla metà dell’Ottocento ed è apprezzabile ancora oggi. Oggi il parco del Neto è situato in un’area fortemente urbanizzata, al confine con il comune di Sesto Fiorentino, e così si presenta come un piccolo ma importante polmone verde. È stretto ad est da una zona residenziale costituita da villette plurifamiliari; a sud dal viale provinciale Pratese; ad ovest dall’area destinata ad impianti sportivi e all’istruzione; mentre a nord conserva il rapporto originario con il paesaggio: oltre la villa si innalzano i versanti collinari del Poggio delle Cappelle dove sui terrazzamenti sono ricche le colture dell’ulivo. Il parco è proprietà del comune di Calenzano, e si estende per una superficie di circa sette ettari ad una quota pressoché pianeggiante, che nella zona meridionale si imposta a 49 metri s.l.m., andando dolcemente ad aumentare di altitudine fino a 54 metri s.l.m. percorrendo il parco in direzione nord. La villa ed il suo relativo giardino, di proprietà privata, si impostano invece ai piedi del Poggio delle Cappelle, ad una quota di 58 metri s.l.m.


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a. Raschiatoio litico (L 4; l 2,4; S 1,1) di selce. Datato presumibilmente al Paleolitico medio. b. Scarto di lavorazione di selce scura con residuo di cortice bianco ospitante un motivo inciso: due linee parallele unite da trattini trasversali (motivo “a scaletta”). Risalente al momento più avanzato e terminale del Paleolitico superiore. c. Punta di freccia in selce (L 2,3; l 1,8; S 0,4) risalente all’epoca olocenica.


2.2 LA STORIA DEI LUOGHI 2.2.1 | La Preistoria Le prime notizie dell’insediamento umano nell’area in cui si trovano la villa ed il parco risalgono alla Preistoria. Se del Paleolitico (circa 2,5 milioni di anni fa) e del Mesolitico (fra il 10.000 e l’8000 a.C.) sono note soltanto tracce di occupazioni temporanee, probabilmente da ricondurre a gruppi non numerosi; dal Neolitico in poi gli abitati si attestano in villaggi, inizialmente di tipo stagionale, con occupazioni stabili, benché non molto prolungate. Alle propaggini meridionali del parco del Neto, nei pressi di via Verga, in località Il Neto, si sono rinvenute tracce (fori di palo e battuti di pietre e terreno) di piccole strutture abitative di forma ellissoidale1 che chiarificano la funzione di passaggio e di sosta che la zona ha sempre avuto nei millenni per i popoli che abitavano ai margini settentrionali della palude fiorentina. I ritrovamenti principali sono avvenuti nei terreni in leggero declivio ad est di villa Gamba, ai piedi delle pendici meridionali di Monte Morello, verso il territorio comunale di Sesto Fiorentino (85 – areale LXIV)2. Le ricognizioni del GAF (Gruppo Archeologico Fiorentino) vennero effettuate quando ancora parte di questi campi non era edificata, mentre adesso il sito è diviso nettamente in due zone: quella a sud di via Arrighetto da Settimello è edificata, quella a nord conserva ancora l’aspetto originario. Sul sito è attestata una dispersione di mate-

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1  Filippi Omar, “Il territorio di Calenzano nella Preistoria”, in G. Poggesi, L. Sarti, G. Vannini (cur.), Carta archeologica del Comune di Calenzano, Firenze, CD&V, 2012, p. 32. 2  Baldini Giacomo, Filippi Omar, Magno Andrea, Ragazzini Sofia, Torsellini Laura (cur.), “Schede delle evidenze archeologiche”, in Poggesi Gabriella, Sarti Lucia, Vannini Guido (cur.), Carta archeologica del comune di Calenzano, Firenze, CD&V, 2012, pp. 383-411.


riali attribuibili al periodo preistorico e classico (fra la fine del II secolo a.C. e gli inizi del II secolo d.C.). La concentrazione maggiore di reperti preistorici, collocabili come datazione fra il Neolitico e l’età del Bronzo, è stata rinvenuta nel settore più lontano dalla viabilità, in area pedecollinare. La raccolta preistorica – una delle più ricche del territorio – conta più di 1500 manufatti litici, tra cui raschiatoi, lame, punte frecce in selce, cortici incisi, grattatoi, e 60 frammenti ceramici. L’introduzione della metallurgia è attestata già dalla prima metà del 4.000 a.C.: nell’area de Il Neto e via Verga, sono stati rinvenuti crogioli per la fusione e una lesina in rame3.

2.2.2 | Il periodo etrusco La località fu stabilmente insediata dagli Etruschi che compirono le prime antropizzazioni del territorio. A partire dal VIII secolo a.C. tracciarono una via di transito pedecollinare che correva lungo le creste inferiori di Monte Morello, e lungo la quale si trovavano delle importanti aree necropolari a cui appartengono con buone probabilità le tholoi monumentale della Mula, della Montagnola e di villa Torrigiani a Sesto Fiorentino. La testimonianza di un’area sepolcrale etrusca è stata annoverata anche in un campo arato in prossimità di villa Gamba (84 – areale LXIV)4, in cui è stata rinvenuta nel 1987 una stele funeraria di arenaria risalente al periodo etrusco arcaico. Questa ipotesi è confermata dal ritrovamento (86 – areale LXIV), del Cippo di Settimello, un monumento funerario in arenaria risalente alla produzione fiesolana dell’ultimo quarto del VI secolo a.C: Plinto di base decorato con palmette erette alternate a fiori di loto penduli, rac3  Filippi, “op. cit.”, p. 34. 4  Baldini et alii, “op. cit.”, p. 382.

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cordati da motivi a “S” trasversali. Il fusto di forma parallelepipeda, ha quattro leoni rampanti angolari con testa di prospetto rispetto al resto del corpo reso di schiena. Accovacciate sugli arti posteriori, di cui è ben sottolineata la muscolatura, le fiere si allungano quasi in un balzo felino, distendendo al massimo le zampe anteriori rese in modo tozzo e privo di plasticità; il pellame a fiamme della criniera sulla schiena si schematizza in una corona resa a tratti obliqui intorno alla testa, in cui sono enfatizzate le orecchie triangolari, appuntite, e le ampie fauci, da cui fuoriescono le zanne; i grandi occhi sormontati da potenti arcate sopracciliari. La coda è ripiegata sulla schiena, conferendo uno sgradevole effetto di schiacciamento dei piani. (...) Il fusto è sormontato da un kyma dorico, realizzato con “fogliette” erette, piuttosto basso e con cordone di base spesso, da cui pendono su tutti i lati fiori di loto con sepali aperti e pistillo centrale romboidale. La composizione termina con il coronamento a bulbo, morbidamente reso nel passaggio tra la forma sferoidale della base e la terminazione conica5.

La scultura fu rinvenuta nell’area presso l’attuale giardino di villa Gamba, ma a tal proposito non abbiamo alcun riferimento ad operazioni di scavo6. La vicenda del ritrovamento è raccontata dal filologo Luigi Adriano Milani (Verona, 1854 - Firenze, 1914) in un articolo datato 19037: Nel maggio 1903, pochi dì innanzi che

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5  Baldini et alii, “op. cit.”, pp. 414-416. 6  Mannini Marcello, “Settimello e «Il Neto»: una località, un parco, un necessario intervento pubblico”, Milleottocentosessantanove, n. 1, marzo, Sesto Fiorentino, Società per la biblioteca circolante Sesto Fiorentino, 1985, p. 11. 7  Milani Luigi Adriano, “Cippo di Settimello e cenno sulle circostanti tombe paleo-etrusche dell’Agro Fiorentino”, Atti della Reale Accademia dei Lincei, vol. XI, Roma, Tipografia della Reale Accademia dei Lincei, 1903, pp. 352-356.


Cippo di Settimello. Produzione fiesolana dell’ultimo quarto del VI secolo a. C. Conservato presso il Museo di villa Corsini a Castello (Fi). h totale 132; h base 18; h fusto 69; h coronamento 45; l lati del fusto 46; diam. massimo coronamento 55.

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venisse inaugurata la sezione architettonica del museo etrusco di Firenze, il sig. conte Carlo Gamba Ghiselli, aderendo alla mia richiesta, cedeva al museo archeologico di Firenze il cippo etrusco, (...) che ora fa bella mostra di sé sopra il tumulo di terra che copre la tomba a cupola di Casale Marittimo, nel giardino del museo (...). Tale cippo lavorato in quella speciale qualità di arenaria detta in Toscana macigno o pietra forte, misura in altezza m. 1,38 calcolando l’apice restaurato della pigna liscia che lo sormonta, ed è largo alla base m. 0,49 (...). I miei studi sull’arte e religione preellenica permettono di comprendere ormai ed apprezzate al giusto valore il simbolismo di questa ornamentazione sepolcrale. I quattro leoni agli angoli del cippo non sono altro che il leone siderico quadruplicato, perché concepito in cielo, ai quattro punti cardinali. Questi leoni sostengono una pigna tectonica, che è simbolo tanto del phallos divino quanto dell’ovaio o matrice (μήτρα) divina. Esse pigna infatti riunisce in sé il concetto betylico tanto del dio generatore degli Etruschi, Vertumnus, che della dea madre Thufltha8, sotto la cui protezione era posto il sepolcro e bene esprime conseguentemente l’eterna palingenesi cosmica, avente riscontro con la rigenerazione della vita umana. I bocci di fiore e le palmette inframezzate fra i leoni e circondanti le base quadra possono compararsi con le pigne che circondano il primo scudo dell’antro Ideo cretese e facenti siepe e corona a quella centrale che fiorisce sotto l’azione seminale del leone canicolare. (...) Risulta da ciò le speciale importanza religiose del cippo in parola,

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8  vd. anche Rilli Nicola, Gli Etruschi a Sesto Fiorentino, con un breve cenno sulle origini degli etruschi, Firenze, Tipografia Giuntina, 1964, p. 86; Ruchin Francesco, Settimello, Calenzano: Storia Tradizioni Cultura Arte, Prato, Pentalinea editore, 2011, pp. 1516.


a. Firenze, Museo Archeologico, esterno del tumulo di Casale Marittimo ricostruito nel giardino del Museo da L.A. Milani (sullo sfondo). Gelatina ai sali d’argento, fratelli Alinari, inizi XX secolo, fondo MPI, inv. MPI 7061296). b. Firenze, Museo Archeologico, cippo di Settimello posto sulla sommità del tumulo di Casale Marittimo ricostruito nel giardino del Museo. Gelatina ai sali d’argento, fratelli Alinari, inizi XX secolo, fondo MPI, inv. MPI 7061789). c. Firenze, Museo Archeologico, cippo di Settimello posto sulla sommità del tumulo di Casale Marittimo ricostruito nel giardino del Museo. Gelatina ai sali d’argento, fratelli Alinari, inizi XX secolo, fondo MPI, inv. MPI 7061793).

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il quale per la sua arte ed il suo carattere araldico è uno dei più maestosi monumenti dell’Etruria, e non può esser dubbio decorasse originariamente la cima o l‘interno di una tomba dell’agro fiorentino, della seconda metà del secolo VI a.C. Riguardo al luogo di provenienza è assai notevole il fatto che questo insigne monumento stava nella villa di Settimello, posseduta avanti il 1853 dal marchese Uguccioni Gherardi (nel 1852 fu acquistata dal marchese di Boissy che la lasciò in eredità all’attuale proprietario conte Gamba), l’antico proprietario dell’altra villa, detta la Mula, fra Sesto e Quinto Fiorentino, dove, come è noto, si conserva la più grandio-

sa e più antica tomba di tipo miceneo a Θόλος9 che si conosca in Italia (...). Tale villa oggi appartiene alla sig. Garbi-Pecchioli. (...) Il dott. Karo10, cui devo la prima notizia di questo cippo, aveva perciò dedotto che esso potesse appartenere in origine alla detta tomba della Mula, ma tenuto conto dello stile e della sua tecnica e anche delle sue proporzioni, sebbene fuori del comune, sarei di avviso che sia di almeno due secoli più tardo della costruzione ciclopica della Mula ed appartenuta ad una tomba di minore mole, del sec. VI da cercarsi nei pressi di Settimello o

di Sesto. A questo proposito devo segnalare le reliquie di tre tombe paleoetrusche che facevano corona e quella della Mula presso Quinto Fiorentino. La prima può vedersi nella villa del sig. Giugno Corsi in Quinto fiorentino. Consta di un poggetto ridotto ad uso di belvedere, a sinistra dell’ingresso della villa padronale. Tale poggetto ha tut-

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9  Θόλος: dizione in alfabeto greco antico. Tholos (lat.) 10  Milani si riferisce all’archeologo tedesco Georg Karo (Venedig, 1872 – Freiburg im Breisgau, 1963)


to l’aspetto di un tumulo artificiale simile a quello della Mula, salvo che è di proporzioni assai minori. Se nell’interno sia conservata la camera sepolcrale in costruzione non si sa e dovrà essere esplorato con opportune ricerche, ma siccome un altro simile tumulo con camera costruttiva fu trovato pochi passi più oltre nel fare il giardino della villa Torrigiani, circa nel 1850, così è da credere che anche quello della villa Corsi sia una vera e propria tomba. Il tumulo e la camera sepolcrale della tomba rinvenuta nella villa Torrigiani, furono distrutti nella sistemazione del detto giardino (...). La quarta tomba paleoetrusca di questi pressi, di cui posso dare ragguaglio, fu rinvenuta nel cavar pietre a Palastreto nell’agosto 1901, ma non è stato possibile di riconoscerne la forma; e solo fu dato di ricuperare alcuni degli oggetti che ne costituivano la suppellettili funebre.

Il monumento, come testimonia il racconto di Milani e le numerose fotografie dei fratelli Alinari (v. p. 56), fu collocato agli inizi del Novecento nel giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, a coronamento della tholos di Casale Marittimo. Attualmente il cippo è inserito nel percorso espositivo dedicato all’archeologia della Piana, all’interno di villa Corsini a Castello.

2.2.3 | il periodo romano Fra la fascia pedecollinare dove oggi si trova villa Gamba e la zona del parco del Neto, vi passava il percorso della via consolare romana Cassia-Clodia, presumibilmente costruita dai Romani su un precedente tracciato etrusco. Parallelamente alla via, con un percorso interrato più in quota, si dispiegava il condotto dell’acquedotto che riforniva d’acqua la colonia fiorentina. Oltrepassata la zona in cui sono attualmente

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collocati gli impianti cementieri del Buzzi Unicem, raggiungendo poi i margini dell’antico borgo di Settimello, l’acquedotto si accostava al fianco della collina, con ogni probabilità passando a monte del parco del Neto, in prossimità dello spazio tergale di villa Gamba. Come osserva il Chiostri11, «qualora, come vuole la tradizione, siano state utilizzate le varie (e non copiose) sorgenti che l’acquedotto incontrava nel suo procedere, potrebbe anche darsi che in questa località, ove si trovano alcune sorgenti, affioranti a valle dell’ipotetico percorso, fossero captate le loro acque per ravvenare lo speco». Tuttavia è difficile ritenere accettabile tale ipotesi, propendendo a credere che lo speco, pressoché di dimensione invariata dal suo inizio alla fine, fosse alimentato dalla sola fonte di approvvigionamento iniziale, il torrente Marinella di Legri. Inoltre mancano in tal senso possibili riferimenti o reperti che, qualora fossero state attuate captazioni, queste dovrebbero aver lasciato qualche traccia12. La testimonianza di una forte attività romana nella zona è espressa anche dalle numerose testimonianze archeologiche che sono state rinvenute. Alle estremità nord-orientali del parco, in un’area oggi fortemente urbanizzata (82 – areale LXIII)13, nel 1979 furono raccolti dal GAF, in due diverse campagne di scavi, quarantasette frammenti ceramici e scorie ferrose (genericamente databile fra la fine del I secolo a.C. e il V secolo d.C.) che fanno supporre la presenza di una piccola fattoria posizionata in concomitanza della via Cassia-Clodia, secondo la tipologia insediativa tipica in tutta la zona della Piana in periodo romano-imperiale. Durante i lavori di sbancamento per l’edificazione della vicina Scuola Elementare Statale e dei

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11  Chiostri Frido, L’acquedotto romano di Firenze: considerazioni generali e note tecnologiche sulla morfologia strutturale e sulle fasi operative della costruzione, Firenze, Centro Editoriale Toscano, 2002, pp. 22-23. 12 Ibidem. 13  Baldini et alii, “op. cit.”, p. 365.


Percorso dell’acquedotto romano a Calenzano e Settimello. Elaborazione grafica di F. Chiostri. (1) presa e canalizzazione delle acque; (2) reperti dello speco; (3) tabernacolo della Madonna detta del Facchino; (4) via barberinese; (5) località detta Il Donninni; (6) località detta Il Colle; (7) collina di San Donato; (8) galleria de Il Colle; (9) torrente Chiosina; (10) via Baldanzese; (11) cementeria; (12) poggio Bati a Settimello; (13) villa Gamba-Ghiselli sopra Il Neto; (14) località detta Le Cave; (15) borgo di Querceto; (16) luogo detto Marcello a Querceto; (17) località detta Doccia.

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condomini Cooperativa Appennino su via Giovanni XXIII (83 – areale LXIII)14 furono recuperati dal GAF frammenti ceramici. La maggior parte dei quattrocentoquindici rinvenimenti di età classica è composta da vasellame da mensa e da dispensa, in impasto e ceramica depurata e semidepurata, con presenza anche di frammenti di anforacei. I reperti coprono un arco cronologico che va dal I secolo d.C. fino ad arrivare alla tarda età imperiale, ed annoverano parti di anse, olle, pithos, coppe, pelvis e scodelle. Nell’area ad est di villa Gamba (85 – areale LXIV)15, in cui sono stati rinvenuti anche i suddetti reperti neolitici, sono venuti alla luce reperti riferibili principalmente alla ceramica da mensa e in numero minore alla ceramica da dispensa e da fuoco. Dalle attestazioni si può avanzare l’ipotesi che si tratti di uno stanziamento abitativo, forse una fattoria o una villa. A poche decine di metri più a sud, lungo via Arrighetto da Settimello (87 – areale LXV)16, è stato rinvenuta la testimonianza più preziosa e completa che testimonia l’utilizzo degli spazi prospicienti alla via Cassia-Clodia come complesso sepolcrale anche in epoca romana. Il 10 settembre 1914, durante una campagna di lavori stradali lungo la vecchia via provinciale Firenze-Prato, venne alla luce un monumento sepolcrale marmoreo, di forma rettangolare con timpano triangolare. Con la sua forma architettonica, la stele si colloca tra gli esemplari senza dubbio migliori della scuola di scalpellini e marmorai fiorita nella Colonia Florentina nei primi decenni del I secolo d.C.17 Presenta ai lati, due paraste scanalate poggianti su due basi con toro a forte rilievo e terminanti con capitelli di stile composito o corinzieggiante. Il timpano è decorato da un kantharos fiorito da cui fuo-

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14  Baldini et alii, “op. cit.”, pp. 366-381. 15  Baldini et alii, “op. cit.”, pp. 383-411. 16  Baldini et alii, “op. cit.”, p. 417. 17  Baldini et alii, “op. cit.”, pp. 418-419.


Monumento funerario. Primi decenni del I secolo d.C. Conservato presso il Museo di villa Corsini a Castello (Fi). h 150; l massima 68; l minima 65; s 25.

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riescono due tralci d’edera. Al di sopra della cornice del frontone vi sono resti di due felini accucciati. Tra i capitelli e la trabeazione vi è un festone adorno sorretto idealmente da due chiodi con terminazione bronzea. Tra i pilastri si trova un’ampia tabula inscritta, sorretta da una colonna tornita a fuso con base poggiante sul plinto. Ai lati del sostegno, due delfini rivolti verso il basso. L’iscrizione nella tabula che si sviluppa su tre righe recita: C·SALFEIO·C / LEMENTI·FE /STVS·LIB.

Cioè «Il liberto Festo a Caio Salfeio Clemente».18 L’incisione menziona esplicitamente il liberto Festo che dedica al patronus Salfeio Clemente il monumento sepolcrale. Nello zoccolo sono raffigurati due calzari (caligae) ed un utensile per raschiare e lisciare le pelli dalla forma semi-lunata (lesina); strumenti e prodotti di una specifica categoria di artigiani, i sutores. Questi oggetti rimandano con molta probabilità alla professione del defunto, che in vita esercitava un’attività connessa alla lavorazione del cuoio. Si può supporre quindi che nella zona de Il Neto si trovasse un villa rustica romana; infatti, come osserva Mario Lopes Pegna19: Nei dintorni della città, presso le villae rusticae all’uopo attrezzate, era esercitata l’industria poco profumata della concia delle pelli, eseguita in genere dagli schiavi specializzati nella lavorazione del cuoio (cariarii) (...). Uno di questi, il calzolaio C. Salfeio Clemente, ha sulla stele sepolcrale dedicatagli dal liberto Festo – senza dubbio il prediletto garzone, emancipato per testamento – le simboliche insegne del suo onesto lavoro (...).

Il monumento funerario, custodito fino al 2010 negli ambienti prospicienti il giardino interno del

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18  Baldini et alii, “op. cit.”, pp. 418-419. 19  Lopes Pegna Mario, Firenze dalle origini al Medioevo, Firenze, Del Re, 1962, p. 275.


Museo Archeologico Nazionale di Firenze; oggi fa parte del percorso espositivo dedicato all’archeologia della Piana, all’interno di villa Corsini a Castello.

2.2.4 | il Medioevo In epoca medievale, il centro storico di Settimello cominciava a prendere forma attorno alla Chiesa di Santa Lucia ed alla piazza declinante verso meridione costituita dall’incrocio fra la direttrice della Cassia-Clodia e di via della Chiesa. La zona de Il Neto, invece, mantenne pressoché invariate le proprie caratteristiche nonostante il luogo fosse insediato, come testimoniano le documentazioni archeologiche rinvenute nelle sue prossimità. Nelle propaggini occidentali del parco (83 – areale LXIII)20 sono stati rinvenuti un centinaio di frammenti ceramici attribuibili ad un arco cronologico compreso tra la fine del XIII secolo e l’età Moderna (XVII secolo). Il materiale archeologico sembra comunque confermare la continuità abitativa nel territorio in questione, con una forte attestazione dell’insediamento poderale durante l’epoca medievale. Un secondo podere è stato rinvenuto alle estremità orientali di villa Gamba (85 – areale LXIV)21, dal quale sono emersi settantaquattro frammenti ceramici collocabili fra il XIV e il XVII secolo; fra questi sono compresi recipienti, piatti, ciotole, boccale, manici di paioli e catini.

2.2.5 | il Cinquecento La prima documentazione di un edificio nella zona de Il Neto risale ai primi anni del Cinquecento: nel 1504 esisteva un semplice edificio di proprietà 20  Baldini et alii, “op. cit.”, pp. 366-381 21  Baldini et alii, “op. cit.”, pp. 383-412.

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della famiglia Mareti collocato dove ora esiste l’attuale villa Gamba. Un tale Andrea Mareti dichiara di possedere in questo luogo un pezzo di terra e di avervi «murato una casetta per suo abitare»22. È possibile infatti vedere tale edificio, prospiciente alla Strada Maestra che metteva in collegamento i borghi di Querceto e Settimello, nella Pianta del Popolo di Santa Lucia a Settimello del XVI secolo23. L’abitazione passò in eredità al figlio di Andrea, Agostino Mareti e successivamente al suo primogenito Andrea d’Agostino Mareti, il quale vendette la proprietà che andò in possesso, nel 1593, a Bastiano di Giovanni Ubaldini come dote della moglie, la quale l’aveva comprata dai Mareti24. Durante il Cinquecento tuttavia l’abitazione non comprendeva alcun giardino, né tanto meno un parco, e la zona in cui attualmente è situato il parco non appare né munita di sistemazioni né progettata come intervento di disegno del verde. Il priore dell’epoca, Giovanni Bonsi-Succhielli, in carica dal 1588 al 1626, in un inventario del 1589 descrive quest’area come in parte «terra lavorativa e parte vignata» ed un’altra parte a «Boscaccio»25. Il toponimo Neto sembra infatti riferirsi all’antica natura paludosa dell’area, e tale idronimo, di formazione antichissima, probabilmente preromana26, è confermato Pianta del Popolo di Santa Lucia

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22  Carocci Guido, I dintorni di Firenze, vol. I: Sulla riva destra dell’Arno, Roma, ed. Società Multigrafica, 1968, p. 324. 23  Pianta del Popolo di Santa Lucia a Settimello, XVI sec., in ASF, Cap. di Parte, Piante dei Popoli e Strade, Tomo 121, parte 2a, c. 436. 24  Carocci, Ibidem; Lensi Orlandi Cardini Giulio Cesare, Le ville di Firenze, vol. I: Di qua d’Arno, Firenze, Vallecchi, 1965, p. 30. 25  Corsi Pier Luigi, Settimello, frammenti di storia dall’archivio della Prioria di S. Lucia, Bagno a Ripoli, Pagnini e Martinelli Editori, 2001, pp. 113-114. 26  Gasca Gueirazza Giuliano, Marcato Carla, Pellegrini Giovan Battista, Petracco Sicardi Giulia, Rossebastiano Alda, Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiano, Torino, UTET, 1990, p. 519.


Pianta del Popolo di Santa Lucia a Settimello, XVI sec., in ASF, Cap. di Parte, Piante dei Popoli e Strade, Tomo 121, parte 2a, c. 436, part.

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a Settimello27, dove tutta l’area a sud della chiesa di Santa Lucia a Settimello è indicata come padule. Il glottologo toscano Silvio Pieri (Lucca, 1856 – Firenze, 1936) invece opta per una trasposizione differente; egli ritiene che il toponimo Neto derivi dalla famiglia fiorentina Del Neco che fra il XVI e il XVII secolo possedeva numerose proprietà agricole fra Querceto e Padule28.

2.2.6 | il Seicento Bastiano di Giovanni Ubaldini vendette la proprietà ai fratelli Michele e Bartolomeo Buffati. Nel 1645 la acquistò da loro Zanobi di Lorenzo Ridolfi che probabilmente ampliò notevolmente la proprietà29. Dopo pochi decenni, l’abitazione passò alla famiglia Querci, che assieme ai Giorgi ed ai Morelli era fra le più importanti famiglie di Settimello. A testimonianza di ciò i Querci avevano il patronato dell’altare di Gesù Crocifisso nella chiesa di Santa Lucia e dell’altare dedicato a San Niccolò nel convento delle Cappelle. Con l’acquisizione dell’abitazione da parte della famiglia Querci, questa assunse maggiore importanza, soprattutto in seguito alla ristrutturazione, datata 1683, che le conferirono la morfologia della villa30. In questa campagna di lavori fu edificato

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27  Capitano di Parte, “Pianta del Popolo di Santa Lucia a Settimello”, Piante dei Popoli e Strade, Tomo 121, XVI sec., in ASF, parte 2a, c. 436. 28  Pieri Silvio, “Toponomastica della Valle dell’Arno”, Atti della Reale Accademia dei Lincei, Roma, Tipografia della Reale Accademia dei Lincei, 1919, p. 226; Mannini Marcello, Valori storici, artistici e archeologici di Sesto Fiorentino, Firenze, Giorgi & Gambi, 1978, p. 32. 29 Carocci, op. cit., p. 324 30  Carocci, Ibidem; Panerai Garibaldo, Calenzano: un bel fiore, Firenze, Scuola tipografica Salesiana, 1933, pp. 98-101; Guaita Ovidio, Le ville di Firenze, Roma, Newton & Copton editori, 1996, pp. 293-294.


l’oratorio privato, intitolato a San Francesco situato sul lato orientale della villa31. Esso esiste ancora oggi ed ospita le sepolture dei proprietari più moderni (vd. p. 98). Nel 1832 riporta questa testimonianza il priore di Settimello Giovanni Maria Pupilli32 (in funzione dal 1819 al 1853, anno della sua morte): Un ben inteso pubblico Oratorio dedicato a S. Francesco presso la villa, un Altare a Gesù Crocifisso di suo giuspadrontato in questa Chiesa, ed altro a S. Niccolò in S. Maria delle Cappelle manifestano qual sia stata in ogni tempo di questa Famiglia la devozione.

I Querci mantennero il loro rilievo economico, politico e sociale nella zona nei successivi due secoli, fino al XIX secolo, quando il primo Sindaco di Calenzano dopo l’annessione del Granducato di Toscana al Regno d’Italia nel 1865 fu un Querci, Giuseppe, dal 1865 al 186733.

2.2.7 | il Settecento Villa Querci è visibile nella Pianta del popolo di Santa Lucia a Settimello del 1777 in cui si notano l’attuale via Arrighetto da Settimello, descritta come la «Strada Maestra che viene da Sesto e và a Calenzano», e l’attuale via Pratese, denominata come la «Strada Maestra che viene da Sesto Set-

31  Lamberini Daniela, Calenzano e la Val di Marina: storia di un territorio fiorentino, vol. I: La lettura del territorio, Prato, Edizioni del Palazzo, 1987, p. 246. 32  Pupilli Giovanni Maria, Albero genealogico delle famiglie Pupilli e Boni..., Firenze, Topografia Bonducciana, 1832 pp. 21-22; 33 Pugliaro Luigi Secondo, Le Amministrazioni fasciste della Provincia di Firenze nel triennio 1923-1925, Firenze, ed. Barbera, 1926, p. 128; Lamberini, Ibidem.

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timello e và a Prato»34. Sul fianco orientale di villa Querci è collocata villa Giorgi (oggi conosciuta con il nome di villa Fossi) ed in prossimità delle due ville – soprattutto villa Giorgi, di dimensioni maggiori – la strada si allargava in una piazzetta per poi restringersi nuovamente35. Nonostante la ristrutturazione del 1683 però, la villa della famiglia Querci non possiede ancora le dimensioni attuali. In un inventario del 1728 il priore di Settimello Domenico di Stefano Giorgi, in funzione dal 1711 al 1744, afferma che «in detto Popolo di S. Lucia a Settimello ci possedono effetti stabili: (...) Il Sig. Gaetano e Stefano Querci un podere per uno e la villa indivisa»36. La famiglia Querci, che mantenne la proprietà per più di un secolo, cedette la villa alla famiglia Minucci come dote, in occasione del matrimonio celebrato nel 1795 fra Maria Lucrezia Maddalena Querci (figlia di Lorenzo Maria Querci) e Bartolomeo Minucci. Dalla Pianta dei contorni della città di Firenze37 del 1789 si prende nota di questo passaggio di proprietà in cui, per la prima volta viene citato il luogo in cui oggi si trova il parco; così brevemente descritto in una nota: Pezzo di terra prativa e paludosa, posto nella potesteria di Campi, Popolo di Santa Lucia a Settimello. Luogo detto il Neto (...) colla clausola una cum omnibus tratto da un podere luogo detto La Torre (...) i quali beni si pongono in conto della suddetta Maria Lucrezia Maddalena Querci al pre-

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34  Gabbrielli Vittorio, Pianta di tutte le Strade comunitative esistenti e situate nel territorio della Comunità di Campi..., 1777, in ACCB, c. 16. Pianta dei contorni della città di Firenze, 1789, in BIGMF, 3650 n.5. 35 Lamberini, Calenzano e la Val di Marina..., vol. I: La lettura del territorio, p. 248. 36 Corsi, op. cit., pp. 118-119. 37  Pianta dei contorni della città di Firenze, 1789, in BIGMF, 3650 n.5.


Gabbrielli Vittorio, (1777), Pianta di tutte le Strade comunitative esistenti e situate nel territorio della Comunità di Campi fatte di Commissione del Magistrato di detta Comunità dell’anno 1776 da me Vittorio Gabrielli Agrimensore, a. 1777, in ACCB, c. 16. Pianta dei contorni della città di Firenze, 1789, in BIGMF, 3650 n.5, part.

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Pianta dei contorni della cittĂ di Firenze, 1789, in BIGMF, 3650 n.5., part.


sente moglie di Bartolomeo Minucci (...).38

Alla fine del Settecento il luogo risulta ancora completamente diverso dall’attualità. L’area è caratterizzata da prati e superfici coltivate, soggetti a frequenti ristagni d’acqua, peculiari delle campagne della piana di quel periodo. Come riporta il priore Marco Agresti nelle sue memorie del 178539: In quest’anno nel mese di Agosto cominciò quasi un’epidemia in questo popolo che condusse molti alla tomba. Principiava il male con la febbre fredda che dopo due giorni si faceva in alcuni perniciosa e gli conduceva in breve alla morte. In altri si allungava il male e guarivano. In quest’anno nel corso dei tre mesi vi furono in questo popolo da 120 malati. E perché ogn’anno più o meno dominavano in questo popolo terzane quasi in simil carattere, fu fatta su di ciò una rappresentanza al Governo. Fu mandato in sequela il Spadini, a visitare come altra volta era stato fatto dal Torgioni, ma non si seppe altro.

Il priore si riferisce alla visita fatta a Settimello quindici anni prima, nell’estate del 1770, del noto medico e naturalista fiorentino Giovanni Torgioni Tozzetti (Firenze, 1712 – Firenze, 1783), di cui esiste una relazione tecnica datata 177040: (...) a questo esalazioni, si uniscono quelle ancora di un certo paduletto, o acquitrinio, chiamato Il Neto (nome credo io 38  Archivio di Stato di Firenze, Catasto Lorenese, Comunità di Campi, Arroto 1789, campione 1776-665, 1789. 39  Lamberini Daniela, Calenzano e la Val di Marina: storia di un territorio fiorentino, vol. II: Documentazione e atlante, Prato, Edizioni del Palazzo, 1987, p. 59. 40 Torgioni Tozzetti Giovanni, Relazione del Dott. Perelli del 18 settembre 1770 sopra le peschiere del Tozzini a Settimello, in BNCF, Fondo Nazionale, II-195, cc. 42-52, 1770.

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corrotto dall’antico alnetum) posto al piè del monte di Settimello, benché piccolo di estensione e quasi tutto ricoperto di croste d’erba, sotto nera e bituminosa, a quisa di torba, e sopra verdeggiante, ma in alcuni luoghi tanto profondo, che vi persi una lunga canna dentro ad acqua chiara, ma tiepida anche nell’inverno.

Il Targioni Tozzetti, assieme al matematico ed ingegnere idraulico Tommaso Perelli (Bibbiena in Casentino, 1704 – Arezzo, 1783)41, indicò nella malnutrizione e nella miseria la concausa del male, sottolineando l’esigenza di un miglioramento organico delle condizioni dei contadini per prevenirlo. Nello specifico, essi ipotizzano che le febbri terzane fossero causate dai miasmi provenienti dai «vivai della villa del Signor Tenente Tozzini42», vivai che consiglia di far colmare. A proposito del toponimo Neto, lo scienziato si riferisce esplicitamente al sostantivo latino alneta>alnetum>aluns nome per cui si indica l’ontano, una pianta legnosa, sia arborea che arbustiva, a foglie semplici e caduche. Gli ontani già in passato erano utilizzati per bonificare i terreni poveri, paludosi, umidi e malsani43. Continua il priore Agresti nelle sue memorie44: Dopo qualche tempo fu mandato il Fisico Dott. Zuccagni45, che visitò l’acque dei pozzi e trovò delle migliori quella di questo pozzo [cioè della Prioria di Santa Lucia a Settimello] e di quello del podere

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41  Pasta Renato (cur.), Tommaso Perelli, in Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 82, 2015, rif. sitografia. 42  Si tratta di Vincenzo Tozzini, originario di Borgo San Lorenzo, che a Settimello possedeva «un podere con più ville e molte case appigionate». Cfr. Corsi, op. cit., pp. 118-119. 43 Ruchin, Settimello, Calenzano..., pp. 66-70. 44 Lamberini, Calenzano e la Val di Marina..., vol. II: Documentazione e atlante, p. 59. 45  Si tratta di Attilio Zuccagni-Orlandini (Fiesole, 1784 – Firenze, 1872), altro celebre fisico del tempo.


della Villa Querci; l’altre poi poco buone. Ordinò in sequela di aciugari un laghetto ne’ campi de’ Giorgi sotto il Guffo e tenersi ben pulite le fosse de scholi dell’acqua ne’ campi, e veramente s’è trovato in ciò del vantaggio.

2.2.8 | l’Ottocento Il figlio di Bartolomeo Minucci e Maria Lucrezia Maddalena Querci, Ferdinando Minucci, (Firenze, 1782 – Firenze, 1856) divenne arcivescovo di Firenze dal 1815 al 182746. I Minucci, famiglia patrizia originaria di Volterra, si era da tempo trasferita a Firenze e così Ferdinando si iscrisse al clero fiorentino e qui compì la sua carriera ecclesiastica. Nel periodo dell’Occupazione francese (1809) si schierò contro l’usurpazione del titolo di arcivescovo ad opera di Monsignor Antoine Eustache d’Osmond, vescovo di Nancy, e così venne esiliato in Corsica, dove fondò assieme ad altri sacerdoti una colonia di preti deportati a Bastia. Fu eletto arcivescovo il 28 gennaio 1827 e venne consacrato il successivo 3 febbraio. A partire dal 27 settembre 1829 iniziò una visita pastorale delle parrocchie della diocesi fiorentina. Nell’autunno del 1848, a causa dei moti rivoluzionari che sconvolsero tutta l’Italia, l’arcivescovo Minucci, decise di chiudere il seminario arcivescovile maggiore di Firenze situato in Piazza Castello. Morì il 2 luglio 1856 a Firenze, ma la sua vita si intrecciò con le vicende della villa presso il Neto, tantoché il priore Giovanni Maria Pupilli racconta nelle sue memorie47 che (...) a Settimello l’Illustriss. e Reverendiss. Monsig. Ferdinando Minucci, ora Arci46  Curia Arcivescovile, La chiesa fiorentina, Firenze, 1970, p. 31. 47 Pupilli, op. cit., pp. 19-32.

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vescovo di Firenze, e da giovanetto, e da Canonico interveniva in sua villa presso i Nobili suoi Genitori Sig. Bartolomeo Minucci, e Sig. Lucrezia Querci. Qui nell’autunnale stagione reduce dai Collegj di Prato, di Volterra, e di Roma, goder suoleva in lunga villeggiatura della letteraria comitiva solita adunarsi sino dai tempi del Sig. Canonico Giuseppe, ed Auditore Stefano Querci suoi zii. Le iscrizioni greche e latine, quali si osservano nella sala, e nelle gallerie di questa villa, dove i primi Classici vi sono effigiati, dimostrano in qual pregio sieno state tenute le lettere.

Nonostante lo splendore delle decorazioni interne dei saloni e delle gallerie della villa che si evince dalle righe del priore Pupilli, l’area dove sorgerà il parco del Neto non appare ancora disegnata. Sono di questo periodo due planimetrie che mostrano lo stato dei luoghi: nella Pianta del Fossombroni48 del 1810 e nella Pianta dei contorni di Firenze49 del 1817 la villa viene ancora denominata «Villa Querci» ed è chiaramente visibile il tracciato stradale della «Pistojese», oggi via Pratese, e della «Strada Maestra di Barberino», oggi via Arrighetto da Settimello. Risale ai primi anni del XIX secolo una descrizione dei terreni in futuro occupati dal parco, che annotano dei cambiamenti in atto. Mentre un’area rimane naturale, una seconda è messa a coltura: «un podere o restante di esso di presente lavorato, anzi un pezzo di terra prativa e padulosa posto nella Potesteria di Campi Popolo di Santa Lucia a Settimello luogo detto il Neto (..)50». Attorno agli anni Venti del XIX secolo villa Minucci passò per un breve periodo ai fratelli Giuseppe ed Alessandro Ciapetti, figli di Luigi Ciapetti, che

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48  Pianta del Fossombroni, 1810, in BIGMF, inv. 4493. 49  Pianta dei contorni di Firenze, 1817, in BIGMF, inv. 6024. 50  Archivio di Stato di Firenze, Catasto Lorenese, Comunità di Calenzano, a. 1882, c. 442-9, 1882.


a. Pianta del Fossombroni, 1810, in BIGMF, inv. 4493, part. b. Pianta dei contorni di Firenze, 1817, in BIGMF, inv. 6024, part. p. sg. Catasto generale toscano, 18321835, Calenzano (22), S. Donato e Settimello, Sezione E, foglio 3 (part. da 684 a 1229), dim. 609x788 mm, scala 1:2500, (ID 043_ E03A), part.

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la mantennero fino al 1833. Nella planimetria del Catasto generale toscano51 del 1832-1835 è visibile la villa di proprietà della famiglia Ciapetti priva di appellativo, ma riconoscibile dalla pianta. Si tratta della prima rappresentazione accurata dell’area, che messa in confronto con le planimetrie recenti, fa notare come la villa non assuma ancora le dimensioni odierne. Si nota che l’attuale ala sinistra non è ancora stata edificata, e che il giardino, collocato lateralmente alla facciata principale, è di modeste dimensioni. L’oratorio di San Francesco, costruito nel 1683 dalla famiglia Querci, si trova così alle estremità del giardino e non a fianco del corpo di fabbrica principale come si può constatare oggi. Il tracciato della via lambisce la facciata e non è stato ancora messo in atto quell’intervento paesaggistico che modificherà profondamente la morfologia e la percezione spaziale verso sud. Nella carta catastale appare per la prima volta il toponimo de «La Muffata» (adiacente alla villa sul lato opposto della «Strada Maestra») presso cui sorge una casa colonica. Il luogo dove oggi sorge il parco è denominato «il Boscaccio». I Ciapetti possedevano anche una casa colonica con aia in località «La Torre», proseguendo verso nord lungo il tracciato della «Strada Maestra». Il terreno occupato oggi dal parco è descritto nei registri del Catasto generale toscano come «Lav. olivato vitato con gelsi frutti e pioppi». Analizzando le descrizioni di ciascuna particella catastale si ha una visione completa e dettagliata dell’assetto naturale e dell’edificato che costituiscono la villa ed il parco:

51  Catasto generale toscano, 1832-1835, Calenzano (22), S. Donato e Settimello, Sezione E, foglio 3 (part. da 684 a 1229).

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Particelle catastali che interessano l’attuale superficie del parco del Neto e della villa, così come appaiono descritte nei registri del Catasto generale toscano, 1832-1835, reperiti presso l’Archivio di Stato di Firenze: Calenzano (22), S. Donato e Settimello, Sezione E, foglio 3 (part. da 684 a 1229).

n. part.

proprietà

descrizione

dest. odierna

10191021

Ciapetti Giuseppe e Alessandro di Luigi

villa con piazzale

villa Gamba

1022

Ciapetti Giuseppe e Alessandro di Luigi

cappella pubblica

cappella San Francesco (privata)

1111, 1112

Bicchi Maria Domenico, vedova di Ferdinando, nata Toninelli

casa

La Muffata

11131115

Bicchi Maria Domenico, vedova di Ferdinando, nata Toninelli

casa colonica

La Muffata

11021106

Bicchi Maria Domenico, vedova di Ferdinando, nata Toninelli

lav. olivato vitato con gelsi frutti e pioppi

parco del Neto

11071110

Ciapetti Giuseppe e Alessandro di Luigi

lav. olivato vitato con gelsi frutti e pioppi

parco del Neto

10921094

Daddi Giuseppe di Vincenzo

lav. olivato vitato con gelsi frutti e pioppi

parco del Neto

10951098

Ginori Marchese Leopoldo

lav. olivato vitato con gelsi frutti e pioppi

parco del Neto

10991101

Ciapetti Giuseppe e Alessandro di Luigi

lav. olivato vitato con gelsi frutti e pioppi

parco del Neto

11511158

Paoletti Dott. Giuseppe, Biagio di Domenico

lav. olivato vitato con gelsi frutti e pioppi

parco del Neto

11161125

Ciapetti Giuseppe e Alessandro di Luigi

lav. olivato vitato con gelsi frutti e pioppi

parco del Neto


Il territorio è descritto scientificamente anche dal geografo Emanuele Repetti (Carrara, 1776 – Firenze, 1852) nel suo Dizionario geografico fisico storico della Toscana52: La qualità del terreno della Com. di Calenzano appartiene, nella parte montuosa, alle rocce stratiformi Appenniniche, fra le quali predomina la calcarea compatta (alberese) tanto dal lato del Monte Morello, quanto dalla parte della Calvana, mentre il grembo della Valle è coperto di ciottoli, di ghiaia e di terreno d’alluvione. Quest’ultimo fa parte della ubertosa pianura di Sesto, famosa per lo squisito frumento, detto grano gentile bianco, mentre per il vino,olio, e altri alberi da frutto sono famigerate le piagge di Monte Morello, e della Calvana, nelle cui sommità subentrarono alle distrutte selve di alto fusto i pascoli naturali e le macchie cedue. Esistono nella Comunità di Calenzano varie distinte ville signorili, fra le quali per vastità di edifizio e di annessi si distinguono la villa Salviati, ora Strozzi, nel pop. In S. Lucia alla Collina, la villa Dini, attualmente dei Mortera di Sommaia, le ville Ubaldini, e Minucci53 a Settimello, e diverse altre (...).

Le descrizioni della zona e i toponimi quali Neto, Muffata, Boscaccio fanno dunque pensare a una porzione della piana fiorentina, relitto delle esondazioni dell’Arno, caratterizzata da un vasto prato, da cui affiorano acque sorgive che ristagnano circondate da giunchi, macchie e canneti; una pianura animata da volatili stanziali e migratori come

52 Repetti Emanuele, Dizionario geografico fisico storico della Toscana, vol. 1, Firenze, presso l’autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833, p. 392. 53 Il Repetti nel 1833 la chiama ancora Villa Minucci, senza prendere atto del passaggio di proprietà avvenuto alla famiglia Ciapetti.

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aironi, garzette, gru e anatre54. Nel 1833 i Ciapetti vendettero alla famiglia Gherardi-Uguccioni55 (chiamati anche Uguccioni-Gherardi d’Aragona56 o Gherardi-Piccolomini d’Aragona57). La famiglia possedeva già un palazzo signorile in Via de’ Tornabuoni 9 a Firenze58, il Palazzo Uguccioni-Gherardi, oggi noto come Palazzo Alamanni, che mantenne fino al 193659. Nel 1843, quando i Gherardi-Uguccioni esercitavano la loro proprietà sulla villa, viene condotto un importante intervento urbanistico, che si configura come prima vera operazione di disegno paesaggistico dell’area. Il priore Giovanni Maria Pupilli, il 2 dicembre 1843, racconta60: Incominciasi oggi il notabile lavoro in Settimello di discostarsi la strada dalle due Ville Fossi e Gherardi, quale sarebbe vantaggioso se non s’innalzassero tanto i muri che fronteggiano detta strada.

Ciò di cui parla il priore sono i lavori di discostamento della Strada Maestra di Barberino, l’attuale via Arrighetto da Settimello, dai prospetti della villa Fossi e Gherardi-Uguccioni. In questa occasione vennero realizzati gli alti muri di recinzione in pietra calcarea alberese che delimitano la carreggiata. Questo intervento paesaggistico fu messo in atto probabilmente per impedire la vista della strada, posta a quota inferiore, e realizzare così un giardi-

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54 Assessorato all’Ambiente del Comune di Calenzano (cur.), Parco del Neto. La storia, gli ambienti naturali, Calenzano, 1996, p. 8; Capaccoli, op. cit., pp. 1-7. 55 Carocci, op. cit., p. 324. 56 Panerai, op. cit., pp. 98-101. 57  Lensi Orlandi Cardini, op. cit., p. 30. 58  Maffei Gian Luigi, Via Tornabuoni: il salotto di Firenze, Firenze, Loggia dei Lanzi, 1995, p. 49. 59  Paolini Stefano (cur.), “Palazzo Alamanni”, Repertorio delle architetture civili di Firenze, 2016, rif. sitografia. 60 Lamberini, Calenzano e la Val di Marina..., vol. II: Documentazione e atlante, p. 62.


Anonimo, la Strada Maestra per Barberino, oggi via Arrighetto da Settimello, come appare dopo i lavori del 1843. Oltre il muro di contenimento si trovano i giardini pensili e le ville Fossi (a sinistra) e Gherardi-Uguccioni (a destra), oggi villa Gamba. Fotografia, c1987.

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no pensile sul terrazzamento di fronte al prospetto principale del corpo di fabbrica. Così, a partire dal 1843, la villa presenta un ampio terrazzamento e la realizzazione degli alti muri – di cui anche il priore denunciò l’eccessiva altezza – le permettono di percepire la continuità visiva con il paesaggio della campagna61. L’andamento di questa variante stradale è documentata soltanto successivamente, in una planimetria della Carta d’Italia del 188362 e nel Catasto generale toscano del 192163: la variante si discosta dal vecchio tracciato una volta oltrepassato il corpo di fabbrica de La Muffata, si piega verso sud e dopo un’ansa allungata si ricongiunge alla Strada Maestra in prossimità della casa colonica in località La Torre. Date le mutate condizioni estetiche e percettive di inizio Ottocento, era sconveniente mantenere la promiscuità fra le due ville e la strada di transito, e così, ad agire è l’idea di creare un ambiente e un luogo particolare che faccia assumere alla vita in villa un maggiore carattere di amenità, peculiarità e romanticismo; tuttavia non si hanno ancora notizie di un progetto di parco al di là della strada. La villa nel 1847 era abitata dal Cavalier Priore Tommaso Gherardi-Uguccioni64 assieme alla moglie Girolama Baldelli-Boni e la figlia Luisa Gherardi-Uguccioni (sposata Barbolani di Montauto). La metà del XIX secolo rappresenta un momento importante per la configurazione del luogo: nel 1852 la villa Gherardi, messa in vendita da Tommaso Gherardi-Uguccioni, fu acquisita da Hilai-

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61  Capaccioli Luciana, Recupero e restauro del Parco del Neto a Settimello - Calenzano, “Relazione storica”, Calenzano, 1984, p. 3. 62  Carta d’Italia, 1883, in AIGMF, foglio 106IV SE. 63  Catasto generale toscano, Comune di Calenzano, 1921, sezione I, in fogli n°5, in ASF, foglio 3. 64  Santoni Luigi, Raccolta di notizie storiche riguardanti le chiese dell’arci-diogesi di Firenze, Firenze, G. Mazzoni, 1847, p. 334; Lamberini, Calenzano e la Val di Marina..., vol. I: La lettura del territorio, p. 246.


a. Carta d’Italia, 1883, in AIGMF, foglio 106IV SE, part. b. Catasto generale toscano, Comune di Calenzano, 1921, sezione I, in fogli n°5, in ASF, foglio 3, part.

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re Etienne Octave Ronillé, Marchese de Boissy de Coudray (Parigi, 1798 – Louveciennes, 1866) che decise di eleggere come sua dimora italiana la villa di Settimello65. Egli apparteneva a una nobile e ricchissima famiglia bretone, fu Pari di Francia e Senatore dell’Impero napoleonico, e si unì in matrimonio alla contessa Teresa Gamba-Ghiselli (vedova da sette anni del conte Alessandro Guiccioli) il 15 dicembre 1847 presso la Cappella del Lussemburgo a Parigi. I coniugi presero dimora in un lussuoso palazzo in Rue Saint Lazare a Parigi e nella villa di campagna alle porte di Parigi (il «Beau séjour»). Qui si circondarono di amici, letterati, ospiti illustri, fino al 26 settembre 1866, giorno della morte del marchese66. Teresa – pur non abbandonando definitivamente Parigi – si ritirò nella villa di Settimello, dono del marito francese. Passò gli ultimi anni di vita presso il suo appartamento in via Palestro 5 a Firenze, dove morì all’età di settantacinque anni il 21 marzo 187367. La nuova proprietà realizzò il giardino in prossimità della villa ed il parco oltre la Strada Maestra collegato con un passaggio sotterraneo68. Il marchese fece inoltre rinnovare la villa secondo il gusto del tempo dall’architetto Grinotti69. Scrive il Pa-

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65 Carocci, op. cit., p. 324; Panerai, op. cit., pp. 100-101; Lensi Orlandi Cardini, op. cit., p. 30. 66 Graziani Natale, Byron e Teresa, l’amore italiano, Milano, Gruppo Ugo Mursia Editore, 1995, pp. 222-223. 67 Ibidem. 68  Nell’ambiente rurale locale, sino ad alcuni decenni fa, era ancora in voga con l’espressione gergale: «al Neto di Buasse», che abbinava il nome della località a quello, italianizzato e corrotto dalla tradizione vernacolare, di colui che lo realizzò. Cfr. Mannini, “Settimello e «Il Neto»...”, p. 15, nota n. 17; Ruchin, Settimello, Calenzano..., pp. 66-70. 69  Così descrive gli interventi Lensi Orlandi Cardini «Se l’opera sua fu decisamente nefasta, torna a suo onore l’aver piantato oltre la strada, nella pianura davanti alla villa un grandioso parco romantico che ne costituisce la più bella attrattiva», vd. Lensi Orlandi Cardini, op. cit. p. 30.


a. Anonimo, Ritratto del Marchese Hilaire Étienne Octave Rouillé de Boissy (1798 - 1866), olio su tela, s.d., biblioteca di villa Gamba. b. Fagnani G., Ritratto della Contessa Teresa Gamba-Ghiselli marchesa di Boissy all’età di sessantuno anni, olio su tela, 1859.

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nerai nel 193370: Al disegno dell’Architetto Grinotti egli [il marchese] aggiunse alla vecchia villa un salone e una torre e rivestì il prospetto con blocchi di pietra rustica e con merlature, dandole un carattere romantico del tutto particolare. Dall’altra parte della strada ove erano acquitrini e canneti (d’onde il nome di Neto) egli [il marchese] creò un vasto parco con laghi, canali, arricchiti costantemente dai successivi proprietari con varietà di piante che hanno raggiunto in Toscana sviluppi notevoli.

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p. sg. Prospetto principale di villa Gamba prospiciente il giardino con piccolo ninfeo. Al centro del prospetto si innalza la facciata turrita ricoperta da un bugnato rustico in stile “a cuscino” e culminante con merlature: tutti elementi architettonici risalenti al rifacimento della villa da parte del marchese di Boissy. Fotografia. 2015.

Sfortunatamente, dalle indagini storiche e archivistiche condotte fin’ora, non c’è traccia né del disegno di progetto del parco né del rifacimento della villa. Dall’analisi delle fonti letterarie non si deduce neanche con certezza se il parco sia opera del Grinotti; che anche per quanto concerne la ristrutturazione della villa, si deduce che sia intervenuto come collaboratore e consulente, piuttosto che come progettista71. Anche l’edificio de La Muffata sembra essere rientrata nei piani di ristrutturazione generali. Acquistata assieme alla villa, la casa colonica viene adibita a dimora del giardiniere. La decorazione murale esterna di stile neogotico, tutt’ora visibile, appartiene a quella corrente di revival degli stili storici che intorno alla metà dell’Ottocento ebbe molto seguito in tutta Europa. Presumibilmente quindi si tratta di un’apparecchiatura formale coeva alla realizzazione del parco e al rinnovo della villa, ma stilisticamente diversa dalla scelte formali che il marchese Boissy volle per quest‘ultima. L’architetto Capaccioli (che nel 1984 curò un programma di recupero e di restauro) ipotizzò che le decorazioni de La Muffata siano le uniche di mano dell’architetto

70  Panerai, op. cit. pp. 98-101. 71 Capaccioli, op. cit., “Relazione storica”, p. 4.


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Grinotti72. Confrontando le planimetrie catastali del 183035 e quella del 1921 si osserva che, dopo la campagna di lavori La Muffata risulta ampliata: al rurale corpo di fabbrica con impianto ad “u” è stata annesso un ampio fabbricato con volta a padiglione dai caratteri funzionali di una grande stalla73. È probabile, perciò, che l’edificio fosse adibito anche all’uso di stalla e vi trovasse alloggio il cocchiere. La prima planimetria che testimonia questi cambiamenti è la Carta d’Italia74 del 1883 (vd. p. 84) in cui villa Fossi e villa Gamba hanno davanti a loro un’area a parco, rappresentata da una serie di pallini che simboleggiano la nuova piantumazione dell’alberatura. Minore in termini di estensione rispetto al parco attuale, inizialmente vi si aveva accesso in corrispondenza della strada che separa le due ville suddette. Da qui, una strada campestre – che oggi corrisponde al viale dei tigli – si dirigeva verso sud tangendo il folto degli alberi, ma presto terminava in un fosso, mentre un’altra strada, anch’essa alberata, si dirigeva ad ovest, verso la fattoria in località La Torre ed oltre. La ferrovia Maria Antonia (costruita nel 1848), che collegava Firenze a Prato è segnata ad una certa distanza a sud del parco del Neto, su un alto terrapieno. Importante è indugiare sul personaggio di Teresa Gamba75, moglie del marchese di Boissy, ereditaria della villa e ivi sepolta per suo volere nella cappella di San Francesco ad essa adiacente. Attraverso la sua vita, le sue passioni, e quelle dei personaggi a lei vicini, risulta ancora più facile

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72 Capaccioli, op. cit., “Relazione storica”, pp. 4-5. 73 Capaccioli, op. cit., “Relazione storica”, p. 5. 74  Carta d’Italia, 1883, in AIGMF, foglio 106IV SE. 75  Sulla vita di Teresa Gamba-Ghiselli cfr. Graziani, op. cit.; Fagioli Vercellone Guido Gregorio (cur.), “Gamba Ghiselli, Teresa”, 1999, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 52, Treccani, rif. sitografia.


comprendere la società, l’estetica, la storia politica e il sottofondo culturale del tempo che fecero da sfondo alla realizzazione del parco del Neto. Maria Domenica Teresa Gaspera nacque a Ravenna il 18 febbraio 1798 dal conte Ruggero Gamba-Ghiselli (1770 – 1846)76 e da Maria Amalia (? – 1819) dei conti Macchirelli di Pesaro. La famiglia, stabilitasi a Ravenna verso la metà del Quattrocento, aveva espresso alcuni personaggi distintisi per cariche e cultura: sia il nonno di Teresa, Paolo, sia il padre Ruggero, erano stati coinvolti nei moti giacobini, ricoprendo poi alte cariche napoleoniche. Dei due fratelli, Pietro (Ravenna, 1800 – Methana, 1827), fu un acceso carbonaro, mentre Ippolito (Ravenna, 1806 – Bagni di Lucca, 1890)77 divenne un importante uomo politico ed ebbe come figlio Pietro (Firenze, 1849 – Nagni di Lucca, 1903) che divenne sindaco di Ravenna dal 1883 al 1886. Teresa ebbe anche cinque sorelle: Faustina, Vittoria, Giulia, Olimpia e Laura. La prima educazione le fu impartita nel collegio di Santa Chiara a Faenza e, lasciatolo nel 1817, la sua istruzione fu completata sotto la guida del filologo Paolo Costa (Ravenna, 1771 – Bologna, 1836), che probabilmente contribuì a spingerla verso atteggiamenti di sensiblerie romantica e di ammirazione per i letterati. Si sposò il 7 marzo 1818, all’età di venti anni, presso la basilica di San Vitale a Ravenna col ricco cinquantasettenne Alessandro Guiccioli (Ravenna, 1761 – Venezia, 1840), conte di Monteleone, cavaliere dell’Oridine di Santo Stefano, da pochi mesi vedovo per la seconda volta e padre di numerosi figli. Teresa visse col marito fra Ravenna e Venezia, ed è proprio nella città lagunare che sabato 3 aprile 76  Patrizio ravennate che possedeva una villa Filetto, figlio di G. Paolo Gamba-Ghiselli (1744 – 1827) e Marianna Cavalli. 77 Sulla vita di Ippolito Gamba-Ghiselli cfr. Proietti Andrea (cur.), “Gamba Ghiselli, Ippolito”, 1990, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 52, Treccani, rif. sitografia.

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a. Anonimo, Ritratto del Conte Ruggero Gamba-Ghiselli (1770 - 1846), marito di Maria Amalia, padre di Teresa, Ippolito e Pietro. s.d. b. Anonimo, Ritratto del Conte Ippolito Gamba-Ghiselli (1806 - 1890), fratello di Teresa e di Pietro, marito di Elena Rasponi delle Teste, padre di Paolo. s.d.

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c. Anonimo, Ritratto del Conte Pietro Gamba-Ghiselli (1800 - 1827), fratello di Teresa e di Ippolito. s.d.


Anonimo, Ritratto della Contessa Teresa Gamba-Ghiselli ritratta a Venezia dopo le nozze col Conte Alessandro Guiccioli. Aveva 20 anni. Litografia, autunno 1818.

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1819 incontrò il poeta inglese Lord George Gordon Byron (Dover, 1788 – Missolungi, 1824). Egli fu presentato a Teresa nel salotto letterario della contessa Marina Querini Benzone (Venezia, 1753 – Venezia, 1839): fu un vero colpo di fulmine per entrambi78. Cominciò così una lunga serie di incontri segreti, visite formali, e corrispondenze. Con l’intensificarsi della relazione amorosa Byron arrivò a proporle di fuggire con lui, mentre la contessa fantasticava su un suicidio simulato ispirandosi al mito shakespeariano di Giulietta. Byron, assalito dall’imbarazzo, era entrato in familiarità con il conte Guiccioli che acconsentì alle sue visite, diventando così il cavalier servente della nobildonna. Gli amanti, approfittando dell’assenza del conte per affari, mossero verso Venezia e presero stanza nella villa Foscarini dei Carmini a Mira, ove iniziarono una breve convivenza costretti a vita ritiratissima dalla disapprovazione della pur tollerante società veneziana. Alla fine dell’ottobre del 1819 il Guiccioli si presentò di persona a Venezia, e dopo una vivace spiegazione fra coniugi (il conte era un temperamento violento, e vi era stata persino qualche diceria che avesse ucciso nel 1812 la sua ricchissima prima moglie, la contessa Placidia Zinanni), Teresa si piegò a tornare sotto il tetto coniugale. Byron passò un periodo di grande agitazione, programmando lunghi viaggi, ma fu fermato dalla malattia della figlia naturale Allegra e da un attacco di malaria. Fu raggiunto da molte lettere dell’amata che lo supplicava di raggiungerla. Così fu ospitato nel lussuoso appartamento al pian terreno del palazzo Guiccioli e in questa circostanza si legò in una grande amicizia a Pietro Gamba-Ghiselli, fratello di Teresa, noto per la sua appassionata adesione alle idee liberali. Fu lui, insieme con la contessa, ad avvicinare il poeta inglese alla causa libertaria e alla cultura italiana, fino a spingerlo a iscriversi alla Car93

78 Graziani, op. cit., pp. 37-38.


a. Anonimo, Ritratto del Conte Alessandro Guiccioli (1761 - 1840), primo marito di Teresa Gamba-Ghiselli. S.d. b. Reguier, Ritratto della Contessa Teresa Gamba-Ghiselli e di Lord George G. Byron. Litografia, s.d.

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boneria, cui fornì notevoli aiuti in denaro e armi. Il 12 luglio 1820 Teresa ottenne un rescritto da Papa Pio VII Chiaramonti (Cesena, 1742 – Roma, 1823) che autorizzava la separazione dal conte Guiccioli, con l’obbligo per la contessa di risiedere sotto il tetto paterno. Ella dapprima si ritirò nella villa Gamba di Filetto, presso Ravenna, e poi a Firenze (luglio 1821) dove il padre e il figlio Ippolito, gravemente coinvolti nei moti carbonari del 1821, dovettero esulare. Da Firenze i Gamba si trasferirono a Pisa (settembre 1821), dove Byron li raggiunse a palazzo Lanfranchi. Da qui si trasferirono per l’estate del 1822 a villa Dupuy presso Montenero (Livorno); ma presto il governo toscano li obbligò a partire. Ripararono dunque nella villa Saluzzo ad Albaro, presso Genova (ottobre 1822). Nel frattempo il rapporto fra i due cominciò a dare segni di logoramento: il poeta cominciò a vagheggiare l’impresa di liberare la cultura classica ed ellenistica greca dal dominio ottomano, e non ci mise molto a completare dispendiosi preparativi, dei quali Teresa fu informata il più tardi possibile. Ella reagì con disperazione e chiese inutilmente di far parte della spedizione. Dopo una notte di adii strazianti, Byron salpò la mattina del 15 luglio 1823; e fu l’ultima volta che Teresa lo vide. Anche se ebbe continue notizie, sia da lui che dal fratello Pietro, che faceva parte della stessa missione; il giorno 17 marzo 1824 ella ricevette l’ultima lettera da Byron che morì il Lunedì dell’Angelo del 19 aprile 1824. Pietro Gamba riportò le sue ceneri in Inghilterra, e ripartito per la Grecia ivi morì di tifo nei pressi dell’istmo di Methana nel dicembre del 1827. Dopo un periodo di riconciliazione col conte Alessandro Guiccioli e un successivo e definitivo allontanamento, nel 1826 Teresa fu a Roma, dove incontrò a un ballo Alphonse de Lamartine (Mâcon 1790 – Parigi, 1869), con cui ebbe una relazione, come poi con altri giovani, quali Henry Edward Fox e Lord Fitzharris James Howard Harris. Nel 1832 de-


Pierot A., Ritratto della Contessa Teresa Gamba-Ghiselli ritratta a Parigi. Aveva 41 anni. Incisione, 1839.

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cise d’intraprendere il desiderato pellegrinaggio in Inghilterra, e in primavera visitò la tomba di Byron a Hucknell Torkard. Da tempo aveva conosciuto Hilaire Etienne Octave Rouillé marchese de Boissy de Coudray, il quale s’innamorò di lei e le fece visita a Filetto, Firenze e a Roma. Dopo il loro matrimonio nel 1847, ella occupò un posto di rilievo nella società parigina per il suo spirito, la sua cultura e la curiosità suscitata dal suo passato amoroso con uno dei più illustri poeti romantici del tempo. Adorava la vita mondana, e fino al 1870 soleva comparire ogni sera in qualche salotto, apprendendo forse da Byron l’arte delle stravaganze esibizionistiche. Rimasta nuovamente vedova nel 1866, si ritirò nella villa acquistata per lei dal marchese a Settimello, fino al 21 marzo 1873, data in cui l’Anagrafe di Palazzo Vecchio registra la sua morte. Teresa fu lealmente affezionata al marchese, e gli ultimi anni di reciproco affettuoso rispetto insieme trascorsi, furono tra i più sereni della sua esistenza. Comunque, per tutta la vita serbò nel cuore e continuò a ricordare il suo Byron. Il marchese non se ne doleva, dava anzi l’impressione di compiacersi di avere come moglie colei che era stata la maîtresse de Lord Byron; e accettò il ritratto del poeta sia nel più importante salotto del loro palazzo parigino, sia nella bella biblioteca della villa di Settimello79. Orgogliosa e gelosissima delle lettere ricevute dall’amante, ripose le centoquarantanove missive in una raffinata sportula tronco-conica con coperchio lavorato in madreperla e chiudibile a chiave; una custodia che portava sempre con sé nei suoi spostamenti tra Parigi, Londra e Settimello, racchiusa in un elegante scrigno di mogano, fregiato dello scudo gentilizio dei Gamba-Ghiselli. Quest’ultimo, oltre alla sportula, conteneva varie altre reliquie per lei preziose: il medaglione col ritratto di Byron in miniatura, che lui le aveva donato a Venezia; le 97

79 Graziani, op. cit., p. 223.


due minuscole teche coi loro capelli, scambiate alla vigilia della spedizione in Grecia; un fazzoletto in lino bianco appartenuto al poeta; un lembo della tappezzeria del letto, un rametto di quercia, semi, frutti e petali disseccati; una striscia della tappezzeria del salotto dei loro incontri nell’appartamento di lei a Palazzo Gamba; due ritratti di Byron in miniatura, e infine il tomo VII del romanzo di Madame de Steäl, Corinna o l’Italia, libro rilegato in velluto bordò con la lettera alla My dearest Teresa nelle ultime carte di guardia80. Nella cappella funeraria di San Francesco dove riposa, era collocato anche il suo busto scolpito da Lorenzo Bartolini (Savignano di Prato, 1777 – Firenze, 1850)81, alto circa 70 centimetri (1821-1822). Nel 1822, durante il loro soggiorno a Pisa, lo scultore ritrasse anche Byron (oggi conservato alla National Portrait Gallery di Londra)82 ed i due busti erano concepiti per essere rivolti l’uno di fronte all’altro. Questa è la straordinaria vita di due amanti e di una donna colta, emancipata, moderna, dal forte spessore politico ed idealistico, e fervida sostenitrice del Risorgimento italiano, che lasciò villa Gamba al nipote ex fratre Paolo Gamba-Ghiselli, figlio del fratello Ippolito e della sua prima moglie Elena Rasponi delle Teste.

80 Graziani, op. cit., p. 224. 81 Panerai, op. cit., p. 101; Lamberini, Calenzano e la Val di Marina..., vol. I: La lettura del territorio, p. 246; secondo il Mannini, invece, dell’originale in marmo del busto di Teresa Gamba-Ghiselli, presentato all’Esposizione Internazionale di Londra del 1862, non è nota l’attuale collocazione. Il modello in gesso, invece, può essere ammirato presso il Museo comunale di Prato. Cfr. Mannini, “Settimello e «Il Neto»...”, p. 13 e 15, nota n. 18. 82  Spalletti Ettore, “Busto di George Byron”, Il genio di Lorenzo Bartolini, Prato, Centro Di, 1978, pp. 74-75.

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a. Lorenzo Bartolini, Busto di Lord George G. Byron, 1822. Marmo, altezza 70 cm. National Portrait Gallery, Londra, Regno Unito.

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b. Lorenzo Bartolini, Busto di Teresa Gamba-Ghiselli, 1822. Marmo, altezza 70 cm. Settimello, Calenzano (FI), villa Gamba, collezione privata.


2.2.9 | il Novecento Villa Gamba, passata nel 1873 a Paolo Gamba-Ghiselli (1838 – 1926), fu da lui abitata fino all’anno della sua morte, avvenuta il 2 ottobre 1926. Sposato con Eufrosina Damiani Caselli (Firenze, 1839 – Viareggio, 1927); il conte ebbe due figli, Elena (Firenze, 1869 – Firenze, 1963) e Carlo (Firenze, 1870 – Solarolo, 1963). Elena il 4 maggio 1895 aveva sposato Mario Cini conte di Pianzano (Roma, 1868 – Firenze, 1928)83 presso la Chiesa di Santa Lucia a Settimello, ed abitò con il coniuge ed il fratello Carlo nella villa di Settimello84. Carlo Gamba-Ghiselli fu un importante produttore agricolo, che realizzò, fra il 1918 e il 1919, esperimenti di pescicoltura per l’allevamento di carpe nei laghetti del parco del Neto85, che all’epoca era stato impiantato da circa sessantacinque anni. Si suppone perciò che a inizio Novecento il parco sia stato ampliato e siano stati realizzati i due laghetti oggi presenti. Nella Carta d’Italia del 190486, si nota che gli ingressi al parco sono due: quello segnalato anche nella carta del 1883 fra la villa Fossi e la villa Gamba, e quello sul fianco del La Muffata, che ha conservato ancora oggi la cancellata originale. Nel Neto è segnata la presenza di una fonte o 83  Mario Cini, ufficiale della Marina Militare, si dimise per passare più tempo con la famiglia nella villa di Settimello (secondo Agnese Cini, nipote di Mario ed attuale proprietaria di parte della villa). Durante questo periodo esercitò la professione di pittore. Il suo quadro più noto è Ritratti di funzionari: Giovanni Poggi, Odoardo Giglioli, Carlo Gamba e Nello Tarchiani (1912, olio su tela. Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, Firenze), dove peraltro ritrae il suocero. Sull’argomento cfr. Lombardi Elena (cur.), L’archivio di Giovanni Poggi (1880-1961), Firenze, Polistampa, 2011, p. 33. 84  A tal proposito cfr. la fotografia di famiglia scattata negli anni Dieci del Novecento, vd. p. 108. 85  Petrocchi Bernardino, L’agricoltura nella Provincia di Firenze, Firenze, 1927, pp. 345-346. 86  Carta d’Italia, 1904-34, Tavoletta I.G.M., foglio 106IV SE, in BIGMF.

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Carta d’Italia, 190434, Tavoletta I.G.M., foglio 106IV SE, in BIGMF, part.


Arma della famiglia Gamba-Ghiselli. D’azzurro ad una gamba umana di carnagione, movente dal fianco sinistro, accompagnata da tre stelle di sei raggi d’oro (...) Spreti Vittorio, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol. V, Milano, Ed. Enciclopedia Storico-Nobiliare Italiana, 19281935, p. 347.

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polla sorgiva, denominata Fonte, a testimonianza delle risorgive che alimentano i due laghetti. Fino agli inizi del secolo, il Neto si presenta come un boschetto di querce e di ippocastani, con un viale delimitato da platani ed uno da tigli, intervallato da prati e radure, in continuità con i campi e la pianura. Infatti, ad eccezione di un lungo muro di fianco a La Muffata, prima recinzione del parco che si riscontra, quest’ultimo non risulta essere circoscritto da recinzioni. Nel suo cuore boschivo sono presenti due laghetti, uno dei quali ha una forma zoomorfa: una gru con ali semi-spiegate che immerge una zampa nell’acqua del laghetto reniforme con isolotto. Dovendo escludere un riferimento formale agli stemmi nobiliari delle famiglie che possedettero il Neto87, si può semplicemente pensare alla presenza ricorrente di una fauna di quel tipo nei paraggi del parco. Nel 1907 il Carocci riporta questa descrizione: «la più importante delle ville di questa località, grandiosa ed elegante come costruzione, è resa più attraente da un bel giardino e da un ampio parco che la circondano88». Nel 1926, alla morte del conte Paolo, la proprietà venne ereditata dai figli del conte Paolo: Carlo, Elena e suo marito Mario Cini. Riguardo la morte di Paolo riporta la vicenda il priore di Settimello Aldo Puliti89: Il 2 Ottobre 1926 moriva cristianamente in questo paese nella sua villa il Signor Conte Paolo Gamba Ghiselli. Il giorno dei suoi funerali, il di lui figlio Signor Conte Carlo, mi disse che intendeva fare un dono alla chie-

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87  Vittorio Spreti (e coll.), Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Appendice, Parte II, Milano, Ed. Enciclopedia Storico-Nobiliare Italiana, 1928-1935, pp. 768 e sgg. 88 Carocci, op. cit., p. 324. 89  Lamberini Daniela, Calenzano e la Val di Marina: storia di un territorio fiorentino, vol. II: Documentazione e atlante, Prato, Edizioni del Palazzo, 1987, p. 65.


sa di Settimello in memoria del caro scomparso. Il dono era quello di far costruire un Santo fonte, che secondo il nuovo codice del diritto canonico deve esistere in ogni chiesa parrocchiale. Ne fui doppiamente contento: in primo luogo perché non sapevo come fare a dotare questa chiesa del Santo Fonte tanto necessario alla popolazione, che era costretta a portare ad una delle tre pievi vicine i propri figli per farli battezzare - e questo era un grande incomodo specie nella stagione invernale - ed il Signor Conte aveva risolto il problema. In secondo luogo fui lieto perché conoscendo che il Signor Conte era uno spirito d’artista e profondamente amante dell’arte, avrebbe fatta una cosa veramente degna di questa piccola ma bella chiesa. E così dopo i suffragi e una munifica elargizione ai poveri del paese fatta benignamente da me distribuire ed una elargizione delle reverende Suore Teresiane di qui, coronava splendidamente il tributo di affetto verso il proprio Padre con un’opera che ne terrà viva la memoria in tutti i settimellesi attraverso i secoli a venire. [cc. 164-165.] Il giorno 8 Agosto 1927, alla presenza dei Parroci del Piviere, il Signor Conte Carlo Gamba Ghiselli, di numerosi invitati e di numerosissimo popolo, venne fatta l’inaugurazione del Santo Fonte da Monsignor Isidoro Fanelli, canonico e arciprete della Metropolitana fiorentina. Vennero battezzati due bambini, un maschio e una femmina, ai quali il Signor Conte regalò lire cento per ciascuno. E tutto questo dopo un discorso d’occasione di Monsignor Fanelli, che con la sua verve fiorentina ringraziò il munifico dono, esaltandone la destinazione spirituale: rigenerare le anime. (...) Che il fonte sia un’opera finemente artistica ciascuno lo può vedere coi propri occhi. Il Signor Conte regalò anche tutte le suppellettili in argento. [c. 167] 104


L’educazione di Carlo90 fu improntata ai valori risorgimentali che segnarono la storia familiare paterna. Dopo la maturità liceale presso il Collegio Militare di Firenze fu ammesso alla Scuola Militare di Fanteria e di Cavalleria di Modena che completò conseguendo il grado di sottotenente di cavalleria nel 1890. Fu però l’esempio materno a determinare i futuri interessi di Carlo: Eufrosina Damiani Castelli era un’appassionata intenditrice d’arte antica, e pertanto Carlo crebbe in un ambiente sensibile ad accogliere le tendenze, mode e gusti che andavano imponendosi fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, facendo di Firenze uno dei principali centri di riferimento per studiosi, esperti d’arte, collezionisti ed antiquari. Il conte Gamba frequentò assiduamente l’ambiente artistico fiorentino dove emergevano personalità come Enrico Ridolfi (direttore degli Uffizi dal 1890 al 1903), Herbert Horne (punto di riferimento fondamentale per Carlo), Bernard Berenson, Giacomo De Nicola (direttore del Bargello dal 1913 al 1924) e Corrado Ricci (direttore degli Uffizi dal 1903 al 1906). Oltre ai musei italiani e ai principali d’Europa, il conte conosceva personalmente fra le più preziose collezioni private. La formazione sul campo, che lo sensibilizzò ai problemi della conservazione e del restauro, fu completata dai numerosi viaggi in Europa, India e Giappone (1913). L’attività culturale svolta da Carlo Gamba si articolò su più fronti: sviluppò e diresse la Fondazione ed il Museo voluti da Herbert Horne che, morendo nel 1916, aveva lasciato allo Stato Italiano la sua casa e la sua collezione. Numerose furono le mostre da lui promosse o a cui prese parte quale

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90  Sulla biografia di Carlo Gamba cfr. Casa d’aste Pandolfini, Catalogo d’asta: Arredi, Dipinti, Ceramiche e Oggetti d’arte da casa Gamba Ghiselli, 2009, rif. sitografia.


Anonimo, Conte Carlo Gamba-Ghiselli. Fotografia, s. d.

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membro del comitato organizzatore91. Inoltre la costante collaborazione con numerose riviste quali Rassegna Rivista d’arte, Arte ed Il Marzocco riflette il suo percorso e l’interesse particolare per il Rinascimento, approfondito anche nelle diverse monografie92. Di notevole rilevanza per l’indagine archeologica della zona de Il Neto è il rapporto che Carlo ebbe con il filologo Luigi Adriano Milani, il quale scrive per la Reale Accademia dei Lincei93: «Nel maggio 1903, pochi dì innanzi che venisse inaugurata la sezione architettonica del museo etrusco di Firenze, il sig. conte Carlo Gamba Ghiselli, aderendo alla mia richiesta, cedeva al museo archeologico di Firenze il cippo etrusco (...) che ora fa bella mostra di sé sopra il tumulo di terra che copre la tomba a cupola di Casale Marittimo, nel giardino del museo». (vd. p. 56) Riconosciuto come un uomo dall’«anima di esteta e finissimo intenditore di cose d’arte, ispettore delle RR. Gallerie di Firenze»94, prende parte all’Amministrazione Comunale in qualità di Assessore nel 1924, ai tempi del sindaco Cavalier Luigi Torri95 dimorante nella vicina villa Fossi e direttore agrario della Società Industriale Romana. Carlo Gamba-Ghiselli, impiantò gli esemplari di cipresso calvo negli spazi limitrofi ai laghetti (i giganteschi taxodium distichum che ancora oggi fan-

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91  Ritratto Italiano 1600-1861, nel 1911; Disegni e stampe di scuola veneziana dei secoli XV e XVI, nel 1914; Sei e Settecento Italiano, nel 1922; Giardino Italiano, nel 1931; Tesoro di Firenze Sacra, nel 1933; Art Italien de Cimabue a Tiepolo, nel 1936; Sesto centenario della morte di Giotto, nel 1937; Cinquecento Toscano, nel 1938; Luca Signorelli, nel 1953; Quattro maestri del primo Rinascimento, nel 1954; Pontormo, nel 1956 92  Pontormo (1921), Giotto (1930), Raffaello (1932), sulla Pittura di Michelangelo (1935), Botticelli (1936), Bellini (1937) e Il Museo Horne a Firenze (1961) . 93  Milani Luigi Adriano, “op cit.”, pp. 352-356. 94 Panerai, op. cit., p. 98. 95 Pugliaro, op. cit., p. 128; Panerai, op. cit, p. 101.


a. Anonimo, Famiglia Gamba-Ghiselli e Cini di Pianzano nel giardino di villa Gamba a Settimello. In piedi da sinistra: Corrado Cini, Ruggero Gamba-Ghiselli, Mario Cini, Giuseppe Cini. A sedere da sinistra: Elena Gamba-Ghiselli, Paolo Gamba-Ghiselli, Eufrosina Caselli, Ippolito Cini, Carlo Gamba-Ghiselli. Fotografia, anni Dieci. b. Anonimo, Prospetto frontale di villa Gamba visto dal parco del Neto. Fotografia, 1933. c. Anonimo, Laghetto maggiore con capanna rustica posta sull’isoletta. Fotografia, anni Trenta.

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no bella mostra di sé all’interno del parco)96. Gli album di fotografie della famiglia Gamba-Ghiselli, conservati dall’attuale famiglia proprietaria, mostrano il Neto dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, durante il periodo di maggior splendore, esibendo i cancelli, i laghetti, i canali, le fioriture, gli alberi e gli arredi. Così è descritto dall’architetto Capaccioli97: L‘attuale cancello ad ovest, con due pilastri in muratura e due pinus pinea ai lati è un intervento degli anni ‘30. In una foto dell’epoca tale cancello appare tutto nuovo, i due pini appena piantati, insieme ad una recinzione fatta di cespugli e di rete. In un’altra immagine lo stesso cancello è inquadrato dalla sponda est del lago più grande. Qui si osserva che il Neto non era così folto e ombroso come lo è adesso98; sull’isolotto più grande si riconosce un rosaio sarmentoso, splendidamente fiorito fino all’altezza del tetto di una capanna di frasche: ci sono anche alcune piante di yucca. Sulla estrema destra dell’immagine, tra due taxodium, s’intravede una chiusa, evidentemente posta a regolare l’afflusso dell’acqua di quel laghetto superiore a forma di gru, in quello inferiore ad un livello più basso. Un’altra immagina mostra un signore con due bambine, tutti e tre seduti in una barchetta accanto ad un ponticello pronti a muoversi. La barchetta è minuscola e piatta. I bordi dell’isolotto sono fioriti di hemerocallys, in primo piano vi sono macchie di ninfee. (...). Mentre l’immagine che inquadra la villa dal parco mostra il gran prato ancora esistente nella parte nord, con due magnifici cipressi e non uno come invece si riscontra ora. Ai

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96 Chiostri Ferdinando, Parchi della Toscana, Genova, Sagep, 1982, p. 101. 97 Capaccioli, op. cit., “Relazione storica”, p. 6. 98  Capaccioli scrive la relazione storica nel 1984, quando il parco versava in uno stato di abbandono e di inselvatichimento.


piedi dei cipressi una colonia di sassifraghe, mentre il muro di recinzione è ricoperto da un banksiano, di cui peraltro c’è ancora traccia, insieme ai ferri contorti di un pergolato. Le fotografie ci mostrano, a seconda delle stagioni, narcissus jonquille, giacinti e mammole, narcisi bianchi e pervinche, tutto in grandi quantità. L’acqua è increspata da gruppi di anatre cinesi e le fronde di un fico si mescolano con le ninfee. Tra i due laghetti una cascata zampilla tra le rocce, le erbe, i gigli d’acqua, le primule, le felci. E poi ancora bordi di calta palustris, radure di primule, prati di crochi e anemone blanda.

Fino agli anni Sessanta nei suoi romantici laghetti venivano allevate le anatre ed una coeva e particolareggiata descrizione della flora del parco, ci presenta una situazione ancora idillica99: Il terreno del parco è sciolto, profondo, ricchissimo d’acqua che affiora e forma un laghetto poco profondo dal quale escono i due fossi perimetrali del parco. Il largo prato su cui sono radicate le piante che di seguito si elencano è coltivato a fieno di cui vien fatto lo sfalcio. Sotto la cotica erbosa uno strato di humus alto qualche cm viene continuamente arricchito dai detriti vegetali delle piante di alto fusto. Le piante del parco sono ben curate, il seccume viene rimosso e le potature sono fatte a regola d’arte. Il parco non ha una precisa fisionomia, lo si potrebbe però classificare fra i parchi di tipo inglese. La massima parte degli esemplari delle piante ivi radicate hanno età superiore ai 100 anni.

99  Chiostri Ferdinando, “I parchi del contado fiorentino. Parco del «Neto» - Comune di Sesto Fiorentino”, Monti e boschi: rivista mensile di tecnica agraria e forestale e di vita montana, Touring Club Italiano, 9, settembre 1963, p. 418.

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Alla villa era annessa anche una limonaia ed una fattoria, collocate sul lato tergale della villa. Alla fattoria facevano capo le case coloniche dove vivevano i contadini dipendenti (la maggiore era situata in località La Torre) ed avveniva la produzione vera e propria, come la battitura del grano o la frangitura delle olive. La fattoria era amministrata dal fattore Paolo Signorini e comprendeva ben sedici dipendenti con le relative famiglie. Il complesso produttivo forniva una notevole rendita, tantoché agli inizi del secolo il conte Gamba era annoverato tra i maggiori produttori agricoli della Provincia di Firenze100: l’allevamento di bestiame era importante e comprendeva un moderno allevamento di mucche di razza per la produzione del latte, che «in parte era consumato in paese e per la massima parte esportato a Firenze»101. In un annuario del 1926, il proprietario è elencato fra i maggiori produttori di vini della zona e fin dai primi anni della battaglia del grano (1925), la fattoria Gamba vinse dei premi nel Concorso Provinciale102. Dalla Carta d’Italia del 1904-1934103 (vd. p. 101) si nota la risistemazione del tracciato di via Pratese (che delimita il limite meridionale del parco) che viene allargata e resa più rettilinea. Con questi lavori il parco rimase a quota inferiore rispetto al piano di campagna e così fu compromessa la visuale verso sud104. Il 19 novembre del 1943 il conte Carlo Gamba viene notificato dal Ministero dell’Educazione Nazionale - Direzione Generale delle Arti: il parco annesso a villa Gamba ha interesse particolarmente

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100  Camera di Commercio, Statistica industriale della Provincia di Firenze, Firenze, Tip. Carnesecchi, 1904, p. 175. 101 Panerai, op. cit., p. 64. 102  Tognarini Ivan, La campagna, l’industria, la città: la popolazione di Calenzano e le trasformazioni del ventesimo secolo, Firenze, Edizioni Polistampa, 2008, p. 36. 103  Carta d’Italia, 1904-34, Tavoletta I.G.M., foglio 106IV SE, in BIGMF. 104 Capaccioli, op. cit., “Relazione storica”, pp. 5-6.


a. Anonimo, Carro allegorico della fattoria del conte Gamba-Ghiselli in occasione della Festa dell’uva. Fotografia, anni Trenta. b. Anonimo, Carro allegorico della fattoria del conte Gamba-Ghiselli in occasione della Festa dell’uva. Fotografia, anni Trenta. c. Anonimo, Lavoro nei campi di proprietà della fattoria del conte Gamba-Ghiselli. Sullo sfondo, ai piedi della collina del Convento delle Cappelle, la fattoria presso La Torre (a sinistra), villa Fossi ed i confini del parco del Neto (a destra). Fotografia, 1933.

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importante «per tutto quello che riflette l’arte e la storia e per la bellezza ambientale d’insieme» e quindi viene sottoposto alle relative disposizioni contenute nella legge n. 1089 del 1 giugno 1939105. La Seconda Guerra mondiale segnò con i suoi lasciti di distruzione e miseria anche Settimello ed il Neto. Il parroco Giovanni Maria Pupilli106 ricorda così quel periodo storico: Dopo la caduta del governo fascista e lo sbarco delle truppe anglo-americane in Sicilia. (...) I bombardamenti aerei più che altro anglo-americani si allargavano e si intensificavano sempre di più. Da qui [da Settimello] si potevano vedere aeroplani che si gettavano in picchiata per bombardare le vicine plaghe, mentre i guastatori tedeschi facevano saltare con le mine le rotaie e gli impianti della linea ferroviaria elettrificata. Per ora Settimello è stato risparmiato. Lo sarà anche per l’avvenire? Lo desidereremmo ma purtroppo non c’è da farsi troppe illusioni. La volta di Settimello, 27 Luglio 1944. Nel pomeriggio di detto giorno caddero, a un tratto, tutte le nostre speranze. Ben 40 caccia bombardieri volarono sul nostro paese. Obbiettivo dell’incursione aerea era - si suppone - un convoglio di camion tedeschi, carichi di munizioni, che, come tanti altri del genere avrebbero dovuto sostare al riparo degli alberi del “Neto” e “sotto i cipressi” della Via provinciale nei pressi della Villa del Sig. Conte Gamba-Ghiselli, per passarvi un po’ di tempo dopo aver viaggiato la notte protetti dall’oscurità. In

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105  Ruchin Francesco, “Parco del Neto (il Giardino delle meraviglie)”, in Associazione Turistica Calenzano, Calenzano: Storia, arte, tradizioni, ambiente alle porte di Firenze, Sirigu Alessandro (cur.), Calenzano, Conti Tipolcolor, 1999, p. 182; Capaccioli, op. cit., “Relazione storica”, p. 6. 106 Lamberini, Calenzano e la Val di Marina..., vol. II: Documentazione e atlante, pp. 123-124.


effetti il convoglio si fermò per alcune ore ma ripartì nella stessa mattinata. Fu verso le 14,30 che apparvero nel cielo i primi 15 caccia bombardieri, che da lì a poco sganciarono le loro bombe in prossimità del Neto, alla Distilleria. (...) Dopo circa due ore dall’ultima incursione, 20 apparecchi del tipo dei precedenti apparvero nel cielo. Pochi pensavano che fossero questi diretti su Settimello, ma ad ogni modo la gente che era già tornata alle proprie case, si affrettò a correre nuovamente ai nei campi e al poggio, in molti casi insieme ai parenti, che dai paesi vicini erano accorsi a vedere qual sorte era toccata ai propri congiunti di Settimello. Gli apparecchi, dopo breve volteggiare e che agli abitanti sembrò lunghissimo, si gettarono in picchiata, mitragliando e sganciando le bombe nuovamente sul “Neto” (...).

Affida alla poesia l’immagine di quella devastazione la settimellese Franca Cioni107: Il mio pensiero fugge al passato e tutto giunge nitido ai miei occhi, rivedo sorgere accampamenti di soldati americani e, in lontananza, colpi di cannoni. I camion militari affondavano nel fango, profonde rotaie solcano i prati ormai ridotti in melma. Nel parco, da tempo, son rimarginate le ferite sotto la coltre dei verdi prati, e nei viali alberati si respira aria di serenità. E se tu porrai attenzione Sentirai fra il fruscio delle foglie mosse dal vento un dolce sibilar “qui regni pace”. 107  Cioni Franca, Le stagioni del ricordo, Firenze, Chegai ed., 2002, p. 69.

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pp. 116-117 Anonimo, Laghetto dell’airone. Fotografia, anni Sessanta. pp. 118-119 Anonimo, Laghetto maggiore con il ponticello che collegava la sua sponda con una delle isolette. Fotografia, anni Sessanta. pp. 120-121 Anonimo, prospetto frontale di villa Gamba in occasione del matrimonio di Agnese Cini. Fotografia, anni Sessanta.

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pp. 122-123 Frighi, prospetto frontale di villa Gamba vista dal Parco del Neto. Fotografia, 1963.

Negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, il parco del Neto riscoprì la prosperità e la cura di cui aveva goduto fino agli anni Trenta. A testimonianza di ciò vi sono le fotografie scattate negli anni Cinquanta e Sessanta custodite dagli eredi. Molte fotografie ritraggono la zona dei laghetti e come i proprietari vivevano questi spazi. Il laghetto maggiore aveva tre isolotti, due dei quali raggiungibili con ponticelli di legno, mentre il terzo con una barchetta a remi che era utilizzata anche per la pulizia delle acque. Un terzo ponticello permetteva di superare il canale che univa il laghetto maggiore a quello a forma d’airone. Le acque erano ricche di ninfee e gli arredi erano delle semplici panche di legno. Nel 1963 muoiono sia Carlo Gamba-Ghiselli (27 agosto) che sua sorella Elena Gamba-Ghiselli, rimasta vedova del marito Mario nel 1928. Il conte Carlo non si sposò mai, né ebbe figli, e così la villa, le fattorie ed il parco furono ereditate dai figli di Elena e Mario Cini: Giuseppe, Corrado e Ippolito. Giuseppe Cini (Settimello, 1897 – Filetto, 1965), dimorò nella villa Gamba di Filetto, in provincia di Ravenna, e si sposò con Maria Luisa Amerighi (Firenze, 1898 – Filetto, 1998). Corrado Cini (Arcole, 1899 – Solarolo, 1980) abitò la villa Geminiani-Gamba di Solarolo, in provincia di Ravenna, e si sposò con Sigrid Guillion Mangilli (?, 1900 – Venezia, 2001). Ippolito Cini (Firenze, 1906 – Settimello, 1956) abitò nella villa di Settimello fin dall’anno della sua nascita. Ebbe come moglie la svedese Gunvor Hellström (Svezia ?, 1909 – Settimello, 1976) dalla quale ebbe tre figlie: Cristina Cini (Rufina, 1932 – ) sposata Capua; Maria Teresa Cini (Rufina, 1934 – ) sposata Train; e Agnese Cini (Firenze, 1937 – ) sposata Tassinario.


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a. Anonimo, Sulla sponda del laghetto. Fotografia, primavera 1955. b. Anonimo, Sul ponticello che collegava la sponda del laghetto maggiore con una delle isolette. Fotografia, primavera 1955.

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Dal momento che il conte Ippolito Cini morì prematuramente di malaria in India108, all’età di cinquanta anni, villa Gamba venne abitata dalla moglie Gunvor e dalle tre figlie, che piano piano allentarono l’interesse verso il parco non riuscendo a gestirlo. A partire dagli anni Sessanta inizia il lento declino del parco come locus amoenus, a causa soprattutto dell’intensa urbanizzazione che interessò le zone limitrofe non vincolate. In questi anni la proprietà tentò di aprire il parco a nuovi scopi, inizialmente come sede estiva delle Colonie nella parte più meridionale109. Negli anni Settanta i terreni prospicienti non vincolati sono stati alienati e lottizzati; mentre il parco è affittato dalla proprietà al Club Equineto che lo usò come maneggio per i cavalli fino alla fine degli anni Ottanta110. È durante questi anni che si sono avute le principali manomissioni, operate sia dall’interno che dall‘esterno111. Furono abbattute parte delle essenze arboree, mentre altre furono indiscriminatamente sostituite. Si variarono i percorsi mentre se ne crearono di nuovi senza un criterio logico-conservativo, dettati della sola percorribilità e dalle necessità dei galoppatoi. I canali furono modificati ed allargati in funzione delle esigenze dal maneggio. Il parco era talmente trascurato che il paesaggista Ippolito Pizzetti, nel suo contributo per il recupero e restauro del Neto, lo descrive così: «il Neto, nella sua condizione attuale, lo vediamo nell’atto di trasformarsi in selva, come Dafne inseguita da Apollo»112. Le aggiunte legate all’uso come maneggio sono ancora visibili nell’area nord-orientale dove persi-

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108  Secondo Agnese Cini, figlia di Ippolito e di Gunvor ed attuale proprietaria di parte della villa. 109 Ibidem. 110 Lamberini, Calenzano e la Val di Marina..., vol. I: La lettura del territorio, p. 247. 111 Capaccioli, op. cit., “Relazione storica”, pp. 6-7. 112 Capaccioli, op. cit., “Relazione storica”, p. 7.


a. Frighi, Parco del Neto visto dai campi. Fotografia, 1963. b. Anonimo, Galoppatoio del maneggio Club Equineto nella parte nord-orientale del parco. Fotografia, 1975. c. Anonimo, Un cavallo del maneggio Club Equineto nella parte settentrionale del parco. Fotografia, 1973.

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stono un muro a retta divisorio costruito in pietra calcarea alberese, una vasca-lavatoio, un recinto rettangolare costituito da pali di cemento e di ferro ed un fosso di cemento a volumetria semicilindrica situato nel prato di fronte alla villa. Nei decenni, tutto attorno al parco sono sorti corpi di edilizia residenziale pubblica, edilizia privata, edilizia scolastica, attrezzature sportive, e nuove strade. Il risultato è che ora il parco è circondato completamente dalla città, e la sua quota di campagna risulta inferiore rispetto alle aree immediatamente adiacenti, creando sporadici problemi per il deflusso delle acque, caratteristica essenziale del sistema-parco113. Sul finire degli anni Ottanta il parco è acquistato dal Comune di Calenzano e si istituì un Consorzio tra i comuni di Calenzano e di Sesto Fiorentino che cominciò un lavoro di recupero per consentire l’apertura al pubblico114. Nel 1987 viene redatto un progetto di recupero e restauro del parco da parte dell’architetto Luciana Capaccioli che ha permesso di mettere in luce le impellenti necessità del luogo legate alla fruizione pubblica, che è possibile anche grazie al lavoro di guardiania svolto dall’Associazione Intercomunale degli Anziani115. Del progetto faceva parte anche la conversione della casa del giardiniere La Muffata in Museo del Lavoro Contadino (mai realizzato) che avrebbe dovuto ospitare gli attrezzi ed il materiale della civiltà contadina116. Nel 1990 la dottoressa Isabella Nati Poltri riceve l’incarico per uno studio di carattere ambientale che sviluppa i temi della gestione e fruizione del parco117. Da questi progetti sono emerse numerose necessità legate soprattutto alla conservazione

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113 Capaccioli, op. cit., “Relazione storica”, p. 7. 114  Martelli Silvia, Giardini e parchi di Calenzano, Firenze, Alinea Editrice, 2005, p. 22. 115  Ruchin, “Parco del Neto...”, p. 183. 116 Capaccioli, op. cit., “Relazione di progetto”, p. 3. 117  Nati Poltri Isabella, Relazione finale del periodo di studio sul Parco del Neto, Calenzano, non pubblicato, 1990.


della fragilità ambientale del parco, e così il programma ha previsto la chiusura al pubblico di alcune zone reputate troppo sensibili per essere visitabili. A partire dal 1996 il parco è oggetto ogni anno di un progetto di manutenzione che permette di verificare con continuità lo stato di fatto del luogo e le sue necessità allo scopo di determinare, nell’ambito dei princìpi del restauro conservativo, gli interventi da eseguire. Questi studi e questi interventi hanno permesso al parco del Neto di riconquistare lentamente la sua fisionomia ed il suo carattere unico118. Nel settembre 1998 il comune di Calenzano terminò i lavori per la realizzazione del marciapiede che corre interno al parco parallelamente a via Arrighetto da Settimello in prossimità di villa Fossi e villa Gamba, ove la strada a doppia percorrenza si restringe notevolmente (essa si presenta ancora con l’assetto del 1843). L’opera, costata 240 milioni di lire all’Amministrazione comunale, permise di collegare pedonalmente Settimello ed il comune di Sesto Fiorentino119. Il percorso pedonale si estende ancora oggi lungo l’estremità settentrionale del parco, devia attorno a La Muffata accostandola sui lati ovest e sud. Consentì inoltre di aprire due ingressi al parco, il primo a pochi metri dall’originario ingresso che immetteva nel viale dei tigli, ed il secondo in continuità con l’ingresso novecentesco che immetteva nel viale dei platani. L’insieme del percorso e degli ingressi sono delimitati da un recinto in ferro battuto che successivamente fu esteso a tutto il perimetro del parco.

118  Valdrè Giovanni (cur.), Parco del Neto: il giardino ritrovato, Consorzio per il Parco del Neto dei Comuni di Calenzano e Sesto Fiorentino, Firenze, 1990; Martelli, Giardini e parchi di Calenzano, p. 23. 119 Novello Claudio, Neto, l’opera sarà pronta a settembre..., 1998, rif. sitografia.

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2.2.10 | il Duemila A partire dal 2004 lo studio di progettazione paesaggistica Giardini Associati di Firenze ha compiuto ricerche per il restauro conservativo del parco nel tempo e la conseguente manutenzione delle componenti vegetali120. L’analisi dello stato di fatto è stata condotta nel 2012 dallo studio agronomico di progettazione del paesaggio Progettare In Verde per mezzo di rilievi strumentali georeferenziati e di schedature della stabilità degli alberi (V.T.A.) che hanno preso in oggetto tutte le specie arboree che superavano i dieci centimetri di diametro. Questo studio preliminare ha dato origine a due tipologie di Carte dello Stato di Fatto: la prima in cui ogni specie vegetale è corredata da codici letterali per consentire il riconoscimento della specie vegetale, e la seconda in cui ogni specie è corredata da un numero che indica il riferimento alla catalogazione. Le specie arboree rilevate sono state rappresentate in entrambe le carte in base alle tre classi di altezza (maggiore di 20 metri, compresa tra 15 e 20 metri, inferiore a 15 metri). Queste informazioni sono state inoltre utilizzate per costituire una database utilizzando il sistema GIS che ha permesso di creare un sistema di gestione del parco in modo informatizzato. Le targhette di identificazione, utilizzate per la schedatura degli alberi e posizionate sui tronchi, riportano un codice a barre che permette di snellire la gestione del verde121.

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120  Cfr. Martelli, Giardini e parchi di Calenzano; Martelli Silvia, “Relazioni tra progetto e manutenzione delle componenti vegetali in un giardino storico. Il parco del Neto a Calenzano (Firenze)”, Ri-Vista. Ricerche per la progettazione del paesaggio, 3, gennaio-giugno 2005, “Saggi”, pp. 38-47. 121  Comune di Calenzano, Progetto di restauro conservativo del parco del Neto a Calenzano - Firenze: metodologia di rilievo e di progetto, Calenzano, non pubblicato, 2012, p. 1


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in Google EarthPRo


2.2.11 | indice dei nomi Agresti, Marco, priore, 72, 73 Amerighi, Maria Luisa, 115 Baldelli-Boni, Girolama, 83 Bartolini, Lorenzo, 98, 99 Berenson, Bernard, 105 Bicchi, Maria Domenico, 79 Boissy, Hilaire Etienne Octave RonillĂŠ, 57, 85, 86, 87, 89, 97 Bonsi-Succhielli, Giovanni, priore, 65 Buffati, Bartolomeo, 67 Buffati, Michele, 67 Byron, Allegra, 93 Byron, George Gordon, 93, 94, 95, 97, 98, 99 Capaccioli, Luciana, architetto, 87, 109, 127 Ciapetti, Alessandro, 75, 78, 81 Ciapetti, Giuseppe, 75, 78, 81 Ciapetti, Luigi, 75, 79 Cini, Agnese, 115 Cini, Corrado, 108, 115 Cini, Cristina, 115 Cini, Giuseppe, 108, 115 Cini, Ippolito, 108, 115, 125 Cini, Maria Teresa, 115 Cini, Mario, 100, 103, 108, 115 Costa, Paolo, 90 Daddi, Giuseppe di Vincenzo, 79 Damiani Caselli, Eufrosina, 100, 105 De Nicola, Giacomo, 105 Gamba-Ghiselli, Carlo, 55, 100, 103, 103, 104, 105, 106, 107, 108, 111, 115, 164 Gamba-Ghiselli, Elena, 100, 103, 103, 115 Gamba-Ghiselli, Faustina, 90 Gamba-Ghiselli, Giulia, 90 Gamba-Ghiselli, Ippolito, 90, 91, 95, 98 Gamba-Ghiselli, Laura, 90 Gamba-Ghiselli, Olimpia, 90 Gamba-Ghiselli, Paolo (* 1744), 90 Gamba-Ghiselli, Paolo (* 1838), 98, 100, 103, 103, 108, 164 Gamba-Ghiselli, Pietro (* 1800), 90, 91, 93, 95 Gamba-Ghiselli, Pietro (* 1849), 90 Gamba-Ghiselli, Ruggero (* 1770), 90, 91 Gamba-Ghiselli, Ruggero (* 1843), 108 Gamba-Ghiselli, Teresa, 85, 89, 90, 92, 93, 94, 95, 96, 97, 99 Gamba-Ghiselli, Vittoria, 90 Gherardi-Uguccioni, famiglia, 81, 82 Gherardi-Uguccioni, Luisa, 83 Gherardi-Uguccioni, Tommaso, 53, 83

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Ginori, Leopoldo, 79 Giorgi, Domenico di Stefano, priore, 69 Giorgi, famiglia, 67, 74 Grinotti, architetto, 85, 87, 87, 89 Guiccioli, Alessandro, 85, 90, 93, 94, 95 Guillion Mangilli, Sigrid, 115 HellstrÜm, Gunvor, 115, 125 Horne, Herbert, 105 Macchirelli, Maria Amalia, 90 Mareti, Agostino, 65 Mareti, Andrea, 65 Mareti, Andrea d’Agostino, 65 Mareti, famiglia, 64, 65 Milani, Luigi Adriano, 53, 56, 58, 107 Minucci, Bartolomeo, 69, 72, 74, 75 Minucci, famiglia, 69, 74, 80 Minucci, Ferdinando, 74, 74 Morelli, famiglia, 67 Nati Poltri, Isabella, 127 Paoletti, Giuseppe Biagio di Domenico, 32, 79 Perelli, Tommaso, 73 Pieri, Silvio, 21, 67 Pio VII, Papa Chiaramonti, 95 Pupilli, Giovanni Maria, priore, 23, 24, 30, 68, 74, 75, 81, 113 Querci, famiglia, 67, 68, 69, 74, 75, 78 Querci, Gaetano, 69 Querci, Giuseppe, 68, 75 Querci, Lorenzo Maria, 69 Querci, Maria Lucrezia Maddalena, 69, 69, 74, 75 Querci, Stefano, 69, 75 Querini Benzone, Marina, 93 Rasponi delle Teste, Elena, 98 Repetti, Emanuele, 80 Ricci, Corrado, 105 Ridolfi, Enrico, 105 Ridolfi, Zanobi di Lorenzo, 67 Signorini, Paolo, 111 Torgioni Tozzetti, Giovanni, 72, 72 Torri, Luigi, 107 Tozzini, Vincenzo, 32, 73 Ubaldini, Bastiano di Giovanni, 65, 67 Zinanni, Placidia, 93 Zuccagni-Orlandini, Attilio, 73 153

In grassetto le immagini, in corsivo le citazioni.


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2.3 GLI AMBIENTI NATURALI Il parco del Neto è un parco romantico (detto all’inglese) costituito dall’accostamento e dall’avvicendamento di elementi naturali e artificiali quali laghetti, ruscelli, alberi secolari, pergole, sottopassaggi coperti da roseti, isolotti e cascatelle. Si fa esperienza degli elementi che popolano il parco solo percorrendolo al suo interno e questi si rivelano come una scoperta, come una visione. È un luogo in cui la natura non è mai incolta, anche quando assume il suo carattere più selvaggio; ed il visitatore può così godere del sole nei prati aperti, dell’ombra nelle zone a bosco, della frescura attorno ai laghetti, della tranquillità delle passeggiate lungo i viali. Germani reali, gallinelle d’acqua, oche, tartarughe d’acqua dolce, conigli, e numerose altre specie di terra, d’acqua e volatili, popolano e rallegrano questo piccolo polmone verde.

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p. pr. Viale dei tigli verso nord. Fotografia, aprile 2015.


2.3.1 | la zona sud ed il viale dei Platani122 La prima testimonianza grafica che annota l’esistenza del parco è del 1883 (vd. p. 84), ma in questa planimetria non appare l’ingresso a sud. Perciò si può supporre che gli unici accessi al parco fossero soltanto il sottopassaggio privato che collega il parco al giardino della villa e l’ingresso da via Arrighetto da Settimello. Da testimonianze orali si è appreso che, dove oggi si trova l’ingresso principale, esisteva un passaggio di servizio che portava alla campagna circostante. All’inizio degli anni Trenta, con i lavori di ammodernamento dell’attuale via Pratese, si innalzò il piano di campagna circostante, ed il parco perse la visuale verso la campagna123. A partire dagli anni Sessanta, il lento abbandono del parco compromette in parte anche la salute dei platani del viale d’ingresso. Alla fine degli anni Ottanta iniziò il recupero del parco. Fin dal 1998 viene redatto uno specifico progetto di restauro per il viale dei platani; resosi necessario per la presenza di piante morte e per le improvvise cadute di rami. Gli interventi hanno previsto il taglio degli esemplari giunti ormai a fine carriera e la potatura del secco di quelli in vita. Per reintegrare le piante abbattute fu scelta un’altra specie vegetale, la farnia, una quercia un tempo diffusa nella pianura che raggiunge a maturità grandi dimensioni. La scelta della farnia è dettata dal fatto che il platano risulta oggi facile bersaglio di gravi malattie e quindi sarebbe risultato rischioso mettere a dimora nuovi esemplari il cui futuro sviluppo sarebbe apparso incerto. In concomitanza dell’ingresso sono situati gli edifici in legno che accolgono la guardiania e i servizi igienici. Di fronte a questi, e ad ovest del viale dei platani si estende il prato grande.

122 Martelli, Giardini e parchi di Calenzano, pp. 27-30. 123 Capaccioli, op. cit., “Relazione storica”, pp. 5-6.

p. sg. Viale dei platani verso nord. Fotografia, novembre 2016. pp. 158-159 Prato grande e viale dei platani. Fotografia, aprile 2015.

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2.3.2 | la zona sud-ovest124 Nella planimetria del 1883 (vd. p. 84) la zona ad ovest del Neto non risulta ancora realizzata. Il terreno appare occupato esclusivamente da vigneti che si estendono da via Pratese fino a via Arrighetto da Settimello. Anche nella planimetria del 1904-1934 (vd. p. 101) questa zona non risulta destinata a parco. Non esistono pertanto documenti grafici che ci testimoniano il momento di realizzazione di questa parte del parco; tuttavia dalle testimonianze orali fornite dagli ultimi proprietari del luogo, è certo che agli inizi del XX secolo l’area risultava destinata a parco. Questa zona è caratterizzata da superfici a prato e canali che si dispiegano sotto le zone boschive. Il cosiddetto prato degli sportivi ha subìto negli anni Sessanta un grave abbandono; così negli anni Novanta l’obiettivo primario è stato quello del recupero del cotico erboso. Questa porzione del parco risulta arricchita dalla presenza del fosso dei ranocchi che disegna l’area separandola dal prato grande. Questo sistema di drenaggio, emissario del laghetto delle ninfee risulta fiancheggiato da un boschetto, prevalentemente di latifoglie, che fino agli anni Novanta risultava abbandonato e con abbondanza di specie arbustive infestanti. La canalizzazione, in seguito all’apertura al pubblico del parco è stata parzialmente delimitata da staccionate in legno di castagno e valicata da un ponticello. p. sg. Prato degli sportivi verso sud. Fotografia, marzo 2015.

124 Martelli, Giardini e parchi di Calenzano, pp. 31-34.

pp. 162-163 Prato degli sportivi verso nord e la zona dei laghetti. Fotografia, aprile 2015.

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2.3.3 | la zona dei laghetti125 A metà Ottocento questa zona del parco verosimilmente non esisteva ancora, o più probabilmente era stata realizzata solo in parte. Dall’analisi della planimetria del 1883 (vd. p. 84) si nota che quest’area rimane a cavallo tra la porzione di parco già esistente e la campagna ancora coltivata a vigneto. Anche nella planimetria del 1904-1934 (vd. p. 101) non è rappresentata quest’area del parco, ma conoscendo la storia del luogo si può ipotizzare che sia stata realizzata all’inizio del XX secolo dal Conte Paolo Gamba-Ghiselli dal momento che è nota la conduzione all’interno del parco di esperimenti di pescicoltura. Si deduce quindi che vennero realizzati degli specchi d’acqua idonei allo scopo: il laghetto delle ninfee e il laghetto dell’airone. Il figlio del conte Paolo, Carlo Gamba-Ghiselli, successivamente arricchì la zona di interventi di notevole interesse; come la messa a dimora, attorno ai due laghetti, dei cipressi calvi che nel tempo sono diventati il simbolo e l’attrazione del parco. I taxodium distichum non solo hanno attecchito perfettamente, ma hanno anche raggiunto dimensioni eccezionali – pur non facendo parte della flora italiana – e si rinnovano spontaneamente. In alcune fotografie degli anni Trenta è visibile il laghetto delle ninfee con la presenza sull’isola di una capanna rustica, oggi scomparsa. Con il passare degli anni questa parte del parco si è inselvatichita. Con gli interventi di manutenzione si è cercato di riportare questa zona, particolarmente fragile dal punto di vista storico ed ambientale, alla sua originale dignità. L’area fu chiusa al pubblico per evitare il calpestio ed il danneggiamento del particolare apparato radicale dei cipressi calvi (i pneumatofori che hanno la funzione di ossigenare le radici) e per rendere sicuro il rapporto con gli specchi d’acqua. 125 Martelli, Giardini e parchi di Calenzano, pp. 39-42.

p. sg. Laghetto dell’airone sulla sponda occidentale. Fotografia, marzo 2015. pp. 166-167 Laghetto delle ninfee sulla sponda sud. Fotografia, aprile 2015.

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2.3.4 | la zona nord ed il viale dei tigli126 Questa zona appare solo in parte rappresentata nella planimetria del 1883 (vd. p. 84), dato che il parco in questa data risulta di dimensioni più piccole rispetto all’attualità: l’ingresso – di cui non si sono conservate tracce – avveniva in concomitanza del tracciato che divide le vicine villa Gamba e villa Fossi, sull’attuale via Arrighetto da Settimello. Il limite nord del parco era rappresentato dall’attuale viale dei tigli, che probabilmente rappresentava all’epoca il viale principale di collegamento con la villa. Nella planimetria dei primi del Novecento (1904-1934, vd. p. 101) appare un nuovo ingresso al parco – tutt’oggi riconoscibile da un cancello tardo ottocentesco – in prossimità dell’edificio de La Muffata che si aggiunge a quello già esistente. Dopo gli anni dell’abbandono i lavori di manutenzione, iniziati negli anni Novanta, hanno riguardato il recupero dei manti erbosi del cosiddetto prato della contessa e la messa in sicurezza del viale dei tigli. Nella zona nord-orientale, limitrofa al cosiddetto prato delle mamme, sono ancora ben visibili le superfetazioni degli anni Settanta, quando il parco era destinato a maneggio: una vasca, un recinto costituito da pali di calcestruzzo armato o ferro, una seduta a “L” di laterizio e pietra che versano in uno stato di fatiscenza. Questi elementi fanno sgradevole mostra di sé, inghiottiti dalla natura e restituiti a noi come relitti di un gesto di sfida perduto. p. sg. Viale dei tigli verso sud-ovest. Fotografia, novembre 2016.

126 Martelli, Giardini e parchi di Calenzano, pp. 43-46.

pp. 170-171 Prato della contessa e sullo sfondo la facciata di villa Gamba. Fotografia, aprile 2015.

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2.3.5 | la zona est127 Questa zona del parco, di cui non è possibile individuare notizie di dettaglio, nelle cartografie storiche si presenta solo come una zona caratterizzata da alberature in continuità con la campagna coltivata a vigneto. Anche la planimetria del 1904-1934 (vd. p. 101) non ci fornisce informazioni specifiche. È però possibile notare un interessante toponimo collocato in questa zona, Fonte, che ci testimonia come da sempre il parco fosse ricco di acque che affioravano in superficie. Questa parte del parco risulta molto simile alla zona ovest, con un grande prato, detto prato delle feste, ed un canale detto fosso dei tritoni, che assieme al boschetto che lo circoscrive, costituisce una separazione con il viale dei platani ad ovest. Anche in questa zona la canalizzazione è stata delimitata da staccionate in legno di castagno e attraversata da due ponticelli a profilo arcuato.

127 Martelli, Giardini e parchi di Calenzano, pp. 35-38.

p. sg. Prato delle feste nella zona est. Fotografia, marzo 2015.

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2.3.6 | il sistema idraulico128 Le acque piovane che si infiltrano nel sottosuolo, sia all’interno del parco che sulla collina a nord, alimentano una falda freatica che scorre lentamente verso sud. Le acque, a causa della presenza di orizzonti impermeabili, data la componente argillosa del suolo, non riescono a scendere in profondità ed il livello della falda rimane sempre di poco inferiore a quello del terreno. Quando sul terreno sono presenti delle zone depresse, la falda affiora originando i laghetti. In seguito alle piogge, il livello dei laghi tende a salire, e le acque si riversano dal laghetto dell’airone verso il laghetto delle ninfee e da questo verso il fosso dei ranocchi e dei tritoni che convogliano l’acqua all’esterno del parco oltre via Pratese. In passato, l’uscita dell’acqua poteva essere impedita da una paratia e l’acqua veniva sollevata con una pompa per irrigare i giardini e gli orti della villa. Il fosso dei ranocchi, che corre lungo il bordo settentrionale ed occidentale, ha la funzione di “fosso di guardia”, con il compito di evitare l’ingresso, in una zona già umida, di acque provenienti dall’esterno del parco. Attualmente, dopo la realizzazione della fognatura sulla via Arrighetto da Settimello e con la sistemazione delle aree intorno alla scuola primaria, i fossi di guardia hanno perso gran parte della loro funzione e sono quasi sempre privi di acqua. Nella parte orientale del parco è presente il fosso dei tritoni, che raccoglie le acque di pioggia e di drenaggio della falda e le convoglia all’esterno.

128  Assessorato all’Ambiente del Comune di Calenzano (cur.), pp. 15-16.

p. sg. Fosso dei ranocchi verso nord. Fotografia, marzo 2015. pp. 176-177 Laghetto dell’airone sulla sponda occidentale. Fotografia, aprile 2015.

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2.4 LA FLORA

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p. pr. Esemplare di platano nel prato grande alto circa trenta metri. Fotografia, novembre 2015.

Specie arboree: • Acero campestre (Acer Campestre) • Ippocastano (Aesculus hyppocastanum) • Ailanto (Ailanthus altissima) • Ontano nero (Alnus glutinosa) • Gelso da carta (Brussonetia papiri fera) • Carpino (Carpinus sp.) • Cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica) • Cedro dell’Hymalaya (Cedrus deodora) • Cedro (Cedrus sp.) • Bagolaro (Celtis australis) • Albero di Giuda (Cercis siliquastrum) • Biancospino (Crataegus monogyna) • Cipresso (Cupressus sempervirens) • Fico (Ficus carica) • Orniello (Fraxinus ornus) • Spino di Giuda (Gleditsia triacanthos) • Alloro (Laurus nobilis) • Ligustro (Ligustrum sp.) • Olivo (Olea europaea) • Bambù (Phillostachys sp.) • Pino (Pinus sp.) • Pino calabro (Pinus brutia) • Pino domestico (Pinus pinea) • Ciliegio (Prunus avium) • Platano ibrido (Platanus x acerifolia) • Pioppo bianco (Populus alba) • Pioppo nero (Populus nigra) • Pioppo (Populus sp.) • Pioppo tremolo (Populus tremula) • Mirabolano (Prunus cerasifera) • Douglasia (Pseudo tsuga menziesii) • Pero (Pyrus communis) • Leccio (Quercus ilex) • Farnia (Quercus robur) • Quercia (Quercus sp.) • Alaterno (Rhamnus alaternus)


• • • • • •

Robinia (Robina pseudoacacia) Salice bianco (Salix alba ) Sambuco (Sambucus nigra) Cipresso calvo (Taxodium distichum) Tiglio (Tilia sp.) Olmo campestre (Ulmus minor)

L’elenco che precede accompagna il rilievo strumentala e si riferisce allo stato di fatto delle specie vegetali nel 2012. Una descrizione delle specie vegetali più diffuse nel parco all’inizio degli anni Sessanta è presente nel resoconto di Ferdinando Chiostri del 19631: Pinus lialepensis Mill - Un solo esemplare, di buona forma, che è radicato vicino al cancello di ingresso del parco. Pinus nigra Arnold - Ve ne sono diversi di non grandi dimensioni, ma di buona forma; i migliori misurano 72 e 50 cm di diametro con altezze di 30-35 m. Picea omorica Pane. - Un solo esemplare di 67 cm di diametro e 30 metri di altezza. E’ una bella pianta assai rigogliosa. Cedrus deodara Loud. - Ve ne sono molti esemplari; ma nessuno di eccezionali dimensioni. Spesso, in questo parco s’è avuta la morte rapidissima di piante di cedro senza una causa apparente rilevabile. Due fra i cedri esistenti misurano cm 71 e 73 di diametro, con altezza di circa 30 m. Cedrus atlantica Manetti - Un solo esemplare e di modeste dimensioni. Cupressus sempervirens L. - Nel parco vero e proprio sono pochi i cipressi mentre ve n’è una fila di bellissimi esemplari sul lato nord della strada provinciale che porta a 1  Chiostri, “I parchi del contado fiorentino. Parco del «Neto»...”, pp. 418-419.

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Calenzano. Sono quasi tutti della varietà horizontalis, assai vecchi e con tronchi di buona forma. Questa fila di piante è un esempio tipico di ciò che può rappresentare in un paesaggio la vegetazione. La loro scomparsa determinerebbe una profonda alterazione dell’aspetto dei luoghi circostanti. Cupressus sempervirens L. var. piramidalìs Segno a parte questo esemplare che vegeta isolato in mezzo ad un prato del parco perchè esso si fa immediatamente notare per i suoi numerosissimi rami ascendenti, il tronco costoluto e per il suo aspetto assai decorativo; misura 89 cm di diametro e 26 metri di altezza. Cupressus arizonica Greene - Un esemplare di buona forma del tronco ma di non grandi dimensioni: diametro 49 cm, altezza 28 m. Taxodium distichum Rich. - È, fra le resinose, la pianta più numerosamente rappresentata in questo parco e ne forma il principale ornamento per le variazioni di colore che la sua fronda ha durante il periodo vegetitivo. Gli esemplari sono radicati intorno al laghetto esistente ed hanno circa 50 anni di età; furono messi a dimora dall’attuale proprietario. Misure di due buoni esemplari : diametro cm 127 e 105, altezza fra i 28 e 26 mètri. I tronchi sono assai espansi alla base e molto costoluti, e i pneumatodi che fuoriescono dal terreno sono elemento di decoro dello specchio d’acqua in cui si riflettono queste magnifiche piante. Platanus sp. - Il platano, data la particolare natura del terreno di questo parco così ricco di umidità vegeta magnificamente, ma difficilmente si riesce a classificare le piante ad una delle varietà in quanto vi sono 181


tutti i tipi dati dall’ibridazione fra la specie orientale e occidentale. La maggior parte sembrano platanus acerifolia Wild; uno dei più belli misura 113 cm di diametro e 30 m di altezza. Fra i tanti ve ne sono anche alcuni che hanno nette le caratteristiche del platanus occidentalis L. Ulmus campestris L. - Nel parco del Neto vi sono maestosi esemplari di olmo, le misure del maggiore di essi sono: diametro 104 cm e 25 metri di altezza, un altro esemplare della medesima specie ha lo stesso diametro ma altezza inferiore. Aesculus hippocastanum L. - Queste piante hanno tutte circa 100 anni di età; il più bello misura 92 cm di diametro e 15 metri di altezza, mentre altri esemplari sono di più modeste proporzioni. Quercus pedimculata Ehrh - V’è una bella farnia nelle vicinanze del laghetto con 98 cm di altezza e 26 metri di diametro. Quercus pubescens Wild - Nessuno fra gli esemplari esistenti merita particolare menzione. Quercus ilex L. - Idem. Fagus silvatica L. var. purpurea - Due buoni soggetti. Tilia platyphyllos Scop. - Molti gli esemplari presenti, anche di notevoli dimensioni, il migliore ha 73 cm di diametro e 25 metri di altezza. Acer campestris L. - Un buon esemplare di questa pianta diffusissima, ma di cui raramente si trovano esemplari di dimensioni fuori del normale misura 40 cm di diametro e 12 m di altezza. Populus alba L. - Due soggetti molto belli, 182


uno misura 92 cm di diametro e 28 m di altezza. Alnus cordata L. Celtis australis L. Robinia pseudo acacia L.

Negli anni Novanta l’Assessorato all’Ambiente del Comune di Calenzano ha redatto una schedatura delle specie arboree più rappresentative del parco2: ippocastano, cedro, platano, leccio, alloro, olmo campestre, acero campestre, pino calabrese, bagolaro, sambuco, cipresso, robinia, tiglio, pioppo bianco, pino nero, lenticchia d’acqua, faggio, acero americano, farnia, cipresso calvo, ontano nero, orniello, pino domestico, rovere, pioppo nero, albero di Giuda.

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2  Assessorato all’Ambiente del Comune di Calenzano (cur.), op. cit., pp. 31-59.


capitolo 3

IL PARCO ROMANTICO


Ciò che in un paesaggio vien detto romantico è un tranquillo senso del sublime sotto forma di passato o, il che è lo stesso, di solitudine, assenza, distacco.

Goethe Johann Wolfgang, Massime e riflessioni, 1833 (postumo)


3.1 ROMANTICISMO Il Romanticismo è un complesso movimento filosofico, artistico e culturale che si diffuse in Europa a partire dalla fine del Settecento. Assunse caratteri molto differenti in relazione ai vari contesti nazionali in cui si sviluppò, e così i suoi orientamenti risultano disomogenei e difficili da inquadrare. In un’Europa dominata da una crescente crisi politica e sociale, protagonista del concitato periodo della Restaurazione, e vittima della crescente industrializzazione l’ideologia neoclassica lascia il passo a quella romantica. Gli ideali romantici si iniziarono a diffondere in Germania; dove fra il 1770 ed il 1780 circa si sviluppò il movimento letterario Sturm und Drang (letteralmente: «tempesta e impeto») che aprì la strada al Romanticismo europeo1. Il Romanticismo esalta l’idea di Nazione, intesa come insieme indissolubile di storia, lingua, religione, cultura e tradizioni; ed allo stesso modo elegge come soggetto principale ciascun uomo, che potendo vantare una storia personale unica essa diviene irripetibile e preziosa. L’attenzione si focalizza sulla sfera dei sentimenti, degli affetti e delle passioni che caratterizzano ciascun individuo. La personalità è vista dalla sensibilità romantica come un unicum con l’individualità resa unica da fattori ambientali e culturali che la hanno formata. Il presente dell’essere umano è profondamente intriso nel suo passato; un passato non remoto, astratto ed idolatrato come avveniva per la sensibilità neoclassica, bensì un passato prossimo, vicino, sentito e sofferto. Da ciò traspare tutta la sofferenza, il disorientamento, l’insoddisfazione e la frustrazione che gli

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1  Cricco Giorgio, Di Teodoro Francesco Paolo, Itinerario nell’arte, versione maior, vol. 3: Dall’Età dei Lumi ai giorni nostri, Bologna, Zanichelli, 2005, p. 1110.


intellettuali romantici manifestano. Questi temi – maturati soprattutto in ambiente tedesco – si diffusero rapidamente in Francia, Inghilterra ed Italia. In forte contrapposizione con il Neoclassicismo, caro al pensiero illuminista, il movimento romantico cerca le sue radici nel più vicino Medioevo, un epoca ricca di fermenti nazionalistici, basato sulla fede, sul sentimento e l’irrazionalità. Si arriva persino a considerare fondamentali quei temi che il «secolo dei Lumi» aveva pesantemente abrogato, come il sentimento religioso, accompagnato dai suoi connotati mistici, morali, intrisi di superstizione e persino di magia. L’ideologia romantica influenzò tutte le arti. L’opera di Beethoven è intrisa di passione ed evocazione delle sensazioni estreme; i paesaggi di Turner, Constable e Caspar David Friedrich indugiano sulla personificazione della natura, capace di suscitare panico e vertigine di fronte alla sua magnificenza; i soggetti di Goya sprigionano coinvolgimento emotivo ed inquietudine. La pittura è strettamente legata al concetto del sublime, un insieme di sensazioni che è possibile provare solo di fronte a certi grandiosi spettacoli naturali. Questi sono tradotti in opera dal genio, che con la sua sensibilità artistica romantica permette a tutti di accedere alla vertigine del sublime2. Dal punto di vista dell’architettura romantica non si assistette ad una vero e proprio stile nuovo ed indipendente, frutto di aspetti compositivi, funzionali e tecnici maturati nell’Europa fra XVIII e XIX secolo. Il repertorio neoclassico infatti cedette il passo allo Storicismo ed in seguito all’Eclettismo. Si riscoprirono gli stili costruttivi e gli aspetti formali che avevano caratterizzato altre epoche, storicamente lontane, e ad essi si fece riferimento per un nuovo modo di fare architettura. L’adesione a questi stili architettonici passati, portava con sé anche il concetto di adesione alla morale e al modo 2  Cricco & Di Teodoro, op. cit., pp. 1111-1112.

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di vivere del determinato periodo. L’architettura storicistica, però, si limita quasi sempre a coinvolgere la pelle degli edifici e non le loro strutture che, anzi, non di rado sono realizzate secondo le più moderne e razionali tecnologie costruttive. Quando il ricorso ad uno stile non era più sufficiente per soddisfare una committenza sempre più stravagante, gli architetti iniziarono ad attingere contemporaneamente anche a stili diversi, accostando fra loro un immenso repertorio di forme e stili del passato e scegliendo gli accostamenti più armoniosi e raffinati. Nasce allora l’Eclettismo3, in realtà un semplice atto formale, che non tiene conto del sottofondo storico e culturale di ciascuno stile; ma, al contrario, essi sono scelti e mescolati con intenti puramente decorativi e con fare profondamente antistoricistico. L’architettura viene così ridotta ad un fenomeno più scenografico che costruttivo.

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3  Dal greco antico eklèghein, ovvero «scegliere fra più oggetti».


Arte dei giaridni non altro significa, se non che l’arte di riunire ciocchè la natura ha di più vago, e di più interessante, impiegando la stessa sua maniera, e gli stessi suoi mezzi; di raccogliere in un dato sito la bellezza ch’ella sparge ne’ paesaggi; di produrre un insieme, a cui non manchi né unità, né armonia; di creare cambiando e disponendo i vari oggetti, senza però allontanarsi dalla Natura, e di rinforzare il carattere delle situazioni, e di moltiplicare gli effetti, formando de’ contrasti; finalmente di far spiccare le attrattive della Natura, accoppiandole convenientemente a quelle dell’arte.

Mabil Luigi, Teoria dell’arte dei giardini, Bassano, 1801, p. 41.


3.2 VIAGGIO NEL PITTORESCO Nel corso del XVIII secolo l’egemonia politica e culturale europea passa dalla Francia all’Inghilterra, che con la sua struttura del potere che vede affiancata la monarchia ed il Parlamento, può essere considerata la prima nazione moderna d’Europa. In questo contesto politico e sociale si manifesta il passaggio dallo stile barocco-rococò di matrice aristocratica a quello romantico di stampo borghese. Sebbene questi segnali di cambiamento abbiano iniziato a manifestarsi a partire dalla fine del Seicento, durante tutto l’arco del XVIII secolo l’arte e la cultura europee continuavano ad essere molto legate ai fattori ideologici di matrice razionalistica, con riferimenti a modelli classici tipici del «secolo dei Lumi». Si assiste quindi ad un secolo caratterizzato da una doppia anima: da una parte i valori del rigore geometrico e la trasposizione dell’Ordine Universale tipici dell’Illuminismo; dall’altra il sentimento ed il pittoresco del Romanticismo. Entrambe le tendenze appaiono ancora sofisticate ed elitarie, così come le esperienze ed i viaggi del grand tour in Italia. Il mutamento del gusto verso la corrente romantica si manifesta dapprima nel mondo letterario, ma successivamente la condanna dell’«artificio» neoclassico si fece strada fra i movimenti d’opinione mossi da ragioni sociali, culturali e soprattutto economiche. In Inghilterra, già nella prima decade del XVIII secolo vennero messe in pratica alcune applicazioni del nuovo modo di fare giardino: alla villa rurale venne annesso un parco progettato come una campagna ondulata, disseminata di obelischi, statue, tempietti e piccole costruzioni con funzione scenica ed utilitaria. Si iniziò a concepire il parco romantico che trasformava i paesaggi della pittura in schemi tridi191


mensionali, godibili da più punti di vista predefiniti. Non esiste più il concetto di fuoco prospettico caro al giardino all’italiana, ed al suo posto compaiono boschetti incolti, concavi avvallamenti, zone d’ombra e prati inondati di luce. I cambiamenti scenici erano gestiti da percorsi, ondulati in piano ed in quota, che costituivano una sequenza temporale, una passeggiata solitaria di meditazione avvolta nel silenzio, per ascoltare il messaggio della natura e per mettersi empaticamente a contatto con essa4. Gli «ingredienti» del parco sono tutti naturali: la terra, gli alberi, l’acqua, la topografia del terreno sono messe in relazione fra loro, ed assieme vanno a riscoprire il genius loci, le qualità intrinseche di ogni luogo. L’acqua compare in forma di ruscelli, stagni o laghi adagiati in morbide conche erbose popolate di boschetti. Questi si diradano per accogliere le forme delle piccole architetture che si riflettono nell’acqua creando suggestioni romantiche di sapore classico ed arcadico. Per questi effetti illusionistici aveva una funzione predominante il ponte, meticolosamente progettato in funzione della sua riflessione. La forma dei laghetti creati nei giardini pittoreschi erano in gran parte dettati dalla posizione e dagli avvallamenti del terreno, ma non di rado questi venivano modificati in alcune sue parti per creare forme meno regolari o per inserire isolette e promontori artificiali5. Per l’apparato vegetale le piante più utilizzate sono quelle autoctone, in special modo le querce, i pioppi, gli olmi, i tigli e gli alberi da frutto. A questi si affiancano le conifere, come i pini, gli abeti, i cedri ed i cipressi; e solo raramente, per ottenere effetti ornamentali particolari, si usano specie eso4  Bentivoglio Enzo, Fontana Vincenzo (cur.), Giardino romantico in Italia tra ‘700 e ‘800 negli scritti di Marulli, Pindemonte, Cesarotti, Mabil e nel Recueil de dessins di J. G. Grohmann, Roma, Gangemi Editore, 2001, p. 8. 5  Jackson-Stops Gervase, L’arte del giardino inglese, 2. ed., Torino, Umberto Allemandi & C, 1989, p. 145.

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a. Constable John, The White Horse, 1819. Olio su tela, 127 x 183 cm. The Frick Collection, New York City, Stati Uniti d’America. b. Turner Joseph Mallord William, Rise of the River Stour at Stourhead (anche noto come The Swan’s Nest), c1825. Dipinto ad aquarelli, 67,3 x 102,2 cm. Sudeley Castle, Gloucestershire, Regno Unito. c. Constable John, The Glebe Farm, c1830. Olio su tela, 64,8 x 95,6 cm. Tate, Londra, Regno Unito. 193


tiche, già allora facilmente reperibili nei vivai. Le piante esotiche, infatti, acquistarono nel corso del XIX secolo una presenza sempre più corposa nella progettazione del giardino e l’interesse scientifico e commerciale crebbe di conseguenza. Il bosco, a seconda delle essenze e della loro disposizione, destava sentimenti diversi: quello più rado era un luogo di pace, di riposo solitario; quello fitto ed oscuro era invece un luogo di tristezza e di paura. Nella seconda metà del Settecento il giardino paesaggistico è ormai l’unico giardino praticato in Inghilterra, e molti sono i giardinieri, gli architetti ed i letterati che vi si dedicano. Il modello inglese venne presto esportato, prima negli Stati Uniti, a New York, e in Francia, a Parigi, e poi in tutta Europa, dove ormai lo stile del giardino inglese è dominante, anche grazie alla sua diffusione operata dai testi di progettazione che vengono pubblicati con sempre maggior frequenza. Uno dei primi giardini all’inglese di Francia fu costruito proprio a Versailles, nel santuario di Le Notre6. Il clima intellettuale francese era permeato dalla cultura borghese, dalle idee di Rousseau e dalla filosofia illuminista che ben si rapporta al tema della semplicità delle forme e del rispetto della natura. In Germania si operarono alcune grandi trasformazioni su giardini classici, come il Schwetzingen in Baden-Württemberg e il Nymphenburg a Monaco di Baviera. Anche in Italia, come in Francia, lo stile inglese approda all’interno di un giardino grandioso: la Reggia di Caserta, dove la regina Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta, si fa costruire un parco a somiglianza del Petit Trianon francese7. L’idea è quella di realizzare al tempo stesso un giardino di 6  Zoppi Mariella, Storia del giardino europeo, Roma-Bari, Laterza, 1995, p. 134. 7  Zoppi Mariella, op. cit., p. 135.

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piacere ed una fattoria di sperimentazione zoologica e botanica. La popolarità di questo stile di giardino in Italia sarà massima nel XIX secolo, anche in conseguenza alla pubblicazione nel 1801 del libro di Ercole Silva (Milano, 1756 – Cinisello, 1840) Dell’arte de’ giardini inglesi, un vero e proprio compendio sul giardino inglese. Oltre alla storia, Silva affronta anche i temi compositivi e filosofici cari a questo stile: la grandezza, la varietà, la bellezza, la novità, l‘ammirazione, i diversi paesaggi che lo connotano e la ricchezza botanica. L’uomo è adunque in una relazione talmente intima colla natura, che non può negare l’azione continua di questa sopra la sua macchina. Vi sono dei siti, che c’invitano ad una viva gioja, altri ad un piacer più tranquillo: in questo luogo si prova una dolce melanconia, e in quell’altro l’ammirazione, e la venerazione s’impadroniscono di noi. Ve n’hanno persino di quelli, che c’ispirano un sentimento importuno della nostra fragilità e de’ nostri bisogni, e ci riempiono di tristezza, di timore e di spavento8.

Con il paesaggismo inglese si compie l’ultima grande rivoluzione stilistica dell’arte dei giardini, per dar vita ad un’oscillazione del gusto fra neoclassico, pittoricismo ed esotismo. A partire dalla seconda metà del XIX secolo il giardino privato inizia a perdere il suo carattere di eccezionalità e, anche se conserva la sua accezione legata allo status sociale del mittente, non da più mostra di se come qualcosa di eclatante ed unico, ma viene considerato un prolungamento della villa, un completamento indispensabile alla dignità ed al decoro della residenza borghese. I giardini acquistano così un sapore gradevole ed intimo,

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8  Silva Ercole, Dell’arte de’ giardini inglesi, Venturi Gianni (cur.), Milano, Longanesi & C, 1976, p. 78


dove si fa giardinaggio, si coltivano specie esotiche e rare, si legge, si dipinge e si intrattiene gli ospiti. Questo mutamento di concezione e di scala si diffonde in tutta l’Europa e si ripercuote in una massiccia trasformazione dei giardini preesistenti, sia in campagna che in città. Lo stile e l’ispirazione resta inglese, ma il paesaggismo si sta trasformando dando sempre maggior voce alla matrice storicista ed eclettica, in cui all’impianto informale del giardino si aggiungono stanze all’aperto di gusto classico, gotico o esotico. La convivenza di più ambientazioni nello stesso giardino sancisce la fine del concetto di unitarietà dello stile e segna il principio della progettazione eclettica, in cui le parti del giardino tendono a frantumarsi in una serie di elementi, alcuni di derivazione nostrana come le terrazze, i vasi di fiori e l’uso di serre; altri di gusto esotico che vanno dalle pagode cinesi agli châlet svizzeri; mentre altri ancora sono legati ad un revival storico come tombe gotiche, colonne spezzate, grandi vasi e templi. In questa ricerca di ambienti diversi tornano i ricordi del passato, degli stili dei secoli precedenti, incrementati dalla moda del «restauro stilistico» di quel periodo. Alla fine dell’Ottocento inizia una sorta di «colonizzazione» delle coste mediterranee, che ha nella Riviera ligure, nella Costa Azzurra e nella Costa Brava in Spagna, le aree più ricercate dai molti inglesi che sono alla ricerca di climi più favorevoli di quello britannico. Le ville di inglesi e francesi in Italia sono costruite negli stili più disparati ed i giardini sono generalmente impostati sul modello delle «stanze all’aperto», ossia una successione di ambienti molto diversi fra loro e popolati da specie vegetali esotiche. Il collezionismo botanico privato raggiunge in questo periodo le sue massime espressioni in quanto ben si adatta allo stile eclettico ormai in voga. 196


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Rombauer János, English Garden in the Csáky Castle at Hotkóc, 1803. Olio su tela, 54 x 81,5 cm. Magyar Nemzeti Múzeum, Budapest, Ungheria.


3.3 ARCHITETTURE MINIME

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p. pr. Marc-Antoine Laugier, Antiporta dell’Essai sur l’Architecture, 1753. Dall’imitazione di questo modello, in cui natura e artificio si equilibrano, l’abate Laugier fa nascere l’Architettura, le sue forme e le sue regole: «La piccola capanna rustica che così ho descritto è il modello in base al quale sono state immaginate tutte le magnifenze dell’Architettura». Da Laugier M. A., Essai sur l’architecture, Parigi, 1753.

Nel parco romantico pittoresco, oltre agli elementi naturali, al verde cupo e profondo e alla presenza di acqua, erano presenti anche edifici dalle fattezze talvolta eclettiche, talvolta frutto del revival storico, e talvolta pittoreschi. Il paesaggismo inglese, infatti, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, iniziò ad assumere forme svariate ed ambientazioni differenti: templi classici e rovine neogotiche, pagode cinesi e ripari in stile moresco, romitaggi e latterie, obelischi e archi, hanno tutti in comune soltanto l’idea di «Natura migliorata dall’Arte»9. Il desiderio di introdurre misure umane nel paesaggio informe della natura primitiva risale all’originario timore dell’ignoto, ancora molto vivo nel mondo classico, dove nei luoghi isolati e remoti venivano costruiti templi per placare gli dei. Infatti poche di queste costruzioni del giardino romantico avevano una funzione prettamente utilitaristica, bensì fungevano soprattutto da ornamento del paesaggio. Alla base della concezione del padiglione vi è l’archetipo della capanna, immagine dell’abitazione primordiale, rappresenta l’ambiguo momento di passaggio dalla natura all’architettura. Le capanne nel giardino romantico erano realizzate con l’impiego di una vegetazione deformata, con tronchi d’albero dalle conformazioni tormentate, che rappresentavano le colonne, e con rami che si intrecciavano creando archi naturali e coperture. Queste apparivano all’improvviso al fruitore del parco ed erano collocate in posizioni isolate, inserite nelle logiche compositive dei boschetti. I padiglioni svolgevano principalmente le funzioni di romitaggi o di luoghi di riposo. Il romitag9  Jackson-Stops Gervase, L’arte del giardino inglese, 2. ed., Torino, Umberto Allemandi & C, 1989, p. 186.


gio, o eremo, era «una capanna, una semplice casuccia fabbricata per man dell’uomo»10 collocata in una situazione appartata nel verde. Tutto attorno all’eremo vigeva un’atmosfera «priva di fasto, d’attrattive e d’ornati; ma presentare un’aria d’abbandono, di modestia, di pacifica semplicità, senza brio e senza vane bellezze»11 I padiglioni come siti di riposo svolgevano la funzione di accoglienza «per rifarsi della fatica del passeggio»12. Presenti in numero proporzionale alla grandezza del parco, questi rifugi erano luoghi di comodità, collocati in anfratti freschi ed ombrosi, sotto il fogliame. Il rapporto fra architettura e natura, fra uomo e «sublime» è continuamente ricercato; anzi si lascia che la natura rientri in possesso dei siti che le furono strappati dall’architettura, alimentando l’amenità, la solitudine, la dolce malinconia, la gravità e la solennità dei luoghi.

10  Silva Ercole, op. cit., pp. 192-193. 11 Ibidem. 12  Silva Ercole, op. cit., p. 199.

p. sg. Jacques Rigaud, View of the Queen’s Theatre from the Rotunda, Stowe, Buckinghamshire, (part.), c1739. Pittura a inchiostro e acqua, 29,5 x 49,5 cm. The Metropolitan Museum of Art, New York City, Stati Uniti d’America.

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3.4 IL PITTORESCO A FIRENZE Molti dei monti e delle colline più note del contado fiorentino sono popolate da boschi di cipressi. Si tratta di piantagioni che non hanno origine prima della metà del XIX secolo e che denunciano una ricerca del pittoresco e dello stile toscano che si può individuare come un’eredità della visione romantica del giardino come luogo di evasione dalla realtà quotidiana, verso l’evocazione del passato e verso la Natura13. Firenze fu proprio uno dei casi di trasformazione stilistica generalizzata dei giardini; e tale nuova concezione artistica si inserì nell’ambiente fiorentino e toscano in concomitanza all’introduzione delle piante esotiche, che permisero di concepire un nuovo modo di progettare e realizzare giardini. Più in generale è la fusione delle tecniche agrarie, delle conoscenze forestali, botaniche, artistiche, avvenute nel segno della varietà, a garantire il notevole sviluppo del parco ottocentesco a Firenze ed in Toscana. Per tutto l’Ottocento in città era forte la presenza di una colonia anglosassone residente che indubbiamente influenzò il gusto e le abitudini della città14. Gli inglesi, che avevano preso dimora sulle colline fiorentine, avevano visto in Firenze l’ameno paradiso dove storia, arte, clima e paesaggio erano fusi in una soave armonia. Firenze simboleggiava la vita e la passione qui incorniciate in scenari medievali e rinascimentali autentici, di cui ancora si respirava la storia e la bellezza15. Molti giardini antichi cambiarono volto, come

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p. pr. Panorama del Castello di Vincigliata dal lato sud-est. Fotografia, 1897, Alinari 3318. Fratelli Alinari, Firenze.

13  Conti Alessandro, “Vincigliata un paesaggio «toscano»”, Vezzosi Alessandro (cur.), Il giardino romantico, Firenze, Alinea Editrice, 1986, p. 17. 14 Zoppi, op. cit., p. 137. 15  Baldry Francesca, John Temple Leader e il castello di Vincigliata: un episodio di restauro e di collezionismo nella Firenze dell’ Ottocento, Firenze, L.S. Olschki, 1997, p. 21.


accade per quello di Palazzo Ricasoli Salviati, di Palazzo Pandolfini ed il giardino Corsi Annalena. Altri vennero ampliati, come il giardino Corsini al Prato, o furono oggetto di una totale riprogettazione come si manifestò per gli Orti Oricellari, il giardino della villa medicea di Poggio Imperiale, il giardino Torrigiani e quello Della Gherardesca. La ricerca di un clima romantico era ormai dominante. Nell’ambito dei piccoli interventi, manifesti ad esempio nel giardino di Palazzo Ricasoli Salviati o di Palazzo Pandolfini, si assiste all’adozione di elementi quali i vialetti sinuosi, le piccole colline e le sistemazioni a fiori. Nel giardino Corsi si assiste invece ad un vero e proprio capolavoro della dilatazione dello spazio, dove l’architetto Giuseppe Manetti (Firenze, 1761 – Firenze, 1810) crea dislivelli, colline, belvederi, angoli per la conversazione e vasche, e dispone statue, inscrizioni e vasi. Nei giardini fiorentini infatti non era raro incontrare numerose statue rappresentanti divinità della mitologia classica, collocate liberamente nel verde o in edifici costruiti per contenerle. Il parco Torrigiani e gli Orti Oricellai sono frutto del disegno dell’architetto Luigi Cambrai-Digny (Firenze, 1820 – San Piero a Sieve, 1900), che inserisce un elemento caro alla progettazione del giardino della Toscana della prima metà dell’Ottocento: il percorso iniziatico-massonico, segreto, sotterraneo che si sviluppava fra gli elementi significativi del parco. Nel giardino Torrigiani, all’interno del recinto delle antiche mura cittadine, dipinte «a bosco, acquedotti e ruine», si trova un Eden in miniatura con una torre in stile gotico che ospita una specola, una chiesa gotica in rovina, una grotta con giochi d’acqua, un ponte, un piccolo anfiteatro, un gymnasium, statue, erme in stile egizio e molti altri elementi decorativi. Ai giardini cittadini entro le mura di Firenze, di dimensioni forzosamente ridotte, si aggiungono quelli situati nelle colline e nella campagna circo-

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stante, come quelli delle ville Stibbert, Fabbricotti e Palmieri. Uno dei migliori esempi del sogno romantico che la colonia anglosassone fiorentina nutriva è il castello di Vincigliata a Maiano. Incaricato dal nobile inglese John Temple Leader, l’architetto Giuseppe Fancelli ristrutturò le rovine di questo castello medievale fra il 1855 e il 1865. Il gentiluomo ricreò attorno a sé il fascino anacronistico del feudatario medievale e del colto mecenate rinascimentale. L’operazione venne compiuta adottando il gusto del gothic revival, con uno stile trecentesco dall’immediato rimando al feudalesimo medievale. Storicamente con Vincigliata siamo lontani dal Romanticismo europeo e dai primi manifesti italiani; eppure la sua ricostruzione neomedievale e neorinascimentale risente delle istanze letterarie e figurative della prima metà del XIX secolo16. L’intervento non si limitò al solo restauro dell’edificio, ma riguardò anche i terreni circostanti, che per volere del committente furono rimboschiti perseguendo un ideale di natura gotico e romanzesco che facesse da cornice ai suoi sogni feudali. Le pendici della collina furono rimboschite con un ricco sottobosco e con piante che si potessero adattare al terreno roccioso: cipressi, pini e lecci. La costruzione del paesaggio è eseguita secondo i canoni di una ricerca di ambientazione naturale che trova le proprie radici nel mondo anglosassone e nordico. La strada che porta alla tenuta attraversa un boschetto, una foresta da fiaba, che si intreccia, in maniera assai studiata, con il terreno coltivato limitrofo17. Nella seconda metà dell’Ottocento Temple Leader acquistò la storica Cava delle Colonne (così chiamata perché le sue pietre erano servite alla costruzione delle colonne della Cappella dei Principi in San Lorenzo) e le annetté al parco del quale co-

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16 Baldry, op. cit., p. 10. 17 Baldry, op. cit., pp. 97-100.


stituisce l’emergenza più significativa. Le sponde del lago sono delimitate da rocce di macigno che sporgono formando suggestive grotte e da argini in muratura. Tutto intorno la vegetazione si sporge verso la superficie del laghetto arricchito da piante acquatiche18. Del parco facevano parte anche una torre merlata, una «stanza da bagno» dove lo spogliatoio delle signore era realizzato in legno in stile châlet svizzero. Vi era poi un ponte, un ninfeo ed un kaffeehaus con loggiato neocinquecentesco, raggiungibili tramite sentieri tortuosi che attraversano il fitto bosco disseminato di ponticelli, muretti e statue di mostri mitologici19.

18 Baldry, op. cit., pp. 100-101. 19 Baldry, op. cit., pp. 102-103.

p. sg. La Regina Vittoria mentre fa uno schizzo de Laghetto delle Colonne a Maiano il 12 aprile 1893. Disegno su carta di A. Forestier pubblicato nel The Illustrated London News, 6 maggio 1893. Centro Romantico del Gabinetto G. P. Vieusseux, Firenze.

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capitolo 4

LA PARTE E IL TUTTO


L’analogia fra forme naturali e architettoniche ci coglie a volte di sorpresa, e lascia in noi una impressione profonda, ancorché fuggevole: ci sembra allora riemergere dalla memoria, come un fatto ancestrale, una coincidenza o almeno una traccia di continuità tra l’opera dell’uomo e la creazione, quasi che nell’analogia fosse imprigionato un frammento del paradiso perduto.

Paolo Portoghesi, Natura e architettura, Milano, Skira, 1999, p. 9.


4.1 NATURA E ARCHITETTURA Natura e architettura. Apparentemente due termini in contrapposizione: costruire presuppone una perdita della naturalità; viceversa l’azione di inselvatichimento con cui la natura tende a riprendersi lo spazio tolto manifesta un conflitto perduto. In questo capitolo, tuttavia, non sarà descritto il rapporto dicotomico fra natura e architettura, bensì i loro ruoli: la parte (l’architettura) e il tutto (la natura). Per esprimersi con le parole di Paolo Portoghesi: «Come potrebbe questa alleanza, che vorremmo oggi costruire sulla base delle catastrofiche esperienze vissute e delle conoscenze conquistate, non essere la più alta e la più vera, edificata sulle delusioni e i rimorsi, ma intessuta di rispetto e di amore verso qualcosa a cui noi stessi apparteniamo?»1. Immergersi nell’ascolto della natura e nella sua declinazione in certe architetture “naturalistiche” è l’intento di questa ricerca. Dopotutto, le creazioni umane – fra cui gli archetipi architettonici – non sono altro che il frutto della lettura strutturale e formale della natura, al fine di estrarne metodi, leggi e princìpi compositivi. Il meccanismo dell’imitazione in architettura si rivolge agli aspetti naturali cogliendone gli aspetti trascendentali e simbolici2. Si tratta perciò di un’«imitazione simbolica», nell’accezione greca del termine symballein, “mettere insieme”. Se pittura e scultura si diffusero mirando a replicare e descrivere le forme naturali; l’architettura si definì come la ricerca dell’inconscio, generando archetipi che traducono l’esperienza naturale in modo ambiguo, riproducendo le strutture profonde, in modo che l’oggetto costruito appaia allo stesso tempo vicino

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1  Portoghesi Paolo, Natura e architettura, Milano, Skira, 1999, p. 9. 2 Portoghesi, op. cit., p. 11.


e distante, rintracciabile e perduto. Nelle Sette lampade dell’Architettura John Ruskin dà inizio al capitolo La lampada della bellezza asserendo che «il valore dell’architettura dipende da due caratteri distinti: l’uno è l’impronta che essa riceve dalla potenza creativa dell’uomo; l’altro, l’immagine che essa produce dalla creazione naturale. (...) la sua perfezione, che consiste in una nobile rappresentazione d’immagini di Bellezza, derivate principalmente dalle apparenze esterne della natura organica»3. L’esempio più lampante è la presa di coscienza da parte di tutte le civiltà architettoniche di tutti i tempi del corpo umano, della sua configurazione, del suo essere unico dotato di identità: l’uomo imparò prima di tutto da sé stesso le regole del comporre e l’unità della molteplicità. L’ispirazione allo scheletro, considerato come struttura portante del corpo, è rintracciabile già nelle capanne primitive costruite di rami e rivestite di pelli o di arbusti. I corpi degli animali, carichi del loro significato simbolico attribuitogli dalle diverse civiltà, sono elementi imitati simbolicamente per comunicare idee e confermare valori della collettività. Dal culto delle montagne e del loro svettare nasce il desiderio di erigere “montagne artificiali”, dagli ziggurat, alle piramidi, fino alle grandi cupole e ai moderni grattacieli. Dalla roccia l’uomo primitivo ricavò i suoi utensili; imparò come tagliarla, come modellarla e a capire le sue caratteristiche: i punti di massima resistenza e quelli di sfaldamento. L’alleanza fra l’uomo e la pietra segnarono così un momento decisivo nella storia dell’uomo come autore delle trasformazioni della crosta terrestre. Nella roccia è custodito anche il cristallo, che ha insegnato all’uomo l’ordine e 3  Ruskin John, Le sette lampade dell’Architettura, 1849, Milano, Jaca Book, Saggi di Architettura, 1982, trad. Pivetti R. M., 6. ed., 2007, p. 137.

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la limpidezza formale. Nel mondo vegetale lo stelo suggerì il principio della tessitura, basato sulla flessibilità e sull’intreccio: una morfologia flessibile e curvilinea che nella sua conversione lapidea sembra evocare lo stimolo di un superamento dei vincoli materici. L’albero, invece, ha insegnato all’uomo il principio della crescita e della moltiplicazione; e attraverso la sua metamorfosi – per cui ad un certo punto della sua estensione il ramo si sdoppia – l’uomo apprese la forza della ripartizione. Il modello del fiore ha suggerito agli architetti – oltre alle forme decorative – i princìpi distributivi e gli organismi architettonici basati su un asse principale e sull’irradiazione gerarchizzata. L’uomo ha sempre levato gli occhi al cielo mosso da un’insaziabile curiosità. Ed è proprio la sua luce diurna e il suo mistero notturno ad aver insegnato ad osservare all’architetto gli effetti prodotti dalla luce sui corpi, le nozioni di chiaroscuro, di trasparenza, di contrasto luminoso e di profondità. Per chiudere – come si è iniziato – con le parole di Portoghesi: «il “reincantamento” della natura proviene dalla consapevolezza che della natura l’uomo è parte integrante, anzi proprio il fatto che noi la interroghiamo è parte della intrinseca attività della natura»4. Dopo tutto, la “bellezza”, secondo Leon Battista Alberti5 è anche bontà, correttezza, necessità etica ed estetica; ovvero la concinnitas: il raggiungimento di un equilibrio cosmico dell’opera umana.

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4 Portoghesi, op. cit., p. 23. 5  Cfr. Alberti Leon Battista, De re aedificatoria, Portoghesi Paolo (cur.), Milano, Il Polifilo, 1967.


Francesco di Giorgio Martini, Trattato di architettura civile e militare, studio delle proporzioni umane, 1478-1481.

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Francesco di Giorgio Martini, Trattato di architettura civile e militare, disegni di macchine e fortificazioni, 1478-1481.


Apparato scheletrico di un serpente.

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Aldo Rossi, Disegno per il Cimitero di Modena. Riferimento simbolico alla ÂŤstruttura osteologicaÂť, 1982.


Nido in costruzione di un uccello tessitore kenyano: un anello intessuto con rametti - che ne costituiscono la struttura resistente - ed erba che funge da tamponamento. L’”edificio” non viene usato solo come nido, ma anche come luogo per l’accoppiamento. Foto (part.): Lorenzo Marchetti.

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Capanne di un villaggio a Dinder (Sudan).


K2 (8611 m s.l.m.) visto dal ghiacciaio Godwin Austen. Foto: Simon Worrall, National Geographic.

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Guparam del tempio Virupaksha a Hampi, Karnataka, India del sud. VII sec. d.C. Foto (part.): Jean -Pierre DalbĂŠra.


Torri nel Canyon del Chelly National Monument in Arizona (USA), 1873. Foto (part.): Timothy O’Sullivan.

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Twin Towers del World Trade Center, New York City, giugno 2001. Foto (part.): Roberto Rota.


Pannocchia di mais coltivato nella Valle sacra degli Incas, la valle del fiume Urubamba, fra la capitale Cuzco e Machu Picchu, PerĂš.

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Muro difensivo della cittĂ inca di Machu Picchu, PerĂš.


Boschetto di bambĂš.

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Gran Mezquita de Córdoba, interno con la sua “selva” di colonne, maggio 2015. Foto (part.): Marco Nucifora.


Val d’Orcia, Strada dei cipressi di Poggio Covili a Castiglione d’Orcia, Siena, agosto 2009. Foto (part.): Renato Pantini.

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Tempio di Eracle, Agrigento dell’antica città di Akragas nella Valle dei Templi, Agrigento. Foto (part.): Francesco G.


Albero di leccio visto dal basso.

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Temple Expiatori de la Sagrada FamĂ­lia; incrocio fra la navata centrale e il transetto; progetto di Antoni GaudĂ­, 1883-1926; aprile 2015. Foto (part.): Marco Nucifora


Echinocactus grusonii, volgarmente noto come “cuscino della suocera�.

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Cupola a costoloni della moschea Bibi-Khanym a Samarcanda (Uzbekistan), completata nel 1404; maggio 2012. Foto (part.): Shakti


Broccolo romanesco, un esempio di geometria frattale nella natura, basata sulla ripetizione e l’autosomiglianza.

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Dettaglio della sikkara nel villaggio sacro di Palitana (Gujarat, India), un gruppo di ottocentosessantatre templi jainisti risalenti in gran parte all’XI secolo.


Fiori della Zantedeschia aethiopica, note come calle o gigli del Nilo. Foto: Don McCullough.

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Grouped Umbrellas, modello di Frei e Igrid Otto. Struttura floreale in teli di plastica che consente la captazione dell’energia solare esposta nel Padiglione tedesco alla Biennale di Architettura di Venezia del 1996.


Tela di una colonia di ragno moneta.

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Struttura sperimentale progettata da Frei Otto.


Hymenochaetaceae, detti comunemente “funghi a mensola�.

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Frank Lloyd Wright, disegno per il Play Resort e Sport Club per Huntington Hartford, Hollywood, 1947.


Turritella communis, detta comunemente “conchiglia torre comune�. Foto: Tom Meijer.

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Frank Lloyd Wright, esterno del Solomon R. Guggenheim Museum, New York City, 1959. Foto (part.): Dennis Stock


L’occhio umano come «porta della luce». Iride del bulbo oculare.

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Rosone della Cathédrale métropolitaine Notre-Dame; realizzato nel 1220, il suo diamentro è di 9,2 m.


Foglia forata di Philodendron pertusum o Monstera deliciosa a Moshi (Tanzania). Foto (part.): Ulrich Doering.

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Oculo alla sommitĂ della cupola del Pantheon a Roma. Foto: Paul Grizak.


Cielo notturno stellato.

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Cappella di Notre-Dame du Haut a Ronchamp (Francia), progetto di Le Corbusier, 1954-55: ÂŤHo voluto creare un luogo di silenzio, di preghiera, di pace, di gioia interioreÂť.


«Una città non è un albero», scrisse Christopher Alexander; ma un sistema complesso di relazioni. Tanto meno si può dire che la città sia come una foglia in cui tutte le nervature convergono in un unico canale...

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...l’analogia con la foglia aiuta a capire la differenza, e permane quando la foglia è appassita e disintegrata. La sua forma evoca allora le città cancellate dal tempo e riscoperte dall’uomo sotto forma di frammenti; di fragili tracce insediate dal tempo.


4.2 NATURA FRATTALE

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p. pr. Bruno Munari, Disegnare un albero, 1978, Mantova, Corraini, disegno di copertina.

La scienza odierna ha ormai dimostrato che l’ordine esiste più nella mente dell’uomo che in natura. I sistemi caotici, anche dal punto di vista fisico, sono una regola naturale. Molte di queste forme e conformazioni spaziali però possono essere studiate nel mondo della geometria frattale che permette di comprendere le irregolarità, le ramificazioni, le frastagliature e le ripetizioni della stessa matrice formale su diverse scale6. Il termine “geometria frattale”, o “geometria dell’irregolare”, fu definito nel 1970 da Benoit Mandelbrot e costituisce un importante capitolo della matematica continuamente soggetto a uno sviluppo e ad un impiego in varie discipline, fra cui l’arte e l’architettura. I princìpi compositivi di molti elementi del mondo naturale richiamano la geometria frattale. Si tratta di frammenti geometrici di grandezza ed orientamento variabile, ma con una forma simile che si ripete su scale diverse. Le forme frastagliate delle coste e le catene montuose sono esempi di irregolarità dovuta alla ripetizione della forma su diverse scale. I rami delle aghifoglie e le felci sono caratterizzati dall’autosomiglianza, cioè la ripetizione delle stesse forme in scala sempre più ridotta. Nel corpo umano strutture riconducibili alla geometria dell’irregolare sono osservabili nei neuroni, nelle fibre nervose, nel muscolo cardiaco, nei vasi sanguigni, nell’intestino e nell’albero bronchiale. Pur appartenendo a strutture e funzioni anatomiche differenti, sono caratterizzati da ramificazioni e ripiegature che amplificano enormemente la superficie disponibile per l’assorbimento, la raccolta 6  Sala Nicoletta, Cappellato Gabriele, Architetture della complessità. La geometria frattale tra arte, architettura e territorio, Milano, Franco Angeli - Serie di architettura, 2004, pp. 31-35.


e l’elaborazione. Nel campo vegetale l’esempio più lampante di ramificazione è costituito dalla crescita delle specie arboree ed arbustive, dai corsi dei fiumi e dai fulmini. Così la geometria frattale ci dà la possibilità di indagare la natura con nuovi strumenti, liberandosi dalla necessità di semplificare il mondo attraverso la geometria euclidea, ed affrontando la complessità in tutta la sua ingovernabile ricchezza di stimoli. Nel mondo dell’arte Leonardo da Vinci con i suoi studi sul movimento dell’acqua, e Vincent Van Gogh con le sue pennellate che descrivono i cipressi, la luna e le stelle in una Notte stellata a St. Rémy, riproducono i moti caotici presenti in natura. Nell’arte orientale il pittore giapponese Katsushika Hokusai nella sua xilografia Sotto l’onda al largo di Kanagawa rappresenta la grande onda composta da una fitta trama di piccoli riccioli che riprendendo l’immagine dell’onda madre; creando così una decomposizione frattale assimilabile ad una rappresentazione dell’infinito. Escher è l’artista che più di tutti ha utilizzato la matematica e la geometria nelle sue opere; così come Pollock, la cui opera può essere interpretata utilizzando una chiave di lettura “caotico-frattale”. In campo architettonico l’uso delle geometrie frattali in passato è stato probabilmente frutto dell’inconscio; arrivando però a dare forma ad analogie sorprendenti. Fra gli architetti contemporanei che hanno fatto riferimento alle geometrie frattali nella loro esperienza compositiva vi sono Frank Lloyd Wright per il progetto della Plamer House; Jørn Utzon per l’Opera House di Sidney; Frank O. Gehry per il Neuer Zollhof a Düsseldorf; Daniel Libeskind nell’Art Museum di Denver e Mario Botta per il progetto della Mediateca di Villeurbanne.

p. sg. Katsushika Hokusai, Sotto l’onda al largo di Kanagawa, 1829-1833, xilografia, 24,1x36,2 cm, Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d’America, Washington, USA.

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La bionica studia i sistemi viventi, (...), e tende a scoprire processi, tecniche e nuovi principi applicabili alla tecnologia. Essa esamina i principi, le caratteristiche e i sistemi con trasposizione di materia, con estensione di comandi, con trasferimento di energia e di informazione. Si prende come punto di partenza un fenomeno naturale e da questo si può sviluppare una soluzione progettuale.

Bruno Munari, “Bionica�, in Da cosa nasce cosa, Roma-Bari, Editori Laterza, 1996, p. 336.


4.3 BIOMIMETICA Attorno al 1490, Leonardo da Vinci, osservando gli uccelli, constatò che il volo non aveva in sé nulla di misterioso, ma che si trattava di un fenomeno puramente meccanico. Così scriveva: “(…) che per queste ragioni potrai conoscere l’uomo colle sua congegnate e grandi ale, facendo forza contro alla resistente aria e vincendo, poterla soggiogare e levarsi sopra di lei”. Il genio vinciano concepì così le prime macchine volanti. Da sempre l’umanità si è evoluta mirando ad imitare i modelli, i sistemi e gli elementi della natura come fonte di ispirazione per risolvere i suoi interrogativi. Era il 1997 quando la scrittrice scientifica americana Janine M. Benyus pubblicò il suo libro Biomimicry: Innovation Inspired by Nature. Si diffonde così il termine biomimetica (coniato da Otto Herbert Schmitt nel 1969) che trae la propria etimologia dalle parole greche βιοζ, bios (vita) e μιμησιζ, mimesis (imitazione). Questa scienza studia e si ispira ai metodi, ai progetti ed ai processi che regolano i fenomeni naturali per “catturare” le loro forme logiche e guidare il processo creativo della ricerca tecnologica. La “filosofia” alla base di questo approccio scientifico si basa nel concepire la natura come laboratorio di esperienze, della quale dapprima si osservano i fenomeni del sistema, si estrapolano dal contesto per creare un disegno di genesi e di sviluppo, ed infine lo si applica al sistema antropico facendo uso delle capacità tecnologiche ed ingegneristiche. Tuttavia, il sistema è difficile da scrutare e la natura con cui la biomimetica si trova a confrontarsi è una natura che, dal punto di vista ingegneristico, è meravigliosamente e disordinatamente complessa. 257


L’evoluzione non progetta lavorando per un obiettivo finale, ma mette ciecamente assieme i risultati di un’infinità di esperimenti casuali, effettuati nel corso di migliaia di generazioni, che producono organismi il cui unico scopo è quello di rimanere in vita abbastanza a lungo da dare vita alla generazione successiva e di lanciare il successivo giro di esperimenti casuali7. La natura è perciò vista come una fonte complessa di informazioni da cui estrapolare un modello, una misura ed una guida. Il continuo ciclo naturale vede assecondarsi i processi di crescita, ripetizione e cambiamento, che generano un ordine fluido caratterizzato da flessibilità e relatività. La comprensione di questi meccanismi porta perciò alla concezione di algoritmi che generano ordine attraverso regole di base e permettono a fattori esterni di interagire con esso. È il caso dell’applicazione di strumenti algoritmici allo studio strutturale e compositivo degli edifici. Molti sono i modelli matematici alla base di questi studi applicati, fra questi la “struttura ramificata”, che trae ispirazione dallo sviluppo delle specie arboree; e il “sistema-L”, ipotizzato da Lindenmayer che si rifà alla crescita degli organismi pluricellulari descrivendoli con un metodo generativo8. Così, attraverso la comprensione di una vasta gamma di fenomeni, come la crescita delle piante, le connessioni neuronali e la crescita delle città, il sistema può operare attraverso un semplice insieme di regole. Proprio questi strumenti sono alla base della ricerca formale nelle opere di architetti quali Antoni Gaudí, Toyo Ito, PTW Architects, Lab Architecture Studio, Jean Nouvel, EMBA e molti altri9. 7  Sala G., Di Landro L., Airoldi A., Bettini P., “Biomimetica”, Tecnologie e materiali aerospaziali, ver. 1, Dipartimento di ingegneria aerospaziale, Politecnico di Milano, rif. sitografia, p. 2. 8  Hanafin Stuart, Growth and Replication: Exploring Façade Sudbivision based on Natural Processes, Tesi di Master in Architettura, rel. Dr. Sambit Datta, Deakin University, a.a. 2010-2011. 9  cfr. Burry Jane, Burry Mark, The new mathematics of architecture, London, Thames & Hudson, 2010.

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Interno del Temple Expiatori de la Sagrada Família. L’opera dell’architetto catalano Antoni Gaudí è caratterizzata da una ricerca geometrica notevolmente influenzata dalle geometrie del regno animale, vegetale e minerale: «El gran libro, siempre abierto y que es necesario esforzarse en leer, es el de la Naturaleza». Foto (part.): Marco Nucifora. Aprile 2016.


Toyo Ito nel TOD’S Omotesando Building utilizza la logica della ramificazione per ispirare la geometria dell’edificio: una singola silhouette di un albero è ripetuta e sovrapposta per generare la pelle dell’edificio.

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PTW Architects nel Centro acquatico nazionale di Pechino, realizzato per i Giochi della XXIX Olimpiade del 2008, fanno un uso iconico ed estetico del simbolismo relativo al quadrato nella cultura cinese e alla struttura naturale delle bolle di sapone, qui tradotte nel linguaggio architettonico.


Peter Davidson e Donald Bates di Lab Architecture Studio nel progettare la Federation Square a Melbourne asseriscono che «il desiderio dell’architettura va in direzione della geometria». Il progetto è infatti caratterizzato da una ricerca geometrica sui patterns che permettono una ripetizione (in termini di elementi costruttivi) e allo stesso tempo una differenzazione compositiva. L’autosomiglianza frattale dei pannelli diventa perciò un tema centrale nel raggiungere la coerenza e diversità espresse nei giochi della facciata.

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Jean Nouvel Ateliers nel progetto del Louvre di Abu Dhabi progetta una grandiosa cupola di 180 metri di diametro caratterizzata da una trama che si rifà alla tradizione islamica e all’autosomiglianza frattale. Lo spazio sottostante è bagnato da giochi di luce frutto della ricerca dei quattro livelli sovrapposti con scala e rotazione differenti che creano un effetto di variazione di densità.


EMBA (Estudi Massip-Bosch Architects) ed il rispettivo edificio ÂŤrazionalmente organicoÂť della Torre Telefonica a Barcellona. Un grattacielo privo di un vero attacco a terra, un portale, un aggetto marcapiano o un coronamento; ma caratterizzato unitariamente da un reticolo vegetomorfo che progressivamente alleggerisce la sua trama crescendo verso la sommitĂ . Il trattamento serigrafico delle vetrate di involucro prende ispirazione al disegno degli spruzzi salmastri provenienti dal mare.

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capitolo 5

SMALL SCALE BIG CHANGE


5.1 FARE DI PIÙ CON MENO «L’architettura si occupa di dare forma ai luoghi in cui viviamo. Non è più complicato, né più semplice di così» afferma Alejandro Aravena nel saggio di presentazione della XV Biennale di Architettura Reporting from the Front da lui curata. In questo capitolo mi interessa approfondire il tema dell’architettura di piccola scala in cui alla scarsità dei mezzi si contrappone l’inventiva; in cui all’abbondanza inesistente si risponde con la pertinenza1. Nella Mostra Internazionale di Architettura di Venezia del 2016 emerge proprio il tema per cui nonostante tutto e nonostante tutti, il filo che lega assieme bisogni-consapevolezze-opportunità-scelte-realizzazioni porta ad un risultato dove «l’architettura fa la differenza»2. Dietro ad un oceano di opere di cui l’umanità non può certo andare orgogliosa, che costituiscono l’ennesima occasione mancata, sono nascosti – quasi sommersi – i segnali di una piccola ma diffusa capacità creativa che genera risultati che inducono ad una speranza già in atto nel presente, e non lontana nell’incerto futuro delle speranze e dell’ideologia3. Se su larga scala si osserva un crescente scollamento fra l’architettura e la società civile, dall’altro si assiste ad una tendenza contraria di rinnovamento dal basso, di novità che tiene assieme l’architettura e la scala umana delle cose. Quest’architettura è fatta di domande, desideri e necessità – anche e soprattutto primarie – dell’uomo inteso come co1 Aravena Alejandro, “Chi, che, perché”, in Biennale di Venezia, 15. Mostra Internazionale di Architettura, Guida, 2016, pp. 19-23. 2  Baratta Paolo, “Introduzione”, in Biennale di Venezia, 15 .Mostra Internazionale di Architettura, Guida, 2016, p. 15. 3  Baratta, “op. cit.”, p. 14.

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munità e come gruppo; e a questi risponde con soluzioni e procedimenti logici dal basso, talvolta semplici ma mai banali, mai imposte né autolesioniste. In quest’architettura ci si muove solo per fornire risposte di miglioramento reale, aggiungendo alla dimensione artistica e culturale che già le appartengono, aspetti sociali, politici, economici ed ambientali. Ma le logiche e gli interessi che slegano l’architettura dalle domande della comunità sono numerose e diffuse. Ecco che l’unica strategia di sopravvivenza per la buona architettura è ridurre le sue dimensioni, in modo da non costituire più una minaccia per quella forza così grande che è il capitalismo architettonico; proprio come asserisce l’economista cileno Manfred Max-Neef con la sua metafora dello sciame di zanzare che annienta il rinoceronte. Se – come è vero – «la maggior parte degli architetti si occupa di progetti a scala ridotta; l’azione congiunta di tanti piccoli progetti, uno per architetto, potrebbe generare un effetto “sciame di zanzare” capace di sconfiggere le forze voraci che imperversano nelle aree urbane»4. I processi decisionali che si mettono in moto stanziano risorse minime per le esigenze primarie e basilari dell’uomo. Questa è un’architettura in contraddizione a quella comunemente diffusa dai media (fatta di grandi budget e numerose forze in campo), che ha la capacità di evolversi e di adattarsi seguendo le piste che traccia la società, ed allo stesso tempo aiutarla a tracciarle5. Si tratta di costruire qualcosa con pochissime risorse in un contesto dove molto poco è possibile, al fine di fare l’inaspettata

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4  Biennale di Venezia, “Piccola scala - nuova linfa per l’onore perduto dell’architettura. I progetti di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo in Sicilia come forma di resistenza alla banalità e mediocrità dell’ambiente urbano”, in 15 .Mostra Internazionale di Architettura, Guida, 2016, pp. 30-31. 5  Biennale di Venezia, “Spagna. Unfinished”, in 15 .Mostra Internazionale di Architettura, Guida, 2016, p. 231.


differenza sia a livello sociale che spaziale. Semplicemente perché noi crediamo che, come architetti, possiamo contribuire in qualche modo alla nostra società. Gijs Van Vaerenbergh Bruxelles, 2014.

Nel 2010 il MoMA di New York organizzò una mostra intitolata Small Scale, Big Change: New Architectures of Social Engagement, in cui si mette al centro la responsabilità sociale dell’architettura, non più interessata ai grandi manifesti sullo stile o alle teorie utopiche, bensì ad un radicale pragmatismo con cui agisce in campo sociale. Progetto e società sono le facce della stessa medaglia; insieme, non solo propongono una soluzione pratica, ma applicano anche un effetto, un cambiamento atteso o inaspettato. Si tratta di ripensare quindi anche a nuove realtà per nuovi modi di vivere che il periodo storico manifesta attraverso la società. Capirne la mutazione dei suoi bisogni, delle sue abitudini, delle sue attività e dei suoi sogni per avere un’aggiornata visione di quello che per una comunità significa contemporaneità. Lo strumento architettonico che da una risposta a queste domande ha il coraggio di guardare a progetti che agiscono contrariamente all’inerzia delle abitudini. Dalle dinamiche sociali ed economiche può nascere un progetto dove la qualità sta nella soddisfazione delle aspettative sia prevedibili che straordinarie6. Un’idea umanistica e poetica di affrontare la progettualità, ma allo stesso tempo esatta e scientifica, che parte dalle dinamiche della vita quotidiana per generare servizi, soluzioni e “modelli urbani” in cui sia riconoscibile il nesso fondamentale fra le azioni delle persone e il progetto. 6  Cfr. Cibic Aldo, Rethinking happiness. Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te - nuove realtà per nuovi modi di vivere, Mantova, Corraini Edizioni, 2010.

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Quindi? È l’ascolto dei processi che fa nascere realtà più stimolanti. Sono le azioni ed i desideri delle persone che possono determinare l’identità dello spazio.

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capitolo 6

ARCHITETTURA: IL PROGETTO


6.1 IL TEMA Il parco del Neto di Settimello è frequentato e vissuto ogni giorno da un gran numero di cittadini residenti nel comune di Calenzano, di Sesto Fiorentino o nei comuni limitrofi. Le caratteristiche naturali del parco, quali le suggestive zone boscose con alberi secolari, i corsi d’acqua, i laghetti, la compagnia degli animali allo stato brado, i grandi prati soleggiati, le piacevoli zone d’ombra e i percorsi pedonali nella natura, sono fra le maggiori peculiarità di questo polmone verde in città. Il parco è vissuto da una promiscuità di persone che vi si recano per rilassanti passeggiate nella natura, per ammirare gli animali, per fare attività sportiva, per giocare, per prendere il sole, per incontrarsi e fermarsi a conversare, e più in generale per allontanarsi a livello percettivo dalla città, per immergersi in un luogo che suscita riflessività, distensione e piacevolezza nel viverlo: una sorta di locus amoenus effettivamente compiuto immerso nella città metropolitana. In una scenografia dalle grandi potenzialità, qual è il parco del Neto, un miglioramento dei servizi a disposizione dell’utenza permetterebbe di ottenere un luogo ancora più unico e piacevole, un rifugio attrezzato ad ogni necessità funzionale ed esigenza ricreativa o culturale. Una cornice stimolante che dà vita ad esperienze sociali ed emotive che riqualificano e potenziano il verde pubblico. L’idea della realizzazione di un padiglione nel parco del Neto viene da lontano nel tempo. L’intervento oggetto della ricerca di tesi - nato da una necessità e da un senso di incompletezza di uno spazio verde dalle alte potenzialità, da me spesso frequentato - ha poi trovato un suo inquadramento ed una sua concretezza nell’inserimento dell’opera nel Programma triennale dei lavori pub274


blici 2014/2016 del comune di Calenzano. Riproposto nel Programma triennale delle opere pubbliche 2015/2017, l’intervento prevede un costo pari a 300.000 €, equamente diviso fra il comune di Calenzano ed il comune di Sesto Fiorentino (come tutte le spese relative alla manutenzione del parco). Scelto il tema di tesi nel febbraio 2015, è iniziata un’accurata ricerca storica suoi luoghi ed un’analisi delle zone del parco che avrebbero potuto ospitare l’intervento. Confrontandosi con il sindaco Alessio Biagioli e con il Dott. For. Stefano Paoletti, responsabile comunale per il verde pubblico ed i parchi, sono emerse le necessità ed il programma funzionale che l’Amministrazione intende soddisfare con quest’opera. Nel marzo 2016 il comune assegna, con la forma dell’affidamento diretto, il compito di uno studio di fattibilità di un “centro servizi multifunzionale” al Prof. Arch. Fabio Fabbrizzi del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze. Nel gennaio 2017 viene presentato lo studio di fattibilità che contiene un progetto definito nelle sue componenti formali e tecnologiche che sarà preso in carico dall’ufficio tecnico comunale per i successivi stati di approfondimento.

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6.2 IL PROGRAMMA

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p. pr. Sou Fujimoto Architects, illustrazione del concept di House NA a Tokyo.

L’aggettivo multifunzionale lascia spazio a varie interpretazioni e possibilità che, per essere specificate ed espletate in un progetto realmente in grado di apportare un cambiamento e soddisfare le aspettative, ha richiesto una maggior precisione. Per sopperire alla vaghezza del programma si sono perseguite tre strade che infine hanno prodotto un quadro piuttosto esplicito ed esatto. L’analisi è iniziata col prendere in esame i numerosi esempi di architetture minime e padiglioni realizzati per riqualificare o potenziare i parchi cittadini di tutto il mondo. Dal celebre padiglione temporaneo della Serpentine Gallery ad Hyde Park di Londra, esercizio espressivo e vetrina per i maggiori architetti della scena internazionale, ai meno noti interventi (ma non per questo meno validi) come l’MPavilion di Sean Godsell a Melbourne (2014), l’Hauzin Center di Scenic Architecture Office a Shanghai (2013), il Louisiana Museum of Modern Art Pavilion di SelgasCano a Copenaghen (2015), o il Forest Building di Hua Li a Pechino (2015). In seguito, da un dialogo con l’Amministrazione che ha proposto l’intervento, nelle figure del sindaco Alessio Biagioli e del responsabile del verde pubblico e parchi, Dott. For. Stefano Paoletti, sono emerse nello specifico le esigenze e le aspettative che l’opera si propone di soddisfare in termini spaziali ed anche il carattere costruttivo ed insediativo dell’intervento. La vocazione del manufatto dovrebbe essere permanente ma allo stesso tempo costituire un’opera temporanea e transitoria per il sistema parco: un’opera flessibile e viva piuttosto che imposta ed assoluta. È stato richiesto che il padiglione si apra verso la natura del parco, sia dal punto di vista visivo, sia nella sua concezione volumetrica-spaziale. Esso garantisca la necessità primaria del riparo dalle condizioni climatiche meno


favorevoli che si manifestano soprattutto nelle stagioni invernale ed estiva. Le sue chiusure dovranno perciò essere flessibili e capaci sia di riparare sia di aprirsi. Si configuri come polo aggregativo e di incontro, un luogo di polarizzazione piacevole da vivere con cui possa riconoscersi la comunità locale. Per mirare ad un’architettura minima ma in grado di produrre grandi cambiamenti per la comunità, è stata personalmente condotta un’indagine tramite intervista ai fruitori sull’uso attuale del parco e le esigenze per rendere più piacevole l’esperienza di questo spazio pubblico. Le interviste hanno permesso di ricavare dei dati sull’affluenza degli utenti in base alle fasce di età, il comune di residenza, l’accesso al parco preferito, gli usi degli spazi, le attività svolte e le stagioni e le fasce orarie di frequentazione. Sono emersi anche aspetti nuovi ed interessanti che l’Amministrazione non aveva considerato, come la realizzazione di un servizio igienico per i bambini, un servizio dove i genitori possano espletare i bisogni dei neonati, e l’opinione favorevole all’apertura serale estiva del parco per consentire l’organizzazione di eventi, conferenze e spettacoli.

p. sg. Struttura delle domande poste ai fruitori del parco con la modalità dell’intervista diretta. pp. 280-281 Il gioco delle carte, prato grande, sullo sfondo il viale dei platani, parco del Neto. Fotografia, marzo 2015.

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1. Nome ________________________; Cognome (iniziale) ______; Età esatta: ______ anni. 2. Fascia d’età: 0-6___; 6-15___; 16-25___; 26-35___; 36-44___; 45-54___; 55-64___; 6574___; over 75___ 3. Comune di residenza: Sesto Fiorentino ___; Calenzano _____; altro______________ (___) 4. Frequenza: più di una volta a settimana___; una volta a settimana___; qualche volta al mese___; qualche volta all’anno___; una volta all’anno___. 5. Frequenta prevalentemente il parco la mattina ___ o il pomeriggio ___. 6. Stagione preferita: primavera___; estate____; autunno___; inverno___. 7. È a conoscenza della storia del parco del Neto? Sì ___; No ___; Sommariamente ___. 8. Attività principale/i per cui si viene nel parco: ___ jogging ___ passeggiata ___ gioco, momento ricreativo ___ relax, prendere il sole ___ visita del bene culturale-naturalistico ___ studio, lettura ___ di passaggio per andare _____________________________________ Altro _____________________________________________________________________ 9. Il comune di Calenzano, assieme a quello di Sesto F.no, ha in programma di realizzare un padiglione che faccia da centro servizi con all’interno un piccolo bar caffetteria, servizi igienici, spazio eventi, lettura e incontro. Come accoglie questa proposta? È un intervento che secondo Lei darà un impulso alla vivibilità e ai servizi del parco?_____________________________________________________________________ __________________________________________________________________________ __________________________________________________________________________ _________________________________________________________________________ __________________________________________________________________________ 10. Oltre a questi servizi (bar, wc, posto coperto dove leggere, incontrarsi, usare il computer, ecc) che cosa servirebbe secondo Lei per rendere il parco più funzionale, più attrezzato? Proposte?_____________________________________________________________________ __________________________________________________________________________ __________________________________________________________________________ __________________________________________________________________________ __________________________________________________________________________ 11. È favorevole all’apertura serale, soprattutto d’estate per realizzare eventi culturali, conferenze, spettacoli, ecc? ___________________________________________________________ __________________________________________________________________________ __________________________________________________________________________ __________________________________________________________________________ 279


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6.3 IL SITO Il parco è vincolato ai sensi della ex legge 1089/39 e della ex legge 1497/39, ovvero rientra nel novero dei beni culturali tutelati dal decreto legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio); ed è un’area rappresentata nella cartografia del PTCP come sottoposta a vincolo architettonico-monumentale e costituisce così un invariante strutturale (art. 1, c. 3, l. c) in qualità di territorio aperto e di area fragile ( rispettivamente art. 7 e art. 11 delle Norme di attuazione del PTCP). Come territorio aperto «si deve tutelare e valorizzare le risorse consone ai caratteri dell’ambiente e favorire le nuove attività nel rispetto del quadro paesistico d’insieme, oltre che dei singoli fatti di pregio naturalistico, storico-culturale considerati come una risorsa culturale ed economica»1. Come area fragile, essendo un «ecosistema naturale la cui scomparsa o deturpazione costituirebbe la perdita di un rilevante bene della collettività, è prevista la realizzazione di servizi o attrezzature di tipo culturale, di associazionismo e del tempo libero che interessano più di un comune»2. Questi interventi sono ammessi qualora sia assicurato un elevato livello di accessibilità e siano contenuti gli impatti sugli elementi di interesse culturale e paesaggistico3.

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p. pr. Il prande platano al centro del prato grande visto da sudest, parco del Neto. Fotografia, settembre 2016.

La ricerca progettuale ha avuto inizio con l’individuazione della zona di intervento migliore all’interno del parco. La scelta del sito, infatti, non ancora valutata dall’Amministrazione al momento della programmazione delle opere pubbliche, tiene in considerazione gli aspetti di carattere funzionale, ambientale e sensoriale. 1  PTC della Provincia di Firenze, Norme di attuazione, art. 7. 2  PTC della Provincia di Firenze, op. cit., art. 11. 3  PTC della Provincia di Firenze, op. cit., art. 24.


Seguendo l’indirizzo dei dati raccolti dalle interviste, relativi agli usi delle zone del parco, la scelta dell’area doveva essere facilmente raggiungibile (anche dalle utenze più “deboli”), riconoscibile e al centro dei maggiori flussi di utenza. Le analisi ambientali condotte, relative allo studio delle caratteristiche delle alberature, dei venti prevalenti, dell’ombreggiamento e dell’esposizione solare, hanno permesso di far emergere un quadro conoscitivo del contesto attendibile e prezioso per un inserimento adeguato del padiglione. I sopralluoghi svolti in differenti stagioni dell’anno invece hanno permesso di captare le sensazioni e il fascino degli spazi al mutare delle loro caratteristiche nel tempo. Sulla base di queste analisi sono emerse delle considerazioni che hanno permesso di individuare come luogo d’intervento la porzione laterale superiore del prato grande, a ridosso del fosso dei ranocchi. L’area vive della forte presenza di un platano di circa trenta metri di altezza e della vicinanza del piccolo corso d’acqua. Si apre, fra est e sud verso il prato grande e il viale dei platani; mentre lambisce la zona più boscosa attorno al fosso. La vicinanza dall’ingresso principale sul viale Pratese e la facilità di accesso rendono questa zona pienamente visibile e raggiungibile anche dall’utenza con limitate capacità motorie. I venti freddi che spirano da nord sono schermati dalla presenza delle alberature sul fronte settentrionale, mentre si percepiscono i venti miti prevalenti con direzione sud-est. Essendo la maggior parte degli alberi della zona a foglia caduca, nella stagione estiva si ha un’abbondante ombreggiamento ed una frescura accentuata dal corso d’acqua; mentre d’inverno il sole riesce a penetrare fra gli alberi ed è disponibile per la maggior parte delle ore di luce.

p. sg. Il prande platano al centro del prato grande visto da sud-ovest, parco del Neto. Fotografia, settembre 2016.

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At times, perhaps a model of a single leaf may imply the future of architecture to us. A change in scale, and a change in structure.


6.4 LA COMPOSIZIONE La tipologia del padiglione nel panorama architettonico è spesso stata accostata ad un’occasione per creare una forma che raffigurasse la celebrazione di un’icona, la volontà artistica perseguibile a tutti i costi. Il padiglione nel parco romantico nasce dalla volontà di ripercorrere la forma primordiale di fare architettura, di agire come fosse il primo tentativo dell’uomo di modificare la natura, usando le risorse e le opportunità che la Natura gli concede. L’azione progettuale ripercorre questo approccio e persegue una ricerca di equilibrio fra semplicità e complessità, tra natura e architettura. La dimensione naturale con cui l’architettura dialoga diventa fonte di ispirazione, andando a definire un codice formale disvelato e tradotto in termini architettonici. Come una caricatura della Natura, capace sia di distaccarsene, sia di conservare l’interezza e la reminiscenza del senso originario, si mette in gioco un esercizio di astrazione che da vita ad una “natura razionalizzata”. Non è perciò un processo di mimetizzazione, bensì un tentativo di inserire l’architettura nel “gioco delle parti” della natura: geometrie chiare e pure composte secondo dettami “naturali”.

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p. pr. Sou Fujimoto, Futurospective Architecture, Colonia, Walther Konig, 2012, pp. 270-271.

Dall’analisi delle strutture geometriche e matematiche alla base delle forme naturali nasce l’ispirazione progettuale. Il modello della natura implica la genesi dell’architettura: un cambio di scala, un cambio di struttura, e la differenza tra manufatto e natura diventa ambiguo. La rappresentazione frattale dell’orografia della zona collinare prospiciente al parco, suddivisa da una rete di triangoli dalle diverse giaciture, suggerisce l’uso del triangolo, quale forma più elementare con superficie non nulla, come modulo di par-


a. Origama che rappresenta il modello frattale dell’orografia della zona collinare prospiciente al parco del Neto. b. Genesi e crescita frattale dell’albero (rappresentato sottoforma di modello matematico) e dei moduli del padiglione. c. Origama della volumetria del padiglione.

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tenza per la generazione spaziale. Il triangolo, che rappresenta una scaglia del territorio e l’elemento primordiale di tutte le superfici, è un modulo divisibile frattalmente in un’infinità di triangoli minori che garantiscono così la flessibilità e la possibilità di lavorare su diverse scale con un’unica figura. Per rispondere all’incertezza del programma, ma soprattutto per perseguire l’idea di sviluppo e di crescita naturale, il progetto si propone di esplorare un sistema spaziale generato da unità additive. Il triangolo costituisce così la matrice di base per disegnare una “cellula minima” che poi si possa comporre per dare luce ad un sistema più complesso. Il modulo così generato si sviluppa nello spazio sulla base della crescita dei modelli frattali degli alberi, creando una dimensione al tempo stesso “razionale” ed organizzata geometricamente, ed “emotiva” per il morfema organico che rimanda ad una radice o ad un albero che cresce. Prende forma una spazialità che, come in un bosco, non è caratterizzata da visioni imposte, o da gerarchie visive, ma l’occhio vaga facendosi largo fra gli spazi meno densi, alla ricerca delle innumerevoli connessioni possibili. La forma in pianta è caratterizzata da un’apertura centrifuga che come in un’orbita si espande verso l’esterno. Un’architettura dalla forma viva che si protrae verso la natura stabilendo un continuo rapporto fra interno, esterno e di nuovo interno. La pianta libera e la ramificazione permettono di fare un’esperienza dello spazio simile a quella che si può avvertire in un bosco tracciato da sentieri spontanei. In alzato, il rimando alla matrice triangolare è evidente e l’alterazione continua del profilo e dei piani dialoga con la silhouette e la profondità spaziale degli alberi. La continua variazione dei profili in pianta, in alzato e in sezione permette all’architettura di adeguarsi organicamente alle presenze naturali dei


tronchi e delle chiome degli alberi; dando infine la possibilità di concepire l’installazione anche in un altro luogo, forte del dialogo che instaura con un intorno che muta ma che allo stesso tempo conserva le sue geometrie. Le ramificazioni sono anche lo spunto per concepire una struttura che richiami quelle vibrazioni che si apprezzano guardando dal basso le chiome degli alberi. Una volta lasciati gli alberi naturali all’esterno, celate dietro la razionale organicità delle facciate, si riscopre l’essenza dell’albero sotto forma di linee e sensazioni. Il lessico compositivo che regola le forme, in un delicato confronto con le geometrie essenziali della natura, non va letto come un mero esercizio geometrico, quanto come un episodio di una ricerca di identificazione con un linguaggio ed una sensazione che esso veicola: una paziente costruzione di un rapporto bilanciato tra architettura e natura.

p. sg. Studi volumetrici del padiglione attraverso modelli di carta.

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A forest is a place of lucidity and opacity. It is well protected and at the same time opened up to vast opportunities.

Sou Fujimoto, Futurospective Architecture, Colonia, Walther Konig, 2012, p. 149.


6.5 GLI AMBIENTI Visto dall’esterno il padiglione sembra fluttuare sul prato grazie al suo sollevamento ad una quota di mezzo metro rispetto al terreno e all’ombra sottostante che ne accentua la sospensione. Si accede per mezzo di tre ingressi riconoscibili dalle cornici che li inquadrano, unico elemento di eccezione nel gioco uniforme delle facciate. Questi accolgono i flussi dell’utenza proveniente dal prato grande a sud, dal viale dei platani ad est e dal prato degli sportivi a nord-ovest, e come in un bosco offrono la possibilità di conquistare lo spazio interno da varie direzioni. Il percorso che conduce agli ingressi è reso agevole grazie all’installazione di pedane modulari triangolari di legno che, come dei pontili, si staccano dal manto erboso preservando la sua integrità e limitando l’impatto sulle specie animali. Come una promenade architettonica, esse sono il segnale al visitatore che sta entrando, senza varcare né soglie né barriere, in uno spazio diverso, sospeso in un ricercato equilibrio fra la natura e architettura. La modularità delle pedane, assieme alla loro totale prefabbricabilità e al montaggio a secco, garantiscono la possibilità di avere un prodotto utile a varie esigenze di impiego in termini di lunghezza, ampiezza e direzione complessive. Posizionate a varie quote esse permettono di superare la differenza di altezza di mezzo metro tra il suolo naturale e l’interno, costituendo così una continua rampa di accesso. Infine, le pedane costituiscono, con il loro sviluppo spezzato e rialzato, un’occasione di seduta, di conversazione e di riposo. Varcato l’ingresso, il visitatore si trova immerso in una spazialità interna caratterizzata dal continuum ramificato di ambienti che si connettono senza soluzioni di interruzione e che si ridefiniscono a vicenda. 293


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Nel centro geometrico del volume trova spazio il living room (66 mq), una sorta di common ground che ospita sedute, divani, tavolini ed una parete attrezzata a libreria del book sharing. È uno spazio di condivisione che rafforza il concetto di comunità e si propone di creare le prerogative per nuove dinamiche e nuove abitudini. In continuità con esso, ma separabile all’occorrenza attraverso una partizione scorrevole, vi è una sala polivalente (45 mq) per ospitare conferenze, presentazioni, dibattiti e feste. Adiacente a questo spazio, un magazzino (21 mq) è funzionale per custodire gli arredi e gli allestimenti che servono a far assumere un’accezione sempre mutevole all’ambiente al variare degli eventi e delle esigenze. Sul living room si affaccia una piccola cellula chiusa separata dagli altri ambienti che è adibita a pensatoio (21 mq) o - in altre parole - a stanza più appartata, del silenzio, dove poter leggere o meditare. Connesso con lo spazio comune, oltre il disimpegno in prossimità delle due entrate, vi è la zona ristoro con un bar (27 mq) ed uno spazio di consumazione (39 mq); entrambi ampliabili con zone all’aperto da vivere con la buona stagione. Specchiato rispetto alla zona ristoro trovano posto uno spazio (28 mq) con sedute ed armadietti dove i visitatori possono depositare i propri effetti personali mentre si dedicano alle varie attività nel padiglione o nel parco. Su questo ambiente si apre una porta che conduce all’antibagno triangolare (11 mq) che serve i servizi igienici per donna (5,5 mq), uomo (5,5 mq), disabile (8,5 mq) e bambino/ neonato (8,5 mq). Lo spazio tergale dei due gruppi di servizi ospita i due locali tecnici (11 mq ciascuno) dove trovano spazio le interfacce della componente impiantistica. Il perimetro degli ambienti interni, dei percorsi esterni, e le cornici dei portali di accesso hanno colori strategici che aiutano i fruitori, esaltano la


destinazione d’uso degli ambienti e rappresentano una guida per l’utenza ipovedente. Questi colori, estrapolati dalla palette cromatica che le foglie del grande platano assumono in autunno, entra in contrasto con la neutralità dei fondali e degli altri materiali impiegati negli interni e negli esterni. La scelta cromatica tiene conto del linguaggio espresso da ciascun colore, al punto di essere dei “sentimenti visualizzati”. Questa relazione sinestetica, molto frequente in campo artistico, fa sì che i colori suscitino sensazioni o stati d’animo differenti: Il viola (RGB 147,20,79) è il colore dell’identificazione, dell’interessamento, dell’intuito e della curiosità. Suscita l’ispirazione ed è il colore degli ideali, e perciò guida il visitatore nella sala polivalente e nella relativa entrata. Il rosso (RGB 201,32,7) è un attivatore energetico, simbolo di vitalità, di vivacità, di entusiasmo, e di energia. È anche un colore che stimola l’appetito ed il calore. Trova spazio perciò negli spazi legati al ristoro e nella relativa entrata. L’arancione (RGB 227,92,8) è un colore correlato ai concetti di euforia, di gioia, di dinamicità, e di socializzazione. Favorisce un recupero dell’entusiasmo, riduce la stanchezza e stimola le emozioni aiutando ad esprimerle liberamente. È il colore del living room, degli spazi di condivisione e della cornice dell’entrata che a questi conduce. Il color ocra (RGB 201,118,0) riflette la calma, la tranquillità e trasmette affidabilità e perciò è impiegato nel pensatoio. Il giallo (RGB 247,207,0) si accosta alla positività, all’allegria, alla vivacità e alla creatività. È un colore che porta quindi ad un’estroversione e ad una ricerca del cambiamento. Viene perciò associato con i disimpegni delle entrate e con la zona degli armadietti. Il bianco (RGB 255,255,255) è legato al concetto di igiene, di pulizia e di tranquillità ed è quindi impiegato nei servizi igienici e nell’antibagno. 296


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Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d’un’altra città.

Italo Calvino, Le città invisibili, Milano, Oscar Mondadori, 1993, p. 63.


6.6 LA TECNOLOGIA In un ambiente fortemente espressivo come il parco del Neto, dove lo scenario naturale fa da sovrano, l’approccio costruttivo e la ricerca tecnologica è stata sviluppata mantenendo come obiettivo quello di preservare il più possibile gli ambienti naturali. Nonostante si tratti di un’opera permanente, l’intervento vuole essere transitorio, temporaneo, e concepito in modo che non lasci tracce nell’area. Per fare in modo che il contesto naturale riesca ad assorbire l’innesto di un nuovo sistema, si sono impiegate delle soluzioni che puntano ad un’ecocompatibilità del progetto dal punto di vista dei materiali, una reversibilità costruttiva, un bassissimo impatto di cantiere e di realizzazione (sia dal punto di vista dei tempi che dei modi) ed un’espressività formale raggiunta anche attraverso elementi poveri e lavorazioni semplici. Le scelte costruttive hanno abbracciato e rafforzato il concetto di generazione per moduli dell’intero progetto, e perciò sono stati scelti sistemi costruttivi a secco con elementi modulari e prefabbricati. Oltre ad abbattere i costi di montaggio/ smontaggio e di manutenzione, queste scelte costruttive consentono di ridurre l’impatto in termini di incidenza sull’ambiente parco in fase realizzativa e di replicare il progetto per necessità affini. I materiali impiegati sono prodotti ecocompatibili, soprattutto naturali, riciclabili e riutilizzabili, ed anche seriali e facilmente disponibili. L’intera struttura in alzato, infatti, è costituita da un “gioco” di intreccio di profili tubolari cavi di acciaio (tubi Innocenti), uniti fra loro con i relativi giunti, in modo da dare vita ad uno spazio avvolto da una selva di fronde artificiali che richiamano in maniera eloquente l’ambiente che il visitatore ha lasciato all’esterno. Questo sistema costruttivo 301


permette una notevole flessibilità ed un risultato espressivo raggiunto anche attraverso elementi semplici e prefabbricati, che una volta dismesso il progetto possono avere una seconda vita utile. Il sistema di messa in opera è veloce e gestito da un abaco di montaggio. Le strutture reticolari di copertura sono pre-assemblate e tutti gli elementi possono arrivare in cantiere predimensionati, pronti ad essere assemblati fra loro, riducendo così in modo drastico l’impatto del cantiere sull’ambiente del parco. La struttura di fondazione prevede un attacco a terra per mezzo di viti sulle cui teste si posano le travi perimetrali (IPE300), a cui a loro volta si collegano le strutture in alzato. Il sistema di fondazione su viti permette di non danneggiare l’apparato erboso, di intervenire in maniera completamente reversibile, di superare i leggeri dislivelli del terreno vergine senza manometterlo e di creare una sospensione, accentuata dall’ombra che si crea dall’arretramento rispetto al filo dei prospetti, che rimarchi la natura temporanea del padiglione. Con la stessa logica fondativa sono montate anche le pedane che definiscono i percorsi esterni: le teste delle due viti che emergono dal terreno reggono una trave di legno su cui sono disposti i travicelli e ai quali sono avvitate le assi di legno. Il solaio inferiore è realizzato in legno di abete multistrato, isolato termicamente con un pannello in fibre di legno pressate ed ha una pavimentazione in doghe di legno di abete con finitura bianca. Per facilitare la posa della pavimentazione questa è costituita da moduli triangolari preassemblati aventi quattro differenti tipologie a seconda della direzione delle doghe che li compongono. Il solaio superiore, sostenuto dalla struttura reticolare, è composto da un pannello di abete multistrato, da un pannello isolante in fibre di legno pressate e da un pannello sandwich. La finitura esterna è affidata ai pannelli fotovoltaici. Le chiusure esterne verticali sono state pensate

302


303

per consentire allo stesso tempo la massima apertura e diffusione della luce naturale all’interno, ma anche per conferire la caratteristica di riparo. A telai composti da scatolari di acciaio sono installati dei pannelli di policarbonato trasparente che, presso le facciate con un’esposizione propizia, sono scorrevoli in modo da accogliere una ventilazione trasversale e permettere l’aerazione naturale diretta degli ambienti. Esternamente, l’intera continuità dei prospetti è rivestita da un tessuto metallico che al variare della luce esterna e delle condizioni atmosferiche fa sì che la superficie dia vita ad effetti mutevoli e cangianti: di giorno potrà incresparsi di immagini e di riflessi del suo intorno, che a sua volta cambia con le stagioni; mentre di notte, quando gli alberi del parco sono avvolti dalle ombre, l’illuminazione interna metterà in gioco un effetto traslucido che rivela l’intrecciarsi delle strutture. Le partizioni interne che dividono l’ambiente open space dal pensatoio, dai servizi igienici e dai magazzini, sono realizzati in una coppia di pannelli di OSB fra i quali è inserito un isolante termoacustico di sughero. La loro finitura esterna è un rivestimento in resina epossidica bianca nei servizi igienici e un pannello ondulato di policarbonato bianco per gli altri tramezzi. Queste scelte tecnologiche, basate sulla semplicità delle soluzioni e sulla sincerità di impiego dei materiali - nonostante si tratti di un intervento temporaneo - non hanno abbassato la soglia qualitativa, mantenendo comunque alte le prestazioni del sistema ambientale e tecnologico. Gli standard in termini di fruibilità (abbattimento delle barriere architettoniche), di comfort ambientale (caratteristiche termoigrometriche dei componenti e scelte impiantistiche) e di integrazione ambientale (scelte costruttive e dei materiali) sono comunque garantite. L’architettura proposta vuole essere un oggetto che cura sia l’aspetto del prodotto che quello del processo in egual misura.


Solaio di copertura in legno e finitura esterna con pannelli fotovoltaici.

Reticolare del sistema strutturale di copertura in tubi e giunti (Ă˜ 48 mm, h. tot. 400 mm).

Chiusure esterne verticali trasparenti costituite da pannelli di policarbonato alveolare trasparente e telai in profili scatolari di acciaio.

Montanti verticali e sistema di controventamento del sistema strutturale in tubi e giunti (Ă˜ 48 mm).

Solaio interno in legno sospeso dalla quota del suolo (+0,50 m).

Struttura portante perimetrale composta da travi travi IPE300 in acciaio lungo i lati perimetrali, e HEB140.

Sistema di ancoraggio al suolo con viti in acciaio zincato. 304


Rivestimento esterno, posa e ultimazione delle pedane, finiture, allestimento degli arredi.

Allestimento della struttura delle pedane esterne, montaggio dei serramenti, messa in opera dei terminali impiantistici.

Montaggio delle chiusure esterne verticali, costruzione delle partizioni interne, posa del solaio.

Montaggio del solaio di copertura in legno e finitura esterna con pannelli fotovoltaici, disposizione della componente impiantistica. Assemblaggio della struttura reticolare e dei rispettivi controventi in tubi prefabbricati e predimensionati.

Assemblaggio dei montanti verticali e dei rispettivi controventi in tubi prefabbricati e predimensionati. Montaggio della struttura portante perimetrale (IPE300, HEB140) e della struttura del solaio in legno. Disposizione dell’area, tracciamenti, fili fissi e ancoraggio del sistema di fondazioni su viti. 305


6.7 I RIFERIMENTI

Carlos Ferrater (OAB), Jardí Botànic de Barcelona, Barcellona, 2000.

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Trace Architecture Office (TAO), Hua Li, Forest Building, Gran Canal Forest Park, Tongzhou, Pechino, 2015.


Scenic Architecture Office, Hauzin Center, Shanghai, 2013.

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Toyo Ito, TOD’S Omotesando Building, Tokyo, 2004.


Sebastiรกn Irarrรกzaval Arquitectos, Casa 2Y, Lago Colico, Cile, 2016.

310


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Guallart Architects, Vinaròs Microcoasts, Vinaròs, Castellón, Spagna, 2007.


Sean Godsell Architects, MPavilion, Melbourne, 2014.

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Fumihiko Sano, Studio Phenomenon, MoyaMoya, Higashikurume, Tokio, 2014. 313


Peris-Toral Arquitectes, Punt d’informació a Glòries, Barcelona, 2015.

314


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SelgasCano, Louisiana Museum of Modern Art Pavilion, Copenaghen, 2015.


6.8 GLI IMPIANTI Le scelte impiantistiche vanno nella stessa direzione di quelle tecnologiche e mirano a minimizzare l’impatto sugli habitat presenti nell’area di intervento. Si viene così a definire una struttura senza infrastruttura, in grado di offrire un adeguato grado di comfort e di servizi, perseguendo l’autosufficienza e garantendo un alto livello di ecosostenibilità e reversibilità. Per minimizzare l’uso degli impianti meccanici e sfruttare appieno gli scambi termici tra l’edificio e l’ambiente, l’approccio bioclimatico alla progettazione tiene di conto dell’ombreggiamento, dell’irradiazione solare e della ventilazione naturale. A questi aspetti si aggiunge lo studio delle architetture rurali delle zone umide e tropicali: chiuse in copertura come riparo dai raggi solari, aperte lateralmente e sollevate da terra per areare gli ambienti interni ed i solai. Il sollevamento del padiglione a mezzo metro dal suolo, infatti, consente una ventilazione naturale del solaio e quindi di proteggerlo dall’umidità. Inoltre permette di ricavare uno spazio tecnico dove installare le tubazioni di allacciamento ai terminali di impianto, i cavidotti elettrici e i collettori dei pluviali. 6.7.1 | fotovoltaico Per coprire il fabbisogno energetico e mirare ad un’elevata autosufficienza in termini di approvvigionamento elettrico4, la copertura del manufatto è dotata di un impianto fotovoltaico stand alone a celle solari monocristalline che – installato sulle falde opportunamente esposte – permette di soddisfare mediamente circa il 55-60% del fabbisogno energetico annuo del padiglione, con picchi del 4  cfr. DM 24/12/2015, § 2.2.2

316


PRODUZIONE ELETTRICA (kWh) MESE

317

Schema planimetrico della copertura del padiglione con individuate le superfici dotate di pannelli fotovoltaici ed il verso della pendenza delle falde.

MEDIA GG.

MEDIA MM.

Gennaio

60,98

1905,74

Febbraio

92,77

2619,90

Marzo

127,56

3986,90

aprile

155,30

4701,10

Maggio

181,20

5661,70

Giugno

195,40

5908,30

Luglio

205,40

5961,64

Agosto

183,90

5748,40

Settembre

148,50

4492,30

Ottobre

104,55

3264,90

Novembre

68,01

2057,55

Dicembre

53,34

1666,78

Media annuale

131,59

4036,90

TOTALE

48020,00 Analisi quantitativa svolta con il software PVGIS of European Commission - Institute for Energy and Transport - Joint Research Centre.


75-80% nel mese di luglio e minimi del 30-35% nel mese di dicembre. L’impianto ha una potenza nominale di 51 kWp (superiore agli 8 kWp minimi di legge), un’efficienza del 21,5% e copre una superficie di 236 mq, pari a circa il 60% dell’area coperta (383 mq). Attraverso un’analisi quantitativa svolta con il software PVGIS è stato possibile quantificare l’apporto energetico in termini di kWh medi giornalieri, mensili ed annuali. L’inverter, situato nel locale tecnico del padiglione, ha una funzione MPPT, (maximum power point tracker) per sfruttare al meglio il punto di massima potenza dell’impianto e per assicurare valori ottimali di tensione e corrente, in modo da estrarre la massima potenza disponibile al variare delle condizioni meteorologiche. Per soddisfare il completo fabbisogno elettrico del padiglione si prevede l’allaccio alla rete elettrica che serve il parco del Neto e che si arresta in prossimità dell’ingresso principale dove è presente l’edificio della guardiania. Per tendere ad un minore impatto sulle componenti arboree, la proposta dell’intervento di allaccio alla rete elettrica prevede una traccia che percorre il viale dei platani e dove su questo si innestano le pedane la rete si sviluppa sotto di esse. 6.7.2 | illuminotecnica L’illuminazione interna del padiglione è garantita da fonti di luce a sospensione di forma conica dall’immediato rimando al morfema ed al design del padiglione. La determinazione del numero dei punti luce è successivo ad un’analisi dell’illuminamento (lux) necessario a ciascun ambiente tenendo conto che ciascun punto luce garantisce un flusso luminoso di 2800 lumen. La tecnologia LED permette di avere un basso consumo: ciascun punto luce ha un consumo di 23 W, che definisce un

318


a. Schema planimetrico della collocazione dei punti di luce interni del padiglione. Il diametro diverso si riferisce ai due differenti modelli di lampada a sospensione.

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b. I due modelli di lampada a sospensione a forma conica.

AMBIENTE 1_bar, cucina 2_consumazione 3_disimpegno 4_armadietti 5_living room 6_pensatoio 7_sala polivalente 8_magazzino 9_locali tecnici 10_servizi igienici

LUX 400 200 150 200 250 250 450 250 150 150


consumo totale delle trentaquattro lampade pari a 0,80 kW. L’illuminazione esterna delle pedane di accesso è soddisfatta da strisce LED incassate nel cordolo perimetrale che svolge la funzione di seduta e di protezione. In questo modo, l’illuminazione a raso del percorso, sopraelevato rispetto al manto erboso, garantirà un impatto minimo visivo sulle specie animali di piccola taglia presenti nel parco. L’impianto di illuminazione è gestito quotidianamente da un sistema di automazione che risponde alle condizioni di soleggiamento/ombreggiamento ed a sensori di presenza. Nel caso di eventi particolari o di esigenze specifiche di illuminazione questa può essere gestita manualmente. 6.7.3 | climatizzazione Le esigenze di climatizzazione dell’interno è soddisfatta da un sistema centralizzato ed automatizzato che controlla il riscaldamento ed il raffrescamento in base agli usi interni e alle condizioni climatiche esterne. Il sistema è gestito coordinatamente al sistema automatizzato delle aperture scorrevoli. La gestione dell’impianto è perciò versatile e regolabile a seconda delle necessità ambientali, delle condizioni climatiche esterne e degli eventi svolti. Il sistema funziona per mezzo di una pompa di calore di tipo aria-aria a recupero di calore collocata nel locale tecnico areato in facciata e dall’altezza utile libera sopra l’unità di 350 cm. Il volume d’aria totale è di 1565 mc e la pompa di calore ha una capacità di riscaldamento massima di 69 kW, nominale di 61,5 kW ed una capacità di raffrescamento massima di 61,5 kW. Questa serve cinque unità interne a pavimento distribuite negli ambienti da condizionare ed alimentate dalle tubazioni che trovano spazio al di sotto del solaio. 320


1

2

2

2

2 2

1_pompa di calore aria-aria a recupero di calore 2_unità interne a pavimento 3_direzione di ingresso dell’aria 4_direzione di uscita dell’aria 5_tubazione del gas in entrata 6_tubazione del gas di scarico 7_quadro elettrico

4

7 2 a. Schema planimetrico della collocazione delle unità di climatizzazione.

321

b. Particolare di inserimento dei terminali dell’impianto di climatizzazione.

3 6

5


6.7.4 | recupero delle acque piovane Con l’obiettivo di svincolarsi dall’allaccio alla rete idrica e riutilizzare le risorse naturali disponibili, il padiglione è provvisto di un impianto di recupero e di raccolta delle acque piovane riutilizzabili per usi esterni ed idrosanitari. I canali pluviali di copertura confluiscono grazie ad una pendenza del 2% nelle colonne di raccolta (Ø 69/75) situate presso gli spigoli dei prospetti (nascosti dietro il tessuto metallico) che fanno confluire le acque meteoriche nei due collettori (Ø 115/125 e pendenza del 2%) posti sotto il livello del solaio. Questi sfociano in due differenti serbatoi interrati dalla capacità di 5700 litri ciascuno, dotati di filtro autopulente e gruppo di pompaggio e ultrafiltrazione che permettono di alimentare gli scarichi dell’impianto sanitario e l’impianto idrico. Il dimensionamento dell’impianto è frutto di un’analisi quantitativa svolta sulla base della piovosità media annua della zona (864 mm), del tempo secco medio (21 giorni) e delle superfici di raccolta. L’apporto idrico annuale è risultato essere di 223’093 litri, per cui è possibile stoccare fino 12’836 litri contemporaneamente. La scelta della capienza dei serbatoi rimane al di sotto di queste quantità, in modo da immagazzinare circa l’85-90% delle acque piovane, mentre la restante parte verrebbe reimmessa nel vicino canale in modo da limitare l’alterazione di un complesso e delicato sistema idrico naturale5. Gennaio

75

Luglio

35

Febbraio

75

Agosto

60

Marzo

72

Settembre

75

Aprile

70

Ottobre

82

Maggio

65

Novembre

113

Giugno

55

Dicembre

85

MEDIA ANNUALE

864

5  cfr. DM 24/12/2015, § 2.2.5.2 e § 2.3.4

322


1_serbatoio da interro realizzato in polietilene ad alta densità (capacità 5700 litri, lu. 242 cm, la. 192 cm, h. 210 cm) 2_tappo di ispezione (Ø 63 cm) 3_gruppo di pompaggio 4_trattamento di ultrafiltrazione per uso idrosanitario (350 litri) 5_filtro autopulente 6_collettore dei pluviali 7_scarico delle impurità 8_collettore di troppo pieno Volume Massimo Cumulabile: VMC = Acop x Ianno x φ x η = = 302 mq x 864 mm/anno x 0,95 x 0,90 = 223’093 l/anno

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Schema assonometrico della distribuzione degli apparecchi dell’impianto di recupero delle acque piovane.

Volume della cisterna: VC = Tsm x (VMC/365) = = 21 x (223’093 l/anno / 365 gg) = 12’836 l


6.7.5 | idrico-sanitario I quattro servizi igienici, per donna, uomo, disabile e bambino/neonato, sono dotati di wc ecologici a funzionamento chimico. Il dispositivo di scarico e di deposito dei reflui sono collocati nell’adiacente locale tecnico areato, in modo da consegnare all’utenza un servizio dal maggior comfort e da facilitare le operazioni di pulitura e di spurgo. I reflui sono contenuti in due serbatoi a tenuta stagna da 1500 litri ciascuno. Lo scarico funziona con un modesto impiego d’acqua (proveniente dal recupero delle acque piovane) a cui è aggiunto un prodotto disinfettante a base di sali di ammonio quaternario. Questo consente di risparmiare fino a 6000 litri di acqua dopo un ciclo di circa 350 usi. Per il lavaggio delle mani, ciascun servizio igienico ha installato un dispenser di igienizzante a secco. L’abbondanza di acqua piovana recuperata e ultrafiltrata può permettere di alimentare anche gli eventuali lavamano installati. 6.7.6 | domotica Per un maggior comfort interno, un controllo delle caratteristiche ambientali e conseguentemente per abbassare gli sprechi e i costi di gestione, è installato un sistema domotico coadiuvato da sensori di presenza e da rilevatori di orario, temperatura e ventilazione. Il sistema si autoregola sulla base degli input esterni che riceve; e gestisce: • L’apertura dei pannelli esterni verticali per consentire una ventilazione trasversale durante i mesi miti e caldi e, viceversa, la loro chiusura con condizioni avverse. • La climatizzazione degli spazi interni in funzione della giornata e dell’orario. • L’accensione delle luci in base all’illuminazione naturale esterna (sensori crepuscolari) ed ai sensori di presenza negli spazi più privati.

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A_servizio igienico donna B_servizio igienico uomo C_servizio igienico disabile D_servizio igienico bambino/neonato E_locale tecnico areato F_antibagno 1_serbatoio a tenuta stagna (1500 litri) 2_cassetta dello scarico 3_terminale wc chimico 4_dispenser di igienizzante a secco o lavandino (opzionale) 5_fasciatoio per neonati 6_gruppo di pompaggio dell’acqua piovana recuperata 7_adduzione dell’acqua dall’impianto di recupero 8_immissione prodotto disinfettante 9_sciacquone a due pulsanti 10_tubazione di uscita dei reflui (Ø 110 mm)

8 7 2 9

a. Schema assonometrico dei servizi igienici e dei relativi locali tecnici.

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b. Schema assonometrico della distribuzione degli apparecchi dell’impianto sanitario ecologico.

3 1

10


INVERNO a. Analisi delle ombre il 9 febbraio, il giorno più freddo, alle ore 10:45 quando la radiazione solare diretta è di 300 W/ m2. Il 18% della superficie di copertura è in ombra. b. Analisi delle ombre il 9 febbraio, il giorno più freddo, alle ore 13:00 quando la radiazione solare diretta massima è di 500 W/m2. Il 7% della superficie di copertura è in ombra. c. Analisi delle ombre il 9 febbraio, il giorno più freddo, alle ore 15:45 quando la radiazione solare diretta è di 300 W/ m2. Il 19% della superficie di copertura è in ombra.

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ESTATE a. Analisi delle ombre il 31 luglio, il giorno più caldo, alle ore 09:30 quando la radiazione solare diretta è di 300 W/m2. Il 46% della superficie di copertura è in ombra. b. Analisi delle ombre il 31 luglio, il giorno più caldo, alle ore 13:00 quando la radiazione solare diretta massima è di 500 W/m2. Il 10% della superficie di copertura è in ombra, che interessa gli spazi di consumazione.

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c. Analisi delle ombre il 31 luglio, il giorno più caldo, alle ore 16:15 quando la radiazione solare diretta è di 300 W/m2. Il 49% della superficie di copertura è in ombra.


6.9 LE CONCLUSIONI Il filo conduttore della ricerca progettuale si sviluppa mantenendo l’equilibrio fra una componente emotiva-evocativa e un approccio scientifico: da una parte l’ispirazione ai modelli naturali ed il carattere compositivo; dall’altra le dinamiche quotidiane della collettività, la preservazione dell’ambiente verde, gli aspetti tecnologici e la componente bioclimatica. Il progetto architettonico è un esercizio di ordine e chiarezza, senza vanità di accanimento estetico o di competizione nei confronti di un intorno inimitabile. È un prodotto che si definisce grazie ad un processo costruttivo logico e lineare, basato su scelte che minimizzano l’impatto sull’ambiente e semplificano il percorso costruttivo. Il padiglione è un’architettura che dialoga con la Natura nella sua accezione astratta; ne sintetizza i contenuti formali e la preserva. È un’architettura che, ascoltando il potenziale di uno spazio pubblico, le esigenze di una comunità e le geometrie naturali, risponde con un morfema e con scelte tecnologiche universali e ricercabili anche in contesti lontani da Calenzano. E così, in ultima analisi, non è un’utopia pensare che il padiglione sia un intervento concepito tanto per il parco del Neto di Calenzano, quanto per il Tiergarten di Berlino, il Central Park di New York o il Gran Canal Forest Park di Pechino.

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p. pr. Modello volumetrico in gesso del padiglione.

Potrà cambiare la scala; potrà cambiare il numero dei moduli; il bambù potrà sostituire l’acciaio. Ma – in fondo – l’uomo è sempre l’uomo; la natura è sempre la natura; e l’architettura fa sempre la differenza.


capitolo 7

APPUNTI DI VIAGGIO


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a. Costruzione dei modelli di studio in carta alla ricerca di un principio di aggregazione dei moduli. b. Primi studi volumetrici del padiglione alla ricerca di una forma; scala 1:100. c. Modello di studio in carta che rappresenta una soluzione volumetrica definita; scala 1:100.

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a. Studio degli effetti di compattezza e di traslucenza della facciata metallica; scala 1:50. b. Modello di studio della struttura e definizione di un abaco di costruzioni con elementi modulari; scala 1:25.

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c. Modello del parco con inserimento del volume del padiglione per studiarne la spazialità e le connessioni con l’esterno; scala 1:500.


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capitolo 8

RIFERIMENTI


8.1 BIBLIOGRAFIA 8.1.1 | Capitolo 1: AD SEPTIMUM LAPIDEM Baldini Giacomo, Filippi Omar, Magno Andrea, Ragazzini Sofia, Torsellini Laura (cur.), “Schede delle evidenze archeologiche”, in Poggesi Gabriella, Sarti Lucia, Vannini Guido (cur.), Carta archeologica del comune di Calenzano, Firenze, CD&V, 2012. Baldini Giacomo, “Il territorio di Calenzano in età etrusca”, in G. Poggesi, L. Sarti, G. Vannini (cur.), Carta archeologica del Comune di Calenzano, Firenze, CD&V, 2012. Bassi Maria Rosaria, I nonni raccontano. La guerra, il fascismo, la resistenza, Firenze, Edizioni Giunti, 1996. Berlot Michele, Rossi Mauro, Il “borgo” di Settimello in provincia di Firenze. Lettura Analitica per la riqualificazione dei piccoli centri storici, vol. 1: Relazione, Tesi di laurea, rel. Prof.ssa Lamberini Daniela, Università degli Studi di Firenze, Dipartimento di Storia dell’Architettura e Restauro delle Strutture Architettoniche, a.a. 1995-1996. Caporali Alessio, Giachetti Costanza, Pelagatti Sara, Il nucleo storico di Settimello, ricerca condotta dagli autori alla fine del corso di Restauro Urbano (a.a. 2003-2004), prof. Osanna Fantozzi Micali, Università degli Studi di Firenze, Dipartimento di Conservazione dei Beni Architettonici, Firenze, 2004. Carocci Guido, I dintorni di Firenze, vol. I: Sulla riva destra dell’Arno, ristampa anastatica dell’edizione fiorentina 1906-1907, Roma, ed. Società Multigrafica, 1968. Corsi Pier Luigi, Settimello, frammenti di storia dall’archivio della Prioria di S. Lucia, Bagno a Ripoli, Pagnini e Martinelli Editori, 2001. Fanfani Pietro, Cecco d’Ascoli. Racconto storico del XIV secolo, 2. ed., Firenze, Tipografia di G. Carnesecchi, 1870. Filippi Omar, “Il territorio di Calenzano nella Preistoria”, in G. Poggesi, L. Sarti, G. Vannini (cur.), Carta archeologica del Comune di Calenzano, Firenze, CD&V, 2012. Lamberini Daniela, Calenzano e la Val di Marina: storia di un territorio fiorentino, vol. II: Documentazione e atlante, con la collaborazione di

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8.1.5 | Capitolo 5: MORE WITH LESS Aravena Alejandro, “Chi, che, perché”, in Biennale di Venezia, 15. Mostra Internazionale di Architettura, Guida, 2016. Baratta Paolo, “Introduzione”, in Biennale di Venezia, 15. Mostra Internazionale di Architettura, Guida, 2016. Biennale di Venezia, “Piccola scala - nuova linfa per l’onore perduto dell’architettura. I progetti di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo in Sicilia come forma di resistenza alla banalità e mediocrità dell’ambiente urbano”, in 15. Mostra Internazionale di Architettura, Guida, 2016. Biennale di Venezia, “Spagna. Unfinished”, in 15. Mostra Internazionale di Architettura, Guida, 2016, p. 231 Cibic Aldo, Rethinking happiness. Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te - Nuove realtà per nuovi modi di vivere, Mantova, Corraini Edizioni, 2010. Ciorra Pippo, Senza architettura. Le ragioni di una crisi, Roma-Bari, Editori Laterza, 2011. MoMA, Small Scale, Big Change: New Architectures of Social Engagement, catalogo della mostra curata da Andres Lepik, dal 3 ottobre 2010 al 3 gennaio 2011, New York, 2009. 361


8.1.6 | Capitolo 6: ARCHITETTURA: IL PROGETTO PROFILO ARCHITETTONICO-COMPOSITIVO Aravena Alejandro, Progettare e costruire, Milano, Electa, 2007. Barozzi Fabrizio, Veiga Alberto, “Filharmonia Szczecinska: Sustainable aspects of the work”, in Fundaciò Mies van der Rohe, European Union Prize for contemporary architecture. Mies van der Rohe Award 2015, Barcellona, 2015, pp. 51-59. Campo Baeza Alberto, Quiero ser arquitecto, Madrid, Los Libros de la Catarata, 2015. Crespi Giovanni, “Un diagramma rosso nella terra dei mapuche”, Casabella, 863-864, luglio-agosto 2016, pp. 80-92. El Croquis, 165, Sean Godsell 1997-2013. El Croquis, 181, “SelgasCano”, MGM - Barozzi Veiga - HArquitectes - SelgasCano. Fabbrizzi Fabio, Nella natura: 21 progetti per il Parco del Neto, Firenze, Edifir Edizioni, 2013. Fabbrizzi Fabio, Studi di fattibilità per un centro servizi multifunzionale all’interno del parco del Neto a Calenzano, consulenza tecnologica Piferi Claudio, collaborazione Fedi Nico e Olivieri Paolo, s.l., 2017. Ferrari Massimo, “Filarmonica Mieczysław Karłowicz – Szczecin, Polonia”, Casabella, 847, marzo 2015, pp. 56-62. Ferrater Carlos, “Barcelona botanical garden” in Carlos Ferrater, Carlos Ferrater, Barcellona, Actar, 2000. Ferré Albert, “Plataformas fractales”, in New architecture made in Catalonia, catalogo della mostra dal 14 settembre 2007 al 18 novembre 2007 presso la Frankfuster Buchmesse, Barcellona, Actar, 2007. Fujimoto Sou, Futurospective Architecture, catalogo della mostra dal 3 giugno 2012 al 2 settembre 2012, Colonia, Walther Konig, 2012. Fujimoto Sou, Sou Fujimoto: primitive future, Tokyo, Inax, 2008. Haduch Michał, Haduch Bartosz, “Urban Iceberg”, Fundaciò Mies van der Rohe, European Union Prize for contemporary architecture. Mies van der Rohe Award 2015, Barcellona, 2015, pp. 60-63. Jodidio Philip, Serpentine gallery pavilions, Köln, Taschen, 2011.

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8.2.5 | Capitolo 5: MORE WITH LESS Unfinisched, Pabellón español alla Biennale di Architettura di Venezia, 2016. Disponibile su: http://unfinished.es/en/. Ultima consultazione: 24/03/2017. Villani Cristina, Casetti Federica, “Di ritorno dal Fronte. 15 Biennale di Architettura di Venezia – #2 Giardini”, Art a part of culture. Disponibile su: http://www.artapartofculture.net/2016/10/22/di-ritorno-dal-fronte-15-biennale-di-architettura-di-venezia-2-giardini/. Ultima consultazione: 24/03/2017.

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8.2.6 | Capitolo 6: ARCHITETTURA: IL PROGETTO PROFILO ARCHITETTONICO-COMPOSITIVO Fujimoto Sou, In situ, conferenza al New Zealand Institute of Architect, 10 febbraio 2015. Disponibile su: https://www.youtube.com/watch?v=qg3FtZWZlxE. Ultima consultazione: 24/03/2017. SelgasCano, The Less Architecture the Better, intervista al Louisiana Museum of Modern Art di Copenaghen, 2015. Disponibile su: https:// www.youtube.com/watch?v=vd4-d8R8F9o. Ultima consultazione: 24/03/2017. PROFILO TECNICO-SCIENTIFICO Cambridge Architectural Mesh, tessuti metallici. Disponibile su: http:// cambridgearchitectural.com/. Ultima consultazione: 24/03/2017. Celenit, isolanti naturali. Disponibile su: https://www.celenit.com/. Ultima consultazione: 24/03/2017. Daikin, climatizzazioni. Disponibile su: http://www.daikin.it/climatizzatori-commercio/soluzioni/climatizzazione/vrv/. Ultima consultazione: 24/03/2017. Fanali Ester, “Il colore nell’Architettura”, Archinmente. Disponibile su: hhttp://esterfanali.blogspot.it/2011/05/il-colore-nellarchitettura.html. Ultima consultazione: 24/03/2017. Gallina, policarbonati alveolari. Disponibile su: http://www.gallina.it/. Ultima consultazione: 24/03/2017. Italpannelli, pannelli fotovoltaici. Disponibile su: http://italpannelli.it/. Ultima consultazione: 24/03/2017. Marcegaglia, ponteggi sistema giunto tubo. Disponibile su: http://www. marcegaglia.com/ponteggi/it/edilizia/giunto.html. Ultima consultazione: 24/03/2017. PVGIS - Institute for Energy and Transport - JRC. Disponibile su: http:// re.jrc.ec.europa.eu/pvgis/. Ultima consultazione: 24/03/2017. Sebach, servizi igienici moloblocco. Disponibile su: http://www.sebach. com/. Ultima consultazione: 24/03/2017. 367


8.3 CARTOGRAFIA

8.3.1 | Capitolo 1: AD SEPTIMUM LAPIDEM Catasto generale toscano, 1832-1835, Calenzano (22), S. Donato e Settimello, Sezione E, foglio 3 (part. da 684 a 1229), dim. 609x788 mm, scala 1:2500, (ID 043_E03A). Comune di Calenzano, “Tavola 1.1b - Prescrizioni e vincoli imposti dal Ptcp (sud)”, in Piano strutturale, Calenzano, 2004. Comune di Calenzano, “Tavola 1.2a - Vincoli derivanti da atti legislativi e/o amministrativi (sud)”, in Piano strutturale, Calenzano, 2004. Comune di Calenzano, “Tavola 1.2b - Vincolo idrogeologico”, in Piano strutturale, Calenzano, 2004. Comune di Calenzano, “Tavola 3.1 - Carta geologica (sud)”, in Piano strutturale, Calenzano, 2004.

8.3.2 | Capitolo 2: VILLA GAMBA E IL PARCO DEL NETO Capitano di Parte, “Pianta del Popolo di Santa Lucia a Settimello”, Piante dei Popoli e Strade, Tomo 121, XVI sec., in ASF, parte 2a, c. 436. Carta d’Italia, 1883, in AIGMF, foglio 106IV SE. Carta d’Italia, 1904-34, Tavoletta I.G.M., foglio 106IV SE, in BIGMF. Catasto generale toscano, 1832-1835, Calenzano (22), S. Donato e Settimello, Sezione E, foglio 3 (part. da 684 a 1229), dim. 609x788 mm, scala 1:2500, (ID 043_E03A). Catasto generale toscano, Comune di Calenzano, 1921, sezione I, in fogli n°5, in ASF, foglio 3, scala 1:2500. Gabbrielli Vittorio, Pianta di tutte le Strade comunitative esistenti e situate nel territorio della Comunità di Campi fatte di Commissione del Magistrato di detta Comunità dell’anno 1776 da me Vittorio Gabrielli Agrimensore, 1777, in ACCB, c. 16. Pianta dei contorni della città di Firenze, 1789, in BIGMF, 3650 n.5. 368


Martelli Silvia, Mainardi Paola (cur.), Progetto di restauro conservativo delle componenti paesaggistico ambientali del parco del Neto. Stato attuale: planimetria scala 1:500, 2012, in Comune di Calenzano. Pianta dei contorni della cittĂ di Firenze, 1789, in BIGMF, 3650 n.5. Pianta dei contorni di Firenze, 1817, in BIGMF, inv. 6024. Pianta del Fossombroni, 1810, in BIGMF, inv. 4493.

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Lo scrivente è a disposizione di tutti gli eventuali proprietari di diritti sulle immagini riprodotte nel caso non si fosse riusciti a recuperarli per chiedere debita autorizzazione. The writer is available to all owners of any images reproduced rights in case had not been able to recover it to ask for proper authorization.

Firenze | Aprile 2017

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Marco Nucifora marconucifora.mn@gmail.com

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MIMESI | a temporary pavilion in parco del Neto  

The compared scenario is a small English garden from XIX century in the surroundings of Florence. The occasion is the construction of a serv...

MIMESI | a temporary pavilion in parco del Neto  

The compared scenario is a small English garden from XIX century in the surroundings of Florence. The occasion is the construction of a serv...

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