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i Lions ossolani alla propria Terra


Hanno collaborato per i testi: Tullio Bertamini, Gianfranco Bianchetti, Paolo Bologna, Paola Caretti, Marco Cattin, Umberto Chiaramonte, Cesarina Masini Chieu, Caterina Bensi Chiovenda, Galeazzo Maria Conti, Paolo Crosa Lenz, Alberto De Giuli, Raffaele Fattalini, Germana Fizzotti, Carmine Gaudiano, Sergio Lucchini, Enrico Margaroli, Cesare Melchiorri, Renzo Mortarotti, Rosario Mosello, Gilberto Oneto, Anna Pagani, Angela Travostino Preioni, Mauro Proverbio, Ettore Radici, Pier Antonio Ragozza, Aldo Roggiani, Enrico Rizzi, Franca Paglino Sgarella, Giacomo Zerbini.

Comitato di redazione: Antonio Pagani - Coordinatore generale Paola Caretti - Raffaele Frassetti - Alessandro Grossi - Sergio Lucchini - Giampaolo Prola Consulenti: Tullio Bertamini Fotografie: Carlo Pessina -Agenzia Pessina, Domodossola Copertina: Giampaolo Prola

Il Lions Club Domodossola desidera esprimere la propria gratitudine a tutti coloro che, collaborando o contribuendo, hanno reso possibile la realizzazione di quest’opera

© Lions Club Domodossola - 2005 Tutti i diritti riservati. Riproduzione anche parziale vietata. Il volume è stato curato dalla Edizioni Grossi - Domodossola Stampato dalla Tipolitografia Saccardo Carlo & Figli s.n.c. - Ornavasso (VB)


Sommario

pag.

15

La Storia

17

Dalla preistoria al traforo del Sempione Tullio Bertamini

57

La “repubblica” dell’Ossola Paolo Bologna

69

L’archeologia Alberto De Giuli

75

Ambiente e natura

77

Un paesaggio verticale Renzo Mortarotti

87

L’acqua e la pietra Aldo G. Roggiani e Marco Cattin

103

Acque termali e acque minerali Pier Antonio Ragozza

109

Il clima Tullio Bertamini e Rosario Mosello

119

La flora Cesarina Masini Chieu

135

La fauna Franca Paglino Sgarella

149

I parchi e le riserve naturali Paolo Crosa Lenz

155

La cultura

157

Ossolani illustri Angela Travostino Preioni

195

Antonio Rosmini Anna Pagani

203

I monumenti e i segni d’arte Gian Franco Bianchetti

231

I letterati ossolani Enrico Margaroli

7


8

pag.

239

“Walser”: gli uomini dell’alta montagna Enrico Rizzi

241

L’Ossola e il Sempione nei diari di viaggio Raffaele Fattalini

245

Tradizione, folclore e leggende Germana Fizzotti

259

Storia dei costumi Caterina Bensi Chiovenda

265

Attività umane e tempo libero

267

Economia e sviluppo industriale Umberto Chiaramonte e Sergio Lucchini

297

L’agricoltura, l’allevamento e i prodotti tipici Giacomo Zerbini

305

L’artigianato e il commercio Paola Caretti

313

L’energia idroelettrica Ettore Radici

319

L’attività estrattiva Mauro Proverbio

333

L’architettura tradizionale Galeazzo Maria Conti e Gilberto Oneto

341

Il turismo Carmine Gaudiano e Paola Caretti

353

Lo sport Cesare Melchiorri


T

erra d’Ossola. Una terra abbracciata dai monti, una terra di acqua e di vento, ora aspra e rustica, ora dolce e sontuosa. Silenziosa sotto la coltre di neve, o esuberante quando il verde intenso colora i suoi boschi, la nostra Terra d’Ossola ci riserva ogni giorno un angolo nuovo, inedito. E noi, che come alberi affondiamo le radici in questo spaccato di mondo e assorbiamo di giorno in giorno da questo terreno la nostra linfa vitale, abbiamo il dovere di scoprire, di conoscere e tramandare i mille tesori che secoli di storia ossolana ci hanno regalato. Per queste ragioni il Lions Club Domodossola, in occasione del Quarantennale della sua Fondazione, ha voluto raccogliere in un’unica opera, completa ed aggiornata, il pensiero di studiosi che all’Ossola hanno dedicato approfondite ricerche. Sulla scia del successo ottenuto nelle due precedenti edizioni, questo terzo volume di “Terra d’Ossola” intende divenire uno strumento di facile consultazione, soprattutto per gli studenti, che avranno a loro disposizione anche la versione informatizzata raccolta in un CD e un DVD. Il volume, che si legge come un lungo racconto della storia antica e moderna delle nostre genti di montagna, è dedicato proprio ai giovani. Attraverso la parola scritta, intesa come valore storico da non disperdere come foglie al vento, ci auguriamo che i giovani possano trovare il giusto sentiero che unisce passato e futuro, e infondere uno spirito nuovo alla loro terra. Determinante per la realizzazione del libro sono stati i generosi contributi offerti dalla Provincia del Verbano Cusio Ossola e dalla Banca Popolare di Intra, ai quali vanno i nostri particolari ringraziamenti. Degno di nota è l’interesse manifestato dai numerosi sostenitori e sponsor, così come lodevole è l’entusiasmo con cui hanno lavorato i soci del Lions Club che, accogliendo il mio invito, si sono prodigati per la buona riuscita dell’iniziativa. Naturalmente un grazie agli autori, che hanno confermato, con la volontà e il valore dei loro saggi, l’efficacia dell’agire comune per esaltare le virtù della nostra “Terra d’Ossola”.

Gian Luigi Caretti Presidente del Lions Club Domodossola

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A

uguro a questa edizione di “Terra d’Ossola”, la terza, la stessa fortuna e successo delle due che l’hanno preceduta, quella del 1984, da tempo esaurita, e la seconda, del 1994, diventata utile e agile strumento per studiosi e studenti di storia ossolana. Il mio augurio, più che esprimere una speranza, esprime una certezza, che deriva dall’alta qualità dei testi redatti da firme note del panorama letterario locale. Ad incrementare le opportunità di successo sicuramente contribuirà la novità proposta, a corredo della carta stampata, di un CD multimediale utile come software per gli studenti e un supporto DVD. Mi pare la strada giusta per rendere moderna e all’avanguardia un’opera che ricostruisce e riassume secoli di storia, di arte e di attività umane che tanto hanno contribuito a valorizzare il territorio. “Terra d’Ossola” rappresenta dunque un mezzo importante per conservare le tradizioni locali, anche in funzione didattica e, in generale, per tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza del territorio. Altro augurio che mi sento di esprimere, di fronte ad opere di pregio come questa, è che rappresentino anche un momento di riflessione per consolidare le basi su cui poggia il futuro della nostra terra. In altre parole, spero che la comprensibile e giusta tensione verso la salvaguardia delle tradizioni locali non sia sterile sguardo rivolto al passato, ma anche preludio di un nuovo modo di vivere “l’ossolanità”, aprendola al confronto con le altre zone della nostra Provincia. Credo che “Terra d’Ossola” debba essere letto coniugando al futuro quanto si racconta nelle sue pagine. Oggi come non mai l’Ossola deve guardare avanti, i suoi abitanti devono diventare sempre più artefici delle proprie sorti in un positivo e coeso rapporto con quanto vi è oltre i confini ossolani, in primis Verbano e Cusio. Spero che i giovani, a cui l’opera è rivolta in modo particolare, possano più di altri guardare lontano, raccogliendo il testimone degli studiosi e scrittori locali e così trovare nel libro nuovi stimoli per approfondire gli argomenti trattati e continuare il prezioso lavoro di ricerca fin qui compiuto.

Paolo Ravaioli Presidente Provincia del Verbano-Cusio-Ossola

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D

a quasi novant’anni, Banca Popolare di Intra è presente in Ossola. L’apertura della sede di Domodossola e della filiale di Villadossola risale infatti al 1919. Pochi anni dopo, nel 1921, è stata invece la volta di Ornavasso, cui sono seguite negli anni successivi Malesco, Pieve Vergonte, Trontano, Domodossola Agenzia di Città, Baceno, Druogno e, nel 1998, Varzo. In questo lungo arco di tempo, Banca Popolare di Intra si è posta un obiettivo prioritario: favorire la crescita e lo sviluppo del territorio ossolano. Nei suoi 132 anni di storia, Popolare di Intra ha mantenuto e valorizzato la sua identità di Banca che fa dell’attenzione al territorio, del rapporto personale con i clienti, della capacità di ascolto e della capacità di proporre con tempismo prodotti e servizi innovativi i punti forti della sua azione. Detto altrimenti, ha saputo conservare immutata la propria identità, riuscendo, contemporaneamente, a tenersi al passo con i tempi e a raccogliere le sollecitazioni del mercato mettendone a frutto mutamenti e trasformazioni. Alla luce di tutto questo appare naturale il nostro sostegno alla realizzazione della nuova edizione di Terra d’Ossola che il Lions Club Domodossola pubblica per celebrare il quarantennale della sua fondazione, nella convinzione che la “salvaguardia delle tradizioni abbia senso e valore solo in quanto diventa apertura verso nuove conquiste di valori civili”. Il libro, che vanta già due edizioni, viene ora aggiornato nei contenuti e nello stile e arricchito con un cd multimediale di carattere didattico e un supporto visivo in dvd con l’obiettivo prioritario di illustrare agli studenti locali la storia, la cultura e le tradizioni ossolane. E’ anche attraverso la partecipazione alla realizzazione di iniziative editoriali come queste che passa la capacità della Banca Popolare di Intra di essere ciò che è: un vero punto di riferimento per tutto il territorio. Territorio rispetto al quale la “Intra” costituisce un motore di crescita e di sviluppo, non solo economico.

Sandro Saini Presidente Banca Popolare di Intra

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Sponsor ufficiali dell’opera: Provincia del Verbano Cusio Ossola Banca Popolare di Intra

Hanno contribuito alla realizzazione: Antigorio s.n.c. - Graniti, Serizzi, Beole Assocave VCO Assograniti VCO Autoservizi Comazzi s.r.l. Gigliola e Giorgio Brizio Davide Campari - Milano S.p.A. - Stabilimento di Crodo Gianluigi Caretti Comunità Montana Antigorio Divedro Formazza Comunità Montana Valle Antrona Comunità Montana Monte Rosa Comunità Montana Valle Ossola Comunità Montana Valle Vigezzo Distretto Turistico dei Laghi Fornaroli dott. Giovanni Fratelli Poscio S.p.A. Frua Cav. Mario S.p.A. Immobiliare Lepontina s.r.l. Impredil s.r.l. - Costruzioni Edili Ingeoart s.r.l. International Chips s.r.l. Libreria Grossi Manifattura di Domodossola Marini Quarries Group s.r.l. Niccioli Ercole Ing. Antonio Pagani Studio Pavan s.r.l. Riserva Naturale Speciale Sacro Monte Calvario di Domodossola Sciovie Lusentino Moncucco s.r.l. Siena Gianluigi - Agenzia RAS - Domodossola Società Subalpina Imprese Ferroviarie S.p.A. Parco Nazionale Val Grande Parco Naturale Veglia Devero VCO Azzurra TV

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“Pro memoria Ossolano”. Pittura su tela cm 100x100, 1979 di Giuliano Crivelli. Propr. Comunità Montana Valle Ossola.


La Storia


Domodossola, Torretta delle antiche mura (sec. XIV).


Dalla Preistoria al traforo del Sempione Tullio Bertamini

II breve schizzo storico qui proposto vuole offrire solo qualche indicazione cronologica e qualche riferimento più specificatamente ossolano, quasi un disegno in rilievo, sulla storia delle regioni più vicine e più vaste come la Lombardia, il Piemonte e l’Italia settentrionale, storia che dobbiamo in gran parte supporre a tutti nota o comunque facilmente accessibile. Saranno anche trascurati molti fatti di interesse troppo locale, puntando invece su quelli che coinvolgono l’intiera regione ossolana. Dalla preistoria alla fine dell’Impero Romano d’Occidente (sec. V) L’archeologia ci dice che l’Ossola fu abitata dagli uomini fin da epoca immemorabile. I ritrovamenti di utensili, armi e suppellettili di pietra, di bronzo, di ferro e di ceramica ci informano che insediamenti umani dovettero essere già presenti almeno nel Neolitico e successivamente nell’età del bronzo e sempre più intensivamente nell’età del ferro, cioè almeno dal terzo millennio prima di Cristo. Cacciatori e raccoglitori di frutti prima e, poi, pastori, agricoltori e ricercatori di minerali, contribuirono a conoscere la regione, dissodarne i campi ed i prati e bonificare le zone di pascolo oltre il limite della vegetazione arborea. Furono naturalmente scelti per primi i luoghi più sicuri ed a solatio sui pendii delle valli, ricchi di terreno fertile, prossimi alle sorgenti e sicuri dalle fiere e dagli altri nemici. Gli storiografi che accennano all’Ossola sono molto tardivi. Il primo che ce ne dà una indicazione è il geografo Tolomeo (II sec. d.C.) il quale ricorda confusamente una Oscella Lepontiorum, cioè una regione abitata da un popolo chiamato dei Leponzi e, probabilmente, la sua capitale (Domodossola). I Leponzi abitavano tutta l’Ossola e le regioni vicine del Canton Ticino ed erano affratellati con un altro gruppo detto più propriamente

Uberi che abitavano nell’altro versante delle Alpi oltre il Gottardo. Difficile stabilire quale fosse l’origine dei Leponzi. Alla loro formazione probabilmente contribuirono sia i discendenti dei popoli che nel Neolitico si erano insediati in queste regioni e successivamente altri provenienti dalla pianura padana (Liguri) e dalle regioni transalpine (Celti). Pare che un profondo amalgama di popoli sia avvenuto in questa regione nel VI secolo avanti Cristo quando i Galli calarono in Italia e si scontrarono con gli Etruschi e poi con i Romani. I Leponzi ebbero certamente una propria cultura ed un proprio linguaggio, ma subirono l’influenza degli Etruschi loro confinanti a sud, da cui ebbero l’alfabeto. I pochi documenti scritti in lingua lepontica (non ancora perfettamente decifrati) sono stati formulati con quell’alfabeto. Solo dopo la conquista romana adotteranno l’alfabeto latino. I ritrovamenti tombali ci informano che i Leponzi erano soprattutto agricoltori e pastori, ma capaci anche di fondere il bronzo e lavorare i metalli. Armi ed arnesi di lavoro ci parlano di un popolo forte e tenace nella coltivazione dei campi e nella difesa della propria libertà. Furono infatti fieri, come tutti i popoli alpini, della loro indipendenza e perciò si opposero anche ai Romani che, dopo aver superato gli Etruschi, si affacciavano alla pianura padana. Perciò dopo la prima guerra punica ci fu uno scontro durissimo fra i Romani ed i popoli della Gallia Cisalpina, Leponzi compresi. I Romani, vittoriosi, con la disfatta degli Insubri e la conquista di Milano loro capitale (222 a.C.), imposero le colonie militari di Cremona e Piacenza. Quando poi Annibale attraversò le Alpi (218 a.C.), i Leponzi si unirono a lui e parteciparono alla battaglia del Ticino che, vinta da Annibale, costrinse i Romani a ripassare il Po. Ma dopo la battaglia di Zama i Romani ritornarono ad occupare la pianura padana, spingendosi probabilmen-

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te fino al lago Maggiore ed al fiume Sesia (187 a.C.). Negli anni seguenti le relazioni fra i Romani ed i Leponzi migliorarono. I popoli alpini si avvantaggiarono soprattutto dai commerci che avvenivano attraverso le Alpi dei cui passi essi erano i padroni. Ne è segno anche in Ossola la frequente monetazione romana repubblicana. Molti prodotti italici cominciarono ad apparire anche nell’Ossola, come attestano i ritrovamenti tombali di Ornavasso, Gravellona ecc. Ma le Alpi, dopo la spericolata traversata di Annibale, non erano più un baluardo insuperabile alle orde barbariche che cercavano in Italia migliori sedi. I Romani, già padroni della Provenza e del Norico, vigilavano affinché questo non avvenisse. Ma i Cimbri ed i Teutoni, popoli provenienti dal Nord, dopo aver chiesto invano a Roma di entrare in Italia ed avere scorazzato per mezza Europa, ed aver vinto anche alcuni eserciti romani, ritentarono l’impresa. Essi trovarono in Provenza un potente esercito romano comandato da Mario. Allora si divisero in due corpi: i Teutoni cercarono un passaggio nelle Alpi Marittime ma furono completamente distrutti da Caio Mario alle Aquae Sextiae, i Cimbri risalirono il Rodano affrontando probabilmente i passi alpini ossolani. Frattanto un esercito romano al comando di Lutazio Catulo si era attestato nel versante opposto costruendo un doppio campo fortificato congiunto da un ponte a cavallo del fiume Toce, che lo storico Plutarco chiama Atosis, probabilmente proprio fuori di Domodossola nel luogo che prese il nome di Castellazzo. Ma i Cimbri, costruita una grossa diga alle forre di Pontemalio, produssero una piena artificiale che mise in gran pericolo il ponte romano e tutto il sistema difensivo. Il console Lutazio Catulo credette allora opportuno mettersi in testa ai suoi soldati in fuga e riparare nella pianura padana. Poco dopo però, ai Campi Raudii presso Vercelli, le forze romane di Caio Mario distrussero completamente le orde dei Cimbri (101 a.C.). Le relazioni fra i Romani ed i Leponzi si guastarono alla fine del I secolo a.C. quando, pare, le comunicazioni fra i due versanti alpini divennero insicure a causa dei continui ladroneggi. Roma intraprese una guerra in piena regola e tutti i popoli alpini furono assoggettati al suo imperio (14 a.C.). Questo successo fu esaltato con un monumento a La Turbie (in Francia) su cui una lun18

ga iscrizione, riportataci anche da Plinio il Vecchio, ricorda tutti i popoli alpini sottomessi e pacificati; fra essi anche i Leponzi. La pace augustea che ne seguì ebbe felici conseguenze anche nell’Ossola, dove aumentò il benessere economico e prese avvio la cultura. Oscella fu probabilmente elevata al grado di municipio e, secondo il De Vit, fu sede del procuratore romano preposto alla provincia delle Alpi Atrezziane, provincia che durò fino all’epoca dell’imperatore Diocleziano (284-305) che l’ascrisse definitivamente all’Italia. Tracce di questo benessere si riscontrano abbondantemente nei reperti tombali. Furono anche potenziate le vie di comunicazione, in cui i Romani erano maestri. Oscella era collegata non solo con Novara e Milano, ma anche con Seduno (Sion) e Octoduro lungo quella che poi fu l’asse sempioniana, ma che in quell’epoca utilizzava probabilmente con più frequenza i passi della valle Antigorio, della val Bognanco e della valle Antrona. Un lungo tratto di strada romana esiste ancora sulla sponda sinistra del Toce, da Cosasca a Mergozzo, ricordata anche dalla famosa iscrizione su roccia di Vogogna che la fa risalire all’intervento di un procuratore delle Alpi Atrezziane al tempo di Settimio Severo (196 d.C.). La romanizzazione si riflette puntualmente anche nei nomi di persona e nei cognomi, alcuni dei quali come quello attestatoci dalla ricca tomba di Claro Fuenno a Domodossola sono in parte romani e in parte ancora leponzi. Analogamente avviene per la religione. Assieme al culto tradizionale delle divinità lepontiche, come le Matrone, compare quello delle divinità importate, come Silvano, Giove e Iside (ara trovata a Candoglia). Un tempietto scoperto a Roldo di Montecrestese e risalente ai primi anni dell’era moderna è tutto ciò che ci resta degli edifici sacri di quel tempo. Ma nel IV secolo la religione pagana subisce una crisi mortale con l’avvento del Cristianesimo che lentamente, ma inesorabilmente, sostituisce l’antica religione pagana nelle città e poi anche nelle province più lontane dell’Impero. Con Costantino ebbe il diritto all’esistenza e con Teodosio il Cristianesimo divenne religione di Stato (385). In Ossola il Cristianesimo si affermò abbastanza presto, utilizzando anche gli edifici religiosi pagani esistenti e riconvertendoli al nuovo culto. Grande fu in questo tem-


po l’opera di evangelizzazione guidata dal Vescovo Ambrogio di Milano che spedì missionari e vescovi in tutta la Gallia. Forse anche Oscella ebbe inizialmente il suo vescovo, ma certamente ebbe un presbiterio o gruppo di sacerdoti che cominciarono a interessarsi a questa regione. Il documento più antico che ci parla della presenza del Cristianesimo in Ossola è una lapide mortuaria rinvenuta sul colle di Mattarella, dove probabilmente una chiesa dedicata alla B.V. Maria ricalca un tempio dedicato alle Matrone, e che risale all’inizio del VI secolo. Ma anche sul Montorfano di Mergozzo, all’interno della chiesa di S. Giovanni, è stato ritrovato un fonte battesimale che può risalire alla stessa epoca. Le vicende dei secoli seguenti nell’Ossola si possono riassumere nella situazione generale creatasi nell’Italia settentrionale e specialmente a Novara e Milano fino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.). Dall’età barbarica al Mille L’indebolimento dell’Impero romano permise a molti popoli barbari di superare i confini e penetrare in un territorio coltivato e ricco di prede. Cedono le difese della Germania e della Pannonia permettendo ai Goti di Alarico di raggiungere e saccheggiare Roma (410). Nel contempo (443) i Burgundi prendono stabile dimora lungo la Soana ed il Rodano a ridosso dell’arco alpino ossolano. È poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico il quale vince Odoacre che era stato proclamato re (476) da truppe mercenarie germaniche al servizio dell’Impero, e fa di Ravenna la sua capitale. La guerra degli Ostrogoti sotto la guida di Teodorico, iniziata nel 493, coinvolge anche l’Italia occidentale e quindi l’Ossola che fu sottoposta alle scorrerie dei Burgundi, chiamati forse da Bisanzio in aiuto di Odoacre. Le scorrerie dei Burgundi causarono la distruzione ed il saccheggio di molte città e paesi, dai quali furono portati via e condotti in schiavitù molti abitanti. Una iscrizione su una roccia, letta dallo storico ossolano Giovanni Capis, in località Mizzoccola presso Cosasca, accennerebbe al passaggio per l’Ossola di un corpo di spedizione di Burgundi al comando del loro re Gundobaldo. Cominciò dunque in quell’epoca il decadimento di

Oscella che vide distrutti i suoi palazzi e deserte le sue case dalle quali furono dedotti schiavi gli abitanti. I municipi che subirono maggiori danni furono Milano, Novara e Vercelli. Ennodio, scrittore di quell’epoca, ci dice però che i vescovi cominciarono a esercitare una grande influenza anche nel mondo civile, facendo valere il prestigio del loro potere religioso al servizio dei popoli. S. Lorenzo vescovo di Milano, Epifanio vescovo di Pavia, si recarono infatti alla corte del re Gundobaldo ottenendo da lui e dal fratello Godiscilo che risiedeva a Ginevra, la liberazione dei prigionieri che pensiamo siano ritornati attraverso i passi alpini ossolani. Il regno di Teodorico (493-526) fu di relativa stabilità e prosperità in Italia, sebbene le popolazioni rurali fossero state ridotte ad un forte impoverimento, dovuto ad una redistribuzione dei beni ed a tasse in favore dei barbari occupanti. La successiva guerra, iniziata nel 535 e protrattasi per 18 anni, che permise ai generali bizantini Belisario e Narsete di cacciare i Goti e restaurare il dominio dell’Impero non fece che aumentare le distruzioni ed i disagi dei popoli. Fu probabilmente sotto il dominio di Teodorico o, al più tardi, sotto quello di Narsete che non solo fu fortificato ulteriormente il Castellazzo di Oscella (dove un tempo furono le fortificazioni romane) contro i Burgundi, ma fu anche costruito ex novo il potente castello di Mattarella, dove tuttavia si hanno tracce di costruzioni più antiche, di epoca romana e tracce di insediamenti preistorici. Ma il grande colpo che ridusse l’Italia settentrionale allo stremo e la imbarbarì per parecchi secoli fu quello dovuto all’invasione dei Longobardi sotto la guida di Alboino, penetrati nel Friuli, e che successivamente conquistarono Milano e Pavia nel 572, dove posero la loro capitale. La prima parte del dominio longobardo fu durissima, segnata da violenze, espropri, saccheggi, incendi, spogliazioni di ogni genere, specialmente del clero e delle chiese, contro le quali i Longobardi, ariani, si accanirono particolarmente. Ciò fu causa di un rapido e drastico regresso della civiltà. La popolazione, già decimata dalla fame e dalla peste, si ridusse notevolmente. Le lettere e le arti decaddero quasi completamente. I Longobardi pretendevano di vivere di razzia prelevando i beni prodotti dai popoli soggetti, ma, condotti a mi19


glior consiglio dagli insuccessi militari, dovettero anch’essi adattarsi al lavoro e divenire agricoltori come i popoli soggetti. Dopo un periodo di anarchia, sotto re Autari (584-590) che sposò la cattolica Teodolinda, figlia del duca di Baviera, le cose mutarono. Con il successore Agilulfo, secondo sposo di Teodolinda, e con il concorso del papa S. Gregorio Magno, inizia la conversione al cattolicesimo dei Longobardi, il che favorisce l’amalgama con i popoli soggetti. Tuttavia mentre questi mantengono la legge romana, i Longobardi con l’Editto di Rotari (636-652) codificano la loro tradizione vivendo con leggi proprie. Il regno longobardo è in continua espansione nel secolo VII con la creazione di nuovi ducati, ma presenta anche forti sintomi di debolezza dovuti alla disunione dei duchi. L’Ossola è inclusa nel ducato di S. Giulio d’Orta, sulla cui omonima isola probabilmente il duca si era costruito per maggior sicurezza un castello. Oscella perde le caratteristiche di capitale dell’Ossola perché la sede del potere civile e militare longobardo è nel castello di Mattarella da cui dipendeva il territorio sotto forma, probabilmente, di giudicaria, retta da uno sculdascio. Quando, sotto il re Agilulfo irrompono i Franchi dai passi alpini ossolani e ticinesi il duca Mainulfo di S. Giulio d’Orta tradisce il suo re e lascia libero passo ai Franchi. Ma, cacciati questi, Agilulfo si vendica facendo tagliare la testa al duca fellone e riducendo sotto il suo diretto dominio il ducato. L’Ossola quindi dipenderà direttamente dalla Corte di Pavia. In questo tempo grandi territori sono concessi ai milites ed alle fare arimanniche longobarde nelle Alpi che essi dovevano difendere dalle invasioni nemiche. Gli uomini liberi sono ancora numerosi, ma molti sono anche i servi e gli aldioni semiliberi e molto sviluppata è la servitù della gleba in una economia che è solo agricolo-pastorale. Questa situazione non cambia neppure dopo che Carlo Magno, con la vittoria sull’ultimo re longobardo Desiderio (774), instaura il dominio franco in Italia. L’Ossola diventa una contea dipendente dal regno italico; il suo centro amministrativo e militare è sempre il castello di Mattarella (Corte di Mattarella). Ma con la venuta dei Franchi continua quel processo di feudalizzazione che sottrae praticamente al diretto dominio del re alcuni territori che vengono dati in feudo a signori laici 20

ed ecclesiastici per loro particolari benemerenze, i quali vi esercitano il dominio teoricamente alle dipendenze del re a cui giurano fedeltà, ma di fatto valendosene con molta libertà. Vassalli maggiori e minori si legano in una instricabile società che è spesso fortemente suddivisa dagli interessi famigliari ed individuali a spese del popolo minuto, dei servi della gleba e coloni costretti ad un duro lavoro nei campi e nei boschi ed alla costruzione dei numerosi castelli che sorgono come funghi un po’ dappertutto. A questo processo di feudalizzazione è soggetta anche l’Ossola, dove alcuni signori hanno vasti territori e partecipa anche il vescovo di Novara che costruisce a Oscella, presso la chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio il suo castello (castrum novum, ricordato nel 1001). Ma il dominio del vescovo si estende soprattutto sulla città di Novara, attorno al lago d’Orta ed in moltissime altre località, dove le chiese possiedono beni immobili. L’Ossola intanto è governata da un conte palatino, ma il territorio si è andato restringendo a causa della crescita dei feudi donati dal re ai signori, tanto che viene definita comitatulo quella parte che ancora dipende dalla corte di Mattarella, dopo le riduzioni subite a causa della feudalizzazione. Ma in Ossola hanno i loro beni monasteri come quello di S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, fondato dal re longobardo Liutprando, e chiese anche di diocesi diverse da quella di Novara. I vescovi di Novara continuando con qualche fortuna l’opera di accrescimento del dominio temporale della Chiesa iniziatosi con la immunità concessa da Ludovico il Pio (814-840) e progredito con le donazioni e conferme di Lotario I, di Carlomanno e di Berengario I (901), si trovarono tuttavia a dover scegliere fra i vari pretendenti alla corona d’Italia ed a quella imperiale. Così Berengario II sottrasse alla Chiesa novarese la Riviera di S. Giulio e perseguitò il vescovo che non appoggiava la sua candidatura alla corona imperiale. Ma Ottone I di Germania, sconfitto Berengario, restituì al vescovo di Novara (962) la Riviera, l’isola di S. Giulio e la giurisdizione su Novara e dintorni. Da questo momento i vescovi di Novara appoggeranno pressoché costantemente i re e gli imperatori di Germania, i quali, per questa fedeltà, saranno generosi di riconoscimenti e di nuove donazioni. L’occasione più propizia fu colta nella lotta che op-


pose Arduino marchese d’Ivrea, pretendente alla corona d’Italia, ed il re germanico Enrico II. Il vescovo Pietro di Novara, schieratosi al momento opportuno con Enrico II, fu perseguitato da Arduino, per cui dovette fuggire e subire notevoli danni nei suoi possedimenti. Sconfitto Arduino, il vescovo Pietro, recatosi alla corte dell’imperatore Enrico, ebbe in dono, per la sua fedeltà e in risarcimento dei danni subiti, il comitatulo ossolano cioè la pars publica dell’antica contea dipendente dal castello di Mattarella. Il solenne diploma concesso alla Chiesa Novarese nel 1014 segna dunque l’inizio del dominio feudale della medesima nell’Ossola, dominio che durerà circa tre secoli. Cronache dei secoli XI e XII La società ed il sistema politico feudale sono al massimo sviluppo nel secolo XI, ma contemporaneamente si intravvedono i segni di una grave crisi. Il tentativo da parte degli imperatori di riaffermare il proprio potere su una società disgregata e pullulante di mille contraddizioni politiche cozza con quello dei signori laici ed ecclesiastici. L’imperatore poi ha uno scontro diretto con la Chiesa a causa delle investiture ecclesiastiche collegate con i feudi da esse dipendenti. Nella lotta che ebbe per protagonisti il papa Gregorio VII ed il re Enrico IV i vescovi di Novara si mantennero dalla parte dell’imperatore e molti di essi ricevettero da lui l’investitura senza essere riconosciuti dal Papa e quindi sono spesso ricordati come «invasori della cattedra di S. Gaudenzio». Grande era anche la decadenza dei costumi del popolo e del clero, dovuta al fatto che gli ecclesiastici erano più impegnati negli affari politici ed economici che non nel ministero pastorale. Il clero era poi spesso viziato dalla eresia dei Nicolaiti per cui, contravvenendo alla disciplina della Chiesa cattolica latina, molti preti prendevano moglie. Anche su questo punto dobbiamo notare che i vescovi di Novara sono fra quelli che, come il vescovo di Vercelli e l’arcivescovo di Milano, si oppongono alla riforma del clero, ostacolando quel movimento popolare detto dei Patàri, sorto a Milano, che riuniva tutti gli uomini desiderosi di eliminare tale piaga. In questo tempo subisce il martirio il diacono Arialdo di Milano, capo della Patarìa, che viene ucciso nell’isola Madre del lago Mag-

giore da due preti nicolaitici su ordine di Oliva, nipote dell’arcivescovo Guido di Velate. Il mondo cristiano è frattanto sollecitato a muoversi per opporsi all’avanzata dell’Islamismo divenuto padrone della Palestina e pronto ad estendere il suo dominio in Africa ed in Europa. Dopo vari tentativi andati a vuoto, finalmente una Crociata organizzata dai principi cristiani riesce a riconquistare Gerusalemme e la Palestina, dando origine ad un regno cristiano (1099), il cui primo re fu il glorioso Goffredo di Buglione. Tutti questi eventi produssero effetti sociali importanti. Il popolo cominciò a partecipare attivamente alle vicende politiche e religiose, al movimento della Patarìa ed alle Crociate, organizzandosi in varie corporazioni nelle città e liberandosi dalla servitù della gleba nelle campagne. A Milano nasce il Comune con i suoi consoli e magistrature nuove. La nobiltà è costretta a inurbarsi e riconoscere l’autorità del Comune. Il movimento comunale si estenderà lentamente alle campagne fino a coinvolgere anche i centri più piccoli. Frattanto in Ossola e nel Novarese i signori laici, già aderenti a re Arduino, cercano di riprendersi quei beni che gli imperatori Enrico II e Corrado II avevano assegnato alla Chiesa novarese. I signori di Pombia, poi denominati Conti di Biandrate, i Conti di Castello, i conti di Crusinallo estendono i loro possessi nel Novarese, nel Vercellese, attorno al lago Maggiore e nell’Ossola. I vescovi novaresi tengono a mala pena il castello e le terre dipendenti dalla Corte di Mattarella in Ossola, ma anche questo feudo viene qua e là occupato da quei signori. Fortunatamente dopo una serie troppo lunga di vescovi intrusi, risolta almeno in parte la questione delle investiture, sulla sede di S. Gaudenzio di Novara salgono vescovi legittimi, cominciando da Riccardo e seguito da Litifredo (1124-1151) con i quali si ha un deciso miglioramento religioso e civile. Le lotte precedenti in cui il clero fu parte attiva avevano infatti molto diminuito il fervore cristiano del popolo che i preti nicolaitici non avevano provveduto a istruire e guidare. Ecco perché, dopo le mirabili chiese con cui si chiude il secolo X, come S. Bartolomeo di Villa e S. Maria di Trontano, non sorgono nuovi edifici religiosi se non nel secolo XII come S. Martino di Masera, S. Maria Maggiore in val 21


Vigezzo, S. Maria di Montecrestese, S. Stefano di Crodo ecc. Il vescovo Litifredo ottenne dal papa Innocenzo II, nel 1133, una Bolla dalla quale sappiamo che in Ossola vi sono solo tre pievi o parrocchie: la pieve di Domodossola, la pieve di Vergonte e la pieve di Mergozzo. Da ognuna di queste pievi dipendevano le chiese sussidiarie costruite da tempo in tutte le valli. Con il vescovo Litifredo si avvia, crediamo, il processo di separazione delle varie parrocchie dalla pieve-madre che, secondo la necessità e le circostanze, condurrà alla situazione presente. Sono prime a separarsi le parrocchie vallive di val Vigezzo con S. Maria Maggiore, di val Antigorio con S. Stefano di Crodo, di val Divedro con S. Maria di Crevola, di valle Antrona con S. Bartolomeo di Villa, seguite da altre. Domodossola riprende intanto il suo ruolo di capitale dell’Ossola superiore, non solo per il mercato settimanale del sabato che vi si faceva da epoca immemorabile, ma soprattutto perché centro della vita religiosa della pieve. La sua chiesa pievana o Duomo sostituirà l’antico nome di Oscella e sarà Duomo di Oscella o Domodossola. All’inizio del secolo XII prende anche il nome di Borgo. Infatti numerosi signori vi hanno le loro abitazioni ed il vescovo pone alcuni funzionari e uffici nel suo palazzo in servizio della comunità. L’Ossola inferiore, parte della valle Vigezzo, della val Formazza, della val Divedro ed alcuni luoghi attorno a Domo, come Vagna, Montecrestese, Caddo e Masera sono di proprietà almeno parziale dei Conti di Castello, di Biandrate e di altri signori. Morto il vescovo Litifredo nel 1151 gli successe Guglielmo Tornielli. Nel 1154 scende in Italia l’imperatore Federico, duca di Svevia, detto il Barbarossa, allo scopo di sottomettere all’autorità imperiale quei comuni che, come Milano, si stavano apertamente emancipando. Il vescovo Tornielli, essendo l’imperatore a Casale, ottenne un diploma di conferma di tutti i beni e diritti feudali concessi dai re ed imperatori precedenti. In questo diploma datato 3 gennaio 1155 è esplicitamente ricordato il castello di Mattarella con tutte le sue pertinenze (castrum Mattarellae cum omnibus pertinentiis suis). Ma lo stesso imperatore aveva nel 1152 confermato i feudi dei conti di Biandrate fra cui il castello di Megolo con tutto il comitato dell’Ossola. Eviden22

temente non poteva essere intenzione dell’imperatore di dare lo stesso territorio in feudo a due enti diversi. Si deve quindi ammettere che, data la complessa situazione giurisdizionale del territorio, il comitato ossolano confermato ai conti di Biandrate fosse altra cosa dal comitatulo ossolano dipendente dalla Corte di Mattarella e dal vescovo. Il Comune di Novara, il suo vescovo ed i potenti signori di Biandrate e di Castello continuarono a mantenersi fedeli all’imperatore anche in occasione della sua seconda discesa in Italia nel 1158, e dopo la scomunica che contro i partigiani di Federico Barbarossa aveva lanciato il legato del papa Alessandro III nel 1160. Anzi i Novaresi, e con essi gli Ossolani, parteciparono alla presa di Milano ed alla sua distruzione nel 1162. Tornato in Italia il Barbarossa nel 1166 trovò però i popoli molto malcontenti del governo imperiale. Molte città si distaccano dall’imperatore e fanno lega con Milano. Anche il Comune di Novara ed il nuovo vescovo Guglielmo Falletto aderiscono il 15 marzo 1158 alla Lega. I Conti di Biandrate, i Conti di Castello ed altri signori si mantengono invece fedeli all’imperatore. Quando il Barbarossa seppe che Novaresi e Vercellesi avevano aderito alla Lega Lombarda fu fortemente irritato contro Vercelli e Novara, ma intanto le milizie di questi due comuni distruggevano il castello di Biandrate giurando poi di impedirne sempre la ricostruzione. La Lega si perfezionò e ingrandì negli anni seguenti con l’adesione di altri comuni come Pavia. Lo scontro fra le milizie della Lega Lombarda e quelle imperiali si ebbe nella memorabile giornata del 29 maggio 1176 a Legnano in cui il Barbarossa fu vinto ed a stento poté salvare la vita. Egli dovette poi concedere ai Comuni il privilegio di Costanza il 23 giugno 1183, con cui questi ebbero una certa autonomia. I Comuni avrebbero eletto liberamente i consoli ed altri magistrati e l’imperatore avrebbe dato ad essi l’investitura. Sulla falsariga dei comuni maggiori si organizzarono in seguito tutte le comunità, fatto che riscontriamo puntualmente anche in tutta l’Ossola. Cronache del secolo XIII II Comune di Novara nel secolo XIII è proteso a sotto-


porre tutto il territorio della diocesi di Novara. È quindi naturale che in questo disegno dovessero essere eliminati tutti i signori feudali che possedevano beni in quel territorio, compreso il vescovo. I Novaresi tentano anzitutto di ridurre i Conti di Biandrate e di Castello a riconoscere l’autorità del Comune. Il 19 agosto 1218 Guido fu Raineri Conte di Biandrate fu anzi costretto a vendere al Comune di Novara tutti i suoi beni e castelli dell’Ossola e specialmente quello di Megolo e Medoletto, mantenendo la giurisdizione sui luoghi che però era esercitata in nome del Comune di Novara. Anche i Conti di Castello dovettero cedere le loro terre ed i castelli dell’Ossola e della valle Intrasca e sottoporsi al Comune di Novara. Ma i popoli soggetti non furono affatto contenti di questo cambio di autorità, né tanto meno il vescovo che vedeva lesi molti dei suoi diritti su terre di sua proprietà che venivano arbitrariamente sottoposte ai consoli del Comune di Novara. Anche con il vescovo la lotta si fece aspra e fu difficile al vescovo impedire che i podestà del Comune di Novara esercitassero la loro giurisdizione anche nelle valli ossolane dipendenti dalla Corte di Mattarella. La situazione era molto ingarbugliata giacché si ritrova che nella stessa comunità esistevano uomini che dipendevano dal vescovo ed altri che, essendo stati soggetti ai Conti di Biandrate o di Castello, dovevano sottoporsi alla giurisdizione del Comune di Novara. L’Ossola è come la pelle di un leopardo dove vescovo e comune hanno piccoli territori sparsi e disuniti fra loro. Dopo l’ultima guerra in cui i Conti di Biandrate e di Castello si appoggiarono ai Vercellesi per liberarsi dalle pretese del Comune di Novara, alla quale parteciparono anche gli Ossolani ad essi sottoposti, e che si concluse con la presa e distruzione di Pallanza da parte dei Novaresi nel 1223, tutta l’Ossola inferiore cadde nel dominio del Comune di Novara, il quale pose i suoi podestà nel borgo di Vergonte. In questo tempo i Novaresi costruirono anche il borgo di Intra ed elevarono Mergozzo al grado di borgo. Questi borghi tendono a chiudersi con una cinta muraria. Nel 1233 il Comune di Novara ed il vescovo Oldeberto eleggono dei rappresentanti per fare un accurato censimento degli uomini e dei beni appartenenti alle due giurisdizioni, fissando anche la rigorosa proibizione che uomini e beni passassero in alcun

modo da una giurisdizione all’altra. Un secondo censimento fu necessario all’epoca del vescovo Sigebaldo fra il 1260 ed il 1267. Nell’Ossola Superiore intanto si verifica un fatto notevole. In occasione della discesa in Italia dell’imperatore Ottone IV, il nobile Guido de Rodis, padrone di molti possessi in val Antigorio e in val Formazza, ne ottiene l’investitura con atto solenne del 25 aprile 1210, costituendosi valvassore dell’Impero e quindi indipendente dalla Corte di Mattarella. In Formazza, a Salecchio, ad Agaro i discendenti di Guido de Rodis, con le varie denominazioni (de Baceno, de Cristo ecc.) svilupparono lo sfruttamento degli alpeggi con notevoli vantaggi economici. In questi luoghi essi avevano probabilmente alcuni servi della gleba a cui si aggiunsero con un contratto enfiteutico numerosi nuclei famigliari di origine walser provenienti dalla vicina Svizzera. Anche i possessi dei Conti di Castello e di Biandrate nelle parti più alte delle valli Anzasca (Macugnaga) e Divedro (Gondo, Sempione) furono sfruttati con questo sistema degli insediamenti walser. Un gruppo di essi anzi venne ad abitare anche ad Ornavasso ed a Migiandone invitati dai signori locali. Nacquero nell’Ossola, sulla falsariga di quello che avveniva a Novara ed a Milano, i partiti Guelfi e Ghibellini qui detti degli Spelorci e dei Ferrari rispettivamente. Queste fazioni si combatterono aspramente fino alla fine del secolo XVI. Il vescovo per mantenere il proprio potere era costretto ad appoggiarsi ai signori locali, i De Rodis, i Baceno, i Silva, i Campieno ecc. verso i quali fu generoso di elargizioni e favori, concedendo investiture di decime ecclesiastiche spettanti alla mensa episcopale. Ma tutte le vicende politiche che mutano governo a Milano ed a Novara si riflettono puntualmente anche nell’Ossola. Emergono a Milano le potenti famiglie dei Della Torre o Torriani e loro consorteria ed allora vediamo che membri di questa famiglia assumono la podesteria non solo del Comune di Novara, ma anche della Corte di Mattarella. La caduta dei Torriani ed il prevalere dei Visconti, per opera soprattutto del vescovo Ottone Visconti, costringe anche il vescovo di Novara a valersi di questi signori per mantenere il suo potere. Molto utile all’Ossola fu la permanenza sulla sede di S. 23


Gaudenzio del vescovo Papiniano della Rovere, dotato di eminenti qualità politiche ed ecclesiastiche. Egli diede coraggiosamente inizio ad una riforma civile e religiosa della diocesi e dei suoi domini temporali con un Sinodo (1298) di cui rimangono i canoni promulgati. Provvide anche a difendere il dominio episcopale impedendo trapassi di giurisdizione. Meritano anche un cenno alcuni avvenimenti dell’Ossola Inferiore. Il borgo di Pieve Vergonte subì una distruzione quasi completa per opera del torrente Marmazza. Fu quindi necessario costruire un altro borgo in vicinanza e prese il nome di Pietrasanta, dove risiedeva il Podestà dell’Ossola dipendente dal Comune di Novara. Ma anche questo borgo durò poco giacché subì ripetute devastazioni da parte del fiume Anza e nel 1328 fu necessario abbandonarlo. Prese allora il titolo e la funzione di borgo l’abitato di Vogogna. Cronache del secolo XIV Nella lotta fra i partiti guelfo e ghibellino anche l’Ossola ebbe la sua parte nel secolo XIV. Durante la vacanza della sede episcopale novarese il vescovo di Sion Bonifacio di Challant, ghibellino, scese in Ossola per il passo del Sempione nel 1301 e devastò il paese saccheggiando il borgo di Domodossola. Non era la prima volta che

Quadro votivo. Domesi in processione contro le piene del Bogna (1690).

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l’Ossola subiva dai vicini Vallesani questo trattamento poco amichevole. Ai borghigiani domesi parve necessario difendersi meglio cingendo l’abitato di una solida cerchia muraria. L’idea venne condivisa anche dal nuovo vescovo Bartolomeo Quirino (1302-1304) il quale, venuto a Domo, diede inizio al lavoro con la posa della prima pietra. Anche il successore Uguccione dei Borromei parve sulle prime propenso alla realizzazione di questa importante difesa, ma successivamente, indotto nel sospetto che con l’erezione delle mura i Domesi si sarebbero ribellati al vescovo conte per erigersi in comune autonomo, cercò di far fallire il progetto in parte già realizzato. Per tranquillizzare i Domesi fece un accordo con il vescovo di Sion (1306) che incontrò al Sempione e il 24 marzo 1307 ordinò esplicitamente la sospensione dei lavori. Dubitando poi della fedeltà degli Ossolani il 27 aprile seguente convocò nella chiesa plebana di Domo una Credenza Generale e tutti i rappresentanti delle comunità ossolane dipendenti dalla Corte di Mattarella gli giurarono fedeltà come signore temporale. Il sospetto del vescovo Uguccione era fondato. Il partito che anelava e tramava l’indipendenza organizzò una fiera opposizione al vescovo valendosi anche di uomini rissosi e violenti. Nell’estate del 1307, mentre il vescovo Uguccione dei Borromei era a Domodos-


sola, un gruppo di armati guidato dal signor Guglielmo di Pallanzeno, detto il Petrazzano, sorprese in casa il vicario o giudice del castellano di Mattarella, assieme al notaio, il giurisperito Bernando de’ Marsili di Parma, Enrico di Olevelo ed il sergente Guglielmo di Cortona e li uccise. Assalì poi la casa del vescovo, cioè il palazzo episcopale, ed Uguccione fu costretto a fuggire nel vicino campanile della chiesa dei SS. Gervasio e Protasio, dove restò assediato per tre giorni senza che alcuno gli recasse aiuto. Nel contempo il Petrazzano riuscì anche con uno stratagemma a penetrare nel castello di Mattarella e saccheggiarlo. Liberato finalmente dalla sua incomoda abitazione, il vescovo Uguccione, il 21 luglio 1307, lanciò l’interdetto sul borgo di Domo e scomunicò i suoi assalitori, allontanandosi dall’Ossola per cinque anni. Contro i Domesi ribelli fu mandato anche un piccolo esercito comandato da Ottobono Visconti, ma l’esito fu negativo. Nel 1310 con la venuta a Novara dell’imperatore Enrico VII si ebbe una generale pacificazione dei partiti guelfi e ghibellini ed il vescovo Uguccione ottenne nell’aprile del 1311 un diploma di conferma di tutti i suoi diritti feudali. Nell’estate seguente un corpo militare di 400 uomini guidato da Pietro di Monteformoso, castellano di Mattarella, assalì Domodossola, ma i Domesi con l’aiuto del Petrazzano e della sua banda di facinorosi respinsero l’attacco. In questa piccola guerra soffrirono anche i paesi vicini che avevano accettato di legarsi ai Domesi ribelli; Villa fu saccheggiata e subì l’incendio di 150 case. Ma anche il castellano Pietro da Monteformoso fu respinto verso il Toce dove perdette ben 200 uomini. Nel 1312 Uguccione ritornò in Ossola. Gli animi erano evidentemente cambiati, giacché il 27 aprile, nel palazzo episcopale posto nel castello di Mattarella davanti a lui compare il Petrazzano che chiede perdono dei suoi misfatti. Il vescovo gli confiscò tutti i beni posti nel territorio della sua giurisdizione temporale e lo mandò a domicilio coatto a Porto Val Travaglia. Le relazioni con i Domesi migliorarono negli anni seguenti tanto che questi nell’autunno del 1314 si sottomisero al vescovo chiedendo di essere liberati dall’interdetto. Ma il Petrazzano che aveva frattanto ottenuto il permesso di mutare il domicilio coatto fissandolo a Trontano, riuniti nel 1315 i compagni della sua ban-

da, si vendicò delle requisizioni fatte dal vescovo e saccheggiò molti dei beni episcopali specialmente a Villa. Anche i capi ribelli domesi ripresero le armi e la costruzione delle mura del borgo rimasta sospesa; perciò il vescovo il 24 marzo 1317 rinnovò il precetto di sospendere la costruzione. Ma i Domesi si appellarono all’arcivescovo di Milano come metropolita ottenendo una sentenza favorevole. Il vescovo Uguccione fu allora costretto ad appellarsi al Papa che in quell’epoca risiedeva ad Avignone. Il processo davanti agli uditori pontifici ebbe inizio il 28 ottobre 1318 e si concluse con un compromesso negli arbitri Tebaldo Brusati prevosto di Novara e Guglielmo Revelli decano di Burlazio della diocesi di Castro, uditore apostolico, il 27 agosto 1321. La sentenza, dell’11 dicembre successivo, riconobbe i diritti del vescovo e impose ai Domesi l’abbattimento delle mura, la multa di 1600 fiorini e la piena sottomissione al loro signore temporale. Ma Uguccione fu magnanimo con i Domesi, permettendo che le mura rimanessero e facendo piena pace con essi. Durante questo periodo di discordie molti furono tuttavia i dispetti, le violenze e i disordini che avvelenarono l’animo degli Ossolani. Nel 1331 divenne vescovo di Novara Giovanni Visconti, uomo potente ed astuto, il quale nell’anno seguente, con uno stratagemma rimasto famoso, si fece riconoscere signore generale di Novara. La strapotenza dei Visconti costrinse gli Ossolani alla calma. Dal 1342 al 1354 Giovanni Visconti tenne poi la sede arcivescovile di Milano, ma mantenne la signoria del Novarese. È questo il tempo in cui furono completate le difese di Vogogna con la costruzione del castello, della rocca e del Pretorio. Sulla sede di S. Gaudenzio fu posto invece Guglielmo Amidano il quale era uomo di molta religione e capacità di governo. Egli cercò di sopire le rivalità fra i partiti e le famiglie nobili ossolane. Ma le fazioni rispuntarono immediatamente con il successore Oldrado (1357-1388) di carattere completamente opposto. Spelorci e Ferrari si azzuffarono in continuità, favoriti dagli avvenimenti succedutisi nella seconda metà del secolo XIV. Con la morte dell’arcivescovo Giovanni Visconti di Milano (1354) i nipoti Barnabò e Galeazzo si divisero il vasto dominio. A Galeazzo toccò il Novarese e quindi anche l’Ossola Inferiore. Ma essendo sorta una lega 25


contro i Visconti, costituita dagli Estensi, dai Gonzaga e dal Marchese di Monferrato, il Novarese fu invaso e saccheggiato dalle milizie mercenarie al soldo della lega, mentre il marchese di Monferrato, per il quale parteggiava il partito ossolano degli Spelorci, occupava l’Ossola inferiore e Vogogna. Con la pace dell’8 giugno 1358 Galeazzo Visconti tornò in possesso del Novarese ed anche dell’Ossola inferiore, dopo un periodo nefasto di lotte e rapine fra i partiti opposti. Vista la assoluta impotenza del vescovo conte a tenere a freno i suoi sudditi, gli Ossolani della Corte di Mattarella pensarono di sottomettersi ai Visconti con alcune condizioni: che pagando 1000 fiorini annui fossero liberi da ogni altra tassazione e che fossero rimesse tutte le condanne per i delitti commessi nella precedente guerra, restituendo tuttavia ai castellani i loro stipendi e tutte le cose rubate. L’atto fu firmato il 26 agosto 1358. Pare che il vescovo Oldrado non abbia fatto alcuna opposizione a questo atto di dedizione degli Ossolani ai Visconti. Nel 1361 riprende la guerra fra i Visconti ed il marchese di Monferrato con tutte le conseguenze luttuose che accompagnano simili eventi. Ci furono distruzioni vastissime, una gravissima carestia e poi la peste, portata dalle famigerate milizie mercenarie inglesi. A Novara per la peste morirono due terzi della popolazione, 77000 persone a Milano ed un numero enorme nelle campagne e centri minori. Ad aggiungersi venne nel 1364 il flagello delle cavallette che in forma di grandi nubi di insetti scendevano sui campi, sui prati e sui boschi per divorare ogni cosa verde. Fu in questo tempo che, a seguito dei voti dei montanari furono costruite molte cappelle ed oratori dedicati a S. Bernardo di Aosta, protettore dalle infestazioni demoniache e tale pareva quella delle cavallette divoratrici. Intanto contro i Visconti si muove anche il papa Gregorio XI che contro di essi bandisce una crociata e li scomunica. Si costituisce contro i Visconti una nuova lega a cui partecipa anche il conte Amedeo VI di Savoia. Tutti i popoli sottomessi vengono dal Papa invitati a ribellarsi. Gli Ossolani che per due secoli erano stati governati dai vescovi di Novara avevano frattanto, nei pochi anni in cui erano sottoposti ai Visconti, provato la durezza del nuovo regime e quindi rinacque in essi il desiderio, appena sopito, dell’indipendenza. Per otte26

nerla essi avrebbero anche seguito l’invito del Papa alla ribellione ed a questo scopo inviarono ambasciatori segreti alla Corte di Avignone. Ma pare che il Papa non approvasse il progetto dell’indipendenza che avrebbe sottratto alla Chiesa novarese il feudo da essa posseduto. Il Papa spedì molte lettere ai personaggi più in vista dell’Ossola affinché la ribellione fosse realizzata al più presto. Al medesimo scopo inviò frate Valentino Moriggia, già guardiano del convento dei Frati Minori di Domo, per legare insieme i nobili e capi delle varie fazioni e spingerli alla rivolta armata. Capitano fu scelto il nobile Garbellino di Semonzio di Crevola, la cui famiglia prenderà successivamente il nome dei Dal Ponte, dopo che, distrutte le sue case nelle lotte di questi tempi, il figlio Lorenzo costruì il suo palazzo presso il ponte sulla Diveria a Crevola. Sollecitati dal Papa gli Ossolani di parte Spelorcia si ribellarono ai Visconti, occupando il borgo di Domo, il castello di Mattarella ed altri luoghi, ma la parte ferraria non si mosse e fece fiera opposizione. Anzi, una compagnia di milizie spelorcie che tentava di giungere a Vercelli per dare aiuto al nunzio papale nell’assedio di quella città, fu distrutta dalla parte ferraria presso Anzola nel 1374. Ma la parte spelorcia si rivalse saccheggiando ed occupando momentaneamente Vogogna. Vista la incapacità del vescovo Oldrado di attendere ai suoi obblighi e la sua completa sottomissione ai Visconti, il Papa lo sospese, mandando in Ossola come vicari due canonici di Sion ed un nuovo capitano nella persona di Merino de Ulmo, bergamasco, per nuove e più vaste operazioni militari. La lotta infatti era degenerata nel brigantaggio. Venuta finalmente la pace, firmata a Samoggia il 19 luglio 1375, il Novarese ritornò in mano di Galeazzo Visconti. Gli Ossolani, abbandonati a se stessi, continuarono la guerra in proprio con ogni sorta di violenza pubblica e privata. Alla fine ne furono stanchi e nauseati e non trovarono di meglio che ritornare a sottomettersi ai Visconti. Lo fecero comunque con quella dignità e saggezza che permise loro di sentirsi più liberi. L’atto di dedizione fu firmato nel refettorio dei Frati Minori di Domo il 19 marzo 1381 da rappresentanti di Gian Galeazzo Visconti, conte di Virtù, i signori Andrea dei Pepoli e Pietro di Muralto, ed i procuratori delle Comunità dell’Ossola superiore. La convenzione del 1381 dava


agli Ossolani una certa autonomia amministrativa, li liberava mediante lo sborso annuo di 750 fiorini da ogni tassazione, permetteva ad essi il libero commercio delle granaglie ed altri beni di consumo sui mercati della Lombardia e del Novarese, otteneva la reintegrazione nei beni di quelli che avevano subito confische durante il periodo bellico. Il vescovo di Novara Oldrado ancora una volta non si oppose, e solo qualche tentativo fu fatto più tardi dai suoi successori per tornare in possesso della Corte di Mattarella e del suo territorio. Analogamente, con atto dell’11 aprile 1381, anche l’Ossola inferiore di parte ferraria si accordò con Gian Galeazzo Visconti. I Visconti già nel 1379 erano venuti in possesso per compera della terra di Ornavasso che apparteneva ai Conti di Crusinallo ed era passata nel secolo XIII in mano dei Conti di Castello. Su questa terra avanzava pretese anche il vescovo di Sion per certi legami con la famiglia detentrice del feudo che aveva residenza anche nel Vallese. Così tutta l’Ossola, eccettuato il piccolo feudo dei De Rodis-Baceno di Formazza, Agaro e Salecchio, entrò nel dominio visconteo. Fu mantenuta in Ossola la divisione fra le due giurisdizioni con sedi rispettivamente a Vogogna ed a Domodossola, ognuna vivendo secondo le proprie leggi e statuti. In questo periodo però i Visconti giustamente promossero riforme statutarie al fine di uniformare le leggi su tutto il territorio e favorirne l’unità amministrativa e civile. Sotto Gian Galeazzo Visconti furono riformati gli antichi statuti della Corte di Mattarella e fatti molti altri. Prima di chiudere la cronaca del secolo XIV, ricordiamo che il vescovo Pietro Filargo, poi divenuto papa col nome di Alessandro V, rivendicò formalmente il possesso della Corte di Mattarella e del suo territorio con un diploma che egli ottenne dall’imperatore Venceslao, assieme al titolo di duca per Gian Galeazzo Visconti (1395) di cui era grande amico e favoreggiatore. Si presume però che a questo atto formale non seguisse alcun che. Probabilmente Gian Galeazzo Visconti provvide a tacitare il vescovo di Novara assegnando alla sua mensa alcune sicure entrate delle quali si riscontrano le tracce nei secoli seguenti, come i diritti sulle miniere di ferro, di laugera ed altri.

Cronache del secolo XV Alla morte di Gian Galeazzo Visconti si creò nel ducato di Milano una situazione politica incerta e nell’Ossola le fazioni degli Spelorci e dei Ferrari ripresero a combattersi assoldando spesso anche bande di facinorosi. Dalla parte spelorcia è ricordata una vittoria riportata sulla parte avversa nel 1406 (21 marzo) che diede origine ad un voto a S. Benedetto. In questa incerta situazione politica il vescovo di Novara Capogallo si intromise per pacificare gli Ossolani. Nel 1404 ottenne dal duca di Milano a questo scopo la reintegrazione nel dominio temporale dell’Ossola superiore. Riuscì nel 1404 a mettere pace in valle Antigorio la quale però esigette il riconoscimento di una certa indipendenza ed una parziale separazione dalla Corte di Mattarella con l’erezione di una nuova vicaria che ebbe la sua sede a Crodo e che durerà fino al 1861. Il 10 luglio 1406 anche la valle Vigezzo elegge i suoi procuratori per una pacificazione seguita dal perdono generale dato dal vescovo Capogallo il 13 dicembre del medesimo anno. Si era nel contempo guastata anche la pace con gli Svizzeri confinanti. Nel 1407 la parte spelorcia si riappacificò anche con essi, cioè con i Vallesani ed il vescovo di Sion. Si trattò però di una pace puramente interlocutoria. I Cantoni svizzeri infatti premevano per accedere al versante sud delle Alpi, verso la Lombardia, che in quell’epoca era una delle regioni più ricche d’Europa. Esportatori di milizie mercenarie, gli Svizzeri, tenevano in gran conto ogni piccolo sgarbo per giustificare la loro presenza in Ossola. Prendendo dunque motivazione da alcuni sequestri di bestiame fatti dai Formazzini a danno dei Leventinesi, in quel tempo dominati dai Cantoni svizzeri di Uri e Unterwald, oltre 300 Svizzeri scesero in Ossola venendo dal Gottardo e dal Sempione, occuparono Domodossola esigendo dagli Ossolani il giuramento di fedeltà, del cui valore si può dubitare. Lasciato un presidio in Ossola se ne andarono. Ma poco dopo questo fu cacciato. Tornarono in maggior numero gli Svizzeri l’anno seguente, rioccupando Domo e spingendosi fino a Vogogna. Gli Ossolani chiesero segretamente aiuto al conte Amedeo VIII di Savoia che inviò attraverso il Sempione un robusto corpo di armati sotto la guida del capitano Pietro di Chivron, costringendo verso la fine di 27


maggio del 1411, gli Svizzeri a ritirarsi. Anche Amedeo VIII di Savoia ottenne il giuramento di fedeltà dagli Ossolani di parte spelorcia. Nel 1415 gli Svizzeri discesero nuovamente in Ossola sorprendendo le scarse milizie savoiarde poste alla difesa dell’Ossola. Occuparono Domodossola ed il castello di Mattarella e per tutelarsi ulteriormente inviarono numerose squadre di Ossolani a distruggerlo, lasciandovi un gran cumulo di rovine. Rinforzi mandati dal Duca di Savoia ottennero il ritiro degli Svizzeri dall’Ossola fino al febbraio del 1417, quando un numeroso gruppo di essi scese dal Gottardo lungo il lago Maggiore e risalì l’Ossola da Sud. Le milizie savoiarde furono imbottigliate in val Divedro e in gran parte massacrate. Con questa spedizione gli Svizzeri occuparono tutta la regione sulla sponda destra del Toce, da Villa in su fino a Pontemaglio e tutta la valle Antigorio e Formazza, ponendo numerosi presidi armati per circa cinque anni. Il vescovo di Novara tentò ancora una volta di recuperare il dominio temporale in Ossola promuovendo un processo contro gli Svizzeri occupanti davanti al Papa. Il processo fu fatto e concluso con la sentenza del 16 dicembre 1420 in cui essi vennero scomunicati e condannati, ma l’Ossola rimase nelle loro mani fino al 1422, quando milizie scelte ducali, al comando del famoso capitano Conte di Carmagnola, inflissero agli Svizzeri la tremenda sconfitta di Arbedo presso Bellinzona (30 giugno 1422), costringendoli allo sgombero di tutti i territori occupati. Tre anni dopo, nel 1425, gli Svizzeri approfittando del fatto che il duca di Milano Filippo Maria Visconti doveva tener testa ad una coalizione che comprendeva Venezia, Firenze ed il Duca di Savoia, ritentarono la conquista dell’Ossola con un piccolo esercito di 500 armati al comando di Peterman Risigh di Switt che scelse la via del Gottardo e del Gries, mentre forti gruppi di Vallesani penetravano attraverso i passi del Sempione, della val Bognanco ed Antrona. I capitani ducali viscontei dovettero ritirarsi nella bassa Ossola, dove si riorganizzarono e si raccolsero sotto il comando del capitano Piccinino, il quale era giunto in Ossola con un buon gruppo di milizie ducali. Gli Svizzeri, vista la situazione, si ritirarono non solo dall’Ossola, ma anche dalla valle Leventina e da Bellinzona. Alcuni storici svizzeri affermano che tale ritirata non fu 28

dovuta al timore delle armi viscontee, quanto piuttosto al denaro sborsato dagli emissari ducali ai capitani svizzeri (1426). Le continue invasioni svizzere favorirono nel secolo XV in Ossola non solo le lotte fra i partiti dei Ferrari, generalmente fedeli al Duca di Milano, e degli Spelorci, più propensi all’indipendenza, ma anche la nascita di un consistente partito filosvizzero, rendendo la difesa dell’Ossola ancora più problematica. La pressione svizzera infatti continuò, favorita anche dalla litigiosità degli Ossolani sugli alpeggi confinanti, da ruberie di bestiame, da angherie, incendi e omicidi in val Antrona, in val Bognanco, in val Divedro ed in valle Antigorio. Tuttavia il 1° aprile 1448 fu firmato un compromesso fra il Vallese e l’Ossola superiore allo scopo di evitare il peggioramento della situazione ed un’altra guerra. Morto il duca Filippo Maria Visconti (1447), subentrò per poco tempo la così detta Repubblica ambrosiana, ma il Ducato di Milano cadde quasi subito nelle mani del capitano Francesco Sforza dal quale gli Ossolani ottennero il 26 marzo 1450 la conferma dei loro privilegi. Con Francesco Sforza si apre un periodo di relativa tranquillità in Ossola dove vengono anche rinnovati tutti gli Statuti delle Comunità e si tenta di dare più unità e conformità ai medesimi. La necessità tuttavia di ottenere fondi sufficienti per le continue guerre in atto costringe i Duchi di Milano a cedere in feudo poco alla volta gran parte dell’Ossola, nonostante le rimostranze degli Ossolani che vantavano il privilegio di essere completamente esenti da queste infeudazioni. Già il duca Filippo Maria Visconti aveva dato Ornavasso in feudo ai fratelli Ermes e Lancillotto Visconti, feudo che fu eretto in baronia nel 1413. Era un modo di gratificare personaggi meritevoli per il Ducato. In valle Vigezzo già alla fine del 1300 la giustizia era amministrata da un vicario sia per la parte dipendente dalla Corte di Mattarella che per quella dipendente da Vogogna; ma nel 1430 il distacco è definitivo. Nel 1431 Mergozzo fu unito a Vogogna. Nel 1446 il duca Filippo Maria Visconti diede in feudo a Vitaliano Borromeo tutta l’Ossola inferiore da Mergozzo a Masera, da Migiandone a Pallanzeno e tutta la valle Anzasca, imponendo il giuramento di fedeltà al feudatario. Si verificarono forti resistenze all’infeudazione, specie in valle Anzasca,


resistenze che vennero superate con accordi stabiliti il 3 agosto 1449 e con l’approvazione degli Statuti presentati dalle comunità soggette. Vogogna fu la capitale del feudo dei Borromei. Poco dopo, 5 maggio 1450, anche l’intera valle Vigezzo venne da Francesco Sforza data in feudo al conte Vitaliano Borromeo. Una costituzione particolare fu scelta per le comunità di Trontano, Masera, Beura e Cardezza che in seno al dominio feudale dei Borromeo ebbero una propria vicaria che fu detta delle Quattro Terre. Il dominio feudale dei Borromei estendentesi anche nelle zone limitrofe della valle Cannobina e sul lago Maggiore cesserà alla fine del secolo XVIII con l’abolizione generale dei feudi seguita alla occupazione francese dell’Italia. Il 1487 è un anno memorabile per l’Ossola. Gli Svizzeri rinnovano infatti il tentativo di occupare l’Ossola. I motivi o, meglio, i pretesti per mascherare il loro disegno antico di arrivare sulle sponde dei laghi subalpini erano naturalmente sempre gli stessi, del tutto insignificanti, sebbene raccolti con molta cura. Gli Sviz-

zeri avevano fama di soldati imbattibili e la loro tracotanza diceva che ne erano molto convinti. L’anima di queste spedizioni era il vescovo di Sion, Jost von Sillinen (1482-1494). Già nel 1484, avvisato dal podestà di Vogogna Bertolino Albasino dei preparativi che si stavano facendo al di là delle Alpi, Lodovico il Moro che reggeva il ducato di Milano per il duca Giovanni Galeazzo Maria Visconti, rinforzò i corpi militari di guardia e difesa dell’Ossola, mandandovi come comandante il celebre capitano conte Gian Pietro Bergamino. Il 28 ottobre 1484 il vescovo di Sion dichiara la guerra al duca di Milano ed invia immediatamente un esercito, comandato dal fratello Albino, attraverso il Sempione. Occupata momentaneamente la valle Divedro, appena questi si accorge di aver di fronte un grosso contingente di armati ducali pronti al combattimento, riporta in fretta i suoi oltre le Alpi, con grave disappunto del vescovo Jost. Nel 1487, col pretesto di vendicare delle offese fatte ai Vallesani in val Divedro, il vescovo Jost invia un altro esercito più numeroso ed agguerrito in Os-

Domodossola, Colle di Mattarella, torre d’angolo del castello (sec. XI - XIV).

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sola, sempre al comando del fratello. Prima del 18 aprile, giorno in cui fu dichiarata la guerra, già un buon numero di armati era stato concentrato dal conte Gilberto Borromeo a Vogogna, sebbene non riuscisse a convincere gli uomini dell’Ossola Superiore ad unirsi con lui per difendere la val Divedro, forse per l’antico antagonismo di parte. Fortunatamente il 18 aprile un altro contingente di truppe al comando del capitano Zenone de Cropello, con 500 fanti e 50 schioppettieri, giunse a rinforzare la difesa del borgo di Domo. Si aspettava anche l’arrivo in Ossola con le sue genti armate del condottiero ducale Renato Trivulzio, fratello del più famoso Gian Giacomo. La mattina del 20 aprile dalla gola di Crevola si affacciarono i 6000 Vallesani a cui si erano aggiunte altre bande di Lucernesi. Questi, dopo aver mandato ad occupare e presidiare la val Antigorio, puntarono sul borgo di Domo. Convinti dalle artiglierie del capitano Zenone e da quelle di Gian Antenore Traversa, che in quel tempo comandava il presidio di Domo, girarono al largo e si accamparono sul colle di Mattarella fra i ruderi del castello, non senza aver devastato i luoghi circostanti. Il giorno dopo, il 21 aprile, eccoli a incendiare ed a razziare da Calice fino a Villa. Il conte Gilberto Borromeo in una lettera del 20 aprile al Duca, informa che prima ancora di accamparsi a Mattarella questi thodeschi hanno corso li a cerchio fin appresso a Villa mettendo a focho e fiama ogni cosa et amazando fin a li puti picoli, per non poterli obviarli non havendo altra gente che paesani, quali sono voluti restare a casa loro per guardia de le sue cose. Tornarono gli Svizzeri il giorno seguente (22 aprile) in numero di circa 400 per assaltare Villa, ma vi trovarono una resistenza accanita da parte della gente del luogo in cui aiuto erano accorsi i robusti montanari della val Anzasca. I predatori svizzeri, tornarono a mani vuote, dopo essersi vendicati bruciando qualche casolare. In quel medesimo giorno giunse in Ossola il Trivulzio col suo esercito e si fece un piano di guerra. Ma gli uomini della valle Anzasca e della valle Antrona che avevano fatto buona resistenza a Villa, o per timore o per calcolo, dubitando forse che qualche gruppo di Vallesani giungesse alle loro spalle, come altre volte, attraverso i passi del Monscera, di Saas e del monte Moro, non vollero partecipare alla battaglia, cercando di mettere 30

in salvo le loro robe e dando così appiglio all’accusa di essersi segretamente intesi coi Vallesani. I timori degli Antronesi erano giustificati. Giovan Battista del Ponte scrive il 18 aprile al Duca di Milano: quilli (todeschi) quali sono venuti per la valle di Antigorio sono secundo se dice gente de la Liga del Bo, et ho inteso che bruxano et hano bruxato case et quelle gente che trovino de detta valle, menano tutty per ly terri. De hora in hora aspectamo un altro assalto per la valle de Bugnanco da quilli frieri (frilli) quali erano nel campo di Saluzo... Aviso V. Excellentia como domatina Deo danti me porto da qui et vado in la valle Antrona et con li homeni de dicta valle che sono a numero di circha 600 homini et valenthomini et con certi altri homini de questa vostra jurisdictione farò tuto il podere mio per andare a bruxare a disfare una valle del Vescovo de Valese nominato Valzosia (Saas) quale confinia con dicta valle de Antrona et de tutto quello che se farà, ne avisarò V. Excellentia. Non pare che il disegno del capitano Del Ponte sia stato condotto a termine, ma gli uomini di Antrona fecero buona guardia alla loro Valle. Non ci furono scontri importanti fino al giorno 27 aprile, tanto che la notte del 25 aprile 2000 Vallesani salirono in val Vigezzo a far bottino. Giungevano frattanto in Ossola altri rinforzi ai ducali ed in special modo il conte Gian Pietro Bergamino con 2000 fanti; così che i ducali potevano schierare in campo circa 3500 uomini. Il 27 aprile Renato Trivulzio volendo saggiare la consistenza del nemico avanzò da Vogogna verso Beura con 50 balestrieri. La piccola schiera fu avvistata dagli Svizzeri dal castello di Mattarella e 500 di essi calarono sul piano di Calice. Un gruppetto di ducali guidati dal capitano Jacopo dal Corte non esitò ad attraversare il Toce ed attaccare duramente i Vallesani che lasciarono sul terreno 50 morti e dovettero fuggire. Questo assaggio era stato parecchio amaro per gli Svizzeri ed il loro comandante Albino di Sillenen ne trasse cattivi auspici. Mandò in fretta a richiamare dalla val Vigezzo quelli che erano saliti a bottinare perché si affrettassero verso il ponte di Crevola dove anch’egli si diresse coi suoi, lentamente, per guadagnare l’imbocco della val Divedro e non vedersi tagliata la via dai ducali. Mossisi gli Svizzeri da Mattarella verso Preglia, i capitani Zenone e Traversa che erano in Domo ne mandarono avviso a Vogogna dove il Trivulzio ed il Bergami-


no stavano concertando un piano di guerra. Il capitano Jacopo dal Corte raggiunge Domo e coi suoi balestrieri sorprende gli Svizzeri a Preglia. Giunti anche Zenone e Traversa vengono attaccate le retroguardie svizzere e costrette a impegnarsi. Sopraggiunge anche il Trivulzio che manda immediatamente un corpo di fanti scelto per il ripido sentiero che da Preglia porta in val Divedro ad occupare il ponte dell’Orco sulla Diveria, nel punto cioè in cui la strada del Sempione salendo da Crevola passa sulla sponda destra del Diveria, poco prima della frazione S. Giovanni, tagliando così la ritirata agli Svizzeri. La battaglia si accende quindi nel piano fra Preglia e Crevola e nei pressi del ponte. Gli Svizzeri si ritirano lentamente aspettando di congiungersi con il gruppo dei bottinatori saliti in val Vigezzo. Appena questi furono visti scendere dai colli di Trontano con il frutto delle loro razzìe, Jacopo dal Corte con un gruppo di balestrieri a cavallo lascia Preglia e, passato il Toce, si fa loro incontro. Gli Svizzeri si fermano e si chiudono in difesa, ma pur essendo forniti di molte armi e anche di schioppi ebbero notevoli danni dai balestrieri ducali. Ma poiché, nonostante i danni subiti si mantenevano chiusi in difesa, Jacopo dal Corte simulando una fuga, riuscì a sparpagliarli sul terreno, caricandoli poi duramente così che ne restarono uccisi un migliaio, abbandonando il bottino ed ogni cosa. Pochi riuscirono a ricongiungersi coi loro, mentre la maggior parte degli scampati fu braccata e trucidata dai montanari di Trontano e Masera. La notizia di questo scontro e del risultato, giunta a Crevola, portò il morale dei ducali alle stelle. Sopraggiunti anche il Bergamino ed il Borromeo con gli uomini di armatura pesante, si schierò l’esercito e fu dato l’attacco al ponte di Crevola. La battaglia fu durissima e combattuta con valore da ambo le parti. La sorte per gli Svizzeri volse in sfavore quando un gruppo di cavalleria ducale riuscì a passare la Diveria e prenderli alle spalle, cosa che fece anche Jacopo dal Corte giungendo in quel frattempo da Masera per la piana di Montecrestese. Gli Svizzeri cominciarono a cedere, lasciando il ponte sotto il quale a centinaia si ammucchiavano i cadaveri ad arrossare le acque del fiume e cercarono la difesa nelle vicine case tentando contemporaneamente di guadagnare la strada della salvezza. Ma questa era sbarrata al

ponte dell’Orco. Lungo l’angusta strada che si inerpica sul monte furono facile bersaglio delle balestre puntate su di loro e dei grossi massi rotolati dall’alto. Quelli che non precipitarono nel fiume furono circondati e uccisi o braccati dai paesani che non mancarono di incrudelire su di loro per vendicarsi di tante violenze passate. Si dice che almeno 2000 Svizzeri morissero in questa che fu una delle più gravi sconfitte subite da essi. Gli Ossolani in ringraziamento dell’ottenuta vittoria, proprio sul luogo della battaglia al ponte di Crevola, costruirono un oratorio dedicato a S. Vitale, padre dei Santi soldati Gervasio e Protasio, facendo anche voto di visitarlo nel giorno della festa. Dopo questa battaglia Ludovico il Moro venne in Ossola, pagò i soldati, visitò la valle ordinando gli opportuni restauri al castello di Mattarella ed alle altre torri di difesa ossolane e gli sbarramenti al Passo di Premia ed al Passo di Croveo contro possibili invasioni svizzere. Venne anche riorganizzato il sistema di rapide informazioni per mezzo di una rete di segnali che dalle valli estreme erano rimandati da torre in torre fino a Milano. La pace fu firmata il 23 maggio 1487 a Domodossola e completata con altra firmata a Milano il 9 gennaio 1495. Con questa il vescovo di Sion rinunciava ad ogni pretesa sull’Ossola; tuttavia il ducato di Milano e quindi anche l’Ossola perdette definitivamente tutta la zona che da Gondo, dove passa l’attuale confine italo-svizzero, giunge a Lattinasca, ossia all’attuale Gabi, comprendente la val Vaira, detta attualmente Schwitzbergental. La pesante lezione della battaglia di Crevola non era però stata sufficiente agli Svizzeri. Il vescovo Jost, sollecitato da Carlo VIII di Francia, rinnova l’attacco al ducato di Milano cercando di rendersi padrone dell’Ossola. Il 23 marzo 1495, mentre un gruppo di Svizzeri al comando del famoso capitano Giorgio Supersaxo, che tuttavia si era opposto in sede di consiglio a questa spedizione, evitando Domodossola, scendeva ad occupare Villa e Piedimulera, il vescovo Jost con un altro gruppo puntò su Domodossola sotto le cui mura però fu battuto e dovette riguadagnare il Sempione. La val Formazza, stanca del dominio feudale dei De Rodis-Baceno chiese a Lodovico il Moro di esserne finalmente liberata e di dipendere direttamente dal Ducato di Milano. Dopo lunghe insistenze, paventando forse 31


che i Formazzini di origine walser decidessero di darsi ai vicini Svizzeri, il Duca tolse il feudo ai De Rodis-Baceno, né valse una causa da essi fatta contro tal provvedimento a recuperarlo. Restò comunque ad essi Salecchio ed Agaro che passò in feudo ai Marini di Crodo e successivamente fu comperato dal conte Giulio Monti di Valsassina. Gli Ossolani rinnovarono anche la richiesta di conferma degli antichi privilegi ed il duca Ludovico il Moro la concesse il 28 febbraio 1495. Un cenno deve essere fatto anche di due avvenimenti che commossero la devozione degli Ossolani. Nel 1492 un dipinto della Madonna nella chiesa di Cravegna si rigò di sudore e di lacrime. Nel 1494 è l’immagine della Beata Vergine dipinta sulla facciata della chiesa di Re che, percossa dalla sacrilega sassata di Giovanni Zuccone di Londrago, emana ripetutamente ed alla presenza di persone eminenti del clero, dei magistrati locali ed anche di molto popolo, un fiotto di sangue dalla fronte colpita. Ambedue questi fatti furono sottoposti a immediata ed attentissima indagine con processi che ne testimoniano l’oggettività e storicità, in documenti originali ancora esistenti negli archivi e registrati. Cronache del secolo XVI Ludovico il Moro con la sua politica ambiziosa non mancò di attirarsi le odiosità dei sudditi e le gelosie dei principi che vantavano qualche diritto sul ducato di Milano. Primo fra tutti il nuovo re di Francia Luigi XII, succeduto a Carlo VIII, la cui venuta in Italia aveva scombussolato l’intera penisola. Vantava il re francese la discendenza da Valentina Visconti data in sposa da Gian Galeazzo nel 1389 a Ludovico duca di Turenna, fratello di Carlo VI e figlio di Carlo V re di Francia. Tutto questo era noto e non mancarono di sorgere numerosi partigiani per il dominio francese in Italia e sul ducato milanese in particolare, indirettamente favoriti dalla politica di Ludovico il Moro che si era creato attorno molte inimicizie. Gian Giacomo Trivulzio non esitò a porsi al servizio del re di Francia e a capitanare un esercito francese che, sceso in Italia nel 1499, costrinse Ludovico il Moro a rifugiarsi in Tirolo mentre il re francese Luigi XII, il 23 settembre entrava trionfalmente in Milano, ritornando però subito in Francia portando seco 32

il conte Francesco Sforza ancora fanciullo. Incominciarono così tutte le traversie del Ducato Milanese conteso entro la fine del 1400 e la metà del 1500 fra gli Sforza, i Francesi e gli Spagnoli. Tutti questi avvenimenti in rapida successione si riflettono puntualmente anche nell’Ossola dove prendono nuovamente forza i partiti locali. Tramontati apparentemente il guelfismo e ghibellinismo, ossia i partiti degli Spelorci e dei Ferrari, si parteggia per il duca di Milano o per il re di Francia oppure addirittura per la Lega Svizzera dei 12 Cantoni. I capi delle fazioni sono sempre quei nobili che avevano scelto di conservare e crescere le loro fortune militando sotto le bandiere ducali o francesi, reclutando anche in Ossola quelle milizie di cui avevano bisogno, ed alle quali assegnavano talvolta gli stipendi impegnando i propri beni. Favorevoli al Duca di Milano sono i Ponteschi, facenti capo alla famiglia del Ponte discendente da quel capitano Garbellino di Semonzio di Crevola, il cui figlio aveva abbandonato le sue case in Semonzio perché distrutte nelle guerre del secolo XIV per costruirsi una abitazione presso il ponte di Crevola, donde il nome. D’altra parte, favorevoli al re di Francia sono i Brenneschi, un ramo dei De Rodis-Baceno ai quali si erano uniti i Della Silva e De Rido di Crevola. Tutte le altre famiglie nobili o particolarmente fornite di censo erano costrette ad entrare nell’una o nell’altra delle due consorterie; ma anche i piccoli proprietari o fittavoli che tenevano da questi signori gran parte dei loro beni in enfiteusi o avevano verso di essi obblighi particolari erano necessitati a seguirli. I partiti ed i loro aderenti amavano distinguersi anche esternamente non solo dai colori delle proprie bandiere, ma anche nei vestiti, nelle decorazioni degli ambienti e perfino scegliendo posti separati nelle chiese e valendosi di porte diverse. Impadronitisi i Francesi del Ducato Milanese, furono mandati commissari anche nell’Ossola ed il 17 ottobre 1499 troviamo a Domo in questa funzione il signor Giovanni Domenico dei Rizzi luogotenente di Manfredo Tornielli governatore dell’Ossola per il re di Francia. Il 18 novembre seguente il suo posto è preso dal capitano Bernardino de Baceno luogotenente del capitano


conte Giovanni di Neufchatell. Frattanto una sollevazione di popolo, causata dalla sfrenata licenza e tracotanza dei soldati francesi, restituisce momentaneamente Milano a Ludovico il Moro che nel febbraio del 1500 rientra a Milano. In aiuto del Duca erano scesi 6000 Svizzeri fra cui molti del Vallese il cui vescovo Matteo Schinner parteggiava apertamente per il Moro. Queste truppe scendendo dal Sempione costrinsero i Francesi ad abbandonare Domo. Infatti il 19 febbraio 1500 riprende il suo posto nella Curia di Mattarella il commissario ducale Giovanni Luchino dei Crivelli di Milano che già possedeva questo ufficio prima dell’arrivo dei Francesi. Ludovico il Moro non riuscì però a riconquistare il Ducato. Il 3 aprile 1500, fatto prigioniero dai Francesi all’assedio di Novara, fu mandato a morire in Francia. Pochi giorni dopo i Francesi sono nuovamente in Ossola, dove ritorna il governatore e capitano Giovanni di Neufchatell. Gli Ossolani devono ora prestare il giuramento di fedeltà al re di Francia. Il 13 aprile 1500 c’è una procura da parte del notaio Giovanni Muzzeti (i Muzzeti sono un ramo dei De Rodis-Baceno) nei signori Bartelino degli Albasini di Vogogna, Simone degli Albertazzi di Vogogna, Filippo di Pontemaglio di Domo e Giovanni Giacomo della Porta di Domo e Antonio de Baceno di Domo, tutti notai per giurare fedeltà al cristianissimo re dei Francesi. Questa procura, fatta al Ponte di Villa dovette essere il primo atto di sottomissione al re francese. In questo periodo deve essere avvenuto anche un fatto che è riportato dal Bascapè. Antonio Chilino creato dal duca Ludovico il Moro castellano di Mattarella, mentre si recava in Ossola per entrare nell’ufficio assegnatogli, fu spogliato dei suoi bagagli dai soldati del Conte Borromeo e consegnò poi al Neufchatell il borgo ed il castello di Domo colla condizione di riavere il suo bagaglio e di andar libero. Il pontefice Giulio II non sopportava che nell’Italia predominassero i Francesi e fece ogni sforzo per togliere ad essi il Ducato di Milano e darlo al duca Massimiliano Sforza figlio di Ludovico il Moro. A questo scopo, col-

l’aiuto dell’imperatore Massimiliano e della Repubblica di Venezia, costituisce la Lega Santa (5 ottobre 1511) che al grido di fuori i barbari dovrebbe cacciare i Francesi dall’Italia. Per realizzare i suoi disegni il Papa si valse di Matteo Schinner vescovo di Sion, uomo della taglia mentale e del coraggio di Giulio II, abile diplomatico e capace di guidare, se fosse stato necessario, un esercito in battaglia. Lo Schinner fu da Giulio II creato amministratore perpetuo della diocesi di Novara, dopo la deposizione del cardinale Sanseverino che si era compromesso intervenendo al Conciliabolo di Pisa. Ciò avvenne il 9 febbraio 1511, secondo il Bascapè. Il 10 marzo 1511 fu fatto cardinale e con bolla papale del 9 gennaio 1512 nunzio apostolico speciale nell’Italia Superiore, in Germania e presso i Confederati Svizzeri. Il nuovo vescovo di Novara si affrettò con atto del 1° febbraio 1512 ad accaparrarsi le simpatie degli Ossolani concedendo, su preghiera del conte Lancillotto Borromeo, alle popolazioni delle valli Vigezzo, Anzasca e Strona il privilegio dell’uso dei latticini durante la Quaresima, Settimana Santa esclusa, privilegio che fu poi esteso a tutta l’Ossola. Riuscì allo Schinner di convincere i Confederati Svizzeri a scendere in Italia per cacciare i Francesci, ed assoldato un forte esercito di mercenari nel giugno del 1512 costrinse i Francesi a lasciare Milano rimettendo nel Ducato Massimiliano Sforza il quale, il 29 dicembre 1512, fece il suo ingresso solenne in Milano. I Francesi tennero però i castelli dell’Ossola Superiore ed il borgo di Domo fino all’agosto del 1512. In quell’epoca un grosso contingente di armati svizzeri della Lega di Urania o del Bue vennero per loro conto e col benestare di molti Ossolani specialmente di quelli che parteggiavano per i Francesi a prendere in consegna i castelli ed il borgo di Domo. Anche questi si fecero giurare fedeltà degli Ossolani. Il 10 agosto 1512 giurarono quelli di Villa e della valle Antrona. Il 15 agosto i Francesi fecero la consegna dei castelli e del borgo e attraverso il Sempione ripassarono le Alpi. Sebbene alleati del Duca di Milano, gli Svizzeri tennero l’Ossola in proprio e non vollero cederla al Duca di Milano, Antonio Zich di Urania era il commissario e capitano della Curia di Mattarella per la Lega dei XII Can-

Tipo del Sacro Monte Calvario di Domodossola eseguito dall’arch. Pier Maria Perini nel 1772.

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toni, ma talvolta vi troviamo suoi luogotenenti quelli stessi che lo avevano aiutato ad entrare nel borgo e che si opponevano alla consegna al Duca di Milano. Voglio dire il capitano Paolo della Silva rimasto nell’Ossola e che il 5 settembre 1512 è commissario e capitano della Corte di Mattarella. Comincia in questo periodo a prendere forza un partito favorevole agli Svizzeri e che, dimentico delle antiche e recenti offese, vorrebbe l’Ossola confederata con i Cantoni Svizzeri. Il comportamento degli Ossolani dell’Ossola Superiore irritò specialmente i conti Borromeo i quali, dopo essere stati partigiani dei Francesi, erano tornati all’ubbidienza del Duca di Milano. Lancillotto Borromeo tentò di prendere il borgo di Domo, ma fu battuto dagli Ossolani collegati cogli Svizzeri. Si vendicò il Borromeo impedendo la libera circolazione delle merci, imponendo gravi dazi sulle importazioni del grano dal Novarese e Milanese, angariando i mercanti ed impedendo in tutti i modi le comunicazioni fra le due Ossole. Alle rimostranze degli Ossolani rispondeva il Borromeo: «avete voluto stare cogli Svizzeri piuttosto che con noi? Andate ora da essi perché vi diano il grano e le vettovaglie! Per conto nostro vogliamo assolutamente farvi morire di fame». Fu una dura carestia che fece soffrire soprattutto i più poveri e che provocò la peste, sempre pronta a comparire in queste occasioni. Il flagello, scoppiato nel 1513, durò da luglio a dicembre e mieté molte vittime. Il seguente anno, 1514, gli uomini dell’Ossola Superiore sotto la guida del capitano Paolo della Silva, che aveva sempre mantenuto vicino a Domo un buon gruppo di fedeli armati, coll’aiuto anche di un piccolo corpo di Svizzeri, fecero un’azione di forza puntando direttamente su Vogogna. Il borgo cadde subito nelle mani di questi armati esasperati i quali si diedero al saccheggio, distrussero i caselli del dazio e si fecero giurare con atto pubblico che per l’avvenire ogni dazio sarebbe stato abolito (17 luglio 1514). I poveri abitanti di Vogogna si salvarono in parte rifugiandosi in val Anzasca. Poco dopo (27 luglio) analoga spedizione fu fatta a Mergozzo, Omegna e Pallanza dove ugualmente si volle il giuramento di esenzione da ogni dazio. Gli invasori si ritirarono poi da Vogogna non senza prima aver diroccato il castello, ma mantennero alcune fortezze che occuparono a titolo cautelativo. Ne nacque fra il conte Borro-

meo e l’Ossola Superiore una lite che fu portata davanti ai capi della Lega dei XII Cantoni. La sentenza costrinse gli uomini dell’Ossola Superiore a restituire le fortezze e i territori occupati, ma fece obbligo ai Borromeo di lasciare libero il passaggio ai grani e vettovaglie. Il laudo fu pubblicato a Domo il 3 gennaio 1515 da Ulderico Flauder di Lucerna allora commissario della Corte di Mattarella. Morto Luigi XII senza eredi legittimi, sul trono di Francia salì Francesco I, anch’egli discendente da Valentina Visconti, e quindi aspirante al dominio del ducato di Milano. Massimiliano Sforza gli oppose un esercito di mercenari svizzeri, ma non riuscì ad impedire al re francese di scendere in Lombardia. La battaglia decisiva del 14 settembre a Marignano, in cui perirono 15000 svizzeri e 6000 francesi permise a Francesco I di entrare da signore in Milano e impadronirsi del Ducato, mentre il duca Massimiliano, costretto ad abdicare, era spedito prigioniero in Francia. Dopo questi avvenimenti i capitani della Lega non si sentirono più sicuri in Ossola. Oltre tutto sei squadre o bandiere di Svizzeri, che tornavano dalla sfortunata battaglia di Marignano alla loro patria attraverso l’Ossola, rubarono e saccheggiarono quando poterono senza risparmiare nulla e nessuno. Ne soffrì soprattutto Villa come ricorda il Capis ed i poveri paesani, già provati dalle precedenti calamità dovettero subire ancora una volta i saccheggi, gli incendi e le umiliazioni di queste orde scatenate che non risparmiarono neppure le chiese. Gli Svizzeri si ritirarono dall’Ossola e per un certo tempo questa regione fu terra di nessuno, tanto che il 23 settembre gli Ossolani dell’Ossola Superiore, ritenendosi ancora legati alla Lega Svizzera, scrissero condolendosi della sconfitta di Marignano e chiedendo aiuto e consigli. A sostituire il capitano e commissario svizzero Ulderico Flauder di Lucerna, allontanatosi dall’Ossola il 25 giugno 1515, fu mandato Giovanni Stolez di Basilea del quale trova luogotenente nella Curia di Mattarella il signor Pietro di Breno, dottore in diritto, fino al 29 settembre 1515. Un esercito francese intanto entrava nell’Ossola, mentre i pochi svizzeri rimasti tornavano in patria e l’8 ottobre, se si deve credere al Capis, un corpo di 500 uomini al comando del capitano Lautrec occupa Domo, dove i Francesi si abbandonarono 35


ad ogni dissolutezza e violenza. Fortunatamente il capitano Lautrec e la sua compagnia, dietro le lamentele fatte giungere dagli Ossolani direttamente al re di Francia, furono sostituiti e la piazza di Domo fu tenuta dal capitano Predemelges che si fece onore tenendo in disciplina la sua compagnia. Un altro atto distensivo del re di Francia fu quello con cui il 10 marzo 1516 tolse all’Ossola Superiore il contributo di 600 lire imperiali dovute alla camera ducale, condonando anche i debiti contratti con la stessa dall’epoca di Luigi XII. Col ritorno della pace si stabilisce un modus vivendi anche fra i partiti ossolani. Probabilmente anzi ci fu un atto di pacificazione giacché vediamo ritornare in Ossola i fratelli Francesco e Benedetto del Ponte che erano stati messi al bando da Luigi XII. Il 26 ottobre 1515 anzi troviamo Francesco del Ponte per un po’ di tempo luogotenente del commissario della Corte di Mattarella. Ma il personaggio più in vista con la vittoria delle armi francesi è il capitano Paolo della Silva che aveva posto la sua spada e la sua compagnia al servizio del re francese dal quale era tenuto in grande considerazione. 36

Egli spese gran parte delle sue ricchezze nel dare lustro e decoro all’Ossola dove chiamò architetti ed artisti ad abbellire il palazzo che andava costruendo a Domo e le chiese di Crevola e Domodossola. Colla salita di Carlo V al trono di Spagna il dominio del Ducato di Milano viene rimesso in discussione. Il nuovo imperatore ed il Papa appoggiavano Francesco II Sforza, fratello di Massimiliano, il quale poté assoldare un esercito di mercenari svizzeri e tedeschi e con questi il 19 novembre 1521 riprese Milano costringendo i Francesi a tornare in patria. Nell’Ossola, Benedetto del Ponte, capitano di milizie ducali, costrinse i Francesi a lasciare il borgo di Domo, cosa che avvenne verso la fine di giugno 1522. L’8 luglio seguente i deputati ossolani si recarono a Milano per giurar fedeltà al Duca. Il seguente anno gli Ossolani inviano al Duca una supplica per ottenere la pacificazione generale ed il perdono per tutti quelli che nelle guerre passate avevano parteggiato per la Francia, in particolare per il capitano Paolo della Silva e suoi luogotenenti banderali, nonché il riconoscimento degli antichi privilegi. Il 16 giugno 1523 si ebbe notizia che la supplica era stata accolta.


Ma la partita non era ancora finita. Francesco I di Francia nel settembre del 1523 invia un forte esercito in Italia al comando dell’ammiraglio Bonnivet. Ripresero le speranze i fautori della Francia in Ossola, sollecitati dal capitano Paolo della Silva, il quale anzi cercò di ottenere subito l’adesione da parte delle comunità ossolane, mandando perfino un suo rappresentante nel borgo di Domo per chiedere il giuramento di fedeltà. Il commissario ducale Tommaso Morone ed il capitano Benedetto del Ponte si meravigliarono di questa richiesta del Della Silva; anzi uno dei presenti, un certo prete Pietro Viscardi di Trontano, non trovò altra risposta che quella di dare un tremendo colpo di spada sulla testa del povero ambasciatore che morì all’istante. Saputo di questo trattamento, il capitano Paolo della Silva che aveva con sé un buon contingente di armati raccolti sul posto, pose l’assedio a Domo, impedendo l’entrata delle vettovaglie e deviando la roggia dei Borghesi. In una scaramuccia del 14 ottobre 1523 morì Francesco del Ponte, fratello di Benedetto e suo luogotenente. L’assedio continuò fino al maggio 1524. Tutti questi sconvolgimenti politici avevano ridotto i paesani ossolani a non saper più a chi credere e a chi affidarsi, giacché tutto si rivolgeva a loro danno. Perciò vediamo che a Villa non si ha mai difficoltà a giurare a questo o a quello a seconda delle circostanze, purché si potesse sopravvivere a tanto sconquasso. A titoli di esempio valga il fatto che il 21 marzo 1524 al Ponte di Villa si riunisce una vicinanza in cui i consoli od i vicini eleggono Antonio del Gaggio e Giovanni di Basaluxia come procuratori della comunità a giurare fedeltà al duca Francesco Sforza di Milano e far da esso approvare certi capitoli. Il giorno seguente (22 marzo) al Sasso di S. Maurizio il console di Villa Antonio Cassoli a nome suo e dell’altro console Antonio Toxelli e con essi i due deputati del precedente strumento, prestano il giuramento nelle mani del capitano Paolo della Silva che lo riceve a nome del re di Francia. Tanto erano confuse le situazioni in quei tempi! Poco dopo le truppe francesi che erano state battute a Robecco ritornarono lentamente in patria attraverso il Sempione sotto la protezione del capitano Della Silva. Nell’autunno del 1524 Francesco I di Francia con un esercito di 36000 uomini attraversò le Alpi ed occu-

pò Milano. Il capitano Paolo della Silva che si era subito portato al campo del re francese mandò immediatamente in Ossola dei rappresentanti per far giurare fedeltà al nuovo padrone. Paolo della Silva tornò poi in Ossola e vi raccolse una banda di alcune migliaia di armati e si portò a Pavia dove il re Francesco I stava assediando la città. Questa banda di Ossolani che il Della Silva pagava coi suoi denari, combatté nella sfortunata battaglia di Pavia (24 febbraio 1525), in seguito alla quale Carlo V costrinse il re di Francia a rinunciare definitivamente al Ducato di Milano. Sfasciatosi l’esercito francese, Paolo della Silva tornò coi compatrioti superstiti a Domo dove giunse poco dopo anche il capitano Benedetto del Ponte a chiedere agli Ossolani il giuramento di fedeltà al duca Francesco Sforza. Gli uomini di Villa, il 18 marzo 1525, deputarono Filippo Filippi e Giacomo Baldana a fare tale giuramento di fedeltà nelle mani di Giacomo Morone commissario ducale della Curia di Mattarella. Il giuramento ebbe luogo il 20 marzo seguente. Poco dopo il castello di Domo fu tenuto da capitani e soldati spagnoli, resisi subito famosi per la loro crudeltà ed ingordigia, così da far rimpiangere i francesi. Ci fu anche una congiura per ammazzare il castellano Francesco Alarçon ed una sollevazione, che questo domò facendo sparare le artiglierie del castello contro il borgo. Poco dopo però il famigerato castellano finì la vita colpito da una archibugiata sparata da uno sconosciuto. Di questa situazione approfittò il capitano Giovan Pietro del Ponte che venne a Domo con 500 soldati ducali e ottenne per il duca il giuramento di fedeltà degli Ossolani (1527). Frattanto Don Antonio de Leyva generale di Carlo V sollecitava ripetutamente gli Ossolani ad abbandonare il duca di Milano e a riconoscere l’autorità dell’imperatore Carlo V. Domodossola, difesa dal capitano Giovan Pietro del Ponte, resistette fino al gennaio del 1529, all’assedio fatto dal capitano Pietro Gonzales, dal conte Ludovico Belgioioso e dal capitano Pietro Maria del Maino a nome di Gian Giacomo Medici marchese di Musso, alle dipendenze di Don Antonio de Leyva. Le capitolazioni del 29 gennaio 1529 liberarono Domo dall’assedio mentre il Del Ponte passò al servizio del marchese di Musso, con uno stipendio di 37


100 scudi annui (3 gennaio 1530). Nel 1531 Francesco Sforza recupera il Ducato, ma è completamente in balia di Carlo V. L’8 luglio 1531 gli Ossolani ottengono la conferma dei loro privilegi. Morto il duca Francesco Sforza senza prole (1535), Don Antonio de Leyva generale di Carlo V, inviava nuovamente in Ossola il capitano Giovan Pietro del Ponte per esigere il giuramento di fedeltà. Il borgo di Domo lo presta il 26 dicembre 1535 e nei giorni seguenti lo fanno gli altri comuni ossolani. Le guerre che quasi ininterrottamente si erano succedute nell’Ossola, il passaggio di tanti eserciti e di gruppi di sbandati dediti alle rapine ed al saccheggio avevano frattanto influito gravemente rovinando l’economia ed anche la vita pubblica di questi montanari costretti a subire le violenze e quindi portati essi stessi all’esasperazione della violenza. Le case diventarono dei fortilizi e tutti andavano in giro armati contro ladri e briganti che dettavano legge. I partiti legati alle potenti famiglie in lotta fra loro avevano influito a rendere paurosamente abituale la violenza ed il sopruso, le cui lezioni erano impartite dai capipartito e dai signori che amavano mantenere un gruppo di armati al proprio servizio, e della peggiore risma, dai quali erano sempre accompagnati anche quando si recavano in chiesa o nelle pubbliche adunanze. Il banditismo diventa dalla metà del 1500 fino alla metà del 1600 una piaga dell’Ossola, contro la quale il governo spagnolo si limita spesso a lanciare le sue gride e la cui estirpazione sarà occasione di enormi spese da parte delle comunità obbligate a restituire quanto i mercanti in transito o chiunque perdevano, essendo esse obbligate a mantenere sicure a proprie spese le strade nei propri territori. Spesso a nulla valevano gli allarmi dati con la campana a martello e l’accorrere della gente; questi banditi armati di fucili a ruota tenevano facilmente testa alla gente inerme o armata solo di lance e di falcetti. Antonio Pizzoletto di Crevola, Giovanni Trivelli di Varzo, Antonio Gelminetto detto Sirigon, Giovanni Ruffino, Matteo Allena, Giovanni del Gatto ed altri si resero famosi in val d’Ossola colle loro rapine, omicidi e violenze. Contro di essi tuonarono le gride del governatore dello Stato di Milano. Ogni tanto qualcuno era preso e impiccato sul gabbio delle forche di Domo, all’entrata di porta Castello, per incutere 38

un salutare timore a tutti i delinquenti. Molti altri finivano sotto il piombo dei birri incaricati del loro sterminio o, presi, erano condannati alle galere. Gravissimi fatti erano accaduti in Ossola per odio di parte. Famoso fra tutti l’uccisione dei due fratelli Gaspare e Baldassarre de Baceno, figli del capitano Bernardino e cognati del capitano Paolo della Silva, perpetrata, forse, da sicari del capitano Giovan Pietro del Ponte. Anche contro le fazioni intervennero i governatori spagnoli. Alcune gride proibivano perfino di parlare di fazioni sotto pena della vita e confiscazione dei beni. Perdura comunque una grave insicurezza ed un’atmosfera di continuo pericolo. Un’ordinanza del 29 luglio 1595 disponeva che i muri fiancheggianti le strade fossero più alti di 2 metri o rasi al suolo perché non fossero facile ricetto di banditi ed assassini; così anche i boschi in vicinanza delle strade dovevano essere tagliati e molte case abbattute o chiuse in modo da non servire da ricettacolo o rifugio di banditi. Si ha notizia di alcuni paesi o frazioni sia della valle Antigorio che della val Vigezzo dove tutti o quasi tutti gli abitanti non disdegnavano l’esercizio del brigantaggio come quello di una professione. Il ricordo delle loro gesta è ancora vivo nelle tradizioni popolari locali. Si cercò un rimedio a questo stato di cose mediante un tentativo di pacificazione generale che eliminasse le radici di tante e sì testarde discordie. Il governatore dello Stato di Milano Don Pietro Padillo incaricò di ciò il conte Renato Borromeo dandogli ampi poteri per convocare i capi partito, i faziosi e perfino i briganti famosi dell’Ossola. Riuscì al conte dopo molti tentativi di fissare i termini di una generale conciliazione che venne solennemente giurata il 15 agosto 1595 ad Arona davanti alle porte della chiesa parrocchiale, ma il fenomeno delle fazioni e del brigantaggio, se momentaneamente parve arrestarsi, riprese poi con rinnovata violenza. Altra piaga sopravvenne nel settembre del 1598 fino al gennaio 1599. Dieci compagnie di soldati spagnoli vennero a stanziarsi in Ossola e, naturalmente a spese degli Ossolani, gettando le popolazioni nella costernazione, nella paura e nella miseria per le loro brutalità, ruberie ed estorsioni. Antonio Giavinelli prevosto


Il borgo di Domodossola chiuso a pentagono dalle mura in una stampa del secolo XIX.

di Pieve Vergonte e poi parroco di Seppiana, testimone oculare, così ricorda: Tutte le parti dell’Ossola Inferiore et Superiore... sono rimase con grandissimo danno, et spavento, ma più la superiore per essersi affermati tanto, che appena si ritrovava vittovaglia per pascerli; et li padroni erano, chi battuti, chi spaventati, chi fuggiti, et chi diventati miserabili. Le ova non si ritrovavano a comperare ne anco a duoi soldi l’uno, perché s’avevano ammazzate et mangiate le galline; pure bisognava trovar robba per forza. In fine si misero a far delli assassinamenti per le strade con pigliar li danari et robba a li poveri viandanti. Cronache del secolo XVII Durante il periodo di dominazione spagnola che va dal 1536 al 1713, 1’Ossola avrebbe potuto godere di un felicissimo tempo di pace e di benessere, dopo un secolo di disastrose invasioni, di lotte e cambiamenti di governo. Invece non fu così.

Dopo il Concilio di Trento, per opera di alcuni vescovi zelanti, anche la diocesi di Novara e l’Ossola ebbero slanci e fervori nuovi di fede che produssero un notevole rinnovamento della vita religiosa e civile. Il vescovo Carlo Bascapè nella sua permanenza sulla cattedra di S. Gaudenzio (1593-1615), diede un grande impulso alla riforma dei costumi del clero e del popolo, visitando ripetutamente e minuziosamente la diocesi, informandosi di ogni cosa e disponendo secondo le necessità. Il suo libro Novaria, stampato nel 1612, oltre che il primo tentativo di una storia della diocesi di Novara, è anche una preziosa miniera di notizie, storielle, artistiche e geografiche dell’Ossola, di cui egli può con pieno titolo essere considerato il primo studioso. Il giureconsulto Giovanni Capis se ne valse con somma ammirazione per l’autore nella compilazione della prima opera storica di carattere prettamente ossolano Memorie della Corte di Mattarella, ossia del Borgo di Domodossola e sua 39


giurisdizione che egli scrisse nei primi decenni del 1600, ma che vedrà la luce per le stampe solo nel 1673 a cura del figlio Giovanni Matteo Capis. Dopo il Bascapè merita di essere ricordato il vescovo cardinal Taverna, a lui immediatamente successo, al quale risalgono molte iniziative in campo religioso e morale, ma anche in quello della organizzazione e amministrazione delle parrocchie, delle chiese e dei benefici. Egli vagheggiò perfino il disegno di istituire un seminario a Domo per meglio avviare ed istruire il clero locale; ma non poté realizzarlo. Il rinnovamento religioso fu cospicuo in questo periodo, ma non si può dire altrettanto di quello politico, civile e amministrativo. Mancò al governo spagnolo una vera politica sociale ed economica che si traducesse in un progresso autentico. Lo squilibrio fra i ricchi ed i poveri andò aumentando fino ad apparire non solo ingiusto, ma insultante. Pochi nobili, ricchi e insensibili alle miserie del popolo, si preoccupavano di ostentare la loro opulenza e spesso il disprezzo per i diritti sacrosanti dei coloni e dei meno abbienti. Anche in Ossola sono essi che costruiscono i loro nuovi pretenziosi palazzotti dove ogni tanto, al passaggio di qualche personaggio importante, danno ampia ospitalità e fastose imbadigioni, e vivono serviti da uno stuolo di servi e di armati. Essi amavano farsi beffe della legge, esimersi da ogni gravezza, mentre i poveri erano alla mercé del Fisco. La giurisdizione di Domodossola comprendeva tutta l’Ossola Superiore con esclusione della val Vigezzo, delle Quattro Terre (Trontano, Masera, Beura e Cardezza) e della valle Antigorio. Questa giurisdizione aveva i suoi Reggenti generali ed il suo Consiglio generale in cui i rappresentanti dei comuni si riunivano alla presenza del pretore di Domo, per ogni decisione importante. In casi di necessità tutta l’Ossola Superiore si riuniva a consiglio per eleggere alcuni deputati onde far valere i propri diritti e interessi presso il Governo. Le misere condizioni degli Ossolani in questo tempo sono per lo più attribuite alla notoria sterilità delle terre, a calamità naturali ricorrenti, al clima particolarmente avverso i cui eccessi distruggevano i già scarsi raccolti. Tuttavia il maggiore colpevole di tanta miseria fu il Governo spagnolo che con una fiscalità metodica ed esasperante, ricorrendo a tutti i mezzi afflisse 40

le popolazioni ossolane con una martellante pressione. Egli si valeva anche di investigatori e delatori autorizzati i quali con occhi di Argo ricercavano ogni possibilità di cavar denaro per il Fisco. La squallida figura di questi solerti burocrati, dediti a tale odioso mestiere, ci appare dalle infinite querele che gli Ossolani dovettero sostenere con il Fisco. Nei primi decenni del 1600 si rese tristemente famoso in Ossola un certo Francesco Bossi con il titolo ufficiale di Delatore, il quale purtroppo non mancò di imitatori. Un’ordinanza del 9 luglio 1601 da parte del Magistrato del reddito ordinario dello Stato imponeva alle comunità ossolane il pagamento entro tre mesi del mensuale o estimo delle merci per il periodo 1559-1601. La somma non era grande, 398 lire e 12 soldi, ma erano intanto violati quei privilegi, accordati agli Ossolani dai Visconti e successivamente riconosciuti anche da Carlo V, per i quali essi erano esenti da ogni imposizione. Fu quindi necessario che i rappresentanti dell’Ossola sostenessero le loro ragioni a Milano, ragioni che furono riconosciute con sentenza del 23 aprile 1602. Poco dopo, su delazione del sopra ricordato Francesco Bossi, l’Ossola è accusata di non aver pagato e non pagare il dazio per la Notaria civile, il dazio del pane, vino, carni ed imbottato, la tassa per la stadera comunale ecc. I procuratori dell’Ossola, Olderico Silvetti e Giacomo Trivelli, sono nuovamente a Milano a sostenere l’esenzione, sempre fondandosi sui famosi privilegi. Il Magistrato ordinario, con sentenza del 11 agosto 1605, assolve gli Ossolani. Intanto però queste cause procuravano ingenti spese alla Comunità che si andava aggravando paurosamente di debiti ed era costretta a prendere denaro a prestito con pesanti interessi. La scarsa produttività delle terre ossolane, la pressione esorbitante del Fisco spagnolo, alcune calamità naturali ed una certa imprevidenza amministrativa concorsero ad aumentare la povertà fino a giungere al livello della vera carestia. Mancavano nei primi decenni del 1600 non solo il denaro, ma anche i beni di consumo più necessari. Il Giavinelli che era prevosto a Seppiana, da buon testimonio oculare così ci presenta la situazione: L’anno 1628 fu una grandissima carestia et si vendeva a Domo et Vogogna la segla lire due il staro; et li poveri hanno patito molta fame et l’anno 1629 perseverò la carestia,


che non si trovava denari et ne morirono molti di fame. L’anno 1629 poi fu talmente carestia che li poveri facevano macinar il colmo et la paglia et le giande de’ fayci per far farina; et ne morse molti che avevano patito; ed doppo venne certi febri che morse molte persone da dette febri. Il medemo anno venne la neve sopra l’arbori la notte doppo Santo Michele et alli dieci di Ottobre neve sino a qua a Seppiana con de’ diluvi d’acqua. L’anno 1629 si è venduta la farina del colmo et paglia fino a lire 4. Sarebbe stato abbastanza facile prevedere che su organismi così denutriti e provati in questi anni di carestia, oltre le solite malattie intestinali ricorrenti, potesse prendere il sopravvento la terribile peste bubbonica. E infatti fu così. La peste già mieteva vittime nel vicino Vallese, ma a causa della stretta sorveglianza ai passi alpini non fu di qui che il morbo venne importato in Ossola. Venne infatti dal Milanese a Mergozzo e a Domo per opera di alcuni mercanti. Citiamo ancora il Giavinelli che il giorno 14 agosto 1630 così annota nelle sue Memorie: L’anno 1630 circa il principio del mese di giugno si scoperse la peste in Duomo d’Ossola et in Cresto della valle Antrona, al Piaggio di Vila, a Rovescha d’Antrona et di S. Pietro (Schieranco) passavano per la strada d’Ovago per non poter passar per Riviera, Viganella et Cresto, quando hanno d’andare a pigliar provisione alla Lanca di Pallanzeno, dove si provvede di guardia continua; et ivi mandiamo a pigliar provisione quando si può avere; et circha li dieci di agosto si serrò Vogogna per esser morti alcuni ivi in casa del signor Battista Lossetti, et hora stentiamo haver provisione. Circa al principio d’agosto si è scoperta la peste alle Selve (Montescheno), et quelli del Croppo già alla fine di luglio erano fuori in Quarantena, et a me non manca fastidio in chiesa et fuora per la ministrazione dei Sacramenti. Circa il 17 et 20 agosto si scoperse la peste al Boschetto, a Daroncio, La Noga, al Gagio, talché a Vila stanno tutte le terre sempre in terrore et retirate più che si può; et la maggior parte si sono retirati nell’Ovago a far quarantena. Et il mese di settembre si è scoperta a Zoncha, a Valleggia, a Progno (Montescheno). Il Capis ricorda che nella valle Antrona morirono di peste circa 400 persone et ne morsero 100 nel termine di un mese solamente nella terra di Cresto. Ora si sa che nel 1613 Villa aveva circa 200 famiglie e fuochi, mentre dall’inventario della chiesa parrocchiale fatto il 31 gen-

naio 1647 dal parroco Giovanni Bianchetti i fuochi sono solo 80. Si può dunque pensare che anche a Villa la popolazione sia stata ridotta alla metà; così come a Domo, a Vagna ed altrove dove la peste fece il maggior numero di vittime. Furono purgate le case con suffumigi di polvere da sparo, pece, salnitro, zolfo, incenso e bacche di ginepro; i panni appestati erano inceneriti, gli altri lasciati lungo tempo all’aria, in acqua o sotto terra. Il Capis osserva che questi metodi di disinfestazione erano efficaci sebbene alcuni fossero di diversa opinione, segno che anche in Ossola non mancavano i don Ferrante di manzoniana memoria. Il secolo XVII fu per l’Ossola uno dei più disastrosi anche per le catastrofi naturali verificatesi in quel periodo. Prime fra tutte le alluvioni, già iniziate nel secolo XVI. Il fiume Bogna che nel secolo XIV era stato portato a scorrere a nord del borgo di Domo, rotti gli argini venne nel 1519 a scorrere fra il colle di Mattarella e l’abitato. Nel secolo XVII cominciò a spingersi direttamente contro le mura del borgo, riempiendo i fossati ed accumulando molto materiale contro la cinta di difesa fino a seppellirne quasi le torri e, talvolta, penetrando anche nel borgo. I tentativi di impedire la sommersione costrinsero anche le comunità della giurisdizione a contribuire alle ingenti spese, dando origine a numerosi processi e liti. Il pericolo fu solo scongiurato dopo la grande alluvione del 1642 che decise finalmente il Governo a dare fondi sufficienti per riportare il Bogna a nord del borgo. Nella alluvione del 1640 avevano sofferto quasi tutte le comunità ossolane ed in particolare Villa e la valle Antrona dove il fiume Ovesca distrusse la chiesa parrocchiale di S. Pietro di Schieranco e portò via tutti i ponti. Una grave sventura si abbatté su Antronapiana all’alba del 27 luglio 1642 quando la grande frana del monte Pozzoli sbarrò la valle del Troncone formando il lago di Antrona, seppellendo parte del paese ancora nel sonno e causando la morte di oltre 100 persone. Ma gli Ossolani nonostante tutte queste ed altre vicende dolorose vollero esprimersi in atti solenni e generosi di pietà proponendosi la costruzione del grande complesso monumentale dedicato alla passione di Cristo che è il Sacro Monte Calvario posto sul colle di Mattarella fino a quel momento occupato dalle rovine del ca41


stello. Iniziata nel 1658, con l’approvazione del vescovo, quest’opera voluta dalla comunità ossolana intiera, crebbe rapidamente sotto la direzione di Giovanni Matteo Capis; attorno al 1680 era in gran parte realizzata con la costruzione della chiesa-santuario, della strada sacra e di alcune cappelle nelle quali il plastificatore milanese Dionisio Bussola pose in opera alcuni dei principali misteri della Via Crucis. L’opera sarà però finita nei secoli seguenti. Contemporaneamente la comunità dell’Ossola che aveva provvisto già nel 1616 i Cappuccini di un piccolo convento alla Cappuccina, dovette costruire un altro convento per i medesimi Padri sulle pendici del colle di Mattarella al fine di sottrarli alla furia del Bogna (1661-1681). Anche per questa ed altre opere di interesse generale fu dato incarico al giureconsulto Giovanni Matteo Capis che fu l’uomo politico più importante del secolo XVIII. II governatore di Milano e capitano generale marchese di Hinojosa, con ordinanza del 6 febbraio 1614, stabilì che si formassero in questo Stato (di Milano) una milizia de’ i soldati di esso per servitio di Sua Maestà et beneficio e sicurezza loro. Si diedero anche disposizioni affinché tale milizia avesse necessaria istruzione, disciplina ed armamento. Il tutto era naturalmente a carico degli uomini scelti per tale servizio in numero proporzionato alla consistenza della comunità. Ma per lo più l’armamento era a spese della comunità. In cambio gli ufficiali erano esenti dall’obbligo di alloggiare nelle proprie case i soldati a piedi od a cavallo mandati a stazionare sul luogo. Il motivo di questo provvedimento va ricercato nella necessità che aveva il Governo spagnolo di non lasciare sguarnito il proprio territorio; mentre le sue truppe erano concentrate ed impegnate nella guerra del Monferrato contro i Francesi e Piemontesi. Questa specie di guardia civica o popolare, istituita in tutta l’Ossola, mantenne a lungo la sua funzione anche dopo gli avvenimenti bellici che furono causa della sua istituzione e perdette decisamente la sua importanza solo dopo la restaurazione del dominio piemontese in Ossola seguita alla caduta di Napoleone, ma resiste con un apparato che possiamo ormai dire folkloristico in alcuni luoghi come a Bannio e Calasca in valle Anzasca. Al suo sorgere fu però ostacolata dalle popolazioni, che si vedevano aggravate da nuove spese e pa42

ventavano di dover marciare fuori dei confini dell’Ossola, la sola patria che avesse per esse un significato autentico. Il loro avvento fu tuttavia utile all’Ossola, non perché rinfocolò l’antico e tradizionale spirito guerresco, quanto piuttosto perché la presenza di milizie organizzate rese più sicure le valli contro i briganti e facinorosi e favorì una maggiore coscienza unitaria fra gruppi spesso antagonisti e disuniti da faide paesane e da antipatie campanilistiche. La istituzione delle milizie popolari non fu dunque inutile. Se ne ebbe immediato saggio allorché fu necessario difendere i passi alpini da eventuali infiltrazioni nemiche. Il loro apporto alla guerra degli Spagnoli contro i Francesi e Savoiardi deve essere stato molto limitato. Se si eccettua la difesa di Arona nel 1636 e qualche puntata fino a Vercelli, non si ricordano fatti d’arme importanti. Era una milizia dotata di armamento molto leggero: archibugio a ruota, spade e lance. In valle Antrona esistevano due diversi distretti su cui erano scelti gli uomini addetti a questa milizia. Il primo era quello di Antronapiana che metteva in assetto un numero limitato di soldati, ma con l’incombenza specifica di difendere gli alti passi della valle, uomini dunque ben adatti al loro compito e perfetti conoscitori del luogo. Il secondo comprendeva tutto il resto della valle Antrona e Villa. Analogamente avveniva in tutte le altre valli ossolane. In ognuna delle comunità della valle era eletto dagli stessi soldati un reggente o capitano, un luogotenente, un alfiere, un sergente ed alcuni caporali. I singoli reggenti o capitani locali avevano poi funzioni subordinate al comando del capitano della valle che era da essi eletto fra i reggenti locali. La nuova compagnia a sua volta era alle dipendenze e sotto il comando di un maestro di campo o capitano generale la cui giurisdizione si estendeva su tutti i distretti dell’Ossola e spesso comprendeva anche la zona del Lago Maggiore. Il primo capitano generale in Ossola fu il signor Ottavio Verone di Crevola che aveva già avuto compiti organizzativi di difesa. Successivamente ebbe il comando generale di queste milizie popolari il marchese Giovanni Battista Lossetti di Vogogna e poi i conti Borromeo. Il capitano di una milizia di tal fatta doveva essere persona accetta a tutti e stimata per la sua prudenza e ca-


Vogogna, litografia di James Pattison Cockburn, 1822.

pacità di amalgamare elementi che non erano tenuti insieme da una vera disciplina militare; non erano infatti soldati di professione. Cronache del secolo XVIII Con la morte di re Carlo II di Spagna (anno 1700), si ebbero immediati contrasti fra i pretendenti al trono. Filippo d’Angiò, chiamato dal testamento del defunto re a cingere la corona di Spagna, si portò subito a Madrid e fu riconosciuto nei domini spagnoli, prendendo il nome di Filippo V. L’imperatore d’Austria Leopoldo I contestava però questa nomina, pretendendo il trono di Spagna per il proprio secondogenito Carlo, come discendente in linea diretta da Ferdinando I, fratello di Carlo V imperatore. Ne nacque una guerra che allineò da una parte l’Austria, l’Inghilterra e l’Olanda e dall’altra la Spagna, la Francia e la Baviera. Vittorio Amedeo II di Savoia si unì inizialmente alla Francia ed alla Spagna. La guer-

ra fu combattuta in Lombardia con alterne vicende che indussero però Vittorio Amedeo II a staccarsi dai suoi alleati per aderire all’Austria. Questo cambiamento di rotta della politica sabauda irritò gli ex alleati. Gli eserciti franco spagnoli occuparono la Savoia e parecchie importanti città del Piemonte, stringendo Torino con un potente assedio. Il principe Eugenio di Savoia, comandante di milizie imperiali, non poteva portare alcun aiuto a Vittorio Amedeo, trovandosi sbarrato il passo dalle truppe del generale francese Vendôme, attestate sulle rive dell’Adige. In aiuto delle truppe sabaude venne un distaccamento di soldati tedeschi al comando del maresciallo Staremberg per il Sempione il quale, senza entrare in Domo, dove il castello era ancora presidiato da truppe spagnole, si portò verso il lago Maggiore, ma non poté collegarsi con le truppe piemontesi, essendo tutto il Novarese e Milanese in mano ai Francesi. Gli Ossolani però dovettero fornire vettovaglie a queste milizie tedesche acquartierate ed inviare anche le milizie 43


locali per difendere i castelli di Angera e Arona. Queste gravi spese furono ripartite sia sull’Ossola Superiore che Inferiore. Il 19 marzo 1704 il Consiglio Generale dell’Ossola è convocato per provvedere alla distribuzione delle spese, per attrezzare il castello di Domo alla difesa, per eleggere un Reggente Generale e provvedere alla salvaguardia dei privilegi ossolani. Il 7 gennaio 1705 sono convocati nuovamente tutti i rappresentanti delle comunità ed i Reggenti dell’Ossola Superiore per far sì che tutte le comunità concorrano al pagamento delle spese straordinarie imposte dalla circostanza. Gli Ossolani, almeno quelli dell’Ossola Superiore, pare non si dichiarino in favore di nessuno dei contendenti, tuttavia le imposizioni militari bisognava pagarle. Nel castello c’era sempre un presidio spagnolo al comando del capitano don Giovanni de Soto e la cosa pubblica era diretta dal pretore don Francesco de Miranette Velasco pure spagnolo. II duca di Vendôme, lasciato il comando delle truppe francesi in Lombardia per assumere quello delle truppe stanziate in Fiandra, non trovò alcuna difficoltà a transitare per l’Ossola per venire al Sempione, il 14-15 luglio 1706, con un seguito di 150 cavalli, segno che questa regione non intendeva reagire con proprie iniziative alla situazione. Ma allorché il principe Eugenio di Savoia riuscì a portarsi con il suo esercito sotto le mura di Torino assediata e raggiungere il duca Vittorio Amedeo, riuscendo a sconfiggere i Francesi nella celebre giornata del 7 settembre 1706, a Domo si fu del parere di predisporre una resa. Era allora sindaco o procuratore del borgo di Domo il nobile Marco Antonio Silva, ex reggente della Giurisdizione, il quale aveva fama di essere partigiano di Francia. Visto come la guerra si era risolta, egli prese l’iniziativa di far passare l’Ossola all’obbedienza dell’Austria, non sappiamo se per opportunismo politico o semplicemente per ambizione. Il capitano spagnolo ed i borghigiani domesi furono da lui convinti a sottomettersi e chiedere protezione agli Austriaci, invitandoli a venire a Domo. Le iniziative di Marco Antonio della Silva furono accette al generale Zumiunghen che era venuto ad occupare Arona e la zona del lago Maggiore, ma irritarono gli altri Ossolani ed in particolare i Reggenti generali della Giurisdizione Antonio Grazioli, Andrea Taddei e Carlo Francesco Pellia, 44

i quali si vedevano esautorati. Sebbene anch’essi fossero del parere di sottomettersi agli Austriaci, non mancarono con lettera dell’11 ottobre 1706 di avvisare tutte le comunità della Giurisdizione dell’arbitrio del Silva che pretendeva una rappresentanza che nessuno gli aveva mai data, dichiarando che si sarebbero subito recati a incontrare il Zumiunghen per il bene della comunità ossolana. Essi poterono di fatto presentarsi al generale, mercé i buoni uffici del conte Borromeo, ed il 14 ottobre 1706 gli Austriaci entrarono in Domo al comando del capitano barone Milben, mentre il piccolo presidio spagnolo con tutti gli onori militari abbandonava il castello. Così l’Oossola entrava a far parte dei domini dell’Austria sotto l’imperatore Giuseppe I, il quale, grato a Vittorio Amedeo II di Savoia dell’aiuto prestato, gli cedeva il Monferrato, la Lomellina, Alessandria, Valenza e la Valsesia. Morto però l’imperatore di vaiolo nel 1711, l’arciduca Carlo che come pretendente al trono di Spagna aveva assunto il nome di Carlo III (di Spagna) ebbe il trono del fratello con il titolo di Carlo VI imperatore. Ma con la pace di Utrecht, in cui i domini spagnoli furono spartiti, lo Stato di Milano e l’Ossola entrarono a far parte dei domini imperiali dell’Austria (1713). Scrivendo di questo periodo il giureconsulto don Paolo della Silva afferma che gli Ossolani sotto l’Impero Austriaco, deposte le armi si sono rivolti ai traffici ed ai litiggi; e quanto giovano i primi per arricchirli, altrettanto servono i secondi per impoverirli. Anzitutto fu dibattuta una lunga, ed astiosa e soprattutto dispendiosa lite fra il sopra ricordato Marco Antonio della Silva ed i Reggenti generali della giurisdizione, che durò fino al 1713 ed ebbe come unico risultato, dissensi, odi e spese. Una grida del 26 agosto 1711, emessa dal Governo al fine di danneggiare la Francia, stabiliva che tutte le merci dirette o provenienti da quello stato fossero soggette a dazio al passaggio per Domodossola. I gabellieri, incaricati della riscossione, estesero però arbitrariamente l’ordinanza fino ad includere anche quelle merci che erano prodotte o consumate in Ossola. Di qui un vibrato ricorso degli Ossolani richiamandosi agli antichi privilegi. Frattanto si era fatto vivo l’impresario del tabacco che pretendeva l’appartenenza dell’Ossola al suo appalto e quindi la privativa della vendita. Altro ricorso per il


riconoscimento della esenzione. Ma in questo ricorso gli Ossolani ebbero cura di presentare al re Carlo III, ossia all’imperatore Carlo VI, una formale richiesta di approvazione o riconoscimento degli antichi privilegi contenuti nei famosi capitoli del 1381. Si riuscì di fatto ad ottenere un rescritto del 3 gennaio 1710, dato da Barcellona, ma, come afferma don Paolo della Silva, essendosi nel 1711 presentato questo diploma al Senato per la di lui interinazione, l’implacabile Fisco Milanese prese motivo di muovere al Paese altra ben longa e dispendiosa lite. Non solo furono riprese le antiche e recenti pretese del fisco, ma si riparlò della carta da bollo, dei dazi, ecc. Finalmente il 26 gennaio 1712 si ebbe la Dichiarazione Magistrale con cui l’Ossola era riconosciuta nel possesso degli antichi privilegi, notificata poi ai pretori dell’Ossola con lettera del 25 febbraio 1712. Non si creda però che tutto questo sia avvenuto per pura magnanimità o senso di giustizia da parte del Governo. Le comunità ossolane dovettero sborsare al fisco per spontaneo sussidio da essi offerto all’Illustrissimo Magistrato Ordinario di questo Stato di Milano, per beneficio di Sua Cattolica e Cesarea Maestà, lo sa Iddio con quale spontaneità, la bella somma di 21.000 lire imperiali, di cui 10.212 lire e 4 soldi furono a carico della giurisdizione di Domo. Leggendo gli atti di queste liti ed i ricorsi degli Ossolani si sente tutta l’amarezza del popolo di queste montagne per essere sistematicamente beffato dai propri governanti e, fra le righe, proprio dove si attesta tanto sviscerato ossequio per il padrone, c’è una fredda ed impressionante ironia: Riconoscendo la scarsezza in cui si trova la Real Mensa in tempo di tanto bisogno per la difesa dell’Adoratissimo Monarca, e che tutte queste novità vengono suggerite dalle necessità de mezzi, non già perché la chiara ragione di quel paese temi di comparir nuda, e dubiti di non essere accolta da un tribunale, così retto, che con viscere di padre riguarda la conservazione de’ sudditi di Sua Maestà commessi alla di lui tutela, ma per anco in quest’occasione palese alla Maestà Sua, et alle SS. VV. Illustrissime il sviscerato zelo che nodriscono per li vantaggi del Padrone e per la causa pubblica, non ricusa con spontaneo sagrificio di quel di forze che ancora dura in quell’ormai esangue Corpo, tributar servitio alla Regia Camera per una volta tanto, (oltre le grandi somme in così pochi anni pagate) di altre lire sei mila, ecc. Poi... da seimi-

la si dovrà giungere a 21.000 regolarmente quietanzate il 1° febbraio 1712. L’imperatore d’Austria Carlo VI nel 1718 incaricò una speciale Commissione o Giunta di fare un nuovo e generale censimento che potesse poi servire come base di calcolo alle imposte. E poiché l’imposta veniva elevata sui fondi, sulle persone e sulle merci, il censimento, assieme a dati statistici riguardanti la popolazione ed il commercio, esigeva una misura precisa delle proprietà fondiarie e relative rendite. Si cercò di assoggettare anche l’Ossola a questo generale censimento che sparse dappertutto misuratori e loro aiutanti. Ma gli agrimensori trovarono non poche difficoltà in Ossola dove i fondi, a causa della estrema suddivisione, sono piccoli, irregolari e numerosissimi. Si dovette allora ripiegare dividendo semplicemente i territori comunali in corpi di ugual superficie, segnando in essi i vari proprietari, ma rinunciando alla definizione più precisa dei fondi appartenenti ai singoli proprietari. Naturalmente le notifiche si estendevano anche alle abitazioni, cascine, mulini, ecc. ed i notai vennero obbligati alla denuncia dei contratti di compravendita degli immobili, specificando misure e nomi dei contraenti. Nel 1725 si tentò anche una stima del valore della proprietà. Ciò significava che si era in procinto di estendere anche all’Ossola un nuovo sistema fiscale che avrebbe spazzato via tutti i privilegi ed esenzioni a cui fino allora si era guardato come alla salvaguardia della possibilità di sussistenza. Perciò i rappresentanti dell’Ossola fecero subito ricorso perché l’Ossola fosse esentata dal censimento. Il voto del fisco del 7 ottobre 1727 fu favorevole all’Ossola Superiore, ma doveva essere approvato dall’imperatore. Per sostenerne la causa a Vienna gli Ossolani si erano inizialmente affidati ai buoni uffici del vigezzino Pietro Andreoli, il quale però nel 1729 se ne volle esimere. E poiché la cosa stava molto a cuore agli Ossolani, su proposta dei sindaco generale della Giurisdizione dottor Carlo Ruga Silva, il 13 novembre 1729, venne affidata al giureconsulto Paolo della Silva il quale condusse felicemente l’affare in porto ottenendo dall’imperatore con diploma del 22 agosto 1731, intimato alla Giunta per il censimento, la bramata esenzione. La guerra per la successione al trono di Polonia (17331738) ebbe notevoli conseguenze anche in Ossola. Es45


sendosi Carlo Emanuele III, re di Sardegna, alleato con la Francia con il trattato del 26 settembre 1733, gli eserciti franco-sardi invasero la Lombardia, occupando Milano nell’ottobre del 1733. Frattanto in Ossola insorsero gravi perturbazioni. Il capitano del castello di Domo, Giovanni Antonio Zunica, pretese rifornimenti di vettovaglie a spese dell’OssoIa. Si opponevano gli Ossolani invocando i soliti privilegi, ma il capitano Zunica continuava a fare richieste e minacce. Si riuscì anche ad ottenere dalla Giunta di Governo lasciata dal conte di Daun, governatore di Milano, in sua vece, un’ordinanza che proibiva espressamente al castellano di Domo di esigere alcunché dagli Ossolani. Questi però non si acquietò, anzi si fece sempre più ostile, rivoltando contro il Borgo le artiglierie del castello e facendo sparare alcuni colpi intimidatori contro le case di alcuni borghesi. I Domesi sentendosi prigionieri nel borgo che il Zunica aveva fatto chiudere, fecero suonar le campane a martello. Il segnale richiamò dalle valli le milizie locali che giunte a Domo si limitarono però solamente a riaprire il borgo, costringendo i soldati del presidio a ritirarsi nel castello. Riferisce il giureconsulto Paolo della Silva che il castello era tenuto sotto sorveglianza dai borghigiani, che un soldato fu ucciso da un colpo di fucile sparato da una guardia appostata sul campanile della chiesa di S. Francesco e che lo stesso castellano corse il pericolo di finire allo stesso modo. Una nota dell’arciprete di Domo dice che la sera del 14 novembre 1733, alcuni soldati del castello fecero una sortita nel borgo sparando alcuni colpi contro i borghigiani armati; questi risposero uccidendo un soldato di nome Raimondo Bellandel. Il giureconsulto Paolo della Silva, su invito del re di Sardegna e del Senato di Milano, venne a Domo a parlamentare con il castellano. Questi avendo saputo che ormai tutte le città dello Stato di Milano erano in mano dei Franco-Sardi si dichiarò pronto alla capitolazione, e le ostilità furono sospese. Venuto in Ossola a nome del Re di Sardegna il cavaliere gerosolimitano Antonio Grisella, fu sottoscritta la capitolazione; la resa fu fatta con tutti gli onori militari. Il Zunica con la sua guarnigione spagnola se ne andò, lasciando il castello al cavaliere Grisella che lo occupò con pochi soldati sardi. Con la susseguente pace di Vienna del 1738, il regno 46

di Sardegna si estese a Tortona e Novara. Con il ritorno del Milanese all’imperatore Carlo VI, il castello di Domo fu rioccupato da milizie austriache e per qualche anno si ebbe un po’ di pace. Morto nel 1740 l’imperatore Carlo VI si riaccese nuovamente la guerra per la successione al trono austriaco. In virtù della così detta Prammatica Sanzione su quel trono era salita l’arciduchessa Maria Teresa che era osteggiata da Francia, Spagna, Prussia, Sassonia, Baviera ed anche dal re di Sardegna. Questi però si staccò dagli alleati quando si accorse che non erano disposti a cedergli la Lombardia a cui aspirava. Alleatosi con l’Austria con il trattato di Worms (13 settembre 1743), Carlo Emanuele III, rinunciò al Milanese, ma in compenso dei suoi aiuti all’Austria ottenne il Vigevanese, l’Alto Novarese, l’Oltre Po pavese e la città e territorio di Piacenza fino al Nure. La notifica alle comunità cedute fu data con il manifesto del 25 gennaio 1744 dal principe di Koblovitz ed il giorno seguente il re di Sardegna ne prese formalmente possesso. Negli anni 1742-1743 il castello di Domo era per lo più presidiato dalle milizie locali a cui era affidata anche la difesa del Borgo. Unitamente alle vicende di cui abbiamo parlato l’Ossola in questo secolo soffrì di nuove e gravi difficoltà. La prima fu quella ricorrente di un’alta mortalità specialmente infantile dovuta ad epidemie che infierirono in alcuni anni: la difterite, l’influenza, ed il vaiolo. Scorrendo i libri dei morti si rinvengono lunghi elenchi di bambini rapidamente mietuti dal morbo. Per parecchie settimane, ogni giorno numerose culle di bambini attendevano nelle chiese la sepoltura. Le attestazioni che ci sono rimaste sono toccanti. Di tutti il più terribile era il vaiolo che serpeggiava in continuità ricomparendo improvviso e letale nelle valli ossolane. Il notaio Cosimo Grossetti di Montescheno annota: Din di l’anno 1746 fu una gran mortalità di bestie nel Piemonte, Novarese e Milanese, Pavese e Umelina. Basta solo dire che nelle terre dove erano mille bestie bovine ne restano solo circa quattro o cinque ed un par di bovi avanzati dal detto male si prezavano cento doppie, cento zecchini e cose simili. Nel qual anno 1746 fu ancora una tal strepitosa per non dir rabbiosa guerra nello Stato di Milano che il Novarese, Vercellese e parte del Piemonte patì un gran danno, chiamato quasi la sua somma rovina, non


Strada del Sempione, ponte di Crevola. Da una stampa di Lorry.

potendosi veder altro di peggio, salvo la peste. Per la qual guerra patì qualche spavento e danno ancor l’Ossola facendosi delle scorrerie in detta Ossola almeno fino a Vogogna nel mese di marzo or delli Todeschi or del nostro re parti avversarie. Pretendevano sottomissione or l’una or l’altra, mettendo in grande affano li habitanti perché se aderivano o mostravano accoglienza ad una parte come erano sforzi a dimostrare anche senza genio, gl’era minacciato il saccheggio dall’altra. Basta dire che uno di Vogogna per aver dato alloggio ad un oficiale spagnolo fu bastonato severamente ed andò a rischio d’esser impiccato; altri per aver detto Viva a una parte furon bastonati e multati dall’altra; sì che si può immaginare in qual intrico si trovava la povera gente. Di più il detto anno 1746 per essersi i Spagnoli impadroniti di Pavia e di tutto il Milanese ed Umelina, impedirono il corso del sale che veniva nel Ossola ed in tutto il Novarese e Vercellese, sì che tali paesi dovettero patir penuria di sale, per il che molti s’ammalavano, massime nella Valsesia e Valanzasca, ma nella val Antrona stettero ben

alcuni poveri qualche tempo senza, ma essendosi messi alcuni mercati di Vigezzo ed anche di Pallanzeno, ne facevano venire dalla parte della Svizzera. La epizoozia del bestiame bovino era stata importata in Italia da buoi ungheresi venuti in Lombardia per il rifornimento delle armate austriache nel 1711 e si sparse in tutta l’Europa. Infestò la Francia, la Germania negli anni 1742-43, poi l’Italia fino al 1747 giungendo anche nell’Ossola, dove causò danni gravissimi al patrimonio zootecnico, riapparendo nel 1795. Si calcola che in Europa dal 1711 al 1776 siano andati perduti per questa pestilenza più di sei milioni di bovini. In Ossola molte famiglie che perdettero quasi tutto il bestiame e non poterono rinnovarlo, perché troppo povere, dovettero emigrare. Alla metà del 1700 un buon terzo dei contadini allevatori di bestiame cambiò mestiere. E poi le intemperie. Ricordiamo il 1740: anno freddissimo, in cui non poterono maturare non solo le uve, ma neppure le castagne; il 1743, particolarmente sicci47


toso, in cui si poté raccogliere solo poca segale e scarso vino; il 1744 in cui alla Madonna del Rosario (7 ottobre) venne una tal innondatione d’acqua che tra Vogogna e la Pieve (di Vergonte) non si vedeva più terra ma bensì v’era un lago. La Toce a Vogogna andò nelle cantine e lasciò raso fino su le topie. Alla Pieve un riale essendo saltato fuori dal suo canale portò via alcune case con la gente senza lasciar segno ove eran piante, con danno di molte migliaia di lire alle campagne. Lo Strona portò via il così bel ponte di Gravalona ove andò l’acqua nelle case, portò fuor molta robba, perfino credenze con dentro pane, formaggio ed altri cibi, bestie ancor attaccate alla presepe. E poi la grande e generale alluvione del 14 e 15 ottobre 1755 che devastò tutta l’Ossola. Il re Carlo Emanuele III, nel tentativo di promuovere una migliore e moderna amministrazione dello Stato promulgò nuove costituzioni e leggi, entrate in vigore il 16 maggio 1770. All’Ossola ne fu data comunicazione il 30 aprile 1770, dichiarando l’utilità di leggi uniformi per tutto lo Stato. Gli Ossolani però insistettero presso il Governo per ottenere delle deroghe su alcuni punti. Queste vennero concesse dal Senato di Torino con decreto del 27 luglio 1771, estendendole sia all’Ossola Inferiore che Superiore ed alla val Formazza. Con le nuove costituzioni scomparve tutto il vecchio ordinamento civile e criminale. L’amministrazione della comunità era affidata al consiglio, il quale poteva riunirsi solo con la partecipazione del pretore, di un suo delegato o di persona di fiducia, detta «castellano». Il pretore di Domo con le R. Patenti dell’11 luglio 1771 ebbe autorità di «intendente». L’intendente, capo della giurisdizione o pretore, poteva annullare ogni delibera del consiglio, contraria agli interessi del Comune o non conforme alle leggi. Consiglieri potevano essere eletti tutti i capifamiglia, sebbene fossero in numero limitato; ma era ufficio che non si poteva rifiutare. Il consiglio a sua volta eleggeva il sindaco nella persona del consigliere più anziano, il quale durava in carica sei mesi od un anno secondo che il numero dei consiglieri era di almeno quattro o almeno due. Le spese comunali erano espressamente controllate e in taluni casi vietate dalla superiore autorità. Ogni consiglio doveva avere anche un segretario approvato dall’intendente. 48

Questa prima riforma dell’amministrazione comunale fece cadere antiche consuetudini, però indusse nei comuni ossolani istituzioni più moderne ed omogenee. Non si segnalano importanti avvenimenti nella seconda metà del secolo XVIII in Ossola fino a quando non giunsero anche in questa regione le scintille del fuoco innovatore e distruttore della rivoluzione francese che nel 1793 rovesciò la monarchia per istituire la repubblica, scatenando una reazione a catena di rivoluzioni e guerre in tutta l’Europa. Il re Vittorio Amedeo III, unitosi ad altre potenze europee, partecipò alla prima coalizione contro la Repubblica francese. Lo Stato Sardo si armava in previsione di un periodo di guerra che non si sarebbe potuto evitare. L’editto dell’arruolamento del 1793 colpì naturalmente anche l’Ossola. Questo obbligava ciascuno dei tre dipartimenti dell’Ossola, Domodossola, Vogogna e val Vigezzo, a fornire ed armare un contingente di soldati. Il 20 gennaio 1793 sì riunì a Domo il Consiglio provinciale, il quale, prendendo atto della situazione, con un certo slancio patriottico deliberò di difendere colla maggior forza questa provincia da ogni invasione che derivar potesse da parte dei Francesi senza ricever verun stipendio dalle Regie Finanze, ma a spese di questa Provincia, e ciò in conferma della dichiarazione già fatta nell’antecedente Consiglio del 31 ora scorso dicembre (1792), accettando la graziosa offerta fatta da S.M. delle armi, munizioni ed attrezzi militari. Il Consiglio decise di fornire quattro compagnie, corrispondendo a ciascun soldato la paga di 30 once di pane. Capo ed ispettore delle milizie ossolane fu eletto l’avvocato Giuseppe Maria Facini. Il ministro della guerra Di Gravanzana con lettera del 30 gennaio 1793 approvò queste delibere. Ci fu in quel momento un notevole senso civile e patriottico, dovuto in parte alle notizie allarmanti provenienti dalla Francia circa i disordini che accompagnavano la rivoluzione in atto. Si ebbero iniziative particolari a Montecrestese ed in valle Antigorio per formare corpi speciali per la difesa dei confini dell’Ossola. Purtroppo il Facini, divenuto per la sua prepotenza e scarsa sensibilità, odioso al popolo, fu osteggiato da gran parte delle milizie ossolane, i cui rappresentanti, riunitisi al ponte di Crevola il 15


giugno 1795, stilarono un vibrato ricorso al Re per esonerarlo dalla carica di comandante militare e reggente. A questa riunione mancarono i rappresentanti di alcune comunità, fra cui quelli di Domo, di Villa e della valle Antrona. Rispose il Re da Moncalieri il 4 agosto 1795, delegando il prefetto di Pallanza Bellini, secondo la richiesta, a presiedere i consigli provinciali. Di ciò informato, il Facini, l’8 agosto annunciava la riunione del consiglio provinciale per il giorno 16 seguente e la sua rinuncia alla carica di reggente e di comandante delle milizie. Ma i rappresentanti protestatari la disertarono ed il 30 agosto, sotto la presidenza del prefetto Bellini, si riunirono autonomamente e, dopo aver riprovato il comportamento del Facini e sottopostolo al giudizio di una commissione amministrativa, elessero un nuovo reggente e capitano. Con tutto questo non si deve credere che in Ossola i principi della rivoluzione francese e le idealità che l’avevano provocata fossero sconosciuti. La circolazione degli uomini e delle idee era sempre stata ampia e favorita dalle emigrazioni stagionali o semipermanenti di una elevata percentuale degli uomini più attivi ed intraprendenti. Fra strati di patente conservatorismo filtravano e si muovevano, prima nascostamente, ma poi sempre più palesemente idee riformistiche, impulsi decisamente rivoluzionari e idee politiche repubblicane. I successi dei Francesi, legati alle fortune dell’astro napoleonico, erano paventati dai conservatori e aspettati ed esaltati dai repubblicani. La Repubblica Cisalpina, voluta da Napoleone, favoriva la penetrazione delle idee rivoluzionarie e fomentava impulsi eversivi anche nell’Ossola. Un tentativo rivoluzionario fu organizzato a Pallanza da Giuseppe Antonio Azari. Scoperto il complotto, l’Azari fu condannato a morte per impiccagione il 29 novembre 1796; il suo corpo fu bruciato e le ceneri sparse al vento. Altre congiure e associazioni rivoluzionarie pullulavano in quel periodo negli stati del re di Sardegna, fomentate dalla Francia che tentava di provocare il rovesciamento del trono, tenuto allora da Carlo Emanuele IV succeduto nel 1796 a Vittorio Amedeo III, e l’adesione alla Repubblica Cisalpina o addirittura alla Francia. Alcuni fuoriusciti piemontesi e patrioti cisalpini ed altri elementi rivoluzionari internazionali, allo scopo di

accelerare i tempi, con la protezione e l’appoggio della Repubblica Cisalpina che fornì armi e direttive, si riunirono in numero di 800 uomini a Varese e fra il 13 e il 14 aprile 1798, da Laveno attraverso il lago Maggiore, giunsero a Intra-Pallanza. Fu prima loro preoccupazione di imporre la rivoluzione, piantando l’albero della libertà, stabilendo una nuova amministrazione e taglieggiando i ricchi e nobili locali. Comandava questi così detti patrioti il francese Giovanni Battista Leotaud e i suoi luogotenenti erano il francese Lions ed il savoiardo Seras. Da Pallanza vennero ad Ornavasso, dove posero il campo, cercando di suscitare e ottenere l’adesione delle popolazioni ossolane. Queste però non si mostrarono entusiaste, anche perché le contribuzioni militari immediatamente imposte risultavano estremamente sgradite. Un nucleo di partigiani per i Francesi esisteva in verità a Vogogna dove il popolo, sollecitato dall’avvocato Filippo Grolli, da Giuseppe Antonio Cadorna, Giulio Albertazzi e Angelo Zaretti, accettò la novità e ballò la carmagnola attorno all’albero della libertà. Poi un gruppo di armati, guidati dal capitano Angelo Zaretti, riuscì a penetrare nel borgo di Domo il 20 aprile seguente ed a farsi consegnare il castello. Anche a Domo si cercò di sollecitare adesioni che furono tuttavia piuttosto scarse. Intanto l’Albertazzi si recava con alcuni armati ad incontrare il comandante Fontana che con una schiera di sessanta dragoni risaliva la valle Cannobina per raggiungere la valle Vigezzo. Riunitisi a Santa Maria Maggiore anche lì si imposero le solite cerimonie che istituivano la repubblica e la municipalità. Ma il popolo, sebben chiamato dagli insoliti tocchi di campana, non si mostrò entusiasta. Del resto giunsero subito notizie allarmanti che consigliavano molta prudenza. Quattromila soldati dei reggimenti di Savoia, della Marina, di Pever Im-Off, di Zimmerman e di Bachman stavano concentrandosi a Gravellona, inviati dal Re, per puntare verso Ornavasso dove il Leotaud cercò di organizzare la difesa. Nell’imminenza della battaglia ben pochi degli Ossolani che avevano fatto l’atto di adesione accorsero ad Ornavasso. Il 21 aprile 1798 le prime milizie regie avevano già raggiunto Gravellona ed il giorno seguente erano pronte alla battaglia. Lo scontro avvenne a sud di Ornavasso ed ebbe inizio 49


verso le dieci di mattina. Fu una battaglia in piena regola che ebbe alterne vicende, dove alla fine la netta superiorità numerica e tattica dei regi ebbe la meglio sui repubblicani. Appena infatti un corpo di sei compagnie di granatieri di Savoia e della Marina riuscirono a passare il Toce e prendere alle spalle l’esercizio del Leotaud, la sorte della battaglia fu definita. Nonostante il valore dei repubblicani, 150 morirono con le armi in pugno, 400 furono fatti prigionieri ed il resto, completamente sbandato, cercò la salvezza sui monti di Premosello e Vogogna, tentando di guadagnare luoghi più sicuri. Alcuni morirono di freddo e di stenti nel tentativo di raggiungere la valle Vigezzo, e quelli che vi riuscirono furono fatti prigionieri dalle milizie locali e tradotti nelle carceri di Domodossola. Anche i capi furono presi. A Domodossola un consiglio di guerra pronunciò sentenza capitale contro i rivoltosi. I giorni 28, 29 e 30 aprile ne furono fucilati 64. Altri furono poi tradotti a Casale per subire la stessa sorte. Dei capi lo Zaretti era stato già proditoriamente colpito a morte in val Vigezzo il 24 aprile a S. Maria Maggiore quando presumeva di essere ormai salvo. Giulio Albertazzi fu fucilato a Pallanza il 19 maggio. L’avvocato Grolli, riportato da Casale a Vogogna, fu giustiziato sulla piazza del Pretorio il 30 maggio. Unico si salvò dei comandanti ossolani il vogognese Giuseppe Antonio Cadorna che, per merito della coraggiosa moglie, ottenne la grazia dal Re. Il Leotaud, fatto prigioniero con il Lions fu fucilato a Casale. Le stragi degli infelici prigionieri sarebbero continuate se le proteste della Francia non avessero costretto il Re a sospendere le esecuzioni ed a concedere una amnistia per tutti il 20 giugno di quell’anno 1798. Il re Carlo Emmanuele IV che con le R. Patenti del 7 marzo e l’Editto del luglio 1797 aveva abolito il sistema feudale con tutte le sue implicazioni, dovette riconfermare tali leggi con la Patente del 2 marzo 1799 (2 ventoso, anno VII della Repubblica Francese secondo il nuovo calendario). L’8 dicembre seguente Carlo Emmanuele IV fu costretto a dimettersi e venne proclamato il Governo repubblicano. Fu istituito il Dipartimento del Novarese ed istituita la municipalità nelle città e grossi borghi. In Ossola fu inviato il commissario Giacomo Zuffinetti per 50

la necessaria organizzazione. La municipalità di Domodossola comprese tutta l’antica giurisdizione e quindi anche Villa e la valle Antrona. La municipalità era diretta da un presidente, un commissario nazionale e quattro amministratori i quali rispondevano direttamente all’Amministrazione centrale di Vercelli. All’inizio del 1799 fu organizzato un plebiscito allo scopo di ottenere la bramata unione con la Francia, in verità bramata solo da pochi fanatici, ma decisa dal Governo provvisorio. Con abile propaganda si ottenne l’effetto desiderato. Anche nell’Ossola molte furono le adesioni. Ricordiamo a questo proposito che anche a Villa e in valle Antrona non mancarono i fautori della unione con la Francia. Questo ci sembra almeno dedurre dal fatto che un certo Cassoletti di Villa è l’autore di un Discorso tipografico in occasione della generale adesione ossolana all’unione francese, stampato a Torino nel 1799. Ma l’orizzonte politico era tutt’altro che chiaro. Continuava con alterne vicende la lotta contro la Francia da parte delle potenze coalizzate. In una seconda coalizione si unì anche la Russia ed un esercito austro-russo comandato dal generale Suwarow venne in Italia. Milano fu presa dagli austro-russi il 28 aprile, Novara il 3 maggio e Torino il 27 maggio 1799. In Ossola si sfaldò la municipalità stabilita dai repubblicani, si ritornò al vecchio ordinamento, e si ripeterono le adesioni questa volta al generale Suwarow, grati di essere stati «liberati». E naturalmente si rinnovarono le imposizioni di forniture di bestiame e servizi, le requisizioni e le angherie. In Ossola, per guardare i passi alpini fu mandato un corpo di austriaci comandati dal principe Vittorio de Rohan, con il compito di impedire infiltrazioni attraverso il Sempione. Le truppe dei generali Laudon e Wuckassovich stazionavano invece presso Arona; di queste un distaccamento russo al comando del colonnello Rosales e seimila austriaci del generale Nobile vennero a stare in Ossola. Si comprende che con tutta questa massa di soldati da sfamare gli Ossolani si sentissero letteralmente in guerra per la sopravvivenza. Intanto per aprirsi la via a scendere in Italia dalla Svizzera, il generale Massena al comando di una armata francese, inviava verso il Vallese ed il Sempione il generale Giacobini con 4.500 uomini. Questi non trovarono molta difficoltà a sloggiare le truppe del Rohan, il qua-


le ai primi di settembre, pensando di non poter opporre sufficiente argine all’avanzata nemica, si ritirò a Vogogna e poi a Ornavasso, dove organizzò la resistenza. I Francesi attorno al 20 settembre raggiunsero Piedimulera, ma avendo ricevuto l’ordine di retrocedere, si limitarono, pare, a scopo tattico e intimidatorio ad agganciare gli Austriaci impegnandoli in una scaramuccia a Migiandone e Gravellona (29 settembre 1799) per ritirarsi poi al dì là del Sempione. Con il ritorno delle truppe austriache del Rohan che passarono in Ossola tutto l’inverno si accrebbero i tormenti delle requisizioni di bestiame, foraggio, viveri, legname e soprattutto di lavoro coatto per la costruzione di una linea di trincee difensive fra la punta di Migiandone e Bettola, e relativo campo trincerato. Negli ultimi due anni gli Ossolani avevano più volte piantato, strappato e ripiantato il famoso albero della libertà e giurata obbedienza ripetutamente a questo e a quello, ai Sardi, agli Austriaci, ai Francesi, ai Cisalpini ecc., cercando di salvarsi dalle prepotenze di questo o quel «liberatore», ma la conclusione più ovvia fu la miseria non solo della povera gente, ma di tutti. Ridotte a zero le finanze locali, il patrimonio zootecnico, ricostruito con infiniti sforzi, non esisteva più; si fu costretti a vendere le suppellettili d’oro o d’argento delle chiese per pagare i contributi imposti dagli occupanti di turno. Questo stato di cose fu una chiara beffa per tutti, sia conservatori che rivoluzionari; e furono ben pochi i fanatici che non se ne accorsero. Cronache del secolo XIX Nella primavera del 1800 Napoleone prende l’iniziativa di tornare alla riconquista dell’Italia scendendo attraverso le Alpi in Piemonte ed in Lombardia. Il 9 maggio è a Ginevra e punta verso il passo del Gran San Bernardo ancora innevato. Gli eserciti austriaci, comandati dal generale Melas, tentano invano di impedire l’impresa. Napoleone riesce, superando difficoltà inimmaginabili, a raggiungere il passo fra il 15 ed il 21 maggio e poco dopo si presenta nella pianura piemontese. Intanto un distaccamento francese, forte di 1000 uomini comandati dal generale Béthencourt, tenta il non meno difficile passo del Sempione ed il 26 maggio, sotto l’incombente pericolo di valanghe, le trup-

pe francesi vengono a contatto a Gondo con quelle austriache del generale Laudon. Queste però, dopo aver tagliato o fatto saltare i ponti della difficile strada fra Gondo ed Iselle, si ritirano dalla val Divedro lasciando praticamente libera l’avanzata dei Francesi. Il principe di Rohan, appena si rende conto di correre il pericolo di essere intrappolato nell’Ossola Superiore, ordina l’abbandono di Domo e concentra le sue truppe oltre i trinceramenti di Migiandone e Bettola; anzi, poco dopo, non sentendosi sicuro neppure in quella posizione, si ritira completamente dall’Ossola. Infatti giunge notizia che un grosso contingente di soldati, quasi tutti italiani, al comando del generale Lecchi, è prontamente passato dalla val d’Aosta ad Alagna in Valsesia e sta per giungere sul lago d’Orta da Varallo. Così il 31 maggio l’Ossola è interamente sgombra dagli Austriaci e militarmente occupata dai Francesi. Si ricostituisce la municipalità, si fanno epurazioni e controepurazioni, si bruciano i documenti compromettenti. Il 14 giugno Napoleone vince la grande e decisiva battaglia di Marengo. Il 20 luglio si ricostituisce la Guarda nazionale. Il 15 ottobre viene ricostituita la Repubblica Cisalpina che nel 1802 prende il nome di Repubblica d’Italia. Un decreto del 13 ottobre 1800, ma datato dal 7 settembre precedente, annette alla Repubblica Cisalpina tutta la regione fra la Sesia ed il Ticino, comprendente anche il Novarese e l’Ossola. Il decreto sopra citato conteneva anche un grosso particolare che interessava l’Ossola direttamente. Si stabiliva infatti l’immediata apertura di una nuova strada militare fra il lago Maggiore ed il Vallese attraverso l’Ossola ed il Sempione. Era un progetto già espresso da Napoleone nel 1798 e nelle intenzioni del generale aveva soprattutto funzione militare. Doveva infatti essere una strada capace di sopportare il traino pesante delle artiglierie e dei carriaggi militari permettendo agli eserciti francesi e dei loro alleati un rapido spostamento attraverso le tanto temute Alpi. Le spese, che sarebbero state sostenute dalla Repubblica Cisalpina e da quella Francese, erano preventivate in 50.000 franchi al mese fino a lavoro finito. Il decreto stabiliva anche il dislocamento in Ossola di un battaglione di 500 uomini agli ordini del generale Turreau, incaricato della esecuzione del proget51


to. A Milano questo progetto tanto dispendioso non fu certo visto di buon occhio, ma una volta tanto, sebbene concepito in funzione puramente militare, sarebbe stato proficuo sia per la Lombardia che per l’Ossola. Il progetto fu messo immediatamente in esecuzione e portato avanti con incredibile vigoria. Fu naturalmente requisito molto lavoro sul luogo e gli Ossolani ebbero da sopportare notevoli angherie non solo per il lavoro, ma anche per le provvigioni di bestiame, foraggi e alloggi agli operai ed alle truppe. La parte italiana fu completata nel 1805 ed una iscrizione scolpita sulla viva roccia della galleria di Gondo presso il confine, ricorda quest’opera voluta dal genio di Napoleone, ma fatta a spese degli Italiani: AERE ITALO. 1805. NAP. IMP. A titolo informativo giova qui dare alcune notizie su quest’opera che ai suoi tempi fece enorme impressione. Vi furono impiegati per la costruzione fino a 3.000 operai al giorno; le rocce furono attaccate con le mine, consumando oltre 160.000 quintali di polvere da sparo. La costruzione costò un enorme capitale e molte vite umane. La coscrizione militare obbligatoria, introdotta nel 1802, fu molto mal sopportata dalle popolazioni ossolane che si sentivano scarsamente invogliate ad accettare che i giovani diventassero carne da cannone nell’armata italiana al servizio dell’ambizione di Napoleone. La Repubblica non ebbe lunga durata. Infatti nel 1805, Napoleone, divenuto imperatore di Francia, cinse anche la corona del regno d’Italia (23 maggio) dove pose a governare il viceré Eugenio Beauharnais. L’Ossola durante questo periodo amministrativamente dipende dal Dipartimento dell’Agogna, il quale fu diviso inizialmente (decreto del 2 novembre 1800) in 17 distretti, fra cui quelli di Domodossola e di Vogogna, e successivamente (decreto del 13 maggio 1801) in cinque distretti fra cui quello di Domodossola che si estendeva a tutta l’Ossola, suddiviso poi (decreto dell’8 giugno 1805) in due cantoni (Domo e Vogogna). Domo fu quindi sede di sottoprefettura. Nel 1806 fu pubblicato il Codice Napoleonico ed esteso anche al Regno d’Italia con decreto del 22 marzo 1806. Con decreto del 26 maggio 1807 furono abolite le società religiose i cui beni furono confiscati dallo Stato; seguì il 25 aprile 1810 un altro decreto che abolì tutte 52

quelle poche che erano riuscite in qualche modo a sopravvivere al decreto precedente. Questa ondata di giacobinismo ebbe in Ossola i suoi fanatici e provocò notevoli fermenti nel popolo che era molto attaccato alla religione ed alle sue istituzioni. Fu in questo periodo che in Ossola, come del resto in molte parti d’Italia, il fanatismo anti-religioso produsse enormi danni culturali al patrimonio artistico. A titolo di esempio ricordiamo per l’Ossola la distruzione della chiesa duecentesca dei Francescani di Domo, con relativo campanile, la trasformazione del convento dei Cappuccini del Sacro Monte Calvario in caserma, la sconsacrazione di chiese e cappelle a Vogogna e la dispersione di arredi sacri, libri, archivi ed opere d’arte che hanno impoverito l’Ossola. Queste ed altre angherie crearono nel popolo ossolano profonde basi di antipatia per le milizie francesi onnipresenti, in cui troppi erano costretti a marciare per andare a morire nella disastrosa campagna di Russia. Furono molti in questo tempo coloro che disertarono o si diedero alla macchia, aspettando tempi migliori. Dopo la ritirata di Russia ed il decisivo tramonto della stella napoleonica (1813) con la battaglia di Lipsia (16-18 ottobre) anche il territorio ossolano visse nella incertezza e si può dire nell’ascolto degli avvenimenti, le cui notizie erano riportate in patria dai rari sopravvissuti. Proprio nei primi giorni del 1814 numerose compagnie di soldati italiani e francesi stanno rientrando attraverso il Sempione in Italia, stanchi ed abbattuti, sospinti da contingenti austriaci e russi che occupano il Vallese. A Domodossola in quell’epoca comandava la piazza il generale Bertoletti e questi fece qualche tentativo di difendere il passo del Sempione, ma le truppe non erano sufficienti. Ci fu qualche scontro di assaggio a Iselle ed a Gondo, ma non una vera battaglia. Il 1° marzo tuttavia una colonna al comando del colonnello Ponti riuscì ad occupare il valico del Sempione ed il giorno dopo tentò di scendere fino a Briga. Il Ponti però, credendo forse di avere dalla sua parte le popolazioni vallesane, imprudentemente si lasciò circondare dagli Austriaci forti di 200 cacciatori tirolesi affiancati da almeno 100 Vallesani, e fu fatto prigioniero con la sua truppa. Gli Austriaci si portarono immediatamente attraverso la val Divedro a Crevola verso Domo. Il presidio di vo-


lontari abbandonò il castello di Domo ritirandosi nella Bassa Ossola. Il 9 marzo 1814 un piccolo esercito di 600 uomini, per metà tedeschi e bavaresi e per l’altra metà disertori italiani e vallesani, come si ha da una relazione al Ministro della guerra italiano, occupò senza colpo ferire Domodossola e l’Ossola Superiore fino a Villa e Vogogna. Il 12 marzo a nome del colonnello barone Seimcheim il capo dei cacciatori vallesani lanciò un proclama roboante alle popolazioni ossolane, che, se sotto alcuni aspetti pare ridicolo, sotto altri ci illumina sulla vera situazione, toccando soprattutto gli equivoci di certe libertà proclamate e la realtà patente delle molte angherie a cui gli Ossolani erano stati sottoposti, prima fra tutte la coscrizione obbligatoria. Il generale Mazzucchelli a cui era stato affidato l’incarico della difesa dell’Ossola, manteneva la linea di difesa a Gravellona, ed un posto avanzato ad Ornavasso. Nell’Ossola Superiore era invece il generale Luxen che aveva il comando delle truppe austriache, ma pare che non avesse precise intenzioni di oltrepassare la linea VillaVogogna. Il 25 marzo 1814 il generale Mazzucchelli, avendo ottenuto il rinforzo di un distaccamento di 215 uomini di fanteria francese ed un altro di dragoni di Napoleone, affrontò gli Austriaci al ponte della Masone dove ci fu una piccola battaglia. Ritiratisi da quel luogo gli Austriaci si concentrarono al ponte di Villadossola dove pure ci fu uno scontro di fucileria e di artiglieria. Temendo però di essere presi alle spalle da un contingente inviato dal Mazzucchelli verso Beura e Domo dal ponte della Masone, gli Austriaci si ritirarono ordinatamente in vai Divedro. In quel medesimo giorno ritornò a Domodossola il Viceprefetto e fu ricostruita la vecchia amministrazione. Prendeva intanto il comando delle truppe dell’Ossola il generale Saint Paul il quale però, come appare dalle sue relazioni inviate al Ministro della guerra, non poté contrastare il fenomeno dei molti disertori che si rifugiavano nelle valli e che non riusciva a intercettare, soprattutto per la protezione e l’omertà delle popolazioni locali e perfino delle autorità ormai stanche di tutte queste traversie. In questo periodo i molti scontenti, sbandati, disertori e insofferenti dell’autorità costituita che si erano ri-

fugiati in Ossola e che provenivano in parte dalle vicine regioni del lago Maggiore ed Orta, scesero in aperta ribellione contro lo Stato. Riunitisi in bande, assaltarono parecchie case municipali dei comuni del lago Maggiore e circonvicini distruggendo soprattutto le liste di coscrizione militare, ma spesso mettendo a fuoco interi archivi. L’11 aprile 1814 Napoleone abdicò e poco dopo (23 aprile) anche il viceré Eugenio Beauharnais cedette il regno. Gli Austriaci rioccuparono la Lombardia. Eliminato con gli editti del 25 aprile ed 11 maggio 1814 il Dipartimento dell’Agogna, l’Ossola ed il Novarese cessarono di essere uniti a Milano e si ricongiunsero agli Stadi Sardi. Il 20 maggio 1814 il re Vittorio Emanuele I è nuovamente, dalla Sardegna, di ritorno in Piemonte per riprendere i suoi domini. La caduta di Napoleone per molti Ossolani significava anche il ritorno all’antico ordinamento. Ci si preoccupava ancora della salvaguardia di quei famosi privilegi per i quali erano stato fatte tante lotte e la cui conservazione era considerata necessaria per la stessa sopravvivenza del popolo. La rigida restaurazione voluta dalle potenze vincitrici pareva propizia per questa richiesta ossolana che infatti fu accettata. Il 17 marzo 1815 con decreto camerale gli Ossolani ottennero la conferma dei loro privilegi. Dal 3 giugno alla fine di luglio l’Ossola è continuamente attraversata da numerosi corpi di militari con cariaggi e cannoni. Sono ben 75.000 uomini, 10.000 cavalli, 2.000 carri, 1.300 buoi, 180 cannoni e 6.000 ausiliari dell’esercito austriaco. Questo attraversamento non fu senza le contribuzioni e le solite requisizioni di fieno, bestiame, cibarie ed alloggi a spese degli Ossolani, nonostante i famosi privilegi tornati in funzione. Fu questa però l’ultima loro approvazione. II Regio Biglietto del 23 giugno diede un colpo a tutta la struttura civile dei comuni ossolani togliendo l’antica distinzione tra i vicini e non vicini o appoggiati. Anche questo decreto non incontrò il favore degli Ossolani i quali in qualche caso si mostrarono renitenti alla sua osservanza, ma le richieste dei non vicini furono tali che dovette essere applicato integralmente. E bisogna riconoscere che, nonostante tutto, era una non piccola riforma ed un passo notevole in avanti sulla via dell’ammodernamento 53


dell’Ossola. Con il Regio Editto del 10 novembre 1818 l’Ossola Superiore fu costituita in provincia suddivisa nei mandamenti di Crodo, S. Maria Maggiore, Bannio e Domodossola. Al mandamento di Domo furono aggiunte le Quattro Terre (Masera, Trontano, Beura e Cardezza) e Pallanzeno. Il Regio Editto del 28 settembre 1822 istituiva a Domodossola il tribunale prefetturale. Le Regie Patenti del 10 ottobre 1836 vennero a sopprimere la provincia dell’Ossola che fu aggregata a quella di Pallanza. Fu però ristabilita con il decreto del re Carlo Alberto (15 nov. 1844). Nel 1861 nasce la provincia di Novara e l’Ossola si riduce a sottoprefettura che dura fino al 1927. I privilegi ossolani restarono almeno formalmente in vigore fino al 1848, allorché con la proclamazione dello Statuto furono abolite non solo le Costituzioni del 1770, richiamate in vigore al ritorno in Piemonte di Vittorio Emanuele I, ma anche tutte le leggi particolari concesse nel periodo anteriore. Essi caddero uno dopo l’altro negli anni seguenti senza alcun compenso per gli Ossolani. I progetti per collegare la Lombardia ed il Piemonte con il Vallese ed i paesi transalpini nacquero abbastanza presto, cioè già nel 1856; tuttavia passeranno ancora cinquant’anni prima che divengano realtà con il grande traforo del Sempione. Premeva intanto alla regione ossolana un rapido collegamento con il resto delle regioni subalpine per toglierla dall’isolamento. Anche le diligenze con i cavalli, tanto gloriose con l’apertura della strada napoleonica del Sempione, erano ormai sorpassate. La nuova civiltà industriale era all’insegna del vapore e della locomotiva. Nel 1857 il Parlamento Subalpino con legge del 12 giugno concesse alla società Lavallette la costruzione, senza concorso di spese da parte dello Stato, di una ferrovia da Arona a Domodossola che prevedeva poi il raccordo con le linee svizzere nel Vallese. La società Lavallette costruì effettivamente da Domodossola fino ad Ornavasso un tratto di massicciata con relative opere murarie, ponti ecc. per sistemare il binario della progettata linea: in tutto 14 km. A Villadossola erano stati a questo scopo rinforzati gli argini dell’Ovesca e poste anche le teste del ponte della ferrovia. Ma nel 1865 la società Lavallette fallì e la costruzione fu sospesa. Della massicciata se ne impadronirono i rovi. 54

Il 10 febbraio 1877 il Municipio di Domodossola presentò un memoriale al Ministero dei Lavori Pubblici, a seguito del quale il Governo tolse la concessione alla società fallita, avocando a sé l’impegno di portare avanti il progetto, inserendolo però nel nuovo disegno che prevedeva il collegamento Domodossola-Gozzano per Gravellona, Omegna ed il lago d’Orta. Tuttavia anche la realizzazione di questo progetto andava molto a rilento e pareva che non dovesse mai tradursi in realtà. Il 29 luglio 1881 i comuni dell’Alta e Bassa Ossola inviano una «Petizione al Ministro dei Lavori Pubblici» per il sollecito compimento della linea di accesso al Sempione, congiungente Gozzano con Domodossola. Ci si lamenta anzitutto che dal 1848 in poi siano stati ad uno ad uno annullati quei privilegi ossolani che erano giustificati dalla sfortunata situazione geografica della regione. Mercé le enumerate esenzioni che aveva acquistate a peso d’oro, l’Ossola fioriva per agiatezza dei suoi abitanti, i quali gradatamente vennero spogliati di tutti i benefici, assoggettati a tutte le tasse erariali senza il più lieve compenso, ed oggi corrisponde allo Stato per imposte di diversa natura oltre un milione e mezzo di lire, che, pei sedici anni trascorsi, dal 1865 epoca in cui cessò l’ultima esenzione al corrente 1881, sono oltre 24 milioni di lire versate nelle casse erariali; ed è fuori di dubbio che conquistò il diritto di reclamare la sua parte di concorso ai benefici che lo Stato con larga mano sparge a migliorare le condizioni economiche delle popolazioni; ma non ostante questi suoi titoli più volte messi in evidenza a chi per lo passato resse il supremo potere della cosa pubblica, fu lasciata in tale isolamento ed abbandono che ora le popolazioni devono in maggiori proporzioni emigrare e cercare all’esterno il pane loro tolto dalle eccezionali gravezze e dalla decadenza del commercio un dì fiorentissimo e spostato dal ritrovato dei rapidi mezzi di comunicazione e di trasporto... L’Eccellenza vostra rammenti quanto l’Ossola perdetta rassegnata per il benessere generale della nazione; rammenti la necessità imperiosa che le industrie dell’Ossola provano di poter usufruire dei mezzi economici di trasporto mercé i quali potranno ampliarsi, e raddoppiare la loro produzione con beneficio generale, mentre tantissime altre troveranno potente convenienza d’impiantarsi usufruendo della forza motrice che scorre potente ed inoperosa nei fiumi confluenti del Toce.


Piazza del Mercato a Domodossola (Samuel Prout, 1839).

Il tratto di ferrovia che collega Novara con Gozzano era il più facile e fu completato nel 1864. Per raggiungere Orta furono necessari altri 20 anni. Il 30 aprile 1887 fu aperto il tratto Orta-Gravellona. A Domodossola la ferrovia arrivò solo l’8 settembre 1888 passando per Ornavasso, Cuzzago, Premosello, Vogogna, Piedimuiera, Pallanzeno e Villadossola. Questa ferrovia fu il primo asse vitale che diede impulso e vigore all’economia ed alle molteplici attività industriali e commerciali dell’Ossola. Villa ne ebbe grandi vantaggi; alla fine del secolo ferveva l’industria siderurgica e ci si avviava allo sfruttamento della nuova fonte di energia che in Ossola sarà tanto importante. È infatti del 1898 l’entrata in servizio della prima centrale elettrica dell’Ossola che la ditta Pietro Maria Ceretti costruì in valle Antrona, alla quale fecero seguito impianti sempre più grandiosi, talmente che nel secolo seguente l’Ossola poté fornire una enorme quantità di energia elettrica non solo alle proprie industrie, ma anche a quelle della pianura lombarda.

Tempi moderni All’inizio del secolo XX l’Ossola è tutta un cantiere operoso e risonante di rumori e di insolite favelle. Si lavorava alla costruzione della linea ferroviaria Domodossola-Arona ed al tratto Domodossola-Iselle. Si sta scavando la galleria del Sempione. È questo un capitolo di storia ossolana ed internazionale che merita una trattazione a parte per la sua importanza e per le enormi conseguenze di cui è stata matrice. Ci limitiamo ad accennarne appena, rimandando a pubblicazioni numerose ed esaurienti riguardanti sia il lato tecnico che storico della grande impresa. Se ne parlava già da mezzo secolo. Molti i progetti, gli studi preliminari, gli approcci ed i trattati fra gli Stati interessati. Giunse anche, finalmente, il tempo della realizzazione. Il 1° agosto 1898 a Briga sul versante svizzero si affronta la dura roccia alpina e si dà inizio alla titanica impresa. È una grande ed ordinata battaglia guidata da ingegneri e tecnici e combattuta da schiere di operai che 55


conquistavano il cuore della montagna a colpi di mina. Il 16 agosto si sferra il primo attacco anche sul versante italiano a Iselle. Il lavoro è assunto dall’Impresa BrandBrandau che impiega parecchie migliaia di operai, per la maggior parte italiani, e dispone di nuove e potenti perforatrici idrauliche. Ogni chilometro di avanzamento è una vittoria della scienza, della tecnica e della civiltà, ma è largamente pagata dalle fatiche degli uomini e dalle loro stesse vite. Il 24 febbraio 1905, dopo anni di lavoro ostinato e dispendioso, le due gallerie di avanzamento si abboccano nel cuore della montagna ed il 2 aprile 1905 due convogli imbandierati inaugurano il percorso incontrandosi festosamente a metà della galleria, dove mons. Abbet vescovo di Sion, benedice il traforo. La galleria misura 19.803,1 metri. Il 19 maggio 1906 il re Vittorio Emanuele III venne in visita nell’Ossola con i rappresentanti del governo e, unitamente al Presidente della Confederazione Elvetica, inaugurò il traforo del Sempione. Anche le linee di accesso erano state completate. Il 15 gennaio 1905 era stata ufficialmente aperta la linea Domodossola-Iselle. Attraverso l’Ossola cominciava così a scorrere una delle più importanti correnti del traffico internazionale europeo.

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Per la realizzazione del traforo del Sempione vennero in Ossola molti operai da altre regioni italiane; alcuni di essi, a lavoro finito, fissarono in questa regione la loro residenza, inserendosi come elementi attivi nel contesto ossolano. In occasione dei lavori del traforo del Sempione sorsero nuove industrie, mentre altre svilupparono la loro attività, portandosi ad una efficienza competitiva. Con l’apertura della linea del Sempione, l’Ossola entrò vivacemente nella storia economica, sociale e politica d’Italia. Crebbero le industrie, vennero sfruttate le sorgenti di energia idraulica per la produzione di elettricità, si avviò un processo di industrializzazione che richiamò lavoratori da ogni parte d’Italia, ma specialmente veneti, romagnoli e calabresi. Anche l’Ossola subì tuttavia i sacrifici della grande guerra mondiale (1915-1918) con un forte contributo di vite umane e visse la crisi post bellica che condusse all’avvento del fascismo e della successiva guerra disastrosa a fianco della Germania (1940-1945). Anche nell’Ossola ci furono movimenti di liberazione in opposizione alle milizie fasciste e tedesche che condussero alla effimera «repubblica» dell’Ossola; quindi la liberazione dell’Italia per opera degli Americani e dei loro alleati, ci portò alle soglie dei tempi più recenti.


La “repubblica” dell’Ossola Paolo Bologna

La “repubblica” dell’Ossola è certamente la più nota e prestigiosa delle 18 “zone libere” partigiane che ebbero vita tra estate e autunno 1944 in piena occupazione tedesca1. L’esperienza ossolana prese l’avvio con la resa dei presidi nazifascisti2 alle forze partigiane, conclusa nel tardo pomeriggio del 9 settembre 1944 al Croppo di Trontano all’immediata periferia di Domodossola. La trattativa tra ufficiali partigiani (delle formazioni “Valdossola” e “Valtoce”), tedeschi e della Milizia fascista, fu abilmente mediata dai parroci di Masera, don Severino Baldoni, e di Domodossola don Luigi Pellanda. Questi seppero ben rappresentare alla delegazione tedesco-fascista la convenienza di venire a un rapido accordo con le due formazioni “autonome”, considerate moderate, approfittando dell’assenza dei più temibili “garibaldini”. Tali argomenti e una voluta esagerazione del potenziale in uomini e armi dei partigiani risultarono convincenti evitando così la contrapposizione armata tra gli opposti schieramenti, prospettiva che non entusiasmava nessuno. Così la delegazione partigiana consentì sbrigativamente che gli ufficiali tedeschi conservassero l’arma individuale, che la loro truppa si tenesse anche le armi di accompagnamento di fabbricazione germanica purché tutti abbandonassero la zona. In mano partigiana, garibaldini esclusi, cadde comunque un prezioso quantitativo di armi e munizioni. Le condizioni della resa vennero poi criticate dagli irritati garibaldini e successivamente anche dal colonnello Giuseppe Curreno della Maddalena (Delle Torri) del “Comando Unico zona Ossola” in una sua relazione al C.V.L. 3. La liberazione del settembre coronava un periodo di particolare vivacità e combattività delle forze partigiane della zona, malgrado che nel giugno precedente un

pesante rastrellamento condotto da numerose truppe tedesche e fasciste nel comprensorio montano della Val Grande avesse inferto un duro colpo alle formazioni ivi insediate, la “Valdossola” di Dionigi Superti e le meno numerose “Giovane Italia” e “Cesare Battisti”. Su poco meno di 500 partigiani impegnati dagli attaccanti, quasi 300 erano caduti in combattimento o nelle allucinanti fucilazioni (quasi sempre precedute, in questa e in altre occasioni, da sevizie inferte ai prigionieri) seguite al rastrellamento. In dieci giorni, dal 17 al 27 giugno e in nove località diverse i fucilati furono circa un centinaio tra cui, il giorno 20, le quarantadue vittime di Fondotoce. Un 43° prigioniero compreso fra i morituri, il diciottenne Carlo Suzzi di Busto Arsizio riuscì a salvarsi benché ferito, uscendo nottetempo dall’ammasso dei cadaveri dei compagni. Contrariamente alle previsioni dei nazifascisti, dopo quel sanguinoso rastrellamento le forze partigiane avevano ripreso vigore. La ricostituita “Valdossola”, con circa 150 uomini, si era insediata sulle alture sovrastanti Premosello e controllava la sinistra orografica del Toce da Beura sino a Mergozzo. Nell’Intrese operavano i garibaldini della 85a Brigata “Valgrande martire” (nata da una scissione con la formazione di Superti) comandata da Mario Muneghina. Tra Intra e Cannero e la retrostante Valle Cannobina agivano la “Cesare Battisti” di Armando Calzavara (Arca) con circa 80 uomini e la “Generale Perotti”4 di Filippo Frassati (Pippo) con circa 60. Dall’unione operativa di queste due formazioni nacque nell’agosto la Brigata “Piave”. Sulla destra del Toce era presente la “Valtoce” di Alfredo Di Dio che aveva le sue basi operative sopra Ornavasso. Verso il Cusio era tradizionalmente insediata la “Filippo Beltrami” al comando di Bruno Rutto, che aveva raccolto l’eredità dell’omegnese capitano Beltrami,

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caduto a Mégolo nel febbraio precedente. I garibaldini dal canto loro tenevano da tempo i passi alpini di Baranca e del Turlo che dalla Valle Anzasca mettevano in comunicazione con la Val Sesia dove era il comando di tali formazioni, tenuto da Eraldo Gastone (Ciro) e da Vincenzo Moscatelli (Cino). Dalla Val Sesia i loro reparti si erano spinti per l’Anzasca nelle Valli di Antrona, di Bognanco, di Antigorio e assorbiranno poi il battaglione autonomo “Fabbri” organizzato dai fratelli Ugo e Ottavio Scrittori di Villadossola dando vita alla 83a Brigata garibaldina “Comolli”.Con l’aumento degli organici poco prima della liberazione dell’Ossola, venne costituita la 2a Divisione Garibaldi “Redi”5. Tra l’alta Valle Isorno e le valli Antigorio e Vigezzo era infine presente un’altra formazione autonoma di Pietro Carlo Viglio; diventerà poi la “Brigata Matteotti”. In totale le forze partigiane alla vigilia della liberazione dell’Ossola assommavano a 1500 uomini o poco più, non tutti armati. Nell’agosto si intensificò la pressione dei partigiani sui presidi nazifascisti, sempre più in difficoltà nel contrastare gli antagonisti delle varie formazioni, che compivano frequenti colpi di mano, controllavano con improvvisi blocchi le strade delle valli e la nazionale del Sempione, interrompevano le comunicazioni ferroviarie e spesso l’erogazione di energia elettrica prodotta nell’Ossola e diretta alle industrie. Occupanti e fascisti si sentirono sempre più isolati, scollegati dai comandi, costretti a rinchiudersi a difesa nei loro alloggiamenti. I tedeschi incorporavano oltre a un contingente di efficiente polizia militare, parecchi uomini con notevole anzianità di servizio (la Germania era in guerra da 5 anni) di truppa confinaria-doganale, addirittura alcuni reparti di ex prigionieri di guerra dei Paesi dell’Est. La truppa fascista era composta da un coacervo di Milizia Confinaria e ordinaria raggruppate nella G.N.R.6, dalla neonata “Brigata Nera” istituita in luglio, da coscritti dell’esercito regolare con compiti ausiliari. In complesso, un campionario militare che proprio sul finire di quella calda estate accusò rese e diserzioni, individuali e di gruppo, ma ancora capace di pericolose reazioni, che purtroppo si verificarono. Il 26 agosto un picchetto tedesco passò per le armi nel carcere di Domodossola tre giovani che vi erano stati 58

rinchiusi dalla Milizia; l’esecuzione venne messa in relazione col recente ferimento del comandante del presidio germanico. Ancora, in quegli ultimi convulsi giorni, un operaio padre di tre figli venne colpito a morte da due giovanissimi militi in una via della città, un partigiano vigezzino tratto di prigione e ucciso. Il suo corpo massacrato (frequente il ricorso, da parte dei militi fascisti, all’orrendo vilipendio dei cadaveri) venne abbandonato sulle rive del Toce. Infine a Premosello l’ultimo sanguinoso colpo di coda di fine agosto. Il 29, in risposta alla cattura di un loro motociclista, numerosi tedeschi giunsero in paese e uccisero a fucilate e pugnalate un partigiano e quattro innocenti anziani (di cui due donne), incendiarono alcune case e prelevarono una cinquantina di ostaggi. Ma nei giorni successivi dal 2 all’8 settembre in rapide sequenze si strinse infine il cerchio attorno a Domodossola. Alcune fortunate azioni forzarono le chiavi di volta della difesa nazifascista ponendo così le premesse per la resa, benchè in città si fosse concentrata una ancor rispettabile forza di almeno 600 uomini, costretti dunque ad alzare bandiera bianca. II 2 settembre la “Piave” riuscì a liberare Cannobio sul Lago Maggiore mentre i garibaldini della “Valgrande Martire” impegnavano a scopo diversivo il munito presidio di Intra, poi il nemico dovette evacuare Oggebbio e quindi tutta la fascia rivierasca dal confine di Piaggio Valmara sino alle porte di Intra. Ancora la “Piave” dalla Cannobina per il Passo di Finero e per la Valle Vigezzo scese nell’Ossola liberando Malesco, raggiungendo da qui il valico di Ponte Ribellasca da un lato, Santa Maria Maggiore e Druogno dall’altro e assediando il giorno successivo Masera dove impegnò combattimento. L’8 i garibaldini, che avevano già sloggiato tedeschi e milizia dalle altre valli entrarono a Varzo (i tedeschi del presidio ebbero via libera per la vicina Svizzera) e a Crevoladossola, mentre “Valtoce” e “Valdossola” attaccarono e dispersero il presidio di Piedimulera forte di oltre 100 uomini fra tedeschi (che alle prime avvisaglie abbandonarono il campo) e fascisti, che sostennero il peso dell’attacco lasciando sul terreno alcuni morti. Il capoluogo ossolano fu così completamente isolato e si giunse alla resa del Croppo mentre i partigiani persero Cannobio sul lago Maggiore, rioccupata agevolmen-


te da un forte contingente di fascisti (paracadutisti dell’Aeronautica e allievi ufficiali della G.N.R.) appoggiati da tedeschi e da artiglieria. Dovette quindi venire arretrato al ponte di Falmenta a circa metà della stretta Valle Cannobina il confine della zona libera; e non riuscì poi il tentativo di allargarla sino all’importante e strategico crocevia di Gravellona Toce, obiettivo di un azzardato attacco, dopo che il 12 settembre “Garibaldi” e “Beltrami” erano riuscite a occupare temporaneamente Omegna. Nei furiosi combattimenti protrattisi per due giorni i partigiani subirono perdite dolorose e dovettero infine desistere. Come Cannobio, anche Gravellona rimase così in mano fascista. Il territorio della zona liberata comprendeva tutta la vallata dell’Ossola, con l’appendice della Cannobina gravitante sul Lago Maggiore. I centri principali della regione in mano partigiana oltre alla stessa Domodossola erano Villadossola, Ornavasso e Mergozzo. In mano nemica restava il lato inferiore del grosso triangolo che configura l’Ossola cioè la fascia rivierasca del Lago Maggiore dal confine italo-svizzero di Piaggio Valmara sino a Verbania-Fondotoce e al nodo stradale di Gravellona Toce.

La liberazione dell’Ossola costituì in pratica il coronamento di un progetto abbozzato e discusso nei mesi precedenti tra il capo della Missione inglese a Lugano (Special Operation’s Service), Mc Caffery ed esponenti del C.L.N.A.I.7 che ipotizzava lo sgombero del territorio ossolano per trasformarlo in una testa di ponte, capace di ricevere anche aviosbarchi alleati, per un attacco alla pianura padana. L’iniziativa era caldeggiata dallo stesso Ettore Tibaldi, noto antifascista e primario dell’ospedale di Domodossola che dopo l’insurrezione di Villadossola dell’8 novembre 1943 si era rifugiato a Lugano. Dal canto suo il comandante garibaldino Ciro (Gastone) aveva proposto l’istituzione di un comando unico per tutte le formazioni partigiane della fascia alpina del Biellese, Valsesia, Ossola e Verbano, come passaggio operativo necessario per giungere alla liberazione delle suddette vallate. Se il progetto alleato non venne ulteriormente approfondito i garibaldini dalla Val Sesia spinsero però la loro penetrazione nelle valli dell’Ossola. A Domodossola la nascita ufficiale della “repubblica”8 fu annunciata il 10 settembre da un manifesto, che ordinava la costituzione di una Giunta provvisoria amministrativa per la città di Domodossola e territori circostan-

Domodossola, settembre 1944, durante i funerali dei fratelli Vigorelli e di altri caduti partigiani.

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Cippo a ricordo del confine della “Repubblica dell’Ossola”.

ti. Capo indiscusso della Giunta fu il socialista Tibaldi che all’atto di lasciare Lugano per rientrare in Ossola si preoccupò di intrattenere gli Alleati sollecitandone l’aiuto. Affiancavano il Tibaldi il sacerdote Luigi Zoppetti, il comunista Giacomo Roberti (nei giorni successivi vennero sostituiti rispettivamente da don Gaudenzio Cabalà e da “Oreste Filopanti”, il ferroviere Emilio Colombo), l’indipendente ing. Giorgio Ballarini e il dr. Alberto Nobili, liberale. La Giunta rifletteva nella sua composizione le diverse forze politiche impegnate nella lotta di liberazione. Nei giorni successivi, anche su suggerimento del C.L.N.A.I. che desiderava una maggiore articolazione e rappresentatività dei Partiti, vennero cooptati altri commissari: il socialista prof. Mario Bonfantini, l’azionista ing. Severino Cristofoli, il democristiano avv. Natale Menotti e la comunista Gisella Floreanini. In aiuto al segretario avv. Oreste Barbieri, un funzionario a riposo del Comune di Domodossola, venne nominato un “aggiunto” nella persona di Umberto Terracini. Ogni membro si occupava di diversi settori della vita amministrativa, dalle finanze ai trasporti, dal lavoro all’istruzione sino ai collegamenti col C.L.N. e con l’autorità militare di occupazione (sic), cioè le formazioni 60

partigiane. Fra le attribuzioni del Presidente c’era anche quella dei rapporti con l’Estero e ciò provocò una pronta lagnanza della delegazione luganese del C.L.N.A.I. che ritenne inammissibile un ministero degli Esteri così come censurò l’ordine di costituzione emanato dal Superti dichiarandolo nullo e privo di effetto perché di competenza del C.L.N. e non dei comandanti militari del C.V.L. Gli scogli furono superati (abbiamo provveduto a mettere le cose a posto scriveva la delegazione luganese del C.L.N.A.I. il 18 settembre) con buon senso ma nel rispetto della legalità. La nomina della Giunta venne ratificata non appena il verbale di costituzione e di insediamento dell’11 settembre giunse a Lugano, mentre per i contatti con l’estero (in pratica con la Svizzera) il conflitto venne composto con la nomina di un rappresentante della Giunta nella persona dell’on. Cipriano Facchinetti residente a Lugano. Tramite la Legazione d’Italia a Berna la Giunta prese contatto col legittimo governo nazionale di Roma ricevendone un entusiastico telegramma a firma di Bonomi (un secondo messaggio venne inviato al comando partigiano) con assicurazioni e promesse che poi il precipitare degli avvenimenti vanificò completamente. Intanto in città si ricostituiva il C.L.N., composto dal liberale avv. Tito Chiovenda, dal socialista avv. Ugo Porzio Giovanola, dall’azionista prof. Gianfranco Contini, dal comunista Giuseppe Marchioni e dal sacerdote prof. Luigi Zoppetti per la D.C. Si formava la Giunta comunale con cinque membri (sindaco il socialista geom. Carlo Lightowler) e anche negli altri comuni della zona nascevano i C.L.N. e si nominavano sindaci in sostituzione dei destituiti podestà. A breve distanza dall’entrata dei partigiani nel capoluogo gli organismi civili si dettero così una struttura operativa. Nel clima di entusiasmo che aveva pervaso gli ossolani si organizzarono il Fronte della Gioventù a Domodossola, Villadossola e Varzo, l’Unione Donne Italiane col Gruppo difesa Donne, le Camere del Lavoro a Domodossola e a Villadossola. Si elessero commissioni interne di fabbrica destituendo quelle nominate durante il fascismo. Risorsero i sindacati liberi che chiesero, come prima rivendicazione, un miglioramento salariale di 3 lire giornaliere e aumenti di stipendi per i di-


pendenti del pubblico impiego. Furono tenuti vari comizi e la stampa ebbe un eccezionale sviluppo. A cura della Giunta uscirono quattro numeri del settimanale Liberazione e parecchi numeri del Bollettino di informazione. I garibaldini pubblicarono Unità e libertà. L’Unità e L’Avanti! uscirono con un numero speciale, la formazione di Di Dio dette alle stampe Valtoce e la “Matteotti” di recente costituzione pubblicò un numero de Il Patriota. L’installazione di una emittente radiofonica (se ne erano occupati l’ing. Bruno Zamproni di Domodossola e il radiotecnico Benvenuto Trischetti) dovette arrestarsi alle prove tecniche per la sopravvenuta rioccupazione nazifascista della zona. Nelle dodici sedute tenute nel capoluogo ossolano e nella 13a ed ultima a Premia quando Domodossola era già stata evacuata, la Giunta deliberò in materia di economia e di finanza, sociale e assistenziale, valutaria, in merito all’approvvigionamento dei viveri necessari alla popolazione civile e ai reparti armati; si occupò della toponomastica cittadina per il cambiamento di denomina-

zione di vie e piazze dedicate a personaggi o avvenimenti fascisti, approvò la stampigliatura dei francobolli correnti istruendo regolare pratica con l’U.P.U. (Unione Postale Universale) di Ginevra. Vennero anche istituite la commissione di epurazione per esaminare la posizione di iscritti al P.R.F.9, militi fascisti, collaborazionisti ecc. rimasti in zona e rinchiusi nelle carceri cittadine, poi, rivelatesi queste insufficienti, nel teatro “Galletti” e infine trasferiti nel più ampio campo di concentramento istituito a Druogno nella “colonia estiva” della località. La sorveglianza dei detenuti, il cui numero salì in pochi giorni a più di 250, era affidata alla “Guardia Nazionale”, un organismo di polizia costituito nella seduta del 14 settembre, che raggruppava gli elementi già appartenenti a Carabinieri, Finanza, Pubblica Sicurezza, Forestale oltre a volontari locali. Il nuovo Corpo era agli ordini del colonnello Attilio Moneta e doveva, tra l’altro, evitare interferenze e iniziative delle varie polizie militari delle singole formazioni, che in quei giorni agirono senza coordinamento, causando lagnan-

Militari svizzeri e partigiani ossolani alla frontiera Iselle - Gondo.

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ze che la Giunta fece proprie e cui cercò di porre rimedio. L’amministrazione della giustizia fu affidata all’avvocato milanese Ezio Vigorelli, socialista, con l’incarico di consulente legale e giudice straordinario. Vigorelli, i cui due giovani figli Bruno e Adolfo nel giugno precedente erano morti nel rastrellamento della Val Grande, dette prova di serena prudenza giuridica e di onestà personale. I reggitori della “repubblica” non consentirono vendette né ordinarono alcuna esecuzione, anche se nell’arco temporale della liberazione ossolana i tribunali delle formazioni partigiane (sottratti alla giurisdizione del giudice straordinario) eseguirono alcune fucilazioni. Vigorelli non fu il solo consulente esterno cui la Giunta si rivolse nel suo esperimento di libero governo: in altri campi dettero la loro collaborazione oltre al già citato Facchinetti, Luigi (Gigino) Battisti, figlio dell’eroe trentino, che curava i rapporti economici con la Svizzera e che tentò inutilmente di ottenere dal governo elvetico una partita di armi, i commercialisti Mario Malvestiti e Luigi Padoin per l’amministrazione della Giunta e la formazione del bilancio, il prof. Carlo Calcaterra e il direttore didattico locale Alcide Bara che collabo62

rarono con il commissario all’istruzione alla stesura di un progetto di riforma della scuola. L’ordinamento proposto prevedeva una scuola unica di tre anni, detta ginnasio inferiore, valida per l’ammissione a tutte le scuole medio - superiori (ginnasio superiore di 2 anni, liceo di 3, istituto magistrale di 4). Le scuole professionali dovevano essere strutturate su corsi biennali di avviamento, su una scuola triennale di avviamento professionale industriale, sull’avviamento professionale commerciale di tre anni e sulla scuola tecnica industriale di due anni. La commissione proponeva anche l’abolizione dei libri di testo improntati allo spirito del passato regime e poneva le basi per impedire che la scuola fosse esclusivamente classica o aristocratica. A cura di Mario Bonfantini si iniziarono anche i corsi di una “università popolare” sulla storia dell’Europa moderna. Dirigenti e operai delle industrie locali dettero entusiasticamente la loro opera progettando e approntando rudimentali bombe a mano, un carro blindato, alcuni lanciafiamme e il carburante occorrente all’autoparco civile e militare con ingredienti disponibili in loco. Il grave problema dell’approvvigionamento alimentare della popolazione civile e delle formazioni partigiane venne affrontato mediante accordi commerciali con la Svizzera, avviati da Gigino Battisti. Si ottenne subito una cessione di 20 tonn. giornaliere di patate attraverso la Croce Rossa Svizzera e si concordò con il governo di Berna un sistema di compensazioni per ottenere dal Paese confinante forniture alimentari contro prodotti industriali degli stabilimenti ossolani che avevano in giacenza partite interessanti l’economia elvetica quali pirite, acido solforico, abrasivi, cloro liquido, eccetera. Il crollo della “repubblica” anche in questo caso impedì il perfezionamento delle trattative. Le cure della Giunta provvisoria dovettero anche rivolgersi alle questioni militari connesse alla difesa del territorio. Il 18 settembre si decise di dare vita a un comando militare unico con compiti di coordinamento fra le varie formazioni. La responsabilità di tale comando venne affidata al colonnello Federici (avv. Giov. Battista Stucchi di Monza). Alla costituzione formale si giunse solo dopo diverse trattative che videro spesso posizioni di netto contrasto fra i capi partigiani, gelosi delle pro-


prie prerogative e condizionati dalle differenti collocazioni politiche. Anche se il comando unico non riuscì a svolgere i compiti che si era prefisso, tanto che lo stesso Federici lo definì una barca che fa acqua da tutte le parti, costituì comunque un momento di unità politicamente interessante e la formula verrà ripresa e migliorata all’inizio del 1945, negli ultimi mesi di lotta. Già nei primi giorni di ottobre si era saputo che i nazifascisti stavano organizzando la riconquista dell’Ossola convogliando a ridosso del “confine” truppe e armamenti. La notizia dell’attacco che si stava delineando servì quanto meno a smussare attriti e rivalità tra i comandanti partigiani che ritrovarono univoca volontà di reazione che si trasmise ai reparti dove i motivi di sfiducia non mancavano. Fonte di rammarico e di critica fu soprattutto l’atteggiamento degli Alleati, che non sostennero i difensori dell’Ossola, dove erano stati predisposti due campi per i lanci di materiale bellico, uno a S. Maria Maggiore in Valle Vigezzo e l’altro alla periferia di Domodossola. Gli Alleati effettuarono due unici lanci di armi alla sola “Valtoce”. La loro aviazione leggera era anche interve-

nuta verso fine settembre nel Verbano affondando, e provocando vittime, tre battelli in navigazione: il “Torino”, il “Milano”, carico di truppa fascista e il “Genova”, con truppa e passeggeri civili. Questa azione servì, nei giorni successivi, a intimorire i giovani militari dei Corpi neofascisti impegnati nella riconquista dell’Ossola, che avanzarono con la costante preoccupazione di venire attaccati dall’aviazione alleata, cosa che non avvenne. I comandanti avevano intanto consolidato lo schieramento che le formazioni avevano assunto sin dai primi giorni della liberazione mantenendo in pratica il controllo delle zone del vecchio insediamento precedente alla resa. Alla difesa erano interessate anche la “Beltrami” sul Cusio e la la e 2a “Garibaldi”, quest’ultima prevalentemente in riserva a disposizione del Comando unico. La riconquista fascista dell’Ossola fu affidata, dal generale tedesco Willy Tensfeld che da Monza dirigeva le operazioni contro i ribelli nel settore “Oberitalien-West”, al ten. col. Ludwig Buch comandante del 15° SS-Polizei-Regiment il cui piano aveva l’obiettivo

Frontiera Iselle - Gondo.

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Domodossola, Comizio del comandante Garibaldino Cino Moscatelli in Piazza Mercato.

di stroncare la resistenza con pronto impiego di tutte le armi e di impossessarsi delle centrali elettriche e della linea internazionale del Sempione. Il corpo di spedizione, con una forza complessiva valutabile in circa 5.000 armati era articolato in 5 gruppi d’attacco, ognuno con compiti e itinerari ben precisi e tutti guidati da ufficiali tedeschi. La truppa era composta di tedeschi (in prevalenza della polizia militare SS) e di italiani di diversi Corpi: SS italiane, paracadutisti dell’Aeronautica e della G.N.R., X Mas, Milizia “Venezia Giulia” e altri reparti. Le armi di accompagnamento erano numerose: cannoni di vario calibro, mitragliere pesanti; le fanterie erano inoltre appoggiate da carri armati medi, da autoblinde, da un treno blindato in retrovia e da (scarsa, ma temibile) aviazione. L’attacco iniziò il 9 ottobre e fu accompagnato sino alla sua conclusione da una gelida pioggia autunnale che mise in evidenza la sommarietà dell’equipaggiamento dei partigiani, alcuni completamente sprovvisti di indumenti pesanti. La pressione nemica aumentò grada64

tamente di intensità su tre direttrici: verso la Valle Cannobina, difesa dalla “Piave”, la Valle Strona (“Beltrami”) e infine lungo l’asse principale della valle del Toce, tenuto dalla “Valdossola” e dalla ”Valtoce” con qualche reparto garibaldino. L’attacco nazifascista riuscì ad avere ben presto ragione della “Piave”. Il giorno 12 alla galleria di Finero caddero sotto il fuoco delle avanguardie avversarie due prestigiosi capi partigiani: i comandanti della “Valtoce” Alfredo Di Dio, e della “Guardia nazionale” Attilio Moneta. L’affacciarsi della colonna nemica al Passo di Finero mise in crisi tutto il dispositivo di difesa, scardinato nel suo fianco sinistro. Lo schieramento della bassa Ossola a cavallo della linea Mergozzo-Ornavasso cedette verso il tramonto del giorno 13, anche per lo scarso munizionamento dei reparti partigiani che peraltro opposero fiera resistenza, rinunciando poi ad attestarsi su una linea arretrata di difesa fra Anzola e Vogogna. Il sabato 14 gli ultimi difensori abbandonarono Domodossola che venne rioccupata nel pomeriggio di quel giorno


dalle avanguardie avversarie (SS tedesche e italiane, paracadutisti della G.N.R. e militi del “Venezia Giulia”) tutti al comando dell’Hauptmann Fritz Noweck. Per i partigiani, sfuggiti alla “tenaglia” prevista dal piano tedesco, non restava che cercare la salvezza nella vicina Svizzera. Con loro anche i membri del governo attraverso il Passo di San Giacomo abbondantemente innevato il 22 ottobre ripararono nel Ticino preceduti da una cinquantina di prigionieri fascisti e da una ventina di militi del “Folgore”, tra cui una donna, catturati dalle retroguardie partigiane negli ultimi disperati combattimenti di qualche giorno prima. Un buon numero di garibaldini (tra essi Gisella Floreanini che aveva fatto parte della Giunta di governo), meno provati dalla battaglia di sfondamento perché tenuti prevalentemente di riserva, e alcune squadre della “Valtoce”, rifiutarono di espatriare e con una lunga marcia per erti passi alpini si portarono penosamente verso il Cusio e la bassa Val Sesia, dove vennero riorganizzati. Oltre ai partigiani e alla Giunta una vera folla di abitanti dell’Ossola cercò scampo oltre confine. Alcuni avevano preso parte in diverso modo alle vicende della “repubblica”, altri avevano congiunti tra i partigiani, altri infine fuggivano semplicemente davanti alla rioccupazione fascista e al timore di rappresaglie che il prefetto di Novara Enrico Vezzalini aveva preannunciato e che si conobbero in Ossola. Numerosi treni speciali delle due linee internazionali — Sempione e Centovalli — portarono in salvo gli esuli preceduti dai numerosi feriti che trovarono assistenza negli ospedali d’oltre confine e da circa 2500 bambini ospitati dalla Croce Rossa svizzera presso famiglie elvetiche. Quell’esodo impressionante (una fonte svizzera ufficiosa valuta, addirittura, in circa 30.000 gli ingressi di quei giorni, tra combattenti e civili) svuotò la zona presentando al prefetto, che volle entrare tra i primi in Domodossola nel tardo pomeriggio del 14 ottobre, una città deserta. I fascisti furono così costretti a tenere un atteggiamento prudente, rinunciando a rappresaglie, anche se non mancarono di sfogare il loro livore nei confronti dell’antico Ginnasio-Liceo tenuto dai Padri Rosminiani. Il 23 ottobre, mentre era in corso la cerimonia di apertura dell’anno scolastico, lo stesso Vezzalini la interruppe

bruscamente annunciando la soppressione dell’Istituto e la contemporanea apertura di corsi statali. Una settimana dopo il superiore generale dei Rosminiani, sacerdote Giuseppe Bozzetti, venne incarcerato a Novara e ivi trattenuto pretestuosamente sino al Natale. Mentre le colonne di rastrellamento rioccupavano le vallate laterali, spesso impegnate in scontri a fuoco con le retroguardie partigiane (a Bagni di Craveggia, a Goglio, a Cimamulera, Ceppomorelli e Macugnaga), che causarono altre numerose vittime, si concludeva la breve esistenza della “repubblica” ossolana. L’esigenza di costituire e difendere un vero e proprio “fronte” convertendo mentalità e modi di impiego di combattenti abituati alla guerriglia, per di più con armamento inadeguato, portò inevitabilmente all’impossibilità di conservare con operazioni militari il territorio liberato. Come si è visto, mancò l’aiuto degli Alleati che avrebbero potuto forse mutare le sorti della “repubblica” sia pure a prezzo di una costosa e rischiosa operazione basata su costanti e cospicui rifornimenti aerei. Ma ciò non era più evidentemente nei propositi dei loro Comandi, la cui attenzione era rivolta ad altre operazioni sullo scacchiere europeo, né vi era concordanza tra Inglesi e Americani sul ruolo della Resistenza italiana. L’esperienza ossolana fu una battaglia decisamente persa per il governo di Salò e la sua immagine, fu e resta altamente apprezzabile per la sua specificità che le venne riconosciuta subito, grazie alla vicinanza con la Svizzera che servì a proiettarne positivamente l’immagine nel mondo libero. I “quaranta giorni della repubblica di Domodossola” vennero seguiti dalla stampa d’oltre confine, specialmente del Ticino più vicino alle cose italiane per lingua e tradizioni, che si mobilitò a favore dell’Ossola, per cui la vicenda assunse un valore altamente significativo per la democrazia ancora soffocata, in quell’autunno 1944, da nazismo e fascismo. Pure fra gli inevitabili dissensi e contrasti ideologici, la Giunta operò in modo tale da costituire un positivo esempio di governo democratico. Ognuno si sforzò di compiere il proprio lavoro al meglio e con notevole apertura. Per la prima volta nella storia recente del nostro Paese una donna (la Floreanini) ebbe su piano paritario responsabilità di governo. I membri del governo, oltre al normale e gravoso lavoro amministrativo sep65


pero dibattere e risolvere, anche se talvolta solo in parte, argomenti di grande incisività politica che servirono a coinvolgere la popolazione particolarmente attenta e quanto si andava svolgendo sotto i propri occhi. Ovviamente non mancarono attriti, polemiche, prese di posizione. Come i garibaldini, e quindi i dirigenti comunisti, lamentarono di essere stati ignorati all’atto della resa tedesca, anche i democristiani si sentirono penalizzati nella composizione iniziale della GPG, tanto che a rappresentare il loro partito solo in un secondo tempo entrò al governo un loro esponente (l’avvocato Menotti). Così vi furono contrasti tra i comandanti militari, pronti a criticare e contestare di volta in volta i colleghi stessi, il governo e la Guardia Nazionale e a ritardare in definitiva la costituzione del Comando uni-

co. Ciò nondimeno, anche per la personalità dei membri del Governo, segnatamente del presidente Tibaldi e del segretario Terracini, i dissidi restarono contenuti. Ognuno fece il suo dovere e “il banco di prova” dell’esperienza ossolana resse all’avversa fortuna e al tempo. In proposito, giova riportare il lucido sintetico giudizio che, a distanza di anni (1989) ne dette il nostro massimo filologo e critico letterario, il domese Gianfranco Contini: La Resistenza Ossolana è stata un movimento di popolo, sia nei momenti della clandestinità, sia in quello palese della collaborazione al Governo provvisorio. La misura della partecipazione pubblica, in cui ognuno ebbe qualcosa da pagare o da perdere (e poi da non reclamare), fu un fatto civile di rara e non abbastanza sottolineata rilevanza.

Note 1 Le “zone libere” che ebbero vita nel 1944 oltre all’Ossola furono, cronologicamente: Val Ceno (alto Parmense) dal 10-6 all’11-7; Valsesia da 11-6 a 10-7; Val d’Enza e Val Parma, giugno e luglio; Val Taro (fra Parma e La Spezia) dal 15-6 al 24-7; Montefiorino (Modena) dal 17-6 all’1-8; Val Maira e Val Varaita (CN), fine giugno 21.8; Valli di Lanzo, dal 25-6 a fine settembre; Friuli Orientale, 306 - fine settembre; Bobbio (Piacenza) dal 7-7 al 27-8; Torriglia (Liguria) primi di luglio - fine agosto; Carnia metà luglio-metà ottobre; Cansiglio (Belluno) luglio - settembre; Imperia, fine agosto metà ottobre; Alba, dal 10 ottobre al 2 novembre; Alto Monferrato, settembre - 2-12; Varzi fine settembre - 29-11; Alto Tortonese, settembre - dicembre. 2 Col termine “nazifascisti” si intendono comunemente e complessivamente le truppe tedesche e italiane, queste organizzate dalla Repubblica sociale (fascista) vissuta tra il settembre 1943 e il 25-41945. Tanto la Germania di Hitler quanto la Repubblica di Mussolini, rette con un sistema totalitario, ammettevano un partito politico unico: il nazionalsocialista in Germania, abbreviato in “nazismo” e quello fascista in Italia. Da qui, riduttivamente, la voce “nazifascista” per indicare organismi o truppe, operanti congiuntamente, dei due Stati. 3 Corpo (dei) Volontari (della) Libertà, cioè l’insieme delle Bande o formazioni partigiane che agivano bellicosamente nel territorio occupato dai tedeschi e sottoposto all’autorità della Repubblica sociale italiana di Mussolini. Gli appartenenti (“patrioti” o più comunemente “partigiani”) non erano tutelati dalla Convenzione di Ginevra come i militari degli eserciti regolari belligeranti, essendo considerati “franchi tiratori”. 4 II generale di Brigata del Genio Giuseppe Perotti (Torino 1895, ivi 1944) componente del primo “comitato militare” della Resistenza

piemontese venne catturato a Torino il 30-3-1944 e dopo un sommario processo fucilato con altri membri del Comitato, il 5 aprile successivo al poligono di tiro del Martinetto. 5 Redi era il nome di battaglia, o di copertura, dell’avv. Gianni Citterio (Monza, 1908, Pieve Vergonte 1944), caduto a Megolo di Pieve Vergonte col capitano Filippo Beltrami e altri partigiani il 13-21944, nel corso di un combattimento sostenuto contro forze tedesche e di milizia fascista. 6 G.N.R. La “Guardia nazionale repubblicana” istituita dalla Repubblica sociale italiana di Mussolini raggruppava le forze di polizia, i carabinieri e le varie “Milizie”: confinaria, forestale, ferroviaria ecc. 7 C.L.N. (A.I.) Comitato di Liberazione Nazionale (Alta Italia) costituito a Roma dai partiti antifascisti all’indomani dell’armistizio dell’8-9-1943, fu in pratica l’ente di collegamento fra il governo legittimo rimasto nell’Italia meridionale, non toccato, per l’andamento delle operazioni belliche degli Alleati, dall’occupazione tedesca e i territori dell’Italia settentrionale. Il C.L.N. assunse anche autorità e rappresentatività ufficiale nelle province italiane del Nord man mano liberate dall’avanzata alleata. 8 Ma più propriamente “territorio liberato” dell’Ossola cioè considerato come facente parte dello Stato italiano il cui governo legittimo era a Roma, anche se forzatamente con soluzione di continuità territoriale. In pratica una situazione simile all’enclave di Campione, comune italiano a tutti gli effetti anche se completamente inserito in territorio svizzero. 9 Partito Repubblicano Fascista, che sostituiva il P.N.F. (Partito Nazionale Fascista) cessato il 25-7-1943. La nascita del nuovo P.R.F., la cui direzione venne assunta da Mussolini, fu da questi annunciata da Radio Monaco (Germania) il 18-9-1943.

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Cenni biografici ANIASI ALDO,

Iso. Palmanova (UD) 1921. Comandante della 2a Garibaldi «Redi» subentrando a Muneghina. Poi sindaco di Milano, parlamentare, ministro, presidente F.I.A.P. (Federazione Italiana Associazioni Partigiane). Vive a Milano. CALZAVARA ARMANDO, Arca, Istrana (TV) 1919 – Roma 2000. Ufficiale dei Bersaglieri, comandante della «Battisti». Laurea in lingue estere. CEFIS EUGENIO, Alberto, Cividale del Friuli 1921 – Milano 2004. Ufficiale dei Granatieri in s.p.e., comandante della «Valtoce» alla morte di Di Dio. Laurea in legge, cav. del lavoro, imprenditore. CURRENO DELLA SANTA MADDALENA GIUSEPPE, colonnello Delle Torri. Carrù (Cn) 1894 - Torino 1964. Colonnello di Cavalleria in s.p.e. (poi generale), laurea in legge. Capo di stato maggiore del «Comando unico di zona Ossola». Un suo giovanissimo figlio, Giacomino di 16 anni, partigiano nelle Langhe venne catturato e fucilato dai fascisti nel marzo 1945. DI DIO ALFREDO EMMA, Marco, Palermo 1920 - Malesco 1944. Ufficiale dei Carristi in s.p.e., comandante della «Valtoce», morto al Sasso di Finero (Malesco) il 12-10-44. Il fratello ANTONIO (Palermo 1922 - Pieve Vergonte 1944) era caduto assieme al capitano Beltrami nel febbraio precedente a Megolo. La tomba di famiglia del Beltrami a Cireggio di Omegna conserva anche le spoglie dei due sfortunati fratelli. FLOREANINI GISELLA, Milano 1906 - ivi 1993. Col nome di copertura di Amelia Valli partecipò nell’autunno 1944 al governo dell’Ossola quale commissario all’assistenza, in rappresentanza del Partito comunista cui aveva aderito nel 1941 dopo una prima giovanile militanza nel Partito socialista clandestino. Alla caduta della «repubblica» ossolana seguì i garibaldini in Val Sesia. Nel dopoguerra venne nominata presidente del C.L.N. di Novara liberata, poi consigliere comunale a Domodossola e successivamente a Milano, infine eletta al Parlamento nelle due prime legislature repubblicane. Rivestì poi ancora numerose cariche di prestigio sino alla morte. Per suo espresso desiderio, è sepolta a Domodossola, la città che La fece ricordare come la prima “donna-ministro” nella storia d’Italia. FRASSATI FILIPPO, Pippo. Pistoia 1920 - ivi 1992. Ufficiale di Fanteria in s.p.e., comandante della brigata «Perotti». Nel dopoguerra eletto al consiglio comunale di Verbania, docente di storia militare all’Università di Pisa. Per suo espresso desiderio è sepolto a Cannobio, la città che lo vide protagonista di significativi fatti d’arme nel periodo della Resistenza. GASTONE ERALDO, Ciro. Torino 1913 - Novara 1986. Ufficiale di Aviazione in s.p.e., comandante del Raggruppamento Divisioni «Garibaldi» del Biellese, Valsesia, Alto Novarese. Poi deputato al Parlamento, senatore e presidente dell’Istituto storico della Resistenza di Novara. MONETA ATTILIO, Malesco 1893 - ivi 1944. Colonnello di Cavalleria

in s.p.e., comandante della «Guardia nazionale». Morto al Sasso di Finero (Malesco) il 12 ottobre. MOSCATELLI VINCENZO, Cino. Novara 1908 - Borgosesia 1981. Commissario politico delle formazioni «Garibaldi». Poi sindaco di Novara, deputato al Parlamento, senatore e infine presidente dell’Istituto storico della Resistenza di Borgosesia. MUNEGHINA MARIO, capitano Mario. Cuneo 1900 - Verbania 1987. Impiegato tecnico. Comandante della «Valgrande martire», poi della 2a Divis. Garibaldi «Redi» che lasciò entrando con la sua Brigata nella divisione «Flaim» che operava nell’Intrese. RUTTO BRUNO, Omegna 1921 - ivi 1986. Impiegato tecnico. Ufficiale degli Alpini, comandante della divisione alpina «F. Beltrami». SCRITTORI UGO, Mirko. Lusigny (Francia) 1912 – Villadossola 1996. Operaio. Soldato del Corpo Automobilistico, comandante del Btg. autonomo “Fabbri” trasformatosi poi nella 83a Brig. garibaldina «Comolli». SUPERTI DIONIGI. Napoli 1902 - Madrid 1968. Comandante della «Valdossola». Le sue spoglie nel 1988 vennero traslate da Madrid al cimitero di Premosello Chiovenda, località di origine della formazione da lui comandata. STUCCHI GIOV. BATTISTA, colonnello Federici, Monza 1899 - ivi 1980. Ufficiale degli Alpini, avvocato. Resse il «Comando Unico zona Ossola». VIGLIO PIETRO CARLO, Novara 1919 - Milano 1995. Laurea in scienze economiche. Comandante brig. «Matteotti». TIBALDI ETTORE, Bornasco (PV) 1887 - Certosa (PV) 1968. Volontario nella 1a guerra mondiale, medico. Nel 1926 abbandona Pavia per attività antifascista evitando il «confino» grazie alla ferita di guerra. Prende servizio all’Ospedale di Domodossola divenendone primario medico. Profugo in Svizzera verso la fine del 1943. Presidente della Giunta provvisoria di governo dell’Ossola libera. Poi primo sindaco eletto di Domodossola (1946); eletto al Senato nel 1953 e riconfermato nelle legislature successive. VEZZALINI ENRICO, Ceneselli (RO) 1904 - Novara 1945. Avvocato, prefetto di Novara dal 22.7.1944 al 15.1.1945, condannato dalla Corte straordinaria delle Assisi di Novara alla pena capitale mediante fucilazione alla schiena, eseguita il 23.9.1945. Bibliografia Anita Azzari “L’Ossola nella Resistenza italiana”, 2a ed., Ornavasso 2004. Hubertus Bergwitz. “Una libera Repubblica nell’Ossola partigiana”, Milano 1979. Mario Giarda e Guido Maggia. “Il governo dell’Ossola”, 2a ed., S. Pietro Mosezzo 1989. Guido Maggia (a cura di). “I giornali dell’Ossola libera”, Novara 1974. Ettore Tibaldi. “L’opera della Giunta Provvisoria di Governo nell’Ossola liberata dall’8 settembre al 22 ottobre 1944”, Domodossola 1945.

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Archeologia Alberto De Giuli

Le tracce del passato L’Ossola, situata nel gruppo delle Alpi Lepontine, con le sue sette valli laterali è una delle maggiori vallate a sud dell’arco alpino. Essa è stata interessata da tutte le glaciazioni, che l’hanno sagomata nella tipica forma ad U delle valli glaciali, spianando terrazzi, levigando pietre e ghiaie, cancellando però le eventuali tracce della presenza umana nel paleolitico. Dopo l’ultima glaciazione, con la modifica del clima, la valle si è ricoperta di vegetazione, determinandosi così l’ambiente che ha favorito la comparsa degli animali provenienti dalla pianura e, conseguentemente, sulle loro tracce, la presenza di gruppi di cacciatori durante le stagioni favorevoli alla caccia; a partire presumibilmente dal neolitico, come è documentato anche per altre vallate a sud e nord delle Alpi, l’uomo vi si insediò stabilmente. I primi abitanti della Val d’Ossola provenivano, con ogni probabilità, dalla vicina pianura Padana che, come dice Rittatore, fu un crogiolo di popoli antichi. Un sostrato mesolitico fu gradualmente modificato da influssi culturali neolitici, che portarono innovazioni decisamente determinanti, pur restando molto importante l’economia venatoria. Con l’avvento dell’età dei metalli, nell’arco alpino e sensibilmente anche nell’Ossola, si avverte un notevole cambiamento, segnato in particolare, oltre che dalla importante innovazione tecnologica della metallurgia, anche dall’introduzione dell’aratro, del carro trainato da animali e, per quanto riguarda l’industria litica, dalla presenza di asce a martello e di pietre da lancio. Tali novità furono portate probabilmente da popolazioni di stirpe ligure e quindi originarie del vicino oriente.

Le grandi migrazioni di popoli da oriente a occidente, avvenute all’inizio dell’età del rame, trovano una suggestiva eco nei miti greci di Cadmo, Eracle, Giasone e gli Argonauti e dei loro grandi itinerari alla ricerca del prezioso metallo. Rare citazioni di autori di epoca greco-romana tramandano per la prima volta il nome dei Leponzi quali abitanti della Valle Ossola in età repubblicana, senza però fornire altre notizie sulla loro entità etnico-politica. Va ricordato che l’età del ferro fu il periodo delle invasioni galliche, quindi un momento di ulteriore mescolamento di popoli e culture; è forse in questa epoca che avvennero le maggiori infiltrazioni nelle vallate a quote più elevate da parte di coloro che cercavano riparo dalle scorrerie celtiche. Un dato certo sulla presenza dei Leponzi nella nostra terra è quello riportato dal trofeo delle Alpi di La Turbie, fatto innalzare nel 7-6 a.C. dal senato e dal popolo romano per celebrare la vittoria di Augusto sui popoli alpini e il cui testo è stato riportato per intero da Plinio il Vecchio: in esso i Leponzi sono ufficialmente nominati fra le ...gentes alpinae devictae, cioè tutte le popolazioni alpine sottomesse dagli eserciti dell’imperatore, elencate da est a ovest. Altri autori accennano seppure scarsamente ai Leponzi: Polibio poco chiaramente; Cesare, nel suo De bello gallico, colloca il loro territorio alle sorgenti del Reno; Silio Italico, nel suo poema epico Punica, cita un leponzio che combatte a fianco di Annibale disceso dalle Alpi contro i Romani; Tolomeo poi, nel II secolo d.C. indicherà in Oscela Lepontiorum, l’odierna Domodossola, la capitale di questo popolo e della provincia romana delle Alpi Atrezziane, ricordata poi ancora dall’Ano-

Montecrestese, frazione Roldo: tempietto lepontico (sec. I d.C.) sopraelevato in torre.

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Ara dedicata a Giove, ritrovata a Candoglia.

nimo ravennate con altre città dell’Italia settentrionale, come Oxilia, e con grafia lievemente diversa da Guidone: Ossilla. Per sapere di più dobbiamo quindi affidarci ai ritrovamenti archeologici che da poco più di un secolo a questa parte sono stati effettuati grazie ad appassionati studiosi locali, i quali hanno contribuito e contribuiscono alla scoperta, al recupero o alla segnalazione delle testimonianze venute alla luce, testimonianze riferibili nella maggior parte a corredi tombali, forse perché i più facili a individuarsi, e databili per la quasi totalità all’epoca romana. Più recenti sono state le scoperte di materiali attribuibili al mesolitico, al neolitico, all’eneolitico, all’età del bronzo e alla prima età del ferro e l’individuazione di incisioni rupestri, costituite per lo più, ad eccezione degli affilatoi sul colle di Mattarella, della pietra del Merleri e della roccia della fecondità in Valle Antrona, da coppelle che, mancando di un preciso contesto archeologico, non permettono di esprimere per ora dei sicuri

giudizi né sull’epoca, né sui motivi della loro esecuzione. Del 1986 è la scoperta fatta all’ Alpe Veglia, in comune di Varzo, di manufatti litici rivelanti stanziamenti stagionali di cacciatori dell’epipaleolitico (IX-VI millennio a.C.), tuttavia tracce di insediamenti preistorici più o meno antichi sono documentate un po’ dovunque nella Valle Ossola. Reperti molto interessanti sono quelli provenienti da Mergozzo; si tratta di ceramica ad impasto grossolano non lavorata al tornio e di manufatti litici in selce e, in minor quantità, in quarzo: geometrici, denticolati, grattatoi, raschiatoi, becchi, lame, pugnali, cuspidi di freccia e molte altre tipologie di attrezzi, nonché molti scarti di lavorazione, a testimoniare il fatto che la lavorazione della pietra avveniva sul posto. Si sono pure rinvenute un’ascia in pietra levigata ed una con foro passante per l’immanicatura, del tipo di quella proveniente dall’alpe Pontigei, in comune di Baceno. Tutto questo materiale si può far risalire ad un periodo che va dal neolitico all’età del bronzo. Altri manufatti in selce rinvenuti a Gravellona Toce, a Pedemonte ed a Montecrestese risalgono perlomeno all’età del bronzo, mentre attribuibili al bronzo medio sono il pugnale e l’ascia a paletta in bronzo rinvenuti rispettivamente sull’ Arbola ed a Folsogno in VaI Vigezzo. Della prima età del ferro sono alcuni frammenti fittili rinvenuti in località Motto a Gravellona Toce, come pure alcune tombe della necropoli di Pedemonte e una sepoltura venuta alla luce a Montecrestese che contenevano ceramica della fase finale della cultura di Golasecca, detta Golasecca IIIA (V-IV sec. a.C.). Lo sviluppo maggiore della zona ossolana avvenne in età gallo-romana, tra la fine dell’epoca repubblicana ed il primo secolo dell’impero. Con la romanizzazione si verificò una uniformità culturale e linguistica che prima non esisteva e che andò aumentando sempre più in epoca imperiale; ciò è testimoniato da ritrovamenti, quasi esclusivamente provenienti da necropoli o da contesti tombali, che vanno da quelli copiosi di Ornavasso, Gravellona Toce, Mergozzo, Bannio Anzino, Masera, Malesco, ad altri meno abbondanti, ma comunque significativi come quelli di Baceno e Rivera, al punto da poter affermare, osservando sulla carta topografica la loro distribuzione, che gli abitati attuali erano già quasi tutti esistenti duemila anni fa. 71


Importanti sono anche alcuni ritrovamenti relativi all’epoca tardo-romana e paleocristiana: in particolare, a Candoglia, nel sagrato dell’oratorio romanico di San Graziano, oltre ad un’ara dedicata a Giove, vennero messe in luce diverse sepolture ed un edificio a pianta rettangolare, distrutto nel IV secolo d. C., mentre a San Giovanni in Montorfano furono reperiti un battistero paleocristiano (V-VI d.C.) e le fondamenta di una chiesa triabsidata di epoca carolingia. Storia dei ritrovamenti e degli scavi in Ossola L’interesse per le testimonianze del mondo antico in Ossola si può far risalire almeno al 1600. Sono di quell’epoca infatti le prime segnalazioni di documenti epigrafici, considerabili come reperti archeologici: si tratta dell’epigrafe del ponte dell’Orco di Crevoladossola, citata dal Morigia e dal Bescapè e di quella del ponte alla Masone di Vogogna, citata dal Borri. A partire dall’Ottocento, si ebbero le prime segnalazioni di ritrovamenti archeologici, per la maggior parte oggetti riferibili a corredi tombali, segnalazioni generalmente riportate in studi monografici su paesi, come ad esempio, quelle relative a Malesco, riportate dal Pollini nel 1896, riferite a sepolture rinvenute tra il 1829 e il 1881. Tra il 1800 e il 1900, in diverse località ossolane furono segnalati ritrovamenti, che andarono sempre aumentando, fino a rappresentare, in una mappa territoriale, quasi tutti gli attuali centri abitativi; tutti i ritrovamenti fino al 1993 sono stati riuniti in un volume da Pierangelo Caramella e Alberto De Giuli.

Nell’Ottocento, emergono per importanza le scoperte archeologiche di Masera, dovute ai cavalieri Francesco e Felice Mellerio, relative agli anni dal 1853 al 1893 e già segnalate dal Bazetta e dal Pollini. Nel Novecento si segnalano come importanti ritrovamenti casuali la scoperta della necropoli di Bannio Anzino, segnalata nel 1937 e fatta oggetto di ulteriori indagini tra il 1953 e il 1956, da Michele Bionda, contenente materiali databili tra la prima metà del I sec. a. C. e la prima metà del I d. C. e la scoperta, avvenuta nel 1966 da parte di Dario Zani, del pugnale dell’Arbola, in alta Val Formazza, attribuibile all’età del bronzo medio. Solo con Enrico Bianchetti, alla fine del 1800, avvenne il primo scavo sistematico, condotto con metodologie che si possono considerare scientifiche per quei tempi: si tratta delle note necropoli di Ornavasso, denominate di “San Bernardo” e “In Persona”, attribuibili al periodo dal II sec. a. C. alla prima età imperiale, di cui furono individuati dal Bianchetti 165 nuclei tombali ciascuna. La necropoli di S. Bernardo fu oggetto, nel 1941 e nel 1952, di ulteriori indagini di scavo da parte della Sovrintendenza; gli archeologi Carducci e Lo Porto riportarono in luce rispettivamente 7 e 9 sepolture. Il materiale è conservato presso il Museo del Paesaggio di Verbania. Sempre alla fine dell’Ottocento, a Mergozzo, Egisto Galloni scavava la necropoli de “La Cappella”, portando alla luce 32 tombe. Seguirono i ritrovamenti casuali nel 1934 e nel 1968 di altre tre tombe, mentre nel 1970 il Gruppo Archeologico Mergozzo (G.A.M.), diretto da Alberto De Giuli, completò lo scavo della

Vasellame in vetro dalle necropoli di Mergozzo (I-II secolo d. C.).

Olpi di terracotta da corredo funerario.

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zona orientale della necropoli, con il ritrovamento di ulteriori 5 sepolture, per un totale di 40; si ipotizza uno sviluppo della necropoli in un terreno sito ad occidente. I ritrovamenti fino ad ora reperiti sono databili ai primi due secoli dell’era volgare. Ancora a Mergozzo, negli anni 1939 - 1940, Giovanni Braganti riportò alla luce 49 nuclei tombali appartenenti ad una più vasta necropoli, denominata di “Praviaccio”, databile al periodo compreso tra il I e il III sec. d. C. Nel 1969, il G.A.M. scavò ulteriori 7 nuclei tombali. Parte del materiale delle necropoli di Mergozzo è conservato presso l’Antiquarium, il Civico Museo Archeologico di Mergozzo. Negli anni dal 1954 al 1959, a Gravellona Toce, furono rinvenuti una necropoli di complessivi 128 nuclei tombali databili dal V sec. a. C. al IV d. C. e le fondamenta di vari edifici di epoca romana imperiale. Il ritrovamento è da attribuirsi a Felice Pattaroni, che ricevette dalla Sovrintendenza l’incarico di seguire e coordinare le attività di scavo. Il materiale è conservato presso la Sovrintendenza ai Beni Archeologici di Torino; recentemente una parte ha trovato esposizione presso il Museo Archeologico di Torino. Nell’anno 1967, Alberto De Giuli scoprì in località Rubianco di Mergozzo i resti di una fornace per laterizi di epoca romana imperiale; lo scavo sistematico, che durò fino al 1972, fu condotto dal G.A.M. su autorizzazione della Sovrintendenza. Presso la chiesa di San Graziano a Candoglia, furono rinvenuti in anni diversi tra il 1903 e il 1965, alcuni importanti reperti fra i quali primeggia un’ara dedicata a Giove, di epoca romana imperiale, recante l’iscrizione IS DEI IOVI AEDEM, scoperta da don Gamallero nel 1964. Nel 1968, fu eseguito, nel sagrato della medesima chiesa, uno scavo che mise in luce un edificio a pianta rettangolare dalle dimensioni interne di metri 20 x 11, diviso in vari ambienti, distrutto da un incendio non più tardi della prima metà del IV sec. d.C. L’edificio, di cui furono eseguiti i rilievi, non è più visibile; i materiali ed i disegni relativi allo scavo sono conservati presso l’Antiquarium di Mergozzo. Nel 1970 il G.A.M. promosse il restauro della Chiesa di San Giovanni in Montorfano; nel corso dei lavori furono effettuati dei sondaggi che permisero di individuare, nel 1972, all’esterno i resti di una precedente chiesa triabsidata di epoca preromanica, all’interno un bat-

Chiesa romanica di San Giovanni in Montorfano.

tistero paleocristiano. Gli scavi vennero continuati dal G.A.M. a partire dal 1980 e ultimati nel 1983 dalla Sovrintendenza ai Beni Archeologici del Piemonte. Il resti delle murature del battistero e della chiesa preromanica sono tuttora visibili. In occasione di lavori di scavo o di sterro che, per ragioni diverse e in varie località, furono effettuati nel territorio di Mergozzo, si verificarono frequenti ritrovamenti casuali e sporadici di elementi in selce, che indussero Alberto De Giuli ad ipotizzare un insediamento umano stabile in epoca preistorica. Il sito ideale venne individuato in località Ronco, per la sua privilegiata posizione in luogo soleggiato ed ameno poco discosto dal lago. Qui il De Giuli eseguì sopralluoghi frequenti e sistematici, fino a ritrovare, nell’inverno del 1972 alcuni manufatti litici e frammenti di ceramica ad impasto grossolano. Con l’autorizzazione della Sovrintendenza, il G.A.M. nel 1973, eseguì un sondaggio che confermò 73


la possibilità di un insediamento databile a partire dal Neolitico. I numerosi manufatti litici reperiti sono conservati ed esposti presso l’Antiquarium di Mergozzo. A Craveggia, dove già nell’Ottocento erano stati rinvenuti reperti di epoca romana imperiale, negli anni 1980 e seguenti, la Soprintendenza eseguì in diverse riprese scavi sistematici in località Marlé, dove nel 1978 erano venuti alla luce casualmente alcune sepolture delimitate da lastre di pietra, ma prive di corredo. I ritrovamenti di Craveggia consistono in una discreta necropoli di epoca romana imperiale, protrattasi sino al VI e VII sec. d.C. All’Alpe Veglia, in comune di Varzo, sono stati effettuati degli scavi condotti dal prof. Ghiretti dell’Università di Ferrara che hanno riportato in luce un’ampia

Vogogna: la Rocca Superiore (sec. XIV).

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gamma di manufatti litici, tali da rivelare la presenza di uno stanziamento stagionale di cacciatori che frequentarono la zona nell’ultimo periodo glaciale, vale a dire nel Mesolitico (IX- VI millennio a. C.). Ulteriori sondaggi sono stati effettuati in altre zone dell’Alpe, precisamente al Balm della Vardaiola, che hanno rivelato presenze umane anche dell’età del ferro. Bibliografia Caramella P.- De Giuli A., Archeologia dell’Alto Novarese, Mergozzo, 1993. Copiatti F., De Giuli A., Priuli A., Incisioni rupestri e megalitismo nel Verbano Cusio Ossola, Domodossola, 2003


Ambiente e Natura


Un paesaggio verticale Renzo Mortarotti

L’Ossola è un’unità geografica L’Ossola è una regione tipicamente montana; le sue catene di monti, emerse dal mare in epoche remote, ne formano interamente lo scheletro, possente e solidissimo. Tra catena e catena si aprono le valli laterali strette e tortuose, che confluiscono tutte nell’ampio e basso fondovalle ossolano, percorso dal Toce e dove si addensa la maggior parte della popolazione. L’Ossola ha confini ben tracciati, che seguono quasi ovunque i crinali e le cime dei monti, e che perciò la delimitano in modo preciso e rigoroso. Essa occupa una posizione molto importante nella regione alpina; nell’Ossola infatti, e precisamente al Passo del Sempione, la muraglia gigantesca e quasi invalicabile delle Alpi Pennine si incontra con la catena delle Alpi Lepontine, più bassa e meno ardita e perciò ricca di facili valichi: Passi del Sempione (m 2096), dell’Arbola (m 2409), del Gries (m 2463), di S. Giacomo (m 2313). Aperta a sud verso la dolce regione dei laghi, l’Ossola è percorsa da importanti vie di comunicazione che, attraverso le sue valli laterali, conducono nella vicina Svizzera e che perciò hanno sempre avuto una grande importanza nella storia secolare della nostra regione, sia in campo economico quanto sul piano politico e militare. La sua forma vagamente triangolare ha suscitato nelle fantasie le immagini più diverse: di un cuneo piantato verso nord in territorio svizzero; di una foglia d’edera con sette nervature, che formano le valli laterali; di un albero col ceppo nel Monte Orfano, all’imbocco dell’Ossola, e col tronco che stende i suoi rami più verso occidente che verso oriente, e poi si assottiglia fino a terminare con la punta nel Passo del Gries. La linea di confine dell’Ossola è piatta e comoda soltanto a sud verso il Verbano e il Cusio; per il resto corre quasi sempre alta e impervia sui crinali che la separano

dalle regioni confinanti: la Val Strona e poi la Val Sesia dal Monte Massone fino al Monte Rosa; il Canton Vallese dal Monte Rosa al Passo del Gries; il Canton Ticino dal Passo del Gries alle rocce del Gridone (Vigezzo); da ultimo la selvaggia Val Grande, separata dall’Ossola da un’aspra catena che dal Monte Laurasca, in territorio di Malesco, corre fino al Monte Faié, in territorio di Mergozzo. L’Ossola forma così una meravigliosa unità e un tutto organico, pur nella sua estrema varietà di terreni, di rocce, di climi e di piante. Un paesaggio verticale Se si eccettua il tratto pianeggiante da Crevoladossola a Mergozzo, il paesaggio dell’Ossola è tipicamente alpestre: esso si arrampica ripidamente, con qualche breve sosta su ripiani e terrazzi, e ci porta in breve tratto dal piatto fondovalle ossolano alle altezze vertiginose della grande catena alpina. Quanto erta sia questa arrampicata lo si può capire se si considera che Domodossola, a soli 272 metri sul mare, non dista più di 17 km dai 4023 metri della Weissmies e che Piedimulera a 247 metri di altezza è a circa 25 km dalla vetta del Monte Rosa (m 4637). In questo paesaggio, movendoci dall’alto verso il basso, distinguiamo tre fasce. La prima, priva di vegetazione e dai caratteri aspri dell’alta montagna, è il dominio delle nevi eterne, di ghiacci, delle pietraie, dei dirupi precipitosi, delle piccole e azzurre conche lacustri. La seconda fascia è quella rivestita di pascoli e boschi: gli alti pascoli alpini danno il loro prodotto di erbe aromatiche e saporite senza che oggi l’uomo vi impieghi più il suo lavoro di bonifica da sassi e sterpaglie. Anche i boschi, che succedono ai pascoli, crescono per lo più da sé, quasi abbandonati alla forza della natura: fino ai 1500 metri prevalgono le latifoglie (roveri, aceri, betulle e faggi);

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poi succedono le aghifoglie (abeti e larici), che si spingono fino ai 2000 metri. La terza fascia, quella dei prati e dei campi, è la più ridotta in estensione, ma anche la più redditizia e la più curata dalla mano dell’uomo, soprattutto nei tempi passati, quando produceva tutto quanto serviva alla povera alimentazione del montanaro ossolano. E quale immenso e faticosissimo lavoro ha fatto l’uomo per rendere coltivabili i pendii delle nostre montagne! Osservate un po’ come esse sono intagliate a gradini, con muretti di pietra che sostengono tanti terrazzetti artificiali, messi uno sopra l’altro fino ad altezze incredibili. Ebbene, queste gradinate le hanno fatte i nostri antenati, che hanno riplasmato la montagna per ricavarne praticelli e campetti, dove coltivare la vigna e la segale. Oggi queste terrazzature sono in gran parte brulle o coperte di boscaglie, che hanno preso il sopravvento sull’opera dell’uomo. I monti più alti delle valli ossolane sono il Blinnenhorn (m 3375) in Formazza, l’Arbola (m 3235) in Val Devero, il Monte Leone (m 3552) in Val Divedro, lo Straciugo (m 2712) in Val Bognanco, l’Andolla (m 3656) in Val Antrona, il Monte Rosa (m 4637) in Val Anzasca, la Scheggia (m 2466) in Val Vigezzo, il Pizzo del Lago Gelato (m 2614) nella spopolata valle dell’Isorno. Gli insediamenti umani Un tempo la gente dell’Ossola viveva raggruppata in piccoli centri abitati, che soprattutto nelle vallate, dove più intensa ferveva la vita agricola e pastorale, erano di norma piccoli o piccolissimi; magari solo un pugno di case. Rarissime le abitazioni isolate. Questi insediamenti sono sorti dove minore era il danno al terreno produttivo: le case stavano addossate le une alle altre e talora spuntavano dalla roccia, proprio per risparmiare il più possibile la scarsa quantità di terreno agricolo. La maggior parte di questi villaggi li vediamo ancor oggi punteggiare di bianco i pendii delle nostre montagne. Altri sono costruiti nei fondovalle pianeggianti, come la lunga serie dei villaggi formazzini oppure la successione dei grossi paesi distesi sull’altopiano vigezzino: Malesco, Santa Maria Maggiore, Druogno. Nella Val d’Ossola i paesi più importanti invece sorgono allo sbocco delle valli laterali, là dove i torrenti scarica78

no nel piano i loro detriti formando ammassi di materiale, che per la loro forma prendono il nome di coni di deiezione. Così Ornavasso, costruito sul cono di deiezione del torrente S. Carlo, così Pieve Vergonte su quello del Marmazza, così Domo su quello del Bogna, così Premosello su quello del Riale, così Villa che dalle frazioni primitive addossate alla montagna è venuta via via occupando tutto il cono di deiezione dell’Ovesca con officine e case di abitazione. E l’elenco potrebbe continuare, comprendendo anche Crodo in Val Antigorio, disteso sul cono dell’Alfenza. Tutte le vecchie dimore ossolane, comprese le baite di montagna, sono costruite in pietra. Nell’Ossola la materia prima, con cui l’uomo ha ricreato l’ambiente su sua misura, è la pietra. Di pietra sono i muri delle case e delle chiese, i tetti di grigie piode, le scale, i balconi, i campanili, i selciati e i lastricati delle case, i muretti di confine, gli abbeveratoi per il bestiame, le fontane, i lavatoi ecc. La vecchia Ossola è tutta di pietra, eccetto le case dei Walser di Macugnaga e di Formazza, che dal natio Vallese hanno portato con sé la tecnica del legno. Coll’arrivo delle strade e delle ferrovie arriveranno anche i mattoni, le tegole in cotto e il cemento, che pian piano trasformeranno il vecchio paesaggio ossolano. Le acque sono la fortuna e il castigo dell’Ossola II fiume che attraversa 1’Ossola nel suo bel mezzo prende il nome di Toce a Riale di Formazza, dove confluiscono i suoi rami sorgentiferi: i torrenti Hohsand, Gries e Roni. È lungo circa 80 km e a Candoglia registra una portata media di 68 m3 al secondo, una massima di m3 1400 e una minima invernale di m3 13. Il primo tratto, che va dalla sorgente alla forra di Pontemaglio, è spesso incassato in gole profonde e ha carattere torrentizio, con una pendenza media del 5,6%. Il secondo tratto, che va da Pontemaglio a Vogogna, con una pendenza media dello 0,50%, non ha più l’irruenza del torrente montano, ma neppure la tranquillità del fiume di pianura. In questo tratto, modestamente inclinato, scaricano le loro acque nel Toce i suoi principali affluenti: sulla destra la Diveria, il Bogna, l’Ovesca e l’Anza; sulla sinistra l’Isorno e il Melezzo. Tutti questi corsi di acqua durante le piene si avventano con grande furia nel piano dell’Ossola, trascinando una massa enorme di materia-


Monte Rosa, il ghiacciaio del Belvedere.

le solido (sassi e ciottoli), che ha inghiaiato e sopraelevato questo tratto di valle; guardando dall’alto si ha l’impressione che il piano dell’Ossola Superiore sia completo dominio dei torrenti. Il terzo e ultimo tratto del Toce si sviluppa da Vogogna al Lago Maggiore, con una pendenza media del solo 0,12%; qui il Toce è un vero fiume che serpeggia nella pianura dell’Ossola Inferiore, scorrendo in un letto abbastanza regolare di ghiaie minute e di sabbie.

Ma le acque non sono solo una maledizione per l’Ossola durante le terribili alluvioni: esse servono per irrigare i campi; imbottigliate a Crodo e a Bognanco, per il loro ottimo grado di mineralizzazione, compaiono su tutte le mense italiane; incanalate nelle condotte forzate degli impianti idroelettrici muovono le turbine di poderose centrali, che forniscono grande quantità di energia. Ricordiamo infine che nel passato il Toce era navigabile fino a Beura e che, in mancanza di strade efficienti e 79


sicure, è stato per secoli la principale via di comunicazione per l’Ossola. L’Ossola a volo d’uccello Ed ora compiamo un veloce viaggio nelle valli ossolane, partendo dal Monteorfano, quell’isola granitica che sembra sbarrare l’ingresso dell’Ossola, là dove la bassa valle si spalanca sul Verbano e sul Cusio. Sulla sinistra del Toce il primo paese ossolano a darci il saluto è Mergozzo, a specchio del suo bel lago ovale. Seguono Cuzzago e Premosello, poi Vogogna, già capitale dell’Ossola Inferiore (la rocca e il castello viscontei sono lì per ricordarcelo), infine Beura, il centro più importante della lavorazione della pietra chiamata beola dal nome del paese. Sulla destra del Toce ci viene incontro per primo l’industre Ornavasso, vecchio paese di origine tedesca; poi Anzola d’Ossola e il vecchio centro chimico di Pieve Vergonte; seguono Piedimulera allo sbocco della val Anzasca, poi Pallanzeno e Villadossola, dove sono accentrate le più grosse industrie della regione. Il fondovalle ossolano, che abbiamo percorso in questa prima parte del viaggio, mette capo in un’ampia conca quasi circolare, dove confluisce un ventaglio di valli. All’intorno, disposte per lo più sulle ultime pendici di un vasto cerchio di montagne, occhieggiano le numerose frazioni di Trontano, Masera, Montecrestese, Cisore e Vagna. Al centro del bacino siede Domodossola, capitale dell’Ossola, che, da piccolo borgo tranquillo con non più di mille abitanti sulla fine del Settecento, è diventata ora un centro pulsante di vita, dove si accentra gran parte della popolazione ossolana (circa 19.000 abitanti). Di notevole: il Monte Calvario, il Collegio Rosmini, il Palazzo Silva, l’ex chiesa di S. Francesco, la Collegiata, piazza Mercato e la torretta delle mura trecentesche. Ad oriente di Domo si apre la Val Vigezzo, una valle trasversale che si snoda per 25 km fino al confine italosvizzero della Ribellasca. La parte centrale della valle somiglia ad un lungo altopiano, costellato di paesi così fitti e lindi che la fanno sembrare una città-giardino. Craveggia, Toceno, Buttogno stanno al limitare del bosco su un ridente terrazzo pieno di sole, che domina dall’alto il verde fondovalle dove spiccano le macchie biancogrigie di Malesco, Santa Maria Maggiore e Druogno. 80

Verso il confine svizzero si incontra Re col suo monumentale santuario dedicato alla Madonna del Sangue. A Pontemaglio comincia un’altra lunga valle percorsa dal Toce, che nella prima parte prende il nome di Antigorio e assume poi quello di Formazza a Foppiano sotto l’alto gradino delle Casse. Percorrendola, incontriamo per primo Crodo, celebre per le sue acque, poi Baceno, dominato da quel monumento d’arte che è la sua ricchissima chiesa, quindi Premia, sparsa in tante piccole ridenti frazioni, infine la tedesca Formazza, ricca di pascoli, di fiori multicolori, di laghetti alpini, di centrali e di impianti idroelettrici. Da Crevola, attraverso una magnifica forra scavalcata da un ponte arditissimo, ci infiliamo nella Val Divedro, in compagnia della ferrovia internazionale del Sempione e della grande strada costruita per volere di Napoleone tra l’Italia e la Svizzera attraverso il colle del Sempione. Prima di arrivare alla sbarra di confine a Gondo troviamo sul percorso il grosso paese di Varzo allo sbocco della valle che scende dalla splendida Alpe Veglia, e poi Iselle, la stazione di confine dove il treno entra in galleria (m 19.803). A Domodossola sbocca la più breve delle valli ossolane, la Val Bognanco, che una volta aveva un’intensissima vita agricola e pastorale. Ora tutti la conoscono perché Bognanco Fonti ospita un complesso termale con alberghi e pensioni. La più appartata e tranquilla tra le valli ossolane, ma non per questo meno bella delle altre, è la Val Antrona, che sbocca nel piano presso Villadossola. Già famosa per le miniere di oro e di ferro, ora lo è per le sue bellezze naturali e i suoi bacini idroelettrici, tra i quali ricordiamo il Lago di Antrona, formato da un’antica frana che seppellì un intero villaggio e, sbarrando le acque del torrente Troncone, diede origine al lago. La più meridionale delle valli ossolane è anche la più rinomata, perché alla sua testata si dispiega in tutta la sua grandiosità l’anfiteatro del Monte Rosa, un massiccio di ghiacci e di rocce, secondo solo al Monte Bianco in Europa: la Val Anzasca. Dal suo sbocco a Piedimulera fino a Macugnaga la valle si sviluppa stretta e tortuosa, ma punteggiata di paesi puliti e ridenti: Castiglione, sparso in molte frazioni alpestri; Calasca con la sua splendida chiesa definita la «Cattedrale fra i boschi»; Bannio l’antica capitale della valle e sede di una necropoli celti-


Alpe Veglia, lago delle Streghe.

ca; Vanzone con San Carlo, noto per le acque arsenicali; Ceppomorelli e infine Macugnaga, la regina del Rosa e sede di una colonia tedesca che va spegnendosi. Comunicazioni e trasporti nell’antichità Una volta l’Ossola era priva di grandi vie di comunicazione. I villaggi alpini erano allacciati tra loro e coi centri più importanti del fondovalle da una fitta rete di mulattiere e di sentieri, quelli che oggi frequentiamo ancora come «scorciatoie» durante le nostre gite. I trasporti erano fatti a spalla con la scivera (gerla) e con la caula per la legna. Pochissimi gli asini e i muli, perché i poveri montanari non potevano mantenere bestie da soma, e tutto il foraggio era destinato agli animali più utili: bovini, ovini, caprini. Le principali vie di comunicazione attraverso le valli portavano ai valichi alpini, aperti tra l’Ossola da una parte e il Vallese e il Ticino dall’altra. Il passo più meridionale è quello del Monte Moro (m 2868) che si apre

ad est del Monte Rosa e mette in comunicazione Macugnaga con la valle tedesco-vallesana di Saas. Sull’itinerario del Moro si vedono ancora i resti di un’antica strada lastricata, segno evidente che in passato il colle era frequentato e adattato al passaggio dei muli e del bestiame. Nel secolo XIII attraverso il Moro trasmigrarono le popolazioni walser che fondarono la maggior parte delle colonie tedesche attorno al massiccio del Monte Rosa, prima fra tutte Macugnaga. Un po’ più a nord del Passo del Moro si apre il Passo di Antrona (m 2839). Questi due valichi superano in altezza tutti gli altri passi dell’Ossola, onde risulta chiaro che attraverso essi non potevano esistere traffico e transito regolari, poiché erano percorsi soltanto durante i pochi mesi della stagione estiva. La vecchia mulattiera partendo da Antronapiana s’arrampica con cammino difficoltoso fino al colle per scendere poi ad Almagell nella Valle di Saas, dove si congiunge con quella del Moro e prosegue per Visp. Rimangono ancora oggi i resti lastricati dell’antica mulattiera, che ricordano i tempi della sua floridezza. Abbiamo visto come i valichi del Monte Moro e di Antrona si aprono nelle Alpi Pennine ad altissima quota e perciò sono difficilmente praticabili ad un traffico di ampie proporzioni. Ma, là dove terminano le Pennine e cominciano le meno elevate Alpi Lepontine, la grande catena alpina s’assottiglia e si abbassa in una larga e comoda sella, che fa da cerniera tra queste due sezioni delle Alpi: è il Passo del Sempione (m 2006), la principale porta di comunicazione tra l’Ossola e il Vallese. In età romana e specialmente nell’Alto Medioevo abbiamo testimonianze che non depongono a favore d’una strada di grande transito sul nostro colle. Prospettive d’importanza europea per il Passo del Sempione si aprirono soltanto a partire dal secolo XII, dal tempo cioè delle Crociate. Il Sempione diventò allora una strada mercantile di primo ordine e un passaggio obbligato tra le città italiane e le piazze commerciali dell’Europa occidentale. Furono aperte al transito le gole di Gondo, fino a quel tempo impraticabili, mentre le grandi società commerciali lombarde concludevano trattati col Vallese per il libero passaggio delle merci e, coi pedaggi, contribuivano in modo determinante al mantenimento della strada, dei ponti e delle soste, dove tenevano depositi e ma81


gazzini per le mercanzie. Lunghe file di muli, carichi di fardelli, percorrevano la strada e davano lavoro ai conducenti ossolani e vallesani. Più tardi, in seguito alle lotte tra il Vallese e l’Ossola, il Sempione venne quasi del tutto abbandonato dai mercanti, finché verso il 1630 riacquistò la sua importanza internazionale di strada commerciale per merito del gran signore vallesano Kaspar Iodok von Stockalper. La morte dello Stockalper (1691) segnò la decadenza del Sempione come via di transito internazionale, sebbene gli interessi congiunti di Ginevra e di Milano non permisero il totale abbandono di questa via. Nel 1800 il Sempione doveva risorgere a nuova vita. In quell’anno infatti Napoleone emanava l’ordine di dare immediata esecuzione alla costruzione d’una grande strada carrozzabile che doveva avere tutte le qualità per rispondere alle esigenze militari del tempo, anzitutto di rendere possibile il passaggio delle artiglierie. Due erano le condizioni vantaggiose che avevano fatto cadere la scelta sul Sempione in confronto ad altri valichi alpini: la maggior brevità del percorso tra Milano e Parigi e la relativa bassezza del colle. Il 25 settembre 1805 la nuova strada era transitabile. Sul percorso di 62 km tra Briga e Domo erano stati eretti in totale 64 ponti tra grandi e piccoli e scavate sette gallerie per una lunghezza totale di 525 metri con 250 tonnellate d’esplosivo. Il costo complessivo di questa arditissima opera ammontò, tra Ginevra ed Arona, a circa 18 milioni di franchi, in gran parte pagati con denaro italiano. Ad oriente del Sempione, tra le opposte valli di Binn e del Devero si apre il Passo d’Arbola (m 2409), l’Albrunpass dei Vallesani. A Baceno la mulattiera si dirama dalla strada di Formazza, tocca il valico, discende a Binn senza grossi ostacoli e sbocca nella valle dell’alto Rodano a Grengiols. Questa strada, che conserva ancor oggi qualche tratto lastricato, pare non sia servita gran che al grosso traffico commerciale, ma fu sempre utilizzata da Ossolani e Vallesani per lo scambio dei loro prodotti, nonchè per operazioni di guerra, fino all’apertura della carrozzabile del Sempione. Che fosse già anticamente frequentata ne è prova la colonizzazione dell’Alta Val Devero (Agaro, Ausone) da parte di pastori vallesani, venuti da Binn nella seconda metà del secolo XIII. 82

L’ultimo valico, che dall’Ossola porta nell’Alto Vallese, è quello del Gries (m 2463), senza dubbio il più importante dopo il Sempione. Da Formazza la mulattiera, superando tre successivi gradini, raggiunge il passo e scende poi nella valle del Rodano a Ulrichen; di qui si dirama la strada che raggiunge il Passo del Grimsel (m 2164), aperto sulla regione di Berna. La strada del Gries non avrebbe di per sé che un’importanza locale, ma il suo prolungamento attraverso il Grimsel ne fa un itinerario di notevole valore commerciale. L’uso di questo valico si perde nella notte dei tempi. Il primo passaggio che storicamente conosciamo, però, è quello delle popolazioni vallesane che nei primissimi anni del secolo XIII fondarono la colonia tedesca di Formazza. La costruzione della ferrovia del Gottardo nel 1882 assestò a questo passo, già calato d’importanza dopo l’apertura della strada del Sempione, il colpo mortale. Un altro valico meritevole di menzione è il Passo di S. Giacomo (m 2313), ad oriente del Gries. Esso, è vero, non porta a nord delle Alpi, ma mette in comunicazione la Formazza con Airolo nell’Alto Ticino, là dove comincia la salita del passo importantissimo del S. Gottardo; ma appunto attraverso quest’ultimo valico dall’Ossola si potevano raggiungere, al di là del grande spartiacque alpino, le alte valli del Reuss e del Reno e così entrare nella rete stradale della Svizzera centro-occidentale. L’ultima strada, collegante anch’essa l’Ossola con il Canton Ticino, attraversa la Val Vigezzo e le successive Centovalli, portando al Lago Maggiore e a Locarno. Le vie di comunicazione nei tempi moderni La prima grande strada carrozzabile, che tolse l’Ossola dal suo secolare isolamento, fu portata a termine, come abbiamo detto, nel 1805 per volontà di Napoleone: essa doveva unire Milano a Parigi e prese il nome di strada del Sempione dal valico che mette in comunicazione l’Ossola con la Svizzera. In seguito all’apertura della strada del Sempione le valli ossolane, una dopo l’altra, provvidero con gravissime spese ad allacciarsi per mezzo di strade, costruite di sana pianta, all’arteria principale, che diventò così la spina dorsale della rete stradale dell’Ossola. Con le nuove vie i trasporti a spalla sulle lunghe distanze cedettero il posto ai trasporti su carro con gran sollievo dei montanari


e notevole riduzione dei prezzi: le merci circolarono più facilmente; i prodotti locali, soprattutto i boschi, trovarono più facile smercio; il servizio postale diventò più regolare e più veloce; i viaggiatori stranieri e i primi turisti cominciarono a visitare l’Ossola e sorsero alberghi e locande. Era un gran passo avanti certamente. Ma intanto erano già state costruite in Piemonte molte ferrovie e l’Ossola ne era rimasta priva. Tutti gli Ossolani ne sentivano la mancanza. Finalmente nel 1888 venne portata a termine la ferrovia di Novara e l’Ossola fu così allacciata alla rete ferroviaria italiana. Nel 1905 cadeva anche l’ultimo diaframma di roccia al traforo del Sempione e l’anno dopo i treni internazionali correvano sulla nuova linea ferroviaria che collega Milano a Ginevra e Parigi. Alla costruzione del traforo del Sempione furono particolarmente interessate la Svizzera, l’Ossola e le città di Milano e di Genova, mentre il Governo italiano non mostrò grande sollecitudine per quest’opera. Quasi unica sua preoccupazione fu che la galleria avesse il suo sbocco meridionale in territorio italiano, a parecchi chilometri di distanza dal confine italo-svizzero. Gli ostacoli finanziari vennero al fine superati dalla Compagnia concessionaria, la Jura-Simplon, proprietaria di circa un terzo delle linee ferroviarie svizzere e grandemente interessata alla pronta esecuzione del traforo. Appoggiata da potentissime banche germaniche, essa ebbe l’onore, dopo tanti sforzi, di portare finalmente a compimento la grande opera. Nei quarant’anni di preparazione i progetti s’erano susseguiti numerosi e multiformi, per incarico di cinque diverse Società concessionarie e tutti erano caduti per una ragione o per l’altra. Questi vari progetti, 32 complessivamente, si possono dividere in tre gruppi, secondo l’altitudine del punto culminante del tunnel: gallerie di base, gallerie a medio livello e gallerie di sommità. Prevalse alfine il progetto, preparato dall’ingegnere Dumur, di una galleria di base della lunghezza di 19.770 metri, molto costosa e tecnicamente difficile, ma rapidamente percorribile e perciò più adatta di altre ad un intenso traffico internazionale. L’impresa appaltatrice, la ditta germanica Brandt-Brandau, diede inizio ai lavori nel 1898 e li portò a compimento nel 1905, mentre la cerimonia inaugurale si svolse con grandi festeg-

giamenti il 19 maggio 1906. Se, come abbiamo detto gli ingenti mezzi finanziari (78 milioni di franchi svizzeri) provennero da oltralpe, i lavoratori addetti a quest’opera colossale, che superò tutte le precedenti per arditezza e grandiosità di concezione, furono esclusivamente italiani. Provenivano da tutte le regioni d’Italia e per sette anni alloggiarono alla bell’e meglio nelle vicinanze dei due imbocchi del traforo, presso Briga da un lato e presso Iselle dall’altro. Come tutte le grandi opere anche il traforo del Sempione ebbe le sue vittime. Ed in proporzione alla grandiosità dell’opera e ai mezzi d’allora furono poche, sebbene la morte tendesse agguati di ogni genere; mine esplose anzi tempo, massi franati dalla volta delle gallerie, schegge proiettate di fianco, carri usciti dai binari, membra schiacciate dai propulsori o tagliate dalle ruote, scoppi di tubazioni, schizzi di acqua compressa, gas velenosi ed asfissianti. Sessanta vittime, una ogni 333 metri di galleria, tutte italiane, dal figlio di Pizzo di Calabria, «robusto come un orso e bello come un bambino», al minatore piemontese, veterano dei trafori del Cenisio e del Gottardo. L’Ossola, e in particolare il suo capoluogo, trasse vantaggi enormi dall’entrata in esercizio della ferrovia del Sempione, che costituisce, per così dire, l’atto di nascita della Domodossola moderna. Il vecchio borgo ottocentesco, pigro e sonnacchioso, divenne un enorme cantiere di lavoro. La città s’ingrandì in pochi anni come mai s’era ingrandita nella sua storia secolare e divenne prosperosa di industrie e di commerci. Altro passo avanti fece l’Ossola nel 1923, allorché fu inaugurata la ferrovia vigezzina tra Domodossola e Locarno, che metteva in diretta comunicazione i cantoni occidentali della Confederazione Elvetica col Canton Ticino e toglieva la Val Vigezzo dal suo isolamento. Nel corso degli anni Ottanta la stazione ferroviaria internazionale di Domodossola è stata dotata, a Beura Cardezza, di un’ampia struttura (Domodue), che ancora non riesce a decollare per vari motivi, nonostante i cospicui investimenti effettuati. Vi è poi la superstrada di scorrimento veloce, che abbrevia le comunicazioni tra l’Ossola e il Lago Maggiore, a rinforzo della ormai vecchia strada del Sempione. 83


Baceno: la nevicata evidenzia i terrazzamenti ricavati sulle pendici del monte.

Gli uomini abbandonano la montagna e s’addensano nei fondovalle Nelle nostre escursioni in montagna avremo trovato tante vecchie case in rovina e tanti piccoli centri montani quasi o del tutto abbandonati. Cosa vuol dire? Vuol dire che nell’Ossola una volta la montagna era molto popolata, più popolata degli stessi fondovalle, dove adesso vediamo concentrata quasi tutta la popolazione. I montanari allevavano molto bestiame e coltivavano innumerevoli piccoli campi, oggi ingoiati dal bosco, e perciò vivevano sparsi sulla montagna per meglio accudire al loro lavoro. Ma già nel secolo scorso, e più ancora nel Novecento, una serie di cause obbligò molti montanari a lasciare i loro casolari e ad emigrare all’estero oppure a trasferirsi nei centri di fondovalle. Quali furono queste cause? La perdita di antichi privilegi, l’aumento generale delle tasse, le condizioni difficilissime di vita, il basso reddito soprattutto, inferiore a quello di qualunque salariato. Mentre la montagna si spopolava, il fondovalle dell’Ossola si industrializzava e registrava un 84

continuo aumento della popolazione. Un solo esempio: Villa contava 1035 abitanti nel 1848, nel 1995 ne contava 7469. Anche la popolazione dell’Ossola andò crescendo di censimento in censimento, dopo essere rimasta quasi costante per tanti secoli. Dai 47.632 abitanti nel 1848 era salita a 56.013 nel 1921; nel 1995 gli Ossolani erano in totale poco meno di 70.000. La densità non è omogenea. Ci sono veri vuoti umani nelle zone di alta montagna, regno di ghiacci, nevi e rocce, dove la vita è impossibile. La popolazione vive sulle più basse pendici dei monti e nel fondo delle valli, ma soprattutto nella valle del Toce da Crevola a Mergozzo. L’ambiente naturale si trasforma e si degrada II prezzo che l���Ossola ha dovuto pagare al progresso e al miglioramento delle condizioni di vita è salatissimo. Oggi godiamo di un benessere che i nostri antenati non conoscevano, ma viviamo in un ambiente degradato e inquinato. Anche nei secoli passati sono avvenute delle trasformazioni nel paesaggio: basti pensare al lonta-


no disboscamento delle foreste primitive, da cui l’uomo ha ricavato prati e campi, oppure al terrazzamento delle montagne, del quale abbiamo parlato poc’anzi. Ma questi interventi umani rimanevano sempre in un ordine «naturale»: in altre parole l’uomo modificava, sì, la natura ma senza farle violenza; se mai l’assecondava e, per così dire, la perfezionava con interventi sapienti e rispettosi dell’ordine naturale preesistente. Infatti i materiali usati per gran parte di queste trasformazioni erano quelli stessi che la natura offriva: la pietra e il legno. Con l’industrializzazione l’uomo ha trasformato il paesaggio naturale in un paesaggio che potremmo definire «tecnico», perché costruito dall’uomo spesso in disaccordo stridente con la natura. L’ambiente così è stato degradato ed inquinato e noi uomini ne siamo le prime vittime. Facciamo solo qualche esempio per intenderci. Una volta il cielo dell’Ossola era quello terso e purissimo di montagna; oggi spesso è ricoperto da un velo di fumo e di esalazioni gassose provenienti dagli stabilimenti industriali. Un tempo le montagne ossolane erano ricche di acque limpidissime scorrenti in superficie;

ora la maggior parte dei nostri ruscelli e torrenti sono ridotti a squallide sassaie, mentre si sono inaridite molte sorgenti, perché l’acqua viene presa e condotta in canali di derivazione che alimentano le centrali. Ogni vena di acqua è stata così catturata, sconvolgendo l’equilibrio idrico naturale delle nostre vallate. La stessa Cascata del Toce è oggi regolabile col contagocce. Dighe enormi hanno sopraelevato di decine di metri il livello di vecchi bellissimi laghi (es. Codelago) o hanno trasformato in bacini artificiali magnifici pianori alpini (es. Morasco), col risultato che le rive di questi serbatoi per molti mesi all’anno altro non sono che depositi di fanghiglia. Alcune valli, in seguito allo sfruttamento turistico, sono state invase dal cemento a tal segno che non si riconoscono più. Le cave, che si aprono sempre più numerose, danno lavoro, è vero, ma sbriciolano le montagne e vi producono squarci e ferite che non si potranno più rimarginare. Molte specie di mammiferi e di uccelli sono scomparse o in via d’estinzione per l’inquinamento dell’atmosfera, dell’acqua e del suolo. E l’elenco potrebbe continuare.

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L’acqua e la pietra Aldo G. Roggiani e Marco Cattin

“..Sai tu Giovannino, dove si trova la più grande cascata delle Alpi?...precisamente in Italia”. ”Possibile!” esclamo’ Giovannino. ”Di qual cascata intendi parlare? ” ”Oh bella! della italianissima cascata della Toce. Essa mi richiama uno dei più deliziosi viaggetti alpini ch’io m’abbia mai fatti; e se volete che ve ne intrattenga... ” ”Si, si”; dissero in coro gli astanti, ed anche Giovannino si pose in silenzio ad ascoltare. (A. Stoppani,1914) L’acqua e la pietra rappresentano un binomio indissolubile per il territorio ossolano, elementi costitutivi del paesaggio, da cui il naturalista trae spunti di riflessione e che rappresentano allo stesso tempo risorse sfruttabili per gli abitanti. Difficile dire quale sia la più importante ed a quale di esse si debba la progenitura dell’impronta ossolana dato che in tempi geologici l’una ha prevalso sull’altra con alterne vicende. L’acqua che costituiva il magma originario poi cristallizzato in granito e successivamente divenuto gneiss1 oppure la roccia che i ghiacciai modellarono nel Quaternario? Cerchiamo insieme, guardandoci attorno, i segni dell’acqua e della pietra descritti minuziosamente da attenti osservatori quali Stoppani. La preoccupazione del nostro era di sublimare la scienza e farla apparire di pari bellezza della poesia; ciò d’altro canto traspare da queste righe: “...Un libro che abbia per oggetto la cognizione del mondo fisico non caverà una lagrima, non farà perdere un minuto di sonno. Tutti gli incanti della natura non valgono un affetto; tutta la scienza non vale un atto generoso. Una Lucia inginocchiata ai piedi dell’Innominato; una madre

che accomoda colle stesse sue mani sul carro degli appestati il corpo della figlioletta, faranno sempre maggiore impressione di tutte le più belle descrizioni dell’Universo.” L’ambiente ossolano è laboratorio naturale dove le rocce che affiorano sono prevalentemente gneiss2 meglio conosciute come beole3 e serizzi4: le prime sono disposte in strati verticalizzati e le seconde in strati variamente inclinati5; meno diffusi sul territorio sono i marmi6 ed i graniti7, rocce pregiate utilizzate per edifici di interesse storico artistico. Le rocce appartengono alle falde di ricoprimento8, pieghe a grande scala9, formatesi nel corso dell’orogenesi alpina10 che hanno influenzato la morfologia delle valli11. L’altro elemento caratterizzante il nostro territorio, l’acqua, allo stato solido mediante i ghiacciai ha scavato la roccia sino a metterne in luce gli strati più antichi e precedenti all’orogenesi alpina.12 L’erosione ha inciso sul fondo vallivo salti morfologici con notevoli dislivelli che percepiamo se solo percorriamo la val Devero13 e la val Formazza14; ciò a testimonianza delle soste che si sono susseguite alle fasi di ritiro dei ghiacciai, e mirabilmente sottolineato dalle cascate, fra tutte quella del Toce così ben descritta nel racconto seguente15: “La scena ha qualche cosa di solenne. Un immenso anfiteatro di rupi nere si spiega davanti all’attonito sguardo. Le pareti ignude di granito nero ond’è formato, sparse di vaste chiazze di gialliccio e di bianco, sono sormontate a destra e a sinistra da due montagne ignude ugualmente e nere, ma rotte, irte, dentate. L’arena di quell’anfiteatro, coperta d’un gran tappeto verde, è sparsa di migliaia di massi, di rupi prismatiche, a spigoli vivi, strappate dai

Formazza: Cascata della Toce.

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secoli alle montagne d’intorno, e buttate a giacere alla rinfusa. Il circo di fronte presenta, in coincidenza colla cascata, quasi una specie di grande scollatura, per cui l’occhio s’inoltra liberamente verso lo sfondo della valle. Ove quello sfondo si apre, una serie di rupi a dorso di montone s’avanza per gradi sulla destra della valle, a modo di scena, e si arresta a breve distanza della sinistra. Qui un’altra rupe, ugualmente arrotondata, le fa riscontro. Al suo piede sorge l’albergo, edificato sull’orlo dell’abisso. Un vano, un’intaccatura, quasi un canale aperto da umano scalpello, in seno a quella barriera di rupi, apre l’unica via alla Toce, che giunta d’un tratto sull’abisso, vi si precipita senza freno, orribilmente muggendo, con un salto di 142 metri, formando una nappa della larghezza di 26 metri, e chi sa quanto larga nelle piene maggiori. La rupe, da cui si precipita il torrente, non è propriamente a picco, ma forma una parete un pò inclinata, e ripartita in molti scaglioni, quasi ciclopica scalea, sui fianchi della quale cresce qualche scarso filare di abeti. Il torrente, già diviso in più cascate dove il salto incomincia, si suddivide, scendendo, in mille svariatissime cascatelle. Quale batte la rupe in forma di bianco fiocco e rimbalza, divisa in un nembo di spruzzi; quale si lascia sdrucciolare giù giù, lieve lieve, sulla roccia levigata, come un filo di bambagia, o come nastro ondeggiante di seta bianca; quale si sparpaglia, disegnando una rete a maglie d’argento, o cento tessuti diversi che di continuo si scompongono e si rifanno. Grado grado scendendo, spinte ora a destra ora a sinistra, s’incontrano, si azzuffano, si accapigliano. Ma la cascata è una; e a vederla svolgersi, e rimutarsi sul fondo nero o bigio di quella fantastica scalea, la non si potrebbe paragonare che a una gran chioma bianca, disciolta e agitata dal vento. Una nebbia leggiera, a guisa di aureola perenne, si leva sull’abisso; e quando il sole dardeggia, l’iride vi si posa tranquilla, immobile, vero simbolo di pace in tanta guerra.”

avuta la formazione di zone di terrazzi panoramici con gli insediamenti popolosi16 o ameni alpeggi frequentati nel periodo estivo17. Analoghi aspetti e fenomeni morfologici risultato di azioni erosive, caratterizzano le valli degli affluenti minori, alcune di queste sono sospese rispetto alla principale, dove è avvenuta una più intensa attività erosiva: infatti nelle zone di confluenza tra valle principale e secondaria si ergono ripidi gradini lungo i quali spumeggiano pittoresche cascate.18

L’erosione ha anche prodotto valli trasversali che si diramano dal fondo vallivo del Toce in direzione Est Ovest, dove dalle spianate e dai più dolci pendii degli ampi bacini superiori esse vanno restringendosi sempre più verso il basso facendosi via via anguste. Il risultato sono salti morfologici che conferiscono il tipico profilo, trasversale alla valle, a cannocchiale, che ha favorito la successiva deposizione di morene. In conseguenza a ciò si è

Simili a marmitte ma di origine mista glaciofluviale sono i celeberrimi orridi di Uriezzo formatisi in un settore vallivo dove copiosamente si raccoglievano le acque di scioglimento dei ghiacci che si distribuivano sull’imponente salto morfologico tra Premia e Verampio.

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L’erosione del ghiaccio a scala minore ha prodotto inoltre le rocce montonate, gobbe rocciose sagomate secondo la direzione del movimento glaciale, arrotondate sopra e sul lato rivolto a monte, scabre sul lato a valle19 dove spesso l’operazione di levigatura pone in rilievo minerali di dimensione pluricentimetrica sulla massa rocciosa più erodibile. Le valli ossolane scavate dai ghiacciai hanno notoriamente il profilo trasversale ad U, dovuto all’erosione lungo tutta la sezione del ghiacciaio, avente forma semicircolare determinata dal minore attrito durante lo scorrimento della massa di ghiaccio20. La successiva erosione fluviale ha ulteriormente scavato valli strette ed incise dette forre21, spesso favorite dalla presenza di fratture, zone di alternanza di strettoie22 e di larghe valli a U. L’associazione di acqua e ciottoli, lungo i corsi d’acqua, in vorticosi mulinelli ha invece modellato fori di varia grandezza, circolari o a sezione ellittica ricavati nella roccia viva sino ad una profondità di 10 metri ed anche più laddove sono presenti rocce erodibili o fratturate, si tratta delle marmitte dei giganti.23

L’acqua, oltre a scavare la roccia, svolge anche un’azione solubile sulle rocce carbonatiche24, sia in superficie25


che in profondità26 determinando i fenomeni carsici.27 Tali formazioni sono pressoché sconosciute, sia perché sul territorio ossolano sono presenti prevalentemente rocce silicatiche, sia perché localizzate in zone difficilmente accessibili; sono comunque ampiamente studiate da alcuni gruppi speleologici28. Consideriamo ancora che in Ossola abbondano i depositi morenici, risultato della deposizione finale di masse glaciali ancora attive29, che hanno subito arretramenti consistenti negli ultimi quarant’anni. Flussi e riflussi come veniva osservato un tempo: “I ghiacciai del Monte Bianco e del Monte Rosa, i quali verso il 1811, si erano ritirati in angusti confini, progredirono rapidamente fra il 1812 ed il 1818. Un sensibile regresso si manifestò nel 1824, seguito da una fase in cui rimasero stazionari, poi da un movimento in senso inverso nel 1836 e nel 1837. Un nuovo regresso fu segnalato dal 1839 al 1842; poi avanzamento irregolare fino al 1854, che corrisponde al massimo sviluppo raggiunto da tali ghiacciai. D’allora in poi vi fu una generale retrocessione, la quale durò fin verso il 1878, per accentuarsi negli anni successivi. Siffatte variazioni non si verificarono simultaneamente in ciascuno, ma a breve intervallo. Certo è che nel 1890 ben 55 ghiacciai della Svizzera e tutti quelli del Monte Bianco e del Monte Rosa erano in aumento.”30 “Quattro le glaciazioni che si sono succedute nei tempi più recenti (Era Quaternaria); l’ultima (Wurm, della durata di 90.000 anni ed intervenuta 560.000 anni or sono) lascia il passo alle potenti fiumane che, deposta allo sbocco delle valli la violenza propria del corso montano, si adagiano nel piano dando inizio alla pianura alluvionale costruita dalla Toce e dai suoi affluenti e che si estende piatta ed uniforme sino al bacino del lago Maggiore. Con la scomparsa graduale dei ghiacciai si attiva in particolare la costruzione della piana dell’Ossola. L’aspetto assunto dalla regione è del tutto nuovo: lisciate le irregolarità dei fianchi montuosi, conservano i loro aspri contorni solo le cime che emergono dalla distesa ghiacciata mentre continuo è il deposito di sedimenti alluvionali operato dalla Toce; i ghiacciai hanno edificato ed abbandonato cumuli talora Valle Antigorio, gli orridi di Uriezzo.

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anche ingenti di materiali (morene e massi erratici) e gli agenti atmosferici degradano in continuazione la superificie mentre il fondovalle si va progressivamente innalzando sempre più (risulta da documenti certi, ad esempio, che il suolo di Domodossola (conoide di deiezione del torrente Bogna) si è innalzato, ad opera di quel corso d’acqua, di ben quattro metri dal 1627 in poi), l’Ossola va, in definitiva, lentamente assumendo l’aspetto attuale.”31 Ghiacciai di estensione minore ormai estinti, hanno depositi di materiale che vengono lentamente colonizzati dalla vegetazione ed antropizzati32; difficile riconoscere l’antico passaggio della massa glaciale. Solitari testimoni di antichi sfarzi glaciali sono i massi erratici33, tra di essi i più conosciuti erano quelli del Passo che hanno rappresentato il singolare ed obbligato passaggio per accedere alla valle Formazza, dando il nome alla frazione, finché sono stati rimossi per l’allargamento della strada. In altri casi gli erratici sono addossati ai versanti e correlabili a frane postglaciali34; di tale fenomeno si ha ampia testimonianza in numerose località35 dove le case sono spesso costruite tra un masso ciclopico e l’altro in perfetto mimetismo. “Tra i luoghi più celebri, come esempi della rovina meteorica, non esito a porre la valle del Toce, specialmente nel tratto da Pontemanlio a Foppiano (Valle Antigorio). I fianchi della valle, quasi a picco per centinaia di metri e sorgenti da gigantesche scarpe di detrito, rinchiudono la pianura alluvionale del Toce, dalla quale, sul fondo verdeggiante, si spiccano enormi monoliti di forme prismatiche, e in tanta quantità, che destano lo stupore del viandante. Alcuni fra questi sono di origine glaciale, ossia massi erratici, ma la maggior parte ruinarono dalle pareti laterali, come lo dimostra l’eguaglianza mineralogica della roccia in posto. Molti di cotali massi hanno più di mille metri cubi di volume. Uno torreggia fra gli altri, che porta al di sopra gli avanzi di una vecchia costruzione, forse una torre per segnalazioni ottiche; un altro si erge acuminato di fianco alla via, e mi preme di qui notarlo, perché lo credetti altra volta di origine erratica.”36 Accumuli di altra origine sono da porre in relazione con l’azione incessante del gelo e disgelo che opera una di-


struzione lenta ma incessante, come si può osservare per il monte Cistella, la cui vetta è formata da un affastellamento caotico di massi di gneiss. Gli accumuli37, conseguenza di eventi franosi, hanno anche sbarrato i corsi d’acqua con formazione di specchi lacustri antichi38 o recenti così come documentato: “Frequenti sono in montagna gli esempi di laghi formatisi in seguito a sbarramento della valle. Nella Val d’Ossola è celebre il Lago di Antronapiana, determinato il 27 luglio 1642 da una spaventosa frana, che, staccatasi dal vicino Monte Pozzoli, si gittò con orrendo fracasso attraverso la valle, rimontandola in parte dal lato opposto. In pochi minuti fu seppellito quasi tutto il paese di Antronapiana, con l’eccidio di 150 persone e di numerosi armenti. Impedito così il passo al torrente Troncone, le acque si accumularono sino al sommo della nuova diga, formando un bacino quasi circolare di circa tre chilometri di circuito, nel quale ogni tanto ancor precipitano nuovi massi, che si distaccano dalla cicatrice del Monte Pozzoli, ancora così fresca e ben visibile che non si direbbe vecchia di 257 anni! La massa franata è tanta che richiede per attraversarla una buona mezz’ora di rapido cammino tra larici ed abeti secolari, sporgenti fra i macigni accatastati. E’ da notare però che una parte di questo detrito appartiene a depositi morenici preesistenti. Analoga è l’origine del piccolo e poetico Lago d’Andromia, sotto la vetta del Pizzo d’Albione, pure in Val d’Ossola.” 39. Alcuni di essi sono ormai estinti40: ne sono testimonianza le torbiere o gli orizzonti carboniosi o metaniferi che caratterizzano gli alpeggi di Veglia o Devero. I resti fossili quali pollini, semi, foglie certamente legati a deposizioni lacustri di breve durata nel tempo, hanno registrato le caratteristiche dell’ambiente circostante ed erano reperibili sul greto del fiume Melezzo Orientale in valle Vigezzo41. Anche l’acqua dei fiumi ha contribuito alla formazione di numerosi accumuli fluviali in forma conoidale42, poi con il tempo completamente urbanizzati. Gli insediamenti, posti allo sbocco dei torrenti con la pianura, storicamente risultarono vulnerati dalle piene; le arginature sono chiari esempi di tentativi da parte dell’uomo di opporsi alle forze della natura. D’altronde i più popo-

lati insediamenti ossolani sono localizzati sulle conoidi, evitando così il fondovalle frequentemente oggetto di inondazione, e scartando la possibilità di insediarsi nelle aree montane i cui versanti sono spesso molto acclivi. “Sulla potenza della coltre alluvionale, senza dubbio notevole anche nelle parti più ristrette della valle, sarà opportuno ricordare che gli schemi stratigrafici che si riferiscono ad una serie di pozzi trivellati in questi ultimi decenni per la ricerca e la cattura delle acque da utilizzare a scopo industriale, ci hanno fornito dati del massimo interesse: uno di essi, aperto in territorio di Villadossola in materiale depositato alla confluenza Ovesca-Toce, ha oltrepassato i duecento metri di profondità senza raggiungere la roccia di fondovalle.43” Abbiamo sin qui osservato quale sia il contributo dell’acqua nella morfologia del nostro territorio. Frequentemente tale azione avviene al disotto della superficie terrestre poiché l’acqua segue un percorso nascosto e non risolvibile, verso le profondità della terra. A causa di questa circolazione gli elementi utili si concentrano a costituire risorse minerarie economicamente sfruttabili. Infatti l’Ossola fu in passato luogo primario per le coltivazioni minerarie con l’estrazione di minerali auriferi ed argentiferi. Di questa consuetudine sono testimonianza i nomi delle compagnie minerarie dai suoni inglesi44 pronti a ricordare epopee estrattive che ebbero luogo al di là dell’Oceano in giacimenti ben più estesi, in quanto quelli ossolani rappresentarono un laboratorio di prova. La nostra zona viene compresa nella “provincia Aurifera delle Alpi Occidentali”45, areale molto esteso che denota un fenomeno imponente che ha interessato le Alpi e che si è sviluppato indipendentemente dalle formazioni rocciose che racchiudono i filoni.46 La storia più recente è comunque a sua volta caratterizzata da ritrovamenti che hanno contraddistinto e reso assai significativo il territorio ossolano per precise e particolari scoperte mineralogiche. In particolare va segnalata la presenza di minerali delle terre rare47 da sempre ritenuti assai poco frequenti, se non di eccezionale ritrovabilità: alcuni sono presenti in pegmatiti come la 91


Valle Anzasca: la miniera d’oro della Guia.

tanteuxenite, euxenite, tapiolite, aeschynite, vigezzite, fersmite od anche in fessure come monazite, xenotimo, sinchisite, gadolinite, allanite. Da evidenziare anche specie rare come la roggianite48, la taramellite e la wenkite, queste ultime contenenti bario, presenti nella Cava di Candoglia fornitrice del marmo utilizzato per la costruzione del Duomo di Milano. Interesse assai considerevole ha assunto la zona del Monte Cervandone (Valle Antigorio – Formazza) dove si scoprono con discreta continuità minerali di fessura ad alto contenuto di arsenico49. Essi hanno nomi come asbecasite, cafarsite, chernovite, agardite, strashimirite, gasparite, cervandonite, fetiasite, paraniite – (Y)50. Di tutti i minerali sinora citati alcuni sono nuovi ritrovamenti assoluti, che rendono unica la nostra regione. Minerali di interesse sono stati estratti durante i lavori di scavo del traforo del Sempione, completando l’ampia panoramica offerta. In questa lenta percolazione attraversando zone frattu92

rate, con rocce di varia genesi e composizione, le acque si arricchiscono in sali minerali e tornano a giorno in polle sorgive.51 Le acque minerali, rappresentano ab illo tempore una ricchezza più duratura di quella dei giacimenti auriferi cui spesso sono geneticamente strettamente correlate52. La conoscenza delle acque minerali e delle loro proprietà curative risale alla seconda metà dell’Ottocento, periodo in cui maturò la convinzione presso gli industriali che le acque oltre al valore curativo potevano costituire fonte di reddito53. Solo dopo il 1906, anno dell’apertura del Sempione, avvenne un salto qualitativo anche in questo campo. Venivano ad esempio utilizzate acque arsenicali presso le miniere aurifere dei Cani54, sorgenti con caratteristiche idrochimiche differenziate, alcune delle quali presentano una forte acidità ed elevata mineralizzazione, con presenza d’arsenico, ferro e numerosi altri metalli. Queste acque confluiscono in un unico rio, il Crotto Rosso, il cui greto è coperto da un deposito ocraceo for-


matosi a seguito della deposizione degli ossidi idrati di alcuni metalli in soluzione, in particolare ferro. Il dato più evidente che emerge dalle analisi effettuate nel marzo 1993 dal Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi di Novara è il valore di pH (2,42 unità), che mette in evidenza una fortissima acidità minerale. Tale valore determina una forte capacità di mineralizzazione delle acque, a spese delle rocce con le quali vengono in contatto, e determinano la dissoluzione di metalli quali alluminio, ferro, manganese, zinco, che costituiscono la parte più importante dello spettro cationico. Sono da sottolineare le concentrazioni molto elevate raggiunte da questi metalli in soluzione, sino a 700 mg l-1 per il ferro e 140 mg l-1 per l’alluminio che, uniti alla forte acidità dell’acqua, rendono necessaria la sua somministrazione secondo precise prescrizioni mediche. Sono presenti inoltre molti metalli in concentrazione minore, quali arsenico, piombo, nichel. La conducibilità risulta di 4150 µS cm-1, pressoché interamente dovuta ai solfati, mentre fra i cationi prevalgono ferro e alluminio, seguiti da calcio e magnesio. Le cause della forte acidificazione e mineralizzazione delle acque è stata identificata in uno studio55 finalizzato alla valutazione delle possibilità di utilizzo terapeutico dell’acqua, nell’azione di dissoluzione delle acque sotterranee sulle arsenopiriti presenti nelle rocce, che fanno parte del complesso dei minerali auriferi estratti dalla miniera. In particolare la forte acidità è determinata dal processo di ossidazione dei solfuri, uno dei costituenti principali delle piriti, a solfati.

lia, come acque da tavola e medicinali. Esse sgorgano da un vivo masso di gneis micaceo, sorgente quasi isolato nel letto del fiume. Alcuni anni fa non si conosceva che un’unica sorgente; ma per mezzo di scavi praticati sapientemente, fra gli abbondanti stillicidi che irrorano la roccia e la tingono di chiazze gialle e rugginose, si riuscì ad aumentare l’efflusso della prima e a trovarne parecchie altre dotate di diverse proprietà. Le principali sono quattro, coi nomi di Luigia, Ausonia, S. Lorenzo e Adelaide, le quali distanti di solo pochi metri l’una dall’altra, contengono tutte quasi gli stessi sali, ma in dosatura assai diversa. Questo fatto, unito a quello di una temperatura fresca (da 5 gradi a 11 gradi C.) farebbe supporre che la mineralizzazione delle sorgenti non avvenga ad una grande distanza dal loro sbocco, ovvero che durante il loro percorso sotterraneo, sprigionandosi in parte quel gran solvente che è l’acido carbonico (che nelle fonti di Bognanco è straordinariamente abbondante) alcuni sali si depongano qua e là parzialmente, ed altri totalmente” 56. Le sorgenti che costituiscono le Terme di Crodo sono ubicate sul fianco destro dell’alta Valle del Toce, nella zona di radice dei grandi ricoprimenti alpini. Risultano quattro sorgenti denominate Fonte di Valle d’Oro57, Cistella58, Lisiel59 e Cesa60. Le prime due sgorgano entro il Parco delle Terme; la terza all’estremità settentrionale del parco, al piede dell’ampia conoide alluvionale del Rio Alfenza e la quarta sgorga nei depositi morenici a grossi blocchi che fasciano il fianco sinistro del Rio Emo.

Iniziò così lo sfruttamento di queste acque che venivano captate ed, opportunamente diluite, imbottigliate per cure orali e per anemie; inoltre si effettuarono bagni per cure dermatologiche con ottimi risultati, mentre di pari passo analisi chimiche effettuate presso centri universitari documentavano le proprietà terapeutiche della sorgente. Con grande soddisfazione gli amministratori locali possono finalmente captare l’acqua della sorgente arsenicale e convogliare mediante fanghidotto a valle per sviluppare un centro di cure termali. Così pure si racconta che: “Le acque minerali di Bognanco (Val d’Ossola), da parecchi anni fatte conoscere in Ita-

Cristallo di quarzo.

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Non solo acque minerali in Ossola ma termalismo, considerato nel suo corretto significato quindi acquae calidae, che vennero ritrovate anche durante il perforo della galleria del Sempione e furono di ostacolo alla realizzazione dell’opera. Ne dà notizia il Malladra: “Quest’acqua venne scoperta durante lo scavo del traforo del Sempione. Attorno alla progressiva 4410 dello scavo, dal versante italiano, in un tratto lungo solo 170 metri si contarono ben 40 sorgenti di diversa portata, di varia natura, di diseguale temperatura e regime che crearono notevoli problemi rallentando i lavori. Un’ ulteriore difficoltà fu dovuta al fatto che queste acque erano ad altissima pressione. La prima venuta d’acqua nel tunnel si verificò il giorno 1 settembre 1902 quando lo scavo stava attraversando un banco di calcare saccaroide. Altre sorgenti furono incontrate ai 9110 m. di avanzamento e avevano una temperatura superiore ai 40° C; ed altre ancora furono intercettate dal fronte d’attacco nord, quello sul versante svizzero e furono tali da dover interrompere l’avanzamento. Gli scavi seppur con difficoltà si conclusero ma restava da capire da dove provenisse tutta quest’acqua. Si eseguirono così prove con la fluorescenza, una sostanza che colora l’acqua e permette di seguirne il percorso. La sostanza fu messa nel lago d’Avino, nel torrente Diveria e nel Cairasca, dando però esito negativo, non era da questi che l’acqua si infiltrava fino a raggiungere il tunnel. Un’altra ipotesi era che l’acqua penetrasse nel terreno dalle aree che sovrastavano la galleria, una zona quella del lago d’Avino, della valle Vallè, del Passo delle Possette simile alla regione del Carso con profonde incisioni, imbuti, avvallamenti e depressioni” 61. Ed ancora ai Bagni di Craveggia62 di cui si dice: “La sorgente termo-minerale detta dei bagni di Craveggia, che sgorga da rupi di gneiss fondamentale in Valle Onsernone, e segna un punto di confine fra l’Ossola e il Canton Ticino. L’efflusso è di 12 litri al minuto, e la sua temperatura si mantiene costantemente a 30° C., benchè a 1000 metri circa sul livello del mare. Era nota sino dal 1406, sotto il nome di flumen acquae calidae; l’Amoretti la descrisse sul finire del secolo scorso.” 63 Ed ai giorni nostri a Cadarese di Premia è stata rinvenuta una sorgente di acqua calda durante un sondaggio geotecnico eseguito dall’ENEL nel 1992. E’ la temperatura la caratteristica sorprendente di questa fonte, in94

fatti l’acqua sgorga ad una temperatura che va dai 42,3 Co ai 42,5 Co. L’acqua è stata sottoposta alle analisi previste dalle normative vigenti, in base alle quali è stata riconosciuta batteriologicamente pura con caratteristiche ipertermali, ricca di sali minerali, solfato calcica. Il comune di Premia per valorizzare questa risorsa naturale sta realizzando un centro termale dove poter sfruttare gli effetti terapeutici di queste acque. Dalle analisi eseguite risulta infatti utilizzabile con metodiche di balneoterapia e fangoterapia, per la cura di patologie di pertinenza reumatologica, ortopedica, traumatologica e dermatologica63. Sempre l’acqua grande risorsa ossolana è stata oggetto dai primi decenni del Novecento di sfruttamento per scopi idroelettrici mediante la realizzazione di infrastrutture quali dighe per lo più realizzate su bacini lacustri preesistenti, in zone di alta montagna. Si tratta di zone di circo glaciale quindi di ampi bacini superiori delle valli che come si è già detto in precedenza vanno restringendosi sempre più verso il basso facendosi via via anguste e dove sono state posate condotte forzate e canali di derivazione. Tutto ciò ha determinato il cambiamento dell’aspetto di molte vallate. La ricca documentazione fotografica raccolta nel libro “Girola-un’impresa sulle Alpi”64 descrive più di qualsiasi altra cosa quello che fu il fermento di quegli anni dell’idroelettrica italiana. Per la società dell’ingegnere Ettore Conti65, l’impresa Girola e l’arch. Piero Portaluppi costruiscono le centrali di Verampio, Crego, Valdo, Sottofrua, Cadarese e Crevoladossola. Conti e Portaluppi intesero fin dall’inizio questa rete di splendide centrali elettriche come gioielli che esprimevano luminosamente l’energia in loro accumulata. Dalla valle Antigorio Formazza lo sfruttamento idroelettrico si è esteso ad altre valli che presentano conformazione morfologica analoga e si possono individuare dei sistemi idroelettrici omogenei anche in valle Devero, val Bognanco, valle Antrona, val Divedro, Crevola-Domodossola-Pallanzeno-Piedimulera-Ornavasso, valle Anzasca. Di realizzazione recente sono altri impianti quali quello di Pieve Vergonte con derivazione dall’Anza a Battiggio e centrale in caverna a Fomarco di Pieve Vergonte,


Alta Valle Formazza: i laghi Kastel e Toggia.

e quello di Varzo con presa sul Diveria a Paglino e centrale in caverna a Varzo. Negli anni 90 venne anche presa in considerazione l’ipotesi di costruire nel comune di Premia, in località Piedilago un impianto per la produzione di energia idroelettrica del tipo ad accumulazione mediante pompaggio a ciclo giornaliero. Il progetto prevedeva la presenza di due serbatoi, quello superiore esistente (bacino di Agaro), mentre quello di valle un bacino artificiale ricavato mediante scavi ed arginature realizzate in sinistra orografica del fiume Toce, nella Piana di Pissaro. La particolarità di questo impianto sarebbe stata la possibilità di accumulare energia (costituita da volumi d’acqua trasferiti dal serbatoio inferiore a quello superiore) nelle

ore di minore richiesta, in genere quelle notturne e festive, per restituirla nei momenti di maggiore domanda elettrica. Purtroppo sembra che non verrà realizzato per mancanza di fondi. Sempre relativamente allo sfruttamento dell’acqua come forza motrice in Ossola esisteva una rete di opifici66 e strutture produttive “andanti ad acqua” come mulini, molinetti67, segherie68, ferriere. L’uso dell’energia idraulica per mettere in moto “ruote ad acqua” che potevano azionare macine, magli ed altri meccanismi semplici destinati alla trasformazione e lavorazione dei prodotti, risale ad epoche molto antiche, ma la effettiva diffusione di tali strutture si fa risalire al periodo medievale. 95


ticale in grado di trasmettere il moto alle macine di pietra poste superiormente. La presenza dell’acqua è stata determinante per lo sviluppo degli insediamenti umani infatti oltre a essere fondamentale per l’approvvigionamento idrico, la vicinanza di corsi d’acqua poteva avere funzioni difensive e favorire lo sviluppo delle comunicazioni e dei commerci. D’altro canto, alluvioni e scoscendimenti parteciparono a rimodellare nel corso dei secoli la mappatura degli insediamenti, trasformando il paesaggio e costringendo l’uomo a escogitare tecniche per proteggere le abitazioni e le zone coltivate.

Valle Antigorio, località Maiesso: le erosioni del fiume Toce.

Il mulino ad acqua69, è stato per lunghissimo arco di tempo, una struttura di vitale importanza per la popolazione; di piccole dimensioni, posto in vicinanza di fiumi, rii e torrenti, di cui captava le acque mediante canalizzazione scavata direttamente in roccia o in legno, macinava70 segale, castagne71, e assicurando le risorse alimentari alle popolazioni che ne usufruivano. Si possono distinguere due tipi fondamentali di mulini, a seconda della posizione della ruota idraulica che li azionava; il mulino orizzontale, con ruota motrice orizzontale, adatta a sfruttare portate d’acqua limitate, proprie dei regimi idraulici torrentizi, e il mulino “verticale”, con ruota motrice verticale mossa dalla caduta dell’acqua, presente sui corsi d’acqua a portata costante e copiosa. Nelle valli ossolane, visto il regime torrentizio dei diversi corsi d’acqua, si è sempre preferito il mulino con ruota orizzontale formata da 14-16 pale a cucchiaio realizzate in legno di quercia e saldate ad un albero ver-

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Anticamente le tecniche d’approvvigionamento idrico erano concentrate in pochi punti e l’accesso all’acqua potabile era assicurato da pozzi a carrucola e da cisterne d’acqua piovana soprattutto in zone di montagna lontane da corsi d’acqua72. Quando la gestione dell’acqua divenne un compito dei comuni essi si dotarono di condotte che rifornivano fontane e lavatoi pubblici e privati. Sistemi di approvvigionamento idrico moderni furono realizzati nei centri maggiori nella seconda metà del XIX secolo e con qualche ritardo sorsero anche canalizzazioni per lo smaltimento delle acque di scarico spesso realizzate in pietra ollare chiamata anche localmente con il termine di laughera73 o laveggio ed attualmente utilizzata per realizzare piastre per riscaldare e cuocere le vivande. La nostra pietra era molto conosciuta: “In Piemonte nella val d’Ossola a Vagna (e in val Bognanco) si ha una serpentina detta ollare di colore variabile dal plumbeo al verde cupo, è facilmente lavorabile al tornio e suscettibile di lastratura: se ne fanno tubi per fumo, per cessi e per condutture d’acqua, come le condutture di Pallanza, Acqui e S. Remo. A tali usi serve pure la serpentina d’Oira (Nonio) sul lago d’Orta, detta impropriamente marmo d’Oira. I tubi di serpentina di Vagna possono avere lunghezza di m. 1.20, con diametro interno da 0.035 a 0.28, e collo spessore delle pareti da 0.015 a 0.03. La varietà d’Oira è alquanto inferiore a quella di Vagna perchè trovandosi intersecata da numerose vene di quarzo è ottenibile solo in pezzi di limitate dimensioni.” 74


Le canalizzazioni a cielo aperto non sono così diffuse nel nostro territorio come nel vicino cantone Vallese povero di precipitazioni dove si svilupparono fin almeno dal Medioevo complessi sistemi d’irrigazione chiamati “bisses” in francese, “suonen” in tedesco. Le “bisses” vallesane sono documentate fin dall’XI secolo, altri sistemi d’irrigazione medievali sono stati scoperti nei Grigioni e in Ticino. Nelle regioni più ricche di precipitazioni, i sistemi d’irrigazione servivano invece a fertilizzare prati e campi di grano. Le precipitazioni in Ossola sono invece complessivamente abbondanti, se confrontate con i valori medi nazionali, perché i suoi monti, ed in particolare quelli che segnano la linea spartiacque con il Canton Ticino ed il Verbano, costituiscono, insieme ai rilievi della val Strona e del bacino del Lago d’Orta, i primi ostacoli che le masse d’aria umide provenienti dal Mediterraneo incontrano, dopo aver attraversato la Pianura Padana, riscaldandosi e raccogliendo inquinanti atmosferici. L’incontro con il rilievo alpino, non mitigato dalla presenza delle prealpi, determina un innalzamento e raffreddamento delle masse d’aria, con conseguenti precipitazioni, di intensità variabile a seconda della perturbazione a determinare spesso piogge intense e prolungate. Questi fenomeni si verificano durante i massimi primaverile ed autunnale; le precipitazioni di massima intensità e breve durata possono essere sia episodi isolati di carattere temporalesco, sia momenti di particolare intensità durante eventi piovosi di durata prolungata. In questo caso possono essere particolarmente pericolosi perché possono provocare la saturazione di terreni aventi un già alto contenuto d’acqua con decremento delle caratteristiche di resistenza e creazione di fenomeni di dissesto, numerosi in passato75 e purtroppo sempre più frequenti come nel mese di ottobre 2000 che hanno colpito la rete idrografica sia principale che minore, manifestando importanti portate di piena dei tributati principali (T. Diveria, T. Bogna, T. Ovesca, T. Anza,) e inducendo un incremento significativo del livello del Fiume Toce. Contemporaneamente si sono

verificati una serie di fenomeni di carattere torrentizio lungo le linee di impluvio secondarie, i quali hanno determinato sia la riattivazione delle attività erosive che fenomeni di trasporti in massa in alveo; lo sviluppo di tali attività ha indotto dapprima la parziale occlusione di diverse tombinature delle sedi viarie vallive e, successivamente, l’invasione di alcuni tratti di arteria viaria da parte di materiali solidi e portate liquide. Nel contempo, l’incremento di deflusso nei collettori principali, favorito anche dallo scioglimento delle nevi in quota, ha innescato i fenomeni di dissesto che hanno interessato le sponde sia naturali che artificiali, determinando erosioni di sponda diffuse con inondazione ad alta e bassa energia. Tali fenomeni sono stati favoriti sia dal trasporto in massa che, soprattutto, dalla presenza in alveo di abbondate materiale alluvionale e flottante di natura vegetale. Sempre nell’ottobre 2000 si sono verificati gravi danni alle infrastrutture viarie, con cedimenti delle carreggiate, asportazione delle porzioni più a rischio (tornanti), scalzamenti al piede, sifonamenti del sottofondo con cedimenti del manto bituminoso. L’azione combinata tra le precipitazioni meteoriche, i fenomeni di ruscellamento diffuso ed incanalato, la saturazione dei corpi detritici ha infine innescato una serie di fenomeni gravitativi delle coperture, i quali si sono materializzati con scivolamenti e di colata. Note tecniche

3 Le beole petrograficamente vengono chiamate ortogneiss della falda Monte Rosa che ha la sua zona di radice nella piana ossolana. I litotipi sono localizzabili a Beura, Cardezza, Villadossola, Pallanzeno, alta valle Antrona. Le cave sono situate nel nucleo della larga antiforme della zona Monte Rosa, che ha un piano assiale subverticale con direzione E-W. Tale zona ha subito una notevolissima deformazione che ha formato rocce con tessitura scistosa planare e fortissima lineazione, dove i componenti chiari formano matite lunghe una spanna con diametro di uno o due centimetri. A Ceppo Morelli si coltivano invece ortogneiss grossolani ghiandoni (Serizzo Monte Rosa) che hanno conservato quasi perfettamente l’aspetto dell’originario granito a grana grossa. Le colorazioni sono variabili a seconda. del97


la grana della roccia e del contenuto in miche, si passa dalle beole grigie alla cosidetta pietra argentea con molta muscovite. I materiali coltivati nelle vicinanze del Monte Calvario ed in valle Vigezzo sono ortogneiss tabulari il cui granito originario era a grana fine, si tratta di orizzonti verticalizzati aventi caratteristiche simili a quelli delle beole ma con minori caratteristiche estetiche. Analoghi alle beole sono gli gneiss del Monte Leone, macroscopicamente sono molto simili alle beole più muscovitiche (beola Isorno e Favalle). La quarzite di Vogogna: si tratta di una quarzite permocarbonifera quindi non è una vera quarzite di derivazione sedimentaria (derivante da arenaria molto quarzosa metamorfosata) come quella cavata a Barge Sanfront (“bargioline”). Ma si tratta di ortogneiss laminati molto fissili, tipo beola, con colorazione verdina data dalla fengite, mentre le varietà più grigie contengono muscovite. Chiamata degli “scisti di Fobello e Rimella” ha infatti subito un elevata deformazione essendo al contatto con la linea Insubrica. 4 I serizzi petrograficamente sono noti come ortogneiss della falda d’Antigorio che affiora con grande estensione in valle Antigorio Formazza ed in valle Divedro. Essa è rovesciata verso verso Nord Ovest con un fronte arrotondato avente spessore massimo di 1 Km e nella zona di radice (a meridione) si assottiglia. Le buone condizioni di affioramento sono legate al fatto che le valli tagliano la falda. La roccia è di tipo gneissico con scistosità non tanto efficace da impedirne l’uso come i materiali granitoidi cioè con taglio e successiva lucidatura. “Serizzo” è un termine tecnico per indicare litotipi che provengono da zone settentrionali della val d’Ossola. A seconda di dove è posizionata la cava all’interno della falda si estraggono litotipi diversi: quelli meridionali presentano una foliazione più fitta. I litotipi tipo beola sono nella zona di radice oppure vicino al margine della falda a contatto con le falde sottostanti o sovrastanti. I materiali estratti provengono: da Crodo (Serizzo Antigorio), ortogneiss a grana media con tessitura occhiadina, talora porfirica, ricco di biotite viene anche detto serizzo scuro; da Varzo e dintorni, in val Divedro (Serizzo Sempione o “Granito” di Varzo). Si possono considerare due varietà una a fondo bian98

co con sottili e brevi livelletti di biotite, localmente anche solo aggregati puntiformi, detta grigio chiaro; l’altra con più abbondante e diffusa biotite che scurisce la roccia, è detta grigio scuro sono coltivati come beole. Dalla val Formazza (Serizzo Formazza), gneiss granitoide a grana fine con scistosità rada e poco marcata biotite presente in debole quantità, roccia a fondo bianco con leggera macchiettatura nera. Viene chiamato anche serizzo bianco, si tratta di un bell’ortogneiss biotitico, a tessitura generalmente occhiadina uniforme, più scuro delle beole tipiche. 6 Il marmo rosa di Candoglia viene tuttora utilizzato per il restauro del Duomo di Milano. Nella zona di Candoglia è presente il banco di calcare cristallino disposto verticalmente nelle rocce gneissiche che limitano a Sud la formazione diorito-kinzigitica. La colorazione rosata del marmo è imputabile alla presenza di ossido di ferro diffuso nella roccia. Purtroppo una notevole percentuale del marmo non può essere utilizzata per la presenza di solfuri di ferro, diffusi in piccoli noduli o in sciami di minutissime inclusioni; queste inclusioni alla superficie delle lastre in opera negli esterni, a contatto con le acque meteoriche, danno un colore rugginoso con grave deturpazione cromatica. Il marmo di Ornavasso o marmo grigio Boden. E’ situato sul versante destro idrografico della val d’Ossola, nei pressi di Ornavasso, di fronte a Candoglia e rappresenta la prosecuzione delle grandi lenti di calcare cristallino. Il marmo di Crevola. Si tratta di marmi dolomitici facenti parte di un intercalazione metamorfica mesozoica della falda Lebendun posta tra la falda Antigorio (inf.) e la falda Monte Leone superiormente dolomie cristalline saccaroidi viene estratta a Crevola in val d’Ossola e commerciata con il nome di “marmo di Crevola”. La roccia è di colore fondamentalmente bianco grigiastro contiene diffusi letti di mica flogopite di colore marrone violaceo, e viene cavata in due tipi fondamentali a fondo grigio ed a fondo bianco; in ambedue i tipi la presenza della mica flogopite variamente distribuita viene a creare un interessante effetto cromatico d’assieme. La dolomia di Crevola d’Ossola, in confronto ai calcari saccaroidi, presenta una maggiore resistenza all’azio-


ne chimica degli agenti atmosferici oggi particolarmente aggressivi nelle grandi città industriali. In dolomia di Crevola è stato realizzato il rivestimento dell’Arco della Pace a Milano. 7 Il granito di Baveno affiora con un complesso roccioso largo circa tre chilometri, sviluppato in direzione NE-S0 per circa 10 km sulla riva piemontese del Lago Maggiore. La massa granitica è compresa tra gli gneiss e gli scisti della cosidetta “serie dei Laghi” a Nord, si trova circoscritta dalle alluvioni quaternarie dei fiumi Toce e Strona. Il granito di Baveno si presenta in due colorazioni diverse: rosa e bianco. La roccia granitica di Baveno ha una granulazione media ed uniforme, ed è caratterizzata da una elevata compattezza, in alcune zone l’omogeneità della roccia è interrotta dalla presenza di geodi che raggiungono anche parecchi decimetri di diametro, ricoperte di eleganti e ricche cristallizzazioni di varia natura. Nella massa granitica sono presenti anche concentrazioni di minerali di ferro e magne-

sio, vene allungate di granito a struttura grossolana con grandi lamine di mica biotite, “catene” che terminano assottigliandosi nella massa del granito. Il granito di Montorfano di colore nettamente bianco punteggiato di nero per la presenza della mica biotite. L’omogeneità della roccia è rotta dalla presenza di zone ricche di quarzo o di feldspato; si trovano numerose inclusioni di piccoli frammenti di rocce metamorfiche scistoso-cristalline che conservano ancora i loro caratteri originari. Il granito verde di Mergozzo appartiene alle rocce dioritiche, affiora sulle pendici nord-occidentali del Montorfano. E’utilizzato per scopi decorativi; le macchioline verdi diffuse sono dovute a clorite; i granuletti violacei, meno frequenti, sono costituiti da quarzo. Il “granito” nero di Anzola, è classificato come granulite metamorfica di colore nerastro; veniva cavato presso Anzola ed apprezzato per le notevoli qualità tecniche ed estetiche tuttavia la presenza di inclusioni diffuse di solfuri portavano alla formazione di ossidi di ferro che in forma di macchie gialle deturpavano le superfici lucidate.

Lo scoglio granitico del Montorfano arrotondato dai ghiacciai.

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Note con il metamorfismo durante la formazione delle Alpi “La tessitura gneissica (da un nome in uso presso i minatori di Freiberg, (gneiss o gneuss denominavano colà i minatori la roccia incassante di vene argentifere. Questo vocabolo si pronuncia gnaiss, non nieis), è dovuta, come la scistosa, ad una sorta di stratificazione, di orientazione comune degli elementi.” vedi Gneiss di Beura nell’Ossola”. ISSEL A. Compendio di Geologia, 1896, parte prima p.336 3 vedi nota tecnica 4 vedi nota tecnica 5 appartenenti a pieghe a grande scala, influenti sulla morfologia di intere vallate, 6 vedi nota tecnica 7 vedi nota tecnica 8 Nelle catene di tipo alpino, durante le formazioni plastiche connesse all’orogenesi, si formano delle grandi pieghe coricate. Le continue deformazioni tendono sempre più ad assottigliare la piega, che viene man mano sradicata dal suo luogo di formazione e spinta in avanti. Si ha così una falda di ricoprimento, unità tettonica che è alla base della struttura delle Alpi. 9 ben visibile la piega ripiegata esposta nella parete orientale del Monte Leone 10 proprio in Ossola gli studiosi verificarono la corretta interpretazione della teoria geologica sulla formazione delle Alpi trovando, durante la realizzazione del traforo del Sempione, conferme e smentite alle ipotesi fatte. Il percorso denominato “geotraversa del Verbano-Ossola-Formazza” rappresenta un’escursione classica per le Università italiane ed estere. In particolare si effettuano degli stop a Fondotoce Montorfano, Albo di Mergozzo, Nibbio, Loro, Villadossola, Pontemaglio-Oira, Verampio Centrale Bovera, Baceno, Premia 11 in molti casi ben accessibili dal versante a franapoggio e quasi inaccessibili da quello a reggipoggio. Di ciò si hanno mirabili esempi nel piano del Teggiolo o alla Pioda di Crana, esempio di lembo di sovrascorrimento isolato. 12 a Verampio è visibile la finestra tettonica dove affiorano strati del basamento roccioso antico, precedente alle Alpi, messo alla luce dall’erosione glaciale del Toce e del Devero 13 tra Pian Buscagna-Devero, Crampiolo-Devero, Devero-Goglio, Croveo-Baceno, Baceno-Verampio o meno evidenti in altri punti quali Goglio-Croveo, Codelago-Crampiolo 14 tra Lago Sabbione-Piano Camosci, Bettelmat-Riale, val ToggiaRiale, Frua-Sotto Frua, Fondovalle-Foppiano, Uriezzo-Verampio, Pontemaglio-Oira. 15 dal “BELPAESE” Serata VII di A. Stoppani 1914 16 Mozzio, Viceno, Cravegna, Bannio e Anzino, Trontano, Cardezza, Montecrestese, Cimamulera. 17 Agua, Coipo, Pescia, Colmine di Crevola 18 Agaro, Alba, val Bianca, val Quarazza, Mondelli, Dagliano 19 Antillone, San Rocco, Sasso di Premia 20 mirabile esempio è rappresentato dalla forra di Balmafredda, raggiungibile dalla frazione Centro di Premia, seguendo la strada che scende in circa dieci minuti in un’ampia conca prativa, per poi addentrarsi tra due pareti rocciose di mirabile effetto. E’ legata ai piani di frattura orientati NE-SW. 1 2

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Diveria, Silogno, Antolina, Arvera, Balmasurda, Pontepertus, Morghen 22 dove le strettoie corripondono a soglie rocciose tra un bacino e l’altro incise dai torrenti. 23 Oira, Croveo, Majesso (questo sito si presenta variegato a causa dei fenomeni erosivi determinati dalla formazione di rapide, vortici ad asse sub-verticale che hanno trascinato ciottoli e sabbia. Inoltre la roccia crea effetti cromatici per la presenza di ferro che si è ossidato. L’area si sviluppa a più livelli determinando un palcoscenico di rara bellezza); rio Cianciavero; caratteristiche sono quelle nelle rocce verdi all’alpe Campo o del torrente Quarazza. 24 Calcari e dolomie metamorfiche 25 Monte Teggiolo, lago Kastel 26 Pojala, Candoglia 27 Non si tratta sempre di fenomeni carsici in senso stretto cioè di dissoluzioni in rocce carbonatiche ma anche di fratture in rocce silicee. Nel “Censimento dei Biotopi della Provincia del Verbano Cusio Ossola” (1999) effettuato da Cattin M. e altri, vengono segnalate numerose località. 28 la speleologia in val d’Ossola ha avuto sviluppo grazie a Pietro Silvestri studioso locale che ha valorizzato l’area del lago Kastel in alta valle Formazza. Attualmente il Gruppo Grotte Novara (www.gruppogrottenovara.it) e il Gruppo Speleologico Biellese sono impegnati in campagne di rilevamento. 29 morene mediane, laterali: Belvedere, Gries, Hosand, Monte Leone 30 Issel A. ,1896, Compendio di geologia, parte prima p.186 31 Aldo G. Roggiani, “Sull’origine delle Alpi, quindi dell’Ossola” in Terra d’Ossola Edizione Lions Club 1984 32 Cresta di Premia esempio evidentissimo di morena mediana. 33 massi isolati di dimensioni ciclopiche 34 esse sono conseguenza del ritiro delle masse glaciali che hanno liberato dal loro peso ammassi rocciosi già evidentemente fratturati ed hanno le stesse caratteristiche petrografiche della roccia in posto. 35 Croveo, Ceppo Morelli, Cagiogno di Premia. 36 A. Malladra, 1894, Scene e paesaggi dell’Ossola antichissima, pag.45, Milano 37 “Nel ramo ormai molto più breve di nord-est, l’interrimento prodotto dalle alluvioni riesce, per così dire, ancor più manifesto, colla netta separazione del Lago di Mergozzo, tagliato fuori dal grosso del Lago Maggiore per opera del Toce. Questo tranquillo laghetto, incorniciato fra le rudi pareti del Montorfano ed i morbidi pendii del Faie`, apparteneva ancora al gran lago al tempo di Polibio, che visse nel II secolo a.C., e forse gli appartenne ancora per molti secoli dopo. Infatti, il Macagno nella sua corografia, pubblicata nel 1490, lo designa semplicemente col nome di Sinus Mergotianus. E’ anzi opinione di alcuni che il Lago Maggiore, anche in tempi storici, si inoltrasse sino ad Ornavasso; avanzo di questa passata grandezza del lago sarebbe il Lancone, fra Ornavasso e Gravellona, anticamente assai più sviluppato. (Vedi De Vit, Il Lago Maggiore, ecc., Vol. I, pag. 23 e segg.; Prato, tip. Alberghetti, 1875)” in Stoppani A.,19001903-1904, Corso di Geologia terza edizione con note aggiunte a cura di A. Malladra (tre volumi) , Milano, vol.I p 217 38 In età postglaciale, come al di sopra del gradino glaciale di Fondo21


valle, chiamato delle “Casse”, come conseguenza di una frana caduta, da una cima sovrastante, in epoca postglaciale. 39 Stoppani A.,1900-1903-1904,(op. cit.) p.161. 40 Gli specchi lacustri sono stati i primi ad essere liberati dai ghiacci ed i fenomeni di interrimento hanno avuto tempo sufficiente per trasformarsi in palude e poi prato. 41 Durante le ultime glaciazioni, masse moreniche presenti ad Est di Re costituirono un importante sbarramento cosicchè si formò un bacino lacustre in cui si deposero rilevanti quantità di sedimenti limosi in strati di colore chiaro (nel periodo estivo) e scuro (nel periodo invernale) per la presenza di sostanza organica. Successivamente lo sbarramento morenico fu demolito dalle acque del torrente Melezzo con conseguente vistoso rimaneggiamento e terrazzamento dei retrostanti depositi lacustri, ovviamente questo fenomeno morfologico si è verificato in più cicli con fasi analoghe di deposizione e demolizione con tale regolarità da permetterne una datazione relativa. 42 Alfenza, Anza, Anzuno, Bogna, Ogliana, Diveria, Ovesca, Isorno, Melezzo. 43 A.G. Roggiani, 1984 op.cit. 44 The Pestarena Gold Mining Co. Limited, Antrona Gold Mining Co. Limited, Anglo Italian Co. Limited 45 Giacimenti primari ma anche secondari (nelle alluvioni dei corsi d’acqua) chiamati “placers”. 46 Le località ossolane segnalate sono le seguenti: Crodo (Alfenza, Faella), Gondo (Svizzera), valle Antrona (Mottone, Mee), val Bianca (Cani-Agarè), Pestarena-Lavanchetto, val Quarazza (Quarazzola, Col Badile), Vogogna, Val Toppa, Vallaccia, val Segnara, Monte Capezzone 47 Gli elementi delle terre rare sono poco conosciuti dall’uomo comune e per molti decenni hanno costituito un grosso problema per i chimici. Il loro nome deriva dal fatto che erano ritenuti un tempo particolarmente rari. Essi sono utilizzati per diversi scopi: il lantanio nella costruzione di speciali obiettivi fotografici, il samario per la costruzione di magneti permanenti, l’europio ed il samario come costituenti essenziali del materiale luminescente dei tubi catodici per televisori a colori, il neodimio è usato per vetri di bel colore violetto, il gadolinio in alcune imitazioni del diamante. Alcuni di tali minerali sono esclusivi dell’Ossola (nelle Alpi): ossidi (cerianite, tanteuxenite, fersmite, vigezzite, cervandonite, pirocloro-Ce), fosfati (monazite-Nd) arseniati (gasparite, chernovite), silicati (cascandite, jervisite). 48 La roggianite deve essere classificata come zeolite, essa è l’unica che presenta berillio come costituente fondamentale, inoltre presenta altre caratteristiche che la rendono molto singolare. La prima determinazione è stata fatta da Passaglia (1969) che l’ha descritta come allumosilicato di calcio idrato usando i metodi analitici disponibili a quel tempo: gravimetrico, spettrofotometrico ad emissione, volumetrico complessimetrico e colorimetrico. Nel 1985 venne fatto un riesame cristallochimico completo usando tecniche più moderne: microsonda elettronica, spettrofotometro ad assorbimento atomico, TG, diffrattometro a raggi X. L’esatta determinazione si è resa necessaria poiché Voloshini et alii (1985) proposero la ginzburgite come nuovo minerale avente caratteristiche simili alla roggianite.

Viene sottolineata la primaria importanza della zona del Cervandone, nella quale sono stati rinvenuti numerosi minerali in prevalenza arseniati come cafarsite, asbecasite, chernovite, clorotilo-mixite, gasparite. La loro genesi è conseguente a processi di rimozione di un antico (Ercinico) deposito minerario di Cu-As che durante il metamorfismo alpino è stato rimobilizzato da soluzioni idrotermali. Tale ipotesi è stata sostenuta dal Prof. Stefan Graeser in contrasto con le teorie precedenti che avevano utilizzato in precedenza per spiegare la presenza di solfosali (solfoarseniuiri di Pb, Cu, Ag) nelle rocce dolomitiche più a Nord (Lengenbach, Binntal). Ciò è confermato dalla presenza della sorgente arsenifera dell’Alpe Veglia che rappresenta un trasporto di arsenico attraverso gli gneiss che continua ai giorni nostri. 50 minerale scoperto recentemente avente formula chimica Ca2 Y(AsO4)(WO4)2 la cui caratterizzazione è stata effettuata presso l’Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Chimica Strutturistica. Si tratta di un minerale di colore giallastro di 2 mm ritrovato sul versante Est del Monte Cervandone 51 favorite ancora da presenza di fratture nelle rocce o dalla differente permeabilità tra le rocce e la copertura detritica. 52 per Crodo vedi A. Del Boca, (1993) “L’oro della valle Antigorio. Le acque minerali di Crodo fra realtà e leggenda” Edizioni Centro Studi “Piero Ginocchi” Crodo. 53 vedi Chiaramonte U., 1985, “Industrializzazione e movimento operaio in val d’Ossola”, Franco Angeli Editore 54 in Comune di Vanzone con San Carlo in valle Anzasca 55 Quaranta E. & R. Mosello. 1995. Le acque arsenicali-ferruginose di Vanzone (val Anzasca, Novara). Studi recenti finalizzati all’utilizzo terapeutico. Oscellana, 25: 230-237. 56 Stoppani A.,1900-1903-1904, (op. cit.) pp. 407-409 57 La forte mineralizzazione, che risulta sensibilmente più elevata di quella delle altre tre sorgenti vicine (Lisiel, Cesa, Cistella), è determinata prevalentemente dai solfati fra gli anioni e da calcio e magnesio fra i cationi. 58 Le sperimentazioni cliniche e farmacologiche indicano che le acque della sorgente Cistella come già indicato per la Fonte Valle d’Oro sono indicate particolarmente nelle dispepsie e nelle enterocoliti. 59 Le acque della sorgente Lisiel sono particolarmente indicate nelle manifestazioni cliniche consensuali a ipocinesi e a ipocrinia gastrica ed in generale nelle dispepsie funzionali gastroduodenali. Quest’acqua è particolarmente indicata per le diete povere di sodio, può avere effetti diuretici, favorire l’eliminazione dell’acido urico e stimola la funzionalità gastrica facilitando la digestione. 60 Le acque della sorgente Cesa sono indicate nel trattamento delle malattie del rene e delle vie urinarie, delle dispepsie gastroduodenali e intestinali e delle colecistopatie. 61 Alessandro Malladra, 1902, “L’acqua del Traforo del Sempione”, Milano Tipografia Cogliati; 1905 “Il Traforo del Sempione”, Milano Tipografia Cogliati 62 Negri B., Roveri M. e R. Mosello, 1989. “Le acque termali ossolane 2. I bagni di Craveggia”, Oscellana, 19: 225 - 243. 63 Stoppani A.,1900-1903-1904, (op. cit.) pp.402-403 64 M. Jakob, U. Stahel, “Girola-un’impresa sulle Alpi” con foto di A. 49

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Paletti Fotomuseum Winterthur Scheidegger & Spiess 1998 65 fondatore nel 1901 della Società per Imprese Elettriche Conti e C. 66 La Roggia dei Borghesi di Domodossola, ha origini antichissime ed è certamente anteriore alla costruzione delle mura del 1300 e del relativo fossato il quale era peraltro privo d’acqua. Già negli statuti del 1425 alcune prescrizioni riguardano la roggia che doveva essere protetta con graticci e non doveva essere inquinata nelle ore diurne. Analoghe prescrizioni sono contenuti nei Bandi politici della città di Domodossola del 1830. Lungo il suo percorso erano attivi numerosi mulini. Cfr. Bologna P., F. Ferraris, 1985, “D…come Domodossola”. Ed. Eco Risveglio 67 “Nel gruppo del M. Rosa la maniera di giacimento dell’oro (in piriti) non permette il trattamento idraulico; si usano invece dei molini speciali costituiti da due macine sovrapposte e chiuse in una cassa cilindrica. La macina inferiore è fissa e lascia passare a sfregamento dolce un asse che porta da una parte la macina superiore e dall’altra una ruota idraulica orizzontale. Fra le due macine si pone il minerale già rotto in pezzi insieme ad un po’ di Hg col quale poi si amalgama l’oro separato dalla polverizzazione. Quest’amalgama si separa dalle goccioline liquide che ancor rimangono premendo il tutto in una pelle di camoscio. Una distillazione separa poi il Hg dall’amalgama dall’oro. All’esposizione di Milano quest’industria figurava degnamente dimostrando di essere in fiore. Se le piriti contengono Sb od As allora l’estrazione dell’oro diventa complessa e sovente non economica, perchè possono formarsi composti di Au che sono volatili” Jonghi & Landriani, Nozioni di Mineralogia descrittiva in Sunti di Geologia e Mineralogia p.6 68 Interessante è la segheria idraulica di Salecchio Superiore: si tratta di un edificio in legname e pietrame utilizzato come segheria a forza motrice idraulica trasmessa dalla rotazione della ruota esterna ad un sistema di trasmissione interamente in legno alla sega. L’edificio è in ottime condizioni di manutenzione ed il piano superiore è occupato dalla segheria con la slitta di avanzamento dei tronchi mentre il piano inferiore è occupato dal sistema di trasmissione della forza dall’albero collegato alla ruota al movimento della sega. Anche a Osso di Croveo è da vedere un edificio in legname e pietrame utilizzato come segheria e falegnameria fino al 1988. Un canale conduceva l’acqua a mezzo di un tombino. L’acqua faceva girare le pale collegate ad un albero presente al pian terreno della costruzione. Attraverso due cinghie il movimento dell’albero viene trasmesso ad un altro albero motore e poi ad una biella che muove la sega verticale. La velocità del processo poteva essere regolata da grosse leve.

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Il legname che giungeva veniva portato all’interno dell’edificio attraverso un sistema di pulegge. 69 Castiglione “Ul mulin dul Gabriel” in “Il Rosa” n.2, 1999 di Sonzogni M. 70 La macinazione si effettuava due volte l’anno in concomitanza con le precipitazioni primaverili ed autunnali, in cui era presente sufficiente acqua per mettere in moto le pale. Interessante a Salecchio Inferiore un vecchio edificio che come altri 4-5 nelle vicinanze servivano per la macinatura della farina. 71 La macinazione delle castagne produceva farina per polenta 72 Interessanti opere di captazione che andrebbero recuperate negli alpeggi della Colmine di Crevoladossola 73 Termine dialettale ossolano per intendere una roccia al confine di ammassi di serpentinoscisti e serpentiniti, con composizione talcosa e cloritica facilmente lavorabile al tornio ed alla lama di acciaio presente in valle Antrona (Montescheno) in valle Vigezzo, val Bognanco, Isorno. Questo litotipo attualmente estratto da blocchi isolati in valle Isorno viene lavorato per ricavarne pentolame, recipienti rustici, lavelli, vasi ornamentali, piastre per cottura di vivande. In passato veniva utilizzato per tubature e come elemento architettonico. La serpentina di Cisore: si tratta di una potente massa serpentinosa, caratteristica per struttura e composizione (olivina, enstatite, talco, serpentino), detta di Cisore e posta all’imbocco della valle Bognanco, ebbe una certa notorietà nella seconda metà dello scorso secolo ed al principio del presente. Compatta, scagliosa, bruno-violaceo-nerastra, tenera, ma tenace e con aspetto grasso ed untuoso, venne sottoposta a lavorazione e, mediante seghe e torni azionati da forza idraulica, se ne ottennero tubi di ogni calibro e per i più disparati usi. Precedentemente la serpentina di Cisore era stata largamente usata per ricavarne mensole, stufe e camini nelle case, statuette ed opere d’arte e colonne, capitelli e rivestimenti di facciate come in quella dell’antica chiesa dei Minori Conventuali di San Francesco in Domodossola sui cui muri perimetrali venne innalzato il Palazzo di San Francesco. Facciata tuttora mirabile per l’elegante assieme della dolomia di Crevoladossola bianco-paglierina alternata a corsi della serpentina verde scura di Cisore. 74 Jonghi C., Landriani C. 1887-1888- Sunti di Geologia e Mineralogia R. Scuola d’applicazione per gli ingegneri Torino Litografia G. Baccelli 75 Si veda Bertamini T. 1975, Storia delle alluvioni nell’Ossola. Rivista “Oscellana”


Acque termali e acque minerali Pier Antonio Ragozza

Se l’acqua è sempre stata per l’Ossola una fortuna ed un castigo1, certamente una buona parte della sua fortuna è quella legata all’esistenza sul suo territorio di fonti di acque minerali e di acque minerali termali. Sono chiamate acque minerali quelle acque sorgive che contengono sciolte diverse sostanze e, fra di esse, una o più in quantità tali da conferire al liquido uno spiccato sapore e delle proprietà terapeutiche. Con la dizione di acque termali, si intendono invece quelle acque minerali che sgorgano alla superficie ad una temperatura superiore a quella dell’ambiente. Fra le acque minerali più note vi sono quelle di Crodo e di Bognanco, ma pure in passato le sorgenti della miniera dei Cani di Vanzone e di Veglia, a cui se ne aggiungono altre minori sfruttate per la produzione e la commercializzazione di acque da tavola imbottigliate. Due invece le fonti termali più conosciute, la prima dei Bagni di Craveggia e utilizzata da antica data, la seconda della Longia di Premia, scoperta nel 1992. Per quanto riguarda le diverse acque minerali ossolane, alcune di esse sono assurte a notorietà sia per il loro sfruttamento a fini terapeutici e conseguentemente dando avvio ad una connessa industria turistica, sia per il loro utilizzo come acque da tavola e dunque imbottigliate e commercializzate in ambito anche nazionale. La prima citazione relativa alle acque minerali di Crodo appare sul “Dizionario geografico” del Casalis, edito nel 1838, anche se una leggenda locale – priva però di qualsiasi riferimento storico certo – vuole che dopo il Mille un esausto Crociato proveniente da Gerusalemme trovasse ristoro e forza, così come la sua altrettanto stanca cavalcatura, bevendo ad una sorgente che sgorgava in località Salecchio di Crodo. Si deve in realtà a Giuseppe Gaetano Giovanninetti,

commesso delle Regie poste e proprietario del terreno dove sgorgava la “fonte Rossa”, il primo tentativo di avviare ricerche su tali acque, affidando le analisi al chimico e farmacista di Domodossola Giovanni Antonio Bianchetti. L’avvio dell’attività termale ed alberghiera, favorita anche dall’apertura della carrozzabile con Domodossola e da ulteriori analisi delle acque di Crodo che ne confermarono le doti terapeutiche, si ebbe ad opera del Giovanninetti, che fu poi affiancato e sostituito da altri imprenditori come l’avvocato Carlo Francioni di Domodossola, a cui si deve la costruzione dell’Albergo dei Bagni e successivamente da Giacomo Della Macchia e, dopo un periodo di sostanziale abbandono, da Bernardo Del Boca e poi dal figlio di questi, Giacomo, che gestirono le fonti per circa mezzo secolo favorendone il rilancio. Le due fonti originarie dell’acqua minerale di Crodo sono denominate “Valle d’Oro” e “Cistella”, a cui si è poi aggiunta dal 1955 la fonte “Lisiel” e in tempi molto più recenti la “Crodo Nova” che sgorga dalla sorgente Cesa a 505 metri di quota. L’etichetta dell’acqua minerale “Valle d’Oro” – che come la “Cistella” è di tipo solfato-bicarbonato-calcica – la dava come “Indicatissima nella terapia delle dispepsie e nelle enterocoliti ecc.”, mentre su quella della “Lisiel”, definita acqua mediominerale solfato-bicarbonato-alcalino-ferrosa, si legge che “Può avere effetti diuretici e favorire l’eliminazione dell’acido urico”. Nel 1920 venne sperimentato l’imbottigliamento artigianale dell’acqua di Crodo, mentre si progettava la realizzazione di uno stabilimento per tale attività, oltre ad un nuovo albergo e di una kurhaus. Il progetto rimase tale anche per il cambio di proprietà delle fonti, che dopo alcuni passaggi nel 1928 andarono

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alla neocostituita “Società Anonima Terme di Crodo” la quale, fra alterne vicende, negli anni successivi sviluppò le diverse attività, commercializzando anche una bibita e specialità chimico-farmaceutiche come le magnesie ed i “Sali di Crodo”, sotto la guida di Piero Ginocchi, divenuto in seguito amministratore unico della società e protagonista del successo delle acque antigoriane e poi pure del “Crodino”. Degli anni Ottanta è invece il passaggio della “S.p.A. Terme di Crodo” ad una multinazionale, il Gruppo Bols, che l’ha in seguito ceduta alla Campari S.p.A. mentre nell’agosto del 1987 un nubifragio ha distrutto il parco delle Terme – ricostruito solo successivamente – danneggiando la sorgente della “Lisiel”, poi immediatamente ripristinata. Sempre in Valle Antigorio, fra le acque minerali commercializzate è da citare quella della sorgente Uresso in comune di Baceno, la cui vendita era stata autorizzata con Decreto del Ministero Sanità nel 1959, gestita dalla Fonti di Baceno s.r.l., poi divenuta S.p.A, e che fu in commercio almeno sino ai primi anni Ottanta. Sgorgante a 720 metri di quota, sulla base dei dati analitici l’acqua della sorgente Uresso era definita solfatocalcica-magnesiaca o solfato-alcalino-terrosa. L’altra famosissima acqua minerale ossolana è quella di Bognanco, la cui scoperta risale all’Ottocento ad opera di una ragazza – la cui identità è incerta fra Anna Maria Possetti o Felicita Pellanda – che per il pizzicore dell’acqua che sgorgava dalla sorgente la scambiò addirittura per acquavite. Se Giovanni Pellanda, proprietario del terreno con la sorgente, ne sottovalutò le potenzialità, non così fece il sacerdote e appassionato naturalista bognanchese Fedele Tichelli, il quale intuite le proprietà terapeutiche dell’acqua fece effettuare dal chimico elvetico H. Brauns di Sion le opportune analisi, riportate in una precisa relazione datata 1° dicembre 1863 e confermate sei anni dopo dal dottor Albasini. Don Tichelli acquistò intanto la sorgente e insieme ad alcuni soci costituì la “Tichelli & C.” per raccogliere, imbottigliare e commercializzare quella che veniva poi venduta come “Acqua gazosa di Bognanco”, non senza qualche problema per il trasporto a Domodossola delle bottiglie – che sovente si rompevano – entro gerle portate a spalle. 104

Dal 1888, con l’apertura della strada carrozzabile per Bognanco, l’area delle fonti venne chiusa e introdotto il biglietto a pagamento per accedervi, mentre il vero lancio di Bognanco come stazione termale lo si deve all’avvocato pavese Emilio Cavallini che, avendo trovato beneficio con le acque bognanchesi, rilevò la “Tichelli & C.” e si attivò per creare una elegante kurhaus che richiamò nel centro ossolano per “passare le acque” la miglior borghesia italiana d’inizio Novecento. Nel 1906 venne costituita la “Società Anonima Acque e Terme di Bognanco”, dando avvio alla commercializzazione su scala nazionale delle acque da tavola e favorendo lo sviluppo turistico della Val Bognanco, con una notorietà come stazione termale culminata negli anni Trenta, ma apprezzata anche nei primi decenni successivi alla Seconda guerra mondiale. Numerosi i passaggi di proprietà delle terme bognanchesi nel dopoguerra, sino all’arrivo nel 2003 dell’imprenditore greco Haralabos Melenos, amministratore unico della “Società Bognanco Acque Minerali”, prospettando un rilancio del centro termale. Attualmente a Bognanco sono prodotti e commercializzati tre tipi di acque minerali, ovvero la minerale San Lorenzo, la mediominerale Ausonia e l’oligominerale Gaudenziana. L’acqua della fonte di San Lorenzo ha proprietà purgative e diuretiche ed è gradevole al gusto, caratterizzata dall’abbondanza di anidride carbonica libera che la rende fresca e frizzante. L’Ausonia è invece un’acqua mediominerale che ha la caratteristica di stimolare la secrezione gastrica favorendo i processi digestivi, mentre l’acqua oligominerale Gaudenziana può essere impiegata allo scopo di promuovere la diuresi ed è perciò indicata nella cura delle affezioni renali e delle vie urinarie. Minor fortuna ha invece avuto l’acqua minerale dell’Alpe Veglia, la cui scoperta avvenne nel 1875 ad opera di due alpini ossolani, Falcetta Ratti di Mozzio e Savia di Piedimulera, che trovarono la sorgente di acqua ferruginosa nei pressi del rio Mottiscia. Le prime analisi chimiche furono effettuate nel 1879 dal prof. Cossa di Torino e quattro anni dopo il comune di Varzo concedeva a titolo oneroso alla ditta torinese Costanzo e Paissa l’autorizzazione alla raccolta, tra-


Alpe Veglia, la sorgente di acqua ferruginosa.

sporto e commercio dell’acqua ferruginosa, mentre sorgevano i primi insediamenti alberghieri data l’affluenza di persone che volevano usufruire delle proprietà terapeutiche della sorgente di Veglia. L’esigenza, più volte manifestata da parte di potenziali gestori della risorsa idrica, di incanalare l’acqua della sorgente ferruginosa non venne mai soddisfatta per diverse ragioni e nel 1981 si ebbe pure una temporanea scomparsa della fonte a seguito di un movimento tellurico con epicentro al Veglia. Collocata sul territorio del Parco naturale di Veglia-Devero, la sorgente di acqua bicarbonato-calcica-ferruginosa sgorga a 1813 metri di quota ad una temperatura di 7° C. e dal De Maurizi era definita come “la seconda sorgente minerale più alta d’Europa, dopo quella di Penticosa nei Pirenei spagnoli”2. Il lungo periodo di innevamento del Veglia, la portata limitata e le difficoltà di trasporto hanno di fatto impedito uno sfruttamento commerciale di questa sorgente di acqua ferruginosa ossolana. La Valle Anzasca annove-

ra invece una sorgente arsenicale-ferruginosa nei pressi delle miniere aurifere dei Cani, a 1473 metri di quota sopra San Carlo di Vanzone. L’acqua minerale “Vanzonis”, come era denominata, pur nota da epoca antica, è stata fatta oggetto di analisi solo a partire dall’Ottocento, a cominciare da quelle di Giovanni Albasini nel 1820 il quale rilevò la presenza di notevoli quantitativi di arsenico e dunque la possibilità di un suo impiego a scopo terapeutico. Fu invece il locale medico condotto, dottor Attilio Bianchi, che fece effettuare una serie di studi su tali acque, esaminate non solo dal punto di vista chimico, ma anche idrogeologico ed igienico-biologico. Costituita la “Società Anonima Miniere e Acque arsenicali”, il dottor Bianchi ne divenne direttore, dando alle stampe nel 1907 un opuscolo dedicato a queste acque in cui se ne indicavano le proprietà terapeutiche. L’acqua della miniera dei Cani era commercializzata in bottigliette per cure a domicilio, la cui etichetta ne raccomandava l’uso per la cura delle malattie cutanee e 105


nervose e per una serie di altre numerose patologie. Nel 1916 l’acqua della sorgente arsenicale-ferruginosa veniva trasportata a mezzo teleferica in appositi contenitori di vetro e legno sino a Vanzone, dove era poi impiegata per le cure che si effettuavano presso l’Albergo “Regina”, ma il proseguire del primo conflitto mondiale portò allo scioglimento della società. Una iniziativa volta a riprendere lo sfruttamento dell’acqua arsenicale-ferruginosa venne avviata nel 1961 da parte della “Terme del Monterosa s.p.a.”, nata dalla volontà del Consiglio della Valle Anzasca, ma per una serie di concause, tra cui la morte del dott. Piero Fabris che sosteneva fortemente il progetto, non poté avere seguito. In tempi recenti l’Amministrazione comunale di Vanzone con San Carlo ha avviato iniziative concrete per una valorizzazione e sfruttamento della fonte arsenicale-ferruginosa della miniera dei Cani, ottenendo i fondi necessari, e già nel 2003 la Regione Piemonte ha autorizzato la realizzazione di attraversamenti di alcuni rii, con tubazioni per il trasporto dell’acqua arsenico-man106

gano-ferruginosa. In Valle Vigezzo a Malesco sorge lo stabilimento di imbottigliamento della Acque e Terme Vigezzo S.p.A. che già dagli anni Sessanta commercializza l’acqua minerale Alpia, definita in etichetta come “Indicata nelle diete povere di sodio. Può avere effetti diuretici”. La sorgente – ora collocata all’interno del territorio del Parco Nazionale della Val Grande, istituito ufficialmente con il D.M. 2 marzo 1992 – è posta in località Pezzidi a 875 metri di quota sulle pendici settentrionali della Costa Orsera ed è già citata dal Pollini3 nel suo lavoro pubblicato nel 1896. Utilizzata sin dal 1895 per alimentare l’acquedotto di Malesco, la sorgente dai primi anni Sessanta destò l’interesse di un gruppo di imprenditori ossolani che diedero vita alla “Società Terme Vigezzo s.n.c.”, la quale ha provveduto a garantire al Comune una valida sostituzione di tale risorsa idrica – attingendo ad una ricca falda d’acqua a 65 metri di profondità – e dando così il via all’attività di imbottigliamento e commercializzazione dell’acqua vigezzina, oggi distribuita nell’Italia settentrionale, in Svizzera e Germania oltre che, occasionalmente, anche in altri Paesi europei. Sempre in Valle Vigezzo sono da citare a Craveggia la sorgente perenne acidulo-ferruginosa situata sulla destra del Rio della Vasca a circa 150 metri dalla strada ed a Re la sorgente ferruginosa posta sulla riva destra del Melezzo. Nella bassa Ossola, ad Anzola, vi è la sorgente detta della Buvera, la cui acqua minerale è stata imbottigliata e venduta, con autorizzazione rilasciata dal Ministero Sanità nel 1971, per diversi anni e sino a quando lo stabilimento ha cessato la sua attività nel 1996. L’acqua della Buvera di Anzola d’Ossola, definita oligominerale, era in etichetta indicata per le diete povere di sodio e con la possibilità di avere effetti diuretici. L’utilizzo di acque termali a scopo terapeutico in Ossola è da secoli collegato alla sorgente dei Bagni di Craveggia, situata sulla testata italiana della Valle Onsernone, vallata che ricade per il resto sotto la sovranità svizzera e posta oltre lo spartiacque della Vigezzo. L’archivio comunale di Toceno conserva un atto di vendita del 1299 in cui è già citata la sorgente termale detta


Crodo, storica catena d’imbottigliamento.

“flumen de aqua calida”4, anche se il primo vero e proprio sfruttamento delle risorse termali dei Bagni di Craveggia si è avuto solo a partire dal 1770. A seguito delle analisi effettuate nel 1816 e dei positivi risultati delle stesse, due anni dopo il Comune di Craveggia deliberò la costruzione di uno stabilimento termale su quattro piani e con sedici bagni a piano terra. Con l’edificazione nel 1823 dell’albergo e stabilimento termale di proprietà del comune, la località divenne nota per le sue acque salutari che venivano impiegate mediante cure fatte prevalentemente sotto forma di bagni. I frequentatori dei Bagni di Craveggia dovevano essere persone con problemi di salute notevoli, in particolare della pelle, se non si facevano scoraggiare dal lungo e scomodo tragitto per raggiungere la località, dovendo fare più di quattro ore a piedi o a dorso di mulo e varcando ad oltre 1800 metri di quota la Bocchetta di Sant’Antonio, oppure da Locarno con otto ore di diligenza

sino a Comologno e poi di qui a piedi sulla mulattiera per quattro chilometri, con bagagli al seguito. Scrive infatti lo storico Angelo Del Boca, il cui nonno Bernardo gestì albergo e stabilimento sino al 1879, prima di trasferirsi a Crodo dove assunse la gestione delle fonti locali, che ai Bagni di Craveggia la clientela non era composta da “…ospiti qualunque, gitanti o amanti della quiete e della natura. Erano degli ammalati, alcuni dei quali giudicati inguaribili dai medici. Al “flumen aquae calidae”, giungevano con la speranza di essere miracolati, esattamente come a Lourdes”5. L’albergo fu poi gravemente danneggiato nel 1881 da un incendio e successivamente ricostruito, continuando ad operare come stabilimento termale nonostante le citate difficoltà di accesso sino al 1925, quando venne definitivamente chiuso. L’edificio fu poi travolto da una valanga nel nevoso inverno del 1951 e di esso rimangono oggi solo dei ruderi, mentre la tragica alluvione dell’agosto 1978 ha ulte107


riormente danneggiato la zona, compromettendone le residue possibilità di sfruttamento. L’acqua termominerale dei Bagni di Craveggia sgorga in regione Fondo Monfracchio a quota 998 metri s.l.m., sulla destra orografica del torrente Onsernone, ad una temperatura media di circa 30°, risulta untuosa al tatto, emana odore di idrocarburi ed ha gusto sgradevole, ma se lasciata raffreddare all’aria diventa inodore, limpida e bevibile. In tempi più recenti, nel corso di sondaggio geotecnico eseguito dall’E.N.E.L. nel 1992, è stata invece scoperta una nuova sorgente termale, in località Longia nel Comune di Premia, in Valle Antigorio, caratterizzata fra l’altro dalla temperatura che supera di poco i 42°. L’esistenza di fonti di acqua calda in tale area è peraltro storicamente accertata da diversi secoli ed a circa mezzo chilometro a sud dalla sorgente della Longia sgorga un rivo con temperatura costante di 15°, detto “dell’acqua calda di Piedilago”, già citato nel 1556 in un documento papale, mentre un almanacco ossolano del 1846 descrive le acque di Baceno, segnalate un decennio prima dal chimico e farmacista Giovanni Antonio Bianchetti per le loro proprietà terapeutiche, ma a quell’epoca utilizzate solo dalle lavandaie locali perché “…trovano tiepida la sorgente e perché le sostanze alcaline che vi si rinchiudono fanno risparmiare sapone”. A seguito di approfondite analisi fatte effettuare dal Comune di Premia, l’acqua della sorgente della Longia è risultata avere caratteristiche ipertermali, ricca di sali minerali, solfato-calcica, oltre che riconosciuta come batteriologicamente pura. Date le sue proprietà terapeutiche, due Decreti Ministeriali del 1998 ne hanno consentito l’utilizzo sia per la terapia inalatoria che per la balneofangoterapia.

Nel 1999 la Regione Piemonte ha concesso per un ventennio lo sfruttamento delle acque termali della sorgente Longia ed il Comune di Premia ha dato avvio, previa acquisizione di una vasta area di terreno, alla realizzazione di un moderno centro termale dotato di una piscina terapeutica coperta con vasca di metri 25 x 14 riempita di acqua termale proveniente da apposito pozzo, oltre che di altri servizi e strutture complementari. L’apertura di una prima parte del centro termale della sorgente Longia in Comune di Premia, è prevista nel 2005. Bibliografia AA.VV. – Raccolta di studi sull’acqua minerale Uresso – Domodossola s.d. Anonimo – Valle Antigorio-Formazza, nuove occasioni di sviluppo – L’acqua calda di Cadarese in comune di Premia – s.d. Bologna Paolo – Bognanco, il paese delle cento cascate – Bresso 1976 Borgna Aldo – L’acqua medicinale dei Bagni di Craveggia in “La voce onsernonese” – Locarno ottobre 1982 CCIAA Novara – Le acque minerali in provincia di Novara – Novara 1977 De Maurizi Giovanni - L’Ossola e le sue valli – Domodossola 1931 Del Boca Angelo (a cura di) - L’oro della Valle Antigorio – Le acque minerali di Crodo fra realtà e leggenda – Bari 1993 Fabris Piero – Breve richiamo sulle acque ferroso mangano arsenicali di Vanzone Ossola – Varese 1960 Matzig – Richard – I Bagni radioattivi di Craveggia in “Almanacco ticinese 1939” – Bellinzona 1939 Mortarotti Renzo - L’Ossola nell’età moderna – Domodossola 1985 Norsa Paolo (a cura di) - Invito alla Valle Vigezzo – Domodossola 1970 Pollini Giacomo – Notizie storiche, statuti antichi, documenti di Malesco – Torino 1896 Una ricchissima bibliografia sino al 1967 di carattere generale e poi specificatamente riguardante le singole acque minerali e termali dell’Ossola, è contenuta nel notevole lavoro di Federici P.C., Saccani F., Parietti P. – Le acque salutari della Val d’Ossola – Parma 1967.

Note Mortarotti Renzo “L’Ossola nell’età moderna” pag. 39. De Maurizi Giovanni “L’Ossola e le sue valli” pag. 235. 3 Pollini Giacomo “Malesco” pag. 141.

Norsa Paolo (a cura di) “Invito alla Valle Vigezzo” pag. 134. Del Boca Angelo - La Gestione Del Boca: un rilancio a metà. in “L’oro della Valle Antigorio” pag. 29.

1

4

2

5

108


Il clima Tullio Bertamini e Rosario Mosello

Considerazioni generali Il clima dell’Ossola è anzitutto determinato dalla posizione geografica e dalla morfologia del territorio. Essa infatti è compresa fra i 45°55’ e i 46°28’ di latitudine ed è quindi inserita in quella fascia che normalmente corrisponde ad un clima fondamentalmente determinato da una insolazione e quindi da una certa quantità di calore solare che la pone nelle regioni temperate. È anche quasi completamente racchiusa da potenti ed elevati gruppi di monti, ed essa stessa è una regione eminentemente montuosa e quindi le altezze variano rapidamente da luogo a luogo. È percorsa in tutta la sua lunghezza dal fiume Toce che scende da Nord verso Sud fino a Vogogna, per poi piegarsi verso Sud-Est e, dopo un viaggio di circa 80 km, si getta nel Lago Maggiore. L’Ossola è chiusa a Sud da una catena di monti che partendo dal Massone (m 2162) si innalza sempre più fino al Monte Rosa (m 4637). Da quel punto una diramazione diretta del Monte Rosa la chiude ad Ovest con una serie di cime elevate: Andolla (m 3656), Weissmiess (m 4023) Laquinhorn (m 4005), Fletschorn (m 3996) fino al Passo del Sempione, in territorio svizzero. Qui la catena, comprendente il Monte Leone (m 3552), il Cervandone (m 3211), la Punta d’Arbola (m 3235) e l’Hosandhorn o Punta del Sabbione (m 3183), muta leggermente direzione fino a toccare il passo di S. Giacomo (m 2313), che è il punto più settentrionale della regione ossolana. Proseguendo il confine dell’Ossola abbandona il grande spartiacque alpino e correndo sulla linea di displuvio tra il Toce ed il Ticino, in direzione Nord-Sud, viene a formare col tratto precedente quasi un cuneo nel territorio svizzero. Questa catena orientale perde quota fino a deprimersi nel gran solco della valle Vigezzo. Qui l’idrografia appare incerta ed il confine ossolano non si identifica con quello del baci-

no del Toce, ma scendendo fino al ponte della Ribellasca incorpora una fetta del bacino imbrifero ticinese. Il confine risale poi il Monte Gridone e, correndo sul crinale che divide la valle percorsa dal Toce dalla val Grande, va a terminare sulle alture che delimitano il lago di Mergozzo. L’Ossola, chiusa fra alti monti, è costretta ad assorbirne il clima. Ma anche altri fattori importanti intervengono a definirlo più precisamente. I potenti ghiacciai della catena Monte Rosa-Griess e quelli del vicino Vallese, distanti solo qualche decina di chilometri, contribuiscono in vario modo a rendere il clima più rigido. Da questi monti spira regolarmente un vento fresco e talvolta gelido sotto forma di brezza notturna. Queste catene elevate a loro volta, obbligando l’aria umida proveniente dall’Oceano Atlantico a sollevarsi ed a scaricare grande quantità di pioggia o neve sui versanti opposti all’Ossola, contribuiscono al fenomeno del vento favonico (Foehn). Questo vento caldo ci giunge dai quadranti nord-occidentali e, anche in pieno inverno, porta temperature insolitamente elevate nelle valli ossolane, sciogliendo grandi quantità di neve. Con analogo processo le stesse alte catene di monti costringono le grandi masse di aria umida proveniente dai quadranti meridionali a sollevarsi ed a scaricare sull’Ossola enormi quantità di precipitazioni per dare poi origine a vento favonico nelle vallate del versante settentrionale delle Alpi. Importantissima risulta inoltre per il clima dell’Ossola la sua vicinanza alla regione dei laghi prealpini ed alla pianura padana. L’Ossola infatti termina sul lago Maggiore, con il quale comunica anche mediante la valle Cannobina e Centovalli. Le masse di aria umida che si formano sulla pianura padana e nella zona lacuale sono facilmente indotte a risalire le pendici delle Alpi dando

109


luogo a intense precipitazioni e, in alcune situazioni, ad eventi alluvionali, che contribuiscono a farne una delle regioni più piovose d’Italia . Le valli ossolane sono in generale, fortemente incise, nella parte più bassa e percorse da fiumi e torrenti impetuosi, le cui acque continuano l’opera di scavo e demolizione iniziatasi molti millenni fa. Data la natura del terreno ossolano, molto permeabile alle acque, e la ripidità delle pendici dei monti, l’opera di demolizione delle acque meteoriche e di quelle correnti è stata sempre imponente e nei periodi di lunghe e intense precipitazioni (büzze), anche fortemente distruttiva. Le alluvioni sono infatti una delle piaghe più frequenti dell’Ossola colpendo ora questa ora quella parte del territorio. L’ultima che ha modificato profondamente le valli Antrona e Anzasca e soprattutto la val Vigezzo risale al 1978, ma se ne conosce una lunga e paurosa serie. Contribuisce tuttavia ad ammorbidire il clima dell’Ossola ed a renderlo molto salubre la presenza di grandi estensioni di boschi, che aiutano a mantenere una umidità quasi ideale nei mesi estivi e si oppongono all’azione delle acque diluviali che tentano di corrodere le pendici dei monti. E’ comunque chiaro che ogni luogo dell’Ossola ha un suo clima che dipende da fattori generali, ma spesso e soprattutto da fattori locali, come l’altitudine, l’esposizione al sole ed ai venti, ecc. Guardiamo infatti le valli ossolane e consideriamo dove insorgono gli insediamenti abitati più antichi. Li troviamo nelle zone a solatio e possibilmente non esposte alle alluvioni dei torrenti, sui balzi delle valli, dove, anche in inverno, c’è molto sole e non ristagna l’aria fredda che invece rende più rigido l’inverno del fondovalle. Il clima di Domodossola A Domodossola per circa un secolo è stato in funzione un Osservatorio Meteorologico presso il Collegio Rosmini ed i dati ottenuti in tanti anni ci permettono di definire con buona approssimazione il clima della capitale ossolana e dei dintorni. Lo confronteremo poi per quanto ci è possibile con quello delle vallate ossolane.

110

Eliofania e radiazione solare Principale responsabile del clima è il sole che dà alla terra il calore sottoforma di radiazione. La eliofania, cioè il tempo in cui i raggi solari colpiscono direttamente il suolo, è un elemento molto variabile, legato all’altitudine, alla posizione ed alla nebulosità. Limitandoci solamente ai dati medi stagionali si può affermare che a Domodossola l’eliofania misurata in ore di sole risulta dalla Tab. 1. L’energia data dal sole distribuita nelle stagioni misurata in calorie per cm2 è indicata nella Tab. 2. Tab. 1 – Eliofania a Domodossola (ore) Primavera Estate Autunno Inverno Anno

433 603 370 260 1666

Tab. 2 – Energia del sole secondo le stagioni a Domodossola (calorie/cm2). Primavera Estate Autunno Inverno Anno

35530 50427 24468 12982 123407

Temperatura La temperatura raggiunge in ogni luogo un valore massimo ed un valore minimo, in base ai quali si può stabilire il valore medio. I dati medi mensili relativi a Domodossola nei vari mesi dell’anno: temperatura massima (Tx), temperatura minima (Tn), temperatura media (Tm) misurata in gradi centigradi (°C) risultano dalla Tab. 3. Tab. 3 – Temperature massime, minime e medie a Domodossola per mese Gennaio Febbraio Marzo Aprile Maggio Giugno Luglio Agosto Settembre Ottobre Novembre Dicembre Anno

Tx 6.0 8.6 12.7 16.6 20.7 24.7 27.3 26.5 22.4 16.2 10.4 6.4 16.5

Tn -2.2 -1.1 2.7 6.3 9.7 13.6 15.9 15.4 12.2 7.1 2.0 -1.2 6.7

Tm 1.4 3.3 6.9 11.3 15.0 19.2 21.7 20.7 16.9 11.3 5.7 2.3 11.3


La temperatura minima assoluta a Domodossola non ha mai raggiunto i -17 °C, né la massima assoluta ha superato i 40 °C. Il clima di Domodossola è quindi temperato anche se variabile come ogni clima alpino. Intimamente legate allo sviluppo vegetativo sono le temperature in °C del sottosuolo che sono rilevate a varie profondità, come pure il numero di giorni di brina di gelo che offriamo nella Tab. 4. Conviene ricordare che il gelo non scende mai al di sotto dei 20 cm e che a 2 m di profondità nell’estate il suolo raggiunge i 17 °C. Lo sviluppo vegetativo inizia quando (generalmente nel mese di marzo) si verifica una inversione delle temperature del sottosuolo, mentre la seconda inversione (nel mese di ottobre) segna il suo cessare. Umidità L’umidità assoluta, misurata mediante la tensione di vapore acqueo in mm di Hg, e l’umidità relativa, misurata in % rispetto ai valori di saturazione, sono abbastanza variabili nell’Ossola. Ovviamente i massimi si registrano durante i periodi di pioggia; i minimi invece si registrano quando spira il vento favonico dal Nord. In queste occasioni sono frequentemente raggiunti valori minimi dell’umidità relativi prossimi al 2%. Ma guardando i valori medi mensili e annuali, presentati nella Tab. 5, si può osservare che il clima ossolano non è né troppo secco né troppo umido, quindi ottimo per chi ci abita. Stato del cielo Può essere utile conoscere i valori della nebulosità media mensile misurata in decimi di cielo coperto e classificando i giorni in sereni, misti e coperti (Tab .6). Ventilazione I venti predominanti in Ossola corrono lungo le valli. È predominante quello da Sud seguito da quello da Nord e da Nord-Ovest. I mesi più ventosi sono novembre, dicembre, gennaio e febbraio. Il vento è abbastanza forte in circa 50 giorni, moderato in 100 giorni e in 200 giorni si segnala calma. Normalmente nella notte spira il vento fresco dalla montagna verso la valle, mentre verso mezzogiorno e nel pomeriggio spira la brezza proveniente dal Lago Maggiore verso la montagna. I venti più forti sono sempre quelli favonici da Nord e

Tab. 4 – Temperature del sottosuolo a Domodossola per mese a 40 cm

a 60 cm

a 80 cm

Gelo

Brina

Gennaio

2.0

2.1

2.8

23

14

Febbraio

2.6

2.8

3.1

17

11

Marzo

5.8

5.2

5.0

7

6

Aprile

9.5

8.7

8.3

1

1

Maggio

12.7

12.0

11.6

-

-

Giugno

16.3

15.9

15.3

-

-

Luglio

18.7

18.2

17.8

-

-

Agosto

19.3

19.1

18.9

-

-

Settembre

17.0

17.2

17.6

-

-

Ottobre

13.0

13.3

14.1

1

2

Novembre

7.9

8.6

9.4

8

11

Dicembre

3.9

4.3

5.2

20

12

Anno

10.7

10.6

10.9

77

57

Tab. 5 – Umidità assoluta e relativa in Ossola per mese Tensione di vapore Acqueo in mm Hg

Umidità relativa in %

Gennaio

4.0

70

Febbraio

4.0

63

Marzo

4.7

58

Aprile

6.2

58

Maggio

8.4

61

Giugno

11.2

62

Luglio

12.5

60

Agosto

12.5

60

Settembre

10.9

71

Ottobre

8.3

76

Novembre

5.4

72

Dicembre

4.2

71

Anno

7.7

66

Tab. 6 – Nebulosità (decimi di cielo coperti) e numero di giorni sereni, misti o coperti in Ossola. Nebulosità

Sereni

Misti

Coperti

Gennaio

4

16

10

5

Febbraio

4

15

9

4

Marzo

5

14

10

7

Aprile

5

10

12

8

Maggio

5

9

13

9

Giugno

4

10

14

6

Luglio

4

13

13

5

Agosto

5

15

12

5

Settembre

5

12

11

7

Ottobre

5

12

10

9

Novembre

5

13

10

7

Dicembre

4

16

9

6

Anno

5

155

133

78

111


Nord-Ovest con velocità che superano facilmente i 100 km/ora e talvolta raggiungono i 150 km/ora. Precipitazioni I valori medi mensili delle precipitazioni, l’altezza media della neve ed il numero di giorni di precipitazioni in forma di pioggia, neve, e temporali sono riportati nella Tab. 7. Le precipitazioni in forma di pioggia sono abbondanti in Ossola con netta preferenza nei mesi primaverili ed autunnali. Il mese più piovoso è ottobre seguito da maggio. Nell’inverno le precipitazioni sono scarse. Anche la neve non è abbondante a Domodossola e presenta una notevole variabilità interannuale. La nebbia è abbastanza rara durante l’intero arco dell’anno. Non sono infrequenti in Ossola periodi di piogge intense e continue, che si registrano ogni volta che cospicue masse di aria umida provenienti dall’Oceano Atlantico aggirano le Alpi raggiungendo il Mediterraneo, quindi si dirigono verso il Nord attraversando la Pianura Padana fino a raggiungere le Alpi da Sud. Sono queste situazioni meteorologiche a determinare i periodi di büzza, che spesso danno origine a disastrose alluvioni. In queste occasioni non è raro che cadano in un giorno e talvolta in poche ore anche 100 e 200 e oltre 300 mm di pioggia. La siccità invece è rara; ma se la pioggia non cade per un mese nel periodo primaverile o estivo ne comincia a soffrire la vegetazione, giacché il terreno siliceo ossolano subisce una rapida disidratazione ed ha bisogno di essere frequentemente rifornito di acqua.

Notizie sul clima delle vallate ossolane Le notizie sul clima di Domodossola sono estensibili solo in parte al resto della vallata principale ed alle altre valli laterali. Le numerose stazioni sparse nell’Ossola permetterebbero di stabilire con buona approssimazione i dati termometrici ed udometrici cioè le temperature e le precipitazioni mensili medie; ma su di esse vogliamo essere piuttosto brevi. Partendo da Domodossola (m 272) e scendendo lungo la valle le temperature medie mensili ed annuali aumentano leggermente con differenza di qualche decimo di grado centigrado. Al contrario, le medie trentennali (1971-2000) delle stazioni gestite dall’ENEL (Fig. 1), dati regolarmente pubblicati sulla rivista Oscellana, evidenziano che con l’aumento della quota si verifica una diminuzione delle temperature medie annuali (Fig. 2), con un valore di circa 0,54 °C per ogni cento metri di aumento della quota sul livello del mare.

Tab. 7 – Valori medi mensili delle precipitazioni in Ossola

Gennaio Febbraio Marzo Aprile Maggio Giugno Luglio Agosto Settembre Ottobre Novembre Dicembre Anno

112

Precipit. in mm 71 63 127 161 169 125 111 117 122 216 125 85 1492

Neve in cm 20 29 13 6 6 7 15 90

Giorni piovosi 3 4 7 11 13 12 12 10 9 11 6 6 102

Giorni nevosi 3 3 2 1 2 10

Temporali 1 2 4 4 6 2 20

Fig. 1 – Val d’Ossola e collocazione delle principali stazioni meteorologiche citate nel testo.

Le precipitazioni invece crescono rapidamente passando dai 1492 mm annuali di Domodossola a quelle di circa 1600 mm di Pallanzeno e Piedimulera ed a 2600 mm ad Ornavasso. La bassa Ossola infatti entra nell’area delle massime piovosità alpine. Ma è utile ripetere che i fattori locali sono sempre molto importanti. Così il clima di Megolo, Anzola e Migiandone è molto


più rigido di quello di Vogogna, Premosello, Cuzzago e Mergozzo, essendo questi ultimi paesi bene esposti al sole mentre i primi ne sono assolutamente privi per un lungo tratto dell’inverno.

T max

T medie

T min

Fig. 2 – Medie (1971-2002) delle temperature minime, medie e massime in alcune stazioni ossolane in relazione alla quota e relative rette di regressione. I dati si riferiscono, da sinistra a destra, alle stazioni di Pallanzeno, Domodossola Rosmini, Crevoladossola, Rovesca, Ponte di Formazza, Campliccioli, Alpe Cavalli, Agaro, Codelago, Vannino, Toggia, Camposecco, Sabbioni (dati raccolti da ENEL Produzione di Domodossola).

La valle Anzasca Il clima della valle Anzasca va gradatamente irrigidendosi da Piedimulera (m 247) fino a Macugnaga (Pecetto m 1362). La temperatura media annuale a Piedimulera è di circa 11 °C mentre quella di Macugnaga scende a 5.5 °C con temperature minime invernali che raggiungono facilmente i –15 °C e talvolta i –20 °C. Il clima dunque si irrigidisce salendo da Piedimulera a Macugnaga. Le precipitazioni sono piuttosto rilevanti in tutta la valle Anzasca: Piedimulera 1600 mm, Anzino 1700 mm, Macugnaga 1400 mm, Macugnaga Belvedere 1700 mm, Passo del Moro 1700 mm. Le precipitazioni nevose sono abbondanti nella parte superiore della valle. La neve cade da novembre a marzo nella parte mediana della valle (Calasca, Bannio, Vanzone, Ceppomorelli) e da ottobre ad aprile a Macugnaga dove il manto nevoso normale ha uno spessore medio di un metro.

La valle Antrona Salendo da Villadossola verso Antronapiana il clima si irrigidisce a causa dell’aumento di altitudine. Tuttavia tutti i paesi posti sulla sinistra del fiume Ovesca (Montescheno, Seppiana, Viganella e Schieranco) hanno temperature medie superiori a quelle dei paesi posti sulla destra del fiume i quali, specialmente nei mesi invernali, non vedono il sole per molti giorni. La temperatura media annuale è di circa 10 °C, con minime invernali che raggiungono i –15 °C. A Rovesca (m 867) la temperatura media annuale scende a 9 °C ed è uguale a quella di Antronapiana. Salendo ancora lungo la valle verso le stazioni più elevate riscontriamo 7 °C a Campliccioli (m 1355), 6 °C a Cheggio (m 1497), l,2 °C al Cingino (m 2255). Le precipitazioni decrescono generalmente salendo da Villadossola verso Antronapiana. Il totale annuale è di circa 1500 mm a Villadossola ed a Montescheno, scendendo a circa 1400 mm a Rovesca (m 867) ed a Campliccioli (m 1355) ed a circa 1300 mm a Camposecco (m 2331). La neve cade soprattutto nella parte più alta della valle, da Antronapiana in su, dove il manto nevoso nei mesi invernali arriva anche a 3 metri di altezza e dove precipitano numerose valanghe, alcune delle quali, come quella di Schieranco, scendono fino a fondovalle. I venti dominanti spirano in direzione del solco vallivo da e verso Nord-Ovest. La valle Bognanco Anche per la valle Bognanco si possono fare considerazioni analoghe a quelle fatte per la valle Antrona, che ha lo stesso orientamento. La temperatura media annuale va diminuendo con l’altezza, ma i paesi posti sulla sponda sinistra del fiume Bogna (Cisore, Monteossolano, le alte frazioni di Bognanco-Dentro) hanno un clima meno rigido di quelli posti sulla sponda destra, come S. Marco, o nel fondovalle come Bognanco Fonti. Le minime assolute invernali possono raggiungere i –20 °C. Le precipitazioni sono di circa 1400 mm all’anno con i massimi primaverili (maggio) ed autunnale (ottobre). Sugli alti monti cade abbondante la neve da novembre a maggio ed il manto nevoso raggiunge spesso i 3 metri di spessore. Cadono anche numerose valanghe che talvolta scendono a lambire le frazioni più elevate.

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La valle Divedro La valle Divedro è fortemente incassata fra alte montagne e quindi ha un clima molto rigido. Di fatto il paese di Iselle non ha sole nei mesi invernali e di conseguenza la temperatura media è molto al di sotto di quella che competerebbe alla sua altitudine. In migliore condizione sono Varzo e Trasquera situati, non a caso, in posizione solatia. Influisce sul clima della valle anche la vicinanza dei potenti ghiacciai delle Alpi Pennine che superano i 4000 metri. La temperatura media annuale a Varzo (m 568) è di circa 8 °C, mentre scende a 5 °C a Gebbo (m 1060), ed a -0,5 °C al lago d’Avino (m 2246). Le precipitazioni vanno generalmente diminuendo man mano che si sale verso le zone più elevate. A Varzo cadono in media 1700 mm annui, 1400 a Iselle ed a Trasquera. Nella valle del torrente Cairasca la stazione di Gebbo segna una precipitazione media annuale di circa 1400 mm e quella del lago d’Avino di 1600 mm. Nella parte alta della valle, verso il Sempione, l’Alpe Veglia ed il lago d’Avino, 114

le precipitazioni nevose sono in generale molto abbondanti e durano facilmente da novembre fino alla fine di maggio. Anche le valanghe sono frequenti nei luoghi più ripidi, causando talvolta anche gravi danni ai boschi. Grandiosa quella del 1951 all’Alpe Veglia che abbatté cascine e migliaia di larici. Nella valle Divedro non sono infrequenti le alluvioni, accompagnate anche da grandiosi franamenti come quelli del Monte Marghino che ha sbarrato il fiume e interrotto ripetutamente la ferrovia del Sempione nel 1951 e nel 1958. La valle Antigorio-Formazza La valle Antigorio-Formazza è percorsa dal Toce che ha le sue sorgenti nei ghiacciai terminali della valle allo spartiacque alpino. Entrando dal fondovalle, dopo Pontemaglio, nella valle Antigorio il clima si irrigidisce lentamente con il crescere dell’altitudine per diventare molto rigido nella valle Formazza, al di sopra del gradino delle “Casse”. A Crodo la temperatura media annuale è di circa 10 °C, ma a Mozzio, Viceno e Cravegna,


nonostante l’aumentata altitudine, è pressochè uguale. La temperatura decresce da Baceno in su sia nel bacino del Devero che in quello del Toce. È di circa 6 °C a Goglio (m 1133), 5 °C ad Agaro (m 1600), 4 °C a Devero (1631 m). A Cadarese di Premia la temperatura è di circa 7 °C, ma scende a 6 °C a Ponte di Formazza (m 1280), a 1 °C al Vannino (m 2182), a 0 °C in Valtoggia (m 2200) ed a -2,5 °C al Sabbione (m 2466); questa ultima stazione è prossima al ghiacciaio dell’Hosand. Queste valli sono dominate dai venti impetuosi che spirano lungo il loro asse e risentono fortemente anche delle perturbazioni che giungono dai quadranti settentrionali. Gli stessi venti favonici, secchi e caldi, che nei mesi invernali giungono a Domodossola sono invece freddi nella valle Formazza e portano neve e nevischio in tutta la valle Antigorio. Le precipitazioni risentono di questa situazione e quindi sono in generale piuttosto diverse che a Domodossola. Anche in questo caso tuttavia i totali annuali in generale decrescono con l’altitudine: 1350 mm a Crodo, 1330 mm a Cadarese, 1200 mm a Ponte di Formazza, 1100 mm a Vannino e Valtoggia, 900 a Sabbione. In Val Devero si passa da circa 1500 mm a Goglio, a 1400 mm ad Agaro ed a 1700 mm a Codelago. La neve cade abbondante in tutta la valle e specialmente nelle zone elevate dello spartiacque alpino, restando al suolo per molti mesi, da ottobre a maggio. Cadono anche numerose valanghe, in generale nei luoghi ben conosciuti dagli alpigiani. Sono rari i temporali in estate, mentre sono frequenti in inverno le tempeste di neve. La valle Vigezzo Il solco vallivo che congiunge la valle percorsa dal Toce con quella del Ticino sale da Domodossola fino a Druogno (m 836) per poi discendere verso il territorio svizzero. Questa valle, orientata da Est verso Ovest, risente fortemente della diversità di insolazione sui due versanti. Per tal motivo la maggior parte dei paesi è posta sul versante esposto al sole, dove le temperature sono meno rigide d’inverno. La temperatura media annuale è di circa 9 °C a Malesco, 8 °C a S. Maria Maggiore e di 10 °C a Craveggia. Il vento predominante è quello che spira lungo l’asse della valle da Ovest e poi quello

da Est, a seconda della situazione meteorologica generale. Anche in val Vigezzo è frequente il vento favonico in inverno ed in primavera. Le precipitazioni cadono molto abbondanti in valle Vigezzo. Le medie annue sono infatti di oltre 2000 mm. Sono molto frequenti i temporali estivi accompagnati solitamente da grossi rovesci di pioggia. La valle Vigezzo è molto soggetta alle alluvioni; disastrosa quella dell’agosto 1978 che recò enormi danni a tutta la valle. Relativamente abbondante la neve. Il clima della valle Vigezzo è tuttavia da considerarsi molto buono e salubre sia nei mesi estivi che nei mesi invernali, non eccessivamente rigido, ma ammorbidito da una certa variabilità che in generale si fa apprezzare anche dai turisti. E’ cambiato il clima ossolano? Quasi ogni giorno i mezzi di informazione parlano delle variazioni climatiche e delle relative conseguenze che queste hanno o potrebbero avere sull’ambiente e sulle nostre attività quotidiane. Cosa si può dire, sulla base di misure sperimentali, di quanto è avvenuto ed è in evoluzione in Val d’Ossola? Risposte, sia pur parziali, sono possibili grazie alla serie ultrasecolare di misure effettuate dall’Osservatorio Meteorologico del Collegio “Mellerio Rosmini”, collocato alla periferia di Domodossola, ad una quota di 295 m s.l.m. Le osservazioni iniziarono nel 1872, grazie alla disponibilità dei Padri Rosminiani e all’interessamento del Club Alpino Italiano, impegnato in quegli anni ad impostare una rete di osservatori sulle Alpi e nell’area subalpina. L’osservatorio è stato ufficialmente inserito nella rete meteorologica italiana dal 1872 al 1973; i suoi dati sono stati regolarmente pubblicati su riviste ufficiali quali gli “Annali Idrologici del Ministero dei Lavori Pubblici”. Le misure eseguite riguardavano: temperatura dell’aria, precipitazioni, pressione barometrica, direzione ed intensità del vento, copertura di nubi del cielo; per periodi più brevi sono state eseguite anche misure geofisiche, quali il rilievo di scosse sismiche, la temperatura a diverse profondità del suolo, la radioattività delle deposizioni atmosferiche. Negli anni successivi al 1973 le misure di temperatura e precipitazione sono continuate, mentre si sono interrotti gli altri rilievi. In115


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Fig. 3 – Serie delle temperature di Domodossola con media mobile di ordine 25 e con linea di tendenza (da Oscellana 32 (1), 2002)

fine, dal 2001, la stazione è gestita dall’Istituto per lo Studio degli Ecosistemi del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Verbania. Recentemente le serie ultrasecolari dei dati di temperatura dell’aria e precipitazioni sono state analizzate per evidenziarne tendenze statisticamente significative. I risultati hanno confermato le tendenze a livello regionale e nazionale evidenziate in altri lavori. Le temperature mostrano un aumento medio annuo di 0,61±0.14 °C in 100 anni (Fig. 3), con un aumento massimo in inverno (1,05±0.28 °C in 100 anni), una variazione non significativa in estate (0,19±0,23 °C in 100 anni) e valori intermedi in primavera ed autunno (rispettivamente 0,53±0,23 e 0,63±0,21 °C in 100 anni). Questi valori risultano leggermente più elevati di quelli indicati nel 2002 da Maugeri e Mazzucchelli come medie per il Nord Italia (T minime e massime annue 0,27±0,07 e 0,44±0,10 °C in 100 anni) e prossimi a quelli indicati dall’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC), organismo fondato nel 1988 dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale, che fornisce un incremento di temperatura a livello globale per il XX secolo di 0,6±0.20 °C. L’aspetto più preoccupante deriva dal fatto che l’aumento sembra decisamente accentuarsi negli ultimi 10-15 anni, quando più volte sono stati superati i massimi storici secolari in termini di temperature e eventi di precipitazione. Una conseguenza ambientale legata all’innalzamento delle temperature, rilevante per l’arco alpino in generale e quindi anche per l’Ossola, è il regresso dei ghiac116

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������������������������������������������������������������������������������������������������� Fig. 4 – Serie pluviometrica di Domodossola con media mobile di ordi������������������������

ne 25 e linea di tendenza (da Oscellana 32 (2), 2002).

ciai, con la completa scomparsa di quelli di dimensioni minori, alle quote minori. Il fenomeno non è esente da rischi idrogeologici, quando la conformazione dei versanti crea le condizioni per la formazione di sacche di acque di scioglimento in situazioni di instabilità. Un esempio si è avuto qualche anno fa in Val Anzasca con il “Lago Effimero”, formatosi sui ghiacciai del Monte Rosa, che ha mobilitato esperti e tecnici del soccorso civile, per il potenziale pericolo di un brusco e disastroso deflusso delle acque a valle. Come per le temperature, anche i risultati dell’analisi sulla quantità e sul regime delle precipitazioni rilevate all’osservatorio Rosmini di Domodossola appaiono in linea con altre osservazioni eseguite nel Nord Italia. La quantità globale di precipitazione (Fig. 4) non ha evidenziato un trend significativo nel periodo considerato, presentando una media di 1398 mm, con una deviazione standard di 351 mm, ed estremi di 768 e 2918 mm (rispettivamente negli anni 1893 e 1872). A fronte di questo risultato, è stata evidenziata una tendenza alla diminuzione del numero di giorni di precipitazione per anno, passati da 100-110 negli ultimi anni del 1800 a 85-90 negli ultimi venti anni (Fig. 5). L’evoluzione di queste due componenti della distribuzione delle precipitazioni indica quindi chiaramente un aumento della intensità di precipitazione, definita come rapporto tra quantità e frequenza di precipitazione; l’analisi su base stagionale mette inoltre in luce una variazione più accentuata in autunno e, secondariamente, in primavera ed estate. Aumentano così gli


eventi estremi di precipitazione, con un conseguente aumento del rischio idrogeologico. E’ superfluo ricordare che il flagello delle alluvioni costituisce una componente storica della realtà ossolana e che gli eventi dell’ultimo decennio (anni 1993, 1994, 2000) sono stati fra i più catastrofici. L’incremento della intensità delle precipitazioni osservato a Domodossola trova ampio riscontro nelle osservazioni di altre stazioni del Nord Italia e, più in generale, questo aspetto sembra riflettere una tendenza globale, associata ad una maggiore “vivacità” del ciclo dell’acqua connesso con l’aumento della temperatura.

Fig. 5 – Numero di giorni di precipitazione per anno a Domodossola con media mobile di ordine 25 e linea di tendenza (da Oscellana 32 (2), 2002).

Poesia della natura: la galaverna.

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La flora Cesarina Masini Chieu

Le condizioni altimetriche e morfologiche dell’Ossola, il suo clima di tipo continentale temperato, offrono all’osservatore una successione di zone di vegetazione, giustificata via via dall’altitudine, dall’esposizione dei versanti, dall’insolazione, dal vento, dall’umidità, dalle precipitazioni nevose, dalle condizioni fisiche, chimiche e biotiche del suolo. I paesaggi tanto diversi di cui si compone la fisionomia dell’Ossola sono improntati da forme caratteristiche di vegetazione: alberi, boschi, fiori, erbe e prati, ora educati sapientemente dalla mano dell’ uomo, ora lasciati crescere in selvaggia libertà, ad arricchire di bellezza e di colori le prospettive del piano, dei colli, delle cime. Al piano basale fino a 400 m. di altitudine appartengono terreni ricchi di seminativi e di colture agricole, come vari cereali, alberi da frutta e pingui prati. Fra i cereali soprattutto la Segale, Secale Cereale, una Graminacea la cui coltivazione era diffusa in tutta l’ Ossola , da sempre cibo delle popolazioni più povere e isolate; la pianta rustica per il suo grande adattamento alle avversità climatiche e alla povertà dei terreni, può essere coltivata fino a 1300 - 1500 m. di altitudine. Quando nel paesaggio alpino si alternavano come in una scacchiera il verde dei prati e il giallo delle spighe alte e bionde, erano tempi in cui nei piccoli “campi” gli Ossolani basavano la loro economia su una agricoltura che potesse assicurare le necessità primarie come il Pane. Tuttora a Coimo, in Valle Vigezzo, si fa un buon pane di “seila”, oggi oggetto di tradizione. Segale e patate furono la ricchezza del montanaro, anche in tempi di guerra e di carestie. La Patata Solanum Tuberosum una Solanacea che giunse sulle mense ossolane solamente dopo il 1770, il tubero dal grande valore nutritivo, si adatta ad ogni tipo di clima e fruttifica anche fino a 1500 m. di altitudine, è tenuta in grande

considerazione nella gastronomia locale, tanto da venire perfino festeggiata a Montecrestese con una sagra popolare che si tiene in autunno. Erano altri tempi quelli in cui veniva coltivata la Canapa, Cannabis sativa, per ottenere una buona fibra da cui si ricavava la preziosa “tela da ca’”, prodotto artigianale a livello domestico adatto a soddisfare le esigenze familiari di indumenti e biancheria; ora Canapa, Tabacco e Frumento non si coltivano più . Particolare fu in tutti i tempi addirittura da millenni, la cura dedicata alla Vite, Vitis vinifera, una Vitacea coltivata dal piano alle pendici solatie dei monti, anche su terrazzamenti, realizzati con muretti di sostegno fino verso i 1000 m.. La pianta che si adatta facilmente alle difficoltà del clima, richiede un terreno abbastanza profondo e una buona esposizione al sole per maturare un frutto ricco di zuccheri in modo da ottenere poi un buon vino, e in seguito, dall’attività dell’ alambicco, una profumata grappa. Un’essenza preziosa che l’uomo ha da sempre coltivata per goderne tutte le parti: corteccia, legno, foglie, mallo e seme, è il Noce, Juglans Regia famiglia delle Juglandacee. Si trovano anche Noci cresciuti lontani dalle abitazioni, non piantati dall’ uomo, ma disseminati da corvi, gazze, ghiandaie, e da roditori come scoiattoli e topi, infatti la riproduzione avviene per seme . Il Noce ha esigenze di terreno morbido e fresco, profondo per affondare il suo robusto apparato radicale, abbisogna di molto spazio disponibile per sviluppare una folta chioma di ampie foglie lucide. E’ una pianta dioica che fiorisce in primavera, a giugno mostra il frutto verde e a ottobre lo regala maturo, ricco di sostanze grasse e zuccherine.

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Fino agli 800 m. è la zona detta fascia submontana, propria delle caducifoglie, o latifolie eliofile, piante cioè a riposo invernale, con foglie a lamina larga, adatte a vivere in ambiente ad elevata luminosità, quali l’Acero, la Betulla, il Frassino, il Salice, il Sambuco, la Robinia, il Nespolo. Grandi, altissimi alberi distendono i loro rami nel cielo e sprofondano le radici nel terreno, accanto ad arbusti, piante, pianticelle, erbe, che si nascondono nell’umido, e all’ ombra delle grandi e dell’ ombra e con l’ombra vivono. L’ Acero più diffuso è il Campestre, una Aceracea presente dalla pianura alla collina, alla bassa montagna, dove non supera i 1500 m. di altitudine; ma il grande albero che arriva anche ad una altezza di 30 m., è l’Acero Montano, che si spinge fino quasi a 2000 m. nella zona del Faggio e dell’ Abete, il più longevo, la cui vita può arrivare fino a 150 –200 anni. Essenza preziosa in silvicoltura per la formazione dell’ humus forestale dolce e poroso, in quanto le sue foglie sono ricche di azoto e povere di cellulosa, sbocciano in maggio numerosi fiori riuniti in grappoli, che attirano gli insetti a cui è affidata l’impollinazione, singolare per i suoi frutti alati detti “samare”, che contengono due semi ciascuna e che il vento d’autunno porterà lontano favorendo così la disseminazione. Fiorisce fra maggio e giugno dal piano fin a 1000 m. di altitudine la Robinia Pseudoacacia albero delle Leguminose dai rami un po’ tortuosi, dalla bella chioma ricca di foglie che sono appetite dai conigli selvatici e dai cervi; i grappoli di fiori bianchi profumatissimi bottinati dalle api che hanno funzione di insetti impollinatori, ai fiori succedono i frutti , legumi lunghi 5-8 cm., pendenti, bruno nerastri che contengono 4 - 11 semi neri, tossici per l’uomo, che cadranno alla fine dell’inverno. Oltre ad essere una pianta pioniera, consolidante del suolo, presenta fra le sue radici dei tubercoli dovuti a un batterio che fissa nel terreno l’azoto atmosferico rendendolo più fertile. La Robinia è una delle sedi prescelte dal Vischio, ma soffre di questa forma di parassitismo, fino a morirne. Quando si dice Salice si pensa a un albero dai rami ele120

gantemente spioventi amico dell’acqua e del fresco, che già in marzo mette le foglie e le lascia cadere per ultimo, nel tardo autunno. Ancor prima delle foglie compaiono le infiorescenze, amenti diritti, setosi a cui viene dato il nome di “gattini” : all’impollinazione provvedono gli insetti come calabroni e certe farfalle come la Vanessa Antiopae, la Nymphalis Antiopa, la Catocala Electa con abitudini notturne; alla dispersione dei minuscoli semi, provvisti ciascuno di un ciuffo di peli, provvederà il vento. Nella corteccia, nelle foglie, negli amenti, è presente un glucoside, la salicina, da cui per idrolisi si ottiene acido salicilico, lo stesso che si trova nell’ “aspirina”, dalle proprietà analgesiche e febbrifughe, che furono note anche agli antichi. Per le condizioni ambientali favorevoli, sono presenti in Ossola 18 specie, lungo i torrenti nelle valli Vigezzo, Anzasca, Divedro, nei luoghi umidi fino ai dintorni di Macugnaga, e al Sempione; la specie detta “Retusa” dal portamento strisciante arriva fino al limite dei ghiacciai. Appartengono tutte alla famiglia delle Salicacee. Pianta altrettanto comune è il Sambuco, una Caprifogliacea a forma di cespuglio o piccolo albero, dai rami ricadenti e dalle vistose profumate ombrelle di piccoli fiori che in agosto- settembre si trasformano in bacche di colore nero rossastro, piene di succo zuccherino, avidamente ricercate dagli uccelli soprattutto dai merli, responsabili poi della disseminazione. Spontaneo sotto forma di arbusto o di alberello alto da 2 a 3 m., dove sono i boschi radi, non oltre i 1000 di altitudine, cresce molto lentamente il Nespolo Mespilus Germanica che appartiene alla famiglia delle Rosacee. Il fusto legnoso ha un andamento tortuoso con numerosi rami e le foglie ovali lunghe fino a 12 cm. ; fiorisce da maggio a giugno con grandi fiori bianchi solitari, preziosa fonte di polline per le api; il frutto è una bacca verde- bruna che maturando acquista una consistenza pastosa e un sapore asprigno, ma gradevolmente zuccherino. Il frutto una volta tolto dalla pianta nel tardo autunno, deve essere riposto nella paglia dove subisce un processo di fermentazione: modo di maturare detto “ ammezzire”. I frutti più grossi e succosi si raccolgono sui pendii assolati di Montecrestse e Oira in Valle


Raro rododendro bianco.

Antigorio. La Quercia, è la Cupolifera millenaria compagna dell’uomo, è uno degli alberi più robusti maestosi per il portamento: è alto da 30 a 40 m. molto ramificato, ha grande espansione della chioma, il tronco caratteristico per la corteccia bruno - nerastra screpolata, le foglie verdi scure e lucide sopra, ovali, con bordi a festoni arrotondati. E’ una pianta dioica in primavera compaiono gli amenti maschili giallastri, penduli,e quelli femminili a squame; il frutto sarà una ghianda ovale con la cupola a scaglie. Offre all’uomo la sua ombra, il legno pesante e duro, adatto a molti usi, la scorza per il contenuto in tannino, le foglie e le ghiande per il nutrimento degli animali; cresce lentamente, molto tempo deve trascorrere prima che maturino i frutti, ma è pianta longeva e raggiunge i 2000 anni. Sono presenti in Ossola la Quercus Robur o Farnia, che supera raramente i 1000 m., la Rossa o Rubra che cresce in un vivaio della Guardia Forestale nei pressi del Lusentino, la Sessiliflora o Rovere, la più diffusa, presente fino a 1500 m. su terreno soffice e leggero. Il nome dialettale generico è “Rugul”. Cresce sulla Quercia affondando nel tronco i suoi austo-

ri succhiatori un semiparassita, il Vischio, una Lorantacea, che essendo priva di radici si rifornisce di acqua e di sali minerali sfruttando la linfa delle piante ospiti, mentre ha la sua funzione clorofilliana per la presenza di numerose piccole foglie verdi con le quali può sintetizzare gli idrati di carbonio. Quando la pianta ospite perde le foglie, il Vischio diventa evidente, un piccolo arbusto a forma di ciuffo rotondo sempreverde orientato verso nord perché è igrofilo, cioè ha bisogno di molta umidità per la germinazione dei suoi semi. I fiori compaiono in primavera, poco vistosi, alla fine dell’autunno compaiono i frutti, bacche sferiche, bianche traslucide che contengono un grosso seme immerso in una sostanza viscida, collosa e gelatinosa. Tordi, merli, cinciallegre si nutrono di questi frutti e inconsapevolmente, o pulendosi il becco, o con gli escrementi, favoriscono la disseminazione della pianta, in quanto i semi rivestiti del liquido appiccicoso, si attaccano ai tronchi degli alberi e il ciclo ricomincia. La pianta è molto tossica per l’uomo e la sua tossicità varia a seconda della specie arborea parassitata, cresce generalmente sugli alberi da frutto, ma anche su Pioppi, Olmi, Betulle, Salici e Castagno, se cresce sulla Quercia, o sul Pero, è più ricca di principi at121


penduli e quelli femminili riuniti in spighe compaiono in febbraio, sarà il vento a provocare l’ impollinazione. In autunno prima della caduta delle foglie, maturano i frutti, secchi e chiusi, di solito riuniti a gruppi da una a quattro. Le nocciole sono protette da un guscio legnoso liscio e duro e da grandi brattee verdi, contengono un unico seme dalla polpa bianca e dolce, di elevato potere nutritivo. Roditori come scoiattoli, ghiri e topi campagnoli, uccelli come le ghiandaie sono ghiotti consumatori di questi frutti, quelli che non verranno raccolti, caduti a terra germineranno in primavera e daranno origine ad altre piante.

L’Edelweiss o Stella alpina.

tivi, quindi più tossica; la corteccia della Quercia è tanto consistente che anche se parassitata dal Vischio, non ne viene danneggiata. Nel sottobosco del Querceto crescono numerose piante legnose e arbustive, con esigenze meno eliofile, come il Ciliegio selvatico, la “cerisa”, una Rosacea che in primavera, quando le altre piante dormono ancora, mostra grappoli fitti di fiori candidi, ancor prima dello sviluppo delle foglie. In Val Vigezzo quelli risparmiati dalle alluvioni crescono in riva al torrente Melezzo e in Val Anzasca si spingono fino a Macugnaga. Sugli alberi da frutta e in modo particolare sul Ciliegio, vive il fungo Pholiota squarrosa che parassita la pianta fino a farla morire. Un’altra pianta Cupolifera, pioniera, molto diffusa fino a 1800 m. di altitudine, è il Nocciolo Corylus Avellana, altro antico tenace amico dell’uomo che trova nutrimento nel suo frutto, utilità nel suo legno, sollievo dalle sue proprietà medicinali. L’arbusto non di grande taglia è alto da 2 a 6 m., con la chioma che si allarga per i molti polloni che partono da un’unica ceppaia, con numerosi rami flessibili, la pianta è monoica: gli amenti maschili presenti già nell’autunno, sono giallastri e 122

L’ habitat del Biancospino, Crataegus Oxyacantha, libero e selvaggio è la macchia, la siepe, la scarpata dal piano fino a 1600 m., in un sottobosco luminoso dove fra aprile e giugno compaiono i suoi bianchi e profumati corimbi e in seguito le drupe rosse, ovali, velenose. Spesso in comune con la Rosa selvatica o Rosa di macchia, è presente in tutte le valli dal piano fino 1800 m. in parecchie varietà. Il fungo che lo parassita è l’ Entoloma clipeato che vive sugli alberi da frutta della famiglia delle Rosacee, lo visitano farfalle come la Aporia Crataegi e la Iphiclides Podalirius. Trovano qui il loro ambiente nel sottobosco ricco di humus e umido il Rovo, l’Agrifoglio con i frutti globosi color rosso vivo e le foglie di un verde lucente, il Ligustro dai fiori bianchi e profumati, il Maggiociondolo con i fiori riuniti in grappoli dorati. Le bacche, i frutti di molti arbusti, provvidenziale e sostanzioso nutrimento invernale per molti uccelli, che essendo refrattari alle sostanze tossiche presenti, se ne nutrono favorendo in seguito la disseminazione, sono per l’uomo insidiosi veleni. Perché i veleni? Quale la loro funzione nella pianta? I veleni vegetali consistono generalmente in alcaloidi e in glucosidi ad elevato potere tossico. Gli alcaloidi sono composti organici azotati di natura basica, prodotti ed elaborati da piante dicotiledoni, originati nelle radici ed accumulati nelle altre parti, come foglie, frutti, semi. Escrezioni o secrezioni? Secrezioni, cioè sostanze elaborate da particolari ghiandole, o escrezioni, cioè sostanze che una volta elaborate vengono espulse, oppure so-


stanze aventi funzione di difesa? Diversi chimicamente sono i glucosidi, composti costituiti da uno zucchero, solitamente il glucosio legato a sostanze di varia natura che si scindono per idrolisi per azione di enzimi, solitamente già presenti nello stesso tessuto vegetale in cui si trova il glucoside. Quale la funzione fisiologica del glucoside? Da alcuni autori è considerato materiale nutritivo di riserva giustificato dalla presenza dello zucchero, secondo altri si tratterebbe di un prodotto finale del metabolismo della pianta. Le chiome degli alberi formano una volta protettiva che regola la penetrazione della luce e dell’acqua piovana e poiché durante l’inverno le latifoglie sono nude, grande è la quantità di luce che giunge al suolo e permette la vita di molte piante erbacee ora umili, ora appariscenti, che caratterizzano questo tipo di bosco. Ecco le Primule, precoci e gentili annunciatrici della primavera, le varie specie di Viole a fiori più o meno violacei e bianchi, il Geranio sanguigno dai grandi fiori rosso scuri, la precocissima Anemone epatica: le sue corolle azzurre costellano le foglie morte del sottobosco non ancora rinverdito, nel periodo da febbraio ad aprile; il velenoso Elleboro o Rosa di Natale, che ancora nel freddo inverno apre i grandi fiori bianchi; Orchidee selvatiche dalle spighe bianche, rosse e gialle, come le Sambucine, leggermente profumate di Sambuco, fiorite da maggio a giugno. A queste si accompagnano molto di frequente le Campanelline di primavera, e il Dente di cane; qui sparge il suo grato profumo il rosso fiore velenoso della Daphne mezereum e fioriscono le corolle azzurrissime delle Genziane, rappresentanti di una flora tipicamente alpina. Propria dei grandi spazi, nella solitudine selvaggia dei pascoli, si erge austera con la sua fioritura solare colorata di giallo intenso la Genziana Lutea o Maggiore: una rappresentante della famiglia delle Genzianacee. Arbusteti dal substrato calcareo, luoghi solitari e franosi, ricchi di torba, bene esposti al sole, sono il suo habitat, fra gli 800 e 2500 m. di altitudine: frequente nei boschi di Rosereccio in Valle Anzasca e sui pendii del Moncucco. Il suo rizoma cilindrico, lungo e grosso dal colore bruno giallastro, è la parte apprezzata dall’uomo, per la pre-

senza di principi attivi amari, sotto forma di glucosidi . Il prof. Rossi naturalista botanico ha elencato 17 varietà di Genziane presenti nelle Valli Ossolane, il loro habitat e l’epoca di fioritura ; fra queste le più comuni sono la G. Acaulis cosidetta per il fusto brevissimo, dall’intenso azzurro delle corolle tubulose, con riflessi metallici; la G. Verna o genziana di primavera fiorisce da marzo ad agosto nei prati umidi della Val Formazza e alle falde del Monte Rosa da 800 fino a 3500 m. di altitudine dove i piccoli fiori dall’azzurro intenso e brillante riuniti a chiazze spiccano sui pascoli ancora rinsecchiti dal gelo. E’ ancora questo l’orizzonte di una profumata Liliacea il Mughetto, messaggero della primavera. Con la bianca e profumata fioritura abbellisce il sottobosco nelle Valli Vigezzo, Anzasca, Antigorio e Bognanco; i glucosidi presenti, ad azione cardioattiva sono mortalmente velenosi per l’uomo. Nel sottobosco fresco e ombreggiato a volte anche nel prato soleggiato e scoperto, su terreno calcareo, ricco di

Gli alti boschi ai piedi del Monte Cistella.

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humus fino ad un’altitudine da 300 a 2200 m. in tutte le Valli Ossolane trova il suo habitat una Primulacea il Ciclamino, Cjclamen purpurescens, dal solitario fiore rosso violaceo, profumato, presente da giungo a ottobre; nel tubero sta il suo veleno , il glucoside detto ciclamina e alcune saponine, il tutto è tossico e fortemente anemizzante. Dal piano fino a 2000 m. cresce la Betulla, Betula Alba, famiglia delle Betulacee dalla caratteristica corteccia bianco argentea e dalla chioma rada e luminosa, formata da giovani rami flessibili, e da fogliame leggero e brillante. In primavera compaiono i fiori maschili sotto forma di lunghi amenti gialli tremuli e ricadenti, che differiscono dai femminili, più corti con gli stigmi rossi, il frutto sarà un piccolo achenio alato Presente nell’Ossola nelle sue tre varietà: B. alba, B. pubescens, e B.verrucosa, è pianta adatta ad insediarsi anche in terreni inospitali e poveri, a resistere alle oscillazioni di temperatura e di umidità, al congelamento del suolo: è una pianta pioniera, anche perché ha grandi capacità di disseminazione e di riproduzione. Sulle vecchie Betulle ammalate vive un fungo Poliporo, il Piptoporus betulinus, che ne favorisce il disfacimento, fungo parassita annuale che necessita della linfa della Betulla per sopravvivere, e scompare alle prime gelate. Altri funghi compagni della Betulla sono il Boletus albidus e il Paxillus involutus, il Cortinarius armillato. Molteplici sono gli usi dei prodotti di questa essenza: dalla corteccia come combustibile ed isolante, alla linfa per ricavarne zuccheri e bevande, dal legname nell’industria dei compensati, o per piccole attività artigianali, al tannino che si estrae dai suoi tessuti. E’ questo l’habitat anche di una Cupolifera dal medio portamento, il Carpino, che ama terreni silicei anche aridi. Si presenta con un tronco dalla corteccia grigia e liscia, la chioma folta, le radici superficiali, fiori maschili e femminili, il frutto è un achenio con un seme protetto da una membrana. E’ un’essenza di interesse forestale. Abbastanza diffusa nei piani collinari, fino a 1000 m, non avendo predilezioni di terreno, è una Tiliacea, il 124

Tiglio, Tilia Cordata. Albero alto, dalla chioma notevolmente espansa, a crescita lenta, assai longevo, fino a 1000 anni di età. Giugno è il suo mese: pendono dai rami i fiori di colore giallastro, riuniti in radi corimbi, intensamente profumati per la presenza una essenza, il farnesolo che attira le api, che oltre a bottinare polline in abbondanza, svolgono anche funzione pronuba. Del Tiglio è prezioso il legno tenero usato per utensili e la corteccia da cui si separa una fibra per funi rustiche e resistenti. Ancora l’orizzonte sub montano è la sede del Castagneto: bosco luminoso, con le fronde chiare e, nel periodo della fioritura, a giugno, con le chiome dorate degli amenti. Il Castagno è una Cupolifera, «l’arbul» quando è da frutto, «ul salvag» quando è ceduo, per la produzione del legname, è maestoso, raggiunge anche i 30 m di altezza e può vivere secoli; è moderatamente termofilo, legato ad un terreno acido. Prezioso alleato dell’uomo nella lotta per l’esistenza, produce buoni frutti, legname ottimo e robusto, foglie per lettiera nella stalla, ombra tenue e riposante che ospita un ottimo pascolo ed una buona produzione di funghi: Boletus edulis o porcino, il Cantharellus cibarius o gallinaccio, Russula Vesca che, intimamente legati agli alberi, sviluppano il loro micelio fino a contatto delle giovani radici vivendo in simbiosi detta micorrizica; di funghi si nutrono piccoli animali micofagi, come lumache, chiocciole, insetti. Quale la funzione del fungo nel sottobosco? E nell’equilibrio della natura? Il suo ruolo in collaborazione con Batteri, è quello di decomporre gran parte della materia organica distruggendo residui vegetali e restituendo alla terra cellulosa, lignina, cheratina per trasformarla in Humus ed elementi e minerali semplici che saranno riutilizzati dai vegetali superiori. Il Fungo che vediamo spuntare fuoriterra è solamente il corpo fruttifero che ha funzione di diffondere le spore per la riproduzione, il corpo vegetativo vive nel terreno o nel legno sotto forma di filamenti sottili, le Ife che con il loro intreccio costituiscono il Micelio. Il Fungo è un vegetale eterotrofo che mancando di clorofilla è incapace di fare la fotosintesi ed è destinato a procurarsi il nutrimento sotto forma di composti organici già sintetizzati da piante superiori, se le sostanze sono


assunte direttamente da altri organismi viventi, siamo in presenza di Funghi parassiti, che forniti di ramificazioni dette “ austori “ penetrano nelle cellule dell’ospite per sottrarne le sostanze, causando alterazioni, malattie ed anche morte. Se il nutrimento è fornito da substrati morti, i Funghi si dicono saprofiti, sono invece simbionti quelli in rapporti mutualistici con gli esseri da cui ricavano il nutrimento. La riproduzione può avvenire per frammentazione del Micelio, e viene detta vegetativa; la riproduzione sessuata avviene per mezzo delle spore, formazioni leggerissime della misura di millesimi di millimetro, che portate dal vento, una di sesso maschile e una femminile e germinando accanto, troveranno le condizioni necessarie per lo sviluppo di un micelio. Le spore sono situate sotto il cappello del Fungo o fra le lamelle,o in piccolissimi tubuli. Nell’ambiente fresco e umido del castagneto il sottobosco non è tipico, ma varia a seconda della luminosità, delle caratteristiche del suolo, dell’altitudine, dell’esposizione. Si incontrano cespi di Felci, zolle di Paglietta odorosa; tappeti di Muschi, come il Politrico; graminacee come la Festuca ovina, la Betonica officinale, arbusti di Ginestra e di Brugo e nelle zone più fresche il Mirtillo nero. Non si può pensare a un bosco di montagna senza pensare alle Felci. Delle Felci, Crittogame prive di fiori, di frutti e di semi, sporgono dal suolo solamente le fronde verdi che hanno la duplice funzione, la clorofilliana e la riproduttiva; vive nel terreno un rizoma orizzontale da cui partono numerose radichette. Il segreto della riproduzione sta infatti sulla pagina inferiore delle fronde, su cui al momento opportuno, cioè verso la metà dell’ estate, compaiono piccole sfere di color ruggine, i sori nel cui interno stanno i minuscoli sporangi che a loro volta contengono le spore che verranno lanciate lontano anche portate dal vento e cadendo su un terreno sufficientemente umido produrranno una piccolissima lamina di colore verde detta protallo su cui si svilupperanno gli organi sessuali, gli anteridi e gli archegoni: quando saranno maturi sarà indispensabile una goccia d’acqua perché elementi maschili e femminili si uniscano per dare origine a una nuova pianta.

Della famiglia delle Leguminose è la Ginestra, Spartium Junceum, la pianta pioniera per la grande capacità di colonizzazione su substrati poveri e aridi, sulle scarpate degradate dove cresce come arbusto dai grandi fiori gialli, alti sui rami, da cui prendono origine i frutti, legumi di colore nero che contengono 12- 18 semi lucidi, marroni, velenosi, ma tutta la pianta , anche corteccia e radice è velenosa, per la presenza di un alcaloide tossico, la citisina. Simile è la Ginestra detta dei carbonai, Citisus Scoparium dalla cui sommità fiorita si ricava la sparteina alcaloide ad azione cardioattiva. Si nutrono dei suoi nettari farfalle come la Callistege mi, la Callophryis rubi. Il Brugo è il nome celtico dell’Erica, Calluna Vulgaris, che dà il nome alla sua famiglia: Ericacee. Tipica dei terreni acidi, piccola pianta molto ramificata, dalle foglioline persistenti, spesso simili a scaglie e fiorellini bianchi o rosei molto ricercati dalle api e dalla farfalla Argo, Plebeius argo. Nelle Brughiere, su terreno siliceo crescono funghi come il Cortinarius armillato e la Calvatia Utriformis o Vescia di lupo, saprofita che vive a spese di resti organici. Sempre nel sottobosco del Castagneto il Mirtillo Nero, Vaccinium Myrtillus, piccolo arbusto che copre intere aree fresche dei boschi anche di Conifere e Faggi, fiorisce a maggio giugno con piccoli fiori penduli rosa verdastri che forniscono un ottimo banchetto di nettare per insetti dalla lunga proboscide, come le api, men125


tre larve di svariate farfalle si nutrono delle foglie. In autunno le dolci bacche nere dalle delicate pruine blugrigie, ricche di vitamine e zuccheri offrono un ricco raccolto all’uomo e agli uccelli. Nel passato dal suo succo si ricavava il colore viola da usare per tingere carta e tessuti. Cresce sotto gli arbusti di Mirtilli un Fungo, l’Amanita Virosa che ama terreni silicei. Invece su terreno di preferenza calcareo cresce il Sorbo Selvatico o Sorbus Aucuparia, famiglia delle Rosacee, alberello dai fiori bianchi, riuniti in corimbi e da frutti vistosi di colore rosso scarlatto appetiti dagli uccelli che diffondono poi i semi nelle località più impensate a volte anche inaccessibili. Superata la zona delle Querce e del Castagno, nella fascia detta montana, dove l’ambiente acquista carattere un po’ più alpino e si incontrano i primi boschi di Faggio, Fagus Silvatica, famiglia delle Cupolifere. La Faggeta esposta solitamente sul versante nord è la vegetazione caratteristica di un ambiente ben definito tra i 900 e 1500 m con condizioni climatiche equilibrate; con oscillazioni di temperatura poco accentuate, elevata umidità, poco ventilato, suolo a carattere sciolto permeabile e fresco, quando la Faggeta cresce indisturbata per lungo tempo, diventa per la sua maestosità una tra le più belle foreste del mondo, anche ultrasecolari; può essere pura, cioè costituita esclusivamente da alberi di Faggio, o mista, per la presenza di Abete Bianco e Rosso. Il Faggio è un albero imponente che raggiunge anche 30 – 40 m di altezza, il fusto è diritto, la corteccia è grigia, spesso con macchie scure dovute a fitte colonie di Licheni o di Muschi lungo il lato più umido, le foglie ovali, ondulate, rossastre. In primavera compaiono i fiori maschili, amenti biancastri e quelli femminili eretti protetti da un involucro; il frutto sarà la faggiola, racchiusa in una cupola coriacea spinosa. Molto utile all’uomo per il legname usato come combustibile ed anche in falegnameria, per le foglie che servono per il bestiame come lettiera, per il frutto, prezioso alimento di animali selvatici, per il seme da cui si estrae un olio utile per la fabbricazione dei saponi. Il sottobosco non è molto ricco perché dove la faggeta è rigogliosa e fitta, l’ombra impedisce l’insediamen126

to di molte specie vegetali, è migliore invece dove il bosco è misto. Fra gli arbusti si trovano il Maggiociondolo; i cespugli di Brugo, di Mirtillo, l’Erba Ginestrina. Fra le piante erbacee l’Acetosella dai fiori bianco rosati, l’Asperula dorata o Stellina odorosa, la Viola silvestre non profumata e pallida, l’Anemone epatica. Soffici tappeti di Muschi tappezzano le radici che affiorano ed emergono dallo strame di foglie morte, ed in autunno, al limitare del bosco di Faggio, abbondano i Funghi come il gustoso Boleto, l’Agarico saponaceo e quello viscoso, il Pluteo Cervino in gruppi numerosi sulle ceppaie, il Cantharellus cinereus che vive in gruppi più o meno fitti esclusivamente sotto i Faggi, le Colombine, le Rossole, le velenose Amanite, l’Hygrophorus marzuolus, la tossica Inocybe. Nel verde del bosco, da aprile a giugno spiccano i grappoli dorati dei fiori del Maggiociondolo, o Cjtisus Laburnum famiglia delle Leguminose che cresce fino ad un’altitudine di 2000 m. meglio su terreno calcareo. E’ un arbusto alto da 5 a 7 m., la sua chioma consta solamente di pochi rami eretti e di numerosi getti laterali molto corti che terminano con un ciuffo di foglie da cui fra aprile e giugno partirà l’infiorescenza spiovente, a forma di grappolo, composto da 10 a 30 fiori dalla corolla papilionacea, nettariferi, visitati da insetti pronubi. Dai fiori prenderanno origine i frutti, maturi in ottobre, legumi di colore bruno, lunghi 5-6 cm. contenenti 7 semi scuri, duri e molto tossici, che se ingeriti causano vomito violento con presenza di sangue. Mentre conigli, pecore e capre si cibano impunemente delle foglie, tutta la pianta è pericolosa per l’uomo per la presenza di citisina, alcaloide fortemente neurotossico che dà effetti simili a quelli della stricnina, prima eccitanti, poi paralizzanti. Salendo fino al limite di 2000 m. ci si trova nelle Pinete, boschi ora bui, ora luminosi, sempre profumati di resina: qui l’essenza principale è il Pino Silvestre, uno degli alberi più comuni e familiari presente in tutta l’Ossola, dove crescono le più belle fustaie del Piemonte. Mentre il Faggio cresce sul versante nord, alla stessa altitudine, sul versante sud, cresce il Pino, anche su terreni de-


nudati e rupestri, resistente ai venti dissecanti e ai geli tardivi. La Conifera dalla caratteristica chioma conica, dal tronco diritto, dalla corteccia squamosa bruno rossastra da giovane, poi color cenere, ha una poderosa radice a fittone e le laterali molto allungate, apparato radicale così espanso che lo rende resistente all’impeto dei venti. Diventa alto fino a 40 m., e tanto longevo che può superare 5 secoli di età. Le foglie aghiformi brevi, persistenti per 2- 3 anni sono appaiate a due a due, le infiorescenze maschili assomigliano a piccole pannocchie di stami gialli che per mezzo del vento diffondono abbondante polline, che si poserà sui fiori femminili. Nella primavera successiva il piccolo cono femminile fecondato crescerà assumendo la forma di pigna, dapprima verde, poi dopo il secondo inverno le squame diventeranno scure e infine legnose; quando la pigna sarà matura le squame si apriranno per liberare i semi che il vento porterà lontano: disseminazione anemofila. E’ il più prezioso dei Pini, ricco di olii essenziali, dalle screpolature della corteccia o da incisioni, cola una oleo-resina da cui si ricava la trementina poi per distillazione si ottiene l’acquaragia. Nelle Pinete il sottobosco può assumere aspetto quasi di steppa con piante frugalissime adatte all’aridità dell’ambiente, come Graminacee Cespitose: tappeti di Festuca ovina, buona foraggiera da pascolo, l’Erica carnea, cespugli di Ononide, una leguminosa infestante dai fiori rosati e fusti spinosi, Muschi, e tra i Funghi il Boletus luteus, l’Agarico detto color di terra, il Cantharellus cibarius o Gallinaccio dal dolce profumo e dalla polpa soda e saporita, l’Hygrophorus pustulatus, Russole e Amanite, l ’Agarico rutilante esclusivo sui vecchi ceppi di Conifere che colonizza contribuendo alla loro decomposizione. Il micelio di tutti i Boleti vive in simbiosi con le radici degli alberi, ragione per cui essi spuntano solamente nei boschi o al loro margine. Dove è più puro e più caratteristico, questo bosco ospita la Rosa Canina con i rossi Cinnorodi; il Crespino Berberis Vulgaris, arbusto con fiori gialli a grappoli, frutti a forma di bacca bislunga, ricco di alcaloidi. Il Ginepro, Juniperus Communis, è l’arbusto pioniere proprio dei prati incolti, dei pascoli secchi, delle radure e delle brughiere fino anche al limite della vegetazio-

ne arborea, resistentissimo ai climi freddi e ventosi delle località di alta quota, fino a 2500 m. di altitudine, dove in condizioni quasi estreme di vita, il cespuglio assume forma prostrata. E’ anch’esso una Conifera dalle fitte foglie aghiformi dioica con fiori su piante maschili diverse da quelle femminili che impollinati assumeranno l’aspetto sferico di un pisello e matureranno dopo due anni delle pseudo-bacche dette coccole, sugose, di colore verde bluastro ghiotto cibo per gli uccelli come tordi e gallocedroni che provvederanno così alla dispersione dei semi. Uccelli, lepri, insetti, i mille deboli del bosco trovano fra i cespugli asilo e cibo. Nell’intrigo del bosco vive anche il Juniperus Sabina: la pianta è velenosa in tutte le sue parti, è un Ginepro che differisce dagli altri per le foglie squamiformi, piccolissime, appiattite e per i frutti detti galbuli, di colore nero bluastro. Ad un’altitudine di 1400 m. ambientato fin quasi a 2000. Sempre sul versante nord, cresce una Conifera maestosa, l’ Abete Bianco, Abies Alba dal tronco diritto, cupola conica con rami quasi orizzontali, aghi semplici, di colore verde scuro, persistenti da 8 a 11 anni; fiorisce in aprile-maggio con amenti maschili gialli e coni femminili verdastri, da cui origineranno pigne erette lunghe fino a 16 cm. che si distinguono per questo da quelle pendule dell’ Abete rosso. La pianta è longeva, ha le esigenze climatiche simili a quelle del Faggio e può vivere fino a 800 anni, raggiungendo 50 m. di altezza. Gli estesi fittissimi boschi della Valle Vigezzo sono formati da Abete Bianco; nel suo sottobosco, detto Pecceta, crescono piante ombrivaghe come il Poliporo o Spugnola, l’Amanita Phalloide , la specie più pericolosa di tutta la flora fungina, l’Amanita Panterina, il Lactarius Rufus. Una specie ancora più montana è l’Abete rosso Picea Abies, conifera propria della fascia subalpina, sul versante nord fra 1400 e 2300 m. di altitudine. Pur essendo una pianta mesofila, resiste anche ad una siccità moderata, tollera basse temperature invernali, gelate primaverili. Il suo nome deriva dal colore rosso bruno della corteccia; una delle sue caratteristiche è la chioma conica costituita da rami lunghi interamente coperti di piccoli aghi verde scuro e da cui pendono pigne affuso127


late lunghe circa 10 cm. I semi alati sono affidati al vento, e per questo l’ albero si diffonde con facilità. Il tronco è diritto e solido come una colonna; i rami spesso ricadenti si caricano di Licheni dalle lunghe barbe, grigi, neri, e gialli: barbe di Usnea o barba di bosco, ciocche di Alectoria jubata, sui tronchi cespuglietti di Evernia grigia e gialla, e di Pseudoevernia furfuracea. L’Abete rosso è l’albero più longevo nell’altitudine compresa fra 800 e 1800 m ed anche il più produttivo per il suo pregevole legname. Riunito in boschi, le Peccete, forma uno degli ambienti più caratteristici e suggestivi del paesaggio vegetale alpino. I Licheni, famiglia delle Parmeliacee, Crittogame striscianti, senza rami, né fusto, né foglie, né fiori, con il corpo vegetativo formato da un’Alga e da un Fungo in perfetta simbiosi, cioè in una convivenza stretta di organismi diversi che traggono entrambi un vantaggio. In questo caso le ife del Fungo si localizzano fra le cellule dell’Alga, all’Alga verde il compito della fotosintesi clorofilliana e la formazione di carboidrati, al Fungo quello di fornire all’Alga l’ambiente umido e l’assunzione di acqua e di sali minerali disciolti: è così che il Lichene vive dove Alga e Fungo isolati non vivrebbero. Diversi nell’aspetto per colore e per forma e per habitat, pionieri per eccellenza, si insediano anche sulle rocce più impervie e con la presenza di enzimi provocano il disfacimento superficiale delle rocce iniziando così la formazione dell’humus che permetterà in seguito l’insediamento di piante più esigenti. La riproduzione può avvenire in tre modi: o per via vegetativa per distacco di parti del tallo, o conidiale, per la presenza sul tallo di picnidi nel cui interno si formano microconidi. Importanti nell’economia del bosco perché rappresentano il cibo per molti animali, dai piccolissimi invertebrati, fino alle renne, caribù, alci nei paesaggi artici. A causa della longevità e crescita assai lenta alcuni Licheni possono servire a datare i substrati su cui crescono, il più indicato a questa indagine è un Lichene rupicolo che cresce cioè su un substrato roccioso il Lichene detto Geografico, il Rhizocarpum Geographicum, caratteristico per il colore giallo, con il tallo che cresce di mezzo millimetro all’anno in forma circolare: misurando il diametro dei talli si può risalire alla loro età e al 128

momento del loro insediamento sul substrato roccioso. Il sottobosco è talora quasi desertico solo ricoperto da uno strato di aghi secchi, oppure dallo spesso e soffice tappeto di aghi spuntano, dove penetra il sole, il Mirtillo nero, il Mirtillo rosso, il Rododendro, il Lampone, il Rovo. Il Mirtillo rosso, Vaccinium Vitis Idaea, famiglia delle Ericacee è un piccolo arbusto alto da 10 a 20 cm. che vive su terreni poveri, meglio se acidi, nel sottobosco delle conifere fino a 3000 di altitudine formando tappeti anche molto estesi di colore verde cupo. Dai fiori bianchi e rosei riuniti in piccoli mazzi all’apice del ramo, prenderanno origine i frutti, bacche rosse dal sapore acidulo. Volano sulle piantine di Mirtillo due specie di farfalle, la Lasiocampa Quercus e la Zigaena Exulanas che hanno effetto pronubo. Il Rododendro, Rhododendron ferrugineum, famiglia delle Ericacee, è molto frequente su terreni acidi, nei pascoli ricchi di humus e anche su rocce, su burroni sassosi, purchè ben soleggiati, sono gli arbusti contorti tipici del piano subalpino e della fascia alpina in versanti con nevi abbastanza persistenti, che invadono velocemente anche i pascoli abbandonati. La pianta è legnosa a forma di cespuglio, con pochi rami e robuste radici, piccole foglie coriacee resistenti, di colore verde cupo nella pagina superiore, e color ruggine sotto. In estate compaiono i fiori di colore roseo tendente al rosso, riuniti in un corimbo alla sommità dei rami; dai fiori prenderà origine il frutto, una capsula allungata contenente numerosi piccoli semi. La pianta è velenosa in tutte le sue parti e in modo particolare lo sono le foglie, con azione narcotica. Gli acidi speciali che produce rendono impossibile lo sviluppo alle erbacee circostanti, è invece chiamata “balsamo alpino” per la ricchezza delle sostanze volatili contenute nelle sue foglie, e anche “rosa delle Alpi” per la bellezza della sua fioritura. Sulle foglie possono essere presenti le Galle, secrezioni rotondeggianti che si formano in seguito ad una azione irritante provocata da un fungo, l’Exobasibium Rhododendri, o da parassiti; sono formazioni dannose per la pianta. Chiamati dagli Ossolani “ratagin” i Rododendri sono molto comuni fino a coprire vaste zone di praterie alpi-


Una varietà di sassifraga.

ne come al Passo del Sempione, sulle sponde del lago di Codelago in Alpe Devero, o su quelle del lago formato dalla diga di Cheggio in Valle Antrona, rodoreti in Val Vigezzo all’alpe Campra, in Valle Anzasca all’Alpe Rausa, in Valle Antigorio i “Rater” della Colmine , in Val Bognanco i “Ratagin” dell’Alpe San Bernardo. Il prof. Rossi nel suo studio sulla Flora ossolana cita la presenza di due specie: il R: Hirsutum presente i Val Divedro e qualche esemplare alla Cascata del Toce e il R. Ferrugineum il più frequente, legato al substrato siliceo. Molto più rara è la varietà Albiflora presente sul Sempione e in Devero. Si nutre sul Rododendro una farfalla diurna, la Zigaena Exulans che può vivere fino a 3000 m. di altitudine.

Fra le scarse piante erbacee è ospite una graziosa fragile pianticella fiorita di campanelline rosate che per la sua diffusione assai notevole nelle selve della Svezia, fu dedicata al botanico Linneo: la Linnea Borealis. (Linneo naturalista svedese 1707-1778).

Abbastanza comune sono il Rovo, Rubus Fruticosus, e il Lampone, Rubus Idaeus, famiglia delle Rosacee. Sono arbusti con stoloni serpeggianti e rami flessuosi e ricadenti, spinosi, che formano dei grovigli: dopo la fioritura estiva compaiono abbondanti i frutti: rosso vivo, un po’ pelose le drupeole del Lampone, dal delizioso profumo e dal dolce sapore; rosso-brunastre e acidule le more del Rovo pronte da cogliere da luglio a settembre.

I Muschi sono tallofite che per la presenza di piccole foglie verdi sono autotrofe, e compiendo la funzione clorofilliana, non sono mai dei parassiti, ma quando ricoprono il suolo con fitto intreccio diventano dannosi alle piante erbacee e quando vivono sui tronchi degli alberi, recano danno perché ricoprono le lenticelle della corteccia ostacolando il ricambio di aria e di umidità. Il loro ambiente è il sottobosco, dove hanno la loro

La Pecceta con il terreno ombreggiato e ricco di humus è il paradiso delle Crittogame: assumono grande importanza la copertura di Muschi e la presenza di numerose specie di Funghi a terra o sulla corteccia, che vivono in simbiosi con le piante forestali: qui il Cortinarius Traganus, la Psalliota Silvatica o Agarico dei boschi, lo Strobilus esculenta sulle pigne interrate dell’ Abete rosso, l’Amanita Muscaria.

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importanza nell’economia della natura, talora piccolissimi, talora alti fino a 10 cm. più o meno muniti di rizoidi che hanno funzioni simili a quelli delle radici delle piante superiori, e di minuscole foglie, essi assorbono acqua in tutto corpo, trattenendone fino a 6-7 volte il loro peso secco e limitano così i dilavamenti dovuti alle impetuose piogge. Costituiscono un microcosmo cui si collegano fauna e flora microscopiche, sono diffusi con una infinità di forme, fino alle regioni glaciali, comprendono circa 12000 specie, dagli Sfagni che vivono in estesissime formazioni e costituiscono le torbe, ad altri come il Polytricum che formano nelle zone artiche le immense distese delle tundre. Ogni tipo di substrato e di roccia ha i propri Muschi che funzionano anche come indicatori dell’acidità del substrato. La riproduzione avviene o per via vegetativa per distacco di vari rametti o di frammenti di fusto su cui si formano piccole gemme che produrranno nuove piante, oppure per spore che raccolte nel sacco sporigeno vengono disseminate da movimenti igroscopici. Rara nell’Ossola è la presenza del Pino Cembro Pinus cembra sul versante sud della fascia subalpina, ma esemplari si trovano fino ai ghiacciai del Sempione, in Valle Anzasca, in Val Formazza, nei luoghi più aspri dove non crescono altre specie. Infatti questa conifera non teme né le altitudini, né i rigori dell’inverno, cresce lentamente con radici profonde e vigorose, tronco diritto o contorto, alto fino a 20 m, porta strobili eretti, grossi alla sommità dei rami. La gazza nocciolaia è il valido agente disseminatore: nasconde i pinoli per cibarsene ed alcuni, nel frattempo, germinano. Se la Cembreta è insediata su terreno calcareo, nel suo sottobosco prevalgono i Ginepri, i Rododendri irsuti, la Vitalba o Clematide alpina, l’Erica carnea, la Dafne Striata, il dorato Eliantemo, cespuglio delle Cistacee dai fiori gialli disposti a grappolo. Ma l’albero alpino per eccellenza è il Larice, Abies Larix, una Conifera che raggiunge le più elevate altitudini, fino a 2500 m, sopportando inverni rigidi e prolungati. Amante della grande luce e degli spazi incontrastati, cresce proteso verso il cielo e solidamente abbarbica130

to al terreno, con le radici spesso insinuate nelle fessure della roccia. È l’unica Conifera che perde le foglie in autunno, difendendosi così dalla perdita di acqua per traspirazione fogliare e resistendo ad inverni freddissimi e prolungati, ma tollerando bene anche temperature estive abbastanza elevate. Quasi fiabesco è l’aspetto autunnale dei larici, che appaiono soffusi di un tenue colore giallo e tutto il sottobosco si copre di uno strato soffice e fine di aghi dorati; forse per queste note di colore il Larice è stato chiamato il «sorriso della montagna». Caratteristico per le sue esigenze di luce, raggiunge 40 m di altezza e due metri di diametro; ha chioma piramidale leggera e rada, tra il cui verde tenero spiccano in primavera i giovani coni femminili, rossi. A settembre sono mature piccole pigne diritte, marroni, con squame circolari che custodiscono due semi tondi alati. Cresce sulla corteccia la Letharia vulpina, un Lichene velenoso, di colore fra il giallo intenso e il verde. Essenza molto utile all’uomo come valido riparo per le valanghe, il suo legname viene usato anche per la travatura delle baite. La luce che penetra calda e riposante fra le chiome, permette e ravviva un ricco sottobosco erbaceo, utilizzato per il pascolo; la Festuca, il Nardo, il Trifolium montanum con fiori bianco giallastri, il Trifolium alpinum con fiori odorosi rosso porporini, ottimo foraggio ricercato dai camosci, mentre le marmotte si nutrono volentieri delle grosse radici dal sapore dolce di liquirizia. Fra gli arbusti a cespuglio: la Rosa pendulina dalle rosse corolle prive di spine, il Lampone, la Clematide alpina dai grandi fiori cerulei, la Dafne striata con rossi mazzetti, Mirtilli, Rododendri, Erica carnea, molti Muschi e Licheni o corticicoli o pendenti dai rami. Numerose le piante erbacee fiorite: risaltano con particolare evidenza le Genziane, gialle, punteggiate, rosse, porporine, azzurre, il Giglio martagone, con l’eleganza dei suoi fiori, l’Arnica dorata, che pur se velenosa trova molte applicazioni nella medicina popolare. Il suolo ricco di humus ospita funghi: varie specie di Boleti, Lattari, l’Hygrophorus lucorum, sulle cortecce l’Agarico bianco. Con un graduale diradarsi di alberi, i boschi lasciano il posto alla fascia alpina, tipica di vegetazione detta delle


piante legnose contorte, in cui la boscaglia si riduce ad arbusti, ad una vegetazione ipsofila, amante cioè dell’altitudine, che può giungere fino a 3000 m. E’ questa la zona del Pino montano di cui si trovano esemplari al Sempione. È la conifera più differenziata nel comportamento, infatti dalle forme arboree alte fino a 25 m si passa alla forma cespugliosa ed alla forma strisciante e tortuosa, a significare la lotta incessante contro le impetuose avversità del clima. Nel sottobosco dense compagini di Erica carnea, di Juniperus sabina e Juniperus nana con foglie rigide e pungenti e bacche aromatiche, crescono nelle zone più soleggiate, dove le nevi sono meno persistenti appiattendosi al suolo per raccogliere il calore irradiato dalla roccia del substrato. Altro tipico bosco in miniatura è quello dovuto all’Ontano, Alnus Glutinosa, una Betulacee. Alto circa 150 cm con folti rami e foglie che spuntano presto, al primo sciogliersi delle nevi, ama molto l’umidità e si insidia preferibilmente sulle ripide pendici silicee, soprattutto sui versanti a nord, dove scendono le acque dei ghiacciai e nevai disciolti. Cresce lungo canaloni, su detriti scoperti, su greti di torrenti, con funzione pioniera, proteggendo ed arrestando i detriti, non teme infatti la caduta di slavine, perché i suoi rami elastici si piegano, poi risorgono indenni. E’ una essenza monoica con amenti maschili e femminili sulla medesima pianta; le sue radici presentano delle nodosità prodotte da uno schizomicete, l’Actinomyces alni batterio che permette all’albero di fissare direttamente l’azoto atmosferico. Il tronco è diritto con corteccia grigiastra, screpolata, grande espansione della chioma verde fino all’autunno. Dopo l’impollinazione le infiorescenze femminili si ingrossano rapidamente originando coni tozzi, verdi, di 6 mm. di diametro, che in autunno diverranno scuri e duri, con rigide scaglie che si apriranno per disperdere i semi. Il sottobosco ha caratteri di provvisorietà con alte erbe: Lattuga alpina ispida fiorita intensamente di azzurro, Aconito Napello dal decorativo elevato racemo fiorifero color indaco cupo, e dalla sua pericolosa velenosità, la rara Aquilegia Alpina. Una vegetazione frugale, altamente specializzata, incapace di vivere fuori di questo ambiente di isolamento,

esiste sulle rupi e sui detriti e sulle più aspre pietraie, e ai margini dei nevai perenni come le Stelle Alpine e le Artemisie del Ginepì, Artemisia Spicata e Artemisia Laxa, Semprevivi e Sassifraghe, Papaveri Alpini, Primule Alpine come la Hirsuta, Miosotide nana, e il Ranunculus Glacialis detto Erba dei Camosci, che può giungere alla massima altitudine di m. 4272 (per curiosità: nelle Alpi Bernesi). Sulle rocce nude si trovano le Crittogame, microscopiche Alghe azzurre, Licheni crostosi, tappeti di piccolissimi Muschi. Sono vegetali che hanno trovato sistemi di difesa abilissimi: gli arbusti si fanno striscianti, con rami contorti seguono le asperità del suolo, con robuste radici si salvano dalla furia del vento, si ricoprono frettolosamente di neve per proteggersi dai geli invernali, protezione che ottengono anche aumentando la quantità di zuccheri presenti nelle cellule in modo che, con la densità, subiscano più difficilmente il congelamento: così ad esempio la Silene Acaule che vive anche a 15° sotto zero, la Genziana Brachyphilla e alcune Androsacee che tollerano anche i meno 30°. Un’altra difficoltà è rappresentata dalla scarsità di acqua che d’inverno è solidificata sotto forma di ghiaccio, e in estate evapora rapidamente sulle rocce roventi o si disseca per il vento, in questo caso la difesa consiste nel ridurre la traspirazione rimpicciolendo le foglie, rendendole impermeabili con cuticole o con lanuggini, immagazzinando liquidi in speciali organi di riserva. Sotto la neve vengono preparate le gemme fiorali, perché l’estate sarà breve, e i fiori avranno colori molto vistosi per richiamare i pochi insetti pronubi presenti, saranno i colori azzurri a difendere dalla intensità dei raggi ultravioletti, e le superfici lucide a riflettere i raggi del sole. Durerà poco un fiore, sarà sufficiente un acquazzone o una gelida pioggia a distruggerlo per cui non sempre il ciclo riproduttivo si compirà, anche perché i semi potranno venire dispersi dal vento o dalle tempeste. E più in alto nulla? Finisce qui la vita vegetale appariscente, ma vivono sulle nevi numerose Alghe microscopiche come Diatomee e Cloroficee che costituiscono il “Crioplancton” o Plancton dei ghiacciai. 131


Per la vegetazione così impoverita, la quota massima raggiungibile dipende dalla resistenza propria della singola specie e dalla possibilità e fortuna di trovare una nicchia accogliente, dalla capacità di sopravvivere e riprodursi al di sopra del limite delle nevi perenni, che il sole estivo non riesce a disciogliere. Trovano la più eccelsa e gelida dimora a queste altitudini specie simili o addirittura le stesse delle terre polari artiche: delle 47 Fanerogame segnalate alla Capanna Vincent sul Monte Rosa (m. 3158), 10 sono comuni allo Spitzberg, arcipelago del Mar Glaciale Artico, 14 alla Lapponia; alla Punta Gnifetti (m.4559) persistono ancora 12 specie di Licheni, e alla Dufour (4630), ancora 6 specie, fra cui il Rhizocarpum Geograficum. (Queste ultime notizie sono tratte dal volume: Conosci l’Italia : La Flora. T.C.I.) I prati Sul fondo delle vallate, seguendo il corso dei fiumi e dei torrenti si estendono paesaggi aperti e luminosi, gioiosamente ricchi di fiori: le praterie che, a seconda dell’altitudine, dell’umidità, della natura e della coerenza del substrato, presentano profonde differenze, di aspetto, di composizione, di valore economico. Infatti servono all’uomo essenzialmente per la nutrizione del bestiame, secondo le esigenze, le stagioni, le consuetudini locali, le specie di animali presenti. Si può quindi considerare il prato come una particolare associazione condizionata dall’intervento periodico o costante dell’uomo che nel corso dei secoli ha sottratto ampie superfici alla vegetazione naturale, eliminando piante infestanti e favorendo la crescita di foraggiere in una grande varietà di specie: prato che vai, erbe e fiori che trovi… La composizione di un prato è quanto mai eterogenea. Piante diverse si associano: alle Graminacee, si accompagnano Leguminose, Ranuncolacee, Composite: Avena elatior, Erba mazzolina, Paleino odoroso, Coda di topo con lunghe spighe cilindriche, Coda di volpe, Piantaggine, Gramigna dei prati, Loglierello, Erba del cucco o Silene inflata dai fiori bianchi e foglie eduli, Trifoglio pratense che si espande arrossando tutto il prato, Ranuncolacee tutte velenose od irritanti, che danno una gialla nota festosa. Sono presenti la Vulneraria, 132

il Mjosotis di cui si trovano fiorite varie specie, a seconda delle altitudini, nei campi incolti e nei pascoli o sulle rive dei ruscelli, nei prati più freschi la Viola tricolore, Carota selvatica, Cerfoglio, Tarassaco dalla bella fioritura gialla di cui si raccolgono le giovani foglie e le tenere radici e con i semi sono dispersi dal vento, Campanule dalle corolle violette od azzurrine, Pratoline, Margherite maggiori. Nei prati e pascoli dove, dopo la fienagione, il bestiame pascola dopo il secondo taglio del fieno, tra i corti monconi e la più modesta vegetazione autunnale, compare la malinconica fioritura rossoviolacea dei velenosi Colchici. Dove il prato è più prossimo al bosco fresco ed ombroso, si vedono varietà più montane: ecco il Ranuncolo di montagna con fiori gialli dorati, la Potentilla grandiflora, la Campanula barbata, la Centaurea montana con capolini azzurri simili al Fiordaliso, i Gerani violacei, i Carici simili alle Graminacee perchè i riuniti in spighette. Nei luoghi più soleggiati, con suolo meno ricco di humus, cresce l’Erba viperina con foglie e fusti ispidi e fiori rossastro azzurrini, l’Assenzio profumatissimo ed aromatico, che cresce fino a 3500 m, la pungente Carlina, i cuscinetti profumati di Timo, la Camomilla, il Mentastro. Nei prati più umidi ed acquitrinosi: l’Arnica gialla con le sue proprietà medicinali, la Coda cavallina, l’Agrostide, gli Eriofori dai fiocchetti serico argentei; cominciano ad abbondare i muschi. A queste altitudini, fino ai 1200 m esistono ancora insediamenti umani con giardini, campi di segale, di patate. Sui muretti delle mulattiere si arrampicano il Caprifoglio, la Clematide, l’Edera con le sue radici avventizie, la Pervinca e nei luoghi più umidi cresce la Ruta dei muri, il falso Capelvenere, la Felce dolce o liquirizia montana, la Veronica persica o scarpetta della Madonna, la Linarja alpina. L’arrivo della primavera è annunciato da fugaci fioriture: ai margini delle nevi fondenti sbuca impaziente la Soldanella Alpina per affermare la ripresa della vita vegetale, le fa seguito il Croco, fiorito da febbraio a maggio dai 500 ai 2700 m. Nella fioritura estiva innume-


Cuscini floreali fra le rocce.

revoli specie dai colori più vivi fanno dei prati veri e propri giardini dagli aspetti molto diversi a seconda del predominare di una specie o di un’altra che si impone con i suoi colori: ora è il profumato Narciso che salendo dal basso trova il suo luogo ottimale fra 600 e 2000 m per allietare con le sue corolle stellate i prati montani e freschi; ora è il Botton d’oro o Trollius europeus, di notevole bellezza per i suoi grossi fiori gialli lievemente odorosi, fioriti da maggio ad agosto, velenosi per il bestiame, ma più raramente, il Tulipa australis nei prati umidi, in val Divedro ed Antigorio. I fiori propri di questi prati sono le varie specie di Anemoni (1000-2700 m), decorativi annunciatori della bella stagione con le delicate corolle, anche l’Aquilegia dalla collina fino a 2000 m, i Garofanini, la Nigritella nigra o vaniglia di montagna dal persistente profumo di vaniglia, i piccoli gigli di monte, Paradisea liliastrum candidi ed eleganti. Nei prati più freschi attorno agli acquitrini si alternano i bianchi piumini dell’Erioforo, le Primule farinose, la Calta dorata; presso i ruscelli i vari tipi di Orchidee, le spighe dense e rosee della Poligonum bistorta. Intorno a quota 2000, ove sui prati si posano le baite degli alpeggi, la flora alpina si fa particolarmente pregiata, ricca di fiori e di piante aromatiche e medicinali: l’Aconito, gli Anemoni, le Viole, le Campanule, l’Arnica, il Ranunculus Pjreneus, le Genziane, l’Achillea, la Pinguicola, la Stella alpina da sempre simbolo della montagna, l’Aster alpinus, la Viola calcarata profuma-

ta di miele. Le vaste praterie naturali, che si estendono oltre il limite superiore del bosco, sono i pascoli alpini utilizzati dal bestiame transumante: a questi alpeggi il bestiame sale dal piano e vi permane durante i mesi estivi per sfruttare il fieno selvatico. Dove gli animali sostano a lungo durante la notte, avviene che i liquidi organici si accumulino sul terreno modificandolo profondamente e determinando condizioni adatte all’insediamento di piante nitrofile, o flora ammoniacale, che sottrae aree al pascolo, in quanto rifiutata dal bestiame; così: il Rumex alpinus, il Cardo lanoso, il Cirsio spinescente, l’Urtica dioica. Questi pascoli sono l’ambiente di Funghi saprofiti e parassiti, sparsi tra le erbe ed i fiori, o nascosti fra Rododendri e Salici nani: le Vescie, l’Igroforo, l’Agarico laccato. Nei fondovalle pianeggianti le acque glaciali rallentano il loro corso, formano laghetti o pozze che ospitano una vegetazione acquatica: Sassifraghe, Linarie, Androsacee. Se le acque ristagnano a lungo si determina la formazione di acquitrini paludosi che col tempo si trasformano in torbiere dal suolo inzuppato e traballante. Qui fra i Carici e i Giunchi, affiorano distese di leggeri piumini dell’Erioforo, cresce l’Utricularia, singolare erba filiforme con foglie adatte a catturare e digerire piccoli insetti, e la Drosera con le sue minute papille protese ad attendere la minuscola preda. Questa in sintesi molto succinta la descrizione della flora ossolana dalla pianura alle vette più alte. Una visio-

Sottobosco.

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ne simbolica di questa ricchezza, che la natura regala all’uomo, si ha visitando l’Alpe Veglia, l’Alpe Devero, l’alta Val Formazza, il Sempione, la selvaggia Valgrande, veri giardini alpini spontanei di notevole valore scientifico, dove si concentrano le più belle essenze. E’ meraviglioso scoprire come là dove il clima rigido rende impossibile l’esistenza dell’Uomo, la vita continui in forme splendide di una flora che, quando viene raggiunta, incanta. Secondo un censimento effettuato da ricercatori del W.W.F., in Italia circa 480 piante superiori, 276 meno evolute come i Licheni, 367 piante di Muschi, 129 specie di Epatiche, sono vicine all’estinzione. Scrive Piero Bianucci: Non si tratta di un danno semplicemente estetico o culturale. La perdita di una specie non

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è un dramma esclusivo del poeta o del botanico. Ogni specie è un anello della lunghissima catena di forme viventi che nel suo insieme costituisce un ambiente. L’evoluzione ha impiegato milioni di anni per creare ognuna di queste specie. Ogni estinzione che non rientri nel processo evolutivo naturale è un atto di violenza. …ogni filo d’erba ha la sua storia da raccontare. Sembra che una delle piante che non vedremo più sia la Stella Alpina, il Leontopodium Alpinum: avviciniamola in punta di piedi, con conoscenza e rispetto: Nella neve la sua vita, Nel vento la sua canzone, Nella solitudine il suo mistero, Breve desolato canto d’amore di cui solo le stelle conoscono il segreto.


La fauna Franca Paglino Sgarella

Io sono molto affezionato all’Ossola. Ci torno ogni anno, a primavera inoltrata, quando laggiù, oltre il mare, nel paese delle sconfinate distese di sabbia, il mio orologio interno comincia a trillare. Allora so che devo tornare qui. Di muta intesa con altri miei compagni, dopo esserci data una lustratina alle ali e un’affilata ai becchi, decolliamo. La nostra parata aerea è molto eccitante. In pochi istanti, con un’impennata a velocità folle, foriamo le nubi e dritto, senza esitazioni, puntiamo qui. Il balzo, dalle Piramidi alle Alpi, vien fatto d’un sol fiato, senza scali e con rifornimenti aerei che noi stessi ci procuriamo aprendo semplicemente il becco e ingollando un’infinità di piccoli insetti. È come dire che voltate le ali ad un accecante mare di sabbia, non planiamo se non in vista di un’altrettanto abbagliante distesa, ma di neve questa volta. Le Alpi. Perché io sono un Rondone e precisamente di quelli che un tale Linneo, fra gli uomini, ha soprannominato Apus melba. Rondone sì, ma alpino. Sento un orgoglio di razza che non posso tacere. Quelli della mia famiglia sono ritenuti all’unanimità (attenzione) gli animali più veloci del mondo. Sissignori. Nell’aria, nel mio elemento cioè, schizzo avanti di molte lunghezze al falco pellegrino e alla superba aquila reale; nell’acqua, il pesce vela e il tonno, che sono tra i più rapidi sottomarini, non sono in grado di intaccare il mio primato; sulla terra ferma, sorpasso, anzi sorvolo con largo distacco il veloce giaguaro e l’agile gazzella. Ho uno scatto di 90 metri al secondo, una velocità di crociera di 200 km all’ora, ma la prerogativa maggiore è la mia resistenza a fendere l’aria. Posso volare per ore ed ore e stando così sospeso riesco a mangiare, a bere, persino a dormire. Mi sento una creatura dell’aria e a ben guardarmi si capisce perché. Sono più grande di una co-

mune rondine, ho breve collo, corte e brutte zampe ma robusti artiglietti e sono tutto ali. Nere, ricurve a falce, lunghe una volta e mezzo il mio corpo. Sono queste che mi fanno pregustare la libertà dello spazio nel senso più ampio della parola. Dall’istante in cui mi tuffo nell’aria non ho bisogno di rimbalzi per lanciarmi in una traiettoria perforante come quella di un missile, poi buttarmi in picchiata come se mi sfracellassi al suolo, raddrizzare all’ultimo istante la rotta e andarmene via liscio, sfiorando la cima di un campanile, la superficie di un lago alpino, un prato in fiore corteggiato da mille insetti. Dico tutto questo per spiegare il perché abbia deciso di redigere un giornale di bordo, un diario di questo viaggio annuale nella mia amata Ossola. Perciò questa volta non andrò direttamente a casa, in quel nido nella fessura della roccia, che ritrovo ogni anno puntualmente, lassù, in montagna. Ho fatto sapere ai miei compagni di viaggio che quando sarà il momento, mentre loro proseguiranno, io me la prenderò comoda, una volatina qua, una sosta là, occhi e orecchi pronti a registrare frammenti della mia terra. Farò l’osservatore ossolano. Il momento è giunto, il lago Maggiore è in vista, faccio segno di rallentare, mi stacco dal gruppo, mi abbasso di quota e disegno nell’aria un arrivederci. Ecco il Toce. Sono sopra alle sue acque grevi e verdastre, là dove vanno a perdersi nel lago. Per noi uccelli migratori le vie d’acqua sono un importante punto di riferimento, il più importante direi, dopo il sole e le montagne di giorno, le stelle di notte e i profumi e gli odori che ci lambiscono dal basso. Il Toce poi è proprio la grossa arteria dell’Ossola e noi non lo perdiamo mai di vista, riflettente di giorno, argenteo di notte. I suoi biz-

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zarri torrentelli che trabalzano giù dalle valli, sono la nostra indispensabile rete segnaletica. Vado in cerca di un luogo prominente, un poco solitario e selvaggio che faccia al caso mio. Mi va bene questa torre sopra Prata, un avamposto di guardia, una delle numerose torri per segnalazioni, ora in disuso e un poco sbrecciata. Ho sentito dire che aveva una specie di garitta che serviva da piccionaia per il lancio di colombi viaggiatori. Mi guardo in giro e con la mia ottima vista posso esaminare quasi nei particolari la pianura ossolana, poi alzo lo sguardo sulla cornice dei monti e osservo l’imponenza dei primi piani e la dissolvenza degli ultimi nella lontananza. Ossola di pietra. Non soltanto. Anche verde e viva. Ho sotto gli occhi ben rappresentati tutti e tre i regni della natura: minerale, vegetale, animale. Io faccio parte di quest’ultimo che nella mia piccola mente ho diviso in tre categorie. Gli uomini propriamente detti, i loro animali domestici e noi, i selvaggi, l’eterogeneo gruppo che vive alla macchia. Ci chiamano frettolosamente «fauna». È di questi che intendo raccontare, degli individui come me, autonomi, indipendenti, che devono in ogni modo arrangiarsi da soli, finora senza protezione alcuna. Anzi. Ci chiamano anche pomposamente res nullius che in gergo umano vuoi dire «roba di nessuno», e a questo proposito loro, gli uomini, stanno ancora blaterando se siamo alla mercé del rispetto di ognuno oppure dello sfruttamento di tutti. Per fortuna ho le mie ali che valgono tant’oro quanto pesano e la statura ridotta che mi fa meno vistoso di altri volatori più famosi di me. Che fine hanno fatto quelli! Dove sono finiti l’aquila, la poiana, l’astore, il gufo? Proprio intorno a questa torre dove sono abbarbicato adesso, tutti questi uccelli una volta vivevano qui, felici e imboscati. Avevano cibo e quiete, poi un certo malcostume li scacciò e li eliminò. Qualcuno di loro riuscì a raggiungere la montagna e faticosamente ricominciò da capo. È per questo che è solo nell’alta Ossola che trovo selvatici importanti e di grande mole. Come gli uccelli, così pure i mammiferi si sono rifugiati nel luogo che hanno ritenuto inaccessibile al predatore, cioè lassù dove il clima è, sì, severo, le pendici magari inospitali, ma dove finalmente possono eludere la loro presenza nella solitudine di un ambiente grandioso e di difficile accesso. 136

Ragionandoci un po’ sopra trovo che molti animali che vedo in pianura sono «ubiquisti» intendendo che li osservo tanto qui che in montagna. Per esempio la volpe, il fringuello, il tasso, lo scoiattolo, il ghiro, la donnola, la faina. Di contro, altri invece hanno preferenze «montane», anche se vivono bene alle basse e medie altitudini. Parlo della beccaccia, del ciuffolotto, delle tordele e infine di un mammifero importante, la martora. Nella maggioranza costoro sembrano di gran lunga preferire la foresta montana al bosco di pianura. Anche se il mio volo è saettante e io sono abituato agli spazi aperti per le mie acrobazie, pure mi capita, passando e ripassando sopra il medesimo punto, di sorprendere i miei compaesani nelle loro «animazioni». È primavera o no? A ben pensarci tutto comincia con il profumo dei fiori e del bosco, con le uova e le crisalidi degli insetti che si schiudono, le tane che si aprono e i nidi che si riempiono. Ai profumi si abbinano i suoni e subito è sinfonia, sinfonia pastorale. In primavera nasce la maggior parte degli animali selvatici ed è facile capirlo. È proprio dai fiori e dalle erbe che si forma il primo anello della catena alimentare di cui è congegnata la Natura. Dapprima l’erbivoro e l’insettivoro, poi il carnivoro. Il ciclo è perfetto e non fa una grinza. Interrompo le mie argomentazioni per descrivere il primo fotogramma che ho scattato in volo. Là, ai bordi della radura, ho avuto la fortuna di sorprendere un insettivoro timido e benefico: il riccio. È intento a cercare insetti, larve, rettili e al primo segnale di allarme a rinchiudersi nella sua corazza di spine come in una camera di sicurezza. Nella stessa posizione rimane nascosto nella tana in inverno, sprofondato in un sonno pesante fino alla primavera, quando appunto ricompaiono insetti e larve. Più in là vedo l’imboccatura di un rifugio più grande. Mi par di intravedere appena affacciati un paio di musi con teste striate in bianco e nero. Una famiglia di tassi, grandi dormiglioni anche loro, ma in modo diverso. Dormono come l’orso e lo scoiattolo, sono falsi ibernanti, ogni tanto si svegliano, escono a fare un giretto e poi si riaddormentano. Per osservarli bene dovrei appostarmi di notte, quando, caracollando sulle corte zampe, li sentirei avanzare grugnendo e frugando nel sottobosco.


La marmotta.

L’aquila reale.

Una volta mi è capitato di assistere ad una scena curiosa, in uno dei miei rapidi spostamenti avevo sconfinato in valle Vigezzo, in un’alpe ai piedi della Pioda, quando scendendo a fendente sul prato per acchiappare i miei insetti preferiti, ho visto una volpe rossa, di quelle che battono la pianura e la montagna, curiosare sulla soglia di una tana. Indi l’astuta ladrona depose tranquillamente i suoi escrementi proprio lì, all’entrata. Feci qualche arabesco nel ciclo, poi ritornai più volte accostando la traiettoria del mio volo al punto di osservazione. Il mio sospetto risultò fondato. La volpe se n’era andata ed era spuntato il legittimo proprietario, un tasso, il quale, da quell’animale pulito e riservato qual’è, vedendo il lordume fece dietro front e si allontanò. Ancora una volta e senza fatica alcuna, quella spregiudicata aveva ottenuto l’illegale esproprio di una tana tra le più confortevoli, costata giorni e giorni di lavoro ad unghioni altrui. Lì, lei avrebbe partorito, allevato, educato la sua irrequieta prole di tre, anche otto volpacchiotti. Udendo ad un tratto il canto del merlo, mi sovviene che non so cantare. La siringe, quell’organo che nella gola di noi uccelli produce note melodiose, a me fa uscire una specie di fischio che lacera l’aria mentre mi sposto come un fulmine. Vorrei saper cantare, non dico come l’usignolo, il fringuello, il pettirosso, la tordela, che odo gorgheggiare nei pressi di questa torre, ma anche solo come un monotono lui o un cuculo. Vorrei essere come il tordo, che emette suoni flautati e sa imitare con arrangiamenti personali il canto di altri uccelli. Invece non so che prorompere in questo strido quando le mie ali lassù vibrano all’impazzata, ma vi assicuro che se potessi im-

primere delle sillabe scandirei degli altissimi urrah! Simili a me nella povertà dei vocalizzi sono la rondine e il balestruccio, miei lontani parenti, anche loro gran viaggiatori del cielo. Mi sono incagliato in divagazioni su noi animali alati e tanto vale che vada alla conclusione. Qui in pianura mi è capitato di vedere un uccello strano e bello, colorato di arancione e con una cresta in testa. È l’upupa, antico abitante della steppa, che credevo di gusti raffinati, fino al giorno in cui ho scoperto che si nutre degli insetti del concime animale. Tanti altri volatili potrei nominare, ma come spiegato prima, molti di loro li troverò alle più alte quote, dove risulteranno impreziositi nello sconfinato isolamento. Sto dunque per decidere di spiccare il volo e non avendo zampe adatte a saltellare in terra come i passeri, mi butto da questa torre antica che mi è servita da davanzale. Prima di lasciare la conca ossolana e dirigermi sulle sue valli, voglio sorvolare a volo d’angelo le anse del Toce dove il fiume si impigrisce in larghi meandri. Pieve Vergonte, Piedimulera, poi Villadossola. Sfioro la superficie dell’acqua, ne prelevo una sorsata, mi specchio di sfuggita. Ho una sagoma a forma d’arco, la gola e il ventre bianchi, separati da una banda bruna, il corpo affusolato come quello di un aereo a reazione. Mi inebrio di velocità. Passo come un bolide sulle dune della riva, afferro a volo una boccata di insetti e, di colpo, mi ricordo una vecchia storia. Queste rive ora deserte, un secolo fa, si racconta fra noi, sono state visitate da un grosso stormo di cicogne bian137


che. Una perturbazione meteorologica aveva dirottato il volo di queste esperte viaggiatrici dirette al nord e le aveva fatte scendere alla fermata sbagliata. E quanto lo fosse, lo capirono dopo, quando vennero freddamente accolte dai domesi, nel senso che furono davvero freddate a colpi di fucile e decimate. Non ricomparvero mai più. Mi abbasso ad accarezzare l’erba dei prati, mi diverto a seminare il fuggi fuggi fra variopinte farfalle, ancora un fischio e via in montagna. Subito l’aria si rinfresca, le radiazioni solari si fanno più penetranti, cambia la topografia sottostante. Sorvolo foreste, radure, torrenti; alt, mi fermo in quota. Prima di impennarmi sopra i mille metri non mi dimentico di fare ogni anno una capatina fino a quel prato di Bugliaga per ammirare anche quest’anno la grande fioritura tutta d’oro del mio piccolo, speciale tulipano, quello che gli uomini chiamano Tulipa australis. Son qui, sono sul prato dorato, mi azzardo in spericolate volute a sfiorare le corolle del piccolo tulipano di montagna. È la mia carezza alla bellezza e alla primavera: ciao, tulipa! Adesso devo scegliere un campione di una delle sette valli ossolane. Potrebbe essere l’alta val Vigezzo, il fondo valle di Formazza, che dico, i dintorni di Macugnaga, oppure il trampolino di lancio della valle Antigorio, ultima tappa prima del mio capolinea, quella parete di roccia, in quell’alpe, vicino a quel torrente, nella conca di Devero. Sorvolo un bosco misto di conifere e latifoglie. La natura vegetale è assai generosa: lamponi e fragole, mirtilli e rovi; qua e là, le piccole lance verde tenero delle felci. In questo regno di muschi e cortecce marcescenti, dove si alternano abeti, faggi, ontani, noccioli, ritrovo gli amici della bassa. Odo il solfeggio del tordo dalla cima di un abete, il trillo del solitario pettirosso, le note incerte della passera scopaiola. Mi apposto su una prominenza e ingaggio tutti i miei sensi per registrare. Sono fortunato a sorprendere in pieno giorno un tasso intento a scavare un formicaio, lui nottambolo e schivo. Per mantenere i suoi 20 kg di peso deve mangiare una quantità di insetti, molluschi, uova, radici, bacche e funghi. La mia vista si sta abituando alla penombra del sottobosco e l’orecchio si presta al più lieve stormir di fronda. 138

Così, tra i rovi, vicino ad un ceppo marcescente, nell’intreccio di sterpi ed erbe, vedo un grande occhio aperto, un bell’occhio nero che mi pare immenso. Concentro lo sguardo e scopro anche un becco lungo, un petto di piume, tutti fermi nella più assoluta immobilità. Una beccaccia! la regina del mimetismo e della riservatezza sta covando le sue tre-quattro uova giallastre picchiettate di rosso, ben fiduciosa che il suo piumaggio color foglie morte le assicura una protezione assoluta. Un grido dissonante esplode non lontano e ferisce i miei sensibili timpani. Guardo dalla parte del suono e mi vedo venire incontro un uccello grande come un piccione, ma con testa e becco più robusti, che mi oltrepassa in una volata per niente aggraziata. Ho fatto appena in tempo ad intravedere i colori brillanti rosso, bianco, nero e sulle ali pennellate di blu, ma ho riconosciuto egualmente la ghiandaia e so che questa strombazzata è il suo grido d’allarme, il suo volo disordinato, una fuga davanti ad un perturbatore. Forse ha alle costole lo sparviero o l’astore, oppure ha sentito i passi della volpe, del cane randagio, del gatto selvatico. Ha drizzato il ciuffo sul capo lanciando le note stonate e ora tutto il bosco è all’erta. Costei è un tipo imprevedibile e non finisce mai di stupirmi. L’ho sentita imitare alla perfezione il miagolio della poiana, il verso del gufo comune e persino quello della voce umana. In famiglia hanno tutti la mania di nascondere le prede, siano esse ghiande o cavallette o altri insetti, nelle fessure della scorsa degli alberi, sotto il fogliame o in qualsiasi altro posto, per ritrovarle puntualmente qualche tempo dopo. Ma che cosa è questo strano rintocco che all’improvviso echeggia nella foresta? Ora è cessato, no, ora riprende. È un crepitio, un tambureggiamento. Sono disturbato dagli echi, impiego un po’ di tempo a localizzare. È lassù, alla cima di quell’abete colpito dal fulmine, quell’uccello bianco e nero, grosso come un merlo, ma con del rosso sotto la coda, che se ne sta lì aggrappato. È lui che mitraglia, lo so, ma voglio accertarmi. Ricomincia la raffica, lui si puntella con la coda e martella il tronco con il becco appuntito, tenendo rigidi collo e capo. Non poteva chiamarsi se non picchio, e questo, in particolare, è quello rosso maggiore. Non sta scavando il nido, ma marcando il proprio territorio con segnali che in questo caso sono piccole incisioni. Per il nido scende


più sotto la cima, dove il tronco è più largo, e ci ricava un orifizio ovale anche di 60 cm di profondità. Io so per certo che molti uccelli trovano comodo questi nidi abbandonati. Ho visto insediarvisi civette, cince, picchi muratori. Per finirla con i picchi, quello rosso maggiore non è l’unico, anche se il più comune, in montagna, e il più costante nel martellamento. Suoi congeneri sono il picchio nero, il più grosso dei picchi, che sale oltre gli ultimi faggi perché predilige le grandi abetaie di abete bianco e rosso; il picchio verde e quello cinerino, più piccolo e meno alpino. Infine altri due picchi, che si possono confondere per il nome ma non per i colori della livrea e il comportamento. Sono il muratore e il muraiolo. Il primo è un eccellente ginnasta, un virtuoso dei saliscendi sui tronchi. Aggrappato a testa in giù, corre in tutti i sensi sulla corteccia degli alberi, con il solo aiuto delle dita robuste armate di potenti unghioni. Non scava nicchie, usa, se può, quelle degli altri picchi, del rosso, del nero, del verde. Ci apporta solo una variante, una rifinitura di lusso, rimpicciolendo l’entrata con palline di terra impastate di saliva. Non per niente è muratore. Non si nutre solo di insetti che trova nelle fessure delle cortecce, ma specie in autunno ricerca golosamente i semi delle conifere e dei noccioli. Ma di tutti i picchi quello veramente che mi lascia a bocca aperta è il muraiolo. Io, rondone alpino, sono un abitatore delle rupi, ma lui è lo scalatore delle pareti rocciose a strapiombo sugli abissi. Quante volte sfiorando nei miei voli di ricognizione le creste di granito che incidono arditamente il cielo, le rocce fessurate che stillano rivoli d’acqua, ho notato come un topino grigio che fa il sesto grado sui lastroni rocciosi, ora correndo ora spiccando piccoli salti. Poi la sorpresa. Il topo grigio e nero si alza in volo e si trasforma in una grande farfalla dalle ali rosso carminio imperlate di candidi fiocchi. Lo chiamano «ticodromo» che vuoi dire «colui che corre rapidamente sul muro», ma il muro, nei cui interstizi ricerca gli insetti, è una parete anche a 4.000 metri! Con il pensiero sono volato troppo in alto, mentre fisicamente sono sempre qui ad esplorare il bosco di faggi,

abeti, betulle, con una soleggiata radura ai bordi. Questo è un bosco prezioso. Un giorno che temerariamente e contro le mie abitudini zigzagavo tra i tronchi, ebbi modo di cogliere presenze singolari. Al mio primo passaggio, vidi dapprima muoversi su un albero qualcosa che sembrava far parte dell’albero stesso. Passai e ripassai curioso. Allora scoprii rannicchiato contro il tronco, la testa infossata fra le spalle, perfetto nella sua omocrimia, il più forestale e misterioso dei tetraonidi, il francolino di monte, il pollo dei noccioli. Le voci del bosco, sommesse, parvero ad un tratto sopraffatte da un suono rauco, come un singhiozzo che si arrotava, accelerava e finiva con un sonoro kop! Mi spostai quasi al limite della radura e fu lì che vidi un uccello, grande come un gallo, scalpicciare, becco aperto, collo teso verso l’alto, fare, come un gallo, la ruota. Le sue penne mandavano superbi riflessi blu verdi sul petto, mentre le ali erano marroni, il collo grigio acciaio, rosso il sopracciglio delle creste. Un gallo cedrone in amore che chiamava a sé le femmine. Davanti a quell’esibizione cromatica di grande effetto mi sentii un piccolo spazzacamino e ricordai, per associazione d’idee, quell’altra volta di qualche anno prima, quando sorvolando Agaro nel punto dove il bosco si apre in uno spiazzo di mirtilli, ginepri e rododendri, vidi due volatili grossi come polli che sul terreno, ancora in parte coperto di neve, con movimenti nervosi e convulsi giravano in cerchio, le ali cascanti, la coda spiegata a forma di lira. Li sentivo fischiare con rabbia e soffiare, poi al colmo dell’eccitazione si erano avventati con violenza l’un contro l’altro. Alle solite, due fagiani di monte nelle loro folcloristiche danze d’amore e di guerra. Sul candore della neve risaltava il colore lucente blu scuro dei loro corpi, il bianco delle remiganti delle ali e della sorprendente coda. Mi ricordo che allora feci una considerazione. Come nel gallo cedrone, anche nel fagiano di monte solo il maschio è detentore di una così esplosiva livrea. Le femmine di entrambi hanno colori così mimetici e dimessi da sembrare appartenenti ad un’altra specie. Mi accorgo che in tutti questi anni, pur fermandomi solo la primavera e l’estate, ho accumulato tanti ricordi 139


Il cervo.

della mia Ossola che, a raccontarli per esteso, non basterebbe la mia breve vita. Il tempo incalzante mi spinge a sintetizzare e ad apportare tagli al mio lungometraggio. Sto per spostarmi verso il torrente che, laggiù in fondo, scende a balzelloni dalla montagna, quando sotto la cupola del bosco un galoppo serrato segue ad un grido singolare. Faccio appena in tempo a scorgere una sagoma dalle perfette proporzioni lanciata in corsa su quattro zampe incredibilmente sottili. Per un attimo vedo lo specchio, la macchia di pelo bianca sul posteriore, prima che il bosco si rinchiuda sulla fugace apparizione. Indovino che è il capriolo che, insieme al cervo, da pochi anni è comparso in Ossola. A quest’epoca il suo capo, se è un maschio, inalbera le corna con il velluto, una specie di astuccio di pelle grigia, ricca di vasi sanguigni, che fra poco disseccherà e mostrerà le corna nuove di zecca. Il medesimo fenomeno tocca anche al cervo. Entrambi hanno corna piene e caduche che ad una certa epoca, in autunno per il capriolo, in marzo per il cervo, si staccano dal capo lasciandolo curiosamente sguarnito. Ma to140

sto ecco ricrescere su un germoglio calloso le nuove corna, più belle e ramificate. Quante volte ho visto lo scoiattolo e la volpe rosicchiare nel bosco queste reliquie di osso compatto, cadute a questi animali, inconfondibili per la ramificazione e la grandezza. Quelle del capriolo arrivano al massimo a tre-quattro punte, quelle del cervo sono palchi pesanti con otto-nove ramificazioni. La foresta è il vero regno di questi cervidi, il luogo che all’epoca degli amori risuona di eccitati bramiti e di rumorose lotte per la conquista delle femmine. Allora si assiste a grandi raduni disordinati, dove questi individui, ubriachi d’amore, diventano nervosi ed attaccabrighe. Infine i maschi adulti se ne vanno per i fatti loro e restano insieme i gruppi famigliari delle femmine e dei giovani. Ma torniamo al capriolo che mi è passato sotto il naso, lanciato in una pazza corsa agli ostacoli. Per un attimo ho creduto di vedere le gazzelle delle calde regioni che sorvolo nei miei inverni. Il cervo, invece è molto più grande del capriolo e l’ho veduto rare volte qui in Os-


sola. Ha l’imponenza di un piccolo cavallo e il mio occhio di rondone non crede di sbagliare se gli dà il peso di 200 kg, mentre il capriolo rimane sui 40 chili. Coinvolto dalle mie divagazioni mi accorgo solo ora dello scompiglio che il fischio e la corsa sfrenata del capriolo hanno sollevato nel bosco. Si sono interrotti il canto del pettirosso e del lucarino, il rampichino alpestre ha smesso per un attimo di fare il topino degli abeti, su e giù per i tronchi a cercare insetti nelle fessure; si è alzato in volo il più piccolo degli uccelli, il regolo, dal capino a strisce. Anche la bellissima martora da qualche parte ha sospeso l’inseguimento accanito allo scoiattolo, che saltato acrobaticamente su un albero vicino sarà lì con il cuore in gola. Per sua grande fortuna il feroce mustelide non sa saltare, perciò se il piccolo tarzan del bosco non cade a terra è in netto vantaggio sull’inseguitrice. Ma le emozioni dello scoiattolo non sono finite. Un passo falso e l’aquila, che sta setacciando il bosco con sguardo penetrante, può ghermirlo di colpo, oppure la volpe, appostata pazientemente, lo avrà come premio di consolazione per la sua costanza. Si riposerà in inverno, ben protetto nella tana del cavo di un tronco, dove potrà finalmente rilassarsi e cadere in un sonno intermittente come quello del tasso. È meglio che mi tolga da questa posizione che non mi è affatto confacente. So per esperienza che questi boschi misti, che si trasformano in abetaie e lariceti man mano che si arrampicano sulle pendici, sono visitati spesso e volentieri dallo sparviero e dall’astore, che si spostano dalla pianura alla montagna proprio al seguito di noi uccelli migratori. Se devo concludere in bellezza la mia carriera di inviato speciale, non posso espormi in prima linea, perciò m’involo al torrente per dissetarmi e procurarmi boccate di insetti svolazzanti. Lancio solo un’occhiata fuggevole alla trota, che ancheggia nell’acqua limpida e mi piacerebbe aspettare qui la venuta della ballerina bianca e di quella gialla, che sembrano danzare, oscillando la coda avanti e indietro, ma soprattutto assistere ancora una volta allo spettacolo del merlo acquaiolo che, dopo essersi tuffato nell’acqua gelida, fa il sub per interminabili secon-

di, riaffiora su un sasso con una larva in becco, scuote il suo bel petto bianco e si presenta asciutto come prima. Che campione! La mia incondizionata ammirazione in fondo va ad un altro uccello, il più piccolo insieme al regolo, che abiti la montagna. Confesso che il mio interesse è intessuto d’invidia per quello che sa fare questa pallina di piume rossastre con la coda sempre alzata. Il suo nome è scricciolo. Non solo è un poligamo, un dongiovanni impenitente e furbo, ma anche un gran patriarca. Ai primi di maggio, scegliendo scarpate di torrenti e canaloni rivestiti di rododendri, costruisce diversi nidi di muschio, intrecci sferici con un’apertura centrale. Appena una scricciola è in vista, lui le si fa incontro, garrulo e svolazzante, e la induce a visitare il nido, convincendola a sistemarsi. Il piccolo infedele ripete la scena parecchie volte con altre femmine, fino a collocazione completa di tutti i suoi nidi. Ma, e qui gli concedo tutto il mio rispetto, egli non abbandona affatto le componenti del suo evoluto harem, ma assumendosi, per giorni e giorni, il ruolo massacrante del pendolare, le assiste tutte con sollecitudine durante la cova. A questo punto uno di maggior corporatura della sua sarebbe sfinito, ma lui è di tempra speciale e sostiene per molto tempo la sua famiglia allargata. Appena i pic-

Il lupo.

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coli sono in grado di volare, alla sera li raduna e se li porta in giro a svolazzare allegramente nella luce del tramonto. Dopo di che li consegna puntualmente ai loro dormitori. Sotto quei nove grammi di piume batte davvero un grande cuore. Sono pronto per il balzo finale. Lascio i boschetti misti e con forti colpi d’ala mi alzo a volo remato fino a raggiungere le radure e le rupi subalpine. Poi tenendo le ali immobili mi lascio scivolare, e in questa maniera perlustro per un largo raggio le foreste superiori fino al limite degli alberi. La fauna diventa sempre più interessante e specializzata e, per le difficoltà climatiche, si fa più pressante la lotta per la sopravvivenza. Nelle radure vedo le arvicole, la campestre e l’agreste, intente a scavare le loro gallerie, qui dove ha inizio il dominio dei piccoli e grandi rapaci. Alcuni stanziano ai bordi delle radure, altri nidificano sulle rupi. Anch’io abito qui, gomito a gomito, con questi predoni. Infatti, anche se so che è la poiana quella che vola a larghi giri in ciclo, che è lei che miagola come un gatto, che è specializzata alla caccia al marasso, che si ciba di topi e talpe come l’astore, pure mi tengo lontano. Come quando vedo profilarsi lunghe ali triangolari, tese come una balestra, so bene che è un falco in ricognizione, pronto a buttarsi in picchiata per artigliare in volo piccioni, ghiandaie, cornacchie, tordi. Mi chiedo se sono abbastanza grosso per lui. Ad ogni buon conto mi affido alla velocità delle mie ali che, è provato, è di un soffio maggiore della sua, ma faccio attenzione a non cadere in qualche attacco di sorpresa. So pertanto che l’Ossola non pullula di falchi, c’è il pellegrino, il lodolaio (il più pericoloso per me) e l’altro, il pecchiaiolo, goloso soprattutto delle larve delle vespe. Ma, bando alle paure, mi conforta questo tac tac allegro, scandito dalla cima di un larice. Ciao, stiaccino. Il suo verso singolare lo sento anche laggiù, in Africa, perché l’uccello dal petto fulvo e il sopracciglio bianco è un emigrante stagionale come me. Le sue uova di un bel turchese sono tra le più belle che mi capita di vedere. Intanto volando e pensando mi ritrovo nei miei paraggi 142

che è il sito delle rupi subalpine. Questo è il contrafforte delle ultime foreste fino al limite degli alberi, è il gran piedistallo del piano alpino propriamente detto. Qui, con i miei compagni, qualche anno fa abbiamo deciso di costruire i nidi. Le innumerevoli fenditure nella roccia ci hanno offerto abbondanza di buche, e noi non abbiamo avuto difficoltà a scegliere cavità grandi e asciutte. Tutto ciò che ci serve per costruire il nido a forma di ciotola noi, è il caso di dirlo, lo acchiappiamo al volo. Steli, fuscelli, foglie secche, peli e penne portate in alto dal vento, vengono da noi ammucchiati e cementati con la nostra portentosa saliva che si rapprende all’aria come un mastice. Con la stessa saliva, sempre in volo, inglobiamo le nostre piccole prede alate e ne facciamo palline per imboccare i nostri pulcini. Ma tant’è, sto divagando un po’ troppo avanti, la mia compagna è lì a riassettare la nostra vecchia dimora, mi resta poco tempo per guardarmi intorno. Più in là, sulla stessa parete rocciosa, l’anno scorso ho visto un nido di un grande corvo imperiale. Udivo il suo rauco rok rok ed erano talmente potenti i suoi battiti d’ala che li sentivo fendere l’aria, vip vip vip! Come era nero. Molto più grande della solita cornacchia e diverso anche il grido, una figura alata più imponente e vigorosa. Faccio fatica a pensarlo strettamente imparentato con uccelli piccolissimi come le bigiarelle, le cince, i regoli. Devo confessare che senza farmi accorgere l’ho osservato a lungo nelle sue acrobazie aeree, tentando di imitarlo soprattutto in una: quando in volo planato, all’improvviso si rigira su se stesso, e pancia all’aria scivola via così, come su un’amaca volante. Per questo becchino del bosco, in abito nero pece, noi tutti proviamo del gran rispetto perché è l’alato più longevo, potendo vivere oltre i cento anni, ma la mia personale ammirazione va al coraggio di un altro uccello ben più piccolo ma temerario alla follia. Il gheppio. È un falchetto fulvo, grande come una tortora, ma se un’aquila, dico, un’aquila entra nel suo territorio, è capace, con l’appoggio di qualche compagno, di affrontarla a viso aperto, di rintuzzarla e alla fine stancarla a tal punto che la signora dell’aria decide di rientrare nei suoi confini. Alla fine non riesco a capire come


La vipera aspis.

Camosci al pascolo.

faccia a fare così bene lo «spirito santo», stare cioè librato in aria senza spostarsi, mantenendo le ali aperte e la coda allargata. Qualche volta mi son detto: ma quello li è legato ad un filo! Invece ecco ad un tratto che il filo si rompe e lui, il gheppio, precipita come un meteorite, le ali strette ai fianchi, fino al momento in cui, a pochi passi dal suolo, gli vedo fare la grande frenata con le remiganti e protendere gli artigli. La sua calda preda è un’arvicola che lui preleva e si porta via. Prima di salire al piano alpino dove l’esistenza di animali e piante ha un eccezionale salto di qualità, voglio tentare anch’io di librarmi sospeso, di ondeggiare tenendo distese le ali. Con la mia vista acuta posso ispezionare a piacimento le rocce circostanti e giù, gli ultimi larici e abeti e il torrente incassato che spumeggia in quella forra. Il cielo è immenso, il più vasto pascolo che esista, ma quando vedo, come ora, profilarsi dal costone della montagna due enormi ali, con le remiganti allargate come le dita di una mano umana, lo spazio aereo sembra circoscritto da quella sagoma scura. II suo volo è maestoso, le spirali larghe, le virate lente, la sua ombra propaga sconcerto agli animali dell’aria e apprensione a quelli di terra. Mi faccio da parte scendendo di quota, con un occhio là, alla indiscussa sovrana del cielo, l’aquila. È il simbolo delle altitudini alpine, insieme al camoscio e allo stambecco, perché al pari di loro non abbandona mai la montagna, neppure in inverno, quando non solo le cime ma anche le pendici sono prigioniere delle calotte nevose e noi animali migratori siamo mille miglia

lontani. Lei rimane lì, nel suo grande nido a piattaforma, quasi a cielo aperto, nei gelidi silenzi lacerati dallo schianto della valanga. È il più forte e grande uccello dei nostri monti e le sue prede, per sfamare la famigliola di uno o due pulcini, devono per forza essere consistenti. Dalla lepre, alla volpe, alla marmotta, allo scoiattolo, fino ai piccoli degli ungulati, camoscio, stambecco, cervo, capriolo. L’aquila è un predatore ma per la sua supremazia e le sue abitudini svolge questo ruolo soltanto di giorno. Ora io sono a conoscenza di operatori specializzati che questo mestiere lo fanno di notte. Quando ero più giovane e non ancora coniugato, al calar della sera mi riunivo con i miei compagni in stormi numerosi e ci divertivamo ad inseguirci a velocità pazza, lanciando schiamazzi a non finire. In questi giochi a nascondino, approfittavo delle scorciatoie infilandomi arditamente nei canaloni e negli stretti passaggi tra due pareti di roccia. Ed è lì che li ho scoperti. Gli occhi, voglio dire. In quegli anfratti ombrosi in cui l’ultima luce del tramonto se n’era dipartita da un pezzo, lì, ad ogni mio passaggio vedevo pulsare piccole luci gialle, arancione, rosse. Sentivo poi dei versi rauchi, tipo lamenti buhu buhu, poi brontolii, soffi e richiami nasali. Roba da pelle d’oca se non fossi un rondone e non mi avessero acculturato circa le civette, gli assioli, i gufi comuni e i gufi reali. Gran mangiatori di topi e di insetti, oltre a quegli occhi speciali per la visione notturna, quelli hanno un udito fuori del normale che li mette in grado di sentire stormire una foglia a parecchi metri di distanza. Noto con sollievo che un’invisibile corrente aerea deve 143


aver convinto la superba aquila a veleggiare lontano oltre le nebbie. Adesso posso riprendere il mio volo d’esplorazione, un passo e ripasso sopra gli ultimi avamposti del bosco. Ritrovo vecchie conoscenze della bassa e della media montagna. Saltellano le cince chiacchierone, intravedo tra i rami di un abete il nido di un ciuffolotto con le uova blu pallido, ai margini del bosco si drizza per un istante una lepre comune ma subito scompare con pochi balzi dentro un cespuglio. Sopra un formicaio di formiche rosse un picchio verde, l’unico tra i picchi che non tambureggia i tronchi, estroflette la lingua ricoperta da una sostanza viscosa e accalappia formiche. Queste fustaie di abeti, larici, cirmoli, sono l’ultimo campo base per alcuni animali, un rifugio invernale per altri, una meta solamente estiva per altri ancora. Ghiotte di pinoli, le nocciolaie, grandi come gazze e grigiastre, e i crocieri, simili a variopinti fringuelli, frugano instancabili tra le pigne delle conifere. La nocciolaia soprattutto ne fa una copiosa incetta riuscendo ad ingozzare un centinaio di pinoli alla volta. Dopo di che, previdente, li rigurgita e li nasconde nelle fessure delle rocce ben riparate dalla neve, o anche nel suolo sotto grandi radici o ai piedi dei tronchi. Una cosa è certa: lei ha bene in mente la mappa del suo tesoro e saprà ritrovarlo anche a 50 cm sotto la neve, se... C’è sempre l’imprevisto e in questo caso neppure molto raro. Può capitare infatti che tra i rami di un abete uno scoiattolo goloso abbia spiato la scena o che un’arvicola, scorazzando nei suoi labirinti sotterranei, incappi per caso nella camera del tesoro. Ma la nocciolaia non dà a vedere di disperarsi per queste appropriazioni indebite (non ha forse provveduto a diversi nascondigli?) e poi in natura è permessa la legge del pioniere: quello che trovo è mio e me lo tengo. Mi diverto un mondo ad assistere a queste, diciamo, relazioni sociali fra i miei conterranei; io non scendo in lizza con loro perché, come spiegherò, altri sono i miei appetiti. Sonori dak dak interrompono il filo dei miei pensieri. Senza guardare so già chi è che fruga il terreno in cerca di lombrichi. Un merlo in frak, con lo sparato bianco bene in vista, un merlo dal collare. Diffidente e cauto non disdegna i dintorni delle baite solitarie, anche 144

se ama starsene in un pascolo di ginepro tutto suo, o in cima ad una conifera, da dove modula il famoso ritornello. E lì, sullo stesso albero, forse ci sta il nido non di un altro volatile ma di un piccolo roditore arboricolo, il topo quercino. È un topo speciale e merita una breve menzione. Ha il muso buffo, orecchie a sventola, occhi prominenti e cerchiati di scuro. La coda è lunga come il corpo ma il tutto ha un peso oscillante tra il mezzo etto e l’etto a seconda della stagione. Perché come il suo stretto parente ghiro (che non ho mai visto sopra i 1.000 metri) quando è ben pasciuto, all’inizio dell’inverno, scivola in un sonno profondo e talmente desiderato da provvedere da sè medesimo a saldarsi le palpebre con uno speciale muco. «Prego non disturbare». Mi chiedo. Sarà comodo dormire quando non si ha da mangiare e non si hanno i mezzi per migrare come facciamo noi, ma se non si è ben protetti dentro un nido con sportello, come lo scoiattolo, o in tane murate come la marmotta, si è anche alla mercé dei terroristi del bosco, come la faina, la donnola, la martora, e quell’altra taccheggiatrice, la più imprevedibile e astuta che conosca, la volpe. Potrei stare giorni e giorni a parlare di lei senza riuscire a dire tutto quello che so sul suo conto. Forse questo episodio è significativo. Un giorno che me ne andavo a spigolare i miei insetti con volo distensivo sulle rive torbose di uno stagno alpino, vidi una volpe entrare in acqua con un ramo in bocca. Incuriosito dall’insolito bagnante, mi impennai in leggere evoluzioni per restare sul posto e vidi la volpe nuotare a coccodrillo, con solo il naso fuori per respirare. Capii dopo, quando abbandonato il ramo che aveva in bocca, raggiunse la riva e si scrollò a lungo. Aveva escogitato il metodo più rapido e indolore per disinfestarsi dai parassiti che si erano messi in salvo sul ramo! Accarezzo con lo sguardo questo bosco di larici e abeti, sussurrante di vita, profumato di resina e ho la netta sensazione che sarà l’ultimo agglomerato arboreo che troverò. A questa altitudine sfiorante i 2.000 metri, c’è tra i componenti il paesaggio, una rarefazione e un ridimensionamento in vista. Il larice si fa solitario; sui cespi di rododendro, sui piccoli abeti arricciati, sui ciuffi di pino mugo, prendono il


sopravvento il ginepro, il salice rampicante, i cuscinetti di silene, le sassifraghe di ogni specie. Mentre l’organetto, passerotto con la cuffia rossa in testa, mi supera con il suo tiu tiu tirr, mi accorgo di volare verso l’ultima stazione terrestre: il piano alpino fino alle nevi eterne. Eccomi allo scoperto sopra una solitudine fatta di lande, di pascoli, di piccoli laghi, di ghiaioni e di pietraie. La vita, o meglio la sopravvivenza, qui si svolge al cospetto delle forti radiazioni solari, dell’impeto del vento e degli sbalzi di temperatura. Gli eletti, quelli che qui ci vivono, devono fare i conti con questi esigenti gabellatori, perciò, lo dico già fin d’ora, essi sono organismi altamente perfezionati. Alcuni sono scesi a necessari compromessi. L’ibernazione, il mimetismo e il rinforzo delle strutture naturali sono le soluzioni ai problemi per chi in montagna resta comunque e non migra durante il periodo invernale. La mia piccola ombra che si proietta oscillante sul verde pendio sta suscitando allarmi ingiustificati. Per un attimo il cuculo sospende il suo monotono verso e la ricerca dei bruchi pelosi disdegnati da tutti gli uccelli. È for-

se questa la maniera per farsi perdonare la sventatezza di deporre le sue uova nei nidi degli ingenui codirossi spazzacamino, delle passere scopaiole e degli spioncelli? Su quel sasso piatto e ben esposto al sole, la vipera aspis (che insieme al marasso sale a queste altezze) è lì acciambellata a riscaldarsi al sole e per un attimo erige il capo e protende il corpo ad arco. Forse soffia e sibila al mio indirizzo, scambiandomi per un piccolo falco. Non vorrei essere una rana o un’arvicola nelle sue vicinanze, nel qual caso avrei un’esperienza, a dir poco, fulminante del suo gelido sguardo e dei due dentacci velenosi. Mentre ammiro i bei disegni a zig zag del corpo flessuoso ne noto il turgore. Deve essere in procinto di partorire una dozzina di viperini già tutti pronti a strisciare con il pieno di veleno, e lei, il rettile ovoviviparo, si sta comportando come una incubatrice mobile. Un fischio acuto e limpido proviene dalle pietraie frammiste ad erba su quel crinale baciato dal sole. Subito altri fischi si incrociano e l’eco li rimbalza lontano. La marmotta di vedetta ha segnalato, le altre hanno captato. Volpe, aquila, essere umano o semplice esercitazione?

Femmina di stambecco con il suo piccolo.

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I bei gattoni marrone chiaro smettono di brucare e scompaiono nelle tane. I loro incisivi pronunciati, così come gli unghioni, sono armi pacifiche per le faccende quotidiane. Unica loro difesa restano quei complicati tunnel sotterranei con uscite di sicurezza, dove dall’inizio dell’inverno e fino a maggio, piombano in un sonno profondo come un coma. Mentre sto librando ad ali aperte come un aliante, avverto in tutto il corpo una sensazione ben nota, un impulso elettrico che mi serpeggia da capo a coda. Punto lo sguardo all’orizzonte e vedo addensarsi nuvoloni neri. Per questo la marmotta ha fischiato! Noi animali selvatici sentiamo in anticipo le perturbazioni atmosferiche, il temporale è per noi un trauma fisiologico e ci diamo da fare per superarlo indenni. Scommetto che lo scoiattolo si è già tappato in casa, vedo l’arvicola delle nevi che ritira in tutta fretta i funghi e le foglie messi a seccare davanti alla tana, una coturnice fa un volo basso e breve lungo il dorso della montagna e poi sparisce velocemente fra le rocce. I gracchi, quello alpino e quello corallino con becco e zampe rosse, smettono di volare in formazione e si raggruppano in grandi fessure della roccia. Mi abbasso in cerca di un tetto roccioso e faccio a tempo a vedere scivolare tra i massi della grossolana morena l’ermellino: il più famoso dei mustelidi ha già la livrea estiva marrone chiaro e la macchia bianca sulla gola. Insieme alla lepre variabile e alla pernice delle nevi ha adottato un metodo straordinario per annullarsi nell’ambiente circostante. Comincia a cadere la prima neve? Sui loro corpi compaiono macchie bianche che si fanno sempre più larghe fino a che in pieno inverno, nel candore generale, le loro candide figure passano inosservate. Si sciolgono le nevi e arriva l’estate? Spariscono a poco a poco le macchie bianche e i peli e le piume assumono il colore mimetico delle rocce. In questo modo essi rifiutano il letargo invernale e hanno la preoccupazione di un difficile sostentamento. Non sono i soli. Sono in compagnia dei più grossi mammiferi di alta montagna, i camosci e gli stambecchi. Il temporale mette a segno i primi lampi e tuoni e mi convince ad una ritirata strategica. Mi avvinghio alla parete di una grotta e mi accorgo che una famiglia di 146

camosci ha scelto lo stesso rifugio. Li osservo da vicino. Sembrano capre ma di un rango superiore. Maschi, femmine, piccoli, hanno tutti le corna, che come quelle degli stambecchi non cadono mai, sono cave, non composte da sostanza ossea ma di cheratina. Nelle mie trasvolate ossolane ho sempre visto molti camosci, pochi stambecchi, cervi, caprioli. Questo camoscio rupicapra dalle corna ad uncino è il simbolo delle nostre montagne perché ne è il più antico abitante. In estate sale alle alte quote fin dove l’erba cresce ai margini dei nevai e solo in inverno scende nei boschi per ripararsi e foraggiarsi. Trovo superbo il portamento della testa e nobile il muso con la singolare mascherina bianca e nera. Osservo gli esemplari qui vicino a me e noto che i loro spessi mantelli di pelo sono in piena muta e ne vedo dei brandelli contro la parete rocciosa. Il pelo scuro sta lasciando il posto a quello estivo più leggero e chiaro. Se il camoscio, per me rondone alpino, è la più elegante e agile capra della montagna, un’altra capra selvatica, lo stambecco, detiene il primato della robustezza e della resistenza. La massiccia figura del maschio, dalle grandi corna ad arco e la barbetta sotto il mento, stagliato su uno strapiombo da capogiro, non è una visione insolita per me. Lui è il signore degli speroni rocciosi e dei picchi, e non ama la copertura del bosco. Durante l’epoca degli amori che cade all’inizio dell’inverno, tanto per i camosci quanto per gli stambecchi, mi hanno detto che l’eco propaga rumori di giostre furiose per giorni e giorni. Immerso nei miei pensieri, non mi sono accorto che il temporale ha esaurito, con gli ultimi brontolii, il contingente di acqua, tuoni e fulmini. Tutti gli esseri viventi si sentono ora rinfrancati, l’arcobaleno solca il cielo, la montagna, rocce e pascoli, brilla imperlata. Il torrente si è ingrossato, gli stagni si sono riempiti, nuove pozze si sono formate. A festeggiare la presenza dell’acqua si fanno avanti quei singolari individui che hanno la doppia vita, terrestre ed acquatica. Chi potrebbe pensare che anche qui sopra i 2.500 m esistano esemplari di anfibi? Eppure proprio dopo un temporale sto a guardare strisciare sul sentiero la salamandra nera, l’andatura goffa, il corpo, con due file di tubercoli, nero lucente da sem-


brare laccato. La sua vita deve essere talmente irta di difficoltà, che non depone le uova come la salamandra pezzata, ma ogni due tre anni mette al mondo due figli già completamente metamorfosati. Chi invece non si allontana mai dallo stagno è il tritone alpino che per il portamento confondo con la salamandra, se non fosse per il ventre colorato di rosso vivo e la cresta dorsale nera e gialla. Intorno allo stagno dove crescono gli equiseti e i giunchi, vedo per un momento sospesa in aria la libellula alpina, troppo grande per me, dal momento che le sue ali misurano cinque centimetri. Uno spioncello canta la sua gioia di vivere salendo continuamente verso il cielo e scendendo a paracadute, e per qualche istante distoglie la mia attenzione dalla pozza d’acqua. Vengo richiamato da un gracidio gutturale gru gru e pluf, vedo tuffarsi rane brunastre. Sono le rane temporarie, così chiamate dalla macchia temporale scura, che osservo anche in pianura, ma che qui a queste altezze formano dei clan esclusivi. Quando in primavera ammassi di neve ricoprono ancora gli acquitrini, loro sono lì che nuotano nell’acqua gelida e depongono grappoli di uova. Sono i batraci che si spingono alle più alte quote e li sorprendo a saltellare anche lontano dai luoghi umidi. Una leggera brezza ha spazzato le ultime nubi e il sole torna a scaldare. Mi si presenta l’opportunità di vedere il rettile che sale più in alto di tutti, la lucertola vivipara, dal ventre arancione punteggiato di nero. Ha la coda più corta della lucertola muraiola, se la cava ottimamente nel nuoto e in caso di pericolo non esita a buttarsi in acqua. È a detta di tutti il rettile più resistente alle variazioni della temperatura tanto da spingersi non solo alle altezze di 3.000 m sulle montagne, ma anche alla latitudini del circolo polare artico. Per questo la sua specie è predisposta a far nascere ogni volta 5-7 piccoli completamente atti ad affrontare i disagi di tale particolare esistenza. Da lontano un fringuello alpino sciorinante la sua strofa interrogativa e, più vicino nella desolata pietraia, il canto sonoro del sordone, mi riportano alla realtà che mi sono prefisso. Il tempo a mia disposizione sta per scadere e io voglio solo accennare al mondo degli insetti, quelli che alla

fine mi danno la maniera di sopravvivere. Dirò subito che le mie prede alate sono di piccola taglia e appartenenti in gran parte agli ordini dei ditteri, dei coleotteri, degli imenotteri. Vale a dire rispettivamente mosche e zanzare; scarabei e cetonie; api e vespe. Quando il tempo è bello, fa caldo e il vento solleva questi insetti fino a centinaia di metri di altezza dal suolo, noi rondoni ci raduniamo in stormi a cacciare. Con il tempo cattivo, scendiamo negli strati più bassi dell’atmosfera e sorvoliamo terreni paludosi, praterie, boschi. Ci cibiamo anche di ragni, di cavallette e piccole farfalle che abitano gli alti pascoli e che fanno da corollario agli insediamenti dei branchi di mammiferi selvatici e domestici. Indipendentemente dal mio fabbisogno alimentare, posso dichiarare che gli insetti più belli e spettacolari restano, anche in montagna, le farfalle, i lepidotteri. Ce ne sono di diverse specie, piccole e grandi, di media o alta montagna. Alcune sono migratrici, altre ibernano sotto i tetti delle baite o all’interno delle stalle, altre ancora superano l’inverno trasformandosi in crisalidi. Mi è permesso citare solo i nomi più importanti. Una delle prime farfalle che vedo svolazzare in primavera lungo i sentieri delle radure e dei pascoli è la vanessa dell’ortica, seguita dopo poche settimane dalla splendida pavonia minore notturna. Se salgo più in alto e vedo ali bianche lucenti con magnifici ocelli rossi e punti neri, so di certo che quella farfalla è un apollo. La sua specie vola anche a 2.500 m. A questa altezza, durante la bella stagione e in pieno sole, mi capita di vedere una specie migratrice di grande effetto, lo splendido macaone. Nei prati di alta quota, circondati da abeti e larici, fino alle regioni nivali, volano le erebie, piccole farfalle marrone scuro, mentre il lepidottero più diffuso, dalla pianura alla montagna, è certamente la melitea aranciata. Mano a mano che salgono di quota, questi insetti diminuiscono di grandezza, variano di colore e hanno la tendenza a ridurre le ali. Questo per motivi climatici: il freddo, il vento, le radiazioni solari. Così sui fiori di cardo e di scabiosa aleggiano le piccole zigene, dalle ali macchiettate di rosso e nero bluastro, mentre sulle pareti rocciose e sui ghiaioni al di sopra dei 2.000 m. sono attirato dai colori tenui della piccola eneide dei ghiacciai. Quello degli insetti è un mondo non solo misterioso 147


ma popolato di esseri tenaci. Sulle cime, oltre i 4.000 m, dove solo il vento può recare granelli di polvere organica, ho visto coi miei occhi saltellare una pulce, la pulce dei ghiacciai. Ancora qualche colpo d’ala e il mio capolinea è in vista. Ma prima che il mio attimo fuggente si consumi voglio ricordare con rispetto quei selvatici che fino a qualche secolo fa vivevano qui e che ora sono chiamati «gli estinti». Grossi conflitti di interessi erano sorti fra loro e gli uomini per via dell’occupazione territoriale, e le disfide, ad armi impari, si conclusero con una radicale soppressione dei presenti sul campo. Parlo dell’orso, del lupo e della lince. Tuttavia in riferimento a quest’ultima devo raccontare un episodio accadutomi l’anno scorso. Mentre volavo a bassa quota, per diporto, facendo l’altalena sui passi dell’Alpe Veglia, mi era parso di vedere mollemente sdraiato al sole, su una piattaforma rocciosa, un grosso gattone dal pelo maculato. Ripassai più volte sull’obiettivo. Più che mai immobile, notai lunghi ciuffi sulle orecchie, una coda corta, e incuriosito gli sfrecciai sopra con un grido acuto per attirare la sua attenzione. Il gattone allora alzò il capo e mi fece segno di un lungo sguardo di valutazione: no, non gli interessavo come preda. Io, però, ebbi il tempo di osservare i suoi grandi occhi, il suo sguardo penetrante e dorato e dedussi che quel morbido gattone altri non poteva essere che una lince. Da allora sentii insistentemente vociferare che qualche esemplare era venuto fra noi dalla vicina Svizzera, dove è stato immesso da quelli che si chiamano scienziati ecologici, quelli che sono convinti che questo grosso felino facendo piazza pulita degli animali deboli o ammalati, stronchi sul nascere le grandi epidemie. Chissà se anche quest’anno mi capiterà di ritrovarlo là tra cielo e roccia! A proposito di certe nuove interpretazioni e variazioni sul riassetto ecologico, ho sentito dire che stanno sperimentando un innesto artificiale di due specie i cui rappresentanti non si vedevano più da molto tempo da queste parti: il cinghiale e il lupo. Il primo è un suino ingrandito e rinforzato con zanne, grifo e setole e con una propulsione da carro arma-

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to. Le sue zanne sono erpici che rivoltano qualsiasi suolo, prato, pascolo, orto. Già lo incolpano di devastare i campi, aiutato in questo dalla ruspante prole che si fa più numerosa ad ogni stagione. Per il secondo, il lupo, la faccenda è più delicata. D’accordo che non attacca 1’uomo, sopratutto se è armato di bastone, ma le vittime designate sono le povere pecore e capre, libere sui pascoli alti. Prevedo il riaccendersi dell’antico conflitto dove armi tonanti e micidiali trappole opereranno lo sterminio di queste due specie scomode che hanno perso il loro spazio vitale in questa nostra Valle ormai densamente antropizzata. Dall’alto dei miei voli di ricognizione vedo chiaramente tutto questo e me ne dolgo per questi miei lontanissimi parenti e mi consola il fatto che almeno il mio spazio, quello aereo, è ancora vivibile, senza alcuna limitazione. Ora il mio tempo è davvero scaduto. A chiusura di questo reportage chiedo una breve licenza, pochi istanti per sgranchirmi le ali in quest’aria frizzante. Salgo di getto, su su nel cielo azzurro e infinito. «M’illumino d’immenso» come dice un poeta. Stop, rientro in picchiata e scendo di quota in vista del mio nido. La mia compagna lo ha già riassettato e mi sollecita impaziente. Ci aspetta un’estate piena zeppa di impegni alimentari e faticose trasferte ma anche di soddisfazioni. A settembre, quando i nebbioni scendendo più in basso faranno intirizzire le ali agli insetti e li scacceranno, sarà tempo di migrare. Allora anch’io me ne andrò nel paese dove il sole è a picco sulle nostre teste e l’aria è densa di insetti ronzanti. Ma una cosa sia chiara: ovunque andrò mi sentirò uno sfollato, perché il mio cuore resterà qui, dove sono le mie radici, dove sono nato e nascono i figli e i figli dei miei figli. Sono pienamente consapevole che questo mio resoconto sia per molti versi incompleto. «Tempus fugit» anche per noi, creature del cielo e poi è per via di quella frenesia che ho nelle ali. A mia discolpa dirò che, se mi sarà data l’opportunità, ci riproverò meglio la prossima volta. Intanto prego di considerare due fatti. Primo che ho cercato di mettercela tutta, secondo che, alla fine, sono soltanto un rondone alpino.


I parchi e le riserve naturali Paolo Crosa Lenz

Dai fondovalle densamente abitati alle vette delle montagne coperte di ghiacci. Tra questi estremi incontriamo il verde di grandi foreste, le distese d’erba delle praterie alpine, le grandi pareti di roccia che si innalzano al cielo. Effervescenza di colori in una natura ancora in larga parte incorrotta. E’ un mondo in equilibrio tra l’ambiente dolce dei laghi prealpini e le grandi montagne delle Alpi (innanzitutto il Monte Rosa, la seconda montagna d’Europa, poi una catena ininterrotta di vette dalle Pennine alle Lepontine). Dai limoni che crescono rigogliosi sulle sponde dei laghi (e dagli uliveti del Monte Rosso fra Intra e Pallanza) ai ghiacciai dell’Ossola: lago, collina e montagna. Sono due i valori ambientali dell’Ossola: la multiforme varietà di habitat coesistenti in un’area ristretta e la presenza di molte aree in cui questi hanno conservato un equilibrio antico tra uomo e natura. Grandi respiri di armonia in una zona antropizzata da millenni. In questi ultimi quarant’anni anni l’istituzione di aree naturali protette ha contribuito a definire e consolidare un sistema di parchi che costituiscono una carta importante nel disegno futuro di un modello di sviluppo del territorio. Non è solo la quantità di territorio tutelato, ma soprattutto la qualità di esso che definisce l’importanza dell’Ossola nell’ambito del sistema nazionale delle aree protette. E la qualità è data dal Parco Nazionale della Valgrande, l’area wilderness più estesa d’Italia e una delle maggiori in Europa, e dal Parco Naturale dell’alpe Veglia e dell’Alpe Devero, due gioielli delle Alpi in cui si riconoscono un’armonia assoluta tra il secolare lavoro dell’uomo-montanaro e un ambiente naturale intatto. Se la Valgrande è il selvaggio, la foresta che riprende un dominio assoluto sulla montagna, Veglia e Devero sono l’equilibrio, un modello di uso ecocompatibile

delle risorse e di armonia con l’ambiente. La Valgrande e Veglia-Devero (i due pilastri del sistema di aree protette dell’Ossola) rappresentano due dimensioni differenti di una stessa realtà: la Valgrande (cupa, incassata, opprimente, che si libera solo sulle creste in ampi sguardi lontani) rappresenta la fatica di penetrare una natura selvaggia, misteriosa, inafferrabile; Veglia e Devero (estese praterie alpine d’alta quota, pascoli rigogliosi, immense giogaie battute dal vento) rappresentano l’integrazione di natura e cultura. La storia delle sei aree naturali protette dell’Ossola comincia da lontano, oltre vent’anni prima che lo Stato si dotasse, nel 1991, della legge quadro sui Parchi. Nel 1969 l’allora Ministero dell’Agricoltura istituì l’Oasi Faunistica di Macugnaga, su un’area di 27,5 kmq nell’ampio anfiteatro montuoso del versante orientale del Monte Rosa. L’Oasi Faunistica, la prima area naturale protetta dell’Ossola, nacque anche grazie al sostegno delle associazioni venatorie locali, al fine di favorire la reintroduzione dello stambecco, ormai quasi scomparso sulle Alpi. Gli esemplari liberati nell’arco di più anni provenivano dalla Valsavaranche, nel Parco del Gran Paradiso, dove viveva una delle ultime colonie delle Alpi. Trovando idonee condizioni ambientali, gli stambecchi si sono in seguito riprodotti colonizzando l’alta Valle Anzasca e la Valle Antrona. Attualmente si stimano circa 120 esemplari solo a Macugnaga. Nel 1978 la Regione Piemonte istituisce il Parco Naturale dell’alpe Veglia. E’ il primo parco regionale istituito in Piemonte. L’alpe Veglia, alla testata della Val Cairasca, è una conca alpina di origine glaciale circondata da una catena di monti che costituiscono il lembo occidentale delle Alpi Lepontine (il Monte Leone 3553 m ne è la vetta

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maggiore; nel suo grembo corre il tunnel ferroviario del Sempione). L’alpe Veglia è anche luogo di insediamenti antichissimi. Recenti scavi archeologici hanno scoperto i resti di un accampamento di cacciatori nomadi del Mesolitico, risalente all’VIII Millennio a.C. L’ambiente dell’alpe Veglia è quello tipico dell’alta montagna, sebbene il fondo pianeggiante della conca rientri ancora entro il limite della vegetazione arborea. I boschi, radi e con sottobosco di rododendri e mirtilli, che si sviluppano attorno alla piana dell’alpe si spingono con le frange superiori fino a 2200 metri di quota e sono costituiti da larici, con rari esempi di pino uncinato e abete rosso. È tuttavia il pascolo l’elemento dominante il paesaggio di Veglia. La grande piana del Vaccareccio e i pascoli di Pian Stalaregno (con le baite e le stalle di Cà d’Argnai) e Pian di Scricc sono destinati ai bovini. In Veglia vengono monticati essenzialmente bovini di razza bruna particolarmente adatti ai pascoli d’alta quota in quanto di notevole rusticità e con attitudine da carne e da latte. Frutto di un’attività dell’uomo durata millenni e che ha strappato ai lariceti e agli arbusteti la piana basale, i pascoli sono la ricchezza e la fortuna di Veglia. Il loro valore paesaggistico ed economico (nei secoli scorsi venivano caricati oltre mille bovini) è dovuto ad un uso razionale della pastorizia che ha saputo realizzare un complesso e sapiente equilibrio con l’ambiente naturale. Veglia, così com’è, è il risultato del lavoro dell’uomo, della fatica di generazioni infinite di montanari che hanno spietrato e irrigato i pascoli, canalizzato le acque, regolato la crescita del bosco, costruito sentieri ed edificato baite e stalle. In Veglia tuttavia l’azione antropica è stata nel complesso ridotta: le forze della natura sono state sempre prevalenti ed hanno fatto di questo territorio un paradiso della natura in cui hanno vissuto degli uomini. Le difficili condizioni ambientali e l’accesso impervio hanno sempre limitato l’insediamento umano al periodo estivo. Veglia è sempre rimasto un “alpe” nel senso tradizionale del termine, cioè una sede temporanea e terminale nel complesso itinerario di transumanza dai centri di fondovalle ai pascoli alti. Ai bordi della va-

sta piana erbosa, detta Vaccareccio, si distribuiscono sei nuclei di abitazioni: Cianciavero, Aione, Ponte, Isola, Cornù e, leggermente discosto alle pendici del Pian Stalaregno, La Balma. I gruppi di casolari, armonicamente inseriti nell’ambiente, sono posti su un’unica curva di livello con il fronte rivolto al pascolo. La grigia pietra locale è il materiale costruttivo dominante per cui le baite e le stalle si confondono con i massi erratici, i dirupi e le grandi pareti delle montagne. Tutto attorno è il verde dei pascoli. Pascoli e praterie alpine in cui i naturalisti hanno riconosciuto 319 specie botaniche, di cui il 22 % considerate rare e quattro (Gentiana brachyphylla, Astragalus leontinus, Kobrenia simpliciscula e Arabis) vengono considerate rarissime. Nel 1990 la Regione Piemonte istituisce il Parco Naturale dell’Alpe Devero, contiguo a quello di Veglia. L’alpe Devero si trova alla testata dell’omonima valle che scende, quasi parallela ma con uno sviluppo minore della Val Cairasca, ad innestarsi nel tronco della Valle Antigorio all’altezza di Baceno. La valle percorsa dal torrente Devero è molto interessante dal punto di vista morfologico per le profonde forre di incisione fluvio-glaciale e per la presenza dei valloni laterali pensili (Bondolero, Buscagna, Codelago ed Agaro). Tutta la valle è uno stupendo libro aperto scritto dalla natura per raccontarci la storia delle Alpi e illustrato dai colori di un ambiente mai monotono. L’alluvium, il terreno di riporto che forma la base di pascoli e praterie, è diffuso e costituisce il fondo della conca di Devero, di Buscagna, di Codelago (oggi ricoperta dalle acque del bacino artificiale) e di Agaro. L’ambiente è quello dell’alta montagna: boschi di larici e abeti con sottobosco di mirtilli e rododendri, pascoli e alpeggi, praterie alpine fino contro le rocce, immense sassaie, picchi arditi e creste affilate. Come Veglia, Devero è sempre stato un alpeggio (alp nel dialetto locale). In piena estate vi avveniva uno sfalcio d’erba mentre le mandrie pascolavano sui pascoli alti di Buscagna, di Sangiatto, dei Forni. A differenza di Veglia, aperta nella conca vastissima e racchiusa da un ampio circolo di montagne che non

Dal rifugio della Bocchetta di Campo in Val Grande al Monte Rosa.

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Domodossola, la Riserva Naturale del Sacro Monte Calvario.

conservano segreti, Devero appare più contenuto e quasi schiacciato dai grandi monti che sovrastano l’alpe. La sua morfologia, molto più articolata e complessa di quella di Veglia, nasconde tuttavia ampi spazi e grandi distese d’erba nelle valli laterali e sui piani alti. Se Veglia suscita lo stupore di chi scopre per la prima volta la vastità del suo Vaccareccio, Devero rivela in alto la sua grandezza: nell’asprezza delle sue montagne, dominio incontrastato del camoscio; nelle distese verdi dei pascoli sparsi sulle innumerevoli balconate; nelle praterie alpine che salgono al cielo e ospitano cospicue colonie di marmotte; nelle grandi distanze su cui corrono i sentieri (è il regno del grande escursionismo); negli specchi raccolti dei suoi laghetti in cui vivono il tritone alpestre e la rana temporaria. Le praterie alpine in estate offrono un’occasione unica per conoscere un quadro completo della flora alpina occidentale. Il Monte Cervandone (m 3211) è il cuore di un distretto mineralogico tra i più ricchi d’Italia. Sui monti di Devero sono conosciute 127 specie diverse di 152

minerali, tra cui sette nuove specie rinvenute qui per la prima volta in natura. Sul solido e compatto serpentino della Rossa e del Crampiolo si è sviluppata la moderna arrampicata in Ossola e ancora oggi queste montagne costituiscono uno straordinario terreno di gioco per l’alpinismo classico. Nel 1995 i due Parchi vengono riuniti sotto un unico ente di gestione: il Parco Naturale Veglia Devero. Il Parco, nelle Alpi Lepontine occidentali al confine tra Italia e Svizzera, tutela una superficie di 86 kmq (più 22,5 kmq di “zona di salvaguardia” in Devero). Il territorio è tipicamente alpino con un’altitudine tra i 1600 e i 3500 m. Il territorio tutelato è compreso nei comuni di Baceno, Crodo, Varzo e Trasquera. Compiti principali del Parco Naturale sono la conservazione della biodiversità e la promozione di uno sviluppo sostenibile delle comunità locali. Questa azione avviene in rete con le altre 280 aree protette delle Alpi. Nel 1991 la Regione Piemonte istituisce la Riserva Naturale Speciale del Sacro Monte Calvario di Domodos-


sola su una superficie di 25 ettari. Il complesso devozionale sorge sul colle di Mattarella, un’altura sovrastante la città di Domodossola, dove in origine sorgeva un castello con origini anteriori all’anno Mille, distrutto nel 1415 dalle truppe vellesane scese a conquistare l’Ossola. Su proposta di due frati del convento cappuccino di Domodossola nel 1657 iniziarono i lavori di edificazione del Santuario del Santissimo Crocifisso e della Via Crucis, dedicata alla passione di Cristo e costituita da quindici stazioni, di cui tre contenute nel Santuario. Al Calvario di Domodossola, considerato dagli studiosi come “il complesso architettonico e plastico più importante di tutta l’Ossola”, hanno lavorato grandi artisti tra cui gli statuari Dionisio Bussola e Giuseppe Rusnati e i pittori Giovanni Sanpietro e Lorenzo Peracino. L’arrivo al Calvario domese di Antonio Rosmini (febbraio 1828) determinò un rifiorire della devozione popolare. Nel 1863 vi si stabilì l’istituto religioso rosminiano che fece diventare l’edificio eretto nel 1700 accanto al santuario un centro di formazione e di spiritualità. Sulla montagna sovrastante il Calvario sono situati antichi borghi rurali oggi abbandonati che si inseriscono armonicamente nei boschi misti di latifoglie a predominanza di castagno. Un sentiero natura (“La via dei torchi e dei mulini”) permette visite autoguidate per la conoscenza di questa dimensione della civiltà rurale montana dell’Ossola. Il Parco Nazionale della Valgrande, inserito nella legge quadro sui parchi nazionali del 1991, è stato istituito con decreto del Ministero dell’Ambiente nel marzo 1992 su una superficie di 11733 ettari. È il secondo parco nazionale del Piemonte (dopo quello storico del Gran Paradiso) ed è il riconoscimento, da parte del Parlamento, che la Valgrande è un bene di grande valore per tutta l’Italia (e per l’Europa). Il territorio del parco nazionale comprende i bacini idrografici del Rio Valgrande e del Rio Pogallo, confluenti a valle di Cicogna nel torrente San Bernardino che sfocia nel Lago Maggiore a Intra. E’ una valle chiusa, circondata da montagne non alte (la vetta più alta è il Togano, m 2301) che trova il suo unico sbocco nella grande forra a sud di Cicogna. Racchiusa e definita tra Ossola, Vigezzo e Cannobina e il bacino del Lago Maggiore a sud, può essere immaginata come un grande cuore con il ventricolo si-

nistro (la Valgrande vera e propria) più grande del destro (la Val Pogallo). Il valore wilderness del parco, cioè la sua natura selvaggia, nasce dall’assenza, a partire dagli anni ‘50, di ogni attività antropica sul suo territorio. Dopo secoli di intenso sfruttamento da parte di boscaioli, carbonai e alpigiani, questi ultimi cinquant’anni hanno visto il silenzio tornare nella valle. E la natura riprendere liberamente il suo corso, riappropriandosi del territorio. E la foresta, le “immense foreste piantate da Adamo”, coprire tutto: sentieri e mulattiere, pascoli e casère, teleferiche e aie carbonili. Qua e là, sommersi da rovi e lamponi o ingoiati dal bosco, riemergono i segni di quella civiltà montanara che per secoli è cresciuta in simbiosi con un ambiente tanto aspro e impervio. L’importanza del parco è anche in questo. La Valgrande è un’idea: l’idea del selvaggio, di una natura incorrotta e libera di seguire le sue leggi. E’ una presenza ancestrale, sopita in ognuno di noi, che riafferma prepotente la sua esistenza. “Un’isola sopravvissuta all’incalzare della civiltà” per dirla con Franco Zunino. Proprio qui, nel 1967, su un’area di 973 ettari, fu istituita la “riserva naturale integrale del Pedum”, la prima delle Alpi. Completano il panorama delle aree protette dell’Ossola le Oasi Naturali del Bosco Tenso e di Pian dei Sali. L’oasi naturale didattica del Bosco Tenso, istituita nel 1990 dal comune di Premosello Chiovenda con la collaborazione della sezione di Verbania del WWF, tutela l’ultimo residuo del bosco planiziale della valle del Toce. E’ un tipico bosco igrofilo (querco carpineto), residuo dei grandi boschi che un tempo occupavano l’Ossola, abbattuti per far posto alle coltivazioni già a partire dal XII secolo. L’area acquista rilievo naturalistico per la presenza di una ricca avifauna (40 specie nidificanti e 127 svernanti o di passo). Il Bosco Tenso era “tensato”, cioè soggetto a vincoli già nel 1572 (Statuti di Premosello). Essendo sulla riva del Toce, salvava le coltivazioni dalle piene del fiume. Anche nei bandi comunali del 1833 il Bosco Tenso era protetto, anche perchè il comune potesse approvvigionarsi di legna con cui riscaldare la scuola e il municipio. Scopo dell’Oasi è di proteggere l’ambiente naturale con una gestione che mantenga, migliori e rinnovi il patri153


Immagini del Parco Naturale Veglia - Devero.

monio boschivo, consentendone un utilizzo didattico lungo sentieri attrezzati con pannelli esplicativi. L’Oasi Naturale del Pian dei Sali, istituita nel 1998 dai comuni di Malesco e Villette e dal WWF Verbania, tutela un tipico ambiente umido di montagna. L’anfibio più diffuso è sicuramente la Rana temporaria, di colore bruno-arancione macchiata di scuro. E’ tipica degli am-

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bienti umidi e si spinge anche fino a 2500 metri e più di altitudine. Ecco l’Ossola verde. Un territorio dove il respiro della natura è ancora presente e vitale e dove si coniugano armonicamente la civiltà antica e sapiente dell’uomo-montanaro con il rispetto dell’ambiente. Questo ambiente che, con la funzione propositiva e di sperimentazione gestionale del “sistema” dei parchi, può dare molto agli uomini di oggi.


La Cultura


Ossolani illustri Angela Preioni Travostino

ADORNA FRANCESCO SAVERIO, aeronauta Villette 1744 - Bordeaux 1821 Figlio di Giacomo e di Margherita Piffero. Emigrò ragazzino all’estero in cerca di lavoro e più tardi, attratto dalle scienze fisiche e dalle novità del tempo, si dedicò allo studio della nascente aeronautica. Pare che nel 1780, prima dei fratelli Montgolfier, avesse costruito a Strasburgo un grosso pallone aerostatico con cui poi si levò su alcune città europee. Stabilitosi a Bordeaux non dimenticò il paese nativo al quale donò la casa paterna perché vi fossero ospitate le scuole elementari, ed alla parrocchia un ostensorio con inciso il proprio nome. ALBERTAZZI GIACOMO ANTONIO, scrittore didascalico, giureconsulto Vogogna 1736 - ivi 1793 Figlio del giureconsulto Giulio Maria e di Anna Romerio, studiò a Milano nelle scuole Palatine di Brera lettere, filosofia e diritto. Tornato a Vogogna fu Luogotenente del Podestà ed esercitò il pubblico patrocinio. Essendo l’Ossola passata al Regno di Sardegna si perfezionò nello studio delle leggi sabaude ottenendo la laurea all’Università di Torino. Seguì interessi culturali di genere scientifico-didascalico che espresse ne Il Padre di famiglia in sette libri dedicati alla coltura della terra, alla farmacopea domestica, alla caccia e alla pesca e alla pace in famiglia. L’opera fu pubblicata a Vercelli nel 1789 e ristampata a Milano nel 1829. ALLEGRANZA PIETRO, giornalista, canonico Vagna 1800 - Montescheno 1874 Figlio del notaio Giuseppe Maria e di Rosalia Giuppa. Compiuti gli studi classici e teologici in seminario, fu ordinato sacerdote e insegnò lettere nei seminari della diocesi di Novara. Studioso di cose ossolane, compilò una storia che restò inedita. Canonico della Collegiata

di Domo difese i diritti del Capitolo ed i privilegi ossolani; giornalista battagliero e instancabile, diresse L’Ossolano fra il 1845 e il 1848, scrisse di politica con spirito di parte, ma anche di religione e di storia. Nei suoi ultimi anni lasciò Domo e l’attività giornalìstica per fare il parroco a Montescheno, in valle Antrona, costrettovi da disposizione vescovile. ALVAZZI DEL FRATE COSTANTINO, medico Varzo 1850 - ivi 1920 Figlio del geom. Benedetto e di Monica Rigacci. Studi classici in Collegi Rosminiani e laurea in medicina nel 1873. Esercitò la professione a Domo, a Torino e dal 1893 diresse l’Ospedale Civico di Sanremo. Scrisse una monografia sulla cura dei lebbrosi e L’acqua minerale dell’Alpe Veglia, studio ricco di dati scientifici per la valorizzazione delle acque minerali ossolane. ANTONIETTI MARIA GIOVANNA, religiosa Baceno 1809 - Borgomanero 1872 Figlia di Martino e di Angela Scavini. Per vocazione religiosa si rivolse all’abate Rosmini che la inviò a studiare e a fare il noviziato a Locamo, destinandola poi a dirigere l’asilo di Biella. Per le doti eccezionali di prudenza, umiltà, fortezza cristiana e sagacia amministrativa dimostrate, il Rosmini la nominò Superiora Generale dell’Ordine delle Suore della Provvidenza da lui fondato. ARCARDINI ALESSANDRO, avvocato Piedimulera 1895 - Domodossola 1992 Figlio di Rocco e di M. Luigia Coursi, vallesana. Studi classici al Mellerio Rosmini e laurea in giurisprudenza a Torino. Ufficiale del genio e aviatore nella 1a guerra mondiale, ottenne la croce di guerra ed il distintivo d’onore. Durante la brillante carriera forense a Torino, nel 1944 difese gli avvocati Brosio e Fusi che, con abili157


tà dialettica, sottrasse alla pena capitale richiesta dal Tribunale fascista e toccata invece agli sfortunati eroi fucilati al Martinetto. Dal 1945 continuò la professione a Domodossola e accettò con grande disponibilità la carica di presidente della Fondazione Galletti, dell’Azienda Autonoma di Bognanco, della Pro Domo e della 2a Esposizione italo-svizzera del 1950. Fu anche sostenitore del rilancio del Sempione mediante il collegamento stradale con Genova (autostrada Voltri-Sempione). Collaborò al buon andamento di enti morali e culturali con competenza e attiva partecipazione. Per i disinteressati incarichi umanitari fu nominato grand’ufficiale della Repubblica. AZZARI GIUSEPPE ANTONIO, patriota Re 1767 - Bicocca di Novara 1796 Figlio dei vigezzini Giuseppe Antonio di Re e di M. Anna Ravelli di Albogno. Studi classici e laurea in giurisprudenza a Pavia, ove abbracciò ideali repubblicani che propagandò a Pallanza, luogo di residenza della famiglia, da anni dedita a fruttuosi commerci, e in Valle Vigezzo fra parenti e amici. Con il nome di Giunio Bruto fu a capo di un movimento rivoluzionario che, nell’autunno 1796 tentò l’insurrezione antimonarchica. Catturato dalle forze regie per delazione, fu condannato a morte e impiccato a Novara nei pressi della Bicocca. BAGNOLINI ATTILIO, Medaglia d’oro al valore militare Villadossola 1913 - Mai Ceu (Etiopia) 1936 Alpino del btg. Intra del IV Reggimento, combattente in Africa Orientale durante la guerra italo-etiopica (1935-36), difese da ferito la postazione di Passo Macan, nella battaglia cruciale di Mai Ceu o del lago Ascianghi, poi con sacrificio della vita sventò il tentativo di accerchiamento dell’esiguo gruppo dei compagni d’armi. In Villadossola è ricordato con l’intitolazione della Scuola Media e con un monumento. Un sommergibile della Marina Militare porta il suo nome. BALCONE GIOVAN BATTISTA, benefattore S. Maria Maggiore 1703 - ivi 1750 Sacerdote presso la Parrocchia di Zornasco, ricco, brillante e di scarsa pratica religiosa. Mutò condotta e si ridusse a vivere poveramente e in penitenza. Eresse un 158

ospedaletto nel quale raccolse derelitti e mendicanti. BALLARINI GIORGIO, ingegnere, giornalista Livorno 1903 - Domodossola 1987 Figlio dell’ing. Giovanni e di Clori Solari. Domese d’adozione essendovi giunto fin dal 1928, diresse la Ferrovia Vigezzina per un quarantennio. Negli anni del conflitto bellico si accostò al Partito Socialista e durante i «quaranta giorni di libertà» fu membro della Giunta Provvisoria di Governo con il compito di far funzionare i trasporti interni all’Ossola e particolarmente quelli internazionali diretti nel Vallese e nel Canton Ticino. Nel 1945 rientrato dalla Svizzera, dove si era rifugiato dopo la rioccupazione tedesca, fu eletto dal C.L.N. sindaco di Domodossola, carica che tenne fino alle prime elezioni. Continuò l’impegno politico fondando e dirigendo il giornale settimanale Il Risveglio Ossolano, e scrivendo gli articoli di prima pagina in favore di battaglie sociali. Colto, amante dell’arte, visitò tutti i continenti per conoscerne anche gli aspetti politici, sociali e organizzativi. BALZARDI ANGELO, scultore Antrona 1892 - Torino 1974 Studi artistici a Torino conclusi nel 1922 con diploma del Corso superiore di scultura. Partecipò con successo alla XIX Biennale di Venezia e alle Quadriennali di Roma. Fu titolare della Cattedra di plastica ornamentale all’Accademia Albertina. Sue opere di rinomanza: il monumento al fante a Torino; fontana per i giardini pubblici e sacrario dei caduti di Alessandria, edicole e monumenti funerari in vari campisanti, busto del contadino piemontese e la Medusa per il campo sportivo di Domo. BARATTA GIOVAN BATTISTA, ufficiale medico, oculista Orcesco di Druogno 1778 - Milano 1851 Emigrato in Francia con i genitori originari della valle Vigezzo, a Parigi si laureò in medicina e rientrò in Italia con l’armata del gen. Bonaparte, ottenne il grado di ufficiale medico del 1° Reggimento Ussari della Repubblica Cisalpina e passò in seguito alla Divisione Victor. Nel 1805 a Pavia si specializzò in chirurgia e a Milano fu nominato dirigente del servizio sanitario presso il


Collegio Militare. Lasciò numerose pubblicazioni: Memoria e osservazione sopra una pupilla artificiale (1809), comparsa su L’incoraggiamento di Genova, e l’opera in due volumi Osservazioni pratiche sulle principali malattie degli occhi tradotta in tedesco a Lipsia (1848). Fu membro delle Società mediche di Vienna e Lipsia. BARBETTA VENANZIO GIUSEPPE, letterato Baceno 1869 - Quinto (GE) 1910 Figlio di Venanzio e di Domenica Bracchi. Studi classici al Mellerio Rosmini e laurea in lettere all’Università di Torino. Insegnante per qualche anno, bibliotecario a Milano, poi giornalista, critico apprezzabile, scrittore purtroppo ignorato per la sua ritrosia e modestia. Le sue opere, pervase di pessimismo esistenziale, videro la luce tra il 1888 e il 1903. Ammalato, cercò inutile sollievo in Liguria. BARONIO ANTONIO, pittore Vogogna 1869 - Vogogna 1918 Figlio di Francesco e di Domenica Moro. Dopo gli studi classici a Domo si iscrisse al Politecnico di Torino che lasciò per l’Accademia Albertina. La sua produzione pittorica molto apprezzata dai contemporanei ebbe spesso per soggetto il paesaggio ossolano. BAZZETTA GIOVANNI (NINO), storico, giornalista Novara 1880 - ivi 1951 Figlio del col. Giulio, che fu militare a Domo e benemerito della Fondazione Galletti, e di Fanny Lampugnani. Studi classici al Mellerio Rosmini e laurea in giurisprudenza a Pavia. Nel 1901 esordì come giornalista nel foglio domese L’Indipendente. Nel 1905 fondò La libertà, e fu poi redattore de Il Popolo dell’Ossola (1910) e corrispondente di altri giornali, segretario alla Sottoprefettura di Domo dal 1912 al 1922, combattente valoroso nella grande guerra, segretario di Prefettura a Novara ed in seguito al Ministero del Tesoro a Roma. Appassionato di ricerche storiche, dedicò ai domesi la Storia di Domodossola e dell’Ossola Superiore (1910) frutto di decennale fatica. Trattò altri argomenti storici ossolani e pubblicò le storie di Omegna e di Novara. BELCASTRO ALFREDO, pittore Omegna 1893 - S. M. Maggiore 1961 Da genitori omegnesi albergatori in Vigezzo, frequentò

la scuola di belle arti Rossetti Valentini. Dopo aver partecipato alla 1a guerra mondiale si perfezionò nella pittura a Torino e a Roma. Tornato in valle Vigezzo, iniziò l’attività pittorica acquistando consensi..Dapprima «divisionista», il suo stile si fece più libero e personale e tradusse in colori stati d’animo e la poesia della natura circostante. BELLI GIOVANNI, deputato, benefattore Stradella 1812 - Calasca 1904 Figlio di Antonio e di Marianna Tojetti di Calasca, residenti a Stradella poi a Pavia commercianti di uve e di vini dell’Oltrepò pavese. Si laureò in fisica matematica in quell’Ateneo dove lo zio paterno era illustre cattedratico. Sindaco di Calasca, fu eletto Deputato subalpino dal 1852 al 1861 e Consigliere provinciale. Beneficò le società operaie dell’Ossola, l’asilo infantile di Piedimulera, l’Ospedale San Biagio di Domo e soprattutto il Comune di Calasca a cui lasciò proprietà e denaro per l’istruzione, l’igiene e la viabilità patrocinando la strada fino a Macugnaga. BELLI GIUSEPPE, fisico, professore universitario Calasca 1791 - Pavia 1860 Laureato a pieni voti in fisica matematica all’Università di Pavia, nel 1843 ottenne la cattedra che fu già di Alessandro Volta presso l’Ateneo pavese. Fu il più illustre rappresentante delle scienze fisiche in Italia fra il 1845 e il 1860. Un ricordo marmoreo è collocato sotto i portici dell’Università di Pavia. BELLI SAVERIO, botanico Domodossola 1852 -Torino 1919 Figlio di Carlo che fu Deputato al Parlamento subalpino, Sindaco di Domo e capo divisione al Ministero delle Finanze, e di Giuditta Silvetti di Pallanzeno, nacque e crebbe nel Palazzo Belli (ex chiesa di San Francesco). Compiuti gli studi classici al Collegio Mellerio Rosmini, frequentò a Torino dapprima la facoltà di medicina poi quella di scienze naturali laureandosi a pieni voti nel 1887. Libero docente nel 1894, direttore dell’orto botanico e poi Ordinario all’Università di Cagliari. Compì e pubblicò studi botanici sulle crittogame e fanerogane. Fu membro di accademie scientifiche. 159


BIANCHETTI CARLO, medico, agronomo Ornavasso 1788 - ivi 1840 Studi classici, laurea in medicina a Pavia nel 1810. Medico condotto al paese nativo, scrisse sull’uso del solfato di chinino e sulle cure del gozzo. Studiò e scrisse anche sulla coltivazione dei gelsi, sulla viticoltura, sulle talpe e sui bachi da seta. Perché i parroci potessero aiutare i parrocchiani al corretto uso agricolo, dedicò loro il trattato Delle utilità di unire lo studio scientifico dell’agricoltura alle discipline ecclesiastiche. BIANCHETTI ENRICO, storico, archeologo Domodossola 1834 - Ornavasso 1894 Figlio di Giovanni medico e deputato al Parlamento Subalpino e di Maria Mantellini di Varzo. Studi classici, studente a Torino alla facoltà di Giurisprudenza, ma non si laureò per dedicarsi a studi letterari, artistici, storici approfonditi con ricerche d’archivio. Diede alle stampe la pregevolissima Storia dell’Ossola inferiore in due volumi, uscita a Torino nel 1878. Scoprì, studiò e scrisse sulla necropoli gallo romana di Ornavasso e ordinò nella propria abitazione una preziosa raccolta archeologica (ora al Museo di Pallanza per decisione degli eredi). Si occupò anche di meteorologia, agricoltura e fotografia. Fu in corrispondenza con studiosi di storia suoi contemporanei ed ebbe riconoscimenti ed onorificenze. Sposò una cugina di Quintino Sella con il quale ebbe rapporti culturali. BIANCHETTI GIOVANNI ANTONIO, chimico Ornavasso 1785 - Domodossola 1854 Figlio di Giovanni e di Margherita Viola. Dopo gli studi classici conseguì a Pavia la laurea in chimica farmaceutica nel 1806. Arruolatosi volontario nella Guardia d’onore del Regno Italico ebbe decorazione dal Principe Eugenio di Beauharnais. Nel 1813 fu farmacista maggiore dell’Ospedale di Venezia. Con la caduta di Napoleone tornò in Ossola e riprese gli studi di chimica lasciando dotte dissertazioni pubblicate dalla Società dei farmacisti del Regno di Sardegna. BIANCHETTI GIOVANNI, medico, politico Granerolo 1809 - Ornavasso 1890 Figlio del chimico Giovanni Antonio e di Margherita Galli. Dopo gli studi classici conseguì a Torino la laurea in medicina e una specializzazione in chimica medica e 160

terapica a Parma. Esercitò a Domo e curò gratuitamente i carcerati. Fu sindaco del Borgo e dal 1849 Deputato al Parlamento subalpino per tre legislature. BIANCHI GENNARO, politico, teologo e letterato Domodossola 1748 - ivi 1825 Appartenente a ricca famiglia borghese, figlio di Giovanni Battista e di Fiorenza Bossi. «Doctor utriusque iuris», insegnante di retorica nel Seminario di Como. Fu collega e strinse amicizia con Alessandro Volta che ospitò due volte in Domodossola quando, già famoso docente di fisica sperimentale a Pavia, era diretto a Ginevra nel 1787 e a Parigi nel 1801. Aderì alle idee innovatrici e fu a capo della Municipalità di Domo durante la 1° Repubblica Cisalpina, poi commissario del Governo Italico nell’Ossola e Delegato revisore della Cassa pagamenti della costruenda strada del Sempione. Dopo la caduta di Napoleone si ritirò a vita privata. BINDA ATTILIO, colonnello, medaglia d’argento Domodossola 09.02.1894 – Russia 20.01.1943 Osservatore militare dell’aeronautica nelle due grandi guerre mondiali. Salvò un gruppo di alpini sul Don attirando su di sé il fuoco nemico. Gli vennero conferite due medaglie d’argento. BOITI ANTONIO, chirurgo Roma 1776 - Firenze 1827 Figlio di Bartolomeo e di Domenica Novaria Todesco entrambi di Calasca emigrati a Roma. Come altri anzaschini studiò grazie agli aiuti finanziari dell’archiatra Giavina di Domo che lo volle con sé come aiuto chirurgo all’Arcispedale di S. Spirito in Roma. Nel 1803 fu chiamato a Salisburgo da Ferdinando III di Lorena a prestare l’opera di chirurgo ostetrico. Dopo il Congresso di Vienna seguì a Firenze il Granduca con la carica di capo chirurgo di Corte. Scrisse note di medicina sul Giornale dei Letterati di Pisa. BOITI PAOLO, benefattore Sec. XVIII (2a metà) – Calasca 1836 Figlio di Bartolomeo e di Domenica Novaria Todesco, sacerdote, contribuì con il proprio patrimonio alla costituzione del «Monte di pietà» di Calasca. Fondò una scuola per insegnare alle figliole dagli anni cinque ai do-


dici a leggere, scrivere e imparare la Dottrina Cristiana, a cucire e a fare calzette. BONARDI BERNARDINO, scenografo, benefattore Coimo 1834 - Domodossola 1923 Figlio di Giovanni e di Rosalia Pattaroni. Studiò disegno sotto la guida di pittori vigezzini poi si recò a Parigi da una zia cameriera dello scenografo Ferri da cui apprese l’arte della scenografia. Insieme lavorarono per il teatro Regio di Torino. Nel 1857 il Bonardi si trasferì in Spagna dove fu attivo presso i principali teatri finché fu assunto al R. Teatro di Madrid. Nel 1890 si stabilì definitivamente a Domo. Regalò al teatro Galletti il sipario riproducente la piazza Mercato e i costumi caratteristici delle valli ossolane, conservato nel palazzo S. Francesco. Lasciò una somma all’Ospedale S. Biagio per la cura agli ammalati di Coimo. BONARDI GIUSEPPE, benefattore Coimo 1822 - Parigi 1906 Figlio di Giovanni Andrea e di Domenica Cuccioni, fece fortuna a Parigi dopo essere stato apprendista fumista. Fu tra i primi a introdurre il riscaldamento con caloriferi ad aria, ottenendo grandi profitti economici. Legò a Coimo una rendita annua per pagare cure e medicine ai poveri, uno stipendio ai maestri elementari, una dotazione di fontanelle pubbliche e buona parte della strada fra il suo paese e la statale di val Vigezzo. BONO PIETRO, benefattore Varzo 1815 - Parigi 1887 Figlio di Domenico e di Maria Mazzurri. Dopo le elementari raggiunse il padre emigrato a Valence sur la Drône e con impegno e volontà si affermò nel commercio, aprendo a Parigi una casa di materiale ottico e fotografico con succursale a Buenos Aires. Fu generoso pittore lasciando vistosa somma per la costruzione dell’ospedale di Varzo e aiuti finanziari alla Pia Opera di S. Paolo di Valence. BORGNIS DOMENICO AGOSTINO, benefattore Craveggia 1799 – ivi 1843 Arricchitosi con il commercio, lasciò una considerevole somma al suo paese per l’istituzione di una scuola postelementare che funzionò per oltre un decennio.

BORGNIS GIUSEPPE ANTONIO, professore universitario Craveggia 1781 - Monza 1863 Figlio di Giovanni banchiere a Parigi e di Maria Rossetti. Dedicatosi agli studi scientifici si laureò in ingegneria prestando poi servizio presso la Marina a Venezia dove uscì una sua pubblicazione di meccanica. Insegnò matematica applicata all’Università di Pavia divenendone nel 1843 Rettore Magnifico. Propugnò la costruzione della carrozzabile Vigezzo-Domo e di una diramazione verso la Svizzera e il lago Maggiore. Fu membro effettivo del Regio Istituto Lombardo di Scienze, lettere e arti. BORGNIS GIUSEPPE MATTIA, pittore Craveggia 1701 - West Wycombe (Inghilterra) 1761 Figlio di Giovanni e di Antonia Borgnis. Ricevuti i primi rudimenti del disegno in Valle, imparò l’affresco e la pittura a olio a Bologna e a Venezia. Nel 1719 in Vigezzo iniziò l’attività, notevole per livello artistico e per numero di committenze, durata un trentennio. Lasciò pitture sacre e profane in chiese e case della Valle, dell’Ossola, del Canton Ticino fra cui s’impongono gli affreschi delle chiese parrocchiali di S. Maria Maggiore, Craveggia e dell’Oratorio della Madonna della Vita di Mozzio. Nel 1752 si trasferì in Inghilterra (West Wycombe) dove propose nello stile «augusteo» molte opere classiche della pittura italiana componendone variamente il contesto. Morì cadendo da un’impalcatura. BOSSONE CARLO, pittore Savona 1904 - S. Carlo di Vanzone 1991 Figlio di Raimondo e di Ines Rosa della valle Anzasca. Allievo del pittore ottocentista Vittorio Cavalieri a Torino, seguì contemporaneamente corsi serali di figura all’Accademia Albertina e fu assiduo frequentatore di musei e gallerie. I soggiorni in valle Anzasca gli fecero amare e conoscere la montagna e la vita che la circonda, che espresse nella sua pittura con scelta di forme, luci e colori non disgiunti dal sentimento. Mostre personali negli anni Trenta a Torino, Milano, Novara, Parigi e centri del lago Maggiore lo incoraggiarono a proseguire. Lavorò come analista in miniera e poi partì per l’Ar-

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Balcone Giovan Battista, benefattore S. Maria Maggiore 1703 - ivi 1750

Belli Giuseppe, ďŹ sico e professore universitario Calasca 1791 - Pavia 1860

Borgnis Giuseppe Antonio, professore universitario Craveggia 1781 - Monza 1863

Borgnis Giuseppe Mattia, pittore Craveggia 1701 - West Wycombe 1761


gentina (1944). Dipinse con successo a Buenos Aires e nelle principali città argentine, ispirandosi all’immensità degli scenari sudamericani. Tornò nel 1949 e si stabilì a S. Carlo di Vanzone, rinunciando a buone prospettive torinesi. Insegnò privatamente la pittura a molti allievi e tenne mostre fino al 1990. BOTTI GIUSEPPE, egittologo Vanzone 1889 - Firenze 1968 Figlio di Bartolomeo e di Maria Gorini. Laureato all’Università di Torino in lettere classiche, si specializzò in egittologia studiando i papiri della collezione Drovetti sotto la guida dell’illustre prof. Schiaparelli. Fu sovrintendente del museo archeologico di Firenze (sezione egizia) e docente di egittologia all’Università di Roma. Le sue pubblicazioni superano la settantina. Ultima fatica due volumi su L’archivio demotico con i quali inizia il catalogo del Museo Egizio di Torino. L’opera consiste nella trascrizione, traduzione, commento di papiri inediti scritti in lingua demotica di cui fu fra i maggiori esperti. Aveva anche intrapreso la traduzione di papiri conservati nel Museo Gregoriano del Vaticano. Altra opera importantissima e nota agli studiosi di tutto il mondo la traduzione dei papiri in lingua ieratica e demotica provenienti dagli scavi di Umm el Breighat. BOZZO ANGELO, benefattore Vanzone 1838 -ivi 1912 Figlio di Giovan Battista e di Maddalena Bozzo, emigrò in Francia con la famiglia. Diventato ricco gestendo con altri parenti una gioielleria, lasciò notevoli somme all’asilo infantile del paese nativo, alla Congregazione di carità per pagare medicine ai poveri, all’ospedale di Novara per assicurare le cure agli indigenti di valle Anzasca e alla parrocchia per opere di bene. CABALA’ DON GAUDENZIO, sacerdote, partigiano Gravellona 1890 – Domodossola 1961 Coadiutore della parrocchia di Domo fin dal 1921, poi cappellano dell’ospedale S. Biagio, fu tra i primi a dedicarsi alla Resistenza procurando mezzi ai primi nuclei armati e aiutando i giovani a sottrarsi ai bandi e alla cattura da parte di neofascisti e tedeschi. Scoperto unitamente al fratello e alla sorella esercenti in Domo il “Caffè Cabalà” che collaboravano con lui, stette alla

macchia e poi si rifugiò in Svizzera nel giugno 1944. Rimpatriò il 10 settembre per assumere l’incarico di Commissario all’Istruzione nella Giunta Provvisoria di Governo, curò l’invio di circa 500 bambini ossolani in Svizzera. Alla caduta della Repubblica partigiana accompagnò a Briga due convogli di fuggiaschi e di feriti. Dopo il 25 aprile riprese l’incarico di cappellano al S. Biagio fino alla fine dei suoi giorni, avvenuta in seguito a incidente automobilistico. CALCATERRA CARLO senjor, medico, scrittore Bellinzago 1843 – Gignese 1894 Medico condotto in valle Antigorio dal 1874, abitò a Premia per vent’anni, zelante e infaticabile nel prestare la propria opera nei vari disagiati paesetti. Praticò le vaccinazioni antivaiolose vincendo i pregiudizi della popolazione e di qualche collega. Amò l’Ossola e la sua storia millenaria e fu autore di racconti storici, tra cui La bella ossolana (1884). CALCATERRA CARLO JUNIOR, docente universitario, critico Premia 1884 - S. Maria Maggiore 1952 Figlio di Carlo, medico condotto di valle Antigorio e di Carolina Giovanelli di Cannero, allievo apprezzatissimo di Arturo Graf, conseguì brillantemente la laurea in lettere nell’Università di Torino presso la quale fu libero docente dopo aver combattuto nella 1a guerra mondiale. Nel 1927 vinse la cattedra di letteratura italiana all’Università Cattolica di Milano e due anni dopo fondò la rivista Convivium e firmò gli articoli con lo pseudonimo Carlo da Premia in ricordo del paese nativo. Dal 1935 all’anno della scomparsa fu titolare della prestigiosa cattedra di letteratura italiana nell’ateneo di Bologna. Sfollato con la famiglia a Druogno (1943), durante la «repubblica» dell’Ossola (1944), con Contini e Bonfantini si impegnò a redigere un piano di riforma scolastica. Fu presidente del Centro nazionale di studi Alfieriani, curò numerose edizioni e scrisse opere di critica fra le quali primeggiano: II Parnaso in rivolta; Barocco e Antibarocco nella poesia italiana; II Barocco in Arcadia e altri studi sul Settecento; II nostro imminente Risorgimento; Con Guido Gozzano e altri poeti e Della lingua di Gozzano; Alma mater studiorum; Poesia e canto.

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CALPINI STEFANO, politico Domodossola 1849 – ivi 1902 Figlio di Francesco e Maria Burla. Avvocato di successo nella sua città, si occupò con passione di agricoltura e diede utili consigli ai concittadini. Scrisse Memorie sulle condizioni dell’agricoltura del Circondario dell’Ossola pubblicato nel 1901, premiato con medaglia d’argento. Fu deputato per quattro legislature nella lista liberaldemocratica, attivo consigliere della Società Operaia e della Fondazione Galletti. CAPIS GIOVAN MATTEO, giureconsulto Domodossola 1617 – ivi 1681 Figlio dello storico e giureconsulto Giovanni e di Laura Ferrari, studiò leggi a Pavia dove si laureò. Tornato a Domo accettò la carica di sindaco della Giurisdizione, che tenne per molti anni occupandosi di far costruire ripari al Bogna, e dell’amministrazione dell’ospedale S. Biagio. Curò la stampa dell’opera storica del padre, si adoperò per la costruzione del nuovo convento dei Cappuccini, della chiesa e delle cappelle della via Crucis del Sacro Monte Calvario. A quest’ultima opera si dedicò con zelo e pietà destando fervore religioso tra gli Ossolani che lo secondarono in tale grandiosa opera con sovvenzioni e aiuti di ogni genere. Morendo lasciò il suo patrimonio all’istituzione del Sacro Monte Calvario. CAPIS GIOVANNI, giureconsulto, storico Domodossola 1582 - ivi 1632 Figlio del conte Matteo e di Elisabetta Borgnis compì gli studi classici a Milano, presso i Gesuiti di Brera, poi a Pavia si laureò in diritto civile ed ecclesiastico nel 1605. In quell’epoca compilò un dizionarietto etimologico del dialetto lombardo con traduzione in volgare toscano noto come Varon milanes. Dopo aver fatto pratica legale a Milano, in seguito alla morte del padre nel 1608 rientrò a Domo per esercitarvi la professione. Fu anche titolare delle massime cariche elettive della Comunità per cui si vide costretto a provvedere alle necessità gravi del suo tempo quali la peste, le disastrose piene del Bogna. Ma soprattutto lottò in difesa dei privilegi dell’Ossola contro l’esosità del fisco spagnolo. In questa ultima occasione, dovendo ricercare e riordinare grande quantità di documenti del passato, nacque in 164

lui l’idea di tramandare ai posteri una storia dell’Ossola, quella appunto da lui compilata e finita nel 1631 e poi fatta stampare dal figlio Giovan Matteo nel 1673 sotto il titolo di Memorie della corte di Mattarella. L’opera, di notevole interesse e importanza, ebbe una ristampa nel 1968. CASETTI ANTONIO, benefattore Caddo 1841 - ivi 1888 Figlio di Giovanni e di Maria Cesconi, fece fortuna a Parigi, dove si era recato undicenne, con attività commerciali e industriali. Fu amministratore della Società di Beneficenza Italiana a Parigi e Consigliere della Camera di Commercio. Rientrato in Ossola ideò la strada Cisore-Caddo-Preglia alla cui realizzazione destinò vistosa somma. Provvide anche alla costruzione della scuola elementare di Preglia. La scuola media di Preglia è dedicata a lui ed al fratello Giovanni. CASETTI GIOVANNI ANDREA, astronomo, astrologo Vogogna 1568 - ivi 1628 Di antica famiglia patrizia, si dedicò allo studio delle scienze naturali e dell’astronomia che poi insegnò a Milano. Pubblicò annuali effemeridi in cui sono trattati argomenti cosmici, meteorologici e astrologici. L’effemeride del 1596 dedicata alla contessa Tornielli reca osservazioni sulla luna, sull’epatta e su elementi riguardanti il calendario ecclesiastico e solare. In quella del 1612 augura all’Ossola che la peste non infierisca. In un manoscritto dedicato al cardinale Federico Borromeo, conservato all’Ambrosiana di Milano, tratta di pronostici sul tempo in relazione all’aspetto degli astri, desunti anche dalla tradizione classica (Plinio, Aristotele) e dalla propria esperienza di osservatore. Nel 1603 pubblicò in Milano presso l’editore Giacomo M. Meda Il presagio infallibile sopra la mutazione de’ tempi, Indisposizione dei corpi calcolato al meridiano della città di Milano e altre città d’Italia. CASETTI GIOVAN PIETRO, benefattore Caddo 1846 – ivi 1918 Emigrato a Parigi, lavorò col fratello Antonio nel mobilificio dello zio e per la rara abilità e perspicacia ingrandì notevolmente l’azienda in cui assumeva preferibilmente operai italiani. Rifiutò la cittadinanza francese


sentendosi legato alla Patria e destinò agli Italiani e agli Ossolani in Francia molto denaro in beneficenza. Lasciti cospicui andarono a Preglia. CAVALLI CARLO MARIA, giurista, statista, marchese 1684 - Milano 1765 Figlio di Giovanni e di Maria Tomasina, emigrati in Lombardia, laureato a Pavia il 3 agosto 1705 in utroque iure, percorse a Milano tutti i gradi della magistratura: Vicario Pretorio della Corte Senatoria di Pavia (1708), avvocato del Foro Milanese (1710), Vicario generale del Dominio Milanese (1726), Membro della Giunta di Governo (1733). Carlo VI lo nominò Reggente del Supremo Consiglio d’Italia (1737) presso il governo di Vienna e il 1° giugno 1739 lo creò Marchese col feudo di Ceranova nella campagna di Pavia. Nel 1750 si ritirò a vita privata col privilegio di partecipare alle attività del Senato a suo piacimento. Ebbe come sostituto al Senato il consultore Paolo della Silva. Il fratello Domenico, Vicario Generale a Milano del cardinale Pozzo-Bonelli e Regio Imperiale Economo di Maria Teresa, morì a 57 anni nel 1750 e fu sepolto in Duomo a Milano. CAVALLI CARLO, medico, storico Santa Maria Maggiore 1799 - ivi 1860 Studi classici e laurea in medicina e chirurgia presso l’Università di Pavia e di Torino. Fu medico condotto in val Vigezzo e corrispondente del Giornale delle scienze mediche, sindaco di Santa Maria Maggiore, presidente del Consiglio provinciale dell’Ossola, deputato al Parlamento Subalpino e fautore della carrozzabile val Vigezzo-Domo. Va ricordato soprattutto per i Cenni statistico-storici della Val Vigezzo in tre volumi editi a Torino nel 1845, primo lavoro accurato e fondamentale sulla storia generale della Valle, che gli ottenne onorificenze e l’iscrizione a varie accademie italiane e straniere. CAVALLI ENRICO, pittore Santa Maria Maggiore 1849 - ivi 1919 Dal padre Carlo Giuseppe, ritrattista, apprese i primi rudimenti. Trasferitasi la famiglia a Lione, là frequentò l’Accademia di belle arti, poi fece la spola tra Parigi e Marsiglia avendo contatti con artisti del suo tempo e dipingendo ritratti che mandò alle esposizioni di Parigi e di Torino. In Francia e nella sua Valle continuò la sua

attività, insegnando saltuariamente alla Scuola RossettiValentini. Le sue opere sono disperse in città della Francia, in Piemonte e in Lombardia. Un certo numero di suoi quadri si trovano alla Galleria Giannoni di Novara e in valle Vigezzo. Merita un posto di rilievo fra i pittori italiani della seconda metà dell’Ottocento. CAVALLI GIOVANNI ANTONIO, chirurgo, amministratore pubblico Finero 1779 - Malesco 1866 Crebbe a Vienna presso uno zio e là compì gli studi fino alla laurea in chirurgia conseguita nel luglio 1799. Entrato nell’esercito austriaco come sanitario, combatté e cadde prigioniero nella battaglia di Marengo (1800). Liberato rientrò a Vienna e si perfezionò in ostetricia. Nel 1816 rimpatriò ed esercitò la professione in valle Vigezzo con patente del Governo Piemontese, fissando a Malesco la residenza. Accettò varie cariche sociali nonostante l’impegno della professione; da sindaco propugnò la scuola femminile e la costruzione della strada carrozzabile Vigezzo-Domodossola. Uno dei figli, Domenico, rosminiano nel Collegio di Newport (Inghilterra) fu stimato da cattolici e protestanti. CAVALLINI GIOVANNI BATTISTA, giureconsulto, scrittore Coimo metà del sec. XVI – Milano primo decennio del sec. XVII Come tanti vigezzini si trasferì a Milano con i genitori. Conseguì la laurea in giurisprudenza e si dedicò alla riforma della procedura, compilò un formulario guida per la stesura degli atti notarili, stampato a Milano nel 1581 presso l’editore Piscaia. Scrisse L’Attuario della pratica civile e L’Attuario della pratica criminale, usciti nel 1587 e nel 1593. Fece stampare il Trattato sui sequestri, dedicato al cardinale Federico Borromeo. Da lui attinsero i patrocinatori successivi. CAZZINI GIOVANNI ANTONIO, benefattore Toceno 1804 - ivi 1859 Figlio di Francesco e di M. Caterina Francini, da ragazzo fece lo spazzacamino poi si trasferì a Berna da suoi congiunti in qualità di garzone. Frequentò una scuola serale, ma da autodidatta si formò una cultura notevole. Trasferitosi nel Würtemberg ebbe successo economico. 165


Tornato definitivamente a Toceno, si occupò del Comune del quale fu sindaco e al quale lasciò una notevole somma per l’erezione dell’asilo d’infanzia e della Scuola femminile, che presero il suo nome. Di fede mazziniana fondò «La società degli amici del progresso» mantenendo rapporti amichevoli con il Brofferio. CERETTI PIETRO MARIA, mercante in ferro, industriale Intra 1735 - Villadossola 1801 Formò nel 1796 la prima società per lo sfruttamento del ferro a Viganella in valle Antrona. Per varie vicende non ebbe successo economico. Continuatore fortunato fu il figlio sacerdote padre Ignazio che, per soppressione dei conventi rientrato in famiglia fu tutore dei fratelli minori dopo la morte dei genitori. Ebbe l’avvedutezza di trasferire la fonderia a Villa presso l’Ovesca e il porto del Toce (1804). Da quel momento la Ditta Ceretti si ingrandì; con i successori divenne la maggiore del Novarese e per prima costruì un impianto idroelettrico. CHIOSSI GlOVAN BATTISTA, generale Domodossola 1863 - ivi 1926 Figlio di Giuseppe e di Natalia Silvetti. Studi classici al Mellerio Rosmini, accademia militare di Modena, corso di perfezionamento a Parma, insegnò storia dell’arte militare a Modena e fu studioso di R. Montecuccoli. Combattente decorato nelle guerre coloniali, nella 1a guerra mondiale raggiunse il grado di generale comandante la 22a divisione sul Piave. Condusse a termine due missioni diplomatiche con il Sultano di Alia in Somalia e con Enver Bey al campo dei Turchi per l’esecuzione del Trattato di Losanna (1912). Congedatosi nel 1920 fu sindaco di Domo fino alla morte. CHIOVENDA CANESTRO BEATRICE, letterata Roma 1901 – ivi 2002 Figlia dell’illustre giurista prof. Giuseppe Chiovenda e di Lina Gotelli. Dopo gli studi classici e universitari alla facoltà di lettere di Roma dove si laureò con Adolfo Venturi, si specializzò in Storia dell’Arte che fu per tutta la vita il centro dei suoi interessi e la sua grande passione. Frequentò l’ambiente culturale della Roma del secondo dopoguerra e in particolare i Bellonci, che la vollero membro della giuria del Premio Strega, Mario Praz 166

e altri celebri intellettuali fra cui la latinista Lidia Storoni Mazzolari. Amò trascorrere lunghi soggiorni nella casa di Premosello, dove radunava i collaboratori della rivista Oscellana che tenne a battesimo e che arricchì di suoi studi dal 1971 al 1998, su pittori che operarono nell’Ossola e nel Cusio. Dedicò particolare impegno allo studio dell’ambone nell’isola di San Giulio, lavoro pubblicato nel 1955 che riscosse numerosi consensi. Collaborò alla mostra dei pittori Baciccio e Gaulli. Amante della montagna fu la prima donna a scalare il Monte Rosa nell’estate del 1922. Lasciò al Comune di Premosello la casa avita. CHIOVENDA EMILIO, botanico Roma 1871 - Bologna 1941 Da famiglia di Premosello, figlio di Andrea. Studi classici al Mellerio Rosmini e laurea in scienze con specializzazione in botanica. Titolare di cattedra universitaria, per incarico governativo studiò la flora dell’Eritrea e della Somalia. Accademico dei Lincei e d’Italia. Il suo erbario monumentale, di grande rinomanza, è custodito all’Università di Bari. CHIOVENDA GIUSEPPE, giurista Premosello 1872 - ivi 1937 Figlio dell’avv. Pietro e di Leopolda Moglino. Dopo brillanti studi classici al Mellerio Rosmini si laureò a pieni voti in giurisprudenza a Roma e in quell’Ateneo insegnò diritto processuale civile. I suoi studi giuridici sono fondamentali in Italia e nelle legislazioni straniere. Per la sua profonda dottrina fu consultato per la riforma dei codici. Dotato anche di talento letterario, scrisse una tragedia, Corradino di Svevia, a soli quindici anni e lasciò raccolte di versi intitolate Agave e Poesie. Nel 1925 sottoscrisse il manifesto antifascista di Benedetto Croce. Fu uomo di molto prestigio per la dirittura morale e la grande conoscenza giuridica. Per onorarlo, nel 1959 Premosello assunse il suo cognome con decreto presidenziale. CHIOVENDA TITO, diplomatico Premosello 1877 - Domodossola 1949 Figlio dell’avv. Pietro e di Leopolda Moglino. Dopo gli studi classici al Mellerio Rosmini e la laurea in giurisprudenza entrò nella carriera consolare ed ebbe l’inca-


rico di ministro plenipotenziario. Nel 1929 console generale a Francoforte, non essendo iscritto al P.N.F., dovette ritirarsi a vita privata. Ebbe l’incarico della «Lectura Dantis» alle Università di Basilea e di Francoforte. Fu anche brillante saggista, autore di versi dal titolo Mirtilli; amante della montagna, si rivelò provetto alpinista. CICOLETTI GIOVANNI, medico, benefattore Pieve Vergonte 1811 - ivi 1883 Dopo gli studi classici e la laurea in medicina visse agiatamente beneficando i poveri, le istituzioni scolastiche e la Chiesa. Ai poveri del Comune lasciò la sua vistosa sostanza col nome di «Fondazione Cicoletti». CIOIA GIACOMO, diplomatico Malesco 1704 - Parigi 1758 Di Francesco e Caterina Jacca. Studiò e visse a Parigi dove il padre e gli zii erano banchieri. Divenne agente di fiducia del Duca Francesco III di Modena che lo nominò poi ministro plenipotenziario presso il Re di Francia e suo rappresentante al congresso di Aquisgrana (1748). Con abilità e fine diplomazia ottenne al Duca la restituzione di rendite, beni e Stato da parte dell’imperatrice Maria Teresa. Divenne allora Gentiluomo di Camera, Consigliere di Stato e conte di Monzone e d’Acquaviva. CIOLINA GIOVANNI BATTISTA, pittore Toceno 1870 - ivi 1955 Allievo della scuola di belle arti e del Cavalli si dedicò con successo a svariati generi di pittura e fu anche apprezzato acquafortista. Dopo essere stato a Lione per conoscere le espressioni dell’arte moderna fu presente alla Triennale di Milano. È noto specialmente per i suoi paesaggi e i ritratti conservati in collezioni private. CONTINI GIANFRANCO, filologo, critico letterario, italianista Domodossola 1912 - ivi 1990 Figlio di Riccardo e di Maria Cernuscoli. Dopo brillanti studi classici presso il Mellerio Rosmini di Domodossola, si laureò con lode all’Università di Pavia. Specializzatosi in filologia a Torino e a Parigi, già nel 1938 insegnò filologia romanza nell’Università di Friburgo in Svizzera e diede alle stampe un commento alle Rime di

Dante e altri scritti, rivelatori del suo talento. Presente in Ossola nel 1944, durante i «quaranta giorni di libertà» partecipò quale rappresentante del Partito d’Azione alle sedute del C.L.N, per la costituzione della Giunta e insieme con Carlo Calcaterra studiò una riforma scolastica. Nel dopoguerra ebbe cattedra di filologia romanza nelle Università di Firenze e di Pisa, docente indimenticabile e affascinante per i discepoli, consigliere per gli editori. Pubblicò, tra l’altro, Poeti del Duecento, l’Opera in versi di Montale e studi fondamentali su Dante, Petrarca, Boccaccio nonché Il Breviario di Ecdotica, Altri Esercizi, Ultimi Esercizi ed Elzeviri, La letteratura dell’Italia Unita. Filologo di conclamata rinomanza internazionale, seppe congiungere la filologia con la critica letteraria mediante la critica delle varianti e relativi principii e implicazioni. Ritornò ad abitare a Domodossola in seguito a grave malattia che non gli impedì di continuare l’attività intellettuale e gli studi sino al termine della sua vita. Fece pubblicare nei Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei gli Statuti quattrocenteschi dei «disciplinati» del nostro borgo, scritti in un volgare, che definì «illustre». Con l’occasione catalogò i dialetti dell’Ossola definiti “un complesso lombardo-alpino su fondale di isoglosse piemontesi”. CUROTTI SlLVESTRO, medaglia d’oro al valor militare Vagna (Domodossola) 1920 - Oira di Nonio 1944 Figlio di Amedeo e di Maria Bellardoni, imbianchino a Domodossola, nel 1940 artigliere alpino combattente sul fronte occidentale. Dopo l’8 settembre 1943 rientrò in Ossola e fece parte dei primi raggruppamenti partigiani, poi passò nella formazione «Beltrami» operante sul lago d’Orta. Sorpreso ad Oira e circondato da forze tedesche, resistette solo dentro una casa del paesetto per oltre quattro ore e non si arrese, ma quando vide esaurite le munizioni, serbò per sé l’ultima pallottola. DAVIA GIOVANNI ANTONIO, cardinale Bologna 1661 - Roma 1740 Da genitori vicenesi nacque a Bologna nella prima metà del secolo XVII. Fu internunzio a Bruxelles, nunzio in Polonia ed a Colonia, arcivescovo di Tebe, vescovo di Rimini nel 1698 ed infine creato cardinale da Clemente XI.

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Davia Giovanni Antonio, Cardinale Bologna 1661 - Roma 1740

Della Silva Paolo jr., consultore, statista, storico e letterato Crevola 1691 - Milano 1789

Facchinetti Giov. Antonio, Papa Innocenzo IX Bologna 1519 - Roma 1591

Fantonetti Giovan Battista, medico Pavia 1791 - Piedimulera 1861


DE ALBERTIS ALBERTO VITALE ANDREA, armatore, benefattore Vanzone 1703 - Arbon (Costanza) 1782 Figlio di Bartolomeo e di Domenica Falcini. Trasferitosi con i genitori a Genova, da mozzo divenne proprietario di navi per il trasporto di merci dalle Indie, con profitti enormi. Fu consigliere commerciale del Vescovo di Costanza e lasciò alla confraternita della SS. Annunziata di Vanzone case, terreni e una notevole somma per i poveri e per l’istruzione religiosa. DE ANTONIS GIUSEPPE, avvocato, pubblico amministratore, benefattore Domodossola 1868 - ivi 1945 Figlio del geom. Luigi De Antonis. Studi classici al Mellerio Rosmini e laurea in legge a Torino, avvocato penalista, sindaco di Domo, militante socialista al tempo di Turati, collaboratore del giornale L’indipendente. Presidente della Fondazione Galletti, ne arricchì il patrimonio numismatico e artistico. Durante la la guerra mondiale presiedette l’opera di assistenza ai profughi dalle terre invase. Lasciò in beneficenza alla Parrocchia la sua casa e ai Padri Rosminiani la sua villa di Mattarella. DE AUGUSTINIS ENRICO AGOSTINO, politico, marchese Pecetto di Macugnaga 1737 - Vallese 1823 Dopo gli studi entrò in diplomazia e fu membro del corpo diplomatico di Carlo III di Spagna poi membro della Dieta Generale e Presidente del Consiglio di Stato del Canton Vallese e per due volte Gran Balivo. Inaugurò la strada del Sempione nel 1805, in rappresentanza dei Vallesani. DE BACENO GASPARE e BALDASSARRE, condottieri di milizie ossolane Figli di Bernardino valvassore di valle Formazza vissuti fra i secoli XV-XVI. Durante la contesa tra Francesco I e Carlo V parteggiarono per i Francesi come il cognato Paolo della Silva e furono valorosi combattenti a Pavia e alla Rocca di Arona. In Ossola furono fieri avversari di Benedetto e Francesco Del Ponte sostenitori degli Spagnoli. DE BERNARDIS GIORGIO, scultore Buttogno 1606 circa - sconosciuta la data di morte

Figlio di Giacomo Antonio e di Antonietta Mazzetta. La sua attività artistica iniziò intorno al 1630 e fino al 1664 tenne bottega e scuola di intaglio a Domo in via Briona; poi forse si trasferì nei Vallese dove la sua presenza è attestata da suoi lavori. Fra le sue opere di maggior pregio ci sono l’altare ligneo e lo splendido armadio di sacrestia della parrocchiale di Seppiana, il grande crocifisso della collegiata di Domo, le porte della chiesa di Croveo e di Seppiana. DE GIORGI GIUSEPPE, pittore e fotografo Ceppo Morelli 1870 – Vanzone 1946 Emigrato a Bordeaux presso la sorella, seguendo l’inclinazione partecipò a un corso di preparazione all’arte decorativa secondo modelli proposti nelle Accademie, ma soprattutto fu autodidatta. Rientrato in Italia mantenne contatti con la Francia e particolarmente con l’Alta Savoia dove lavorò nel decennio 1920-30. Precedentemente aveva realizzato alcune tele per chiese e oratori della sua valle Anzasca, dell’Ossola e del Novarese. Verso gli inizi del 1930 aprì bottega a Macugnaga attuando il legame tra pittura e fotografia e stringendo rapporti con pittori della valle e frequentatori di essa, alcuni dei quali specialisti in arte sacra. Attinse appunti dai grandi maestri del passato riproponendoli nelle volte delle chiese di Vanzone, Piedimulera e poi Vogogna. Durante il periodo della sua attività si avvalse della fotografia per procurarsi modelli di abitanti della valle, da utilizzare nelle figure di personaggi biblici e figure allegoriche. In seguito dipinse paesaggi montani e scattò fotografie di luoghi pittoreschi che furono oggetto di cartoline e stampe, fotografie di persone, base di ritratti su tela emulsionata. DELL’ANGELO GIOVANNI BATTISTA, naturalista, benefattore Parigi 1834 – Craveggia 1911 Figlio di Gian Giacomo e di Maria Cottini residenti in Francia per attività commerciali. Ricco per eredità paterna, si dedicò allo studio delle scienze naturali e divenne raccoglitore di fossili e minerali di pregio cui aggiunse una sezione di ornitologia. Donò alla Fondazione Galletti il tutto, da lui scientificamente catalogato perché servisse agli studiosi ossolani. Compil�� anche un catalogo delle famiglie craveggesi con la loro genealo169


gia. Beneficò l’Asilo infantile e lasciò una borsa di studio per il migliore alunno delle elementari del paese. Fece costruire una fontana pubblica e collaborò al progetto della realizzazione della ferrovia Vigezzina. DELLA SILVA PAOLO, condottiero Crevola 1476 - ivi 1536 Figlio di Giovanni Antonio e di Dorotea Morone, entrò giovanissimo nella milizia del condottiero G. Trivulzio al servizio del Re di Francia e prese parte alle guerre contro la Spagna per il possesso del ducato di Milano. Dopo la battaglia di Marignano, fu custode della piazzaforte di Cremona e il 14 maggio 1516 fu nominato cittadino onorario di quella città. Nel 1518 lo fu di Milano e di Pavia. Morto il Trivulzio (1518) e nonostante la sconfitta dei Francesi (1525) egli difese l’Ossola dagli Spagnoli e poi riparò a Parigi. Nel 1526 fece parte della spedizione francese a Roma in difesa di Clemente VII il quale lo creò Conte Palatino e Barone Romano. Tornato a vivere nel castello di Crevola si dedicò a opere di beneficenza e di fede facendo affrescare la chiesa parrocchiale di Crevola e la Madonna della Neve di Domodossola. Diede avvio alla costruzione del palazzo Silva (su area di famiglia nel borgo di Domo) in stile rinascimentale. DELLA SILVA PAOLO JUNIOR, consultore, statista, storico e letterato Crevola 1691 - Milano 1789 Figlio del nobile Marc’Antonio e di Elena Denti. Studi classici a Milano e laurea in giurisprudenza a Pavia. Ricusata la carriera militare, tradizionale in famiglia, fu avvocato pubblico della città di Milano e libero professionista, difensore dei privilegi dell’Ossola che venne esentata da tasse catastali. Nel 1755 Capitano di Giustizia a Cremona, nel 1760 Presidente del Supremo Consiglio di Giustizia a Mantova e Capo della Giunta del Vice Governo. Nel 1760 Consigliere intimo di Stato di Maria Teresa, che lo incaricò di trattare con Venezia un’annosa questione sull’uso delle acque di risorgiva ai confini dei due Stati. Nel 1763 fu Consultore del Governo Generale di Lombardia. Scrisse in latino trattati di giurisprudenza, la storia dei fatti e del costume della Milano dei suoi tempi, la storia dell’Ossola a continua-

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zione di quella del Capis e la storia della sua famiglia, opere tutte inedite. DEL LONGO BRAGGIO IDA, cronista, benemerita CRI Domodossola 1879 - ivi 1965 Insegnò in scuole elementari dell’Ossola poi economia domestica alla professionale «Galletti». Animatrice e promotrice di iniziative sociali, nel 1919 ebbe la medaglia d’oro dal Comune di Domo per aver diretto l’ufficio notizie e ricerche di militari prigionieri durante la guerra 1915-18 e dal Ministro della Guerra quella d’argento con uguale motivazione. Nel 1935 fondò il gruppo domese Crocerossine volontarie. Fu anche cronista per un cinquantennio di ogni episodio lieto e triste della vita cittadina e ossolana e inoltre custode delle tradizioni e parte attiva in ogni comitato benefico, madrina degli alpini dell’Ossola. Nel 1944 collaborò con la Giunta Provvisoria di Governo in campo assistenziale. Il volumetto Piccolo mondo Ossolano raccoglie il meglio della sua attività giornalistica. DELL’ORO ARTURO, medaglia d’oro al valor militare Vallenar di Atocama (Cile) 1896 - Belluno 1917 Figlio di Alessandro. Studiò in Italia diplomandosi all’Istituto Feltrinelli di Milano. Volontario in aeronautica nel 1915 ottenne il brevetto di pilota e partecipò ad azioni belliche nel Trentino, nel Tirolo, a Vipacco guadagnando la medaglia d’argento (1916). Nel 1917 conseguì il brevetto su apparecchi da caccia e dopo molte audaci imprese si lanciò contro un velivolo nemico che abbatté urtandolo con il proprio e precipitando a sua volta, consapevole del sacrificio. DE MAURIZI GIOVANNI BATTISTA, storico dell’Ossola, sacerdote Re 1875 - Premia 1939 Figlio di Antonio e di Maria Giovanna Cerioli. Pastorecontadino entrò in seminario diciottenne. Ordinato sacerdote nel 1908, coadiutore a S. Maria Maggiore iniziò subito le sue ricerche storiche negli archivi della Valle e l’anno dopo pubblicò una storia documentata sul miracolo di Re e le vicende del santuario fino ai suoi giorni. Nel 1910 pubblicò Appunti di storia vigezzina segui-


ti da La valle Vigezzo corredate da biografie vigezzine di dieci illustri personaggi. La Guida della valle Vigezzo (1911) lo fece conoscere per le notizie storiche, artistiche, scientifiche e di interesse turistico. Negli anni della Grande Guerra fu soprattutto vicino alle famiglie con figli al fronte. Resse poi le parrocchie di Trontano e quella di Montescheno in valle Antrona. Nel 1919 scrisse la storia di Montescheno comprendente gli statuiti e gli ordinamenti (1519) di quella comunità. Suggeritore e fautore di enti associativi e mutue per il bene dei parrocchiani, si interessò anche delle miniere d’oro, argento, ferro di valle Antrona che descrisse in un articolo per il bollettino del C. A. I. (1923). Nel 1924, parroco a Premia, avviò studi sui De Rodis Baceno e sugli statuti di quella comunità. Nel 1927 pubblicò Le valli Antigorio e Formazza e fra il 1928 e il 1931 S. Maria Maggiore e Crana, II nuovo Comune di Craveggia, Buttogno in valle Vigezzo. Preparò uno studio su Villadossola (manoscritto) e collaborò al Bollettino storico per la Provincia di Novara, all’Archivio storico della Svizzera Italiana e accettò l’incarico della S.E.O. di scrivere l’apprezzatissima guida L’Ossola e le sue valli. Fu membro della Regia Accademia delle Scienze di Torino ma, privo di contributi economici, non pubblicò le numerosissime notizie che aveva continuato a raccogliere e che in parte fortunatamente finirono nell’archivio di «Oscellana».

zi della nobiltà (Pallavicino). Personaggi illustri e ambasciatori stranieri durante i loro soggiorni romani furono suoi committenti di quadri e incisioni. Invitato in Inghilterra non accettò. Fu ammirato per l’armonia delle grandi composizioni e la soavità delle figure femminili.

DEL PONTE BENEDETTO, condottiero di milizie ossolane Domodossola 1430 - ivi 1537 Figlio del conte palatino Giovanni Battista. Studiò lettere e giurisprudenza ma preferì fare il condottiero di milizie per conto degli Sforza e degli Spagnoli. Dopo alterne vicende, in seguito alla vittoria di Carlo V, fu nominato luogotenente del conte Borromeo per l’Ossola e responsabile della Banca Civile e Criminale, carica lucrosa e ambita.

DI SALVATORE NINO, artista, maestro del design italiano Verbania Pallanza 1924 – Milano 2001 Frequenta il liceo artistico a Milano ma è affettivamente legato a Domodossola dove vivono i suoi genitori e dove torna sempre. Studia i capolavori dell’arte e nel 1948 approda all’astrattismo. Nel 1949 apre una scuola di belle arti a Domodossola alla quale fa seguito quella di Novara. Introduce materie nuove quali ‘psicologia della forma’ e ‘filosofia dell’estetica’. Aderisce al MAC, il movimento di arte concreta che ha come esponenti Munari, Soldati, Dorfles e altri maestri. Nel 1954 si trasferisce a Milano dove apre con felice intuito la prima scuola di design industriale da lui diretta con maestrìa fino al 1998. Ad essa si iscrissero in numero grandissimo studenti italiani e stranieri ai quali egli insegnò fisiologia e scienza della visione, affidando a rinomati maestri le altre materie nuove. La sua scuola ottenne la

DE PIETRI (DE PETRIS) PIETRO, pittore S. Rocco di Premia 1663 - Roma 1716 Figlio di Giovanni Antonio e di Caterina Pezetta. Adolescente emigrò a Roma dove si dedicò al disegno e là divenne pittore di fama ottenendo la protezione di Clemente XI Albani che gli commissionò alcuni dipinti (noto un affresco in S. Clemente). Decorò anche palaz-

DE REGIBUS LUCA, professore universitario Vogogna 1895 – Genova 1969 Figlio di Pio e di Angiolina Innocenti. Studi classici e laurea in lettere a Torino con specializzazione in filologia classica; dopo la parentesi militare, nel 1922 si laureò anche in legge. Preside del Ginnasio-Liceo a Novara. Tra il 1934-1936 fu Consigliere Nazionale, nel 1940 divenne titolare di storia romana a Genova e poi Preside della facoltà di lettere e filosofia. Lasciò numerose pubblicazioni di storia romana in parte a cura dell’Ateneo genovese. Il fratello maggiore don Adalgiso, sacerdote laureato in lettere, preside del liceo classico a Novara e dell’Istituto Magistrale di Bobbio di Val Trebbia, raccolse notizie di storia vogognese e pubblicò brevi cenni sui fatti del 1798. DE RODIS GUIDO, feudatario di Premia, benefattore Nel 1250 fece costruire a proprie spese la chiesa di S. Michele di Premia e all’interno il sepolcreto di famiglia. Di lui resta il ritratto in un medaglione incastonato nella parete in cornu epistulae.

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Medaglia d’oro della X Triennale Internazionale di Milano, il Compasso d’oro dell’Adi. Si distinse per la ricerca di nuove sperimentazioni, coltivò la pittura astrattogeometrica con successo, espose sue opere alla Biennale di Venezia, alla Triennale di Milano e al Moma di New York, commentate con favore da critici italiani e stranieri, citato nei testi di storia dell’arte moderna. Sono da ricordare le sue felici intuizioni nel rapporto tra geometria, pittura e musica. Sul finire degli anni Novanta “La Fabbrica” di Villadossola ospitò una mostra antologica delle opere del Maestro che volle essere presente a spiegare e illustrare il significato della sua ricerca pittorica ai molti visitatori accorsi.

FACINI BENEDETTO, medico, benefattore Domodossola 1741 - ivi 1826 Figlio del giureconsulto Martino e di Teresa Cairati, laureato in medicina presso l’Università di Pavia esercitò a Domo la professione medica. Sopraintendente alla sanità e medico dell’Ospedale S. Biagio fino al 1809, dove ebbe in cura i militari napoleonici e italici. Lasciò le proprie cospicue sostanze e quelle avute dal fratello Giuseppe (1739-1805 già Capitano delle milizie paesane e giudice-pretore di S. Maria Maggiore) per la costruzione del ricovero di vecchiaia e mendicità e al Comune di Domo una notevole somma per pagare un maestro elementare.

ERBA GIUSEPPE BARTOLOMEO, matematico, benefattore Domodossola 1819 - Torino 1895 Figlio del banchiere Giuseppe e di Maria Azzari figlia dello sfortunato cospiratore Giuseppe Antoni. Dopo gli studi classici nelle scuole melleriane si laureò nel 1841 al Politecnico di Torino con il plauso del celebre matematico Plana e nello stesso anno conseguì il diploma di architetto. Nel 1848 fece parte della Guardia Nazionale a capo degli Ossolani residenti nella capitale piemontese. Nel 1850 ebbe nell’Ateneo Torinese la cattedra di calcolo infinitesimale. Nel 1857 passò alla cattedra di Meccanica razionale che tenne fino al 1891 e per qualche tempo fu Rettore Magnifico. Progettò palazzi (Palazzo Mogni in Domodossola e Villa Franzi in Pallanza) e chiese. Profuse ingenti somme in beneficenza ma volle mantenere l’anonimato.

FALCIONI ALFREDO, Senatore, ministro Cuzzego (Beura Cardezza) 1868 - Ghiffa 1936 Figlio di Giovanni e di Giuditta Moro. Studi classici e laurea in legge a Torino, avvocato a Domo, deputato al Parlamento dal 1900, Sottosegretario agli Interni, membro della delegazione internazionale del Sempione a Berna, Ministro dell’agricoltura, Ministro di Grazia e Giustizia, Presidente della Commissione Internazionale degli stupefacenti. Nel 1925 si ritirò a vita privata e fu nominato consigliere delegato della Edison e della Gondrand. Nel 1929 fu eletto senatore per nomina regia. Diresse con il fratello avvocato Ernesto il giornale L’Ossola.

FACCHINETTI GIOV. ANTONIO, Papa Innocenzo IX Bologna 1519 – Roma 1591 Dopo studi ecclesiastici e giuridici brillanti, fu segretario del Papa Paolo III Farnese che lo promosse governatore di Parma. Partecipò al Concilio di Trento, di là il Papa Pio V Ghislieri lo mandò ambasciatore a Venezia per porre le basi di quella alleanza fra Stati Cristiani che vinse a Lepanto la flotta dei Turchi. Creato Cardinale, portò a termine delicati incarichi diplomatici. Nel 1591 fu eletto Papa e scelse il nome di Innocenzo IX. Non riuscì ad effettuare le riforme che aveva progettato perché morì dopo due soli mesi di pontificato. 172

FALCIONI GIOVANNI, avvocato, politico Domodossola 1916 – ivi 2003 Figlio dell’avvocato Ernesto e di Maria Rapetti. Brillanti studi classici al Mellerio Rosmini e universitari a Milano conclusi lodevolmente con laurea in giurisprudenza. Praticante presso lo studio legale paterno, nel 1942 come Ufficiale del Commissariato militare prese parte alla campagna di Russia nell’ARMIR – Divisione Ravenna. Durante la Repubblica dell’Ossola fu assessore nella giunta cittadina, di nomina del CLN, quale esponente del P.L.I. Coadiuvò il giudice straordinario avv. Vigorelli nella sorveglianza del campo di concentramento di Druogno. Membro responsabile del partito liberale provinciale, fu sindaco di Domodossola negli anni Sessanta. Svolse l’attività professionale con pieno successo e fu per un decennio presidente stimato e capace della Banca Popolare di Intra.


FALCIONI GIOVANNI BATTISTA, ingegnere Cuzzego (Beura Cardezza) 1839 - Udine 1899 Figlio di Giuseppe e Linda Porazzi. Studi classici al Collegio Mellerio Rosmini di Domodossola, laurea in ingegneria al Politecnico di Torino nel 1865. Nel 1866 il ministro Quintino Sella gli affidò la cattedra di meccanica all’Istituto tecnico di Udine, città da poco entrata a far parte del Regno d’Italia. Esercitò anche la libera professione progettando asili, chiese, scuole, officine per il Friuli e diresse la Esposizione Friuliana nel 1883. Pubblicò opere di divulgazione scientifica. FANTONETTI GIOVAN BATTISTA, medico Pavia 1791 – Piedimulera 1861 Da genitori di valle Anzasca, laureato in medicina e chirurgia all’Università di Pavia vi insegnò patologia e chimica. Trasferitosi a Milano esercitò la professione medica con successo. Nel 1836 pubblicò le Effemeridi delle scienze mediche che lo fecero stimare anche all’estero. Diresse a Venezia un’importante pubblicazione medica e tradusse e commentò opere mediche straniere. Fu membro di accademie europee. Tornato in Ossola ed eletto presidente del Consiglio Provinciale, promosse lo sfruttamento delle miniere aurifere. Lasciò la propria biblioteca alla città di Domodossola. FARINA GIOVANNI MARIA, industriale Santa Maria Maggiore 1685 - Colonia 1766 Emigrato a Colonia presso congiunti produsse e diffuse l’«acqua admirabilis» usando la formula, avuta dal vigezzino Feminis con il nome Johan Maria Farina gegenüber dem Julichsplatz-Koeln. Nel 1742 comparve sulle confezioni la dicitura in francese Eau de Cologne e la diffusione in tutto il mondo procurò fama e ricchezza a lui, ai suoi successori, e dal 1877 alla casa Roger et Gallet di Parigi che ne acquistò i diritti. FEMINIS GIOVANNI PAOLO, inventore dell’acqua di Colonia, benefattore Crana 1670 circa - Colonia 1736 Emigrato presso parenti a Magonza, imparò l’arte dell’erborista e a Colonia fabbricò un’acqua odorosa chiamata «aqua admirabilis» che mise in commercio dal 1727. Contribuì con ingenti somme alla costruzione della Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Maggiore, del-

la casa comunale, di un oratorio a Crana, di una scuola per i ragazzi del paese. Trasmise la formula dell’acqua di colonia ai conterranei Giovanni Antonio e Giovan Maria Farina. FERINO PIETRO MARIA, generale Craveggia 1747 - Parigi 1816 Avviato al commercio dal padre uomo d’affari a Parigi, preferì scegliere la carriera militare. Combatté valorosamente al servizio della Francia repubblicana e poi nell’esercito imperiale di Napoleone che lo promosse generale e Grand’Ufficiale della Legion d’onore. Anche Luigi XVIII lo onorò con pari grado. FERRARI BALDASSARRE, cavaliere di Malta Sec. XVI Appartenente alla illustre famiglia domese dei Ferrari. Il 14 aprile 1580 venne iscritto nel ruolo generale dei Cavalieri italiani dell’Ordine di Malta presso il Gran Priorato di Lombardia e assegnato alla casa generalizia. Rimpatriò nel 1586 con speciale licenza del Gran Maestro Ugo Daubex De Verdala per gravi motivi di famiglia. Fu caro a Papa Innocenzo IX che gli rivolse lettere amichevoli (in particolare quella dell’11-2-1589). In Domo il cav. Ferrari aveva una sua Corte con uomini d’armi pronti a intervenire a difesa della giusta causa e della chiesa, ma non per conflitti politici. Invitato dal Podestà di Mattarella a intervenire nelle lotte politiche, oppose netto rifiuto. Promosse con i fratelli e i consanguinei l’erezione di una confraternita (del S. Cordone) a scopi benefici presso la chiesa di S. Francesco di Domo nella quale era il sepolcreto dei Ferrari indicato con otto F. (Fratres Ferrarii Franciscanae Fraternitatis Familiae Ferrariae Fecerunt Fieri). FERRARIS ADOLFO SEBASTIANO, storico Pontemaglio di Crevola 1901 - Domodossola 1954 Figlio di Giulio e di Maria Ferraris, studi classici al Mellerio Rosmini e laurea in lettere e filosofia all’Università di Torino. Insegnò per qualche anno; scelta la carriera amministrativa, fu titolare della segreteria dell’ospedale S. Biagio di Domo. Coltivò gli studi storici e con profonda competenza portò a termine la Bibliografia Ossolana, opera indispensabile, frutto di ricerche impegnative. Collaborò al Bollettino storico per la Provincia di 173


Feminis Giovanni Paolo, inventore dell’acqua di Colonia e benefattore Crana 1670 (circa) - Colonia 1736

Ferino Pietro Maria, Generale Craveggia 1747 - Parigi 1816

Ferrari Baldassarre, Cavaliere di Malta secolo XIV

Guattani Carlo, chirurgo e archiatra pontiďŹ cio Pontegrande 1709 - Roma 1773


Novara e ai giornali locali con argomenti vari. Pubblicò Novelle e leggende ossolane (1927), L’Ospedale di S. Biagio con appendice di pergamene inedite (1935), e La Società di Mutuo soccorso e istruzione fra Operai di Domo (1937). Usò Io pseudonimo Adolfo da Pontemaglio. FIZZOTTI GERMANA, giornalista, scrittrice Parigi 1911 – Domodossola 2003 Trasferitasi con i genitori a Domodossola, fu impiegata di buon livello in una casa di spedizioni. Iscritta all’albo dei giornalisti dal 1947, acquistò notorietà come collaboratrice del Risveglio Ossolano e di alcune riviste con saggi e novelle. Coltivò amicizie con persone di cultura fra le quali Virginia Galante Garrone (sorella dei più noti Alessandro e Carlo) che scrisse la prefazione del suo romanzo autobiografico La casa del buon Dio stampato nel 1985. Nel 1978 era già uscito il suo testo di accompagnamento ai disegni di Remy Paggi, raccolte nel volume Dal Sempione al Lago Maggiore, mentre nel 1983 aveva dato alle stampe Valle Anzasca nel passato e nel presente. Con il suo ultimo lavoro Centonovantatré cassette del 1990 ricorda scene del passato e il fratello Piero. FORNARA CARLO, pittore Prestinone di Craveggia 1871 – ivi 1968 Figlio di Giuseppe Antonio e di Anna M. Nicolai, fu allievo del Cavalli che lo accostò alla grande pittura veneta e fiamminga e alla moderna maniera degli Impressionisti francesi. Ventenne mandò un suo quadro, La bottega del calderaio, alla Triennale di Milano e ottenne successo. Incontrò Segantini e come lui usò la tecnica divisionista. Soggiornò e lavorò a Parigi e dal 1922 si stabilì a Prestinone per dipingere in solitudine, senza più partecipare a esposizioni nonostante i molti riconoscimenti. Lasciò una vasta e ammirata produzione. La luce è protagonista dei suoi dipinti dedicati alla valle nativa studiata in ogni aspetto, in ogni stagione, in ogni ora del giorno e realizzata con rara magistrale efficacia. FORNARI GIOVANNI ANTONIO, giardiniere, benefattore Bannio, inizio sec. XVII - Roma, fine sec. XVII Emigrato a Roma come tanti compaesani, divenne capo giardiniere del Vaticano e poi maestro di Casa del Papa

Innocenzo X che lo creò Conte Palatino. Desideroso di rendersi utile verso i suoi conterranei di valle Anzasca assicurò vitto, alloggio e lavoro a quanti si recassero in cerca di occupazione nella città eterna affidandoli alla Confraternita della S.S. Trinità. La discendenza del Fornari “romani” si estinse nel 1875 dopo aver tenuto per alcune generazioni la custodia e la cura dei giardini vaticani. FRADELIZIO GIOVANNI BATTISTA, benefattore Trontano 1793 - Parigi 1859 Figlio di Leonardo e di Domenica Bariletta, lavorò a Parigi nella fumisteria dello zio di cui fu l’erede. Per la sua intraprendenza divenne fumista esclusivo dei Castelli reali di Fontainebleu e di S. Claud e impresario generale di tutte le caserme di Parigi, con enorme vantaggio economico. Non dimenticò il suo paese dove tornava volentieri. Alla sua generosità si devono la scuola femminile, le fontane d’acqua potabile e buona parte della prima strada carrozzabile fra Trontano e la piana di Domodossola. GALLETTI GIAN GIACOMO, finanziere, benefattore Bognanco 1789 - Parigi 1873 Figlio di Giacomo e di Domenica Giovangrande, manovale poco più che dodicenne nella costruenda strada napoleonica del Sempione; merciaio ambulante in Svizzera, affermato commerciante a Milano, infine banchiere a Parigi e socio dei Rothschild. Lasciò le proprie enormi sostanze ai comuni di Domo e di Bognanco e ancora vivente diede un considerevole anticipo alla Fondazione a lui intestata (1869). A sue spese furono costruiti la strada Domo-Bognanco, il teatro Galletti, edifici scolastici a Bognanco. Procurò inoltre l’assistenza medica gratuita per i suoi compaesani. Con i suoi lasciti furono comprati il palazzo S. Francesco e il palazzo Silva, terreni al Gibellino ed edificata e finanziata la scuola per artigiani a lui intitolata. Gli Ossolani lo elessero deputato al Parlamento nel 1872. GENNARI LUCIANO, letterato, amministratore pubblico Parigi 1892 - Lanzo Torinese 1979 Figlio di Giovanni Battista e di Annetta Zanni, vigez175


zini proprietari a Parigi della nota Casa Ponti-Gennari. Studiò lettere alla Sorbona, insegnò letteratura francese a Milano e a Parigi tenne un corso sul romanzo italiano dell’Ottocento. Fondò e diresse in Italia la rivista Arte e Vita. Fece parte del movimento cattolico francese, amico di Maritain e di Claudel. Drammaturgo, critico e saggista sulla lingua italiana e francese, scrisse Il romanzo di una Valle dedicato anche alle celebrità vigezzine, alla parentesi della guerra partigiana e a sue vicende personali. Si interessò alla vita della val Vigezzo come consigliere comunale di Santa Maria Maggiore e come presidente di opere altamente benefiche per la Valle, sull’esempio dei molti emigrati vigezzini. GENTINETTA GIOVANNI, politico Vagna 1817 - Domodossola 1900 Figlio di Giovanni e di Maria Lorenzetti, studiò nel Collegio Mellerio di Domo poi, dedicatosi al commercio, guadagnò un’ingente fortuna. Promotore della Società Operaia procurò lavoro ai concittadini facendo dissodare vasti terreni incolti alla Siberia, alle Nosere e sul versante sud del colle di Mattarella favorendo la frutticoltura e la piscicoltura. Sindaco di Domo dal 1867 al 1871, consigliere provinciale e poi deputato al Parlamento dal 1873 al 1890. Ispiratore ed esecutore del testamento di G.G. Galletti, amico dello statista francese Leon Gambetta, fin da giovane fu iscritto al partito mazziniano. GIAVINA PIETRO MARIA, archiatra pontificio, benefattore Domodossola 1722 - Roma 1779 Figlio del chirurgo Francesco e di Antonia Grazioli. Esercitò la professione del chirurgo presso l’Ospedale di S. Spirito in Roma pertanto fu promosso di archiatra di Clemente XIII e di Pio VI che gli fece erigere nella chiesa di S. Spirito un monumento funerario. Lasciò i suoi beni in Ossola all’Ospedale S. Biagio e quelli romani all’Ospedale di S. Spirito. GIOIA GIACOMO, industriale, benefattore Ceppo Morelli 1842 - Firenze 1907 Figlio di Giuseppe e di Maria Piccoli, garzone a Firenze, poi proprietario di una bottega di lattoniere. Per primo introdusse in Italia macchinari appositi per la fabbrica176

zione di barattoli in latta battendo la concorrenza straniera. Fornì all’esercito scatole per carne, con notevole guadagno. Lasciò un generoso legato alla Congregazione di carità di Ceppo Morelli. GIROLA UMBERTO, impresario, benefattore Milano 1887 - ivi 1940 Ossolano d’adozione, sposò un’ossolana, a Domo fissò la residenza ed ebbe l’Ossola come campo delle sue prime attività (centrali di Formazza, serbatoi del Kastel e del Toggia, galleria dei condotti della centrale di Calice). L’impresa Girola da ossolana e nazionale divenne internazionale dando lavoro principalmente a generazioni di Ossolani. Fu generoso benefattore dell’Ospedale S. Biagio. GROLLI FILIPPO, avvocato, politico Vogogna 1741 – ivi 1798 Figlio del dottore in legge Pietro e di Angela M. Innocenti. Laurea in giurisprudenza a Pavia. In Vogogna esercitò la professione legale con successo. Sposò Giovanna Pizzardi ved. Zaretti, i cui figli aderirono alle nuove idee venute dalla Francia sull’esempio del patrigno Filippo. Uomo di notevole ascendente politico, nella primavera del 1798 fu proclamato capo dei democratici repubblicani del borgo. Durante l’occupazione da parte degli insorti piemontesi e dei militari della Cisalpina della sponda occidentale del lago Maggiore, e poi dell’Ossola, primo passo verso la proclamazione della repubblica in Piemonte, fu presidente della Municipalità vogognese e Commissario interinale delle due Ossole. Dopo la sconfitta dei “giacobini” nella battaglia di Ornavasso (22 aprile 1798), non adeguatamente sostenuti dalla Repubblica Cisalpina per intrighi politici, il Grolli fu catturato in seguito a delazione e, per sentenza emessa a Casale Monferrato dal regio tribunale militare, ed eseguita in Vogogna il 30 aprile mediante fucilazione a esempio e ammonimento ai suoi concittadini. La repressione costò la vita ad altri 64 insorti, fucilati a Domodossola il 28-29-30 aprile 1798 e al vogognese Giulio Albertazzi fucilato a Pallanza. Così si concluse il moto insurrezionale che mirava all’annullamento dei privilegi feudali e a maggiori libertà per la borghesia.


GUALIO GIULIO, scultore Antronapiana 1632 - ivi 1712 Allievo del maestro De Bernardis con laboratorio in via Briona, attivo nell’Ossola e in Valsesia, fu autore di splendide opere lignee di carattere religioso. GUATTANI CARLO, chirurgo, archiatra pontificio Pontegrande di Bannio Anzino 1709 - Roma 1773 Studi classici e poi di medicina e chirurgia a Roma. Primario negli Ospedali di S. Spirito e S. Gallicano (1741), nel 1751 fu nominato archiatra pontificio da Benedetto XIV. In Francia approfondì i suoi studi di chirurgia e divenne abile nell’eseguire l’esofagotomia, che descrisse in latino. Si recò per studi in Inghilterra e in Germania e al rientro in Italia soggiornò a Bannio. Fu medico di fiducia di Clemente XIII e Clemente XIV e socio delle Accademie di Parigi. Roma lo onorò con un monumento. GUBETTA GIACOMO, medico, storico Parigi 1823 - Craveggia 1893 Figlio di Carlo Bartolomeo e di Antonia Mozzanino. Dopo gli studi classici a Domo e a Pavia ritornò a Parigi dove nel 1847 conseguì la laurea in medicina, convalidata dall’Università di Torino. Esercitò la professione medica nella sua valle Vigezzo, fu consigliere provinciale e scrisse Le memorie antiche e moderne di Craveggia. GUGLIELMI FRANCESCO E PASQUALE, benefattori Francesco: Crodo 1793 - ivi 1864 Figlio di Giuseppe e di Maria Amodei, divenne sacerdote e visse a Crodo beneficando i poveri, le patrie istituzioni e la chiesa parrocchiale. Pasquale: Crodo 1801 - ivi 1866 Fratello del precedente. A sua volta beneficò il comune di Crodo, di cui fu sindaco, facendo erigere una scuola per l’istruzione delle fanciulle. GUGLIELMINI DOMENICO, professore di idraulica, fisico-matematico Bologna 1655 - Padova 1710 Di genitori di Cravegna (Crodo) studiò fisica, matematica, idraulica e idrometria ed ebbe cattedra a Bologna dal 1694. Successivamente si trasferì a Padova per insegnare matematica in quell’Ateneo. Pubblicò, in ele-

gante lingua latina, un trattato di idrostatica e Della natura dei fiumi, opera che ebbe varie ristampe per l’utilità e la profondità del contenuto. IACCHINI BARTOLOMEO, pittore Macugnaga 1695 - ivi 1747 Figlio del nobile notaio Bartolomeo e di Cristina Creda, fu abile e ammirato pittore di soggetto religioso. Di lui rimangono quattro quadri nelle chiese di Macugnaga e la volta della parrocchiale. Sue opere incomplete furono ultimate dal Borgnis vigezzino. INNOCENTI PIETRO MASSIMO, magistrato, senatore Vogogna 1792 - ivi 1860 Figlio del dr. Gerolamo e di Giuseppina Albertazzi. Fu militare nell’esercito napoleonico; si laureò in giurisprudenza ed entrato in magistratura divenne Consigliere di Corte d’appello. Fu senatore del Regno di Sardegna. INNOCENZO IX (Giovanni Antonio Nocetti), Sommo Pontefice Bologna 1519 - Roma 1591 Figlio di Antonio e di Francesca Cini entrambi di Cravegna in valle Antigorio. Il padre, gerente un’agenzia di trasporti, era conosciuto come Facchinetto da cui il cognome Facchinetti dato alla famiglia. Dopo l’ordinazione sacerdotale conseguì la laurea in diritto civile e canonico. Fu vicario in Avignone, governatore di Parma, vescovo di Nicastro, patriarca di Gerusalemme, Cardinale e poi Papa il 29 ottobre 1591. Il suo pontificato durò pochissimo tempo. IONGHI LAVARINI CESARE, ingegnere, erudito Ornavasso 1864 - ivi 1934 Studi classici a Domo, laurea in ingegneria a Torino. Scrisse: Ornavasso nella sua storia sacra e civile, Novara, 1934 (con biografia completa di Enrico Bianchetti e della sua attività storiografica); Origine della colonia tedesco-vallesana; Dizionarietto dei vocaboli ornavassesi e della toponomastica locale. LANTI PIETRO ANTONIO, intagliatore, scultore Macugnaga 1679 – ivi 1729 Figlio di Giacomo Antonio, ebbe contatti sia con gli artisti vallesani che con quelli ossolani e fu egli stesso 177


maestro di altri intagliatori. La sua opera è volta soprattutto alla decorazione di altari che elaborò con ricchezza di invenzione e di effetto nello stile dell’arte barocca. Le opere più note sono gli altari lignei della chiesa di Macugnaga, dell’oratorio della Madonna della Neve di Borca, e numerose statue di soggetto religioso. Inoltre intagliò per molte chiese nell’Ossola splendidi reliquiari in forma di busti con decorazioni dorate e dipinte di grande effetto. LEONI GIOVANNI (TOROTOTELA), poeta dialettale Domodossola 1846 – Mozzio 1920 Figlio di Giuseppe e di Lucia Burla, interruppe gli studi al Liceo Mellerio Rosmini ricongiungendosi alla famiglia residente a Ferrara per commercio e là ebbe primo impiego. Si trasferì a Genova poi emigrò a Montevideo (1870) dove aprì un negozio di tessuti. Con intuito e iniziativa amministrò alcune case di commercio di altri e sue ed il successo economico gli consentì di rientrare in patria nel 1886. Alternò il suo soggiorno invernale fra Torino e Domo, mentre Mozzio fu l’amata sede della villeggiatura. Uomo colto, poté dedicarsi alla letteratura ed ebbe in Carlo Porta il suo poeta ideale a cui si ispirò quando si decise a scrivere in apprezzabili rime dialettali le sue osservazioni pungenti e satiriche sul costume e sui personaggi del suo tempo. Le Rime Ossolane uscite postume nel 1929 a Udine, a cura dei cugini Boni con prefazione di Ida Braggio, raccolgono solo una parte della poesia del «Torototela», pseudonimo del Leoni. Durante l’ultima traversata per Montevideo, effettuata nel 1902, scrisse Sull’Atlantico-Diario di viaggio, pagine di critica sociale in accordo con il suo sentire di ispirazione liberal-socialista-anticlericale. LINCIO GABRIELE, professore universitario, mineralogo Varzo 1874 - ivi 1938 Figlio di Domenico e di Giuditta Alvazzi. Studiò chimica e mineralogia all’Università di Torino, frequentò l’Istituto mineralogico dell’Università di Monaco di Baviera ottenendo la libera docenza. Si perfezionò in cristallografia ad Heidelberg conseguendo il dottorato a Marburg. Nel 1905 fu addetto all’Ufficio geologico di Roma. Tornato in Germania assunse la direzione scien178

tifica della sezione ottico-mineralogica, e costruì un microscopio ancora oggi in uso per ricerche mineralogiche e petrografiche. A Torino nel 1909 conseguì la libera docenza. Insegnò mineralogia e geologia nelle Università di Cagliari, di Modena e di Genova dove diresse anche l’Istituto di mineralogia e litologia. Scrisse Della autunite della Lurisia che lo rivelò pioniere in Italia della ricerca dell’uranio. LORETTI GIOVANNI GIUSEPPE, pittore Bognanco 1816 – Mocogna 1879 Figlio di Giuseppe e Maria Traveletti, preparatosi con maestri vigezzini al disegno, si rivelò presto valente ritrattista. Lavorò per parecchi anni a Ginevra ottenendo rinomanza e poi in Domodossola, dove fu anche primo presidente della Società Operaia sorta il 21 ottobre 1855 per opera dell’avv. Trabucchi e del dr. Benedetto Burla. Caldeggiò anche la creazione di una cassa pensione per gli operai anziani e invalidi che fu realizzata dopo la sua morte. LOSSETTI GIOVAN BATTISTA, marchese, militare Vogogna 1600 circa - ivi 1663 Figlio del giureconsulto Giuseppe. Dedicatosi alla vita militare, nel 1636 fu nominato Capitano Generale dell’Ossola dal Governo Spagnolo di Milano per difendere i confini dai Francesi. Filippo IV di Spagna lo creò marchese di Busto Garolfo per i servigi resigli. Divenne anche feudatario di Dairago e Briga Novarese. In seguito a rovesci di fortuna dovette alienare il suo patrimonio, ma Filippo IV lo risarcì con il Marchesato di Inveruno. LOSSETTI LUCA, magistrato, diplomatico Vogogna inizio sec. XVI - Madrid 1574 Figlio di Michele podestà di Asso e Valassina e luogotenente a Vogogna di Lodovico il Moro. Dal 1547 in poi trattò gli affari civili del Ducato Lombardo a Madrid presso Carlo V e Filippo II. Nel 1557 fu fiscale generale in tutto lo Stato di Milano. LOSSETTI LUCA, medico Vogogna 1799 - ivi 1874 Figlio del giureconsulto Giacomo Giuseppe e di Francesca Zardetti di Piedimulera. Laureato a Pavia in medicina, nominato medico primario all’Ospedale Maggiore di Milano, scrisse negli Annali Universali di Me-


dicina sulla varicella e sul vaiolo, sulla sifilide e sulle acque minerali. LOSSETTI MANDELLI GABRIELE, storico, benefattore Vogogna 1821 - ivi 1886 Figlio di don Pietro e di donna Giuseppina Marinoni. Dopo gli studi classici a Milano conseguì la laurea in giurisprudenza a Pavia (25.4.1845). Fece pratica legale a Milano e nel 1848 fece parte della Guardia civica (2° btg. S. Babila). Sposò in quell’estate donna Elisa Melzi d’Eril e in seguito al rientro a Milano degli Austriaci ritornò a Vogogna definitivamente. Fu sindaco del borgo per circa vent’anni e contribuì con il proprio denaro all’erezione delle scuole elementari, della nuova chiesa con campanile, dell’asilo infantile, della stazione ferroviaria e all’ingrandimento di piazze e vie e affrancò i Vogognesi dalle decime dovute alla Parrocchia. Lasciò considerevole somma per l’ospedale e per restauri del teatro. Dedicatosi con passione alle ricerche storiche, scrisse la biografia dei vogognesi avv. Filippo Grolli e Angelo Zaretti, Notizie sui fatti del 1798, Cenno storico sui Settari di Cimamulera, Note sulla lapide romana della via del Sempione e La Cronaca del borgo di Vogogna dall’anno 1751 al 1885, pubblicata nel 1926 dalla figlia Pia. Per suo merito molte notizie su fatti e famiglie del passato sono giunte a noi. LUPETTI CARLO GAUDENZIO, pittore Prestinone di Craveggia 1827 - Nantes 1862 Figlio del geom. Bartolomeo e di M. Domenica Fuccio. Allievo a Torino dell’Accademia Albertina tornò diplomato con medaglie nella sua Valle e vi eseguì lavori a fresco. Nel 1853 frequentò a Parigi lo studio del pittore Cogniet allora in auge e l’anno successivo mandò alla «Promotrice» di Torino La zingara e i suoi animali, riscuotendo grande consenso. Per parecchi anni fu uno dei pochi pittori di animali e rientrato a Prestinone restò fedele a quei soggetti pur dedicandosi anche alla ritrattistica. Stabilitosi definitivamente a Nantes vi lavorò con successo. LUSARDI ANTONIO, scultore Varallo Sesia 1860 – Domodossola 1926 A Torino frequenta l’Accademia Albertina dedicandosi

in particolare all’intaglio e alla plastica. Al termine dei corsi inizia la sua attività di scultore. Nel 1901 si trasferisce a Domodossola perché incaricato dell’insegnamento della plastica e dell’intaglio presso la scuola gestita dalla Fondazione Galletti e non lascerà più la città divenendo ossolano d’adozione. Stimato per le sue capacità artistiche, ricevette l’incarico di eseguire delle formelle per la chiesa della Madonna della Neve, il Cristo con i fanciulli per il frontone dell’edificio dell’asilo tenuto dalla suore Rosminiane, il medaglione con l’effigie di Giuseppe Belli per Calasca e quello di Giorgio Spezia, collocato nella casa natale di Piedimulera, e inoltre le effigi del conte Giacomo Mellerio e dell’abate Rosmini, poste sulla facciata del palazzo melleriano. Degna di nota anche la produzione funeraria. MELLERIO FRANCESCO, gioielliere, benefattore Craveggia 1772 - ivi 1848 Figlio di Giovanni Francesco e di M. Caterina Borgnis, seguì il padre e lo zio, rivenditori di gioielli a Parigi. Scoppiata la Rivoluzione, mentre il padre rimpatriava con oltre duecento vigezzini, egli, seppure giovanissimo, continuò l’attività, ma nel 1793 con la fuga dalla capitale evitò la ghigliottina e per salvarsi si arruolò nell’armata francese del Nord. Nel 1795 rientrò a Craveggia e nel 1796 lavorò a Milano per i Francesi della Cisalpina. Ritornato a Parigi ingrandì il negozio ed ebbe come clienti la moglie di Napoleone e molti membri della Corte imperiale. La gioielleria Mellerio di Rue de la Paix è ancora oggi fra le più rinomate della capitale francese. Generoso di offerte alla val Vigezzo, pagò la costruzione del ponte fra Craveggia e Vocogno. MELLERIO GIACOMO SENIOR, fermiere, conte Malesco 1711 - Milano 1782 Figlio del medico Giovanni Battista e di Giovanna Cioja, crebbe con gli zii Cioja, negozianti e banchieri a Milano e per far pratica nel commercio. Messosi a lavorare in proprio accumulò grandi ricchezze con forniture agli eserciti di Maria Teresa e poi con la ferma generale (appalti generali) per il Milanese e per il Mantovano. Ritiratosi a vita privata ottenne cariche onorifiche e il titolo di conte di Albiate e Agliate (1776). Beneficò i poveri di Milano e Malesco. 179


Guglielmini Domenico, professore di idraulica, ďŹ sico - matematico Bologna 1655 - Padova 1710

Balcone Giovan Battista, benefattore S. Maria Maggiore 1703 - ivi 1750

Lossetti Giovan Battista, marchese, militare Vogogna 1600(ca.) - ivi 1663

Palletta Giovan Battista, chirurgo emerito, ďŹ lantropo Montecrestese 1748 - Milano 1832


MELLERIO GIACOMO, statista, benefattore Domodossola 1777 – Milano 1847 Figlio del giureconsulto Carlo Giuseppe e di Rosa Sbaraglini di Oira (Crodo), orfano di padre fu chiamato a Milano presso il ricchissimo zio paterno Giovanni Battista, già fermiere di Maria Teresa d’Austria e da lei creato conte per censo. Studiò nel Collegio Tolomei di Siena, poi viaggiò in Europa per istruzione. Sposò la contessa Elisabetta Castelbarco Visconti e condusse vita brillante nella Milano capitale del Regno Italico fino alla morte prematura della moglie e di tre figlioletti. Caduto Napoleone, parteggiò per il ritorno in Lombardia degli Austriaci (1814) dai quali fu nominato vice Reggente, e consigliere intimo di Sua Maestà. Nel 1817 divenne Cancelliere del Lombardo Veneto, carica che tenne fino al 1819. Non avendo ottenuto quell’autonomia amministrativa auspicata dai Lombardi, lasciò Vienna e si ridusse a vita privata. Mortagli la figlia superstite trovò conforto nella religione e nello studio. Uomo coltissimo fu mecenate e collezionista di opere d’arte ospitate nella grande villa in Brianza. Beneficò Domodossola con l’istituzione delle scuole superiori classiche che ospitò nel palazzo da lui fatto costruire appositamente (1818) e la cui direzione affidò successivamente all’amico Rosmini, fondatore dell’Istituto della Carità (1828) al Calvario e l’insegnamento ai padri rosminiani. Provvide inoltre all’istruzione femminile acquistando i locale delle ex monache Orsoline e insediandovi le figlie della Carità, ordine monastico fondato dall’abate Rosmini. Con testamento (1847) il Mellerio lasciò al Comune di Domo i fabbricati nel borgo, proprietà terriere nel Lodigiano, una somma per l’ospedale S. Biagio e altri legati per la continuità degli studi liceali. Non dimenticò il Comune di Malesco, luogo di origine della famiglia. Con il suo lascito fu pagata la costruzione a fine Ottocento della grande porta centrale in bronzo per il Duomo di Milano, opera insigne dello scultore Pogliaghi. MELLERIO GIOVANNI BATTISTA, fermiere, benefattore, conte Domodossola 1725 - Milano 1809 Figlio del medico vigezzino Giovanni Giacomo e di Anna Tichelli di Vagna, fece pratica di commercio a Mi-

lano presso il cugino Giacomo Mellerio e fu suo braccio destro e socio nell’attività di fermiere, occupandosi degli appalti generali per il Governo austriaco nel territorio di Mantova dove, nel 1771 fu eletto regio consigliere del Magistrato Camerale. Erede delle sostanze del cugino Giacomo, che si aggiunsero al suo già consistente patrimonio, fu considerato uno dei più ricchi milanesi. Con il cugino Giacomo affidò all’architetto Cantoni l’ampliamento del palazzo acquistato a Milano e la sistemazione della villa «II Gernetto» nei pressi di Monza, diventata di loro proprietà. Ebbe il titolo di Conte con sovrano attestato del 1783. Lasciò una rendita annua ai poveri di Malesco e una notevole somma all’Ospedale Maggiore di Milano. MELLERIO GOTTARDO, professore di lettere classiche Santa Maria Maggiore 1884 - Novara 1943 Figlio di Matrobio, maniscalco della Valle Vigezzo e di Annamaria Nicolai. Dopo studi classici e laurea in lettere a Torino si dedicò all’insegnamento, intervallato dalla partecipazione alla 1a Guerra Mondiale. Si stabilì a Novara, titolare di cattedra al Ginnasio e trascorse le estati nella sua Valle Vigezzo con la famiglia, traducendo classici, compilando una grammatica latina, collaborando anche a giornali francesi, scrivendo un romanzo inedito II palanchino della Madonna ambientato a S. Maria Maggiore, giudicato «preziosa testimonianza storica e di costume» della Vallata. Socialista, iscritto alla Massoneria ebbe contrasti politici ma non rinunciò alle proprie convinzioni. Fu amico dei pittori vigezzini Cavalli, Fornara, Peretti e del mecenate Michele Barbieri di Crana e con essi propugnò le conquiste sociali della amata Valle e diede vita a un foglio satirico ora introvabile. MELLERIO Famiglia (ramo di Craveggia) FRANCESCO (1772-1834), fondatore della celeberrima «gioielleria Mellerio dits Meller» di Rue de la Paix a Parigi; GIANFRANCESCO (1815-1886), fornitore della corte di Francia e di altre corti europee, fondatore della succursale di Madrid, autore di famosi gioielli per regine, chiese e gemme per il Santuario di Montes; MICHELE, benefico verso i poveri, gli ammalati, il comune e la chiesa dell’amata Craveggia; FELICE (1831-

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1905) benefattore di Craveggia e particolarmente di Masera dove pagò gran parte della strada per Rivoria, fece costruire l’asilo infantile e restaurare la parrocchiale; DOMENICO, munifico verso il comune di Masera a cui donò un grande stabile e terreno per le scuole elementari con annesso alloggio per le maestre e terreni per l’asilo; FRANCESCO fu Giangiacomo, deputato al Parlamento per la XIV legislatura e benefattore. MERZAGORA GIOVANNI ANDREA, scultore Craveggia sec. XVI - ivi 1603 Autore dello splendido coro ligneo della Madonna di Campagna a Pallanza, dell’ancona dell’altare di S. Bartolomeo a Villadossola. Altre opere sono sparse nel Vallese, nell’Ossola, nella Valsesia. MOALLI MARIA, titolare e direttrice di azienda Vergiate (VA) 1891 - Domodossola 1960 Diresse con fermezza e abilità la Società Corriere Moalli e annessa officina; fu Crocerossina volontaria in Africa Orientale durante il conflitto Italo-Etiopico del 193536. La torretta di via Montegrappa, di sua proprietà, fu regalata al Comune per desiderio suo e dei fratelli e da allora è diventata emblema cittadino. MOLINARI GIACOMO, rosminiano Domodossola 1807 - Sacra di S. Michele 1864 Ordinato sacerdote a Novara, nel 1830 entrò nell’Istituto della Carità da poco fondato dall’abate Rosmini. Rettore del Calvario e del Collegio Melleriano, fu poi arciprete a San Zeno di Verona da cui fu allontanato perché non gradito alla polizia austriaca. Nel febbraio 1861 Cavour personalmente lo inviò a Roma, latore di carte e lettere riservate al diplomatico Rappresentante dell’appena proclamato Regno d’Italia, destinate alle prime trattative con la Santa Sede. MONETA ATTILIO, colonnello, medaglia d’oro al valor militare Malesco 1893 - Finero 1944 Lasciati gli studi al Rosmini, scelse la carriera militare e frequentò la scuola d’equitazione a Pinerolo. Dopo la 1a guerra mondiale fu ufficiale del Centro rifornimento quadrupedi di Grosseto, di cui divenne Colonnello Direttore. Con l’8 settembre 1943 rientrò a Malesco portando armi e, preso contatto con le prime formazioni 182

partigiane e il C.L.N. di Lugano, tenne il collegamento fra i reparti armati dell’Ossola e la missione alleata in Svizzera. Nel settembre 1944 disciplinò la resa dei Tedeschi in val Cannobina e organizzò la difesa in Vigezzo. Essendo la Repubblica dell’Ossola in pericolo, il 12 ottobre con Alfredo di Dio e l’ufficiale alleato Patterson uscì in avanscoperta sotto Finero per conoscere la posizione nemica, ma cadde in una imboscata colpito mortalmente con il Di Dio. MONTI ENRICO, architetto, arredatore, benefattore Anzola d’Ossola 1873-1949 Frequentò scuole serali all’Accademia di Brera a Milano poi a prezzo di sacrifici conseguì la laurea in architettura. Si specializzò nella produzione di mobili e arredamenti di lusso a Milano (sale Biblioteca Ambrosiana, studio di Toscanini) con filiali in altre città, impiegando oltre seicento operai. Arredò il palazzo di Montecitorio a Roma, i Parlamenti di Buenos Aires e Montevideo, il palazzo della Società delle Nazioni a Ginevra, un’aula del palazzo reale di Amsterdam. Tra il 1920-30 si dedicò agli arredamenti navali (Rex e Roma) e allestì i padiglioni italiani delle Grandi Esposizioni all’estero. Già nel 1914 ebbe la nomina a Cavaliere del Lavoro. Fu socio onorario di molte Accademie. Beneficò il suo paese, di cui fu sindaco, costruendo a proprie spese la passerella sul Toce e impiegò le medaglie d’oro di benemerenza per far decorare la chiesa parrocchiale. MONTI PAOLO, uomo di cultura, fotografo Novara 1908 - Milano 1982 Figlio di Romeo da Anzola d’Ossola. Laurea in economia politica, dirigente industriale a Venezia. Appassionato di fotografia, fondò un gruppo d’avanguardia per il rinnovamento dell’arte fotografica. Nel 1953 lasciò la carriera di dirigente e a Milano divenne esponente significativo della cultura legata alla fotografia, collaborò alle principali riviste di architettura e si dedicò alla fotografia d’arte e ambienti e al censimento dei centri storici di molte città italiane. Insegnante di tecnica ed estetica dell’immagine all’Università di Bologna, promosse e diffuse il restauro conservativo delle città italiane. Eseguì il censimento fotografico dell’architettura e dell’ambiente del Lago d’Orta e della Bassa Ossola. La morte gli impedì di estendere il lavoro all’Alta Ossola.


MORGANTINI GIOVANNI, benefattore Crevoladossola 1841 - ivi 1889 Figlio di Giovanni e di Domenica Zanoni. Emigrò a Parigi e da imbianchino-garzone divenne impresariodecoratore con appalto di lavori per il governo (1870). Membro della Società di beneficenza e consigliere della camera di Commercio d’Italia a Parigi, aiutò i connazionali e i bisognosi. Fondò a Crevola un asilo infantile e donò arredi e denaro alla chiesa. MORIGIA VALENTINO (Frate Francesco da Domodossola), vescovo, politico Domodossola 1340? - 1409? Entrò nel convento dei frati minori francescani di Domo e ivi compì gli studi per il sacerdozio. Per le sue doti e capacità diplomatiche, nobili ed ecclesiastici ossolani lo inviarono dal Papa ad Avignone, nell’inverno 1373-74, a dichiarare la loro disponibilità alla ribellione ai Visconti signori dell’Ossola. Rientrato in Ossola con lettere papali di credito e un «breve» rivolto agli Ossolani, si impegnò nella propaganda antiviscontea suscitando la lotta dell’Ossola Superiore guidata dagli Spelorci contro i Ferrari della Bassa Ossola, fedeli ai Visconti. Ci fu guerra e poi pace in Ossola con nuova dedizione ai Visconti, ma frate Francesco Valentino Morigia lasciò il convento di Domo per quello più importante di Vercelli. Nel 1396 Bonifacio IX lo elesse Vescovo di Sarda (Schurda) in Albania, però, in effetti fu ausiliare del Vescovo di Novara e verso il 1408 di quello di Costanza con l’incarico di fondare chiese anche in Ossola (Craveggia, Formazza). MORTAROTTI RENZO, studioso dell’Ossola Torino 1920 - Domodossola 1988 Religioso rosminiano, laureato in lettere classiche nella Università Cattolica di Milano; titolare ordinario di lettere nel Ginnasio del Collegio Mellerio Rosmini di Domodossola. Profondo conoscitore dell’Ossola, a cui dedicò numerose ricerche, pubblicate nelle riviste Illustrazione Ossolana e Oscellana, fu autore di pregevoli libri dal titolo:Il Traforo del Sempione nel Cinquantenario (1956); I Walser nella Val d’Ossola (1979); L’Ossola nell’età moderna dall’annessione al Piemonte al Fascismo (1743-1922) (1985); G.R.- Grazia Ricevuta (1987). Domodossola, dove trascorse la maggior parte della sua

vita, fu la sua vera patria. ORSI MOSÈ, imprenditore, pubblico amministratore Beura 1849 - Domodossola 1918 Figlio di Antonio e di Caterina Mancini. Prima dell’avvento delle ferrovie, organizzò il trasporto dei passeggeri e dei primi turisti da e per il Sempione e nelle nostre valli, essendo state aperte da poco tempo le carrozzabili dell’Ossola. Erano al suo servizio molti vetturali, trenta cavalli per il traino di carrozze, diligenze e slitte, ed il suo albergo accolse anche ospiti di riguardo. Consigliere comunale e sindaco stimato e amato di Beura e di Domodossola, diede lavoro e aiuto a molti ossolani. PALLETTA GIOVAN BATTISTA, chirurgo emerito, filantropo Montecrestese 1748 - Milano 1832 Figlio di Giacomo e di Maria Leonardi. Dopo gli studi classici a Briga nel Vallese presso i Gesuiti, si iscrisse a Milano a una scuola di giurisprudenza che lasciò per entrare nel collegio degli allievi chirurghi dell’Ospedale Maggiore. Avendolo frequentato con intelligenza e passione gli fu consigliata l’iscrizione al corso di anatomia e patologia dell’Università di Padova dove nel 1773 conseguì la laurea «summa cum laude». Nel 1777 a Milano fu nominato assistente chirurgo e nel 1780 a Pavia conseguì la specializzazione in chirurgia tanto che nel 1787 ebbe l’incarico di capo chirurgo, cioè primario della Ca’ Granda. In questi anni scrisse trattati di grande valore scientifico i quali gli valsero onorificenze da parte di istituzioni accademiche italiane e straniere che lo vollero membro effettivo. Sostenne il metodo sperimentale, espressione del positivismo del suo tempo. Per le sue grandi capacità diagnostiche e terapeutiche Napoleone lo consultò e lo insignì del cavalierato della «Corona ferrea». Con la Restaurazione fu Rettore della facoltà di chirurgia e medicina ed ebbe riconoscimenti anche dall’imperatore d’Austria. Nel 1816 organizzò i primi ambulatori. Durante una lunga degenza in seguito alla rottura del femore scrisse in latino il suo ultimo lavoro in due volumi dal titolo Exercitationes patologicae (1820). PANIGHETTI GIOVANNI ANTONIO, calzolaio Varzo 1739 - Moncalieri 1785 Figlio di Giorgio e di Giacomina Borri. Orfano di pa183


dre, emigrò in Piemonte e dopo aver trascorso follemente la prima giovinezza si ravvide dandosi a opere di carità e di umiltà. È noto come «il santo calzolaio di Moncalieri» ed è sepolto nella parrocchiale di quella città. PARNISARI ARRIGO, pittore Stresa 1926 – Domodossola 1975 Figlio di Ottorino e Letizia Molinari. A Domodossola apprende i primi rudimenti della pittura e negli anni 1945-46 a Milano frequenta il liceo artistico di Brera, abbandonato presto per insofferenza ai metodi e ai programmi di quella scuola. Nel 1947 si trasferisce a Firenze dove partecipa al movimento Arte d’oggi, di cui condivide il linguaggio post-cubista. In seguito prende contatti con il Movimento d’arte concreta che sta vivacizzando l’ambiente artistico milanese e fonda con altri artisti la rivista Base e numero. Nel 1951 rientra forzatamente a Domodossola per curare un forte esaurimento, ma inefficaci terapie non riescono a liberarlo da fobie e frustrazioni. Lasciata la pittura per tali motivi, si dedica alla produzione di ceramica artistica. Nel 1960 soggiorna in Svizzera, poi riallaccia i rapporti con i compagni fiorentini trasferitisi a Parigi. La malattia lo riprende e non lo abbandona fino alla fine dei suoi giorni. PELLANDA LUIGI, arciprete di Domodossola, storico Crodo 1885 - Domodossola 1961 Ordinato sacerdote nel 1908, iniziò la sua attività pastorale come coadiutore e poi fu titolare di parrocchia a Varzo e a Domo. Visse i tragici avvenimenti che sconvolsero l’Ossola fra il 1943 e il 1945 con coraggio e rischio personale per difendere la giustizia, i deboli e i perseguitati e lasciò memoria obiettiva dei fatti, vissuti in prima persona, nella rievocazione storica L’Ossola nella tempesta (volumetto uscito nel 1955) fonte insostituibile di notizie. Fu in gioventù pioniere del motociclismo, delle proiezioni luminose e del cinema, considerati come mezzo educativo, inoltre animatore del canto gregoriano nelle funzioni parrocchiali. Fu studioso di Innocenzo IX e scrisse la storia della chiesa parrocchiale di Domo. È ricordato come custode attento e zelante delle tradizioni locali e degli oggetti sacri. Gli Ossolani lo giudicarono un santo prete e un gran galantuomo. 184

PERETTI BERNARDINO, pittore Buttogno 1828 - ivi 1889 Figlio del pittore Lorenzo, si perfezionò all’Accademia di Belle Arti di Lione. Partecipò alle Esposizioni di Torino del 1867, 1868, 1870 e 1871 e tornò in Italia nel 1872. Lasciò molti quadri ad olio e buoni affreschi in Francia e nelle chiese ossolane. PERETTI GIACOMO, generale, benefattore Santa Maria Maggiore 1838 - ivi 1912 Figlio dell’avv. Giovan Battista e di Giacomina Sbaraglini di Oira. Dopo gli studi classici a Domodossola frequentò la facoltà di matematica all’Università di Torino poi l’Accademia militare. Combatté nel 1866 a Custoza. Fu insegnante alla Scuola militare di Pinerolo. Concluse la carriera col grado di generale e, ritiratosi a Santa Maria Maggiore, ricoprì cariche pubbliche portando a termine alcune iniziative. PERETTI LORENZO, pittore Buttogno 1774 - ivi 1851 Figlio del pittore Carlo Giuseppe, allievo del padre e del vigezzino G. Rossetti, andò a perfezionarsi a Torino dove ebbe fra i committenti il re Carlo Felice per lavori e restauri nel palazzo Reale. Notevole una crocifissione (Chiesa di S. Francesco di Paola a Torino). Lavorò in Ossola, nell’Astigiano e nel Canton Ticino. Fu anche valente ritrattista. PINAUDA FRANCESCO, studioso di cose ossolane Beura Cardezza 1864 - Roma 1934 Sacerdote rosminiano, laureato in matematica e fisica all’Università di Torino fu insegnante e preside del Liceo-Ginnasio Mellerio Rosmini. Scrisse Meteorologia ossolana. Cenni sulle miniere, cave e acque minerali della regione ossolana (1928). Cenni storici della chiesa della Madonna della Neve (1918), e molti articoli di storia, meteorologia, religione, sui giornali locali dal 1910 al 1928. Il suo Almanacco ossolano (1914-1926) ricco di notizie storiche-statistiche-geografiche fu una specie di enciclopedia popolare per gli ossolani. PIOLINI GIOVANNI ANTONIO, benefattore Colloro di Premosello 1835 - ivi 1915 Figlio di Antonio e di Teresa Borri, emigrò tredicenne a Parigi per fare il fumista e da garzone divenne im-


presario di agiata condizione. Scoppiata la guerra Franco-Prussiana nella Parigi assediata (1870-71) fu membro della Commissione Italiana e Capo Divisione della Compagnia Umanitaria per il soccorso dei feriti sui campi di battaglia. Il Governo francese gli dedicò due medaglie. Tornato in patria fu eletto sindaco di Premosello. Lasciò una vistosa somma per l’erezione delle scuole. PIRAZZI MAFFIOLA ALCIDE, deputato Baceno 1897 - ivi 1965 Figlio di Plinio e di Cesarina Cominoli, frequentò dai Salesiani a Torino scuole tecniche professionali e si impiegò come tipografo. Aderì al Partito Socialista e per la sua posizione politica fu condannato a due anni di reclusione che scontò nel carcere torinese con Gramsci ed altri antifascisti. Stabilitosi a Villadossola, lavorò presso la centrale «Edison» di Pallanzeno, continuando l’attività politica. Durante la Repubblica dell’Ossola rappresentò il partito socialista in seno al C.L.N. e al ritorno dei Tedeschi si rifugiò a Locarno con Tibaldi ed altri antifascisti. Nel 1948 fu eletto deputato per il Fronte delle Sinistre, rimanendo a Roma fino al 1953. Dal 1955 al 1960 fu sindaco stimato di Villadossola. PIRAZZI MAFFIOLA PLINIO, amministratore pubblico, sindacalista Villadossola 1927 – ivi 1994 Figlio dell’onorevole deputato Alcine e di Albina Bussa. Conseguito il diploma di perito chimico si iscrive alla C.G.L. Per l’impegno dimostrato viene eletto membro della Commissione nazionale giovanile dei chimici e responsabile del sindacato chimici della zona Ossola. A partire dal 1960, per quattro volte, è sindaco di Villadossola. Stimato per la sua attività instancabile, dapprima attiva il collegamento delle frazioni con il centro, poi cura la costruzione di un edificio atto ad ospitare la scuola media e il liceo scientifico statale, che qui ebbe la sua sede prima del trasferimento definitivo a Domodossola. Promuove la costruzione delle case popolari e cooperative sorte su un progetto dell’ing. Marcello Bologna e consente la realizzazione di case unifamiliari. Nel 1962 requisisce la grande acciaieria Sisma, centro delle lotte sindacali. Viene eletto presidente della Comunità Montana Valle Ossola e dell’Assemblea de-

gli amministratori dell’USL n. 56. Queste sue esperienze di vita politica e amministrativa sono ricordate in un libro, scritto in collaborazione con l’amico Franco Michetti, dal titolo Villa, cenni storici, amministrativi, di lavoro, di vita e di curiosità. PIROIA MODINI GIOVANNI, benefattore Vagna 1816 - ivi 1899 Emigrante dodicenne, divenne rappresentante di commercio in Francia e nel 1839 di là passò a Cuba dove ingrandì una oreficeria dello zio rendendola la prima dell’isola. Comperò vaste piantagioni e per un ventennio fu vice console dei Regno di Sardegna. Rientrato in Ossola nel 1860, beneficò il suo paese con sovvenzioni. POLLINI GIACOMO, medico, storico, benefattore Parigi 1827 - Torino 1902 Figlio di Maurizio e di Maria Giovanna Sotta. Primi studi e laurea in medicina in Francia dove diresse un sifilocomio. Trasferitosi in Italia, a Torino gli fu convalidato il titolo accademico (1854). Nel 1859 divenne medico dell’Ambasciata francese a Torino e dirigente del reparto oftalmico dell’Ospedale. Nel 1866 medico chirurgo dell’esercito italiano nella 3a guerra d’Indipendenza. Durante i soggiorni a Malesco si diede alla ricerche storiche, che raccolse nel volume Notizie storiche di Malesco (1896). Lasciò tutto il suo patrimonio in beneficenza sotto il titolo di «Opera pia Pollini», regolata da tavole di fondazione da lui dettate. PONTI GIOVANNI, benefattore Santa Maria Maggiore 1849 - Domodossola 1916 Figlio di Angelo Antonio dell’illustre famiglia dei Ponti gioiellieri in Francia, generoso benefattore dei poveri, a Santa Maria Maggiore istituì una «Scuola industriale» e lasciò un legato per la Scuola Rossetti-Valentini. PORTA ANTONIO, tipografo, pubblico amministratore Domodossola 1819 - ivi 1893 Figlio di Giuseppe e di Teresa Pagani. Studi ginnasiali a Domo e pratica tipografica a Varallo Sesia. Direttore della tipografia Calpini, ne divenne proprietario ingrandendola con vantaggio economico che gli consentì liberalità verso i bisognosi. Stampò i principali giornali locali del tempo e le pubblicazioni storico-scientifiche a vantaggio della cultura locale, nonché i bigliet185


Panighetti Giovani Antonio, calzolaio Varzo 1739 - Moncalieri 1785

Prinsecchi Carlo Giuseppe, padre Emanuele postulatore apostolico Domodossola 1710 - Roma 1808

Sala Giuseppe, Cardinale Bologna 1762 - Roma 1839

Tojetti Giovanni, frate alcantarino, venerabile Calasca 1680 - Napoli 1764


ti da 50 centesimi che lo resero celebre. Accettò cariche amministrative pubbliche per dovere e fu socio fondatore dell’Asilo infantile, della Società operaia e consigliere della Fondazione Galletti. POSCIO FERDINANDO BARTOLOMEO, impresario, benefattore Villadossola 1900 - ivi 1971 Figlio di Bartolomeo e di Rosa Secondini. Iniziò dodicenne l’attività lavorativa nel piccolo cantiere paterno, fornitore di pietrisco per le strade locali. Subentrato al padre, nel 1930 diede nuovo impulso all’azienda divenuta costruttrice di strade, ponti, dighe, villaggi operai. Nel dopoguerra, con mille dipendenti, ricostruì la SISMA di Villadossola, lavorò per la Edison, costruì il Santuario di Re e il palazzo Borsa Merci di Novara. Dotato di grande umanità, fu sempre disponibile ad aiutare chi ricorreva a lui. POZZI GIOVANNI ORESTE, scultore Vogogna 1892 - ivi 1980 Si diplomò a pieni voti all’Accademia di Brera. Eseguì numerosi monumenti ai caduti e sculture tombali per il Monumentale di Milano. Nel 1925 il suo bozzetto su S. Francesco fu premiato. Il suo «Gladiatore» in marmo di Candoglia fu acquistato dal re Vittorio Emanuele III. PRESBITERO FERDINANDO, avvocato, benefattore Vogogna 1848 - S. Germano di Pinerolo 1909 Figlio dell’avv. Vittorio e di Maria Spezia. Studi classici al collegio Mellerio Rosmini e laurea in giurisprudenza a Torino dove poi visse esercitando la professione legale. Lasciò molti dei suoi beni all’asilo e ai poveri di Vogogna oltre che al Cottolengo di Torino. A Vogogna la casa di riposo per anziani porta il nome «Presbitero» a ricordo del benefattore. PRINSECCHI CARLO GIUSEPPE (Padre Emanuele) Postulatore apostolico Domodossola 1710 – Roma 1808 Figlio di Antonio e di Maria Giovanna Ghisoli. Entrò nell’ordine dei Cappuccini e divenne sacerdote nel convento di Rieti. Per la profonda preparazione teologica fu trasferito a Roma verso il 1764 e là ricoprì l’alta carica di postulatore, cioè di promotore della beatificazione e santità di alcuni frati cappuccini. Inoltre con la fa-

condia dell’eloquio e la forza delle sue argomentazioni contestò gli errori dei filosofi illuministi mediante le Dissertazioni in forma di dialoghi intorno ai vari dogmi cattolici per dimostrare la loro verità, contro li così detti spiriti forti e specialmente contro li seguaci degli errori di Voltaire, opera uscita nel 1780. Scrisse anche Della Chiesa e della gerarchia Ecclesiastica che dedicò a Pio VI, amareggiato per la diffusione dei principii giansenistici. A Roma fu tenuto in grande stima, in particolare dagli Ossolani cardinale Sala, Prefetto della Congregazione dell’Indice e assistente al soglio Pontificio, e Benedetto Fenaia da Formazza, arcivescovo di Filippi. PROTASI GIAN DOMENICO, ingegnere, politico Piedimulera 1810 - Arona 1873 Laurea a Torino in ingegneria. Ideò e promosse la costruzione della carreggiabile di valle Anzasca. Deputato al Parlamento Subalpino si batté per la ferrovia Milano-Domodossola-Sempione. Dopo l’Unità d’Italia fu presidente dell’Amministrazione Provinciale di Novara e sindaco di Arona. RAGOZZA ERMINIO, sacerdote, benefattore, studioso Colloro di Premosello 1918 – Quarona (VC) 1984 Ordinato sacerdote nel 1941, fu parroco di Gignese e insegnante di lettere italiane, latine e greche presso il seminario di Arona. Nel 1954 fu trasferito nella parrocchia di Quarona (VC) e là rimase sino alla morte. Diede alla stampa i suoi studi di storia valsesiana e sulla parrocchia quaronese. Tuttavia non allentò mai i legami affettivi con il suo paese d’origine, contribuendo finanziariamente ai lavori della strada Premosello-Colloro e lasciando parte delle sue sostanze alla parrocchia, alla Casa di riposo e parecchi suoi libri alla biblioteca comunale. Collaborò al bollettino parrocchiale premosellese. Nel 1969 la Pro Loco gli pubblicò Aria di casa nostra e postumo nel 1985 il volume U Libar d’la cà vegia d’Clor e d’Cravaga, contenente anche un vocabolario del vecchio dialetto locale. RASTELLINI GIOVANNI BATTISTA, pittore, pubblico amministratore Buttogno 1860 - ivi 1926 Figlio di Gian Giacomo, ritrattista, studiò alla Scuola Rossetti Valentini di Santa Maria Maggiore e si perfe187


zionò a Milano nella pittura e nel restauro che eseguiva con tecnica particolare. Fu per un ventennio sindaco del suo paese. RASTELLINI GIAN MARIA, pittore, pubblico amministratore Buttogno 1869 - ivi 1927 Figlio di Gian Giacomo, frequentò la scuola Rossetti Valentini di Santa Maria Maggiore e si perfezionò a Milano come il fratello Giovan Battista. Tenne studio a Milano ed ebbe committenti fra gli aristocratici e i ricchi borghesi lombardi, ottenendo un premio alla triennale di Milano del 1888 e all’Esposizione di Monaco di Baviera nel 1913. Fu sindaco di Buttogno e presidente della Società Elettrica Vigezzina. RAVASENGA CARLO, musicista Torino 1891 - Roma 1964 Ossolano per parte materna amò l’Ossola e trascorse lunghi periodi a Vogogna. Lasciati gli studi giuridici, per vocazione frequentò il conservatorio a Torino e nel 1915 eseguì musica da camera di sua composizione. Nel 1916 riportò caloroso successo con l’opera Una tragedia fiorentina. A Milano diresse il settimanale L’araldo musicale, svolse attività didattica e di compositore. La sua musica da camera ebbe successo in tutta Italia. In un concorso a New York con giuria diretta da Toscanini, ebbe il 2° premio per la Suite in quattro tempi. Compose quattro opere sinfoniche, oltre a musiche inedite. Manoscritti, spartiti, edizioni rare furono donati dalla figlia Evelina (1921 - 1993) per desiderio del padre alla fondazione Galletti insieme al suo pregevole pianoforte. Svolse attività didattica e con il maestro Toni fondò il sindacato musicisti. ROABBIO GIOVANNI ANTONIO, benefattore Nato a Baceno nel sec. XVII Canonico della Collegiata di Domo, dispose un lascito alla comunità del Borgo perché fosse istituita una scuola elementare per i ragazzi poveri, la quale fu di grande utilità e funzionò fino all’apertura delle scuole fondate e finanziate dal conte Giacomo Mellerio. ROABBIO PIETRO PAOLO, benefattore Vissuto a Baceno nel sec. XVII, dove fu parroco fino al 1671. Istituì una cappellania a Baceno con l’obbligo di 188

una scuola gratuita per i fanciulli poveri del luogo. RONDOLINI GIOVANNI, medico benemerito Pallanzeno 1870 – Villadossola 1954 Figlio di Luigi e di Teresa De Regibus. Laurea in medicina e chirurgia a Torino. A Villadossola svolse la professione medica come missione da compiere a vantaggio della popolazione. Si prodigò anche per quella dei paesi di valle Antrona che raggiungeva due volte per settimana e più in caso di urgenza. Specializzato nella cura di malattie dell’apparato respiratorio, ai pazienti offrì assistenza con qualunque tempo, a qualunque ora anche nei paesetti più lontani portando le medicine agli indigenti, sempre prodigo di insegnamenti e consigli igienico sanitari alle famiglie. Convinto dell’utilità dell’esercizio fisico all’aria aperta organizzò nell’immediato primo dopoguerra (1919) escursioni e camminate che propagandò dapprima nelle osterie, in attesa di una sede in cui riunire gli aderenti all’Unione Operaia Escursionisti Italiani (sorta nel 1911 a Monza) allo scopo di sottrarre all’alcolismo e al gioco d’azzardo i giovani. Non dimenticò i ragazzini organizzando per loro apposite camminate dopo l’ascolto della Messa, e continuò questa attività anche con il C. A. I. fino al termine del secondo conflitto mondiale. ROGGIANI ALDO GIUSEPPE, mineralogo, petrografo Domodossola 1914 - ivi 1986 Figlio di Giuseppe e di Rosa Ponzio. Studi classici al Mellerio Rosmini, laurea in scienze naturali a Milano, docente di scienze, chimica e geografia astronomica nei Licei rosminiani. Fu studioso insigne della mineralogia generale e in particolare di quella dell’Ossola. Fin dal 1938 in valle Vigezzo individuò e per anni coltivò in proprio un giacimento di feldspato situato a DruognoOrcesco-Gagnone. Là nel 1946, si accorse della presenza di un minerale sconosciuto, che risultò essere silicato di alluminio e calcio, il quale fu catalogato in suo onore con il nome di ROGGIANITE. L’ufficializzazione della scoperta avvenne durante il XXV Congresso di mineralogia e petrografia svoltosi a Napoli nel 1968. Patrocinò la costituzione di un gruppo mineralogico ossolano (1972). Collaborò a riviste e periodici fra cui Rendiconti della S.I.M.P.. Fra le numerose pubblicazioni:


Corindone, torbenite, morenosite. Specie minerali nuove per l’Ossola (1967); Ossola minerale. Indice delle specie e dei principali ritrovamenti, con un saggio di bibliografia mineralogica ossolana (1975); La tarumellite di Candoglia e altri studi rilevanti. La sua preziosa collezione si trova ora a Torino presso il Museo regionale di Storia e Scienze naturali. Benemerito nel campo delle ricerche scientifiche, fu insignito di medaglia d’oro, dal comune di Domodossola (1970) e dal Presidente della Repubblica Italiana Pertini (1979). ROSSETTI VALENTINI GIOVANNI MARIA, pittore, benefattore Santa Maria Maggiore 1796 - ivi 1878 Figlio di Giacomo Antonio e Angela Menabene, a Milano frequentò i corsi di ornato e figura nell’Accademia di Brera. A Mompellier insegnò in scuola governativa e si dedicò alla pittura. Fu insignito della Legion d’Onore da Napoleone III. Ritornato a S. Maria nel 1870 insegnò gratuitamente ai convalligiani nella scuola di disegno istituita a proprie spese ed alla quale lasciò in eredità il proprio patrimonio. Regalò un ostensorio alla parrocchia, un lascito per la messa festiva a Crana e l’autoritratto alla Fondazione Galletti. ROSSI GIUSEPPE ANTONIO, benefattore Premosello 1805 - ivi 1877 Fece fortuna a Parigi con il commercio dei tessuti di seta. Dopo il 1870 si stabilì al paese d’origine al quale regalò un terreno e una cospicua somma per l’erezione di un asilo d’infanzia e l’istituzione delle due classi del corso elementare superiore. RUGA-SILVA GIOVANNI ANTONIO, diplomatico, magistrato Domodossola 1731 - ivi 1800 Figlio del giureconsulto Carlo Giuseppe e di Isabella Ruga. Studi classici, poi commerciante in Parigi e insegnante di italiano. Tornato a Domo fu segretario del Conte Borromeo. Ripresi gli studi giuridici si laureò a Pavia nel 1765. Ambasciatore del Duca di Modena a Madrid, nel 1769 Reggente la Signoria di Varese per Francesco III di Modena e poi Presidente del Consiglio Supremo di giustizia. Per incauta accettazione di

un compenso meritato ma male inteso, perse l’alto incarico e rientrò a Domo a esercitare l’avvocatura. Con l’occupazione francese del Regno di Sardegna fu nominato Presidente della municipalità di Domo ma cadde in disgrazia con l’avvento degli Austro-Russi. SALA GIUSEPPE, cardinale Bologna 1762 - Roma 1839 Figlio di Giuseppe, emigrato da Baceno a Bologna. Studi classici a Roma e laurea in teologia. Dotato di intelligenza e capacità, resse la Delegazione Apostolica alla partenza da Roma di Pio VI, travolto dalle vicende rivoluzionarie. Con Pio VII fu segretario della Legazione presso Bonaparte 1° Console a Parigi e ancora nel 1809 presso Napoleone Imperatore. Dopo il 1814 riprese l’attività diplomatica e curiale e nel 1831 ottenne la dignità cardinalizia. SALATI GIOVAN MARIA, primo attraversatore a nuoto della Manica Malesco 1796 - Saint Brice sous Forêt 1879 Figlio di Domenico e Anna Maria Salati. Nel 1812 è soldato nell’armata italiana comandata dal gen. Pino e poi marinaio sulla «Belle Poule». Come fuciliere di marina combatte a Waterloo dove, ferito, viene fatto prigioniero e recluso a Dover su una vecchia nave adibita a campo di concentramento. Dopo alcuni mesi di vita impossibile si butta nella Manica e l’attraversa a nuoto raggiungendo Boulogne. A Parigi trova lavoro presso i parenti Polino che hanno fatto fortuna come fumisti e da semplice spazzacamino diventa fumista impresario. Nel 1850 il Salati si trasferisce a Soissons, poi al seguito del figlio prete dimora in varie parrocchie e muore in quella di Saint Brice sous Forêt a 12 km da Parigi. SALINA GIUSEPPE (VITTORIO D’AVINO), poeta, scrittore Domodossola 1877 - Varzo 1949 Studiò in seminario e ordinato sacerdote (1899) intraprese la sua missione di parroco, ma si dedicò anche con passione ed estro alla poesia in dialetto e in lingua italiana, a scritti sul paesaggio e sull’arte ossolana. Fu ottimo latinista e grecista, buon oratore e diede alle stampe parecchie pubblicazioni. 189


SALINA LUIGI, politico, benefattore Bologna 1762 - ivi 1845 Figlio di Giovanni Antonio di Mozzio in valle Antigorio. Laureato in giurisprudenza a Bologna, nel 1784 fu eletto presidente dell’Annona e con l’avvento dei Francesi membro del Governo Provvisorio della Cisalpina. Partecipò alla Consulta di Lione e divenne membro del Corpo legislativo quale rappresentante del Collegio dei Possidenti Bolognesi. Dirigente dell’amministrazione del Dipartimento, dal Governo Pontificio, subentrato ai Francesi, fu mantenuto nella carica. Leone XII nel 1825 lo creò conte. Fu Presidente del Tribunale d’appello delle Legazioni. Cultore della lingua latina, scrisse epigrammi apprezzati. Quando l’alluvione devastò Crodo e distrusse il Pretorio, mise a disposizione della comunità le case e i poderi di Mozzio. SAMONINI ACHILLE, pubblico amministratore Domodossola 1873 - ivi 1939 Figlio di Giacomo, farmacista, e di Angiolina Garbagni. Studi classici al Mellerio Rosmini, laurea in chimica farmaceutica all’Università di Modena, farmacista a Domo subentrato al padre, consigliere provinciale e sindaco di Domo al tempo dell’inaugurazione del Sempione e del volo di Chavez. Commendatore per benemerenze e dedizione al pubblico interesse, di ideali liberali giolittiani lasciò l’amministrazione del Comune e ogni carica con l’avvento del Fascismo. SANDRETTI AGOSTINO, commerciante, pubblicista Calasca 1891 - Domo 1954 Figlio di Martino e di Annunziata Francini. Interrotti gli studi liceali per ragioni di famiglia, si dedicò al commercio. Fu cultore di memorie locali, autore di Zibaldone 1 e Zibaldone 2 sulla storia di Calasca, podestà del paese nativo, promotore di iniziative sociali in valle Anzasca, proprietario e direttore del giornale Il Commercio ossolano e organizzatore della Ia Esposizione italo-svizzera nel 1925. SARTORIO GIOVANNI, chirurgo, benefattore Domodossola 1745 - ivi 1841 Figlio del chirurgo Felice e di Filiberta Javernier. Laureato in medicina e chirurgia a Pavia, si dedicò alla cura, spesso gratuita, degli infermi. Fu chirurgo al S. Biagio 190

negli anni della costruenda strada napoleonica. Morendo lasciò il suo patrimonio ai «poveri vergognosi», persone un tempo agiate ridotte all’indigenza per il mutamento degli eventi. SCACIGA DELLA SILVA FRANCESCO, storico, giornalista Mozzio 1810 - Domodossola 1874 Figlio di Diovole e di Teresa Albertazzi. Studi classici e laurea in legge a Torino. A Domo si dedicò alla professione legale e alla ricerca storica sull’Ossola Superiore pubblicando Storia di Val d’Ossola (1842) e Vite di Ossolani illustri con quadro storico delle eresie (1847). Collaborò a giornali locali e diresse: Il Moderato (1851), L’Agogna (1845), L’Ossolano (1854). Scrisse novelle e articoli di vario argomento per almanacchi a partire dal 1846. Fu Provveditore agli studi nell’Ossola dal 1848 al 1854. Curò la pubblica istruzione aprendo scuole elementari in alcuni comuni. Si occupò di amministrazione pubblica e favorì la formazione di biblioteche pubbliche nelle vallate e la costruzione della strada Crevola-Pontetto di Montecrestese. SILVETTI MICHELE, naturalista Pallanzeno 1746 - ivi 1815 Figlio di Francesco Antonio e di Maria Teresa Testoni di Piedimulera, compì gli studi a Milano dai Gesuiti di Brera dove il fratello sacerdote Giuseppe Luigi (17301807) insegnava retorica e filosofia. Dedicatosi alla ricerca scientifica si appassionò alle scienze naturali occupandosi anche di flora e fauna dell’Ossola. Tradusse dal francese la monumentale storia del naturalista Buffon dedicata allo studio della terra, dei minerali e di ogni specie di animali. Perché una materia di tanto interesse risultasse in stile chiaro ed esemplare, egli si valse dell’aiuto del fratello Luigi che aveva lasciato forzatamente l’insegnamento per la venuta dei Francesi a Milano. SIMONIS GIOVAN BATTISTA, pittore Morto a Buttogno nel 1868 Lavorò a lungo nel Delfinato e nella Franca Contea e fu ritenuto buon pittore. Rientrato a Buttogno insegnò disegno e colore seguendo la tradizione di altri membri della famiglia Simonis che già dal 1650 tenevano una scuola di disegno e pittura.


SOTTA FRANCESCO MARIA, pittore Malesco 1764 - ivi 1841 Ritrattista di buona fama in Francia prima e dopo la Rivoluzione, fu iniziatore di una dinastia di pittori. Ricordiamo i figli CARLO GIUSEPPE (1796-1872) attivo a Roma e in Francia (soggetti religiosi, autoritratto a palazzo Silva) e il più famoso LUIGI (1777-1860) ottimo e ricercato ritrattista a Parigi, dove frequentò l’atelier di Ingres. Lavorò a Pietroburgo, a New Orleans, a Roma e in Francia. SPEZIA ANTONIO, architetto Calasca 1814 – ivi 1892 Figlio di Pietro e di Teresa Patroni Zambonini. Dopo studi classici a Domo divenne ingegnere architetto. Tra le sue opere è famosa la Chiesa di Maria Ausiliatrice a Torino la cui progettazione gli fu affidata da don Bosco che nel 1865, dopo la posa della prima pietra, gli regalò un bacile d’argento con dedica. Si occupò delle miniere d’oro di valle Anzasca e progettò gratuitamente la cupola della chiesa di Calasca. SPEZIA GIORGIO, mineralogo, docente universitario Piedimulera 1842 - Torino 1911 Figlio di Valentino e di Maria Angelotti. Studi classici, universitario a Pavia, si arruolò volontario e combatté al Volturno (1860) con la divisione Cosenz. Nel 1867 a Torino si laureò in ingegneria, con lode, sulla Ventilazione delle miniere. Perfezionati gli studi di mineralogia ad Heidelberg, insegnò al Politecnico di Torino dove realizzò il Museo mineralogico, primo per importanza in Italia. Fama internazionale ebbero i suoi studi di mineralogia sperimentale. Presidente generale del C.A.I., diede i disegni per la capanna Sella al Weisthorn e cooperò ai preparativi scientifici per la spedizione al Polo Nord. STIGLIO CARLO GIORGIO, ingegnere, architetto Pallanzeno 1836 - ivi 1898 Studi classici al Mellerio Rosmini poi, per merito, ospite nel Collegio delle Province a Torino. Nel 1859 volontario con Garibaldi. Si laureò in ingegneria a Torino e fu professionista in Ossola. Sue opere il teatro municipale di Domodossola, l’Albergo Sempione, la casa Ponti, l’ampliamento dell’Ospedale S. Biagio, le ville

Seiler, Mosoni e Casetti a Caddo, gli asili di Piedimulera e Premosello, le carreggiabili di Bognanco, di Vogogna, Masera, di valle Antrona, Mocogna-Preglia e lavori vari a Craveggia. TAMI ARMANDO, benefattore Villadossola 1926 – ivi 1999 Frequentò a Novara l’Istituto per Ragionieri “Mossotti” e uscì diplomato con ottima votazione. Collaboratore amministrativo presso l’industria meccanica P. M. Ceretti, fu poi professionista aggiornato e molto consultato da scelta clientela. Fu anche incaricato dal Tribunale di Verbania di consulenza contabile e di curatore fallimentare. Coltivò le amicizie, fu arguto conversatore, amò le varie espressioni della cultura; fece parte attiva di un “movimento culturale ossolano” con i concittadini dott. Italo Pistoia e Gianfranco Bianchetti. Scrisse poesie in dialetto di Villadossola che raccolse sotto il titolo Alegar e grazia che ebbero l’ambita prefazione del filologo Gianfranco Contini. Risparmiatore oculato e abile moltiplicatore delle sostanze con sapienti operazioni, fu generosissimo elargitore del grande patrimonio accumulato al paese natale (Comune e parrocchia) e all’ospedale S. Biagio di Domodossola, dove ricevette cure attente e umana comprensione, purtroppo senza possibilità di buon esito. TESTORE ANDREA, promotore della ferrovia Domodossola-Locarno Toceno 1855 - ivi 1941 Figlio di Giuseppe Antonio e di Maria Cazzini. Maestro elementare nella sua Toceno, lavorò poi per qualche anno in Argentina. Dopo il rimpatrio si batté con zelo instancabile per migliorare il tenore di vita dei valligiani fondando la Società Operaia di Mutuo Soccorso e organizzando corsi serali per lavoratori. Promosse la Società Elettrica Vigezzina, la «Società pro montibus et fluminibus» di carattere ecologico e lo Sci Club Valle Vigezzo. Il suo nome è essenzialmente legato all’impresa non facile di procurare alla propria vallata la ferrovia Domodossola-Locarno che entrò in funzione nel 1923 dopo un ventennio di suo impegno assiduo contro ostacoli di ogni genere. A riconoscimento delle sue benemerenze nel 1982 gli fu intitolata la scuola media di Santa Maria Maggiore. 191


TIBALDI ETTORE, vice Presidente del Senato Bornasco (PV) 1887 - Certosa di Pavia 1968 Studi classici, laurea in medicina, assistente di patologia a Pavia fu combattente decorato nella la guerra mondiale. Di ideali mazziniani dagli anni studenteschi, responsabile nel 1923-24 del movimento politico “Italia libera”, antifascista, allontanato dalla carriera universitaria e costretto a lasciare Pavia, si trasferì, nel 1925, a Domodossola, vincitore del concorso a Primario medico del S. Biagio e vi dimorò per quarant’anni. Ossolano d’adozione, mantenne contatti con l’antifascismo clandestino, legò il suo nome alla Resistenza, fu presidente della Giunta di Governo della Repubblica partigiana dell’Ossola. Eletto sindaco di Domo nel dopoguerra, senatore socialista dal 1953, tenne la Vice Presidenza del Senato fino al 1965. TITOLI ALFONSO, medico, benefattore Anzino 1847 - ivi 1919 Figlio di Pietro e di Brigida Spadina, dopo gli studi classici nei collegi rosminiani si laureò in medicina a Torino nel 1872 e fu medico nella sua valle Anzasca. A proprie spese fece costruire un tratto di strada per Anzino e lasciò poi al Comune una cospicua somma a beneficio dei concittadini. TOJETTI GIOVANNI, frate alcantarino, venerabile Calasca 1680 - Napoli 1764 Figlio di Giovanni e di Maria Del Barba. Emigrato a Pavia e poi in Germania, nel 1716 entrò nel convento dei Frati alcantarini e destinato a Piedimonte di Alife (Caserta) come fratello terziario, prendendo il nome di frate Francesco di Sant’Antonio. Poi andò a Napoli, nel convento di Santa Lucia dove, trascorsi quarantacinque anni come umile questuante, morì in concetto di santità. La Chiesa lo ha dichiarato venerabile. TONNA CARLO MARIA, benefattore Calasca 1746 - ivi 1827 Figlio di Giovanni Battista e di Maria Spezia. Compì gli studi classici e teologici nel seminario diocesano e ordinato sacerdote, fu prevosto a Romagnano Sesia e poi a Calasca. Attaccatissimo al suo paese nativo, ideò la fondazione del «Monte di pietà di Calasca», con sostanze proprie e con il concorso di altri benefattori calasche192

si. Ottenuto in data 4-6-1796 il permesso del Vescovo di Novara Buronzo Delsignore, dettò al notaio Donzelli di Novara il 9-11-1796 le tavole di fondazione a favore dei parrocchiani di Calasca e poi di quelli delle altre parrocchie della valle Anzasca, con lo scopo di favorire gli emigranti che avessero urgenza di prestiti per il viaggio e il sostentamento della famiglia, preservandoli dagli usurai, con condizioni di favore dettate da spirito di carità cristiana. TRABATTONI BONO ISOLINA, pittrice Buenos Aires 1896 - Parigi 1978 Di famiglia ossolana varzese. In Italia compì gli studi secondari e fu allieva del pittore verbanese Bolongaro. Si distinse per paesaggi, ritratti e disegni di soggetto religioso. Fu illustratrice di leggende ossolane e collaboratrice con disegni e scritti delle riviste Illustrazione Ossolana e Oscellana. TRABUCATI MARTINO ETTORE, banchiere, benefattore Ceppo Morelli 1842 - Firenze 1907 Figlio di Giovan Battista e di Elisabetta Chilli. Emigrato a Montevideo creò una fiorente casa commerciale. Fu poi presidente del Banco Italiano in Uruguay, Consigliere dell’Ospedale italiano e benefattore dei compatrioti. Durante i frequenti soggiorni nella sua valle beneficò i poveri e gli infermi. La sua opera ebbe un degno continuatore nel figlio Ettore. TRABUCCHI FRATELLI, benefattori Titolari a Parigi di una fiorente casa di fumisteria, combattenti nelle armate della Repubblica francese. Gioacchino (1758-1832) e Giuseppe (1769-1846), il quale ottenne la “sciabola d’onore”, furono i più importanti. Ebbero incarichi governativi di lavori a Milano, a Roma, in Germania e misero insieme un grande capitale. Istituirono a Parigi nell’ospedale Beaujon dei posti letto perpetui per i fumisti vigezzini e piemontesi ammalati. Lasciarono in beneficenza a Malesco una cospicua somma con la quale furono sovvenzionati l’ospedale a loro intestato (1834) e altre opere benefiche. TRABUCCHI GIACOMO, avvocato pubblicista Domodossola 1829 - ivi 1893 Di Giovanni Antonio e Maria Gugliminetti. Studi clas-


sici al Mellerio Rosmini e a Novara, laurea in giurisprudenza all’Università di Genova. Simpatizzante di Mazzini, iscritto nella “Giovane Italia” repubblicana per tutta la vita, fondò nel 1855 la Società Operaia domese, il corpo dei pompieri nel 1859, il Comizio agrario e il CAI ossolano. Cooperò alla sistemazione della biblioteca della Fondazione Galletti nel 1873, alla creazione della Scuola di arti e mestieri «G.G. Galletti» e del Ricovero vecchi. Fu giornalista e rievocò memorie storiche ossolane con epigrafi marmoree. VEGGIA ALFONSO, medico, benefattore Domodossola 1858 – ivi 1921 Figlio del causidico Giacomo e di Giovannina Matli. Studi classici a Domo e laurea con lode in medicina e chirurgia a Torino. Diresse con abnegazione il lazzaretto per colerosi a Iselle, fu primario all’ospedale S. Biagio. Visitava a domicilio i malati delle vallate e gratuitamente i poveri. Nel 1894 fondò l’Associazione medica ossolana, ancora oggi attiva e presiedette un importante convegno sulle intossicazioni nelle miniere (1902). Durante la la guerra mondiale fu direttore dell’Ospedale militare territoriale, istituì la scuola Samaritana e diresse la C.R.I. Sviluppò l’indagine epidemiologica della tisi nell’Ossola, studiò i molti casi di dissenteria e tifo che attribuì alle scarse condizioni igieniche degli acquedotti battendosi perché venissero migliorate. Aiutò i lavoratori del Sempione a superare i malanni dovuti all’ambiente in cui operavano. Per la solerte lotta contro la malaria in Ossola fu insignito della Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Si preoccupò di trattare con i sindaci per una più adeguata retribuzione ai medici condotti miseramente compensati nonostante i sacrifici notevoli richiesti dalla professione. Fu affiancato nell’attività da altri medici fra cui vanno ricordati Morandini, Gubetta e Negri. Notevole il suo studio Storia clinica dell’aviatore Geo Chavez, con alcune considerazioni sullo shock (1911). Lasciò al S. Biagio la sua ricca biblioteca medica e l’armamentario chirurgico servito per le operazione da lui eseguite per primo a Domo. VIETTI VIOLI PAOLO, architetto Grandson (Svizzera) 1882 - Vogogna 1965 Figlio di Paolo e di Anna Zanoni, ossolani, si laureò in Architettura a Parigi nel 1905. Rientrato in Italia, nel

1914 si laureò in ingegneria civile al Politecnico di Milano. Durante la guerra 1915-1918 fu tenente di artiglieria nelle officine militari a Genova. Si specializzò nella progettazione e costruzione di ippodromi raggiungendo fama internazionale (S. Siro, Capannelle, Merano, Grosseto, Alessandria d’Egitto, Istanbul, Belgrado, Addis Abeba). Costruì scuderie da corsa e da allevamento e impianti sportivi diversi. Realizzò lo stadio di Genova, lo stadio olimpico di Ankara e quello di Domodossola. Sono sue opere il Villaggio SISMA e la chiesa nuova di Villadossola. ZANNA BARTOLOMEO, inventore Zornasco sec. XIX Industriale geniale, inventò (1842) un tipo di calorifero e divenne fornitore della Casa Imperiale di Vienna e della Casa Reale di Torino. ZANOIA GIUSEPPE ANTONIO, medico, benefattore Domodossola 1767 - ivi 1848 Figlio di Paolo e di Costanza Zanoia. Studiò medicina a Pavia, si perfezionò nell’Ospedale di Milano e a Domo fu medico dell’Ospedale S. Biagio. Si occupò dei carcerati ammalati e alleviò le condizioni dei detenuti poveri alle cui famiglie provvide con suo denaro. Fu rappresentante del Protomedicato della Sanità di Torino per la prevenzione e la cura del colera e lottò contro i pregiudizi incontrati nella pratica della vaccinazione antivaiolosa a cui si opponevano alcuni colleghi. Lasciò i propri beni al S. Biagio. ZARDETTI CARLO, numismatico, archeologo Milano 1778 - ivi 1849 Da genitori di Piedimulera. Si laureò in giurisprudenza a Pavia ma si curò di numismatica negli anni del Regno italico e cooperò alla nascita a Milano del Gabinetto numismatico. Scrisse articoli sulle antichità di Sicilia, sul Duomo di Monreale, su S. Zeno di Verona, su monumenti etruschi ed egiziani. Tradusse dall’inglese e dal francese opere sull’antichità. Compilò il catalogo della libreria Reina. Lasciò la casa di Piedimulera alla parrocchia. Fu membro di accademie scientifico-letterarie italiane e straniere. ZARDETTI OTTONE, arcivescovo, benefattore Rorsch (CH) 1847 - Roma 1902 193


Figlio di Giuseppe nativo di Bannio, negoziante in telerie in Svizzera. Studiò teologia all’università di Innsbruck, insegnò nel Seminario di S. Gallo e in quello americano del Minnesota. Fu a Londra ospite del card. Manning, poi Vicario Generale della diocesi del Dakota. Nel 1889 fu consacrato vescovo del Minnesota. Nel 1894 divenne arcivescovo metropolita a Bucarest. Tornato a Roma fu assistente al soglio pontificio. Beneficò il paese d’origine della famiglia. ZOPPETTI LUIGI, sacerdote, professore di liceo e patriota Monteossolano 1888 - Domodossola 1970 Ordinato sacerdote, si laureò in scienze naturali all’Università di Torino e insegnò scienze e chimica al Liceo Classico Mellerio Rosmini. Dopo il 1943 entrò nella Resistenza mettendo in salvo sbandati e perseguitati politici grazie alla sua conoscenza e a quella di amici montanari dei passi diretti in Svizzera. Fece parte del C.L.N. di zona. Con il ritorno dei Tedeschi riparò nella Confederazione Elvetica e fu affettuosamente vicino agli Ossolani esuli nel Canton Vaud. Fu anche animatore e parte attiva di ogni attività benefica ossolana.

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Antonio Rosmini Anna Pagani

Il nome di Antonio Rosmini è indissolubilmente legato a Domodossola: qui, sul Sacro Monte Calvario, il grande filosofo ottocentesco fondò il suo Istituto della Carità; qui diede concretezza, sviluppo e grande futuro all’idea del Conte Mellerio, realizzando la più importante istituzione scolastica dell’Ossola, quel Collegio nel quale sono state educate ed istruite tante generazioni. Nel 1994 ha avuto inizio presso la Santa Sede il processo di beatificazione dell’abate roveretano che all’inizio del 2005 appare avviato all’esito positivo da tanti auspicato. Antonio Rosmini nacque a Rovereto, vivace centro culturale del Trentino, il 24 marzo 1797; i Rosmini di Rovereto erano un casato di alto lignaggio le cui origini risalivano alla fine del XIV secolo ed erano una delle famiglie più benestanti della città. Antonio Rosmini era nato in una famiglia in cui la cultura e lo studio avevano un ruolo predominante: la madre era una donna colta ed un’appassionata lettrice, mentre il padre si dilettava a scrivere ed a comporre poesie; in particolar modo lo zio Ambrogio nutriva numerosi interessi culturali e rappresentò indubbiamente un punto di riferimento ed una figura centrale nella vita del ragazzo. Gli anni dell’infanzia e della giovinezza rimasero per lo più circoscritti entro l’orizzonte degli affetti familiari: il clima di serenità e di amore che si respirava in casa Rosmini può essere sicuramente considerato determinante per la formazione spirituale ed intellettuale del giovane Antonio. La felice adolescenza sarà la base sulla quale Antonio Rosmini edificherà una vita straordinaria per opere, intuizioni, ingegno, santità di comportamento. Egli mostrò presto di possedere un’intelligenza acuta, coltivando molteplici interessi culturali e dedicandosi assiduamente a quelle letture che poteva reperire all’interno della biblioteca paterna; fervido amante dei clas-

sici, si sentì fortemente coinvolto dalla saggezza dei padri e dall’armonia del loro stile. Le letture, lo studio, le prime riflessioni maturate negli anni dell’adolescenza lo invogliarono a scrivere riflessioni nelle quali spesso sottolineava l’umano bisogno di trovare un tempo in cui poter guardare dentro la propria anima e saper ritrovare, in totale solitudine, la voce divina. In uno di questi momenti di silenzio interiore riconobbe chiaramente di essere chiamato da Dio al sacerdozio; una sera del 1813, annotò queste parole nel suo diario personale: “Quest’anno fu per me anno di grazia: Iddio mi aperse gli occhi sopra molte cose e capii che non vi era altra sapienza che in lui”. Lo studioso rosminiano Remo Bessero Belti ha definito questo appunto come “la cosa più grande della sua adolescenza, una nota che squarcia tutto l’orizzonte, quasi un’esperienza intima di Dio che gli si rivelava come tutto il Bene, come il solo vero compimento di quell’anelito all’infinito che il giovane Rosmini sentiva in sé”. L’iniziale opposizione dei genitori alla scelta del figlio venne superata quando si resero conto che né un capriccio né un eccessivo entusiasmo lo stavano spingendo ad intraprendere questa strada: la vocazione sacerdotale appariva infatti in lui già ben definita. Dopo aver terminato gli studi ginnasiali Antonio Rosmini si iscrisse alla facoltà di teologia all’università di Padova: durante questi anni il roveretano si dedicò ad uno studio di tipo enciclopedico e fra le varie discipline emerse distintamente il suo amore per la filosofia. Nel 1819 fondò la “Società degli Amici”, una sorta di prologo di quello che sarebbe stato l’Istituto della Carità, testimonianza certa che egli era un uomo concreto, capace di guardare alla società in modo innovativo e propositivo: il pensiero doveva sempre essere affiancato dai progetti e dall’azione. L’amicizia con il grande scrittore Niccolò Tommaseo ri-

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sale proprio a questi anni: Rosmini aveva letto alcune poesie ed intuito la genialità dell’uomo; fra i due era poi nata una frequentazione assidua, contrastata talvolta dall’atteggiamento scostante dello scrittore milanese. Rosmini fu ordinato sacerdote a Chioggia il 21 aprile 1821: fece poi ritorno a Rovereto, dividendo le sue giornate fra lo studio e la preghiera. Negli anni trascorsi a Rovereto si dimostrò particolarmente colpito dai problemi e dalle necessità che si manifestavano all’interno della società di quel tempo e, nel raccoglimento del suo animo, abbozzò il progetto di un istituto religioso che sapesse rispondere alle esigenze ed ai bisogni degli uomini; nel 1825 cominciò ad esporre lo schema di una nuova società religiosa, primo abbozzo dell’Istituto della Carità; ma, non volendo precorrere i tempi, continuò a maturare questo progetto nell’intimità del suo cuore. La decisione definitiva venne presa durante gli anni trascorsi a Milano: vi si era recato al fine di approfondire i suoi studi sulla politica e per potersi dedicare agli scritti di filosofia; questo centro di vita culturale e questo ambiente ricco di suggestioni gli offrì quegli stimoli intellettuali e quelle frequentazioni sociali che gli erano mancati durante gli anni a Rovereto. In particolar modo strinse due amicizie importanti con Alessandro Manzoni e con il conte Giacomo Mellerio, con i quali nacque un’intimità di legami destinata ad approfondirsi nel tempo. L’assidua frequentazione fra Antonio Rosmini ed Alessandro Manzoni fece emergere quegli aspetti che essi avevano in comune, mettendo in luce una grande condivisione di ideali quali l’amore per la verità, un elevato concetto di moralità, l’appassionata lettura delle Sacre Scritture; dal loro profondo legame di amicizia ebbero origine quelle reciproche influenze e quelle comuni linee di pensiero che si possono trovare nelle loro opere e per cui il Manzoni riconoscerà in Rosmini “il filosofo della sua mente”, questi in Manzoni “il poeta del suo cuore”. Il legame fra Antonio Rosmini e Giacomo Mellerio fu invece determinante per la storia dell’Istituto della Carità in quanto il Conte sostenne ed incoraggiò il progetto di Rosmini di fondare un istituto religioso, prima 196

ancora che questo disegno assumesse una precisa definizione. Il Mellerio era originario di Domodossola e, sebbene avesse viaggiato molto e si fosse poi trasferito a vivere a Milano, aveva conservato un amore profondo e sincero nei confronti della sua città natale, prodigandosi in numerose opere di beneficenza e donazioni destinate all’istituzione di asili e di scuole ed all’assistenza sanitaria e sociale. Si comincia così ad intravedere in che modo Domodossola entri a far parte della vita di Antonio Rosmini prima ancora di divenire sede del suo istituto; Domodossola è infatti al centro di molti discorsi del Conte e delle rievocazioni di un passato che è sempre presente nei suoi ricordi perché ricco di affetti e di legami. Proprio in casa Mellerio il 9 giugno 1827 Rosmini incontrò il sacerdote lorenese Giovanni Battista Loewenbruck, colui che diede il decisivo impulso alla nascita della congregazione; questi aveva infatti intenzione di fondare una società religiosa volta al miglioramento del clero e domandò al roveretano di aiutarlo nella realizzazione di questo progetto; udita la medesima intenzione nelle parole di Antonio Rosmini, il lorenese si mostrò entusiasta e disposto ad incominciare immediatamente l’impresa. Questo incontro fu il segno provvidenziale che Rosmini attendeva. L’idem sentire fra il sacerdote lorenese ed il filosofo roveretano e la singolare coincidenza dei loro progetti li indusse a disporre le modalità di attuazione di una simile opera caritatevole. Dopo aver dibattuto i principi e le regole del nascente istituto ed averne abbozzato le linee guida, si cominciò a ricercare un luogo appartato dove, in un clima di meditazione e di solitudine contemplativa, poter gettare le basi della nuova fondazione. L’indicazione provenne dall’abate Luigi Polidori, cappellano di casa Mellerio a Milano; egli, dopo essersi raccomandato alla Vergine Maria nella Chiesa di San Celso, dichiarò di aver avuto un’ispirazione sul posto adatto per fondare il nuovo ordine: il Sacro Monte Calvario di Domodossola. Rosmini gioì di questa indicazione: l’Istituto sarebbe sorto nel luogo dove Cristo, per salvare il mondo, aveva compiuto il più grande atto di carità, sarebbe germogliato, secondo quel presagio che la Canossa gli aveva


fatto “sul Calvario tra Gesù Crocifisso e Maria Santissima Addolorata”. L’impaziente Loewenbruck si recò immediatamente a visitare il Calvario e lo trovò appropriato per divenire la sede di un ordine religioso; nonostante gli anni dell’abbandono e della trascuratezza avessero inciso sul luogo, la sua natura e la sua essenza erano rimasti incontaminati e lasciavano trasparire, sotto una patina di fatiscenza, lo splendore del passato. Il 20 febbraio 1828 Antonio Rosmini arrivò al Sacro Monte Calvario, situato sul colle che sovrasta Domodossola; immerso nella solitudine e nel silenzio del luogo, su quel monte diede inizio ad un sodalizio religioso destinato ad affermarsi nella Chiesa romana. Vi rimase alcuni mesi, vi scrisse le Regole del nascente Istituto della Carità, vi affinò le sue teorie metafisiche: al Calvario le doti di pensatore, di asceta, di organizzatore si fondarono in un unicum che fece di Antonio Rosmini una delle personalità più affascinanti e complete dell’Ottocento europeo. Colpisce la serenità con la quale Rosmini si apprestò a fondare un istituto trovandosi solo, in un luogo isolato, lontano dalla vita milanese così ricca di incontri, di contatti, di stimoli culturali, criticato dagli amici che non comprendevano la sua scelta di volontario allontanamento ed isolamento. Colpisce ancora di più il forte contrasto fra la piccola cella in cui aveva deciso di abitare e la grandiosità delle opere da lui concepite in questi mesi. Antonio Rosmini espresse in una lettera le seguenti considerazioni dalla sua cella al Sacro Monte Calvario: “La solitudine mi è cara perché immerge in profondi pensieri. Tuttavia non sono già questi monti e queste valli, e questa pace e questo silenzio che posseggono il mio cuore. I luoghi materiali sono troppo angusti per noi, il nostro luogo è Dio; ma quanto è stretta la via che conduce alla vita! L’ampiezza infinita, ove si dilata infinitamente il gaudio del cuore, viene dopo la strettezza”. Al Calvario Rosmini era solo ed il Loewenbruck tardava ad arrivare; si erano dati appuntamento per il giorno delle Ceneri, per cominciare insieme la Quaresima in preghiera ed in penitenza; partito misteriosamente per la Francia, il compagno lorenese non inviava sue notizie: Rosmini era addolorato dall’inaspettata assenza del

A. Rosmini ritratto da Francesco Hayez.

suo unico compagno, ma intuiva che lo zelo, la fede e l’entusiasmo del Loewenbruck erano minati da un’incostanza e da un’instabilità di carattere. Come si legge nel Diario degli scritti, tra il 24 febbraio ed il 23 aprile 1828 risulta annotata la stesura delle Costitutiones societatis a Charitate nuncupatae (Costituzioni della Società consacrata dalla Carità); nonostante Antonio Rosmini in questo periodo avesse provveduto a compilare le costituzioni dell’istituto, ancora piuttosto incerta restava la natura che avrebbe dovuto assumere: questi primi mesi di permanenza al Calvario appaiono più improntati alla solitudine contemplativa ed alla ricerca interiore che alla fondazione stabile di una società religiosa. Nel nome “carità” dato al suo istituto erano riassunti i grandi obiettivi del filosofo roveretano: la carità sarà infatti sviluppata ed esplicata in tutte le sue accezioni e si manifesterà sotto le tre forme di carità corporale, spirituale ed intellettuale; proprio quest’ultima contraddistinguerà e differenzierà l’ordine rosminiano da tutti gli altri. L’8 luglio 1828 Loewenbruck giunse finalmente al Calvario: l’attesa era terminata ed il suo arrivo segnò 197


l’inizio di un importante capitolo della storia dell’Istituto della Carità. In questo momento è possibile intravedere il futuro del Sacro Monte: dopo l’arrivo del Loewenbruck, Rosmini non considerava più questo luogo soltanto come la sede provvisoria di un soggiorno limitato nel tempo e nell’importanza, ma piuttosto come la sede ideale della sua congregazione. Aveva così inizio la vita di luce del Calvario di Domodossola, vero cuore della spiritualità rosminiana. Dopo aver lasciato il Loewenbruck a capo della casa del Calvario e a coordinare i lavori di restauro, Rosmini si recò a Roma per ottenere dal Papa l’approvazione per il suo nuovo Istituto e per pubblicare il Nuovo Saggio sulla origine delle idee e le Massime di perfezione cristiana, due grandi sintesi, la prima del suo pensiero filosofico, la seconda della sua spiritualità. Nel novembre 1828 ottenne udienza da papa Leone XII, dal quale venne trattato con grande benevolenza: il Papa si dimostrò interessato alle idee di Rosmini e lo esortò a consegnare a due religiosi le Costituzioni del nascente Istituto, perché potessero essere esaminate e, qualora fossero in linea con le normative canoniche, approvate. L’improvvisa morte di Leone XII nel febbraio del 1829 vanificò la speranza di ottenere in tempi brevi l’approvazione da Roma. Rosmini attese pazientemente che il Conclave nominasse il nuovo papa: venne eletto Pio VIII, il cui breve pontificato appare improntato da prudenza e saggezza. Nell’udienza pontificia del 15 maggio 1829 il Papa dichiarò a Rosmini di avere intuito che la sua reale vocazione era quella di attendere alla filosofia, giudizio questo che avrebbe influito per sempre sulla sua vita; per quello che riguardava l’Istituto, il Papa gli suggerì di operare inizialmente “in piccolo”, lasciandosi guidare in seguito dalla volontà divina. Terminata la sua missione a Roma, nel maggio del 1830 Rosmini tornò al Calvario e vi rimase un anno intero iniziando il noviziato con i primi compagni che si erano uniti a lui ed al Loewenbruck; fu questo un periodo di fervida attività per la piccola comunità del Calvario: vennero innanzitutto fissate le regole, venne stabilita la distribuzione degli uffici al Calvario e suddivisa la giornata fra i momenti dedicati allo studio, alla preghiera, alle opere di carità. 198

Recatosi a Trento, Rosmini accettò la richiesta rivoltagli nell’agosto del 1830 da don Pietro Riegler, rettore del Seminario e da don Giulio Todeschi, professore di teologia: essi speravano che da un’unione con l’Istituto della Carità sarebbe potuto derivare un rinnovamento spirituale del clero trentino. Lo stesso vescovo Luschin si era rivolto al Rosmini chiedendogli di recarsi a lavorare nel seminario di Trento: questi, che aveva per lo più rifiutato le precedenti richieste di espandere l’Istituto in altre zone, riconoscendo la priorità di un consolidamento della piccola comunità, scelse di accettare questo invito. La nuova fondazione di Trento, agli inizi apparentemente favorita, incontrò presto l’opposizione del governo austriaco; il vescovo Luschin cercò di mediare proponendo a Rosmini di incontrarsi con l’Imperatore per ottenere da lui l’approvazione dell’Istituto. L’Imperatore ricevette Rosmini per due volte, prima a Bressanone, poi a Innsbruck, dimostrandosi favorevole al progetto, anche se impose alcune condizioni. Quando però monsignor Luschin venne nominato vescovo di Leopoli, i problemi e le opposizioni già esistenti si moltiplicarono e la situazione divenne insostenibile. Lo stesso Rosmini venne sottoposto a vigilanza perché considerato “uomo dai principi pericolosi”; egli a questo punto non poté che prendere una decisione, l’unica saggia e possibile, anche se dolorosa: chiudere l’istituto di Trento. Da questa e da altre amare esperienze nacque il libro Delle cinque Piaghe della Santa Chiesa, scritto a Corezzola nel novembre 1832, in cui erano descritte non tanto le colpe, quanto piuttosto le ferite che la Chiesa aveva subito: la scelta di non pubblicarlo subito, ma di aspettare il 1848 si sarebbe poi rivelata errata, perché anche in quell’anno i tempi non sarebbero stati maturi per un’effettiva comprensione delle sue parole. Il libro fu infatti travisato, messo al bando e divenne per lui fonte di grande sofferenza. Nello stesso periodo in cui Antonio Rosmini si apprestava a dar origine all’Istituto di Trento, Loewenbruck decise di dar seguito ad una sua felice intuizione: in Francia vi era una congregazione, le Suore della Provvidenza, che aveva lo scopo di garantire l’assistenza alle persone malate e di provvedere all’educazione delle giovani; il sacerdote lorenese pensò di introdurre un ana-


logo istituto in Italia. Per questo motivo mandò alcune giovani ossolane a Portieux in Francia dove aveva sede la Casa Madre di questa congregazione ed in seguito inviò un altro gruppo di suore a Locarno e a Torino, accondiscendendo così alle richieste che gli erano state rivolte. Ancora una volta l’impulsività del Loewenbruck aveva preso il sopravvento sulla prudenza che sarebbe stata invece opportuno utilizzare in questo frangente: aveva impegnato le suore in missioni che si erano dimostrate superiori alle loro forze, senza provvedere a dar loro un’adeguata formazione ed un sostentamento economico. Antonio Rosmini, inizialmente all’oscuro di tutto, aveva in seguito cercato di rimediare ai danni provocati dall’imprudente generosità del lorenese: erano state così fissate le norme per l’ammissione delle suore nell’Istituto, era stata data loro una regola, affine a quella dell’Istituto della Carità; questo perché Rosmini, accettando la richiesta del Loewenbruck di prendere la direzione delle suore, voleva fondarle sui medesimi principi su cui era nato il suo Istituto: “come due rami d’un solo albero, traenti il succo da unica radice, viventi della stessa vita”. In pochi anni le Suore della Provvidenza aprirono case a Torino, Casale, Stresa, Domodossola e Biella, mentre la Casa Madre del nuovo ordine ebbe sede nel Convento delle ex Orsoline a Domodossola. Nel 1834 Rosmini divenne arciprete a Rovereto, si impegnò a fondo nell’educazione del clero e dei giovani, ma la sua opera venne fortemente ostacolata dal governo austriaco attraverso la Curia di Trento, tanto da costringerlo ad interrompere la sua missione nell’ottobre del 1835: ritornò così stabilmente in Piemonte dove per vent’anni ebbe la sua dimora abituale tanto da definirlo in una lettera come la sua “seconda Patria”. Opinione comune fra gli studiosi è il considerare come elemento fondamentale per il Rosmini studioso e uomo di cultura l’aver trascorso gli ultimi venti anni della sua vita in Piemonte, anziché in Trentino. L’Austria esercitava infatti un duro controllo ed una pesante censura non solo nella stampa ma anche sul modo di pensare, proibendo quella costruttiva libertà di dialogo che era necessaria per uno sviluppo ed una maturazione del pensiero rosminiano. Sebbene avesse deciso di sottrarsi a numerose richieste che aveva ricevuto per mancanza di uomini o perché queste non gli erano sembrate in

accordo con lo spirito dell’Istituto, la sua attività negli anni tra il 1835 e il 1839 appare straordinaria; il suo Istituto attraversò una fase di espansione e di consolidamento: oltre alla fondazione delle Suore della Provvidenza, venne dato inizio ad alcune opere tra le più significative della storia della congregazione rosminiana, importanti anche perché destinate a propagare l’Istituto in direzioni differenti. Intrapresa nel 1835, grande fortuna ebbe innanzitutto la missione in Inghilterra, che rappresenta una pietra miliare nella storia dell’Istituto della Carità, poiché diede inizio alla propagazione dell’ordine anche in terra straniera, aprendo così l’orizzonte verso nuovi confini. Il biennio 1835-1836 vide l’opera rosminiana indirizzarsi verso due abbazie: Tamié e San Michele. La prima missione aveva infiammato gli animi dei sacerdoti dell’Istituto: lo stesso Rosmini, recatosi in Savoia nell’estate del 1835, aveva mostrato un acceso entusiasmo per la possibilità di impiantare una missione a Tamié e di fondarvi un collegio per missionari. Ma l’entusiasmo iniziale suo e dei religiosi inviati in questa abbazia si era lentamente affievolito, soffocato dalle preoccupazioni, dalle tensioni interne e dai continui tentennamenti del Loewenbruck; Rosmini decise quindi di ritirare i suoi sacerdoti dalla casa di Tamié, che ritornava all’arcivescovo monsignor Martinet, segnando così la fine della missione. Ma Rosmini subì la più grande delusione a causa dell’improvviso abbandono dell’Istituto della Carità da parte del compagno lorenese: l’incostanza ed i facili entusiasmi avevano condotto il Loewenbruck verso altre avventurose strade. All’orizzonte si delineava però una nuova impresa: Carlo Alberto, re del Piemonte, aveva concepito il progetto di fondare una casa di ospitalità e di ritiro all’abbazia di San Michele della Chiusa per coloro che desiderassero trascorrere un periodo di solitudine e di preghiera; il re aveva proposto ad Antonio Rosmini di affidare la cura dell’abbazia e l’attuazione della missione al suo ordine religioso. Rosmini si dimostrò favorevole all’impresa e, superate alcune difficoltà iniziali, mandò alla Sacra di San Michele dodici religiosi, sotto la direzione di don Francesco Puecher. 199


Questo periodo così denso di avvenimenti e di fondazioni sembrò trovare ideale coronamento con l’approvazione dell’Istituto da parte della Santa Sede. Papa Gregorio XVI, succeduto a Pio VIII nel 1830, aveva affidato l’esame delle Costituzioni alla Congregazione pontificia dei Vescovi e dei Regolari. L’approvazione dell’Istituto aveva inizialmente incontrato degli ostacoli ed erano pervenute alcune critiche dall’ambiente gesuita; il 20 dicembre 1838 però, grazie ad un intervento di papa Gregorio XVI,1 venne firmato il decreto che approvava le regole del nuovo Istituto. Il 25 marzo 1839 diciannove religiosi al Calvario e sei sacerdoti in Inghilterra pronunciarono i voti perpetui: una grande distanza li separava, ma lo spirito di carità che faceva da fondamento all’Istituto li univa idealmente. Questo fu infatti un giorno di festa “spiritualmente grande, ma esteriormente modesta, secondo lo spirito umile della società”, come afferma il Garioni Bertolotti. Negli anni successivi all’approvazione dell’Istituto sono almeno tre gli ambiti in cui si può dividere l’operato di Antonio Rosmini: 1) la fondazione di collegi, di scuole, di orfanotrofi, di asili e la preparazione accurata degli insegnanti in accordo all’importanza attribuita da lui al ruolo degli educatori; 2) la pubblicazione di numerose opere filosofiche e le dispute che lo vedono coinvolto; 3) l’esperienza della politica e l’inevitabile intreccio con gli avvenimenti del Risorgimento italiano. A partire dalla fine degli anni Trenta, Stresa divenne la residenza prescelta dal grande roveretano per trascorrere lunghi periodi immerso nella pace e nella serenità del luogo. Qui, circondato dalla poetica cornice di questa tranquilla cittadina affacciata sul Lago Maggiore, accoglieva gli amici, approfondiva gli studi, concepiva grandi opere; tra queste occorre ricordare Storia dei sistemi morali (1837); La società e il suo fine (1839); Trattato della coscienza morale (1839); Risposta al finto Eusebio (1841); Filosofia del diritto (1841-1845); Teodicea (1845); Psicologia (1845). Nel 1837 Rosmini aveva accettato la proposta del conte Giacomo Mellerio di affidare al suo ordine il collegio di Domodossola, ampliando la scuola ginnasiale che era stata fondata nel 1818; agli inizi degli anni Quaranta era stato aggiunto anche il Liceo ed erano stati acquista200

ti alcuni terreni ed edifici confinanti con il Collegio per consentire un ampliamento della scuola. Rosmini aveva provveduto a stilare delle norme per gli allievi e per i docenti del collegio; a questi ultimi spettava l’importante compito di formare gli alunni seguendo un unitario progetto educativo: grande attenzione venne infatti prestata dal Padre Fondatore al campo dell’istruzione, un’opera tra le più consone allo spirito dell’Istituto e alla personalità del roveretano. L’istruzione era da lui considerata come un elemento fondamentale e pertanto era necessario disporre di educatori ben preparati all’interno dei collegi: gli insegnanti dovevano infatti saper nutrire lo spirito, mirando alla crescita interiore degli allievi. Allo scopo di indicare il metodo educativo da prediligere egli scrisse in questi anni il trattato: Del principio supremo della metodica e di alcune sue applicazioni in servizio dell’umana educazione. Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta si trovò a dover fronteggiare duri attacchi alle sue teorie filosofiche: un primo gli era stato sferrato da Vincenzo Gioberti, al cui testo “Degli errori filosofici di Antonio Rosmini” avevano dato fiera risposta i discepoli del roveretano; ma se in questo campo si può ricondurre la questione a divergenze fra esponenti di scuole di pensiero differenti, di natura diversa risultava essere la critica pesante, ancor più grave in quanto anonima, alle sue dottrine sulla coscienza morale. Su un libretto firmato con lo pseudonimo di Eusebio Cristiano vennero non solo confutate le dottrine rosminiane, ma ne venne anche stravolto il contenuto, individuando delle analogie con le tesi luterane, calviniste o gianseniste. Ciò che stupisce è la sistematicità con la quale venne portato avanti questo tentativo denigratorio nei confronti di Antonio Rosmini: irreperibile nelle librerie, il testo venne fatto circolare contemporaneamente a Roma, Genova, Lucca e Torino attraverso una distribuzione all’interno dei seminari, dei collegi, delle scuole, giungendo nelle mani di molti conoscenti e amici di Antonio Rosmini; dietro le osservazioni contenute nell’opuscolo non sarà però difficile riconoscere un gruppo di gesuiti che da tempo cercava di osteggiare il nascente Istituto della Carità. Questo opuscolo ottenne un’eco inaspettata rimbalzando da un ambiente all’altro e, sebbene


privo di una valida analisi critica, produsse vasti effetti grazie alla sottile abilità denigratoria con cui era stato concepito. La Risposta al finto Eusebio Cristiano scritta da Antonio Rosmini risulta essere un testo forte, volto a mettere in luce la menzogna e gli errori contenuti nel libello; intervenendo poi con un decreto in favore dell’abate roveretano, papa Gregorio XVI impose la fine delle accese controversie. Rosmini partecipò agli entusiasmi e alle speranze che erano sorte in Italia nella primavera del 1848; egli si era interessato di politica fin dalla prima giovinezza e, nell’arco di un ventennio, i suoi scritti avevano mostrato un approfondimento e un’evoluzione della sua posizione: avendo analizzato attentamente la situazione politica italiana, si era trovato allineato sulle posizioni di molti patrioti che, riscoprendo il concetto di “nazionalità”, auspicavano l’indipendenza dallo straniero e la nascita di governi costituzionali. Egli si era dichiarato favorevole alla concessione della Costituzione negli Stati italiani a patto che questa fosse una creazione spontanea del popolo e che non mutuasse concetti e osservazioni da precedenti forme di costituzioni estere. Il 2 agosto 1848 Rosmini si recò a Torino su invito di Gabrio Casati, presidente del Consiglio piemontese; prendendo parte ad una riunione del Consiglio dei Ministri, gli venne affidata una delicata missione diplomatica a Roma presso il papa Pio IX nella speranza di poter dar vita ad un concordato tra la Chiesa ed il Piemonte e ad una confederazione di stati affidandone la presidenza allo stesso Santo Padre. Pio IX nutriva un sentimento di profonda stima e di fiducia nei confronti del sacerdote roveretano, tanto da volerlo nominare Cardinale e successivamente Segretario di Stato. Rosmini si vide però costretto a rassegnare le dimissioni al governo piemontese quando, il nuovo esecutivo cominciò a sostenere una linea politico-diplomatica differente, ossia la nascita di una lega legittimata dal papa in funzione antiaustriaca: constatando che le trattative avviate per il Concordato e la Confederazione non avevano più l’appoggio del governo piemontese, il roveretano considerò esaurito il suo compito. Per desiderio del Pontefice Rosmini restò a Roma, ma improvvisamente anche qui la situazione precipitò

quando il 15 novembre venne ucciso il primo ministro Pellegrino Rossi. Nell’entourage papale dominavano la confusione e la paura ed il palazzo del Quirinale venne assalito dai rivoltosi che volevano veder accettate le loro proposte.2 Il Papa il 24 novembre fuggì a Gaeta e Rosmini, rispondendo al suo invito, lo raggiunse due giorni dopo, ma sebbene tra di loro continuasse ad esserci un legame di affetto e di stima, sorsero i primi dissensi: Rosmini temette che la posizione papale potesse generare un insanabile dissidio fra la Chiesa e lo Stato perché ritenuta contraria alla causa dell’unità e delle libertà costituzionali. Nella primavera 1849, approfittando dell’assenza di Rosmini da Gaeta, i suoi avversari ottennero che venissero messe all’indice due opere del roveretano, La Costituzione civile secondo la giustizia sociale e Le Cinque Piaghe della Santa Chiesa, isolandolo sempre più dal Papa e di fatto impedendogli di ottenere la porpora. Rosmini, deluso, sospettato dalla polizia borbonica, preoccupato più che per sé per la posizione assunta dal Santo Padre, lasciò definitivamente Gaeta il 15 giugno. Apprese del decreto dell’Indice solo due mesi dopo: il colpo alle sue dottrine e al suo giovane Istituto si rivelò da subito tremendo, ma Rosmini commentò i fatti con serenità d’animo e con un sentimento di obbedienza al volere della Provvidenza. Paradossalmente è forse la sua ora più alta e più bella. Senza recriminazioni fece ritorno a Stresa dove si dedicò alle cure del suo Istituto e alla stesura di nuove opere; qui scrisse lettere serene, incontrò ed ospitò innumerevoli amici e confratelli, la sua casa divenne un cenacolo come un tempo lo era stata casa Mellerio a Milano. Soprattutto in questi ultimi anni Manzoni divenne per lui un fratello spirituale a cui affidare il suo testamento morale. Mentre le sue teorie si diffondevano nelle università italiane, studiate e spiegate da insigni docenti, a Roma prendeva nuovo vigore la controversia teologica: ai libretti ed alle calunnie Rosmini non rispose più, sdegnato ed amareggiato. Fu proprio Pio IX, ormai lontano dal Rosmini in politica, ma fedele ammiratore del suo ingegno, a proporre un esame serio, approfondito di tutte le opere pubblicate, nominando quindici consultori; dopo quattro anni di analisi osteggiate dai nemici di Rosmini, il 3 luglio 201


1854 si riunì la Congregazione dell’Indice, presieduta dal Santo Padre. L’assoluzione delle sue opere e delle sue dottrine fu totale ed il Papa chiese che fosse definitiva: Rosmini la accolse con serenità e con pacatezza, senza alcun spirito di rivalsa. Solo molti anni dopo la morte del roveretano, nel 1888, il Sant’Uffizio tornerà a condannare Rosmini estrapolando 40 proposizioni dalle sue opere postume in modo da aggirare il decreto pontificio: occorrerà giungere al 1 luglio 2001 perché questa posizione venga cancellata e Rosmini compiutamente riabilitato. Purtroppo il male che aveva tormentato Rosmini in alcuni momenti della sua gioventù, riapparve in forma più acuta e dolorosa; dalla primavera del 1855 non si allontanò più dalla villa di Stresa. I giorni della sofferenza ultima furono contrassegnati dall’affettuosa partecipazione dei suoi fedeli e dei tanti amici che ricevettero

come un’ultima benedizione il suo testamento spirituale, composto di parole e comportamenti sublimi. Si spense il 1 luglio 1855 in una silenziosa notte d’estate; il primo ministro conte di Cavour ne diede notizia all’Italia e all’Europa come di un avvenimento di importanza nazionale. Queste poche parole di Ruggero Bonghi fanno comprendere la grande natura dell’uomo: “Si è dileguata quaggiù la più gran mente e la più sant’anima che vivesse in Italia. Lascia eredità grande di affetti e d’idee; i suoi confratelli e i suoi amici nutriranno gli uni; spetta ai giovani italiani di fecondare le altre. Tutti ci sentiremo migliori e più grandi nella sua memoria”. Le sue ultime parole affidate al Manzoni, sono la sintesi di una vita dedita all’uomo e alla Chiesa, per unificare la loro strada che sale a Dio: “Adorare, Tacere, Godere”. Valgono anche oggi, immutabilmente.

Note Il 12 settembre 1839 licenziando la Regola dell’Istituto della Carità papa Gregorio XVI scrisse di sua mano un commento elogiativo per il fondatore: “Essendo cosa a Noi ben conosciuta e sperimentata che il nostro diletto figlio sacerdote Antonio Rosmini, fondatore di questo Istituto, è uomo fornito di ingegno eccellente e singolare, ornato l’animo di egregie doti, per scienza, delle cose divine e umane soprammodo illustre, chiaro per esimia pietà, religione, virtù, probità, prudenza, integrità, splendente per meraviglioso amore e attaccamento alla cattolica religione e a questa Sede Apostolica, e che nel fondare l’Istituto della Carità a questo principalmente intese, che la carità di Cristo maggiormente diffusa nei cuori di tutti, tutti stringesse, e la Chiesa cattolica raccogliesse frutti ogni dì più ubertosi, e i popoli con più acuti stimoli fossero eccitati all’amore di Dio e alla dilezione scambievole, Noi abbiamo giudicato di preporre il medesimo diletto figlio al governo di detta Società. Eleggiamo e costituiamo lo stesso Antonio Rosmini Preposito Generale a vita del nominato Istituto con tutte le facoltà necessarie e opportune” (tratto dalle Lettere Apostoliche di approvazione dell’Istituto della Carità emanate il 12 settembre 1839). Il Garioni Bertolotti sottolinea come un elogio papale di una persona vivente rappresenti un unicum nella storia della Chiesa: Gregorio XVI mostrava di stimare a tal punto l’operato di Antonio Rosmini da decidere di inserire delle parole di lode che non sono solo rivolte all’Istituto fondato, ma anche all’uomo, la cui grandezza lo fa assurgere a superiore del suo ordine religioso. 2 Pio IX, nel tentativo di sedare i tumulti, aveva accettato il ministero voluto dai rivoluzionari: nella lista stilata il papa sembra aver inserito anche il nome di Antonio Rosmini, come Presidente del Consiglio e come Ministro della Pubblica Istruzione. Ma la posizione offertagli era troppo equivoca, fatta di compromessi con un Gabinetto 1

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che Rosmini considerava non costituzionale: domandando al Santo Padre quale fosse la sua sincera volontà, non aveva trovato nelle sue parole la fiducia necessaria per fargli accettare l’incarico. Il giorno seguente il suo rifiuto venne comunicato al neo eletto ministro Galletti, che subito gli sostituì monsignor Muzzarelli. La nomina di Rosmini a ministro è un episodio sfuggito all’attenzione di molti poiché il suo nome, comparso solo in un comunicato del giornale Il contemporaneo, era stato sostituito nell’elenco ufficiale dei ministri diffuso il giorno successivo dal Galletti. Bibliografia -R. Bessero Belti, Rosmini, Edizioni Rosminiane Sodalitas, Stresa 1989 -G. Bozzetti, Profilo di Antonio Rosmini, Libraria Editoriale Sodalitas, Stresa 1985 -M. De Paoli, Antonio Rosmini. Una lunga storia d’amore, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1997 -G. Garioni Bertolotti, Antonio Rosmini, Libraria Editoriale Sodalitas, Stresa 1981 -U. Muratore, Rosmini profeta obbediente, Paoline Editoriale Libri, Milano 1995 -Pagine di una vita. Note biografiche su Antonio Rosmini, a cura di M. Murdocca, Longo Editore, Rovereto 1986 -G. Rossi, Vita di Antonio Rosmini, in 2 voll., Arti Grafiche Manfrini, Rovereto 1959


I monumenti e i segni d’arte Gian Franco Bianchetti

Le opere, i monumenti, i segni d’arte depositati dal tempo nella valle della Toce sono molti, pertanto nelle poche pagine seguenti non potrò ricordarli tutti, mi limiterò invece ad indicare quelli particolarmente rappresentativi di periodi storici, di scuole artistiche locali o di personalità che hanno creato felici momenti d’arte nel fluire della storia ossolana. La baita, con i suoi muri a secco solidamente costruiti per reggere le travature impostate a sostegno della pesante copertura di piode è, probabilmente, l’opera prima creata dal genio degli abitatori dell’Ossola al tempo della colonizzazione iniziale. Immutata nella tecnica costruttiva e nei materiali, è un monumento archeologico che ha conservato nei millenni valori di funzionalità e bellezza anche nella collocazione appropriata alle diverse situazioni presentate dal terreno e dalle risorse ambientali. Ma con la baita non si esaurì la capacità creativa di quella cultura primordiale, giacché ad essa vanno ascritti anche i muri a secco megalitici innalzati per sostenere i ripiani coltivabili sulle pendici delle valli, collegati fra essi, altresì, da un sistema di scale, a volte incassate a volte aggettanti, che tuttora rappresentano la più vasta e persistente testimonianza della fatica iniziale dell’uomo volta ad adattare l’ambiente alpestre alle esigenze della propria sopravvivenza. A riprova dell’evoluzione tecnica raggiunta nel trattamento e nell’impiego di materiali spontaneamente offerti dall’ambiente naturale, un altro fenomeno, meno diffuso, ma tecnicamente significativo, sopravvive concomitante alle opere megalitiche, ossia le camere sotterranee ricavate nei muri a secco (dette sotto fascia) frequentemente ampliate nel sottosuolo retrostante, coperte talvolta da false cupole (a tholos), tal altra da spesse lastre oppure costruite sotto massi erratici di grandi dimensioni inglobati nel tessuto murario. La presenza delle camere sot-

terranee si concentra prevalentemente a Montecrestese, sui declivi alle spalle della località Castelluccio, e soprattutto a Varchignoli, località al confine fra i territori di Villadossola e Montescheno, dove si manifesta associata a canalizzazioni di drenaggio, a tratti sotterranee, a tratti a cielo aperto, rilevate pure a Castelluccio, che, correlate allo sviluppo dei muri megalitici e alla dislocazione delle scale suggeriscono l’effetto di un sistema complessivo progettato per bonificare l’area comprendente anche territori limitrofi di altre località a oriente di Varchignoli1. Camere sotterranee che, ponendo oggi interrogativi sulla loro utilizzazione, pare aprano un passaggio sul versante spirituale di quella cultura di un tempo precedente la storia a cui appartengono anche altri segni, funzionali, questi, alla religiosità di quella gente lepontica che per prima abitò le valli ossolane. Sono infatti segni rivelatori del culto praticato nei secoli antecedenti alla diffusione del Cristianesimo: la stele cruciforme trovata alla Colma di Craveggia, e ivi conservata nell’oratorio di San Rocco, simbolo solare invocato per ottenere la fecondità della terra e degli armenti; i bassorilievi antropomorfi murati all’esterno della parete meridionale di San Quirico a Calice e il mascherone della fontana affacciata sul sagrato dell’oratorio di San Pietro a Dresio di Vogogna2. Il tempietto lepontico a Roldo di Montecrestese, datato al primo secolo dopo Cristo, introduce l’Ossola nei tempi storici. Unico esempio, quasi intatto, che documenti il connubio fra la tecnica costruttiva romana e le esigenze religiose e estetiche della cultura lepontica, è il solo edificio rimasto in tutta l’area gallo-romana a testimoniare l’influsso della civiltà romana sulle popolazioni alpine. È costituito da una cella e da un atrio, con volta a botte, sulla quale si posava direttamente una copertura di tegoloni in beola foggiati su modulo romano, ora scomparsa, simile a quella an-

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cora esistente nella zona absidale della chiesa di S. Giorgio a Varzo; dovuto a tecnica romana è anche il pavimento, in parte ancora conservato, composto da minuti frammenti di marmo legati da malta marmorea; è invece lepontico l’orientamento, su un asse nord-sud, che rivela la dedicazione del tempietto a una divinità solare. Sebbene siano emersi altri resti a testimonianza della dominazione romana in Ossola, il tempietto di Roldo è certamente il monumento più significativo giunto a noi da quegli anni3. Quando la disgregazione dell’Impero Romano, causata, almeno in parte, dalle invasioni barbariche, privò le popolazioni dell’Occidente europeo dell’organizzazione sociale nella quale si identificava la loro civiltà, il Cristianesimo offrì un nuovo modello di vita attraverso le organizzazioni ecclesiastiche. Di quegli anni difficili della Chiesa nascente l’Ossola conserva una testimonianza nel fonte battesimale scoperto di recente sotto il presbiterio della chiesa di San Giovanni a Montorfano di Mergozzo. Datato al V-VI secolo, mostra una vasca ottagonale, incassata nel pavimento, formata da mattoni sesquipedali di modulo tipicamente romano, che ricorda come nella liturgia di allora il battesimo fosse impartito con l’immersione del catecumeno4. La notte di Natale dell’anno Ottocento, nella basilica di S. Pietro a Roma, ponendo sul capo di Carlo Magno la corona dell’Impero d’Occidente, Papa Leone III sanciva la nascita del Sacro Romano Impero e confermava il potere dei Franchi su gran parte dell’Occidente europeo. Sotto il regno carolingio l’Europa visse un tempo di rinnovamento culturale ispirato alla civiltà romana, al quale si univa il gusto tradizionale per la decorazione minuta delle popolazioni barbariche, ormai stabilite nella nuova organizzazione politica. Anche l’Ossola conobbe la «Renovatio» carolingia e lo dimostra la cappella settentrionale inferiore della chiesa di Santa Maria Assunta del Piaggio a Villadossola. Sebbene ora sia inclusa nel più ampio edificio romanico, la chiesuola primitiva è ancora riconoscibile: una piccola navata orientata sull’asse est-ovest con l’abside semi cilindrica a oriente. Semplice struttura che ripete il tipo basilicale romano, presenta sulla parete esterna dell’abside elementi tipici della decorazione architettonica di stile carolingio: la superficie curva è divisa in tre specchiature da larghe 204

lesene; coronata da una serie di archetti pensili, ha nelle specchiature laterali due finestrelle a feritoia, definite da profonde strombature e concluse in alto da uno stretto arco, e nella specchiatura centrale è evidenziata, da un leggero rilievo, una croce latina, che nell’estremità inferiore s’apre a V capovolta a simboleggiare il calvario, simbolo quest’ultimo di derivazione longobarda5. Con la caduta della dinastia carolingia l’impero passa alla casa germanica di Sassonia (962) che, durante il regno dei tre imperatori di nome Ottone, ridesta in Europa l’esigenza di un’arte monumentale, emblema dell’Impero rinnovato. Si affermarono in quegli anni del X secolo costruttori edili lombardi, che nella letteratura artistica vengono sovente denominati maestri comacini organizzati in maestranze capaci di edificare e ornare un edificio ovunque li chiamasse un pio mecenate o una comunità. Sono essi che, portando nell’Ossola lo stile ottoniano, caratteristico della seconda metà del X secolo, costruirono la chiesa di San Bartolomeo a Villadossola. Ora l’edificio si presenta gravato dalle strutture aggiunte dal secolo XIV al XVII che hanno modificato la costruzione primitiva. La chiesa, nata con il titolo dei Santi Fabiano e Sebastiano, costituisce l’esempio più nitido dello stile architettonico scelto e accolto per più di tre secoli dalla gente ossolana. Il San Bartolomeo era costruito su pianta basilicale occupando all’incirca lo spazio dell’attuale navata centrale, con la facciata a occidente e l’abside semi cilindrica a oriente. All’esterno i muri, parte in vista, parte celati nei sottotetti dalle navate laterali, sono animati da strette lesene che scandiscono le superfici in specchiature, delimitate in alto da un corso di archetti pensili sotto la stretta gronda del tetto in piode. La decorazione, incisa sui capitelli delle lesene, sui beccatelli degli archetti, sugli archivolti degli stessi archetti e delle finestre, costituisce l’aspetto più interessante del monumento, perché in essa si ravvisa l’espressione esemplare di quell’arte simbolica, colta — forse dovuta all’intervento diretto dell’abate Guglielmo di Volpiano — tipica del periodo ottoniano, che attraverso segni di apparenza astratta, derivati dal repertorio ornamentale della tradizione barbarica, rivela i concetti teologici della dottrina cristiana. Un esempio tipico di sintesi simbolica si ha nella lunetta appartenente all’antico portale — ora sopra la porta di fac-


ciata — dove, in poche incisioni astratte, è rappresentata la venuta di Cristo giudice alla fine dei tempi, ossia la Parusia6. Il risveglio culturale e religioso sorto in Francia agli inizi del secolo XI, guidato dagli abati benedettini di Cluny, si riflette anche in Ossola con il rinnovamento delle chiese esistenti e la costruzione di nuove, erette non solo per appagare un rinnovato spirito religioso, ma anche per assecondare esigenze sorte in conseguenza dell’incremento demografico in atto durante tutto il secolo7. Sono sempre i maestri comacini che lungo il secolo XI, costantemente ispirati ai canoni fondamentali del San Bartolomeo, apriranno cantieri in diversi centri ossolani per soccorrere al bisogno e all’ambizione di nuove chiese. L’intervento dei maestri lombardi differisce però da cantiere a cantiere: eseguono la costruzione per intero negli edifici di maggiore importanza, in quelli minori l’affidano a maestranze locali cresciute alla loro scuola. Gli stessi maestri, presenti in Ossola per costruire il San Bartolomeo di Villadossola, sono attivi a Trontano, cinquant’anni dopo, per edificare la chiesa della Natività di Santa Maria; ma alcune differenze nella decorazione segnano il mutare del gusto, che, affiancando sculture ai segni incisi, rivela una nuova propensione per i valori plastici. Oltre alla Natività di Santa Maria a Trontano vengono edificate anche le chiese di San Giorgio a Varzo, di Santo Stefano a Crodo, della Beata Vergine Assunta di Montecrestese e del Sant’Ambrogio di Seppiana. Ancora alla prima metà del XI secolo risalgono i resti romanici, recentemente scoperti nei sottotetti delle navate laterali, della chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Crevoladossola, dove per la prima volta viene impiegato il marmo locale per eseguire l’ornamento dei beccatelli di sostegno agli archetti pensili. Anche il tipo di ornato, dominato da protome di cavalieri ricoperte da una variante dell’elmo normanno, fornito di nasale, si differenzia dal repertorio ornamentale romanico diffuso in Ossola e sembra celebrare, con austero fasto, i committenti, forse quei miles oblati alla difesa dei diritti feudali della Chiesa novarese, governata da Pietro III il prudente (994-1032), primo vescovo Conte insediato sulla cattedra di San Gaudenzio8. Anche i campanili del San Bartolomeo di Villadossola — ritenuto l’esempio più compiuto di torre campanaria romanica in tut-

ta l’area coperta dall’attività dei maestri lombardi — del San Brizio di Vagna, dei Santi Pietro e Paolo a Crevola e del San Giorgio di Varzo vennero edificati nello stesso secolo. Costruiti con minore rigore stilistico e tecnica più rudimentale, perciò attribuibili a maestranze locali, sono contemporanee a quelle citate in precedenza le chiese di San Quirico a Calice di Domodossola, di Santa Maria al Piaggio di Villadossola — con il campanile — di San Graziano a Candoglia — con campanile a vela — di San Giacomo al Basso di Mergozzo e il campanile di San Pietro a Pallanzeno. Durante il secolo XII sono sempre aperti in Ossola i cantieri dei maestri lombardi che nelle decorazioni di alcune chiese introducono un materiale usato in precedenza solo a Crevola, ossia il marmo locale, nell’alta Ossola, e quello di Candoglia, nella bassa Ossola. Esempi che documentano l’innovazione si hanno con Santa Maria al cimitero di Bracchio, il campanile della Beata Vergine Annunciata di Albo e i rimaneggiamenti delle chiese dell’Assunta di Montecrestese e del Sant’Ambrogio di Seppiana. Al secolo XII sono datate anche le chiese della Beata Vergine Assunta di Santa Maria Maggiore, di Santa Marta a Mergozzo, il campanile di Montecrestese — all’interno di quello costruito nei secoli XVI- XVII — quelli del Sant’Ambrogio di Seppiana, del Sant’Abbondio di Masera e del San Lorenzo di Megolo. Le primitive chiese di San Martino a Masera, di San Giulio a Cravegna e di San Gaudenzio di Baceno, ora mutate dalle ricostruzioni posteriori, venivano edificate nello stesso secolo. L’edificio sacro più importante — perché più complesso e più aderente alle soluzioni adottate nei grandi centri metropolitani — fra quelli costruiti nel XII secolo è San Giovanni a Montorfano di Mergozzo. Sorto nello stesso sito dove già esisteva una chiesa a tre navate absidate, è l’unico esempio nell’Ossola di edificio romanico costruito su pianta a croce latina ed è anche il solo che abbia la navata e il transetto coperti da volte a crocera raccordate all’incrocio dalla cupola del tiburio. Gli elementi decorativi che contornano la chiesa e coronano l’abside con un seguito di archetti a fornice, sono in parte provenienti dalla chiesa preesistente e in parte opera dei lapicidi che l’edificarono. Il tempo ci ha conservato due sole sculture romaniche e anch’esse giungono a noi, in stato frammentario, dal XII secolo. La pri205


ma, più nota e già ampiamente studiata, fungeva da architrave nell’antico portale della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio a Domodossola, dove ora è conservata all’interno, scolpita in serpentino, rappresenta una scena del poema trovadorico de «La canzone di Orlando», celebrativo delle gesta di Carlo Magno e dei suoi paladini. La seconda è un Crocifisso scolpito in marmo di Crevola, incassato in un muro di sostegno a monte dell’antica strada antronesca a Seppiana, che pare possa essere attribuita a un anonimo maestro locale, autore di altri frammenti scultorei inseriti nella ornamentazione del Sant’Ambrogio di Seppiana9. Poco più ricco è il catalogo della pittura romanica10 che, probabilmente, un tempo decorava l’interno di molte chiese ossolane. Le più antiche risalgono agli inizi dell’XI secolo e sono sei frammenti di figure affrescate di cui rimangono tre busti, una testa, un volto e un braccio, ora conservate nella sacrestia del San Giorgio di Varzo e provenienti dalla navata centrale della stessa chiesa corrispondente alla precedente aula romanica. A Santa Maria di Trontano, nella navata centrale, un frammento decorativo ricorda l’antica ornamentazione affrescata a metà dell’XI secolo su tutte le pareti, di cui rimangono tracce anche nelle strombature delle finestre e, infine, a Villadossola, nella chiesa di Santa Maria al Piaggio, nell’abside settentrionale è conservata gran parte delle immagini affrescate alla fine del secolo XII: sopra una serie di sei apostoli dipinti sul tamburo dell’abside, nel catino è rappresentata la SS. Trinità secondo un tipo iconografico inconsueto. Ultimi nel tempo, rimasti a testimoniare l’estinguersi dell’età romanica ossolana, sono i resti della chiesa di San Francesco a Domodossola, della seconda metà del XIII secolo, ora inglobati nel palazzo Galletti, fra i quali spiccano i capitelli figurati, scolpiti in serpentino, che mostrano come lo stile romanico-lombardo abbia avuto lunga vita nel gusto ossolano. Giustamente a Vogogna è affidata la testimonianza del Trecento in Ossola, perché proprio durante la prima metà del secolo il centro ossolano assunse il ruolo di capitale dell’Ossola inferiore e venne potenziato con il castello eretto dal Vescovo di Novara Giovanni Visconti e dotato di palazzo pretorio, costruito nel 1348, che manifestava la nuova dignità del borgo11. 206

L’arte ossolana fra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento assume la fisionomia degli affreschi sgargianti di colori, fittamente decorati, del Pittore della Madonna di Re12. Attivo durante l’ultimo ventennio del Trecento lungo la valle della Toce, è presente nell’area dell’Alto Novarese per tutto il primo ventennio del Quattrocento. I suoi modi attardati, ancora legati alla pittura romanica, ingentiliti da apporti gotici, sembrano identificarsi con la semplicità di sentimento della devozione popolare che, riconoscendosi nella nitida ingenuità delle immagini affrescate e riconoscendo con chiarezza le valenze simboliche, dottrinali e culturali, delle iconografie, volentieri s’affida al pennello del pittore della Madonna di Re e lo chiama a frescare sulle case — a Ronco di Trontano circa nel 1380, una Crocefissione, Sant’Antonio abate e la Madonna del latte — e nelle chiese — nel San Quirico di Calice a Domodossola, prima l’Ultima Cena e quindi nel 1391 San Michele, San Giulio e la Madonna; il paliotto della Natività per la chiesa di Santa Maria al Piaggio a Villadossola, eseguito fra il 1390 e il 1400; la Madonna di Re, da cui prende il nome, ora nel santuario omonimo, attorno al 1400. Mentre s’avviava il quarto decennio del Quattrocento un frescante, attivo nel novarese, quasi ricalcando gli itinerari del pittore della Madonna di Re, si volgeva alle valli ossolane: Giovanni De Campo, anzi la ampia sezione di un suo affresco, raffigurante la Madonna del Latte affiancata, sulla destra, dalla coppia dei Santi Pietro e Antonio Abate, staccato da una casa di Oira, in valle Antigorio, e ora conservato nel convento del Sacro Monte Calvario di Domodossola, si pone, allo stato attuale delle ricerche, quale opera prima del pittore, giacché graffito, dalla invadenza di un devoto sprovveduto, sulla superficie di sfondo tra la Madonna e San Pietro, si legge il millesimo 1433, termine ante quem quindi per la datazione della opera, che anticipa pressoché di un decennio l’anno 1440 dal quale si faceva iniziare la cronologia concernente l’attività di Johannes De Campis. Oltre ai caratteri stilistici, peculiari all’opera del De Campo, garantisce l’autografia dell’affresco la sigla dipinta, poco sopra il margine inferiore, sullo sfondo fra la Madonna del latte e San Pietro, YO, sovrastata da un segno di imbreviatura, perciò trascrivibile per esteso Johannes. Altre opere ossolane attribuibili con sicurez-


Giovanni de Campo, Serie di Santi, affresco ca. 1450. Vogogna, Oratorio di san Pietro a Dresio.

za alla mano del De Campo sono: l’affresco dell’oratorio di san Pietro a Vogogna raffigurante San Pietro, assiso sul soglio pontificio, a cui San Martino, in figura di cavaliere cortese, presenta un devoto adolescente inginocchiato, seguito dai santi Antonio Abate e Bernardino da Siena; gli affreschi sulle superfici absidali nel San Quirico di Calice a Domodossola, dall’Annunciazione, sul fronte dell’arco trionfale, al Pantocratore, attorniato dai simboli degli evangelisti, nel catino, alla serie degli Apostoli e della Crocefissione ai lati dei Santi titolari Quirico e Giulitta sul registro superiore del tamburo, che nella parte inferiore è decorato con le Opere di misericordia corporali. Altre immagini di Santi e della Beata Vergine sono dipinte sulle pareti laterali della navata. In altre sedi ossolane si sono ritrovate opere del De Campo, come la Madonna del Latte di Santa Maria Maggiore e i resti di una Annunciazione affrescata sul fronte dell’arco absidale del Sant’Abbondio di Masera che mostrano il maestro novarese attivo in Ossola fino al VI decennio del secolo XV13. Opere che, lasciano supporre come il soggiorno in Ossola dell’artista novarese non fosse sporadico, ma duraturo, determinato dalle richieste di committenti di rango formati al gusto corte-

se diffuso dalla capitale lombarda. I richiami ai preziosismi decorativi degli sfondi miniati da Michelino da Besozzo, l’eleganza degli abbigliamenti e dei panneggi, accomodati in pieghe ricadenti e fluenti attorno alle figure, rivelano un ritardo stilistico dell’autore, ancorato alle ricercatezze del decorativismo gotico, persistente nella cultura provinciale, attestata in Ossola ancora negli ultimi decenni del secolo, segnati dalla comparsa dei pittori “Seregnesi” provenienti da Lugano, dove tennero bottega dal sesto all’ultimo decennio del secolo XV14. Cristoforo e Nicolao da Seregno, zio e nipote, seppero accendere vivo interesse nella committenza vigezzina, come dimostra l’alto numero degli affreschi che furono incaricati di eseguire in parecchi centri della valle, per lo più da una committenza privata desiderosa di ornare case o cappelle rurali con immagini sacre di gusto arcaico, attardate in moduli figurali e ornamentali ancorati a stilemi gotici. La devozione del popolo chiedeva immagini ieratiche, eloquenti nel rappresentare il soppranaturale, ma nel contempo semplici e facilmente riconoscibili. A tali attese i Seregnesi corrisposero dipingendo con grazia devota e persuasiva semplicità il panteon della devozione locale, in forme asciutte, ancorché 207


mosse da una elementare eleganza, esatte nell’associare ad ogni figura sacra gli attributi iconografici atti a riconoscerla al primo sguardo. Danno chiara testimonianza di questo momento tardo gotico la Madonna in Maestà di Santa Maria Maggiore, proveniente da Toceno, l’Uomo dei Dolori, all’esterno dell’oratorio di Sant’Antonio sempre a Toceno; le tre Madonne in Maestà a Craveggia; gli affreschi di Sasseglio sviluppati in due riquadri con la Madonna in Maestà affiancata dai Santi Giulio e Antonio Abate e i Santi Sebastiano e Rocco, e ancora a Druogno la Madonna del Latte affrescata a Gagnone; la delicata suggestione della Madonna della Misericordia nel Sant’Ambrogio e la Madonna col Bambino nella cappella di San Bernardino ambedue a Coimo. Lasciata la Valle Vigezzo, dopo una puntata verso settentrione a Montecrestese nella villa di Cardone, dove i Seregnesi affrescavano una esemplare Madonna in Maestà, ora conservata al Sacro Monte Calvario di Domodossola, i pittori volgevano i passi verso le Quattro Terre per affrescare l’interno e il fronte dell’oratorio di Santa Marta a Cosasca di Trontano e raggiungere, in un secondo tempo, Vogogna, chiamati ad arricchire l’interno dell’oratorio di San Pietro a Dresio con una fascia affrescata nello spazio sottostante all’affresco steso in precedenza da Giovanni De Campo. Forse sulla via del ritorno, i frescanti vengono incaricati di ornare in parte le absidi inferiori del Santuario villese del Piaggio, dedicato alla Beata Vergine Assunta, dove fra i lacerti rimasti del decoro pittorico è ancora leggibile la data 6 luglio 1477. Quasi in sintonia stilistica con i frescanti novaresi e luganesi si affaccia alla ribalta ossolana, durante l’ultimo quarto del XV secolo, uno scultore, Antonio fu Francesco da Domodossola, in antecedenza indicato come Maestro di Crevola15, interprete del faticoso passaggio dal tradizionale repertorio tardogotico all’emergente lezione rinascimentale che dai grandi cantieri lombardi, per via d’acqua, perveniva agli approdi della Toce. Antonio da Domodossola lavorò nell’alta Ossola per committenti del patriziato locale legati alle famiglie dei Baceno e della Silva. Oltre ad alcune Madonne in trono con il bambino, sono attribuite alla sua mano le sculture della facciata appartenenti al primo rifacimento della chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Crevoladossola, datata 1475, che in semplificata sintesi si ispira alla partitura decora208

tiva della facciata della Certosa di Pavia. La via d’acqua era privilegiata per trasportare a Milano e a Pavia i marmi provenienti dalle cave ossolane di Candoglia, Ornavasso e Crevola e proprio a Pavia Antonio da Domodossola dava inizio a una dinastia di scultori per tre generazioni presenti nel cantiere del Duomo pavese, ma altresì nella valle d’origine, in cui, portando il cognome Degli Arrigoni, torneranno sporadicamente a lavorare. È una vicenda esemplare quella Degli Arrigoni poiché documenta a quali fonti si è venuta formando la cultura artistica che in Ossola seppe esprimere in scultura e architettura la stagione rinascimentale, aperta dai contatti, documentati daI 1491 al 1520, che Giovanni Antonio Amadeo ebbe con l’ambiente delle cave ossolane, dove, il suo ruolo dominante di architetto ducale, l’aveva portato per provvedersi dei materiali lapidei di cui necessitavano le imprese che, sotto la sua direzione erigevano a Milano e a Pavia edifici fra i più significativi del Rinascimento lombardo. Quel poco della cultura rinascimentale pavese e milanese, tenuemente filtrato dall’impianto della facciata dei Santi Pietro e Paolo di Crevola o dai finti nicchioni da cui s’affacciano le compatte figure dei Santi eseguiti da Antonio da Domodossola, viene portato a maturazione da suo nipote, Lorenzo degli Arrigoni figlio di Giovannino architetto e scultore, autore dell’ampliamento della navata della parrocchiale di Crevola (ante 15211526) e architetto della nuova chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo di Vogogna (1527-1532), crollata nel 1975, nonché scultore dello splendido tabernacolo marmoreo conservato nella Parrocchiale di Santa Maria Maggiore firmato e datato: MDXXXV XVIII KAL. AUG. LAURENTIO ARIGONIO ARTEFICE PAPIENSE16. Lorenzo Arrigoni, oltre a una nuova concezione dei parametri e degli spazi architettonici, introduce in valle un proprio approccio al Rinascimento lombardo dagli accenti pavesi, rivelato, in particolare, dal tipo di ornato dei capitelli, dal fusto delle colonne ancora cilindrico, e dalla inelegante spessezza, e dal disegno dei rilievi ornamentali, scolpiti solitamente nelle cornici dei portali, ancorché eseguiti con mano greve imputabile in parte al materiale lapideo, in parte al trattamento dei lapicidi locali esecutori dei bassorilievi. Veramente in questa valle alpina non s’ebbe mai l’au-


tentico Rinascimento di lezione albertiana, ma piuttosto uno pseudorinascimento milanese d’orientamento solariano, accolto per rinnovare forme ormai logorate da una tradizione secolare e non più confacenti ai nuovi modi di vita imposti dal mutamento culturale in atto. Qualche primo segno da taluni portali e acquasantiere della valle Antigorio — Baceno, Cravegna, Crodo — opere di uno scultore dipendente dalla Fabbriceria del Duomo di Pavia, Giovan Pietro di Castello del Lambro, avverte che già il gusto è mutato, ma il mutamento è totale nel rinascimentale palazzo dei Della Silva a Domodossola, edificato nel 1516. Esempio stilistico, che si rifletterà nella rustica edilizia signorile ossolana con l’introduzione di nuove soluzioni formali, soprattutto nella incorniciatura di porte e finestre, e strutturali, come la scala a chiocciola, di gusto francesizzante variata negli sviluppi dal genio creativo delle maestranze locali, modello designato a segnare profondamente l’immagine architettonica della Valle, come si può osservare nelle numerose case cinquecentesche ancora esistenti. L’esito più compiuto, sebbene tardo, della lezione rinascimentale lombarda è ravvisabile nella facciata marmorea della chiesa di San Nicolao a Ornavasso, costruita fra il 1542 e il 1587, con lo stesso marmo locale apprezzato in particolare dai costruttori lombardi del Quattro e Cinquecento17. Ma non tutti e non sempre i committenti ossolani, fautori delle opere di rinnovo attuate nei molti cantieri aperti durante il Cinquecento, accettarono il dominio culturale della corte milanese di intonazione bramantesca, anzi parrebbe che una parte politica, identificabile con l’esteso parentado dei Baceno-De Rodis, a cui furono legati i Della Silva, i Campieno e altri ceppi familiari da essi derivati, professando la loro adesione alla religiosità francescana con opere orientate dalla predicazione dei Minori Conventuali di Domodossola, manifestassero, tramite le commissioni artistiche da essi patrocinate, inequivocabile propensione per quell’arte cortese di tradizione medievale presente negli esiti del rinnovo architettonico milanese presieduto dall’autorità della dinastia dei Solari. I committenti della consorteria nobiliare antigoriese, prendendo culturalmente parte, si rivolsero a maestranze ossolane capaci di mediare con vigore il loro intento, come tutt’oggi testimonia la maggior parte delle opere esegui-

te in quell’ambito territoriale durante i primi decenni del Cinquecento. In architettura, particolarmente accogliendo lo schema gotico, stigmatizzato dall’impiego dell’arco a sesto acuto, vennero ampliate le chiese romaniche del San Giulio di Cravegna e del San Gaudenzio di Baceno, dell’Assunta di Montecrestese e della Natività di Maria Vergine di Trontano. Attribuzione d’opere architettoniche, in precedenza lasciate nell’anonimato, a maestranze locali solo oggi possibile perché accertata dalla recente pubblicazione di un illuminante saggio sull’opera svolta, nel territorio della città Umbra di Spello, da maestranze edili provenienti dall’Ossola e particolarmente dall’alta valle Antigorio, costituite dall’aggregazione, su base parentale, di “sotii” provenienti dal territorio di Premia e segnatamente dalla frazione di Piedilago (anticamente Pidelata)18. “Magister” della prima generazione furono Bertolino di Andrea di Bertolino e Giovanni di Domenico di Bartolomeo da Domodossola che, guidando la compagnia degli Antigoresi, edificarono fra il primo e il quarto decennio del cinquecento, nell’agro di Spello, la chiesa di Santa Maria della consolazione di Vico, detta Tonda, e l’adiacente convento dei Servi di Maria, o Serviti, oltre ad altri edifici religiosi e civili in città. E’ plausibile ritenere come proprio a queste maestranze venisse affidato l’ampliamento e la ristrutturazione degli edifici di culto romanici siti nella valle della Toce, giacché riunite in compagnia di “sotii” ossolani, sul modello statutario dei “maestri comacini” o degli “Antelami” – già disciplinati dagli editti alto medievali dei re longobardi Rotari, del 643, e Liutprando, del 713 – si proponessero come continuatori dell’arte edificatoria medievale, trasmessa di generazione in generazione, e rinnovata con la frequentazione operativa dei cantieri aperti nell’area milanese attivi nel XV secolo. Sintomatiche del rinnovo rinascimentale milanese, sotto l’egida della dinastia degli architetti Solari, Giovanni (1400 c.-1484 c.), Guiniforte (1429-1481) e Pietro Antonio (1450 c. – 1493), sono talune caratteristiche d’esso passate nelle ristrutturazioni ossolane: la composizione unitaria dello spazio liturgico, che privilegia la continuità orizzontale delle navate; alcuni elementi formali, quali l’uso, non esclusivo, dell’arco a sesto acuto; l’applicazione di ornati scultorei sui portali e sulle nervature delle finestre ogivali (Bace209


Hans Funck, Madonna in trono venerata da Santi e donatori, vetrate istoriate e dipinte (Berna) 1526. Crevoladossola, Santi Pietro e Paolo.

no) e la formazione delle colonne, dal capitello, di tipo corinzio dalla fogliatura corposa ed elementare, al fusto cilindrico, sovente massiccio, alla base “unghiata”, ossia posata su un plinto parallelepipedo ornato da elementi fogliari ricadenti agli angoli. E’ probabile che, in concomitanza alla chiusura dei cantieri ossolani, si manifestasse il fenomeno migratorio verso l’Umbria delle maestranze edili antigoresi, alla ricerca di committenze necessitanti di costruttori competenti per realizzare opere murarie anche di complessa struttura. Acme espressivo della reazione oppositiva posta in essere dai “laudatores temporis acti”, memori dei previlegi e delle origini feudali della loro nobiltà, sembra porsi il presbiterio dei Santi Pietro e Paolo di Crevoladossola riedificato, completando l’ingrandimento terminato nel 1526, per volontà dei committenti Paolo e Andreina Della Silva, che conferirono l’incarico del progetto e della direzione dei lavori a Ulrich Ruffiner, architetto di origine valsesiana molto attivo al servizio delle più potenti personalità politiche del vicino Vallese, interprete fra i più austeri e dotati di quel tardo gotico internazionale diffuso nei paesi di lingua tedesca e bene accetto alla corte di Francia19. Nel 1526 l’integrazione della parrocchiale crevolese era terminata, completata, secon210

do la progettazione caratteristica del Gotico internazionale, dai diaframmi vitrei istoriati incassati nei finestroni e nel rosone dell’abside, splendidamente eseguiti da Hans Funck, uno dei massimi maestri vetrai bernesi del tempo. Anche a Baceno, ultimati i lavori di ampliamento nel quinto decennio, si provvide a chiudere le luci dei finestroni gotici e dei rosoni con vetrate dipinte, ma queste, datate 1547, vennero eseguite nella bottega di Anton Schiterberger maestro vetraio zelatore di quel manierismo che a Lucerna, dove operava, e nei cantoni cattolici, si opponeva, in decori e figure, di ricchissimo sviluppo ed elegante fattura, alla castigatezza iconoclastica dei cantoni riformati20. La pittura del Cinquecento ossolano dimostra quanto forte fosse, anche culturalmente, la dipendenza di questa valle dal Ducato di Milano a cui apparteneva; tuttavia nei primi decenni del secolo è ancora una famiglia di pittori novaresi, quella di Tommaso Cagnola e dei suoi figli Giovanni, Francesco e Sperindio a detenere il controllo delle più prestigiose commissioni sia pubbliche, sia private. Al padre Tommaso vanno attribuiti il ritratto ad affresco di un signore villese appartenente alla famiglia dei Baceno e una Madonna in Trono con il Bambino, datati 1502, provenienti da una casa di Sogno — frazione di Villadossola — ora conservati al Sacro Monte Calvario di Domodossola21, ascrivibili all’opera del maestro novarese per il garbo rinascimentale del limpido disegno e pei decori ad arabesco che campiscono gli sfondi; del figlio Francesco sono l’immagine mariana, piuttosto ingenua, affrescata nel Santuario di

Antonio Schiterberger, rosone della Trinità, vetrata dipinta e istoriata, (Lucerna) 1547. Baceno, San Gaudenzio.


Sperindio Cagnola, Tentazione di Adamo, affresco inizi sec. XVI. Baceno, San Gaudenzio.

Viganale 2 2 , firmata e datata 1516, e la Adorazione del Bambino proveniente da una casa di Montecrestese conservata accanto ai lavori del padre al Sacro Monte Calvario di Domodossola, datata 1513, ai quali maggiormente si accosta per il lindore esecutivo e per l’armoniosa composizione; problematiche invece sono le attribuzioni a Sperindio, poiché dei suoi lavori citati nella documentazione diplomatica nessuno è rimasto ad accertare quali fossero i suoi modi espressivi, tuttavia, essendo documentata la sua associazione ad alcune imprese pittoriche di Gaudenzio Ferrari, si possono attribuirgli alcune opere improntate dalla maniera novarese dei Cagnola, animate però da un naturalismo più convincente e nordicizzante di lezione gaudenziana, come mostrano gli affreschi stesi sulle volte del Presbiterio, nella cappella della Madonna del Rosario e la Tentazione di Adamo sulla parete di fondo, a destra dell’altare maggiore23, nel San Gaudenzio di Baceno e una Madonna in Trono col Bambino nella casa parrocchiale di Crodo, che sono al più alto livello raggiunto in Ossola dalla pittura dei Cagnola, nei quali è ipotizzabile che Sperindio, il

fratello dalla mano più colta, si fosse valso per eseguirli dell’aiuto di Francesco e forse anche di Giovanni. Il primo dei pittori lombardi giunto in Ossola è il varesino Francesco de’ Tatti, chiamato dal capitano reale Paolo Della Silva, si ha fondato motivo di supporre su suggerimento dello zio materno Giovan Francesco Origoni, per dipingere intorno alla venerata immagine della Madonna della Neve, affrescata nel Santuario di Domodossola, gli elementi figurali di contorno, stesi su tavola, della nuova pala, siglata e datata 1516 che, con la Pietà conservata nell’oratorio di Santa Marta a Craveggia, reca in Ossola l’eco di quei fermenti immessi nel Rinascimento milanese dall’aulica classicità vagheggiata e proposta dal Bramantino24. Chiamato dallo stesso committente Paolo Della Silva, giunge in Ossola, quasi contemporaneamente, Fermo Stella da Caravaggio per affrescare fra il 1518 e il 1526 il presbiterio, appena ricostruito, nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Crevoladossola e, dopo qualche anno, l’ex battistero per la stessa comunità parrocchiale, mentre dipinge su tavola il trittico per l’altare della cappella Mellerio nel San Mar211


tino di Masera 2 5 . Con l’artista caravaggino la cultura artistica ossolana acquisisce l’esperienza di una versione diversificata dell’influenza gaudenziana, in cui i portati della cultura d’oltralpe accentuano il carattere realistico delle figure e introducono nuove soluzioni compositive per soggetti tradizionali, come nell’ Ultima Cena di Crevoladossola. A metà, all’incirca, del terzo decennio del secolo il San Gaudenzio di Baceno venne dotato di un organo e con esso le quattro tele, tese a foderare le facciate esterne e interne delle ante mobili applicate allo strumento, dipinte nella bottega milanese di Bernardino Luini per raffigurarvi i Santi Gaudenzio, Luigi IX di Francia, Ambrogio e Maurizio, ora custodite, come quadri distinti, nel San Mattia di Oira26. L’apporto del maestro milanese ebbe certamente risonanza in valle, anche perché associato a un organo, suppellettile rara nelle chiese ossolane del tempo, destinata a suscitare molta curiosità, che diede modo agli Ossolani di accostarsi a un esempio della più pura e rigorosa interpretazione del Rinascimento data nelle botteghe milanesi del primo quarto del Cinquecento. Più estesa è l’opera di Giovanni Battista da Legnano giunto dalla residenza di Varese in Ossola mentre iniziava il secondo quarto del Cinquecento27. L’esordio del pittore in valle Vigezzo, chiamato ad affrescare il presbiterio del Sant’Antonio Abate di Toceno, non precluse la sua disponibilità all’accettazione di commissioni private, di cui rimangono gli affreschi per la cappella di Garavà ad Albogno (1527) e quelli della cappella della Pila a Craveggia (circa 1534), che intervallano gli incarichi affidatigli da committenti pubblici, quali gli affreschi per le Logge dei Bandi di Craveggia, datati 1531, e di Toceno, posteriori di qualche anno, lavori che lo porteranno, nel 1534, alla conclusione della sua attività in Vigezzo con gli affreschi stesi a campire le pareti laterali dell’oratorio di San Rocco a Crana, dei quali restano, in esecuzione originale, solamente quelli della parete occidentale, a rappresentare in scene edificanti i fatti narrati dalla Vita del santo titolare. Con la medesima disponibilità riservata ai committenti vigezzini, anche in valle Antigorio Battista da Legnano, svolgendo durante il quarto e il quinto decennio del Cinquecento una impressionante mole di lavoro, assume commissioni pubbliche e private. Entro il 1537 dipinge immagini devozionali di soggetto mariano su 212

dimore patrizie a Pontemaglio e a Cruppo di Crodo, mentre ha già avviato l’impresa pittorica più impegnativa portata a compimento nel 1539 ossia le Scene della Passione nel presbiterio del San Giulio di Cravegna e nel contempo, ancora a Cravegna esegue gli affreschi che il committente Antonio Nocetti, padre di Innocenzo IX, gli aveva dato incarico di dipingere nell’oratorio di Santa Croce. L’attività di Battista da Legnano in Ossola si conclude, sempre in valle Antigorio, dove nel 1542 affresca una Madonna del Latte con Sant’Antonio Abate per l’abitazione di Giovanni De Campieno a Smeglio di Mozzio e la Madonna del Latte coi Santi Pietro e Paolo nella cappella ai Piani Superiori di Crodo. Ancorchè artista radicato alla versione foppesca del Rinascimento lombardo, osservata nella bottega comacina dello zio Alvise De Donati, di cui è allievo e talvolta procuratore, si mostra pronto ad aggiornare l’apprendimento scolastico volgendosi al magistero di quelle grandi personalità artistiche che avevano scosso la tradizione rinascimentale lombarda: Leonardo e il Bramantino, come s’avverte con particolare evidenza, seguendo la successione cronologica di stesura delle scene affrescate nel San Giulio di Cravegna. Il 1542 è altresì l’anno in cui Antonio Bugnate di Borgomanero firma e data la vasta opera affrescata per il San Gaudenzio di Baceno 2 8 , che porta il realismo di Gaudenzio Ferrari a estremi vernacoli, accesi da impulsi riformatori, scesi dall’oltralpe luterano gravati da fantasiose cupezze, come quelle spiranti dall’immagine demoniaca che dalla volta sovrasta la grande Crocefissione, stesa, con suggestiva animazione, sulla parete occidentale del presbiterio. Degli affreschi eseguiti nella cappella, ora dell’Assunta, in capo alla navata orientale, rimangono, discretamente conservati, i decori della volta a finti trafori gotici, il fronte della lunetta sopra l’arco settentrionale, raffiguranti la Conversione di Saulo, e i fatti della vita di San Gaudenzio sotto il finestrone orientale, mentre è appena rintracciabile la figurazione della grande Crocefissione di San Pietro stesa sulla parete di fondo, dietro la pala dell’altare. Ancora visibile rimane in facciata la gigantesca figura di San Cristoforo, testimonianza conclusiva dell’attività del Bugnate in Ossola. Il 1542 è un anno nodale per la cultura artistica locale, poiché durante il suo corso giungono all’epilogo le vicende artistiche ossolane di Battista da


Antonio Bugnate, Crocefissione, affresco 1542. Baceno, San Gaudenzio.

Legnano e di Antonio Bugnate e nel contempo si ha l’esordio di un pittore, ad essi culturalmente collegabile, discendente da un nobile casato di Montecrestese, che firma e data Jacobus de Cardone/Nomine Antonii Petri Mellini/Pinxit 1542 la sua prima opera: una Madonna in Trono col Bambino nella cappella a Castelluccio di Montecrestese29. Le numerose opere site in Ossola attribuibili a Giacomo De Cardone, caratterizzate da una maniera decisamente originale, facilmente riconoscibile, ancorché diseguale per il variare delle tipologie figurali e decorative assunte durante i quattro decenni in cui l’artista lavorando sviluppò la sua personalità, hanno l’avvio stilisticamente riconoscibile nell’intervento profano, eseguito ad affresco nel 1547 ad Alteno di Montecrestese, nella abitazione del Presbiter Giovanni De Rodis, ora diroccata, sacerdote che probabilmente aprì l’accesso alle commissioni affidate al Cardone per decorare l’interno della parrocchiale, dedicata alla Bea-

ta Vergine Assunta, con le due figure dei Santi Giovanni Battista e Sebastiano nel 1547 e, intorno al 1550, con gli affreschi eseguiti nella cappella della Confraternita di Santa Marta – ora del Battistero – dei quali rimangono i finti trafori gotici della volta e la grande Crocefissione, sulla parete di fondo, dagli aspri accenti settentrionali, probabilmente dipendenti sia dalla lezione del Bugnate, sia dalla frequentazione dei circoli amadeiti milanesi. Nel 1553 il pittore è a Premia incaricato di completare il decoro del presbiterio nella chiesa di San Michele con le figure dei Santi Barbara e Antonio Abate e la solenne Beata Vergine in gloria venerata da San Rocco, su uno sfondo paesistico ispirato a luoghi del natio Montecrestese, mentre con la stessa data è segnata la Beata Vergine in Maestà affiancata da Sant’Antonio Abate eseguita ad affresco all’esterno di una casa nella frazione di Rozzaro sempre a Premia. Il Cardone è ormai pronto, con chiarezza di pensiero e maturità di stile, per affrontare il suo ruolo di autore dominante la fase conclusiva dei cantieri antigoresi, nei quali, ultimate le opere architettoniche venivano apportate le finiture degli interni con la decorazione delle volte e delle pareti ricostruite o aggiunte. Ruolo confermato intorno al 1554 quando assunse la commissione più importante eseguita da un artista nel corso del secolo XVI, l’intera decorazione ad affresco sulle volte e sui sottarchi delle navate laterali nel San Gaudenzio di Baceno, nonché l’Ultima Cena sulla parete di controfacciata, a destra dell’entrata settentrionale, e sulle pareti della navata orientale, nella prima campata, il Transitus Animae di Santa Maria Maddalena, l’Adorazione dei Magi, recentemente liberata dalla scialbatura sovrapposta, e, presso il battistero, la Deposizione della Croce. Ma tanta operosità subì un traumatico intervallo quando, nel febbraio 1561 venne arrestato a Milano dal tribunale della Sacra Inquisizione, pendente l’accusa di eresia, e il sette aprile seguente, dopo formale abbiura, venne assolto con la riserva precauzionale di eseguire nei cinque anni seguenti le penitenze comminate dall’Inquisitore. Durante la sospensione penitenziale, ritiratosi a vita privata, ebbe modo di costruire una nuova ala aggiunta alla casa paterna e di decorarla all’esterno e all’interno con splendidi fregi graffiti a grottesche e ad affresco come la Predicazione del Battista sulle rive del Giordano, datata 1564, sulla cap213


pa del camino nel saloncino d’onore. E’ probabile che l’atto di accusa sia stato motivato dalle scene dell’Infanzia di Gesù affrescate sulla volta della terza campata nella navata orientale, ispirate da soggetti tratti dalle illustrazioni silografiche della luterana Leien Bibel. Fra il 1564 e il 1565, o poco oltre, saranno affrescate anche le restanti volte e i sott’archi della navata occidentale. L’interludio profano, anticipato dai decori di Alteno datati 1547, culminò nel fregio eseguito per decorare il saloncino di rappresentanza della casa Marini al Boarengo di Crodo, composto da scene mitologiche alternate a stemmi di casate della consorteria nobiliare antigorese e da grottesche, affrescate nei primi anni del sesto decenio del secolo XVI, simile a quello perduto eseguito nella sala verde del castello Della Silva di Crevoladossola. I fregi a graffito e ad affresco stesi nel 1564 per ornare la sua abitazione sembrano, per ora, concludere il ciclo di opere profane eseguite dal Cardone, se nel 1566, affrescando il 18 giugno la Beata Vergine in Maestà col Figlio venerata da San Rocco sulla facciata di una casa all’alpe Salera di Crodo e il 28 luglio inserendo fra i decori esistenti della cappella ai piani superiori di Crodo le immagini dei Santi Antonio Abate e Sebastiano, mostra d’essere tornato nell’alveo della pittura sacra. A riprova va ricordato il lavoro del Cardone nella cappella cimiteriale di Cardezza dedicato agli Atti della vita di San Rocco, affrescati sulla volta poco dopo il 1570. L’ultimo intervento di Giacomo de Cardone è ancora conseguente all’esigenza di ornare una delle grandi chiese rinnovate in area antigorese, ossia quella dei Santi Pietro e Paolo di Crevoladossola, infatti, committente la “Compagnia degli Huomini che lavoravano a Roma” gli venne assegnato l’incarico di affrescare il dossale dell’altare Dell’Annunziata con i Santi Gervasio e Protasio, sulle paraste anteriori, e, sulla parete incurvata sopra l’altare, la Beata Vergine in Trono affiancata dai Santi Sebastiano e Rocco al centro, tra le scene laterali del Battesimo di Gesù e della Disputa coi dottori nel Tempio, dove sulle pagine del libro aperto davanti a Gesù è dipinta, in forma abbreviata, la scritta “1573 7embris Jacobus de Montecristesio pingebat”, così datando e firmando il suo ultimo lavoro in Ossola superiore. E’ lecito supporre che il Cardone si valesse di aiuti per realizzare la vasta produzione attribuitagli e a sostegno 214

dell’ipotesi avanzata si potrà citare l’esempio del “Dominus Magister Johannes depintor f.q. Domini Andree dicti Mauri de Vogonia” nominato in un contratto del 1552, che data e firma “1563 DIE SEPTIMO JUNY JOANNES MAURUS VOGONIENSIS PINX.” i quattro Profeti, affrescati nell’infradosso dell’arco che distingue la prima campata della navata occidentale dalla navata centrale del San Giorgio di Varzo, unico resto noto della pittura eseguita dal maestro vogognese, fortemente inclinante ai tipi e alla maniera del Cardone, tanto da poterne ipotizzare il discepolaggio. Forse fu il Mauro, residente a Vogogna, centro podestarile dell’Ossola inferiore e delle Quattro Terre, ad aprire i contatti del Cardone con la commmittenza di quell’area ossolana, che lo volle autore delle manifestazioni pittoriche attestanti la devozione locale. Sono infatti attribuite al Cardone le immagini devozionali affrescate: nella cappella dell’abitato di Battiggio a Vanzone, datata 1552; sulla parete esterna della casa appartenuta al notaio Giovanni Mora di Anzino del 1552 ca.; la Madonna in Trono col figlio, datata 1559, e l’analoga Maestà Mariana affiancata da Santa Lucia e devoto, datata 1576, entrambe perdute, ma documentate da riprese fotografiche risalenti agli anni sessanta dello scorso secolo; nella cappella nell’agro di Molini, frazione di Calasca, datata 1576; nella cappella in località La Piana in val Baranca, nel territorio di Bannio, del 1576 ca.. Ancora contemporanea, pare, ai primi affreschi di Montecrestese del 1547, la Maestà Mariana affrescata un tempo in una cappella rurale a Vaciago di Ameno, sopra il lago d’Orta, ora venerata nel Santuario della Bocciola, eretto ed ampliato nello stesso sito nel corso di tre secoli dal XVII al XIX. Gli esiti di una attività creativa tanto estesa rivelano la personalità complessa dell’autore: edotto dall’esperienza lombarda, che, principiando dai contatti col mondo accademico frequentato negli anni giovanili, maturò a confronto coi lavori di Battista da Legnano e del Bugnate, aggiustò poi alla propria poetica volgendosi, controcorrente, alla pittura dell’Oltralpe di lingua tedesca, forse prendendone visione diretta, certamente conoscendone la produzione a stampa. Né si potrà concludere la breve escursione attraverso il patrimonio pittorico voluto in Ossola durante il XVI secolo dai committenti locali senza osservare come esso sia, assieme


alle altre espressioni artistiche, la conferma cinquecentesca, di entità stupefacente, del promettente avvento quattrocentesco di quella volontà d’arte che, persistente, alimenterà la produzione artistica dei secoli seguenti, nè, chiudendo, si dimenticherà il modesto, ma significativo trittico, annidato nella sacrestia dell’oratorio di San Rocco a Crego, dipinto a tempera su tavola per figurarvi la Madonna di Loreto coi Santi Rocco e Sebastiano, firmato Antonio de la Todesca e datato 1563 e l’esempio più tardo di pittura profana, datato 1598, forse dovuto alla moda diffusa nelle residenze gentilizie ossolane dallo spunto iniziale di Giacomo de Cardone, dato dal fregio eseguito da un ignoto pittore di cultura tedesca, nella sala all’ultimo piano della Torre di Piedimulera, dove però piccola parte è riservata a un mitico Trionfo, mentre piacevoli scene di caccia occupano la quasi totalità della superficie affrescata30. Gli avvii e le tendenze dianzi notate in architettura e in pittura si avvertono persistenti anche in scultura, soprattutto nella scultura lignea rifinita da apporti policromi dipinti e da dorature stese in foglia o in polvere. Gli avvii su accennati, però si radicano in una tradizione già operativa nel medioevo, quando venne scolpita la superba Madonna in Trono col Figlio, conservata a Macugnaga, esemplare paradigmatico della versione schematica inventata dalla sensibilità romanica per raffigurare la Maestà mariana, ieratica, eppure umana, nello splendore della doratura rifinita dalla policromia degli ornati. Ancora in Ossola inferiore, due gruppi scultorei della Beata Vergine col Figlio: una regale, custodita nel museo parrocchiale di Ornavasso, detta dell’uccellino, raffigura la Maestà Mariana nella versione tipica del Quattrocento milanese, ancorché presenti l’inconsueta iconografia della madre allattante, rinascimentale nelle anatomie e nell’impianto del trono, ma gotica nella sinuosa cadenza delle pieghe e nel preziosismo degli ornati; l’altra, della parrocchia di Piedimulera, benché mancante del Figlio e sia in pessimo stato di conservazione, si propone coi caratteri spiccati del Tardo Gotico lombardo, caratteristico del Quattrocento, nel rappresentare la madre in umanissimo abbandono. La ricca tradizione consolidata in Ossola31, episodicamen-

te testimoniata dalle sculture citate, si arricchisce nell’ultimo quarto del secolo XV della produzione uscita da una bottega vigezzina, aperta a Craveggia, dalla famiglia dei Merzagora, che di generazione in generazione la gestirono fino all’esordio del secolo XVII. Imponenti sono i capolavori eseguiti a cominciare dai gruppi statuari dedicati al Compianto sul Cristo Morto, sia quello esposto al Museo Civico d’Arte Antica di Torino, sia quello conservato al Sacro Monte di Orselina, presso Locarno nonché le due statue del Cristo morto e di una Dolente, custodito a Cosasca, appartenenti ad altro Compianto andato disperso, le sole conservate in valle dei Compianti attribuiti a Domenico Merzagora. Alla generazione seguente quella di Domenico, assieme al Crocifisso di Masera, vanno invece attribuiti il Compianto nel San Martino di Masera e il Crocefisso sull’altare maggiore nella Chiesa di Cristo Risorto a Villadossola, spiranti maggiore sentimentalità espressa dalla ricerca delle agitate posture e dalla acuita attenzione nella finitura delle anatomie per inverare con naturalezza l’espressione degli affetti. Autore dei due monumenti lignei Cinquecenteschi di maggior spicco in provincia fu Andrea Merzagora: nel 1582 del coro ligneo nel presbiterio della chiesa detta Madonna di Campagna a Pallanza32 e nel 1596, assieme al fratello Domenico, dell’ancona posta come dossale dell’altare maggiore nel San Bartolomeo di Villadossola33, che intorno al pannello della Crocefissione celebra in cinque altorilievi gli atti salienti della Vita di San Bartolomeo, ora deturpata da un furto sacrilego che infama il nostro tempo. Se l’impronta lombarda perdurerà nella tradizione famigliare dei maestri craveggesi fino alla fine del Cinquecento quando Andrea, ultimo maestro della bottega vigezzina, porterà ad esiti geniali di vigoroso manierismo l’eredità raccolta dalle precedenti generazioni, sarà anche a causa dei contatti che queste ebbero con una delle più apprezzate botteghe milanesi attiva dall’ultimo quarto del Quattrocento al terzo decennio del Cinquecento, ossia la bottega dei De Donati. Il collegamento d’avvio con la bottega milanese dei fratelli De Donati, Giovan Pietro e Giovan Ambrogio, già attivi nel cantiere del Duomo di Pavia gestito dall’Amadeo, si istituì intorno

Giacomo di Cardone, Predicazione del Battista, affresco 1564. Montecrestese, casa del pittore Cardone.

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al 1510 quando assunsero l’incarico di fornire all’oratorio conventuale dei Cavalieri di Malta, alla Masone di Vogogna, l’ancona della Annunciazione, a cui era dedicata la mansione giovannita, della quale, dopo la soppressione del 1797, rimane la statua della Beata Vergine nella chiesa di San Giorgio di Varzo venerata come Madonna del Rosario, e mediante l’analoga commissione accettata nel 1514 di eseguire l’ancona della Beata Vergine Immacolata in Adorazione del Bambino per la chiesa di Santa Maria degli Angeli annessa al convento vogognese dei Padri Serviti soppresso nel 1797, della quale si è conservata la sola statua della Beata Vergine, ora invocata, nell’oratorio di Santa Marta con il titolo di Addolorata34. Sebbene dell’opera dei De Donati in Ossola non rimangano che parti frammentarie di complessi andati dispersi, quali l’Eterno Padre benedicente assieme a due Gruppi d’angeli nel Museo di Palazzo Silva a Domodossola e il Cristo Risorto nel San Vincenzo di Pieve Vergonte, si deve probabilmente alla loro influenza l’accentuazione naturalistica e umanistica, propria del Rinascimento milanese, passata per confronto alla cultura della seconda generazione dei Merzagora. Con l’opera dei Merzagora la cultura artistica lombarda perdura con ruolo primario in Ossola; tuttavia non mancherà d’apparire, anche nelle vicende della scultura lignea cinquecentesca, la dissidenza antigoriese francesizzante con l’apporto di manufatti tedeschi, scolpiti in botteghe dell’alta Svevia secondo i canoni del Gotico fiorito, introdotti in valle Antigorio, durante il secondo e il terzo decennio del secolo, dal flusso proveniente dai centri mercantili della Svizzera centrale. Di tali importazioni si citerà, oltre ad alcuni esempi frammentari nel Museo di Palazzo Silva a Domodossola, l’ancona conservata nel coro del San Gaudenzio a Baceno, datata 1525, quale esemplare che, per qualità esecutiva e coerenza stilistica, altamente testimonia il gusto cortese sopravvissuto nei committenti antigoriesi di Parte Brennesca; vanno inoltre considerate le opere commesse ad artisti di cultura germanica dalle enclave etniche walser, sculture ancora presenti in val Formazza, nella parrocchiale dedicata a San Bernardo e in alcuni oratori, e a Macugnaga, dove nella Chiesa Vecchia di Santa Maria il soffitto ligneo del presbiterio, opera lavorata ad intaglio e datata 1513 del maestro friburghese Peter Mory, documen-

ta, quale unico esemplare superstite del suo genere e del suo tempo, come anche nell’aspra esistenza di quelle comunità alpestri avesse posto la volontà d’arte mediatrice di valori spirituali e civili. L’età barocca durante il Seicento e il Settecento porta un profondo mutamento nella immagine artistica delle valli ossolane, poichè, sullo stimolo iniziale della Controriforma, di cui fu grande interprete il vescovo novarese Carlo Bascapè, molti edifici sacri esistenti vengono modificati, se non addirittura ricostruiti, per adeguarli ai dettami del Concilio tridentino e i nuovi, che la pietà e l’aumento della popolazione esigono, s’uniscono ai precedenti rinnovati per coprire tutto il territorio ossolano con una ricca varietà di tipi architettonici, comprendente chiese, oratori, cappelle, edicole, che, pure nel variare delle forme, sono tutti improntati al nuovo linguaggio stilistico. Il Barocco ossolano s’esprime però in forme classicheggianti, anche negli edifici più ricchi, dove la ricercatezza degli effetti decorativi non mira al virtuosismo, ma a creare nuove, caute, gioiose armonie fra stucchi dorati e affreschi dai chiari colori brillanti. Il lungo elenco di edifici, sculture, pitture e decorazioni non può essere contenuto in queste pagine, perciò solo qualche opera verrà citata quale esempio di quel tempo. Fra le parrocchiali ricostruite il San Brizio di Vagna (1666) e il San Rocco a San Rocco di Premia durante il Seicento, nel Settecento i Santi Giacomo e Cristoforo di Craveggia (1733) e la Santa Maria Assunta di Santa Maria Maggiore (1733-1742). Esempi di nuove costruzioni si hanno con la Beata Vergine del Rosario alla Noga di Villadossola (1633-1692), la Beata Vergine Assunta e San Giuseppe di Macugnaga (1709-1717). Nei santuari settecenteschi della Madonna della Guardia a Ornavasso, della Madonna della Vita di Mozzio e di Santa Marta a Craveggia i caratteri armoniosi del più ricco Barocchetto ossolano sono apprezzabili nel gaudioso gioco che in dispiegate eleganze fonde spazi e colori, strutture e decori. Le modificazioni più profonde al paesaggio ossolano s’ebbero con la costruzione dei Sacri Monti, che aprirono parchi o giardini della devozione, alcune volte in luoghi remoti, attorno al sacro itinerario della Via Regia da percorrere processionalmente in preghiera e ascetica meditazione. 217


Il Sacro Monte Calvario, tracciato sul colle di Mattarella a Domodossola, per la ricchezza delle architetture e degli arredi, dovuti a noti artisti, che dal secolo XVII fino ai nostri giorni vi operarono, quali Dionisio Bussola, interprete sensibilissimo della lezione berniniana appresa a Roma, e Giuseppe Rusnati, entrambi protostatuari del Duomo di Milano, è certamente il più cospicuo realizzato in Ossola35, ma non vanno dimenticati quelli minori che la devozione popolare con grandi fatiche ha eretto intorno ai suoi santuari, quali quello della Madonna della Neve a Bannio — (1622 il santuario, 17211722 le cappelle)36 —; della Madonna di San Luca alla Salera di Cravegna (santuario 1729, cappelle 1738)37; di Sant’Antonio da Padova a Anzino nel Settecento. Se nell’architettura o nella pittura il Seicento è povero di autori ossolani, nella scultura la presenza di artisti locali è dominante. Non c’è chiesa al piano o nelle valli che non conservi almeno un segno di scultura lignea intagliata da mano ossolana. Il fasto che impronta la produzione artistica dell’età barocca nella valle della Toce ebbe nella scultura lignea delle ancone, rilucente di dorature e dai vividi colori, l’espressione più alta e più significativa. Dalla bottega di Giorgio De Bernardis (1606 — post 1663) in via Briona a Domodossola — attiva alla metà del Seicento — uscirono lavori ricchi, ma solenni, legati al Manierismo lombardo e aperti a esperienze centro europee colte dal maestro durante i suoi soggiorni in Vallese, dove aveva legato salda amicizia con Gaspare Stockalper. Suoi lavori rimangono: a Seppiana — altare della Madonna del Rosario del 1645 e l’armadio di sacrestia nel Sant’Ambrogio —; a Vagna — altare del Nome di Gesù del 1646 nel San Brizio —; a Domodossola — Crocifisso del 1652-54 sull’altare maggiore dei Santi Gervasio e Protasio —; a Croveo — la porta della Natività di Maria —; a Naters, nel Vallese — l’ancona dell’altare maggiore nella parrocchiale — per elencarne solo alcuni fra i più indicativi38. Fra gli allievi cresciuti alla scuola di Giorgio de Bernardis il più dotato fu Giulio Gualio di Antrona (1630-1712) tanto che il maestro lo scelse quale continuatore della sua bottega. Il Gualio fu maestro, a sua volta, valente, tanto da foggiare discepoli come Francesco Antonio Alberti di Boccioleto in Valsesia, attivissimo, capace di diffondere in Ossola e nel Vallese un vasto numero di opere duran218

te la seconda metà del secolo, negli ultimi anni aiutato dal figlio Paolo. Il lungo catalogo dei suoi lavori non è ancora compiuto, ma la misura di questo scultore ossolano la si potrà cogliere visitando il San Lorenzo di Antronapiana, dove, fra il 1660 e il 1694, costruì, scolpì e indorò cinque altari, quasi un campionario delle sue capacità di scultore barocco, armonioso e sobrio, ancora fedele ai canoni classici appresi dal maestro, ma largo di pensiero nell’inventare le scenografiche architetture dove allogherà statue di squisita fattura39. Il Seicento si conclude e s’apre il Settecento con l’ultima grande personalità della scuola ossolana di scultura: Pietro Antonio Lanti di Macugnaga (1679-1729). Già nel suo primo lavoro documentato, del 1724, nella Madonna della Neve a Borca di Macugnaga, scolpendo l’ancona dell’altare, il Lanti libera il suo genio creativo per elevare nello spazio un gioco fantasioso di nastri e fogliame, che accoglie putti e piccole immagini, per incorniciare la pala dipinta. Il carattere del suo stile è già rivelato in questa scultura così come lo si ritrova nell’altare della chiesa nuova di Macugnaga, con una cadenza più solenne e, più appassionato, nel monumentale Crocefisso sito nella stessa chiesa. Altre sono le opere del Lanti sparse nell’Ossola e altri sarebbero gli scultori da menzionare che hanno dato immagini alla pietà e arredi alle case ossolane, opere e autori che il lettore curioso potrà trovare citati in studi monografici da tempo pubblicati40. Si dovrà però almeno segnalare il ruolo avuto in tale contesto, dopo l’annessione dell’Ossola al Regno di Sardegna, dallo scultore di Viganella Giovan Pietro Vanni (Viganella, 1744 - ?, 1813/1822) che, compiuto l’apprendistato in Valsesia, seppe inserirsi, nella seconda metà del Settecento, nei circuiti artistici locali e, al soppraggiungere del nuovo secolo, quando il vigore della tradizione scultorea ossolana stava ormai scemando, ebbe l’impulso, primo fra gli scultori ossolani, di volgere l’attenzione a modelli trascelti dalla cultura artistica Piemontese durante il passaggio dal Classicismo ai canoni estetici del Neoclassicismo, in particolare guardando alle opere scultoree e decorative degli artisti impegnati a fornire arredi di rappresentanza alle residenze della corte sabauda41. Chiuderò il discorso sulla scultura Seicentesca locale citando il famoso Crocefisso di bronzo collocato nel San


Bartolomeo di Bannio, giunto in valle Anzasca dalla Spagna, attribuito da Giovanni Romano allo scultore di Norimberga Georg Schweigger (1613-1680). Come lo splendido bronzo tedesco, e le avvivate terracotte dipinte di Dionisio Bussola, pare che anche i grandi dipinti giunti in Ossola nel corso del Seicento abbiano avuto poca influenza sugli artisti locali. Opere quali l’Assunzione della Beata Vergine nel San Gaudenzio di Baceno, dipinta nel 1604 da Avanzino Nucci (1552-1629), uno dei pittori assunti insieme alla schiera d’artisti mobilitata da Sisto V per riformare il volto di Roma42, o la Vergine che presenta il Bambino a San Felice da Cantalice, con l’autoritratto dell’autore accosciato ai piedi del gruppo sacro, preludio barocco del 1609 dipinto nel balenante spazio di 13 ore dal cappuccino fra Cosimo da Castelfranco, al secolo Paolo Piazza, come era solito firmarsi, per l’oratorio del Piaggio di Craveggia, paese da cui l’artista, famoso e conteso dai potentati del suo tempo, traeva le origini, unita alla sua Madonna delle Grazie col Bambino e i Santi Carlo e Rocco pala della cappella di San Carlo nella Santa Maria Assunta di Montecrestese43, oppure il San Carlo che comunica gli appestati e la Visitazione di Tanzio da Varallo (1626), magistrale quanto efficace erede del fervore immaginifico suscitato dalla pietà borromaica, presenti già all’inizio del secolo, l’uno nella collegiata di Domodossola, l’altra nel San Brizio di Vagna44, con la possente tela, dall’aggressivo virtuosismo anatomico, attribuita al Cerano, un tempo pala dell’altare dedicato al SS. Nome di Gesù e la pala dell’altare di San Pietro nel Santo Stefano di Crodo, celebrante La Consegna delle Chiavi, superbo esempio di classicismo e naturalismo carracesco, forse giunto in valle dalla bottega romana di Domenico Zampieri (1581-1641), oppure quell’altra pala donata nel 1684 da emigrati bolognesi all’altare dell’Epifania nel San Giulio di Cravegna “che rinvia all’ambito della bottega bolognese di Lorenzo Pasinelli” e suggerisce l’intervento dei suoi allievi Giavanni Antonio Burrini e Giovan Gioseffo Dal Sole, rispettivamente richiamati dai dettagli accuratamente rifiniti e da altri dalla fattura più sciolta di timbro neoveneto45, avrebbero dovuto scuotere l’animo e l’intelligenza dei pittori ossolani, ma forse fu loro più congeniale il quieto accademismo della tela dipinta ad olio inviata dai Mozziesi emigrati a Bologna

Maestro anonimo sec. XII-XIII, Madonna in trono col figlio, legno scolpito dorato e dipinto al naturale. Macugnaga, chiesa parrocchiale.

per la cappella di San Carlo nella parrocchiale di San Giacomo a Mozzio, eseguita nel 1613, con accenti veristici, da Giovanni Battista Gennari di Cento per narrare di San Carlo che risuscita un bambino mentre visita gli appestati, o di Stefano Delfina ab insula di Orta, autore della Santissima Trinità dipinta a olio su tela nel 1628 per il Sant’Agostino di Premosello46, della pala dell’Annunciazione per l’oratorio giovannita di Santa Maria Annunziata ora custodita nella parrocchiale di San Giorgio a Piedimulera e il dossale dell’altare maggiore, in olio su tavola dell’oratorio dell’Annunciazione a Bannio47, oppure quello, più studiato e incisivo, del fiorentino Luigi Reali48, attivo dal quarto al settimo decennio del secolo, che, segnato dal lombardismo dei Quadroni del Duomo di Milano, con l’aiuto occasionale del pittore Francesco Negri di Mozzio, distribuì esempi del decoro tridentino, consonanti con la pietà popolare ossolana, in chiese e oratori da San Giovanni a Montorfano ad Antillone in valle Formazza. Uscito dalla bottega fio219


rentina di Francesco Curradi, il Reali, sostando dapprima a Milano, per adeguare il proprio apprendistato al gusto lombardo, e poi sulle rive del Verbano, per lavorarvi, si volse al settentrione alpino in cerca di committenti, e non solo nelle valli ossolane, giacché, diramando l’itinerario operativo verso occidente, trovò commissioni in Valsesia e in valle Strona, e verso oriente, nella provincia comasca, dove assunse lavori in Valtellina e in Valsassina. Due tele votive, entrambe dedicate a San Giuseppe e raffiguranti, su uno schema compositivo ripreso dal Morazzone, lo Sposalizio della Beata Vergine, segnano i termini, iniziale e finale, del lasso di tempo impiegato dal pittore fiorentino nelle opere ossolane: la prima, datata 1639, nella Madonna della Neve di Domodossola; l’ultima, datata 1660 per la pala sull’altare di San Giuseppe nella chiesa di Santa Caterina d’Alessandria a Vocogno di Craveggia. Ma la composizione replicata con maggiore frequenza dal Reali per le pale degli altari è quella di tipo piramidale costituita dalla Beata Vergine delle Grazie, levitante al vertice su un nembo di nubi, fra due santi, palesatori del culto locale, che alla base, sullo sfondo di un paesaggio, la venerano e la assistono. Così si presentano le pale negli oratori di Montecrestese: a Nava, coi Santi Antonio Abate e Sebastiano datata 1640; ad Altoggio, coi Santi Giovanni Battista e Giacomo Maggiore, datata 1645. Analoghe sono la pala per il San Giovanni a Montorfano coi Santi Giovanni Battista e Rocco; quella a Pizzanco di Bognanco coi Santi Uguccione e Lorenzo, affiancata dalla tela dedicata alla Immacolata coi Santi Giuseppe e Antonio da Padova; infine il dipinto del 1644 nei Santi Pietro e Paolo di Crevoladossola dedicato alla Madonna del Rosario coi Santi Domenico e Caterina da Siena, capifila delle due schiere di santi ai piedi della Vergine. Allo stesso disegno compositivo si può avvicinare anche la pala della Incoronazione della Beata Vergine coi Santi Andrea e Carlo che venerano la Croce sull’altare omonimo nella Santa Caterina d’Alessandria di Vocogno e San Carlo Borromeo che venera la Regina Coeli, del 1650, dipinto per la chiesa di Santa Maria Assunta di Mergozzo. Altre due pale per altari laterali di San Rocco, dove il santo è figurato in primo piano, sempre sullo sfondo di un paesaggio, quasi eseguendo il tipo del ritratto a figura intera, sono collocate nel San Zenone di Tappia e nel 220

San Carlo di Bracchio, alle quali va aggiunta la tela votiva dedicata a San Zenone nell’oratorio di San Giovanni Evangelista a Valpiana di Villadossola. Alle opere ricordate si devono aggiungere i cicli narrativi per le cappelle minori dedicate a San Carlo Borromeo di cui rimangono: integro quello eseguito a tempera grassa, nel 1655, sulla volta della cappella nella Santa Maria Assunta di Montecrestese; ridotto invece alle due tele rimaste ai lati della pala, quello dipinto per il San Lorenzo di Bognanco. Dei lavori eseguiti ad affresco restano l’Annunciazione, San Giovanni Battista e Sant’Antonio da Padova sulla facciata dell’oratorio di Giosio a Montecrestese e il ciclo steso nel presbiterio dell’oratorio di Antillone, in val Formazza, dedicato alla Visitazione. Luigi Reali era ancora operoso in Ossola quando Carlo Mellerio, nato nel 1620 da famiglia patrizia craveggese trasferitosi da poco a Domodossola dove contava amicizie ed entrature presso la nobiltà cittadina, compiuto l’apprendistato all’ombra dell’Accademia Ambrosiana e avviatosi nella pratica dell’arte come maestro apprezzato e ben introdotto nell’ambiente artistico milanese, ritornava nel capoluogo ossolano, eleggendolo a centro della propria attività49, ottenendo la prima commissione del 1649 per affrescare le volte del protiro e le figure di San Vitale e Santa Valeria sulla facciata della collegiata domese. Influenzato dai manieristi lombardi dell’età borromaica, in particolare dalla personalità del Cerano e successivamente del Procaccini, il Mellerio recò aggiornamenti alla cultura artistica ossolana acclimandola agli orientamenti accademici federiciani tendenti alla «verità delle cose» e dei «moti e affetti» mediante il rigore costruttivo e il controllo plastico della forma. Si adoprò inoltre perché opere e artisti portassero in Ossola significativi termini di confronto, come le grandi tele del San Giovanni Battista e del San Gerolamo dipinte nel 1641 dallo spagnolo Bartolamé Roman per la chiesa dei santi Pietro e Paolo di Malesco50, o, più mordente nell’immaginazione popolare, l’opera di Dionisio Bussola plasmata per l’arredo scultoreo delle cappelle al Sacro Monte Calvario, che veniva realizzato in quegli anni a cura del fiduciario episcopale Giovanni Matteo Capis, zio d’acquisto di Carlo. Peraltro nello stesso tempo e proprio al Calvario, il Mellerio, assieme allo scultore Giulio Gualio, s’impegnò a dipingere le statue del Bus-


sola e del Volpini e intorno al 1660, ancora col Gualio che ne intagliava la cornice, replicò in copia la Visitazione del Tanzio per la chiesa conventuale dei Cappuccini, ora custodita a Palazzo Silva. Pienamente integrato nella vita valligiana concorse al rinnovamento seicentesco degli edifici di culto ossolani, sia in città e nei dintorni, sia nei paesi dislocati nelle valli. A Domodossola affrescava il medaglione con l’Eterno Padre per la volta della Madonna di Loreto al Calvario e nel 1674 il Miracolo della Neve in facciata al santuario della Madonna della Neve, nonché il trittico con la Beata Vergine affiancata dai Santi Domenico e Caterina da Siena per l’oratorio gentilizio della Madonna di Loreto; ad Anzuno nel 1683 dipingeva su tela la pala per l’altare dell’oratorio di Sant’Antonio da Padova; a Crevoladossola nel 168283 la pala dell’altare e gli affreschi nell’oratorio di San Vitale. Ancora in collaborazione con il Gualio, autore delle opere lignee d’ornamentazione, dipingeva nel 1683 la pala per l’altare del Santo Rosario nel San Lo-

Giulio Guaglio, Altare a ciborio, legno scolpito e dorato 1686. Antronapiana, San Lorenzo.

renzo di Bognanco. In valle Antrona, nel Sant’Ambrogio di Seppiana, eseguiva, per la cappella del Santo Rosario, gli affreschi dedicati alla Vita della Beata Vergine ossia la Nascita, l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi e l’Assunzione, in un tempo di poco posteriore al 1660, anno conclusivo delle opere edili. A Montecrestese fra il 1660 e il 1670 è impegnato nella parrocchiale della Beata Vergine Assunta a decorarne il presbiterio: la volta, con gli Evangelisti e le Virtù Teologali, e le pareti, con i Misteri dell’infanzia, ossia l’Annunciazione, l’Adorazione dei Pastori e la Presentazione al Tempio; le volte della navata centrale con le figurazioni di alcune invocazioni litaniche lauretane e l’Incoronazione della Beata Vergine, per concludere con l’Assunta dipinta in facciata. Nello stesso centro, oltre agli affreschi per l’Assunta, dipingeva nella volta del santuario di Viganale, nell’oratorio di Sant’Antonio da Padova a Roledo e l’esterno e l’interno della cappella rurale di Piccioledo. Nè mancò di assumere incarichi in valle Vigezzo, dove, intorno al 1670, affrescava la volta del presbiterio nel santuario di Re raffigurandovi gli Evangelisti e l’Eterno Padre; nel 1672 è a Druogno per dipingere al centro della volta l’immagine del Santo Pontefice Silvestro; eseguiva inoltre un affresco nell’oratorio di San Michele ad Albogno, la pala con la Nascita di Maria per l’oratorio del Piaggio di Craveggia e le volte nell’oratorio dei Santi Antonio Abate e Antonio da Padova nel 1685, probabilmente la sua ultima opera. Infine va ricordato il dipinto votivo offerto, nell’ottavo decennio del secolo, al San Gaudenzio di Baceno, dal capitano Ludovico Scaciga, dedicato alla Sacra Famiglia e a Sant’Antonio da Padova. La laboriosa continuità accademica impegnata a «riformare» l’immagine seicentesca dell’arte sacra ossolana ebbe probabilmente un sussulto quando, a metà degli anni ottanta del secolo, venne esposta nel San Silvestro di Druogno la grande tela raffigurante un Miracolo di Sant’Antonio da Padova, firmata Godefrigo Maes Anteverpia 168551, donata da emigrati druognesi saliti nella società fiamminga a posizioni altolocate, tali da potersi rivolgere, nell’alto rango di committenti facoltosi, alla bottega di Anversa del maestro Godefrigo Maes (1649-1700), autore significativo, ancorché poco noto, di un Seicento fiammingo dall’elegante eloquenza formale dispiegata nei soggetti raffigurati con invenzione indipendente dalle correnti artisti221


che allora in auge nelle Fiandre. Si deve arguire che il confronto con l’opera del Maes ebbe valore esclusivamente episodico per gli artisti locali, poiché durante il ventennio conclusivo del secolo l’ambiente artistico ossolano esprimerà solamente autori ligi alla tradizione accademica, ancora disposti ad accettare suggerimenti da modelli manieristici superati dalla temperie seguita altrove in quei decenni. E’ il caso del pittore vogognese Antonio Valentino Caviggioni (1653-post 1733) detto Valentino Rossetti52, autore oggi riconoscibile in due opere bisognose di pulitura e restauro: l’Ultima Cena nell’oratorio di Santa Marta a Vogogna, databile al 1680, e la pala d’altare dipinta nel 1696 per l’oratorio di San Rocco a Cimamulera. Oltre ai dipinti ossolani citati sono rimasti in valle Strona e in Valsesia sia affreschi, sia dipinti ad olio del Caviggioni, che ebbe nel figlio Pietro e nel nipote Luca, residenti ad Orta, i continuatori della bottega avviata dal pittore a Vogogna. Dall’incontro col manierismo romano del vasariano riminese Livio Agresti, studiato, parrebbe, con attenta solerzia, Valentino Rossetti trasse schizzi e bozzetti utilizzati in seguito per comporre figurazioni accademiche dipendenti dall’opera dell’Agresti, debito risultante in particolare con inequivocabile evidenza dall’ Ultima Cena di Vogogna, più che ispirata, replicata dal medesimo soggetto trattato ad affresco dal pittore riminese nell’oratorio romano del Gonfalone. Contemporaneo del Caviggioni il vigezzino Giacomo Antonio Minoli53, nato a Gagnone di Druogno nel 1657, completò la propria formazione ossolana a Roma, dove soggiornò fra il 1670 e il 1679, senza trarne significativi benefici, si direbbe, considerando le quattro grandi tele inviate dal Minoli alla nativa Druogno da Rastiglione in Valsesia, dove nel frattempo, si era trasferito. Infatti i dipinti destinati alla Confraternita del SS. Sacramento, eretta nella cappella dei Santi Carlo e Giuseppe del San Silvestro, mostrano, tranne il Miracolo della mula inginocchiata innanzi all’ostia ostensa da Sant’Antonio da Padova, di dipendere strettamente da soggetti già presenti in chiese ossolane: l’Ultima Cena, con il cartiglio in calce recante la dedicatoria dell’autore, riprende la composizione gaudenziana dipinta da Fermo Stella per la par-

rocchiale di Crevoladossola; il San Carlo che comunica gli appestati è debole copia di quello del Tanzio nella Collegiata di Domodossola; lo Sposalizio della Vergine ricalca la versione del medesimo soggetto data da Luigi Reali nella pala di Vocogno. Analogo comportamento si osserva nell’opera di Francesco Antonio Antonietti di Beula di Baceno (1668-1752), artista dalla biografia ancora in corso di ricerca (Tullio Bertamini), finora conosciuto solamente quale autore delle due grandi tele dipinte nel 1696 per la cappella di San Carlo nel San Gaudenzio di Baceno, difficilmente leggibili perché offuscate dalla sporcizia e dal tempo, tuttavia rivelatrici di buon mestiere, esercitato nel disegno e sciolto nel comporre, ancorché limitato da carenza d’invenzione, giacché I’Ultima Cena mostra i suggerimenti ripresi da quella donata dal Minoli al San Silvestro di Druogno e la Preghiera nell’Orto si rifà a quella stesa da Battista da Legnano nel San Giulio di Cravegna sulla traccia della scena düreriana intagliata per la Grande Passione54. Contemporaneo dei secentisti ossolani citati l’antigoriese Pietro De Pietri (Cadarese 1663-Roma 1716) ben altro livello toccò durante la sua vicenda, fin dagli inizi, quando quindicenne venne accolto a Roma nella prestigiosa bottega del Maratti e quindi, entro pochi anni, seppe raccogliere intorno alla sua opera il consenso dei più qualificati committenti romani, tanto da attrarre l’attenzione di Clemente XI, che gli commise importanti lavori e lo volle membro della Accademia di San Luca55. In Ossola non rimangono che lievi tracce, in mano privata, della vasta produzione stesa ad affresco, dipinta ad olio, disegnata o incisa che diede fama al De Pietri fra i maestri romani fautori del Classicismo, ma forse un collegamento locale, sia pure appena proponibile, lo si può rintracciare nella modesta pala dell’oratorio di San Rocco a Pioda di Premia, «fatta dipingere» a Roma nel 1740 dalla Compagnia di Pioda che ricorse al pennello di Isidoro Reali: forse un discendente antigoriese di Luigi Reali, posto sotto la protezione del De Pietri dalla potente Compagnia romana degli emigrati antigoriesi, come suggerirebbe la delicata Madonna delle Grazie che dall’alto delle nubi guarda col Figlio ai Santi Sebastiano, Rocco e Francesco da Paola in estati-

Tanzio da Varallo, Visitazione, olio su tela 1626. Vagna, San Brizio.

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ca venerazione56. Aperto l’accesso al XVIII secolo dalla personalità di Pietro De Pietri e di un suo pallido, eventuale riflesso, lasciandosi alle spalle «i moti e gli affetti» dell’accademismo seicentesco per inoltrarsi nel panorama settecentesco della pittura ossolana, non sarà più necessario soffermarsi in puntigliose soste su autori e opere, poiché l’interesse ridestatosi in tempi recenti sui pittori del XVIII e XIX secolo ha ampliato gli orizzonti storiografici promuovendo monografie e studi facilmente reperibili, che, delineando un corretto quadro d’assieme dell’attività artistica di quei secoli, hanno risaltato al giusto livello gli autori, le inclinazioni stilistiche, nonché la volontà d’arte dei committenti, che li caratterizzarono. Perciò su tali artisti, scelti dalla maggioranza dei committenti contemporanei come interpreti fedeli delle loro esigenze estetiche, motivate dalla religione, dal decoro sociale o dal gusto, sia collettivo che individuale, si tratterà l’attenzione considerandoli, per ingegno e operosità, personalità determinanti la cultura artistica del loro tempo. Se Pietro de Pietri fu il primo degli ossolani ad accedere alla poetica del Classicismo romano mediante il magistero di Carlo Maratta, il secondo ossolano ammesso fra gli allievi della medesima bottega romana fu l’anzaschino Girolamo Ferroni (Bannio 1687-? post 1740) finora ricordato dalla letteratura artistica erroneamente originario di Milano o di Parma57. Il Classicismo romano, di ascendenza raffaellesca, rafforzato dall’alito spirante, con linguaggio barocco, dall’area cortonesca, si palesa fin dai primi esiti nella pittura del Ferroni, già esplicito nell’opera prima, almeno per ora ritenuta tale, firmata e datata “OPUS FERRONI 1704 a Roma”, inviata in patria per fungere da pala sull’altare dell’Immacolata nel San Bartolomeo di Bannio. Nella stessa chiesa, ma più tarde, perché dipinte dopo il suo rientro a Milano in seguito alla morte di Carlo Maratta nel dicembre del 1713, oltre alla pala dell’altare dedicato a San Francesco Saverio vi sono esposte la lunetta dipinta a olio su tela con il Battesimo di Gesù sullo sfondo della piazza di Bannio con l’oratorio di Santa Marta, del San Bartolomeo, e più arretrata la fuga delle cappelle dedicate alla via crucis, conclusa dal santuario della Madonna della Neve; San Giuseppe col Gesù Bambino; 224

La Trinità implorata dalla Vergine a suffragio delle anime purganti con, inparergo, la messa di San Filippo Neri. Al Gruppo di opere citate va aggiunta la tela conservata nel San Mattia di Oira, raffigurante La Trinità Implorata dalla Vergine e San Giuseppe sopra un angelo che trae un’anima al cielo dal folto delle anime purganti, affiancato, tre per lato, da sei scene illustranti casi di “morte improvvisa”. Il Ferroni dovrebbe avere dipinto le opere citate nel decennio seguente il suo rientro a Milano, quando assunse fra le prime commissioni quella di eseguire, intorno al 1714, per la chiesa di San Eustorgio la pala dell’altare di San Giuseppe, raffigurandovi il Transito del Santo, rapporto evidenziato dalle consonanze stilistiche e tipologiche ravvisabili nella stesura delle pitture elencate. A Milano il Ferroni ebbe però particolare successo quale autore di disegni, volti in incisioni, richiesti dall’editoria milanese, per illustrare pubblicazioni anche di grande prestigio, oppure, se di soggetto sacro, destinate alla devozione privata58. Gli affreschi firmati e datati “H. Ferronius baniensis pinxit 1736 ” sulla cupola centrale nell’oratorio dell’Annunciazione di Bannio concludevano il decoro pittorico dell’edificio sacro iniziato nel 1715, nel lasso di tempo intercorrente fra queste date l’autore aveva accettato anche l’incarico di eseguire affreschi per la Via Crucis, l’ultimo nel 1736, affiancata al percorso sacro che porta al santuario della Beata Vergine della Neve, dall’interno decorato dal Ferroni tra il 1723 e il 172559. All’operosità degli scultori ossolani, capaci di soddisfare appieno e a notevole livello la domanda locale di suppellettili artistiche, destinate all’arredo ecclesiastico o domestico, va affiancata la capacità e l’ingegno dominante di un pittore vigezzino: Giuseppe Mattia Borgnis (Craveggia 1701-West Wycombe 1761), che con la sua produzione in ogni genere pittorico, dalle vaste superfici affrescate alle tavolette degli ex voto, dalle più complesse figurazioni ai ritratti, o dai sistemi decorativi di interi edifici allo schema della più semplice ornamentazione, saprà appagare ogni richiesta dei committenti locali, sia pubblici, sia privati, dal terzo al sesto decennio del Settecento60. Si è voluto richiamare l’incisiva presenza della tradizione scultorea locale per sottolineare come la stessa aura classicheggiante, a cui inclina la scultura lignea ossola-


na, spira nelle opere del Borgnis, così vivamente da farne la sua fortuna in Inghilterra, dove, apprezzato interprete di scene allegoriche e temi mitologici tratti da modelli del Classicismo romano, morirà famoso61. Attento alla lezione dei grandi maestri del classicismo cinquecentesco, ai quali poté accostarsi, fra adolescenza e giovinezza, risiedendo e studiando a Bologna, a Venezia e, probabilmente a Roma, seppe da essi emanciparsi per affermare una propria cifra stilistica, esposta da una tavolozza dai colori luminosi, vibranti a cui attinse per le grandi composizioni affrescate a gloria di Dio, della Vergine e dei santi, nelle cupole, nelle volte o sulle pareti, oppure dipinte sulle grandi tele, che ancora oggi numerose lo ricordano autore felice di un animato Classicismo (si potrà dire?) ossolano. Menzionato nella storia dell’arte quale primo maestro di Giuliano da Parma, fu architetto, pittore e decoratore di brillante ingegno, che nelle immagini sacre, condotte con rigoroso rispetto dell’ortodossia tridentina, e nelle figurazioni mitiche o allegoriche si rivela colto iconografo. Nella impossibilità anche solo di compendiare il catalogo della vasta produzione del Borgnis si proporrà, quale esempio fra i più significativi delle sue capacità creative, la chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo di Craveggia, ricostruita durante il quarto decennio del Settecento su progetto del maestro craveggese, autore altresì delle opere pittoriche e dei programmi decorativi eseguiti nella marginale ornamentazione degli arredi. Saltati dieci anni nel repertorio della pittura settecentesca ossolana, fitti di nomi vigezzini62, è inevitabile ricadere in valle Vigezzo per incontrare il nome del pittore più influente sulla cultura artistica ossolana dagli ultimi decenni del Settecento alla prima metà dell’Ottocento, ossia Lorenzo Peretti (Buttogno 1774 — ivi 1851), che seppe evolvere l’eredità classicistica del Borgnis nella rigorosa cognizione dell’Antico quale fonte formale della teorica Neoclassica. Trascorsa l’adolescenza e la prima gioventù a Torino, il pittore ebbe modo di frequentare i corsi di Lorenzo Pecheux presso l’Accademia di Belle Arti e acquisirvi quel carattere neoclassico, derivato dal classicismo romano del Batoni e del Mengs, trasmessogli dal maestro, in seguito, ammesso fra gli artisti al servizio della corte Sabauda, ottenne commesse a volte modeste, a volte impegnative per eseguire la-

vori sia nelle residenze reali, sia in alcuni edifici di culto torinesi. Allontanato dalle turbolenze politiche suscitate nella capitale piemontese dalla invasione francese, riparò, con la famiglia, nel paese natio, eletto a residenza permanente, alla quale ritornare negli intervalli tra gli impegni di lavoro che numerosi committenti gli affidarono in molti centri ossolani, dal capoluogo agli abitati montani dislocati nelle alte valli, nonché nel confinante Ticino e in Piemonte. La versione personale della poetica neoclassica, a cui il pittore vigezzino sempre si attenne, si manifesta, in compendio esemplare, come opera della sua maturità, nella collegiata dai Santi Gervasio e Protasio di Domodossola: dagli affreschi stesi nelle volte a quelli del presbiterio raffiguranti Il martirio e il ritrovamento dei Corpi Santi dei giovani martiri milanesi63. Giunti alla metà del XIX secolo, non si uscirà dalla valle Vigezzo trattenuti dal fascino di tre nomi che, con altri validi artisti, l’hanno posta nella mitologia artistica ad vocem «La Valle dei Pittori». Se Lorenzo Peretti fu il primo fra i pittori vigezzini di spiccato talento ad accettare la condizione di suddito degli Stati Sardi e di conseguenza ad aprire la strada verso l’Accademia della capitale sabauda, Carlo Gaudenzio Lupetti (Prestinone 1827 — Nantes 1862) fu il primo vigezzino, di livello europeo, a muovere l’ulteriore passo dalla periferia piemontese verso il centro della cultura francese, incardinato nella sua capitale, Parigi, per conoscere dal vivo gli uomini che stavano foggiando idee libertarie e visioni realistiche capaci di sovvertire, e di sostituire, il polveroso apparato didattico delle Accademie. A Torino il Lupetti giunse dopo l’apprendistato elementare, presso le botteghe vigezzine dei Sotta64 a Malesco e dei Simonis a Buttogno, per concludere nel 1849 il corso degli studi regolari all’Accademia, da poco (1833) divenuta Regia Albertina, ma fu l’approdo alle scuole dei maestri parigini di metà Ottocento a condurlo verso «il perfetto raggiungimento di quell’equilibrio tra la visione e il sentimento che costituiva la massima aspirazione degli artisti del suo tempo» (B. Canestro Chiovenda). Durante il soggiorno parigino il Lupetti fu allievo di Leon Cogniet, studiò il classicista Thomas Couture, l’animalier Jacques Raymont Bracassat e il realismo di Gustave Courbet, che segnano momenti diversi della sua vicen225


da di artista, tuttavia confluenti in un itinerario identico a quello percorso dagli impressionisti, come dimostrano gli esiti dei suoi ultimi dipinti, dove la luce trascolorante di un istante è fermata dal colore a riprodurre liricamente la realtà. Quella realtà fissata ne La Zingara e i suoi animali d’ambulanza (Museo Galletti di Domodossola) descritta dalla luce trascorrente, che, «bagnando», increspata da sfumati e ombre, i pelami e i panni, evoca intorno all’accento esotico posto dalla figura gitana, l’intimistica atmosfera del ricovero e forse anche l’infantile sensazione, nel ricordo dell’autore, di crogiolarsi nel tepore e nell’afrore di una stalla, protetto dal rigore di una lontana notte invernale a Prestinone65. Enrico Cavalli (Santa Maria Maggiore 1849 — ivi 1919) portò nella valle natia i frutti raccolti dalla esperienza francese degli anni giovanili: dapprima allievo di Joseph Guichard alla Ecole des Beaux Arts di Lione, negli anni seguenti a Marsiglia a diretto contatto con l’opera e gli insegnamenti di Adolphe Monticelli ebbe la chiave di lettura per interpretare la lezione di Guichard, le suggestioni della pittura di Diaz de la Peña e le vigorose ricerche cromatiche del contemporaneo Françòis Auguste Ravier, ma in particolare il Monticelli trasmise all’apprendista vigezzino la densa vitalità tonale e coloristica della propria tavolozza. Esperienza condotta senza sottrarsi alle indagini sul colorismo degli antichi veneti e fiamminghi e in cui crebbe pittore dalle idee nuove che seppe comunicare ai suoi allievi della Scuola Rossetti Valentini di Santa Maria Maggiore, aggiornando, così, la tradizione artistica locale sulle nuove teorie pittoriche praticate in Francia negli ultimi decenni del secolo. L’ardita ricerca coloristica nelle nature morte e nei paesaggi, l’approfondimento psicologico nei ritratti — i migliori sono in raccolte private — fanno uscire l’opera del Cavalli dall’ambito ossolano e lo confermano autore degno di comparire fra i pochi veramente significativi dell’Ottocento pittorico italiano66. Carlo Fornara (Prestinone 1871 — ivi 1968) allievo del Cavalli conobbe e vide il mondo dell’arte attraverso gli occhi del maestro, sempre puntati sul colore, dai pittori veneziani del Rinascimento agli impressionisti francesi, da Monticelli a Monet a Cézanne, ma fu con la rivelazione della pittura di Fontanesi che capì come il colore poteva diventare materia luminosa e, infatti, nel226

la sua pittura divenne luce, quella luce scintillante che dalla tavolozza trascorse alle tele per fissare il poema pittorico dedicato dal Fornara, durante la lunga vita, alla sua valle: la valle dei Pittori67. Segna il passaggio dall’ultimo quarto dell’Ottocento al Novecento il costume di introdurre nell’arredo urbano dei centri abitati ossolani opere scultoree d’intento o dimensioni monumentali, collocate o erette in luoghi pubblici, per commemorare eventi o personaggi di spicco accaduti o vissuti per la maggior parte nel corso dei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento. Tali attestazioni celebrative volute dalle Comunità ossolane, ebbero significativo incremento negli anni successivi all’unità del Regno d’Italia e alla conclusione della prima guerra mondiale, affidate per lo più a scultori locali, o originari dell’Ossola. Le ricerche pubblicate, o quelle in atto68, prossime alla stampa, sapranno offrire al lettore ben più dell’elenco seguente, necessariamente scarno, qui incluso con l’intento di ricordare gli scultori, mediatori, in pietra, marmo o bronzo, della comune gratitudine o ammirazione. Primo nel tempo Luigi Guglielmi (Roma, 1836- ivi 1907) oriundo di Crodo, frequentò i corsi tenuti da Filippo Gnaccarini alla Accademia di San Luca a Roma, autore del busto che ritrae Gian Giacomo Galletti esposto nell’Istituto Professionale Galletti; Antonio Lusardi (Varallo Sesia, 1860- Domodossola, 1927) si formò alla Accademia Albertina di Torino sotto il magistero di Odoardo Tabacchi e poi, collaborando con Pietro della Vedova e Giacomo Ginocchi, giunse a quella maturazione artistica che gli valse la docenza presso la scuola domese di Intaglio e Plastica, capace altresì di attrarre una ragguardevole committenza sia pubblica che privata, indotta dall’apprezzamento del suo lavoro ad assegnargli numerose commissioni, quali: il monumento commemorativo di Martino Trabucati, il Famedio del Camposanto di Domodossola con il monumento funebre di Gian Giacomo Galletti, il bassorilievo commemorativo del Conte Giacomo Mellerio sul fronte del Palazzo Mellerio a Domodossola e i pannelli bronzei della porta maggiore della Madonna della Neve a Domodossola; Francesco Ricci (Crana, 1877- Santa Maria Maggiore, 1950) allievo di Odoardo Tabacchi presso l’Accademia Albertina di Torino, autore del busto di Giuseppe Garibaldi, del monumento a Gian Giacomo


Galletti e di quello dedicato ai Caduti del Traforo del Sempione in facciata della Stazione Internazionale, tutti a Domodossola; Giovanni Battista Tedeschi (Mergozzo, 1883- ?, ?) alunno nelle classi dell’Accademia di Brera affidate all’insegnamento di Eugenio Pellini e di Giuseppe Cavenaghi, eseguì i Monumenti ai Caduti della prima guerra Mondiale per le Comunità di Mergozzo. Ornavasso e Quarna; Angelo Balzardi (Schieranco di Antrona, 1892- Torino 1974) dapprima a Domodossola fu allievo di Antonio Lusardi poi, per completare gli studi si trasferì a Torino dove, valendosi del magistero di Leonardo Bistolfi conseguì il diploma presso l’Accademia Albertina, che in seguito lo ebbe come docente, le Comunità ossolane di Domodossola, Pallanzeno e San Pietro di Antrona gli commisero l’erezione dei monumenti ai Caduti della prima Guerra Mondiale69; Giovanni Oreste Pozzi (Vogogna, 1892- ivi 1980) compì gli studi alla Accademia di Brera a Milano, seguendo i corsi tenuti da Enrico Butti, e quindi entrò come aiuto

nello studio di Adolfo Wildt, testimoniano la sua attività in Ossola i Monumenti ai Caduti della prima Guerra Mondiale di Vogogna, Varzo e Premosello Chiovenda, dove è tuttora esposto presso il palazzo municipale il busto di Giuseppe Chiovenda70; Eraldo Baldioli (Omegna, 1897- Domodossola 1954) fu allievo nello studio domese di Antonio Lusardi, a testimonianza della sua opera rimangono a Domodossola, in facciata della collegiata dei Santi Gervasio e Protasio, le statue dei titolari, patroni della città, nonché al Sacro Monte Calvario la Grotta di Lourdes, con le statue della Beata Vergine e di Santa Bernadette, e nel convento il Monumento commemorativo di Antonio Rosmini. Se la lettura di questi cenni storici può essere utile per avviare la conoscenza dell’arte in Ossola, per capirla è indispensabile il contatto visivo, ma, ancora più, gli incontri con le opere citate si moltiplicheranno, poiché il territorio ossolano è ben più ricco di fenomeni artistici di quanti possano contenerne queste poche pagine.

Gerolamo Ferroni, pala dell’Immacolata, olio su tela, firmata e datata: OPUS FERRONI 1704 a Roma. Bannio, San Bartolomeo.

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Note Si veda il fascicolo monografico di “Oscellana” n.4, 2003, dedicato alla riproduzione integrale del catalogo pubblicato in occasione della mostra “Varchignoli, alle origini dell’Ossola di pietra”, allestita alla “Fabbrica” di Villadossola nell’agosto del 1999 dalle Associazioni ASTO e Villarte corredato da ampia bibliografia. 2 T. Bertamini, San Quirico di Calice in, “Oscellana”, n.2, 1974, pp. 57-62; P. Piana Agostinetti, l’Ossola Pre Romana, in “Oscellana”, n.4, 1991, pp. 193-263. 3 T. Bertamini, Tempietto Lepontico a Montecrestese, in “Oscellana”, n.1, 1976, pp. 1-11. 4 B. Beccaria, Montorfano di Mergozzo, Dalla Chiesa Battesimale alla Pieve (secoli V – XII), in “Storia di Mergozzo Dalle Origini ad Oggi” a cura del Gruppo Archeologico di Mergozzo, Mergozzo 2003, pp. 115-116. 5 T. Bertamini Storia di Villadossola, Domodossola 1976, pp. 197, 203. 6 Ibidem, pp. 117-189. 7 Si veda il catalogo della Mostra, Novara e la sua Terra nei Secoli XI e XII Storia Documenti Architettura, Milano 1980 tenutasi a Novara nel Palazzo del Broletto dal 15 maggio al 15 giugno 1980, con ampio corredo bibliografico. 8 T. Bertamini, Crevoladossola e la Sua Chiesa, in “Oscellana” n.2 1998, pp. 67-78. 9 G.F. Bianchetti, Il Maestro del Crocefisso di Seppiana, in “Oscellana” n.1, 1985, pp. 15-24. 10 G.F. Bianchetti, Affreschi Romanici in Ossola in “Oscellana” n.3, 1982, pp. 131-144. 11 A. Airoldi, Storia di Vogogna, Domodossola 1992, vol.1°. 12 T. Bertamini, Il Pittore della Modonna di Re, in “Re e il Santuario della Madonna del Sangue” Domodossola 1996 pp. 330- 356. 13 G.F. Bianchetti, Una “Madonna del Latte” di Giovanni De Campo, in “Oscellana” n.4, 1994 pp. 193, 194; Quattrocento Lombardo nel San Pietro di Dresio, in “Oscellana” n.2, 1996; Il Quattrocento Lombardo in San Quirico di Calice, in “Oscellana” n.1, 1997, pp. 49-62; n.2, 1997, pp. 80-92. 14 T. Bertamini, I Pittori Seregnesi (Cristoforo e Nicolao) del’400 in Ossola in “Oscellana” n.2, 1996, pp. 78-90: G.F. Bianchetti, Il Quattrocento Lombardo nel San Pietro di Dresio, cit. pp. 95,96. 15 G.F. Bianchetti, Madonne Ossolane Quattrocentesche dalla Pietra di Crevola, in “Oscellana” n.3, 1973 pp. 177-182; Il Capolavoro del Maestro di Crevola, in “Oscellana” n.3, 1976; pp. 145-158; Le Opere Civili del Maestro di Crevola in “Oscellana” n.2, 1977 pp. 113-122. 16 T. Bertamini, Le Cave del marmo di Crevola, in “Oscellana” n.1-2, 1987 pp. 106-107; San Giacomo nella Storia di Vogogna in “Oscellana” n.1, 1998, pp. 9-18; Crevoladossola e la Sua Chiesa, in “Oscellana” n.2, 1998 pp. 86-89. 17 A. Longo Dorni, E Ronchi, Le Vicende della Comunità parrocchiale e della sua Chiesa, in “Ornavasso Luoghi e Memorie (15871987)” Ornavasso 1987, pp. 17-31. 18 P. Negri, Magistri ossolani a Spello, in terra d’Umbria, nel secolo XVI, le vicende della Madonna di Vico detta Tonda, in “Oscellana” n.4, 2001, pp. 128-189. 1

C. Debiaggi, La chiesa parrocchiale di Crevoladossola e l’Architetto Ulrich Ruffiner, in “Oscellana” n.1, 1991, pp. 2-10. 20 G.F. Bianchetti, Vetrate dipinte nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Crevoladossola, in “Oscellana” n.1-2, 1987, pp. 135-153; Vetrate del Cinquecento Svizzero in Ossola, in “Oscellana” n.1, 1990, pp. 33-58. 21 G.F. Bianchetti, Frammenti di Arte Ossolana Domodossola 1999, pp. 16-19. 22 B. Canestro Chiovenda, Franciscus de Cagnolis de Novaria Pinxit, in “Oscellana” n.1, 1974 pp. 41-43. 23 T. Bertamini, La Cappella degli Esorcismi nella Chiesa di S.Gaudenzio di Baceno, in “Oscellana” n.1, 2004, pp. 3-14. 24 G.F. Bianchetti, Battista da Legnano in Ossola, in “Oscellana” n.2, 1988, pp. 66 e n.6, pp. 82. 25 B. Canestro Chiovenda, Fermo Stella da Caravaggio in val d’Ossola in Arte Lombarda 1969, 2°, pp. 94-110. 26 G.F. Bianchetti, Tracce di Bernardino Luini in Ossola, Le Ante di un Organo scomparso, in “Oscellana” n.1, 1992, pp. 47-58. 27 G.F. Bianchetti, Battista da Legnano in Ossola, in “Oscellana” n.2, 1988, pp. 65-82; e n.3, 1988, pp. 130-154; idem, Giovanni Battista da Legnano recentissime, in “Oscellana” n.2, 1994, pp. 75-88. 28 L. Chironi Temporelli, Antonio de Bugnate Pittore del Cinquecento, in “Novarien” 1988, n.18, pp. 95-124. 29 G.F. Bianchetti, Il Pittore Giacomo di Cardone, in “Oscellana” n.12, 2000, pp. 3-68; idem, Giacomo de Cardone recentissime Anzaschine, in “Oscellana” n.2, 2004, pp. 26-40. 30 L. Arioli, Ciclo pittorico Cinquecentesco nella Torre di Piedimulera, in “Illustrazione Ossolana” n.2, 1964, pp. 1-4. 31 A. Guglielmetti, Scultura lignea nella Diocesi di Novara tra ‘400 e 500, Novara, 2000, con ampia bibliografia precedente. 32 G.F. Bianchetti, Il coro ligneo Cinquecentesco dello Scultore Ossolano Andrea Merzagora nella chiesa della Madonna di Campagna di Pallanza, in “Oscellana” n.4, 1980, pp. 181-208. 33 T. Bertamini, I Merzagora di Craveggia, in “Illustrazione Ossolana” n. 1, 1964, pp. 7-12. 34 G.F. Bianchetti, Santa Maria Annunziata del Sovrano Ordine militare e ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme o di Malta della Masone di Vogogna, in C’era una volta..” Domodossola, 2000, pp. 51-79. 35 T. Bertamini, Il Sacro Monte Calvario, Domodossola, 2000. 36 T. Bertamini, Il Santuario della Madonna della Neve a Bannio, in “Oscellana” n.3, 1999, pp. 145-174. 37 T. Bertamini, Storia di Cravegna, Cravegna, 2002, pp. 94-109. 38 T. Bertamini, Maestro Giorgio de Bernardis di Buttogno, in “Illustrazione Ossolana” n. 1, 1966, pp. 7-18. 39 T. Bertamini, Maestro Giulio Gualio di Antronapiana, in “Illustrazione Ossolana” n.2, 1964, pp. 5-12; idem, Antronapiana, in “Oscellana” n.1, 1975, pp. 39-53. 40 T. Bertamini, Pietro Antonio Lanti di Macugnaga intagliatore e scultore, in “Illustrazione Ossolana” n.3, 1968, pp. 1-7. 41 G.F. Bianchetti, Giovan Pietro Vanni in “Arte lignea e devozione nel cuore di una Comunità“ schede n. 34-38, pp. 99-111; P. Volorio, catalogo disegni, in “Arte lignea e devozione nel cuore di una Comunità“ cit. pp. 115-120. 19

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G.F. Bianchetti, Una pala di Avanzino Nucci a Baceno, in “Oscellana” n.3, pp. 129-136; idem, Avanzino Nucci a Villadossola?, in “Oscellana” n. 4, 1997, pp. 215-229. 43 R.Contini, Paolo Piazza ovvero collusione di periferia Veneta e modulo ridolfino, in “Paolo Piazza Pittore Cappuccino nell’età della Controriforma tra conventi e corti d’Europa” a cura di S. Martinelli e A. Mazza, Verona, 2002, fig. 53,54 pp. 106-110. 44 G. Testori, Tanzio da Varallo, Torino, 1959, Tav. 3, 52, pp. 34-36; catalogo della mostra “Tanzio da Varallo, realismo fervore e contemplazione in un pittore del 600”, tenutasi nel palazzo Reale di Milano dal 13 aprile al 16 luglio 2000, Milano 2000, sch. 6, pp. 80-84, sch. 25, pp. 121-124 di R. Contini. 45 G.F. Bianchetti, La pietà che porta l’ali, in “I compagni di Sant’Antonio in Roma e Bologna” a cura di E. Ferrari, Crodo 2000, pp. 140-141. Devo alla cortesia del Dr. Angelo Mazza dirigente della Soprintendenza per il Patrimonnio Storico Artistico e Demo Etno Antropologico di Modena e Reggio Emilia le indicazioni circa l’attribuzione dell’Adorazione dei Magi. 46 B. Canestro Chiovenda, Stephanus Delphinus ab Insula, in “Oscellana” n. 3, 1986, pp. 178-181; idem, I pittori Rocco e Stefano Delfina ab Insula e il Morazzone, in “Oscellana” n. 1, 1992, pp. 25-29. 47 G.F. Bianchetti Santa Maria Annunziata del Sovrano Ordine Militare e Ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme o di Malta alla Masone di Vogogna, cit. pp. 67-72. 48 G.F. Bianchetti, Luigi Reali Pittore Fiorentino in Ossola, in “Oscellana”, n. 4, 1986, pp. 182-221. 49 T. Bertamini Carlo Mellerio pittore del 600 in “Oscellana” n. 3, 1990, pp. 129-152. 50 B. Canestro Chiovenda, Un pittore Spagnolo in val Vigezzo: Bartolomè Romàn (Cordova 1596- madrid 1647), in “Oscellana” n. 4, 1976, pp. 207-217. 51 B. Canestro Chiovenda, Un quadro del Fiammingo Godefridus Maes (1649- 1700) in val Vigezzo, in “Oscellana” n.3, 1981, pp. 146-154. 52 B. Canestro Chiovenda, “Rossettus Pinxit” Antonio Valentino Cavigioni detto Valentino Rossetti (Vogogna 1653- post 1733), in “Oscellana” n.2, 1985, pp. 76-91. 53 B. Canestro Chiovenda, Giacomo Antonio Minoli (Pittore) – Gagnone 1657-?, in “Oscellana” n. 1, 980 pp. 27-31. 54 G.F. Bianchetti, A margine di Borgnis in England di Dario Gnemmi, in “Oscellana” n.3, 2003, tav. 5 a p. 130 e p. 136. 42

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B. Canestro Chiovenda, Petrus de Petris Pictor natus Antigorio, in “Oscellana” n.2, 1971, pp. 63-69. 56 G.F. Bianchetti, La Pietà che porta l’Ali, cit. pp. 155, 156. 57 G.F. Bianchetti, A margine di Borgnis in England di Dario Gnemmi, cit. pp. 316-142. 58 E. Villani, Contributi per l’opera artistica di Gerolamo Ferroni, in “Rassegna di Studi e di Notizie” vol. X, 1982, pp. 389-409. 59 T. Bertamini, Confraternita ed Oratorio dell’Annunciazione di Bannio, in “Oscellana” n.1, 1999, il. P. 62, p. 61; idem, Il Santuario della Madonna Della Neve di Bannio, in “Oscellana” n. 3, 1999, pp. 153-157. 60 T. Bertamini, Giuseppe Mattia Borgnis pittore, in “Oscellana” n.3 – 4, 1983. 61 D. Gnemmi, Borgnis in England, Ornavasso 2001. 62 B. Canestro Chiovenda, La valle dei pittori, in “Invito alla valle Vigezzo” a cura di P. Norsa, Domodossola 1970, pp. 295-330; D. Gnemmi, L’arte ossolana dal sec. XVIII al XX (la Pittura), in “Oscellana” n.3, 1991 pp. 187-191. 63 T. Bertamini, Lorenzo Peretti Pittore (1774-1851), in “Oscellana” n.4, 1974. 64 D. Gnemmi, La pittura dei Sotta, Malesco 2002. 65 B. Canestro Chiovenda, Uno strano autoritratto giovanile di Carlo Gaudenzio Lupetti, in “Oscellana” n.3, 1986, pp. 123-127; idem, Jaques Raymond Bracassat, Rosa Bonheur e Carlo Gaudenzio Lupetti, in “Oscellana” n.4, 1996, pp. 205-216. 66 G. Cesura, Enrico Cavalli Pittore (Santa Maria Maggiore 18491919), Domodossola, 1993. 67 N. Valsecchi, F. Vercellotti, Carlo Fornara pittore, Milano 1971. 68 Devo alla generosa cortesia dell’amico arch . Paolo Volorio le notizie biografiche riguardanti gli scultori ossolani qui di seguito nominati, oggetto delle sue attuali ricerche che verranno quanto prima pubblicate accrescendo e approfondendo i temi in argomento già trattati in: A. Volorio, Antonio Lusardi Sculpsit, in “Rivista del Verbano Cusio Ossola” n.7, 1998, pp. 55-57; idem, Tributo d’artista [Antonio Lusardi per Federico Ashton], in, copertine di M.me Webb, Domodossola 2000; idem, Il senso fisico della bellezza (Oreste Pozzi Scultore) in “Rivista del Verbano Cusio Ossola” n.2, 2000, pp. 60-61. 69 A. Dragone, Angelo Balzardi scultore, in “Oscellana” n.1, 1974, pp. 3-5; A. Arcardini, Angelo Balzardi nel ricordo di un vecchio amico, in “Oscellana” n.1, 1974, pp. 6-9. 70 C. Morganti, Giovanni Oreste Pozzi un grande artista ossolano dimenticato, in “Oscellana” n.3, 1995, pp. 130-139. 55


I letterati ossolani Enrico Margaroli

II più antico documento ossolano redatto in «volgare» che ci sia pervenuto è rappresentato dagli statuti della confraternita di Santa Marta, la quale si costituì e si diede le proprie regole nel 1459. Naturalmente tale documento, studiato e pubblicato da Gianfranco Contini nel 1963, riveste qualche importanza per la storia locale, mentre il suo interesse è pressoché nullo non solo sotto l’aspetto letterario, ma anche linguistico, essendo composto in un volgare comune a tutta l’area lombarda occidentale. Afferma Contini: ... i dialetti dell’Ossola appaiono un complesso lombardo-alpino su un fondale di isoglosse piemontesi; e la situazione degli statuti riesce simbolica di quella della regione. Per trovare un’opera scritta esplicitamente per la posterità e con la volontà dichiarata di porvi dell’ingegnoso, occorre giungere al secolo XVII, nel quale visse il capostipite degli scrittori ossolani, Giovanni Capis (15821632). Questo scrittore nacque da nobile e ricca famiglia originaria di Mozzio e compì gli studi a Novara, Milano e Pavia, dove si laureò in giurisprudenza nel 1605. Alla morte del padre, nel 1608, tornò a Domodossola e assunse l’incarico di Procuratore della Comunità. Divenne così un benemerito cittadino che seppe dimostrare il proprio amore per la piccola patria in due modi. Innanzi tutto impegnandosi con onestà e competenza nella difesa dei privilegi e delle libertà dell’Ossola Superiore (Domodossola, Val Divedro, Bognanco e Antrona) contro le pretese degli Spagnoli che governavano nel Ducato di Milano, offrendosi anche, come dice un documento del 1609, di soccorrerla dei suoi propri denari. Memorabile è al riguardo la magistrale e coraggiosa difesa che scrisse nel 1620 per dimostrare l’illegittimità dell’infeudamento dell’Ossola che gli Spagnoli voleva-

no cedere per la modesta somma di diecimila scudi. Ma l’affetto per la piccola patria trabocca soprattutto dalla sua opera storica, intitolata Memorie della Corte di Mattarella o sia del Borgo di Domo d’Ossola e sua giurisdizione, conclusa nel 1631 e pubblicata dal figlio nel 1673. In quest’opera che gli meritò il nome di padre della patria e per la quale gli Ossolani debbono serbargli grande riconoscenza, il Capis ci trasmette tutte quelle notizie che ai suoi tempi gli fu possibile raccogliere. Particolarmente interessanti sono le pagine dedicate alla peste del 1630 (quella stessa descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi), durante la quale il Capis fu Commissario di Sanità. Altre pagine interessanti sono quelle dedicate alla battaglia di Crevola del 1487 contro gli svizzeri; ma forse non è giusto fare una scelta, poiché ogni pagina del Capis è piena di interesse per gli Ossolani, e la sua piccola storia, scritta in uno stile spontaneo e semplice, ma non trasandato, parlandoci delle fatiche e delle sofferenze degli abitanti delle nostre valli, ci aiuta meglio a comprendere la storia «grande». Curiosa è un’altra opera del Capis, scritta negli anni della prima giovinezza, il Varon Milanes — De la lingua de Milan, in cui studia l’etimologia di circa centocinquanta parole del dialetto milanese, delle quali vuole dimostrare la derivazione dal latino e dal greco. Al Capis spetta così anche il merito, non trascurabile, di essere stato uno dei primi studiosi del dialetto, anche se la materia è da lui affrontata in modo del tutto estemporaneo e con un certo spirito goliardico. Per trovare un secondo scrittore ossolano di rilievo occorre fare un balzo di duecento anni e trasferirsi nel secolo XIX, il secolo che vide dovunque una straordinaria fioritura di scrittori di storia locale. Il primo in ordine cronologico di questi scrittori fu

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Francesco Scaciga della Silva (1810-1874), il quale esercitò la professione di avvocato in Domodossola. Nel corso della sua esistenza ricoperse le cariche di ViceGiudice del Mandamento e di Regio Provveditore agli studi per la Provincia dell’Ossola. Intensa fu la sua attività di giornalista. Fondò Il Moderato nel 1851; L’Agogna nel 1854 e La voce del Lago Maggiore nel 1866. Il lavoro per cui gli Ossolani lo ricordano è la Storia di Val d’Ossola, pubblicata nel 1842. La validità dell’opera è purtroppo limitata, sotto l’aspetto scientifico, dalla mancata citazione delle fonti; ma rammarica ancor di più il fatto che il libro non sia stato corredato dalla riproduzione dei documenti originali che lo Scaciga consultò in gran numero e che sono con il passare del tempo andati perduti. Di questo scrittore merita di essere ricordato un altro lavoro dal titolo Vite di Ossolani Illustri. Con un quadro storico delle eresie (Domodossola, 1847), nel quale vi sono, tra le altre, le biografie dei due Paolo Della Silva di Crevoladossola; di Innocenzo IX, oriundo di Cravegna; del pittore Giuseppe Borgnis di Craveggia; di Feminis Giovanni Paolo di Santa Maria Maggiore, inventore dell’acqua di Colonia; del Conte Giacomo Mellerio di Domodossola; del medico Giovanni Palletta di Montecrestese. Lo Scaciga ebbe anche qualche pretesa letteraria e fu autore di tre Almanacchi (Il Pescatore d’Andromia, 18461847-1848) nei quali incluse novelle e racconti storici. Piuttosto vasta fu la sua cultura e amò indulgere al piacere dell’erudizione e del riferimemo dotto. Il suo stile è concettoso ed elegante. Seconda gloria ossolana del secolo XIX è il vigezzino Carlo Cavalli (1799-1860), il quale secondo quanto scrisse egli stesso nel frontespizio della sua opera, fu dottore in Filosofia, Medicina e Chirurgia, Membro corrispondente della Società Medico-Chirurgica di Torino e della Giunta Provinciale di Statistica - Sindaco da ventanni di Santa Maria Maggiore. Nel 1845, a coronamento di un intenso lavoro di ricerca, il Cavalli pubblicò i Cenni Statistico-Storici della Valle Vigezzo, con i quali, spinto da una forza irresistibile, volle testimoniare il proprio amore alla terra che lo aveva visto nascere, raccogliendo ed ordinando, con sufficiente spirito critico, tutto quanto era possibile cono232

scere sulla Valle Vigezzo; servendosi in particolar modo per tale lavoro dei sette grossi volumi che contenevano le deliberazioni del Consiglio Generale della Valle e gli avvenimenti più importanti dal 1550 al 1818. Un difetto molto evidente (se lo vogliamo chiamare così) del suo stile, ma che tuttavia non intacca l’obiettività storica, è costituito dallo spirito campanilistico e dal patetismo, che furono una caratteristica comune a quasi tutti gli scrittori di storia locale del secolo XIX. Un grandissimo suo merito consiste nell’aver dedicato l’ultimo dei tre volumi ad una ricca silloge di documenti originali, i quali possono così essere facilmente consultati dagli studiosi. Una terza ragguardevole personalità di scrittore e di studioso ossolano del secolo XIX fu Enrico Bianchetti (1834-1894), appartenente ad una facoltosa famiglia che si era trasferita dal Cusio nell’Ossola durante il secolo XVIII. Frequentò la facoltà di legge all’Università di Torino, senza conseguire la laurea. Ricoperse alcune cariche pubbliche, fra le quali quella di Consigliere provinciale per il mandamento di Ornavasso. Nutrì vasti interessi, ma soprattutto studiò e approfondì gli aspetti della storia ossolana. A lui si deve pure lo scavo nel territorio di Ornavasso di numerose tombe gallo-romane, che catalogò e descrisse in un’opera che uscì postuma I sepolcreti di Ornavasso. Il Bianchetti pubblicò nel 1878 la sua opera più importante, L’Ossola Inferiore - Notizie Storiche e Documenti, in due volumi, il secondo dedicato alla raccolta dei documenti originali. In questo lavoro egli ci narra con uno stile limpido ed elegante le vicende che nel corso dei secoli interessarono l’Ossola Inferiore, ossia i territori a sud di Piedimulera, con la Valle Anzasca e quelle che erano chiamate la «quattro terre», cioè Cardezza, Beura, Trontano e Masera. Il Bianchetti rispetto agli scrittori precedenti rivela una più acuta mentalità di storico e possiede un maggior senso critico: è il primo ad avanzare sospetti sull’autenticità di antichi documenti, è il primo che introduce il confronto fra le fonti e che applica con rigore il metodo deduttivo. Probabilmente alla formazione di questa più matura coscienza storiografica giovò l’amicizia con il dottissimo padre rosminiano Vincenzo De-Vit, da lui definito «carissimo e venerato».


Enrico Bianchetti (1834 - 1894).

Vincenzo De-Vit, dopo aver insegnato nel seminario di Rovigo, entrò nel 1849 nell’Istituto della Carità fondato da Antonio Rosmini, e del grande filosofo roveretano fu assistente agli studi a Stresa, dove soggiornò dal 1850 al 1860. Passò trent’anni della sua vita a Roma, conservando l’abitudine di trascorrere le vacanze estive a Stresa e a Domodossola. Si dedicò per ben trentacinque anni al rifacimento del Totius Latinitatis Lexicon del Forcellini e alla compilazione dei quattro volumi di Onomastica, acquistando con questi lavori fama internazionale e diventando uno dei più grandi lessicografi del XIX secolo. Sterminata fu pertanto la sua erudizione lessicografica, epigrafica e storica. Gli Ossolani lo ricordano per un’opera molto impegnata, La provincia romana dell’Ossola, ossia delle Alpi Atrezziane, pubblicata nel 1892 a Firenze, con la qua-

le il De-Vit propose l’esistenza di una provincia romana della quale nessun storico antico ha mai fatto menzione. Questo silenzio lo costrinse ad applicare in larga misura il metodo deduttivo, a spaziare ampiamente nel campo della epigrafia e della storiografìa, fino a polemizzare con il sommo Teodoro Mommsen. Il De-Vit afferma di essere riuscito a trarre luce dove si credeva che non potesse venire che tenebra, ed è questa una stupenda definizione del vero storico. Infatti con il De-Vit la storia locale ossolana per la prima volta non è più esposizione, qualche volta acritica, dei fatti, ma tesi, ricerca e dimostrazione, perseguita con proprietà di linguaggio e rigore di argomentazione. Altri scrittori del secolo XIX furono legati in vario modo all’Ossola. Pietro Prada (1838-1890) uno dei rettori del Collegio Rosmini è autore, fra l’altro, di una monografia su Domodossola e il Monte Calvario che fu premiata all’Esposizione di Torino. Francesco Pinauda (1864-1934), rosminiano, scrisse molti articoli, fra cui Le piaghe dell’Ossola e Notizie sulle traslazioni dei corpi dei SS. Martiri venerati nell’Ossola, nonché i Cenni sulle miniere, cave e acque minerali della regione ossolana, ma è ricordato soprattutto per i suoi almanacchi storico-illustrati che ha redatto dal 1914 al 1926. Guido Bustico, nato a Pavia nel 1876, studioso assai versatile, pubblicò numerosissimi saggi di storia, di letteratura e di pedagogia. Insegnò nelle scuole professionali di Domodossola. Nel 1909 fu nominato direttore della Biblioteca e del Museo Galletti. Fondò la rivista Illustrazione Ossolana sulla quale pubblicò molti lavori che interessano la nostra Valle. Venanzio Barbetta (1869-1910) si laureò in lettere presso l’Università di Torino. Fu autore di varie opere teatrali e di alcuni romanzi (Giovani, Mulini al vento), permeati da un profondo ed irrequieto pessimismo. Una lapide lo ricorda sulla casa natale di Baceno. Giuseppe Chiovenda (1872-1937) giurista di fama mondiale, ebbe una giovanile inclinazione per la poesia, tanto da meritarsi l’inclusione in una raccolta di poeti minori dell’Ottocento. Pubblicò nel 1891 un volumetto di Poesie filtrate attraverso lo stile e la sensibilità carducciana, e nel 1894 un secondo dal titolo Agave. In molte delle sue poesie rievoca momenti di amore con un lin233


guaggio limpido e semplice. Gabriele Lossetti Mandelli d’Inveruno (1821-1886) scrisse una Cronaca del Borgo di Vogogna dall’anno 1751 al 1885 molto ricca di notizie, che fu pubblicata solo nel 1926. Passando dal secolo XIX al XX non si interruppe la feconda tradizione degli scrittori ossolani. Il primo che ci viene incontro è l’avvocato Nino Bazzetta (1880-1951), il quale pubblicò nel 1911 la Storia di Domodossola e dell’Ossola Superiore dai primi tempi all’apertura del traforo del Sempione. Questo lavoro non si può propriamente chiamare opera storica, se intendiamo per storia l’interpretazione dinamica e collegata dei fatti, o anche solo la descrizione cronologica degli eventi; il lavoro è infatti spezzettato in numerosi capitoletti che trattano diversi argomenti: i primi abitanti dell’Ossola, il cristianesimo nell’Ossola, l’antico Comune di Domodossola, il torrente Bogna, la peste a Domodossola, il Monte Calvario, e così via; il libro si presenta dunque come una sorta di repertorio di notizie storiche e di curiosità. La narrazione è lucida, pacata e di carattere chiaramente divulgativo, tale da costituire una lettura dilettosa e da essere consigliata a chi si vuole avvicinare senza soverchia fatica alla storia dell’Ossola. Un secondo scrittore di storia locale di rilievo nel nostro secolo è Giovanni De Maurizi (1875-1939). Nato da famiglia povera, il De Maurizi divise la prima giovinezza tra l’aspro lavoro dell’alpe e la ricerca instancabile, di paese in paese, di notizie riguardanti la storia e il folklore della Valle Vigezzo. Nel 1908 fu ordinato sacerdote ed inviato coadiutore a Santa Maria Maggiore. Unì all’attività sacerdotale la sua innata passione di storico e di ricercatore. Pubblicò nel 1911 la prima monografia illustrata, La Valle Vigezzo, della quale uscì nel 1934 la terza edizione presso Rizzoli, Milano. A questa seguirono studi sulle valli Antigorio e Formazza, sui De Rodis-Baceno, su numerosi comuni vigezzini (Buttogno, Crana e Santa Maggiore, Craveggia), studi che l’autore definiva modestamente briciole o noterelle. La sua opera più conosciuta si intitola L’Ossola e le sue valli ed è una guida turistica, storica ed artistica scritta per incarico della Società Escursionisti Ossolani e pubblicata nel 1931. Questo testo, giunto alla terza edizio234

ne con gli opportuni aggiornamenti nel 1977, è ancora fondamentale per chi voglia farsi una conoscenza d’assieme dell’Ossola. Altri scrittori del XX secolo meritano di essere ricordati. Don Giuseppe Salina (Vittorio D’Avino, 1877-1949), per molti anni parroco a Cimamulera, diede alla stampe numerose pubblicazioni che nel 1994 sono state raccolte in un unico volume. Nelle sue poesie il D’Avino esprime il proprio amore per l’ Ossola bella, di cui sa cogliere in modo efficace gli aspetti più pittoreschi, sia che si tratti dei tumultuanti gorghi dei torrenti o delle nevi pure delle vette. Vittorio D’Avino si dedicò con passione anche alla poesia in dialetto, soprattutto nel dvarûn di Varzo. Accanto a don Salina merita di essere ricordato il canonico Luigi Rossi (1885-1956), prevosto di Castiglione d’Ossola dal 1910 al 1930. Insieme con Vittorio D’Avino firmò una nuova edizione di Ossola bella (1913), non più di sole poesie; nel 1928 pubblicò la guida Valle Anzasca e Monte Rosa. Questa guida forse per la prima volta reca notizie interessanti sugli archivi parrocchiali e comunali e per la prima volta si occupa dei documenti manoscritti, conservati nei piccoli centri. Adolfo Sebastiano Ferraris (Adolfo da Pontemaglio, 1901-1954) si dedicò con grande tenacia alla compilazione di una ponderosa Bibliografia Ossolana che raccoglieva ben 3760 titoli e che fu pubblicata dal 1938 al 1952 sul Bollettino Storico per la provincia di Novara. Ma questo suo importante lavoro è stato ingiustamente dimenticato; infatti il Ferraris è più noto per aver pubblicato nel 1927 un volumetto di Novelle e leggende ossolane, che aveva appreso, come dice egli stesso, da ragazzo nelle incantevoli serate di settembre, mentre si stigliava la canapa giù in cortile, o durante le lunghe veglie invernali fra il rumorio dei filatoi. La voluta semplicità dello stile ci conserva in qualche modo il sapore e la spontaneità dei poveri e incolti novellatori ossolani. Luigi Pellanda (1885-1961), Arciprete di Domodossola, fu uno dei primi cronisti delle tragiche vicende che insanguinarono l’Ossola durante la seconda guerra mondiale, vicende alle quali assistette non passivamente, militando, in conformità alla missione sacerdotale, dal-


Giovanni Leoni, Torototela (1846 - 1920).

la parte dell’Uomo, della fraternità e della vita. Nel settembre del 1944 fu mediatore e garante dell’accordo fra partigiani e nazifascisti per lo sgombero di Domodossola. Di questi avvenimenti ci ha lasciato la propria testimonianza ne L’Ossola nella tempesta. Ida Braggio Del Longo (1879-1965), benemerita cittadina, si occupò durante la sua vita di attività benefiche e di pubblicistica, con numerosi articoli sulla stampa locale. È autrice di un volumetto, Piccolo mondo ossolano, che ci permette di conoscere personaggi, costumi e vicende della Domodossola della prima metà del secolo. Luciano Gennari (1892-1979), figlio di emigrati vigezzini, conobbe ugualmente bene la letteratura italiana e francese, cosa che gli permise di stringere amicizia con letterati di spicco di entrambe le nazioni. In Valle Vigezzo fu consigliere comunale e presidente di varie società. La sua produzione bilingue annovera sag-

gi, drammi e romanzi, fra i quali ultimi quello che ci interessa come Ossolani è Il romanzo di una valle, nel quale mette in evidenza la magnificenza e la pace della terra degli avi. Ma la personalità più geniale che l’Ossola abbia espresso è sicuramente quella di Giovanni Leoni (Torototela, 1846-1920). Questo poeta nacque dal pittore mozziese Giuseppe e da Lucia Giacomina Burla. Frequentò il Collegio Rosmini dal 1857 al 1863, già allora rivelando una natura ricca ed estroversa, ma a causa della povertà fu costretto, come molti altri Ossolani, ad emigrare nell’America Latina, dove esercitò varie attività commerciali. Nel 1886 prese una decisione ammirevole e rara: rinunciò, appena quarantenne, ai lauti guadagni e ritornò nella natia Ossola per godersi la libertà, le amicizie e le montagne, né scìor né gnanca povar, fino alla morte. Fu presidente della Sezione Ossolana del CAI; e promotore della «Pro Devero»; progettò e curò la costruzione dell’attuale rifugio sul Monte Cistella. La fama del Leoni è legata al volume di Rime Ossolane (Belluno, 1929), una raccolta di satire dialettali, nelle quali, armato di buon senso e seguendo da lontano le orme del poeta milanese Carlo Porta, sottopone alla sua critica divertente e mordace tutti coloro che vengono meno al loro dovere, siano essi sacerdoti o uomini politici. Tipico esempio di borghese del tempo, amante dell’ordine, del lavoro e del risparmio, non seppe comprendere abbastanza le esigenze e i diritti dei ceti meno fortunati e la loro lotta per una esistenza migliore; bisogna però riconoscere che più che le forze di sinistra in quanto tali, egli avversò gli atteggiamenti demagogici, non negando al proletariato il diritto di essere rappresentato in Parlamento: S’agh fassum dent na bona sedazaa ad quij cinq cent e vott... ugh an sares apena tra ross e negar giust una trentena. I suoi versi sono importantissimi sia da un punto di vista storico-sociale, perché ci offrono un vivissimo spaccato della vita ossolana del tempo; sia da un punto di vista linguistico, poiché tramandano nel tempo il dialetto ossolano della fine del secolo; e infine da un punto di vista artistico, poiché nei componimenti risplende la capacità del Leoni nel riprodurre realisticamente la 235


psicologia e gli ambienti della gente ossolana, e nell’infondere nei personaggi il soffio della vita e della poesia. Restando fra i poeti merita una menzione Pietro Pianavilla (1897-1979), autore di Businà d’Antrona, in cui la originale poesia ha il sapore di una scoperta personale ed autentica, lontana dalle influenze letterarie. Il suo sguardo non si spinge oltre il microcosmo antronese del quale coglie gli aspetti con acutezza ed umorismo, in un dialetto che conserva integralmente la sua difficile purezza. Francesco Savio (1917-1986), è autore di Il vento delle sette valli, che ha il sapore di un addio pacato e sereno alla vita dopo le innumerevoli sofferenze. Nel libro si alternano a delicati versi di amore e ad altri dedicati ad un’Ossola ancora favolosa, prose con descrizioni di villaggi e di persone legate all’esperienza dell’autore e che ci fanno sentire Il gusto amaro e buono del nostro vivere. Francesco Zoppis (1919-1992), è autore di Ossola nostra e de I racconti della Rocca. In questi lavori le notizie storiche risultano diluite nell’invenzione romanzesca, poiché lo scrittore indulge al gusto del raccontare e di conseguenza l’amore per la bella pagina e la «libertà di creare» rendono interessanti per il lettore ossolano in quanto tale i suoi racconti di discreta fattura letteraria. Allo Zoppis va anche il merito di aver curato nel 1977 l’aggiornamento de L’Ossola e le sue valli del De Maurizi. Erminio Ragozza (1918-1984), pubblicò nel 1969 Aria di casa nostra, un lavoro riguardante Premosello Chiovenda. L’autore vi dispiega un autentico gusto del raccontare, presentando, accanto agli avvenimenti «importanti», piccoli fatti, notizie curiose, che di solito lo studioso accigliato disdegna, frammischiate a commenti spiritosi, filastrocche e divertite riproduzioni del parlato locale, in capitoletti dal titolo spesso stimolante, con un equilibrio fra il serio e il faceto capace sia di interessare che di divertire. Don Angelo Airoldi (1923-1993), è autore di una Storia di Vogogna in due volumi, il primo concernente le vicende politiche e sociali, il secondo quelle religiose dell’antico borgo, un tempo capitale dell’Ossola Inferiore. Anche se la materia non ha ricevuto una perfetta elaborazione critica e stilistica, non è a questo che 236

Gianfranco Contini (1912 - 1990).

dobbiamo guardare, bensì alla completezza delle informazioni e soprattutto all’intenso spirito di servizio nei confronti della Comunità che ha spinto l’autore a compulsare tutte le opere, dalle più ponderose ai più umili opuscoli, per trarne con cura meticolosa tutte le notizie e tutte le opinioni sui punti controversi. Renzo Mortarotti (1920-1988), per il quale chi scrive conserva un reverente ricordo di alunno, è uno degli studiosi di maggior rilievo di questi ultimi anni, autore di due notevoli opere: L’Ossola nell’età moderna, nella quale con stile elegante e piacevole fornisce un quadro esauriente non solo delle vicende storiche, ma anche dell’ambiente, dell’economia, della cultura e dei costumi della popolazione, per cui questa opera si raccomanda come una lettura veramente indispensabile per coloro che non vogliono che la parola Ossola rimanga una espressione puramente geografica. La seconda


opera è I Walser nella Val d’OssoIa, in cui la storia di questa popolazione alpina è presentata con dovizia di documentazione in uno stile esemplare con pagine di grande efficacia descrittiva. Ma non si deve dimenticare GR-Grazia Ricevuta, con la quale Mortarotti, peregrinando di Santuario in Santuario e di oratorio in oratorio, propone gli ex voto più significativi, presenti nel territorio ossolano con un commento puntuale sul piano interpretativo e artistico. Sono queste opere la chiara testimonianza di un amore e di un interesse vasto e non occasionale per l’Ossola, in linea con la tradizione ormai più che secolare dei docenti rosminiani. Non possiamo inoltre non ricordare per il lustro che ne deriva all’Ossola Gianfranco Contini (1912-1990), il quale, sebbene sia stato portato dal suo genio di letterato lontano dagli interessi per l’Ossola (alla quale fu legato dalla vicende della Resistenza in qualità di membro della commissione didattica consultiva per la Zona liberata dell’Ossola), non

dimenticò tuttavia la sua terra natia dando alle stampe, nei Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei, Gli statuti volgari Quattrocenteschi dei Disciplinati di Domodossola, già ricordati, e per compiervi l’ultimo approdo e restituirsi al suo grembo materno. Ma tra gli scrittori della seconda metà del XX secolo occupa un posto di primo piano il rosminiano Don Tullio Bertamini (nato nel 1924). A questo studioso, dotato di una vasta cultura e di molteplici competenze, dobbiamo la storia di Villadossola (1976), di Tappia (1985), Montecrestese (1991), Castiglione (1995), Re (1996), Cimamulera (2001), Masera e i suoi statuti trecenteschi (2001), Cravegna (2002), Viganella (2003) e del Castello di Mattarella (2004). Da ricordare anche gli innumerevoli studi comparsi sull’Illustrazione Ossolana ed in seguito su Oscellana, la rivista da lui fondata nel 1971. Degno di attenzione è anche l’Almanacco Storico che, dal 1984 esce annualmente e nel quale numerosi studiosi si occupano dei più diversi argomenti.

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“Walser”: gli uomini dell’alta montagna Enrico Rizzi

Discendenti degli antichi “alemanni” di Tacito, i “Walser” sono scesi nel medioevo a ridosso delle Alpi Centrali, si sono acclimatati alle grandi altitudini nell’Alto Vallese (da cui derivarono il nome di “Walser”), e, tra il XIII e il XV secolo, hanno dato vita alla più singolare delle imprese di colonizzazione. Dall’Alto Vallese piccoli gruppi di coloni si spinsero alla testata delle valli meridionali alpine, tra valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia, e di qui via via nelle Alpi Retiche, nel Vorarlberg (Austria), fino al Tirolo. Cercavano contratti “nuovi”, più vantaggiosi di quanto non consentisse la tradizione feudale dell’asservimento dei contadini alla terra, per sfruttare le loro particolarissime ed ormai perfezionate capacità e tecniche di vita in alta quota. Grandi e piccoli monasteri alpini, mense vescovili, capitoli canonicali – non meno che la nobiltà feudale arroccata alle montagne – fecero a gara nell’affidare ai Walser luoghi ancora largamente spopolati, affinché li dissodassero e riducessero a coltura. Con una diaspora durata tre secoli, che si allargò a macchia d’olio dall’Alta Savoia al Tirolo, i Walser fondarono i loro piccoli insediamenti sparsi alle falde delle grandi montagne, dove nascono i fiumi, strappando pascoli ai ghiacciai, costruendo casolari invernali e baite estive, ad una quota altimetrica considerata impossibile dall’uomo di quel tempo, lungo le vie transalpine, sulle aeree terrazze delle “alte Alpi”, dentro valloni irraggiungibili dalla pianura attraverso le gole tenebrose dei torrenti, in “valli divise dal resto del mondo per rupi tagliate a picco – come le descrive, ammirato, uno storico grigionese dell’ottocento – che accolgono coloni ai quali la primavera non offre alcun albero fiorito, né l’autunno delle spighe, ma le cui capanne sono piene di fieno prodotto da un’estate di pochi giorni”. La mappa delle colonie fondate dai Walser segue un an-

damento dinamico tra il XII e il XV secolo, quando la loro diaspora può considerarsi storicamente conclusa. Una prima fase spinge dall’originario Vallese i Walser nell’Ossola, alla testata della valle della Toce (Formazza) e delle valli meridionali del Monte Rosa. Le fasi via via successive li spingono verso la fondazione di nuovi insediamenti, perpetuando un modello di migrazione ininterrotto per tre secoli, lungo itinerari che li hanno condotti a fondare oltre 150 colonie nell’odierno territorio di 5 stati alpini: Francia, Svizzera, Italia, Liechten-

Architettura Walser.

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stein e Austria. La colonia di Formazza, la cui fondazione risale alla fine del XII o all’inizio del XIII secolo, è stata a sua volta “colonia madre” di gran parte della colonizzazione orientale (nel territorio, oggi, dei Cantoni svizzeri del Ticino e dei Grigioni). Nell’alta val d’Ossola, accanto a Formazza, vanno annoverate le colonie di Salecchio (Premia) e di Agàro (Baceno). Tutt’attorno al massiccio del Monte Rosa, il popolamento in alta quota è stato opera dei Walser: da Ayas, Gressoney e Issime in val d’Aosta ad Alagna in val Sesia (con Riva Valdobbia, Rima, Carcoforo, Rimella, Campello Monti); e soprattutto con l’antica colonia di Macugnaga, sul versante ossolano, la cui fondazione risale alla metà del XIII secolo. La mappa walser nell’Ossola ricomprende anche la colonia di Ornavasso, nella Bassa Ossola, fondata a cavallo del XVIII-XIV secolo, e di Migiandone (un tempo comune autonomo, oggi frazione di Ornavasso). Quella dei Walser delle alte montagne, che vivono da otto secoli al cospetto delle grandi altitudini, rappresenta la più elevata (altimetricamente) componente del popolo alpino. Sepolti nell’isolamento del-

Valle Anzasca: il museo Walser di Borca.

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le alte valli, i Walser conservano ancora oggi la loro antica parlata germanica e tradizioni di vita che affondano in età remote. Mirabili lo stile di costruzione delle case in legno a tronchi sovrapposti, la loro fedeltà alle attività della terra, al diritto consuetudinario, alla lingua degli avi. La lingua walser appartiene al mondo linguistico tedesco ed è anzi una delle sue espressioni più arcaiche. Fa parte della famiglia linguistica “alto alemanna”, corrispondente all’area germanofona posta grosso modo a sud del Reno tra Svizzera e Foresta Nera. Apparentato all’ alemanno alpino e svizzero-tedesco delle montagne, il walser ha mantenuto, chiuso tra le montagne, caratteri del tedesco delle origini e si caratterizza per una forte sonorità. Ma i Walser sono molto più di quella che può essere definita una minoranza di lingua tedesca in aree linguistiche diverse. Minoranza nelle minoranze, quella dei Walser non è una “enclave”, bensì un complesso di “enclaves” linguistiche ed etniche sparse in gran parte dell’arco alpino, che fa della loro antica piccola civiltà un caso unico: quasi il prototipo degli uomini dell’alta montagna.


L’Ossola e il Sempione nei diari di viaggio Raffaele Fattalini

Dalla sommità del passo del Sempione, la catena alpina con il suo enorme ammasso di cime innevate e rocce a picco sulle quali svettano la Jungfrau e il Finsteraarhorn delle Alpi Bernesi, offre a chi la contempla una visione della natura primordiale, tanto che al favolista Hans Christian Andersen parve addirittura di trovarsi di fronte la “spina dorsale del mondo”, “cimiteri di mastodonti e di animali antidiluviani” rincarò Théophile Gautier. Questo valico, che si apre a duemila metri di altitudine tra le Alpi Pennine e quelle abitate dagli antichi Leponzi, era noto anche nell’antichità, benché la strada che vi saliva sia rimasta per lungo tempo nulla più di un semplice sentiero, dove potevano passare solo pedoni, muli e cavalli, e non senza rischio. I Romani, che assoggettarono l’Ossola pochi anni prima di Cristo, solo due secoli dopo - come ricorda la lapide di Vogogna - sistemarono il sentiero del Sempione lastricandolo con grandi pietre, di cui rimane ancora oggi qualche tratto. I primi “viaggiatori stranieri”, se così si possono chiamare, che attraversarono il Sempione - a parte i cacciatori che in epoca preistorica si istallarono all’Alpe Veglia - furono in epoca storica i Cimbri, almeno stando all’interpretazione che del famoso passo di Plutarco dà il rosminiano De Vit, al cui fianco si schiera - contro l’opinione del Mommsen - Carlo Carena, grande studioso dei classici. Leggiamo con Carena Plutarco (Vita di Caio Mario, 23), dove narra la traversata del Sempione di quei giganteschi e biondi germanici: “I barbari, per far mostra del loro vigore, sostenevano nudi le nevicate e si arrampicavano sulle cime attraverso i ghiacci e la neve alta; di lassù, ponendo sotto i corpi le ampie targhe (scudi) si lasciavano andare e scivolavano lungo i pendii delle rocce lisce, di cui non si vedeva il fondo”. Per poi scontrarsi vicino a Domodossola con i Romani del console Catulo, sconfiggendoli.

Da escludere invece l’ipotesi suggestiva del passaggio di Giulio Cesare diretto in Gallia (De Bello Gallico, I, 10), ipotesi suggerita dall’assonanza dei nomi tra “Òcelum Lepontiorum” e Ossola dei Leponzi. Come pure quella dalla visita di San Francesco, nonostante il convento di Domodossola e l’affresco nella chiesa di Varzo. Nel Medioevo, dopo il transito di Papa Gregorio X il quale, di ritorno dal Concilio di Lione nell’autunno del 1275, si inerpicò “discriminosis montis Brigiae pontibus se exponens” (rischiando la vita sui pericolosi ponti del monte di Briga”, come ha rivelato su Oscellana don Bertamini), è la volta di Francesco Petrarca. Che il poeta di Laura sia passato per il Sempione non è cosa certa, ma anche Gianfranco Contini non lo escludeva, citando il Borgese. Lo fa supporre il sonetto (CCVIII) che il poeta dedicò al Rodano, che scorre nell’omonima valle al di là del passo. Fu nel Seicento che la strada del passo venne allargata. A pagare le spese fu il Barone Gaspar Stockalper di Briga, affinché potessero passare con maggiore sicurezza e facilità i suoi muli, stracarichi dei prodotti che quell’abile e ricchissimo uomo d’affari acquistava e rivendeva in vari paesi d’Europa. In quegli anni di meta Seicento, transitò per il Sempione e per l’Ossola il sacerdote inglese Richard Lassels, inventore dell’espressione Grand Tour, il quale comprese questo valico tra le cinque migliori via d’accesso all’Italia. Ma il valico del Sempione assurge a fama internazionale ai primi dell’Ottocento, precisamente nell’anno 1806, quando fu inaugurata la strada carrozzabile voluta da Napoleone per motivi strategici. A pagare le spese, stavolta, furono gli Italiani, immortalati nell’epigrafe incisa nella roccia della galleria vecchia di Gondo. Il valico divenne da allora uno dei più frequentati delle Alpi, prediletto dai viaggiatori del “Grand Tour”, che trova-

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Sempione. Galleria e Ponte di Ganther da un’incisione del Lorry.

vano ospitalità e rifugio nell’Ospizio dei buoni e soccorrevoli Frati di San Bernardo, “un’oasi di pace circondata da cattedrali naturali”, secondo la felice espressione di Louis Tissonnier, giornalista dei nostri anni. Nel 1828 Stendhal, che vi era passato più volte, raccomandava senza esitazione questa strada, voluta dal suo idolo Napoleone, come la migliore tra Parigi e Milano: “La strada del Sempione non è costeggiata da precipizi come quella del Moncenisio. Un’eccellente diligenza vi conduce da Losanna a Domodossola, al di là del Sempione. Il conducente è persona compitissima; il solo aspetto della faccia tranquilla di questo buon svizzero allontana ogni idea di pericolo”. E più avanti: “Nulla di più pittoresco che gli aspetti della vallata di Iselle, che si segue per giungere fino al ponte di Crevola, dove incomincia la bella Italia”. Lo stesso Stendhal, però, precisa in altra pagina: “Non bisogna nascondersi, lasciando Baveno per Domodossola, che il viaggio in Italia è terminato: si va verso il brutto”. Infelice apprezzamento. Lunga è la teoria dei viaggiatori illustri che valicarono il Sempione per o dall’Italia. Ne hanno raccolto le testimonianze Marino Ferraris, Edgardo Ferrari, Enrico 242

Rizzi; anche le riviste locali “Oscellana”, “Almanacco storico ossolano”, “Lo Strona” e “Le Rive”, hanno pubblicato alcune di queste pagine “odeporiche”; ultima, ma non per importanza, è l’opera dello studioso ticinese Piero Bianconi, “Elogio del Lago Maggiore”, sontuoso volume mecenatizzato dalla Banca d’Intra nel suo primo centenario (1975). Ascoltiamo Lord Byron (1816): “Il Sempione è magnifico come natura e arte, Iddio e gli uomini vi hanno compiuto miracoli (chiaro riferimento alla strada napoleonica, ndr), per non dire del Diavolo, il quale deve certamente averci messo mano, o meglio uno zoccolo, in certe rupi e burroni tra le quali e sopra i quali passa la strada”. Tutto questo lasciò indifferente il giovane Chateaubriand, ma non John Ruskin, critico d’arte, che al cospetto delle Alpi Pennine, Bernesi e Lepontine svettanti intorno al valico si sentì allargare il cuore. Era triste Alfred de Musset quando, di ritorno da Venezia dove aveva subito il cocente tradimento della Sand con un giovane medico, saliva verso il Sempione. Giunto al ponte della Masone, a Vogogna, si fermò a contemplare il Monte Rosa, maestosa visione che si può


godere solo da quel punto della piana ossolana. Ancora oggi, naturalmente, chi passa in treno o in auto, lo può ammirare, rosea visione fugace di pochi istanti. Il più bel notturno che sia mai stato scritto sul Sempione lo dobbiamo a Charles Dickens, che vi salì in una notte di fine novembre del 1844, con la neve alta. Accompagniamo in diligenza l’autore del David Copperfield (dove compare pur senza nome un riconoscibilissimo Sempione) lungo le Gole di Gondo: “La stupenda strada, dopo aver traversato il torrente su di un ponte, penetrò tra due muri massicci di rocce perpendicolari, i quali ci tolsero interamente la luce della luna e ci lasciarono solo la vista di alcune stelle, che brillavano nella stretta striscia di cielo al di sopra di noi”. Una splendida alba rosa e azzurra accoglie al passo lo scrittore, che scende verso Briga: “Davanti a noi apparvero, scintillando come oro e argento, le cupole e le guglie coperte di metallo e gialle, verdi e rosse di una città svizzera”. Gustave Flaubert valicò il Sempione alla vigila del Corpus Domini del 1845 (il 22 maggio), notando che nei boschi che coprono i monti lungo la strada “non ci sono né orsi né lupi”. “Nelle vetture postali - scrisse seduto a fianco di “Madame Bovary” - sotto azzurre cortine di seta, si va su, al passo, per strade scoscese, ascoltando il canto del postiglione che si frange contro la montagna, con lo scampanio delle capre e il sordo rumore della cascata”. Benché fosse amico sincero di Rosmini, che su questo Sacro Monte aveva fondato il suo Ordine religioso nell’inverno del 1828, il Manzoni non venne mai a Domodossola, dove il suo grande sacerdote filosofo aveva fondato il suo Istituto, e dove pure era nato un altro suo amico, il conte Giacomo Mellerio, Gran Cancelliere del Lombardo Veneto nei primi anni della Restaurazione (che Stendhal, per la verità, definì “un ricco bigotto milanese” e ritrasse nella “Certosa di Parma” nella figura del vecchio marchese del Dongo). Si può aggiungere che il Manzoni soggiornò a lungo a Lesa, sul Lago Maggiore, nella villa della sua seconda moglie, impegnandosi a difenderla dal passaggio della progettata linea ferroviaria Arona Domodossola, che avrebbe tagliato il parco retrostante. Un accenno almeno ai celebri disegnatori Lory, autori del “Voyage pittoresque de Genève a Milan par le Simplon”,

e Brockedon, che con le loro raffinate stampe celebrarono la bellezza di questa valle in molti paesi del nord Europa. Un’eco internazionale il Sempione l’ebbe grazie all’impresa di Geo Chavez, pioniere dell’aviazione, che nel settembre 1910 trasvolò le Alpi per la prima volta, nel tragico volo Briga-Domodossola sopra “forre e gole e vortici e spavento / di precipizi dei ghiacciai e giganteggiar d’erte / roccie e improvvisi sibili di vento!”, scrisse il Pascoli nell’inno all’“uomo alato”, che passò tra le aquile stupite e sulla testa di curiosi e giornalisti, tra cui Luigi Barzini del Corriere della Sera. Grande passo dunque il Sempione, attraverso il quale dal nord si scende verso il “paese del sole” e da sud si sale nel cuore dell’Europa. Domodossola deve parte della sua vitalità a questo passo, alla sua strada aperta nel 1805 e alla galleria ferroviaria inaugurata un secolo dopo, nel 1906. Nel poco noto Museo Sempioniano, custodito grazie alle cure dei Padri Rosminiani nel Collegio Rosmini di Domodossola, sono conservati cimeli delle titanica impresa: la perforatrice Brant-Brandau,

Il ponte di Gondo.

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il teodolite, strumento utile per l’esatta direzione dello scavo, campioni di rocce e persino i menu del pranzo di festeggiamento, in cui figura la “pasta alla dinamite”. Oggi la cadenza secolare delle nuove vie di comunicazione sta per essere rispettata: è un augurio per il potenziamento dei due tunnel ferroviari attraverso i quali passerà presto il “Pendolino Transalpino”, figlio affrettato del mitico “Orient Express” e nipote della diligenza. L’Ossola e i laghi Maggiore e d’Orta attendono i turisti, oggi come nell’Ottocento: rinnovati gli alberghi e

La posta sulla strada napoleonica d’estate (acquerello di R. Salvadori).

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le strade, immutata l’antica, elegante bellezza. “L’Italia incomincia a Domodossola”, scrissero, venendo dal Nord, i fratelli Goncourt, raffinati studiosi e resocontisti bizzarri. Coi tempi che corrono, viene da domandarsi dove finisca, l’Italia. Cesare Angelini, sacerdote e letterato, declinando l’invito a venire quassù, dove peraltro abitava il “letterato e amico Gianfranco Contini” e dove aveva “salutato l’ultima volta il poeta Clemente Rebora”, scrisse di non potere, per l’età, salire a “Domodossola, cioè dove finisce l’Italia”.


Tradizione, folclore e leggende Germana Fizzotti

Ho cominciato illudendomi di non dover far altro che pescare nelle numerose pagine di appunti tratti da scrittori non soltanto ossolani in precedenti laboriose ricerche. Poi, più volte ho abbandonato scoraggiata le mani sulla tastiera della macchina per scrivere che, essendo elettrica, durante il lungo lavoro «scottava» davvero, non soltanto eufemisticamente. Innumerevoli sono, in questa nostra piccola terra, le cose curiose, vere e fantastiche, dalle origini a giorni non molto lontani. Anche limitandosi al tema del titolo, tacendo le meraviglie naturali e della storia complicatissima, i dialetti molto interessanti, diversi da una valle all’altra, da una paese all’altro, oltre a quello inventato dagli emigrati di Varzo, che all’estero volevano essere capiti solo dai compaesani, molto resta ancora da dire. E spero che sarà detto in avvenire. Domodossola «piccola città» per tradizione Le più belle leggende e tradizioni si trovano in alto, sulle montagne e nelle valli; diminuiscono di numero, di stranezza, di «altezza» man mano che si scende al piano. Ma cominciamo naturalmente dal capoluogo che anche se circondato da cime innevate, è soltanto a 272 m. di altitudine. La nostra Domodossola in tutti i tempi è stata variamente guardata e descritta. Nei secoli scorsi un certo N.N. trovava che era una povera, piccola città, non trattata bene né dalla natura né dagli uomini; sparirà un giorno dal suol dove nessuna città importante potrà mettere radice. Appartenuta a tutti, spogliata delle foreste che la proteggevano, soggetta alle inondazioni, esposta nuda e debole al primo scontro con le acque, si nota perché vicino c’è una montagna sacra, oggetto di pii pellegrinaggi: si dice che alcuni fanno la metà del cammino sulle ginocchia, forse per guadagnare il perdono di grandi colpe: quelli che hanno solo dei peccatucci fan-

no il pellegrinaggio sui loro piedi. Oggi i peccati si sono motorizzati. Un altro, Fréderic Mercey dice: Domo non offre niente di bello, la Valle d’Oscella è triste: (per lui gli Ossolani hanno facce patibolari, ma l’ex carcerato del quale racconta è di Varese); Louis Vignet assicura che si direbbe emigrata tutta di un pezzo dal profondo della Calabria ai piedi delle Alpi; ma si riferiva, allora, ai colori vivaci degli abiti e alle nostre processioni. Un altro scrittore, Paul Mieille, la trova una bella città, soprattutto colpito dalla stranezza dei marciapiedi: due vie parallele formate da lastre bianche perfettamente unite, come si vede nella Piazza Mercato del sipario del Teatro Galletti esposto al Museo, dipinto dal pittore del Teatro Reale di Madrid, l’ossolano Bernardino Bonardi di Coimo. Il libro Le Simplon et l’Italie septentrionale scrive che la cittadina di Domo d’Ossola ha un aspetto curioso con le sue case ornate di colonnati, le sue strade con tende di tutti i colori, i muli bizzarramente bardati, le donne coperte da una mantella alla moda spagnola, e Théobald Wash la definisce semplicemente una bellissima piccola città. Per noi, è la nostra città. Scarsamente industrializzata, con un commercio che si avvantaggia ingannevolmente della posizione di frontiera, con una stazione e una dogana internazionali potenzialmente ma criticamente interessanti, è nel frattempo impoverita di alberghi che una volta, quando Domodossola aveva 4000 abitanti, erano grandiosi, imponenti e ricchi, mentre dal 1954, con 14.440 abitanti, a oggi con 18.865, gli alberghi si sono ridotti. Ma non è mai stata e non è assolutamente provinciale. Un artigianato “signore” Malgrado i secoli e i cambiamenti, ha conservato un’atmosfera aristocratica di tempi in cui l’artigianato era

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arte e i ricchi erano signori. I suoi operai-lavoratori specializzati, fabbri, orefici, falegnami, bottai, peltrai, orologiai, fotografi, che facevano degna corona a scienziati, medici, letterati, pittori, scultori e storici, da tutti le valli dell’Ossola si sparpagliavano in Germania, in Svizzera, in Francia, in America, in Spagna, e all’«estero» italiano. Avevamo perfino degli inventori: un Don Giovanni Bedone, morto a Bannio, costruttore del velivolo detto aerodinamo, un Cav. Bartolomeo Zanna di Zornasco, benemerito dei caloriferi, un Paolo Feminis di Crana creatore della famosa Acqua di Colonia di Giovanni Maria Farina, per accennare soltanto a qualcuno. Riportavano in Patria censo, onori, elargizioni e l’ambizione di fabbricare nei propri paesi palazzine con termosifoni, alte finestre incorniciate di stucchi, sale e camere ampie foderate di legno, arredate in liberty o con autentici mobili ossolani antichi, o addirittura, come il Giovanni Jachetti del villaggio di Mondelli, una piccola riproduzione della famosa Sala degli Specchi del palazzo reale in Versailles. Avevano casa a Domodossola e villini o fattorie in campagna, a Bacenetto, S. Defendente, Calice, Caddo, al Roccolo, al Croppo, sul colle della Mattarella. Da Vagna scendeva a cavallo Giovanni Piroia Modini che dopo aver percorso a piedi tutta l’isola di Cuba con una cassetta di chincaglieria al collo, era divenuto vice-console del governo sardo-piemontese, prima di ritirarsi qui fra i «furmig rus». Molti i grandi benefattori, come il Gian Giacomo Galletti di Colorio in Bognanco S. Lorenzo, un genio della finanza, creatore della Fondazione Galletti dai molteplici scopi sociali, artigianali, culturali, che così dispose di aiutare oculatamente i compaesani, perché l’obolo del ricco non estingue la povertà. Anche il fumista Giuseppe Trabucchi di Malesco (già combattente con Napoleone il Grande) che con un lascito all’ospedale Beaujon di Parigi favorì gli operai vigezzini e piemontesi là emigrati. E altri. I nostri riportavano dall’estero oltre a onori e ricchezze anche privilegi. I Vigezzini di Parigi, abitanti in «Rue des Lombards», nel 1613 ottenevano dalla regina Maria de Medici il libero traffico per i poveri merciai ambulanti. Uno spazzacamino al lavoro nel 1600 in un camino di Versailles, raccontò al sovrano Luigi XIII di aver udito i dignitari congiura246

re ai suoi danni, e ne ottenne protezione per i compagni di lavoro; i suoi discendenti poi divennero gioiellieri di corte. Import-export di altri tempi Tutti riportano al paese d’origine valori che abbelliscono e arricchiscono le chiese. Gli scalpellini di Colloro, secondo la tradizione, portarono dalla Germania, nel 1877, la nuova statua di S. Gottardo; da Roma una Madonna Nera di Loreto che frodò la dogana a Genova, perché la sua cassa venne dichiarata contenente fiori, e all’apertura fiori si videro, non si sa se per miracolo o se messi dai nostri a coprire l’opera d’arte. La Chiesa Maggiore di Craveggia fra i preziosi conta il manto funebre del Re Sole, alcuni pezzi della «Vita di Gesù» dipinti su tavole di rame dal fiammingo Franck, un ostensorio che ha l’uguale solo in Notre Dame di Parigi, un Crocefisso del 1300, ecc. Gli scalpellini di Mergozzo scavarono e lavorarono le 82 colonne di S. Paolo fuori le mura di Roma, ordinate da Papa Leone XII che diede la preferenza al granito bianco di Montorfano. Trasportate a mezzo di rulli alle grandi zattere della Toce, che fino alla prima metà dell’800 era navigabile, e su queste al Lago Maggiore, proseguirono per il Ticino, il Naviglio, il Canale Martesana, il Po, fino a Venezia. Qui furono caricate su navi pontificie che costeggiando la Penisola, attraversato lo Stretto di Messina, giunsero al Lido di Ostia: dopo quattro anni. Di Candoglia, invece, è il marmo al quale si deve quella meraviglia del mondo che è il Duomo di Milano, al quale la cava è stata esclusivamente destinata da Giovanni Galeazzo Visconti, nel 1386. La Società di San Giulio ad Anzola era l’antica confraternita degli scalpellini che nelle celebrazioni espongono un grande quadro del Santo, dono dei compaesani emigrati, i quali portarono anche, nel 1858, una statua di Maria Assunta in rame e argento, in sostituzione del simulacro in legno antichissimo della Beata Vergine della Cintura. La storia dell’artigianato nell’Ossola è già una leggenda. Le vere leggende nascono in alto Cominciamo dunque dal Ghiacciaio del Gries, dove inizia la Toce «Toccia», «Tauxa», «Athison», «Tosa», che si forma poi a Riale di Formazza dalla confluenza dei


La milizia di Calasca.

La milizia di Bannio.

torrenti Hohsand, Gries e Roni. Si racconta di una città scomparsa, ricca e popolosa. Con salde mura, torri massicce, cupole ardite, palazzi, piazze animate, era una città opulenta che richiamava in folla mercanti di pelli, stoffe, tappeti, vasellame d’oro e d’argento, prodotti del Mediterraneo e d’Oriente. Tutti vi vivevano felici e contenti, ma nell’ovatta degli agi gli abitanti finirono per scordare la legge armoniosa che regge il mondo. Erano stati avvertiti che danzavano sull’orlo dell’abisso da colui che sempre deve camminare senza soste, forse l’Ebreo Errante dell’altra leggenda, il quale, ripassando millenni dopo, trovò solo le ultime vestigia della metropoli che, consunta da inguaribile vecchiezza, era morta lentamente. L’ambiente però è rimasto impregnato di incantesimo. Non molti secoli fa un pastore fu attirato da una fata nel palazzo di cristallo sotto il ghiacciaio, e poi salvato dall’amore terreno della moglie, che lo aveva seguito grazie a un gomitolo srotolato del quale gli aveva annodato un capo alla cintura. Più sotto, è un incanto anche la Cascata della Toce, della Frua, sincope di Fruda, voce celtica che suona «cascata di fiume», 143 metri in tre salti, la più bella cascata dell’Italia settentrionale, ammirata anche da Wagner

come uno straordinario spettacolo. Un’altra leggenda di ghiacciai, quella di Aurona, parla di un uomo scomparso misteriosamente trasportando dell’oro, forse in Svizzera. Anche l’oro è di casa nelle nostre montagne Come le fate, i folletti, le streghe, i nani. Pare che tutti i nostri monti ne celino, oltre quelli di Pestarena, le cui miniere erano sfruttate fin dal tempo dei romani, e quelle dei Cani, a Battiggio, proprietà di Facino Cane. Nelle miniere di Pestarena, si racconta, i fuochi fatui traggono luce dai luoghi dove esistono filoni: ma forse quelle «fasèle» erano le lanterne di cercatori notturni clandestini, i quali dichiaravano di andare a pescare, tanto che una delle gallerie si chiama «Peschiera». Tra valle Antigorio e valle Divedro, il Cistella (tanto cantato al poeta G. Venanzio Barbetta dalla satira triste, che la leggenda dice morto sul Cistella e qui rimasto), oltre le streghe del lago di Crampiolo e le fate che stendono di notte il bucato, dicono che celi, sotto la neve mai disciolta completamente, molto oro e «cristalli carichi di luce dentro caverne e anfratti, granati, cornioli, zaffiri, turchesi». 247


In Alpe Veglia, invece, il lago copre una povera fanciulla che camminando da Quartina a Nembro e a Punta Maror alla ricerca dell’innamorato perduto, qui cadde vittima del Maligno. In val Bognanco, addirittura era una grotta tutta d’oro, con un letto di sassi ma d’oro perfetto, scrive Don Biancossi, la dimora di un eremita misterioso che scendeva in paese solo per la festa. Nani, folletti, fate e streghe Si dice che i nani sono malvagi o buoni, le fate e le streghe sono spiriti della natura o dell’inferno, a seconda di come li guardiamo e vediamo: in un lampo di veggente immaginazione, o in uno specchio di cattiva coscienza. Gli alpigiani di Formazza, per esempio, quando passavano l’estate all’alpe con il bestiame, erano aiutati dagli «zwärgji», i nani, che davano una mano nei lavori di stalla. Ed era d’oro il carbone regalato alla donna di Macugnaga che aveva aiutato una nana a mettere al mondo un figlio; peccato che quella non vi credette e lo buttò. In Antrona, dove si dice che dalla Punta di Traggia all’Andolla, ai laghi di Camposecco e di Gingino, fin sulle creste di Lancino e di Lonzano gli spiriti del maltempo sghignazzano felici e maligni, e lottano fra loro scagliando fulmini e ghiaccioli, la tragedia della frana enorme del 1642 staccatasi dalla cima del Pozzuolo che seppellì la Chiesa, 42 case e 95 persone, è stata poetizzata dalla leggenda che la campana sommersa suoni dal fondo del lago per avvertire dei pericoli. In genere le leggende tristi e i loro misteriosi personaggi cupi e cattivi sono quelle d’influenza walser, ma anche in Val Vigezzo le streghe del «Pian di Stri», alle falde del Monte Gridone, sono descritte come malvagie megere grinzose. Ad Anzola, abitata da colonizzatori walser fuggiti da Migiandone e Ornavasso dopo la peste del 1630, le streghe erano collegate al brutto tempo, abitavano sugli alberi della Tocetta e per preparare i temporali scivolavano a valle sedute su un’altissima pioda liscia a picco, «la pioda di strii». Ma vi erano anche gli allegri «cusch» burloni nascosti nella valle del Riale, forse non lontano dalla «Cà di donn», dove tenne bottega il primo calzolaio, un Cara, che un folletto invidioso costrinse a cambiare mestiere, rendendolo incapace, 248

dopo aver fatto la scarpa destra, di riuscire a fare l’altra: una leggenda che stranamente riecheggia molto la fiaba irlandese del Leprecano «il calzolaio singolo» che faceva una sola scarpa, la sinistra. Sono allegre anche le streghe che saltellano sulla neve ghiacciata, cantando melodie magiche, nel bosco della Sotta, a Trasquera, la cui chiesa è dedicata ai SS. Gervasio e Protasio come quella di Domodossola. Alla Pioda di Crana prendono forma di bellissime giovani e si riuniscono in varie notti della settimana, dopo l’Ave Maria, per chiassose riunioni. Scrive Riana a proposito de «ul pian di Lutt», tra S. Maria e Druogno, che si dice infestato: La paura è una potente creatrice di streghe e di fantasmi, così la superstizione; ma tutto ha una spiegazione e dove non si vede si deve aver fede. Il fallo che si attribuiscano alle streghe le grandinate e in genere tutte le disgrazie e le cose cattive, discende dagli antichissimi timori per i disastri causati dagli elementi, inspiegabili, perciò attribuiti a entità malefiche. All’avvicinarsi della grandine si bruciavano i rami dell’ulivo benedetto la domenica delle palme e si suonavano le campane. Mostri, rettili e fantasmi II fantasma di Cimavilla non è che il ritorno d’un uomo esoso e disonesto condannato a sorvegliare in eterno la «roba» alla quale era stato troppo attaccato: l’oro di Val Toppa, che da vivo aveva ceduto a una società mineraria inglese. In quanto ai mostri, Riana scrive che in valle Vigezzo la credenza di serpenti e rettili favolosi forse derivava dai tempi preistorici in cui animali giganteschi vivevano in questi boschi. Due giovani di Albione assicurarono, alcuni secoli fa, di aver ucciso il drago di Genuina, mentre tornava dall’Ovigo dov’era volato a dissetarsi: aveva colori vivacissimi e ali di pipistrello. E ne mostrarono lo scheletro. Di fronte a Re e Folsogno v’era «l serpent d’la cresta» con quattro alette e la cresta rossa; sui monti di Malesco, la «Spersuria», temutissima dagli alpigiani; sotto Dissimo, in «la Costa», «l serpent da jugiàj» con testa quadrangolare e due occhiaie smisurate. In località Cailina di Villette serpenti che con il loro sibilo incantavano gli uccelli. Sopravvivenza di ancestrali ricordi, di brontosauri che hanno lasciato tracce, come il drago di S. Giulio,


Macugnaga, battesimo Walser.

del quale una gigantesca vertebra si trova nella basilica dell’Isola. Ancora di un mostro si parla ad Agaro, il bel paesino di valle Antigorio, dove si racconta anche di un tesoro nascosto, e vive una leggenda quasi uguale a quella, pure walser, di Quarazza di Macugnaga: «Hirli Herli», in cui un «gotwäegini» (nano) è innamorato di una bella ragazza che deve scoprire il suo nome per essere lasciata libera. È una fiaba che, con il «nanin Pirimpinella» si trova anche nelle classiche Vecchie e nuove storie dei più grandi favoleggiatori europei. Ad Agaro il mostro è il «Rapruaf», un animale fantastico che viene vinto da un toro, e un corteo di spettri che portano lo zaino sulle spalle forse rappresenta le anime di coloro che, partiti con un fardello di peccati, si recano in pellegrinaggio a deporli sulla vetta della misericordia divina. In questo paese la notte del 6 gennaio si festeggiava la «Bubriniaba» o sera delle maschere, durante la quale accadevano fatti strani e curiosi, per esempio parlavano le bestie. La leggenda dell’Uomo Selvatico Affini ai mostri e di origine pagana sono anche le leg-

gende sugli Uomini Selvatici. Nella valle d’Isorno, la valle dell’Impossibile, erano uomini che camminavano per ore senza parlare, fino al Larone, al Porcareggio, al Medaro: barbuti e pelosi erano in piena dimestichezza con tutti gli animali dei boschi. Non possedevano niente, eppure sapevano molto, l’arte di cuocere i formaggi, di far lievitare il pane, di guarire le bestie, di conciare le pelli, di fondere i metalli, e certe volte regalavano agli alpigiani pezzi di oro purissimo, del quale essi non sapevano che farsi, i saggi e intelligenti Uomini Selvaggi. Forse sono ancora essi che difendono la valle dell’Impossibile dalle invasioni. Infatti la valle dell’Isorno, malgrado le centrali elettriche o forse per i loro divieti di accesso, è poco nota. Ha case antiche, un paesaggio orrido e maestoso all’inizio, poi dolce e riposante, e lo splendido pianoro Agarina, l’ultimo paradiso terrestre dai fiori strani e sconosciuti, in miniatura, e dai laghetti ignorati. Gli Uomini Selvatici, che si divertivano ai balli delle marmotte, stavano in dimestichezza con i camosci, ed erano più timidi delle lepri, assalivano i cacciatori quando li vedevano con i loro fucili. Ai monti Ri di Fuori, in val Calanca, un uomo selvatico regalava certe erbe che, messe in poca dose nel pentolone, davano al 249


formaggio un sapore ed un profumo deliziosi. In valle Bognanco gli Uomini Selvatici abitavano ne «la cà di cusciui», e sono descritti come strani esseri dalle sembianze umane ma ricoperti di pelo. Non erano cattivi, ma era meglio non stuzzicarli. Come per gli uomini comuni, del resto. In questa valle si diceva anche che vagassero le anime del Purgatorio, «anim d’la frova d’Trignun», la cascata dell’alpe Trignini, in cerca di una preghiera, un deprofundis, che anche altrove si recita per i morti apparsi in sogno. Ad Agro di Varzo l’Uomo Selvatico che non parlava con nessuno e solo ogni tanto si recava in Veglia, ma a casa aveva una moglie che teneva rinchiusa, è forse, reso leggendario, un personaggio vero, che assomiglia addirittura a Bertoldo; durante il bel tempo si mostrava triste per l’attesa delle intemperie, e quando queste arrivavano si rallegrava nell’attesa del bel tempo. A Ceppo Morelli, l’om salvac, grande e grosso, si faceva ospite della tana dei «Cucitt» un profondo pozzo tra Castiglione e Calasca, dalla quale usciva quando non c’era vento, per riscaldarsi al sole. A Salecchio gli Uomini Selvatici si chiamavano «Pubrina». Baceno della sua antica storia ha ritrovato due suole chiodate nella tomba di un uomo altissimo. Una magia particolare In quanto alla «lacomagìa», il sortilegio di Anzola che provocava grandi piogge, era opera di mercanti di legname egoisti, i quali, incuranti dei danni altrui, si servivano dell’acqua alta per trascinare a valle i loro tronchi d’alberi. Contro la «lacomagìa» si fece una causa a Milano in Senato. In val Segnara di Anzasca la difficoltà del trasporto del legname era superata con «la serra», che incanalava i corsi d’acqua elevati con dighe senza causare danni. Esiste una leggenda che racconta d’un capo borratto ignorante e superstizioso il quale, prima di aprire la diga, si recò a fare la comunione e invece di inghiottire l’Ostia sacrilegamente mise la particola in tasca e la incastrò nella borra-guida persuaso di ottenere una buona riuscita del convoglio; invece il carico, giunto alla Cappella del Signore, puntando tutto in giro sgretolò il terreno, dividendo in due il torrente che provocò molti 250

danni, lasciando però illesa e isolata la Cappella. Invece nell’alta valle Anzasca, tra Macugnaga e Ceppo Morelli, il trasporto veniva effettuato grazie alla «cioenda», ammirata e poi rimpianta da Antonio Stoppani. Era una via pensile a piano inclinato, che aveva la forma di un palco senza fine e senza parapetto aggrappato alla roccia, composto di tronchi coperti da uno strato di terra e sostenuto da una puntellatura di altri tronchi. D’inverno, quando gelava, il pavimento terroso della loggia, che correva per chilometri e chilometri, coperto di neve, o anche semplicemente inzuppato d’acqua, si conveniva in un piano sdrucciolevole, lungo il quale scorrevano le borre. In fondo alla Valle il trasporto proseguiva sui barconi della Toce, che risalivano e scendevano la corrente trainati da cavalli sgroppanti sulle alzaie, guidati dai «navarui» scamiciati. Un mostro d’altro genere Ma a proposito di mostri, uno ben peggiore faceva a intervalli la sua apparizione in tutta l’Ossola, la peste. Nel 1513 la peste aveva distrutto in val Vigezzo le frazioni di Sagrogno e quella di Vallero di Villette. Qui un palazzetto apparteneva a una famiglia ora estinta le cui origini risalivano al sacro romano impero, e si era rifugiato Calvino. Questi, in regione Rivoira di Masera, nella casa di certi Croppi, ora chiamata «la torre di Calvino», avrebbe trovato rifugio per tre giorni, dopo aver predicato la Riforma, minacciato dal popolo mentre era diretto, al principio del 1536, a Ferrara, alla corte di Ercole II d’Este. Olgia, dirimpetto al cupo Gridone, che oltre la peste subì frequenti incursioni vallesane, ed era sede di un corpo di guardia stipendiato da tutta la valle, ebbe addirittura un lazzaretto. Così Prestinone, la patria del grande pittore Carlo Fornara, dove il lazzaretto era «la cà an tè cu s’sént». È invece una leggenda che più in basso, nei pressi di Trontano, in frazione Creggio, la torre di segnalazione del XIII secolo abbia ospitato Fra’ Dolcino, da alcuni considerato «uno sfratato bastardo», da altri un riformatore che predicava la penitenza e il digiuno, bruciato vivo con la sua compagna dopo la tortura. La peste del 1630 seminò la morte a Crevola, il paese dove ai piedi del torrazzo di sei piani v’era il ponte di legno teatro di aspre battaglie tra ducali e vallesani,


sul quale 2000 di questi caddero nel 1487. Qui si racconta di due donne che si salvarono mettendosi in una buca coperta da un enorme pane bianco a peste finita. La leggenda del Diavolo e del Vento dice che avevano fatto il viaggio insieme, e sul ponte nuovo si fermarono perché il diavolo disse al suo compagno di aspettarlo mentre andava a prendere un’anima dannata. Ebbene, ne trovò talmente tante, che il Vento è ancora lì a soffiare sempre, spazzando iroso il ponte una delle rare opere dell’uomo che non risulti insignificante in mezzo a quelle della natura. Ad Anzola, nel 1364 per scongiurare la peste venne costruito l’Oratorio di S. Rocco (con la fontana che sopravvive). Fra le spese previste per la manutenzione della navigabilità della Toce, per la difesa contro i torrenti e i Vallesani, per i tributi ai feudatari, erano preventivate anche quelle per i «bollettari», i monatti. Un oratorio al Santo della peste esisteva anche a Domodossola, in via degli Osci, dove sulla parete dell’ex-castello rimane ancora la scritta «Piazza S. Rocco». A Mergozzo, all’Età della Pietra, 4000 anni fa, un piccolo villaggio su palafitte, dove si sono scoperte tre piccole necropoli, la piazzetta Marconi fu «la chiesa della peste». Nel 1630 il prete vi officiava la Messa per tutti gli ammalati che assistevano dietro i vetri delle finestre chiuse nelle case intorno. Alla fine i capifamiglia firmarono la pergamena del voto, con un atto civile che invocando la misericordia presentava la Comunità al Cielo e impegnava anche i figli e i figli dei figli a santificare la festa di S. Rocco, ogni 16 agosto, con una processione fino all’Oratorio presso la chiesa di S. Maria a Prato Scopello, e a celebrare ogni anno perpetuamente la festa di S. Carlo il 4 novembre. A Mergozzo allora si reinstaurò l’uso di presentare all’altare i «ginostri», rami abbelliti con nastri variopinti e fiori, sui quali venivano infissi due limoni, simbolo della disinfezione dopo la peste e due scudi d’argento. La tradizione che dura tuttora antichissima, si dice risalga al culto romano della dea Cibele, fecondatrice delle forze della natura. I Romani, infatti, sembra fossero ben presenti sul Montorfano, dove, poco più in alto del villaggio di S. Giovanni dalla bellissima chiesa romanica in pietra del XII secolo sorta sul luogo di una antecedente del VII si dice che sorgesse Stazzona, il municipio romano dive-

nuto poi ducato longobardo verso il 584. Si salvò dal «cancro volante» la valle Anzasca, in quanto lo spettro della peste, affacciandosi sul Monte Moro, fu addolcito dal buon odore che saliva da Macugnaga, di pane (qui lo si cuoceva solo una volta all’anno) con siero di latte, profuso in elemosina, e tornò indietro. In definitiva, il merito si può attribuire ai nani, perché furono essi che insegnando ai Macugnaghesi l’arte di fare il burro, il formaggio, la ricotta, gli nascosero quella di utilizzare il siero, proprio perché lo dessero ai poveri. Un’altra leggenda assicura che al villaggio del Sempione, quello che vide il passaggio di tanti personaggi illustri, come Maria Mancini nipote del Cardinale Mazzarino e Erasmo da Rotterdam che attraversando il passo diede inizio al suo Elogio della pazzia, la peste del 1630 infierì talmente che fu ordinato a ogni abitante ammalato di trasferirsi direttamente al cimitero per morirvi. A Cardezza i superstiti quasi pazzi buttavano i morti in un burrone. Anche la chiesa della Madonna della Neve di Domodossola ebbe fra i numerosi ex-voto un tempo esposti i quadretti della peste, perché la Vergine aveva compiuto molti miracoli. Il più noto è quello dei tempi in cui il Bogna scorreva tra il borgo e il colle di Mattarella, causando ripetute rovine. Quando la chiesetta rimase quasi sepolta dalla ghiaia alluvionale, il dipinto della Madonna dovette essere staccato dal muro e trasportato sopra, nella chiesa ricostruita; ebbene, per miracolo vi giunse assolutamente intatto fra lo stupore di tutti. I Domesi avevano fatto voto di celebrare ogni anno, il 19 marzo, alla Madonna della Neve, una Messa cantata in onore di S. Giuseppe, con processione del clero, delle autorità e del popolo. Il Diavolo e i Santi Dopo i mostri vennero i diavoli, che si trovano un po’ dappertutto, perfino in un muro misteriosissimo in valle Antigorio, fra i pascoli di Arvenolo: un antico muraglione costruito con enormi blocchi e lastroni in pietra greggia d’una imponenza impressionante. La leggenda dice che fu il diavolo a costruirlo per collegare il luogo con l’opposta sponda di Cravegna onde portarvi un’intera montagna sulle spalle per schiacciare i ribelli di Viceno e Mozzio. Stranamente, i diavoli in genere si sono collegati ai ponti: si appoggiano d’abitudine 251


Valle Antigorio, Salecchio: la processione della Candelora.

a quello del Riale dell’Inferno ad Anzola, e hanno dato il nome al magnifico ponte di Bugliaga di Trasquera, a 1230 m alto sulla voragine, dove si racconta che nelle rocce e in quelle del Gnim vi sarebbero ancora gli anelli ai quali si attraccavano le barche quando la valle era un lago. A tutti i diavoli si contrappongono i Santi, ai quali l’Ossola è molto devota per una sua profonda religiosità che accoglie anche quelli nazionali e stranieri: S. Giulio e S. Giuliano erano greci; i patroni di Domodossola, Santi Gervasio e Protasio, furono i primi martiri della Chiesa Milanese; San Feliciano, del quale la Collegiata di Domo conserva il corpo, venne dal S. Castolo di Roma; e Sant’Antonio da Padova placa il maltempo e ferma le acque durante le piene ad Anzola, dove per S. Martino, l’11 novembre, giorno dei traslochi, in cui «us paga ul ficc di prai», già dal 1066 Grimaldo da Anzola portava venti libbre di formaggio al palazzo o castello del vescovo, a Domodossola. Dei S. Bernardo onorati nell’Ossola, quello di Mentone è nato ad Aosta, l’altro in 252

Francia, a Chiaravalle. A Capraga, dove per secoli, fino al 1967, durò la tradizione di distribuire in quel giorno il pane benedetto ai fedeli, S. Bernardo, nell’oratorio anteriore al 1500, si festeggia il 13 giugno. Qui nacque il Venerabile Padre Generoso Fontana, che in una notte, sognando il Giudizio Universale, ebbe i capelli bianchi. Il Fondatore dell’Ospizio del Gran San Bernardo è patrono di Zornasco, che ottenne un osso del corpo del Santo. Nessuno l’ha mai visto, ma la tradizione assicura che l’osso misterioso al calar del sole del 15 giugno, festa del Santo, passi di casa in casa, restandovi un anno per famiglia. S. Abbondio di Masera, dell’abbandonata chiesa del 1000 con il campanile romanico, è di Como. L’altro campanile romanico famoso è quello della chiesa di Villadossola dedicata a S. Bartolomeo, l’israelita apostolo di Gesù. Ma l’Ossola ebbe anche i suoi Santi locali, nonché i suoi Papi: il venerabile Giovanni Toietti nato nel 1680 nella casa ancora esistente a Pianezza di Calasca; il Beato francescano Giovannino Minoia di Croveo; il Beato


Giovanni Testone di Bannio, le cui ossa vennero riportate al paese da Alessandria nella tasca del nipote, senza testa (aggiunta in seguito per la generosità di un marchese Ghilini che la custodiva), il Beato G.B. Balconi, parroco a Zornasco dal 1732 al 1750, che dormiva in una bara; Don Lorenzo Dresco di Varzo, la cui nascita venne annunciata a una donna che raccoglieva foglie secche dal canto soave di un’anima del Purgatorio. Egli con le proprie mani, sasso su sasso costruì la curiosa e interessante chiesa di Crego, poi morì a Mozzio di Cravegna, dove la Madonna della Vita, nel Santuario in frazione Smeglio ha un quadro portato processionalmente dai Mozziesi emigrati nello stato pontificio, da Bologna, lungo la pianura padana, su un carro trainato da buoi. È venerato anche il Santo ciabattino di Varzo, Antonio Panighetti, sepolto nella parrocchiale di S. Eligio. I Papi sarebbero due: Innocenzo IX dei Nocetti, nato nel 1519 da genitori di Cravegna, che non volle mai lasciare il nome di Facchinetto, compiacendosi dell’umile mestiere del padre, e quando fu in parrocchia a Domodossola, secondo la tradizione, ma non i documenti, avrebbe procurato alla nostra città il privilegio di portare il SS. Sacramento nella processione del Venerdì Santo, durante la quale sembra che un confratello regolatore sollecitasse i partecipanti gridando: a vèghi mia che ul Signur l’è già su a cà dul diavul? Poi Papa Sisto V, già cardinale Felice Peretti, che si dice traesse origine dalla famiglia Peretti di Bracchio di Mergozzo. Feste religiose e processioni In tutta l’Ossola, per tradizione per assolvere ad antichi voti, per invocare l’aiuto divino contro i flagelli che dall’antichità hanno cambiato nome ma non frequenza, le processioni sono numerose. Quella da Domodossola a Bognanco, per devozione alle sante reliquie lasciate da un Vescovo di passaggio (abolita nel 1778, quando furono proibite le processioni fuori porta), è illustrata nel quadro che si trova nella parrocchiale di S. Lorenzo, sullo sfondo della città circondata da mura quale era nel 1690. Dovevano essere, le processioni, una risposta cristiana alle superstizioni e alle paure di tutti i tempi. Gli Anzolesi, nel giorno di S. Marco, per antichissimo voto legato alla liberazione dai lupi che si trovava-

no ancora sulle montagne, dedicavano a S. Giulio, uno splendido pellegrinaggio notturno, con tanti lumi tremolanti, che in barca faceva il giro dell’isola prima di sbarcarvi. Da Ornavasso, invece, il pellegrinaggio della Comunità annuale dell’8 maggio si recava alla Chiesa di S. Vittore, sull’Isola Bella del Lago Maggiore. Da Mergozzo, fino al 1600 inoltrato, il pellegrinaggio della comunità alla tomba di S. Giulio fu periodico per riconoscenza alla sua evangelizzazione. Secondo la leggenda, poi S. Giulio il 22 settembre del 344 celebrò la Messa a Pecetto, e un suo condiscepolo, nel 355, venne da certi giovinastri di Anzinell affisso a una pianta di castagne con un sasso al collo, così co là col capo in giù morì. Però ad Antrogna la prima chiesa di Calasca, la Chiesa Vecchia di Sant’Antonio Abate, sorse soltanto 1000 anni dopo la morte dei Santi gemelli. In questo paese la superstizione, per chiedere acqua o dopo lunghe piogge, faceva deviare il Riale e scorrere il torrente per le strade fino a circondare chiesa e cimitero. Così per fede, alle processioni si aggiungevano le Rogazioni, un singolare cerimoniale che evocava il ricordo delle antichissime origini pagane delle piccole comunità contadine, con visite a oratori e cappelle nei confini della Parrocchia. A volte duravano giorni, e lungo i percorsi di questi riti propiziatori per la fertilità della campagna, si distribuivano pane, risotto, formaggio. Ad Anzola, per le rogazioni di giugno, le donne portavano appesi al collo dei bozzoli di bachi da gelso come invocazione di una buona annata per la seta. Spettacolare era la solenne cerimonia che a Pontegrande, per la venuta del Vescovo, riuniva le processioni di tutta la valle, che giungevano con le donne in costume, le ragazze vestite di bianco e coronate di fiori, gli uomini delle confraternite che alzavano stendardi, croci, lanterne dorate e decorate, cantando. Se pioveva, le lunghe file acquistavano un particolare colore per lo sbocciare di centinaia di ombrelli rossi, verdi, arancione, gialli, a righe. Il sacerdote D. Giuseppe Salina, in arte il poeta Vittorio D’Avino, definiva queste processioni anche pericolose, perché costeggiavano burroni e precipizi e sovente i confratelli dovevano sospendere le litanie per correre in fondo a qualche vallone o internarsi in una forra a raccattare una vecchia o un bambino che vi erano precipitati rompendosi qualche osso. Non meno pe253


Vagna, la tradizionale festa del Bambin Gesù con le cavagnette.

ricolosa doveva essere la processione che da S. Lorenzo per il Passo del Fornalino si recava ad Antrona, e viceversa, per festeggiare il comune Patrono. L’ultima da San Lorenzo ad Antrona è del 1945; da Antrona a San Lorenzo si fece anche nel 1952, sotto la pioggia. Per non parlare di quella celebre che via Macugnaga da SaasFee - Zermatt si recava a Varallo, al Sacro Monte, per il Passo del Monte Moro. Il naturalista svizzero Désor avrebbe voluto seguire quel percorso, ma la guida Brauschen si rifiutò di accompagnarlo perché la strada era riservata ai pellegrini: per gli altri il ghiaccio sarebbe stato pericoloso. Ancora oggi, tanto suggestiva e folcloristica, si snoda ogni 3 febbraio la processione della Candelora, che sale a Salecchio di Formazza, il paesino d’origine antichissima, così caratteristico e strano, con le sue case vuote, il cimiterino abbandonato, come impietrito nel silenzio. In quel giorno il villaggio disabitato si anima di tutti i salecchiesi emigrati nel mondo che ritornano per continuare la tradizione, partecipare alla Messa, alla benedizione delle candele e al pranzo caldo a base di polenta, salamini e formaggio. Note in tutta Italia sono le processioni di Re, in devoto omaggio all’affresco miracoloso della Madonna dal 254

quale sgorgò il sangue quando Giovanni Zuccone di Londrago, il 29 aprile 1494, giocando alle piastrelle sulla piazzetta, lo aveva colpito con rabbia. Numerosi furono anche i pellegrinaggi dalla valle Anzasca alla Svizzera tedesca, a piedi, per devozione alla Madonna d’Einsiedeln o di Valdo, che qui stranamente ha diverse cappelle, con le effigi di San Meinrado assassinato dai briganti e San Corrado, che furono i fondatori del convento e del santuario di Einsiedeln. Ceppo Morelli, poi, si può dire il paese delle processioni: quella piccola la terza domenica di ogni mese, quella grande, per la Festa della B.V. Immacolata, che trasporta la bella statua, l’ultima domenica di giugno, attraverso il paese infiorato e addobbato, fino alla Madonna di Lourdes, poi per i prati, dietro antiche case; l’altra grande, delle Reliquie, la prima domenica di settembre, con il prezioso reliquiario. Poi, per la tradizionale commemorazione dei morti, che sono invocati quasi come Santi (o meurt jutèm) la processione al cimitero è seguita nel buio crepuscolo dal rosario recitato in corso, suggestivamente, dai parenti raccolti intorno alle tombe dei loro cari, infiorate dalle innumerevoli luci degli «ufizil», i lumini di cera attorcigliati. Del resto, in tema


religioso, Ceppo non è famoso solo per le processioni, ma anche per il sacrista che quando si svegliava, a qualunque ora della notte, andava a suonare l’Ave Maria e le donnine devote correvano fino alla chiesa, a lume di luna, e per l’organista che durante la Messa suonava Tutte le feste al tempio, e Libiam nei lieti calici, credendoli inni sacri. Le fonti e le erbe miracolose Oltre le processioni, i pellegrinaggi, le rogazioni, gli Ossolani hanno come rimedio ai loro mali fisici le acque minerali. Quelle di Bognanco, fatte conoscere dal Dr. Giacomo Albasini con un opuscolo pubblicato nel 1849, per curare tutte le malattie di fegato; quelle ricostituenti del sangue e del sistema nervoso di S. Carlo in valle Anzasca, attualmente non ancora sfruttate benché Stoppani nel 1914 credesse nella loro efficacia e nel loro avvenire; la fonte termale nelle vicinanze dell’Alpe Monfracchio di Craveggia, già citata nel 1352, contro affezione rachitiche e malattie linfatico-glandolari; la sorgente dell’Alpe Veglia di Varzo, scoperta casualmente da due soldati nel 1879, la più elevata sorgente minerale d’Europa (m. 1813) dopo quella di Penticosa nei Pirenei, dalle acque acidule-ferrose-arsenicali; le buone acque di Baceno e Uresso; quelle ferruginose e famose di Crodo. E poi, da sempre gli Ossolani hanno fatto ricorso alla medicina popolare. Naturalmente, ai tempi in cui l’esercizio della chirurgia era affidato al barbiere che era anche sarto, trovava posto la superstizione, come nel caso delle ragnatele sulle ferite, dei pidocchi contro il mal di fegato, le lumache vive contro il mal di denti, ecc. Ma in genere si faceva uso di erbe medicinali di provata esperienza e reale beneficio. Non so del brodo di pollo per non fare la pipì a letto, ma è un fatto vero che l’alcool di arnica e il grasso di marmotta sono efficaci contro i dolori reumatici, l’olio di ipérico contro le scottature, le punture delle api contro la sciatica, il latte di donna contro il mal d’orecchi, l’aglio e l’erba ruta contro i vermi, il tiglio e la camomilla di montagna per guarire i raffreddori e il nervosismo, la menta per la digestione, i semi di lino macerati nell’acqua per rinfrescare l’intestino, l’olio di ricino caldo in impacco sulla pancia, e altri ancora. Del resto, l’uso di Bognanco

di attaccare al collo, con uno spago, un pezzetto di carne di capra secca e salata, che il bambino succhiava, trovandolo saporito e gli rinforzava le gengive, è ben durato nei secoli con lo stesso principio e la sola sostituzione della carne secca con l’osso di seppia. Gli alberi sacri al popolo Anche gli alberi hanno sempre avuto molta importanza nell’Ossola, oltre il loro valore ecologico e materiale: una specie di culto faceva dei più imponenti il Municipio all’aperto in molti paesi. A Vigino era un enorme albero di noce. A Macugnaga presso la bellissima Chiesa Vecchia costruita dai Walser e il cimiterino delle guide alpine con le tombe illuminate di edelweiss e fiorite di picozze, un grande tiglio piantato nel 1200 raccoglieva sulla panchina attorno al suo tronco gli anziani a Consiglio. L’Università degli Uomini della terra di Anzola, al suono della campanella sedeva sul sagrato del S. Rocco costruito per scongiurare la peste del 1364, all’ombra sacrale del tiglio in mezzo alla piazzetta del «parlamento rustico». A Mergozzo, che risulta come Communitas Mergotii negli Statuti del 1378, l’olmo ai piedi del quale sedettero un tempo i Consoli, i dignitari, i magistrati del Borgo e i Credenzieri, è stato immortalato dal Pittore Carlo Cani di Novara nel quadro del 1623 con la Madonna del Rosario ora in parrocchiale. Anche a Toceno le adunanze si tenevano all’aperto e alle sedute plenarie del Consiglio di Vicinanza erano ammesse anche le donne. Purché fossero vedove. Qui esiste ancora l’edificio costruito nel Medioevo per dar più solennità alla promulgazione degli Statuti. La Loggia de’ Bandi. Gli statuti I Comuni, infatti, a un certo momento della complicata storia ossolana, erano retti da Statuti interessantissimi. Quelli di Crodo comprendono anche norme di diritto pubblico, disposizioni di polizia rurale e forestale; quelli di Craveggia stabiliscono beneficenze, sovvenzioni ai poveri, letti all’ospedale di Domo; a Salecchio prevedono la pena del taglione per i feritori, la decapitazione per gli omicidi, la berlina e le catene per i bestemmiatori, l’amputazione delle mani e la forca per i ladri, la pubblica fustigazione in piazza per le adultere. A 255


Bognanco, non per Statuto ma per usanza, fino al 1960 i capifamiglia si assoggettavano alla «Giornata di prestazione», dando un uomo per «fuoco» o pagando un sostituto, tre giornate all’anno, per la manutenzione delle alpi, delle corti e delle strade frazionali. Formazza, con gli Statuti del 1486, aveva giurisdizione autonoma con un proprio giudice chiamato Aman, coadiuvato da un consiglio di dodici credenzieri, detto Consiglio dei Dodici: un insieme di orientale, di biblico, di veneziano. A Premosello gli Statuti esistevano dal 1400; quelli nuovi del 1571 furono approvati dall’Università o Consiglio Maggiore all’ombra del tiglio secolare, in piazza, e vi si parla fra l’altro dell’esportazione di concime, del commercio di lumache, del divieto di gettare immondizie nel Riale. Usanze per battesimi, nozze, funerali e temporali In quanto alle usanze, che sono vecchie di secoli e alcune durano tuttora, molte sono comuni a quasi tutti i paesi. Per i matrimoni e i battesimi vigono i banchetti, la distribuzione di confetti, i doni. Dai funerali è quasi sparito il pranzo di chiusura, una volta giustificato dalla lontananza dei cimiteri, dal fatto che le bare erano portate a spalla e lungo il percorso per sentieri impervi era necessario sostentare i portatori con pane, formaggio e grappa; ma resta l’uso della distribuzione del sale. A Bognanco le massaie rimestando la polenta insaporita con quel sale recitano un requiem a suffragio del defunto. Qui si benedivano le salme, prima di rinchiudere la cassa, con tre spighe di grano intinte nell’acqua benedetta. Altrove si distribuiva anche riso e pane di segale (a Malesco perfino pasta arrostita) o «ris e lacc di meurt» ai poveri. A Calasca, la sera della vigilia i ragazzi si recano di casa in casa recitando Calandrin, calandròt, oppure arsgignin, arsgignòt, par l’amur dul bambinot, ricevendo pere, mele, noci, castagne, torroni. La tradizione della «Carcavègia», manifestazione folcloristica di Colloro e Premosello, è un corteo di fine anno. Il nome si spiega a Calasca dove per antichissima tradizione si svolge alla vigilia dell’Epifania e trae origine da una storia di Re Magi che giunti a Betlemme, seguendo la cometa, cercavano la capanna di Gesù chiedendo informazioni a una vecchia che li indirizzò in direzione opposta. Accortisi i magi ritornarono indietro e bru256

ciarono la casa della vecchia: se ti sevàt nuta, ti ghévat da sta citu. Nella stessa occasione in valle Vigezzo i ragazzi mettevano una scodella sul davanzale o una calza appesa alla cappa del camino per trovarvi, l’indomani, dei doni. Il rosario della sera dei Morti si recitava nelle stalle, mangiando castagne e, in valle Vigezzo, lasciandone per i defunti. In valle Anzasca quando muore un bambino le campane suonano a festa perché un nuovo Angelo è salito al cielo; una volta le salme dei piccoli venivano seppellite in un reparto riservato ad essi e ai sacerdoti. A Mergozzo, ai funerali di una ragazza nubile venivano distribuiti dei confetti da sposa, una espressione così patetica e così alta a indicare con realismo la mancata festa di nozze per la vergine estinta o forse le nozze eterne alle quali la vergine è evangelicamente arrivata. A S. Lorenzo esisteva «la funtana di meurt», dove si lavavano esclusivamente gli ultimi indumenti e le lenzuola dei defunti. Anche a Domodossola, una volta, il due novembre i ragazzi della Motta uscivano a scèrcà par i povar mort e non si sa bene cosa ne ricavavano i morti, ma i ragazzi raccoglievano qualche spicciolo vendendo, per i cavalli, i pezzi di pane raccolti. Nella Settimana Santa, invece, da venerdì a domenica, quando le campane sono legate, per l’annuncio delle funzioni sacre i ragazzi portavano nelle strade, scuotendola, una specie di raganella, «la tarapèla», che si chiamava «tiratap» ad Anzola. In questo paese, nella chiesa di San Tomaso v’erano due soli banchi, per i notabili; le donne più assidue si portavano l’inginocchiatoio da casa, e la sera di S. Giovanni, 24 giugno, recavano in chiesa, nel grembiule del costume, un mazzetto raccolto secondo tradizionali criteri di scelta, per farlo benedire. I più rari erano i fiur di bèi oman. Un pizzico di quei fiori si bruciava sul «barnasc» (la paletta del camino) davanti all’uscio di casa per tenere lontana la losna (il fulmine). In Antrona funzionava la Elemosina di Santo Spirito (soppressa nel 1887) a favore della Congregazione di Carità e della cappellania, con l’obbligo al cappellano di far scuola ai più poveri, nella parrocchia di Montescheno. Per Ognissanti, di carnevale, e anche per S. Biagio, 2 febbraio (dopo aver benedetto la gola all’altare) a Malesco ci si riuniva a mangiare i «runditt» chiamati anche «stinchèd», un impasto di farina di grano o frumento, sale e acqua, disteso in frittelle su pietra olla-


re leggermente scaldata, poi spalmate di burro e servite con bucalina ad vin da Pèl. In diversi paesi, come a Domodossola, si distribuisce per carnevale pulenta e sciriui, mentre a Cimamulera invece dei salamini v’è lo zampone. E via dicendo. E per chiudere... Nella Settimana Santa, i Frati del S. Monte Calvario di Domo, che abitavano a metà costa nel convento poi diventato caserma e ora rovina, offrivano un pranzo tutto di magro; per la Quaresima, invece, tra i privilegi ossolani esisteva quello concesso dal cardinale Matteo Schinner, verso il 1515, di potersi cibare di latticini. A proposito del Calvario, così trascuratamente caro, Bazzetta assicura che esisteva una strana nota spese per un restauro nel XVIII secolo delle pitture e delle rimarchevoli statue nella Via Crucis che culmina, in alto, con il Paradiso e il convento dei Padri Rosminiani: “Corretti e verniciati i Dieci Comandamenti di Dio”; “abbellito Ponzio Pilato”... “Rimessa la coda al gallo di S. Pietro e raccomodata la cresta”; “riattaccato il buon la-

drone alla sua croce e rimesso un dito nuovo”; “Dorata l’orecchia sinistra dell’Angelo Gabriele”; “pulita la serva del gran prete Caifa e messo del rossetto sulle guance”; “rinnovato il cielo, aggiunto due stelle, dorato il sole e pulita la luna”; “ravvivate le fiamme del Purgatorio e restaurate alcune anime”; “Rimesso a Lucifero una coda nuova”... “pulite le orecchie e riferrato l’asino di Balaam”; “rimesso alcuni denti a Erode”; “messa una pietra sulla fionda di Davide”; “ingrandita la testa di Golia e retrocesse le gambe dello stesso”; “rimessi i denti nella mandibola di Sanson”; “rattoppata la camicia del Figliuol Prodigo”; “lavati i porci e rimessa l’acqua sul loro truogolo”... “Totale £. 850” Ecco, questa è una piccolissima insignificante parte delle leggende, delle tradizioni, degli usi e del folclore di questa nostra piccola Ossola. Condensarli è stato un lavoro improbo; eliminare è stato penoso. Quindi, dell’incompletezza del sunto non ci scusiamo, ma ci serviamo per incitare altri a perfezionarlo e integrarlo in un’opera degna.

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Storia dei costumi Rina Chiovenda Bensi

Una delle prime documentazioni sui Costumi femminili dell’Ossola, la dobbiamo ad Antonio Maria Stagnon, un artista del quale in Val d’Ossola è quasi sconosciuto anche il nome, pur essendo nato a Mondelli, piccola località della Valle Anzasca, ora appartenente al Comune di Ceppomorelli. Antonio Maria Stagnon nacque il 2 luglio 17511, unico figlio maschio di Pietro Antonio. Il padre, dopo avergli insegnato l’arte dell’ “Incisione di sigilli” lo mandò a Parigi a perfezionarsi. Alla fine del 1772 Antonio Maria tornò a Torino dove il padre gli cedette la sua Bottega per rientrare in Valle Anzasca. Con il trattato di Worms del 1743, l’Ossola fu incorporata agli Stati del Re di Sardegna e dopo questi avvenimenti politici, gli Stagnon specializzati in “sfragistica”2, che già lavoravano a Milano, e quelli provenienti dalla Valle Anzasca, si trasferirono a Torino per svolgere la loro particolare attività. “Antonio Maria Stagnon con patente del 4 aprile 1774, ebbe il titolo di Regio Incisore di Sigilli…Come incisore in rame trattò molti generi; la geografia, il ritratto, l’araldica, il costume, i fregi, la vignetta”.3 Nel 1789 incise in 88 tavole a colori, le uniformi delle truppe del Re di Sardegna; ma il lavoro più importante per noi è: “Récueil Général des modes d’ habillements des femmes des Etats de Sa Majesté le Roi de Sardaigne”, un volume di 43 tavole, pubblicato in due edizioni e dedicato ad Adelaide Clotilde di Francia, Principessa di Piemonte dal 1775, per il matrimonio con il futuro Re Carlo Emanuele IV . Una copia, rarissima di questa opera è custodita presso l’Archivio Storico della città di Torino, e da una dedica conservata nella Miscellanea Vernazza presso la Biblioteca Reale, sempre a Torino, si desume la data della presentazione del primo volume, 1780.

In questa pubblicazione Antonio Maria Stagnon dedicò all’Ossola ben 5 tavole, con i Costumi incisi in bianco e nero e a colori, ricche di particolari, che danno la possibilità di studiarle e di imitare anche oggi i Costumi. I colori dei tessuti sono importanti perché permettono di evidenziare le singole peculiarità e come scrive Antonio Maria Stagnon alla Principessa, in una lettera di presentazione di questo suo lavoro, “i diversi colori ed i modelli contribuiscono a far conoscere i diversi caratteri della popolazione”. Alla Valle Anzasca, la sua Valle, l’artista dedicò due incisioni “Siora Marianna, habit de cerémonie de Ceppomorelli dans la Vallée Anzasca”, e “Manghin, boulangere de la Vallée Anzasca”. Poi incise “Barbna de Varzo dans la Vallée Dovedro dans l’haut Novarois au Semplon”, e “Brighita de Formazza pres le Canton d’Urj”, ed infine “la Siora Peppa de Craveggia dans la Vallée de Vigezzo”. I tratti del viso variano secondo l’atteggiamento della persona ritratta. La Siora Marianna, elegante e distinta è serena, indossa sul vestito una lunga giacca di colore rosso, guarnita come il grembiule ed il cappello con passamaneria dorata; la camicia è bianca e allo scollo si intravede una piccola croce, anche le scarpe con fibbia sono un elemento di distinzione come l’orologio ed il cappello. Manghin, la portatrice di pane, invece è stanca ed affaticata, indossa un costume più modesto: il grembiule inizia all’altezza delle ascelle ed è fermato in vita da una fettuccia di lana a più colori, tessuta in casa, detta “Curungia”; sotto il grembiule si intravede la gonna, con uno spacco profondo sul davanti, presumibilmente necessario per affrontare una eventuale gravidanza; ai piedi Manghin porta delle calzature di stoffa, “Scufui”, e calze senza soletta, dette “Trausciuin”, che venivano

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usate in tutte le Valli dalle donne per non scivolare andando in montagna e per la raccolta del fieno. Barbna di Varzo, in Val Divedro, indossa un elegante Costume con un lungo grembiule che inizia all’altezza delle ascelle; la camicia e la cuffia sono di colore bianco, la giacca di mezzalana è rossa come il bordo del vestito. Anche il Costume di Brighita di Formazza è importante sia per il colore, sia per il modello: Brighita porta in testa una cuffia bianca e sopra uno spiritoso cappellino, secondo le usanze locali, come si può vedere anche nell’affresco della prima metà del 1600, nell’Oratorio di S. Maria ad Antillone, raffigurante un pellegrinaggio al S. Gottardo, affresco che rimane il documento più importante sul modo di vestire di questa comunità a quel tempo. Questa acconciatura causò nel 1718 grosse liti religiose e diplomatiche tra il curato di Formazza Giacomo Costantino Jachino e le donne ed il Procuratore della Valle, per “l’intollerabile uso di certi cappelletti… cò quali appena cuoprono la sommità del capo con troppa abominevole indecenza al Sagro luogo e fonzioni ecclesiastiche…” Molte donne accettarono 260

subito il rimprovero del curato andando in Chiesa velate, con fazzoletti bianchi, mentre i Procuratori del Consiglio di Valle, risposero che “le donne di Valle Formazza vestono un abito che tutte le copre… e sogliono per costumanza loro, antichissima, a causa della rigidezza dell’aria, coprirsi il capo con una scuffia di tela bianca che… vi soprapongono una berettina di lana che copre la somità del capo… e con questo apparato sono state admesse alli sacramenti… e mai fu proibito l’uso di detta scuffia e berettina…” Questa controversia provocò spese e proteste. Venne nominato alla fine come arbitro, il marchese Paravicini, che il 2 maggio 1719 sapientemente eseguì le istruzioni del curato di Formazza, proponendo alle donne di aderire volontariamente alla Confraternita del S.S. Sacramento e di portare nelle funzioni “ il sodetto panno nel modo prescritto”. Con questo arbitrato del 1719, entrò nel costume di Formazza, da parte delle donne l’uso di portare in testa un telo bianco durante le cerimonie re