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Siccome davanti a lui c’è però un dirigente che ne ostacola la folgorante ascesa, che fa? Lavora da bravo doroteo per farlo fuori, lo blandisce e fa il ruffiano a dovere: siccome il capo fa il pendolare, lo invita a dormire a casa sua per un paio di mesi, giusto il tempo entrare nelle sua manica. Arriva perfino, creando un clima falsamente famigliare, a fargli condividere pruriginose intimità con la moglie. Sa quello che vuole, Mario. Accecato dal potere usa moglie e capo perché il vero doroteo adopera le persone per centrare i propri obiettivi. Subdolamente si ingrazia il capo, ma nel frattempo complotta mediante il suocero per fargli le scarpe. Così dopo neanche sei mesi, il cambio è cosa fatta: il capo gli fa un bel rapporto, il suocero lo raccomanda al socio imprenditore e Mario diventa capo. E nessuno lo sposterà più da quel posto, neanche con le cannonate. Infatti è ancora lì. Solo la moglie si è stufata e lo ha piantato. 3. Un conto è rubare per se stessi, un conto per il partito. È una differenza fondamentale nel vangelo del buon doroteo. Un inciso appunto che per un cattolico significa anche modificare il sesto comandamento decisamente troppo di sinistra e anticapitalista: non rubare. Una regola che va quindi rivista cosi: «Non rubare per te stesso» che equivale a dire «Puoi rubare per il partito»; senza specificare che in mancanza di controlli è praticamente impossibile verificare chi abbatte il paletto tra pubblico e privato. A volte, osservando da vicino degli amici dorotei e sapendo quello che stavano facendo, mi sono chiesto come 47

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