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tentemente negli anni ’90 l’ipotesi bossiana e leghista. Cavalcando la deriva della fine dell’appartenenza religiosa della Dc, i dorotei veneti si sono impossessati della macchina del consenso, smarcandosi alla Chiesa bigotta e astratta nella risposta ai bisogni materiali della gente (il fare con la politica) e quindi nella cattura dei voti. Il giovane diplomato in cerca di lavoro non va più a bussare dal parroco o dal vescovo, ma dal potente dc di turno. L’aspirante giornalista o bancario, si rivolge ai segretari del grande capo. L’imprenditore che vuole aggiudicarsi l’appalto sbaragliando la concorrenza saltando la gara d’asta, va anche lui dal capo della segreteria politica o dal boss che gli garantirà l’aggancio giusto. Chi ha bisogno si rivolge ad un politico-manager che fa, che realizza subito, attraverso poteri relazionali, le sue richieste. È un politico-manager che non puzza più di letame perché si è ridotta la frattura tra campagna e città, che si sposta spesso in aereo dimostrando altresì che non esistono più le distanze tra centro e periferia, tra Veneto e resto d’Italia, tra Padova e Roma. È un politico che vede tutto in maniera aziendale: se dà lo fa per ricevere, se investe lo fa per ottenere un profitto. Già nel 1982, quindi prima dell’affermazione della Liga Veneta, il doroteismo intuì i problemi che stavano sorgendo nei rapporti tra Stato e regioni ed in particolare evidenziò il pericoloso isolamento del Veneto, una deriva che di fatto sfociò nell’affermazione del fenomeno localistico e leghista con l’eclisse dei partiti e quindi anche della Dc. Tra lo sposare l’ipotesi secessionista e accettare lo status quo, i dorotei si schierarono per la seconda so91

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