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Febbraio 2017

focusstoria.it

Storia GETTY IMAGES

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e vi siete chiesti chi è il giovanotto dal profilo perfetto che in copertina fiancheggia Adolf Hitler e Giovanna d’Arco, a pagina 62 trovate la risposta. In effetti il diplomatico inglese Benjamin Bathurst è un personaggio sconosciuto ai più, che però durante le guerre napoleoniche ricoprì un certo ruolo visto che contribuì a riportare Vienna dalla parte di Londra in funzione antifrancese. Ma fu soprattutto la sua misteriosa scomparsa, mentre attraversava la Germania per tornare in patria, a incuriosire i cronisti e appassionare i contemporanei: chi aveva ucciso Benjamin? E dov’era finito il suo corpo? La fine misteriosa del funzionario di Sua Maestà in missione segreta non è certamente l’unica morte inspiegata a tingere di giallo i libri di Storia. A partire da Alessandro Magno, passando per Montezuma e Mozart per arrivare ovviamente a Hitler, la cui possibile fuga dal bunker riaffiora periodicamente, sono molti i delitti e le sparizioni che né la storiografia tradizionale, né, a volte, i “detective dell’aldilà” raccontati da Maria Leonarda Leone a pagina 34, riescono a spiegare. Jacopo Loredan direttore

RUBRICHE 4 FLASHBACK 6 PAGINA DEI LETTORI 8 NOVITÀ & SCOPERTE 12 MICROSTORIA 72 DOMANDE & RISPOSTE 75 COLD CASE 112 AGENDA

CI TROVI ANCHE SU:

In copertina: Bathurst, Hitler e Giovanna d’Arco.

IN PIÙ... ANTICHITÀ 14 Regni ellenistici Dopo la morte di Alessandro Magno.

PERSONAGGI 20 Winston Churchill Grazie a lui, gli inglesi non si arresero.

QUOTIDIANA 24 VITA Amore sul Nilo

E se Giulio Cesare (nel quadro la scena del delitto) avesse “scelto” di farsi assassinare?

Sesso e vita di coppia nell’antico Egitto.

MORTI MISTERIOSE 34 Detective dell’aldilà

Nei laboratori dei superscienziati che indagano sui cold case.

40 Strani suicidi

Salvador Allende, Van Gogh, Ludwig: si sono davvero uccisi?

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Hitler latitante?

Il Führer non si suicidò: fuggì e visse (a lungo) in Sud America. Forse.

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Scheletri nell’armadio

Due fratellini figli di re, uno zio ambizioso, la Torre di Londra...

54 Missing

Che fine ha fatto Ettore Majorana, il ragazzo di via Panisperna.

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Nel triangolo maledetto

All’origine della leggenda, cinque aerei spariti nell’oceano 72 anni fa.

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Inghiottito dalla notte

L’inspiegabile scomparsa di Benjamin Bathurst.

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Morti illustri

A volte dietro la fine dei grandi c’è più di un mistero.

SOCIETÀ 28 Viaggi da incubo Per le strade del ’600.

SOCIETÀ 78 L’isola del diavolo L’inferno? Una prigione nella Guyana francese.

82 IRINASCIMENTO Medici Segreti di famiglia.

86 IMEDIOEVO cavalieri

dell’Apocalisse Gli Ungari in Europa.

92 VISUALE Speranza e

Rivoluzione Arte o propaganda?

GRANDI TEMI 98 Trono di sangue Le guerre carliste.

NOVECENTO 104 Islanda

Invasa “a fin di bene”.

STORIE D’ITALIA 108 Extra large

I fratelli giganti. 3

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ULLSTEIN BILD VIA GETTY IMAGES

FLASHBACK

1901 TRASPORTI

Funiculì funiculà

La funicolare del Vesuvio, inaugurata nel 1880, si rivelò un trampolino di lancio per l’incremento del turismo, anche internazionale. Fino a quel momento il vulcano si raggiungeva solo a piedi, mentre ora era “accessibile” a tutti. Per celebrare l’innovativo mezzo di trasporto, il giornalista Giuseppe Turco scrisse il motivetto Funiculì funiculà. Inaspettatamente la canzone vendette un milione di copie e segnò la nascita della moderna canzone napoletana.

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LA PAGINA DEI LETTORI

Inviateci opinioni, idee, proposte, critiche. Pubblicheremo le più interessanti oltre a una selezione dei commenti alla nostra pagina Facebook (www.facebook.com/FocusStoria). Scrivete a Focus Storia, via Battistotti Sassi 11/a, 20133 Milano o all’e-mail redazione@focusstoria.it

Palestina o Israele?

S. MELTZOFF/NATIONAL GEOGRAPHIC

Una nave romana getta il suo “corvo” contro una cartaginese.

Duilio e il “corvo”

Nel numero 135 di Focus Storia, dedicato alle Guerre puniche, affermate che i Romani, digiuni di conoscenze nautiche, abbiano copiato una nave cartaginese aggiungendovi il corvo sulla prua. Temo, però, che questa versione dei fatti non stia in piedi. Triremi soprattutto, ma anche quinquiremi, erano, fino ad allora, imbarcazioni strette, leggerissime, costruite per la velocità e rinforzate solo per reggere l’impatto della prua nello speronamento col rostro. Il corvo di Duilio era una passerella volante che veniva abbattuta sul nemico in modo da artigliarlo, per poi andare all’abbordaggio con la fanteria pesante romana. Veniva usato quando la nave nemica cercava di attaccare con lo sperone e le due navi o sfilavano di controbordo o si dirigevano l’una contro l’altra alla massima velocità. Doveva essere molto robusto per reggere lo strappo che arrestava di botto le due navi in velocità. E anche molto pesante, come tutte le strutture che lo collegavano allo scafo. Ora le galee avevano prue affilate, per la corsa, con scarsissima spinta di galleggiamento, tanto che in navigazione il rostro era sopra il livello dell’acqua e si immergeva solo quando, in battaglia, una decina di guerrieri (armati alla leggera) si portavano a prua. Per evitare che la prua andasse sott’acqua i Romani devono aver disegnato prue più gonfie e molto più robuste e ciò avrà comportato l’allargamento di tutto lo scafo. Invenzione degna di un ingegnere navale 6

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coi fiocchi. E ugualmente esperte dovevano essere le maestranze che hanno varato decine e decine di imbarcazioni, di concezione totalmente nuova, più vicine al concetto di una corazzata che a quello di un leggero skiff da regata. Un indizio è dato anche dall’esito della battaglia: una volta che il corvo collegava le due imbarcazioni, i leggeri fanti e i seminudi rematori cartaginesi non avevano scampo contro un manipolo di legionari corazzati. Ma la gran parte delle navi perdute dai Cartaginesi risulta essere stata affondata non catturata. La spiegazione penso stia nel fatto che l’impatto del corvo sul ponte, lo strappo violento dell’arresto brusco, il probabile seguente urto fiancata leggera contro fiancata massiccia, abbiano letteralmente sconquassato gli scafi leggerissimi facendoli colare a picco, prima ancora che la fanteria romana invadesse la nave. In conclusione i Romani hanno progettato e costruito un’imbarcazione del tutto nuova, che non dava scampo alle leggere navi avversarie. (...) Attilio Menconi Orsini

Ho notato che ultimamente utilizzate spesso il termine “Palestina” al posto di “Israele”. Nel numero 134 di Focus Storia nell’articolo “I leoni ittiti”, sarebbe stato più opportuno però parlare della regione cananea. Stesso discorso nelle pagine successive quando parlate della nuova religione islamica, unendo Gerusalemme alla Palestina, e anche qui la regione di Israele è sparita. Il peggio però lo si trova quando addirittura uno storico intervistato da un vostro giornalista in riferimento alle date fatali parla di Gesù come palestinese! In questo caso, però, non capisco se si tratti di un grossolano errore o peggio un’intromissione nell’attualità politica in cui è ormai di moda attaccare Israele su ogni tematica e mistificare la realtà! Senza dilungarmi troppo sul fatto che Gesù fosse ebreo, voglio ricordare solo una cosa: l’iscrizione riportata sulla Croce era Inri “Gesù Nazareno Re dei Giudei”. Loris Zancanella, Rovereto (Tn)

Risponde Matteo Liberti, autore dell’intervista “Date fatali o no?”. Ringraziando innanzitutto il lettore per la passione mostrata verso la nostra rivista, per quanto riguarda la critica mossa relativamente all’uso del termine Palestina e dell’aggettivo “palestinese” in relazione a Gesù, ci limitiamo a dire che la scelta di tale espressione voleva avere, nell’intervista come negli altri pezzi, un valore di mera semplificazione geografica, senza alcuna connotazione di tipo politico. Speriamo che tale semplificazione, con le eventuali ambiguità che può portarsi appresso – seppure di ampio uso in ambito storiografico –, non si presti a letture politiche che non intendeva avere, volendo essere esclusivamente di carattere geografico.

Oggetto misterioso

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o trovato in casa questo antico utensile, ma non riesco a capire che utilizzo potesse avere. Qualcuno mi può spiegare di che cosa si tratta? È in ottone fuso. È lungo 36 cm e pesa 330 grammi. Bruno Viola


LEEMAGE/MONDADORI PORTFOLIO

Una statua di Annibale Barca (247183 a.C.).

Il debito di Lutero

Risponde Andrea Frediani, autore dell’articolo “Duello in mare”. Il fatto che non siano state trovate tracce del passaggio dell’esercito di Annibale non significa che non se ne troveranno mai. Sui passi alpini, secondo le cronache, hanno avuto luogo diverse scaramucce o veri e propri combattimenti, soprattutto tra i Romani e le popolazioni che abitavano nei pressi, e tra Romani e barbari invasori in seguito. Nonostante ciò, non vi sono tracce: per la gran parte, peraltro, si tratta di materiale deperibile, come legno e cuoio, che dopo tanto tempo, malgrado il freddo, si è dissolto. Infine, le cronache tendono sempre a esagerare, e le vittime, probabilmente, non sono state tante come asseriscono gli autori antichi.

A proposito dell’articolo “Nel nome di Dio” sul numero 133 di Focus Storia, voglio ricordare che la diffusione del pensiero del riformatore (sotto) fu favorita dalle contemporanee edizioni in stampa dell’opera di Lorenzo Valla che dimostrava la falsità della Donazione di Costantino. Ovviamente quest’opera, che minava la supremazia del vescovo di Roma e il suo potere temporale, rappresentò per Lutero un valido contributo per divulgare il proprio pensiero. Silvano Servi, Piombino (Li)

Il passaggio di Annibale

Ho apprezzato il dossier sulle Guerre puniche nel numero 135 di Focus Storia. Ma volevo un chiarimento sulla attraversata di Annibale delle Alpi. Volevo sapere come mai non siano state ritrovate tracce come manufatti, ossa di animali o di uomini, che possano comprovare questo passaggio. La cosa non dovrebbe essere impossibile dato che il clima, con il ritiro dei ghiacci, sta riportando alla luce in tutte le Alpi reperti di epoche anche più antiche (vedi Oetzi). È pur vero che sono passati più di 2.200 anni, ma non trovare nulla del passaggio di migliaia di uomini, mezzi e animali (tra cui i famosi elefanti) e di cui la metà perì nel tragitto mi pare quasi impossibile. Sergio Arrighi, Trento

Nativi americani in un’illustrazione dell’800.

Sono rimasto piuttosto sorpreso nel notare come nell’articolo “All’inizio fu il cavallo” pubblicato sul numero 134 di Focus Storia, non si faccia alcuna menzione alla cosiddetta “invenzione” della staffa. La staffa, utilizzata dai popoli mongoli dell’Asia Centrale e introdotta probabilmente in Occidente dagli Unni di Attila, era sconosciuta a Greci e Romani, e si dimostrò assolutamente fondamentale nel combattimento a cavallo, permettendo al cavaliere di tirare con l’arco in condizione di stabilità. Costituì un vantaggio decisivo, per chi la utilizzava, nelle battaglie del V secolo. Probabilmente, non solo senza il cavallo ma in particolare senza “l’invenzione” della staffa, la Storia avrebbe avuto un altro corso. Stefano Mobili, Ancona

BPK/SCALA

Non solo il cavallo

Mitica Grecia

Durante una breve permanenza a Mykonos, ho visitato l’isola di Delo. Oggi è praticamente disabitata, ma rappresenta un enorme sito archeologico che richiama turisti e studiosi da ogni parte del mondo. Nel 1990 è entrata a far parte dell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco, e da allora solo agli archeologi è permesso pernottarvi. Sono rimasto affascinato dalla storia mitologica dell’isola che diede i natali ad Apollo e Artemide. Ma anche dai tesori artistici presenti lungo tutto il percorso visitabile: la loggia dei leoni, il lago sacro, i mosaici di Dionisio, il teatro sono di una bellezza particolare. Vi chiederei, se fosse possibile, di dedicare un articolo a quest’isola. Bruno Sartorius

Nel numero 137 di Focus Storia in uscita il 17 febbraio è previsto un articolo proprio sull’isola di Delo e il suo tesoro. E in particolare sul mito della nascita di Apollo.

ALAMY/IPA

I NOSTRI ERRORI Focus Storia n° 135, nell’articolo “Tutto iniziò con i Fenici”, nella mappa a pag. 35, la posizione di Creta è stata invertita con quella di Siracusa. 7

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Una scena del film I dieci comandamenti (1923). Trovati i resti del set.

ALAMY STOCK PHOTO

NOVITÀESCOPERTE

NOVECENTO

Una sfinge negli Usa

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na colorata testa di sfinge è spuntata dalle dune californiane. Misura 1,6x1x2,4 m, ha 94 anni e non ha nulla di egizio: proviene infatti dal set del film I dieci comandamenti, vincitore del premio Oscar per gli effetti speciali nel 1923 (e il cui remake del ’56 fece tanto successo). Le 21 sfingi giganti e un tempio – fatti costruire dal regista Cecil B. DeMille a Los Angeles e assemblati sul luogo delle riprese insieme a un set “faraonico” – furono sepolti alla fine dei lavori, non sapendo come eliminarli. Archeologia moderna. L’idea di recuperare quei “reperti” è stata del regista e sceneggiatore Peter Brosnan, che nel 2017 ha anche raccontato l’impresa in un documentario. Gli scavi erano iniziati nel 2012, ma i fondi non erano sufficienti. I primi frammenti, trovati in mezzo a bottiglie di liquore e pacchetti di sigarette, furono esposti nel vicino paesino di Guadalupe (presso Santa Barbara, California), al Nipomo Dunes Center, che riuscì a raccogliere 120mila dollari per finanziare l’attuale scavo, condotto dall’archeologo Colleen M. Hamilton dell’Università del Missouri. (g. l.)

FLASH INCISIONI RUPESTRI

AMICO DA OTTOMILA ANNI Raffigurazioni su pietra di cani al guinzaglio trovate in Arabia Saudita e risalenti al 6000 a.C. sarebbero la prima raffigurazione al mondo di cani addomesticati. 8

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ANTICA ROMA

“VENI, VIDI, VICI” In Inghilterra gli archeologi hanno trovato il luogo in

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resti di un antico forte vicino alla costa dell’odierno Kent (contea a sud-est di Londra) sono la prima prova archeologica dell’invasione romana della Britannia avvenuta dal 55 al 54 a.C. in due diverse incursioni. Nel 2010 fu ritrovato un fossato difensivo e ora, dopo nuovi scavi dell’Università di Leicester, si ha la conferma che si tratta del forte fatto erigere da Giulio Cesare, sulle sponde allora paludose del Wantsum Channel. L’ambiente corrisponde perfettamente alla descrizione che ne fece il condottiero nel De bello gallico. Organizzazione romana. Si pensa ci fosse una guarnigione incaricata di sorvegliare la flotta di 800 navi servite a sbarcare 5 legioni e 2mila cavalieri – in tutto oltre 20mila soldati – contro cui i nativi cercarono invano di opporsi, come dimostrano le tracce di combattimenti trovate nei pressi (resti di morti in combattimento, armi di ferro identificate come romane). La spedizione costrinse le tribù della regione a trattati di pace, con grande soddisfazione del Senato romano, e completò quella dell’anno precedente, che con due sole legioni aveva conquistato la parte orientale. • Giuliana Lomazzi

FLASH PREISTORIA

LA SCUOLA DEGLI OMINIDI Archeologi sono convinti di aver trovato, in Israele, i resti della più antica scuola del mondo: avrebbe 400mila anni. Vi si insegnava a lavorare la selce e a smembrare gli animali.

FLASH ASIA ANTICA

QUI GIACE BUDDHA

L’iscrizione su un cassone di ceramica trovato nella contea di Jingchuan, in Cina, sostiene che i circa 2mila resti umani cremati al suo interno siano di Buddha (VI secolo a.C.).


MEDIOEVO

Il tesoro di Cluny

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Lo sbarco di Giulio Cesare (55-54 a.C.) in un disegno moderno. Sotto, la baia dell’attracco oggi.

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cui sbarcò Giulio Cesare nel 54 a.C.

sotterranei dell’infermeria dell’abbazia francese di Cluny (sopra) hanno recentemente restituito un sacco con 2.200 monete d’argento e 21 dinari d’oro degli Almoravidi di Spagna risalenti al XII secolo. All’interno, avvolto in una pelle, un anello d’oro con sigillo di età romana con l’effigie di un antico dio, un foglio d’oro di 24 grammi piegato, un oggetto anch’esso d’oro a foggia di bottone. Tutto ciò giaceva 10 centimetri sotto la pavimentazione posata nel ’700, dopo l’abbattimento dell’abbazia allo scopo di ricostruirla: dell’edificio medievale rimane infatti solo un braccio del transetto, dove sono al lavoro archeologi e ricercatori francesi. Ben di Dio. Finora a Cluny erano state trovate poche monete per volta: questo invece è un vero bottino. Quanto può valere? Le monete d’argento bastavano per acquistare 3-8 cavalli (in termini odierni, altrettante auto). L’oggetto più prezioso è però il sigillo, la cui presenza resta un mistero. Pregiate anche le monete d’oro, rarissime allora: le prime battute in Europa furono i fiorini di Firenze, nel 1252. Quelle di Cluny venivano dall’Andalusia musulmana: giunsero tramite scambi o come dono del re di Spagna. (g. l.)

FLASH ELLENISMO

AI TEMPI DI ALESSANDRO

Davanti ad Alessandria d’Egitto è stato ritrovato, grazie all’uso di droni sottomarini, un relitto con 149 manufatti: risale ai tempi di Alessandro Magno (IV secolo a.C.).

FLASH CRETACEO INFERIORE

NIDO FOSSILE

Scoperte quasi 200 uova fossili nel Deserto del Gobi (Cina): erano di uno pterosauro, la più grande creatura che abbia mai volato. Visse circa 120 milioni di anni fa.

Le monete ritrovate di recente sotto l’infermeria dell’abbazia di Cluny. 9

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NOVITÀESCOPERTE PREISTORIA

PRIMA GUERRA MONDIALE

MUSCOLI D’ACCIAIO PER LE DONNE DI IERI

Dal relitto della corazzata Wien

La dura vita di una donna preistorica in un quadro dell’Ottocento.

Le donne del passato erano molto più forti delle atlete moderne. Lo dice una ricerca.

PRINT COLLECTOR/GETTY IMAGES

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a notte del 10 dicembre 1917 una delle armi segrete della Marina italiana apparve al largo di Trieste, allora importante porto austroungarico. Si trattava di un Mas, un motoscafo silurante, imbarcazione leggera che gli italiani usavano per effettuare una specie di guerriglia del mare contro la flotta dell’Impero asburgico. A bordo Luigi Rizzo che compì una delle imprese militari più importanti della Prima guerra mondiale, penetrando oltre le difese austriache e lanciando due siluri contro la corazzata Wien (sotto), una unità di 5.600 tonnellate che affondò in cinque minuti portando con sé 33 uomini d’equipaggio. Di recente, nella baia di Muggia, è stato ritrovato il suo relitto di cui oggi rimane uno scheletro coperto di fango. Al museo. A cento anni dall’affondamento, sommozzatori e archeologi subacquei, lavorando in condizioni difficili a venti metri di profondità, hanno riportato in superficie alcuni reperti della nave austro-ungarica: sono esposti a Trieste anche per restituire alla città una parte della sua storia. (a. b.)

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elle gare di sport, una qualsiasi donna del Neolitico avrebbe stracciato le atlete di oggi, le uniche ad avvicinarsi alla struttura muscolare delle nostre antenate. Una ricerca dell’Università di Cambridge ha confermato che le donne vissute in Europa Centrale tra il 5300 a.C. e il I secolo d.C. avevano un’imponente muscolatura. Le loro ossa, soprattutto quelle delle braccia, erano fino al 15 per cento più robuste delle ossa di valide sportive moderne, specie quelle che praticano discipline dure come il canottaggio, preso come parametro insieme a corsa e calcio. Forzute. Proprio le ossa, hanno spiegato gli scienziati, sono assai rivelatrici, perché il loro tessuto si modifica con le sollecitazioni. Era la stessa vita quotidiana a forgiare le donne: i risultati sono stati simili per tutto il periodo antico mentre gli scheletri risalenti al IX secolo d.C. hanno mostrato che dal Medioevo la forza delle donne iniziò a diminuire. • Aldo Bacci

FAR WEST

Billy the Kid e il suo peggior nemico

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ino a poco tempo fa esisteva un’unica immagine che ritraeva il bandito Billy the Kid. Poi ne è emersa una seconda che lo raffigurava in mezzo alla sua banda. Ora l’ultima sorpresa. Un avvocato aveva acquistato una foto con un gruppo di cowboy (a sinistra): analizzando il ferrotipo, datato al periodo 18751880, si è scoperto che uno dei personaggi

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immortalati (secondo da sinistra) era proprio William Bonney, detto Billy the Kid. Resa dei conti. Altri approfondimenti hanno evidenziato che il primo uomo a destra è invece lo sceriffo Pat Garrett. Si tratta della prova della leggendaria amicizia tra quelli che sarebbero diventati poi nemici irriducibili fino al 14 luglio 1881, quando Garrett sparò al cuore di Kid. (a. b.)


campi di battaglia Storie di uomini straordinari

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MICROSTORIA A cura di Marta Erba, Paola Panigas e Daniele Venturoli

IL MITO

Changeling

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BRIDGEMAN/MONDADORI PORTFOLIO

l bambino che viene scambiato nella culla è un mito molto diffuso nelle fiabe, soprattutto in quelle di origine celtica. A effettuare lo scambio di solito è un folletto (il goblin) attratto dai bambini “umani”, che li sottrae di nascosto ai genitori e li sostituisce con le proprie creature. Il changeling (sotto, un’illustrazione del 1905), durante la crescita, prima o poi si rivela per quello che è: non un bambino normale, ma una creatura strana, un po’ goffa e talvolta con capacità speciali, poiché proviene da un altro mondo. Autismo. Sembra che dietro a queste leggende – diffuse soprattutto in Scozia, Irlanda, ma anche in Italia – ci sia il tentativo di dare una spiegazione alla nascita dei bambini con particolari malattie, soprattutto autismo e sindrome di Asperger, che nella cultura popolare venivano percepiti come alieni provenienti da un altro pianeta.

LA VIGNETTA

VITA DA CANI

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ell’autunno del 1914, alla vigilia della Grande guerra, la Gran Bretagna aveva ancora voglia di ridere. Così gli illustratori Johnson & Riddle furono incaricati da Walter Emanuel, giornalista della rivista satirica Punch, di scatenare la loro fantasia per realizzare una cartina geografica a tema canino (soggetto molto caro al pubblico inglese). L’Europa a quattrozampe. “I cani della guerra sono stati liberati in Europa”, esordiva così il testo che accompagnava la mappa. La Germania, rappresentata come un bassotto aggressivo con l’elmetto, teneva stretto al guinzaglio il suo alleato austriaco che intanto spaventava, abbaiando, i nemici. La Francia, invece, era raffigurata come un lezioso barboncino. Infine la Gran Bretagna, un bulldog, ritratto nell’atto di azzannare il naso del bassotto tedesco, aveva le zampe posteriori ben piantate nel suolo britannico. Questo perché gli inglesi inizialmente, su consiglio di Churchill, avevano deciso di non mandare l’esercito sul continente, ma di combattere solo in mare: infatti un marinaio tiene nelle sue mani le cime delle corazzate inglesi, ovvero il destino della nazione, orgogliosa fin dai tempi dell’ammiraglio Nelson (1758-1805), di rappresentare la più imponente forza navale europea. Ma a irrompere nella cartina c’è lo zar, alla guida di una schiacciasassi, che punta dritto verso l’Europa. All’epoca si pensava che Nicola II fosse in grado di schierare un esercito di proporzioni mai viste, in realtà i soldati dello zar si trovarono ben presto a corto di armi, e dopo la Rivoluzione d’ottobre (1917), la Russia uscì dal conflitto a condizioni durissime. Insomma, nel 1918, alla fine di una guerra che portò quasi 10 milioni di perdite umane, l’Inghilterra (e nessuna altra nazione europea) non avrebbe più trovato questa mappa così divertente.

PAROLE DIMENTICATE

D O T T A R E Deriva dal provenzale doptar (XIII secolo) che significa temere, dubitare oppure esitare per timore. 12

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IL NUMERO

MILIONI Gli abitanti della Siberia Settentrionale nel 1935, più che triplicati rispetto ai 656mila del 1926, a causa della diffusione dei gulag.


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CHI L’HA DETTO?

Paolo di Tarso

Chi non lavora non mangia

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uesto celebre adagio socialista deriva da un’affermazione di Paolo di Tarso. Fu l’apostolo, nella Seconda lettera ai Tessalonicesi, a scrivere: “Chi non vuol lavorare neppure mangi”. Rimprovero. Con queste parole San Paolo voleva condannare alcuni cristiani di Tessalonica (città della Macedonia) che avevano abbandonato le abituali attività professionali guidati da una sorta di fanatismo religioso.

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LE PIÙ POTENTI NAVI AMMIRAGLIE

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MARY ROSE Era l’orgoglio della flotta di Enrico VIII. Una delle prime navi a poter sparare una bordata con tutti i cannoni di una sola fiancata. Vantava un equipaggio di 415 uomini. GOUDEN LEEUW Varata nel 1666 (e demolita solo vent’anni dopo) era l’ammiraglia della flotta olandese, dotata di un’ottantina di cannoni e 490 uomini di equipaggio. SOLEIL ROYAL Faceva parte della flotta di Luigi XIV (il “re Sole”); varata nel 1669, aveva 104 cannoni e un equipaggio che andava dai 980 ai 1.200 uomini. KRONAN Ammiraglia della flotta svedese, varata nel 1672, poteva ospitare 300 soldati e 500 marinai che ne utilizzavano i 105 cannoni (anche se la nave era stata progettata per 126). QUEEN ANNE’S REVENGE La nave del pirata Barbanera, dotata di 80 cannoni, aveva iniziato la sua carriera come mercantile per il trasporto di schiavi col nome di Concorde. HMS VICTORY Varata nel 1765, armata di 104 cannoni con un equipaggio di circa 850 uomini. A bordo di questa nave l’ammiraglio Nelson perse la vita, colpito da un cecchino. SANTÍSIMA TRINIDAD L’ammiraglia dell’Armada Española, varata nel 1769, a fine carriera raggiunse i 136 cannoni e a bordo poteva ospitare un equipaggio di 1.050 uomini. MAHMUDIYE Vascello ottomano varato nel 1829, armato di 128 cannoni sui tre lati, vantava un equipaggio di 1.280 uomini; per anni fu la nave militare più grande del mondo. VALMY Francese, varata nel 1847, aveva 120 cannoni di diverso calibro. Le sue dimensioni (a lungo fu la più grande nave a tre ponti mai costruita) la rendevano sensibile al rollìo. USS PENNSYLVANIA Con i suoi 130 cannoni distribuiti su tre ponti fu la più grande nave militare mai costruita per gli Stati Uniti; venne distrutta durante la Guerra civile.

L’OGGETTO MISTERIOSO

È stato Antonello Sordi di Roma a indovinare l’oggetto del numero scorso. È una spoletta per telai: l’attrezzo che contiene il filato per tessere. Le navette usate fino agli anni Settanta nelle industrie sono state sostituite da telai ad alta velocità senza dispositivi di spolatura. Aspettiamo le vostre risposte, indicando anche la località, a: Focus Storia, via Battistotti Sassi, 11/a - 20133 Milano oppure a redazione@focusstoria.it

VOCABOLARIO

MEANDRO Proviene dal nome del tortuoso fiume turco Büyük Menderes (foto) che scorre nell’Anatolia Occidentale fino a sfociare nel mar Egeo, dove un tempo sorgeva la colonia greca di Mileto (metà dell’XI secolo a.C.). I Greci chiamavano questo fiume Maiandros, da cui deriva anche il termine italiano.

ALAMY/IPA

A che cosa serviva questo piccolo recipiente triangolare in vetro, dotato di un tappo a forma di cono sfilabile?

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SCALA

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ANTICHITÀ

Nel 323 a.C. Alessandro Magno moriva e lasciava un regno sterminato. Ecco quel che accadde subito dopo.

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UN IMPERO A PEZZI


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abilonia, notte del 10 giugno 323 a.C.: non ancora trentatreenne, colpito da un’improvvisa febbre, muore Alessandro Magno, celeberrimo condottiero macedone a capo di un impero che si estende dal Mediterraneo all’odierno Pakistan. Sui suoi immensi domini mettono subito gli occhi i suoi diadochi, o “successori” (dal greco diádochoi), generali che lo hanno servito con fedeltà e che adesso sono pronti a farsi la guerra per accaparrarsi i territori migliori. Ecco come nacquero i “regni ellenistici”, nuove formazioni statali protagoniste di un’epoca che fece da ponte tra il mondo greco e quello romano.

Centro del mondo TUTTI CONTRO TUTTI. In teoria i legittimi La ricostruzione dell’altare eredi di Alessandro erano il fratellastro Filippo di Zeus nell’antica città III Arrideo e il nascituro figlio Alessandro IV, di Pergamo: fu realizzato concepito con la moglie Rossane. Il primo a partire dal II secolo a.C. soffriva però di gravi disturbi psichici che lo ed è considerato uno resero una pedina dei diadochi (fu eliminato dei capolavori dell’arte nel 317 a.C. per volontà di Olimpiade, madre ellenistica. Nell’altra pagina, una di Alessandro), mentre il secondo era troppo statua bronzea di piccolo per prendere in mano la situazione. Alessandro Magno basata Dopo ripetuti dibattiti, i generali decisero su un ritratto di Lisippo. di affidare al generale Perdicca il ruolo di “reggente” dell’impero. Sarebbe stato lui ad assegnare agli altri i singoli territori imperiali. L’accordo fu trovato a Babilonia nei giorni seguenti la morte di Alessandro. Ma durò poco: i  15

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Tolomeo si proclamò faraone nel 305 a.C.: l’Egitto diventò il centro dell’ellenismo

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FERMENTI ELLENISTICI. Fu a partire dall’Ottocento che si cominciò a chiamare quel periodo turbolento, che va dalla scomparsa di Alessandro Magno al sorgere dell’Impero romano, “ellenismo” o “età ellenistica”. L’idea era sottolineare la diffusione di una civiltà comune, grazie alla grande fioritura che ebbero l’arte (v. riquadro nelle pagine successive), la cultura e la lingua greca, espressione delle élite al potere nei vari regni. I valori della civiltà greca, varcando i confini, trovarono tra l’altro nuova linfa nell’incontro con le culture locali. Il cuore stesso dell’ellenismo fu Alessandria d’Egitto, capitale del regno egizio nato con Tolomeo I, incoronatosi “faraone” nel 305 a.C., e sede della più vasta biblioteca dell’antichità (con oltre mezzo milione di volumi). «Questo luogo è legato in modo indissolubile a tutta la cultura ellenistica, anche perché costruito all’interno del Museion, dove vivevano in comunità scienziati, letterati, filologi e dotti di corte», spiega l’esperta. «Contribuì tra le altre cose Sovrani illuminati all’affermarsi della koinè, “lingua In un quadro dell’800 comune” basata sul dialetto Tolomeo II, sovrano attico che divenne essenziale per della dinastia tolemaica, visita la Biblioteca di le comunicazioni a tutti i livelli Alessandria completata sociali». La città era inoltre sede di sotto il suo regno. un grande porto dominato dal celebre A sinistra, un busto Faro, completato sotto Tolomeo II e bronzeo di Seleuco I, re annoverato tra le Sette meraviglie di Babilonia e fondatore del mondo antico. dell’impero dei Seleucidi. Nella cartina, il mondo A brillare nel cosmo ellenistico alla vigilia della ellenistico furono conquista romana. anche Antiochia (fondata da Seleuco I e a lungo capitale del suo impero), Pella (città natale di Alessandro) e l’intramontabile Atene, luoghi che attrassero sia i mercanti sia i  MONDADORI PORTFOLIO

NUOVA GEOGRAFIA. Tra gli scontri più decisivi quello di Ipso (301 a.C.), dove morì il Monoftalmo, sconfitto da una coalizione in cui spiccavano Lisimaco (all’epoca re di Macedonia e di Tracia) e Seleuco, sovrano di Babilonia. Questa battaglia sancì l’impossibilità di riportare in vita l’impero e fu seguita dalla nascita di nuovi Stati indipendenti. I diadochi iniziarono a sparire dalla circolazione, finché nel 281 a.C. morì l’ultimo, Seleuco. «Fu la fine di un’epoca: a partire da quel momento i confini dei vari regni iniziarono infatti a stabilizzarsi, dando vita a una nuova geografia del potere che per molto tempo non avrebbe subìto particolari trasformazioni»,

spiega la storica. Iniziò allora un periodo relativamente pacifico che favorì anche gli scambi commerciali. La mappa a quel punto era questa: la Macedonia (con le città greche) era in mano agli Antigonidi, discendenti di Antigono I; la Siria (con Persia e Mesopotamia) era controllata dai Seleucidi, eredi di Seleuco I, e l’Egitto (che includeva parte della Libia e della costa palestinese) brillava sotto i Tolomei, esponenti di quella che, nata con Tolomeo I, era forse la dinastia più potente. Si andò avanti così fino al I secolo a.C., quando a sconvolgere le carte geografiche ci pensò l’espansionismo di Roma.

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generali e i loro eredi, detti epigoni (da epìgonoi, “discendenti”), si ritrovarono presto ai ferri corti. «Il quarantennio successivo alla scomparsa di Alessandro Magno vide sfaldarsi il suo impero attraverso una serie infinita di guerre tra i suoi successori», conferma la storica Franca Landucci Gattinoni. Le zone più ambite dai pretendenti erano la Macedonia, l’Egitto e la vasta area siriano-persiana, nei cui interstizi sorgevano possedimenti minori (spesso ex satrapie, unità territoriali dell’Impero persiano conquistate da Alessandro). Tra i più agguerriti c’era Tolomeo, deciso a fare dell’Egitto, a lui assegnato, una potenza indipendente. Contro di lui si mosse lo stesso Perdicca, ucciso però nel 321 a.C. in una congiura ordita dai suoi ufficiali. Seguì un caotico “tutti contro tutti” in cui le alleanze militari mutavano di continuo. Nel 311 a.C. svanì anche l’ultima speranza che l’impero potesse tornare a un erede legittimo di Alessandro: suo figlio, dodicenne, fu infatti ucciso a sangue freddo per ordine di Cassandro, uno degli epigoni (erede del generale Antipatro). Tre anni dopo, arrivò la prima proclamazione di un diadoco a re. Protagonista ne fu Antigono I Monoftalmo (“con un solo occhio”, l’altro lo aveva perso in battaglia), sotto il cui controllo vi erano varie zone dell’Anatolia e Atene. Il suo gesto fu presto imitato da altri diadochi, pronti a proclamarsi sovrani dei rispettivi territori; continuando intanto le reciproche ostilità.


I REGNI ELLENISTICI NEL II SECOLO A.C.

REGIONI SOGGETTE A ROMA

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La sovrana d’Egitto Cleopatra VII “vista” nell’800. Con la sua morte e con l’annessione dell’Egitto tolemaico all’Impero romano (30 a.C.) si considera terminata l’età ellenistica.

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Fine di un’epoca


Il regno di Macedonia, cuore dell’impero di Alessandro, fu il primo a essere conquistato da Roma più illustri intellettuali, accolti in biblioteche, musei e scuole prestigiose. Pergamo, capitale dell’omonimo regno staccatosi nel III secolo a.C. da quello siriano, sotto la dinastia degli Attalidi divenne un fiorente centro culturale ricco di monumenti (come l’altare di Zeus, parte del quale è oggi al Pergamonmuseum di Berlino). Dall’impero seleucide si divise nel II secolo a.C. anche il regno greco-battriano, dislocato tra Pakistan e India e teatro di una curiosa fusione tra elementi greci e indiani.

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Il Faro di Alessandria, realizzato in epoca tolemaica, in una ricostruzione moderna: per l’antichità era una delle Sette meraviglie.

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ROMA PIGLIATUTTO. Ritornando verso occidente, se il regno egizio era contrassegnato dalla solidità e quello siriano dalla vastità, a caratterizzare la Macedonia fu la precarietà, dovuta alla perdita della potenza militare di un tempo e al fatto che molte città greche si ritrovarono tagliate fuori dalle principali rotte commerciali. «Un tempo centro pulsante dei domini di Alessandro, il regno di Macedonia si ritrovò in breve trasformato in una sorta di arretrata periferia», aggiunge Landucci Gattinoni. Spopolata e sempre più impoverita, fu non a caso questa una delle prime monarchie ellenistiche a cadere sotto i colpi di Roma, che la prese nel 168 a.C. – a seguito della battaglia di Pidna, vicino al Monte Olimpo – e la ridusse a provincia vent’anni più tardi. Dopodiché, pur con modi e tempi diversi, quasi tutti i regni sarebbero andati incontro allo stesso destino. I Seleucidi, già provati dalle spinte secessioniste e dalle incursioni dei nomadi delle steppe, cedettero nel 64 a.C., quando nacque la

Riferimento

provincia romana di Siria. Nel frattempo anche Pergamo e altri centri erano passati o stavano per passare a Roma. L’unico a mantenere una relativa autonomia per buona parte del I secolo a.C. fu il solito Egitto tolemaico. Fino alla battaglia di Azio del 31 a.C., quando la flotta romana di Cesare Ottaviano, futuro Augusto, piegò la regina Cleopatra VII, ultima dei Tolomei (alleatasi con l’intraprendente Marco Antonio, suo amato). L’anno seguente, mentre l’Egitto passava sotto l’egida di Roma, Cleopatra morì suicida e insieme a lei tramontò per sempre l’età ellenistica, lasciando in consegna al nascituro Impero romano una preziosissima eredità artistica e culturale. • Matteo Liberti

Capolavori ellenistici

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elle grandi capitali – in primis Alessandria, Antiochia e Pergamo – scultori, pittori e architetti ricevevano committenze per “stupire” e celebrare la gloria dei loro regni, dando vita a correnti artistiche diffuse dall’Egitto ai confini dell’India. L’arte aveva smesso di celebrare i valori delle poleis, della “comunità”, divenendo semmai espressione del potere dei sovrani,

ossia di singoli individui. Virtuosismi. Nella scultura, la nuova attenzione per l’individuo si tradusse in una maniacale cura dei dettagli: dalle espressioni di un volto sofferente come nel Galata in ginocchio (nella foto, una replica romana del II secolo d.C. di un originale di età ellenistica) fino alle pieghe di un panneggio (come nella Nike

di Samotracia, statua dell’inizio del II secolo a.C.). Grande successo ebbero anche i ritratti, sulla scia degli insegnamenti di

Lisippo, scultore che aveva immortalato Alessandro Magno. I soggetti preferiti diventarono la gente comune, ma anche gli animali e la natura.

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APERNE DI PIÙ

Il testamento di Alessandro. La Grecia dall’impero ai regni, Franca Landucci Gattinoni (Laterza). L’ellenismo, Franca Landucci Gattinoni (Il Mulino).


PERSONAGGI La vita del grande statista britannico. In occasione dell’uscita del film L’ora più buia, che racconta come persuase gli inglesi a non arrendersi quando tutto sembrava perduto.

CHURCHILL L’UOMO CHE CI SALVO DA HITLER

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spesso a frutto le proprie brillanti doti di oratore anche in Parlamento, sia per perorare le proprie cause sia per scopi meno nobili. “Winston, se tu fossi mio marito ti metterei del veleno nel caffè”, gli disse durante uno dei loro vivaci scontri politici la rivale Nancy Astor. E lui fulmineo: “Nancy, se tu fossi mia moglie, lo berrei!”.

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ra il 1881: già a sette anni, vestito alla marinara in posa davanti al fotografo, sfoggiava quella sua tipica espressione ostinata e arrogante. L’espressione di un uomo capace di rifiutare l’incontro col re d’Inghilterra per non saltare il riposino pomeridiano. Eppure, nonostante le sue fisime, le sue scelte controverse e l’impietoso parere degli avversari, che lo consideravano egocentrico, inaffidabile e opportunista, il due volte primo ministro del governo britannico Winston Churchill ha resistito a qualsiasi urto. E a più di mezzo secolo dalla sua scomparsa rimane ancora, nel bene e nel male, uno degli statisti più amati d’Inghilterra, oltre che uno dei più importanti protagonisti delle vicende storiche e politiche del XX secolo. Il segreto del suo successo? Soprattutto uno: la tenacia con cui affrontò e vinse la guerra contro Adolf Hitler. Churchill era stato l’unico, tra i parlamentari britannici, a manifestare preoccupazione fin dai primi anni Trenta per l’affermarsi del regime nazista in Germania. E a maggio del 1940, poco dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, toccò a lui decidere le sorti del proprio Paese: accordarsi col nemico o combatterlo? Neanche a dirlo, il neoeletto primo ministro optò per la seconda soluzione, annunciando con fierezza: “Noi non ci arrenderemo mai”. I suoi discorsi, trasmessi alla radio, furono decisivi nel sostenere il popolo britannico durante il conflitto, ma Churchill mise

Cheese!

Winston Leonard Spencer Churchill (1874-1965) a 7 anni, vestito da marinaretto. Nell’altra pagina, nell’agosto del 1941 Churchill saluta la folla radunata davanti al n. 10 di Downing Street, sede del governo britannico. Era premier dal 10 maggio 1940.

INDISCIPLINATO. Da ragazzo, il padre lo aveva indirizzato alla carriera militare ritenendolo troppo stupido per fare l’avvocato. E da adulto il figlio non fu meno sferzante: “Era come Dio: sempre impegnato altrove”, scrisse nella sua biografia. In effetti l’aristocratico lord Randolph Churchill, autorevole esponente del partito conservatore, fu un genitore assente. Proprio come sua moglie, l’americana Jessie Jerome (figlia del facoltoso proprietario del New York Times). Per capire come mai il loro primogenito fu un alunno indisciplinato e indisponente, che, pur eccellendo in storia e lingua e letteratura inglese, fece fatica a entrare nel collegio militare di Sandhurst (1893), basta un po’ di psicologia spicciola. Ma solo i segreti della genetica possono spiegare perché, ormai ventenne, Winston si trovò a seguire le tradizioni familiari, dedicandosi, prima che alla politica, al giornalismo, come reporter di guerra da Cuba, India e Sudafrica. Proprio la celebrità ottenuta con il racconto della sua rocambolesca fuga dalle prigioni boere (1899) gli garantì, 


Beveva molto. Era arrogante persino con il re. Soffriva di depressione. Ma nessuno sapeva parlare come lui

SCELTA INATTESA. Ormai però aveva perso la fiducia dei colleghi e, bollato come inaffidabile e troppo radicale, venne progressivamente messo da parte da tutti gli schieramenti. Così, nel 1929 prospettò alla moglie la possibilità di ritirarsi dalla politica per dedicarsi alla famiglia. Ma Clementine Hozier lo conosceva bene: erano sposati dal 1908 e all’epoca avevano già messo al mondo la metà dei loro 10 figli. Sapeva che ai suoi momenti di depressione (che lui chiamava 22

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“il cane nero”) seguivano brillanti ripartenze, rese più formidabili, pare, dalle pillole di anfetamina: era sicura che avrebbe superato l’impasse. E così fu: Churchill, ufficialmente all’opposizione, si dedicò a un lungo viaggio negli Stati Uniti e alla sua attività di scrittore (che nel 1953 gli avrebbe fruttato un Nobel per la letteratura). Poi, proprio quando la sua stella politica sembrava al lumicino, si ritrovò alla guida della Gran Bretagna. Era quel maggio del

Sotto le bombe

10 settembre 1940: il primo ministro visita i Bettersea, nella South London, distrutta dai raid nazisti. Sotto, 1 ottobre 1939: Churchill fa il suo primo discorso di guerra alla radio, ancora come capo della Royal Navy.

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all’inizio del XX secolo, la vittoria elettorale nel partito conservatore. Dove però rimase poco: le porte del Parlamento gli si erano aperte da 4 anni quando Churchill si guadagnò la fama di voltagabbana. Il volubile parlamentare decise infatti di passare tra i banchi dei liberali e dal 1905 restò con loro al governo per quasi due decenni. Ricoprì diversi prestigiosi incarichi ministeriali e grazie al carisma e all’abilità diplomatica ottenne importanti risultati (uno fra tutti, la firma del trattato che pose fine alla Guerra d’indipendenza irlandese, nel 1921). Ma, vuoi per opportunismo vuoi per inconciliabilità di caratteri, quando i liberali persero le elezioni Churchill tornò al suo primo amore, garantendosi il posto di Cancelliere dello Scacchiere (il ministro delle Finanze britannico) nel governo conservatore (1924).


Gli onori funebri

Circa 300mila persone seguirono il funerale di Stato di Churchill, il 30 gennaio 1965, nelle strade di Londra.

Il film evento

L’ 1940 di cui abbiamo parlato all’inizio. I colleghi pensarono fosse l’uomo giusto per maneggiare l’enorme kartoffel bollente spuntata in Germania e lui fiducioso e tronfio notò: “È come se tutta la mia vita fosse stata una lunga preparazione a questo momento”. Dimostrando poi che era vero. «Churchill al suo apice è stato il più grande politico britannico del suo tempo: ma bisogna premettere che non fu sempre all’apice», afferma uno dei suoi biografi, Paul Addison, docente di Storia all’Università di Edimburgo e autore di Winston Churchill. L’eroe inatteso (Utet). Ci fu chi lo accusò di non avere le idee chiare, ma la sua apparente schizofrenia politica dipese dal fatto che non seguiva ideali: solo scopi pratici. Per questo in lui potevano convivere idee inconciliabili, conservatrici e riformiste.

CONTRADDIZIONI. Qualche esempio? Spingeva per un’Europa unita, ma non pensò mai che la Gran Bretagna dovesse farne parte. Credeva nel capitalismo e nel mercato libero, ma fu uno dei primi politici a suggerire rivoluzionarie leggi sociali contro la povertà e la disoccupazione. Odiava Hitler, ma ammirava Mussolini, considerandolo il più grande legislatore vivente e un campione della lotta al comunismo. Visceralmente antisovietico, non esitò ad allearsi con l’Urss contro la Germania nazista, ma alla fine del conflitto incoraggiò il congelamento dei rapporti e la Guerra fredda fra Usa e Unione Sovietica. Salvo poi invitare le due nazioni alla distensione nei suoi ultimi anni di attività politica. Perché sì, era favorevole ai conflitti, ma lo terrorizzava l’idea di una guerra nucleare. Fu insomma una contraddizione vivente, un uomo che venerava il passato vittoriano, ma immaginava la possibilità che su altri pianeti esistessero forme di vita; una persona che credeva

nell’importanza della ricerca per il futuro, ma ne usava i frutti (come il radar o i gas tossici) per scopi bellici; un politico che non disdegnava l’uso della violenza per mantenere l’ordine pubblico e che durante la Seconda guerra mondiale si rese responsabile dell’inutile massacro di migliaia di civili tedeschi, nel bombardamento a tappeto di Dresda (città priva di qualsiasi valore strategico). Furono forse queste scelte controverse a pesare più dei suoi successi militari sulla bilancia degli elettori, quando, a guerra vinta, gli inglesi gli preferirono il laburista Clement Attlee. Ma Churchill non era ancora pronto alla pensione: rimase all’opposizione fino al 1951, quando tornò per la seconda volta alla guida del Paese. Solo nel 1955, ormai ultraottantenne, diede le dimissioni per motivi di salute. Nel corso della sua lunga vita era sopravvissuto a una commozione cerebrale, a un quasi annegamento in un lago svizzero, a diverse cadute da cavallo, a uno schianto in un aereo mentre imparava a pilotare e, con una cura a base di “alcool durante i pasti”, a un incidente d’auto. Non resistette però alla trombosi cerebrale che lo colpì, novantenne, il 15 gennaio 1965.

ORDINI POSTUMI. Morì nove giorni dopo e 300mila persone parteciparono ai suoi funerali di Stato, nella cattedrale di Saint Paul, a Londra. Ma da allora, anche dalla tomba, ha continuato a dettar legge: chiese infatti, nelle sue ultime volontà, che la casa di famiglia a Chartwell ospitasse per sempre un gatto tigrato rosso. Ogni volta che l’età ha il sopravvento, la bestiola viene rimpiazzata, ma il suo nome non cambia mai: si chiama Jock, come il felino preferito di Churchill. Che amava i gatti ma, ennesima contraddizione della sua vita, nei più gettonati souvenir londinesi ha la faccia da bulldog e il sigaro in bocca. • Maria Leonarda Leone

ora più buia, al cinema dal 18 gennaio, racconta il momento cruciale in cui Winston Churchill disse no all’egemonia di Hitler. E convinse popolo e Parlamento inglesi a seguirlo, anche a costo di combattere “in ogni strada e ogni spiaggia”. Il film inizia nel maggio 1940, quando i nazisti avevano già travolto Polonia, Belgio e Olanda, la Francia era vicina alla capitolazione e l’esercito tedesco aveva superato la Foresta delle Ardenne, tagliando in due la difesa inglese e francese. A Londra il primo ministro Chamberlain fu costretto alle dimissioni e al suo posto venne chiamato Churchill, che non solo dovette prendere importantissime decisioni strategiche (come l’evacuazione di Dunkerque), ma dovette anche guardarsi dalle manovre ostili del suo partito, che voleva trattare una pace separata con Hitler. Riuscendo a salvare Regno Unito ed Europa dalla morsa nazista. Con Gary Oldman, Kristin Scott Thomas, Lily James e Ben Mendelsohn. Regia di Joe Wright.


ANTICHITÀ Come si amavano e si sposavano le coppie dell’antico Egitto? Ce lo racconta un giornalista d’eccezione, Alberto Angela, che agli Egizi ha dedicato il primo libro di una collana in edicola proprio in questi giorni.

AMORE SUL NILO

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amore che io bramo sta al di là del fiume. Acque turbolente ci separano, un coccodrillo si cela nelle secche. Io salto dentro il fiume e comincio a guadarlo. Non ho paura dell’acqua profonda, non temo neppure il coccodrillo”. Se dobbiamo giudicare sentimenti e immaginario amoroso a partire da questa poesia, viene da pensare che, a parte la presenza dei coccodrilli, i problemi e gli aneliti del cuore sono proprio gli stessi da millenni. L’ostacolo rappresentato dal guadare il Nilo e la voglia di superarlo, l’inafferrabilità del proprio amato e allo stesso tempo la possibilità di conquistarlo: tutti sentimenti che conosciamo molto bene. Il mondo che descrivono questi papiri che sono stati ritrovati negli anni è un mondo di amanti sempre alla ricerca di luoghi in cui appartarsi, di donne che seducono e si lasciano corteggiare e uomini che propongono incontri erotici in modo singolarmente casto e delicato.

PARITÀ DEI SESSI, O QUASI. Confrontando la letteratura erotica degli Egizi con quella dei Greci e dei Romani, abbiamo una sorpresa: nel Paese del Nilo esisteva un’iniziativa femminile in amore e anche un’immagine della donna seducente e aggressiva. Non disdegnava di giocare con l’uomo prendendo le redini del corteggiamento. Una rappresentazione letteraria che sembra corrispondere a un ruolo sociale della donna più rilevante che in altre società 24

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moglie legittima. Inoltre, la moglie era chiamata all’assoluta fedeltà nei confronti del marito. Il quale al contrario aveva il diritto – e non solo per procreare – di dotarsi di una o più amanti che soddisfacessero ogni suo desiderio.

del passato. La donna egizia godeva di personalità giuridica, poteva stipulare contratti così come possedere delle proprietà, e poteva lavorare ricevendo lo stesso trattamento economico previsto per un uomo. Tuttavia le disparità fra i sessi c’erano, eccome. Nel caso in cui una donna sposata non fosse riuscita ad avere figli, la sposa non solo ne portava la colpa ma era obbligata a procurare una concubina al marito, per poter garantire la progenie. Spesso costei era una schiava il cui figlio, o i figli, dovevano obbligatoriamente essere adottati dalla

A NOZZE. Il matrimonio era la condizione naturale in ogni città o villaggio egizio e prevedeva la formazione di una “famiglia nucleare”: un uomo, una donna, dei figli. Il motivo è innanzitutto pratico: la legge proteggeva la moglie e i figli e bisognava essere davvero ricchi per poter mantenere diverse consorti con relativa prole. Ricchi come un faraone... Infatti la poligamia era prerogativa esclusiva delle classi più agiate e della famiglia reale. Matrimoni d’amore o combinati? Difficile dirlo: i reperti aiutano tutt’al più a comprendere che era d’uso chiedere il permesso ai genitori (più verosimilmente solo al padre) prima di sposarsi. Così come nelle società occidentali, fino a pochi decenni fa, lo sposo andava a chiedere al padre della sposa la mano della figlia. Prassi che però cambiò a partire dalla XXVI dinastia, quando si iniziano a trovare iscrizioni che testimoniano importanti cambiamenti di costume, con veri e propri contratti matrimoniali in cui sia l’uomo sia la donna esprimono il loro personale desiderio di sposare la persona amata. UN BEL MASCHIETTO! Ma qual era l’età giusta per sposarsi? Presto, secondo la convinzione comune.


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Tête-à-tête

Si suppone che la coppia reale raffigurata a lato sia formata da Smenkhara (XVIII dinastia) e Merytaton. Nell’altra pagina, dettaglio dalla tomba di Thutmosis IV: Hathor (dea dell’amore) offre al faraone l’ankh, simbolo di vita.

L’aspettativa di vita nell’antichità non era certo paragonabile alla nostra. Meglio accasarsi presto per, dicono molte iscrizioni, “partorire un figlio maschio” che, come in quasi tutte le società (non solo quelle antiche), era considerato preferibile rispetto alla nascita di una bambina. Il momento di guardarsi attorno alla ricerca di un coniuge, sia per l’uomo sia per la donna, coincideva quindi con l’ingresso

nella pubertà. Nell’influenzare la scelta, non mancavano anche valutazioni di tipo economico: era bene trovarsi un marito con una posizione in società e un reddito il più possibile solido, prima di fare il grande passo. Esistono documenti che testimoniano matrimoni tra uomini molto anziani e donne molto giovani, ma normalmente gli sposi erano fra loro più o meno coetanei. E, soprattutto, provenivano

dallo stesso ceto sociale. Sposare una schiava, per esempio, nel caso di un uomo libero era equiparabile al concubinaggio, visto che gli schiavi non avevano il diritto di contrarre un matrimonio legale. Per la verità non si andava quasi mai a cercare molto lontano: i matrimoni, soprattutto nelle classi popolari, avvenivano spesso fra parenti, come cugini o fra zii e nipoti, ma quasi mai  25

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ur in presenza di numerosi divorzi, possiamo pensare che i mariti egizi trattassero bene le proprie mogli, perlomeno se dobbiamo giudicare dalle Massime di Ptahhotep (antico testo letterario egizio), in cui si consiglia: “Ama tua moglie appassionatamente, nutrila e

vestila” e “Unguenti profumati ammorbidiscano il suo corpo”, oppure dalle Istruzioni di Ani che così ammonisce: “Non controllare tua moglie nella sua casa quando sai che è competente. Non dirle: ’dov’è questo, vai a prenderlo!’. Quando lo ha già messo in ordine”.

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Il marito perfetto

Il piacere

Una coppia che fa l’amore, in un frammento murale da Deir el-Medina. A destra, una famiglia egizia: mamma, papà e figli di diverse età.

In caso di separazione, chi causava il fallimento del matrimonio era tenuto a risarcire il partner Meraviglie italiane

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lberto Angela è attualmente in tv col programma Meraviglie. La penisola dei tesori, format in quattro puntate in onda il giovedì su Rai 1. Il programma è iniziato il 4 gennaio con un appuntamento sul Cenacolo vinciano, Siena e Agrigento. Il 24 gennaio toccherà ad Alberobello, Castel del Monte, Cerveteri-Tarquinia e le Ville Venete (nella foto).

fra consanguinei, diversamente da quanto accadeva nella famiglia reale dove sposarsi tra fratelli e sorelle era frequentissimo. Perché? Per motivi di pantheon: secondo il mito, anche gli dèi Iside e Osiride erano fratello e sorella. E sono le divinità che rappresentavano nella cultura egizia il passaggio da un’epoca oscura a una di civilizzazione.

DIVORZIO ALL’EGIZIANA. I primi contratti matrimoniali scritti fanno la propria comparsa intorno al Terzo periodo intermedio (dal 1070 al 664 a.C.) e parlano di un dono che l’uomo fa alla moglie che rappresentava una specie di garanzia in caso di divorzio: dono che inizialmente veniva trasmesso in natura e successivamente diventò una promessa di pagamento, nel caso in cui le cose fra i coniugi non fossero andate troppo bene. Ma anche la donna doveva offrire delle garanzie e una sorta di risarcimento anticipato se si dimostrava una cattiva moglie. È interessante come questi contratti


Viaggio nella Storia

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a questo mese non perdetevi l’appuntamento con la grande Storia firmato da Alberto Angela. Dalle battaglie di Augusto agli studi di Leonardo, dalle lotte per la sopravvivenza dell’uomo di Neanderthal all’apocalisse di Hiroshima, il divulgatore ripercorre gli eventi che hanno cambiato il mondo anche attraverso i dettagli della vita quotidiana, tanto nelle corti dei potenti quanto nelle case della povera gente. Il rigore dell’analisi storica non offusca il fascino di questo viaggio nel

sembrino tutti rispondere al principio, molto pratico, secondo il quale chi ha fatto “perdere tempo” all’altro deve risarcire l’ingannato. La società egizia non amava neppure chi creava problemi alla convivenza: sottrarre la moglie di un vicino, per esempio, comportava pene molto severe per l’uomo che si macchiava di un simile gesto. Il colpevole poteva essere frustato pubblicamente o marchiato a vita mediante il taglio delle orecchie o del naso. Stabilite regole precise – e alquanto severe – nulla vietava di godersi la condizione coniugale. Le immagini di coppie di sposi egizi giunte fino a noi ci raccontano tenerezza e affetto, con mariti che stringono dolcemente la mano della sposa o mogli che circondano con il braccio il collo del partner. Ovvio che non perdessero tempo e denaro per raffigurare liti domestiche, ma si tratta comunque di un’iconografia incoraggiante! • Alberto Angela

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passato, appassionante quanto un romanzo. Viaggio nella Storia è un’opera composta da 35 libri cartonati e illustrati. Ogni libro sarà in edicola settimanalmente, a partire dal 16 gennaio; la prima uscita Le Piramidi. Tra realtà e leggenda, da cui è tratto il servizio di queste pagine, è attualmente in vendita in offerta lancio a 3,90 euro (rivista esclusa). Dalla seconda uscita in avanti ogni volume costerà 7,90 euro (rivista esclusa).

TITOLO Le Piramidi. Tra realtà e leggenda Cesare. Il destino di un generale Leonardo. Il genio del Rinascimento Il grande mito di Roma I segreti del Medioevo Ramses. Segreti e splendori di un faraone Pompei. Lo scrigno del tempo La grande Roma dei papi Pericle e l’epoca d’oro di Atene Augusto. Come nasce un impero Il sogno di Alessandro Magno D-day. Il giorno decisivo Nerone. Roma brucia! Riccardo Cuor di leone. L’epopea delle crociate La grande Firenze dei Medici Versailles. Alla corte dei re di Francia Francia. Scene da una rivoluzione Etruschi. Civiltà del mistero Napoleone. Il sogno e le battaglie Le magnifiche corti del Rinascimento Principi, mercanti, guerrieri. L’Italia dei Comuni Carlo Magno. L’impero, le battaglie, gli amori Galileo e l’alba della scienza Troia. Tra mito e realtà Nelle trincee della Prima guerra mondiale Costantinopoli. La nuova Roma All’alba della Grecia classica Colombo alla scoperta del Nuovo Mondo Elisabetta I. La regina vittoriosa La nuova apocalisse. Da Pearl Harbor a Hiroshima America. Nascita di una nazione L’Italia dei Balilla Carlo V. L’impero su cui non tramonta il sole Garibaldi. L’eroe dei due mondi Barbari. Una minaccia per l’impero

IN EDICOLA 16/01/2018 23/01/2018 30/01/2018 06/02/2018 13/02/2018 20/02/2018 27/02/2018 06/03/2018 13/03/2018 20/03/2018 27/03/2018 03/04/2018 10/04/2018 17/04/2018 24/04/2018 01/05/2018 08/05/2018 15/05/2018 22/05/2018 29/05/2018 05/06/2018 12/06/2018 19/06/2018 26/06/2018 03/07/2018 10/07/2018 17/07/2018 24/07/2018 31/07/2018 07/08/2018 14/08/2018 21/08/2018 28/08/2018 04/09/2018 11/09/2018 27

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VITA QUOTIDIANA Nel Seicento viaggiare era rischioso, caro, faticoso e scomodo. Lo raccontano i giramondo dell’epoca nei loro diari.

C Un produttore di valigie con la sua merce in un’incisione dell’epoca. In alto, l’ingresso dell’ambasciatore olandese Adriaen Pauw a Münster, durante la Guerra dei trent’anni (1618-1648). 28

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Armi e bagagli

ome vi sentireste se, per raggiungere un’altra città, invece di prendere un aereo foste costretti a passare giorni e giorni su un carro o sopra un cavallo tra continue scomodità, in pessime condizioni igieniche e con il terrore dei briganti? Male, senza dubbio. Eppure era così che si viaggiava nell’Europa del Seicento, se non peggio. Ce lo raccontano tutti i diari e le lettere dei giramondo dell’epoca, raramente esagerati nel descrivere l’infinita fatica di spostarsi.

A OGNUNO IL SUO. I motivi per cui si viaggiava nel XVII secolo erano tanti, ma il puro relax (la vacanza, per intenderci) non era contemplato. Proprio


VIAGGI

DA INCUBO

come oggi, ci si spostava soprattutto per lavoro. Diplomatici o commercianti per esempio. Il viaggiatore-scrittore Francesco Carletti, rampollo di un’antica famiglia di mercanti fiorentini, fece per primo il giro del mondo a scopi commerciali (vendeva schiavi). Anche i soldati, accompagnati da mogli, fidanzate e prostitute, erano costretti a spostarsi per seguire il proprio esercito. Per loro però erano il più delle volte viaggi di sola andata: nel 1601 l’inglese Lord Mountjoy, ufficiale al servizio della regina Elisabetta I, scrisse che “di costoro, una volta partiti per questo viaggio, più di tre su quattro non sono mai più tornati”. Meno rischiosi, ma mai tranquilli, erano gli itinerari dei missionari, dei pellegrini, degli studenti universitari “fuori sede”

e di chi cercava nelle stazioni termali la cura ai propri malanni. E poi c’era il viaggio per eccellenza, il Grand Tour, una sorta di lunga vacanza-studio per i giovani aristocratici dell’epoca. Sebbene l’espressione compaia per la prima volta nel 1670, il Grand Tour era già un’abitudine consolidata da decenni, così come consolidata era la sua meta prediletta: l’Italia, patria del bello e della classicità.

CON OGNI MEZZO. Ma come si viaggiava? A giudicare dalle vie di comunicazione dell’epoca, non troppo bene. Il meglio che gli Stati europei avevano da offrire erano le antiche arterie romane, a malapena conservate dopo secoli di incuria. Altrimenti bisognava

accontentarsi di minuscoli sentieri coperti d’erba, fangosi se pioveva, invisibili se nevicava. Eppure, per quanto tragica fosse la situazione, i governanti non si preoccuparono del miglioramento delle strade fino al Settecento. Un tantino più comode erano invece le vie d’acqua, ma con le dovute distinzioni: mentre la navigazione marittima, vuoi per i ritardi delle navi, vuoi per l’assenza di vento, poteva richiedere molto più tempo del previsto, quella fluviale o in canali artificiali, sviluppata soprattutto nei Paesi Bassi e in Germania, era di solito conveniente e rilassante.

IN CARROZZA. Via terra ci si spostava a piedi, a cavallo o in carrozza. A scegliere le proprie gambe

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Briganti

Claude Duval (1643-1670) è stato un celebre ladrogentiluomo normanno. Dopo 10 anni di carriera, finì impiccato. Qui mentre “omaggia” con galanteria una delle sue vittime.

Le locande peggiori erano quelle polacche che per cena Documenti prego

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nche nel Seicento per viaggiare bisognava disporre di documenti. Servivano: il passaporto, che all’epoca corrispondeva al moderno visto; in certi casi, il permesso di uscita, che aristocratici e cortigiani ottenevano direttamente dal sovrano; il bollettino di sanità emesso nel luogo del precedente soggiorno, in cui si attestava la buona salute del viaggiatore; e infine una lettera di raccomandazione di una persona potente, non necessaria ma utilissima. Favorisca. Il controllo in frontiera dei documenti era in alcuni casi blando e poco efficiente, in altri (per esempio nei porti della Manica) decisamente severo.

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erano gli squattrinati, i pellegrini o semplicemente i viaggiatori di brevi distanze. Cavalli e carrozze richiedevano denaro: sia per possederli sia per noleggiarli (il servizio di carrozze postali adibite anche al trasporto passeggeri arriverà solo nel Settecento). Per nobili e ricchi borghesi la carrozza era anche uno status symbol: doveva essere decorata, grande e lussuosa, quale prova tangibile del prestigio o dell’autorità di chi la possedeva. Pare che il re di Spagna Filippo III, per tutelare il proprio prestigio, proibisse ai sudditi di avere più di quattro cavalli per veicolo: solo Sua Maestà poteva averne sei! Col tempo ne apparvero diversi modelli: si andava dal modesto calesse a due ruote alla confortevole berlina a quattro ruote con sportelli laterali; dalle robuste carrozze da campagna a quelle minute e leggere da città. Giusto per capire

quanto la moda avesse preso piede, verso la fine del Seicento a Milano le carrozze erano così tante che si dovettero formulare i primi regolamenti stradali. Ormai per i benestanti camminare per strada era una vergogna.

NOTTI INFERNALI. Fatica, noia e scomodità (anche nelle migliori carrozze il sistema di ammortizzatori era insufficiente) erano compagne di viaggio inseparabili. Per questo la sera si confidava nell’accoglienza delle locande. Se se ne trovava una decente, come accadeva di frequente in Germania, in Francia o in Italia, ottimo cibo e un letto confortevole erano assicurati. Se però si era meno fortunati, toccava dormire in condizioni agghiaccianti. La Polonia era famosa per le sue locande; anzi famigerata, visto che ai clienti erano spesso offerti un pagliaio invece


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Thomas Coryat: il piacere di partire

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ualcuno gli attribuisce l’introduzione della forchetta in Inghilterra, altri l’invenzione del vocabolo “umbrella” nella lingua inglese. Se anche fossero leggende, Thomas Coryat, celebre viaggiatore nato nel 1577 a Crewkerne (Sommerset) e morto in India nel 1617, rimane un uomo dalle mille sorprese. Per diporto. Considerato il primo britannico a partire per un Grand Tour, nel 1608 toccò Francia, Italia, Svizzera, Paesi Bassi e Germania. Nel 1612 ripartì, questa volta con una meta più ambiziosa: l’Oriente. Entrò in contatto con greci, turchi, persiani e indiani. Sul suo itinerario in Europa pubblicò nel 1611 un resoconto oggi considerato un classico. A ragione è stato definito il primo viaggiatore per piacere.

Incidenti

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I viaggi erano pericolosi anche per i sovrani: nel disegno, Luigi XIV resta intrappolato nella carrozza in un fiume. Sopra, portantine di fine Seicento.

offrivano “vivande non consumate del tutto dagli altri” del letto e, per cena, del “cavolo riscaldato” o delle “vivande comuni, non consumate del tutto dagli altri”. Fynes Moryson, viaggiatore e scrittore inglese dell’epoca, scrisse nei suoi resoconti che la situazione in Polonia era così tragica da indurre molti viaggiatori a portarsi il letto... da casa. Ma anche nelle locande di buon livello (e di altri Paesi) si doveva fare i conti con gli altri ospiti: cimici, pulci, pidocchi, piattole infestavano spesso i luoghi – e i letti – pubblici.

LUPI E ORSI. Una nottata insonne in una locanda da incubo non era comunque nulla in confronto ai pericoli del viaggio. La traversata delle Alpi impensieriva un po’ tutti. Chi l’aveva fatta raccontava di slavine, orsi, lupi. Per non parlare degli itinerari che incrociavano zone di guerra. Nella Germania devastata dalla Guerra

dei trent’anni (1618-1648), se si finiva nelle mani della soldataglia malpagata e affamata il minimo che poteva succedere era di restare non solo metaforicamente in mutande. Ma se montagne e campi di battaglia si potevano evitare, contro gli agguati dei briganti c’era ben poco da fare: spesso bastava avere un misero sacchetto di monete per finire massacrati. Infine andavano messe in conto le pestilenze, piaghe dell’Europa seicentesca. Quando ne scoppiava una, toccava cambiare itinerario oppure, specie se si veniva dal mare, passare una quarantina di giorni (la famosa quarantena) in uno squallido lazzaretto.

LUSSO PER POCHI. Viaggiare costava, e molto. Per andare da Parigi a Roma, per esempio, ci volevano tre mesi di cammino, e in tanto tempo si finiva per spendere un patrimonio. In

ogni caso, chi viaggiava attraversava spesso le zone d’Europa in cui la vita era più cara: l’Italia Settentrionale, la Francia e, soprattutto, l’Alta Renania, in Germania. E naturalmente era consapevole di quali fossero le aree di guerra, dove i prezzi erano alle stelle, e della possibilità di esborsi imprevisti. Perciò in genere i viaggiatori partivano con un bel gruzzolo: il politico inglese Richard Boyle, conte di Cork, destinò per il soggiorno in Italia dei figli Francis e Robert 1.000 sterline annue (corrispondenti grossomodo a 91.000 euro!). Nessuna sorpresa, quindi, se a viaggiare erano quasi solo i ricchi. Shakespeare, in “Come vi piace”, aveva ragione da vendere: “Viaggiatore! Hai, credo, buoni motivi di essere triste: temo che tu abbia venduto le tue terre per andare a vedere quelle degli altri”. • Giulio Talini 31

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PRIMO PIANO Uomini spariti nel nulla, suicidi sospetti, delitti senza cadavere: quando il passato è costellato di...

MISTERIOSE

MORTI

DETECTIVE DELL’ALDILÀ pag. 34 ■

STRANI SUICIDI pag. 40 ■

LA FUGA DI HITLER pag. 44 ■

SCHELETRI NELLA TORRE pag. 50 ■

LA SCOMPARSA DI MAJORANA pag. 54 ■

NEL TRIANGOLO DELLE BERMUDE pag. 60 ■

LA FINE DI UN DIPLOMATICO pag. 62 ■

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MORTI FAMOSE pag. 66

Doppio giallo

La Torre di Londra vista dal Tamigi in un’illustrazione dell’800. Fu forse teatro dell’uccisione di due principini alla fine del Quattrocento.


PRIMO PIANO

Oggi esistono team di superscienziati che nei loro laboratori risolvono cold case di secoli fa. A colpi di Tac, esami del Dna, potenti microscopi.

DETECTIVE DELL’ 34

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ALDILÀ


Di che cosa morì?

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Tutankhamon

Valle dei Re, Luxor. Gli scienziati attorno al sarcofago di Tutankhamon. Sotto, il Plasmodium falciparum, il parassita che forse uccise il faraone.

Tac risolutiva

Si prepara la Tac per la mummia di Tutankhamon, alla presenza del celebre archeologo egiziano Zahi Hawass. A lato, le diverse immagini del suo cranio ottenute con questa tecnologia viste al monitor.

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on usano la lente d’ingrandimento come Sherlock Holmes, ma microscopi potentissimi. Non curano meticolosamente il proprio abbigliamento, come Hercule Poirot: a loro basta un camice bianco e una mascherina. Non interrogano testimoni e sospettati come Jessica Fletcher, ma, più simili a dei Dylan Dog del mondo reale, “parlano” direttamente con le vittime, per risalire alle cause che li hanno portati nei loro laboratori. Sono antropologi, mummiologi e paleopatologi: superscienziati detective che cercano di far luce sulle morti misteriose di secoli fa. Che cosa uccise il faraone Tutankhamon? Come

passò i suoi ultimi giorni Beethoven? Napoleone fu avvelenato? Rispondere a domande del genere non è semplice e richiede ampie conoscenze, spirito di osservazione e sofisticati strumenti scientifici. «Il fascino di queste indagini antiche è che entrano in gioco diverse discipline: l’antropologia fisica elabora un profilo biologico grazie a ossa e denti, la paleopatologia analizza i segni lasciati dalle malattie, lo studio degli isotopi radioattivi permette di datare il materiale organico», spiega Alberto Zanatta, antropologo dell’Università di Padova. «Per identificare il “proprietario” di uno scheletro o di una mummia, il metodo più attendibile e affidabile rimane

comunque il Dna. Ma solo se si può contare su un elemento di paragone, come il Dna di un parente stretto».

IL PRINCIPE FU SALVATO? È il caso del piccolo Luigi XVII, il figlio della regina Maria Antonietta. A minare la salute del bambino fu probabilmente la lunga prigionia nella torre del Tempio a Parigi, dopo la decapitazione della madre. Ma la sua morte venne a lungo messa in dubbio: si diceva che un gruppo di monarchici lo avesse tratto in salvo, lasciando al suo posto un trovatello, morto di tubercolosi l’8 giugno 1795. Voci attendibili? Per vederci chiaro, due genetisti hanno  analizzato il cuore del prigioniero, 35

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Nessuno scambio

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Maria Antonietta di Francia e, a destra, il figlio Luigi XVII che fu imprigionato nella torre del Tempio di Parigi. La prova del Dna ha dimostrato che il bambino morto in quella cella era proprio il figlio della regina e di Luigi XVI.

Le prove del Dna sono decisive. Ma non infallibili né facili come si vede nei telefilm conservato e mummificato dal medico che ne eseguì l’autopsia. Il Dna estratto, confrontato con quello ricavato da una ciocca di capelli di Maria Antonietta, ha dimostrato che il bimbo spirato in cella era proprio il figlio della regina. Gli scienziati però non sono sempre così fortunati. «Spesso la cronaca e i telefilm descrivono queste indagini come infallibili, facilmente eseguibili e con risultati perfetti, ma non è così: più si va indietro nel tempo e più è difficile riuscire a trovare indizi utili alla ricostruzione del caso», dice Zanatta.

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Maria Antonietta

TUTANKHAMON MALATO. È per questa ragione che, sui delitti irrisolti dei più importanti personaggi storici, fra gli scienziati si scatenano spesso vere e proprie battaglie a colpi di Tac. Come per la mummia di Tutankhamon, il faraone bambino, uno dei regnanti


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Sgozzato

Il faraone Ramses III. Sopra, particolare della sua mummia, in cui si vede la benda che gli fu avvolta sulla gola per celare una ferita larga e profonda sino all’osso, rilevata con la Tac.

più famosi della storia d’Egitto. Salito al trono a 9 anni, governò per un decennio, fino alla sua precocissima dipartita (1324 a.C.). La tomba è stata scoperta nel 1922, ma da allora, nonostante i 95 anni di ricerche, né il suo corpo mummificato né i testi storici hanno fornito una spiegazione definitiva sul motivo che lo portò all’altro mondo. Il ragazzo, dicono gli studi, non era quel che si dice un campione di salute. Negli anni gli sono state diagnosticate un’infinità di patologie: dalle malformazioni al torace e alle vertebre del collo, a diverse anomalie del sistema endocrino, fino ai parassiti intestinali. Nessuna di queste malattie avrebbe potuto ucciderlo, ma il recente ritrovamento, nel suo corpo, del Dna del Plasmodium falciparum, il parassita portatore del tipo più aggressivo di malaria, ha cambiato un po’ le cose. Il faraone contrasse più volte questa malattia, endemica nell’antico Egitto. Ma, secondo gli esperti, l’ultima potrebbe essersi rivelata fatale: si associò infatti alla necrosi ossea (un mancato afflusso di sangue ai tessuti) che aveva colpito le dita del piede sinistro.

ÖTZI: COLPA DEL GELO. Le sorprese non finiscono mai. Neppure per gli studiosi di Ötzi, la mummia dell’arcinoto cacciatore preistorico

Sulle tracce di Carlo Magno e Giovanna d’Arco

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ummie e scheletri sono un archivio complesso e zeppo di informazioni. A un’équipe di scienziati svizzeri e tedeschi nel 2014 è bastato un osso, nello specifico una tibia sinistra, per stabilire l’identità del defunto custodito in uno scrigno d’oro nella cattedrale di Aquisgrana (Germania): l’imperatore Carlo Magno (742-814). Nonostante tutti gli spostamenti e le riesumazioni operate da diversi sovrani nei secoli

seguenti alla sua morte, il sovrano carolingio non ha mai lasciato la cattedrale: i raggi X e le Tac hanno confermato infatti la descrizione lasciata dal suo biografo Eginardo, quella di un Carlo “Magnus” in tutti i sensi, che con il suo metro e 84 centimetri di altezza sovrastava il 98% dei suoi contemporanei. Scie odorose. Un profumo ha invece guidato le indagini sulle false reliquie di Giovanna d’Arco, l’eroina francese arsa sul

morto tra i ghiacci delle Alpi Venoste (Ötztaler Alpen al confine tra Italia e Austria) più di 5 mila anni fa. Sembravano non esserci più dubbi sul fatto che a ucciderlo fosse stata una freccia, scagliata a tradimento da un nemico con cui forse si era già scontrato qualche giorno prima, ferendosi a una mano. L’aprile scorso, però, Frank Rühli, capo del Centro per la medicina evoluzionistica dell’Università di Zurigo, ha proposto una fine meno eroica: assideramento. Osservando la Tac e le immagini radiologiche, la sua équipe ha dedotto che la punta della freccia non causò gravi danni ai tessuti,

rogo nel 1431. L’aroma di vaniglia proveniente dalla sua presunta costola (all’apparenza carbonizzata) è tipico infatti della decomposizione di un corpo e non della sua cremazione: questo ha spinto i ricercatori ad approfondire le indagini. Coperto di bitume e resine, l’osso si è in effetti rivelato un frammento di mummia, datato con il metodo del radiocarbonio al VI-III secolo a.C.

ma solo una perdita di sangue: circa 100 millilitri, poco meno di mezzo bicchiere. Troppo poco per ucciderlo, ma abbastanza per indebolirlo e lasciarlo inerme a congelarsi nel giro di poche ore.

LA FERITA DI RAMSES III. Fu invece molto più truculento l’assassinio del faraone Ramses III, nel 1156 a.C. Con una Tac, il radiologo dell’Università del Cairo Sahar Saleem ha scoperto che durante la cosiddetta congiura dell’harem (un complotto finalizzato all’uccisione del faraone) i regicidi lo sgozzarono: la ferita alla gola, larga e  37

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Il divo tirolese

La ricostruzione dell’aspetto di Ötzi, il cacciatore preistorico morto tra i ghiacci delle Alpi Venoste, dove è stato ritrovato il suo corpo mummificato.

Ötzi

La mummia più studiata

Qui sopra, studi in un laboratorio della polizia francese su Ötzi: a sinistra, la probabile forma del volto viene prodotta e sovrapposta all’immagine digitale del cranio; a destra, su un modello del teschio vengono fissati dei pioli: rappresentano lo spessore degli strati di tessuto adiposo, calcolati secondo i dati antropologici relativi a età, sesso e massa corporea.

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Molte “morti eccellenti” sono dovute a cause naturali: il veleno non c’entra

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profonda fino all’osso, era passata inosservata nelle precedenti indagini, perché “impacchettata” ad arte dagli imbalsamatori. Ma le bende di lino non hanno potuto fermare l’occhio indiscreto dei raggi X. «Nelle mummie, la Tac è lo strumento diagnostico per eccellenza, perché permette di eseguire un’autopsia senza dover sezionare il corpo», conferma Zanatta.

numero uno è rimasto il fratello del granduca, il cardinal Ferdinando, suo successore al trono. Fino al 2009, quando il paleopatologo Gino Fornaciari dell’Università di Pisa l’ha scagionato: il killer non fu l’alto prelato, ma una zanzara anopheles, la sola capace di trasmettere all’uomo il Plasmodium falciparum. Il parassita si diffuse in tutti i tessuti di Francesco (i resti di sua moglie non sono mai stati ritrovati), compresi i frammenti di ossa spugnose esaminati dagli esperti.

DELITTO O FATALITÀ? L’omicidio non c’entra, invece, nella brutta fine del granduca di Toscana, Francesco I de’ Medici (1541-1587), e di sua moglie Bianca Cappello. La sera dell’8 ottobre 1587, dopo tre giorni di caccia nella sua tenuta di Poggio a Caiano (una zona umida e piena di zanzare), Francesco si sentì molto male: vomitò senza sosta ed ebbe la febbre molto alta. La sera dopo, toccò a sua moglie e tempo dieci giorni, a distanza di 11 ore l’uno dall’altra, i due morirono. Terzana maligna, lo stesso tipo di malaria di Tutankhamon: questo il verdetto dei medici di corte. Ma nessuno dubitò che si fosse trattato di avvelenamento da arsenico. Da allora, per più di quattro secoli, il sospettato

A COLPI DI ARSENICO. Vittima del veleno, secondo alcuni antropologi, fu invece Pico della Mirandola. Il filosofo fiorentino, famoso per la sua prodigiosa memoria, spirò all’improvviso il 17 novembre 1494, a soli 31 anni. Il gossip dell’epoca si scatenò: oltre all’omicidio, alcuni pensarono alla sifilide, trasmessagli da un suo amante. E i dubbi rimangono ancora oggi. Effettivamente i ricercatori hanno registrato nelle sue ossa, nei tessuti molli e nelle unghie un’altissima concentrazione di arsenico, da 50 a 100 volte superiore ai valori normali. Ma è anche vero, notano alcuni antropologi, che la presenza del veleno potrebbe essere spiegata con l’uso di pomate a base di metalli usate all’epoca per


Zanzare e pomate

Bianca Cappello curare malattie ricollegabili alla sifilide. Un dato di fatto contro cui si sono scontrati anche i sostenitori della tesi dell’avvelenamento di Napoleone Bonaparte (1769-1821), morto, secondo le fonti, per un tumore allo stomaco. Una delle ipotesi più accreditate, quella che attribuisce l’omicidio del generale còrso ai suoi carcerieri per ordine del governo inglese, è stata definitivamente scartata nel 2007. Le analisi effettuate da una équipe italiana su diverse ciocche di capelli di Napoleone hanno infatti dimostrato che sì, la quantità di arsenico nel suo corpo era quasi cento volte maggiore di quella riscontrata in un uomo moderno. Ma anche che era pari a quella presente nei capelli di sua moglie Giuseppina e dei suoi figli. Si trattava quindi di un problema ambientale, dovuto all’incauto uso di questo elemento chimico in molti preparati dell’epoca (lozioni, pomate).

BEETHOVEN ALCOLISTA. Il piombo è stato anche il primo indiziato per il decesso del compositore e pianista tedesco Ludwig van Beethoven (1770-1827). Ma né la pomata usata dal suo medico per curargli un’infezione, né il sale piomboso con cui per tutta la vita addolcì il vino del Reno (servitogli in coppe di cristallo di piombo!) ebbero a che fare con la sua scomparsa. La quantità di metallo rinvenuta in due frammenti del cranio del compositore è risultata infatti insufficiente a causarne la morte. Fu semmai l’alcol bevuto in eccesso per molti anni a procurargli la cirrosi epatica, acutizzata da una polmonite, che lo spedì infine al Creatore. “A Hercule Poirot non la si fa”. E nemmeno ai detective della scienza. • Maria Leonarda Leone

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Bianca Cappello, nobildonna veneziana seconda moglie di Francesco I de’ Medici. I due morirono di malaria, nel 1587, ma per secoli si pensò a un assassinio dinastico. Sotto, il filosofo fiorentino Pico della Mirandola (14631494). Gli scienziati hanno rilevato alti tassi di arsenico nelle sue ossa, nelle unghie e nei tessuti molli. Forse Pico non fu avvelenato ma usò troppe pomate a base di arsenico per curare i sintomi della sifilide.

Pico della Mirandola


PRIMO PIANO Mistero in Baviera

Il ritrovamento dei cadaveri del re e del suo psichiatra, nel lago di Starnberg, in Baviera (1886), in un dipinto.

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a notte del 13 giugno 1886 nel lago di Starnberg, in Germania, vengono ritrovati due cadaveri: sono di Ludovico II, re di Baviera, e del suo psichiatra, Bernhard von Gudden. Segnato da stravaganze e manie di grandezza, il regno di Ludovico aveva messo in seria crisi le casse dello Stato. I suoi ministri lo fecero quindi sottoporre a perizia psichiatrica: il re fu giudicato paranoico, interdetto dalla carica ed esiliato nel castello di Berg. In questo scenario si consumò il dramma: una sera Ludovico uscì a fare una passeggiata insieme al suo psichiatra, ma i due non fecero mai ritorno. Ore dopo li ritrovarono, morti. La causa ufficiale fu suicidio per annegamento per il re, e morte accidentale nel tentativo di salvarlo, per il medico. Premeditazione. Nel 2007, però, lo storico dell’arte tedesco Siegfried Wichmann, nel libro Die Tötung des Königs Ludwig II von Bayern, ha ipotizzato che in realtà von Gudden fosse stato ingaggiato dai ministri per eliminare il re. Ma dopo avergli sparato, sorpreso da qualcuno a ripulire la scena del crimine, sarebbe stato strangolato. Anche il settimanale tedesco Der Spiegel sostenne allora l’ipotesi di Wichmann, basandosi su un testimone che ha dichiarato recentemente di aver visto, in una collezione privata, il mantello che Ludovico portava quella notte e che presentava due fori di proiettile.

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Reo confesso

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olevo uccidermi, ma ho fatto cilecca”, così disse Van Gogh al medico che cercava di estrargli il proiettile dal petto, e aggiunse “nel caso dovessi sopravvivere, ci riproverò”. Poco dopo, il 29 luglio 1890, il pittore olandese (sullo sfondo, il suo autoritratto del 1887) morì a causa di quella ferita. Fino a qualche anno fa non sembrava esserci alcun dubbio sulle cause della morte poiché l’artista, depresso da tempo, aveva già cercato altre volte di togliersi la vita. Le cronache narrano che, due giorni prima di morire, era uscito come sempre nella campagna di Auvers-sur-Oise (Francia del Sud) per dipingere e poi era tornato a casa sanguinante, affermando di essersi sparato al petto. Giovane cacciatore. Nel 2011 la tesi del suicidio è stata però messa in discussione da una nuova biografia. Nella ricostruzione di due storici dell’arte, Steven Naifeh e Gregory Smith, nel libro Van Gogh: The Life (Random House), il pittore sarebbe stato colpito accidentalmente da un ragazzo di 16 anni, un certo René Secrétan, che amava sparare agli animali. Si sarebbe quindi trattato di un omicidio dovuto a un’arma difettosa. La vittima però avrebbe voluto nascondere la verità, autoincolpandosi, per non far condannare il giovane. Secondo i due storici, l’ipotesi sarebbe dimostrata dall’angolo d’entrata del proiettile: obliquo e non dritto.

Fin dall’antichità il finto suicidio è stato un modo per sbarazzarsi di qualcuno considerato scomodo o per nascondere una morte accidentale.

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SUICIDI A cura di Riccardo Michelucci

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Ucciso per eccesso di zelo

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ra il 392 quando, in una giornata di maggio, il giovane imperatore romano Valentiniano II (a sinistra) venne trovato morto nella sua stanza del castello di Vienne, in Gallia. Il corpo pendeva da una fune legata al soffitto, con il capo reclinato in avanti. Tutto faceva pensare a un suicidio ma, considerando il suo profondo sentimento religioso, in pochi ci credettero. E forse fu proprio questa grande fede a ucciderlo, o meglio alcune scelte che fece in merito alla libertà di culto. Valentiniano era diventato imperatore a soli 4 anni, alla morte del padre, e regnò sotto la tutela della madre. Alla morte di questa divenne suo tutore il potente generale Arbogaste,

Valentiniano ii

e quando Valentiniano decise di aderire all’editto di Tessalonica, che proclamava il cristianesimo religione di Stato dell’Impero romano e allo stesso tempo proibiva i culti pagani, tra i due nacquero molti dissidi. Divergenze pericolose. ll generale chiedeva infatti al sovrano un atteggiamento più morbido nei confronti dei pagani, ma Valentiniano non volle ascoltarlo e così quando l’imperatore morì i dubbi ricaddero proprio sul suo tutore. Fu quindi il generale a ordinare la sua morte? O Valentiniano compì questo gesto in preda alla disperazione? Tutto fa propendere per la prima ipotesi, ma l’enigma della fine di Valentiniano II non è mai stato risolto.

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SalVador allende

Pasticcio cileno

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nche la morte del presidente cileno Salvador Allende, deposto dal golpe militare di Pinochet l’11 settembre 1973, per lungo tempo è stata oggetto di congetture e ipotesi. La versione ufficiale è sempre stata quella del suicidio. Per i testimoni, tra cui il generale Javier Palacios, che guidò l’assalto al Palazzo della Moneda (sopra), residenza del presidente, Allende, per non cadere nelle mani dei golpisti, si uccise con il mitragliatore Ak-47 che gli era stato regalato da Fidel Castro. Lo scrittore colombiano Gabriel García Márquez, invece, in un articolo pubblicato pochi mesi dopo i fatti, ricostruì le circostanze della morte affermando che il presidente era stato ucciso mentre combatteva

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disperatamente contro i militari. La famiglia Allende accettò la versione del suicidio, tuttavia nel 2011 una delle figlie di Allende, la scrittrice Isabel, chiese il disseppellimento del cadavere del padre. Ma le analisi che seguirono alla riesumazione sembrarono confermare la tesi del suicidio. Colpo di grazia. Tuttavia nel 2015 alcuni ricercatori, tra cui il medico Luis Ravanal Zepeda, hanno nuovamente messo in dubbio la verità ufficiale sulla base di referti medici inediti, sostenendo che Allende fu ferito mortalmente in uno scontro a fuoco. Ma poi, per mettere in scena il suicidio, il cadavere fu colpito con il kalashnikov sotto il mento per sfigurarlo e renderlo irriconoscibile.


Cesare voleva morire?

Giulio Cesare

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BRIDEGEMAN/MONDADORI PORTFOLIO

l 15 marzo del 44 a.C. morì Giulio Cesare, dictator e console di Roma, colpito da 23 colpi di daga infertigli da un gruppo di congiurati (a sinistra, in un quadro del XIX secolo). E se invece di assassinio si fosse trattato di “suicidio”? Fonti coeve raccontano che Cesare, ormai malato, soffrisse di attacchi epilettici e dolori addominali, sintomi, secondo gli esperti, di un probabile tumore al cervello o all’intestino. E anche ammesso che i presagi infausti, le preghiere della moglie Calpurnia di non andare in Senato e l’avvertimento di Artemidoro di Cnido siano solo invenzioni letterarie, possiamo credere che Cesare fosse così sprovveduto da privarsi della guardia personale e non accorgersi dell’astio crescente verso di lui? Provocazioni. È quello che alcuni storici si sono chiesti, arrivando a sostenere che, conscio della prossima fine, Cesare potrebbe aver deciso di non opporsi al lavoro dei congiurati e anzi di provocarli, dando loro un limite temporale: la sua prossima partenza per la campagna in Persia. Così invece di spegnersi in una lenta agonia, morì in modo eroico. (m. l. l.)

Alcuni suicidi potrebbero anche essere stati archiviati come morte per malattia

LEEMAGE/MONDADORI PORTFOLIO

Un ritratto di Gramsci. A destra, la notizia della sua morte sui giornali antifascisti (1937).

antonio GramsCi

Ictus o suicidio?

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ompletamente diverso il caso di Antonio Gramsci, che qualcuno sospetta si sia suicidato ma il cui suicidio sarebbe stato mascherato da morte per ictus. Il fondatore del Partito comunista italiano (Pci) morì in pieno regime fascista, il 27 aprile 1937 a soli 46 anni, ufficialmente per un’emorragia cerebrale mentre era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma. Una testimone, Irene Quirico, che si trovava nella stanza attigua a quella di Gramsci in quei giorni, raccontò però per anni a parenti e amici che “quel giorno Gramsci si buttò dalla finestra”. Si sarebbe quindi trattato di suicidio, per sfuggire forse alla polizia segreta sovietica che lo teneva d’occhio da un pezzo. Tentativo di fuga. Una versione leggermente diversa è stata accreditata anche dallo storico Luigi Nieddu nel libro L’ombra di Mosca sulla tomba di Gramsci e il quaderno della Quisisana (Le Lettere), nel quale afferma che il filosofo sardo, per non finire nelle mani degli uomini di Stalin, si sarebbe buttato volontariamente giù dal balcone della sua camera, non si sa se per uccidersi o per procurarsi gravi

lesioni. Dopo il volo di sette metri le ferite furono mortali. Il regime fascista non aveva alcun interesse a divulgare la vicenda sui giornali e il suicidio potrebbe essere stato tenuto nascosto. Nessuna autopsia fu mai eseguita sul corpo, cremato poco dopo, e sul certificato di morte, anonimo, non furono mai scritte le cause del decesso. In molti sospettano anche che le foto scattate nella clinica il giorno della sua morte siano state ritoccate. A ottant’anni da quel 1937 la fine del leader storico del Pci ha ancora il sapore dell’intrigo internazionale difficilmente risolvibile. 43

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GETTY IMAGES

PRIMO PIANO

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Quel 30 aprile 1945 il Führer inscenò la sua morte poi fuggì (e visse) in Sud America. Un’ipotesi suggestiva, ma mai provata.

HITLER LATITANTE?

“D

a qui si possono ammirare le Ande, il lago Nahuel Huapi, e là, nei boschi, l’ultima residenza di Adolf Hitler ed Eva Braun. Lì Hitler è morto nel 1962”. È quello che raccontano le guide turistiche ai visitatori della città di San Carlos de Bariloche, in Patagonia, nel Sud dell’Argentina. In quel luogo, secondo

alcune teorie cospirazioniste, si sarebbe rifugiato infatti il Führer dopo la fine della Seconda guerra mondiale. È quello che pensa da sempre il giornalista argentino Abel Basti nel suo controverso libro Sulle tracce di Hitler (Eden Editori, 2015). Secondo Basti, che da vent’anni pubblica libri sull’argomento, Hitler non si sarebbe sparato alla testa il 30 aprile del 1945

Camuffato

Ecco come Hitler si sarebbe potuto camuffare per fuggire. Le foto segnaletiche sono state prodotte dai servizi di intelligence militare degli Stati Uniti. Solo la prima è vera, le altre sono state realizzate da Eddie Senz, un truccatore di New York.

nel bunker della Cancelleria del Reich, in una Berlino in fiamme invasa dai sovietici, ma sarebbe morto molti anni dopo a San Carlos de Bariloche. Nella cittadina della Patagonia argentina, secondo Basti, Hitler, sotto il nome di Adolf Schütelmayor, avrebbe vissuto in una casa in stile tirolese dei boschi, chiamata guarda caso proprio Berghof, come la sua amata residenza 


SZ PHOTO/AGF

Hitler fuggì in Argentina a bordo di un sottomarino alla fine della guerra? di di montagna nell’Obersalzberg, sulle Alpi salisburghesi. Nel suo libro, Basti cita un rapporto dell’Fbi che indicherebbe come, nonostante le accuse e le richieste formali, l’Argentina non abbia mai risposto in maniera ufficiale sull’argomento.

FUGGITO SU UN U-BOOT. Secondo la ricostruzione dell’argentino, il Führer, gli ultimi giorni del conflitto, sarebbe stato portato dalla Cancelleria all’aeroporto di Tempelhof, attraverso un tunnel sotterraneo. Poi, imbarcatosi su un aereo, sarebbe atterrato in 46

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Danimarca per ripartire subito dopo per la Spagna, dove grazie all’aiuto del generale Francisco Franco avrebbe attraversato l’Atlantico a bordo di un sottomarino per poi sbarcare nella città costiera di Comodoro Rivadavia, in Patagonia. Sempre secondo questa ricostruzione, il pilota della Luftwaffe che li avrebbe portati da Berlino in Danimarca, Peter Baumgart, sarebbe stato ricoverato in una clinica psichiatrica dopo aver raccontato la vicenda. «C’è stato un accordo con gli Stati Uniti per far sì che Hitler fuggisse e non fosse catturato dall’Urss. In cambio, gli Usa si accaparrarono la tecnologia nazista e si servirono di scienziati, militari e spie che in seguito hanno partecipato alla lotta contro il potere sovietico e contro il comunismo mondiale. Molti di loro scapparono in Sud America e aiutarono i regimi militari nella repressione», spiega Basti. Effettivamente, varie fonti storiche indicano la presenza in Sud America di almeno tre sommergibili tedeschi a fine guerra. Il 10 luglio 1945, oltre

due mesi dopo la resa della Germania, il sommergibile U-530 si consegnò in una base navale di Mar del Plata. L’U530 disubbidì all’ordine impartito dall’ammiraglio Karl Dönitz e si rifiutò di arrendersi, dirigendosi verso l’Atlantico Meridionale. Una storia simile a quella dell’U-977, che partì da Kiel ad aprile del 1945, quando i sovietici erano già a Berlino, facendo rotta verso Mar del Plata, dove arrivò dopo un viaggio di 66 giorni nell’Atlantico. E, secondo Basti, molti altri sottomarini avrebbero fatto la spola, a conflitto concluso, tra la


Il corpo mai ritrovato

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li ordini di Hitler erano stati chiari: “il mio corpo e quello di Eva devono essere bruciati dopo il suicidio”. E così fu, i due furono bruciati e seppelliti nel giardino della Cancelleria del Reich, il 30 aprile 1945. Il 2 maggio arrivarono nel bunker di Berlino i sovietici, che trasportarono i resti carbonizzati di Hitler ed Eva Braun a Magdeburgo, nella Germania occupata dai sovietici. Successivamente, nel 1970 un ordine dell’allora leader sovietico Leonid Brežnev, fece riesumare i resti (non si sa quali e quanti fossero) e li fece bruciare e disperdere nel fiume Biederitz. Si salvarono solo un cranio con un foro e una mandibola, attribuiti al Führer e conservati presso gli archivi segreti di Mosca. Furono esposti solo nel 2000 in occasione di una mostra dedicata agli ultimi giorni di Hitler, insieme ai documenti dei servizi segreti. Nel 2009 quei resti furono analizzati da Nicholas Bellatoni e Linda Strosbach dell’Università del Connecticut, che scoprirono che il cranio apparteneva in realtà non a Hitler ma a una donna sui quarant’anni (e non può essere nemmeno di Eva, morta pare per avvelenamento). Fake news. Le ipotesi su una fuga di Hitler furono alimentate in gran parte dall’atteggiamento di Stalin che nel Dopoguerra non solo non volle confermare la morte del Führer, ma avviò anche una finta indagine per ritrovare il capo del nazismo. Quando, alla Conferenza di Potsdam (17 luglio-2 agosto 1945), il presidente americano Harry Truman chiese al leader dell’Urss se Hitler fosse morto, pare che lui abbia risposto senza mezzi termini: ”no”, aggiungendo che i gerarchi nazisti erano fuggiti su un sommergibile in Spagna o in Argentina. Poco dopo anche il capo del collegio difensivo degli Stati Uniti al processo di Norimberga (1945-1946), Thomas Dodd, ammise: “Nessuno può dire che Hitler sia morto”. Tuttavia se è certo che Mengele, Eichmann e Priebke si sono rifugiati in Sud America, su Hitler non vi sono prove. Lo storico argentino Uki Goñi, autore del libro La auténtica Odessa: la fuga nazi a la Argentina de Perón non crede a questa tesi. «È una fake news. Ci sono prove che sia morto nel bunker: le testimonianze sulla sua presenza in Argentina fanno parte di una leggenda locale», afferma Goñi.

Messa in scena

I russi al Führerbunker il 2 maggio 1945. A sinistra, un giornale che riporta la “news” che Hitler è vivo. Nel tondo, Peter Baumgart, il pilota della Luftwaffe che avrebbe portato Hitler da Berlino in Danimarca nel 1945, dopo il finto suicidio.

Germania e l’Argentina. Che senso avrebbero avuto questi sforzi a guerra ormai perduta? Secondo lo scrittore sarebbero giustificati solo dal trasporto di qualcosa, o di qualcuno, abbastanza importante da disubbidire agli ordini diretti, rischiando la vita: Hitler.

TOP SECRET. L’ipotesi di una possibile presenza del leader del nazismo in Argentina è rafforzata, secondo Basti, dal fatto che decine di criminali di guerra nazisti trovarono rifugio proprio nel Paese sudamericano (v. riquadro pagine successive), e in particolare a Bariloche, dopo la guerra. A quel tempo Bariloche altro non era che uno sperduto villaggio a 13.500 chilometri dalle rovine fumanti di Berlino. Secondo Basti, nazisti tedeschi e austriaci, fascisti italiani, collaborazionisti francesi e belgi, e ustascia croati, vi avrebbero trovato rifugio dopo la guerra. E, sempre secondo Basti, molte sono le cose particolari che sono avvenute in questo

luogo, come ad esempio la presenza di un bunker nei boschi, presumibilmente fatto costruire dai nazisti, e fatto saltare, segretamente, dai militari argentini alla fine della guerra. La presenza di Hitler in quell’angolo della Patagonia, inoltre, non era affatto un segreto per gli abitanti del posto. «Non che tutti sapessero che viveva lì. Ma coloro che lo conoscevano, per qualche ragione, come i dipendenti della fattoria, minimizzavano l’importanza della questione. Tutti gli altri a malapena sapevano chi era Hitler. Per quelle persone la guerra praticamente non esisteva. Non avevano radio, i giornali arrivavano una volta al mese e in pochi li leggevano. Pertanto, sapevano vagamente che c’era una guerra in corso in Europa, ma non avevano la dimensione reale del conflitto né i dettagli». Le più importanti agenzie di intelligence, come la statunitense Cia e la britannica MI6, avrebbero stilato rapporti e accumulato foto che confermavano la presenza di Hitler

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Autentico?

ALAMY/IPA

Un documento dell’Fbi che mostrerebbe le prove della fuga di Hitler in Argentina nel 1945.

Secondo qualcuno ha vissuto in Sud America, con Eva, fino alla morte in Sud America dopo il 1945. I servizi segreti, tuttavia, si sarebbero limitati a segnalare la sua presenza, senza arrestarlo, mostrando, sempre secondo l’autore, la volontà di farlo rimanere lì. Ma di ciò non esistono prove e neppure, per ora, una plausibile motivazione.

IN PARAGUAY. Recentemente lo scrittore ha però modificato la sua teoria: Hitler sarebbe rimasto in Argentina solo fino al 1955. Ossia quando ci fu la deposizione del presidente Juan

Domingo Perón, e il Führer, come molti altri nazisti, decise di andare in Paraguay. Lì, con lo pseudonimo di Kurt Bruno Kirchner, sarebbe vissuto sotto la protezione del regime del generale Alfredo Stroessner, il più longevo (e sanguinario) dei dittatori sudamericani, che governò fino al 1989. Hitler sarebbe morto il 5 febbraio 1971 in Paraguay. Ma dove sono le prove? Ecco che spunta un testimone – è sempre Basti a raccontarlo – un militare brasiliano che sarebbe stato presente il

giorno della sepoltura del Führer in una cripta ricavata da un ex bunker nazista, situato al di sotto di un hotel moderno ed esclusivo di Asunción. A riprova dell’accaduto ci sarebbe una piccola “cerimonia” in onore di Hitler, che si svolgerebbe annualmente nella prima settimana di febbraio, sempre in quell’hotel, riservato per l’occasione a un piccolo gruppo di nostalgici nazisti. Tuttavia ciò potrebbe dimostrare solo che nella capitale paraguaiana ci sono alcuni fan del capo del Terzo Reich, ma

Le seconde vite di Hitler

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Nel libro The Grey Wolf-The Escape of Adolf Hitler, i giornalisti e storici britannici Simon Dunstan e Gerrard Williams sostengono che Hitler sarebbe fuggito dal bunker 3 giorni prima dell’arrivo dei sovietici, poi con Eva e due figlie si sarebbe stabilito in Patagonia, dove sarebbe morto il 13 febbraio 1962, a 72 anni. Il libro cita testimoni, tra cui medici e cuochi, che sostengono di aver conosciuto

l’ex leader nazista. Dal libro è stato tratto un docu-film nel 2014.

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Lo statunitense Robert Baer, agente della Cia dal 1976 al 1997, afferma di avere le prove del fatto che Hitler inscenò la propria morte per poi fuggire in Sud America. «Basta guardare i documenti dell’Fbi per rendersi conto che la versione data dal governo tedesco sulla morte del Führer è distorta.

Più andiamo in profondità, più chiara è la mancanza di fatti per dimostrare la teoria ufficiale». Dice inoltre di avere accesso a 700 pagine di informazioni mai divulgate su Hitler. Documenti che però nessuno ha mai visto.

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La ricercatrice brasiliana dell’Università di Cuiabà, Simoni Renee Guerreiro Dias, nel suo libro del 2014 Hitler no Brasil – Sua vida e sua morte, sostiene che il Führer si

sarebbe rifugiato, con l’aiuto del Vaticano, nello Stato del Mato Grosso, al confine tra Brasile e Bolivia, e lì sarebbe vissuto fino al 1984, morendo a 95 anni. La prova sarebbe una fotografia che ritrae un certo Adolf Leipzig (nuovo nome di Hitler) con una donna di colore, che sarebbe stata sua moglie. Disegnando i baffi sotto il naso di Leipzig, il risultato sarebbe un’incontestabile somiglianza con il Führer.


AFP/GETTY IMAGES

Argentina, terra promessa dei nazisti

N Studenti argentini con il busto del deposto presidente Juan Perón nel 1955. In seguito a questo cambiamento Hitler avrebbe lasciato l’Argentina e si sarebbe trasferito in Paraguay. In basso, cimeli nazisti sequestrati durante un’operazione effettuata di recente a Buenos Aires.

IPOTESI DUBBIE. Abel Basti è un autore controverso, e molti storici hanno smontato le sue ricostruzioni. Ma lo scrittore non è l’unico ad aver elaborato una teoria alternativa sulla morte di Hitler: libri, documentari e film, con vicende talvolta anche molto fantasiose, vengono prodotti ogni anno. E c’è da scommettere che, in mancanza del cadavere, le ipotesi continueranno a fioccare ancora a lungo. • Carlo Cauti SZ PHOTO/AGF

non necessariamente che lì ci sia il suo corpo e tanto meno che lì sia vissuto e successivamente morto il Führer. E la moglie, Eva Braun, che fine avrebbe fatto? Dopo la morte di Hitler sarebbe tornata a Bariloche per vivere lì per qualche tempo e poi, dopo aver donato la casa all’ospedale tedesco della città, si sarebbe trasferita nella capitale Buenos Aires (e da quel momento se ne sarebbero perse le tracce), dove avrebbe vissuto fino alla veneranda età di 90 anni.

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Cambiamenti

egli Anni ’30 l’Argentina aveva il secondo più grande partito nazista nel mondo dopo la Germania, con oltre 60mila iscritti. Diversi alti ufficiali del regime dati per morti durante la Seconda guerra mondiale resuscitarono in Sud America: Joseph Mengele, Adolf Eichmann (sopra), Herberts Kucurs, Wilfred von Oven o Walter Rauff. Eichmann è sicuramente il più famoso, anche per la sua fine. L’ex Ss-Obersturmbannführer fu uno dei principali organizzatori dell’Olocausto, e visse fino al 1960 in Argentina, lavorando in una fabbrica della Mercedes-Benz a Buenos Aires come capo dipartimento. Fu catturato dal Mossad in un’operazione segreta, portato in Israele, processato e impiccato nel 1962. Sotto mentite spoglie. Ma anche Mengele, noto con il soprannome di “Dottor Morte” per i crudeli esperimenti sui bambini (soprattutto gemelli) e le donne condotti nel campo di concentramento di Auschwitz, sarebbe sbarcato in Argentina nel 1949. Mengele trascorse un periodo nella città di Candido Godoy, dove, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe condotto esperimenti genetici popolando la città di gemelli (la cui presenza sarebbe quattro volte superiore alla media mondiale). Mengele, fuggito poi in Brasile con l’identità falsa di Wolfgang Gerhard, morì pare annegato nella città litoranea di Bertioga il 7 febbraio 1979. Herberts Cukurs, asso dell’aviazione tedesca conosciuto come “il Lindbergh baltico”, fuggì prima in Brasile, dove visse nascosto, fino a essere scoperto dal Mossad, che gli tese un’imboscata e lo uccise a Montevideo nel 1965. Von Oven fu il braccio destro di Joseph Goebbels, e riuscì a fuggire in Argentina nel 1951. Rimase un nazista convinto fino alla morte, continuando a preferire il neopaganesimo al cristianesimo, e fu dichiarato persona non grata dall’Ambasciata tedesca di Buenos Aires. Morì per cause naturali nel 2008. 49

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PRIMO PIANO La leggenda dei due principini rinchiusi e uccisi nella Torre di Londra dal perfido zio Riccardo III è uno dei gialli di corte che più hanno appassionato gli inglesi. A partire da William Shakespeare...

SCHELETRI NELL’ARMADIO

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l 17 luglio 1674, una macabra scoperta interruppe i lavori di ristrutturazione della Torre di Londra: tra le macerie di un sottoscala, a tre metri di profondità, un gruppo di operai notò una cesta di legno al cui interno giacevano i resti di due scheletri. Tutti si convinsero che i manovali avessero trovato quel che rimaneva del giovanissimo re Edoardo V e di suo fratello Riccardo, duca di York, vittime di uno dei più misteriosi delitti della storia inglese. Dei due bambini si erano perse le tracce duecento anni prima, quando in Inghilterra infuriava la Guerra delle due rose, sanguinoso conflitto dinastico che dal 1455 dilaniò per circa trent’anni l’Inghilterra. A contendersi la corona erano due schieramenti capeggiati dalle casate York e Lancaster, entrambe della dinastia dei Plantageneti. Quando nel 1471 Edoardo IV riuscì a riconquistare il trono, gli York si sentivano al sicuro, tanto più che un anno prima Elisabetta Woodville, regina dal 1465 al 1483, aveva finalmente dato al re un erede maschio, a cui fu imposto il nome di Edoardo, e non molto dopo, nel 1473, nacque Riccardo. L’infanzia dei principini trascorse serena, ma il destino aveva altro in serbo per loro.

OSTAGGI ILLUSTRI. La situazione precipitò il 9 aprile 1483, giorno in cui morì Edoardo IV. «In quel momento la successione al trono era in pericolo», racconta Alison Weir, autrice del libro 


Prigionia dorata

I figli di Edoardo, un quadro ottocentesco del pittore francese Paul Delaroche, oggi conservato al Museo del Louvre di Parigi.

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Nella primavera del 1483 i ragazzi furono avvistati nel parco della Torre, ma in autunno sparirono del tutto

USURPATORE. I due fratellini (a lato), ospitati in lussuose camere, all’inizio vennero trattati con deferenza, ma i piani dell’ambizioso zio non tardarono a rivelarsi in tutta la loro crudeltà. Con un colpo di mano e una serie di omicidi mirati, il 26 giugno 1483 Gloucester si impadronì del trono col nome di Riccardo III, escludendo dalla successione i nipoti. Il matrimonio di Edoardo IV venne arbitrariamente dichiarato non valido e i suoi due figli “illegittimi”. Il regno dell’usurpatore, funestato da congiure e ribellioni, ebbe vita breve. Il 22 agosto 1485 Riccardo fu ucciso in battaglia dall’ultimo erede dei Lancaster, Enrico VII Tudor, che si appropriò della corona mettendo fine alla Guerra delle due rose. 52

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INDIZIATO SPECIALE. Nel frattempo, dei principini si erano perse le tracce. Che fine avevano fatto? «Molti indizi indicano che trovarono la morte per mano di Riccardo nel 1483, ma le cronache sono contraddittorie», racconta lo storico A.J. Pollard nel volume King Richard III and The Princes in the Tower (Alan Sutton Publishing). Negli anni seguenti le voci sulla loro uccisione iniziarono a farsi insistenti: per alcuni erano stati pugnalati, per altri avvelenati e per altri ancora

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The Princes in the Tower (Ballantine Books). «Si erano infatti formati due centri di potere, uno capeggiato dai Woodville (la famiglia della regina) e l’altro da Riccardo, duca di Gloucester e fratello del re». Quest’ultimo godeva della fiducia del sovrano, che prima di spirare l’aveva nominato “lord protettore” affidandogli la tutela del primogenito, allora dodicenne. Fu un errore fatale. I Woodville la presero male e vennero ai ferri corti con Gloucester (il futuro Riccardo III) dando il via a una lotta in cui ognuno tentò di accaparrarsi l’erede per mettere le mani sulle leve del potere. Ad avere la meglio fu Riccardo, che si affrettò a prendere il giovane Edoardo sotto custodia e lo “alloggiò” nella Torre di Londra in attesa dell’imminente incoronazione. Più tardi la madre, Elisabetta, accettò che il piccolo Riccardo raggiungesse il fratellino. «In quel periodo, la Torre era una residenza reale e non aveva ancora la nomea sinistra per cui diverrà famosa in seguito», spiega Weir. «Oltre a ospitare una prigione, al suo interno c’erano uffici, la zecca reale e persino un piccolo zoo dove i londinesi portavano in visita i figli». Ufficialmente, Gloucester stava tutelando l’incolumità degli eredi.

LE VITTIME

affogati nella malvasia. La versione più famosa, ripresa nel XVI secolo da Shakespeare nella tragedia Riccardo III, è basata sull’opera dell’umanista Thomas More – Storia di Riccardo III – redatta una trentina di anni dopo i fatti. Stando a More, mentre “i bambini dormivano ignari nei loro letti”, quattro uomini entrarono nella camera e li immobilizzarono per poi soffocarli “premendo con forza coperte e cuscini sulla bocca”. A capo dei killer ci sarebbe stato sir James Tyrell, nobile incaricato dell’omicidio da Riccardo. Per rafforzare la sua teoria, More racconta che anni dopo, prima di essere giustiziato per alto tradimento, Tyrell avrebbe confessato il crimine sotto tortura. Della confessione, però, non è rimasta traccia. «Il racconto di More è simile a una fiaba popolare, probabilmente si trattò di un’invenzione letteraria», sostiene Pollard. Di certo, sappiamo che nella primavera del 1483 i ragazzi furono visti giocare nel parco della Torre e che poi vennero trasferiti in un’ala interna. Avvistati sempre più di rado, in autunno sparirono del tutto.

L’OMBRA DI ENRICO. La versione ufficiale divenne dunque quella che incolpava il cinico zio, anche perché la nuova dinastia Tudor al potere gli era ostile e fece di tutto per screditarlo. Lo spregiudicato Riccardo aveva di sicuro interesse a eliminare i nipoti. Ma non sarebbe stato l’unico a beneficiare della loro morte. Partendo da questo presupposto, alcuni storici hanno avanzato ipotesi alternative, chiamando in causa personaggi come il duca di Buckingham, possibile ispiratore del delitto per conto di Gloucester. Primo tra tutti gli indiziati alternativi è però Enrico VII, che eliminando gli eredi avrebbe consolidato il suo potere. «Una di queste teorie “sposta” la data dell’omicidio al 1486, basandosi su due


L’ESECUTORE

I MANDANTI

I soliti sospetti

Riccardo III ordina a sir James Tyrell di uccidere i due bambini (in un’illustrazione dell’Ottocento). A sinistra dall’alto, Enrico VII, sul trono dopo Riccardo: anche lui aveva tutto l’interesse a far sparire i principini. Sotto, Riccardo III: il sovrano deve la sua fama di zio crudele a Shakespeare, che narrò la vicenda nell’omonima tragedia.

fatti correlati: il ritiro di Elisabetta in convento (1487) e un formale “perdono” accordato da Enrico a sir James Tyrell, databile l’anno prima», riporta Pollard. «Quindi Tyrell avrebbe commesso il delitto – come confessò – non nel 1483, ma nel 1486 per conto di Enrico». Il nuovo re non ordinò mai un’indagine sull’omicidio, mettendo a tacere la questione in modo sospetto.

SCIOCCANTI SCOPERTE. Chiunque fosse il colpevole, quando nel 1674 saltarono fuori i resti nella Torre, tutti pensarono ai principini. L’iscrizione dell’urna in cui furono portati all’Abbazia di Westminster ribadì la versione “ufficiale” di More. Poi, nel 1933, un’équipe medica li riesumò e confermò la compatibilità con l’età di Edoardo e Riccardo (14 e 9 anni). L’analisi però fu criticata. «Anche con le scarse tecnologie dell’epoca, le indagini furono inadeguate; non

fu nemmeno determinato il sesso», aggiunge Pollard. Con la riesumazione delle ossa sono riemerse vecchie teorie secondo le quali i fratellini sarebbero scampati alla morte e avrebbero assunto un’altra identità (vedi riquadro). Di recente poi il mistero si è infittito. Gli esami sui resti di Riccardo III, ritrovati nel 2012, hanno rimesso in dubbio l’identità dei presunti scheletri dei principini: i due presentano una patologia genetica dentale non riscontrata nelle radiografie del teschio dello zio, cosa che renderebbe improbabile un legame di parentela. Le ossa apparterrebbero a qualcun altro, circostanza plausibile data l’abbondante quantità di resti umani accumulati nella Torre nel corso dei secoli. Solo un’indagine del Dna potrebbe fare luce sulla questione, ma le autorità inglesi per ora si sono rifiutate di riaprire l’urna. •

Il ritorno del principino

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a speranza che il più piccolo dei principi fosse ancora vivo riaffiorò nel 1491, quando fece la sua comparsa un giovane e spregiudicato avventuriero. L’uomo si presentò come Riccardo, duca di York: raccontava di essere sfuggito alla morte e reclamava il trono. Impostore. Anni dopo confessò di chiamarsi Perkin Warbeck e di essere originario delle Fiandre. Dopo varie peripezie, Warbeck era diventato una pedina in mano agli oppositori di Enrico VII ancora fedeli agli York, e aveva trovato in Europa appoggi importanti, tra cui quello dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo e di Giacomo IV di Scozia. Elisabetta di York, zia del vero Riccardo, lo aiutò a entrare nella parte del nipote. Fu così che, dopo due tentativi falliti, Warbeck sbarcò in forze in Inghilterra, ma fu sconfitto e giustiziato da Enrico VII nel 1499.

Massimo Manzo 53

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PRIMO PIANO Ettore Majorana fu un fisico che lavorò alle ricerche sull’atomo con Enrico Fermi e la sua scomparsa, avvenuta ottant’anni fa, resta uno dei più grandi enigmi italiani.

MISSING IL RAGAZZO DI VIA PANISPERNA

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ttore Majorana scomparve in una notte di marzo mentre si trovava su un piroscafo che viaggiava da Palermo a Napoli. Aveva appena inviato alla famiglia e all’amico e collega Antonio Carrelli alcune lettere che facevano pensare a un suicidio: “Non vestitevi di nero”, raccomandava ai familiari, “se volete portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”. Poi scrisse ancora: “Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani”. Ma non tornò più. Era il 26 marzo 1938 e dopo poco più di un anno sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale.

COME UN ROMANZO. Majorana non era un uomo qualsiasi: era, in quel momento, il più promettente scienziato italiano, anche se non aveva ancora compiuto 32 anni (v. riquadro sotto). Qualcuno disse di averlo visto a Napoli nei giorni successivi alla scomparsa, ma di fatto da quella notte di marzo di lui si persero le tracce. Mussolini offrì perfino una ricompensa di 30mila lire (circa 27mila euro di oggi) a chi fornisse dettagli utili al suo ritrovamento. Ma, suicidio a parte, che ipotesi si potevano fare? Depositario di segreti sulla bomba atomica che facevano gola ai nazisti, si era forse recato in Germania per mettersi al servizio del

Da Catania a Roma

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ato a Catania nel 1906, Majorana era di gran lunga l’elemento più geniale nel gruppo dei cosiddetti “ragazzi di via Panisperna”, la squadra di fisici teorici guidata da Enrico Fermi che, nel 1938, vinse il Nobel per la Fisica. I giovani studiosi si riunivano in via Panisperna, dove si trovava il Regio istituto di fisica dell’Università di Roma. Majorana si occupò di sperimentazione nucleare e di meccanica quantistica relativistica, con applicazioni nella teoria dei neutrini. Fu uno dei primi scienziati a intuire le reazioni nucleari, fondamentali per la realizzazione della

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bomba atomica. Nel 1937 accettò la cattedra di Fisica teorica all’Università di Napoli dopo aver rifiutato quelle di Cambridge e Yale. Introverso. Ancora oggi continuano ad arrivare conferme scientifiche del geniale talento di Majorana, come l’aver consentito sviluppi rivoluzionari nel campo delle telecomunicazioni e nell’elaborazione dei dati. Dal punto di vista personale era un uomo schivo, introverso, problematico, forse costretto a nascondere un’omosessualità che all’epoca era socialmente ancora inaccettabile.

Terzo Reich? O era forse stato rapito dagli uomini di Hitler? Negli anni è stato immaginato un intrigo internazionale con molteplici varianti: vittima di omicidio politico compiuto dai servizi segreti di qualche Paese straniero, o forse emigrato in Argentina dopo la guerra insieme ai gerarchi nazisti. Alcuni intellettuali, tra cui lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, immaginarono invece che dietro la scomparsa dello scienziato ci fosse il dilemma etico dell’uomo che conosceva il potenziale distruttivo dell’energia atomica. Nel 1975 Sciascia pubblicò un saggio-inchiesta dal titolo La scomparsa di Majorana: lo scienziato, preoccupato dalle conseguenze che i suoi studi sulla fisica nucleare avrebbero potuto avere in un conflitto (che scoppiò un anno dopo), avrebbe inscenato il proprio suicidio e successivamente si sarebbe rinchiuso in un monastero per impedire che la sua ricerca contribuisse agli esiti della guerra, come un personaggio di Pirandello o di un film di Hitchcock. Non a caso la sua vicenda ha ispirato decine di romanzi e sceneggiature.

CHI L’HA VISTO? Sulla fine di Majorana rimase sempre una certa curiosità e fu oggetto di presunti avvistamenti in anni diversi. Negli Anni ’70 si disse fosse stato visto in Sicilia,  mentre vagabondava per le strade di


REALY EASY STAR (3)

Ricerche

Ritratto di Majorana, il 31enne scienziato catanese sparito nel 1938. Sopra, l’annuncio durante le ricerche dello scomparso. In alto, un articolo del 1959 con alcune rivelazioni.


La strana fine di Ippolito Nievo

L

a vicenda di Ippolito Nievo (sopra) getta da sempre una luce sinistra sulle fasi cruciali dell’Unità d’Italia. Nato a Padova nel 1831, dopo aver preso parte giovanissimo ai moti del 1848, Nievo si era unito ai Cacciatori delle Alpi nella Seconda guerra di Indipendenza, e aveva poi indossato la camicia rossa partecipando alla spedizione dei Mille di Garibaldi. Non era soltanto uno scrittore e un poeta patriottico: era anche un esperto di diritto e contabilità e per questo fu incaricato di gestire le finanze dei volontari garibaldini. In Sicilia compilò un diario annotando con precisione maniacale tutti i fatti del maggio 1860, i fondi, le spese, il numero di arruolati volontari. Finanza oscura. Poco prima della proclamazione del Regno d’Italia furono mosse accuse alla gestione dell’impresa, e Garibaldi lo incaricò di tornare sull’isola per documentare la gestione finanziaria della spedizione dei Mille. Nievo si imbarcò a Napoli e raggiunse Palermo, dove riempì sei casse di documenti da consegnare al Parlamento di Torino. Ma sulla via del ritorno, nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1861, il piroscafo sul quale viaggiava si inabissò improvvisamente, senza lasciare alcun superstite. Nievo morì insieme ad altre 80 persone, e nel naufragio scomparve per sempre anche la documentazione che aveva raccolto. Un’inchiesta ministeriale stabilì che la tragedia era stata causata da un incendio dei motori del piroscafo. Tuttavia la spiegazione apparve da subito poco convincente, alimentando l’idea di un attentato compiuto per distruggere prove compromettenti.

Gli altri ragazzi

Gli scienziati che lavorarono con Majorana. Da sinistra: Oscar D’Agostino, Emilio Segré, Edoardo Amaldi, Franco Rasetti ed Enrico Fermi.

Fu rapito dai nazisti? O scappò in Argentina e Venezuela e visse fino alla morte sotto mentite spoglie? Mazara del Vallo (Trapani). Ipotesi su cui indagò anche il magistrato Paolo Borsellino, nel 1988, smontandola. Ma il mistero continua e in anni recenti il giallo si è arricchito di nuovi, clamorosi sviluppi e non senza alcuni colpi di scena. Nel 2008, durante la trasmissione televisiva Chi l’ha visto?, un italiano emigrato in Venezuela negli Anni ’50 sostenne di aver conosciuto un uomo che, a suo dire, era Majorana. E a conferma della sua testimonianza portò una fotografia che lo ritraeva con lui, scattata nel 1955. Sulla vicenda indagarono i Carabinieri del Ris

(Reparto investigazioni scientifiche). L’ipotesi fu sostenuta poi anche dal libro d’inchiesta La seconda vita di Ettore Majorana (Chiarelettere), uscito nel 2016, nel quale gli autori, i giornalisti Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini, ricostruiscono la presunta vita clandestina del fisico in Sud America, avvalendosi di nuovi documenti e testimonianze. Secondo i tre giornalisti lo scienziato visse sotto falsa identità (signor Bini) in Argentina e in Venezuela, dove continuò a studiare fisica ed ebbe una compagna.

Studente

La tessera dell’Università di Roma di Majorana. Nel 1924 si iscrisse alla facoltà di Ingegneria ma poi, convinto dall’amico Segré, passò a Fisica.


Jimmy Hoffa: il mistero del cadavere

J

negli Stati Uniti e in Canada – era il più grande sindacato americano, con circa 1,5 milioni di iscritti. Amicizie pericolose. Col tempo Hoffa aveva iniziato anche a intrattenere rapporti con la mafia ed era rimasto coinvolto in numerosi processi. Le sue presunte attività illecite vennero indagate a lungo per volere del presidente John F. Kennedy, che secondo alcuni sarebbe poi stato ucciso proprio su ordine del potente sindacalista. Hoffa finì in carcere per corruzione nel 1964, con una condanna a 15 anni, ma nel 1971 fu graziato dall’allora presidente Richard Nixon. Il ritorno sulle scene fu il preludio della sua scomparsa. Nel corso degli anni numerosi sono stati gli indizi venuti fuori e le piste seguite (rivelatesi false) per trovare il suo corpo, ma le ricerche non hanno mai avuto alcun esito. E la vicenda di Hoffa non poteva non affascinare Hollywood: è del 1992

il film Hoffa-Santo o mafioso? di Danny De Vito, con Jack Nicholson nei panni del sindacalista. Nel 2019 dovrebbe uscire The Irishman, diretto da Martin Scorsese, che vedrà Robert De Niro interprete del mafioso Frank Sheeran, detto “l’irlandese”, che prima di morire, nel 2003, confessò di aver ucciso Jimmy Hoffa.

REALY EASY STAR (6)

immy Hoffa (a destra), il più potente e controverso sindacalista della storia degli Stati Uniti, fu visto per l’ultima volta il 30 luglio del 1975, nel parcheggio di un ristorante nei sobborghi di Detroit. Era lì per incontrare due figure legate alla criminalità organizzata: secondo la ricostruzione dell’Fbi, furono proprio loro a farlo uccidere per impedirgli di tornare alla guida del sindacato degli autotrasportatori, che ormai era sotto l’influenza della mafia. Il suo corpo non fu mai ritrovato e, dopo sette anni, nel 1982 fu dichiarato ufficialmente morto. Due settimane prima della sua scomparsa, i federali avevano scoperto che centinaia di milioni di dollari erano stati sottratti dalle casse del principale fondo pensionistico del sindacato. Negli Anni ’50, sotto la guida di Hoffa, l’International Brotherhood of Teamsters – sigla che rappresenta tuttora gli autotrasportatori

Emigrato

A lato, lo scienziato (seduto al tavolo) in una foto dell’epoca. Sotto, il presunto Majorana (a destra) con Francesco Fasani, che nel 2008 si rivolse alla trasmissione tv Chi l’ha visto? dicendo di averlo conosciuto nel 1955 in Venezuela.

MOTIVI PERSONALI. Lo stesso anno fu pubblicato un saggio scritto da un discendente di Majorana, Stefano Roncoroni, basato su documenti familiari privati. Nel testo Il mistero irrisolto della scomparsa di Ettore Majorana, l’autore afferma che il fisico catanese morì in Italia poco dopo la scomparsa, ipotizzando che dietro l’allontanamento volontario ci fossero stati dissidi con la famiglia legati alla sua omosessualità. Di fatto, il numero incalcolabile di libri, inchieste, documentari, dibattiti e trasmissioni televisive che sono stati prodotti in questi ottant’anni non sono riusciti a risolvere un mistero che già Pier Paolo Pasolini aveva definito “una vicenda che non si potrà mai chiarire”. • Riccardo Michelucci 57

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PRIMO PIANO All’origine della leggenda, cinque aerei misteriosamente spariti 72 anni fa. FL

Oceano

Atlant

ico

IDA

American Navy Avengers, aerosiluranti impiegati nel Pacifico nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale: erano gli stessi modelli di velivoli del Volo 19.

Bermuda

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“Fratelli” combattenti

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Miami

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Puerto Rico

oveva essere un banale volo di addestramento. Si trasformò in uno dei misteri irrisolti dell’aviazione militare e diede vigore alla famosa leggenda del Triangolo delle Bermude, un’ampia zona nell’Atlantico con un’altissima concentrazione di sparizioni senza motivo apparente. Alle 14 e 10 del 5 dicembre 1945 una squadriglia di 5 velivoli Grumman TBF Avengers, il Volo 19, partì da una stazione aeronavale di Fort Lauderdale, in Florida, per un’esercitazione di 3 ore. Secondo i piani, gli aerei dovevano allontanarsi dalla Florida verso est per 90 chilometri, in direzione delle Bahamas, sganciare bombe di prova e fare ritorno alla base. Il comandante del Volo 19 era il tenente Charles C. Taylor, un veterano della Seconda guerra mondiale e un pilota con oltre 2.500 ore di volo. Tutto andò come previsto fino al termine della prova di

NEL TRIANGOLO

MALEDETTO

60

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GETTY IMAGES

Inghiottiti?

Foto di gruppo della leggendaria squadriglia del Volo 19 alla fine del 1945. La scomparsa nel nulla di cinque loro velivoli con 14 aviatori fu il primo caso per cui si parlò di strani fenomeni nel Triangolo delle Bermuda, evidenziato in rosso nella cartina (in alto).


IPOTESI FANTASIOSE. Un’ora dopo, mentre cresceva la furia dell’oceano e la visibilità peggiorava, una coppia di idrovolanti PBM Mariner partì alla ricerca della squadriglia. Ma anche questa missione finì in tragedia: uno di loro scomparve improvvisamente dal radar e si ritiene che sia esploso, data la propensione a incendiarsi di questi apparecchi, soprannominati “bombole a gas volanti”. Il giorno successivo la Marina inviò più di 300 tra barche e aerei per cercare i velivoli spariti, ma non se ne trovò traccia. Secondo il rapporto ufficiale, gli aerei erano scomparsi “come se fossero volati su Marte”. Alcuni mesi dopo la sciagura, un rapporto ufficiale di 500 pagine attribuì la colpa del disastro a “cause sconosciute”. La prima stesura del documento, che indicava in Taylor il responsabile dell’accaduto per “aberrazione mentale”, era stata osteggiata dalla madre del pilota, che rimproverava alla Marina di formulare accuse senza poter fornire prove, come per esempio i corpi degli aviatori. Oggi, l’ipotesi più probabile è che i velivoli siano caduti in mare dopo aver finito il carburante.

Restano comunque molti interrogativi. Per esempio: come mai le due bussole dell’apparecchio di Taylor smisero di funzionare? Come mai il comandante non aveva un orologio di bordo per misurare il tempo di volo? Come poteva un pilota esperto confondere la zona su cui si trovava con un’altra molto più distante? La parte più curiosa della storia del Volo 19 sono proprio le interpretazioni date dell’accaduto.

FATTI E LETTERATURA. La più nota si deve al giornalista Vincent Gaddis che, in un articolo uscito sul giornale americano Argosy, nel 1964, parlò per la prima volta del “mortale Triangolo delle Bermuda”, riconducendo al nefasto influsso della zona, legato a fattori soprannaturali, una serie di incidenti registrati nel corso dei secoli (già Cristoforo Colombo aveva notato strani fuochi e alterazioni della bussola). “La misteriosa minaccia che infesta l’Atlantico lungo la costa sud-est”, scriveva Gaddis, “ha fatto 2 nuove vittime (si riferiva a due aerei cisterna della Us Force spariti il 28 agosto 1963, ndr). Prima che questo articolo sia stampato potrà colpire ancora, ingoiando una nave o un aereo, o lasciando dietro di sé un vascello abbandonato senza vita a bordo”. Sfruttando il clamore suscitato da un successivo libro di Gaddis, Invisible Horizon (1974), lo scrittore Charles Berlitz pubblicò Bermuda, il triangolo maledetto, un bestseller da 20 milioni di copie in 30 Paesi, in cui sosteneva che navi e aerei sarebbero stati inghiottiti da una potente fonte di energia, in grado di influire sugli strumenti di bordo e di generare sparizioni altrimenti inspiegabili. Sulla scia di Berlitz, altri scrittori ipotizzarono che gli incidenti fossero legati all’attraversamento di una “porta di accesso“ verso un’altra dimensione, o causati dai rapimenti degli alieni. La tesi degli Ufo, in particolare, fu ripresa nel film Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) di Steven Spielberg: nelle scene iniziali, i 5 apparecchi vengono ritrovati intatti nel deserto di Sonora, in Messico. In quelle finali, dall’astronave aliena appena atterrata scendono i membri degli equipaggi dispersi. E dire che nel 1975 il giornalista Lawrence D. Kusche, autore di Il

Triangolo delle Bermuda - Il mistero risolto, aveva già evidenziato le falle del racconto di Berlitz, che in molti punti non coincideva con le testimonianze delle persone coinvolte negli incidenti. Nello stesso anno il periodico Usa Fate pubblicava un rapporto della compagnia assicurativa Lloyd: incaricata di studiare le perdite di mezzi nell’area, la società non aveva rilevato che fossero più numerose che altrove. L’alto numero di incidenti nel Triangolo andava semplicemente correlato all’intensità del traffico aereo e navale in quella parte dell’oceano. La sorte del Volo 19? Probabilmente dipese da un errore umano. I corpi e i relitti mai ritrovati? Le acque della zona sono molto profonde. Eppure, ogni volta che lì sparisce un aereo o una nave, si torna a parlare del “Triangolo maledetto”. Il fascino del mistero è più forte delle spiegazioni razionali. • Elisa Venco

Earhart: caso chiuso

C

i sono voluti 77 anni per risolvere il mistero della fine della pilota Amelia Earhart (sotto), una delle donne più famose del XX secolo. Nel 1937 Earhart partì per il suo secondo tentativo di giro del mondo, ma sparì nel nulla vicino all’isola di Howland, nel Pacifico. Il National Geographic ipotizzò che fosse stata imprigionata dai giapponesi come spia e poi giustiziata o morta di malattia. Nel 2014 però un team di ricercatori dell’International Group for Historic Aircraft Recovery stabilì che un pannello di alluminio recuperato nei pressi dell’atollo di Nikumaroro proveniva dal suo velivolo (una foto del 1937 lo dimostra). Il bimotore quindi era “solo” precipitato.

ALAMY/IPA

bombardamento. Ma subito dopo Taylor comunicò alla base che le bussole del suo aereo non funzionavano e che per lui la squadriglia stava volando nella direzione sbagliata. Taylor era sicuro di trovarsi sopra le isole Florida Keys, poco sotto Miami: in questo caso, puntando verso nord, avrebbero potuto raggiungere la Florida in 20 minuti. Ma non erano le Keys, si trovavano a 300 km più a est, e la squadriglia pertanto si mosse verso il mare aperto. Gli allievi sembravano aver capito che il comandante aveva preso un abbaglio, perché uno di loro esclamò alla radio: “Dannazione. Se solo volassimo verso ovest, torneremmo a casa”. Ma lo seguirono tutti, per non macchiarsi di insubordinazione. Così si inoltrarono verso l’oceano, e quando finalmente Taylor ordinò la virata a ovest gli aerei avevano già consumato parecchio carburante. Alle 18 e 20 il comandante comunicò alla squadriglia: “Tutti gli aeroplani si avvicinino. Dobbiamo resistere fino all’atterraggio... Quando il primo aereo scenderà sotto i 10 galloni (38 litri) andremo giù tutti assieme”. Poi, il silenzio.


PRIMO PIANO Un diplomatico, Napoleone e un cameriere al centro di un

INGHIOTTITO B

BRIDGEMAN/MONDADORI PORTFOLIO

enjamin Bathurst rabbrividì. Era una serata fredda e una folata gelida gli ricordò che aveva lasciato il cappotto nella locanda. Lo avrebbe recuperato dopo: prima si avvicinò al suo cocchio, attraversando il cortile fangoso, per vedere se tutto era pronto per la partenza. Il suo segretario personale, sulla porta del Cigno bianco, stava pagando il conto all’oste. Distrattamente vide la sagoma di Bathurst muoversi nella penombra: aveva girato intorno alle teste dei cavalli, poi la carrozza l’aveva nascosto alla sua vista. Aspettò di vederlo sbucare dalla parte opposta, ma niente. Una strana inquietudine gli salì dallo stomaco insieme allo stufato. A lunghe falcate raggiunse il cocchio: era vuoto. Aspettò un’ora, poi diede l’allarme. “Più banale

Missing!

Ritratto del giovane diplomatico Benjamin Bathurst svanito nel nulla a 25 anni. Sullo sfondo, Veduta di Vienna dal Belvedere realizzata da Bernardo Bellotto (1721-1780).


intrigo senza certezze. A parte la scomparsa del protagonista.

DALLA NOTTE MISSIONE SEGRETA. Entrambe le nazioni si erano già scontrate senza fortuna con la Francia (ormai da quattro anni potenza egemone in Europa), ma l’imperatore d’Austria Francesco II decise di accettare di nuovo la sfida. Un successo per Bathurst, ma l’ennesima sconfitta per il monarca: ad aprile, Napoleone reagì rapidamente al suo attacco, in un mese prese la capitale austriaca e a luglio ottenne la vittoria definitiva nella battaglia di Wagram. Francesco II non ebbe altra scelta che avviare le trattative di pace. Ormai il soggiorno di Bathurst a Vienna si era fatto troppo pericoloso e il diplomatico, richiamato in patria, decise di viaggiare sotto falso nome. Il barone de Koch, mercante, e il corriere tedesco Fischer (in realtà il suo segretario Herr Krause) scelsero la strada per Amburgo: da lì si sarebbero

imbarcati per l’Inghilterra, se quel famoso 25 novembre non avessero deciso di fermarsi alla stazione di posta di Perleberg per cambiare i cavalli. Questa cittadina di campagna, tremila abitanti appena, sul confine occidentale della Prussia (sulla carta, alleata della Francia), all’epoca pullulava di banditi, sbandati e rivoluzionari tedeschi. Una ragione in più per aspettare al caldo, si dissero i due britannici, dirigendosi nella vicina locanda: il Cigno bianco. Ma Bathurst era molto agitato: «Sapeva di non essere al sicuro a Perleberg. I francesi erano troppo vicini, decise quindi di ritardare la partenza fino alle 21, sperando che l’oscurità li proteggesse», scrive lo storico e giornalista inglese Mike Dash, che ha indagato a fondo sulla vicenda. Non solo: dopo essersi rifocillato, il diplomatico si presentò al capitano 

LEEMAGE/MONDADORI PORTFOLIO

e comune è un delitto, più difficile è venirne a capo”, scriveva Arthur Conan Doyle, il papà di Sherlock Holmes. E non aveva torto. Prova ne è il curioso caso di Benjamin Bathurst, scomparso ad appena 25 anni d’età, a un migliaio di chilometri da casa, il 25 novembre 1809. Chi era? E cosa gli capitò davvero quella notte? La prima risposta è senz’altro la più facile: terzo figlio del vescovo di Norwich Henry Bathurst, marito di Phillida Call e padre della piccola Emmeline, Benjamin era un rampante diplomatico londinese. Per soddisfare la seconda domanda, invece, bisogna risalire all’inizio del 1809, quando il segretario agli Affari esteri spedì il giovane a Vienna, per una missione molto delicata: ricostruire l’alleanza fra la Gran Bretagna e l’Impero austriaco contro Napoleone Bonaparte.

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Benjamin nella fantascienza o troviamo galleggiare nella “fessura tra gli universi”, insieme all’astronave dei protagonisti di Into the alternate universe (1964) di Arthur Bertram Chandler. È il trastullo sessuale della crudele Juliette, in Un giocattolo per Juliette (1967) di Robert Bloch, e un cospiratore antinapoleonico nel futuro immaginario di Time Echo (1959) di Lionel Roberts. Benjamin Bathurst ha ispirato, con la sua storia senza finale, molti scrittori di fantascienza, che lo hanno inserito come personaggio nei loro racconti. Fantastoria. Ma c’è anche chi ha voluto dare una (im)possibile spiegazione: l’inglese Henry Beam Piper, autore di He Walked Around the Horses (1948), immaginò che l’uomo fosse finito in un universo parallelo. In quel mondo, la Rivoluzione americana e quella francese erano state un fallimento, le guerre napoleoniche non erano mai cominciate e Napoleone era un ufficiale di re Luigi XVI. Nessuna salvezza comunque per Bathurst, che nel libro viene ucciso durante un tentativo di fuga.

PHOTO JOSSE/LEEMAGE

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La fine del diplomatico resta un enigma. Assassinato Klitzing, governatore di Perleberg e comandante della locale guarnigione prussiana, chiedendo una scorta. Tremava al punto che il militare gli assegnò due dei suoi corazzieri. In parte rasserenato, Bathurst si ritirò in un angolo tranquillo della locanda, per lavorare alla sua corrispondenza. Molti avventori lo videro scrivere alcune lettere, gettarne altre nel fuoco e tirar fuori spesso il suo bell’orologio d’oro. Alle sette congedò i corazzieri e un paio di ore dopo scomparve.

INDAGINI. Klitzing fece controllare il letto del vicino fiume Stepenitz: il corso d’acqua, però, non restituì alcun corpo. Al contrario, la perquisizione del villaggio casa per casa diede qualche frutto: nascosto nel fienile della famiglia Schmidt, i soldati trovarono il cappotto di zibellino di Bathurst. August Schmidt lavorava come stalliere nel cortile del Cigno bianco, il giorno in cui l’inglese era scomparso, ma fu sua madre, a propria volta impiegata nella locanda, a confessare di aver preso il prezioso indumento nel locale. Morale: entrambi si fecero otto giorni di carcere per furto e poi se ne tornarono 64

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a casa. Il 16 dicembre ci fu l’ultimo, inquietante, ritrovamento: tre miglia a nord della città, nei boschi vicino a Quitzow, due donne uscite a far legna recuperarono un paio di pantaloni grigi. Appartenevano a Bathurst: in una tasca c’era una lettera fradicia, scarabocchiata a matita e indirizzata a sua moglie, in cui Benjamin diceva di temere un certo “D’Antraigues” e di dubitare del suo ritorno a casa. Quasi a confermare quelle parole, due fori di proiettile su una gamba dei calzoni. Nessuna traccia di sangue, però, il che significava che quando quei buchi erano stati fatti, il malcapitato non indossava più le sue brache. «È possibile che gli Schmidt fossero innocenti e che Bathurst avesse lasciato il suo cappotto nella locanda prima di scomparire, ma la scoperta dei pantaloni sembrò confermare, per le autorità, il sospetto che l’uomo fosse stato ucciso. E che gli assassini tentassero di far cadere la colpa sui francesi», prosegue Dash.

LA MOGLIE. Giusto in quei giorni, la notizia che Benjamin era svanito nel nulla giunse a Londra, insieme al segretario Krause. A quel punto

nessuno riuscì a fermare la giovane moglie, Phillida: la donna andò a Perleberg, ma ogni ulteriore ricerca fu vana. Non le rimase quindi che attaccarsi proprio al racconto del conte D’Antraigues: secondo l’uomo, un agente doppiogiochista che lavorava per Napoleone, suo marito era stato sequestrato da un gruppo di soldati francesi e incarcerato nella vicina fortezza di Magdeburgo, perché era in possesso di alcuni documenti segreti. A Phillida, che lo incalzava, il governatore di Magdeburgo rispose che si trattava solo di chiacchiere. Ma i giornali britannici sposarono subito la tesi del coinvolgimento napoleonico. «I servizi segreti francesi erano certamente attivi nelle vicinanze di Perleberg ed erano già stati accusati di aver rapito un altro diplomatico britannico ad Amburgo», nota Dash. Così la moglie di Benjamin decise di puntare in alto: con uno speciale salvacondotto raggiunse Parigi, dove ottenne udienza da Napoleone. L’imperatore, affabile, le disse di non saper nulla di suo marito e si offrì di aiutarla nelle indagini. Ma ormai non c’era più nulla da indagare. O almeno così sembrò allora. Ben 42


Missione diplomatica Francesco II d’Austria. Bathurst era stato inviato a Vienna per incontrare l’imperatore.

HERITAGE IMAGES/GETTY IMAGES

Il vero responsabile? Napoleone nella battaglia di Wagram (1809) in un dipinto di Carle Vernet.

da un avido cameriere o fatto rapire da Napoleone?

Top secret

A sinistra, l’arresto del conte D’Antraigues. Sotto, la piazza del mercato di Perleberg.

1809. E, nonostante il povero impiego, era riuscito a dare alle sue figlie due ricche doti. Era stato lui a rapinare e uccidere il diplomatico, d’accordo o meno con Schmidt? O il vero colpevole fu Napoleone? E se invece, come si mormorava a Berlino, Bathurst impazzito, si fosse suicidato? A queste domande no, la risposta non c’è. • Maria Leonarda Leone

ALAMY/IPA

La sorella di Bathurst, Tryphena Thistlethwayte, affermò che non poteva essere suo fratello, dato che al teschio mancava il suo nobile naso romano (non sapeva forse che la cartilagine nasale non si conserva dopo la morte). Ma le autorità fecero un’interessante scoperta: uno dei vecchi proprietari della cantina, un certo Mertens, lavorava come cameriere al Cigno bianco nel

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anni dopo, invece, il 15 aprile 1852, a Perleberg saltò fuori uno scheletro sepolto nella cantina di una casa in demolizione, a 300 passi dal Cigno bianco. L’uomo era stato ucciso con un violento colpo alla nuca, poi spogliato e bruciato: i denti perfetti e curati dimostravano però che in vita il poveretto doveva aver avuto a disposizione parecchio denaro.

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PRIMO PIANO

MORTI

Morbi inspiegabili, omicidi senza mandanti.

DRACONE (VII secolo a.C.)

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crisse – si dice – le sue norme con il sangue, eppure Dracone (o Draconte), primo legislatore di Atene, fu molto apprezzato dai suoi concittadini. Così apprezzato da lasciarlo senza fiato, letteralmente. Si racconta infatti che un giorno a Egina, durante uno spettacolo teatrale, si tenne una cerimonia per onorarlo. Ma uno dei modi greci per manifestare apprezzamento era lanciare mantelli e cappelli. Quella volta avrebbero davvero esagerato: i troppi abiti coprirono Dracone fino a soffocarlo e a provocarne la morte.

ESCHILO (V secolo a.C.)

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n oracolo gli aveva predetto che sarebbe morto per un proiettile dal cielo. Ma nessuno poteva immaginare che cosa davvero sarebbe successo a Eschilo, il primo grande tragediografo ateniese, cantore delle vittorie contro i Persiani, oltre che combattente egli stesso. Nulla poté quando – secondo la tradizione – dall’alto un’aquila lasciò cadere una tartaruga che gli fracassò la testa. I Greci credevano che le aquile frantumassero così i carapaci degli animali per potersene cibare. Quella volta l’aquila avrebbe scambiato per una pietra il cranio di Eschilo, che era calvo.

ALESSANDRO MAGNO (356-323 a.C.)

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he cosa uccise Alessandro Magno a soli 33 anni? Il condottiero una sera, durante un banchetto a Babilonia, si sentì male e nel giro di qualche giorno morì. Fin dall’antichità si pensò a un veleno. A volerlo morto d’altronde erano in tanti, a partire da alcuni suoi generali delusi dal suo atteggiamento aperto ai “barbari”.

Per qualcuno invece era stato solo un virus. Recentemente due ricercatori americani hanno suggerito che si sarebbe trattato di quello dell’encefalite del Nilo Occidentale, una malattia che colpisce gli uccelli. Lo storico Plutarco racconta che dei corvi caddero morti ai piedi di Alessandro alla sua entrata in Babilonia.


ILLUSTRI A volte dietro alla fine dei grandi c’è più di un mistero.

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A cura di Aldo Bacci

GERMANICO (15 a.C.-19 d.C.)

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iulio Cesare Germanico, nipote e figlio adottivo di Tiberio, era amato da tutti, o quasi. Si dice infatti che la sua popolarità suscitasse l’invidia proprio del padre adottivo Tiberio, che lo precedeva nella linea di successione. All’età di 34 anni fu colpito da una malattia letale durante una missione in Siria nel corso della quale era entrato in conflitto con il proconsole Calpurnio Pisone: secondo Tacito, fu proprio Germanico, sul letto di morte, ad accusare l’uomo e sua moglie, contro i quali fu avviato un processo. La coppia fu prosciolta. Secondo alcuni dietro l’omicidio c’era la mano proprio di Tiberio.

SCIPIONE EMILIANO (185-129 a.C.)

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u il vincitore di Cartagine (a destra, la conquista della città punica “vista” nel ’700), ma la sua morte è un giallo irrisolto. Publio Cornelio Scipione Emiliano era nipote adottivo di Scipione l’Africano e nessuno aveva più prestigio di lui a Roma. Il giorno della morte doveva tenere un cruciale discorso: aveva bloccato la

riforma agraria voluta dai Gracchi, fratelli della moglie Sempronia, e doveva spiegare le sue motivazioni. Fu invece trovato cadavere, con segni di strangolamento intorno alla gola. I sospetti caddero sui seguaci dei Gracchi e, secondo Cicerone, su Sempronia stessa. L’assassinio però non fu mai dimostrato.


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A uccidere l’imperatore Claudio fu l’ingestione di funghi velenosi. Serviti dalla moglie?

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CLAUDIO (10 a.C.-54 d.C.)

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li intrighi per la successione al trono sono una fabbrica di morti misteriose. Dalla regola non esula l’antica Roma, imperatore Claudio incluso. Studioso dallo scarso appeal militare, fu acclamato dai pretoriani dopo la morte di Caligola, e a metterlo in difficoltà furono le mogli. Ne ebbe quattro, e tra queste le chiacchieratissime Messalina (fatta uccidere per i ripetuti tradimenti) e Agrippina. Istigato da quest’ultima, tolse Britannico, figlio avuto da Messalina, alla successione al trono per preferirgli Nerone, figlio di Agrippina che aveva adottato. Secondo Svetonio, Claudio in seguito si sarebbe pentito di aver danneggiato il proprio figlio, ma non fece in tempo a rimediare: morì per aver mangiato funghi velenosi, che forse gli aveva servito Agrippina.

ARIO (256-336 d.C.)

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na punizione divina per la sua eresia, ha pensato qualcuno. Un avvelenamento da parte dei suoi rivali spirituali ma anche temporali, hanno ipotizzato diversi studiosi moderni. Oppure un avvelenamento involontario o solo una malattia o un malore improvviso. Fatto sta che la morte di Ario è stata tanto terribile quanto poco nobile. Era stato il teologo berbero a propugnare il più forte pensiero alternativo al cristianesimo ufficiale, sancito dal Concilio di Nicea del 325: per Ario, Gesù non stava sullo stesso piano di Dio e non aveva natura divina. Un giorno, secondo il racconto dello storico coevo Socrate Scolastico, mentre Ario stava camminando per il foro di Costantinopoli fu colto da una intensa diarrea, che gli provocò emorragie fino al collasso e alla morte.


MONTEZUMA (1475-1520)

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on bastava detronizzarlo, imprigionarlo, ucciderlo. All’ultimo vero imperatore degli Aztechi fu rubata anche la memoria. Secondo la versione ufficiale, nel 1520 il sovrano fu lapidato a morte dalla sua stessa gente per essere stato troppo accondiscendente con i conquistadores spagnoli. Quando la folla azteca assalì il palazzo reale di Tenochtitlán dove erano asserragliati i conquistadores, l’imperatore si sarebbe affacciato al balcone per calmarla, e per questo sarebbe stato colpito dai suoi. Esiste però anche un’altra versione, accreditata dagli esperti del British Museum: sarebbero stati gli stessi uomini di Hernán Cortés a ucciderlo perché lui voleva scappare rifugiandosi proprio tra la sua gente. Lo avrebbero assassinato colandogli in bocca oro fuso.

FRANÇOIS VILLON (1431-?)

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rançois Villon ebbe una vita avventurosa e il suo successo letterario – con opere scritte soprattutto in carcere – arrivò solo alcuni anni dopo la sua scomparsa. “Scomparsa” in senso letterale: di lui infatti a un certo punto non si seppe più nulla. Cosa forse non rara all’epoca per molte persone comuni, ma Villon non lo era. Era anzi piuttosto noto, prima di tutto alle cronache. Fu arrestato almeno in quattro occasioni, andò in esilio tre volte, uccise un prete e svaligiò il Collège de Navarre a Parigi. Fu persino condannato a morte, ma sfuggì all’esecuzione, grazie all’intervento del parlamento della capitale francese. Aveva 31 anni, e fu bandito per dieci dalla sua città. Da allora di lui non si ebbero più notizie. Nessun documento testimonia la sua morte né ci sono prove delle dicerie che lo volevano chi in Inghilterra, chi nel Poitou (Francia Occidentale) e chi in Italia.

... E LORO COME MORIRONO? Tommaso d’Aquino (1274): caduto da cavallo, ma per Dante forse fu assassinato per motivi politici.

Giovanni Borgia (1497): venne assassinato, ma il delitto fu senza testimoni e i dettagli mai scoperti.

Clemente VII (1534): lo uccisero funghi velenosi o forse l’arsenico messo da qualcuno nelle candele.

Edgar Allan Poe (1849): che cosa uccise lo scrittore? Malattia, alcolismo o un delitto (come sospettato)?

WOLFGANG AMADEUS MOZART (1756-1791)

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er il medico e musicologo francese Lucien R. Karhausen, sono quasi 140 le cause cui è stata attribuita la morte di Mozart a soli 35 anni. La più nota (e ormai screditata) è quella che il precoce genio musicale fosse stato assassinato dal collega e concorrente Antonio Salieri. Si è poi pensato all’avvelenamento da parte di nemici, dai gesuiti ai massoni, oppure dallo sconosciuto emissario del committente che gli ordinò il suo ultimo lavoro, l’incompleto Requiem. Forse però fu la combinazione di alcuni farmaci che assumeva per curarsi. Di che cosa soffriva? All’epoca gli fu diagnosticata una febbre miliare acuta (un tipo di infezione tubercolare). Uno degli studi più attendibili fa riferimento a una sindrome nefritica, complicanza renale di un’infezione da streptococco.

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PRIMO PIANO SAPERNE DI PIÙ

PAUL FEARN / ALAMY STOCK PHOTO

I SEGRETI NELLE TOMBE

Da Alessandro Magno a Hitler: gli storici indagano sulla fine dei grandi. La piccola morte di Alessandro il Grande. La fine di un eroe tra storia e mito Ernesto Damiani (Marsilio) Per capirci di più sulla morte di Alessandro Magno, l’autore ha analizzato sia le fonti antiche sia la letteratura medico-scientifica recente. Ne è risultata un’indagine approfondita (e lontana da fantasiose ricostruzioni) degli ultimi giorni del sovrano macedone.

Sulle tracce di Hitler Abel Basti (Eden Editori) La tesi (molto controversa) del giornalista argentino – che da vent’anni pubblica libri sul tema – è che il 30 aprile 1945 Adolf Hitler non si sparò alla testa nel suo bunker. Morì molti anni dopo a San Carlos

de Bariloche, una cittadina della Patagonia, dove aveva vissuto sotto falso nome. Le prove? Per esempio un rapporto dell’Fbi in cui si indica come l’Argentina non abbia mai risposto ufficialmente all’accusa di aver coperto la fuga del Führer. Nel libro tutta la ricostruzione della vicenda, secondo Basti.

Gli ultimi giorni di Hitler. Come muore una dittatura Hugh Trevor-Roper (Bur) Lo storico Hugh Trevor-Roper (durante la Seconda guerra mondiale, agente dell’intelligence britannica) ricostruisce minuto per minuto il crollo dell’impero tedesco grazie alle deposizioni e alle memorie dei protagonisti e dei testimoni sopravvissuti.

La Storia raccontata in queste pagine rivive anche in tv. Hunting Hitler 3

Riparte l’indagine su una delle teorie più controverse del XX secolo: la fuga di Adolf Hitler (a destra) in Argentina pochi giorni prima della fine della Seconda guerra mondiale. In questa terza stagione l’ex agente della Cia Robert Baer e il suo team utilizzano un approccio investigativo inedito, cercando nuovi indizi e mappando la rete d’influenza nazista sopravvissuta alla fine del Terzo Reich. Rete che avrebbe potuto aiutare il Führer a fuggire e cambiare identità. Dal 21 febbraio alle 21:00 70

Pier Paolo Pasolini davanti alla tomba di Antonio Gramsci.

La seconda vita di Ettore Majorana Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini (Chiarelettere) Nel libro gli autori, Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini, ricostruiscono con nuovi documenti e testimonianze la presunta vita clandestina del fisico in Sud America. Secondo i tre giornalisti Majorana visse sotto falsa identità in Argentina e in Venezuela, dove continuò a studiare fisica ed ebbe una compagna.

La scomparsa di Majorana Leonardo Sciascia (Adelphi) Sciascia pubblicò questo saggioinchiesta nel 1975: secondo la versione dello scrittore siciliano, Majorana, preoccupato dalle conseguenze che i suoi studi sulla fisica nucleare avrebbero potuto avere in un conflitto (che effettivamente scoppiò un anno dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1938), avrebbe inscenato

il proprio suicidio. Si sarebbe successivamente isolato in un monastero per impedire che la sua ricerca contribuisse agli esiti della guerra.

L’ombra di Mosca sulla tomba di Gramsci e il quaderno della Quisisana Luigi Nieddu (Le Lettere) In un racconto avvincente l’autore cerca la chiave per spiegare i misteri attorno alla morte del fondatore del Partito comunista italiano: suicidio o morte naturale? Al tempo stesso Nieddu ricostruisce la parabola dell’intera vita di Antonio Gramsci e del suo impegno politico chiarendo anche i suoi veri rapporti con il compagno di lotte, Palmiro Togliatti.

Van Gogh: The Life Steven Naifeh e Gregory White Smith (Profile Books, in inglese) La vita (e la morte) del grande artista olandese ricostruite in una monumentale biografia da due premi Pulitzer, in collaborazione con il Van Gogh Museum di Amsterdam.


DOMANDE&RISPOSTE

Queste pagine sono aperte a soddisfare le curiosità dei lettori, purché i quesiti siano di interesse generale. Non si forniscono risposte private. Scrivete a Focus Storia, via Battistotti Sassi 11/a, 20133 Milano o all’e-mail redazione@focusstoria.it

ALAMY/IPA (4)

Una scena di Fantasmagorie (1908), cortometraggio di animazione in cui un piccolo omino stilizzato (in basso, in un altro frame) si muove in un mondo fantastico.

CINEMA

QUALE FU IL PRIMO CARTONE ANIMATO DI SUCCESSO?

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l primato è del cortometraggio Fantasmagorie, creato dal disegnatore francese Emile Cohl e proiettato a Parigi nel 1908. Il cartone dura appena 1 minuto e 40 secondi e mostra un uomo stilizzato in viaggio in un mondo surreale. Fantasmagorie decretò il successo del cinema di animazione, anche se non era il primo in assoluto. Qualche anno prima altri cartoni infatti erano già stati girati, ma senza successo. Tra questi il cartoon Humorous phases of funny faces, sequenza di personaggi comici creata dal disegnatore anglo-americano James Stuart Blackton nel 1906. In Italia la prima sequenza girata usando tecniche di animazione apparve nel 1916 nel film muto La guerra e il sogno di Momi. Il piccolo Momi, dopo aver ascoltato il nonno raccontare storie di guerra, si addormenta e sogna una battaglia tra pupazzi animati. Prima di vedere un lungometraggio animato si dovrà aspettare il 1937, quando fece il suo debutto Biancaneve, il famoso cartone animato creato dal disegnatore americano Walt Disney. (s. z.)

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Domanda posta da Caterina Benedetti.


SETTECENTO

Chi era l’orologiaio che sosteneva di essere re? Domanda posta da Salvatore D’Angelo.

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NOVECENTO

Perché in passato i minatori portavano con loro un canarino?

Domanda posta da Eleonora Milani. ra una sorta di rudimentale segnale d’allarme. Il piccolo uccello infatti, molto sensibile ai gas tossici presenti nel sottosuolo, moriva velocemente quando la concentrazione di questi vapori nocivi superava il livello di guardia, lasciando spesso ai minatori il tempo di salvarsi tornando all’aria aperta. Una pratica che non è più usata da un trentennio, poiché nel tempo i canarini, fortunatamente, sono stati sostituiti da sistemi di allarme automatici. Ma gli uccellini non erano gli unici animali ad aiutare l’uomo nelle viscere della Terra. Nelle miniere muli e cavalli venivano usati per tirare i carrelli, mentre alcuni cani, come i terrier, avevano il compito di tenere lontani i topi. (e. v.)

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PREISTORIA

La specie umana ha mai rischiato l’estinzione?

Raffigurazione di un gruppo di ominidi di migliaia di anni fa.

Domanda posta da Mirko Bellini. ì. Se oggi infatti l’uomo risiede in ogni angolo del pianeta, non è stato sempre così. Nel corso della sua evoluzione ci sono stati periodi in cui la nostra specie era costituita da pochi individui e talvolta ha rischiato di non sopravvivere, come successe centinaia di migliaia di anni fa. Recentemente un team internazionale di scienziati, coordinato dalla Scuola di Medicina dell’Università della California (alla ricerca hanno partecipato anche l’Università di Firenze e il Cnr di Milano), ha studiato le caratteristiche genetiche degli esseri umani arrivando a concludere che 100-200mila anni fa si rischiò seriamente l’estinzione.Malattie e infezioni portarono i nostri antenati al limite critico di 10mila individui (o forse 5mila). E dopo questo episodio ci fu un boom demografico, prima in Africa e poi nel mondo. Secondo i ricercatori l’uomo si salvò grazie a una mutazione

THE LIFE PICTURE COLLECTION/GETT

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genetica. Nel nostro patrimonio, in quel periodo, è avvenuta infatti la inattivazione di geni (ancora oggi attivi negli scimpanzé) responsabili della produzione di proteine utili alla proliferazione incontrollata di agenti patogeni, come Escherichia coli K1 e gli streptococchi di gruppo B. Solo i pochi “fortunati” individui che possedevano questa mutazione genetica, centomila anni fa, furono in grado di sopravvivere e portare avanti la specie. (a. b.)

l suo nome era Karl Wilhelm Naundorff (1785-1845) ed era un orologiaio tedesco che millantava di essere niente meno che il delfino di Francia, Luigi XVII (1785-1795, a destra), figlio di Luigi XVI e Maria Antonietta. Il delfino in realtà morì a soli 10 anni a causa della prigionia e della malnutrizione a cui fu costretto, dopo che i genitori vennero ghigliottinati nel 1793, durante la Rivoluzione francese. Ma per lungo tempo girò voce che, fuggito in segreto, fosse ancora vivo e molti impostori si spacciarono per lui. Tra questi il più caparbio fu proprio Naundorff, quel “re orologiaio”, che riuscì forse a ingannare qualche contemporaneo, ma che recentemente è stato sbugiardato da alcune analisi genetiche sui suoi resti. Per i ricercatori, infatti, non ci sono dubbi: l’orologiaio non era Luigi XVII. (e. v.) Ritratto di un orologiaio del Settecento.

BRIDGEMAN/MONDADORI PORTFOLIO

Una squadra di lavoratori della miniera di carbone di Monckton, nel Regno Unito, negli Anni ’50.

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È IN EDICOLA IL NUOVO FOCUS STORIA COLLECTION

L’America è la grande protagonista del secondo volume dedicato ai grandi imperi che hanno dominato il mondo. Dalle civiltà precolombiane alla nascita degli Stati Uniti, passando per le potenze commerciali e coloniali (Portogallo, Spagna e Olanda), andremo alla scoperta della Storia del continente americano e dei suoi rapporti con il resto del mondo.

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A cura di M. Picozzi e F. Ceccherini

Gli imputati, accusati di eresia, di cui Bernardo Gui si occupò personalmente quando era inquisitore di Tolosa, dal 1308 al 1323.

Senza pietà

Torture durante l’Inquisizione. Sotto, Fahrid Murray Abraham nei panni di Gui nel film Il nome della rosa (1986).

MEDIOEVO

ALAMY/IPA (2)

IL MAESTRO DELL’INQUISIZIONE IL CASO Il 30 dicembre 1331 a Lauroux, piccolo borgo della Languedoc, muore Bernardo Gui, il domenicano francese a cui, nell’immaginario collettivo, vengono attribuite una spietatezza e una disumanità quasi senza eguali. La sua figura è stata narrata anche nel romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa (1980) e interpretata poi nell’omonimo film dall’attore Fahrid Murray Abraham. Nato a Royeres, in Francia nel 1261, a 19 anni prese i voti nel convento dei domenicani di Limoges. A 30 anni era già priore di Albi, poi di Carcassonne e Limoges. Studioso di teologia e filosofia,

titolare di prestigiosi incarichi universitari, Gui è stato uno dei più prolifici scrittori medievali, con un interesse particolare per le compilazioni storiche. Condanne e pene. Ma è soprattutto noto per la sua attività di inquisitore a Tolosa, dove operò dal 1308 al 1323, occupandosi personalmente di 930 imputati. Di questi ne assolse 139, ne condannò al carcere 307, a 143 inflisse la pena di portare su di sé una o più croci e 42 furono da lui condannati a morte e giustiziati. Per diversi anni non emise alcuna sentenza di colpevolezza e anche nell’uso della

tortura l’inquisitore di Tolosa pare non abbia mai ecceduto. Pur tuttavia il priore occupa un posto speciale nella controversa storia della Santa Inquisizione, per il suo testo, un vero e proprio manuale per gli inquisitori, il Practica inquisitionis haereticae pravitatis, a cui si ispirarono altri successivi testi, come quello dei domenicani Heinrich Kramer e Johann Sprenger, il Malleus Maleficarum, pubblicato nel 1486. Per il suo manuale, Gui è passato alla Storia come un efficiente organizzatore dell’Inquisizione, colpevole di morti, orrori e torture, seppur indirettamente.

LE INDAGINI Gli esperti hanno condotto molte indagini storiche per capire il ruolo svolto dal priore francese nell’Inquisizione. E analizzando il suo scritto principale hanno scoperto che, a differenza di quello che si potrebbe pensare, gli interrogatori di Gui non erano poco accurati, anzi usava metodi considerati oggi quasi moderni. Il suo libro ha stupito infatti diversi esperti di interrogatori, poiché fornisce indicazioni su come condurli in maniera efficace ed elenca le domande più opportune da fare, in base all’eresia di cui si era “macchiato” l’imputato, per smascherare la menzogna o per confermare la sua buona fede. Rudimenti di psicologia. Meticoloso più che fanatico Gui scrive: “Come non esiste una sola medicina per tutte le malattie, così non si può usare un

unico metodo nell’investigare, nell’interrogare, nell’esaminare gli eretici e le varie sette, ma per ciascuno occorre usare un metodo particolare. Perciò l’inquisitore, come un prudente medico di anime, deve procedere cautamente, a seconda delle persone che inquisisce. Deve tenere conto della loro qualità, condizione, posizione sociale, stato di salute”. L’inquisitore deve procedere in modo attento, facendo ripetere le testimonianze sotto giuramento e sentendo gli esperti, oltre ad ascoltare “i consigli della sua naturale intelligenza, con l’aiuto di Dio”. Un metodo che, inaspettatamente, ha a che fare con la psicologia, ma che non ha impedito agli inquisitori di mandare a morte tanti, troppi, innocenti, “colpevoli” solo di essere considerati avversi alla dottrina cattolica. 75

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GLI EVENTI E I PRO RACCONTATI DA UN

ALBER

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Dalle agorà greche al D-Day, dai misteri degli Etruschi agli intrighi della corte di Versailles: Alberto Angela, il divulgatore più amato, ci accompagna in un affascinante viaggio nel passato. Rigoroso nell’analisi storica, avvincente nella narrazione.

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Cartoline dall’inferno

Lavori forzati sull’isola in una foto del 1910. Nell’altra pagina, una vista del carcere con le sue minuscole celle e le guardie sempre schierate.


L’Isola del diavolo era un piccolo paradiso al largo della Guyana francese che a metà Ottocento si trasformò in un carcere degno di un girone dantesco.

LA COLONIA GETTY IMAGES

DEI DANNATI

I

mpossibile uscirne vivi: la famigerata Isola del diavolo – insieme alla San Giuseppe e alla Royale una delle tre colonie penali nella Guyana francese, in Sud America – era un buco nero a cui si sfuggiva solo da morti, dopo una serie infinita di umiliazioni. Eppure, paradossalmente, fu istituita a metà Ottocento per riabilitare i detenuti: la risposta illuminata alla barbara pena dei carcerati in catene, così come auspicato dai nuovi valori “partoriti” dalla rivoluzione francese. A inaugurarla nel 1852 fu Napoleone III. Era riservata ai delinquenti comuni condannati a pene brevi o a detenuti politici. Ma diventò

per i malcapitati l’anticamera della morte. I numeri fanno rabbrividire: 10mila i morti solo tra il 1854 e il 1867. Com’è possibile che l’arcipelago della Guyana (e l’Isola del diavolo in particolare) si sia trasformato in un lager a cielo aperto?

GIUNGLA D’ASFALTO. Se è vero il proverbio “di buone intenzioni è lastricato l’inferno”, la storia di queste isole sembra esserne la conferma. Sulla carta avrebbero dovuto essere un gioiello, come Mettray, la colonia agricola istituita nel 1840 in Francia e presentata al pubblico come un riuscito esperimento di riabilitazione

carceraria. Qui a ogni detenuto veniva dato un appezzamento di terra da coltivare offrendogli la possibilità di rifarsi una nuova vita, lontano dalle grandi metropoli: vivere a contatto con il verde, e non con i miasmi delle città, era considerato garanzia di salute fisica e soprattutto mentale. E l’idea non era peregrina: «Il problema del recupero dei detenuti allora era molto sentito: le grandi città, sempre più urbanizzate, si stavano trasformando in un ricettacolo di piccoli delinquenti, aumentando anno dopo anno le sacche di disagio urbano», spiega Stephen Toth nel suo libro Beyond Papillon (University of Nebraska Press). «Se in Francia nel 1821  79

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Nella colonia penale la giornata era scandita da abusi fisici e morali. E non mancavano fame e pidocchi vivevano 6 milioni di abitanti, nel 1900 erano già 16 milioni. Eppure non si assistette a un adeguato miglioramento delle condizioni sociosanitarie». Risultato? Le grandi città divennero luoghi poco sicuri, con spazi insalubri e un sottoproletariato potenzialmente fuori controllo. Chi commetteva un reato, finiva inevitabilmente in una spirale viziosa che lo portava a reiterarlo, anche dopo aver scontato la pena. «A un aumento dei crimini corrispondeva un alto tasso di recidività: dal 1825 al 1837 la crescita fu del 39%. Chi usciva dalle carceri cittadine restava legato ad ambienti criminali». Non c’è da stupirsi quindi se si pensò di risolvere il problema alla radice, spostando qualche miglio più in là i soggetti scomodi, confidando che la vita in campagna li redimesse da ogni male.

VITA INFAME. I primi a essere spediti oltreoceano furono proprio i recidivi, quelli che, più di tutti, avevano bisogno di allontanarsi dalla “civilizzazione corruttrice”. Ma poi vi finirono anche i detenuti politici, come il capitano Alfred Dreyfus, il militare francese ebreo ingiustamente accusato di alto tradimento. Il viaggio per raggiungere il “paradiso” si rivelava sempre un’odissea. I detenuti navigavano su piroscafi, stipati come animali, con razioni misere di acqua e di cibo. Arrivati nella giungla dell’America Centrale le cose non potevano che peggiorare. “Nei campi di prigionia nella foresta i guardiani svegliavano i forzati alle 4:30, quando era ancora buio. Distribuiti gli strumenti di lavoro si andava nella giungla”, raccontò lo scrittore francese René

Ingiustizia

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René Belbenoit durante la prigionia. Nell’altra pagina, una copertina del 1896 dedicata al capitano Dreyfus, detenuto sull’isola.

Belbenoit, uno dei pochi detenuti sopravvissuti al carcere. Uscito negli anni Trenta, pubblicò il suo romanzoreportage negli Stati Uniti con il titolo di Ghigliottina secca. “Quattro giorni a disposizione per imparare il mestiere, chi al quinto non era ancora capace veniva rinchiuso in cella d’isolamento a pane e acqua”. I primi giorni, racconta lo scrittore, i detenuti avevano un solo obiettivo: vendere i propri abiti in cambio di un po’ di tabacco contrabbandato dai secondini. Dopo di che entravano tutti in uno stato di imbarbarimento collettivo. E la vita scorreva tra abusi fisici e morali che ricordano drammaticamente quelli che saranno i campi di lavoro inaugurati dai regimi totalitari del Novecento. Episodi di nonnismo, violenza fisica, abuso sessuale erano all’ordine del giorno. Come i pidocchi, la fame e la miseria.

FUGHE ROCAMBOLESCHE. L’unico modo per preservare un po’ di dignità era accarezzare l’idea di una fuga, impresa quasi impossibile. In tanti ci provarono, pochi ci riuscirono. I galeotti erano sorvegliati da due guardiani infaticabili: il mare e la giungla. L’oceano era infestato da squali e percorso da fortissime correnti, quindi una via di fuga impraticabile. La giungla era una barriera naturale: insetti letali, animali feroci e agguerrite popolazioni indigene rendevano un azzardo mortale attraversarla. La scelta si riduceva tra morire di


Una cartolina di Francis Lagrange, uno dei pochi testimoni sopravvissuti all’infernale esperienza.

Fuga da Alcatraz

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n’altra celebre, e infernale, prigione sorta su un’isola è Alcatraz. Il nome deriva da quello di un uccello marino che popolava il piccolo scoglio nella baia di San Francisco. E i detenuti del carcere di massima sicurezza avranno sicuramente rimpianto di non essere dotati di ali perché il soggiorno sull’isola era un vero incubo. Dal 1934 al 1963 ha ospitato detenuti famosi, come Al Capone. I carcerati, rinchiusi in celle singole e piccolissime, non avevano quasi diritto a visite, e le pene, in caso di cattiva condotta, erano severissime. Chi approdava qui aveva un solo pensiero: scappare. Anche se tutti i tentativi di fuga (ci provarono in 36) furono un fallimento. O quasi. Prigione hollywoodiana. A 16 anni dalla chiusura, nel 1979, uscì il film Fuga da Alcatraz, con Clint Eastwood, che racconta la storia vera di tre carcerati che provarono a fuggire: la pellicola, tratta dall’omonimo libro di J. Campbell Bruce, non racconta come andò a finire, quindi più di cinquant’anni dopo, la sorte dei tre evasi rimane un mistero. Si sono salvati, sono fuggiti in Messico o sono morti in mare? Di sicuro la loro storia ha contribuito a trasformare Alcatraz in un mito. La prigione fu chiusa nel 1963 perché i costi di gestione erano proibitivi: andava rifornita quotidianamente di cibo e acqua, tanto che qualcuno si è azzardato a dire che alle casse dello Stato la prigione costava più di un resort di lusso.

Settanta un celebre film con Steve McQeeen e Dustin Hoffman, raccontò come riuscì a portare a casa la pelle (smentito però dalle autorità francesi che sostengono sia scappato da una prigione continentale, non dalla Guyana). Nel romanzo affermava di essere saltato da una scogliera con due sacchi pieni di noci di cocco come salvagente. E di essere fuggito in Venezuela, dopo essersi nascosto per tre giorni sulla terraferma, grazie all’aiuto di un complice.

LASCIATE OGNI SPERANZA... L’esperimento della colonia d’oltreoceano, lungi dal redimere i detenuti, si rivelò in tutta la sua inefficacia. Il governo francese ci mise quasi 100 anni ad ammetterlo, ma nel 1938 smise di inviare prigionieri e nel 1953 il carcere venne chiuso definitivamente. Quello che resta oggi oltre ai racconti di Belbenoit e al romanzo di Charrière, ammesso che sia attendibile, sono le vivide rappresentazioni di un altro testimone oculare: Francis Lagrange, falsario detenuto sull’isola dal 1931 al 1949 che illustrò l’inferno vissuto sui muri della prigione e dell’ospedale. Una volta scontata la pena, guadagnò qualche soldo illustrando la sua tremenda esperienza su cartoline diventate tristemente famose: altra testimonianza del carcere che doveva redimere i colpevoli e si guadagnò il meritato appellativo di luogo senza Dio. • Giuliana Rotondi

Massima sicurezza Il super-carcere di Alcatraz visto dall’alto.

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malaria, tifo e febbre gialla, o tentare l’evasione sapendo che le possibilità di sopravvivere erano pari a zero. Chi veniva riacciuffato finiva in isolamento. «Nel 1855 l’aspettativa di vita sull’isola era (secondo uno studio dell’epoca) di un anno, sette mesi e sei giorni», prosegue Toth nel suo libro. «Tra il 1852 e il 1854 ci furono 1.721 morti di febbre gialla tra i 6.288 prigionieri. Una cifra enorme rispetto alle morti nelle prigioni urbane, che si attestavano negli stessi anni al 5%». E quei pochi che riuscirono a scappare? Belbenoit ci provò ben 14 volte, sempre senza successo, ma un detenuto, Henri Charrière, riuscì nella disperata impresa. Nel suo romanzo Papillon, diventato poi negli anni

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Desolazione

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I MEDICI

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RINASCIMENTO

fra mito e realtà


Fiction tv, libri, film... La nota famiglia di banchieri fiorentina ci affascina da sempre. Perché? L’abbiamo chiesto a uno storico e a un romanziere che ai Medici ha dedicato un’intera saga.

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affinati collezionisti, geniali strateghi, politici spregiudicati: i Medici hanno dato i natali a papi e regine e hanno cambiato il corso della Storia. Sulla famosa dinastia fiorentina si è studiato e scritto molto, ma ancora oggi realtà e leggenda si mescolano. Chi sono stati veramente? Dove finisce la realtà storica e dove inizia il mito? Cominciamo dalle origini.

SPREGIUDICATO LORENZO. Tutto ebbe inizio a metà Trecento, quando la famiglia aprì una banca a Firenze. Si trattava di prestare denaro su interesse: attività rischiosa, perché non sempre i debitori pagavano; e anche malvista, perché nel Medioevo l’etica cattolica considerava l’usura un peccato gravissimo. Ma i Medici superarono entrambi gli ostacoli. Avevano un incredibile fiuto per gli affari e presto divennero ricchi, scrivendo così il destino della famiglia e di Firenze nei secoli a venire. Merito soprattutto di Cosimo il Vecchio (13891464), di fatto il primo uomo di Stato di rilievo della famiglia. Esiliato dai suoi avversari (le antiche famiglie degli Albizzi e degli Strozzi), nel 1434 rientrò in città con l’appoggio della popolazione e conquistò il potere. 

I nuovi ricchi

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La congiura dei Pazzi, in un quadro ottocentesco. La cospirazione, ordita dalla famiglia di banchieri fiorentini dei Pazzi allo scopo di ridimensionare il potere dei Medici, portò nel 1478 all’assassinio di Giuliano de’ Medici, ma fallì. A destra, Cosimo il Vecchio, capostipite della dinastia dei Medici, governò di fatto Firenze dal 1434-1464.

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Il governo restò repubblicano, ma Cosimo divenne de facto signore di Firenze. «Fu un banchiere di larghe vedute e assicurò il benessere della famiglia», spiega Marcello Simonetta, docente di Storia politica dell’Europa all’Università di Scienze Politiche di Parigi. «Proprio grazie al suo potere economico Cosimo divenne il cittadino più influente della repubblica fiorentina, tanto da essere acclamato alla sua morte come Pater Patriae (“padre della patria”). Il prestigio della famiglia, però, iniziò a calare di pari passo con le loro finanze, prima sotto il figlio di Cosimo, Piero il Gottoso, e poi sotto suo nipote Lorenzo il Magnifico». Il più illustre rappresentante dei Medici, Lorenzo, portò infatti al collasso la banca di famiglia. Se è vero che Lorenzo fu un raffinato mecenate, che fece di Firenze la culla del Rinascimento, come uomo d’affari si rivelò un disastro e come politico agì senza troppi scrupoli. Racconta Simonetta: «Prese in “prestito” denaro sia dai parenti dei rami secondari della famiglia Medici, sia dal Comune. Soldi che non restituì mai. Dopo la sua morte (1492) si calcolò che aveva sottratto più di un milione di fiorini dalle casse private e comunali».

PAPI ARRAFFONI. I successori di Lorenzo non furono all’altezza di governare e nel 1494, allontanati da Firenze, si rifugiarono a Roma. Ma alcuni di loro si distinsero anche qui, diventando addirittura papi (e riprendendosi, quindi, anche il potere sulla loro città). Ma all’epoca gli eredi di Pietro non erano necessariamente buoni cristiani. E i Medici non fecero eccezione. «Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, fu uno spietato arraffone. A corto di fondi s’inventò una congiura machiavellica… contro se stesso! Accusò i cardinali più ricchi di aver complottato contro di lui e li spogliò di tutti i loro beni. Ma

Vite da romanzo

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o scrittore italiano Matteo Strukul ha dato alle stampe un’intera saga di romanzi storici dedicata ai Medici (edizioni Newton Compton). Con i suoi libri (a destra, il primo volume), dedicati a grandi uomini e grandi donne della famiglia (Cosimo il Vecchio, Lorenzo il Magnifico, Caterina e Maria de’ Medici), ha vinto il Premio Bancarella 2017. Da che cosa nasce l’idea di una saga sui Medici? Leggendo Machiavelli e Guicciardini, ho scoperto che Cosimo il Vecchio fu

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esiliato a Padova, la mia città. Ho scelto di raccontare i Medici riportando i fatti come accaddero davvero, aggiungendo figure di fantasia che interagiscono con i personaggi storici. Quindi non ha avuto bisogno di “ricamare” sulle vicende? Ho giocato sulle ambiguità. Per esempio nella relazione tra Lorenzo e Lucrezia Donati (la donna toscana di cui s’invaghì). Per assicurare prestigio alla sua famiglia (che non era aristocratica) Lorenzo sposò la nobildonna Clarice Orsini; ma non abbandonò Lucrezia. Non si sa a che punto arrivò il loro

Lorenzo, il più famoso rappresentante della famiglia, non era tagliato per gli affari e portò al collasso il Banco Mediceo è noto soprattutto per aver scomunicato, nel 1521, Martin Lutero, padre del protestantesimo», spiega Simonetta. «Difettava in carità cristiana anche papa Clemente VII (nipote di Lorenzo de’ Medici), che in più occasioni sfoderò un carattere decisamente vendicativo. Firenze, per esempio, pagò a caro prezzo un atto di disobbedienza nei suoi confronti. Nel 1527 la città si ribellò ai Medici e li cacciò; il papa, allora, la mise in ginocchio con un assedio e vi instaurò come duca il tirannico Alessandro de’ Medici, pronipote di Lorenzo». Dopo l’uccisione di Alessandro nel 1537 (eliminato a tradimento dal cugino Lorenzino, che lo attirò in una trappola promettendogli una notte d’amore con sua sorella), i Medici però riuscirono a riportare il casato all’antico splendore.

LE COGNATE “LUSSURIOSE”. Ma altri fatti di sangue attendevano l’illustre casata, e riguardavano due donne: Isabella, figlia di Cosimo I e moglie del duca Paolo Giordano Orsini, e sua cognata Leonora Alvarez de Toledo, moglie di Pietro de’ Medici, fratello di Isabella. Le due morirono nel 1576, a pochi giorni di

rapporto, così nel romanzo su Lorenzo mi sono preso la libertà d’immaginare scene di passione tra i due. Altro enigma storico su cui ho “ricamato” è la presunta omosessualità di Leonardo da Vinci, geniale artista protetto da Lorenzo. Fu realmente imputato per sodomia, ma poi le accuse caddero. Perché? Nel romanzo ho ipotizzato che sia stata Lucrezia a scagionarlo dando falsa testimonianza. E il rapporto tra Caterina e Nostradamus? L’astrologo predisse la morte violenta del marito e dei figli. Il loro legame contribuì alla nascita del mito del lato oscuro della regina. Una fama che si

smorzò nell’Ottocento, quando emerse il vero volto della sovrana: umiliata dal marito che per dieci anni la ignorò, innamorato di un’amante di vent’anni più vecchia di lui. Sesso, sangue, violenza: gli ingredienti per intrigare il pubblico di oggi ci sono tutti. È per questo che le serie tv hanno così successo? Se penso alla fiction I Medici (in autunno la seconda stagione) mi sembra di cogliere negli spettatori italiani anche un po’ di nostalgia per il Rinascimento, un modello culturale imitato in tutta Europa, che oggi non esiste più.


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LE DUE REGINE. Un’altra figura su cui si è spesso puntato il dito è la regina di Francia Caterina, dipinta ancora oggi come personaggio feroce e intrigante. «Caterina è stata a lungo calunniata, mentre il suo lato umano fu sempre sottovalutato», dice Simonetta. «Nipote di Lorenzo il Magnifico e orfana dei genitori, nel 1533, a 14 anni, sposò il secondogenito del re di Francia Francesco I, che salì al trono nel 1547 con il nome di Enrico II. Caterina non riuscì ad avere figli per più di dieci anni e corse il rischio di essere ripudiata. Poi gli eredi arrivarono e tre di loro divennero re». Per vent’anni Caterina sopportò la relazione del marito con la bella Diana di Poitiers. Ma quando Enrico morì nel 1559, la Medici tirò fuori le unghie e iniziò a governare la Francia. I francesi con disprezzo la chiamavano la “mercantessa fiorentina”. La accusavano di

Matrimonio d’interesse

L’unione tra Caterina de’ Medici e il futuro re di Francia, Enrico II (1533).

maneggiare veleni e guardavano con sospetto il legame con l’indovino Nostradamus, il suo inseparabile astrologo di corte. Caterina visse in uno dei periodi più bui della Storia: le guerre di religione tra cattolici e protestanti (gli Ugonotti in Francia). La regina era cattolica e sicuramente c’è stato il suo zampino nella strage di San Bartolomeo (23-24 agosto 1573), che costò la vita a circa 30mila ugonotti. Il massacro, che compromise definitivamente la sua reputazione, va però contestualizzato, spiega Simonetta: «Il partito ugonotto stava prendendo il sopravvento sulla Corona. Intervenire era questione di vita o di morte. Inoltre Caterina non fu l’unica responsabile: la decisione fu presa in concerto con il re Carlo IX (suo figlio) e i consiglieri del partito cattolico». Dopo Caterina un’altra Medici divenne regina di Francia, Maria. E anche per lei il trono fu un sedile alquanto scomodo. Nel 1600 lo zio Ferdinando I, granduca di Toscana e zio di Maria, la diede in moglie al re Enrico IV. L’unione fu infelice: Maria, gelosa e autoritaria, non sopportava i ripetuti tradimenti del marito. Nemmeno con il figlio, re Luigi XIII, le cose andarono meglio. La regina voleva dire la sua su tutto, e Luigi, esasperato, nel 1617 la rinchiuse nel castello di Blois. Maria fuggì calandosi dalla finestra e, pagando i soldati con i suoi gioielli, organizzò una rivolta contro il figlio. Il tutto finì con una riconciliazione, ma la regina morì in esilio, dimenticata da tutti. Non però dalla Storia (a Maria, nonna del Re Sole, si deve l’ascesa di Richelieu) né dall’arte (a lei è dedicato il celebre ciclo pittorico di Rubens) né dalla letteratura. Dopo Maria, nessun Medici salì più al trono e nel ’600 iniziò il declino della famiglia, estintasi nel 1737 con Gian Gastone (morto senza eredi), ultimo granduca di Toscana della dinastia. • Simone Zimbardi

Il lato oscuro del potere

Sopra, Lorenzo il Vecchio, fratello di Cosimo, dipinto dal Bronzino. Nell’altra pagina, dall’alto, Isabella de’ Medici e la cognata Leonora Alvarez de Toledo morte a pochi giorni di distanza.

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distanza l’una dall’altra. La leggenda narra che furono assassinate dai mariti per averli traditi. Fare uccidere una moglie infedele o presunta tale non era certo un evento straordinario: si trattava del modo più rapido per sbarazzarsi di una sposa non più utile o gradita. Ma le cose non andarono proprio così. Sembra che Leonora sia stata assassinata, ma su ordine del granduca Francesco I e non per una questione di corna, bensì per le sue pericolose amicizie con gli oppositori di casa Medici. Un delitto politico, insomma. Per quanto riguarda Isabella, invece, la poveretta non era ancora stata sepolta che già iniziavano a circolare piccanti pettegolezzi: si diceva che il marito l’avesse strangolata perché si era rivelata una donna di facili costumi. Solo grazie all’archivista Elisabetta Mori, autrice di una biografia sulla donna, è stata fatta chiarezza: pare che Isabella sia morta di malattia.


MEDIOEVO

I CAVALIERI APOCALISSE

DELL’

Arrivarono dalle steppe dell’Asia e nel X secolo diventarono l’incubo dell’Europa: ecco chi erano quei “diavoli” degli Ungari.

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curi, sguardo torvo, aspetto minaccioso, sempre in sella a strani destrieri piccoli e tozzi, arcieri mirabili e razziatori terribili. Si avvicinano, intonando un sinistro verso che suona hùi-hùi, e dove passano lasciano solo incendi e stragi. Così le cronache medievali occidentali ricordano gli Ungari, cavalieri delle steppe, provenienti da Oriente, che dalla fine del IX secolo e soprattutto nella prima metà del X, con le loro incursioni misero a ferro e fuoco l’Europa cristiana. Il continente di quel periodo si stava lentamente avviando a una riorganizzazione “nazionale”, dopo la disgregazione dell’impero costruito da Carlo Magno che aveva accentrato sotto un unico scettro un territorio vastissimo. Proprio in questa stagione storica di fragilità interna e politica gran parte dei Paesi cristiani vennero flagellati dalle scorribande di navigatori, infedeli e nomadi. Si trattava di Saraceni, Normanni (o Vichinghi) e, appunto, Ungari. Ma chi era questo nuovo popolo che premeva alle porte del continente?

IDENTIKIT DEL NEMICO. Sotto al nome di Ungari si muoveva in realtà un crogiolo di etnie e gruppi umani diversi, in buona parte nomadi delle steppe euroasiatiche che si spostavano in cerca di pascoli, ma soprattutto di ricchezze e di schiavi da rivendere nei 86

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centri commerciali d’Oriente. Tra di loro gli Ungari si chiamavano Magyar (“Magiari”): per l’assonanza i cristiani pensarono che si trattasse del terribile popolo dei Magog che, insieme ai Gog, veniva nominato nell’Apocalisse e anche dal profeta Ezechiele nell’Antico Testamento. Come se non bastasse, dal nome con cui venivano chiamati in Francia (Hongrois), sarebbe derivato l’orco delle nostre fiabe, spaventoso divoratore di bambini (v. riquadro nelle pagine successive). Insomma, complice anche il vocabolario, gli Ungari fecero paura per lungo tempo.

FAMIGLIE NOMADI. Quando arrivavano non passavano inosservati: la loro comunità era retta da un consiglio di anziani e da giovani condottieri militari che si muovevano a cavallo da un luogo all’altro, peregrinando con le proprie famiglie, in un lungo corteo di carri, dove venivano 


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Assoldati

Una delle sette statue dedicate ai più famosi capi degli Ungari nella Piazza degli Eroi a Budapest (Ungheria). A sinistra, Costantino II in una moneta dell’epoca. Come il padre, l’imperatore Leone, ingaggiò gli Ungari come mercenari.


POPOLI BALTICI

VICHINGHI

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POPOLI SLAVI

REGNO DEI FRANCHI Battaglia di Lechfeld (955)

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Arrivano!

Il popolo degli Ungari arrivò dalle steppe euroasiatiche alla fine del IX secolo: le loro incursioni interessarono per un secolo tutta l’Europa (frecce rosse e bianche). Alcuni gruppi furono sconfitti nella piana di Lechfeld (955).

trasportate anche le derrate alimentari e le tende, ovvero le loro case. Queste dimore mobili si potevano allestire quasi ovunque. All’interno si preparava un grande focolare per riscaldarsi e per cucinare, sebbene fossero abituati a mangiare anche cibi crudi. La comunità era organizzata in clan e in tribù: le gerarchie tenevano conto dell’anzianità ma anche del talento individuale e del coraggio dimostrato in battaglia. Quanto alla religione, rendevano culto a un pantheon di divinità tradizionali che animavano le leggende con strani racconti.

RAZZIATORI NATI. Questi nomadi, con la pelle indurita dai lunghi viaggi contro il gelido vento delle steppe, erano un tutt’uno con il loro cavallo. La 88

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fusione tra uomo e animale era totale e piuttosto inquietante per chi se li vedeva comparire dinanzi. Gli Ungari trascorrevano ore, a volte anche giorni interi, senza scendere dai destrieri: combattevano a cavallo, mangiavano spesso a cavallo e talvolta, se necessario, dormivano pure sulla schiena calda di questi animali bassi e sgraziati (in confronto agli esemplari slanciati ed eleganti cui siamo abituati oggi). Il motore principale di questo stile di vita, e quindi anche del sistema economico, era uno solo: la razzia. Ogni uomo adatto a combattere, sin dall’adolescenza, era un guerriero. Mentre gli eserciti occidentali erano poco coesi, pesantemente armati, abituati agli assedi, e quindi a movimenti lenti, oppure agli scontri

Battuta d’arresto AKG/MONDADORI PORTFOLIO (2)

Le scorribande degli Ungari colpirono il Nord e in particolare l’attuale Venezia Giulia, ma alcuni gruppi si spinsero fino al Meridione

In un quadro dell’800 la Battaglia di Lechfeld del 10 agosto 955: la vittoria di Ottone di Sassonia segnò la fine delle incursioni magiare.

corpo a corpo, gli Ungari erano ben organizzati e scattanti. Armati alla leggera con arco, frecce e faretra, si muovevano in piccoli gruppi veloci e – arcieri formidabili – fermavano i nemici con una pioggia di frecce che li falcidiava (anche perché le saette spesso erano avvelenate). Sapevano anche come bypassare le mura difensive di castelli e fortezze: lanciavano oltre i valli grossi dardi incendiari. A renderli particolarmente insidiosi erano le loro tecniche di combattimento, che puntavano molto sull’effetto sorpresa e sul bluff. Quando attaccavano si dividevano in piccoli gruppi e, da postazioni diverse, aggredivano contemporaneamente l’obiettivo. Spesso ricorrevano alla fuga simulata: facevano credere all’avversario di


DALL’INFERNO. Per le popolazioni occidentali dell’epoca gli Ungari erano una vera piaga. Del tutto impreparate ad affrontare le scorrerie, ne subivano gli attacchi in un clima di terrore, amplificato tra l’altro dall’aspetto selvaggio di questi uomini, temprati dalla dura vita nelle steppe. Inevitabile il passaggio dalla paura alla superstizione: i selvaggi guerrieri delle steppe diventarono per l’uomo del Medioevo creature infernali. Ciò nonostante qualcuno pensò comunque di venirci a patti. “Il loro comportamento – il tenere riunioni in segreto, l’insaziabile avidità di denaro, l’infrangere i patti, l’essere 

L’orco delle fiabe era ungaro?

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al termine latino Ungarus, attraverso la sua successiva forma francese Hongrois, è derivato il sostantivo francese “ogre” e di qui l’italiano “orco”, il leggendario divoratore di bambini (a destra, un disegno dell’800). Proprio la nomea di violenza e brutalità dei razziatori ungari avrebbe fornito terreno fertile a questo slittamento semantico. Vie battute. Memoria del loro passaggio in Italia e in altri Paesi è rimasto anche nei nomi di località. Così in Friuli l’antica Via Postumia romana fu ribattezzata Via ongaresca. Ma ci sono anche Longarone (Bl), Longare (Vi), Longara (Bo) e località come Porto Ungaresco e Campi Ungareschi.

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essersi allontanati salvo poi ricomparire all’improvviso ancora più numerosi.

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Il battesimo di Vaik, santo Stefano (969-1038), “visto” nell’800: incoronato attorno all’Anno Mille fu il primo re d’Ungheria.

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Convertito

Dopo la sconfitta a Lechfeld, diminuirono le scorrerie, divennero sedentari e si convertirono traditori – non può essere contenuto dai doni né come alleati, né secondo gli accordi e infatti, piuttosto che accettare donativi, tramano insidie e violano le tregue”: così ne parlava l’imperatore bizantino Leone VI, che con loro ebbe più di una volta a che fare. Succedeva infatti che alcuni sovrani, in momenti di grande instabilità politica, venissero a patti con gli Ungari per non essere depredati. Li pagavano oppure li lasciavano passare per le loro terre diretti verso i territori dei vicini. Furono anche sfruttati come mercenari (lo stesso Leone VI li assoldò contro i Bulgari), ma niente di tutto questo li fermò. Gli Ungari organizzarono incursioni ai danni di Germania e Italia e arrivarono anche in Francia (soprattutto in Borgogna) e in Spagna. 90

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Liutprando, vescovo di Cremona, sfruttava il terrore ispirato da questi predoni per atterrire gli avversari. Diffondeva la voce che gli Ungari bevevano il sangue dei nemici uccisi e li descriveva così: “Popolo rapace, temerario, ignaro di Dio ma esperto di ogni crimine, bramoso soltanto di strage e saccheggio”. Il fatto poi che i luoghi più colpiti fossero i monasteri contribuì a rafforzare la fama demoniaca attorno ai temuti cavalieri: d’altronde era proprio nelle abbazie e nei grandi complessi monastici che si trovavano oggetti preziosi e derrate alimentari.

LO STOP DI OTTONE. I Magiari non uscirono sempre vittoriosi dai loro raid. Poco brillanti negli scontri diretti e negli assedi (anche se col tempo

impararono alcune tecniche), nel 933, dopo decenni di razzìe, subirono una dura sconfitta. A infliggergliela fu il signore dei territori tedeschi, Enrico l’Uccellatore. Ma la grande disfatta arrivò qualche anno dopo, il 10 agosto 955. A infliggerla fu Ottone di Sassonia, figlio e successore di Enrico, in una battaglia epocale nella piana di Lechfeld, vicino alla città di Augusta. Ottone radunò per l’occasione un grande esercito, composto da contingenti di Bavari, Franchi, Sassoni, Svevi e Boemi, e ne preparò l’anima (con sedute di preghiera collettiva) e corpo (con esercitazioni militari) alla battaglia. L’abbinata armi-fede funzionò. Ottone sconfisse i Magiari a Lechfeld e da quel momento fece una strepitosa carriera che raggiunse l’apice nel 962, quando fu incoronato a Roma imperatore del Sacro romano impero da papa Giovanni XII. Il suo biografo ufficiale, lo storico tedesco Widukindo di Corvey, glissò però sulla prestigiosa incoronazione romana: per lui e per il


Dinastie

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Ottone, figlio di Enrico l’Uccellatore (a destra, in un ritratto dell’800), sbarca assieme alla moglie Editha a Magdeburgo, città attraversata dal fiume Elba.

suo popolo il sovrano era già diventato imperatore a tutti gli effetti con la gloriosa vittoria sugli Ungari: “Il re fu reso glorioso dal celebre trionfo e fu chiamato dall’esercito Padre della patria e Imperatore”. Per gli Ungari invece arrivarono gli anni della trasformazione definitiva. Piegati dalle

sconfitte, divennero progressivamente sedentari e si stanziarono nell’antica Pannonia romana. Qui, attorno all’Anno Mille, nacque il regno d’Ungheria del cristianissimo (e poi addirittura santo) Stefano I. E i terribili nomadi diventarono solo un brutto ricordo • Achille Prudenzi

Protetti dai castelli

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e il Medioevo, nel nostro immaginario, è l’epoca dei castelli, il merito è un po’ anche degli Ungari. L’Europa nel X secolo fu spazzata dalle razzìe di Saraceni, Vichinghi e Ungari che giunsero da direttrici differenti. Furono mura e costruzioni a salvare in più occasioni gli abitanti di città e villaggi da queste orde poco avvezze alle tecniche dell’assedio. Fu così che per difendersi, all’indomani delle incursioni, dietro iniziativa di privati oppure di vescovi, signori locali e sovrani, l’Europa

si ricoprì di fortificazioni: è il grande fenomeno noto come “incastellamento”. Cambio di paesaggio. Si trattava di edificazioni molto primitive rispetto ai castelli merlati dei secoli successivi (a sinistra, in un quadro dell’800), ma il mutamento del paesaggio fu evidente già ai contemporanei, cambiando per sempre il territorio e dando uno stimolo agli interessi politici, economici e territoriali che avrebbero portato alla nascita della società feudale.


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ARTE

Speranza e

Libertà!

Il’ja Repin, 17 ottobre 1905 (1907). Poeti, intellettuali e artisti, come il pittore di questo quadro, parteciparono alla Rivoluzione del 1905. Di carattere socialista, culminò con il Manifesto del 17 ottobre, in cui lo zar si impegnava a riconoscere le libertà politiche.


Rivoluzione

a cura di Irene Merli

Come gli artisti russi vissero e dipinsero le esplosive vicende politiche del loro Paese dal 1905 agli anni Trenta.

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Il sol dell’avvenir

Nathan Alt’man, Ritratto di Anna Achmatova (1915). La grande poetessa è dipinta con una tecnica cubista. Molti intellettuali credettero nella Rivoluzione del 1917: ci voleva un’arte nuova per un mondo nuovo, non più oppresso dall’odiato passato. Ma la loro libertà non durò a lungo. 94

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La grande illusione

Realismo sovietico

Isaak Brodskij, Consegna della bandiera dei comunardi parigini agli operai moscoviti sul campo Chodynka a Mosca (1932). Negli Anni Trenta l’opera d’arte doveva essere realista e avere un soggetto socialista, in accordo con la dottrina marxista/leninista.

All’inizio Lenin accettò la collaborazione di pittori, musicisti, poeti. E ne favorì la libertà espressiva ©STATE RUSSIAN MUSEUM, ST. PETERSBURG

Il’ja Repin, Che vastità! (1903). L’autore prefigura la gioia per la Rivoluzione del 1905, che produsse agitazioni in tutta la Russia e la creazione dei Soviet (consigli di lavoratori). Ma lo zar represse brutalmente quei moti, cancellando ogni speranza.


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Avanguardie

Boris Grigor’ev, Ritratto di Vsevolod Mejerchol’d (1916). L’uomo in frac di questo magnifico dipinto era un impresario teatrale e apparteneva alla fazione che seguiva gli artisti più innovatori, come Malevich, Rodčenko e Tatlin.

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Negli anni Trenta vennero chiuse tutte le mostre delle avanguardie. E gli artisti non “allineati” furono perseguitati


Ordine, ordine!

Bologna è in corso Revolutija: da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky, un’esposizione di capolavori provenienti dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo che vuole mettere in luce la varietà degli sviluppi artistici in Russia tra i primi del Novecento e la fine degli anni Trenta. La mostra illustra quindi la straordinaria modernità dei movimenti culturali russi d’inizio secolo, dal primitivismo al cubo-futurismo, fino al suprematismo e al costruttivismo. Un’occasione per conoscere anche pittori come Repin, Petrov-Vodkin, Grigore’v o Kustodiev, artisti interessanti ma molto meno noti dei grandissimi Chagall, Kandinsky, Malevich e Rodčenko che invece hanno avuto un successo enorme

presso il pubblico. È interessante osservare anche come si espressero i pittori man mano che si imponeva il realismo socialista, che nei primi anni Trenta venne decretato dall’Associazione degli artisti proletari come unica forma d’arte accettata. Qualche esempio? I dipinti Ritratto della stacanovista Molodotsova di Aleksej Pachomov, Si ascolta l’intervento di I.V.Stalin di Vladimir Malagis e il modello della celebre statua L’operaio e la kolchoziana di Vera Muchina. Revolutija: da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky. Al Mambo, fino al 13/5. Info: 0517168808, www. mostrarevolutija.it. Catalogo Skira. (tutte le opere di questo servizio sono presenti nella mostra).

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Boris Kustodiev, La moglie del mercante (1915). L’autore del ritratto apparteneva alla fazione destinata a vincere perché gradita al regime sovietico. Questi pittori propugnavano infatti il ritorno al più accessibile linguaggio figurativo.

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LA MOSTRA

Propaganda

Konstantin Yuon, Giovani comunisti (1926). A quest’epoca pittura, scultura, letteratura e musica iniziarono a essere strettamente controllate dal potere politico stalinista. 97

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I GRANDI TEMI LE GUERRE CARLISTE

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Nei decenni centrali dell’Ottocento, la Spagna fu sconvolta da una serie di terribili conflitti civili: si trattò di guerre dinastiche che scoperchiarono una conflittualità sociale feroce.

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TRONO DI S

obborghi di Madrid, 12 settembre 1837. Don Carlos di Borbone è alle porte della capitale. Si è autoproclamato re e pretende il trono di Spagna. Con lui c’è un esercito di fedeli (i Carlisti), forze ribelli conservatrici che appoggiano le istanze dell’aspirante sovrano e che hanno appena sconfitto le armate del governo legittimo. La città e la vittoria sono

ormai a portata di mano. È, insomma, una giornata cruciale. “Madrid si offrì a noi così abbandonata, così indifesa che non avremmo dovuto far altro che aprire le sue porte ed entrare per signoreggiare su di essa e rimanere entro le sue mura”, dirà il Barone von Rahden, ufficiale tra le file dei Carlisti. Eppure qualcosa andò storto e la storia della Spagna prese una piega molto diversa. Ma come si era giunti fino a questo punto? Ad accendere la miccia, quattro anni prima, era stato lo stesso Borbone che ora “bussava” alle porte di Madrid. Nell’ottobre del 1833, subito dopo la morte del fratello, re Ferdinando VII,

Don Carlos rifiutò la successione al trono di Isabella, figlia del sovrano appena defunto, e si proclamò re di Spagna. Aveva aspettato quel momento per tutta la vita: “Adesso sono vostro re e nel presentarmi a voi per la prima volta, sotto questo titolo, non posso dubitare per un solo momento sul fatto che seguirete il mio esempio riguardo l’obbedienza dovuta ai Principi che occupano legittimamente il trono”. Ma forse qualche dubbio avrebbe fatto bene ad averlo: questa successione stava per costare alla Spagna anni di lotte fratricide passate alla Storia col nome di Guerre carliste. 

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SANGUE

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Fatti e persone

Nel ritratto in grande, Carlos Maria Isidro di Borbone (1788-1855), detto Don Carlos, capo dei ribelli contro il governo legittimo. Sullo sfondo, Arsenio MartinezCampos, leader delle forze liberali, conquista il castello Miravet in Catalogna, durante la Terza guerra carlista. A sinistra, la legge con cui Ferdinando VII abolì la legge salica in Spagna per favorire l’ascesa al trono di sua figlia.


Ferdinando VII aveva avuto tre mogli ma nessun erede. Così sposò sua nipote ed ebbe una figlia. Il fratello, Don Carlos, si sentì defraudato della corona Nemici-amici

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L’ammiraglio Nelson sulla Victory: sconfisse la flotta franco-spagnola nel 1805. In seguito gli inglesi appoggiarono il governo ufficiale spagnolo.

Via il Còrso

Assolutismo: stop

Promulgazione della Costituzione di Cadice, nel 1812: era una carta moderna e liberale.

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Gli spagnoli nel 1808 si ribellarono alle truppe napoleoniche e si batterono sino al 1814.

PASSO INDIETRO. Non c’erano solo le questioni dinastiche all’origine di questi conflitti. Le tensioni che dilaniavano il Paese avevano origini ancora più lontane. Durante le guerre napoleoniche la Spagna era inizialmente al fianco di Napoleone nella speranza di difendere i propri possedimenti coloniali dagli appetiti dell’Inghilterra. Ma l’alleanza non resse a lungo. Stanchi di essere i vassalli di Bonaparte, che aveva persino imposto il fratello Giuseppe come nuovo re, gli spagnoli nel 1808 si ribellarono all’imperatore francese e la “Guerra de Independencia” durò fino al 1814. In questi anni drammatici, re Ferdinando VII si defilò, preferendo l’esilio alla lotta. Ma il popolo spagnolo combatté e, grazie all’aiuto militare di Wellington, l’eroe di Waterloo, nel 1814 i soldati di Napoleone furono definitivamente scacciati. Quando il Congresso di Vienna restituì a Ferdinando VII il trono, il sovrano si trovò a governare un Paese ormai completamente diverso da quello che aveva lasciato anni prima. Dal punto di vista sociale, gli spagnoli avevano iniziato a sentirsi cittadini più che sudditi. Non solo. Approfittando della sua assenza, le stesse forze che avevano guidato la resistenza trasformarono le antiche Cortes nel primo vero parlamento di Spagna che a sua volta promulgò una Costituzione, contro il volere del re in esilio, di impronta molto moderna e liberale. La Spagna, in pratica, si ritrovò divisa in due schieramenti politici: quello dei Conservatori, favorevoli alla monarchia assoluta e contrari alle riforme, e quello dei Liberali, desiderosi di mantenere la Costituzione e propensi a politiche modernizzatrici. A complicare il tutto, c’era come abbiamo visto la questione dinastica. Ferdinando, infatti, non aveva eredi diretti e il candidato alla successione era il fratello minore Don Carlos. Improvvisamente, però, il re decise di sposarsi nuovamente in modo da avere un figlio al più presto. Sposò quindi sua nipote Maria Cristina di BorboneNapoli e nel 1830 ebbero una bambina,


ALBUM/JOSEPH MARTIN

Il tiranno

Ferdinando VII nel 1823. Il re, ripreso il trono, abolì subito la Costituzione di Cadice.

Isabella. Tutto questo fece preoccupare Don Carlos e i suoi sostenitori, ovvero il partito conservatore. La goccia che fece traboccare il vaso fu la pubblicazione da parte di Ferdinando di un editto che permetteva anche a una donna di ereditare il trono di Spagna. Ormai era chiaro che una volta morto il re, il calderone spagnolo sarebbe esploso. Come infatti accadde, quando Ferdinando, nel 1833, morì.

FUCILATELI TUTTI. I primi anni della guerra tra Carlisti e Liberali furono favorevoli agli uomini di Don Carlos. L’esercito regolare si era schierato in massa con la nuova regina Isabella II e la reggente Maria Cristina, ma diversi ufficiali con provata esperienza avevano lasciato le forze armate per passare nel campo dei ribelli. Tra questi il geniale Tomás de Zumalacárregui, il più grande comandante al servizio di Don Carlos. Questi fu in grado di organizzare un solido esercito nel giro di pochi mesi, infliggendo inaspettate sconfitte ai più numerosi e meglio armati soldati di Isabella. La strategia dei Carlisti era semplice ma efficace: univa battaglie campali a imboscate, agguati a spedizioni molto rapide. Sfruttando la loro perfetta conoscenza del territorio montagnoso

della Spagna Settentrionale, gli uomini di Don Carlos tennero in scacco per anni le forze regolari. Fu una guerra feroce e brutale, caratterizzata da violenze incredibili anche a danno dei civili. I prigionieri venivano fucilati, i centri ribelli saccheggiati e incendiati, la tortura era normalmente impiegata per ottenere informazioni. La crudeltà di questa guerra fratricida può essere riassunta nella frase pronunciata anni dopo dal comandante delle truppe regolari, il generale Baldomero Espartero: “Io non ho più nemici, li ho fucilati tutti”.

A UN PASSO DALLA VITTORIA. A un certo punto, nel 1837, i Carlisti furono abbastanza forti da lanciare una spedizione contro la stessa capitale, Madrid. Un grosso esercito ribelle, guidato da Don Carlos in persona, discese verso il centro della Spagna dalle montagne dei Paesi Baschi e della Navarra (dove i Carlisti avevano le loro roccaforti). Ma, una volta alle porte della città, avvenne qualcosa che cambiò radicalmente le carte in tavola: Madrid non si sollevò a favore di Carlos; anzi, era rimasta fedele al governo legittimo. Inoltre, un forte esercito liberale guidato dal generale Espartero stava tallonando da giorni la 

Secondo e terzo round

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o scontro tra Conservatori e Liberali non si risolse col primo conflitto e divampò in altre due terribili guerre (1846-1849 e 1872-1876) che provocarono migliaia di vittime. Alla fine di decenni di scontri, dal punto di vista sociale la Spagna non sarebbe più stata la stessa. Seconda guerra carlista. Iniziò nel 1846 nella ribelle Catalogna. Sul territorio catalano, da sempre indipendentista e ostile al governo centrale, erano rimaste attive diverse bande di guerriglieri. Questi irregolari cominciarono a sollevarsi nel febbraio del 1846: a seguito di una grave crisi economica e industriale, sfruttarono il malcontento popolare nei confronti di alcune delle riforme liberali attuate negli anni precedenti. Ma la ribellione questa volta rimase a livello di guerriglia: nel 1849 anche gli ultimi Carlisti di Catalogna si arresero o passarono il confine verso la Francia. Terza guerra carlista. Insanguinò la Spagna dal 1872 al 1876. I Carlisti, guidati da Carlo Maria di Borbone, lanciarono un’insurrezione generale per ottenere il potere con la forza. Il conflitto fu inizialmente molto favorevole ai Carlisti, che ottennero numerose vittorie sul campo. Ma nel 1874 commisero un grave errore decidendo di assediare la grande città industriale di Bilbao. Il fallimento di questa operazione diede inizio a una serie di sconfitte che si conclusero nel 1876 con la fuga in Francia di Carlo Maria di Borbone, insieme al resto delle sue forze militari. 101

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l governo liberale e la reggente Maria Cristina non furono soli nella guerra contro i Carlisti, poiché ricevettero il supporto di Regno Unito, Francia e Portogallo. A partire dal novembre 1833, il primo ministro inglese Lord Palmerston (in alto) ordinò alla Royal Navy di bloccare il tratto di costa della Spagna Settentrionale nelle mani dei Carlisti, in modo da impedire loro di ricevere materiali bellici via mare. Ma l’aiuto inglese non si limitò solo a questo. Nell’ottobre del 1835, 7.800 soldati “volontari” inglesi sbarcarono in Spagna, organizzati in una “Legione ausiliaria britannica”, che presto diventò una delle unità di punta dei liberali: schierata sul campo fino alla fine del 1837, ebbe un ruolo determinante nelle operazioni. Gli alleati. Nel corso della guerra Londra inviò ben 50 cannoni, 350mila moschetti, tre milioni di cartucce e un numero indefinito di prestiti bancari per sostenere la causa di Maria Cristina. La Francia inviò invece la sua Legione Straniera al completo, con un totale di 4mila veterani; la Legione, fondata pochi anni prima (1831), si dimostrò da subito un corpo scelto di grande valore. La Francia contribuì anche al blocco navale e chiuse tutti i valichi dei Pirenei. Il Portogallo, che da poco aveva visto concludersi il proprio conflitto civile tra Liberali e Conservatori a favore dei primi, decise di inviare una “Divisione ausiliare portoghese” formata da 6.750 uomini. I Liberali portoghesi, temendo che una vittoria di Don Carlos avrebbe riacceso le speranze dei Conservatori anche nel loro Paese, contrastarono tutte le incursioni dei Carlisti verso il loro territorio nazionale.

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spedizione carlista. Attaccare Madrid avrebbe probabilmente significato combattere strada per strada, con il rischio di essere sorpresi alle spalle dalle forze regolari. Don Carlos capì che la marea carlista aveva ormai raggiunto il suo culmine e che era giunto il momento di ritirarsi. Dopo questa mancata opportunità, a poco a poco la minaccia rappresentata dai ribelli fu sempre più circoscritta. Riorganizzato l’esercito sotto la guida del generale Espartero, i Liberali furono in grado di stringere sempre di

più la morsa intorno ai ribelli e di sconfiggerli in diverse occasioni. Tradito dai suoi stessi ufficiali, Don Carlos andò in esilio in Francia nel settembre 1839; i combattimenti continuarono per alcuni altri mesi, ma la sorte dei Carlisti era ormai segnata. Isabella II rimarrà sul trono di quella monarchia costituzionale per i decenni a venire. • Gabriele Esposito

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APERNE DI PIÙ

Armies of the First Carlist War 1833-1839, Gabriele Esposito (Osprey Publishing). Breve Historia de las Guerras Carlistas, Josep C. Clemente (Ediciones Nowtilus).

Regine

Isabella II di Spagna a una parata. Nell’ovale, sua madre Maria Cristina di Borbone-Sicilia.

LEEMAGE/MONDADORI PORTFOLIO (2)

BRIDGEMAN/MONDADORI PORTFOLIO

Lo zampino delle potenze straniere

Tradito dagli ufficiali, don Carlos andò in esilio in Francia. I suoi combatterono ancora per pochi mesi. Ormai per loro era finita


INTANTO NEL MONDO SPAGNA

EUROPA

RESTO DEL MONDO

1805

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1808

1808

1808

1810

1810

Battaglia di Trafalgar e distruzione della flotta franco-spagnola da parte degli inglesi. Inizia la Guerra di Indipendenza spagnola contro la Francia.

Napoleone è proclamato imperatore dei francesi. Gioacchino Murat diventa re di Napoli. Napoleone sposa Maria Luisa d’Austria.

Mehmet Alì diventa Khedivè d’Egitto.

Negli Usa è vietata l’importazione di schiavi. Messico, Venezuela, Argentina e Cile si ribellano al dominio della Spagna.

1812

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1814

1814

1815

1815

1820

1820

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1821

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1821

Viene proclamata la Costituzione di Cadice. Ferdinando VII ritorna sul trono di Spagna.

Ferdinando VII inizia la restaurazione. Rivoluzione liberale: la Costituzione del 1812 viene riconfermata. Inizia il “Triennio Liberale”.

Le truppe napoleoniche invadono la Russia. Napoleone abdica e Parigi è occupata dalle truppe della coalizione antinapoleonica.

1814

Battaglia di Carabobo: vittoria decisiva di Bolívar sugli spagnoli.

Si conclude il Congresso di Vienna. Moti rivoluzionari nel Regno delle Due Sicilie.

Congresso di Lubiana: la Santa Alleanza si organizza per soffocare i moti rivoluzionari.

1822

L’Argentina adotta una struttura politica federale. L’indipendenza del Messico è riconosciuta dalla Spagna.

1822

Sollevazione della Guardia reale, istigata da Ferdinando VII.

Il Brasile diventa una nazione indipendente.

1823

Fine del Triennio Liberale: i “Centomila Figli di San Luigi” invadono la Spagna.

1833

Re Ferdinando VII muore: inizio della Prima guerra carlista.

1833

Il parlamento inglese abolisce la schiavitù.

1834

Vittorie del generale carlista Zumalacárregui contro le truppe liberali. erdinando VII nel 1823’. Il re, ripreso il trono, di Cadice. 1835abolì la Costituzione Lorem! Zumalacárregui muore durante il fallito Ferdinando VII nel assedio di Bilbao. 1823’. Il re, ripreso il trono, abolì la 1836 Costituzione di Cadice. Grande spedizione carlista del generale Gómez.

1837

La Spedizione reale guidata da Don Carlos arriva fino alle porte di Madrid.

1835

1835

1836

1836

Ferdinando I d’Austria diventa imperatore. Giuseppe Mazzini viene arrestato e allontanato dalla Francia.

1837

Inizio del lungo regno della regina Vittoria d’Inghilterra.

Garibaldi si unisce alla rivolta dei Farrapos in Brasile. Battaglia di Alamo, parte della Rivoluzione Texana.

1838

La Repubblica Federale del Centro America si scioglie.

1839

1839

1839

1840

1840

1840

Armistizio di Vergara: l’esercito carlista del Nord si arrende.

Resa delle ultime truppe ribelli e fine della Prima guerra carlista.

Il Trattato di Londra riconosce il Belgio come stato indipendente e neutrale.

Guglielmo II è proclamato re dei Paesi Bassi.

La Compagnia delle Indie Orientali conquista Aden (Yemen).

La Nuova Zelanda diventa una colonia britannica. 103

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NOVECENTO

Sbarco “difensivo”

ALAMY/IPA

GETTY IMAGES

A destra, l’arrivo degli americani in Islanda nel 1941. A sinistra, soldati della Royal Navy.

Nel 1940, per prevenire un attacco tedesco, l’Islanda fu

“INNOCENTI” 104

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INVASIONI


occupata a turno da Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti.

“C

hiunque possieda l’Islanda punta una pistola dritta alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti e al Canada”. Parola di Winston Churchill. Era il 1940 e in un’infuocata seduta del Gabinetto di guerra britannico, l’allora Primo lord dell’ammiragliato (equivalente del ministro della Marina) pronunciò la frase destinata a restare negli annali del secondo conflitto mondiale e a segnare il destino della battaglia dell’Atlantico.

Lo statista inglese era convinto che il controllo del piccolo Paese nordico costituisse una priorità dopo l’attacco a sorpresa delle truppe naziste a Norvegia e Danimarca. Il 9 aprile 1940 Oslo e Copenaghen erano state occupate in poche ore, violando apertamente la neutralità dei due Paesi scandinavi, e, secondo i timori degli strateghi britannici, le truppe di Hitler avrebbero presto invaso anche l’Islanda. D’altra parte l’importanza strategica dell’Islanda, a metà strada tra Europa

e Nord America, era nota da tempo: fin dagli anni Trenta i nazisti avevano inviato in Islanda missioni commerciali, istruttori di volo e squadre di sedicenti antropologi – in realtà spie – incaricati di visitare l’isola.

PRIMA GLI INGLESI. L’Islanda era abitata all’epoca da poco più di 120mila abitanti, in gran parte pescatori e agricoltori, ed era neutrale: una scelta quasi obbligata, essendo un  Paese storicamente privo di esercito. 105

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GETTY IMAGES

L’unione fa la forza

Da sinistra, il presidente americano F. D. Roosevelt, il Primo ministro canadese William Mackenzie-King e quello britannico Winston Churchill.

Dopo la guerra le forze armate statunitensi mantennero Agli inizi di maggio gli inglesi – d’intesa con il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt – misero a punto l’“Operazione Fork”, che fu lanciata il 10 maggio 1940, quando Churchill rimpiazzò Neville Chamberlain come Primo ministro. Quel giorno, come racconta Jonathan Dimbleby nel suo libro La battaglia decisiva della Seconda guerra mondiale (Newton Compton), nelle prime ore del mattino attraccarono nel porto di Reykjavik quattro navi da guerra britanniche, dalle quali sbarcarono

centinaia di Royal Marines. I pochi cittadini tedeschi presenti in città furono arrestati insieme all’incredulo console inviato da Berlino e a chiunque avesse legami con il regime hitleriano. L’organizzazione della difesa del porto fu varata in tutta fretta. In pochi giorni due cargo britannici da 10mila tonnellate scaricarono veicoli blindati, mitragliette, munizioni e rifornimenti, tra le proteste del governo islandese, che lamentò innanzitutto di non essere stato avvisato. Era, sì, un’invasione “difensiva” per salvaguardare l’isola da un’aggressione

Verso l’indipendenza

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Islanda è un Paese storicamente privo di esercito. Per trovare traccia di una tradizione militare bisogna risalire al XV secolo, e ai sanguinosi scontri fra i pirati inglesi e islandesi. Alla metà del ’500, da poco divenuta una colonia del Regno di Danimarca, l’isola subì la confisca di tutte le armi da parte dei danesi e

perse per sempre la sua forza militare. Il percorso verso l’indipendenza iniziò solo alla metà del XIX secolo e si accelerò dopo la Grande guerra, con la firma dell’Atto d’Unione con la Danimarca (1° dicembre 1918). Emancipazione. Pur restando formalmente associata alla Corona

danese, l’isola ottenne lo status di nazione indipendente, sovrana e neutrale. L’intesa aveva una durata di 25 anni, al termine dei quali sarebbe stato possibile chiedere lo scioglimento dell’Unione. L’indipendenza islandese, infatti, è stata sancita definitivamente con il referendum del 17 giugno 1944.

nazista, ma si trattava pur sempre di un’invasione. Di fronte all’inevitabile, il governo di Reykjavik non poté far altro che chiedere agli islandesi di trattare gli invasori britannici come ospiti, sebbene indesiderati, e di provare a conviverci.

POI I CANADESI. Dieci giorni dopo il loro arrivo, i due battaglioni dell’esercito britannico che avevano sostituito i Royal Marines furono richiamati in Inghilterra per partecipare alla campagna di Francia. Per rimpiazzarli fu inviata una spedizione militare canadese denominata “Z Force”. Ai soldati giunti dal Canada parve di essere sbarcati su un altro pianeta: nessuno di loro conosceva una parola della lingua del posto, le poche mappe in dotazione non erano aggiornate e non bastavano per orientarsi in un paesaggio lunare circondato da montagne e vulcani, con il sole di mezzanotte che splendeva tutta l’estate e l’oscurità che d’inverno avvolgeva il Paese per 18 ore al giorno. Al tanto temuto confronto con i tedeschi non si arrivò mai e i principali pericoli che i soldati dovettero affrontare durante la permanenza nell’isola


Caccia al tesoro

EVERETT/CONTRASTO

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Forze in campo

ALAMY/IPA

Sopra, l’arrivo degli americani nel porto di Reykjavik (1941). Sotto, gli aerei della Royal Air Force pronti al decollo.

l relitto della nave tedesca SS Minden, ritrovato l’estate scorsa negli abissi dell’oceano Atlantico al largo delle coste islandesi, potrebbe nascondere uno dei più preziosi tesori nazisti della Seconda guerra mondiale. Secondo la stampa britannica l’imbarcazione conserverebbe nella stiva circa quattro tonnellate di lingotti d’oro per un valore di almeno 110 milioni di euro, un tesoro che potrebbe tornare alla luce quando le autorità islandesi autorizzeranno gli esploratori ad aprire un varco all’interno della nave. Affondata! La SS Minden era partita dal Brasile il 6 settembre 1939, diretta in Germania, ma non arrivò mai a destinazione. Dopo che fu intercettata dai radar degli incrociatori britannici, Hitler ordinò al capitano della nave di affondarla per non permettere alla Royal Navy di impadronirsi del suo carico. L’equipaggio fu salvato dalla Marina britannica e portato alla base navale di Scapa Flow, in Scozia. Il tesoro che trasportava sarebbe stato prelevato dalle banche centrali dei Paesi sudamericani per ordine del Führer.

una presenza, seppur ridotta, in Islanda fino al 2006 furono il freddo polare e un liquore di contrabbando ad alta gradazione alcolica chiamato “morte nera”, con evidente riferimento ai suoi effetti tossici per la salute.

INFINE GLI AMERICANI. Nel 1941 la responsabilità dell’operazione passò infine nelle mani degli Stati Uniti, che non erano ancora entrati ufficialmente in guerra. Spiega Jonathan Dimbleby: «A Roosevelt l’occupazione dell’Islanda consentiva di prendere due piccioni con una fava. Alla Gran Bretagna avrebbe dato un chiaro segnale dell’impegno del presidente e al popolo americano avrebbe potuto spacciarsi per un’azione di autodifesa contro l’aggressione nazista». In poco tempo, Washington inviò un contingente di circa 40mila soldati, pari a un terzo della popolazione totale dell’isola, ma neanche il presidio statunitense ebbe mai occasione di trovarsi faccia a faccia con i tedeschi. In un primo momento, la decisione di Roosevelt di dare man forte agli inglesi nell’Artico fu considerata da Hitler un atto d’aggressione nei confronti della Germania, ma l’ammiraglio Erich

Raeder, comandante in capo della Marina nazista, non ricevette mai l’ordine di attaccare le navi americane al largo delle coste islandesi. Col tempo, infatti, il Führer si convinse che l’importanza strategica dell’Islanda non valeva certo il costo di un’invasione e accantonò per sempre l’“Operazione Ikarus”, che prevedeva l’invio della 163esima divisione di fanteria della Wehrmacht nel Paese scandinavo. Le forze americane furono accolte con estrema riluttanza dagli islandesi e del resto i soldati non fecero granché per accattivarsi le simpatie della popolazione, anzi. Quel periodo, tuttora noto in Islanda come Ástandið (la “situazione”), è tristemente passato alla Storia per i molti casi di stupro ai danni di giovanissime islandesi. Oltretutto, le ragazze, anziché trovare protezione dai loro connazionali furono duramente stigmatizzate fino a essere accusate di prostituirsi. E le autorità locali introdussero una legislazione che di fatto condannava le vittime come collaborazioniste. In pochi mesi furono denunciate circa 800 ragazze, spesso di età inferiore ai 15 anni.

Gran parte erano state violentate, ma furono processate e rinchiuse in istituti correttivi, in condizioni disumane.

LIBERI TUTTI. Gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale coincisero anche con una svolta politica decisiva per l’Islanda, che dichiarò l’indipendenza dalla Danimarca cancellando, una volta per tutte, un vincolo che durava da secoli. Oltre il 90 per cento degli islandesi votò per la definitiva secessione al referendum che si tenne il 17 giugno 1944 e il parlamento di Reykjavik proclamò la repubblica. Ciò non impedì al Paese di rimanere legato a doppio filo al sistema di difesa atlantico fino ai giorni nostri. Il simbolo di questo legame è l’aeroporto di Keflavik, a una cinquantina di chilometri dalla capitale. Lo scalo, destinato a scopi militari e realizzato dagli Stati Uniti nel 1943, avrebbe dovuto essere ceduto all’Islanda subito dopo la guerra. Ma in realtà è rimasto parte integrante della struttura aerea della Nato in funzione antisovietica fino al 2006. • Riccardo Michelucci 107

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Una vita da fenomeni

A.MOLINO

I due fratelli Ugo all’Esposizione universale di Parigi del 1900. A destra, i pantaloni di Battista Ugo in una cartolina del 1907. Le sue gambe erano lunghe come una persona intera.

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Dalle valli piemontesi alle luci della ribalta: la “grande” vita degli Ugo, due fratelli...

STORIE D’ITALIA CUNEO

EXTRA

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FUORI DAI PERCENTILI. I due “piccoli” della famiglia Ugo erano conosciuti in tutto il circondario, dove nacquero storie e leggende sul loro conto, alcune impossibili da verificare... Come racconta Paolo Balmas, nel suo libro Gigante. L’incredibile storia dei Giganti Ugo (Ed. Pb Filmproduzioni), «I due erano bambini intrappolati dentro corpi da adulti con una

forza sproporzionata per la loro età e una fame incontenibile». Secondo una sorta di biografia romanzata scritta dal loro impresario francese, l’intraprendente Oscar Marechal, il corpo di Battista conobbe uno sviluppo straordinario: “A sei anni era già alto 1,25 metri (molto, per l’epoca, ndr), a quindici 2 metri, fino ad arrivare all’altezza di 2,30 metri per un peso di 201 chilogrammi”. Il fratello più giovane non era da 

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lla fine del XIX secolo, quando la statura media italiana era 1 metro e 63 centimetri, in un piccolo paese del Nord Italia nascevano due fratelli destinati a diventare famosi perché quella media l’avrebbero superata. E di molto. Erano i fratelli Ugo. Si chiamavano Battista e Paolo Antonio. Il padre era alto 1 metro e 64, la madre 1,68. I coniugi Ugo con i loro sette figli (cinque maschi e due femmine) vivevano in provincia di Cuneo, in una delle tante valli della zona che portano alle Alpi Marittime, al confine con la Francia. Il 21 giugno 1876, a Roviera, frazione di Vinadio (Cuneo), in valle Stura, nacque Battista: il neonato, con i suoi sette chilogrammi di peso, non passò inosservato nella piccola frazione montana. Fu subito evidente quanto fosse diverso dai suoi coetanei: in prima elementare non c’era verso d’infilarlo in un banco di scuola perché le sue gambe erano troppo lunghe. A undici anni di distanza (28 giugno 1887), a Pratolungo, sempre vicino a Vinadio, venne al mondo Paolo Antonio, il cui corpo parve sin dall’inizio destinato a seguire le orme del fratello: al momento della morte, a soli 26 anni, la sua altezza raggiungeva i 2 metri e 25 e il peso 150 chilogrammi.

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L’impresario Oscar Marechal notò Battista mentre lavorava come boscaiolo in Francia e lo scritturò subito durante uno dei suoi soggiorni oltralpe avvenne l’incontro che cambiò radicalmente la sua vita e, in seguito, anche quella del fratello: Oscar Marechal, impresario teatrale, soprannominato da Battista “il Maresciallo”, lo notò (difficile non farlo) mentre era al lavoro e capì subito che quella montagna umana poteva rivelarsi una fonte di guadagno.

IL FURBO MARESCIALLO. In breve Marechal ne fece un personaggio mirabolante: cambiò il suo nome in Baptiste Hugo, gli diede un nuovo paese natale, Saint-Martin-Vésubie (nelle Alpi Marittime) e lo trasformò in un fenomeno da baraccone. Quando seppe che Baptiste aveva un fratello non esitò a scritturare anche lui, dandogli un nome d’arte francese: Antoine. Erano così nati “les géants Hugo”, i giganti Hugo, “i più grandi sulla Terra”, come recitava il titolo della biografia-pubblicità che “il Maresciallo” si affrettò a scrivere dopo averli ingaggiati. Trasferiti a Parigi, i due “giganti delle Alpi” iniziarono la loro carriera di “scherzi della natura” nelle numerose fiere che si svolgevano in Francia, alle quali gli spettatori, attratti da un’astuta campagna pubblicitaria, accorrevano in massa. Gli esperti della Società di Antropologia di Lione, dopo aver esaminato i due giganti, conclusero che i fratelli Ugo “sono effettivamente dei fenomeni che si distinguono dalle persone comuni, vere e proprie meraviglie per gli esseri ordinari della nostra specie”. Al termine del loro esame, gli specialisti sottolinearono inoltre che, a parte la forza straordinaria, “questi giganti si presentano sotto l’aspetto di uomini ben proporzionati; non sono né obesi né deformi”. Forte del giudizio scientifico degli scienziati, Oscar Marechal girò in lungo e in largo tutta la Francia portando con sé i due giganti insieme a personaggi curiosi come i Nani Bernesi, con i quali i due fratelli si mettevano in posa per la foto ricordo (ovviamente a pagamento).

Occhio alle sproporzioni

In alto, una locandina dello spettacolo a cui partecipavano i “giganti delle Alpi” e il nano Adrien (69 cm per 9 kg). Sopra, Battista Ugo fotografato accanto alla sua automobile per sottolineare le sue dimensioni spropositate.

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meno: “Antonio a 18 anni misurava già 2,25 metri e i suoi piedi erano lunghi 40 cm”, infatti i due fratelli portavano scarpe taglia 61. La loro esistenza, benché considerati fuori dal comune, trascorse come quella di molti loro compaesani dell’epoca: Battista aiutava la famiglia e, oltre a fare il pastore e il manovale in valle Stura, iniziò ben presto ad attraversare il confine per lavorare in Francia dove c’era molta richiesta di manovalanza e si guadagnava meglio. Vista la sua straordinaria forza fisica, infatti, era logico che finisse per fare il boscaiolo. E proprio

LE FREAK C’EST CHIC. Nel 1900 in Francia la fama degli Ugo arrivò all’apice: la loro statura fu una delle attrazioni principali dell’Esposizione universale di Parigi. Oltre alla Francia, i due fratelli visitarono il resto d’Europa, e l’Africa, spingendosi, si dice, fino in Algeria. Notizie su cui però si nutrono parecchi dubbi, così come sull’autenticità di alcune fotografie che li ritraggono “svettare” su presunte popolazioni indigene. Immagini che, suggerisce Paolo Balmas, potrebbero essere state create ad arte in studio. Sicura è invece la partenza


Il matrimonio più pazzo del mondo

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di Battista per gli Stati Uniti d’America, quella “Merica” che tanti suoi conterranei avevano conosciuto come scelta obbligata per sbarcare il lunario e che lui visitò invece da star. Anche il fratello Antonio sarebbe dovuto andare con lui per esibirsi nel famoso Circo Barnum & Bailey, ma il 16 febbraio 1914, pochi giorni prima della partenza, morì nella sua casa di Maisons-Alfort. Nonostante la perdita del fratello, Battista decise di proseguire la sua brillante carriera oltreoceano. Attraversò l’Atlantico un’ultima volta nel 1916 e all’arrivo, a

piccola al mondo, e il suo compagno, il conte Paucci, noto anche come Peppino Magro, alto 60 centimetri. Presenziarono inoltre: Grace Gilbert, la donna la cui barba misurava 45 centimetri, accompagnata da Alistair MacWilkie, l’uomo con i baffi più lunghi del mondo (3,50 metri); la coppia più grassa del mondo, ovvero Jack Wilson e Alice Cherry; Jean Libbera, “l’uomo con due corpi”; ed Eddie Masher, “lo scheletro umano dal peso di appena 17 chilogrammi”. “Una festa nuziale di nani e giganti, scheletri umani e uomini cannone”, scrisse The New York Times facendo la cronaca di un matrimonio irripetibile in cui c’era anche una piccola parte d’Italia.

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ell’aprile 1916 Battista Ugo fu testimone alle curiose nozze che unirono in matrimonio Elsie Reineking, incantatrice di serpenti, e Joseph Francis Short, clown nano, poco più piccolo di lei, entrambi artisti del Circo Barnum & Bailey (sotto, una locandina). The New York Times riportò che come testimoni di nozze lo sposo aveva voluto accanto a sé il gigante cuneese, mentre la futura moglie aveva optato per Cleve Gill, la “gigantessa texana”. Parterre d’eccezione. Tra gli invitati a questa cerimonia, degna del film Freaks di Tod Browning (1932), figuravano la signorina Maxine, incantatrice di serpenti; la signorina Clifford, mangiatrice di spade; la principessa Wee-Wee, la donna più

Ellis Island, fu registrato come “gigante”. Riuscì a esibirsi nuovamente con il Circo Barnum & Bailey al Madison Square Garden di New York, prima di essere ricoverato al Willard Parker Hospital di Manhattan dove morì il 23 aprile 1916 per difterite. Le sue spoglie furono sepolte al Greenwood Cemetery di Brooklyn, a New York, dove si trovano ancora oggi. La morte di Battista venne annunciata anche dal The New York Times che titolò: “Muore gigante del circo. Soffriva di nostalgia di casa”. •

Due fratelli “sopra le righe”

Sopra a sinistra, i giganti Ugo (a sinistra Antonio, a destra Battista) immortalati con la loro famiglia per una cartolina postale.

Fabio Dalmasso 111

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AGENDA

A cura di Irene Merli

©ROMASOVRINTENDENZACAPITOLINAAI BENICULTURLI (2)

A destra, busto di Traiano; a sinistra, Arco di Ancona (plastico in gesso). In basso, moneta aurea con ritratto di Plotina, moglie dell’imperatore.

MOSTRA ROMA

TRAIANO L’ESPANSIONISTA Una grande esposizione celebra l’Optimus princeps, il migliore degli imperatori.

MOSTRA MILANO

CHE GUEVARA. TU Y TODOS Una mostra spettacolare e di grande potenza narrativa su uno dei miti del XX secolo. Si ripercorrono gli avvenimenti cruciali della vita del Che, pubblici e privati. Ne esce il ritratto di un uomo complesso, con i suoi affetti, gli ideali, i dubbi... In esposizione lettere, diari, foto ufficiali e private, video d’epoca dei discorsi, registrazioni delle poesie alla moglie, materiali d’archivio inediti in arrivo dal Centro Studi Che Guevara dell’Avana. E scenografici apparati multimediali. Fino all’1/4. Fabbrica del Vapore. Info: 0299901967, www.mostracheguevara.it LIBRO

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©ROMAARCHIVIOFOTOGRAFICOMUSEONAZIONALEROMANO

Urbe rende omaggio al suo Optimus princeps, ovvero il migliore degli imperatori. Grande conquistatore e combattente amatissimo dai suoi soldati, seppe amministrare con saggezza l’impero, attuando valide riforme sociali ed economiche. Traiano è stato l’unico imperatore a cui Roma tributò un trionfo anche alla morte. La mostra Traiano. Costruire l’impero, costruire l’Europa, allestita nei “suoi” Mercati, oggi sede del Museo dei Fori Imperiali, racconta la vita, il mondo e le gesta dell’imperatore attraverso statue, decorazioni architettoniche, ritratti, calchi della Colonna Traiana, monete, modelli in scala, video e rielaborazioni tridimensionali. Tutte prove che, di Traiano, attestano le capacità militari (con lui l’impero raggiunse l’apogeo), politiche (seppe conquistare tanto il Senato quanto la popolazione) e amministrative (attuò opere di pubblica utilità e finanziò la costruzione di importanti monumenti). Splendori. L’esposizione si articola in sette sezioni. Tra le “chicche” presenti, una mano colossale e il profilo di una sconosciuta testa-ritratto dell’imperatore, che provengono dal Foro di Traiano ed escono per la prima volta dai depositi del Museo. Sono poi tornate a casa due lastre del Fregio con amorini e grifoni, che varie vicende collezionistiche avevano tenute separate per ben 400 anni. Tra i prestiti più prestigiosi, gli splendidi stucchi dorati della villa ad Arcinazzo Romano, il ritratto bronzeo dell’Optimus princeps, i calchi storici della Colonna Traiana e i plastici di monumenti poco noti, come il ponte sul Danubio. Non poteva mancare, infine, una riproduzione in scala del trionfo di Traiano al ritorno dalla Dacia. Fino al 16/9. Mercati di Traiano Info: 060608, www.mercatiditraiano.it

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Nella leggenda Quest’anno ricorre un doppio anniversario per Enzo Ferrari, fondatore dell’omonima casa automobilistica: la nascita (18/2/1898) e la morte (14/8/1988). L’autore ricostruisce la storia di un uomo fuori dall’ordinario che ha saputo creare il marchio più famoso del mondo. Pino Casamassima, Ferrari, Edizioni Le Lettere, 14 euro


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Periodico associato alla FIEG (Federaz. Ital. Editori Giornali)

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Focus storia n136 febbraio 2018  
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