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vuoi il miliardo. Questione di rapacità stordente, di carriera fuorilegge. Quella volta però la vicenda avrebbe potuto chiudersi ancor prima dell’inizio del processo, con un maxirisarcimento, roba da centinaia di miliardi delle vecchie lire. Una somma che erano pronti a sborsare Alberto e un’altra trentina di imputati pur di chiudere definitivamente la faccenda della discarica, la solita enorme pattumiera piantata nella pianura padana. Le discariche, come gli ospedali, le strade e in genere le opere pubbliche erano la carne da addentare per lo squalo doroteo. Anche quello era un intrigo miliardario di fondi neri al centro del quale c’era una società privata autorizzata dalla Regione a costruire e gestire l’impianto, dove a cominciare dall’inizio degli anni ’90 erano stati accumulate tonnellate di immondizia che in pochi anni avevano fruttato alla società una valanga di miliardi di lire. A pagarli era stata la Regione, ma con i soldi dei contribuenti come al solito mazziati e cornuti. Pensa ad un consumatore capitalista sfortunato che finisce nella trappola dorotea: compra al supermarket, mangia, va al gabinetto e si paga anche, senza saperlo, lo smaltimento dello sterco. L’inchiesta su quella pattumiera era iniziata col suicidio dai contorni peraltro oscuri dell’amministratore delegato della società diventato socio rilevando una quota che apparteneva ad Alberto. Qualcuno insinuò che fu tolto di mezzo, e i giornali locali ci imbastirono per settimane un giallo. Ufficialmente però si era sparato un colpo alla testa con la sua pistola Beretta, seduto sulla scrivania dell’ufficio. Una scena che sembra tratta da un film di Tarantino: il sangue era schizzato sul davanzale della 49

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