Page 1

2016 accademia tradizioni etnostoriche


Reg. Tribunale di Nola (Na) n. 89 del 23/11/2001

Direttore Editoriale Biagio Esposito

Direttore Responsabile Angelo Calabrese

Redattori

Biagio Esposito Teresa Francesca Esposito Angela Gaeta Carmine Giuliano Vincenzo Mocerino Giovanni Zito

Foto Archivio Etnografico Regionale Segreteria di Redazione

Orsola Esposito Antonio Iovino Nunzia Giuliano

Art Director Marco Noviello

Š2015

Š edizioni

Via Monaciello, n.32 cap. 80049 Somma Vesuviana (Napoli) Italia Info: +39 0818931612 +393663116117 email: edizioni.ritualia@virgilio.it www.accademiavesuviana.info


Il coraggio d’esserci Biagio Esposito L’Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche e l’annesso Museo Etnostorico delle Genti Campane sono ormai realtà storicizzate ed operanti a livello nazionale ed internazionale. Ripercorrerne le tappe realizzative è motivo di soddisfazione, perché non è mai venuto meno l’impegno tenace, molto spesso ostinato, a superare faticosamente gli ostacoli che la realtà, non solo locale, opponeva all’affermazione accreditata di un’identità culturale, documentata e tutelata nelle già menzionate sedi istituzionali. Somma è la perla del Vesuvio dove le soluzioni ovvie diventano problematiche, i dilettanti si sprecano e già nelle anticamere del potere gli affamati si ingozzano. L’habitat visivo, intanto, è permeato d’una pietas molto forte. La storia e la natura sono attraversate dai meriti palesi della civiltà contadina che da sempre soffre, canta, prega, resiste. Da quella ho appreso la religione del lavoro, della terra, delle stagioni avare e di quelle generose: il mondo contadino sa affrontare i rischi con coraggio e con sapienza consiglia la prudenza. Sa come fare e perciò fa, ostile allo spreco e alla dissipazione. Da quell’humus si è avvalorato il mio istintivo desiderio di conoscere, partecipare, comunicare aggregando talenti che, in solidarietà amicale, si sono affiatati per la tutela del fascinoso sapere della loro terra. Già nell’adolescenza interpellavo quei preziosi vecchi che erano stati in gioventù fervidi nei sensi e nelle intemperanze che caratterizzano gli anni generosi, definiti irremeabili dai maestri che ancora sostengono le mie iniziative. Intanto, però, dignitosamente si logoravano di fatica, imparavano e attendevano i giorni festivi per tributare onori di canti e di balli alla loro terra, ai ritmi della vita che esigono il rispetto dei valori, perché non si può edificare il mondo, rifiutando le leggi dell’armonia. Dovevo pertanto dare vita ad una fucina coraggiosa, in cui difendere, nel mondo, documentate testimonianze della memoria storica di Somma Vesuviana. Per me era essenziale procedere da una triangolazione ineludibile Vesuvio, Somma, Napoli, perché i luoghi già celebrati universalmente non dovevano essere distanti dalla cultura della mia terra, da esaltare tra i vanti che dall’ancestro procedono alla progressiva civiltà. Non era impresa facile intendere le ragioni storiche di un territorio contraddittorio, dove i castelli restaurati e gli edifici di pubblica utilità vengono rifiniti, ma non affidati alla giusta utilizzazione, bensì alla fatiscenza e al degrado. L’onestà intellettuale impegnava, pertanto, a relazioni più ardue, ad una osservazione e sorveglianza critica, da proporre a difesa assidua della cultura popolare. Di qui gli incontri con il Centro Internazionale di Etnostoria di Palermo, diretto da Aurelio Rigoli, che ha inventato appunto una disciplina, le cui ragioni vanno oltre quelle dell’antropologia culturale. Di qui altri motivati incontri con eminenti protagonisti della cultura, non solo italiana, grazie ai quali è sorta e si è radicata l’Accademia come scuola di amor patrio, come vivaio dello studio delle tradizioni dei padri e con funzione educatrice ed emancipatrice da quel fare senza sapere che pone ai margini dell’esistenza quotidiana. E’ nostro convincimento che tutto ciò che viene generato dal pregiudizio e dall’ignoranza è il vero male presente sulla terra. Una cittadinanza responsabile deve conoscere l’essenza dei problemi e risolverli. Non a caso il museo è diventato funzionale al territorio perché coniugato ai panorami culturali nei quali è fattivamente inserito. Accedervi significa percepire il senso della propria identità, approfondita dall’esplorazione a tutto tondo delle discipline che fanno cultura viva. La biblioteca e l’archivio che fanno parte del Museo propongono sapere psicologico, filosofico, storico, politico, sociale, senza escludere pubblicazioni prettamente scientifiche. L’identità sommese diventa importante, semplicemente perché si può leggere e interpretare nella sostanza reale, mentre nel dinamismo antropologico si sta verificando il rimescolamento sociale della società, per cui, senza tutela, le radici rischiano di diluirsi fino a perdersi in una densità abitativa senza amalgama. La presenza dell’Accademia e del Museo, vale soprattutto per la realizzazione degli eventi che vengono programmati per una più ampia conoscenza e, soprattutto, per rendere giusto onore agli storici del territorio e alle figure eminenti del passato, senza dimenticare le eccellenze presenti, per le quali si sta provvedendo all’istituzione di un premio annuale che ne riconosca i giusti meriti e le proponga alla nazione e al mondo. E’ doverosa la nostra gratitudine a tutti quelli che sono impegnati all’indagine storica e alla didattica, che non sia soltanto praticata in terra vesuviana. Non a caso l’Accademia è presente con varie sedi istituzionali in Italia e all’estero. La Sede museale ad Ucria accoglie, con funzione didattica, le opere dei giovani artisti premiati nelle varie biennali d’arte, proposte alle Accademie e alle Università internazionali. A questo Museo Pedagogico dell’Arte e della Creatività Giovanile si aggiungono momenti espositivi e rapporti culturali con varie Università come quelle di Napoli, dell’Università Federale Siberiana e le indimenticabili e propositive presenze in Egitto, Polonia, Ungheria, Norvegia, Francia, Grecia, Spagna, Iraq. L’Accademia svolge inoltre attività di volontariato ed è regolarmente iscritta al Servizio Civile Nazionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri settore: Cultura- Ambiente- Beni culturali. Concludo questa breve premessa al calendario documento, prodotto per augurare prosperità e buon anno 2016, con una riflessione tratta da una conferenza tenuta a Torino dal nostro direttore scientifico, prof. Angelo Calabrese. Il noto critico e storico dell’arte scrive: “La ritualità genuina di Somma germina dalla genialità spontanea, depositaria di verità dall’ancesto. Attinge vitalità dalle possibilità permanenti nell’esistenza concreta. Il trionfo dei canti a crudo, nell’esaltante incalzare delle tammorre che sfrenano i balli all’acme del tragico, alla catarsi, e sigillo del passato e prototipo del futuro. Quest’universo di dedizione alla vita converge versum unum, al compiaciuto ascolto di Dio: ne è pervaso il suo silenzio.”


La Casa delle Lucerne Angela Gaeta Il Casamale, incomparabile “scoglio presepiale”, accogliente e suggestivo nucleo abitativo di Somma, vanta un presidio particolare di cui è titolare Arcangelo Rianna. La sua Casa delle Lucerne, oltre a custodire, per annate, le testimonianze di illuminazione della maggior festa celebrata in quel Luogo, le lucerne, offre la possibilità di consultare saggi particolari, volumi di varia cultura, tesi di laurea, prodotte da studiosi interessati alla ricorrenza quadriennale che attira visitatori regionali e nazionali. Nessun cittadino sommese manca a quell’incontro in cui tòpoi ed archetipi resistono, fanno capolino, ammiccano tra le stradine e gli edifici edificati con pietre di fuoco e piperno: come la solidificata lava vesuviana si è consolidato il Casamale, dove tutto ciò che concerne la festa delle Lucerne, bene esclusivo del rione, si può apprendere nella sede dell’ingegnere Rianna. Orgogliosamente egli spiega che nel Luogo in cui è nato e cresciuto e di cui conosce la magnifica storia, sono confluite le ragioni incrollabili della ragione e le istanze della vita di Somma. La festa delle Lucerne, bene esclusivo del Casamale, irradia lume agli uomini che onorano e custodiscono le tradizioni e, intanto, riconoscono che nel tempo la ritualità si sovraccarica di imposizioni arbitrarie che alterano il senso originario dei fatti da santificare. Talvolta gli interventi sono ingenui, estrosi, d’invenzione spontanea; altre volte, però, si notano ostinate determinazioni a sommergere e addirittura nullificare il culto antico. Accade questo allorché interviene una protervia barbarica, venefica addirittura, che imbastardisce l’antico con deliberata avvertenza. Ci siamo resi conto che il popolo del Casamale ignora da dove derivi il nome del suo rione. Chi ha saputo interrogare, ad occhi aperti, le case di pietra che sono nucleo di paese, ha appreso da quelle come propriamente si nomi il Casamale. Se non si rispettano come sacre parole, le pietre restano mute: tacciono ostinate in degrado e fatiscenza. Si lasciano morire tra quelli che fanno lo stesso rinunciando a viversi. Chi invece è guidato dalle testimonianze storiche, impara a distinguere le salde consistenze d’angolo dai ritrovati effimeri, proposti dalla massificata supponenza, ostile a chiunque, progettando umanità, edifica per il tempo della continuità. Perché il Casamale si chiama così? La voce del popolo, che non è quella di Dio, quando abbiamo domandato non c’è stata, come non c’è, d’aiuto. Angelo Calabrese c’è venuto in soccorso grazie agli attrezzi del mestiere: ci ha confermato le origini indoeuropee, italiche del nome. Gli era bastato il vocabolario greco-italiano di Lorenzo Rocci quando, nel 1985 propose il saggio “Te piace ’o presebbio?”. Kάsα vale come casa, abitazione, oikia da non confondere con calube che significa tugurio. Ama è avverbio e preposizione che significa insieme, ’αμάλη (amalla) vuol dire covone, case legate insieme a covoni: una casa di case. Casamale quindi è un agglomerato di case strette insieme, coniugate talvolta da supporti ad arco per renderle più salde. A lampo d’occhi si ritrova nelle stradine del Casamale la poesia “Vicolo” di Quasimodo. Angelo Calabrese ha scritto: “Un reticolo di sole si smaglia sulle mura possenti, sulle fatiscenze, le precarietà, gli inserti d’architettura spontanea, i cortili esperti di vite familiari interferenti, intatte, un tempo, dai miasmi della noia e della tristezza. Croci di case, sí, tra le quali transitano bisbigli segreti, urla, minacce, liti, pacificazioni, odi tenaci e riti festivi che eliminano ogni rancore. Croci di case che non sanno che è paura di restare sole nel buio, croci di case di lava, salde contro la malizia quotidiana, il male che basta ad ogni giorno, agglomerate a difesa, religiosamente, ritualmente custodi di accadimenti, di cui gli attuali abitanti non si rendono conto nella loro smemoratezza. Tra i vicoli del Casamale abbiamo incontrato quelli dell’infanzia di Quasimodo. Somma è in alto: tutto ciò che sale converge. L’alto è la dimora dove il progresso convive con il primordio, dove lo spirito vince sulle occasioni mancate e gli abusi di potere.” Per quanto concerne la festa delle Lucerne, cerchiamo di sintetizzarne i valori, ben sapendo che necessiterebbe di particolari approfondimenti socio-psicologici, soprattutto perché fa riferimento alla conclusione della vita produttiva femminile. La festa è celebrata nella prima settimana del mese di Agosto, che secondo la voce popolare, è capo d’Inverno. La stagione estiva dell’anno, nella sua conclusione, somiglia al tempo in cui si annuncia la menopausa e la lucerna, modellata come piccolo coccio di terracotta con un beccuccio da cui sporge un lucignolo, fin dall’antichità veniva considerata sinonimo della sessualità femminile. Lo riscontriamo dalle fonti archeologiche, in particolar modo quelle greche e romane. Il borgo medioevale del Casamale rende omaggio alla donna che transita in altre stagioni importanti della sua esistenza. Adorna perciò le strade del borgo con piccole lucerne ad olio, disposte su strutture di legno di varie forme geometriche: cerchi, quadrati, rombi, triangoli in successione; per cui ci si trova di fronte ad una sorta di tunnel che indica il transito dal passato, al presente e al futuro. A volte uno specchio posto in fondo alle stradine allunga il tunnel di luci. Ad avvalorare questa lettura si aggiunge che la festa delle Lucerne si conclude con la processione della Madonna della Neve. Il borgo intanto viene addobbato con felci, rami di castagno, palloncini variopinti, catenelle di carta colorata. Non mancano scene di banchetti rustici ed estranee presenze di fantocci. Nella Casa delle Lucerne sono conservate varie interpretazioni della festa, che è un inno alla vita e non può essere considerata come presa di coscienza della morte dell’anno, soprattutto perché l’autunno è prodigo della vendemmia e della frutta da conservare, secca, per le stagioni improduttive.


Il Museo Etnostorico Delle Genti Campane Teresa Francesca Esposito L’etnostoria prende atto di quanto gli studi folklorici riconoscono transitato, nel presente, dalla storia della civiltà popolare. A quella appartengono tutti gli usi, i costumi, il lavoro, le feste, le cerimonie religiose, il culto dei santi, i miti e i riti che, da lontane terre, sono pervenuti nei nostri Luoghi di forte significazione, celebrati nel mondo per i loro incomparabili Beni naturali e culturali. Il Museo Etnostorico delle Genti Campane, fortemente voluto e istituito da Biagio Esposito a Somma Vesuviana, si motiva per la presenza della Montagna di fuoco, che viene invocata “fredda”, per la sicurezza di chi vive alla sua ombra. I sommesi e i vesuviani, tutti, hanno appreso dagli avi a convivere con il primordio ed a giovarsi dei prodotti incomparabili che derivano dalla sapiente coltivazione dei terreni lavici. Il Vesuvio ha generato Napoli, ’o paese d’’o sole; il nome della città, secondo il prof. Gallo, deriva dall’illirico Na, sole, e polis, città. Tutto ciò che quella città ha vissuto, accogliendo popoli di altre terre, subendo invasioni, attivando scambi commerciali, è confluito in alto, dove la somma cima del Vesuvio ha ospitato tutto quello che veniva mutando o cercava riparo dall’incalzare degli eventi napoletani. Si spiegano così i culti delle Madonne nere, transitate nella nostra religione dai culti di Iside e di Cibele e tutti quei riferimenti che riconosciamo giunti a noi dalla dea madre, Demetra, e da Cerere che custodisce le messi. La civiltà contadina vesuviana ha conosciuto tutti i culti delle divinità che tutelavano la fertilità dei campi ed ha amalgamato, accogliendoli, molti arricchimenti del suo sostrato. Molti ne ha assorbito per la loro funzionalità al lavoro e al benessere, nel senso migliore dell’adstrato, subendone invece altri, imposti dal superstrato, voluti quindi dalle varie dominazioni che si sono succedute nel corso dei secoli. Un patrimonio così vasto risulta ancora oggi sorprendentemente vivo, perché tramandato nel corso delle generazioni. Questa ricchezza trova vari e motivati riscontri nel Museo, adiacente alla chiesa di Santa Maria a Castello, la Mamma schiavona, così aggettivata, perché, un tempo, era nera come quella del Carmine a Napoli, quella dell’Arco a Sant’Anastasia e quella di Montevergine, tutte di chiara derivazione dai culti di Iside e di Cibele. Il Museo propone testimonianze di civiltà non solo locali e campane: le sue acquisizioni si estendono all’internazionalità, per comprendere comparazioni e derivazioni da una medesima forma originaria, chiarita nel corso dei secoli. Il motto di chi sovrintende alle attività museali si essenzializza nel distinguere la cultura come spazio che comunica e la tradizione come aria che si respira. Le sezioni in cui si articola il nostro Museo sono quattro: sacralità e devozione popolare, ritualità e musica etnico-popolare, cultura materiale e arte, le maschere e i volti. Questi ultimi sono quelli documentati nelle festività popolari in cui si sono alternati maestri del canto a fronna e a figliola e incomparabili protagonisti del ballo ritmato al suono delle tammorre, dei flauti, dei putipú, arricchiti in tempi più recenti dalle musicali estensioni della fisarmonica. Tutti questi strumenti sono esposti nelle nostre sale insieme con altri, a fiato e a percussione, di diverse nazioni. Tutte le testimonianze storiche delle realtà regionali attestano come il progresso si sia evoluto, in progressione geometrica, in breve volgere d’anni. Tanto per dire, è ancora di memoria recente lo scaldino per il letto, ’o scarfalietto, presente nelle case di tutti, insieme con le pentole di rame, le damigiane di vetro soffiato a pieni e robusti polmoni, i preziosi frutti della civiltà dei ricami, del lavoro artigiano e della fatica mortificante, estesa dall’albeggiare al tramonto, e pretesa come dovere, troppo spesso servile. Le feste, i canti, i balli erano l’altra faccia delle cerimonialità religiose, tutte da santificare nel rispetto e nella venerazione del sacro. Scoppiava poi l’euforia irrefrenabile che, esaltata dal vino, eccitava la profanità anche al limite dello scontro violento. Tornavano gli antichi fescennini e le più acuminate frecciate toccavano ai vessatori e ai padroni prepotenti. Se la stagione faceva corta la giornata, il proprietario terriero sospirava, perché non poteva sfruttare più intensamente i suoi sottomessi. Un canto popolare accennava a questa vita bruta e se: “E’ fatta notte e lu patrone suspira:/dice ch’è fatta corta la jurnata”, il contadino ironicamente invitava il suo despota a non soffrire. Prometteva di lavorare di più l’indomani, per recuperare. L’annessa biblioteca e tutti gli altri servizi di fototeca e apporti documentari, di cui si parla in altra parte della presente pubblicazione, consentono di chiarire il senso dei riti di purificazione e de La pertica, che simboleggia l’offerta di un consistente ramo, liberato dalla scorza e dalle fronde, lasciando però piccole sporgenze legnose per appendervi doni di natura o oggetti più importanti da offrire in segno di rispetto e promessa d’amore. Con particolare attenzione ai paesaggi culturali, il nostro Museo assolve soprattutto una funzione di accoglienza e preparazione a coniugare l’ambiente fisico con quello storico e culturale del territorio. Lo fa da una posizione strategica e offre un contributo ad intendere il senso della città come civitas, impegnata alla formazione del cittadino. A tal proposito è importante ricordare le parole di Lewis Mumford: “La funzione primaria della città è quella di trasformare il potere in forma, l’energia in cultura, la materia morta in simboli viventi dell'arte, la riproduzione


biologica in creatività sociale”. Questa formidabile lezione di civiltà ribadisce il bisogno di tutelare il proprio territorio, di valorizzarne gli elementi connotativi, di proporre lo spazio fisico come museo all’aperto, grazie alle opere d’arte che assolvono anche una funzione didattica. In un clima in cui interagiscono concretamente le energie a sostegno del benessere civico, vengono date, tra l’altro, adeguate risposte alle tensioni abitative. Per quanto concerne la sicurezza, diventa necessario ridurre al minimo gli elementi dell’imprevedibilità: si procede verso il possibile. Per quanto riguarda l’ordine è evidente che la tutela delle relazioni sociali deve essere rispettata agevolandole negli interscambi. La libertà, invece, deve essere intesa nell’accettazione e nella pratica delle regole necessarie alla convivenza. Il senso della proprietà comune merita di essere rispettato nella tutela di quello che appartiene alla storia antica e presente della città stessa. Il senso di appartenenza sostanzia, inoltre, l’attaccamento alla propria terra e all’impegno nel progettare la tutela dei beni irrinunciabili per il tempo della continuità. Infine, per chi onora la tradizione e ne interpreta compiutamente i valori, è essenziale il rispetto dell’uguaglianza: a tutti i cittadini, per i giusti meriti, devono essere concesse le stesse possibilità di realizzazione.

Archivio Etnostorico Regionale Vincenzo Mocerino L’Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche, Istituto di Promozione Culturale, accreditato dal Ministero dell’Istruzione, Università e della Ricerca Scientifica – Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Presidenza consiglio dei Ministri – Servizio Civile Nazionale, sita a Somma Vesuviana, ai piedi della montagna calda – il Vesuvio – e a circa quindici chilometri da Napoli, nasce nel 1992 per volere di Biagio Esposito. L’Accademia Etnostorica si staglia verso l’alto (‘ngopp’‘o Castiello), come un pensiero nostalgico rivolto al passato, come un antico albero, le cui radici profonde, hanno attecchito nella ricca terra vesuviana pregna di cultura e tradizione, facendo sì che dall’alto dei suoi rami producano i frutti che nutrono l’anima delle genti, perché la cultura è ciò che resta quando si è dimenticato tutto. Lontano dalle dissoluzioni “terrene”(‘e’ vasci’’o Castiello) e dalle barbarie dei tempi, l’Accademia protegge il tempo e l’anima di un popolo che non è mai stato muto; i canti antichi che ancora sopravvivono, sono rimasti sigillati nell’aria pura di montagna come il fumo di foglie autunnali bruciate al mattino; il profumo ci riporta indietro con la mente ed apre i dimenticati scrigni dell’identità incastonati nel profondo dei nostri cuori. La tradizione è l’aria che si respira (come direbbe il nostro direttore scientifico Angelo Calabrese). Nemmeno le nere pietre vulcaniche, agglomerate nei millenni, stanno mute ed impassibili, esse ci raccontano una vita ancestrale, continuata dai popoli sul lungo e sottile confine tra bianco e nero, bene e male, sacro e profano. Raccontano quell’entità enorme e svincolata dal dualismo che è il Vesuvio, portatore di vita e morte: tutto questo possiamo racchiuderlo in una sola parola “esistenza”; noi vesuviani abbiamo un rapporto diretto e quotidiano con l’epifania divina. Sita sull’altura di Santa Maria a Castello, l’Accademia ha una prospettiva più ampia del mondo, rivolgendo non solo un primario interesse al territorio campano, ma anche all’intero territorio nazionale, all’area del Mediterraneo, all’Est europeo, all’Asia, Africa, America ed Oceania. Mi piace pensare, che come un osservatorio astronomico, l’Accademia scruti l’umanità come le stelle nello sconfinato firmamento etnico del mondo e ne conservi la luce che emanano: anche alla fine del proprio ciclo, le stelle lasciano la propria scia prima di scomparire, così l’uomo lascia le sue tracce nel tempo, frammenti di luce e quindi di vita.

Valentina Polise: Operatore servizi archivio e accoglienza


Affinché il passaggio e la luce di ciò che fu e di ciò che visse, non venga affievolito e dissolto dall’incombenza del tempo, noi come in una fotografia imprimiamo e conserviamo l’esistenza consegnandola al futuro. Da qui la sostanza di un archivio complesso, organico nei documenti che consentono di tramandare la memoria dei fatti, comprovandone l’esattezza e le modalità. Un archivio di documenti grafici, iconografici, fotografici, visivi, fonici, eccetera che, appartenendo a dati ambienti, periodi o civiltà, ne sono l’espressione o in qualche modo le rappresentano, come le testimonianze dirette di quella cultura oggettiva a tutto tondo, del popolo. Un archivio di Tradizioni Etnostoriche, infatti non conserva solamente fonti documentarie della storia predominante, la storiografia ufficiale, ma anche quelle provenienti da una “storia bassa”, considerata in passato subalterna. L’Etnostoria estende il suo campo d’indagine verso il complesso ambito del mondo popolare/tradizionale (fatto di usi e costumi, credenze, storie di vita, canti popolari e così via), fondendo macrostoria e microstoria nell’intento di sintetizzare al massimo una storia totale. Per cui l’Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche ha suddiviso il suo archivio nelle seguenti “sezioni”: •Documentaria: (epistolari del Seicento, Settecento, Ottocento, fra le due guerre mondiali contenenti storie di vita di un’ Italia bellica pre-unitaria e post-unitaria; manoscritti di poesie e canti popolari in lingua “volgare”; una preziosissima raccolta di carte ottocentesche, scritte a mano, riguardanti atti amministrativi, lo studio di malattie, ricette mediche e preparati farmaceutici a base di sodio, zolfo, oppio, ferro, manganese, oro ecc. documentazione proveniente dall’Antica Farmacia di G. Manzelli di Napoli, presso il Museo Nazionale; una raccolta di quaderni scolastici delle elementari e del ginnasio, che fanno riaffiorare tutta una microstoria pedagogica sulle “Vecchie Scuole”; statuti, capitoli, bolle, epistolari confratellari, curiose le controversie sorte tra la congregazione del Santissimo Rosario di San Giovanni a Teduccio e la Reale Arciconfraternita “Ave Grazia Plena” esistente anch’essa a San Giovanni a Teduccio. •Etnomusicale: (spartiti, cd-rom, audiocassette, videocassette, strumenti musicali della tradizione popolare vesuviana e dei cinque continenti, materiale documentario proveniente dai numerosi studi effettuati su: danze, canti, teatro popolare, ecc.). •Etnofotografia: (Circa cinquemila tra foto e diapositive riguardanti manifestazioni religiose, come i Gigli di Nola, ed i Fujenti, il presepe popolare, scene di vita quotidiana ecc.). • Iconografia: (Religiosa e di stampe varie. Di notevole interesse due tavolette votive del seicento ed una raccolta di immagini votive boliviane dell’ottocento). • Museale: (Il Museo Pedagogico dell’Arte e della Creatività Giovanile), composto da circa settecento opere di giovani artisti allievi delle Accademie d’arte del Mediterraneo, e non solo, partecipanti alla Biennale d’Arte “Ritualia” organizzata dall’Accademia stessa. La sezione inoltre, dispone anche di una cospicua raccolta di maschere, espressione culturale di un valore magico o religioso. • Biblioteconomia: (più di migliaia di volumi, preziose prime edizioni, antichi testi a stampa, con copertina in pergamena – cinqucentine, seicentine e settecentine in 4°, 8° e 16° , fra le quali un testo a stampa, in 4°, del 1525 sui “Principi Peripatetici” di Aristotele. Il nostro auspicio è quello di augurarci che ben presto il Ministro per i Beni e le Attività Culturali attraverso la Soprintendenza Archivistica per la Campania possa dichiarare l’Archivio dell’Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche di notevole interesse storico nazionale. Ma soprattutto, che venga valorizzato il nostro lavoro all’Accademia, che si espande ben oltre l’area sommese. Grazie al direttore Biagio Esposito, che ha unito e creduto in noi giovani dell’area vesuviana, ci siamo formati avendo la possibilità di cimentarci nell’ambito della cultura tradizionale ed etnostorica. Formazione quest’ultima non solo in ambito lavorativo e culturale, ma anche umana, in quanto ogni minuto passato a lavorare col direttore scientifico Angelo Calabrese è un viaggio nel tempo e nella storia a bordo di una nave ricca di sapienza, per poi tornare al punto di partenza, quindi a sé stessi, ma con maggiore consapevolezza e rinnovata, ritrovata, identità.

Antonio Iovino: Restauro e conservazione museale


Gli Angeli dei conquistatori della Bolivia

l’annuncio è stato dato, per cui l’angelo rivolge gli occhi al fruitore, in atto sospeso: è un indugio dopo il volo delle ali e il moto dei piedi a grandi passi.

Angelo Calabrese Le dodici illustrazioni che caratterizzano il calendario 2016 dell’Accademia di Tradizioni Etnostoriche, appartengono alla collezione museale, acquisita per una più ampia documentazione del patrimonio artistico che arricchisce l’iconografia religiosa nelle tradizioni internazionali. Le opere d’arte provengono dalla Bolivia e risalgono alla visione cristiano-cattolica portata dai conquistadores agli indigeni, affinché aderissero a una nuova visione religiosa, prima ancora di cogliere i frutti dell’azione civilizzatrice. Ogni immagine è significativa del tempo in cui Dio Padre stabilisce di riconciliarsi con l’umanità, incarnandosi nel Figlio. Maria, concepita senza peccato, è la Vergine madre, figlia del suo Figlio, che, per umiltà, merita l’annuncio che le viene fatto dall’angelo Gabriele. Queste notizie, appartenenti al sapere comune, diventano interessanti nelle modalità con cui sono proposte dalla creatività degli artisti che hanno sacralizzato il loro immaginario per il culto religioso in Bolivia. Solo per enumerarle nell’ordine, partiamo dall’angelo che si presenta a Maria. Ne abbiamo individuato due di sublime suggestione, perché non solo si propongono nella ricchezza delle vesti preziose per le stoffe e i ricami, ma nella loro presenza dicono anche di essere in transito sulla terra, provenendo dal cielo. Lo confermano le ali ed anche le volumetrie dei panneggi che si configurano come nimbi: quelle creature hanno attraversato le nuvole del cielo che cela.

Nella seconda immagine anche questa volta Gabriele è proposto come intermediario tra il cielo e la magnifica natura terrena. E’ su di un poggio e i piedi sembrano non toccare il suolo. Le ali stanno ritrovando la loro posizione di riposo: è un vero atterraggio in cui il messaggero, che non osa ancora dire una parola, rassicura Maria, indicando la propria provenienza celeste. L’Annunciazione si precisa in una cornice variamente fiorita e il riquadro del festone vale anche ad indicare che, con Gesù, c’è un nuovo modo d’essere al mondo: è una nuova, perenne primavera. Il volto dell’angelo è colmo di stupore; il messaggero divino si incanta, muto, di fronte alla fanciulla senza peccato: per grazia di Dio partorirà Suo figlio. E’ interessante notare che le figure sacre, come gli angeli annuncianti, indossano abiti che esaltano una condizione nobiliare. Sono principi che, intanto, nelle vesti ricordano i paramenti sacri, con quei ricami dovuti alla creativa pazienza delle monache e delle novizie. Per la magnificenza divina, in un atto di fede, devono essere esaltate le trasparenze simboliche, i panneggi più preziosi, folti di gemme rare, proprio come quelle che figurano sui paramenti, gli ostensori, le corone del Cristo, della Madre dei santi e dei martiri.

Nella prima raffigurazione Gabriele, dal viso dolcissimo, dalla gestualità e dal modo d’incedere, non consente una distinzione nel dimorfismo sessuale. Nella mano destra reca un mazzolino di fiori che, dato il taglio dell’opera, non possono essere individuati, ma la posizione del braccio, levato in alto, è già significativo della purezza di Maria fiorita in cielo. L’indice della mano sinistra, rivolta sicuramente a Maria, ci avverte che L’angelo che si presenta a Maria, questa volta sembra aver


interrotto una danza. Si mette in posa, recando un ramo ingigliato e graziosamente muove la mano sinistra, aperta in gesto liberale, per comunicare all’umile ancella il dono di cui è stata giudicata degna. Sono interessanti i biondi e lunghi capelli ad onda, le ali candide che si vanno a chiudere dietro il manto fluttuante, il verde della sopravveste, da cui emergono gli arricci dell’abito per meglio evidenziare i ricami. Da notare ancora: l’incarnato, la finezza dell’insieme epifanico che solo un grande ceramista potrebbe trasferire nella porcellana. Prima di passare alle altre presenze angeliche, che si identificano nei guerrieri e nelle persone del potere, da onorare perché volute da Dio come suoi messaggeri, severi e punitivi nelle armi del tempo, è bene soffermarci sulle Madonne che venivano proposte alla civiltà boliviana, da realizzarsi nell’ambito della religione cattolica.

La conferma la scena dell’incoronazione di Maria, già celeste nel manto stellato e colorato come le vesti dei tre personaggi, identicamente replicati, che insieme, in un unico gesto la incoronano. Accade nel cielo, tra le nuvole, dov’è concorde la volontà trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La Madre di Dio, perfetta lunarità, domina infatti il regno della perfetta e pura femminilità. Da notare nell’opera la centralità del Padre, che regge la corona tra il Figlio e lo Spirito, diversamente operativi nell’universo di cui hanno gli scettri: le tre persone sono uguali e distinte.

La Madonna, nata senza peccato, ha la responsabilità di nutrire Gesù e quindi l’artista che la dipinge con gli occhi affettuosamente rivolti al Figlio, nutrito dal suo seno, cura la morbidezza delle volumetrie e la delicatezza delle dita che appena sfiorano la mammella, emergente dall’abito in una mandorla, ne fanno sgorgare copiose gocce di latte. E’ una Madonna delle Grazie, Maria del latte. La soavità pensosa della Madonna è tutta concentrata sul Bambino che magnificamente viene nutrito e intanto tocca ed indica la dulcissima Mater mentre rivolge gli occhi ai fedeli. Chi la propone intermediaria tra la terra e il cielo, conferma che Maria soccorre i bisognosi: “chi vuol grazie ed a Lei non ricorra/sua disianza vuol volar senz’ali”. L’artista si è estasiato alla sua stessa visione ed ha dipinto i due angioletti, che dall’alto recano fiori e assistono alla scena, come presi da un incanto che lascia sospese le loro azioni. Le aureole e l’oro incorruttibile conferiscono sapore d’eterno ad una vera e propria istantanea, che contiene una perfetta narrazione, attraversata da una ineccepibile lezione di teologia.

La Madonna poi giganteggia in piena scena, allorché si apre il sipario, stellato come il suo manto. Appare altocinta in elevazione, sulla luna, l’una, del cielo, che è tutto accolto sotto il manto divino. Maria è dipinta in ascensione. Transita verso l’oro paradisiaco e Gesù, quasi in volo, leggero, senza peso, benedice con la destra i segni della consacrazione che pendono dalla mano della Madre aureolata d’azzurro e conclusa, in quanto orto senza accesso, in una ellisse che ferve di due fuochi. L’altra manina è rivolta alla terra: appare seduto e le braccine sono aperte come sulla croce.


Maria del rosario viene proposta sempre a scenario aperto, ma, questa volta, il manto è folto di palme a doppia chioma, in forma di clessidre. Maria appare pensosa; regge il Bambino la cui leggerezza è significativa dall’idea ascensionale. Sono da notare i lunghi capelli, tra i quali spuntano dei fiorellini a intervalli quasi regolari, la veste a losanghe, che somiglia a una rete, i ricami che vibrano, la luce divina che irradia le teste coronate. Il Bambino regge il globo, il mondo sormontato dalla croce, e Maria ha tra le dita il simbolo della passione di Cristo, come gioiello in cui si conclude il giro della corona del rosario che, nella recita dei misteri, consente di ripercorrere tutta la storia del cristianesimo. Che il dipinto sia dedicato alla funzione devozionale, ce lo attestano i due vasi gemelli arricchiti di fiori, per ricordare ai fedeli come si rende onore a Maria. Benedice e, intanto, regge il mondo, il Bambino che la Madre propone al culto in un’opera pittorica particolare, in quanto allusiva alle perfette geometrie, significative del divino rigore, che è regola nel progetto della creazione.

Dal cerchio delle dense nuvole si irradia la luce d’oro che illumina Maria tra raggi paralleli, intervallati da guizzi che serpeggiano, ad indicare il fervore luminoso. Il manto ricchissimo di fiori, inseriti in una rete a losanghe, ha forma piramidale. Lo scettro della rettitudine, sormontato dalla croce con le sue cinque

gemme, significa nel numero, l’uno della trinità e il due della natura. L’Uno, trino, assoluto, e il due non appartengono alla numerazione: il primo numero è infatti il tre. Non a caso chi benedice, lo fa in nome della Trinità. Le due dita chiuse dicono che la natura, come atto creato, non interviene nel gesto sacrale. A lampo d’occhi si riconoscono tutte le allusioni geometriche presenti nella raffigurazione, arricchita vistosamente da quel serto di perle che dovrebbe alleggerire l’insieme e vale anche per coniugare le due candele fiammeggianti, sempre significative dell’atto devozionale. Passiamo ora agli angeli guerrieri, ben diversi da quelli dell’Annunciazione: i conquistatori s’impersonarono nei messaggeri divini, si magnificarono nelle vesti del potere dominante e stabilirono da subito le distanze da quelli ai quali venivano imponendo una religione, che esigeva nuovi parametri di spostamento di pensiero e sanciva un modo nuovo d’esserci al mondo. L’anghelos annuncia il tremendo, muta l’esistenza di chi lo incontra. Per dare segno della sua perfezione e del suo compito di messaggero, fiacca il destinatario del suo messaggio. Tobia ci rimette una gamba, altri riportano ferite che li segneranno per tutta la vita. Gli angeli sono al servizio di Dio, sanno giganteggiare, occupano tutto l’orizzonte quando si presentano a Maometto sul quale Dio fa calare il Corano. Gli angeli, a immagine e somiglianza dei conquistadores, appaiono in vesti sontuose. Sono severi e implacabili, armati e pronti a punire chi non è pronto ad accogliere i loro messaggi. Sullo sfondo della natura prendono la mira con i loro fucili; hanno ali possenti, cappelli piumati, calze fiorite come le scarpe eleganti. La loro magnificenza vale come il miracolo che mostrano agli occhi stupiti di chi apprende a rispettarli e venerarli.

E’ consacrato a Maria il “puro spirito” che regge nella destra la verga, axis mundi, segno della rettitudine e del comando, che non tocca il suolo. La poggia su di un piede e attira l’attenzione sui vistosi nastri bianchi che ornano i calzari. Riporta così alla mente un antico feziale di Roma che, da ambasciatore, non portava pene. Nel cerchio tracciato dal suo bastone era intoccabile e chi osava mancargli di rispetto, doveva fare i conti con l’Urbe, capitale del mondo. Sono da notare le simmetrie dei candidi legami che ancorano alle ginocchia i pantaloni del guerriero in veste dorata e corpetto con il simbolo della sua consacrazione. Sono esagerati gli sbuffi delle maniche in seta a ricami e il mantello è a forma di cuore con strascico. Completano l’abbigliamento il cappello/elmo superpiumato e le ali: la


destra lieve come quella di una farfalla, la sinistra incurvata ed adorna dei colori dell’arcobaleno. Un’altra allusione non va sottovalutata: il rigore del bastone è superato dalla minaccia della spada, celata sotto il mantello, ma sempre pronta ad essere sfoderata.

Angelo di Dio è anche l’alato personaggio, in ammanto regale, consapevole della sua autorità assoluta. Si propone in una messa in posa che gli consente di ostentare iperboliche, seriche evidenze tra le invenzioni dell’ammanto, il particolare cappello a larga tesa, con piume e nastri, le ali bianche e rosse, la magnificenza di una regalità, anche ecclesiale, alla quale è consentito reggere il fucile con la sinistra e tenere celata la destra sotto l’apparato scenico di un manto che è anche stola.

Non ha la spada fiammeggiante ma prende imperturbabile la mira l’altro angelo che veste abiti di una ricchezza sorprendente. Sono notevoli le simmetrie dei ricami, dei nastri fioriti all’altezza dei ginocchi e sulle scarpe. Anche per quest’angelo ci sono nastri a ruota, quasi a significare la perfezione dello spazio in cui opera. Ecco gli angeli del vicereame, della necessità di convertire indigeni in maniera persuasiva.

Per noi cultori della tammorra, meritava un conclusivo accenno l’angelo con il tamburo d’uso militare, l’impavido che chiama all’assalto e regola il rituale delle grandi parate con il particolare rullo del suo strumento. E’ un angelo, per così dire, in altissima uniforme, biondo come l’oro della veste, arricchito dei particolari che abbiamo già altrove osservato. Stupiscono le ali d’ampia apertura, piumate ai bordi di quel rosso che si ritrova nella veste e in quella sorta di nimbo, a ruota perfetta, entro la quale si staglia il particolare della immancabile spada. Non è fiammeggiante come quella della cacciata dal Paradiso, ma nella chiamata alle armi sa rendere al meglio il suo servizio.


Momenti di incontri e attività didattiche dell’Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche


Gruppi di lavoro: Radici Comuni-Ritrovarsi al Museo Servizio Civile-Garanzia Giovani: Campania

Gruppi di lavoro: Radici Comuni-Ritrovarsi al Museo Servizio Civile-Garanzia Giovani: Sicilia


Calendario Accademia Vesuviana Tradizioni  
Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you