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Anno III - Numero 25 del 13 ottobre 2013

RISTRUTTURAZIONI TOTALI E PARZIALI DI APPARTAMENTI RISTRUTTURAZIONE DI ESTERNI DI INTERNI EDIFICI O PARCHI - TETTO TERMICO PRONTO INTERVENTO E MANUTENZIONE

distribuzione gratuita

Torna Il Domenicale, Italia, Tafazzi dell’UE tornano le idee...


Domenica 13 ottobre 2013

Periodico settimanale a diffusione gratuita Anno III n. 25 - 13 ottobre 2013 Autorizzazione del Tribunale di Napoli n. Reg. 4925 del 28/09/2011

RISTRUTTURAZIONI TOTALI E PARZIALI DI APPARTAMENTI RISTRUTTURAZIONE DI ESTERNI DI INTERNI EDIFICI O PARCHI - TETTO TERMICO PRONTO INTERVENTO E MANUTENZIONE

TEL./FAX: 081.0382732 CASORIA (NA)

Anno III - Numero 25 del 13 ottobre 2013

pag. 2 Vignetta di Carmine Mondola pag. 3 Editoriale di Pasquale D’Anna pag. 4 Attualità pag. 5 Attualità pag. 6 Eventi pag. 7 Eventi pag. 8 Territorio pag. 9 Territorio pag. 10 Giovani pag. 12 Eventi pag. 13 Rubrica pag. 14 Eventi pag. 16 Il Napoli Italia, Tafazzi dell’UE pag. 17 Il Napoli pag. 18 Periscopio pag. 19 Napoli pag. 21 Territorio pag. 22 Attualità pag. 23 Scuola distribuzione gratuita

di Ilaria Puglia di Ilaria Puglia di Emiliana Cresci di Emiliana Cresci di Gilda Longhi di Gilda Longhi di Marzia Luciano di La Redazione di Valerio Cresci di La Redazione di Enrico Ariemma di Enrico Ariemma di Monica Balsamo di Pasquale Lucchese di Angelo Ferro di Pietro Simonetti di Vittoria Caso

Iscriviti al nostro gruppo “ Il domenicale di Casoria su “ Copertina a cura di Antonio Della Pietra e Michele Della Gala

Direttore responsabile: Pasquale D’Anna direttoredomenicale@libero.it Caporedattore: Gilda Longhi redazionedomenicale@libero.it Redazione: Via G. Marconi, 80026 Casoria (NA) redazionedomenicale@libero.it Stampa:

Via dell’Indipendenza, 37 80021 Afragola (NA) graficatuccillo@libero.it Edito da: Associazione Culturale Kasauri Casoria (NA) Progetto Grafico e Impaginazione: Marco Capparone Questo numero è stato chiuso in redazione Giovedi 10 otttobre 2013

Il graffio di Ciemme

LA REDAZIONE Rosaria Ascolese

Marzia Luciano

Tommaso Arcella

Pellegrino Mazzone

Gianni Bianco

Carmine Mondola

Marco Capparone

Raffaele Nocera

Vittoria Caso

Pina Paone

Valerio Cresci

Francesco Pagliuca

Emiliana Cresci

Eduardo Paola

Gennaro Crispino

Amalia Vettoliere

Gea D’Anna

Maria Ranieri

Massimo D’Auria jr

Mario Romano

Michele Della Gala

Vincenzo Russo

Ciro Esposito

Pina Savorra

Angelo Ferro

Luca Tramici

Maria Gentile

Umberto Simonetti

Pasquale Lucchese

Ernesto Valiante

Pietro Simonetti

Giovanni Manfredi

Sempre connessi con la notizia Seguici anche online:

www.ildomenicaledicasoria.it 2


Domenica 13 ottobre 2013

Pasquale D’Anna

direttore@ildomenicaledicasoria.it

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ttobre, andiamo. E’ tempo di Domenicale. Come da tradizione, dopo settembre, il nostro settimanale torna nelle edicole della città. Quest’anno, novità importante, verrà distribuito anche all’interno dell’Ateneo Federiciano e in simbiosi con il portale (oltre trentamila visite al mese) continuerà a tenervi connessi con le notizie dell’area metropolitana e non solo. Con il consueto taglio appassionato e indipendente svelerà, come al solito, vecchie e nuove beghe di potere, interpretando le dinamiche profonde di una comunità complessa come quella di cui facciamo parte. Non mancheranno le storie esemplari, le curiosità e le vicende “speciali” delle persone comuni. Iniziamo con una bellissima lettera di Ilaria Puglia, nostra preziosa contributor e condirettore di Parallelo 41; la lettera “Io vi maledico” ha raggiunto la cifra record di 60000 visualizzazioni sul web, noi la riproponiamo integralmente, ringraziando l’autrice e Parallelo 41 per la gentile concessione. Proseguiamo con il Napoli Film Festival, che ha visto protagonista il nostro concittadino Giuseppe Pesce, un successo (sul quale non nutrivamo alcun dubbio!) che premia il lavoro tenace, meticoloso e preciso del bravissimo Giuseppe. Primo piano su un altro tema di questi giorni: l’ordine pubblico e la recrudescenza della criminalità nella nostra città. Incontro in esclusiva del nostro

EDITORIALE

TEMPO di DOMENICALE Condirettore Gilda Longhi con le massime cariche della Polizia, dei Carabinieri e della Polizia Municipale. Ed in più, il ritorno dei nostri redattori con una ciliegina come quella di Enrico Ariemma, docente universitario con la passione insana per il Napoli. Il suo articolo sulla questione del tifo dentro e fuori le curve è un autentico colpo d’ala, da non perdere assolutamente…Torna, chiaramente, anche il grande Mondola con il suo “graffio” e la sua matita irriverente. Tutto questo e molto altro in questo primo numero de Il Domenicale, completato dai contributi preziosi di Monica Balsamo, Marzia Luciano, Pietro Simonetti e Vittoria Caso, e le immancabili rubriche di Valerio Cresci e Pasquale Lucchese. Nel corso dei prossimi numeri, ovviamente, gli articoli di tutti gli altri membri della nostra redazione, sempre più numerosa e variegata.In ultimo mi sia consentita una precisazione: il giornale, come anche il web, sarà sempre aperto a tutti.

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Il confronto e i contributi sono indispensabili, “Il Domenicale” deve costituire uno strumento di riflessione, che deve essere al servizio di chi ritiene che gli elementi e gli spunti di approfondimento siano il sale del confronto e della democrazia. Ben vengano (cosi come è sempre stato), le persone e le idee che hanno provenienza politica e culturale diversa, l’importante è promuovere il dialogo, al di fuori delle conventicole e dei circoli chiusi. PUC, ordine pubblico, stato sociale, bonifiche delle aree dismesse, declino definitivo del sistema della grande distribuzione, bonifica del Cantariello, crisi di identità della politica, tutti temi sui quali ci aspettiamo una vostra fattiva e concreta collaborazione…Vi invito quindi a partecipare, a scrivere e a suggerire…i marciapiedi lasciamoli ai pedoni, non sono il luogo adatto per coltivare idee, passioni e sentimenti. Adesso saluto tutti, è l’ora del prosecco domenicale, unico svago di questa città… Buona domenica a tutti.

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Domenica 13 ottobre 2013 “Inizia ad infastidire il prossimo in un pomeriggio del maggio 1972 a Napoli. A cinque anni sapeva già dattilografare. Pasionaria tifosa del Napoli, impulsiva, aggressiva e permalosa. Non le interessa altro che scrivere, respira grazie a questo”.

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olitici ciechi e industriali del Nord complici della camorra. Sono stata male a respirare quei veleni

La nostra cronista Ilaria Puglia era a Caivano ieri mattina, quando la Forestale ha sequestrato quel campo pieno di bidoni tossici. Questo articolo non è solo il resoconto di quello che è stato trovato ma è anche un atto di accusa di una donna, di una mamma, di una cittadina del Sud, per lo stupro ambientale che è stato compiuto. Ero a Caivano, ieri mattina. Con un taccuino, un cellulare e il tablet, a dettagliare un orrore di proporzioni epiche, un disastro ambientale senza precedenti, un genocidio autorizzato e senza speranze. Ero a Caivano, ieri mattina, a respirare solventi e vernici. Mi sono entrati dentro, nel naso, negli occhi, mi hanno afferrato lo stomaco e strappato l’anima, mi hanno fatto venire la nausea. La testa ha iniziato a girare ma sono rimasta lì a documentare. Mentre sentivo l’odore del solvente arrivarmi in gola (protetta dalla mascherina antismog, che era come non aver niente davanti alla bocca), mi dicevo: “Se sto qui, se riprendo tutto, se respiro quest’aria e racconto la devastazione di questa terra, se mostro la strage degli innocenti, delle centinaia di bambini che muoiono ogni giorno sotto gli occhi di tutti, forse la gente capirà, forse qualcosa si muoverà”. E allora perché non si muove nulla? Perché non ci muoviamo tutti noi? Sono stata male tutto il giorno, di un male fisico, morale, di un male che non so neppure se sono capace di descrivere. Sono stata male a guardare quella terra, terra sana rimestata a veleno, terra coltivata, terra buona e cattiva assieme, che per anni ha dato frutti malati, velenosi, marci, che hanno avvelenato tutti noi, tutti. Sono stata male a guardare i residui di spazzatura che hanno insospettito i tecnici dell’Arpac, a pensare alle rilevazioni aeree, a quelle geotermiche, al lavoro della Forestale. Sono stata male a guardare quei pochi uomini e donne che si fanno in quattro per fare in4

AT T UA L I TA’

Fuoco di Puglia

VI MALEDICO dagini, rilevamenti, sequestri e scavi. Sono talmente pochi che ti chiedi come facciano a fare tutto e a farlo così bene. Come facciano a sopravvivere di fronte alla burocrazia, più velenosa dei solventi, a delle istituzioni inerti e mute, di fronte a tutto lo scempio cui sono costretti ad assistere ogni giorno. Ti chiedi se ce la faranno, a fare in fretta, con tutte le indagini in corso, se ci salveranno tutti presto. E ti chiedi cosa ci stiano a fare commissari per le bonifiche, commissari per i roghi, ministri, deputati, assessori, presidenti, perché dobbiamo pagare loro lauti stipendi per non fare un cazzo, dopo vent’anni di denunce, dopo vent’anni che tutto questo è già noto e arcinoto. Perché lo sanno tutti.

I bidoni di oggi provengono da Milano. Mila no, Lombardia. Vi dico io com’è andata: dei nordici bastardi industriali avevano dei rifiuti tossici da smaltire, ma lo smaltimento in regola costava troppo e, allora, questi gran geni che fanno? Si rivolgono alle ditte illecite, casalesi e non, ditte campane, perché no, mica era la loro la terra che stavano intossicando. Sapevano cosa facevano, ha ragione Patriciello, lo sapevano e l’hanno fatto lo stesso. Perché? Per denaro. Per risparmiare denaro. Chissenefrega se la gente muore. Magari hanno anche ucciso dei loro parenti, figli, fratelli, ma di fronte ai soldi si sono venduti anche le mamme. Ditemi: come si fa a non desiderare la mor-

te dei criminali che hanno fatto questo? Come si fa a non desiderare che il cancro invada le loro case e non più solo quelle dei piccoli bambini che muoiono ogni giorno? Sì, sono una pessima cristiana, ma non sono moralista, oggi proprio no. Ieri, mentre ero lì, è arrivato Padre Maurizio. Avvilito, con il dolore a segnargli il volto. Camminava pianissimo, ai margini dell’area dove hanno trovato i bidoni interrati. Non avrebbe voluto vedere, perché nessuno dovrebbe, nessuno vorrebbe. Io non sono una donna di Chiesa, forse non ho più neanche la fede, forse non l’ho mai avuta, ma vedere quel grande uomo camminare come fosse piccolo piccolo mi ha riempito il cuore di una tristezza nuova, una tristezza solitaria. “Mi perdoni, padre – avrei voluto dirgli – Ci perdoni tutti. Per non aver capito in tempo, per non aver denunciato prima, per non aver perso il sonno e la fame e la fantasia già anni e anni fa, come soltanto qualcuno di noi giornalisti ha fatto. Mi perdoni per esserci arrivata così tardi. Non sarà mai abbastanza quello che facciamo per questa terra”. E l’ho visto, padre Maurizio, cercare con gli occhi il generale Sergio Costa, il comandante della Forestale. E Costa, che parlava con l’agricoltore proprietario del fondo avvelenato, lasciare tutto e raggiungere un uomo che è diventato un faro, l’unico faro di questa terra disgraziata. E ho visto padre Maurizio baciare le mani a Costa. Baciargli le mani perché sta facendo il suo lavoro, perché lo sta facendo bene, come dovrebbero fare tutti, a ogni livello e grado. Mi sono commossa, mi è venuto da piangere, da vomitare, ho barcollato un attimo per cacciare via la voglia di urlare e afferrare quella terra a manciate e partire per Roma e farla ingoiare a ministri e politicanti da strapazzo, a De Biase che continua a sparare frasi sconnesse, alla De Girolamo che a distanza di tre mesi dalla sua promessa ancora non ci ha mandato un’ombra di task force, alla Lorenzin e ai suoi stili di


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vita ridicoli, a Caldoro e a tutti i sindaci: DOVE SIETE? Vi dovete vergognare, tutti! Un prete, un prete di periferia, che le istituzioni hanno anche offeso, è il catalizzatore dell’orrore, degli umori, di una battaglia che dovrebbe essere di tutti. L’unico. Dovreste prendere le vostre poche cose, i vostri piccoli spiriti, le vostre piccole anime e coscienze e interrarvi voi nella terra malata, per sempre, tumularvi a vita. Voi che non siete in grado di spendere una parola una che sia intelligente, o logica, o almeno compassionevole. Voi che per anni non vi siete degnati di guardare in faccia il problema, voi che non venite qui a stringere tra le braccia ognuna di quelle mamme che hanno perso i figli per colpa anche vostra. Esistono, quelle mamme, esistono i morti, i malati, sono in ogni famiglia. Ma cosa volete di più per avere l’evidenza? A cosa vi servono i dati scientifici? E quali? E dov’è la tracciabilità fiscale? Migliaia di imprese fuorilegge, di agricoltori che non dovrebbero essere lì ma che invece ci servono a tavola la morte. E voi? Dove siete tutti voi? A sparare proposte assurde e stupide in Parlamento, a fare leggi che non saranno mai applicate, a passeggiare per Roma indossando un abito buono. Certo, sono più importanti i voti di tutti i latifondisti incauti e assassini della vita di tutti noi. E allora dovete morire all’inferno, soffrire, come soffriamo noi, come soffre la terra che un giorno fu fiorente. E io vi maledico, chi ha contribuito a questo

orrore e chi non fa nulla per fermarlo. Non della maledizione di padre Patriciello, la maledizione cristiana, no. Vi maledico della maledizione più profana che esista, con tutto l’odio di cui sono capace, con l’odio di cui

dovrebbero essere capaci tutti, se solo avessero un minimo di buon senso. Me lo carico tutto addosso, quell’odio. E me ne frego del moralismo, del perbenismo, del nonsifa. Perché sono una cronista, ma sono anche una mamma,

sono una cittadina. E questa è la MIA terra. Sono venuti da Milano per interrare il cancro. Interrano ogni giorno anche i campani, e si ammazzano da soli. Ma che razza di popolo siamo? Ma come ci siamo ridotti? Io non sono così. Io non sono come voi. Io, la mattina, quando mi guardo allo specchio, posso ancora essere fiera di ciò che vedo. Aumentate immediatamente il numero degli agenti del corpo della Forestale, subito, domani. Date loro carta bianca su tutto, regalategli rilevatori geotermici a bizzeffe, perché senza quelli non si sarebbe trovato neanche un fusto. Condividete le indagini, tutti voi, corpi di polizia, carabinieri, tecnici e chiunque possa fare qualcosa. Qui non c’è personalismo che tenga, la battaglia è unica, di tutti, per tutti, viviate a Caivano, Chiaia o Canicattì, la morte a tavola riguarda tutti voi. Dovreste inginocchiarvi di fronte a noi e chiederci soltanto perdono. E non ve lo daremmo lo stesso. Vergognosi, ecco quello che siete. Vergognosi. Mi fate vomitare. Come quei veleni di merda che ho respirato ieri mattina per ore. Ma sono viva e lotterò fino alla fine. Maledetti voi, vi fermeremo. In qualche modo vi fermeremo. Tanto ci avete già uccisi. Ribelliamoci, per la miseria. Ribelliamoci!

(* per trice e

gentile concessione dell’audi Parallelo41 - 1/10/2013)

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E V E N T I

Emiliana Cresci

emiliana.cresci@yahoo.it

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Giuseppe Pesce con “Malacqua” al Napoli Film Festival

er il secondo anno consecutivo, tra i protagonisti del “Napoli Film Festival” c’è anche il nome di un casoriano. È stato infatti proiettato lo scorso 2 ottobre al Cinema Metropolitan di via Chiaia il nuovo documentario di Giuseppe Pesce “Tutto il resto è Malacqua: La versione di Nick Pugliese”. Il film raccoglie l’unica intervista mai rilasciata dallo scrittore Nicola Pugliese, scomparso nel 2012, autore di “Malacqua”, romanzo di culto pubblicato da Italo Calvino per Einaudi nel 1977 (ora ripubblicato da Pironti). Nei 24 minuti del film, Pugliese parla con ironia del suo romanzo e della vita che è andata come andata: come la storia di Napoli. Sulla sua voce, ironica e intelligente, tornano le immagini dimenticate – alcune mai viste – della notte di pioggia in cui sprofondò il Vomero nel 1969, e del “Giudizio universale” di Vittorio de Sica. Da queste e da altre suggestioni nacque “Malacqua”, il suo piccolo capolavoro; sottotitolo: quattro giornate di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un Accadimento straordinario. La struttura del documentario riprende un’idea originale impostata da Pesce nel 2009 insieme al giornalista di Repubblica Peppe D’Avanzo. L’intervista è stata realizzata nella primavera del 2011 ad Avella con la collaborazione di Marco Catizone e le riprese di Carlo Maria Alfarano; il montaggio è di Valerio D’Ambrosio. Tra le recensioni, la più lusinghiera è stata certamente quella di Francesco Palmieri dell’Ansa - autore per Mondadori del “Libro napoletano dei morti” - che ha scritto: «Tutto il resto è Malacqua di Giuseppe Pesce, gioiello di immagini e parole che ricuce un pezzo di Napoli e della sua storia attraverso la figura di Nicola Pugliese. E’ documento ma è anche poesia. Redime certe colpe della memoria napoletana verso un capolavoro della letteratura. Ci fa sentire la voce di Pugliese. Commuove». Giornalista freelance e autore, Giuseppe Pesce si occupa di ricerca storica e di critica letteraria, e collabora con diverse testate e riviste. Negli ultimi anni ha lavorato come documentarista per “La Storia siamo noi” (RAI) di Giovanni Minoli. Dopo una lunga inchiesta, ha ricostruito la storia della Sacra Corona Unita e delle mafie pugliesi per la serie RAI “Storia Criminale” di Aldo Zappalà, e ne ha tratto il documentario “Le mafie pugliesi e il pericolo che viene dall’Est” presentato l’anno scorso al Teatro Petruzzelli di Bari, nell’ambito del “Bari International Film Festival”. Sempre nel 2012, è stato selezionato per il “Napoli Film Festival” con il documentario “Un’auto targata Sud” (andato in onda sempre sulla RAI per “La storia siamo noi”), che ricostruisce la grande storia dell’Alfasud di Pomigliano d’Arco, e che ha avuto l’apprezzamento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Giuseppe Pesce ha dedicato quest’ultimo documentario a “Malacqua” per il suo particolare legame con Nicola Pugliese, scrittore geniale e solitario, che gli ha dettato (ormai quasi cieco) la sua ultima opera inedita, la pièce teatrale “Rainaldo II”. Negli ultimi anni, Pesce ha partecipato attivamente al dibattito su “Malacqua”, che mancava nelle librerie dal 1977, con diversi studi e con un saggio (intitolato “Napoli, il Dolore e la Non-Storia”) pubblicato nel 2010 dalla “Fondazione Premio Napoli”. Ha persino passato il romanzo fotocopiato allo scrittore Roberto Saviano, che è rimasto profondamente colpito da questo libro «stupendo e introvabile». Purtroppo, il libro è stato ripubblicato solo dopo la morte di Nicola Pugliese, e il critico del “Corriere della Sera” Francesco Durante ha scritto che “Malacqua”

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«è davvero “un piccolo capolavoro del secondo Novecento”, come ha scritto Giuseppe Pesce, lo studioso che gli ha dedicato le più appassionate attenzioni». Intanto, Pesce continua le sue ricerche. Nei prossimi mesi uscirà infatti in libreria il saggio “Napoli e i suoi casali: Itinerari dell’entroterra metropolitano”, che ricostruisce un quadro storico organico di circa venti di località - tra cui anche Casoria - dell’immediata provincia napoletana. E sta inoltre lavorando al saggio “Alfasud, una storia italiana” per la collana di storia industriale della Ediesse. Tra le soddisfazioni dei Festival, e le non poche difficoltà del mondo della produzione televisiva, prosegue anche l’attività di documentarista, e a breve spera di cominciare le riprese per un nuovo documentario, sullo scrittore Francesco Mastriani. Tra i progetti nel cassetto, c’è anche un documentario storico sulla figura di padre Ludovico da Casoria, per il bicentenario della nascita: un progetto proposto al Comune nello scorso gennaio, ma rimasto senza risposta.

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TERRITORIO

Gilda Longhi

gildalonghi85@gmail.com

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icurezza e tutela dei cittadini, ordine pubblico e miglioramento della vivibilità in città: questi gli argomenti trattati nell’incontro che si è tenuto lo scorso giovedi 3 ottobre presso la sala riunioni del Palazzo Comunale di Casoria. Presenti, in rappresentanza dell’amministrazione, l’Assessore alla sicurezza Tommaso Casillo e l’Assessore all’ambiente Pasquale Tignola. Intervenuti, come esponenti delle forze dell’ordine, il Comandante dei Vigili Visone, il Maresciallo dei Carabinieri Giordano e il Dirigente del Commissariato di Polizia Di Mauro. L’incontro-dibattito si è resto utile ed urgente a seguito dell’incremento, sempre più preoccupante, dei fenomeni di violenza e microcriminalità sul nostro territorio. Un territorio che, soprattutto nei fine settimana, viene preso letteralmente d’assalto da bande di ragazzini che scorazzano sui loro scooter, rigidamente senza casco, e che, nella maggioranza dei casi, provengono dai paesi limitrofi. Scampia, Casavatore e Secondigliano, per lo più. Nella mappa delle zone off-limits della città compiano le strade dove si concentrano, negli orari serali, i gruppi giovanili: Via P. di Piemonte e Via Marconi, ma anche Piazza San Paolo e le vie adiacenti. E spesso ciò accade perché i giovani non hanno altri punti di ritrovo. Ma questa purtroppo è un’altra storia. I fenomeni predatori che, negli ultimi mesi, hanno travolto la cittadinanza con modalità sempre più violente ed efferate sono rapine e scippi messi a segno, nella maggioranza dei casi, per pochi spiccioli o per un cellulare di ultima generazione. L’i-

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Sicurezza e ordine pubblico a Casoria: l’incontro con gli addetti ai lavori. dentikit dei delinquenti che imperversano in queste aree è riconducibile a gruppetti di due o tre giovani solitamente armati con coltelli oppure pistole, spesso finte. Ma che comunque seminano panico e terrore tra i passanti.

Il dato allarmante è che però troppo spesso le statistiche delle forze dell’ordine e delle autorità competenti non hanno traccia di questa impennata di microcriminalità perché i cittadini non segnalano l’accaduto soprattutto nei casi meno eclatanti o in quelli in cui non vengono sottratti documenti ai malcapitati. Proprio per questo dilagare sempre più diffuso della criminalità a Casoria, i cittadini non si sentono più tranquilli e liberi di camminare per le strade della città, soprattutto di sera e nelle traverse più isolate, anche a causa della scarsa illuminazione di molte zone, più volte segnalata alle autorità competenti. Per tutti questi motivi l’Assessore Casillo, pur riconoscendo il lavoro serio ed impegnativo svolto dalla polizia locale e la carenza di risorse a disposizione, durante l’incontro ha espresso

la necessità di intensificare la presenza delle forze dell’ordine, nei luoghi e negli orari più a rischio: “Casoria non è diversa dalle altre città e sappiamo bene tutti che è inquinata dalla microcriminalità importata dai paesi limitrofi, ma abbiamo bisogno di dare un segnale forte ai cittadini, che consenta loro di stare più tranquilli e di poter permettere ai loro figli di uscire in strada e incontrare i propri amici senza timore di indossare un orologio nuovo o avere un cellulare alla moda. Ci mettiamo a disposizione, per quanto rientra nei nostri compiti di amministratori, per tutte le attività che possono essere poste in essere per garantire più sicurezza ai casoriani”. Per fare ciò, ovviamente, e per tentare di apportare qualche miglioramento rispetto alla situazione attuale (anche perché, ci sia concesso, peggio di cosi sarebbe veramente difficile!) è necessaria la collaborazione tra tutte le forze dell’ordine. Collaborazione garantita a piene mani sia dal Maresciallo Giordano, sia dal Dott. Di Mauro, con i mezzi e gli uomini a loro disposizione. E dunque, già dalla prossima settimana, scatterà un dispositivo di sicurezza, con ronde di polizia e carabinieri che affiancheranno la polizia locale soprattutto nei fine settimana e nelle strade a più alta densità di giovani. E che, come è giusto che sia, saranno impietosi riguardo l’osservanza delle leggi, l’obbligo del casco…E non solo. Si inizierà con un presidio a rotazione nei punti cruciali di Via Principe di Piemonte e Via Marconi e pian piano, anche in vista dell’inverno, si estenderanno le zone sorvegliate.


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“Non possiamo fare programmi e progetti a lunga scadenza”, ha spiegato il Dirigente Di Mauro, “ ma prevedere e garantire dei servizi mirati, con il dispiegamento di tutte le forze necessarie, quello si. Ovviamente tenendo conto anche delle esigenze e delle necessità degli altri comuni, poco distanti da Casoria, ma che purtroppo vivono una situazione simile”. Un’altra importante questione è stata sollevata durante l’incontro dall’Assessore all’ambiente Tignola, quella della sorveglianza e del presidio dei luoghi sensibili e più a rischio per lo sversamento dei rifiuti, come ad esempio la zona del Cantariello, tristemente nota a tutti. “Il tema della criminalità”, ha affermato, “non conosce etichetta né confini: fa male ai cittadini ma anche a noi amministratori. Chiediamo che vengano intensificati i controlli e che chi sversa illegalmente venga individuato e punito. E’ fondamentale agire, non possiamo più stare con le mani in mano”. Già da qualche mese, ha ricordato poi Tignola, sono state installa-

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te numerose telecamere in diverse zone della città, a Via Boccaccio e Via Rocco, per esempio, ma anche nel quartiere Castagna. “Si è avuta una riduzione degli sversamenti abusivi in quei tratti sorvegliati, è vero, dove le tele-

camere fungono da ottimo deterrente per i delinquenti, ma c’è ancora molto da fare”. Questi, in sintesi, i risultati dell’incontro, cui il Domenicale ha partecipato nella persona del

Direttore D’Anna, che da cittadino, prima che da giornalista, si è fatto portatore delle angosce e delle preoccupazioni dei casoriani, che continuamente ci segnalano episodi di piccola criminalità in ogni angolo della città. E che sono stanchi di questo dilagare incessante di bullismo e violenza. É inaccettabile in un paese che si definisce “civile” uscire di casa con l›ossessione di essere derubati, scippati, rapinati; ancor più inaccettabile però é il timore di essere lasciati soli, dalle istituzioni e da chi dovrebbe essere garante della nostra tutela. Come giornale continueremo ad essere antenna sul territorio, a controllare i progressi ottenuti e a vigilare su ciò che accade. Vogliamo, per quel che ci compete, rassicurare i cittadini e far sapere loro che non sono soli, che qualcosa si sta muovendo. Che le forze dell’ordine sono e continueranno ad essere presenti sul territorio. Non si può più stare ad aspettare passivamente che cambi qualcosa; ognuno, adesso, può fare la sua parte. Anzi, deve farla.

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G I O VA N I

Marzia Luciano

marzialuciano_@libero.it

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l mese di Settembre, si sa, è il “Lunedì dell’anno”: terminate le vacanze estive, ripartono il lavoro, la scuola, i buoni propositi, la vita frenetica di ogni giorno, tra vecchie e nuove abitudini, nella speranza che la monotonia non sia straziante. Per la stragrande maggioranza degli studenti neodiplomati, comincia un cammino del tutto nuovo e sconosciuto, che affascina ed al contempo inquieta: il percorso universitario. Gran parte di chi ha sostenuto l’esame di maturità quest’anno ha dovuto affrontare il primo ostacolo del suo tortuoso cammino, ossia il test d’ingresso per facoltà a numero chiuso o programmato quali medicina, biologia, biotecnologie, professioni sanitarie, scienze della comunicazione, economia, ingegneria, sociologia, psicologia e tantissime altre. I più “fortunati”, invece, cioè coloro che hanno optato per facoltà a numero aperto come giurisprudenza, lingue, fisica, lettere e quant’altro si sono catapultati senza preamboli nel mondo universitario, ansiosi e spaventati da ciò che quest’ultimo potrà riservargli.Se da un lato la prospettiva di un “nuovo mondo” incuriosisce i ragazzi e li invoglia

Studia che ti passa! ad avventurarsi in quella giungla chiamata “università”, a sgomitare per riservarsi un posto dignitoso nei mezzi di trasporto pubbli-

co (il cui buon funzionamento è sempre più compromesso), a sfidare il caos e le distanze per raggiungere la propria facoltà, dall’altro la paura di non sentirsi all’altezza è forte e, soprattutto, tiranna.Inoltre, la rovinosa si-

tuazione economica italiana, la crescente disoccupazione, i diversi tagli all’istruzione, lo sminuimento della cultura in quanto fautrice di attività produttive, l’aumento delle tasse universitarie e di quella regionale sul diritto allo studio scoraggiano inesorabilmente gli studenti e li inducono a proseguire con poca armonia il proprio cammino, timorosi del fatto che anni di sacrifici (sia psicofisici che economici) li possano poi proiettare nel mondo della disoccupazione, regalando loro somma ingratitudine ed insoddisfazione in cambio degli sforzi compiuti. E’ difficile, se non impossibile, prevedere da qui a cinque anni (o anche più) il futuro degli studenti universitari ma se vi è un minimo barlume di speranza in fondo all’oscuro tunnel in cui attualmente viviamo, la volontà di raggiungerlo sarà sicuramente più forte di qualsiasi ansia, preoccupazione, timore o previsione negativa!

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La redazione

E V E N T I

Domenica 13 ottobre 2013

Arpino, inaugurate 4 aule al Plesso Polifunzionale Lunedi 7 ottobre si è tenuta la cerimonia di inaugurazione di 4 aule di scuola materna presso il Polifunzionale di Via Nazionale delle Puglie ad Arpino. Presenti il Sindaco Carfora, il Vice Sindaco e Assessore ai Lavori Pubblici Sergio D’Anna, l’Assessore alla Cultura Luisa Marro ed i consiglieri comunali Gianluca Cortese e Marco Colurcio. Il plesso, rimesso completamente a nuovo d o p o la chiusura di oltre un anno fa, ospiterà, accanto alle sezioni della scuola materna, anche 4 aule di scuola primaria, in cui saranno trasferiti parte degli alunni che temporaneamente si trovano all’Istituto Cimilarco. “E’ un grande ed ulteriore traguardo ottenuto da questa amministrazione”, ha sottolineato D’Anna, “in una zona carente di strutture scolastiche pubbliche. Ringraziamo la ditta che ha effettuato i lavori, ma anche i genitori, il Preside ed il corpo docente per la collaborazione, per la pazienza e per la fiducia che ci hanno accordato”.Presenti alla inaugurazione decine di bambini , accompagnati dai genitori, entusiasti, e che dopo un iniziale momento di festa, hanno potuto prendere posto tra i banchi di una scuola a misura per loro: bella, accogliente, pulita e soprattutto sicura.

Caffetteria Ranieri: Il nuovo punto d’incontro della città

Sabato, 5 Ottobre ha aperto al pubblico la Caffetteria Ranieri, più che un semplice bar, un nuovo locale confortevole, raffinato e di classe, che già promette di diventare il nuovo punto d’incontro della città. Sita in via San Pietro 34/36, all’angolo con via Pio XII (di fronte al Monte Paschi Siena), dispone di un ampio spazio interno ed esterno con una meravigliosa saletta interna, dove poter gustare un ottimo the in compagnia. L’Editore, il Direttore e la Redazione tutta augurano i migliori successi alla famiglia Ranieri per questa nuova avventura.

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Domenica 13 ottobre 2013

Valerio Cresci

vcresci@gmail.com

F

inalmente il Prefetto di Roma Pecoraro ha deciso: Roma Napoli si giocherà Venerdì 18 ottobre alle 20.45. Nessuna inversione di campo e niente rinvio per il big match dell’ottava giornata di serie A. La decisione, è stata accettata di buon grado dalle squadre ed anche dai presidenti di Coni e Lega, Giovanni Malagò e Maurizio Beretta che si sono battuti per evitare un rinvio della gara, dovuto alla concomitanza della partita in programma Sabato 19 Ottobre alle ore 18 con la manifestazione nella Capitale dei No Tav. Scongiurato ogni pericolo di ordine pubblico? Si spera, anche se il match RomaNapoli è da sempre una partita a rischio, visti i rapporti ostili tra le due tifoserie più calde d’Italia, agitate quest’anno ancora di più dagli ottimi risultati sportivi delle rispettive squadre. Speriamo perciò che a parlare sia solo il campo. Quest’anno Roma e Napoli sono due isole felici lontane pochi chilometri, isole governate da stranieri, un Francese e uno Spagnolo, Borboni che a lungo hanno dominato le nostre terre, si ritrovano a distanza di molti anni ancora a comandare l’Italia del Calcio. Rudi Garcia e Rafa Benitez i nuovi volti del calcio Italiano, hanno portato i loro schemi, i loro particolari metodi di allenamento, le loro idee e le loro esperienze nella nostra serie A riuscendo entrambi ad ottenere grandi risultati: sette vittorie consecutive per la Roma, sei vittorie ed un pareggio con il Sassuolo per il Napoli. Una partenza a razzo per en-

R U B R I C A

A Spasso nel calcio

Napoli-Roma: spiamo in casa giallorossa trambi, inaspettata soprattutto per la Roma che da tanti anni non si trovava così in alto in classifica nonostante i numerosi investimenti degli americani. La società giallorossa dopo aver ceduto nel mercato estivo i pezzi

pregiati della squadra come Lamela, Marquinos ed Osvaldo si è rinforzata con Maicon, De Sanctis, Strootman, Gervinho, Benatia e Ljajic. Ma il miglior acquisto è stato proprio il tecnico Garcia che è riuscito a compattare la squadra, tenerla unita come una famiglia che gioca a calcio divertendosi, seguendo gli schemi e le direttive del mister divenendo una realtà della serie A capace di umiliare a San Siro l’Inter di Mazzarri. I punti di forza della Roma risiedono nella difesa compatta e rocciosa che ha subito solo un gol in sette giornate anche grazie alla protezione di forti

centrocampisti come De Rossi e Strootman. Ma l’intuizione migliore è quella di utilizzare Totti in versione falso nueve, ruolo ricoperto in Spagna da un centrocampista con buone capacità di inserimento e tecnica sopraffina che gli consentono di essere presente in zona gol. Posizione ideale anche per lanciare i propri compagni del reparto avanzato, infatti Florenzi e Gervinho ne stanno traendo grandi benefici. Per tutti questi motivi nella Capitale, c’è un’evidente entusiasmo per questo allenatore all’apparenza normale ma che è riuscito a trasformare l’organico della Roma in una squadra. L’applauso rivolto dalla squadra giallorossa al tecnico negli spogliatoi dopo il match Inter-Roma dimostra come i giocatori si sentano più forti perchè motivati e guidati. Anche la società capitolina sembra aver compreso gli errori passati, decidendo finalmente di affidarsi a persone di esperienza come nel caso di De Sanctis e che siano in grado di conoscere la parola sacrificio, con la consapevolezza che in campo si deve dare tutto fino alla fine. Questa è la rivoluzione di Rudi Garcia, un Napoleone moderno seguito dalle sue truppe come non accadeva a Roma da molti anni. Il tecnico francese però faccia attenzione a un dato: la sconfitta di Waterloo che segnò la fine dell’Imperatore Napoleone avvenne il 18 giugno 1815 ed in che giorno del mese è stata spostata la partita? Che fa ci ripensa? Mi dispiace! “Rien ne va plus, les jeux sont faits”.

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E V E N T I

Domenica 13 ottobre 2013

La redazione “Arte in cortile” (nona giornata del contemporaneo AMACI).

“Pe

r la diffusione dell’Arte e della Cultura bisogna partire dal basso” è questo che ci ha detto l’Artista Architetto Tommaso Arcella quando siamo andati ad intervistarlo nel suo atelier durante la nona giornata del contemporaneo, indetta dall’AMACI: Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani. Nel cortile delle sua residenza dove ha sede il laboratorio, ha allestito la sua personale: 33 opere degli ultimo anni. Dalle prime ricerche dell’impegno sociale, dove ha trattato molti temi: dalla delinquenza organizzata alle frodi bancarie; dalla compravendita di organi ai sacrifici delle donne nel mondo; dallo stress degli uomini d’affare alla falsità e frivolezza dei media, alle ultime opere più ancestrali e oniriche. Reduce da una mostra ad Agerola dove ha lasciato al museo locale una sua opera, l’Arcella usa materia-

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li diversi ed esperimenta tutte le tecniche, in special modo l’uso di materiale già esistente in natura. Ha partecipato a varie mostre in tutta Italia. Tra le quali, la biennale di Lecce dove il suo dipinto “uomini vaganti” ha avuto una menzione speciale. Di grande successo la personale del 2010 al Castel dell’Ovo inserito nel Maggio dei monumenti a Napoli, dove ha registrato in sette giorni circa novecento presenze e l’elogio del Direttore della struttura. Il filone predominante di Arcella è sempre rivolto al sociale, alla divulgazione della cultura. Lo ha fatto per oltre trent’anni come insegnante al Liceo Artistico di Cardito. “L’Arte deve servire all’educazione delle masse per il bello e di conseguenza per il giusto”, dice l’artista. Sin da ragazzo a soli 14 anni ha partecipato alla prima estemporanea indetta dal Comune di Casoria per il lunedì in albis. Ap-

pena ventenne già era presente nelle gallerie di Napoli con opere di arte cinetica ed opticalart. Ma poi si è dato principalmente alla professione di architetto per dedicarsi, da oltre un decenni, esclusivamente all’Arte. A fine serata, nella sua semplicità, senza annunci e nel silenzio, si è adoperato in una performance per la realizzazione di un’opera: “la crocifissione delle cultura”. Ha tenuto a precisare poi che “l’arte, l’estetica e la bellezza è la base di una convivenza civile ed è imprescindibile per un progresso condiviso e solidale”. Nel lasciarlo alla sua personale ci ha fatto quindi, una citazioni: “La mancanza del gusto deriva anche dal fatto di trascurare l’anima più profonda, la quale, al di là della gratificazione fisica, ha bisogni estetici. Senza immagini e senza sensazioni di bellezza, l’anima appassisce”. (James Hillman). Auguri ad Arcella.


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Domenica 13 ottobre 2013

IL NAPOLI

Enrico Ariemma

“A

Napoli si può morire o essere malmenati per motivi futili. Poi, vai allo stadio e la stessa persona, disposta a menare le mani per un semplice diverbio, entra all’improvviso in un clima di festa. Credo che ci sia anche un clima di rispetto: una convenzione involontaria della criminalità organizzata a lasciare in pace la squadra di calcio. Alla partita si incontrano personaggi pluripregiudicati che allo stadio hanno un comportamento irreprensibile e sono di una gentilezza unica”.  Così Amato Lamberti, al culmine dell’età dell’oro del tifo azzurro - era il 1989 - definiva quel clima di festosa unità, di virtuoso cocktail sociale che teneva unite, ben shakerandole, specifiche anime della città. Il tifo organizzato di matrice ultrà - localizzato prevalentemente nella curva B - viveva in quegli anni la sua maturità piena e compiuta: uno stadio intero era disponibile a riconoscerne la leadership, la fisionomia di propellente ideologico e canoro, benzina necessaria per far girare a bomba (bomba canora) un organismo a motore assemblato da membra interconnesse e funzionali. Uno spettacolo. Quando i settori meno popolari sonnecchiavano, partiva un “Tutto lo stadio” che certificava una richiesta di collabrazione integrata nell’attività del tifo, a sottintendere, anzi a dichiarare esplicitamente, una volontà di sforzo comune a supporto della squadra, da accompagnare, letteralmente, alla vittoria. Altro che l’odierno “Al di là del risultato”. Che tempi. Prima “O mamma mamma mamma”, seguiva quel coro per Careca che mi faceva letteralmente andar via di testa, poi i vari “Salvatore picchia” e i “lode a te Bruno Giordano”, tacendo di un rutilante “porompompero” nato per germinazione spontanea dopo un insignificante gol di Alemao al Lecce. Tutti insieme a cantare: era il San Paolo, il mio condominio di elezione, mio e di tutti coloro che condividono la malattia azzurra. Ho iniziato ad esserne inquilino, senza mai più smettere, all’età di cinque anni, sulle gambe del mio papà, e dopo quarant’anni ininterrotti di trincea, spesi nel set-

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MENTALITA’... tore Distinti, penso di avere vissuto, con occhio talora critico, ma in tempi recenti soltanto malinconico, ascesa, grandezza e purtroppo - decadenza del profilo del supporter organizzato e del semplice tifoso della curva. Il punto più basso di questo precipizio lo si è attinto con gli incredibili eventi di domenica scorsa, di cui si è scritto moltissimo (spesso bene) di getto, Quel “Napoli colera”, un accesso di tafazzismo con cui il tifo ultrà

napoletano ha fagocitato (e forse ucciso) se stesso in nome di una solidarietà trasversale e “sindacale” tra gruppi organizzati. Ma di questo in altra occasione. Il mio intento è ora di provare a capire cosa significhi, oggi, sostenere la squadra “durante” l’evento, stanti i rapporti meno stretti di un tempo tra le curve, sempre più ripiegata su se stesse, impegnate a definirsi in contrasto e in opposizione a qualcos’altro, e il tifoso degli altri settori che “ha voglia” di cantare contenuti di supporto reale alla squadra in campo. Ebbene, osservatori attenti e lucidi hanno nei giorni scorsi, non senza ragione, lamentato che troppo spesso e a sproposito gran parte dello stadio, orfano della guida curvaiola, si rifugia in uno stucchevole “chi non salta juventino è” che denoterebbe scarsa originalità, sudditanza, forse ossessione verso il nemico storico. Replicavo però, e a maggior ragione lo penso oggi, che un discorso sul fastidioso coro è impraticabile senza considerare attentamente il background su cui esso viene a radicarsi: “chi non salta” è oggi, piaccia o no, forse l’unico coro che vie-

ne dal basso, senza sollecitazione delle curve. Perché, diciamolo con buon senso, oggi le curve sollecitano poco o niente, cantano “la tessera del tifoso fattela tu” e ‘coerentismi’ del genere di cui, è bene dirlo, anche spettatori di curva non organici ad alcun gruppo vanno orgogliosi. Mi è sempre più chiaro che il mito della curva - quello nel cui culto sono cresciuto - abbia lasciato il posto ad una forma di affermazione identitaria che separa le curve stesse dal resto dello stadio. Il tifoso ultrà, che si sente penalizzato dalla tessera, fa del coro sulla tessera e sul proprio status ontologico, sul  “noi siamo”, la ragione essenziale del suo stare lì. O almeno, tale è l’impressione che sembra riverberarsi sul resto dello stadio. Se le cose stanno così, se il convento passa questo, io confesso il mio peccato e ammetto che in momenti di euforia ci cado, ci cado eccome, nel monotono ‘chi non salta’. Che per me, rispetto al neonato ‘canterò di più’ (a queste forme di autoreferenzialità vorrei non aderire mai), è come l’andante della Jupiter mozartiana rispetto a una canzoncina - non ditemi niente - di un neomelodico. Già, il “canterò di più” mi pare davvero l’epifania del nulla cosmico, ontologico, metafisico, un’obbrobrio estetico. È inoltre un coro che manifesta, mi pare, preliminarmente e pregiudizialmente la volontà di porsi come coro “soltanto” della curva, tifosi organizzati o semplici fans. Noi cantiamo: ma non è che cantiamo qualcosa, cantiamo che cantiamo. E allora qualche considerazione bisognerà pur farla. Lo stadio - che è, mi si perdoni la banalità, fatto di gente che, appunto, allo stadio ci va - andrebbe coinvolto in termini di sostegno alla squadra, il che questo, chiamiamolo così, canto ignora bellamente, incarnando per contro (e già altri, negli ultimi anni) l’insopprimibile esigenza di una parte del tifo, quella un tempo trainante, di rendersi autoreferenziale, nicchia, di marcare una divaricazione, di giocare a ‘chi si tu e chi song’io’: non mi pare ci sia molto altro. Sono anni che lo stadio attende dalla curva un coro da fare proprio. Sì, ho


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la certezza stadio intero vorrebbe ancora lasciarsi guidare; ma adesso la curva, intesa come settore e utenti (ultrà o no che siano) è diventata uno spazio di affermazione di sé “contro” l’altro: e l’altro è ora la “divisa blu”, ora quello che a Gela non c’era, che magari allo stadio ci viene poco, ad esempio a far numero come contro il Sassuolo (ma non è meraviglioso vedere tante donne e bambini?) e che per questo, in maniera un po’ patetica, viene definito “occasionale”. Per affermare questo complicato plesso ideologico si intona un coro che nell’ipotesi migliore è escludente. Noi siamo i tifosi (e in un mondo che non ci vuole più canteremo di più), voi tifosotti. Ma io, io che non potrei vivere senza il riaffiorare di quei tratti infantili, che vanno dal rossore alla paura, alla rabbia, all’allegria, al rossore, alle lacrime: io che vivo di sentimenti estremi, insofferenti della moderazione, che trascolorano nella patologia, che rendono entusiasti a prescindere e disfattisti a prescindere, o ancora umorali a prescindere: io che dal lunedì al sabato assumo l’atteggiamento un po’ supponente da DottorSottile della tattica, da Corifeo della ripartenza, da Ministro del ‘tra le linee’, per poi, nei ’90 della domenica, sperimentare attimo dopo attimo, vivendoli come stati esistenziali permanenti, la gioia, il dolore, la rassegnazione, la speranza, l’imprecazione, il mugugno, l’urlo liberatorio, il mutismo mace-

rato, e un franco, schietto, liberatorio “kitemmuort” (rigorosamente con la –k); io che penso che il tifo è questo, cuore e cervello, cervello a bocce ferme, cuore a evento in corso; io, quando sono lì invece voglio cantare roba che sia si incitamento reale alla squadra, nei suoi contenuti (possibilmente un po’ meglio di ‘devi vincere’). Insomma, io voglio un

coro (non musica: coro), e un coro deve avere delle parole. E dato che rifuggo dalla sociologia d’accatto, mi limito alle parole che sono quelle, lì a fare impietosamente giudizio di se stesse. Raccontatemi un solo coro che, oggi come oggi, parta dalle curve e ci identifichi come napoletani. Uno solo. Lo ripeto: le curve, tifo organizzato e non, vanno perdendo

quel sapore di sostanza dopante, di carburante energetico e contagioso che è stato per un paio di decenni, con il picco ai tempi di D10S, l’adrenalina di uno stadio intero. Questione di “mentalità”. Aquì està el busillis. Mentalità. Che, a quanto pare, è l’unica cosa che conta, o ce l’hai o non ce l’hai. E che, dal di fuori, non saprei definire. Un modo di intendere la vita e la vita da stadio, certo; un concetto forse vago ma che un relativista come me rispetta, pur senza condividerlo nella sua funzione discriminante. E, in più, col disappunto di chi ha la quasi certezza che “mentalità” è il totem in nome del quale l’Arena di Fuorigrotta, dal Tempio dell’Armonia Prestabilita, va divenendo un coacervo di persone unite sì da una passione ma anche, temo, dall’incapacità di manifestarla all’unisono. Il romanzo vincitore del Premio Calvino nel 2012, di Riccardo Gazzaniga, ex poliziotto con la vocazione della letteratura, dal titolo “A viso coperto”, indaga senza retorica, e con tanto realismo, topica, psicologia e dinamiche del tifo ultrà (nello specifico, genoano, ma potrebbe adattarsi, credo, a qualunque realtà italiana). Un libro istruttivo, a tratti un pugno sul viso. L’ho letto in formato digitale, avevo dunque davanti a me un testo ricercabile. Provate a verificare il numero delle occorrenze di quella parola, quella lì. “Mentalità”.

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Domenica 13 ottobre 2013

PERISCOPIO

Monica Balsamo

dott.monicab@libero.it

U

n oggetto immateriale che resta a dispetto di una vita. Questa è una delle considerazioni amare che ti vengono quando osservi la materia persistere e sopravvivere alla vita. Una macchina la mehari, che è un po’ Giancarlo. Un >ragazzo che a ventisei anni fa quello che faceva lui, in groppa a quel cavallo buffo, mi da l’idea di un ragazzo che sul serio si doveva prendere davvero poco. Se ci pensi troppo su, non penso che decidi di fare le cose che  fai, ragionando sulle conseguenze delle tue azioni. Non ci stai troppo a pensare per diventare Giancarlo Siani.  Forse a causa o per colpa di quell’età è andato a finire a fare la storia. Poi penso a quanti un’età l’avevano e in altri campi hanno reso lo stesso servizio, immagino che anche voi starete pensando a chi penso io e allora mi dico che l’età non c’entra. Ritorno all’auto , riguardo le sue foto, leggo di lui e del suo straordinario esempio e mi viene da pensare che tanti arzigogoli nella vita non servono, che se senti di fare qualcosa che sia giusto, non c’è spazio  per i se. Non c’è spazio per i ma... e neanche  per i forse,  né  per i potrei,  né per i

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La mehari di Siani riflettiamoci su e tantomeno per  i pensiamoci bene. Questi sono  pensieri da adulti, non ho detto da grandi dico semplicemente daadulti, del resto adulto è colui che anagraficamente svetta sull›adolescenza e basta. Per essere

grandi l›anagrafe non conta. Giancarlo è un giovane esempio di come si diventa grandi, senza svettare sull›adolescenza. Giancarlo è l›antitesi dell›adulto , Oggi invece abbondano gli adulti consapevoli ,coscienziosi, che pensano e rimuginano  e ponderanno la storia  e la vedono come un film, così distante così lon-

tana, che mai potranno farne parte. La parola, lo scritto, che mi piace moltissimo, oggi viene usata come un›arma contro la libertà di stampa e di opinione. La parola, i discorsi, i comunicati, le conferenze, i dispacci d›agenzia sono parole che violentano il linguaggio, inteso come comunicazione che serva la libertà. Oggi si fa della opinione pubblica ciò che si vuole, scrivendo ciò che non mini e tocchi i poteri forti. Oggi il linguaggio, che è  ciò che ci distingue dagli animali sotto il profilo dell›evoluzione è usato come arma di distruzione delle coscienze , come narcotico del pensiero libero. Di sicuro penso che se Giancarlo avesse assistito alla passeggiata della sua «compagna di viaggio» non si sarebbe divertito molto. Non credo , sinceramente , che avrebbe apprezzato le frasi di circostanza sciorinate a menadito, che non trovano come contraltare un quotidiano operato che dimostri  che Giancarlo, anche nel loro quotidiano, è un esempio. Non riesco a immaginare Giancarlo sereno e sorridente mentre tutti onorano la sua compagna, ma nei fatti la lasciano in cantina ad ammuffire insieme con la sua città.


Domenica 13 ottobre 2013

IL NAPOLI

Pasquale Lucchese napoledano@libero.it

P

rimo numero della vecchia, cara, insostituibile, edizione cartacea! Potrei parlare di questo primissimo scorcio della storia del Napoli in salsa iberica; opto, invece, per un argomento delicato: curve chiuse, cori discriminanti etc... Chi me le lo fa fare? I rischi sono tanti: si tratta di muoversi lungo il crinale, che separa i campi del “vittimismo classico”, su un versante; e, sull’altro,quello di una sorta di “anticonformismo ribellista” d’accatto, molto in voga di questi tempi. Si corre il rischio di scivolare facilmente da una parte o dall’altra. Proviamo a dire la nostra,scrivendo un articolo ‘bifronte’, nella consapevolezza delle asperità di un tale cammino. Ci porremo delle domande, dandoci due risposte, l’una antitetica all’altra; e poi tenteremo una sintesi. Un lavoraccio insomma... il cui risultato è tutto da vedere! Qual è il confine che divide un coro discriminatorio da un semplice sfottò? Non capisco né voglio capire gli ultras (1): Inutile girarci attorno: alcuni cori verso Napoli (più che verso il Napoli) nascono da una profonda avversione, per non dire altro, non solo di stampo settentrionale, verso la città. Un’avversione talora ‘meritata’ sul campo, talaltra programmata e studiata a tavolino. Non capisco né voglio capire chi ultras non è (2): non esiste alcun confine. Allo stadio, nelle curve in primis, il coro ‘contro’ è parte integrante del tifo. In curva si va per cantare e per sostenere i propri colori, ma anche, qualora ci sia una particolare rivalità calcistica e sociale, campanilistica e storica, per denigrare e ‘sfottere’ l’avversario. Anche con cattiveria. È giusto colpire le tifoserie che si segnalano per questi cori? (1): Assolutamente sì, e lo direi anche se fossi un tifoso di queste squadre. Non mi sognerei mai di andare allo stadio e cantare “Napoli colera”, o di ricordare agli emiliani di aver subito la stessa ‘sorte’ capitata a noi negli anni ‘80. (2): No. È ipocrita, ed è il segnale di un paese che ha scelto il buonismo, come pensiero

Cori e sfottò: quando il tifo diventa cattivo... unico conformante. Un paese storicamente diviso in fazioni, e che d’incanto fingendosi democratico e moderno, mette all’indice le forme di intolleranza (molto spesso presunte).

In entrambe le risposte sono presenti spunti condivisibili. Partendo dal presupposto che nessuna assoluta verità può esistere, almeno in questi ambiti mondani, io propenderei maggiormente (ma non del tutto!) per l’ultras. Le ragioni in parte sono presenti in quelle risposte, in parte nascono da una doppia valutazione personale. In primis non mi sono mai scandalizzato per quei cori, un po’ forse perché l’abitudine a sentirli quasi li rendi inoffensivi (aspetto grave), un po’ perché li ho sempre vissuti con una sorta di indifferenza. So che la mia città non è amata (eufemismo), e non volendo inoltrarmi in noiose e lunghe elucubrazioni sociologiche ed antropologiche, riconosco che questa mancanza di ‘affetto’ è dovuta anche (non solo) a colpe nostre.

La risposta di una delle due curve partenopee ha suscitato un vespaio di polemiche nella vecchia capitale del Regno delle Due Sicilie, a cui hanno fatto da contraltare apprezzamenti ‘ultras’ (e non solo) dal resto d’Italia. Cosa pensare? (1): Che la pseudo protesta messa in piedi in Curva B è incomprensibile. Pur di difendere il loro ‘credo’ ultras, hanno calpestato la loro identità, la loro terra. Volendo proprio tentare di capire la famigerata mentalità ultras, credo sia stata più ‘corretta’ la Curva A. Con lo striscione “è la chiusura di una curva la vera discriminazione’, ha espresso una linea di pensiero, magari non condivisibile da tutti, evitando però una provocazione tanto forte, quanto ingiusta. (2): Una genialata. Esprime in maniera originale, vagamente ironica, la propria insofferenza verso un sistema che ci vuole tutti uguali. È un modo per ricordare al proprio popolo che con un facile vittimismo di maniera non si va da nessuna parte. È un modo per ricordare alle istituzioni calcistiche che questi cori sono sempre esistiti, e che per quanto possano essere duri, scorretti, infantili, sono degli sfottò che fanno parte della storia delle curve italiane. Sono stati coraggiosi e hanno fatto rumore, permettendo ad un argomento da sempre visto con sufficienza e superficialità, di essere trattato da una prospettiva diversa.

Ancor di più riconosco al tifo, in tutte le sue declinazioni qualitative (occasionale, tifoso, ultras), il merito di essere una delle massime espressioni del nostro irrazionale. È tanto irrazionale tifare, amare, soffrire, piangere, gioire, per undici viziati ricconi (limitando il campo ai soli professionisti, ma il calcio ha tifosi in tutte le categorie...) che corrono dietro uno stupido (!) pallone, che per l’ateo tale irrazionalità fa rima con stupidità. D’altro canto l’irrazionalità genera sentimenti positivi e negativi, tra i quali l’odio. Odiare l’ “altro da sé”quando si è in campo è logico e scontato. Ipocrita e falso dire il contrario. Nei 90 minuti di gioco (e sottolineo nei 90 minuti di gioco più recupero) chiunque, in campo e sugli spalti, indossi la maglia che non è quella del mio Napoli, è un mio nemico! Punto. Da distruggere, sconfiggere in campo, e qualora sussistano le condizioni (rivalità geografica, geopolitica, sportiva), umiliare verbalmente e ‘sfottere’ anche in curva! Questo è il tifo: stupido, irrazionale, banale, infantile, cattivo. Qualsiasi altra questione che pur inserendosi nel contesto curva-tifo, esula chiaramente dallo stadio, da tifoso, quale mi onoro di essere, viene da me vissuta con indifferenza. Al più ad un Napoli colera, Napoli me... rispondo con un augurio di fuoco per Milano...Altro è invece desiderare realmente la distruzione del Duomo e della Madunnina.. W il tifo, W il calcio!

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Domenica 13 ottobre 2013

TERRITORIO

Angelo Ferro

ferroangelo@yahoo.it

Buonanotte Italia

“G

li ultimi saranno primi, e i primi ultimi, così diceva Matteo nel suo Vangelo, e invece no , l’Italia è ultima e se continua cosi non farà altro che rimanere tale; questo lo dice l’OCSE (L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che tra i 24 paesi messi sotto osservazione ci da la coda della classifica per grado di alfabetizzazione , non sappiamo né leggere né scrivere; nemmeno la matematica ci salva, anche a far di conto ci siamo beccati un bel penultimo posto. Non solo tra poco comunicheremo a gesti, ma diminuiremo anche come numero di abitanti . La Coldiretti ci fa sapere che a causa del tasso record di disoccupazione ben 400mila laureati italiani sono scappati all’ estero e il trend tende ad aumentare. Il fenomeno ovviamente è legato all’ inesistente ricambio generazionale che ha portato ad avere una classe dirigente con un’ età media di 58 anni nelle pubbliche amministrazioni e che sfiora addirittura i 70 nei gruppi bancari italiani. È vero che il vino buono non invecchia mai , ma questo è andato a male ed ha sempre saputo di tappo.Ah…! Quant’ è saggia l’Italia; paese di santi , di poeti e di tasse, con il cuneo reale al 52,9% abbiamo la percentuale più elevata tra i paesi sviluppati, dopo aver distrutto il 25% delle capacità produttive del nostro paese ed aver fatto chiudere stabilimenti e linee produttive, si è “ragionevolmente” deciso di aumentare l’iva: un bollettino di guerra insomma. Ma noi questa guerra non la vogliamo proprio combattere , non abbiamo gli strumenti e non ci rendiamo conto dell’ ampiezza del conflitto. Ad oggi sembra preferibile affrontare il tema del sovraffollamento delle carceri e comprendere se l’ eventuale provvedimento di amnistia sia pro-Berlusconi o pro- condannati, che più o meno è uguale. Allora si tirano in ballo i diritti dell’ uomo e la violazione di questi , per i quali l’Unione Europea ci ha più volte bacchettato. Pare sempre che ci sia uno sconvolgimento gerarchico delle priorità da risolvere, anche perché i nostri sono tutti problemi prioritari , ma alcuni lo sono di più. Ho l’obbligo di ricordare agli amici che compongono la famiglia delle “larghe intese”, capitanata dal presidente Giorgio, che l’Italia ha ben 107 procedure d’infrazione mosse dall’ Ue, e per molte di queste siamo anche stati già “messi in mora”: si va dalla “ mancata promozione del miglioramento della salute dei lavoratori sul posto di lavoro” fino al mancato recepimento della “direttiva sulle emissioni industriali”. Una classe politica che non sa quali siano i problemi reali , che allarga sempre di più il gap con i cittadini e che si arrovella per risolvere i problemi di partito , non può definirsi tale. Stiamo fallendo e a loro piace, tra qualche hanno i paesi che hanno acquistato i nostri titoli di stato saranno ripagati e ci staccheranno la spina e per noi sarà totale Black –out. Allora svegliamoci e facciamolo presto , il sonno è profondo e ci vogliono più di due pizzicotti per aprire gli occhi, ma alziamoci sennò questo sonno sarà eterno.

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Domenica 13 ottobre 2013

AT T U A L I TA’

Bonifiche nella ‘Terra dei Fuochi’

Pietro Simonetti

simonettipietro83@libero.it

paghino i responsabili!

T

utti noi, chi vi scrive, chi legge questo articolo, tutti noi moriremo prima che la nostra regione, la nostra terra, possa essere ripulita del tutto da quell’immane scempio ambientale provocato da uomini (se così si può chiamarli) senza scrupoli, avidi di denaro, di potere, di onnipotenza. «Saranno necessari circa 80 anni per bonificare i territori dell›area a nord di Napoli: per l›inquinamento dell›area la bonifica non sarà completa prima del 2050 e per quanto riguarda il percolato dovremmo aspettare fino al 2080». Queste le drastiche parole del presidente della regione Campania Stefano Caldoro, intervenuto in settimana a Palazzo Santa Lucia per commentare i dati contenuti nella relazione della Procura della Repubblica che sta indagando sull›inquinamento nella famigerata ‘Terra dei Fuochi’. Dati che fanno rabbrividire e che lasciano poche se non nessuna speranza di soluzione a questa vicenda, la quale, per Caldoro, «non riguarda soltanto noi come regione ma è un’emergenza di livello nazionale». Bonificare senza perdere altro tempo è quindi l’impegno tassativo delle istituzioni al fine di scongiurare un ulteriore allungamento dei tempi. Un’impresa ardua e ricca di ostacoli che richiederà dunque il massimo sforzo da parte di tutti. Il primo e fondamentale passo sarà quello di trovare i fondi necessari per dare finalmen-

te avvio alle bonifiche, che – data la vastità delle aree inquinate – richiederanno centinaia e centinaia di milioni di euro. In questi giorni parecchi esponenti impegnati in prima linea in questa vicenda hanno proposto di finanziare gli interventi di bonifica attraverso i beni

confiscati ai diretti responsabili. Tra questi il magistrato di Cassazione, componente della task force anti-criminalità della presidenza del Consiglio, Raffaele Cantone, il quale – appoggiato dallo stesso Caldoro – ha tracciato la sua linea: «Controllo effettivo su cosa si fa dei beni confiscati; gestione economica degli stessi; possibilità che i beni vengano venduti per recuperare fondi da investire nelle aree a

rischio». Negli ultimi anni lo Stato ha sottratto alle associazioni criminali palazzi, appartamenti, ville, magazzini, edifici sparsi in ogni angolo d›Italia: i dati del 2012 riferivano di 1.708 aziende e 11.238 immobili confiscati e potenzialmente a disposizione del ‘Paese legale’. Stando a queste cifre, le condizioni quindi ci sarebbero, ma ovviamente l’operazione non è così semplice come si potrebbe pensare, poiché la possibilità di trasformare i beni mafiosi in beni comuni si scontra con i soliti intoppi burocratici, senza dimenticare le resistenze di boss e gregari che non sopporterebbero di vedersi sfilare le ricchezze accumulate per interi decenni. Bisognerà, inoltre, monitorare il tutto in modo costante affinché le stesse mafie non si inseriscano a loro volta nei giri di appalti che assegneranno le varie bonifiche.Non dimentichiamo però che in tutta questa vicenda ci sono due co-responsabili: le mafie, appunto, ma anche i titolari di svariate industrie del nord che per anni hanno preferito rivolgersi alla malavita per smaltire i loro rifiuti, ottenendo in questo modo notevoli sconti. Laddove possibile, bisognerebbe rintracciare anche loro affinché contribuiscano al finanziamento delle bonifiche.Purtroppo – come detto - nessuno di noi riuscirà a vedere i risultati di tutto ciò, ma si faccia almeno in modo che lo possano fare le prossime generazioni!

Casoria Ambiente DISTRIBUZIONE KIT RACCOLTA DIFFERENZIATA SOCIETÀ UNIPERSONALE

COMUNICATO

Si avvisa la cittadinanza che a partire dal giorno 03/06/2013 sono iniziate le attività di distribuzione dei Kit per la raccolta differenziata, che sta avvenendo presso il domicilio dell’utente con il sistema del porta a porta. Qualora l’utente al momento della consegna risultasse assente e solo ed esclusivamente in questo caso, lo stesso potrà recarsi, nei giorni dal lunedì al venerdì dalle ore 9,00 alle ore 13,00 presso il Center point della Maione Group sito in Casoria alla via G. Giolitti n. 4, munito di codice fiscale e copia della bolletta attestante l’avvenuto pagamento della TARSU . Dopo la fase sperimentale, questa volta ogni singola busta sarà munita di un codice a barre corrispondente ad ogni singola famiglia. Questo servirà ad evitare un uso indisciplinato dei sacchi per il conferimento, oltre a limitare fortemente l’abbandono in alcune strade di periferia, fenomeno calato, ma purtroppo ancora presente. Rinnoviamo, pertanto ancora una volta, l’invito alla cittadinanza ad effettuare con sempre più impegno la raccolta differenziata al fine di raggiungere l’agognata percentuale del 70% e ricordiamo che eventuali segnalazioni relative alla raccolta rifiuti possono essere inviate o alla e mail dell’Ufficio Pubbliche Relazioni info@ casoriambiente.it o ai vigili ambientali del Comune di Casoria. Cogliamo l’occasione per ringraziare la cittadinanza che da sempre collabora e coopera con la Casoria Ambiente S.p.A. .

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L’Assessore all’Ambiente Avv. P. Tignola

Il Presidente C.d.A. Dott. F. Girardi


Domenica 13 ottobre 2013

S C U O L A

Vittoria Caso

vittoriacaso@yahoo.it

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alala Yousafzai, la giovane pakistana vittima di un attentato talebano, nel suo discorso all’ONU ha sottolineato che “i libri e le penne, sono le armi più potenti” per combattere i mali odierni. Eppure, nonostante l’istruzione sia a tutti i livelli uno dei pilastri e degli assi portanti della nostra società, “la scuola negli ultimi anni ha sofferto delle ristrettezze provocate dalla crisi generale e di incomprensioni e miopie, di rifiuti e tagli alla cieca, più che di una necessaria lotta contro innegabili sprechi, da parte dei responsabili della cosa pubblica. Ebbene, si sta ora comprendendo che bisogna cambiare strada”. Il Presidente della Repubblica riconosce con queste parole la mala politica che ha inequivocabilmente danneggiato la scuola italiana sia a livello nazionale, sia locale; ma i tagli e le riforme miopi non sono solo di oggi e conseguenza della crisi, sono ahimè di antica data! L’istruzione e la formazione dovrebbero essere la principale preoccupazione di uno stato, dato che conoscenze, capacità, competenze possedute dai cittadini costituiscono il capitale umano,

“Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo” vera ricchezza e elemento imprescindibile per lo sviluppo economico; ma, bisogna costatare che emendamenti, direttive, circolari, leggi contraddittorie, riforme e controriforme degli ultimi anni, pur essendo valide nell’intenzione, non hanno sortito i risultati sperati. Ci si riprometteva, è vero, di compensare gli squilibri fra il sistema formativo italiano e quelli europei, ma, nella pratica, non si è tenuto conto delle peculiarità e della specificità dei nostri bisogni. Ai tanti “basta col precariato” fa riscontro, infatti, un crescente numero di precari, per non parlare dei giovani avviliti e beffati, soprattutto i più meritevoli (è il caso del TFA), da provvedimenti basati sul nulla e varati su assurdi errori di calcolo. Si proclama a gran voce che bisogna rafforzare l’istruzione a tutti i livelli, sviluppare la ricerca scientifica, rendere più elevata e moderna la formazione dei giovani attraverso tutti i canali, perché ciò è decisivo per superare la crisi, per combattere la disoccupazione, per competere nel mondo d’oggi, per costruire il futuro, ma poi le scuole, tante, nel sud e nelle periferie, non sono attrez-

zate adeguatamente e ogni anno aggiungono a vecchi e annosi problemi, nuove difficoltà e nuove situazioni drammatiche.Ne deriva inequivocabilmente il deprezzamento della professione docente e la disaffezione degli studenti. Eppure la scuola resiste! Il suo ruolo di agenzia educativa, sebbene indebolito, persiste ma è sempre più difficile: inutile nasconderlo! Bambini e adolescenti, per quanto super stimolati dall’universo multimediale e tecnologico in cui sono immersi, si presentano fragili e disorientati a causa sia del crescente sfascio dei valori tradizionali, sia delle pecche dell’attuale civiltà dei consumi. E’ la scuola che, con il suo ruolo educativo/formativo, può promuovere il benessere economico, l’occupazione e la mobilità sociale; può preservare la legalità e l’eguaglianza morale dei cittadini in una democrazia liberale; può consentire una vita personale realizzata, tanto per citare solo alcune potenzialità.Malala l’ha capito. I nostri governanti lo capiranno? Saneranno le incoerenze e le contraddizioni che stanno distruggendo la scuola? La scuola è il futuro!

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Il Domenicale di Casoria  

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