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la faccia di due colori e girandosi mostra prima quella bianca e poi quella rossa. È sempre lui, ma dà l’effetto di una doppiezza risolta, felice, accettata. Da applausi. Se esce da un consiglio comunale entra direttamente in un film di Totò. Nella realtà si era candidato nel 2005 con la Margherita ed era subentrato in Regione Campania con i voti raccolti sotto quel simbolo, poi nel 2008, grazie al sostegno del centrodestra, era stato eletto sindaco. Sul palcoscenico della politica, se si girava a sinistra mostrava il volto del consigliere regionale, se si girava a destra quello del sindaco. Carmine nella sua traiettoria da Homo Doroteo evoca il protagonista de Le Neveu de Rameau di Diderot. Stessa consapevolezza di sé, della propria amoralità. Perché l’ubiquità in politica non è immorale bensì amorale e l’amoralità è un’altra caratteristica saliente del comportamento doroteo in politica. Il personaggio di Diderot perde ogni cognizione della morale, cancella il bene ed il male dalla sua mente. I suoi vizi li usa se sono utili al proprio interesse, al proprio ‘particulare’ guicciardiniano. Se non servono, li maschera. La dominante del carattere che si estrinseca nel suo modo di comportarsi ed agire è assolutamente l’utile per sé. Carmine è la rappresentazione reale dell’immaginario di Diderot. È un Homo Doroteo del nostro secolo, un mutante che nasce da una concezione imprenditoriale della politica, un manager al di là del bene e del male. Forse vale la pena di studiarlo prima di condannarlo inesorabilmente, anche per evitare che quelli come lui si riproducano. Del resto, inutile nasconderlo, un simile 14

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