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Marco Acerbis. Progettista senza limiti di scala - LASTAMPA.it

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F.D. Come e nata la tua passione per il progetto? M.A Certe passioni sono talmente connaturate al proprio modo di essere che nascono con noi. Nel mio caso sono sempre stato estremamente creativo e visionario fin da bambino. Mi rendo conto ora che fina da adolescente volevo progettare ed infatti finito il liceo mi iscrissi ad architettura senza un vero perché. Un evento mi fece capire davvero che ero sulla strada giusta. Avevo circa vent’anni quando visitai quasi per caso un edificio di Norman Foster a Cambridge, la Law Faculty e rimasi talmente stupefatto dalla perfezione del progetto che capii cosa voleva dire essere in grado di progettare per davvero. Progettare nel senso di vedere

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prima quello che succederà poi e gestire il progetto come un direttore d’orchestra che dirige i musicisti per creare una sinfonia. A quel punto cominciai a leggere tutto quello che trovavo sull’architetto inglese per finire anni dopo a lavorare nel suo studio coronando il mio sogno di studente. F.D. Quali sono state le tappe principali della tua formazione professionale? M.A. La laurea sofferta al Politecnico di Milano in anni dove gli stimoli per gli studenti erano pochi nel marasma universitario di lezioni spesso autoreferenziali su concorsi non vinti fu la prima tappa. Fortunatamente riuscii a trovare anche docenti di altissimo profilo intellettuale che mi diedero preziose informazioni di storia dell'architettura, scienza delle costruzioni e mi permisero di sviluppare completamente la mia tesi a Londra appoggiandomi a consulenti inglesi. Pochi giorni dopo la laurea lavoravo già a tempo pieno presso lo studio di Norman Foster, esperienza indimenticabile da ogni punto di vista, sia umano che professionale. Certo sette anni lì furono come lavorarne ventuno in Italia. Ma ottenni tutto quello che mi serviva per terminare la mia formazione di studente nel mondo della progettazione. Progettazione che già allora mi pareva chiaro non dovesse avere limiti di tema. Credo che la frase 'dal cucchiaio alla città' abbia ancora un grande valore se ne si capiscono i limiti oltre che le possibilità. http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/blog/grubrica.asp?ID_blog=315&ID_articolo=143

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Marco Acerbis. Progettista senza limiti di scala - LASTAMPA.it

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cucchiaio alla città' abbia ancora un grande valore se ne si capiscono i limiti oltre che le possibilità. F.D. Come definiresti il design? M.A. Il design, che tra l'altro non ha niente a che vedere con l'architettura, è meglio spiegabile con un oggetto: l'ombrello. Nessuno sa con precisione chi abbia disegnato il primo, lo conoscono tutti, lo usano in tutto il mondo e non sembra essere sostituibile. Prevarica le mode perché sempre utile e bello. F.D. Quali sono i punti di forza del design italiano? M.A. Il design inteso nel senso degli oggetti che costellano il vivere contemporaneo e meglio ne interpretano lo spirito è nato in Italia ed è quindi da qui che tutto il mondo si aspetta di trovare le novità e le proposte. Basta vedere il successo del Salone del Mobile di Milano ogni anno. Il design italiano nel senso della progettazione italiana ha valore perché fa parte di un sistema molto più grande, non coordinato o gestito, del 'design/made in Italy' che si potrebbe definire come un brand globale, altamente riconosciuto, di cui siamo tutti noi Italiani democraticamente proprietari e responsabili. Tra le innumerevoli pieghe ed interpretazioni spesso errate del valore di questo brand a cui tutti si appellano e che tutti usano si nasconde la forza del design italiano. F.A. Invece che cosa non funziona oggi nelle proposte del design made in Italy? M.A. Tre cose cose. La prima, la peggiore, è la paura. Oggi tutti hanno paura e per ottimi motivi che si leggono sui giornali ogni giorno. La seconda è la mancanza di liquidità che riduce gli investimenti in ricerca e uccide quasi qualunque tipo di manifestazione culturale. Essendo il design parte della cultura contemporanea ovviamente risente della stagione economico sociale del mondo. In altre parole se viene meno quel 'being foolish' che qualcuno raccomandava, ma che non si coniuga con la paura, viene meno il design come immaginario collettivo di un futuro migliore. Le aziende cercano prodotti vendibili perchè non vendono più come prima ma così facendo la guerra non è più sul concetto ma sul prezzo e altre cose di cui spesso nemmeno hanno il controllo. La terza è stata di permettere di identificare il termine design con il termine lusso, spiegando un prezzo alto con il valore aggiunto del design. Grave errore. Gli oggetti costano quello che costano non perchè sono di design italiano (magari firmato da uno straniero) ma perchè sia la struttura della rete commerciale che la dimensione delle aziende e il numero dei pezzi prodotti non possono che far scaturire quel prezzo. Ma non c'entra necessariamente il design nel senso del progetto. Siccome progettare oggi vuole dire essere un anello nel sistema ‘design/made in italy’ di cui parlavo prima e che produce, esporta, vende, comunica ecc. se si vuole migliorare l’offerta del design in ogni senso bisogna toccare tutta la filiera, non solo il progetto del prodotto. F.D. A quali requisiti devono rispondere i nuovi progetti delle merci della nostra epoca? M.A. Cerchiamo di farli utili, che durino nel tempo, che portino felicità e che facciano innamorare chi li usa in modo che li curi con affetto. F.D. Quali sono le responsabilità dei designers contemporanei? M.A. Penso che sia giusto che ognuno si esprima come gli viene più naturale cercando però di non copiare e di non creare spazzatura che da un anno all'altro viene gettata via. Lo spreco è una delle caratteristiche peggiori della nostra società e che non ci possiamo più permettere di tollerare. F.D. Le difficoltà che incontra oggi un giovane progettista nell'inserirsi all'interno del complesso sistema lavorativo del nostro Paese? M.A. Impossibile elencarle tutte! L'Italia è un paese dove se riesci nel tuo mestiere è nonostante il sistema Italia e non grazie al sistema Italia. Per quanto riguarda l'architettura il muro del sistema pubblico è insormontabile. Per quanto riguarda il design invece ho trovato aziende aperte al nuovo e ai giovani senza pregiudizi e con grande disponibilità di collaborare. Attenzione però quando dico nuovo intendo dire eccezionalmente nuovo e io lavoro da quindici anni, non mi considero giovane ed è un errore credere di esserlo solo perchè l'età media di vita si è allungata. F.D. Quali possibilità di lavoro offrono oggi i paesi stranieri ai giovani progettisti ? M.A. Premesso che non credo che l'erba del vicino sia sempre più verde. Del resto vivevo a Londra e sono tornato in Italia. Di certo è facilmente verificabile come all'estero il concetto di capacità personali e meritocrazia si molto più definito e limpido che da noi. Sicuramente viene data alla formazione degli studenti una importanza maggiore, dal canto loro gli studenti che seguono i corsi di laurea sono raramente dei perditempo anzi hanno obiettivi precisi e quindi anche il mercato del lavoro vede i giovani studenti come delle risorse e li aiuta. Tutte esperienze provate in prima persona. Per quanto riguarda la committenza dipende molto dai settori poiché ormai il mondo si sta suddividendo in macro aree di specialità produttive. L’Italia per il design di arredo e illuminazione di interni rimane comunque al top almeno per le aspettative. F.D. Quali criteri un progettista deve considerare per equilibrare il rapporto tra architettura e natura, design e natura? M.A. Non sono mai riuscito a capire perché l’uomo si è inesorabilmente convinto di essere altro dalla http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/blog/grubrica.asp?ID_blog=315&ID_articolo=143

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Marco Acerbis. Progettista senza limiti di scala - LASTAMPA.it

01/12/11 13:28

M.A. Non sono mai riuscito a capire perché l’uomo si è inesorabilmente convinto di essere altro dalla natura. E’ un vero mistero. Nel suo essere altro si rapporta alla natura con presunzione senza rendersi conto che ‘niente natura’ equivale a ‘niente uomo’. Nonostante le mille invenzioni della nostra storia ancora non abbiamo capito che il concetto di prendersi una boccata di aria pulita facendosi un giro in centro città non dovrebbe essere considerato strano, anzi, è in città che viviamo tutti! E sarebbe forse più facile raggiungere questo di obiettivo che non cercare di andare su Marte. Invece animati da varie dicotomie tra cui uomo/natura, sporco/pulito, lavoro/vacanza ecc. sembra sempre di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Si lavora per andare in vacanza e fuggire dalla città che ci dà il lavoro perché lì non si respira mentre al mare sì, ma in piena stagione c’è più inquinamento al mare che in città e allora forse è meglio tornare in città ecc. Cosa può fare un progettista? Al di là del seguire le prassi di un’architettura imperniata sul risparmio energetico ed evitare gli sprechi, e già questo sarebbe un gran bel passo avanti, visto che il riscaldamento degli edifici è una voce molto importante nei bilanci energetici, penso che l’onere più pesante sia di spiegare alla committenza il perché di certe scelte, anche costose, in modo che loro stessi possano diventare portavoce di un modo di vivere più logico ed ecologico. F.D. Parlami di quello che ritieni il tuo progetto migliore nell'architettura. M.A. Sicuramente il Polins - Polo di innovazione strategica a Portogruaro e questo anche per una questione emozionale essendo il mio primo edificio in Italia. Si tratta di un edificio adibito a sala conferenze e certificato Classe A+ con Casa Clima. Trovo sia molto elegante nel suo modo di integrare i vari spazi con la luce del sole e le tecnologie per ridurre i consumi energetici. La trave in lamellare ha una luce di 33 metri e come un ponte scavalca l’edificio, alleggerendolo del peso del tetto che, altamente coibentato, protegge e illumina gli spazi interni. F.D. Il progetto di design cui ti ritieni pienamente soddisfatto ? M.A. Non ne ho uno in particolare, sono molti e tutti con una storia diversa. Diciamo piuttosto che per me la soddisfazione sta nello sviluppare il progetto, nel vederlo trasformarsi fino a diventare realtà e poi guardare il cammino fatto ricordandone le emozioni, le fatiche e le speranze. Ogni progetto ha un momento di grande soddisfazione ma non tutti coincidono con la stessa fase. Talvolta è lo schizzo con cui trasferisci rapidamente l’idea sulla carta, talvolta il primo prototipo o la chiacchierata con il modellista mentre ci lavori, talvolta è vedere per caso il prodotto in casa di qualcuno che ti mostra orgoglioso il suo nuovo acquisto senza sapere che lo hai disegnato tu. F.D. Che cosa dovrebbero fare le istituzioni per promuovere la qualità del design e dell'architettura? M.A. Premetto che ho pochissime speranze in proposito perché nella cultura italiana contemporanea sembra si sia persa la speranza di credere, anche solo nella remotissima possibilità, di un secondo Rinascimento sia tecnologico che artistico. Avendo noi così tanti capolavori quasi non crediamo che l'architettura possa più dire nulla e quindi si vede un susseguirsi stanco di progetti contemporanei che in gergo si definirebbero ‘fatti con la mano sinistra’ e malamente inseriti. Mentre il design è un qualcosa di troppo indefinito per il Pubblico da riuscire ad identificarvisi, nonostante gli apprezzabilissimi sforzi delle associazioni di categoria. Penso che nel senso più ampio del termine sarebbe di grande importanza riportare nelle scuole sane lezioni di educazione civica che da un lato insegnino la convivenza civile ed il rispetto reciproco e dall’altro facciano capire che le città, le auto, i marciapiedi, i tavoli, le sedie e per fino i bidoni della spazzatura sono cose che hanno un valore e vanno progettate bene e tenute anche meglio e questo per il bene di tutti. Allora si instaurerebbe il giusto rapporto nei confronti degli oggetti. Oggi sta prevalendo invece la sensazione che il design sia un divertimento stagionale, un fenomeno da baraccone, un eterno e quantomai inutile ‘happy hour’. In ultima analisi se l’Italia fosse davvero più trasparente e meritocratica in ogni sua istituzione, non ci sarebbe bisogno di farmi questa domanda perché design e architettura sono sempre in parte specchio della società dove crescono e la qualità di cui mi chiedi si promuoverebbe da sola e in tutto il mondo, perché sarebbe davanti agli occhi di tutti e tutti ne andrebbero fieri.

Nella foto da sinistra Polo dell’innovazione strategica PO.LIN.S - Portogruaro, Venezia, Italy - 2008,2010 Building - Lampada da terra, Floor Lamp - cliente: Fontana Arte - 2010 commenti (0)

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Marco Interview by La Stampa