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finestra. In quel momento la discarica stava scatenando roventi polemiche ambientaliste. Era arrivato l’ordine di allargare l’area di conferimento per smaltire migliaia di tonnellate di rifiuti incollocabili in mancanza di un inceneritore. I cittadini della zona si erano arrabbiati e avevano formato il solito Comitato antidiscarica: esasperati avevano perfino fatto le barricate per bloccare i camion pieni di puzzolente schifezza. Il pacchetto azionario di Alberto era finito all’amministratore delegato, un classico giro vizioso per pararsi il sedere. Finché un gigantesco muro di cemento, che avrebbe dovuto contenere la montagna di rifiuti e difendere la salute dei cittadini, cominciò a cedere, fatto probabilmente collegato al suicidio, al gesto disperato di un imprenditore fragile psicologicamente e incapace di reggere allo stress di un’operazione così sporca. Alla fine Alberto insieme ad altre venticinque persone, venne indagato per truffa ai danni della Regione, falso in bilancio e appropriazione indebita. Secondo l’accusa, con la prospettiva di maggiori costi, attraverso conti ritenuti irregolari, sarebbero state formulate tariffe superiori a quelle congrue, applicate poi alla Regione e alla società che si occupava della nettezza urbana. Così molti miliardi sarebbero finiti nelle tasche degli amministratori della società di Alberto grazie alle tariffe gonfiate, coperte da una semplice operazione di bilancio: se da una parte c’erano ricavi lordi per tot di miliardi di lire, dall’altra si era in presenza di pesanti costi di smaltimento, frutto di spese fittizie. Un giochetto da principianti, per un doroteo doc, uno bravissimo a raggirare il prossimo, gonfiando 50

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