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Il Torneo dei Rock Guerrieri o il ritrovamento del drago

Marco Guadalupi

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Il Torneo dei rock guerrieri o il ritrovamento del drago Marco Guadalupi Š 2014 Proprietà letteraria riservata. Vietata la riproduzione del testo, anche parziale, senza autorizzazione. Ufficio stampa: Pia Ferrara (ferrarapia@gmail.com)

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Episodio 1

Creature che scompaiono Il drago era scomparso. Al pub non si parlava d’altro. Via, sparito, senza lasciare tracce! Nessuna casa bruciata, strada divelta, né cadaveri o auto arrostite. Una mastodontica fornace ambulante aveva tagliato la corda. Mancava una settimana all’inizio del Torneo dei Rock Guerrieri e quella creatura doveva essere la grande novità dell’edizione che stava per inaugurarsi. All’epoca in pochi mi conoscevano come Benny Diesis della Radio Ufficiale del Torneo; ero Ben, semplicemente Ben, un giornalista alle prime armi che cercava di raccontare alla gente comune il meraviglioso mondo del Rock – meraviglioso e senza limiti, beninteso. I rocker suonavano, davano spettacolo, combattevano. E alcuni morivano, pure. Ma ritornando al drago. I Vichinghi erano la prima band estera a partecipare al Torneo e mai come nessun altro avevano preso alla lettera il motto della competizione: “Dove tutto è consentito”. Chi mai avrebbe pensato di iscrivere alle liste di partecipazione una band metal composta da guerrieri in groppa a draghi? Tutt’ora questi valorosi combattenti rock sono orgogliosi di ricordare a tutti di essere i campioni indiscussi del Rock Guerrieri, e tante grazie. La nostra tranquilla cittadina non era pronta ad accogliere i draghi, ve lo dico io. Ma naturalmente l’organizzazione non poteva farsi sfuggire i Vichinghi. Ancora oggi è la band con il più alto tasso di visibilità e richiamo. Spaccano, insomma, in tutti i sensi. Sperando di raccogliere interessanti testimonianze, entrai al Mr Brown. Il locale emanava un dolce profumo di incenso, essenza che si mescolava all’odore forte e nauseabondo del whisky appena versato. Locandine sparse ovunque raccontavano la storia del Torneo negli anni. C’erano anche diverse rappresentazioni grafiche di artisti locali appese sul bancone; raffiguravano alcune delle battle rock più memorabili. Schizzi e bozzetti di strumenti musicali che sputavano fuoco proprio come la creatura scomparsa. Notai un uomo piuttosto anziano con una bandana annodata sulla fronte intento a sfogliare l’ultimo numero di Tits in Bra, storica rivista legata al Torneo co-fondata dal sottoscritto e da altri colleghi appassionati. Lo conoscevo di vista perché bazzicava spesso il pub, ma ignoravo il suo nome. Sbirciai oltre la sua spalla. 4


Neil, il drago, è sparito dal recinto presso la collina di Les Paul. I Vichinghi, metal band giunta in città per partecipare al Torneo dei Rock Guerrieri, si sono uniti agli agenti del Carcere dei Rocker Sopra le Righe per prendere parte alle ricerche. Ancora sconosciute le dinamiche della sparizione… Il vecchio leggeva la notizia sorseggiando dal suo bicchiere ed esprimendo al contempo, mediante suoni gutturali, un misto di indignazione ed eccitazione. «Il Rock non è più quello di una volta» gracchiò. «Creature rognose, i draghi» gridò poi battendo un pugno sul tavolo. «Già» dissi avvicinandomi. «Posso sedermi?» L’anziano rocker fece spallucce, quindi presi posto, circospetto. «Chissà dov’è in questo momento» dissi sospirando. «Lontano, spero» esclamò l’uomo. «Se dovessi vederlo da queste parti prenderei il mio vecchio basso da combattimento e gliela farei vedere io! Maledetti cornuti». «I Vichinghi, intende?» «Loro» confermò sbuffando l’uomo. «Se questa faccenda non si risolve passeranno dei guai». Senza espormi troppo cercai di arrivare al punto. «Quindi lei non ha visto né sentito nulla, dico bene?» «Sono qui da ieri sera e se torno a casa ubriaco mia moglie mi ammazza. Cerchi la bestia?» Si avvicinò al mio orecchio per parlarmi e, puntando un dito sul tavolo, mi avvolse con il suo alito pesante. «Ci sono solo due cose che interessano ai draghi: carbonizzare esseri umani e… custodire tesori». Non ascoltai il resto. Come colpito da un travolgente riff di chitarra avevo appena avuto un’illuminazione.

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Episodio 2

Fulmini nell’oscurità «Sono tra le creature più intelligenti al mondo!» Fuori dal Mr Brown era calata la sera. L’illuminazione avuta poco prima nel pub poteva essere l’ultima spiaggia, lo ammetto, ma non avendo niente da perdere decisi che quel tipo strambo andava benissimo per la mia indagine. Non aveva chiesto nulla in cambio, si era semplicemente offerto di aiutarmi. Inoltre credo che il vecchio rocker non aspettasse altro che evitare il ritorno a casa dalla moglie. «Da dove iniziamo a cercare? Sembrerebbe che lei ne abbia affrontato uno». La buttai lì, garbatamente. «Un drago? Mai» rispose deciso il rocker. «Però sarebbe pronto a combatterlo, giusto?» «Che domande!» sbraitò. «Se ne incontrassi uno avrei scelta? Riguardo al piano, è opportuno iniziare la ricerca nei boschi al di là delle campagne. Qui in città c’è troppa calma». Ci allontanammo dal pub a piccoli passi. La serata era fresca e calma, le strade deserte. Imboccammo un vicolo. La luce intermittente di un lampione illuminò i contorni aggressivi di una motocicletta con sidecar. Doveva avere gli stessi anni del proprietario. «Parte a scossoni, ma è fiera e forte come me» specificò il vecchio mettendosi in sella. Io presi posto nel sidecar cigolante. Vidi il rocker estrarre dalla giacca di pelle una fiaschetta. Prese un lungo sorso. Mi offrì da bere ma non accettai. Prima di mettere in moto, l’attempato rockettaro riannodò la bandana in fronte, dopodiché azionò in combinazione acceleratore e frizione. «Ora possiamo partire. UHU!» Saltai completamente per aria. Il rumore e gli scoppietti della marmitta rimbombarono per tutto il vicolo. «Andiamo a caccia di draghi!» ululò alla notte il vecchio, curvo alla guida del trabiccolo. Notai solo allora che aveva inforcato anche un paio di occhialoni neri. Cercai di raggomitolarmi alla meglio, tenendo gli occhi semichiusi. Andavamo a razzo, a stento riuscivo a riprendere aria. «Le conviene rallentare» gridai con una mano davanti la bocca. «Potrebbero toglierle la patente, o peggio». Il rocker rise sguaiatamente. «Se ne avessi una, senz’altro. UHU!» 6


Sfrecciammo lungo la via principale. Non c’era anima viva. Attraversammo il quartiere residenziale fino a percorrere la strada che portava in campagna; lì gli scenari erano perlopiù deserti e dominati dall’erica selvatica. Iniziò a calare la nebbia. Ero nascosto nel sidecar, ma con la coda dell’occhio e nonostante la foschia, riuscii a intravedere delle scie luminose lontano nella brughiera. Gridai a squarciagola per farmi sentire: «Laggiù c’è qualcosa!» Il vecchio non ascoltò, puntava la strada e sghignazzava come un indemoniato. Le strisce di luce intanto si avvicinavano. Scorsi delle sagome umane all’interno di quei bagliori accecanti. All’improvviso sbucarono dalla nebbia come fulmini, fluttuando a mezz’aria. Eravamo circondati. Il vecchio rocker controllò a stento una sbandata e cambiò espressione. Le rughe sul suo volto si fecero più marcate, tuttavia non rallentò. «Tu! Prendi il mio posto» ordinò urlando. «Conosci la strada fino crocevia White Duke? Se vogliamo arrivarci vivi dobbiamo seminarli. E bevi questo, ti servirà». L’anziano mi porse la sua fiaschetta. «Le sembra questo il momento di bere alcol?» «Santi gli dèi delle dodici corde! Ti sembro così stronzo da bere alcolici alla guida?» «Sì!» gridai spaventato. «Malfidato! È solo dell’ottimo liquido energetico» spiegò facendo un occhiolino. «Forza, butta giù!» Accadde tutto in pochi secondi. Mi ritrovai al posto di guida avvolto da una rete di fulmini sfrigolanti; la moto vibrava sotto le mie mani, quasi stesse accumulando l’energia sprigionata da quelle folgori umanoidi; la bevanda aveva lo stesso sapore delle gomme da masticare alla frutta. Il vecchio? Aveva appena tirato fuori da una sacca legata al sidecar un basso acustico! In equilibrio precario iniziò a suonare alcune note.

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Episodio 3

Feedback nel bosco Lingue di fuoco confluirono lungo la paletta del basso, alimentate dai riff del rocker. Le fiammelle modellarono un unico globo infuocato, che il vecchio strampalato sparò e frustò nel mezzo del vortice di fulmini con uno scatto di reni incredibile. Un giornalista è pronto a tutto pur di sopravvivere al proprio mestiere; quella – e ancora oggi ne parlo ai colleghi – fu l’esperienza più spaventosa e al contempo meravigliosa della mia carriera. Filavo dritto, acceleratore al massimo, in un tunnel di ombre ed energie luminose; una vera e propria battle rock ambulante! Il crocevia di White Duke era vicino. Ma improvvisamente, plasmato dalle scariche di fulmini, vidi i contorni abbaglianti di un martello da guerra fracassarsi sul manubrio della motocicletta... Quando riaprii gli occhi ero di nuovo nel sidecar, parcheggiato sul ciglio della strada. Silenzio. Quando finalmente riuscii a mettere a fuoco capii che eravamo scampati all’imboscata. «Questo lo scriverai nell’articolo?» domandò il vecchio rocker in piedi vicino la moto. Riaccordava lo strumento e dalla paletta colava qualche scintilla infuocata. «Cosa erano quei…» balbettai. Avevo la bocca impastata ed ero ancora stordito. «Fulmini?» completò il bassista, serio. «Hanno perso qualcosa, o lasciato cadere» aggiunse indicando un elmo con le corna poggiato sulla sella della motocicletta. «Ti dice nulla?» «I Vichinghi!» risposi subito. «Ma non può essere. Partecipano alla ricerche con gli agenti del Carcere. Perché avrebbero dovuto attaccarci?» «Questo proprio non lo so, ragazzo. Ho solo raccolto una prova». Il rocker risistemò il basso modificato nella sacca del sidecar. «Qualcosa non va, e qualcosa mi dice che quei tizi volevano impedirci di raggiungere i boschi oltre le campagne». «I Vichinghi in combutta con quelli del Carcere?» pensai ad alta voce. Il vecchio iniziò a fischiettare un motivetto, forse per stemperare la tensione. «Una cosa è certa: che una dannatissima bestia come quel drago non sparisce nel nulla dall’oggi al domani». 8


Continuavo la mia full immersion nel mare della confusione. Ricordai il martello. Non ero ferito, ma avevo un gran mal di testa. «Come ha fatto a mandarli via?» domandai ancora al rocker. «Sai qual è il mio nome, bel tipetto?» «Evidentemente no, ma non capisco cosa c’entri con la battaglia e i Vichinghi». Il vecchio tirò nuovamente fuori la fiaschetta. «Niente di niente, è solo che non mi ero ancora presentato. Liam Igghy». Tracannò l’intruglio e non mancò di offrirmi un goccio. Il sapore di gomma da masticare alla frutta eccitò le mie papille gustative, attenuando il mal di testa. «Ben» risposi sconcertato, e strinsi la mano al mio folle compagno. Con l’elmo incastrato sul davanti della motocicletta a mo’ di trofeo superammo White Duke, andando incontro ai boschi, verso ovest. La brughiera lasciò il posto a una vegetazione più fitta e selvaggia. La strada si restrinse. Sentivo rami e foglie sibilare a pochi centimetri dalle orecchie. A quel punto, come a infliggerci il colpo di grazia, accaddero tre cose. La motocicletta si spense, la eco di un brano blues si diffuse tra i rami e una voce enfatizzata da un acutissimo feedback acustico ci invitò di stare fermi.

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Episodio 4

La Guardiana delle Foglie Verdi

Benvenuti nel mio regno Viandanti nel colorato gorgo Una foglia si muove Una foglia brucia Una foglia fuma Benvenuti viandanti Nel colorato gorgo Non fatemi del male Cantava così la voce esasperata dall’effetto acustico. La moto era ferma. Il giro blues era lento, quasi soporifero. Una meraviglia! Sembrava di stendere le ali e prendere il volo, su, oltre la cima degli alberi… Toccare stelle e scivolare su uno spicchio di luna…

Una foglia fuma Benvenuti viandanti Nel colorato gorgo Non fatemi del male. «Perché dovremmo farti del male?» chiesi quando riuscii a riprendermi dall’ipnotico blues. «Chi sei, cosa vuoi da noi?» «Mostrati» esclamò Liam Igghy, impaziente. «Se la moto non parte tra cinque minuti passerai guai seri, chiunque tu sia. Spirito!» «Cosa volete voi da me?» La musica lentamente si spense e con essa la voce. Una sagoma minuta sbucò dall’intrico di rami. Calò sopra le nostre teste come un angelo. Era infagottata in un maglione sgualcito che le arrivava poco sopra le ginocchia. Per il resto, decisi, la ragazza doveva essere completamente nuda. Bellissima. «Voglio la verità» feci sottovoce all’indirizzo di Liam, «cosa c’era in quella bevanda?» 10


«Succo d’arancia, concentrato di fragole, essenza di limoni, zucchero, aceto balsamico e un pizzico di cannella» sciorinò il vecchio. Era imbambolato, gli occhi puntati sulla celestiale figura. «Okay» balbettai ancora più confuso. «Mi chiamo Janis». La ragazza parlava cantando, come se non riuscisse a esprimersi diversamente. Carezzava l’aria con le mani, gesticolando. «Sono la Guardiana delle Foglie Verdi». «Guardiana delle Foglie Verdi» ripeté Liam con la bocca spalancata e la lingua penzoloni. «Siamo buoni!» cercai di spiegare, convinto che il vecchio Liam Igghy non si sarebbe più ripreso. «Mi chiamo Ben, sono un giornalista. Lui è un mio… compagno di viaggio». Feci una pausa ma Janis la Guardiana non rispose. «Non vogliamo farti del male. Cerchiamo un, ehm… un drago. Una bestia grande così» mi sbracciai, nel maldestro tentativo di rappresentare la mostruosa creatura. «Tu per caso lo hai visto?» «Visto?» chiese Janis sorridendo. «Un drago» risposi cercando di mantenere un approccio rilassato. La ragazza saltellò nell’aria, una via di mezzo tra un’astronauta sulla luna e una ninfa dei boschi. «Venite» disse la Guardiana. Senza obiezioni scendemmo dalla motocicletta (trascinai di peso il vecchio Liam afferrandolo per la giacca di pelle) e seguimmo Janis. «Hai visto il drago?» mi ritrovai a ripetere dopo pochi passi. «Scava per l’oro o brucia» rispose la ninfa. «Il drago? Oh, probabile». Sono un giornalista, tenere duro fa parte del lavoro. gioco a fare l’investigatore a caccia di scoop quando non ho niente da scrivere. Janis era una meravigliosa figlia dei boschi, ma ci stava decisamente facendo perdere tempo. Svolazzando e canticchiando a labbra socchiuse, la ragazza arrivò in una radura. La terra era nera e in quel punto non c’erano alberi. All’odore del bosco si mischiò quello pungente di bruciato. Individuai una fossa al centro dello spiazzo. La Guardiana era lì, immobile, fluttuando a un palmo dalla terra scura. Mi avvicinai lasciando indietro il vecchio rocker, ancora perso nel suo trip. Lo sistemai delicatamente vicino a una radice, lo sguardo vacuo. Janis fece un gesto con un braccio, la manica larga e scucita del maglione rivelò il suo 11


polso sottile. «Guarda» ordinò. La voce era una dolce melodia, ma in quel momento percepii anche una nota di disprezzo. Feci un passo indietro. La Guardiana delle Foglie Verdi si voltò per osservarmi. Aveva occhi chiari, gelidi e profondi. Janis non era disposta ad aiutarci.

Look what we’ve been through Men come in different shades That’s how we’re made (These days – The Black Keys)

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Episodio 5

In cui si dà un’occhiata nella fossa Janis la Guardiana era bella e dimostrava tra i sedici e i venticinque anni. Feci un altro passo indietro e gli occhi di lei si illuminarono. Avevo freddo dappertutto, un soffio congelato mi attraversò schiena e braccia. Janis sorrise triste: contro la mia volontà iniziai ad muovermi in direzione della fossa. I piedi strisciavano sul terreno mentre la Guardiana, notai, aveva iniziato a piangere; un liquido verde brillante colava da quel paio d’occhi divini. Bellezza. Paura. Orrore? Ero a pochi metri dalla fossa quando mi voltai indietro. Non volevo guardare, ma al contempo ero deciso a capire cosa stava succedendo. Continuavo a muovermi senza che lo volessi e senza muovere un muscolo. Nel punto in cui lo avevo lasciato, Liam Igghy, il vecchio rocker, era sparito. Il mio corpo si fermò. Mi voltai di nuovo trovando il coraggio di guardare nella fossa. Janis continuava a piangere.

Benvenuti viandanti Nel colorato gorgo Non fatemi del male Nella buca c’erano diversi martelli da guerra come quello che mi aveva disarcionato dalla motocicletta, e altrettanti elmi cornuti identici a quello raccolto da Liam dopo lo scontro prima di White Duke. Armi e protezioni erano accatastate su un mucchietto di ossa, scheletri che ancora sfrigolavano elettricità ed energia. Guardai Janis, ancora piangente. «Li hai uccisi tu?» domandai. Abbassò lo sguardo. «Non fatemi del male, non fatemi di nuovo del male» ripeté con rabbia, tirando su con il naso come una bambina. «Non lo farò, Janis» risposi. Anche con il viso arrossato e deformato dal pianto era meravigliosa. Avrei raccontato di lei nel mio articolo, lo decisi in quel momento. Avrei voluto abbracciarla, ma rimasi fermo come un baccalà. «Cosa ti hanno fatto?» «Odiano il bosco, lo odiano. Odiano me» rispose singhiozzando. 13


«Hanno cercato di uccidere anche il sottoscritto, lo sai? Questi Vichinghi non li immaginavo così pazzi scatenati! Informerò l’organizzazione del Torneo, saranno banditi dalla competizione». Gli occhi di Janis erano a pochi centimetri dai miei. Posò una guancia sulla mia. Era fredda, bianca e spettrale. «Trovalo» mi sussurrò a un orecchio. «La bestia nelle viscere della terra, sotto il lago, laggiù dove dorme il Grande Spirito!» «Sono stati i Vichinghi a liberare il drago?» Janis sollevò un braccio, mostrando la desolazione circostante, lì dove non c’erano alberi e la terra era scura. «Fauci e fiamme» spiegò la Guardiana. La falsa sparizione del drago, l’attacco a White Duke e la devastazione del bosco. Non poteva essere un caso. Avevano architettato tutto. «Janis, perché il tuo regno? Cosa cercavano qui?» «Avevo visto» balbettò. «Volevo fermarli. Il Grande Spirito non deve essere risvegliato. Il lago è qui vicino» sussurrò riprendendo a piangere. «E ora il drago dov’è?» Desiderai stringerla tra le braccia, ma non lo feci. Janis cadde sulle ginocchia e scoppiò in un pianto straziante. Solo per un secondo avevo pensato che mi stesse prendendo in giro e che fosse una squilibrata. Credevo a molte cose, ma agli elfi dei boschi e ai grandi spiriti proprio no. Chi era davvero quella ragazza? C’era qualcosa di giusto, in lei, qualcosa che non ero capace di distinguere come menzogna. «Sistemeremo tutto» dissi allungando una mano per consolarla, osservando le lacrime brillanti che le deturpavano il viso. BANG! Janis cadde all’indietro sulla terra bruciata, la lunga chioma cespugliosa si mosse al rallentatore, coprendole il volto. La Guardiana delle Foglie Verdi non si rialzò. Osservai il fumo e le scintille che sgorgavano dalla paletta del basso. Liam Igghy era ritornato.

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Episodio 6

Il viandante e il gorgo Il vecchio rocker teneva ancora lo strumento puntato come un fucile da cacciatore quando corsi verso di lui urlando. Gli arrivai addosso con le braccia tese. Strinsi le dita attorno al collo di Liam ma riuscii a fermarmi appena in tempo, aggrappandomi all’ultimo barlume di lucidità che mi rimaneva. Janis giaceva lì vicino, il volto coperto dai lunghi capelli. «Perché le hai sparato?» urlai con gli occhi fuori dalle orbite. Il rocker cercò di spiegarsi, ma annaspava come un pesce fuor d’acqua. Mollai la presa. «Perché?» Il viso di Liam Igghy era sconvolto dalla paura. Con una mano al petto e l’altra alla gola riuscì a mettere insieme poche parole. «Ho… sbagliato… non volevo» rantolò con dispiacere. Da sopra la mia spalla guardò con gli occhi spalancati il corpo immobile della giovane Guardiana. «C’era qualcuno» aggiunse cercando di indicare un punto lontano. «I Vichinghi?» chiesi scombussolato. Il vecchio rocker annuì. Qualunque cosa avessero in mente i Vichinghi li avremmo trovati solo al lago. Janis non ci aveva lasciato indicazioni precise, ma prima di quel maledetto sparo aveva menzionato un lago nelle vicinanze. In silenzio, io e Liam Igghy risalimmo in sella alla motocicletta. Prima di lasciare per sempre il bosco trovai la forza di seppellire Janis. Non l’ho mai dimenticata. Il lago emerse da dietro una collina, a est del bosco, accanto una villa dalle ampie vetrate. Non ci preoccupammo delle luci accese, perché la nostra attenzione fu attirata da un enorme gorgo in mezzo la grande distesa d’acqua calma e blu come la notte. Un vortice silenzioso, un imbuto negli abissi. Sì, i Vichinghi dovevano essere lì sotto da qualche parte. La motocicletta si spense e scesi dal sidecar. «Io vado» annunciai. «Non che voglia fermarti, ma davvero hai intenzione di proseguire?» Il vecchio rocker guardò il gorgo, poi me. Tolsi la maglietta e i pantaloni. Restai in mutande e con i calzini bianchi che affondavano nell’erba umida. «Sono un giornalista. Andrò fino in fondo. Troverò Neil il drago 15


e racconterò della messa in scena dei Vichinghi». Chiesi a Liam di tornare indietro, che volevo proseguire da solo e che non mi sarebbe stato più d’aiuto dopo l’incidente con Janis. Anche se si era trattato di una valutazione errata, un errore, quella tragedia mi aveva segnato. Non sono mai riuscito a perdonarlo. Ringraziai comunque Liam Igghy, senza di lui sarei morto prima del bivio di White Duke, o disperso da qualche parte a cercare uno straccio di prova seguendo una pista sbagliata. «Almeno prendi questo» disse il vecchio rocker lanciandomi il suo basso. Tirò fuori anche la fiaschetta dalla giacca di pelle. «Meglio se la tieni tu. Addio». Lo salutai con un sorriso amaro, mettendo in spalla lo strumento. «Non sono un assassino. Buona fortuna, giornalista» rispose Liam. Sgommò con la motocicletta sull’erba umida e se ne andò strombazzando sommessamente prendendo il sentiero attraverso il bosco. Guardai il lago, il gorgo, i miei pantaloni per terra e la punta dei calzini bianchi. Prima di gettarmi in acqua presi un bel respiro.

Benvenuti viandanti Nel colorato gorgo Non fatemi del male.

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Episodio 7

Sotto il lago una spugna La storia stava per concludersi. Accadde tutto quella notte, grazie all’aiuto di un vecchio rocker nullafacente e di una stravagante ragazza del bosco per arrivare al punto. Mi sono sempre sentito un lumicino in un mondo oscuro da esplorare; Ben, il giornalista alle prime armi che cercava di raccontare il rock per quello che era, senza filtri, dietrologie, ipotesi campate in aria, se capite quello che intendo. Troverò Neil il drago e racconterò della messa in scena dei Vichinghi. Ripetevo quelle parole immerso nell’acqua gelata del lago. Non feci in tempo a gridare “aiuto” o “ehi, ho cambiato idea”. Il gorgo mi risucchiò, facendomi precipitare nei flutti neri e violacei. Era come volare. Il vortice mi trascinò giù per diversi metri, forse chilometri. Agguantai il basso con entrambe le mani portando indietro le braccia. Diventai un proiettile di carne e ossa, sparato nel buio acquatico, in un turbine di bolle e brividi freddi e caldi al tempo stesso. Non c’era niente intorno a me. A un certo punto ebbi l’impressione di non essere più in acqua. Ripensai al corpo di Janis, al viso nascosto dai capelli cespugliosi dopo lo sparo. L’amavo, decisi. Era persa. Atterrai su una superficie viscida. SPLOSH! Spalancai immediatamente la bocca per respirare e raccogliere tutto l’ossigeno che riuscivo a raccogliere. Ero all’asciutto e completamente nudo. Non avevo più i calzini e il basso poggiava sulle chiappe umide. Una luce verdognola illuminava l’ambiente, composto da una cascata, una spugna che tappezzava ogni cosa e l’inizio di un tunnel. «Come farò ad andarmene via?» mi chiesi, ma il suono della mia voce si perse appena uscito dalla bocca. Le parole quasi ritornarono indietro, riattraversando le labbra e diventando di nuovo aria e concetti astratti; così scoprii che quella spugna doveva essere un buon materiale per insonorizzare sale di registrazione. Presi nota dell’informazione e mi incamminai nella cavità. «Sono morto». Il secondo pensiero. Logico. Andai avanti facendo attenzione tra uno SPLOSH e l’altro. La spugna era instabile, scivolosa e anche puzzolente. Pianificavo ogni passo, ragionando scrupolosamente su ogni movimento da compiere. Dopo un 17


po’ fui costretto a proseguire per istinto. Agli SPLOSH ritmati seguiva sempre lo SPAT SPAT del basso in spalla che mi schiaffeggiava i glutei.

Oh let the sun beat down upon my face, Stars to fill my dream I am a traveler of both time and space, To be where I have been Acquistai fiducia tra un suono viscido e l’altro. In certi punti era come camminare sui biscotti, mentre in altre zone sembrava di sprofondare in un tappeto di lombrichi. E se da un lato della caverna io cercavo di trovare il mio percorso, dall’altro c’era chi aveva reso la mia esperienza difficile e surreale. Lo sentivo. Affondai di qualche centimetro nel pavimento gelatinoso. Riemersi. Ripresi a camminare. Tre metri più in là il tunnel finiva e si affacciava su una caverna, rocciosa e priva di spugne bizzarre. Giù, ancora più in basso, illuminato da torce di fuoco, vidi Neil incatenato, costretto a spaccare pietre e a scavare in profondità. Quattro individui con mantello, elmo cornuto e spalle larghe sollecitavano la bestia con fruste e scosse elettriche, le stesse saette sfrigolanti che avevano investito me e Liam Igghy a White Duke.

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Episodio 8 Bifrost

Non potevo credere ai miei occhi. Erano in quattro, grandi e grossi: uno, alto e biondo, torreggiava su tutti e sembrava il capo; un uomo slanciato e bruno si distingueva per l’aria viscida e gli occhi azzurri che scintillavano come fari nell’oscurità; non riuscivo a distinguere bene gli altri. Ero nudo, con un basso modificato in spalla, circondato da misteriose spugne, pronto a sfidare la sorte, affidandomi a quel viscido, morbido tessuto vivente. Dimenticai chi ero, dimenticai della missione. Concentrai tutte le energie sul pezzo di spugna che strappai dalla parete. Mentre i Vichinghi dabbasso continuavano imperterriti a incitare Neil il drago, cercai di ricavare una specie di tappeto spugnoso strappando e piegando il materiale che ricopriva il tunnel dov’ero abbarbicato. Deciso a sventare il piano dei Vichinghi, nella speranza di consegnarli agli agenti del Carcere dei Rocker Sopra le Righe, mi lanciai senza troppi pensieri nel vuoto, abbandonando la sicurezza del tunnel spugnoso. Piegai le ginocchia e le spalle, tenendo con entrambe le mani il tappeto sotto i piedi, cercando di non urlare. Entrai nel nuovo ambiente roccioso, immerso nella semioscurità, toccando terra con il mio personalissimo “tappeto volante”. Finii sbalzato da un lato, battendo appena la testa, il basso ancora in spalla. Mi precipitai a trovare riparo dietro una roccia color argilla. I Vichinghi non si erano accorti di nulla, il rumore della mia caduta era stato coperto dagli sbuffi e dal raspare disperato del drago. In qualche modo, la prima parte del piano era riuscita. Neil graffiava la pietra, affaticato, emettendo fumo dalla narici in direzione degli aguzzini armati di asce e martelli; i Vichinghi erano eccitatissimi. Sentivo la eco dei loro grugniti. A un certo punto un bagliore sottile illuminò la grotta, formata da un misto di rocce tonde e spuntoni taglienti. La lama di luce arcobaleno rimbalzò sulla pareti, scovando anche il mio nascondiglio. Per fortuna non fui scoperto. Sentii i Vichinghi ridere. Cauto, mi sporsi per spiare. Quattro energumeni con i capelli lunghi e le spalle larghe e grosse si abbracciavano. Uno sventolava una torcia a mo’ di bandiera. La testa di Neil il drago, invece, crollò tra 19


le macerie. Tra i massi e la polvere sollevata dalla povera bestia, vidi la sorgente di luce multicolore. I Vichinghi continuavano a fare baldoria e a cantare canzoni nella loro lingua per me incomprensibile. Pugni in aria, inneggiavano a qualcosa che chiamavano Bifrost. Incosciente com’ero, cosa credete che abbia fatto in quel preciso momento? Dovevo agire. Balzai quindi dal nascondiglio, basso in pugno, pronto ad affrontare i nemici. Gli occhi di Neil, rosso fuoco e grandi quanto la mia testa, mi squadrarono da capo a piedi, ma la creatura, stanca e affranta, rimase immobile. «Fermi tutti» urlai. Stavo per cadere sulle ginocchia ma rimasi in piedi. «Una mossa falsa e finirete nel Carcere dei Rocker Sopra le Righe per il resto della vostra vita!» In ritardo, mi resi conto di quanto stupida fosse stata l’idea di uscire allo scoperto.

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Episodio 9

Chiave e lucchetto I quattro Vichinghi si bloccarono, zittendosi all’istante. Mi guardarono strabuzzando gli occhi, poi si scambiarono un’occhiata l’un l’altro e scoppiarono a ridere. Non mi aspettavo certo di farli tremare dalla paura, nudo com’ero e con un basso da battle rock che a malapena riuscivo a tenere sollevato, ma non immaginavo nemmeno di farli sganasciare dalle risate. Quello con la torcia in pugno cadde a terra, sbracciandosi tra i detriti che Neil aveva sollevato scavando in profondità. La luce arcobaleno che colmava ogni angolo della grotta rendeva la scena surreale, simile ai video di rock psichedelico che in quel periodo andavano tanto di moda. Ragionai e provai a sfruttare quella reazione a mio vantaggio. Mi avvicinai di soppiatto alla bestia incatenata, ammansita dalla stanchezza e dalle condizioni in cui era stata costretta a lavorare. I Vichinghi continuavano a ridere a crepapelle, pestando i pugni per terra come un gruppo di ottusi troll. Stupito, mi portai all’altezza della fenditura nella pietra dalla quale spuntava il fantomatico Bifrost. L’occhio di Neil si mosse. La bestia mi squadrò di nuovo. Mi bloccai, pensando che anche il drago dovesse scoppiare a ridere, invece sbuffò due nuvole di fumo bianco dalle narici grosse quanto le mie chiappe. «Vorrei liberarti» balbettai tenendo d’occhio i Vichinghi mezzi morti per le risate. «Posso?» Allungai la mano sulla catena che bloccava le zampe e il collo di Neil. C’era un unico, enorme lucchetto argentato da scassinare e non c’era tempo da perdere. Il drago continuava a osservare i miei gesti insicuri muovendo solo i grandi occhi. Brontolava piano come un enorme animale da compagnia; sembrava aver capito che io, a differenza dei suoi padroni, ero un tipo piccolo e innocuo. Quando i quattro Vichinghi si ripresero dalla ridarella, mi trovavo ancora lì senza aver risolto nulla, solo con una gran voglia di liberare la bestia e fuggire via da quella grotta soffocante. Ripresi il basso di Liam Igghy in pugno. «Non vi avvicinate o vi faccio fuori» intimai al gruppo di nemici, sperando che si lasciassero andare a un altro attacco di risate isteriche. L’ascia acustica di uno sfrigolò scintille, avvolta da un’aura elettrica azzurro acceso. 21


«Svanyska» esclamò il Vichingo brandendo l’ascia con due mani. Che diavolo aveva detto? «Togliti di mezzo» risposi sfoderando il basso modificato. «Bunnaskay drop» farfugliò un altro, quello con la torcia. Le lingue di fuoco illuminarono un volto pieno di cicatrici e barba incolta. «Non capisco la vostra lingua, mi spiace. Lasciate andare il drago e non vi farò niente, brutti manigoldi!» Scoppiarono nuovamente a ridere, grugnendo, ma rimasero in piedi. «Bifrost svany lup lup. Ya!» ringhiò il Vichingo armato di ascia. Riuscivo a sentire il calore delle scosse elettriche che illuminavano la lama. Alle mie spalle Neil sbuffò una seconda volta. Era dalla mia parte? «Vero che ce ne andremo insieme, draguccio bello?» E poi la vidi, la chiave del lucchetto. Legata alla cintura di uno dei guerrieri cornuti, brillava più del Bifrost nella roccia. Schivai all’ultimo secondo una scintilla che il Vichingo sparò facendo volteggiare l’ascia sopra la testa, colpendo Neil in pieno muso. Il lamento della creatura fece vibrare le pareti. I guerrieri rimasero in piedi, mentre io mi afflosciai sulle gambe. Ero pronto alla morte. Percepii nuovamente il calore dell’aura elettrica dell’arma che il Vichingo sollevò ancora per tornare a colpire. Come uno specchio, l’ascia catturò uno dei raggi arcobaleno che imperlava l’aria immobile della grotta. Il raggio di luce del Bifrost creò un fortunoso effetto multicolore, che avviluppò il quartetto di delinquenti, fulminandolo sul posto senza che potesse reagire. Quando mi rialzai pensavo di trovare quattro mucchietti di cenere vichinga, invece i guerrieri cornuti erano proprio spariti sotto il mio naso e quello di Neil, portandosi via l’unica possibilità di liberare il drago. La chiave era andata.

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Episodio 10

Dove tutto è consentito Mi accasciai a terra disperato, iniziando a parlare con Neil come fosse un caro amico. «Penso proprio che ce ne staremo qui, bello mio» dissi sospirando. Il drago sbuffò, affondando l’enorme testone tra le zampe, sconsolato. «Almeno non sei più costretto a scavare» cercai di rincuorarlo. «Ma poi erano davvero autentici quei Vichinghi? Venivano da lontano per partecipare al Torneo dei Rock Guerrieri?» Neil sbuffò ancora, forse innervosito dalla mia parlantina. «Senza chiave non posso fare niente». Continuai a ciarlare, fino a quando non decisi di adoperarmi in qualche tentativo concreto. Osservai meglio il lucchetto che costringeva la creatura all’immobilità. «Potresti scioglierlo con un soffio di fuoco, che ne dici? Non servirebbe nessuna chiave». Neil scosse la testa, avvilito. Era come un grosso cucciolo bitorzoluto, con un paio di narici che di tanto in tanto spruzzavano nuvole di fumo. I draghi sono creature meravigliose e sorprendentemente mansuete. Non dimenticherò mai Neil, anche perché fu solo grazie a lui che tornai a respirare l’aria fresca del mondo. Centinaia di metri sotto il lago, nudo e solo, trovai il modo di liberare quella mitica creatura. Le chiavette del basso di Liam Igghy erano abbastanza grandi da adattarsi alla serratura del lucchetto. Scusa, caro Liam, ma è questione di priorità, pensai mentre staccavo una delle chiavette dallo strumento del vecchio rocker. La stringevo forte tra pollice e indice. «Apriti, forza, apriti!» La chiavetta stava per piegarsi e rimanere spezzata dentro la serratura, ma proprio mentre perdevo le speranze il lucchetto emise un sonoro CLICK e scattò, cadendo a terra con un tonfo. Gli occhi di Neil si spalancarono all’istante, profondi. Il drago emise un ruggito liberatorio. Si scosse, sollevandosi sulle zampe grosse quanto colonne di marmo. Lo guardavo tremando, nella speranza che non cambiasse improvvisamente opinione sul suo salvatore. «Buono, bello» balbettai, immaginando di comunicare con un cane par23


ticolarmente esuberante. Gli occhi del drago mi fissavano. Neil piegò il testone di lato. Mi trovava ridicolo? Voleva mangiarmi? Pensai alle ingiustizie, a tutte le cose brutte che accadono senza che si possa fare qualcosa per impedirle. Quando il drago superò a fatica la caverna spugnosa per arrivare alla cascata che dava sul lago ricordai le parole di Janis.

Benvenuti viandanti Nel colorato gorgo Non fatemi del male. Con una spinta sulle zampe posteriori, Neil si scaraventò verso la cascata, stendendo le grandi ali. Superò l’acqua con un balzo e finì nei flutti scuri del lago, volando… nuotando verso l’alto! Nudo e sfinito ero aggrappato al collo possente del drago, trattenendo il respiro. Neil emerse al centro del vortice d’acqua, esibendosi in una spettacolare piroetta e in un ruggito rivolto al cielo azzurro del primo mattino. Il Torneo andò alla grande anche senza Vichinghi, squalificati, almeno per quella edizione. Neil lo affidai a una squadra di esperti, che dopo diversi controlli medici lo riportarono a casa, da qualche parte nelle Terre del Nord. Non lo rividi mai più. Incontravo spesso Liam Igghy al bar, ma ignoravo i suoi tentativi di attaccare bottone e dopo un po’ il vecchio rocker smise di avvicinarmi. Non mi chiese del basso e io non glielo restituii. Il numero che contiene il mio racconto sul ritrovamento del drago risulta ancora oggi il più richiesto della rivista Tits in Bra. Ero un signor nessuno, all’epoca, ma quell’avventura cambiò la mia vita. Mi catapultò sotto le luci della ribalta e fece conoscere al mondo della musica il Torneo dei Rock Guerrieri, meraviglioso e senza limiti, dove tutto è consentito.

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Dark Rock Chronicles Marco Guadalupi Plesio Editore

I DRC sono uno sgangherato gruppo rock che districa la sua esistenza tra tentativi di ingaggio nei locali e quotidianità, fatta di musica, furti e donne da conquistare. A scombinare tutto ci pensa un demone dal passato glorioso. “6 anime di 6 musicisti per 6 strumenti musicali”; questo quello che reclama dai ragazzi. La band è così costretta a partecipare alle epiche battle del Torneo dei Rock Guerrieri, dove gli strumenti diverranno vere e proprie armi letali, in una lotta all’ultimo sangue tra metallari mal assortiti, improbabili coppie country e draghi… Più o meno addomesticati! Peccato che i DRC non possiedano né la strumentazione adatta, né la preparazione adeguata…

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Track #1 Avevo un buon motivo per lamentarmi: «Saremo la prima rock band al mondo a non aver mai debuttato davanti a un pubblico. Ci faranno fuori prima di mettere piede su un palco». Ma Duff ne aveva un altro buono per contraddirmi: «Correremo il rischio. Devo ricordarti quanto ci sta sulle palle? Se l’è cercata. È un maledetto figlio di puttana e figlio di papà. È colpa sua se venerdì non abbiamo suonato!» «Sì, ma...» «Niente ‘ma’. Fai parte del gruppo? Hai accettato la missione? Ecco, bene. Non frignare e continua a guidare».

Portami oltre le Porte del Paradiso/Dove i prati sono distese immense di verde e le ragazze… E le ragazze… Le ragazze… Il mangianastri dell’auto a volte si inceppava. «Dovrei riparare questo coso. Posso abbassare un po’ il volume della musica?» «Per quale cazzo di motivo devi abbassare il volume? Cioè me la sto proprio godendo, e tu vuoi togliermi la musica?» Il mio amico Duff era sempre scontroso. «Non ho detto che te la tolgo. Ho solo un po’ mal di testa». «Sei una lagna. Davvero, peggio che a scuola, per non parlare durante le prove. Continua a guidare, siamo quasi arrivati». Procedevo lento, il piede pronto a scattare sul pedale del freno. La strada appena distinguibile. Era come guidare nel nulla... «Hai mai guidato nel nulla? Non hai mai guidato nel nulla» fece Duff. «Immagino che sia così. Tutto bianco opaco, e appena dietro la foschia il buio. L’infinito». Duff si prese qualche secondo per ragionare. «Credi negli alieni?» chiese poi. «Che c’entrano gli alieni?» 26


«Loro vivono nell’infinito. E se credi nell’infinito credi anche negli alieni». No, non era come guidare nel nulla. Era come guidare nella mente di Duff, e probabilmente ci eravamo pure persi perché il nostro punto d’incontro non si vedeva ancora. «Duff, dicevo per dire» spiegai mentre cercavo di non perdere di vista la linea della corsia. «Credo negli alieni. È un dato di fatto. Ma non c’entra con quello che stavo dicendo. Era solo una metafora, ok?» Un’altra pausa per ragionare. Duff pulì il finestrino dalla condensa e scrutò nella notte nera e biancastra. «Spero che non spuntino fuori da questo nulla, gli alieni». Il punto d’incontro emerse dalla nebbia, scassato e parcheggiato sul ciglio di una strada abbandonata. Era una di quelle sere che era meglio starsene a casa a guardare un film o leggere o guardare il soffitto e pensare alle cose. Il punto d’incontro aveva anche due grossi fari accesi; la luce si rifrangeva sul fitto banco di nebbia che aleggiava nella nostra dimensione, in quella zona di mondo abbandonata a se stessa. «Sono già qui, fermati dietro al furgone» ordinò Duff. «Ho visto, non dirmi quello che devo fare. Un attimo che accosto. Ecco. Ora possiamo scendere». Passammo dal tepore del riscaldamento dell’abitacolo all’aria fredda e appiccicosa. Duff si calò lo zuccotto stropicciato sui lunghi capelli lisci che arrivavano fino alla vita. Stiracchiò gambe e braccia, una grattatina lì… Poi urlò in direzione del furgone. «Oh, siamo noi! Ci siete?» Nessuna risposta. «Forse dormono» suggerii. Duff mugugnò un suono inarticolato per contraddirmi. «Fumano, te lo dico io. Andiamo a vedere». Seguii i suoi passi scomposti, chiedendomi come riuscisse a non morire di freddo indossando solo una vecchia t-shirt e un paio di jeans consumati. C’erano tipo tre gradi, e non era neppure imbottito d’alcol. Spiammo dai finestrini per metà abbassati. Il furgone era vuoto. «Saranno qui da qualche parte, le chiavi sono ancora nel quadro» notai. «In effetti c’è odore di fumo». Un forte puzzo dolciastro mi punse le narici. 27


«Te l’avevo detto. Incannati schifosi. Brutti stronzi, dove saranno!» «Li aspettiamo in macchina?» proposi pur immaginando la reazione del mio amico. Infatti mi squadrò sprezzante. «Te la fai sotto? Certo, se si decidessero a venir fuori potremmo anche iniziare la missione. Ma gli stronzi devono sempre cazzeggiare». «Comunque io aspetto in auto» insistetti. «Dove sono le chiavi?» «Bel tipetto, eri tu che guidavi». Controllai nel giubbotto. Niente. Perché credevo di non averle addosso io le chiavi? «Non le trovo da nessuna parte». Svuotai il contenuto delle tasche (una scatola di mentine alla liquirizia e la scaletta delle nostre canzoni appuntata su un foglietto) per dimostrare che le chiavi non le avevo io. «Guarda meglio, ti saranno cadute da qualche parte, no?» Cercai attorno. Preso dall’irritazione alzai la voce. «Maledizione, non ci sono!» «Abbassa il tono, calmati. Cazzo» rispose stizzito Duff poggiando una spalla sul furgone e incrociando le braccia robuste. «Rispunteranno fuori. Le avevi fino a poco fa, no? Hai accostato, hai spento il motore e hai chiuso le portiere quando siamo scesi, no?» «È così, ma non le trovo». La pazienza di Duff aveva un limite massimo di trenta secondi virgola tre. «Hai il cervello ficcato nel culo! Non farmi incazzare anche tu. Continuiamo a cercarle, e smettila di piagnucolare come una checca isterica». «Non sto piagnucolando» replicai infastidito. «È solo che mi secca. La macchina è di mia madre e come sai non immagina che io l’abbia presa di nascosto». La nebbia era inesorabilmente lì a complicare la ricerca. La visibilità era ridotta a due passi e per terra c’erano solo sassi, terra ed erba gelata. «A casa mi ammazzeranno» mi lamentai mentre continuavo a cercare, chino sul terreno. «O peggio, mi vieteranno la batteria». Ripercorsi i passi fino all’auto parcheggiata. Duff non si dava un granché da fare, ma almeno non era rimasto addossato al furgone a braccia conserte a esaminare il suo infinito. All’improvviso un rumore, poco distante dietro la foschia. Io e Duff ci fermammo nello stesso istante. «Sentito?» chiese agitato. 28


Il rumore, tipo di passi strascicati, prese forma e sbucò dalla nebbia, investendoci in pieno. Un paio di visi bianchi macchiati di nero urlarono come animali ubriachi. Caddi all’indietro, crollando di peso su Duff, che reagì d’istinto dando sfogo a una serie di volgarità a catena. Io invece portai le mani in volto, coprendomi dagli aggressori. L’urlo disumano lentamente si tramutò nel suono di due risate. Risate familiari, di chi stavamo cercando. Duff era un vulcano di rabbia. «Sempre detto che le canne fanno male, teste di cazzo! E toglietevi quelle maschere, stronzi! Anche voi avete il cervello ficcato nel culo. Ragionate scoreggiando». Un po’ dovevamo aspettarcelo, ma l’agguato subito ci aveva lo stesso terrorizzati. Be’, chiunque si sarebbe messo paura in quel caso. La notte, il silenzio e la nebbia avrebbero suggestionato anche un pazzo serial killer. «Potevate risparmiarvelo» fu la mia banale protesta. Ci ero cascato, e c’era poco da lamentarsi. I volti smascherati dei nostri amici ci tranquillizzarono definitivamente. «È stato troppo forte, dovevate vedervi. Che facce!» Continuavano a ridacchiare additandoci come due scimmie fumate. «E la sparizione delle chiavi ha reso tutto più... Tetro? Perfettamente spaventoso? E comunque eccole, ti erano cadute nella ghiaia vicino al furgone». Sollevato ma ancora con i battiti del cuore alterati, ripresi le mie chiavi. «Per fortuna. Già immaginavo mia madre incavolata nera. Ma dove avete trovato le maschere di Paul e Ace?» «Nel garage di Axl. C’erano tante cose fichissime, vero Axl?» «Be’, era roba di mio padre. Anche se lo odio apprezzo sempre il suo buon gusto. Ora chi lo vede più. È l’unica cosa che rimpiango del divorzio con mia madre». «Una volta con Duff abbiamo trovato uno scatolone pieno di vecchi numeri di Rock Planet, vero Duff ?» «Sì, cazzone, è vero. C’era anche qualche numero di Tits in Bra. Comunque. Abbiamo già perso troppo tempo, c’è una missione da compiere». «Duff, rilassati. Abbiamo tutta la notte per rubare la strumentazione ad Antony».

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Nota Questa storia è stata originariamente pubblicata a episodi sulla piattaforma multimediale italiana di racconti interattivi online THe iNCIPIT. Eccetto il primo e l’ultimo episodio, tutte le parti che compongono il racconto sono state influenzate dalle preferenze dei lettori, che hanno contribuito alla narrazione tramite sondaggio. Per ulteriori informazioni si veda www.theincipit.com/. Il racconto è ambientato nell’universo narrativo di Dark Rock Chronicles, romanzo pubblicato da Plesio Editore nel 2012, di cui costituisce un prequel. La storia prosegue con Dark Rock Chronicles 2, in uscita nel 2015 sempre per Plesio Editore. Per ulteriori informazioni si veda www.plesioeditore.it. Marco Guadalupi http://marcoguadalupi.blogspot.it marcoguadalupi85@gmail.com

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L’autore Appassionato del fantastico in tutte le sue forme, Marco Guadalupi collabora dal 2006 con la testata Fantasy Magazine, di cui è attivo redattore. Ha diretto il reparto Scrittura e Comunicazione per Lunatica, fiera del fantasy brindisina e collaborato come blogger e social media manager con Fanucci Editore. Diplomatosi presso la scuola del fumetto Lupiae Comix di Lecce, lavora attualmente come artista e designer freelance. Ha pubblicato numerosi articoli e recensioni, interviste e approfondimenti su riviste online e cartacee e sul suo blog, The Wall (http://marcoguadalupi.blogspot.it). A giugno 2012 ha esordito con il racconto Demon’s Rock nell’antologia Stirpe Infernale (GDS Edizioni), ambientato nello stesso universo narrativo di Dark Rock Chronicles, uscito nello stesso anno con Plesio Editore. Il romanzo è stato tradotto nel 2013 dall’editore indipendente inglese DieGo Publishing. Attualmente Marco lavora alla revisione del secondo volume di Dark Rock Chronicles, in uscita nel 2015 con Plesio Editore e al progetto Superpower.com che lo vede impegnato come autore self. Potete contattarlo via mail (marcoguadalupi85@gmail.com) o su Facebook (www.facebook.com/DrcDarkRockChronicles).

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Indice Episodio 1 Episodio 2 Episodio 3 Episodio 4 Episodio 5 Episodio 6 Episodio 7 Episodio 8 Episodio 9 Episodio 10 Dark Rock Chronicles Track #1 Nota L’autore

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Il torneo dei rock guerrieri o il ritrovamento del drago marco guadalupi  

Il drago era scomparso. Al pub non si parlava d’altro. Così inizia l’avventura di Ben Diesis, giornalista musicale sulle tracce del drago la...

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