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so conviviali. Il tripartito e poi il pentapartito, le sintesi con Psi, Psdi, Pli e Pri nuotavano in questa acqua. La governabilità scaturiva da un’alleanza tra partiti dopo il voto, ma che garantiva con la Dc sempre primo partito in fatto di consensi, di scegliersi gli alleati più affidabili, sempre con equilibri favorevoli alla corrente dorotea. Nel Veneto, a Venezia, Padova, Rovigo, Verona e in tutti i capoluoghi, salvo qualche rara concessione alla sinistra interna, la leva del potere amministrativo era saldamente nelle mani di fedelissimi della corrente. Il doroteo si è abituato a comandare con questo sistema che esaltava anche i collegamenti dei singoli politici al gotha delle famiglie dominanti per censo e ricchezza nelle varie realtà provinciali, una situazione favorita dal reclutamento di persone forti per status, visibilità sociale e conto in banca che poi travasavano la loro esperienza nel modo di condurre il partito, di rapportarsi con gli altri partiti e di amministrare. Gli imprenditori entrati nel gioco diventavano sponsor della corrente elargendo consistenti somme di denaro, spesso mascherate sottoforma di pubblicità, per sostenere le campagne elettorali ottenendone in cambio dei favori soprattutto nell’assegnazione di appalti pubblici taroccati nelle gare d’asta. Un do ut des che poi è sconfinato anche nella discesa in campo politica solo per tutelare i propri interessi e nella nascita della figura prima del manager della politica e poi dell’imprenditore-politico. Così avveniva la convivenza con le altre anime interne e coi partiti alleati, ma sempre in condizione maggioritaria, con estensione anche negli enti pubblici, all’associazioni22

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