Issuu on Google+

SuccoAcido

Crossing languages, art, cinema, comics, music, theatre, writing Edizioni De Dieux srl

Euro zero,00

Distributed in 7 continents by friends and lovers

September/October 2012, No. 20

SuccoAcido Community @ www.succoacido.net

No parcking a Lampedusa

Mapping the experience

Reportage dal “Lampedusa in Festival”

Un percorso dentro le mappe e il paesaggio. Rogelio López Cuenca

Il fenomeno immigrazione in questa estate 2012 sembra quasi scomparso dall’agenda dei più gettonati tg nazionali e anche i grandi quotidiani non fanno certo a gara per accaparrarsi le notizie. Vi ricordate di Lampedusa? Sì, quell’isola in mezzo al Mediterraneo che da decenni è meta di migliaia di turisti e di migranti? Con proporzioni variabili, si intende, alcuni anni erano più gli alberghi a riempirsi di turisti, in altri anni erano i moderni campi di concentramento per migranti chiamati Cpt o Cie a riempirsi fino all’inverosimile. In ogni caso, turisti e migranti a Lampedusa non si sono mai incontrati. Gli ultimi, passavano direttamente dal molo alle gabbie a cielo aperto, attesi solo da forze dell’ordine, Ong, e dal solito drappello di fotografi, giornalisti e videomaker, anche questi in proporzioni variabili, a seconda del numero dei morti che ogni barcone portava con sé. A fine luglio del 2012, invece, sull’isola di Lampedusa, tuttora dichiarata “porto non sicuro”, non c’è un solo migrante. Solo turisti,

Antonio Mazzeo y los Padrinos del Puente

tanti, quasi a compensare il vuoto dello scorso anno, quando alberghi e ristoranti si lamentavano del trattamento mediatico che era stato riservato all’isola, dipinta solo come l’isola degli sbarchi, con i pochi turisti che si trovavano sull’isola spesso costretti a dare rassicurazioni (sincere) a parenti ed amici sul fatto che lì, nell’isola più a sud d’Europa, non si correva alcun problema di sicurezza personale e che, anzi, se la stavano godendo parecchio. È proprio vero, Lampedusa vista da fuori, o meglio, fatta vedere da fuori, rischia di dare un’immagine di sé deformata, dove non emergono a sufficienza le sue irrisolte problematiche (mancanza di ospedale, difficoltà e costi degli spostamenti, scuole inadeguate o a rischio, benzina e luce più costose, internet a singhiozzo....) e le sue straordinarie bellezze. Bisogna andare più volte a Lampedusa per comprendere l’indole generosa ma diffidente dei lampedusani e le contraddizioni nate dalla cattiva gestione del fenomeno migrazione sull’isola. CONTINUA A PAGINA 6

Marco Martinelli

Encuentro con el Teatro delle Albe de Ravenna

Entrevista a Antonio Mazzeo, periodista freelance, militante ecopacifista y antimilitarista. Autor de ensayos que tratan argumentos como paz, derechos humanos y criminalidad mafiosa, ha publicado la encuesta I padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Los Padrinos del Puente. Asuntos de mafia sobre el estrecho de Messina. Ediciones Alegre). El autor recontruye los negocios sucios de las organizaciones criminales transnacionales relativas a la realización del Puente sobre el estrecho de Messina, proyecto que recientemente el Gobierno italiano ha decidido no financiar, con el riesgo de un grave conflicto en el interior del poder ejecutivo. CONTINUA A PAGINA 14

LIMA I[NN]MEMORIAM, progetto multimediale, Bienal Iberoamericana de Arte Contemporáneo, Lima. Courtesy of the artist. www.lopezcuenca.com/lima/index2.html

I concetti di paesaggio, territorio e ambiente, spesso connessi con quelli di cultura, identità e memoria, sostanziano oggi le pratiche culturali legate alla dimensione sociale dell’arte: site specific art e community based practices rappresentano solo alcune delle possibili riformulazioni di tali nozioni sulla base di una lettura dello spazio pubblico come spazio delle relazioni. Non si tratta certo di oggetti linguistici nuovi per la teoria e per la produzione estetica; al contrario, essi rappresentano un coagulo di significati che trova

la sua attualizzazione in diversi contesti teorici e nella cultura del tempo che li ha prodotti, dimenticati, contestati, o rimessi in circolazione. Una storiografia contemporanea che tenti di comprendere il nuovo valore acquisito da tali tematiche nell’arte e nelle nuove forme di progettualità deve pertanto prenderne in considerazione le innovazioni concettuali, indagando le derivazioni e i percorsi di questi significati sia in una prospettiva temporale che spaziale. Tale analisi può configurarsi come una ricognizione delle manifestazioni

e dei progetti public susseguitesi negli ultimi trent’anni; può attraversare le diverse strategie di costruzione dell’identità sociale e persino della soggettività; può assumere le fattezze di una cartografia, una mappatura fatta di tragitti collettivi e individuali. Proviamo dunque a seguire uno di questi tragitti che vede nella mappatura e nella peregrinazione un valido riferimento metodologico, ma anche uno dei topoi per eccellenza della ricerca artistica. CONTINUA A PAGINA 2

Open Systems A non profit art project based in Vienna. Interview with Gulsen Bal

Después de treinta años de vida, el Teatro delle Albe sigue siendo un punto de referencia fuerte para el arte teatral italiano. Profundamente arraigado en Ravenna, no corre nunca el riesgo de estabilizarse, más bien viaja siempre más lejos. Un teatro en evolución, como si viviera siempre el amancer de una nueva experiencia. Marco

Eresia della felicità © Claire Pasquier

Martinelli, cofundador de la compañia, nos habla de belleza y felicidad, de su compromiso con los adolescentes que asisten a los cursos de la non-scuola en todo el mundo, del peligro que corren los adultos si pierden todas las ilusiones. De una idea de teatro que pueda ser todavía revolucionario. CONTINUA A PAGINA 12

Fratto9underTheSky Records

L’intervista che vi proponiamo è il frutto e la sintesi di un dialogo avviato da Succoacido nel 2009 con la curatrice e teorica dell’arte contemporanea Gulsen Bal, fondatrice dello spazio non profit Open Space di Vienna. Il progetto è stato ideato con l’obiettivo di costituire un punto di riferimento per la sperimentazione di strategie di dialogo e cooperazione all’interno delle pratiche artistiche,

promuovendo scambi internazionali e incentivando un approccio critico alle questioni dell’identità culturale e dell’appartenenza territoriale, mediante un costante confronto tra geografia dell’immaginario e dell’esperienza. Dalla prima intervista realizzata ad oggi, il progetto viennese si è ampliato attraverso la costruzione di una piattaforma aperta al confronto tra punti di vista e approcci differenti.

Open Systems rappresenta pertanto una nuova struttura operativa che convoglia saperi e competenze in un’ottica pluralistica. Abbiamo così deciso di approfondire alcuni argomenti di tale ricerca, aggiornando il dialogo con Gulsen Bal alle ultime produzioni e alle nuove iniziative in programmazione.

CONTINUA A PAGINA 3

Mila Spicola Incontro con l’autrice del libro “La scuola s’è rotta. Lettere di una professoressa” mento, dei processi di elaborazione e rielaborazione che caratterizzano i “nativi digitali”, cioè le giovani generazioni di alunni cresciuti nell’epoca della diffusione di massa delle nuove tecnologie informatiche. La disinformazione e l’opera di distrazione di massa, talvolta favorita dai mass media, certo non contribuiscono a far maturare la consapevolezza delle reali condizioni in cui versa il sistema d’istruzione del nostro paese. Di tali questioni, spinose perché vitali per la crescita degli studenti come individui liberi, consapevoli e coesi, abbiamo parlato con Mila Spicola, autrice del libro La scuola s’è rotta. Lettere di una professoressa (Einaudi, 2010). A don Milani, agli ex ministri Tremonti e Gelmini, alla collega dal registro perfetto, al primo della classe, all’ultimo della classe… le lettere di una professoressa che cerca di difendere il suo bellissimo mestiere dal disastro della scuola italiana e offre spiragli di cambiamento per salvare quell’istituzione che lei stessa considera il pilastro della nostra democrazia.

© Enrico Di Giacomo

Il buco acido di Gianpiero Caldarella

Stratapunz, c'è la crisi! Un macigno, u balatuni. Il coro dello Zecchino d’Oro forse non possiamo permettercelo più. E allora magari l’anno prossimo sarà d’argento o di bronzo. Ma un coro ci dev’essere. Gli onorevoli buffoni tremano. Temono che il loro vecchio coro sia rimpiazzato da quello dei tecnici, economisti e telegiornalisti che ci sputano la crisi in faccia con la stessa frequenza ossessiva con cui Radio Maria spara il rosario sulle sue frequenze. C’è crisi, bisogna stringere la cinghia. Più cresce il buco, più cresce il numero dei buchi sulla cinghia. Poi quando si arriva a pignorare pure la cinghia, il buco non fa più paura. Con la crisi non si crepa. Con la crisi si arretra. Staremo come stavamo nel 1995 dicono, o nel 1998. È una questione di Pil! E il vostro Pil come stava nel 1999? Non avevate la stessa sensazione di essere circondati da pidocchi e parassiti privi di scrupoli? Però allora non sapevamo cos’era la spending review o lo spread. Bella differenza direte voi! Sì perché di differenze dovremmo occuparci, ma non solo tra titoli di Stato italiani e tedeschi, ma anche di diritti civili, di sperequazioni sociali, di differenze che annullano la dignità. Altro che favole sulle pari opportunità. Dovremmo consacrare un ministero sull’altare dello spread, delle differenze che passano tra chi dorme in macchina e chi ha dieci case e forze dell’ordine a presidiarle in ogni periodo dell’anno, anche se queste case sono disabitate. Senza riconoscere le differenze non ci sono possibilità di apprendere né di cambiare alcunché. Anche questo SuccoAcido sarà diverso da quello che era. C’è la crisi, e i luoghi dove si fa cultura, anche su carta, rischiano di morire prima delle profumerie e dei centri benessere. E intanto tutti ripetono che con la cultura si campa, che attraverso la cultura si può riprendere il sistema, migliorarlo, contribuire a preservarlo. Forse hanno ragione, ma una cultura forte probabilmente dovrebbe pensare anche a come seppellirlo questo sistema, ribaltando priorità e ristabilendo le ragioni di una convivenza civile. In sostanza, meglio una cultura acida che una cultura annacquata dall’utilitarismo dei pochi che si ritrovano sempre nel coro, come i topi nel formaggio. Loro ci stanno bene nel buco, ma forse farebbero meglio a non annacarsi troppo, perché, come diceva Bertolt Brecht: “Che cosa ne è del buco una volta finito il formaggio?”

fratto9 under the sky takes its name from the title of a song composed by Al Aprile, my uncle, that song was included in a sampler he assembled about thirty years ago and titled “Matita Emostatica”.      Fratto9 is an homage to improvised/

free music, music with no border, with no specific genre and basically music far from POPular one. This label also represents an archive of a small portion of the underground world with its many multi-coloured and juicy fruits. CONTINUA A PAGINA 11

Sacrificata alla logica dei tagli agli sprechi, prima con i decreti Gelmini e oggi con la spending review, mentre il disegno di privatizzazione avanza, la scuola pubblica italiana patisce la più generale crisi economica, risultando sostanzialmente impoverita sul piano delle risorse umane e materiali. Dispersione scolastica, classi pollaio, edifici non a norma di sicurezza, precariato e docenti in esubero sono alcune delle problematiche più gravi. Secondo una politica scolastica “schizofrenica”, si indice un concorso pubblico per insegnanti “giovani” dopo aver innalzato l’età pensionabile e aver bloccato, così, il naturale ricambio del personale scolastico, senza contare che le graduatorie ad esaurimento sono ancora stracolme di docenti abilitati dallo Stato in vario modo e a seconda delle decisioni dei governi del momento; si esautorano gli organi collegiali a favore di un consiglio in cui saranno presenti anche privati esterni, con il compito di valutare la qualità dell’offerta formativa degli istituti scolastici sulla base di quiz e di altre proce-

Makkox

Le Buone Pratiche

Vincent Dieutre

La Damnation de Faust

Cobol Pongide

Giacomo Sferlazzo

fumetto distruttore di classe

...del Teatro. Genova 2012

cinéaste français

le style de Terry Gilliam

musica da un altro spazio

cantautore di frontiera

A PAGINA 7

A PAGINA 13

A PAGINA 10

A PAGINA 8

A music label from Pavia

A PAGINA 4

© fratto9underthesky

A PAGINA 13

dure ormai obsolete, che vari paesi europei stanno abbandonando per manifesta inutilità ed inefficacia; si impongono per il reclutamento di dirigenti scolastici e per l’accesso ai corsi abilitanti all’insegnamento test preselettivi, che poi vengono giudicati, anche dallo stesso Ministro Profumo, inadeguati, sbagliati e approssimativi. Se da un lato per gli insegnanti cresce il rischio di una nuova guerra tra poveri, dall’altro la figura del docente necessita di una ri-valorizzazione della sua funzione - educativa, culturale, etica, sociale e di adeguati strumenti e metodologie per affrontare nuove sfide, come ad esempio la mutazione dei linguaggi, della velocità di apprendi-

CONTINUA A PAGINA 15


2

Art .:. environments

SEPTEMBER OCTOBER 2012, No. 20, SUCCOACIDO

Mapping the experience. Un percorso dentro le mappe e il paesaggio Focus sulle mappe di Rogelio López Cuenca CONTINUA DA PAGINA 1

La mappa di cui parliamo oggi è al tempo stesso strumento di conoscenza e luogo di contraddizione. Essa può infatti guidare nel cammino prefissato, ma anche costituire il punto di partenza per itinerari nuovi, capaci di negarla ad ogni passo instaurando un rapporto autonomo e creativo con lo spazio. La geografia per prima ha raccontato la mappa come il fulcro di antinomie e opposizioni che riguardano proprio la costruzione dell’orientamento. Una prima indicazione viene dalla dialettica caos/ordine. Il paesaggio stesso, infatti, è debitore della necessità umana di opporsi in modo creativo e simbolico al caos percepito nel proprio “intorno”. Secondo C. R. Hallpike, nel pensiero primitivo lo spazio si ordinò secondo principi topologici basati sulla dimensione affettiva e simbolica. Le distinzioni centro/periferia, destra/sinistra, alto/ basso, costituivano precise indicazioni di orientamento, ma al contempo, definivano “un ordine cosmico, nel quale quello sociale del gruppo si rispecchia con trepidazione”1. Opposizioni, dunque, che sembrano guidare - ordinandolo secondo assi e direzioni - il rapporto delle comunità umane con un ambiente che le comprende ed esclude al tempo stesso. Ma la mappa è anche la manifestazione di un paradigma culturale al quale la società ricorre per trarre conferma del proprio orientamento attraverso precisi codici. Cos’è dunque questo orientamento? Certamente si tratta di una disposizione che ci situa, come individui, nello spazio, stabilendo confini e dimensioni della nostra esistenza, ma anche di un ordine simbolico-politico che esprime una visione complessa del mondo e dei rapporti sociali, come ci insegnano la storia dell’urbanistica e, prima ancora, la filosofia. Non dimentichiamo che fu Aristotele ad indicare nelle città fortificate, costruite in altura, le sedi adatte ai regimi oligarchici o monarchici e nella pianura il luogo in cui dimora e meglio si sviluppa la democrazia. Egli istituiva in questo modo una relazione tra la conformazione dello spazio – urbano e naturale insieme – e il modello sociale2. La mappa, quale manifestazione di tale rapporto, esprime dunque la funzione “progettuale” di un paesaggio che si connota in termini ideologici modellando le diverse forme di socialità che in esso si situano e che da esso traggono conferma. È in questo sguardo orientato che si fonda tutto il percorso che conduce l’uomo a disegnare il proprio territorio per averne consapevolezza, per assumervi un posto definito. Resta da chiedersi quali siano i meccanismi che instaurano questa relazione, su quali basi si costruisca questo disegno che ci colloca nel mondo. Ogni mappa è infatti la cristallizzazione di una particolare visione del mondo proprio perché, come sostiene Luis Marin, manifesta un’intenzionalità significante. L’autore analizza quest’aspetto nel saggio dal titolo La mappa della città e il suo ritratto, in cui, attraverso l’opera di T. More, mostra come la cartografia stabilisca, formalizzandolo, un preciso programma utopico, tendendo a trasformare in totalità, ciò che nella realtà è invece articolato in innumerevoli sfaccettature e significati. Ma la mappa non può nascondere ciò che invece, ideologicamente, tenta di celare: vuoti, contraddizioni, che, al contrario, ne svelano i presupposti politici o utopici. Una connotazione, questa, del dispositivo cartografico, tenuta in considerazione da un’ampia letteratura che ne ha messo in luce il carattere di segno iconico e ne ha analizzato tanto il valore politico, quanto la distanza dalla realtà rappresentata. La carta è una figurazione iconica che sostituisce il reale con la sua rappresentazione, e vive solo in assenza del reale, eppure è sempre il luogo dell’azione politica, sociale e umana globale3. Guerre, strategie militari, pianificazioni di conquista, nella storia, hanno sempre fatto riferimento alla cartografia, da essa hanno tratto informazioni, fondandovi scelte e tattiche: non sull’osservazione della realtà, ma sulla carta che rappresenta, in fondo, l’assenza e la contraddizione della realtà stessa. La mappa è quindi, necessariamente, un oggetto parziale, che fissa, blocca una parzialità, tentando a suo modo di “formare” il mondo, senza però entrare mai in dialogo con esso. Un’ambiguità sostanziale la caratterizza, poiché in ogni paesaggio antropico è invece possibile scorgere un ventaglio di possibilità interpretative dei rapporti

Rogelio López Cuenca entrevista con el artista

Estamos analizando tus proyectos con relación a los mapas. ¿Qué es lo que caracteriza cada mapa que has realizado?  Desde el mapa de Roma hasta él de Ciudad de Méjico. Has trabajado coordinando algun archivo o también sobre el tejido urbano verdadero? RLC: La opción por el mapa no responde de un modo automático, por inercia, al hecho de que sea un formato habitual a la hora de representar la ciudad. Aunque la elección esté también motivada por sus posibilidades de camuflaje - de insertar nuestro trabajo en un canal de distribución no específicamente artístico y que sea recibido por lectores que no lo perciben con Mapa de Mataró, home page. Dal progetto Derrotas alternativas: Now/here Mataró, Can Xalant, Mataró 2008. los prejuicios de quien se acerca a Courtesy of the artist. www.mapademataro.net una obra de arte - una razón muy differenza, Mare dell’Inimicizia) che lo animano; ogni paesaggio principal radica en la capacidad del e le costruzioni umane come città, è un campo di forze. Su tali premapa de servir de soporte a un tipo ponti, abitazioni: strutture che si supposti si è sviluppata la ricerca de narración no lineal, polifónica, iscrivono nel paesaggio indicando psico-geografica che ha carattesusceptible de acoger  perspectivas la compresenza di natura e cultura rizzato le azioni di un movimento muy diversas y hasta nella percezione intima dello spazio volto a ridisegnare la relazione del contradictorias, una narración emozionale. La Carte de Tendre ci soggetto con il mondo, come il Sino única sino múltiple, reticular, svela dunque un mondo di affettuazionismo, proprio a partire dalla rizomática, en la que el papel ti. Nel suo tracciato, frutto di un modifica delle mappe. Ma il salto protagónico, la autoría la asume viaggio amoroso, il mondo esterno dalla struttura esterna della realtà, el lector. Acerca del contacto con esprime un paesaggio interiore. Le culturalmente connotata e parziale, el “tejido urbano verdadero”, los emozioni assumono la forma di una alla configurazione interna, in cui si participantes de los grupos que inscrive l’esperienza individuale del topografia mobile. Attraversare quel se arman para trabajar en cada territorio significa immergersi nel soggetto nel paesaggio è, in effetti, proyecto viven en las ciudades flusso e riflusso di una psicogeogramolto breve. Giuliana Bruno, doen y sobre las que estamos 6 . Il fia personale e tuttavia sociale cente di “Visual and Environmental trabajando, por lo que su relación circuito che connette il corpo sociale Studies” ad Harvard, ha illustrato es muy inmediata, muy física, con al corpo soggettivo passa del resto l’aspetto intimo, emozionale che el medio. En algunas ocasiones attraverso l’iscrizione dei significati la cartografia può esprimere. Il suo hemos hecho intervenciones culturali nella pelle e nelle sensaziotesto Atlante delle emozioni4 (che sobre el territorio - como las ni di ciascun individuo. richiama un’altra grande cartografia señalizaciones mediante stencil y simbolica: l’Atlante della memoria, graffiti de lugares en el proyecto Mnemosyne, di Warburg) è progettaella ricerca dell’artista spagnolo Lima NN - pero la mayoría de to come un’esplorazione cognitiva, Rogelio López Cuenca l’elabolas veces ha sido en proyectos un percorso attraverso luoghi molrazione critica di una rappresentaindividuales, no fruto de un taller o teplici, “una costruzione fatta di zione dei luoghi, in particolar modo un grupo de trabajo, y se ha tratado passaggi plurimi (…) nel tentativo di delle realtà urbane, costituisce un de détournement de la señalética trasferire una piccola parte di questi tentativo di restituire la complessità urbana o de la utilización de saperi da un territorio all’altro.” Sì, dei fattori in gioco, a partire da quelsoportes publicitarios preexistentes (vallas). De todas formas, creo que hay que mantenerse alerta Mapa de México, home page. respecto a esto, ya que el contexto Dal progetto No/w/here Ciudad de Mexico, 2010. de los eventos culturales, bienales Courtesy of the artist. www.mapademexico.org de arte, street art festivals se periodo storico individuato avviando ha apropiado muy rápidamente de determinadas estrategias y un rapporto con le biblioteche e gli neutralizado sus potencialidades archivi del posto. Attraverso queste fasi egli ha poi sviluppato un metodo críticas. En esas situaciones la calle es un espacio tan codificado di lavoro che chiama l’arte contemcomo una sala de exposiciones o el poranea al ruolo di testimonianza escenario de un teatro. No se puede del vissuto, di un trascorso di fatti, eventi politici e culturali, azioni pub- actuar ingenuamente en el espacio público, la calle no es nunca una bliche e individuali che hanno segnato la vita della città. L’intervento página en blanco. dell’arte si configura, nel pensiero di López Cuenca, come una forma ¿Cuáles son las etapas de tu di riconoscimento e a volte di riaptrabajo? De dónde llegan las propriazione dell’identità dei luoghi reflexiones acerca del lugar que attraverso un percorso di lettura dei eliges para tus intervenciones? Mappadiroma, home page. Dal progetto Roma 77, Fondazione Baruchello, Roma, 2006-2007. segni accumulati o dimenticati dalla ¿ Cuáles son los pasos que haces Courtesy of the artist. www.mappadiroma.it collettività a causa di una rimoziopara empezar la lectura y la ne. Quest’ultima in particolare, è interpretación de un lugar?
 perché il viaggio proposto in questo li politici e ideologici, per arrivare un meccanismo che può agire sulla RLC: Normalmente estamos atlante è una peregrinazione nei proprio al vissuto quotidiano, alla formazione della personalità anche siguiendo un esquema de trabajo territori dell’arte, dell’architettura, rappresentazione della soggettività quando si tratta di una personalità que se inicia con la celebración dell’urbanistica, della fotografia, nello spazio dell’esperienza. Fatti pubblica. Proprio questo sembra de un taller, con habitantes del dell’arredamento e della moda, volta storici, emozioni, rimozioni, apparcostituire il fulcro del progetto lugar donde vamos a trabajar a convogliare sulla teoria del cinema tenenza ed estraneità sono gli argodell’artista: l’indagine dei fattori (estudiantes y profesionales, o una molteplicità di prospettive ed menti che ritornano in tutti i suoi che hanno determinato la rimozione cualquier persona interesada en esperienze della spazialità. Lo spazio lavori basati sullo studio storicodella coscienza di un luogo, che, una relectura crítica de la historia visivo diviene, pertanto, spazio delle antropologico della città. Comune pur ostentando i requisiti culturali, sensazioni, che si colgono attraverso denominatore di questi progetti con- istituzionali e le strutture produttive local y la memoria colectiva). La diversidad de los participantes, la percezione del movimento e della cepiti nello e per lo spazio pubblico, che ne giustifichino l’esistenza, no sólo de formación, nos spazialità. Come l’analisi di Marin è l’analisi delle dinamiche relaziogalleggia nel magma dell’omoloproporciona una extraordinaria si costruiva sull’opera di Moro, così nali che coinvolgono cittadini, turisti gazione burocratico-consumistica. riqueza de perspectivas, incluyendo anche questo testo prende spunto da e poteri organizzati, nell’evoluzione In questo senso il ruolo dell’artista la mía propia entre ellas, ya que un riferimento preciso. Si tratta anurbanistica, ma soprattutto percettiva acquisisce la valenza di un compito normalmente soy un extranjero, cora di una mappa, ma di tipo molto ed emotiva delle città contemporasociale mediante l’assunzione di una con una información acerca particolare: è la Carte du pays de nee. La città quale luogo dell’attuale responsabilità pubblica, manifestata del sitio y su historia bastante Tendre, risalente al 1654 e realizzata indifferenza, è contrapposta alla nella presenza sul territorio e nella diferente de quienes viven allí, 5 a corredo del romanzo Clélie , di coscienza dell’identità che in passato scelta di un’elaborazione culturale más susceptible de extrañarse Madeleine de Scudéry. La mappa l’ha contraddistinta. La riflessione che traduca il linguaggio dell’incon- ante cosas que la costumbre ha illustra la strada che conduce al “pa- di López Cuenca s’inoltra su terreni scio collettivo. Attraverso un nuovo ese della tenerezza”: un viaggio nel- esplorati dalla filosofia contempora- codice, suggerisce l’artista, la storia hecho invisibles a los habituados le emozioni che si realizza attraverso nea: i concetti di luogo e non-luogo, e l’identità potranno essere racconta- a ellas. Para evitar que la inicial indefinición del proyecto y que la la loro condensazione in immagini. di abitante e cittadino, di identità te e la rimozione potrà, così, essere infinitud de posibilidades acabe Nella carta sono infatti indicati gli sociale e di interculturalità. Nozioni, affrontata. Insieme agli archivi, si resultando paralizante, en el taller elementi del territorio (Lago dell’In- che, a suo parere, necessitano anapre dunque il racconto della città; analizamos distintos ejemplos rintracciati i documenti, vengono de intervenciones artísticas y/o LIMA I[NN]MEMORIAM, progetto multimediale, Bienal Iberoamericana de Arte Contemporáneo, Lima. rese leggibili le tracce che la storia Courtesy of the artist. www.lopezcuenca.com/lima/index2.html políticas alternativas realizadas en ha lasciato sul terreno. Gli strati diversos momentos y lugares, lo illuminati dalla scoperta lasciano cual ya crea un marco referencial trasparire, così, i volti dei personag- acerca de qué queremos y qué no gi che hanno tentato di imprimere il queremos hacer. A partir de ahí se proprio profilo sulla città, riportando proponen y discuten los posible alla luce le immagini e le parole che temas y modos de abordarlos en ne hanno segnato il destino. el contexto concreto en que nos encontramos. Posteriormente, de 1 Hallpike, C.R., 1979, The Foundations of primitive entre los participantes en el taller thought, trad. it. 1984, I fondamenti del pensiero se forma un grupo que trabaja en la primitivo, Editori Riuniti, Roma. 2 Vitta M., Il paesaggio. Una storia fra natura e recopilación de información y en la architettura, Giulio Einaudi Editore, Torino 2005. realización del proyecto. De todas 3 Gravano V., Paesaggi attivi. Saggio contro la formas, hay que hacer hincapié contemplazione, costa&nolan, Milano 2008. en que el centro del trabajo se 4 Bruno G., 2002. Atlas of Emotion. Journeys in Art, cora di essere messe in discussione in seno ad una ricerca che corra parallelamente all’ideazione dell’intervento artistico. Quest’ultimo può essere progettato secondo modalità site specific, per le città, i quartieri, le periferie, che di volta in volta, vengono prese in esame, oppure configurarsi come una forma di cartografia critica, di riflessione collettiva sulle prerogative della cittadinanza e degli spazi ad essa dedicati. Si tratta di un esame, un processo analitico, che si svolge contestualmente al momento creativo, all’azione riconoscibile dell’artista e ne sostanzia tutto il lavoro. Tanto nell’intervento dal titolo No/w/Here sulla città di Hospitalet - un piccolo comune vicino Barcellona - quanto in quelli su San Paolo del Brasile e Roma, l’artista ha applicato il medesimo approccio: ha preso in considerazione un contesto determinato nello spazio e nel tempo; ha focalizzato le caratteristiche specifiche della realtà socioculturale; ne ha evidenziato i tratti, i momenti cruciali, le condizioni economiche, la divisione in classi sociali, il tessuto relazionale; ha raccolto la documentazione relativa al

N

Architecture, and Film, trad. it. 2006, Atlante delle emozioni. In viaggio tra arte, architettura e cinema, Bruno Mondadori, Milano. 5 De Scudéry M., 1654-60, Clélie, histoire romaine, 10 voll., Augustin Courbé, Paris, trad. it. Le Grand Cyrus; Clélie, histoire romaine, Giappichelli, Torino 1973. 6 Bruno G., op. cit., pp. 3.

encuentra en el proceso mismo más que en el resultado; además, el proceso puede ser enriquecedor para todos los que en un momento un otro toman parte en él, aunque no permanezcan hasta el final. Public art, community based practices, un tiempo prácticas de experimentación, hoy están integradas a menudo en los planes de las instituciones culturales, fundaciones, museos. ¿Cómo está cambiando, según tu opinión, la relación entre artista, sociedad e instituciones? Tu trabajo está relacionado con el entorno público y el espacio urbano. Son realidades en constante transformación, son teatros de cambios sociales y de construcción de nuevas identidades. ¿Puedes definir estas ideas con respecto al camino que has recorrido? 
 RLC: La institucionalización de ciertas prácticas - o de sus aspectos más fácilmente asimilables - por parte de las instituciones obliga a un aprendizaje continuo en el uso de cambiantes estrategias de negación y negociación para el aprovechamiento de esas energías si queremos que nuestro trabajo sirva para algo más que aportar capital simbólico a la institución. Para su más cómoda supervivencia, el sistema no puede permitirse cerrarse completamente a las innovaciones que desafían su estabilidad; al contrario, su flexibilidad y versatilidad a la hora de detectar las más diversas y difusas subjetividades y ponerlas a trabajar en su propio beneficio es extraordinaria. Somos nosotros, la supuestos agentes (o deseantes) de políticas transformadoras los que tenemos que aprender a usarlas eficazmente. La estrategia de interrupción dominante, que es todavía la lógica del arte público (crítico o no), las irrupciones, las inserciones de elementos inusitados…todo esa retórica heredera del Dadá hay repensarla, porque desde finales de los setenta (cuando veíamos la calle como un espacio de libertad y experimentación de la vida en común, el escenario de la revolución) hasta hoy han tenido lugar transformaciones radicales en la gestión del espacio público urbano por parte del Capital y del Estado, que se han apropiado de la potencialidad política de aquellos modos de hacer arte (y política) haciéndolos indistinguible de la publicidad comercial, por un lado, y por otro, los ha convertido en parte del programa de producción cíclica de eventos dirigidos a la renovación de la imagen-mercancía de la ciudad en el mercado global, y son un elemento común en la competición entre ciudades por atraer flujos de capital - ya sean grandes inversiones o el dinero de bolsillo del turista. Los eventos de arte público, los festivales de street art, la “Noche en blanco” reciben apoyo institucional por su capacidad de producir capital simbólico para la ciudad-marca y su participación en el rediseño de la ciudad como parque temático mercantilizado, en la disneyficación de la experiencia urbana. Si hay un rasgo común en la deriva de los trabajos que me interesan - y la que el mío propio ha ido adoptando - podría ser su interés por centrarse en los modos en que loas dinámicas globales se encarna en lo inmediato, en la historia local, y en una explicitación de los contenidos directamente políticos, pero sin dejar de prestar por ello una atención principal a la experimentación de formas de representación que eviten su banalización en el interior del flujo constante de imágenes que caracteriza nuestra experiencia cotidiana de la ciudad. Se trataría más bien de intentar poner trabas a ese flujo de espejismos, continuas novedades y sorprendentes interrupciones, y atisbar las posibles continuidades (ya digo, en lo local, en lo inmediato) de líneas y redes de resistencia (inconclusas, truncadas, silenciadas, ocultas) que nos permitan pensar otra mirada, otros lenguajes, otros mundos, otros modos de vida. di Costanza Meli spagnolo di Rogelio Lopez Cuenca, Marta Ragusa www.lopezcuenca.com www.succoacido.net/showarticle.asp?id=918


Art .:. art places

SUCCOACIDO, No. 20, SEPTEMBER OCTOBER 2012

3

Open Systems

A non profit art project based in Vienna. Interview with Gulsen Bal

You are kindly invited to attend - Mladen Stilinović, Artist at Work (1978), b/w photographs. Courtesy of Open Systems. CONTINUA DA PAGINA 1

Hello Gülsen, let’s start talking about you. You were born in Izmir, Turkey. Could you tell us about your background? How long have you been living there? And why did you choose to settle in Vienna?
 GB: Initially I would like to thank you for getting in touch and inviting me. 
Well, I was born in Izmir, Turkey and got a Serbian blood running in my vein, have been living in London where my home is more than half of my life and currently I am based in Vienna since December 2007. Before getting into the question of why I choose Vienna, I guess I should talk a little bit about who I am, as this will shed a better light on not only “where we are and have been, but what we leave through and behind” which is placed within ‘inside-outside’ flux. 
Clearly, describing along situations of “existential plunge” in a constant process of ‘becoming One/self’ drives one to question the dynamics of differential structures within a constant expanding of rigid boundaries. This follows addressing an account of a transformational processe occurring on social, cultural and “identity” construct. This traces a generative process of a transitory characteristic: the “in-between-ness” in an attempt to underline a multiplicity of physical and social locations which engender a new space formed by a space of production. The emerging point here is a focus on the flux of nomadic figuration behind the limits of mirrors beyond its totalising vision within the realm of how you define this space of engagement in its entry of almost impossibility of transcending intersections.
Now… let’s get back to the question of why Vienna. As I am somebody who always interested in aforementioned issues while initiating as well as taking part in different projects in Eastern Europe and Balkans with questioning the dynamics between habitual durations and what is already operative within this proliferation; obviously, location wise Vienna extricates itself as the most important gateway to Eastern Europe and neighbouring countries. This brings a rupture that engenders the temporary systems concerned with bringing different modes of manifestation onto the surface which allows for different intensity and contents to be challenged. So, here I am, in Vienna. What is Open Space? When did you found it? 
 GB: To answer this question I have to address certain issues that are related to having an understanding on a different kind of creative journey in its mode of production. This maintains its reflection of culturally specific conditions that focuses on making invisible “visible” by attempting to enforce a structure of positions or positionality which exposes the unclearness of the situation. This is what makes it possible to identify some specific and determining characteristics that compile different practices taking place at Open Space. The idea came about in mid 2007 with an urge how to build and create interconnected routes concerned with European space as well as building a cross border dialogues within its multi layered constituents. The initiation led by me intends to bring diverse creative practice together as well as creating real and virtual collaborative forum and opening spaces to encourage exchange and joint projects with aiming to explore the future, generating new ideas and implementing them in a collaborative effort to improve trans-national network as well as creating network of networks, a zone of communicative transfer in a particular socio-cultural setting. 
The designation of “one always searches for some symbolic point from which one can claim that something ended and something else began” maintains real life case studies and reveals how cultural specific conditions in and/or afar its trans-locality. This sets new kinds of creative connections around the boundaries of ‘New Europe’ in motion. In this manner, the issue commence here introduces an experimental dynamic that define the space of current

relations to be problematised. This formulates the special attributes of Open Space that lies in its input towards the “production of subject” on the basis of improving new approach with its visual arts and educational programme that designates an interrelationship between production of creative practice and divergent lines of encounters. 

 I know that your first exhibition project at Open Space, “Temporary Zones,” with artists like Ergin Çavuşoğlu, Nada Prlja, Peter Mörtenböck and Helge Mooshammer, was a strong and important event concerning the potential of a project space to state the role of independent artistic research in face of economic and institutional contexts. Could you confirm this? 
 GB: In fact, we opened our doors with “Temporary Zones” in the first week of January 2008. This project offers a space for exploration of current relations of and in predicated conflict and negotiation within cultural specific conditions. In pointing out the space of current relations, the scope of the project allows an engagement of a space that identifies the transitional conditions and globalised flows where the temporal construct seemingly erases all its secrets and ambiguities. In a passage of an unstable world, this hunts for a moment of urgency in the insistence of a dissonant power of role of independent artistic research towards economic and institutional context. You say that Open Space “aims to create a facility for contemporary creative practice concerned with contributing a model strategy for cross-border and interregional projects on the basis of improving new approach with its visual arts and educational programme”. That’s a difficult project. How is this concept linked to practical aspects of your work?
 GB: I certainly agree… this is not an easy task at all.
I aim to put across different creative production in each individual project which is engaged with a continual research on contemporary art looking for new outlines of the possible practices where each project remains as accountable for a new discourse to be discussed. 
Unlike other small or major institutes in Vienna, Open Space offers a place for exploration of space of current relations associated with a generative process of a transitory characteristic. Mindful of these issues and current conditions in art; works that has been presented at Open Space keeps the form of multi/ trans-disciplinary configuration from installation, video, performance to an online platform: Internet-based works. This helps to identify some specific and determining characteristics that shape project-specificity within multi-directional models that behaves “rhizomatically.” And this begins with beginning from beginning. How do you choose artists and guest curators? Did you select a permanent teamwork or do you change collaboration forms every time?
 GB: The focus is related on bringing certain discourse on surface and signifying practices to come out for exclusions. For that reason, I decide what we are presenting and the orientation of my selection involves in investigating transformative connections, the mechanism for critical engagement of creative production leading to pluralistic approaches introduced in which different curatorial models are exemplified next to each other in the course of cross-referencing conceptual forcing behind new forms of exhibiting. 

 How could be possible for transgressive - social and artistic - practices to coexist with great cultural strategies in this moment of global crises? 
 GB: I certainly think this is one of the issues that worth pondering. This also shows to be true where everything progress towards the transformations of “demographic politics” and politicisation of life.

Open Space was has been characterized since its birth from an operating system directed to bring diverse creative practice together as well as creating real and/or virtual collaborative forum and opening spaces to encourage joint projects. What is Open Systems today? And What changes have you made to the curatorial line and outline proposal form since 2010? GB: The Open Space program with its three successful years of highly acclaimed international exhibitions and events, I have offered a laboratory environment derived from contemporary creative practice to discourses of intercultural dialogue

of the accomplishments of its activity and demonstrating considerable commitment to contemporary art, the jury members have decided to grant a premium award to Open Space in November 2010. This engagement emerges with the production of encounters from elsewhere, bringing together of different forms of thought. I as the initiator and founding director have idecided to engage with a shift on overarching structures at a turning point where the establishment functioned as Open Space, Open Systems in January 2011. And that was the first time we released an ‘open call’ in pursuing these transformative connections towards our 2012 year program, and

It is in the can - Sanja Iveković, Nova Zvijezda (New Star). Courtesy of  Kontakt, The Art Collection of Erste Group and ERSTE Foundation.

and competence through our visual arts and educational programme. At the location of emergence, we have self-contained situation presented by each year: Open Space - Mapping contemporary creative practice (Prog 2008) - Open Space - what is possible in creative practice (Prog 2009) - Open Space - what is possible in the political potentiality (Prog 2010). Also produced a yearbook

really entering to the realm of OPEN leading to pluralistic approaches. A subsequent transitory year period with 2011 program, the initiation now functions as Open Systems with an active involvement of advisory board members 2012 onwards in our program making the advisory board formed of Susanne Lummerding, Elisabeth Mayerhofer, Suzana Milevska, Helge Mooshammer, Peter

It is in the can - Heba Amin, Voices from the Revolution. Courtesy of Open Systems.

for each year, which not only covers the projects that have been presented but also includes additional critical/ theoretical essays to provide a different if not better understanding of an essential geopolitical stand in which a political position and a certain creative/artistic agenda offer new potentials. In addition, Stadt Wien - Kulturabteilung MA 7 gave us an award which is organised within the scope of bestowing the distinguished delivery of the programs among the Viennese galleries. In recognition

Mörtenböck, Nada Prlja and Walter Seidl. How far do you think your project of networking will take you and Open Systems? GB: Well, “this identifies a specific conjunction of the new outlines of the possible where ‘nowhere’ meets with settled map through multiple entrances and exits”. What question do you pose, what kinds of issues do you consider in

Mapping Mobilities - general view. Courtesy of Michael Hieslmair | Michael Zinganel.

your approach to the theme of cultural identity? Does the so called collective memory cross cultural boundaries? In which way? I’m thinking for example of the recent project such as “State of Transit” and “Mapping Mobilities” that took place recently at Open Systems. GB: “A ‘map’, or a ‘diagram’ is a set of various interacting lines” constituting spatial metaphors at a locus of situations and events. Subjectivity exists as a territory and it engenders itself through multiple connections by mapping both psychical and the social locations when engaged in multiple networks of production. There is a discernible approach towards the concept of sovereignty that supports the current political construction in terms of bio-politics, especially about the transformations of “demographic politics” and the politicisation of life. A particular element of encounter, which unfolds a proliferation not just of the forms but of the modalities within creative practice, brings the moments of rupture into “existential territories.” The space of current relations is thus the space affected by an immanent reification. Its vital or critical importance to this analysis is the processes of the engagement of the production of subject. Nevertheless, this seems unattainable; an uncertain transition “can be defined [as] a territory capable of moving, not confined by geographical, national and cultural borders; [but] a territory realizing its own notional space.” Yet it is worth dwelling upon a related thread to identify the cultural objects. Conceptual wise “State of Transit”, a project that we hosted right before “Mapping Mobilities”, focused on the sad events of colonisation and the ensuing decolonisation processes in which territorial disputes and political conflicts give rise to the enormous contradictions embodied by Mediterranean Sea. The curatorial team of the project, Frida Carazzato & Maria Garzia, were calling into question both personal and collective identities; as they both beleive that history plays a crucial role in the affirmation of the Mediterranean character. We had five artistic position; barbaragurrieri/ group, Taysir Batniji, Esra Ersen, Mario Rizzi and Zineb Sedira who – based on the state of transit that has always characterised the region in question – have dedicated part of their research to the Mediterranean area and its dynamics of mobility. In “Mapping Mobilities” the project curator Christine Takengny invited Michael Hieslmair / Michael Zinganel, Gulnara Kasmaieva / Muratbek Djumaliev and Esther Polak / Ivar van Bekkum. The exhibition presented new and experimental approaches to explore questions around mobility, displacement and migration. This reinforces the transitory space that determines the routes taken per se where she was more interested in how globalisation has dramatically changed our experience of space. This is also where the static, two-dimensional map no longer adequately reflects the constantly shifting world we live in and the global networks that migratory experience produces. I’d like to talk about one of the latest projects you curated at Open Systems, It’s in the ‘can’. You have chosen a very complex subject and basic at the same time: the critical potential of conteporary art, investigating the concept of power as expressed in the “can”. May you define that problematic space “where the question of the political opens up within the creative practice”? GB: I am very glad that you bring this up. At this point, culture, in the sense of practices that represent ways of being, also generates forces of resistance to homogenization. Strategically, the project was formulated by what engages culture’s own account of its affirmation of the specific and the local, the limited and the situated, as a source for proliferation. For example, Sanja Iveković’s mixed media work Nova Zvijezda deals with the collective social codes of symbolic and real

representations onto surface. This is linked with another question: what forms the counter-strategies to globalised forces towards excessive decline of the boundaries between geopolitical and economic conditions in which we place the new artistic capacities? And that frame, the place where one takes a stand, is in its reflection to critical questioning when one considers her practice “as deeply politically committed and historically relevant then as now.” Here I feel obliged to say that this partcilar work had been shown in Vienna for the first time, thanks to Kontakt,The Art Collection of Erste Group and ERSTE Foundation. Yet Christine Schörkhuber intends to reflect politics, social structure, culture and way of living in contemporary Hungary in her speaking walls of Budapest installation. However, Kamen Stoyanov in Guys, this is not LA, but it is a cool place too! allows us to engage of a space that identifies the transitional conditions and the flows where the present geopolitics as well as cultural shifts that are as profound and evident in today’s factual daily life. Hollow Land is an art project that Macedonian artist Yane Calovski developed during his first stay on IJburg. Caught in a moment of flux, identified still with unfinished and suspended structures, IJburg is a location that could easily be appropriated as a film set where the entire production could happen without disturbing the ‘normality’ of the already existing life. The subject touches upon the possibilities of provoking a self-reflective response as introduced in Heba Amin’s video work. This experimental video work Voices from the Revolution presents selected speak Tweet messages prior to the fall of the Mubarak regime on February 11, 2011 and juxtaposes them with the abandoned structures that represent the long-lasting effects of a corrupt dictatorship. It attempts to depict the harsh reality of the physical state of the city and addresses the role that the urban infrastructure plays in instigating unrest amongst its inhabitants. In this stance, the critical moments of a plurality of questions become countenance, where the question of the political opens up within the creative practice. This signals, for me, the possibility of a new type of politics centered in the question of what is in the ‘can.’ What about the role of cultural institutions in Open Systems projects? GB: Above analysis leads to the construction of new concepts in creative processes, which are always an open space or a multiplicity of planes within differential structures. And we are still keeping the unquie position that had been built upon what formulated the special attributes of Open Space in the midst of mirror disposition. This articulates how these fields of critical inquiry are interrelated and as a result can be used to produce art practices in spaces of production. It is within this context there lies our mission, in which the practice becomes a mode of distributing and activating ideas and challenges given circumstances. Let’s talk about the present. You’re going to open an interesting exhibition, “You are kindly invited to attend”. Could you tell us something about that? GB: It is a project curated by Branka Stipančić, opening on the 4th of September 2012. The exhibition engages with “a conceptual action that raises the basic questions: what, where and why?” The entire artistic position in “You are kindly invited to attend” are from Zagreb: Mangelos, a member of the Group Gorgona which was active in Zagreb in the 1960s, and the works by the generation of Conceptual and Postconceptual artists: Goran Trbuljak, Dalibor Martinis, Mladen Stilinović, Vlado Martek, and Boris Cvjetanović. The title is appropriately enigmatic and defines unilateral mindscapes: You are kindly invited to attend! di Costanza Meli inglese di Gulsen Bal, Giovanna Costanza Meli www.openspace-zkp.org www.succoacido.net/showarticle.asp?id=659


4

Comics .:. authors

SEPTEMBER OCTOBER 2012, No. 20, SUCCOACIDO

Makkox

Conversazione con Marco Dambrosio alias Makkox, considerato il padre della strip a scroll verticale e premiato a Milano Cartoomics 2008 per il miglior fumetto in Internet. Autore di punta del mensile ANIMAIs, ha collaborato con Liberazione, Mamma! e l’Internazionale, per cui ha illustrato il reportage L’uomo che ha fottuto un intero Paese. Ciao Makkox! Che distinzione fai tra storia, scritta e disegnata, e fumetto? M: Fumetto e narrativa scritta, presi a bacinelle senza scendere in dettagli ed eccezioni ed eliminando il puro prodotto di entertainment, sono diversi nei modi. E grazialcazzo dirai tu. Diversi nei modi, ma soprattutto nell’ambizione, preciso io. Anche il cinema o il teatro sono diversi nei modi, tra loro e dalla narrativa scritta, ma non nell’ambizione. Si possono mettere sullo stesso piano una enorme quantità di opere narrative scritte, teatrali e cinematografiche, ma un esiguo numero di fumetti e sicuramente sempre su uno scalino più in basso. Quello che fa la differenza è l’ambizione. Capiamoci, fumetti degni dello scaffale sacro ce ne sono, ma anche quando ci arrivano è più perché godono del lasciapassare indulgente della buona volontà dimostrata nell’intento di somigliare a, che per la compiuta e oggettiva qualità narrativa dell’opera. In quei casi è premiato lo sforzo. “Per essere un fumetto...” è l’incipit dell’indulgenza di valutazione che dicevo. C’è Joyce, c’è Kubrick, e poi ci sono i Joyce e i Kubrick del fumetto, ecco: necessitiamo mantenerli in un sistema relativo per valutarli. Assolutamente, non sarebbe possibile accostarli ai primi due. Fumetto. Purtroppo, trascendendo il dizionario, come accade per molti termini, è l’oggetto comune all’esperienza che modifica il significato e lascia intatto il significante. Noi oggi ci troviamo a coniare definizioni che vogliono trascendere cioè che è venuto a significare nel senso comune “fumetto”, ovvero opera leggera e di genere, inconsistente dal punto di vista letterario, e cerchiamo goffe perifrasi, convogliate quasi tutte ormai in “graphic novel”, per descrivere un fumetto che sia meno fumetto e più letteratura. A me graficnovel fa ancora un po’ cagare, in quanto tradisce, appunto, l’intento di allontanarsi dal fumetto e di andare verso la letteratura, che è un po’ rivelatore del complesso d’inferiorità, ma apprezzo il tentativo. Il fumetto non deve andare verso nulla, deve rivelare la sua piena forza di modus narrativo. Narrativa è la parola chiave, non il mutuare un format proprio della letteratura quali sono novella, romanzo, racconto, poema epico. Allora attingiamo anche dalla musica: graphic ballad, graphic fuga, graphic sinfonia etc. Ridicolo. A questo punto, quindi, anche io per la mia ambizione fuori format e priva di parole univoche che la identifichino, attingo goffamente a significati primigeni e incorrotti, e inizio dal mettere assieme “scrittura” e “disegno”. Non a fianco, ma assieme, che siano una lega forgiata da due metalli. E vorrei anche dare egual peso e dignità alle due componenti, senza bilancino e formule. Scrivere, quando sento che un pensiero deve essere espresso verbalmente, disegnarlo, quando m’è ineffabile; integrare i due modi quando il concetto che cerco è realizzato nella fusione, olisticamente.

Particolare di una splash page dell’albo il Canemucco n°4 © Makkox

E in merito alla lunghezza dei testi, come la pensi? M: Parto sulla difensiva, ma la domanda è cacacazza e provocatoria, ironicamente provocatoria, o io la sento così il che non cambia gli effetti. Sento spesso dire che i testi nelle cose che faccio son troppo lunghi per un fumetto. Un testo, una frase declamata, un pezzo musicale, un’immagine, possono essere solo inutili. Assolutamente inutili. Lungo è una misura fisica relativa. Non ha nemmeno valore assoluto, pensa te. Guerra e pace è lungo? La recherche è lungo? Tarantino o Von Trier hanno scene con dialoghi lunghissimi rispetto alla norma. In 2001 Odissea all’inizio ci sono 3 minuti di buio assoluto con musica sperimentale (filmicamente un’eternità) seguiti da 15’ senza dialoghi. D’accordo, pur ammettendo un riferimento comune per “lungo”, a nessuno verrebbe in mente di usare il termine troppo in quei casi: a nessuno che abbia sale in zucca. Quindi torniamo a quanto detto prima, il problema è nella definizione “fumetto” che oggi per i più identifica rigidamente un format, addirittura un genere, che è quanto di peggio potesse accadergli, e non, come dovrebbe essere, una modalità espressiva. Diverso sarebbe se qualcuno mi dicesse che molto dei miei testi è inutile. Ci rifletterei, se me lo dicesse qualcuno di cui stimassi l’intelligenza, perché i testi dei miei lavori sono l’elemento su cui perdo più tempo a limare ed elaborare, sintetizzare. Sintesi. Comunemente s’intende sintesi=brevità. Sintesi è un processo non una qualità. La sintesi è il processo per cui si elimina il troppo, non il molto. Un testo sintetico può essere molto lungo, sicuramente non troppo lungo, e ancor più certamente privo di parti inutili. Ovvio che ogni elaborato lungo può essere riassunto in breve, ma non c’è per forza virtù nei sunti, anzi. L’arte non si misura colla rollina.

Tratta da canemucca.tumblr.com e pubblicata sulla rivista BLUE © Makkox

Problemi con la mera quantità possono esistere solo in chi fruisce e quindi, in definitiva, son cazzi di costui: comprasse il reader’s digest. Spesso ricorri a dialettismi, neologismi, espressioni gergali… ti hanno mai chiesto di “normalizzare” il tuo linguaggio? Come hai risposto? M: Ho risposto fattinculo. Quindi mi han detto “ma così non andrai mai in Francia”. Ho risposto e alòr: fet an cul (qualsiasi cosa significhi, ma suonava francese, il che mi bastò). La Sacralità del Linguaggio Universale s’è trasformata in uno pseudovalore da portinai del tempio del Narrare per cui i contenuti devono essere intatti dalla lingua in cui sono espressi. La scrittura sia veicolo che non partecipi al contenuto! A questo punto perché non adoperare la matematica? Non utilizzare i giochi di parole! Non utilizzare il dialetto! ci intimano costoro. Poi però se il gioco di parole lo si definisce calembour ecco che acquisisce diversa dignità, e allora può andar bene. Che stucchevolezza. Non vorrei fare due palle tanto con la cultura del sud, che anch’essa spesso si scialla della pretestuosa dignità della tradizione dialettale che tutto Nobilita, bah, quindi utilizzerò un esempio nordico: Gilberto Govi. Togliamo Gilberto Govi dalla storia del teatro mondiale e resta un buco della madonna. Traducilo in puro italiano e l’hai bollito. Per non parlare di Eduardo, e rieccoci al sud, azz. Sono due esempi che non hanno nulla di circoscritto e localistico nel cuore, ma solo nella forma. Totò poi... e ho detto tutto. Fuor di polemica da campanile, c’è voluto il Nobel a Fo, a noi italiani, per certificarci concretamente che la metrica e il logos etnici sono qualità che non inficiano il carattere universale di un’opera d’Arte. Buffo è che nella musica questo valore si è stati educati a riconoscerlo facilmente. Nella letteratura meno, la poesia, a esempio, è immune da pregiudiziali linguistiche e grammaticali perché somiglia alla musica. Si dirà che la musica è un linguaggio naturalmente comprensibile a chiunque: non è così, anche per quella occorre apertura, volontà di apprendere e di lasciarsi invadere dal diverso, dall’inaspettato, da codici che ci sono sconosciuti: occorre imparare. In definitiva il tutto si riduce nella predisposizione al viaggio. Per apprezzare alcune cose occorre spostarsi, faticare. Ultimamente sei tornato alla produzione satirica. Quale potenziale pensi che abbia la vignetta satirica? M: Questo è un discorso molto personale. La satira sugli omuncoli e sugli eventi, sull’attuale, la satira colla minuscola mi sfugge, dopo un po’ mi scogliona, evapora. Adoro invece chi ha fatto e fa Satira colla maiuscola, non sui costumi di un’epoca, ma sulla condizione umana. Sull’Essere umano. E adoro ancor di più chi è riuscito a coniugare entrambi gli aspetti. Petrolini, per dirne uno. Altan per dirne un altro. Io uso la satira più che produrla. Uso la satira per sfogare la rabbia che mi prende quando ascolto notizie, dichiarazioni, vedo comportamenti, mi giunge input dalla sommità della torre di prigionia umana di cui siamo ognuno mattone. I miei sono graffiti sul muro di una cella. Qualcosa in cui altri prigionieri possono riconoscere la frustrazione che li ha generati, quei graffiti; riconoscere se stessi, non l’aguzzino, sebbene a volte sia rappresentato, ma il carcere fatto di noi, di quei mattoni che siamo noi. La mia satira non è costruttiva, né documentata, solo espressiva, liberatoria. Riflessiva forse, nel senso di empatica. Sempre cerco di proiettare me stesso nelle figure oggetto della mia rabbia o del mio disgusto, questo innesca dubbio nel giudizio che ne deriva, in me per primo. Magari questa è l’unica qualità che non la rende merda moralista, pretestuosa, ideologica e immune al dubbio come grandissima parte della satira italiana che vedo nel web e fuori.

Penso che tu sia un “distruttore di classe”, nel senso che l’eleganza delle tue tavole si nutre della barbarie dei personaggi rappresentati, colti nella loro brutale naturalezza, senza l’artificiale barriera del bon ton, nudi e succosi come un bon bon ammaccato. Ma soprattutto perché riesci a cancellare d’un tratto le differenze di classe che muovono le tue creature d’inchiostro. Il prete e il precario, l’imprenditore e il camorrista, sembrano liberi dai ruoli sociali ereditati o conquistati o assegnati loro. Sono solo persone che hanno il bisogno di comunicare la propria UMANITÀ. Ecco, direi che tu riesci a rendere umano anche il disumano, senza fare sconti. Hai mai pensato di costruire il personaggio di un supereroe? Come te lo immagini? M: Bellissima domanda. Ne approfitterò. Il mio primo vero supereroe è stato Atticus di Harper Lee, che detta così sembra una roba Corno.

Taddeo’s Hell - 18 © Makkox

Io ci son cresciuto coi supereroi della Corno, non so cosa sia la Marvel, non voglio saperlo. Il supereroe incarna diverse metafore e allegorie di valori e paure e speranze precorticali, prerazionali: il supereroe è limbico. Il supereroe lo esige il cervello serpente. Il supereroe, di base, non incarna l’ideale di giustizia, ma di vendetta; la giustizia è qualcosa di complesso da cui non sempre consegue la stessa soddisfazione bestiale della vendetta. Poi, ovviamente le storie vengono scritte e lette da uomini razionali, quindi nel tempo l’elemento primordiale si articola, viene raffinato. Gli scrittori si accorgono che il supereroe si nutre di istinto bestiale e le stesse bestie che lo nutrono diventano un pericolo, o perlomeno qualcosa da gestire. Il supereroe evoluto ha il compito di salvare l’umanità da se stessa e non più da un pericolo alieno, o dalla sublimazione di paure sociali in personaggi ghignanti. Ecco quindi che si torna all’embrione del mio primo Atticus. Il supereroe classico risolve, ma non costruisce. Non modifica l’umanità, perché gli risolve i problemi acuti e la lascia identica a se stessa. Un rimedio sintomatico. Questo è il dramma del supereroe. Per me, banalmente, il supereroe vero, o il supercattivo vero, è quello che modifica l’umanità con un lavoro metodico e sottile nel tempo. Può essere un maestro elementare o un accorto imprenditore mafioso o un monopolista mediatico. Sono troppo svezzato per confidare nella tutela dei supereroi d’una volta, quelli della Corno. Devo avere fede in un personaggio per descriverlo. Credo che sarei capace di raccontare solo un supereroe decadente, distante dall’Uomo come insieme. Un supereroe egoista, non cinico, capace di grande amareggiata impotenza verso le moltitudini e di piccoli gesti generosi verso i singoli. Un supereroe empaticamente miope.

“Il vero potere è influenza, non azione”, dice l’abate al capitano nel primo numero di Canemucco. Qualche tempo fa a Palermo si pensava di fondare un partito che si chiama “Militanza statica”. E se fossi tu il leader, quali sarebbero le tue prime mosse? M: Eh, hai detto cazzi. Credo che un partito, un movimento politico, debba formarsi dall’aggregazione del pulviscolo e dei gas concentrati in una data regione di spazio, così come nascono le stelle. Fondare un partito per innescare un processo inverso, per creare l’ambiente favorevole attorno, è antifisico. Occorre invece risolvere una potenzialità presente. Qualsiasi soggetto politico che voglia aver peso deve interpretare e coagulare in primo nucleo una potenzialità inespressa, ma così gravida da essere giunta al punto di collasso, e intendo questa parola in senso evolutivo. Altrimenti non innesca nulla, si forma una pietruzza e bon, manca materia attorno per accrescerla. Immagino che la rete, il web, offra un’occasione per connettere elementi molto dispersi, spazialmente, ma alla fine se manca materia per far massa critica, nasce qualcosa di sterile, immaturo per il confronto con l’universo politico fatto di oggetti enormi anche se non sempre concreti. In alternativa tocca aspettare e lavorare perché l’ambiente sia favorevole. Militanza statica, mi piacciono entrambe le parole. Una perché presume impegno costante, adesione nel tempo, fede. L’altra perché asseconda la mia pigrizia. Essere leader, leader vero. Ragionando per gioco sulla tua domanda. Boh, sono troppo egoista convinto. Non credo nell’uomo che chiama a raccolta, ma in quello che semina. Ho una fede marcia nel valore dell’esempio, anche dell’esempio negativo. Non l’esempio eclatante, ma quello silente, visibile sì, di lunga durata. Un leader deve avere una vita esemplare, esemplare di sé, e non essere costretto a rinnegarla e giustificarla o mistificarla giorno per giorno. In questo senso ho una vita abbastanza esemplare di me per come sono visibile oggi, sì. Allora posso essere leader! Solo che il mio primo discorso da leader sarebbe disgregante: che cazzo ci fate qui ad aspettare che qualcuno vi risolva la vita? Andate e cercate di agire per il meglio e inseguite le cose che vi fanno felici e non contenti. Andate, che ho da fare pur’io. Poi chiederei un crodino. Come Sempre. Se il tuo primo libro, Le (di)visoni Imperfette, fosse adottato come testo ufficiale del Family-Day, pensi che potrebbe meritare il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri? E in tal caso, chi vorresti che scrivesse la prefazione: Casini, Milingo o chi altri? M: Questa è una domanda alla Vergassola. eheh... Le divisioni è stato un bell’esperimento, per me, e occasione per descrivere complessità di rapporto che trascendono i ruoli canonici su cui si modella ancora oggi la propria vita di relazione. Così, in questo libricino, moglie, amante, amico, amica, marito, visti da vicino perdono le divise e diventano persone tra cui si aggettano fluidi ponti emotivi e pragmatismi del vivere quotidiano che formano una molecola complessa, come una proteina improbabile che miracolosamente, per volontà e amore e comprensione, tenta di rimanere stabile a dispetto di una dottrina chimica scritta da un’indistinta ma ossessiva necessità normalizzatrice espressa dalla società nel proprio insieme. Fortunatamente il concetto di famiglia non sta scomparendo ma sta mutando. Si diffonde pian piano l’idea che famiglia non è un modello ma un intento che ognuno accomoda all’unicità delle proprie relazioni. La prefazione la vorrei di Giovanardi, nulla di meno.

di Emilia Calabria e Gianpiero Caldarella www.makkox.it www.canemucca.com www.succoacido.net/showarticle.asp?id=890

Tratta da Epifanie del giovine assassino, pubblicata su ANIMAIs n°5 e sull’albo autoprodotto Ladolescenza © Makkox


Comics .:. exhibitions

SUCCOACIDO, No. 20, SEPTEMBER OCTOBER 2012

5

Le rughe sulla frontiera. Lampedusa: restiamo umani! La mostra “Le rughe sulla frontiera - Lampedusa: restiamo umani!”, partita da Lampedusa nel settembre 2011, all’interno del Lampedusa in Festival, è stata allestita anche a Palermo, Cagliari, Bolzano, Roma, Castelbuono, Viterbo, Mantova... Tutte le tavole e i contenuti sono stati raccolti in un libro omonimo uscito per Navarra Editore.

Mauro Biani

Kanjano

Ellekappa

Una fronte e una frontiera hanno qualcosa in comune? “Front”, tanto per cominciare, quella radice che si porta appresso, giù in basso, una fluttuante idea di verticalità che fa a cazzotti con la dimensione orizzontale della frontiera. La frontiera, come la fronte, non è una linea che permette di stare o al di qua o al di là. Quelle linee sono le rughe che scavano la fronte, o i muri e le recinzioni che si innalzano sulla terra, violandola, come una corona di spine poggiata sulla frontiera. Alle volte le frontiere non si attraversano, si vivono, magari tutta la vita, come accade a molti lampedusani, sperando magari un giorno di vederle crollare sotto il peso della storia, come fu per il muro di Berlino. Lampedusa è una di queste frontiere, attraversata da rughe che ci informano del tanto tempo passato a ritrovarsi nel mezzo del Mediterraneo. Lampedusa sta invecchiando (quanto e forse più del resto d’Italia) sentendo parlare di emergenze che non si risolvono mai e che in parte non sono neanche risolvibili, perché non sono delle emergenze né tantomeno dei problemi. Per certi versi le migrazioni fanno parte della natura, sennò perché dovrebbero dare spazio alle tartarughe che nidificano su quell’isola? Per altri versi fanno parte della storia, delle sue guerre e carestie. Si legano sì alle contingenze, ma non le si possono interpretare come una “massa di gente che viene a fotterci il lavoro”. Eppure guardandosi attorno, sembra che l’atteggiamento dominante sia questo, quando non si scade nel razzismo e nella xenofobia. A Lampedusa -da sempre abbandonata a sé stessa dallo Stato, strumentalizzata da partiti e organi di informazione, saccheggiata da amministratori avidi e non da orde di immigrati come vorrebbero farci intendere- ci sarebbero una marea di cose da fare, e lì tutti gli iceberg del nostro benessere esplodono con le loro contraddizioni. Di queste contraddizioni, imbracciando matite e pennelli come fossero dei remi, ci raccontano Gianni Allegra, Altan, Flaviano Armentaro, Mauro Biani, Lelio Bonaccorso, Franco Donarelli, Ellekappa, Bicio Fabbri, Elena Ferrara, Luca Ferrara, Giorgio Franzaroli, Frago, Simon Frosini, Giuliano, Kanjano, Giuseppe Lo Bocchiaro, Giulio Laurenzi, Makkox, Riccardo Mannelli, Mario Natangelo, Marco Pinna, Rasori + Sommacal, Filippo Ricca, Guido Scarabottolo, Giacomo Schinco e Luciana Manco, Sergio Staino Marco Tonus, Manlio Truscia, Vauro e Vincino. “Le rughe sulla frontiera” è solo uno dei tanti tasselli del “Lampedusa in Festival”, organizzato dai ragazzi dell’associazione Askavusa, insieme a Legambiente Lampedusa, Recosol, Arci, Asgi. A loro va tutta la mia stima. Loro non fanno “dietro-front”. Come non l’ha fatta Vittorio Arrigoni, alla cui memoria è dedicata questa mostra. Testo di Gianpiero Caldarella

Riccardo Mannelli

Elena Ferrara

Marco Pinna

Makkox

Guido Scarabottolo

Vittorio amava il grande Mare, quel Mediterraneo che, come scriveva, “separandoci ci unisce”. Uomo dal cuore universale, sosteneva: “io non credo nelle bandiere, nelle barriere, credo che in tutte le latitudini e le longitudini apparteniamo tutti alla medesima famiglia che è la famiglia umana”. Questo suo sentire così profondamente il senso della fratellanza, lo ha portato a scegliere una strada impervia, a varcare la frontiera dell’indifferenza e dell’ignavia, e a partire. Maltrattato e respinto da Israele, l’uomo libero che era in lui non tollerava la privazione della sua libertà di poter tornare in Palestina. Divenne migrante per scelta e scelse il mare per il suo ritorno. Nel nostro discorrere, nel fluire dei suoi racconti, traspariva tutta l’indignazione per l’isolamento del popolo della Striscia di Gaza, per l’ingiusto assedio, per la privazione dei più elementari diritti umani e Vittorio si fece carico di questo fardello. E’ vero, Vittorio non ha mai fatto “dietro-front”, ma ha continuato in quella sua direzione “ostinata e contraria” a testimoniare l’Umanità, a dimostrare che la vera solidarietà non è salottiera, ma è fatta di scelte coraggiose, difficili, ma che pur riescono facili se è dal profondo dell’anima che si nutre l’impellente bisogno di giustizia per i più deboli, per i perseguitati, per coloro che il mondo volutamente ignora. Se Vittorio non ha mai esitato di fronte all’ingiustizia a porsi come scudo, a dividere pane e pericoli con i pescatori e i contadini, con i paramedici, è perché sentiva fortissimo questo bisogno e mai l’avrebbe tradito o ignorato, pur avendo anche messo in conto di poter dare la vita: “Mamma, molte vite sono spendibili, la mia forse più delle altre...” Vittorio uomo libero, senza dogmi, senza compromessi, senza padrini né padroni, sempre con la schiena dritta a testimoniare con le sue azioni e la sua straordinaria capacità di comunicatore che ogni uomo, in qualunque parte del mondo, ha diritto ad una vita che tale veramente sia. Così io penso mio figlio. Pur nell’asprezza del dolore, nella desolazione per la sua mancanza, sono contenta per come ha vissuto, ho davanti i suoi occhi sorridenti di chi è felice e ha l’anima in pace e mi ripeto spesso, come un monito, le sue parole “Palestina è anche fuori dell’uscio di casa” . Restiamo Umani Egidia Beretta Arrigoni Settembre 2011 Testo di Egidia Beretta Arrigoni, madre di Vittorio, pubblicato sull’albo illustrato “Le rughe sulla frontiera” www.navarraeditore.it www.succoacido.net/showarticle.asp?id= 921


6

Cinema .:. reviews

SEPTEMBER OCTOBER 2012, No. 20, SUCCOACIDO

No parcking a Lampedusa

Corpo Celeste

Reportage dal “Lampedusa in Festival”, dal 19 al 23 luglio 2012

Un film di Alice Rohrwacher

Le indicazioni del parcheggio davanti il nuovo aeroporto di Lampedusa. L’inglese è approssimativo, chissà come sarà tradotto in braille, la lingua dei ciechi CONTINUA DA PAGINA 1

Certo, i turisti non si trattengono sull’isola per mesi o per stagioni intere. Neanche il più facoltoso dei magnati russi si sognerebbe di restare a Lampedusa per più di qualche settimana, tranne che non ci si trasferisca. Perché Lampedusa è un regalo che la vita ti fa, il suo mare è così trasparente e pieno di colori e di pesci che tanta bellezza rischierebbe di stordire se non ci sei abituato, mentre funziona meglio di qualsiasi

ai migranti o come “semplice” spettatore del Lampedusa in Festival. Potenza di Baglioni, penserete voi, e invece no, perché la kermesse musicale ideata dal big della musica leggera italiana si chiama ‘Oscià e si svolge a ottobre. ‘Oscià ha il grande merito di fare i numeri, migliaia di turisti, un grande palco, tanti big della canzone italiana che si esibiscono, gli alberghi pieni in un periodo che altrimenti sarebbe classificato come “bassa stagione”.

Il cartello che segnala il “presunto ordigno bellico” all’Isola dei Conigli da ormai un anno

medicina se devi ricaricare le batterie della vita e ripartire. Invece, cosa che sembrerà un particolare scontato, ma non lo è, le decine di migliaia di migranti “ospitati” per mesi nei centri di accoglienza, non hanno conosciuto nulla dell’isola e delle sue spiagge. Solo recinzioni, filo spinato e un’accoglienza che è un mix di (poca) carità e (tanto) disprezzo.

Insomma, ci sono tutti gli ingredienti affinché la manifestazione organizzata da Baglioni, lampedusano d’adozione, sia apprezzata dai suoi nuovi concittadini. Ben vengano quindi i finanziamenti e la solidarietà, sia pur “leggera” come la musica che spesso viene suonata da quel palco, se serve a sciogliere un sentimento di

La sala conferenze dell’aeroporto di Lampedusa

Disprezzo inteso come senso di negazione dell’umanità da parte di apparati dello Stato trasformati in automatismi repressivi. Sbarcatorinchiuso-espulso-o-trasferito. E poi ancora sbarcato-rinchiuso-espulsoo-trasferito. In certe occasioni non si guardava in faccia nessuno e via coi rimpatri di massa. Olè! Però qualcuno dei migranti a Lampedusa ci è tornato, con coraggio, da uomo libero, magari come regista di un documentario o come artista o come professionista dell’assistenza

potenziale ostilità nei confronti dei fenomeni migratori. In sintesi, parlare di migrazione a Lampedusa va bene, specie se non si va troppo in profondità e se alla fine del discorso ci si guadagna qualcosa, dal cameriere all’albergatore, allo skipper. Però qui la mia intenzione è quella di parlare del Lampedusa in Festival, un piccolo ma significativo appuntamento cinematografico ma anche letterario e artistico che, dal 19 al 23 luglio 2012, ha richiamato

Il Lampedusa in Festival a Porta d’Europa

operatori, ospiti, volontari e pubblico da più luoghi dello stivale, ma anche da vari paesi dell’Europa e dell’Africa. L’anima del Lampedusa in Festival è una piccola ma attivissima associazione di Lampedusa: Askavusa, una parola che significa “a piedi scalzi”. Non ho mai chiesto perché la decina di ragazzi di Lampedusa che l’hanno costituita (Giacomo, Gianluca, Paolo, Annalisa, Alessandra, Luca, Andrea, Ilaria...) l’hanno chiamata così. Un richiamo al francescanesimo? Forse, dato che ogni anno si riesce a fare tutto con un budget ridottissimo e con un’organizzazione di tipo orizzontale, dove la parola “gerarchia” è sostituita dalla parola “responsabilità”. Le cose da fare vengono esaminate insieme giorno per giorno ed ognuno si autoassegna un compito a seconda delle proprie competenze e di quel lavoro è responsabile e protagonista. Alla fine dei cinque giorni, se si ha la fortuna di assistere alla riunione conclusiva, dove si tirano le somme dell’esperienza e si buttano le basi per il futuro, si capisce che non si è solo realizzato un bel festival, ma che si è creata una piccola comunità formata da una trentina di persone che si sono adoperate senza risparmiarsi e senza pretendere nulla in cambio che non sia un arricchimento personale e la sensazione di aver fatto qualcosa di bello e di utile. Ma, tornando ad Askavusa, non va dimenticato che a piedi scalzi spesso vanno i marinai sulle imbarcazioni e talvolta anche i migranti arrivano in queste condizioni. Si può diventare esperti di fenomeni migratori in tanti modi, passando dal mondo accademico a quello del volontariato, dalle associazioni cattoliche alle Ong che operano in tutto il mondo, ma il piccolo drappello di Askavusa di Lampedusa, dal cantautore Giacomo Sferlazzo a Gianluca Vitale a tutti gli altri, hanno acquisito un’esperienza che è unica nel suo genere. Così come Lampedusa è unica nel suo essere frontiera tra due continenti separati dall’acqua. Loro non arrivano e partono da Lampedusa ma ci vivono e ci lavorano e tra la preparazione di un disco, di un cortometraggio o di un pollo in rosticceria, rappresentano una preziosa fonte di informazione su quanto viene fatto sull’isola dai vari governi, spesso maldestramente e confidando sul silenzio o sull’assenza degli osservatori. E se c’è bisogno di sbracciarsi e perdere ore di sonno o dedicare energie alla prima accoglienza dei migranti, fornendo indumenti o pasti caldi o una doccia, come è stato nella primavera del 2011, loro non si tirano indietro. Per questo e per tanti altri motivi, l’associazione gode di un credito notevole presso grosse e piccole associazioni in Italia e all’estero, oltre che presso centinaia di militanti, facendo spesso da ponte per l’incontro di realtà diverse. Per questo la IV edizione del Lampedusa in Festival ha registrato un miglioramento dal punto di vista della qualità degli eventi proposti, dai film in concorso a quelli fuori concorso, dagli spettacoli teatrali a quelli musicali, dai dibattiti alle mostre. Per quanto riguarda i film, le sezioni in concorso erano due: “Migrazioni e memorie” e “Democrazia”. Nella prima, coordinata dall’Archivio delle Memorie Migranti (AMM) e curata da Zakaria Mohamed, Ali Hevi Dilara, Mohamed Ba e Salvatore Billeci, ha vinto il documentario “Vera” di Francesca Melandri. Nella seconda sezione, coordinata dal Movimento Giovanile Lampedusa e curata da Stefano Liberti, Costanza Ferrini, Maria Teresa De Sanctis e Mariangela Barbanente, il primo classificato è stato invece “Minotawra: si esporta cambiamento” di Kamikairy Fares. I film in concorso sono stati proiettati sulla spiaggia di Cala Palme, spazio ripulito per l’occasione e “restituito” all’isola dopo anni che non veniva utilizzato. I film fuori concorso invece sono stati proiettati in piazza Castello, in fondo alla centralissima via Roma, e hanno visto una maggiore partecipazione di lampedusani. Di ottimo livello sono stati anche gli spettacoli teatrali come quello di Pino Petruzzelli -“L’uomo che raccoglieva bottiglie”- o di Mohamed Ba -“Invisibili”- e i concerti o le jam session che chiudevano le serate. Dimostrazione che ci si diverte anche e parecchio per il Lampedusa in Festival e che tra impegno e seriosità c’è una bella differenza. Inoltre nella sede di Askavusa anche quest’anno è stata allestita una

mostra di vignette dal titolo “Oltre Frontiera – Il viaggio di 32 disegnatori da 19 Paesi, 4 Continenti, 1 Pianeta” curata da Marisa Paolucci con la collaborazione del sottoscritto. Tutti autori stranieri che hanno disegnato una nuova geografia dei viaggi e delle migrazioni con una diversa sensibilità “geopolitica”, come scriverebbe la rivista Limes. Una mostra che ha rappresentato il seguito ideale di “Le rughe sulla Frontiera – Lampedusa restiamo umani”, diventata poi un libro per la Navarra Edizioni, dove una trentina di disegnatori italiani, da Ellekappa a Makkox, da Vauro a Staino, da Scarabottolo a Mauro Biani raccontavano di un’unica frontiera, quella di Lampedusa. Quella mostra era dedicata a Vittorio Arrigoni e ancora oggi è in cammino, dopo essere stata a Cagliari, Palermo, Bolzano, Castelbuono... Attualmente è a Viterbo nei locali dell’Arci dove è stata accolta con entusiasmo dai fantastici soci e organizzatori che l’hanno voluta, sostenendo così la lunga marcia a piedi scalzi di Askavusa. Un cristo con zaino in spalle che cammina sulle acque verso l’isola di Lampedusa sullo sfondo è invece la visione che l’artista Elena Ferrara ha voluto regalare al Festival, realizzando un grande murales in bianco e nero su un muro nei pressi del Porto Vecchio. Lo vedranno i prossimi migranti. Perché ce ne saranno. Un governo può costruire nuove carceri, ma non può cambiare la geografia e Lampedusa non potrà mai confinare con Latina o con Bologna. Benché qualcuno faccia notare, lavorando da operatore per i rifugiati in Libia, che le politiche italiane sui migranti non sono cambiate con il cambio al governo e che stando a Tripoli non si è potuto non notare la coincidenza tra la visita del ministro Cancellieri in Libia e l’inizio delle deportazioni dei migranti verso sud nei giorni successivi. Eccezion fatta, pare, per somali ed eritrei, perché altrimenti rischierebbero di perdere la faccia. Coincidenze, già, così come è una coincidenza il fatto che durante la missione militare alleata in Libia nel 2011 -fanno notare gli attivisti di Boats4Peopleallorquando quel tratto del Mediterraneo era pattugliatissimo da imbarcazioni e mezzi militari, ci sia stato il più alto numero di naufragi e morti in mare tra i migranti. Eppure, in teoria, sarebbe stato più facile prestare soccorso a mezzi in difficoltà. Se veramente è andata così, come cercano di ricostruire gli attivisti internazionali di Boats4People che hanno viaggiato da Cecina a Palermo a Monastir in Tunisia a Lampedusa, è possibile parlare di omissioni di stato? E non solo quello italiano, si intende, tanto che una causa è già stata avviata a Parigi contro il governo francese. Ma per dimostrare questo ci vogliono mappe, cartografie, testimonianze. Bisogna “controllare i controllori”, come dicono gli attivisti di Boats4People. Tutto questo è stato il Lampedusa in Festival. Anzi no, è stato anche una mattina all’Isola dei Conigli con la Rete del Caffè Sospeso, una serata a Porta d’Europa dove tra gli altri, il nuovo sindaco Giusi Nicolini si è fatta interprete del “vento che cambia”, riconoscendo agli “strani” ragazzi di Askavusa il merito di far parte di Lampedusa. Anche se, va detto, spesso dimenticati da Lampedusa, come il “presunto ordigno bellico” segnalato da un cartello sulla spiaggia dell’isola dei Conigli dal 2011 o il “vecchio” aeroporto in cui sono atterrato il 18 luglio. Mentre il nuovo, un immenso sovradimensionato edificio di cemento e vetro, veniva inaugurato qualche giorno dopo dal presidente del senato Renato Schifani. Una struttura così eccessiva, come una cattedrale gotica caduta sul fianco, dove ci si sente piccoli. Un palazzone che potrebbe apparire l’ennesima beffa dello Stato se veramente ad ottobre dovesse cessare la convenzione con la compagnia di linea per mancanza di fondi. Chissà, forse era meglio mettere da parte i soldi per il carburante degli aerei piuttosto che costruire un nuovo modernissimo aeroporto, con sale conferenze ed enormi spazi inutilizzati che potrebbero un giorno essere riconvertite in strutture di prigionia o abbandonate a sé stesse. Come il “Parcking” di una città fantasma, giusto per darsi un tono di internazionalità e volare alto. A questo punto, forse è meglio andare a piedi scalzi, Askavusa.

di Gianpiero Caldarella foto di Gianpiero Caldarella www.lampedusainfestival.com www.succoacido.net/showarticle.asp?id=929

Realizzare un film come scrivere una fiaba, con la stessa dose di tenerezza e crudeltà di una fiaba senza che per questo la violenza scuota lo spettatore, piuttosto un film in cui la violenza mostri il suo lato più umano e compassionevole. Ma “Corpo celeste” è forse comparabile più propriamente a un romanzo di formazione. Un romanzo scritto però da chi ha vissuto ed è ancora immerso in quella formazione, non da un anziano e saggio scrittore che ne scriva a posteriori. L’autrice nonché regista del film, Alice Rohrwacher, lascia che il punto di vista della sua storia sia quello della sua stessa protagonista, un’adolescente silenziosa e curiosa. Il mondo che vediamo è quello che Marta vede con i propri occhi di ragazzina. Marta ha 13 anni e si è appena trasferita a Reggio Calabria (terra di origine della madre) dal profondo nord svizzero. Qui inizia a frequentare il catechismo per prepararsi alla Cresima ma le parole vuote che è costretta ad ascoltare e ripetere non riescono a catturare la sua attenzione che, invece, è attratta da ben altri mondi. Come quello di un gruppo di ragazzini che fanno incetta di mobili vecchi e ogni sorta di rifiuto gettati lungo

re di ricerca, sempre comprensiva e forse l’unica a possedere, nella sua ingenuità, un po’ di umorismo. Ma il viaggio importante, quello che rappresenta la svolta a tutte le domande di Marta, domande che non vengono enunciate esplicitamente ma che ogni spettatore intuisce dietro lo sguardo della ragazzina, è quello in un piccolo paese abbandonato nel cuore della Calabria, alla ricerca di un mitico crocifisso “figurativo”. Questo breve viaggio è il momento cruciale, il punto di arrivo di un climax sempre più incalzante. Qui Marta incontra l’uomo che, con pochissime parole (stavolta piene e forti) renderà tutto più chiaro. Il crocifisso si ritrova a galleggiare sul mare, trasportato dolcemente dalle onde e ogni cosa avrà il suo posto in una Reggio Calabria triste e perfettamente reale. Marta avrà finalmente il coraggio di attraversare il fiume/fognatura, il mondo. E raggiungere quelli che saranno forse i suoi veri compagni di giochi e di crescita. Gesù era un uomo così come i preti e tutto il resto degli uomini e delle donne di chiesa. Lo sguardo nei confronti delle meschinità, delle cattiverie commesse da loro non è mai aspro, non è mai di

gli argini di fiumi che sembrano rivoli di fognature. Reggio Calabria sembra tutta un’enorme periferia: un ammasso di palazzoni, autostrade e detriti dove sembra scomparire lo spazio destinato agli esseri umani. Un luogo alienato e alienante in cui, perfettamente a tono, è incastonata la chiesa, una fredda costruzione moderna ricoperta di cemento. Un paesaggio abbastanza noto a chi vive in certe città del sud Italia ma per nulla scontato. Il cielo di Reggio è sempre grigio e spento, contrariamente a tutti gli stereotipi del sud della nostra penisola. Sotto questo cielo cupo, Marta sembra quasi un extraterrestre: bionda, magrissima, occhi indagatori e andatura distratta. Sotto questo cielo cupo, Marta cerca la sua strada, la sua verità su Cristo e la fede. I personaggi che la accompagnano non sono affatto raccomandabili: un prete infelice e insoddisfatto che approfitta della sua posizione per raccogliere voti in favore del politico che potrebbe aiutarlo a salire di grado, una catechista esasperata le cui parole si svuotano, rimanendo solo la forma, una sorella gelosa. L’unico spiraglio è la madre, un nido caldo nel quale fare ritorno dopo le proprie avventu-

denuncia rabbiosa. Da questo piccolo e intenso film la chiesa non esce certamente illesa ma l’unica arma posseduta dalla regista è la tenerezza e ciascuno vedrà nel mondo da lei tracciato una realtà inconfutabile. Forse la realtà alla quale molti degli uomini e delle donne di chiesa dovrebbero riavvicinarsi. Non a caso la Rohrwacher si è ispirata alla raccolta di scritti di Anna Maria Ortese intitolata proprio Corpo celeste. Lì la Ortese scriveva: “Le leggende e i testi scolastici parlavano dello spazio azzurro e dei corpi celesti come di un sovramondo. Agli abitanti della Terra essi aprivano tacitamente le grandi mappe dei sogni, svegliavano un confuso senso di colpevolezza. Mai avremmo conosciuto da vicino un corpo celeste! Non ne eravamo degni! Invece, su un corpo celeste collocato nello spazio viviamo anche noi: corpo celeste, o oggetto del sovramondo era anche la Terra, una volta sollevato quel cartellino col nome di pianeta Terra. Eravamo quel sovramondo”. di Marta Ragusa www.corpoceleste.it www.succoacido.net/showarticle.asp?id=919


SUCCOACIDO, No. 20, SEPTEMBER OCTOBER 2012

V C

Cinema .:. authors

7

incent Dieutre

inéaste français, auteur de documentaires poétiques qui mélangent savamment autobiographie et actualité

Nous avons vu Jaurès, le dernier film de Vincent Dieutre, cinéaste français, auteur de documentaires poétiques qui mélangent savamment autobiographie et actualité. Par une fenêtre qui donne sur le Canal Saint-Martin, à Paris, Vincent observe le monde en dehors de l’appartement qu’il partage avec Simon (nom imaginaire). Les voix du cinéaste et de l’amant se mélangent à celle de Vincent qui, après quelque temps, montre à son amie Eva Truffaut les images tournées en lui racontant son histoire d’amour liée fortement à cet appartement et à la vue par la fenêtre. Dans cette vue il y a trois niveaux : au niveau supérieur, le métro (Jaurès est le nom de la station du métro près du pont La Fayette), au niveau médian, la rue avec les voitures et les passants et, au niveau inférieur, la vie fourmillante sous le pont La Fayette, où des dizaines de refugiés afghans habitent dans des tentes. Trois niveaux qui se fondent dans une expérience unique qui n’exclut pas la vie quotidienne dans l’appartement, la vie quotidienne d’un couple destiné à se dissoudre. Un film documentaire léger et délicat donné par un regard plein d’amour envers la beauté du monde, fait de fragilité et de puissance, dans le même temps. Une idée très claire et très personnelle sur la signification et la valeur du genre documentaire. Peux-tu te présenter? Veux-tu présenter tes films pour ceux qui ne les ont jamais vus? VD: C’est difficile. Je suis un metteur en scène de cinéma mais j’écris, aussi. Je fais mes films presque tout seul, mais je ne m’occupe toujours de tous les aspects techniques comme le montage ou la photographie. En génèral, dans les scènes il y a moi même, presque toujours avec des autres personnes. Mes films sont des documentaires qui ont la forme d’un journal de voyage, voyage dans ma même ville, Paris, comme dans le dernier film, Jaurès, ou voyage à l’étranger. J’ai tourné un film en Argentine, un film en Allemagne, quatre films en Italie, j’avais aussi un projet en Angleterre. Je veux faire de chaque voyage que je raconte un volume d’une longue oeuvre , commencée depuis mon premier film. Mais je vois ça seulement maintenant, a posteriori. Il y a aussi des petits projets un peu différents. Par exemple , je fais ce que j’appelle des “exercices d’admiration”: des travaux sur des films, des livres, des oeuvres déjà exsistantes que je transforme. De toute façon la plupart des mes films sont composés de chapitres d’un grand journal. Je pense qu’il s’agit d’un seul projet poétique, un seul film qui continue. Chaque fois quelque chose change, certainement: le milieu dans lequel je tourne le film est toujours différent. Tous mes journaux sont en contrepoint à quelque chose de toujours différent. Par exemple, j’ai fait un film qui raconte un voyage d’ Utrecht à Napoli, le contrepoint à l’histoire sont des peintures caravagesques.

C’était comme suivre un peintre caravagesque hollandais jusqu’à Napoli. J’ai fait la même chose avec la musique avec un lied de Schubert dans Mon voyage d’hiver, mais en Allemagne. Tout le journal, mon vrai journal, était un dialogue avec un musicien qui chantait ce lied. Mais j’ai fait aussi un film situé près de Paris qui est plus historique: je marchais sur les traces du mouvement religieux du jansénisme. Chaque fois la règle du jeu change. En Sicile je ferai un dialogue avec des pupos et la réalité politique de la Sicile actuelle. Je pense qu’ il y a une espèce de quête, une recherche un peu proustienne peut-être sur l’identité européenne. En général je cherche à apercevoir les liens entre les cultures allemande, italienne, anglaise, etc. À coté de cette recherche il y a aussi le journal sentimental, amoureux: il y a souvent des rencontres avec des hommes anglais, allemands, italiens que j’utilise comme des acteurs pour mettre en scène cette relation avec le milieu et la culture du Pays dans lequel je tourne mon film. Je pense que si je sépare la vie culturelle, intellectuelle, artistique de la vie intime il y a quelque chose qui ne marche pas. J’utilise l’autobiographie mais jusqu’à un certain point. Par exemple le film sur le Caravage dont je parlais est tourné seulement dans la nuit, pour instaurer un dialogue avec la peinture caravagesque qui normalement est une peinture nocturne. J’ai tourné Mon voyage d’hiver en hiver, dans le blanc de la neige, toutes ses images sont très claires. Chaque chapitre est indépendant mais si on voit tous mes films il y a une cohérence générale. Aujourd’hui je fais aussi des installation vidéo qui entrent dans ce même projet. Mais de toute façon il s’agit toujours d’un projet de cinéma. Ton dernier film, Jaurès, est un film d’auteur très intime. Pourtant il y a un fort dialogue entre les spectateurs et toi, une ouverture constante vers qui regarde le film. Pour qui fais- tu tes films? Pour toi ou pour les autres? VD: Je ne pense pas qu’on fait des films seulement pour soi-même. Pour cette raison j’ai dit que mon travail reste toujours un travail de cinéma. Mon travail ne doit pas être un refuge pour moi: je ne dois approcher le monde à moi mais au contraire: pour moi le cinéma est partir de soi-même pour s’ouvrir vers le monde extérieur, même à travers la fenêtre d’un appartement ou d’une chambre d’hotel. Par exemple, dans mes films il y a toujours une forte relation entre la grande Histoire et les petites histoires. Il y a quelques années j’ai tourné un film à Bologna: Bologna centrale. Je vivais à Bologna dans la période du mai ’78, j’était très jeune; j’ai pris un train le jour avant le massacre à la gare et j’ai utilisé cette coïncidence pour faire une réflexion sur les année de plomb, mais je pars toujours d’un fait intime, personnel, en le transformant un peu (je n’utilise

pas les vrais noms), je fais une espèce de fiction de l’histoire. Je ne raconte jamais des faits bruts, je raconte plutôt des faits traversés par mon corps. Je raconte comme une personne qui a vécu physiquement un événement. Jaurès est un film sur l’amour et sur la précarité de l’amour, pourtant cette précarité ne t’effraye, ni t’angoisse. Dans le film tu dis que le beau d’une histoire d’amour est que, même s’elle termine, elle arrive, elle est arrivée, en transformant le monde de celui qui l’a vécue et celui de qui est à ses cotés. La réalisation de ce film t’a aidé à trouver cette espèce de réconciliation ou est-ce que même avant du tourner le film tu avais déjà cette vision positive de la fragilité de l’amour? VD: En général je suis pessimiste mais d’un pessimisme actif, si on peut dire ça, pas d’un pessimisme cynique. C’est triste, mon histoire avec Simon est terminée, mais je cherche à voir toujours comme les choses ont changé pour moi, pour Simon, pour les jeunes Afghans, voir les traces qui restent dedans et en dehors de nous, même si temporairement. Ça se passe aussi dans la relation entre l’histoire personnelle et l’actualité, la grande Histoire européenne. Je cherche à voir la relation entre l’individu et le collectif. Il n’y a pas une séparation entre les niveaux de perception du monde, il s’agit d’une position politique. Le marché, le capitalisme se fondent sur cette séparation des personnes, entre elles et dans elles-mêmes. D’une part il y a la vie du citoyen, de l’autre la vie de l’homme (ou de la femme). On subdivise les personnes en catégories séparées, on pense aux prétendues minorités sexuelles. Comme si chaque personne avait sa propre réalité. Je suis d’accord avec les situationnistes quand je pense qu’une seul realité existe: il faut abolir, par exemple, la distance entre la vision médiatique et la perception individuelle des événements. Le devoir, le travail de l’artiste est imaginer une réunion entre ces niveaux de la vie. Le cinéma fait ça, même parce que avec le montage il y a la possibilité de faire cohabiter des réalités differents, comme pour exemple la realité de l’art et la vie nocturne à Napoli, ou la musique de Schubert et une promenade à Buchenwald en hiver. Je pense que l’art et la culture ne sont pas des devoirs scolaires ou attributs sociaux d’une certain classe. Je pense qu’il s’agit de quelque chose de collectif qui appartient à tout le monde. C’est encore plus fort en Italie où il y a une richesse culturelle et sociale immense qui fait peur au système berlusconien qui, à travers des privatisations, veut faire de cette richesse collective un profit individuel. Je pense que c’ est ma bataille d’artiste: dans une façon un peu moindre, poétique, j’ai decidé de critiquer cette désunion entre le monde et la perception que nous avons de lui. Aujourd’hui nous n’avons pas de perception continue du monde: il y a trop d’écrans

des photos de Simon mais quand je regardais les tentes des Afghans j’évoquais Simon. Je ne donne pas une image misérable des Afghans, je n’ai pas voulu faire un portrait de victimes: ils souffrent beaucoup mais en même temps ce sont des personnes qui veulent plaire, ils fument, le samedi ils mettent une belle chemise pour aller au bar où il y a des jeunes filles parisiennes. J’étais très touché par leur désir de faire partie de Paris et quelque temps plus tard ils sont devenus vraiment des petits parisiens. Ils sont très jeunes et l’image que j’avais de leur vie n’était pas la même que celle qu’on donne à la télé. Elle les dépeint toujours comme des victimes. Il y a des moments très durs, il y a les contrôles de la police, c’est vrai, mais dans le longtemps il y a aussi la solidarité des associations, les rencontres, les sourires, les jeux. La réalité est beaucoup plus complexe que la caricature qu’on nous donne à la télé. Ça ne signifie pas que leur vie est merveilleuse. Mais je cherche toujours à me mesurer avec Pendant que tu racontes à Eva la complexité. La complexité c’est Truffaut ton histoire d’amour avec Simon, les images suivent la ça: je suis dans mon appartement, au chaud, impliqué dans une vie quotidienne d’un groupe de rélation compliqué et ils sont lasréfugiés afghans qui vit sous le pont La Fayette à Paris. Savaient- bas, sous un pont. En outre, je me sentais presque justifié: Simon ils que tu les filmais? Est-ce que tu t’a jamais senti un peu voyeur? était un militant qui aidait ces réfugiés, même pour cette raison je VD: Non, ils ne le savaient pas. ne me sentais pas un espion. Il me Non, je ne me suis jamais senti un disait toujours que filmer était très voyeur, même parce que presque important, il me poussait à le faire. tous les jours il y avait la télé qui les filmait et la police, aussi. En outre, dans mon film ses visages ne À propos de ton film tu as parlé sont pas visibles, il y a des images de tendresse. Est-ce que tu peux anonymes. Puis, je ne parle pas expliquer ce sentiment appliqué à à propos de leur situation, leur ton cinéma? vie s’écoulait devant ma fenêtre. VD: Dans le système de production Un matin nous avons vu des feux d’images de fiction il y a quelque et nous nous avons demandé chose de très brutale envers les qu’est-ce qu’il était en train de spectateurs. Comme dans le sexe, se passer. Mon film n’est pas un la relation entre les images et sujet d’information. Tout le monde le spectateur peut être très crue. pouvait les voir, je ne fais aucune Avec le temps, j’ai compris que révélation. Ils étaient dans la rue la “fragilité” de ma mise en devant les yeux de tout le monde. scène, les temps longs de mes prises de vues sont une façon de traduire la tendresse par des Quelles assonances as-tu trouvé dispositifs complexes et raffinés. entre la vie de ces réfugiés et ton La brutalité du message (militant, histoire d’amour avec Simon? de gauche) est ainsi transformée. VD: C’est moi qui ai crée cette En outre, dans le cinéma, quand relation avec le montage. Je on parle d’homosexualité il y a n’avais jamais pensé que ma presque seulement le “problème précarité sentimentale était un peu homosexuel”. Le sexe, en comme leur précarité. La vie a général, est brutal, sans mots, crée cet accident, cette rencontre, avec des acteurs très jeunes. et donc c’était possible de faire Évidemment, le problème des ce parallélisme. Pendant la phase droits des homosexuels existe et de découpage je n’aurais jamais il est très important mais il y a pensé faire une oeuvre comme aussi le problème de la forme, du ça. Pour cette raison il s’agit d’un langage avec lequel tu racontes documentaire. Dans Jaurès il n’y certaines choses. Le mot tendresse a même pas l’idée d’un voyage comme dans les autres films. Quand me convient bien, c’est comme j’ai tourné ces scènes par ma fenêtre l’expression anglaise to care for je ne savais pas que j’aurais réalisé someone. C’est une espèce de compassion dans le regard. La ce film. Je l’ai décidé après, quand gens disent « ces Afghans n’ont mon histoire avec Simon s’est pas besoin de votre pitié ». Je suis terminée et je n’avais plus comme d’accord. Mais on peut prouver traces de lui que ces images, c’està-dire ce qu’on voit par ma fenêtre: une espèce d’amour envers eux, pas un amour physique mais de le groupe de réfugiés, le métro, la tendresse justement. C’est très le centre d’art contemporain, les important qu’encore une fois face voitures. Et depuis il y a le son qui au capitalisme et au profit on n’est pas le son de Paris mais celui des intérieurs de l’appartement. Ces puisse lutter avec la tendresse qui est gratuite, elle sert à donner une images me touchaient beaucoup forme aux choses. C’est important pour cette raison: je n’avais pas que, dans la critique du monde dans entre nous et la réalité, la beauté, l’amour. Je fais alors une oeuvre de déconstruction et de reconstruction. Dans l’art contemporain il y a beaucoup de personnes qui travaillent dans cette direction, pas dans le cinéma. Le marché et l’habitude créent des modèles de narration très standardisés. Mais dans le documentaire il y a plus de possibilités de jouer, de critiquer cet état des choses, sans faire pour cette raison une démonstration intellectuelle comme Harun Farocki, que j’aime beaucoup de toute façon. Je le fais d’ une façon différente, d’une façon queer. Je fais place aux sentiments, à une confusion personnelle, je ne dis jamais “j’ai raison”. Pour moi le cinéma sert à faire des questions, pas à donner des réponses. Un film offre au spectateur la possibilité de formuler des questions très personnelles aussi. Il s’agit d’un dialogue direct avec lui; quelquefois ça marche, quelquefois ça ne marche pas.

lequel nous vivons aujourd’hui, on utilise les mots justes et une certaine douceur qui ne coûte rien et qui n’a pas de valeur immédiate. C’est quelque chose de plus profond. Quels films italiens conseilleraistu à un spectateur français? VD: Ça dépend. Je suis né dans le cinéma italien. C’est-à-dire avec Pasolini, Fellini, le premier Bertolucci et le premier Bellocchio. Puis, il y a le cinéma italien contemporain qui est une autre chose. Je pense que le public a été un peu détruit par la télé, le marché, la gestion brutale des programmes, l’influence de la publicité et du spectacle. Mais récemment j’ai vu des choses nouvelles et ça dépend des nouvelles possibilités techniques de réaliser des films avec peu d’argent et au dehors de Cinecittà. Le système se révolte contre lui-même. Il y a le pouvoir énorme de la télé, de la publicité, du marché mais il y a aussi beaucoup de possibilité de fabrication et diffusion d’images, même par internet. En Italie une nouvelle école est en train de naître, surtout dans le documentaire (mais dans le cinéma aussi). Pour le moment, en paraphrasant Georges Didi-Huberman, il ne s’agit que de vers luisants, mais ils existent. Je parle, par exemple, de La bocca del lupo de Pietro Marcello, ou Le Quattro volte de Michelangelo Frammartino. Les nouveautés sont surtout dans le sud d’Italie. Une espèce de vengeance qui arrive après 20 ans de rien, de paralysie de l’âme. Peu à peu les choses sont en train de changer. C’est pour ça que mon prochain projet se déroulera en Sicile. Je voyage en Italie très souvent depuis toujours. J’ai vu beaucoup de changements et ça ne passe pas seulement en Italie, certainement. Mais comme touriste, en Italie, je vois ça mieux que dans mon Pays et je pense que le changement est encore plus évident à sud, parce que là on peut le voir dans la rue. Sans recherche particulière. La relation entre les gens et la rue, entre les gens et leur amis a changé. Même dans la façon de faire de la politique les choses changent en Italie. Il y a des petits vers luisants, des petits cercles, des petites décisions personnelles, sans l’appui ou la naissance de nouveaux idéologies. C’est comme une activité trans-politique, très intéressante même si très chaotique. Je ne peut pas le définir exactement et je le sens surtout au sud d’Italie. Ma prochaine oeuvre sera elle même un journal de voyage, beaucoup de voyages réunis dans un seul voyage: rencontres, histoires d’amour, spectacles. Il y aura, comme toujours, ma voix qui raconte et le contrepoint sera un drame que j’écris et qui sera tourné à la fin du projet. Il s’appellera Orando ferito.

di Marta Ragusa immagini tratte dal film “Jaurès“ francese di Marta Ragusa e Amélie Lambert www.films-sans-frontieres.fr/monvoyagedhiver www.succoacido.net/showarticle.asp?id=926


8

Music .:. songwriters

SEPTEMBER OCTOBER 2012, No. 20, SUCCOACIDO

Giacomo Sferlazzo Giacomo Sferlazzo has the force to live with all the contradictions of the modern times’ man. He’s old and actual, he’s sage as an old man and crazy like a young boy, spontaneous and meditative, he shouts and whispers, he’s solitary and family-man. He lives in Lampedusa and goes everywhere, he knows when it’s time to wait and when he has to go where it’s important to be. Songwriter of course and in primis, but also social activist, film festival’s organiser, painter, sculptor, poet, vegetarian, anarchist. When you meet him you ask yourself “why aren’t we all like him?” because of his capacity of doing all this with a light mood, despite what he decided to do. To be inhabited by a superior force that leads your steps is a chance, a malediction, a mission one must face. Giacomo surely tries it, every time. In Tuscany to record his next album “Quando sono assente mi manco – crisi d’identità contemporanee” (When I’m absent I miss myself – Contemporary identity crises) we had the chance to spend days and nights next to each other, talking, playing, arranging, composing, destroying and rebuilding everything. Without losing a single minute but with a human-size work rhythm, we managed to realise 13 tracks where his songs were dressed with drunken fanfares, punkrock, new wave, freejazz, bossanova, without losing the equilibrium, without losing Giacomo’s voice, compass in this hard days’ stormy seas. Hello Giacomo, first of all congratulations on your first album “Il Figlio di Abele”. I’ve listened to it quite a few times but really from the first time I felt your music and your lyrics have a special taste for those who listen, especially while looking through the booklet. First of all: who’s Abel’s son? GS: I’m Abel’s son, my father’s name is Abel and in Lampedusa that’s what everybody calls me. But there are other intentions in the title of the album, the Biblical evocation above all. The idea of he who is just but dies, he who doesn’t win on earth, loved by God and lover of God, destined to death, a tension, at all costs, towards the absolute. Death is a great part of my life. Of course mine is a mystical route and hard to follow, but it’s something for which it’s worth dying. It’s not the refusal of life, it’s embracing life in its essence, looking for universal love, so easy to talk of and so hard to embody. Abel’s son is me, but especially who I’d like to be.

Giacomo Sferlazzo e Jacopo Andreini©VeronicaCiti

IfiglidiAbele Prod. Giacomo Sferlazzo releases Il figlio di Abele, 2009 (IfiglidiAbele Prod.) Lampemusa, 2011 (IfiglidiAbele Prod.) next Giacomo releases Quando sono assente mi manco – crisi d’identità contemporanee, 2012 (IfiglidiAbele Prod. and...)

Can you tell us a little about Abel? GS: He’s my father, he’s also my son, and he’s me. Abel is he who seemed done with, and with Abel’s son something which is an end becomes a beginning. It’s he who lives through injustice and embodies it, it’s a peasant who owes his fame to Cain. He’s the mystical proof that god is a vegetarian. In terms of music, what have your main influences been? And have they changed over time? GS: I’ve had many, I mean I’ve listened to lots of music and many genres over the years. The first band I loved was The Doors, later I discovered De André and Battiato. But there’s so much music I love, I don’t know, I’m thinking Dead Can Dance, Velvet Underground... I wouldn’t say that my taste has changed over time, it’s more that I found myself needing different things. For example sometimes I want to listen to Jazz, sometimes some great composer of the 20th century such as Ligeti, or classical music or even opera, the kind of craving I’ve had lately. Other influences are, I’d say, Carmelo Bene, painters such as Bacon and Giacometti, directors like Ciprì e Maresco, and I often take inspiration from the figurative arts.

What are the most unusual instruments used for ‘Il Figlio di Abele’? GS: In this first album I decided to use, as you say, certain unusual instruments, which were introduced very spontaneously and naturally. It’s instruments you don’t hear around anymore. They’re not really used at all in contemporary popular music. The vielle, for example, is a medieval instrument which exists in other versions in other cultures, such as the Chinese ehru or the Arab rebab, and which was substituted by other instruments at one point in history, such as the viol. One day the sound technician Alessandro Tripi, who I’d asked to get me a cello, told me he wanted me to listen to a similar instrument, so he put on a recording of Silvio Natoli playing it (and he ended up playing on the record). I was completely taken by that sound, it sounded as if there was sand on the strings and it evoked a desert for me, with the wind lifting the sand. There’s a beautiful painting by Hans Memling called “Anegl Musicians”, from 1485, in which the angels play a vielle, amongst other instruments. The viol is another instruments which I wanted to use instead of the more common cello, another string instrument from the mid 17th century. The tamorra, a percussion instrument, is a big drum on a round frame with a drumskin. The frames you usually use are the ones used for flour and on the sides of the frame there are little discs, fitted two by two, usually the kind you get on tomato cans and jars. The diameter is from 35 to 65 centimetres and it’s a traditional southern Italian folk instrument. On this record I wanted to avoid using a drumkit – I wanted the rhythm to be hinted at, not given as a beat. You can hear it, sometimes, that there isn’t a drumkit, but it was a choice: the absence of tempo/rhythm as such is part of the design. Another percussion instrument on the album is the cajon, from Peru, which means ‘little box’, because it’s in wood and looks like a box. Then there’s a mandolin and a harmonica on ‘Una Conclusione non c’é’. And what did you use as a bass? GS: As a bass I happened to use a fretless base, I say I happened to because I was looking for a double bass, but again Alessandro made me listen to this sound and again I was completely taken by it. This kind of bass is a bass which was born between the ‘70s and the ‘80s, invented by a real genius: Jaco Pastorius, who decided to take the frets off his Fender Jazz as way to allow himself more expressive freedom and to get closer to the sound of a double bass. But instruments don’t play themselves, so I want to just say who make them come to life: so, Silvio Natoli on laud, viol, and vielle; Giovanni Costantino on percussion; Giuseppe Rizzo on bass; Virginia Miorana on harmonica; Paolo Carrara on mandolin. Is there one piece that you’re more attached to than other, on the record? GS: Yes. Lampedusa 24/01/2009 is a piece that I’ll always keep with me. It’s about a day when my life changed, the day that the immigrants normally locked in the immigration centre in Lampedusa came out in the streets and protested with us. There were 4000 of us shouting freedom, freedom against the CIE [translator’s note: Centre for Identification and Expulsion]. Shouting that word, “freedom, freedom”, is something which is always with me and which changed some things inside of me. I believe that if the masses knew their rights and their strength, they could change the course of history, but that most of the time revolutions and big movements tend to be connected to economics, which are of course important, but it’s like getting fat inside a cage: for me economy doesn’t make much sense if we still face human rights problems. Unfortunately not everybody in Lampedusa understood just how important that day was, but it was like magic, we were finally meeting and embracing, we were giving them water and bread and clothes, but it was all very normal and nobody wanted anything in return. Together we were asking for freedom and for respect, for those who escape and move in invisible territories and for us who are from Lampedusa and constantly find ourselves dismissed by the state, or the local authorities, by those who tend to hold the power.

I wrote ‘Lampedusa’ that night and I remember that on one of those days marked by continuous protests and marches, and also by open conflict with the police, one of those days there were three or four thousand people from Lampedusa in the piazza and my song came playing out of the speakers. A lot of people cried, and at the start I myself found it hard to sing the song without getting tearful. I hope that soon the people of Lampedusa will be able to think about that day rationally and understand how important it was from a human, spiritual and political point of view. Who would you like to collaborate with in the future? GS: My dreams would be a record with Battiato and a film with Ciprì e Maresco. Tell me about Lampedusa, the island where you were born. You also wrote a very special song for it. What kind of opportunities did it grant you as you were growing up? GS: Lampedusa is a magical and contradictory place, with enormous problems from hospitals to schools – problems that the whole country has but which we receive amplified. Because it’s an island moving around isn’t easy and everything becomes more difficult. The government has often seen Lampedusa, and other islands, as secluded spaces in which to build prisons or military bases, but Lampedusa’s the opposite, it’s a place of freedom. At the moment it’s growing massively because of tourism, buildings are constantly being built illegaly by those who were meant to be for planning permission, a continuous abuse of our natural patrimony, which is all we have not only for tourism but also simply to become better people. Staring at the sun as it rises and watching it dip into the sea, listening to the sea, watching birds fly, all these things make us better as human beings. For me Lampedusa is a source of energy and love, of reconciliation with the universe, but it’s also a place with many practical problems to solve. ‘Il Figlio d’Abele’ has this in it, it’s a very Lampedusa record. Also Lampedusa’s position has made it, over the years, a place where people stop by and rest, and not only people, many other animals too. Today there are some who wish to deny all of this. In the place where the Madonna di Porto Salvo sanctuary there used to be a hermit’s cave where a Turkish marabout was buried and there was a hermit who used to celebrate both the Muslim and the Christian rite in a cave where there was an oil lamp in front of a Madonna who was venerated by both Christians and Muslims. I don’t think that ever happened anywhere els. They say you’re very sensitive not only to cultural issues but also to environmental issues... GS: Yes, I do work with a society called “Askavusa” (which means barefoot) and we try to create new perspectives on immigration and nature through art. We also organise a festival every year called “Lampedusainfestival” with other groups such as Legambiente Lampedusa and Recosol. It’s a festival of documentaries and short films centred on the themes of nature and immigration, and we do other things with other groups to have our say on the political and cultural life of the island. Although it’s hard work we’re

trying to put together a museum and study centre on human and animal migrations, on the recent fire at the rubbish dump, where the boats which brought so many men to Lampedusa were kept... it was a real shock, which also damaged our health and the health of the island. I’d also like to remind people of Linosa, the other island which, with Lampione, makes up the Pelagie archipelagus. It’s a volcanic island, very different from Lampedusa, but with a similar energy and magic, it’s a much less neglected island, an island about which I’d like to make a record. Crialese also chose Linosa for his latest film, “Terraferma”. I remember one night when I

was sleeping in a cave, I awoke because of an eerie sound, it was as if millions of children were crying together – it was the shearwaters, birds who have a huge colony in Lisonsa. I started listening, and the sky was filled with starts, and apart from that sound there was only silence, this is what I mean when I say that “nature is magical”. Lampedusa has given me so much, not only its landscapes, but also the people, my friends with whom I share almost eveything, the beautiful childhood I spent there, and the problems, also, that I found there. You’ve written a song in which you almost mock political ambition

(‘Ah la politica’) and another in which you denounce the passivity, the conformity which comes with consumerism (‘Ti hanno insegnato’)... in the light of these messages, can you tell us about the point of view of young musicians like yourself who are conscious of making choices? GS: I don’t really know what other musicians’ values are, but I’m thinking, for example, about a band such as Teatro Degli Orrori, who wrote a sing about the Nigerian intellectual/poet Ken Saro-Wiwa, who died because of his commitment to the battle against multinational oil manufacturers, who have ruined Niger by pollting the air and the water, making it impossible for any cultural or financial growth to take place. I believe in this sort of value – music can tell any kind of story, it can be entertainment, catharsis, spirituality, struggle, the choice concerns what you want to do with it. You need to be spontaneous and not ask yourself what the audience is thinking, not ask yourself whether a song is catchy or not, and if it is, well that’s another matter. I don’t believe that music has to bring some value with it but I do think that art, right now, needs to know where it stands, it needs to partial. So it needs to entertain, to move, to elevate, to make people doubtful or nervous, it has to make you think, it has to create revolutions, it has to denounce and aspire to beauty. The values I would like my music to carry are the search for the absolute (which is doomed to fail), an idea of silence as the highest form of music, the search for forms of civic organisation that are other to capitalism and consumerism, a respect and a love for nature, a sense of spirituality and a sense of anti-racism. You lately took part in Raduno delle Nuove Tendenze (a rally for new tendencies) in Terrasini, a project which aims to carry on with the work that Impastato promised 34 years ago, 2 years before he was killed. How did the atmosphere on stage feel to you? Do you think that this kind of event can really serve a purpose against illegality? GS: I think music can create internal, single, individual revolutions, and that’s already a big deal. If we get together and become communities, then that’s even better. But music is also an intimate experience, which happens in one’s own silence. It was a great honour to play for Peppino Impastato and I’m grateful to those who organised that evening. For me Peppino is a role-model, someone who was vital, who truly loved life and justice and it was beautiful for me to share a stage with musicians such as Alfio Antico, Enzo Rao, Mario Crispi, and the new Sicilian scene. Sicily still has a lot of work to do to get rid of the mafia, which is often inside the institutions, inside the world of work, and you can tell, if you look at nepotism, at ‘respect’, at the idea of ‘omertà’ – all of these are aspects which really penalise us, and it’s to do with the mafia. We need to get our rights back. Our rights are given to us as if they were a favour or a payment. Work, for example, is a right, a right used not only by the mafia, but also by politics to control the masses. Peppino used to love music and believed in its strength in building communities. Playing for him was an honour.

Un giorno vedrai queste porte bruciare. Una poesia per Riace, Lampedusa e loro porte. Un giorno vedrai queste porte bruciare Un giorno vedrai queste porte a terra in frantumi, Donne e uomini di ogni dove, fare festa sui cocci e sui legni rimasti. Le nazioni saranno un ricordo odioso Ed anche ciò che chiamiamo “Mio e tuo”. Sei venuta col capo chino e il ventre gonfio d’Africa Le vesti di un colore sconosciuto, Con il dolore di tutto l’universo, Con la gioia piccola di essere ancora vivi. Sei scesa da una barca e ti hanno accolta divise e telecamere, Prima un isola figlia di due madri, Poi un altra porta calabra piena di amore. Un giorno vedrai queste porte bruciare sotto il fuoco della rivoluzione. Sono i segni migliori che non avranno più senso. Una porta segna un altrove, un luogo da varcare e un confine. Quando sarà, avranno perso ogni funzione, anzi le vedrai come minacce, Invece oggi è tempo di edificarle per aprire queste cerniere di egoismo. Attraversiamo tutti una sola strada colma di mistero e non sappiamo Niente di niente , madre africana, queste porte che un giorno Abbatteremo insieme al resto, oggi sono : gesti d’amore e mani tese e Pugni in faccia ad un Europa piena di leggi e carte scritte e trattati vuoti E paure e ingiustizie e tutto quello che imparerai presto, sorella africana. Un giorno vedrai queste porte bruciare, donna d’Africa, ma oggi canta Insieme a me, perchè queste porte significano salvezza, Speranza di un giorno abbatterle.  Giacomo Sferlazzo

We’re at the end of this little interview, do you want to conclude? GS: I want to thank all those who are truly believing in my music, from the DEMO RAI band, captained by Marengo and Pergolani, to Giancarlo Passarella from Musical News, and SuccoAcido and Marc De Dieux, and my many friends who help me make my mad ideas happen, such as Salvatore Billeci, a young director from Lampedusa who worked on my video “Una Conclusione Non C’é”, or such as Kirka, who’s an Argentinian painter who lives in Italy and paints marvellous stuff, and thanks to all of those who support me and who I’m not acknowledging here. I especially want to thank my wife and my children and all of my family for existing.

di Jacopo Andreini, Marc De Dieux, Anna Palazzolo foto di Veronica Citi inglese di Anna Palazzolo www.giacomosferlazzo.it askavusa.blogspot.it www.succoacido.net/showarticle.asp?id=824


Agenda .:. september/october 2012

SUCCOACIDO, No. 20, SEPTEMBER OCTOBER 2012 Forlì 13/09/2012 <> 16/09/2012 Crisalide XIX Dopo avere in un primo momento esplorato le pluralità di divenire in direzione di un segmento minoritario, passando poi per la questione della normalizzazione in relazione ai dispositivi di potere che ripiegano i segmenti divergenti ripristinando una condizione di ordine, Crisalide si apre in questo nuovo momento di indagine al confronto con un terzo tipo di linea, la linea di fuga, che, comprendendo le prime due, apre sempre verso una destinazione sconosciuta: il fuori. www.crisalidefestival.eu

Essen 05/10/2012 <> 07/10/2012 Denovali Swingfest Festival for Experimantal Music denovali.com/swingfest

Paris 14/09/2012 <> 28/10/2012 Les Nouveaux collectionneurs Le Fonds départemental Nouveaux collectionneurs est une collection unique en son genre constituée d’œuvres d’art contemporain acquises par des collégiens apprentis collectionneurs. www.nouveauxcollectionneurs.org

Forlì 01/10/2012 <> 07/10/2012 Sedicicorto Sedicicorto International Film Festival è il Festival dedicato al cortometraggio con più iscritti in Italia e per una settimana trasforma Forlì nella Capitale Italiana dei film corti. www.sedicicorto.it

Torino 19/10/2012 <> 21/10/2012 View fest ViewFest è il festival internazionale di Cinema digitale, animazione e 3D, che viene organizzato ogni anno a Torino da View Conference. www.viewfest.it

Catania 26/09/2012 <> 29/09/2012 Trailers FilmFest Trailers FilmFest è l’unico festival in Italia ed in Europa che premia i migliori trailer cinematografici della stagione e che ha fatto della promozione cinematografica la sua mission.  www.trailersfilmfest.com

Lausanne 14/09/2012 <> 17/09/2012 BD-FIL 2012 : de la «ligne claire» à Christophe Blain Au-delà de la grande exposition consacrée à son invité d’honneur, Christophe Blain, le Festival fait le pari de raconter l’histoire et les épanouissements de la «ligne claire» à travers une grande création originale. www.bdfil.ch/

Berlin 24/10/2012 <> 28/10/2012 Pornfilm Festival The message is clear, that there is growing demand for explicit sex that empowers individuals to make their own decisions and choices free of social stigma. www.pornfilmfestivalberlin.de

Gallneukirchen 07/09/2012 <> 07/09/2012 Klangfestival Klangfestival Gallneukirchen” is a non-profit festival. It tries to focus on contemporary music – aside from mainstream – and brings bands from different genres and different countries into a farm’s granary and its gardens in Gallneukirchen (near to Linz). klangfestival.wordpress.com/ Limoges 27/09/2012 <> 06/10/2012 Francophonies en Limousin Les Francophonies en Limousin vous offre un passeport pour découvrir le spectacle vivant francophone : les artistes viennent de Tunisie, Suisse, Belgique, Burkina-Faso, Madagascar, Canada, Bénin, Algérie, Congo et France. www.lesfrancophonies.com Nancy 14/09/2012 <> 16/09/2012 34ème édition du Livre sur la place Le Livre sur la Place se veut une véritable fête du livre pour tous. Les écrivains se rendent dans les écoles, les collèges, les lycées mais aussi les hôpitaux, les maisons de retraite, la maison d’arrêt ou même dans les halls d’entrée de certains immeubles transformés pour l’occasion en bibliothèque! www.lelivresurlaplace.fr/ Rennes 14/09/2012 <> 08/12/2012 Aglaia Konrad, Concrete & Samples I, II & III Concrete & Samples I, II et III est une série de films d’Aglaia Konrad consacrée à deux architectures et un site naturel largement modifié par l’Homme. www.40mcube.org Milano 12/09/2012 <> 23/09/2012 Milano Film Festival Il cinema che cerchiamo è di ricerca sia per linguaggio che per contenuti: nuove direzioni e promozione dei talenti in ambito italiano e internazionale, insieme alla riscoperta e alla rilettura di grandi autori della storia del cinema. È raccolto in mesi di ricerche, viaggi, visioni e discussioni: in ogni lingua e formato, di ogni genere e durata, da ogni paese del mondo. www.milanofilmfestival.it Darnétal 29/09/2012 <> 30/09/2012 17e festival de la bande dessinée de Darnétal Normandiebulle Normandiebulle n’est pas un lieu uniquement réservé aux érudits de la bande dessinée, c’est aussi un événement convivial et ludique au service du livre, et rythmé par des animations et des expositions qui réjouiront autant les familles que les curieux de la BD. www.normandiebulle.com/ Frazione Campeli Comune di Tribogna 09/09/2012 <> 09/09/2012 Wood Waves Fest 2012 Con immenso gaudio che annunciamo, in collaborazione con Suite-Case, la prima edizione del festival bucolico che di più non si può: location spettacolare immersa nelle foreste del Tribognese, a poche decine di chilometri da Genova, con aree campeggio e ristoro incluse. Dalle 16:00 la vallata verrà gentilmente invasa da live e dj sets che si protrarranno fino a notte fonda. lessismore-events.tumblr.com Göteborg 27/09/2012 <> 30/09/2012 Bokmässan Göteborg Norden sätter sin tydliga prägel på årets Bokmässa. Utöver hundratals svenska författare, gästas vi av författare från alla de nordiska länderna - inklusive Färöarna och Grönland! www.goteborg-bookfair.com Baltimore 17/09/2012 to 23/09/2012 High Zero 2012 High Zero is not narrow in terms of sensibility or subculture, but rather widely inclusive of all the different types of experimental musicmaking in the moment. The fact that half of the festival’s core participants are from Baltimore speaks to the depth of Baltimore’s experimental music subculture, which in recent years has grown to be one of the richest cities in the country for experimental art. www.highzero.org

Terni 25/09/2012 <> 30/09/2012 Verdecoprente festival 2012 Verdecoprente Festival è dedicato ai paesaggi che ci nutrono, spazi in cui culture e nature si incontrano prendendo forma nei linguaggi delle scene, delle arti e delle poetiche contemporanee. www.verdecoprente.wordpress.com

Porto 13/10/2012 <> 06/01/2012 Rosemarie Trockel. Flagrante deleite A exposição Flagrante Deleite oferece uma perspetiva sobre o trabalho multifacetado de Rosemarie Trockel (Schwerte, Alemanha, 1952), artista de referência na cena artística internacional dos últimos trinta anos. www.culturgest.pt Vienna 04/09/2012 <> 02/10/2012 You are kindly invited to attend The works have been chosen on the basis of the concept of either absence or emptiness, as well as on the notion that the works are defined through the elements of the artistic context. www.openspace-zkp.org Bologna 20/09/2012 <> 23/09/2012 Some Prefer Cake Torna a Bologna “Some Prefer Cake”, il festival internazionale di cinema lesbico organizzato da Fuoricampo Lesbian Group e diretto da Luki Massa, che celebra la sua sesta edizione confermandosi come osservatorio privilegiato sul cinema a tematica lesbica da tutto il mondo. www.someprefercakefestival.com Belgrade 27/09/2012 <> 30/09/2012 International Comics Festival Salon Stripa SKC Belgrade On occasion of the 10th anniversary of International Comics Festival, lovers of the ninth art will have opportunity to attend special program that consists of several promotions and a comics workshop. www.skc.org.rs/2012-02-19-16-19-01/comicsfestival-2012.html Karlsruhe 08/09/2012 <> 06/01/2013 00.00 Resonate In order to utilize the inherent strength of the steel framework of the container ship, the strings are anchored along the interior of the hull walls. These strings are linked through a pulley system to the interactive light objects on the ground. Throughout the interaction with those strings the visitor is able to generate individual sounds that are visually transformed into light waves. The display of the objects becomes the interface between sound and light. luminale2012.fh-mainz.de Roma 05/09/2012 <> 22/09/2012 ShortTheatre Short Theatre quest’anno è west end: due parole per dire di noi, occidentali alla fine. La fine infinita dell’occidente – che, appunto, non finisce mai.  www.shorttheatre.org Berlin 04/09/2012 <> 16/09/2012 12. internationale literaturfestival berlin Literarische Vielfalt in Zeiten der Globalisierung erleben: Hier ist es möglich. Arabische Lyriker treffen amerikanische ShortstorySchreiber, burmesische Poeten ihre russischen Kollegen, südafrikanische Romanciers den albanischen Nachwuchs. Der Fokus des 12. ilb wird auf “Europe Now” liegen. www.literaturfestival.com/ Roma 20/09/2012 <> 28/10/2012 Fotografia. Festival internazionale di Roma Il tema indagato dalla XI edizione del festival sarà il “lavoro”, parola chiave della storia della fotografia e di questi ultimi anni, reinterpretato mediante una grande attenzione alle differenze e ai cambiamenti dei linguaggi della fotografia e del lavoro contemporaneo. www.fotografiafestival.it Pordenone 06/10/2012 <> 13/10/2012 Pordenone Silent Film Festival Nonostante il momento di crisi e il problema della riduzione dei finanziamenti che accomuna le Giornate del Cinema Muto a numerosi altri eventi culturali, per la 31a edizione del festival il direttore David Robinson ha preparato un programma che si preannuncia fra i migliori di sempre. www.cinetecadelfriuli.org

North Bethesda 15/09/2012 <> 16/09/2012 SPX 2012 In its fifteenth year SPX serves as the preeminent showcase for the exhibition of independent comic books and the discovery of new creative talent. Special guests: Daniel Clowes, Chris Ware, Gilbert & Jaime Hernandez. www.spxpo.com/ Den Haag 21/09/2012 <> 22/09/2012 TodaysArt 2012 TodaysArt is an annual festival concept that revolves around the presentation and development of adventurous contemporary visual and performing arts. Since its inception in 2005, the festival has amplified and celebrated the current creative climate and has brought international artists, thinkers and audiences to The Hague. By consistently offering a high quality, diverse and inspiring programme, TodaysArt retained the position as one of the world’s most accessible art, music and technology festivals of its scale. todaysart.org Terracina 14/09/2012 <> 16/09/2012 Terracina Book Festival 2012 Nella cittadina laziale del litorale pontino, nasce un importante evento letterario che unisce letteratura, musica, arte visiva e teatro. Tra gli ospiti dell’edizione 2012, Fausto Pellegrini, Sandro Petrone, Daniele Mastrogiacomo, Davide Rondoni, Fabio Arduini, Giorgio Molinari, Damiano Celestini. www.prospektiva.it/terracina3.htm Paris 15/09/2012 <> 20/10/2012 Biennale de Belleville. Circumrévolution La mixité des populations alliée à la diversité du paysage urbain de ce “quartier monde” demeure une source privilégiée d’inspiration pour les commissaires, artistes et intervenants de cette manifestation. www.mairie20.paris.fr/mairie20/jsp/site/Portal. jsp?document_id=19556&portlet_id=2668 Cesena 02/10/2012 <> 14/10/2012 Màntica Màntica è un pensiero sull’Arte che articola le sue riflessioni attraverso le opere degli artisti e, in questa V edizione, attraverso un Primo tentativo di simulazione di Accademia d’Arte Drammatica. www.raffaellosanzio.org Forlì 18/09/2012 <> 23/09/2012 Ipercorpo Che cosa io faccio delle condizioni. Che cosa le condizioni fanno di me. Dopo sei anni di esperimenti attorno ad una forma festival si riparte con la sensazione che tutto sia da rifare di nuovo. Ma è veramente possibile coglierne degli aspetti inediti? www.ipercorpo.cittadiebla.com Tolentino 14/04/2012 <> 16/09/2012 Nuvole di confine. Graphic Journalism. L’arte del reportage a fumetti. La 19^ edizione del Tolentino Humour è dedicata al tema del “graphic journalism”, dove l’immagine diventa cronaca inglobando “fotografia, collage, varie tecniche pittoriche o del disegno mutuate dall’Arte grafica”. www.biennaleumorismo.it/ Ljubljana 09/09/2012 <> 14/09/2012 International Computer Music Conference 2012 The 2012 International Computer Music Conference will be held in Ljubljana, Slovenia. It is organized by IRZU - the Institute for Sonic Arts Research and supported by the Faculty of Computer and Information Science as well as the Faculty of Arts, University of Ljubljana. IRZU is a young non government organization, based on an interdisciplinary concept and is conducting artistic productions in the field of electro-acoustic music / inter-media performances and installations, as well as audio technology research and educational activities. www.icmc2012.si Nitra 21/09/2012 <> 26/09/2012 International Theatre Festival Divadelná Nitra The International Festival Divadelna Nitra is the largest theatre festival in Slovakia. It is also one of the most important international activities in the cultural area in Slovakia. Divadelna Nitra is a recognised activity in the European context.  www.nitrafest.sk Pordenone 19/09/2012 <> 23/09/2012 pordenonelegge 2012 Anche quest’anno a pordenonelegge.it ci saranno grandi nomi della letteratura italiana e internazionale, con un programma che unisce mostri sacri a scrittori esordienti. Sentimenti, memoria, crisi e precarietà sono le parole chiave – i tag -, di questa edizione. www.pordenonelegge.it/ Milano 20/09/2012 <> 05/10/2012 Mine, Explosion of Self MINE is an international call for artistic projects which investigates the theme of Self as a motor of shock and change in our society. Artists worldwide, without limits of age or experience, can submit works in any media. www.celesteprize.com/mine/ On line 26/09/2012 <> 31/10/2012 ViaEmili@DocFest Nato nel 2010, ViaEmiliaDocFest è il primo Festival italiano online del cinema documentario, promosso da Pulsemedia, organizzato da Kaleidoscope Factory. Ogni anno trenta tra le migliori produzioni documentaristiche in Italia vengono selezionate da una giuria di professionisti del settore per partecipare al concorso, la visione online è gratuita per un mese. www.viaemiliadocfest.tv

Salina 19/09/2012 <> 23/09/2012 Salina Doc Festival Per immaginare il racconto di nuovi domani, per lavorare insieme in un mondo più solidale, per essere liberi di migrare da una sponda all’altra del nostro mare, per vivere altri futuri. www.salinadocfest.it Treviso 22/09/2012 <> 30/09/2012 Treviso Comic Book Festival 2012 Il rapporto tra sport e fumetto. La prima collettiva europea sui comics neozelandesi. La guida grafica alla Finlandia, le migliori proposte degli autori italiani e una vetrina sull’illustrazione. Mostra mercato, workshop, incontri, la toy night più famosa d’Italia… www.trevisocomicbookfestival.it/ London 19/09/2012 <> 23/09/2012 Trafalgar Square Project Take a journey to the heart of acoustic creativity, through a portal in Trafalgar Square. An alien black, rubberised structure will be home to finely-tuned audio technologies aimed at delivering pure acoustic experiences to visitors in the middle of Trafalgar Square - one of the busiest and aurally chaotic environments in London. beopenfuture.com/news/be-open-news/be-opento-the-future-of-sound Bologna 27/10/2012 <> 03/10/2012 Gender Bender Festival Gender Bender è il festival internazionale che presenta al pubblico italiano gli immaginari prodotti dalla cultura contemporanea, legati alle nuove rappresentazioni del corpo, delle identità di genere e di orientamento sessuale. www.genderbender.it Sitges 12/10/2012 <> 14/10/2012 MediMed Following the success of its twelve editions, MEDIMED will present again an exclusive selection of documentary projects, and ready made programmes, aiming to enhance the professional and creative exchange between the 12 MEDA countries and the 27 EU countries. www.medimed.org Modena, Carpi, Sassuolo 14/09/2012 <> 16/09/2012 festivalfilosofia 2012 È “cose” il tema dell’edizione 2012 che si svolge a Modena, Carpi e Sassuolo, in 40 luoghi diversi delle tre città. Gli appuntamenti sono quasi 200 e tutti gratuiti. Tra i protagonisti Bauman, Augé, Searle, Sennett, Latouche, la cinese Anne Cheng, Cacciari, Galimberti, Severino e Bodei. www.festivalfilosofia.it/2012/ Venezia 01/09/2012 <> 06/10/2012 Pesci fuor d’acqua. Mostra fotografica di Carlo Rocchi Bilancini Le immagini di Rocchi Bilancini rappresentano soltanto quello che in effetti sono: ritratti di umani vestiti, determinatisi, chissà mai perché, ad immergersi nelle acque di indefinite piscine; ove poi l’acqua costituisce tanto l’elemento unificante, quanto ciò che dà loro la forza di manifestare le differenti personalità. www.cini.it Manchester 22/09/2012 to 22/09/2012 Rowf! Rowf! Rowf! After a hiatus of more than two years, the epic Rowf! Rowf! Rowf! return for an all day festival of celebratory, exploratory and ecstatic music. Featuring a cinematic set from mv&ee with the home comfort sound system (Woodsist/Ecstatic Peace!). www.islingtonmill.com Lubiana 14/09/2012 <> 23/09/2012 19th Ex Ponto. International Festival of performing arts Founded in 1993, Ex Ponto is the international festival of performing arts originally presenting artists from territories of the former common state Yugoslavia, and afterwards also including the participants from other parts of Europe and the world.  www.exponto.net Terni 13/09/2012 <> 23/09/2012 Festival internazionale della creazione contemporanea Il festival torna rafforzato da importanti novità. Per 11 giorni la città diventa una fucina creativa dove spettatori e attori finiscono per contaminarsi così come le arti sfuggono ad una classificazione di categoria per assumere un più fluido attraversamento tra i linguaggi espressivi.  www.ternifestival.it Bologna 11/10/2012 <> 14/10/2012 Terra di tutti Film Festival A Bologna torna la rassegna di cinema sociale promossa dalle ong Cospe e Gvc: documentari e reportage da tutto il mondo. www.terradituttifilmfestival.org Louisville 28/09/2012 <> 30/09/2012 Cropped Out Festival Cropped Out is a locally and independently developed music festival set to take place in Louisville, KY. The fest is designed to highlight the creative efforts of Louisville natives, friends, family, and fellow thinkers from Nashville to Chicago to Brooklyn and beyond. croppedoutmusic.com Prato 22/09/2012 <> 07/10/2012 Contemporanea festival La stagione del Teatro Metastasio riparte con il Festival Contemporanea: dieci anni di esperienze con la creatività e con la scena. La nuova scena, perlopiù. Quella che deve sollecitarci e incuriosirci più di tutte le altre rappresentazioni. Che deve ridestare negli operatori di teatro e negli spettatori la voglia di ricerca.  www.contemporaneafestival.it

Lausanne 17/10/2012 <> 21/10/2012 Lausanne Underground Film and Music Festival Après avoir exporté le fleuron de la contreculture helvète sur la scène tokyoïte en mai dernier, le LUFF redouble de vitalité. Il réaffirme ses amours lausannoises et en jubile d’ores et déjà d’indécence. www.luff.ch Fabriano 18/10/2012 Rock – Paper – Scissors. Premio Ermanno Casoli XIII “Rock – Paper – Scissors”, videoinstallazione di Anna Franceschini, vincitrice del XIII Premio promosso dalla Fondazione Ermanno Casoli e curato dal suo direttore artistico, Marcello Smarrelli. Un articolato progetto incentrato sulla città di Fabriano e il suo territorio. www.fondazionecasoli.it Lund 20/09/2012 <> 29/09/2012 Fantastisk Film Festival It’s time to give you all small taste of what’s to come in our 2 competitions. 9 films will compete for our International award; The Siren and 8 films will duke it for the Méliès d’Argent, the prize for best european fantastic film. www.fff.se Kraków 14/10/2012 <> 21/10/2010 Unsound 2012 celebrates the 10th edition of Unsound Krakow in October, mysteriously assembled around the theme “THE END”. Does “THE END” refer to 2012’s apocalyptic atmosphere and potential rebirth, or something more prosaic? At least for now, we’re not going to say, preferring to leave things more oblique than usual. unsound.pl Łódź 26/10/2012 <> 28/10/2012 Soundedit 2012 I Am The Sound. I Am The Music. This is the motto of this year’s edition of the Soundedit Festival. We would like to show that among all the activities around the creation and emergence of music the Man is a central figure. The motto “I Am The Sound” will also authorize workshops and events taking place, as usual, in the main street in Łódź: Piotrkowska. Everybody Is The Sound. You too www.soundedit.pl Annecy 03/10/2012 <> 09/10/2012 Festival Annecy Cinéma Italien Annecy Cinéma Italien a tenu sa première édition en 1983 et, depuis, le festival présente chaque année le meilleur de la production cinématographique italienne et offre une riche sélection d’œuvres patrimoniales.  www.annecycinemaitalien.com Krems 12/10/2012 <> 14/10/2012 Kontraste Kontraste 2012 – Electric Shadows presents cuttingedge live performances, installations, films, lectures and sound walks. The festival is conceived as a ‘leap into the void’, a voyage through the electromagnetic spectrum, with audiovisual experiments that manipulate analogue and digital signals to amplify our senses, investigate the dark, and explore cosmological unknowns. www.kontraste.at Braga 02/10/2012 <> 06/10/2012 Semibreve 2011 saw the birth of Semibreve Festival, an event focused on the universe of electronic music and digital art. During four days it was possible to watch concerts from some of the most relevant electronic music artists from our time and to get to know some of the scientific outcomes produced by Minho University in the digital art’s field. The second edition of Festival Semibreve will take place in Braga and Guimarães (Portugal), from 2 to 6 of October 2012, integrated in the European Youth Capital 2012 an European Culture Capital programmes. Semibreve intends to aggregate the two capital’s ethos, allying innovation, technology and research to culture and arts. www.festivalsemibreve.com Roma 20/10/2012 <> 28/10/2012 MedFilm Festival 2012 Unico appuntamento italiano specializzato nella diffusione del cinema mediterraneo ed europeo, il MedFilm Festival 2012 quest’anno festeggerà l’Anno europeo dell’Invecchiamento Attivo e della Solidarietà tra le Generazioni. www.medfilmfestival.org Catania 15/09/2012 <> 11/11/2012 Kizmiaz! Festival Arriva in Sicilia KIZMIAZ!, delirante e schizofrenica rassegna che popolerà i principali palchi catanesi con le migliori band in ambito garagepunk e rock’n’roll. I tre incontrastati RE del rock’n’roll più bizzarro sparigliano convenzioni e convinzioni, pronti a mettere in scena la fiera dell’assurdo in occasione del primo festival itinerante italiano. www.kizmiaz.net Torino 12/09/2012 <> 24/11/2012 Torino Danza Festival In questi anni difficili e ricchi di sfide, non dobbiamo perdere il contatto con la realtà né smarrire la consapevolezza di quanto l’arte possa offrire risposte alla paura del futuro. In questo 2012 proviamo ad alzare lo sguardo, ricordandoci che le nostre scelte di oggi incidono sull’avvenire di artisti e spettatori.  www.torinodanzafestival.it Istrana 28/09/2012 <> 26/10/2012 Fiati Corti Sensazioni, emozioni impresse nella memoria digitale di una telecamera nate nella mente di giovani registi e mostrate con orgoglio al mondo. Da 13 anni, Fiaticorti, si lascia attrarre da tutto questo, dai cortometraggi che ogni anno affollano il suo archivio, dalle risate e le parole del numeroso pubblico. www.fiaticorti.it

9

Paris 13/09/2012 <> 20/12/2012 Festival d’automne à Paris Pluridisciplinaire, international et nomade, le Festival d’Automne à Paris, depuis 1972, invite des artistes et produit leurs œuvres. www.festival-automne.com Bruxelles 20/09/2012 <> 23/09/2012 Elles Tournent Festival Quatre jours, 35 films pour Elles Tournent #5, la cinquième édition du seul festival international de Bruxelles, entièrement dédié aux films réalisés par des femmes. www.ellestournent-damesdraaien.org Lecce 14/09/2012 <> 30/09/2012 Teatro dei Luoghi Fest A Borgo Pace c’erano una volta piccoli insediamenti artigianali. Il lavoro e l’operosità della sua gente nutrivano sogni e speranze. Qui, Koreja ha coltivato il sogno di dare al lavoro artistico dignità e valore, di creare un nuovo ambiente culturale, un’opportunità di incontro, di dialogo, di crescita sociale ed economica. www.teatrokoreja.it Roma 05/10/2012 <> 12/10/2012 Asiatica Film Mediale Nell’incertezza generale ovunque avvertibile, Asiatica vorrebbe offrire un punto d’incontro tra persone che amano il cinema, l’arte, la letteratura e il linguaggio visivo, un innamoramento tra culture.  www.asiaticafilmmediale.it Montpellier 26/10/2012 <> 03/11/2012 34º CineMed Le tour de toutes les rives de la Méditerranée et au-delà en 250 films ! Le meilleur des productions récentes en Méditerranée : plus de 100 films inédits. www.cinemed.tm.fr Potsdam 30/10/2012 <> 03/11/2012 Unidram 2012 Unidram is a stage for independent theatre from Central and Eastern Europe. We create a space for the encounter and daring experiments, for people who are prepared to witness the confrontation of experiences and traditions and the resulting moments of excitement both in front of and behind the stage.  www.unidram.de Poblenou 17/10/2012 <> 21/01/2012 XI Festival de creació contemporània La 11ª edición del festival pone el acento en el acercamiento al público de los nuevos lenguajes gracias a una variedad de propuestas de danza, circo, instalaciones, música, humor, espectáculos itinerantes o familiares que han sido seleccionados. www.escenapoblenou.com Firenze 21/09/2012 <> 29/10/2012 XXV Intercity Festival Intercity nel 1988, data di nascita del festival, erano i treni che in Italia collegavano in modo rapido e diretto due grandi città. La manifestazione vuole altrettanto efficacemente mettere in comunicazione ogni anno le città di Firenze e di Sesto Fiorentino con una città del mondo. www.teatrodellalimonaia.it Granada 20/10/2012 <> 27/10/2012 Festival Internacional de Jóvenes Realizadores Granada es por derecho propio, por su rica historia y su privilegiado enclave geográfico, un magnífico escenario cinematográfico. Nuestra ciudad es también un lugar extraordinario para celebrar un encuentro cinéfilo, entre jóvenes profesionales y público. www.filmfest-granada.com Lugano 19/10/2012 <> 29/10/2012 Festival Internazionale del Teatro Giunto alla sua ventunesima edizione, FIT/Festival Internazionale del Teatro rivolge lo sguardo alla contemporaneità offrendo spazio sia alle nuove creazioni di alcune tra le eccellenze del panorama teatrale contemporaneo mondiale che a quelle di giovani artisti emergenti.  www.teatro-pan.ch London 26/09/2012 <> 07/10/2012 Raindance Film Festival Raindance Film Festival is Europe’s leading independent film festival. Started in 1993 and celebrating its 20th anniversary in 2012, Raindance aims to nurture, support and promote independent films and filmmakers from the UK and around the world.  www.raindance.co.uk Milano 13/09/2012 <> 26/10/2012 W 3 L λ di Gabriele Garavaglia a cura di Milovan Farronato Gabriele Garavaglia fornisce allo spazio una nuova consapevolezza: sottolinea l’azione d’ingresso dello spettatore; percorre con atto vandalico le preesistenze; ribalta la prospettiva invertendo letteralmente l’orientamento di una parete, fino a rincorrere e visualizzare in una costellazione a soffitto la storia dello spazio, dal 2008 (o forse anche prima) a oggi, delle sue mostre e dei suoi riassestamenti. www.viafarini.org Vilnius 26/09/2012 <> 07/10/2012 Sirenos 2012 With the first edition of Vilnius International Theatre Festival Sirenos out in 2004, the festival has been annually inviting audiences to view  some of the most famous and exciting European theatre artists in the capital of Lithuania.  www.sirenos.lt

... more on http://www.succoacido.net/agenda.asp To submit your events on SuccoAcido Agenda you need to register to SuccoAcido Community


10

Music .:. humans & robots

Radiazione cosmica di fondo, topologia della trama spazio-tempo, pianeti extrasolari, non sono tutto nella vita d’una persona. Ci sono anche i robot. Ancora più grave quindi che al secolo corrente mancasse, nel campo scientifico-musicale, un rappresentate dell’ultima generazione robotica. E allora eccolo: Emiglino Cicala, front-bot della band Cobol Pongide completata dall’umano strumentista Cobol. Un perfetto sistema cibernetico non sequenziale e dissipativo. Non è un caso quindi se la loro musica si risolva in claudicanti cantilene giocattolose, in fantascientifici vortici viziosi pueromentali, in quelle stesse “semplici” e commoventi equazioni che paradossalmente descrivono il funzionamento dell’oggetto più complesso: l’universo, supersemplificato e ridotto ad un diorama miniaturizzato. Non è un caso se questi “giocattoli” matematici ricompaiano nei Cobol Pongide nell’uso viscerale di giocattolini, tastierine e racconti d’anticipazione, generatori di drammi/traumi infantili spaziali: musichette spaziali. Nella musica dei Cobol Pongide c’è, infatti, la nostalgia per un futuro cosmonautico che ci avevano promesso, ma che non s’è mai completamente realizzato. Ma anche la disperata felicità d’aver spedito su Marte un giocattolo bellissimo come Curiosity, sapendo di non poterlo mai più rivedere collocato nella propria scatola dei giocattoli. Qual è la musica più adatta ad accompagnare la vita dei coloni terrestri sui pianeti extrasolari? Questo si dev’essere domandato il leader Emiglino. È così che, giocando d’anticipo e dopo aver dedicato due dischi all’esperienza dei viaggi cosmonautici entro gli otto pianeti stranoti (i viaggi su Marte e su Europa come prove generali per il definitivo abbandono del sistema solare), il terzo prossimo disco, Musica per Colonie Extrasolari, sarà dedicato ai viaggi spaziali intergenerazionali e al terraforming dei pianeti collocati tanto distante dal nostro familiare Sole. Al centro sempre i giocattoli perché - si sa - nelle cabine spaziali c’è poco spazio e gli spaziali prediligono quindi strumenti piccoli e molto colorati. E poi, da che mondo è mondo, quello dei viaggi spaziali è il più bel gioco a cui si possa giocare nei fantascientifici parchetti giochi delle periferie cittadine, dove ci si allena all’assenza di gravità con rumorose pistole a led e laser (per disintegrare asteroidi), scivoli acceleratori di massa (per le accelerazioni dei propulsori) e altalene antigravitazionali (perché pianeta che vai, gravità che trovi). Tutto accompagnato da un’adeguata colonna sonora che ci ricorda che lo spazio è una cosa superseria e che abbandonare finalmente il pianeta d’origine produce una dolce ed eroica nostalgia. Insomma, una cosa d’adulti esploratori e giammai da infantili conquistatori. Non vorrei offendere, ma perché suoni con Emilioilmeglio, che non fa altro che camminare e girare attorno a se stesso, e gli permetti di farsi i soldi sfruttando i tuoi brani? A meno che non sia Emilioilmeglio il genio creativo dei Cobol Pongide... CP: Non l’avrei mai permesso infatti. Il mio cantante è Emiglino il Robottino (al secolo Emiglino Cicala) che non gira su se stesso, ma con le opportune saldature canta. Nella band dividiamo in questo modo il lavoro: io suono le tastierine con le mani, compongo la musica mediante la circonvoluzione del cingolo e porto gli strumenti sulla schiena. Lui canta mediante un cavo nero e un finto microfono colorato, elabora i testi mediante editor testuale basilare e fa brillare i suoi occhioni rossi quando è sul palco. Lui è il tipico front-bot: rock and roll e debugging sfrenato.

SEPTEMBER OCTOBER 2012, No. 20, SUCCOACIDO

Cobol Pongide

Emiglino Cicala, front-bot della band Cobol Pongide completata dall’umano strumentista Cobol. Nel dettaglio il nostro più recente set-up live è costituito da: l’home computer Commodore 64 che usiamo come un sintetizzatore, una tastierina giocattolo Casio Pt-20 modificata che usiamo per soli e tappeti, una tastierina giocattolo Yamaha pss-16 che utilizziamo sempre per soli e tappeti, un computer giocattolo Winnie Pooh che utilizziamo come strumento fonetico e per trasmettere la nostra musica verso VV Cephei, un Gameboy che utilizziamo come sequencer che suona con la cartuccia Nanoloop, lo Scream-Bol Train, un giocattolo modificato a cui abbiamo collegato un vecchio joystick e che utilizziamo come generatore di Discografia Musica per Anziani Cosmonauti, 2009 (Autoprodotto) Filodiffusione per Ambienti in Assenza di Gravità (EP), 2010 (Elpa Music)

Provate a parlarmi della vostra musica: da dove viene (influenze, bronchiti ecc…)? Cosa di nuovo vuol portare alla scena underground italica? CP: La cosa che ci sta più a cuore è rispettare la natura giocattolo dello strumento. Proveniamo stilisticamente e filosoficamente dai cassonetti della spazzatura in cui troviamo le tastierine che suoniamo. Siamo mondezzai e istintualmente riciclatori. Con quello che spende un musicista per un solo strumento noi ne acquisiamo centocinquantatré. Sinteticamente ci ascriviamo alla Toy Music. Musicalmente siamo complicatamente infantili (come tutti gli adulti) e maniacalmente ossessionati dallo spazio siderale. Siamo ideologici e quindi amiamo incondizionatamente i cosmonauti e i dinosauri. E la musica ne risente. Apporti alla scena underground nostrana? Probabilmente nessuno. Molti non ci considerano neanche musicisti quanto “performers folkloristici”. Noi onestamente pensiamo che prima di noi nessuno aveva fatto musica come la nostra (ma questo magari lo pensano tutti, ognuno di sé, non di noi ovviamente). Nella composizione di un brano siete assistiti da un processo creativo di tipo metodologico o siete degli impressionisti? CP: Impressionisti ma non teniamo mai né la prima né la seconda ipotesi di brano. Forse impressionisti per stratificazioni successive. Possediamo una macchina, il Casio_Bol Life Generator di colore nero, che produce dei loop giocattolo di tipo randomico: spesso produce solo glitch ma delle volte elabora diorami organici che si esprimono musicalmente. Non la usiamo sempre; non sempre possediamo il giusto atteggiamento sensoriale. Ma molte volte la nostra musica è partita da lei. Quindi: impressionisti casuali per stratificazioni successive. Non amiamo l’improvvisazione: in questo prevale l’anima compilata di Emiglino Cicala. Emiglino Cicala si esegue da solo. Ci teneva a dirlo. Credo che riusciate molto bene a proiettarci dentro al vostro mondo nel quale videogames si sovrappongono dentro pianeti in movimento... C’è un messaggio sociale dietro quello che fate?

CP: In realtà abbiamo sempre giocato pochissimo con i videogiochi. Se la nostra musica li ricorda è perché usiamo i chip sonori della generazione videogiochi colorati anni Ottanta (soprattutto il SID del C64). Siamo sicuramente stati di più nello spazio e quindi la pressione degli agenti atmosferici ostili sulla tuta spaziale ci influenza di più come anche l’assenza di gravità e i dinosauri. Durante i live trasmettiamo la nostra musica, sulla frequenza dell’idrogeno nella direzione di VV Cephei, che dista 2400 anni luce dalla Terra, mediante un’antenna gialla e blu autocostruita. Il segnale è processato in tempo reale da un pc giocattolo di Winnie Pooh su cui c’è la figura di Winnie Pooh. Ovviamente abbiamo un messaggio sociale che vogliamo trasmettere: osserviamo la stupidità umana adoperarsi nel produrre il male su questo piccolo insignificante pianeta e ci chiediamo perché non essere più ambiziosi e produrlo lungo tutta la brana che contiene il nostro universo? Una domanda per Emiglino Cicala, il frontman dei Cobol Pongide: ti sei ispirato a Sid Vicious? Entrambi non suonate e vi beccate la gloria! Però complimenti per gli occhi luccicanti... EC: Tecnicamente non mi è possibile inorgoglire ma Cobol mi ha spiegato che, visto il paragone, proprio dovrei. Quello che ti posso dire è che, come ricompensa del mio essere un front-bot, vivo stabilmente dentro una busta rossa sotto il letto della stanza in cui vive Cobol (in un bruttissimo quartiere di Roma). Inoltre durante alcuni live hanno provato a: -rubarmi il microfono -calpestarmi (ripetutamente con la scusa che sono basso) -mordermi l’antenna (un cane) -prendermi a calci e strattonarmi (bambini invidiosi del mio successo) Chiamiamola pure gloria... Qual è la vostra strumentazione live? CP: Sia la strumentazione live che quella da studio è costituita esclusivamente da giocattoli (tastierine e giocattoli sonori), da consolle di gioco e giocattoli sonori modificati. Lo stesso discorso vale per i live con l’unica significativa differenza che dal vivo adoperiamo anche un sequenze dato che nessuno dei nostri strumenti è ovviamente dotato di sincronizzazione midi.

rumororistica estrema e, infine, ma solo delle volte, una chitarrina giocattolo con cui fare siparietti d’assoli microrock. In quale pianeta vivete? Cosa rimproverate l’uno all’altro? CP: Se utilizzi la transizione iperfine per inversione di spin dell’idrogeno neutro come unità di misura posso indicarti la distanza relativa del nostro sole rispetto al centro della galassia e a 14 pulsar con coordinata Z sulla perpendicolare al disco galattico. La triangolazione poi la fai tu. Lì ci sono una decina di pianeti... ma individuato il settore il più è fatto. Cosa ci rimproveriamo? Emiglino mi rimprovera un po’ d’anaffettività mentre io gli rimprovero di interpretare troppo liberamente le Tre Leggi della Robotica. Stesso letto voi 2?... Se sì, chi dorme a destra e chi a sinistra… e perché? CP: Emiglino dorme dentro una busta rossa sotto la scrivania. Io dormo orizzontalmente su un letto ad una piazza e mezzo perché l’altra metà del letto è occupata da tastierine giocattolo e delle volta da Emiglino. Nel sonno, ma solo in quello, siamo trasversali. Emiglino, quanti anni hai? Hai una robottina per te? EC: Sono nato negli anni Novanta. Amo Martina Cuoricina ma lei è innamorata di Emiglio L’Amico Stellare. Molti pensano che questa preferenza sia dovuta al fatto che Emiglio è più alto di me, ma noi robot non facciamo caso a questo genere di cose. Piuttosto Martina ammira la capacità di Emiglio di ruotare su se stesso. Tecnicamente non posso darle torto anche se una parte di me è in perenne sofferenza. Per questa ragione le mie canzoni sui sauropodi erbivori hanno spesso un mood malinconico. Emiglino, chi si inceppa di più: un robottino o un piccolo umano? Se tu usi olio, lui cosa usa? EC: Tecnicamente io non mi inceppo. Eventualmente itero all’infinito qualche processo per verificarne la consistenza nel tempo. Non utilizzo olio quanto piuttosto un superfluido generato da idrodinamica quantistica su cui non mi dilungherò a meno che non me lo chiediate esplicitamente. A quanto ne so i piccoli umani emulano comportamenti disfunzionali al fine d’ottenere premi e ricompense. A questo scopo emettono liquidi prevalentemente dalla zona circostante il sensore binoculare operante su frequenze nell’intorno dei 540 THz. Ovviamente questi primitivi fluidi

non possono competere col mio superfluido presente anche nelle stelle di neutroni. Ci tenevo a dirlo. Parliamo un po’ della vostra discografia. Dei retroscena di Musica per Anziani Cosmonauti e Filodiffusione per Ambienti in Assenza di Gravità … mi interessa capire le gioie e i dolori, pensieri senza remore sul vostro modo di produrre la vostra musica in così tanti pianeti… CP: Suonare è la cosa che ci piace fare di più ma è anche quella che più ci fa soffrire. Su questo argomento non abbiamo altro da dire.

Emiglino, che mangi in tour qui sulla terra…? EC: Appresi alcuni anni fa che i Grigi in visita sulla Terra mangiano solo gelato alla fragola. Per non essere da meno anch’io mi nutro esclusivamente di gelato alla fragola. Ho un emulatore del gusto che mappa un segnale binario NRZI. Non so se siete in grado di comprendere la sensazione. Cobol dice che potrei spiegarlo ad una unità carbonio pregandolo d’immaginare di leccare una valvola Nixie. Gradevole in effetti.

Raccontaci qualche curiosità capitatavi nei live, in studio; qualche contrasto che inevitabilmente è accaduto tra umano e robot… L’amore per le sonorità giocatCP: Emiglino vorrebbe scrivere dei tolanti proviene da un trauma/ testi che parlano della vita quotidiana amore/episodio infantile o è una dei dinosauri erbivori. Io gli dico che passione che vi portate dietro da dovrebbe cercare di assecondare di tempo? CP: Questa domanda ci ricorda i gio- più i gusti del pubblico. Lui mi risponde di cercarmi un cantante tra le cattoli che non abbiamo mai avuto e macchinette erogatrici di merendine questo è traumatico. Grazie. Musicalmente i giocattoli impongono e succhi di frutta. Però me lo dice in

parecchi vincoli ma di contro offrono parecchie soluzioni sonore originali. Laddove non ne offrono noi li apriamo e li modifichiamo. Questo equilibrio c’ispira. Parlatemi della scena sub-musicale romana. Per quanto vi riguarda almeno... CP: Oddio non siamo ferrati. Con chi vorreste collaborare? Parlatemi dei vostri miti galatticomusicali e di chi vi ha ispirato per questo progetto. CP: In effetti non ci avevamo mai pensato. Siamo timidi e ci sentiamo inadeguati e quindi tendiamo a collaborare poco. Proviamo sudditanza psicologica praticamente verso chiunque. Musicalmente io amo i Joy Division mentre Emiglino è un fan degli Impossibili. Ci incontriamo su Nikolay Kopernik. Allora facciamo Kopernik. Avete mai passato i vostri cd a compagnie teatrali e registi cinematografici? Parlo solo di questo pianeta qui… CP. Ottima idea! No, però al momento ci distribuisce la licensing label Beatpick che ci ha piazzati con modalità creative commons in vari cortometraggi, videogiochi e progetti scolastici non meglio precisati. Però il suggerimento è ottimo. Grazie. Con tutti questi umani in giro per il mondo non si sa più dove andare a parare per invitare a suonare qualcuno… e robot come te che festival si fanno? Qualcuno invita Cobol Pongide per concerti o festini di santi? CP: Quando uscì il nostro primo disco Musica per Anziani Cosmonauti provammo ad organizzare un tour nelle case di riposo per anziani simpatici. Non ci riuscimmo perché nessun simpatico anziano perorò la nostra causa. Quando uscì l’ep Filodiffusione per Ambienti in Assenza di Gravità provammo ad organizzare un live su un Boeing 727-700 in traiettoria parabolica. Neanche quella volta riuscimmo a suonare perché nessuno all’Interkozmosz credette che Emiglino fosse in grado di pilotare un Boeing via cavo seriale. Sì, insomma: in giro suoniamo poco. Raccontateci qualche bella esperienza in giro per l’universo. Anche nel mondo degli stupidi umani, ovviamente. CP: VV Cephei è una stella immensa, una supergigante piuttosto fredda. L’intero sistema solare è più piccolo di VV Cephei. Difficile da credere eppure è proprio così che vanno le cose.

maniera un po’ volgare. Con questa risposta, io credo, egli squalifichi se stesso paragonandosi ad una macchina qualunque. Ma i robot non posseggono l’orgoglio. Però sanno essere crudeli. Così per umiliarmi durante alcuni live si è rifiutato di cantare e ha regalato al pubblico della cioccolata. Questo in effetti ha incrementato il numero dei nostri fans. Qualche figura di merda? CP: La cioccolata era d’infima qualità. State preparando un tour per il 2013? Ho sentito di molte ragazze che non vedono l’ora di regalare le mutandine al tuo collega robot! CP: Proprio con SuccoAcido stiamo pensando ad una serie di date. Vedremo: forse ci siamo mossi un po’ in ritardo e poi Emiglino studia e dipendiamo un dai suoi impegni. Quanto alle mutandine, Emiglino è solo un robot senza capacità connotative quindi non sarebbe in grado di apprezzare il gesto altruistico. Il prossimo lavoro quando esce più o meno? Come intendete farlo distribuire a livello interplanetario? CP: Ci stiamo concretamente lavorando. Forse in fase di missaggio potremo contare anche sull’apporto del mitico LucaManga… vedremo sarebbe molto importante. Stiamo cercando di farlo finanziare in crowdfunding. In parallelo stiamo lavorando al potenziamento della nostra antenna così da inviare la versione binaria dell’intero disco verso Gliese 581 d, un esopianeta collocato nella cosiddetta zona abitabile. Anche qui sulla Terra chiunque riuscisse a interporsi tra Gliese 581 d e il segnale, potrebbe scaricarsi il disco gratuitamente. Un saluto ai lettori di SuccoAcido? CP: Sì, cito a memoria: - Anche il nostro pianeta era come il vostro in preda ad egoismi e violenza. - ... e poi? - ... e poi alcuni esseri umani si misero insieme e fecero la differenza. Ed uno alla mamma di Emiglino Cicala... dai Emiglino! EC: Ciao mamma. Appena posso vengo a sostituirti il chip per i lavaggi a medio carico (anche se mi fa un po’ d’impressione, ogni volta, sbullonare mia madre). di Emanuele Calì e Marc De Dieux foto © Cobol Pongide www.cobolpongide.org www.succoacido.net/showarticle.asp?id=852


SUCCOACIDO, No. 20, SEPTEMBER OCTOBER 2012 CONTINUA DA PAGINA 1

Gianmaria Aprile is the guitar player of an instrumental band named “Ultraviolet Makes me Sick”; come from the provinces, he reached Italian indie scene and even the other side of the world, the far Australia, where far-sighted Camera Obscura records noticed the band and produced their first two records. He’s the owner of Fratto9underThe Sky records, and he’s an active member of Luminance Ratio. He attended several courses of “soundpainting” (the live composing sign language created in 1974 by New York composer Walter Thompson for musicians, dancers, actors, poets, and visual artists - www.soundpainting.com) with an orchestra called “Il Resto Del Gruppo”. Since 2010 he has been taking part in “Pipeline Trio”: an impro-free-jazz trio with Giancarlo “Nino” Locatelli (bass clarinet) and Simone Fratti (doublebass). After studying at International Music Academy in Milan, he worked like sound engineer with a lot of bands (in tour with RUNI, A Toys Orchestra, Franklin Delano, he’s a resident engineer for Novara Jazz Festival and has worked with William Parker, Michael Nymann, Trilok Gurtu, Rova Quartet, Umberto Petrin, Hypnotic Brass Ensemble for Radio3 Rai). He has conceived and launched the independent festival TagoFest, which he still manages. TagoFest has been involving more than 60 Italian bands and 50 labels, in collaboration with TagoMago venue. “fratto9 under the sky takes its name from the title of a song composed by Al Aprile, my uncle; that song was included in a sampler he assembled about thirty years ago and titled “Matita Emostatica”. Fratto9 is an homage to improvised/free music, music with no border, with no specific genre and basically music far from POPular one. This label also represents an archive of a small portion of the underground world with its many multi-coloured and juicy fruits” I want you to introduce yourself and to tell the readers what do you think when referring to fratto9. Tell us how it all has begun.
 GM: fratto9 under the sky takes its name from the title of a song composed by Al Aprile, my uncle, that song was included in a sampler he assembled about thirty years ago and titled “Matita Emostatica”. Fratto9 is an homage to improvised/ free music, music with no border, with no specific genre and basically music far from POPular one. This label also represents an archive of a small portion of the underground world with its many multi-coloured and juicy fruits. Without any doubt, from the releases you put out, you put an accent to the centrality of an “encounter”, as you’ve said before there are no neatly-defined borders of genre, but a strong element probably lays in the fact all of these projects reflect the distinct character of fratto9... and it’s so rare! GM: Thanks, it’s one of the elements on which I focused, even if I’ve to say the character of the label slowly developed release after release. What really helped to gain homogeneity has to do with the fact quite often I had to decline requests from many good bands but that had nothing to do with the label. I like the idea a label can be almost identified with a “genre” or with an attitude, I also like to think that those who buy my releases know which musical territory they’re gonna cross. Several musicians of the bands I’ve pressed are friends or have collaborated among themselves... I like this collective attitude of fratto9 and I wish it will evolve. How do you chose which projects to produce? Are there any peculiarities you look for? GM: I’m more interested in the attitude of the whole project than to its peculiarities. As I’ve said before, I’ve pressed records where electronic music was the main vehicle of the work (Balbo-Marutti), while somewhere else there’s an avant-rock/jazz element that drives the whole recording (A Spirale). There’s something expressed in different ways and thanks to different instruments, but between the lines there’s always that centrality of the sound and an interest for research I find exciting. I like it when behind a project there’s a direction, a strong idea, a clear vision of what the musician is doing and why he’s doing that. I love it when I sense there’s an absolute sincerity and spontaneity in what someone is playing; probably these are the characteristics, the trait d’union of the releases I’ve been putting out so far. To quote Giacinto Scelsi (I sincerely thank Attila

fRaTto 9 uNdeR tHE sky records Interview with Gianmaria Aprile Faravelli that helps spreading this musician/sound-artisan idea I like so much): Sound is spheric, round. We run the risk to listen just considering “height and length”. That’s absolutely wrong: sound is spheric and round. All the spheric things have a center, we have to reach the sound’s center. The sound has a heart, having a center due its sphericity, that center is the heart. We have to reach that center, just then you’ve really become a musician, otherwise you’re an artisan. A music-artisan is a respectable figure, but he’s not a real musician nor a real artist, he’s simply a music-artisan or an art-artisan. We have to reach the center of the sound. Differently from many works trying to look dead serious while they’re just schematic, your releases have a strong dose of melody, I’m referring to Luminance Ratio’s minimalism, to the frontal impact of A Spirale, or to the easy dialoguing of Illachime Quartet. Is there anything you’d like to criticize in the approach of other labels? GM: Everybody has his own ethic and invests his own money and his own time as he prefers. Of course it happens too often that many recordings are so useless and ordinary that I think it would be better to reflect a little bit more before choosing to put out records. This problem has also to do with the fact modern technology allows us a low cost CD pressing, so the “natural selection” process has been completely removed differently from 10-15 years ago when the production of a record was a cost far out of reach for the a lot of people. At the same time I think internet gave us the great opportunity to get in contact and confront ourselves with other (maybe too many) hidden underground realities. There’s a return to vinyl and I’m so glad about it, the music listeners are losing interest in the CD format and I wish this process will bring us back to a natural selection. In a world that keeps evolving, where morality has become less important than a poker match, you put the accent on improvisation. Sure you speak the language of our time, but do you support that language? And how? With a dialogue or with an opposition?
 GM: Improvisation is a wonderful/ terrifying monster; there’re musicians that turned it into a model of musical life and after many years of carrier haven’t found satisfaction. I think that there’s people that most of the times defines themselves “improvisers” too easily, it brings to superficial and useless results. At the same time I think that’s a price we have to pay to find other submerged materials, so to create a number almost infinite of musical possibilities. The recording process is meant to picture/freeze in time that specific moment, otherwise that music would remain in the air just for the blink of an eye. By the way I think we don’t have to abuse of this chance!!! The marriage of improvisation with classical and electronic instruments. I think these peculiarities can vividly describe your projects. Why do you believe so much in this union? GM: As I’ve already said, the solutions you can obtain by using an improvised approach quite often are unexpected and interesting, it’s important to know how to recognize and distinguish these solutions. It’s a form of language, and like a language it has to be learned, studied and applied. 
 Tell me about your future plans. GM: I’d like to put out more vynil releases, probably limited editions, so to involve just who’s really interested in what we’re doing. Nowaday is quite useless pressing 500 copies of a CD half of which will probably remain boxed in a basement. I’m glad I still haven’t happen anything like that since thanks to the many trades, CDs sent out for reviews/promotion, given away as a gift, and obviously to some records I’ve sold, those boxes I have in the basement are almost empty! Then there’s the second Luminance Ratio’s recording, I’m deeply involved in the mix down and in the editing phase. It will be a long pregnancy (for the first record it has gone on for a whole year), since we want to reach the center of the sound.
 Do you basically relate with a national audience/listeners or with an international one and therefore you speak an international language?

Music .:. records labels Italy seen from fratto9: the sociocultural situation of our country. GM: Holy shit, a really complex question!! Obviously I think this disastrous situation it’s the consequence of the behavior of many individuals. It’s not a matter of a generalized crisis of italian-music or italian-cinema cause everything they produce is just crap (even if I have to repeat a more restrictive selection would help), I think it all can be addressed to the fact people are less interested in cinema or to see a gig even when it’s in their hometown. The fact everything has become so frantic and too fast to have the time to see or to listen to everything weights so much in the process; it’s hard to listen to the incredible amount of releases coming out every day or to follow a direction despite the big number of choices you’ve to make everyday. The obvious consequence is that who invests more money gains more evidence and the others sink submerged by low quality competitors!! We’re forced to search under the tip of the iceberg you see, you end discovering underwater there’s a better world. Unfortunately just a few people have the time, and the patience or simply the chance to do that. It brings to the birth of submerged scenes evolving around some limited releases, but the quality of these releases is probably higher than many major label ones. It will always be like that if the airwaves of this country will be monopolized by five italian singers/musicians or if the only movies you see on tv are those exclusively based on special effects. Unfortunately I don’t expect things will change, but I’m sure if we would open our mind and we would nourish our own passion, that alone would prevent to be treated like a bunch of puppets, everything would change a bit. I can’t deny freejazz, dodecaphonic music or radical noise in just a couple of seconds can scare the shit out of the listeners, but it’s just a matter of habits, and the most important thing is that people would finally realize there’s an option...and this world is full of options!!

 and for what concerns the italian scene...under what category do you file yourself?
 GM: I think I should put myself into the “mission impossible” category!!! Lately the so called music critics labeled me: “experimental”. Anyhow, I think definitions are all the same above all if you consider that what sounds experimental to someone, for somebody else could be pop.

© fratto9underthesky

GM: Internet erased national borders; obviously there’s a sort of scene here in Italy, it’s well expressed through the organization of gigs and festivals, but quite often I sell my records abroad above all cause there’re some small foreign distributors supporting my projects.
 What was your main source of inspiration when you started creating this reality? GM: My uncle and the fact I was already deeply immersed in the independent scene have been the basic influences, add I’m a quite enthusiastic person and it’s something that helps a lot also the passion and the never ending itch for new things have been an influence. In the end I’m also one of those who really believes in the importance of documenting, above all when this operation is done with a strong idea and sensibility... and fratto9 like many other italian realities is a perfect mean to help documenting the musical scene. As one of my friends always says, it’s a matter of being “hungry” OF? many different “foods”... later we’ll decide what we prefer but till we won’t have taste all of the dishes it’s hard to say what you like and what you don’t. Maybe it’s one of the reasons why in music and in my releases I’m so omnivorous, by the way my personal taste will always prevail sooner or later! 
 How many people are behind the label? GM: We’re a big team: it’s me, my brain and its ears, my mac and my taste... quite often I confront myself with some of my friend just to understand if they’ve any suggestion.

The main satisfaction you got from the label? GM: Probably the fact I’m still alive, above all considering it’s a time in which the music world has been invested by many changes. I don’t think it’s a matter of crisis, we’re simply crossing a change of habits, life and interests. The majority of the audience has always been completely uninterested to music or it has been more involved in mainstream music. Today it has become more evident or it’s just how people from the independent community like us are losing direction due to the overabudance of productions. By the way, the other great satisfaction is related to the fact I still have great passion and enthusiasm for what I do.

fratto9 under the sky records RELEASES fratto018_TERRAPIN (Giovanni Lami & Shaun Mc Alpine) “Killing H.F. Harlow” [CD] fratto017_LUCA SIGURTA’ ”Bliss” [CD] fratto016_LUMINANCE RATIO-STEVE RODEN [SPLIT 7” - limited ed.200] fratto015_ALBERTO BOCCARDI [CD] fratto014_NEWTONE2060 “Shot” [LP 12” - limited ed.100] fratto013_ASPEC(T) “Waspnest” [LP 12” - limited ed.300] fratto012_A. MARUTTI-F. BALBO “Detrimental Dialogue” [CD]

Have you ever influenced the direction of an artist on your label?
 GM: ...honestly I always talk with the band and we decide together which songs to chose for the record, in other cases we speak about the mix down or about the way they could face the recording session. Unfortunately I never had the chance to take care about the recording and about the mix down of these bands (if you exclude Luminance Ratio). Lately I’m reading a book on the history of Blue Note records and I’ve been surprised by the fact during their early days they were not that far from the amount of records we sell and they always worked with the idea of being an independent label. I’d like to use their modus operandi: they were covering the costs for the recording studio (obviously with an incredible sound engineer as Rudy Van Gelder) and they were also pressing thirty releases per year, that way they could maintain a high profile catalogue reaching good selling points with some jazz masterpieces that have unfortunately been understood after thirty years from their recording. Coproductions with other label... can you tell us how you go for it? GM: Every release and every collaboration has its own history. Those I’ve put out so far are all collaborations or with other labels or with the fratto011_JEALOUSY PARTY “Live” [CD] fratto010_LUMINANCE RATIO “Like Little Garrisons Besieged” [CD] fratto009_A SPIRALE “Agaspastik” [CD] fratto008_DVD TagoFest3 “afraid!, airportman, almandino quite deluxe, be invisible now!, dadamatto, fuzz orchestra, harschcore, i/o, jealousy party, larsen lombriki, miranda, musica da cucina, ovo, tiger!shit!tiger!tiger!, with love” [DVD 64 min] fratto007_ILLACHIME QUARTET “I’m Normal, My Heart Still Works” [CD] fratto006_EX-P “Carpaccio Esistenziale”[CD] fratto005_TANAKE “3ree” [CD]

11

musician himself. This way of working becomes fundamental to cover immediately the pressing plant costs and to help to reach a wider audience. I must say that lately I’m becoming quite jealous of my releases that will bring me to produce something all by myself (as it happened with Newtone 2060) but I have to be careful since not all of the productions sells that well. The problem is that when the target is the same for both of the “producers” of the records and you refer to the same distributors, you end damaging your partner. Everything works when the collaborative efforts is driven by a deep clarity so to avoid misunderstanding. The amount of copies you’ve to sell to feel satisfied?
 GM: It’s not a matter of numbers, let’s say that I get satisfied when the majority of the copies pressed doesn’t remain piled up in my basement! I always try to know how many copies I sell. how many copies I give to distros or I give away for the promotion, but due to trades, promotional copies and those you give away for free to your friends you can’t be precise. By the way I’m glad to say my basement is quite empty! At last it would be great just to cover the cost of every release, but as I’ve said the amount of copies you sell is too small. Which are the worse shit works a music label has to do to support a band? GM: basically if behind the relation between band and label there’s an honest and sincere behavior concerning the limits and the potential that both of the partners can reach by collaborating, everything will work out well. What kind of problems have you got to solve when organizing a festival like Tagofest?
 GM: It’s hard above all when you do it in a light hearted way and with the simple aim to organize a big party with bands and labels of a small portion of the scene. It’s an attitude that worked well for the early editions, but the more you go on the more you have to solve organizational problems, to find more resources and so on. Every year we’ve had thirty labels with their own stands and with a band per each, so after seven editions it’s easy to imagine the amount of music Tago Mago’s walls have absorbed. Now I personally feel that I’ve to change something, both for the fact it requires more and more energy and cause we need a bigger and more suitable structure if we want the festival to improve. Do you have any suppport from the media of this country? GM: It’s up to the media you’re speaking about...I think mass media will never be interested in what I do, while those specific media focused on a genre every once in a while take care about fratto9 or similar realities. The problem is that we keep on confronting ourselves with the same people and there’s no progression. The hard thing is to get out of this reality trying to introduce our products to somebody else. Anything more you would have liked me to ask you?
 GM: Would you ever said “fuck you” to anybody you relate with while working for the label?...sure, many times! GM: Any suggestions? Always look for the best result and learn to be self-critical!!! Never put out a release unless you’re not completely convinced about it (and this rule could be addressed both to the labels and for the bands). di Emanuele Calì e Marc De Dieux inglese di Andrea Ferraris www.fratto9.com www.succoacido.net/showarticle.asp?id=889

fratto004_I/O “Polytone” [CD] fratto003_CABOTO “Hidden Or Just Gone” [CD] fratto002_EX-P “Ancora Saigon” [CD] fratto001_DEEP END “Kiss The Light Goodbye” [CD]

NEXT RELEASES fratto 019_LUMINANCE RATIOOREN AMBARCHI [SPLIT 7” - limited ed.200] fratto 020_LUCA SIGURTA’PANICSVILLE [SPLIT 12” - limited ed.100] fratto 021_LUCA SIGURTA’ - FRANCISCO LOPEZ [SPLIT CD] www.fratto9.com

info@fratto9.com


12

Theatre .:. authors

SEPTEMBER OCTOBER 2012, No. 20, SUCCOACIDO

Marco Martinelli

Il Teatro delle Albe di Marta Ragusa

Encuentro con el Teatro delle Albe de Ravenna CONTINUA DA PAGINA 1

Hola Marco. ¿Te apetece presentar el Teatro delle Albe y a tí mismo a los lectores de SuccoAcido? MM: Somos una compañia nacida en Ravenna en 1983. La fundamos cuatro personas: Ermanna Montanari, Luigi Dadina, Marcella Nonni y yo. Ahora somos 35 y del Teatro delle Albe ha nacido Ravenna Teatro. En poco tiempo más vamos a cumplir treinta años, una buena meta. Nos gusta la lealtad, dar confianza, a condición de estar despiertos y enamorados aún, a condición que aún nos guste arriesgarnos, involucrarnos, escuchar las canciones de los niños, entregados todavía al camino acalorado que lleva desde la idea a la obra. ¿Por qué el nombre Teatro delle Albe? MM: El nombre es importante, es una marca, es una bandera, y nosotros queríamos un nombre que fuera señal de vida. Alrededor de nosotros hay mucha muerte, mucha decadencia, en el arte así como en la sociedad. La vida se opone y canta su derecho a la felicidad. El teatro es su medium. Ermanna Montanari y tú lleváis casados desde 1977. No te voy a preguntar quién de los dos, en vuestra cama conyugal, duerme en el lado derecho y quién en el lado izquierdo, pero sí me interesa conocer cómo compartís los espacios de la intimidad onírica. MM: No puedo explicarlo. Es una alquimia inexplicable para mí también. Sólo puedo vivirla, cruzarla y dejarme atravesar por ella. No sería capaz de explicar tampoco a mí mismo donde empieza el teatro y donde termina la vida, porque de manera misteriosa en nuestra experciencia los dos coinciden. Es cierto, somos muy diferentes, y tal vez propiamente por esa razón desde el día de nuestra boda seguimos atraídos el uno de la otra como hierro e imán. Ravenna Teatro es un “Teatro stabile di innovazione”. ¿Cómo es posible que una verdadera institución como un teatro de repertorio se defina “corsaria”? MM: Porque nuestra mentalidad es la misma que teníamos cuando éramos un grupo independiente, que no quiere renunciar al radicalismo de su propio arte. Porque construir “cultivo teatral” en la ciudad es como construir una obra, es un desafío muy alto. Porque tenemos todos (directores, actores, organizadores, técnicos) el mismo sueldo, un sueldo de obreros: ha sido nuestra elección. Porque nunca nos medimos con las palabras que pronunciamos sino con las acciones que realizamos (nos gusta mucho especialmente la Lettera de San Giacomo). Porque no existen economía ni arte que puedan prescindir de la ética. Porque mi derecho a la felicidad coincide con mi deber a la búsqueda de la felicidad de los otros también. En el “Noboalfabeto” inventado por Ermanna y tú, un manifiesto de vuestra manera de pensar el teatro, la palabra que corresponde a la letra L es “local”: “el trocito de tierra, la minuzzaria que nos ha echado afuera y que nos llevamos adentro. Locales son los autores cuando eran adolescentes, es decir unos nadies llenos de fantasías, y no había críticos ni espectadores que le exaltaran”. Ahora que ya te has convertido en columna de nuestro teatro nacional y has recibido muchos premios en todo el mundo (no los repito aquí como en vuestra misma página web los llamáis “Vanitas vanitatum”), ¿qué es lo que guardas del autor adolescente de un tiempo? MM: Encanecemos. La fuerza física dismunuye. Unos achaques, el menisco. Y entonces? Cada uno de nosotros es un fuego que arde, como cuando teníamos 15 años. El mundo no nos alcanza, como cuando teníamos 15 años. Seguimos soñando por la noche, así como seguimos soñando con los ojos abiertos de día. Los premios y los reconocimientos te complacen por un momento, pero un segundo después te paras y dices: y? Está todo aquí? Sientes que lo único verdadero, importante, determinante es seguir ardiendo. Seguir amando, amar la luz del sol y sus sombras, amar a tu amor y a tus compañeros, ver en los ojos de un desconocido tus mismos ojos. El misterio está todo allí, profundo e impenetrable. El arte no es otra cosa que esto: mantener prendida la llama, a pesar del hielo que avanza.

El Teatro delle Albe en 1988 encuentra a Mandiaye N’Diaye, Mor Awa Niang y El Hadji Niang, tres griots senegaleses que participan en la compañia. Nos cuentas ¿cómo vuestro teatro ha cambiado desde ese entonces? MM: Un continente entero ha entrado en nuestra compañía. Ni ensayos de sociología, ni fórmulas, sino un continente concentrado en tres personas: nuestra África han sido Mandiaye, Mor y El Hadiy. La expresión “intercultura” nunca nos ha convencido: no existen las culturas, en abstracto, sino los hombres y las mujeres que personifican aquellas culturas, con todas sus sorprendentes contradicciones y complejidad. Más bien hemos preferido siempre la expresión “mestizaje”: tiene el sabor de encuentros reales, carnales, como carnal es el mismo teatro. Hoy Mandiaye, aún perteneciendo al Teatro delle Albe, pasa la mayoría de su tiempo en Diol Kadd, en el corazón de Senegal, en el centro teatral que ha fundado allí con sus jóvenes campesinos-actores, los que durante el día trabajan la tierra y por la tarde ensayan sus nuevos espectáculos. Así ha detenido un poco la hemorragia de la emigración, y desde allí conversa con el teatro italiano y europeo: acaso no son estos los hechos que de verdad importan? Acaso hacer política no es exactamente eso? Esto significa que ¿se puede hacer política gracias al teatro? Se me ocurre una pregunta quizás un poco blasfema: ¿el teatro sirve? MM: Hacer política es posible cumpliendo cualquier tipo de acción, cualquier trabajo. Siempre hacemos política, si somos teatrantes o campesinos, profesores, periodistas o artesanos: todo depende de “como” hacemos esas cosas. La política se encuentra en aquel “como”. Todo depende de “como” contestamos a las diferentes preguntas que nuestro trabajo nos pone delante, sea cual sea nuestro trabajo. Depende siempre de nuestras acciones concretas, más que de nuestras palabras, estas a menudo son como humo en los ojos, todo el mundo es capaz de pronunciarlas, los listos y los bandidos también, los listos y los bandidos sobretodo, mientras las acciones son un terreno sobre el cual no se pueden hacer trampas. Tu pregunta no es blasfema y mi respuesta es cierta: el teatro sirve. Como una buena línea ferroviaria, como una flor. Desempeña un papel muy importante en la necesidad excesiva y cotidiana de belleza, visión y felicidad que todos tenemos. Hoy a menudo escuchamos acerca de frío y de invierno que se cierne, no sólo en ámbito teatral y cultural sino también en lo social y económico. ¿Compartes este miedo hacia esa supuesta mala estación a las puertas? MM: Nosotros y nuestra época no somos privilegiados del horror. Si miramos nuestro pasado, ¿cuántas “bellas épocas” ha vivido la humanidad? Siempre hubo guerras, carestías, pestilencias y miserias. Y aunque en los últimos 50 años Italia ha vivido un periodo bastante largo de “paz y bienestar”, esta paz y este bienestar los estamos pagando, por lo menos desde 30 años, desde el principio del régimen de Berlusconi, régimen televisivo antes y televisivo-político después, por lo que se refiere a la descerebración colectiva. Hay mucho que hacer, que

rehacer, como si fuéramos en un país destruido por la guerra: hay mucho que inventar. Hay lugares que necesitan vivir y respirar, ser fortalecidos con encuentros entre generaciones y obras y visiones, de arte y pedagogía, de cultura verdadera. En la época de los “no lugares”, tenemos que “hacernos lugar”. Entre los proyectos más recientes del Teatro delle Albe hay “Ravenna-Mazara 2010” (un taller con un grupo de adolescentes italianos y tunecinos de la ciudad siciliana sobre Los perseguidores de Sófocles, el espectáculo “Rumore di acque” y un documental de Alessandro Renda). ¿Por qué habéis decidido recorrer este puente hasta Mazara?

MM: Nosotros solemos ir adonde nos llaman: siempre hay alguien que desea la non-scuola como germen epidémico en su tierra, y nosotros lo valoramos todo: nuestras fuerzas, las calidades de quien nos llama, la situación en la cual trabajaríamos. Por lo que se refiere a Mazara, Ravenna Festival se ha juntado con el obispo de Mazara, Domenico Mogavero, ojalá todos los obispos fueran como él, un verdadero testigo del Evangelio. Conocían nuestro trabajo en Scampia, nos han pedido trabajar en Mazara con adolescentes sicilianos y tunecinos. Enseguida me enamoré de Mazara: la luz, el mar, la casbah, África enfrente, los estratos árabes y normandos. Y por dos años Ermanna, Alessandro Renda, que tiene sangre de Mazara, y yo nos íbamos allí y creamos este puente Ravenna-Mazara, articulado en el trío que has descrito. A partir de ese proyecto hemos sacado un Sófocles con danza del vientre, en salsa tunecina, pero también un texto mío, Rumore di acque, que no nacería sin aquella estancia, porque su fuente han sido los encuentros con personas que habían intentado cruzar el Canal de Sicilia, sus cuentos acerca de los amigos y familiares que han muerto en ese mar. En cierto sentido los puentes entre Ravenna y las otras ciudades, inclusa Mazara, son un regalo, algo inesperado en nuestro camino. En 1991 Maurizio Lupinelli y tú habéis empezado unos talleres teatrales en las escuelas. Entonces nació la non-scuola, una experiencia teatral y pedagógica que, aun rechazando los fundamentos de la institución escolar, busca acercarse a ellos. Es así que en la non-scuola existen los conceptos de disciplina y de dogma. Puedes explicarnos esta conexión extravagante?

L’avaro © Claire Pasquier

MM: El “dogma” en el Noboalfabeto es la energía de los adolescentes, lo más sacro adentro de la non-scuola, sin ella no podemos ni hablar de la non-scuola, por otra parte nada está más lejos de una concepción de tipo estático y dogmático. Una paradoja, si queremos. La “disciplina”, en cambio, es esencial para alejar la idea de non-scuola de un malentendido espontaneísmo, de aquella ligereza que baja el nivel de trabajo e impide los sueños: si el teatro es un juego serio, necesitamos reglas compartidas y una disciplina acalorada, capaces de derribar las reglas pasadas y falsas, tardas concepciones de la disciplina. Ermanna y yo hemos escrito el Noboalfabeto después de 10 años de non-scuola: aquellas “letras” no han sido programadas en

dices “nosotros”, te refieres a los adultos, ¿por qué no organizas una non-scuola para estos pobres gafados también? MM: Buena pregunta. Me refiero al mecanismo diabólico que obliga a muchos adultos a perder su belleza. Hablo de la única belleza verdadera, aquella por la cual podemos decir “es una bella persona”. Hay un mecanismo que apaga los corazones y el cerebro. Nos empuja a rendirnos. Aquel mecanismo que nos deja decir: “no hay nada que hacer, siempre habrá guerras”. Aquel mecanismo que “basta ya con ilusiones: sexo, dinero y poder, no hay nada más!”. Aquel mecanismo que nos hace sentir “pobres gafados”: ¿por qué? Con hacernos sentir así ese mecanismo ya nos ha vencido! Si luchamos contra ese mecanismo tentacular, si abrimos los ojos a la belleza que todavía, a pesar de todo, nos rodea, entonces nuestros días tendrán sentido. Ahí se encuentran las cosas que necesitamos hacer, las injusticias que tenemos que sanar, las bellas acciones que tenemos que cumplir. Ética y estética juntas, ellas son el camino, el único camino para intentar “salvarnos del mundo”. Es así que un adulto puede inventar por sí mismo su propia non-scuola.

En los últimos meses de 2011 has estado en Lamezia Terme por otra cita con la non-scuola, Capusutta, un taller llevado a cabo junto a la asociación Punta Corsara. Las asambleístas de Aristófanes, resultado de meses de trabajo, ha llegado hasta sobre el escenario del Teatro Valle Ocupado. Ha sido un enorme éxito, sobretodo para los pequeños 60 actores. Parece que el taller ha encontrado unos problemas a lo largo de su camino. ¿Nos cuentas lo que ha pasado? MM: Ha sido un recorrido tan complejo, una aventura fascinante y al final todo un éxito, que sin embargo ha encontrado también muchos obstáculos y boicoteos. Que han tenido como resultado la dimisión del Asesor a la Cultura Tano Grasso: no habrá sido la única razón, pero algo de lo que ha pasado contra Capusutta ha influido. Es difícil hacer un resumen en pocas líneas. Puedo sólo decirte que la obstinación de todos los participantes al taller y la de muchas “bellas personas” que he conocido en Lamezia, desde Rosy de Sensi hasta Dario Natale, hasta el alcalde Gianni Speranza, ha permitido que Las asembleístas estrenara en Lamezia como en Roma, arrastrando a todo el mundo con su Aristófanes indignado, su comicidad a la vez arcaica y presente. Para conocer toda su historia en los detalles invito a todos los lectores de SuccoAcido a Eresia della felicità © Claire Pasquier leer doppiozero.com, una revista que está en armonía con SuccoAcido. teoría, sino más bien son el fruto de Una página web muy bonita e imla observación durante diez años de portante, capaz de tratar los temas práctica. más “pesados” con la agilidad de En la penúltima edición de Santar- los guerreros orientales. Especialmente invito a leer mi blog, NONcangelo Festival en el taller “Eresia della felicità. Creazione a cielo SCUOLA. aperto per Vladimir Majakovskij” En Siamo asini o pedanti?, escrito has guiado un grupo de doscienen 1989, escribías: “Sí, soy un burtos chicos de todo el mundo por ro/ y no logro/ no echar/ lágrimas 10 días. ¿Qué fue lo que sentiste ...”. ¿Lloras todavía? cuando, después del Festival, te MM: Sí. Como Fatima en Siamo asihas encontrado solo? ni o pedanti?, me sigo conmoviendo MM: ¡Por suerte algunas veces nos encontramos solos! Si estuviéramos a menudo. Me conmueven muchas situaciones reales, porque hace falta siempre todos juntos me volvería poco, hace falta mirar la realidad, la loco. Yo amo las noches en que cara de un bordonero en la estación, estoy solo conmigo mismo y con el encanto de un niño delante su proel enigma del universo. Siempre he pia sombra, una madre que arrastra a amado aquellas noches, en las que sus hijos que gritan y patean y logra me entrego a la creación, al ruego hacerlo con gracia, con la sonrisa, y (que son lo mismo: ambas son preaquella visión me lleva lejos, o un guntas, interrogaciones sobre el miextranjero enfrascado y silencioso sterio en que estamos sumergidos). en una tierra que no es suya, en la Y por otro lado ¿cómo renunciar a encrucijada entre dos lenguas, dos la embriaguez de los muchos, de mundos, despistado, metido en los más pequeños, del coro de los pequeños burros, de sus lenguas de- lo desconocido. Pero también me conmuevo en el cine, cuando miro la safinadas y excitantes? televisión, aunque sean películas de nada, que podría avergonzarme con ¿En qué sentido la felicidad es decirte sus títulos. Puede que todo herética ? el tiempo estés notando el bajo nivel MM: Porque la elegimos. La palaartístico, el producto comercial, y bra “herejía” significa “elección”. luego de repente llega un diálogo Yo elijo y esto me echa afuera del que te toca en lo profundo, no sabes montón de todos los que no eligen, bien por qué eso pasa pero está pacreen en la publicidad, la Biblia de sando, esas palabras hacen brecha nuestros tiempos: dinero, coches, en tu corazón y tus defensas se derpoder. Y los cuerpos femeninos y rumban y los ojos se mojan y yo me masculinos a nuestros pies. La feliemociono. Como un idiota. Como cidad verdadera es otra cosa. Y hay que tener el coraje, la ingenuidad, la un pobre burrito. pasión, la santa locura de escogerla. A la letra R del “Noboalfabeto” corresponde la palabra “Ragazzini” (‘chicos’). “No, los chicos no van a salvar el mundo, pero quizás pueden, tienen que intentar salvarse a sí mismos del mundo. Y nosotros junto a ellos”. Si, cuando

di Marta Ragusa spagnolo di Marta Ragusa www.teatrodellealbe.com www.succoacido.net/showarticle.asp?id=908

Se penso al ruolo maestro /allievo mi vengono in mente due immagini. Una è quella dei due giovani pesci della storiella raccontata da David Foster Wallace agli studenti neo laureati del Kenyon College: “Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice: Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua? I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede: Ma cosa diavolo è l’acqua?”. L’altra immagine è quella di Marco Martinelli che, agile e sorridente, interamente vestito di nero, guida 200 asinelli, 200 ragazzini dalle bluse gialle, i quali declamano a gran voce i versi di Vladimir Majakovskij: “Ascoltate/ si accendono le stelle/ significa che qualcuno vuole che ci siano/ significa che qualcuno ne ha bisogno/ significa che qualcuno chiama perle/ questi piccoli sputi”. L’acqua e le stelle sono parte della realtà in cui viviamo, sono essi stessi la realtà.

Ouverture Alcina © Marco Caselli Nirmal

La prima possiamo toccarla, berla, vi ci possiamo immergere e annegare, ma non per questo ci è dato sempre di comprenderla. I pesciolini della storia di Wallace ci sguazzano dentro eppure non sanno nemmeno che esiste. Il maestro li aiuta a porsi una domanda fondamentale e da quell’incontro in poi, probabilmente, la loro vita non sarà più la stessa. Le stelle non possiamo toccarle eppure le osserviamo la notte risplendere nel cielo nero e, come tanti altri elementi della natura ma forse più di tutti gli altri, ci avvicinano a un mondo lontano dal nostro, la loro bellezza luminosa nutre la nostra fame di infinito. Il maestro guida il suo allievo tra i sentieri multiformi della realtà, non gli dice il significato delle cose né gli impone di seguirlo. Non gli urla dietro le sue verità. Il maestro dona al suo allievo gli strumenti affinché egli stesso possa interpretare la realtà in maniera personale; ma tale interpretazione non può prescindere dall’osservazione. Il maestro insegna a guardare tutte le cose che ci circondano. Lo strumento che suggerisce il maestro Marco Martinelli ai suoi allievi affinché possano osservare e interpretare la realtà in maniera quanto più libera possibile è il teatro. E l’interpretazione non sarà mai la stessa poiché non ci sono regole e tutto può essere messo sottosopra. Il Teatro delle Albe, oggi, colpisce proprio perché, nonostante non si possa classificare come underground, conserva una capacità eversiva potentissima. Il suo humus è la realtà e la sua aspirazione l’infinito. Un teatro che sta con i piedi ammollo, immersi nell’acqua della pianura padana, e la testa nel cielo pieno di perle. Un teatro che parte da Aristofane, Sofocle, Matteo Maria Boiardo e Rosvita di Gandersheim per arrivare lontano, fino a Jasmine che racconta, con gli occhi bassi, l’irripetibile traversata in barca dalle coste dell’Africa settentrionale a quelle della Sicilia. Un teatro che, pur cosciente del pericolo di incorrere in una sconfitta, non rinuncia alla ricerca del senso delle cose e del teatro stesso. Per conoscere Marco Martinelli, Ermanna Montanari e tutto il Teatro delle Albe non dovrebbe essere necessario andare fino a Ravenna. I loro spettacoli dovrebbero essere presenti nei cartelloni di tutti i teatri stabili e instabili della penisola e oltre perché, come i versi di Majakovskij (e citando gli stessi), sono “appuntiti/ e indispensabili/ come stuzzicadenti”.


Theatre .:. reviews

SUCCOACIDO, No. 20, SEPTEMBER OCTOBER 2012

13

Le buone pratiche del teatro Movimenti e istituzioni: salvare il teatro facendo rete / Genova 2012 “Il vento sta cambiando … così come ha continuato a cambiare in passato”, si legge nel documento di convocazione dell’ottava edizione de Le buone pratiche del teatro, appuntamento annuale organizzato da Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino che quest’anno si è svolto il 25 febbraio a Genova. Nulla di preoccupante, quindi: nessuna rivoluzione. O meglio, le consuete piccole rivoluzioni che da sempre hanno cambiato lo stato delle cose, anche in ambito teatrale. Il tema dell’incontro del 2012 è stato “Movimenti e istituzioni”: un’analisi rapidissima sul rapporto, oggi ieri e forse domani, tra i movimenti spontanei, carichi di idee e utopie, e le istituzioni a volte ingessate e arroccate sulle proprie sterili certezze, altre un po’ più attente a recepire i messaggi di cambiamento che arrivano dai piani bassi degli addetti ai lavori. Analisi rapidissima perché, come di consueto, gli interventi sono stati numerosi e tutti molto brevi: appena 5 minuti ciascuno scanditi dal trillo di due o tre inesorabili timer da cucina. Una giornata intensa in cui decine di uditori e partecipanti sono rimasti per ore incollati alle proprie sedie, e non solo per l’atteso intervento del bravo e fascinoso Fabrizio Gifuni. Parlare di buone pratiche del teatro in tempo di crisi equivale a fare il punto della situazione sull’attività quotidiana di coloro che non solo resistono, considerando ancora utile e necessario il proprio inter-

vento artistico, ma si fanno anche promotori di qualcosa di nuovo. Non si tratta né di autocelebrazione, né di autocompiacimento: Le buone pratiche del teatro è prima di tutto un’occasione di incontro e riconoscimento reciproco per nulla scontata. È vero che grazie alle possibilità offerte da internet le opportunità di scambio e di conoscenza sono infinite e prescindono dalle notevoli distanze geografiche. Tuttavia permane l’importanza dell’incontro fisico, reale tra operatori culturali, artisti e critici che, anche se solo per qualche ora, possono guardarsi in faccia, riconoscersi e confrontarsi in maniera più diretta. Le buone pratiche probabilmente serve a questo. Punto di riferimento per l’incontro di quest’anno, dato il tema prescelto, è stato senz’altro l’occupazione del Teatro Valle di Roma, per l’importanza fisica e storica della struttura e per gli esiti che ha prodotto e che sta producendo. Emblematico, a questo proposito, è stato l’incontro-scontro tra i rappresentanti del Teatro Valle Occupato e l’onorevole Emilia De Biase che ha parlato di retorica del giovanilismo e del pericolo di scadere nel qualunquismo nel caso in cui non si riconoscano, all’interno dell’ampio concetto di classe politica, le sue innumerevoli e diverse posizioni. Giulio Cavalli, attore nonché consigliere della Regione Lombardia, sostiene che la contrapposizione tra movimenti e istituzioni è

vecchia e sicuramente ha ragione ma non per questo, seppur vecchia, smetterà di essere attuale se le istituzioni continuano a ignorare i cambiamenti palpabili nella realtà quotidiana e se, dall’altra parte, coloro che rappresentano i cosiddetti movimenti non fanno dell’inclusione il loro strumento e della creazione di modelli veramente alternativi il loro obbiettivo. La consueta tendenza al narcisismo, alla presuntuosa difesa delle proprie posizioni artistiche rispetto ad altre, come fossero roccaforti di un sapere eccelso, spesso non consente una spinta verso una vera collaborazione. Antonio Attisani stesso, nel suo amaro intervento ricorda l’importanza di mescolarsi, di mischiare le carte (mescolanza che cercò di applicare durante la direzione di Santarcangelo ’81 e a causa della quale ne fu cacciato). Ma dal quadro emerso da questa edizione de Le buone pratiche sembra che qualcosa stia cambiando. Forse è vero che nei tempi di maggior crisi si cerca nell’unione, nell’aggregazione un punto di forza, se in pochi anni (quando non in pochi mesi) sono nati coordinamenti, reti, associazioni e piattaforme che mettono insieme diverse realtà teatrali a livello regionale ma anche nazionale e che sembrano avere, come ricorda l’attrice Laura Curino a proposito dei movimenti degli anni ’60-‘70, due scopi principali: il riconoscimento della dignità del proprio mestiere e lo sviluppo di una

maggiore capacità di dialogo con le istituzioni. Ed è così che sono nati il C.Re.S.Co (Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea) che, attraverso un proprio decalogo, vuole tracciare le linee guida necessarie per una riforma normativa ai fini della tutela dei lavoratori dello spettacolo. O le reti regionali come la ligure TILT (Teatro Indipendente Ligure) o la siciliana Latitudini, impegnate nella creazione di progetti produttivi e distributivi comuni favorendo la collaborazione tra le diverse realtà teatrali nel territorio. O, ancora, l’associazione Être che raggruppa 22 residenze teatrali lombarde, la Piattaforma Cultura 3.0 nelle Marche e COSAS (Coordinamento Organismi Spettacolo e Arti Sceniche) in Sardegna. A parte qualche illuminata eccezione come la Regione Puglia che coraggiosamente indaga sul territorio appoggiandone le esperienze artistiche più genuine e giovani favorendo una vero e proprio stravolgimento nel panorama culturale degli ultimi anni, in luoghi meno felici della nostra penisola le buone pratiche si fanno a suon di battaglie quotidiane come quelle del Teatro di Gualtieri, restaurato a titolo gratuito da un gruppo di ragazzi che ne ha poi inscenato una provocatoria vendita all’asta, come la battaglia del Consigliere Comunale di Milano Luca Gibillini che ha proposto un nuovo regolamento per la tutela degli artisti di strada della sua città,

quella stessa metropoli in cui sorge il Teatro Ringhiera, un spazio i cui gestori, spiega Serena Sinigallia (Compagnia Atir), vi lavorano coscienti di svolgere un servizio nei confronti della periferia degradata nella quale è incastonato, più che per farne il proprio personale teatro. Anche critici e spettatori di professione hanno deciso di mettersi insieme e così, l’anno scorso, grazie alla spinta di Oliviero Ponte di Pino, Anna Maria Monteverdi, Massimo Marino e Andrea Porcheddu, è nata Rete Critica. I suoi membri hanno almeno due elementi in comune: scrivono di teatro e lo fanno tra i flutti del web. Una realtà cangiante, mobile, in continua evoluzione ma non questo meno precisa, puntuale, onesta. Rete Critica, oltre che occasione per l’istituzione di un premio assai casereccio che l’anno scorso è stato consegnato alla compagnia Menoventi, è (ma soprattutto potrebbe essere) un’occasione di confronto sul senso della critica teatrale oggi e sottolinea l’importanza crescente della scrittura nel web. Sul versante del cartaceo abbiamo riviste e sezioni teatrali spente, asservite a logiche pubblicitarie, dedite quasi esclusivamente alla cronaca teatrale. Sul versante del web ci ritroviamo, invece, di fronte a una scelta molto variegata, un mondo fatto anche di critici molto giovani alla ricerca del segreto per poter scrivere di teatro e non morir di fame, di spettatori atten-

La damnation de Faust

chevaux au galop, les fumées de l’enfer. Le même Berlioz définissait son oeuvre “légende dramatique”, apte sourtout pour le concert plutot que pour la mise en scène et en effet sa prèmiere exécution a vu le jour près l’Opera Comique de Paris en 1846 sous forme de concert. Gilliam arrive à surmonter chaque difficulté grâce au savant emploi des scénographies, entre lesquelles un rideau transparent qui baisse souvent sur l’ouverture de scène et sur lequel sont projettées des vidéo qui se mélangent indissolublement avec l’action théâtrale. Le résultat est réaliste et visionnaire au même temps. Avec, sans doute, le même impact visuel des scènes d’ensemble nombreuses et magistrales. Des paysans pendant une fête châmpetre, pendant l’idylle intellectuel et solitaire de Faust (pas assez solitaire pour lui empêcher de participer à la fête et introduire sa tête sous la jupe d’une élégante pucelle); des jeunes soldats qui se soûlent à la taverne en racontant des blagues de mauvais goût; des gymnastes aryens qui, comme dans les documentaire de Leni Riefenstahl projectés sur le rideau, se lancent dans des elegants et parfaits exercises de gymnastique. Et puis, vers la fin, des juifs morts, ammassés l’un sur l’autre dans un camp de concentration couvert de neige. Mais ce n’est qu’à la fin, lorsque les anges rappelent Marguerite au ciel, que le spectateur est confronté avec la partie la plus dramatique et triste de la pièce. Le reste de la “légende” est démystifiant et ironique, selon le style de Gilliam, même quand, pendant la séparation de Faust et Marguerite, une nuit de violences et déportations (la “nuit de cristal”) sévit dans la ville. Pour ces raisons le personnage le plus réussi est Méphistophélès (Carlo Cigni), un maître perfide et amusant qui représente, au début de l’oeuvre, un pont entre le parterre et la scène: c’est lui qui introduit le spectateur à l’histoire terrible de Faust sans oublier de présenter l’orchestre et son chef, Roberto Abbado. Derrière Méphistophélès, qui apparaît devant les yeux du malheureux et ennuyé Faust et qui l’invite à vivre en lui disant “Partons donc pour connaître la vie. Et laisse les fatras de la philosophie”, il paraît que se cache le même metteur en scène, viveur et complice tout autant que son personnage. Un personnage, peut-être, plus poétique que le même Faust et la même Marguerite, dans cette nouvelle Damnation; mais sans doute pas autant poétique et inexorable que les petites plumes qui de temps en temps, pendant la représentation, volent sur la scène, lentement, presque par hasard, ou peut-être justement par hasard, échappées des sacs de plumes de la neige finale.

civile, rielaborato in una danza desolata e desolante che ci conduce dal sogno di un passato impossibile da ricostruire alla realtà di un presente ancora pieno di dolorose cicatrici. Sarajevo è una parete scrostata, una porta impossibile da attraversare, un corpo violentato. Attraverso “Geynest under gore” le voci gridate raccolte in viaggio da Alessandra Cristiani arrivano alle nostre orecchie sussurrate appena. La bellezza del racconto danzato di Alessandra Cristiani risiede, in parte, nella levità della violenza che, comunque, rapprende ogni gesto. Una violenza sempre subita, le cui cicatrici sono due gambe paralizzate, due braccia monche, un corpo intero sottratto all’infanzia. La fisicità, la nudità della Cristiani sono spiazzanti perché dimostrano quanta brutale naturalezza può esserci nella violenza e quanti pochi orpelli siano necessari per raccontarla: una conchiglia, un vestito, un gessetto nero e un paio di pantaloni rosso sangue. La descrizione che la Cristiani fa della guerra è un cerchio: dalla violenza perpetrata sul corpo, corpo che rappresenta la terra stessa, verso altra violenza; non prima però di essere stati condotti, quasi accompagnati per mano lungo un sogno, un ritorno a un passato impossibile. Il corpo bianchissimo della Cristiani è a terra e si trascina faticosamente, il bacino immobile. Dalla conchiglia che copre il suo ventre fuoriesce della sabbia, una scia bianca a testimoniare la vita, il principio della vita disperso,

in un campo di guerra. Nonostante all’epoca del viaggio della Cristiani la guerra civile fosse già finita da un pezzo, una città assediata rimane tale molto più a lungo rispetto all’effettiva durata dell’assedio: le sue rovine continuano per decenni a parlare di morte e distruzione. Una guerra non finisce così facilmente. La striscia di luce che si assottiglia sempre di più, fendendo con silenziosa brutalità il buio della stanza alla fine del sogno (mentre scivola via una “Dream a little dream of me” cantata da una band conosciuta dalla Cristiani per caso durante il soggiorno a Sarajevo), ci ricorda che la guerra non è finita e non solo perché noi uomini ne parliamo ma perché i luoghi stessi, come Sarajevo o come le fredde stanze memori di un passato fastoso come quelle in cui la Cristiani ha scelto di rivivere il suo racconto, ci parlano di essa. Appeso il sogno (il vestito a fiori) alla parete accanto alle sagome del proprio passato stuprato, il corpo della Cristiani scompare per riapparire dopo pochi interminabili secondi in un’altra stanza, verso la quale lo spettatore rivolgerà lo sguardo mantenendosi a debita distanza. Qui la violenza è ancora più esplicita: la potenza disarticolante della guerra rivive sul corpo della sua interprete, capace ancora una volta, nell’estrema semplicità del gesto, di scomporsi in mille pezzi. Se durante il breve sogno all’indietro l’interpretazione della Cristiani ricorda il disagio, la scomodità degli scatti che Francesca Woodman dedicò a se stessa intrappolata in mezzo alla carta da parati sgualcita di enormi stanze abbandonate, adesso il colore rosso acceso dei suoi pantaloni, le braccia bianchissime mozzate in un movimento convulso e impotente, il disegno sonoro sempre più assillante e, infine, il lugubre fondo nero della scena, tutto questo ci suggerisce un paesaggio ancora più desolato. Un paesaggio senza speranza che, nonostante il passare del tempo, è e rimane di un’attualità scottante. La Cristiani scivola a terra, appoggiata ancora una volta a una di queste pareti, gli eterni ostacoli di una realtà immutata e immutabile.

lado”. Malastrada es el mal camino, oscuro y desconocido, recorrido por los tres personajes no por espíritu de aventuras ni por sed de conocimiento, sino porque obligados por un presente hecho de pobreza material e intelectual. El misterioso puente en el estrecho de Messina, que el hijo tiene que atravesar obligado por los padres, es el camino hacia la huida de una Sicilia pobre, es el presagio de un futuro de trabajo y riqueza.  Lo que mueve a los padres (un padre violento, una madre histérica) es amor puro. Porque, a pesar de que sean ellos los que empujan al hijo a pisar por primera vez el suelo inestable de la obra majestuosa, es decir que lo alejan (tal vez para siempre) de la tierra originaria, ellos mismos son víctimas del sistema que enjaula al hijo en un futuro ya establecido, previsible. Endomingan al hijo, le cambian la chaqueta, la camisa, hasta los calcetines, con tal que se vaya, de que empiece el

Terry Gilliam

“Ô terre! Pour moi seul tu n’as donc pas des fleurs! Par le monde, où trouver ce qui manque à ma vie?”. Faust, à la recherche désespérée d’un moment parfait de bonheur absolu que tous ses études et recherches sur la nature ne lui permettent pas de trouver, il est triste et seul. Pas pareil pour le spectateur de La damnation de Faust, légende dramatique en quatre parties, musique de Hector Berlioz, libretto du même Berlioz, Almire Gandonnière et Gérard de Nerval, mise en scène de (que Dieu le bénisse) Terry Gilliam. Le spectateur de la nouvelle Damnation ne risque sûrement pas de s’attrister: bien que la tragicité du libretto

© Maria Pia Rizzo

fidèle à l’original soit intensifiée par l’adaptation personnelle de Gilliam, qui a decidè de situer toute l’histoire dans l’Allemagne naziste en guerre, l’ironie prévaut sur tout le reste. Et on pouvait bien s’attendre à ça en raison de la mise en scène autant insolite que savante. L’histoire, pour laquelle Berlioz s’est laissé inspirer par la prèmiere partie du Faust de Goethe mais sourtout par les tons sombres de La tragique histoire du Docteur Faust de Christofer Marlowe, est celle du célèbre mais malhereux médécin assoiffé de connaissance qui sera séduit par Méphistofélès et obligé à parapher un pacte: en échange de la découverte des vrais plaisirs, Faust devra lui donner sa propre âme. Faust trouvera le vrai plaisir ni dans l’alcool ni dans les ribouldingues des bistrots ni encore moins dans les lupanars, mais seulement entre les bras de la jeune Marguerite. Alors que dans le libretto original Marguerite est emprisonnée et condamnée à mort pour matricide (elle a, sans le vouloir, empoisonnée sa mère avec le somnifère qu’elle lui donnait chaque nuit pour pouvoir aimer librement Faust), ici la fille (Natalia Gavrilan), une juive qui faisait semblant d’etre aryenne, est déportée et meurt dans un champs de concentration. Le Faust (Arnold Bezuyen) de Gilliam, tout comme celui de Berlioz au paravant, est un personnage presque bidimensionnel, privé des diverses facettes du personnage de Goethe, qui au final, au lieu d’être acueilli par le pardon de Dieu, sombre dans les abîmes, crucifié tête en bas sur une croix gammée. La scène est majestueuse, comme toutes les splendides scénographies employées par Gilliam. L’histoire est très simplifiée mais c’est surtout ce qui est autour de lui qui la rend dynamique: des montagnes, des bois, des villes; tout sur une seule scène. Comme dans un film. En effet La damnation de Faust a été la moins représentée entre les oeuvres de Berlioz: beaucoup de scènes sont bien difficiles à réaliser au théâtre. Changements soudains de scéne,

@ Teatro Massimo, Palermo di Marta Ragusa francese di Marta Ragusa e Clorinda Purrello www.eno.org www.succoacido.net/showarticle.asp?id=913

Geynest under gore Alessandra Cristiani

Il ventre di una città bombardata rivive nell’esile e disarticolata fisicità di Alessandra Cristiani. Un viaggio a Sarajevo, molti anni dopo la guerra

© Antonia Giusino

il seme dell’uomo andato perduto nel sesso di ogni donna o bambina violentate, nell’antro di ogni casa o rifugio sventrati, nel seno della terra bombardata. Più il corpo va avanti trascinandosi per le stanze, più la scia si allunga e potrebbe forse non concludersi se non fosse per l’imporsi lento di un sogno. Un piccolo vestito-cupoletta in cui il corpo tornato piccolo, minuscolo, si insedia e vi trova quasi riparo, vi si nasconde fino a scomparire. Tornata bambina, la figlia di Sarajevo ritorna a casa. Ma è un ritorno impossibile come difatti lo è stato per molti di coloro che hanno vissuto la guerra civile. È facile con un gessetto immaginare l’esistenza di una porta che conduca verso la propria casa. È facile con un gessetto immaginare una casa. Il focolare di tutte le infanzie di Sarajevo. Ma varcare quella porta e quella soglia rimane un desiderio inappagato. Il corpo della Cristiani trova nella bidimensionalità della parete l’ostacolo alla propria felicità immaginata. Vi si scontra e vi si appiattisce, scivolando a terra, ritornando alla realtà. Il sapiente utilizzo delle luci di scena (curate da Gianni Staropoli), in perfetta simbiosi con la danza quanto le musiche scelte dall’artista (tra le quali i suoni metallici, robotici di Jed Whitaker) , ci ricorda costantemente che siamo

@Teatro Ditirammu, Palermo di Marta Ragusa www.alecristiani.altervista.org www.succoacido.net/showarticle.asp?id=904

Malastrada

Teatro Pubblico Incanto

Un lugar colgante en el vacío: tres personajes a tientas en la oscuridad. La única señal de vida es un sonido metálico que nos acostumbra hasta que desaparece, el sonido inquietante del espacio desconocido. Malastrada del Teatro Pubblico Incanto es un cuento onírico cuya lengua es una mezcla indisoluble entre el dialecto de Messina y el lenguaje universal del miedo y de la violencia. En apariencia no pasa nada: padre, madre e hijo de una familia siciliana cualquiera buscan algo que nunca será nombrado pero sí será evocado con fuerza por la interpretación de los tres actores, hasta que casi se vuelve visible a los ojos del público: el puente de Messina. Una obra futurista, irreal por enorme, porque no se puede ver el punto en que termina, el “otro

© Clorinda Purrello

camino hacia afuera con los trajes mejores. Es el padre que se despoja de todo, una privación simbólica, para un hijo que tiene mucho camino obligado por hacer. Y hasta sacará de su bolsillo lo que nunca ha tenido, lo que ahora el sistema le ha dado para que lo entregue al hijo, con tal de que él se vaya. Tino Caspanello (actor y director de escena), Cinzia Muscolino y Tino Calabrò, a pesar de la suspensión en que flota todo el espectáculo, interpretan magistralmente unos personajes humanísimos, muy probables en todas sus cómicas contradicciones. Lo más interesante en esta obra es la conmixtión entre probabilidad y surrealismo, la materialidad pulsante de los tres personajes y la oscuridad onírica que los envuelve.  La obra data del 2008 y desde entonces el destino del puente en el estrecho ha cambiado decenas de veces. En los últimos meses del año pasado, el Parlamento europeo ha decidido quitarlo de la lista de las obras más urgentes en Europa y ha descartado todo tipo de financiación hasta el 2020, así mismo el Parlamento italiano. Pero, aunque un día el proyecto se tirara definitivamente a la basura, Malastrada seguirá siendo actual porque no es sino una parábola. La parábola del hijo echado de su casa, de su tierra, empujado por una sociedad que chantajea aquella tierra, quitandole todo excepto una supervivencia indecorosa. La parábola de los padres obligados a vender a sus propios hijos para garantizarles una dignidad con raíces ya descompuestas. @Teatro Coppola, Catania di Marta Ragusa spagnolo di Marta Ragusa www.teatropubblicoincanto.it www.succoacido.net/showarticle.asp?id=912

ti, sensibili e disinteressati. Anche nell’ambito della giovane critica, però, non bisogna sottovalutare le trappole del narcisismo e della presunzione: sarebbe opportuno che, con sguardo sincero e umile, si guardassero i maestri, si ascoltassero, non per imitarli ma per imparare a capire quali, invece, debbano essere gli strumenti per la propria interpretazione della realtà immaginifica e fertile del teatro oggi, possibilmente senza partire da un’unica scuola di pensiero. Alla luce della lunga e intensa giornata a Genova nonché delle novità del modo di intendere spazi e occasioni teatrali (pensiamo ai casi di autogestione di luoghi storici abbandonati e recentemente occupati), se da una parte è vero che alcune meccaniche si ripetono nel tempo e quindi che “il vento sta cambiando … così come ha continuato a cambiare in passato”, dall’altra crediamo che il ragionamento sul concetto di bene comune, anche a teatro, possa dare i suoi buoni frutti. Ma solo a patto che si mettano da parte interessi personali e opportunismi nei quali, purtroppo, la crisi economica spesso potrebbe spingere anche le realtà nate con le migliori intenzioni. A patto che si lotti per una sana e condivisa affermazione, piuttosto che per la propria misera sopravvivenza. di Marta Ragusa www.ateatro.org www.succoacido.net/showarticle.asp?id=927

Due passi sono

Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo

Due passi sono è la semplicità fatta teatro. Una scena minuscola, due minuscoli personaggi, un fiore peluche il cui stelo allungandosi scandisce il tempo che passa. Apparentemente nulla succede nelle vite sedentarie, ripetitive e ipocondriache di Cri’ e Pe’, ovvero Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo. Eppure il fiore cresce, anche se finto. E questo non è per nulla scontato. Nella quotidianità di Cristiana e Giuseppe, portata in scena con tanta leggerezza e pudore da liberare l’evidente autobiografismo da qualsiasi stucchevolezza e presunzione, le paure, le ossessioni, le incomprensioni a poco a poco lasciano spazio a una cosa nuova che i due guardano con stupore come fosse caduta dal cielo: l’amore o, meglio, la volontà di amarsi a vicenda. In questa volontà sono concentrate molte altre incapacità che improvvisamente si sciolgono. I “due passi” del titolo sono quelli necessari alla liberazione, al superamento delle proprie paure che ci costringono in una vita stretta e sacrificata, in cui sembra difficile persino uscire di casa, guardare le stelle, mangiare un pezzo di pane e bere un bicchiere d’acqua: basta uno sforzo piccolissimo per sentirsi liberi, anche di amare, di abbracciarsi senza guanti. Uscire e guardare il mare da vicino. In quest’ottica, anche un fiore che cresce ha un’importanza fondamentale, ogni piccolo gesto è prezioso. Cristiana e Giuseppe chiamano tutto il pubblico a testimoniare di questa presa di coscienza: l’amore “particolare” che si promettono l’un l’altra di fronte agli spettatori è un sentimento di tutti i giorni, ma ci invitano a guardarlo con

© Marco Caselli Nirmal

occhi stupiti, come fosse qualcosa di mai provato. I due attori sono di una naturalezza disarmante: così come li vedi in scena, li ritrovi fuori dal palco, in mezzo alla gente comune. È un piccolo rito, Due passi sono, a cui prendere parte anche più di una volta, per farsi la scorta di tenerezza e semplicità. La disperazione, le impossibilità, le castrazioni, le apocalissi tracciate da decine di altri lavori teatrali hanno qui il loro piccolo nemico casalingo. È per questo (e anche per quanto ci hanno fatto ridere) che invitiamo Cristiana e Giuseppe a non stancarsi di questi due piccoli passi e a riproporli allo sguardo di tutti i disillusi che ancora non l’hanno visto. Allo stesso tempo, però, siamo curiosi di cosa il duo stia covando per le prossime scene. Sperando partoriscano presto. @ La Vicarìa, Palermo di Marta Ragusa www.castellodisancio.it www.succoacido.net/showarticle.asp?id=928


14

Writing .:. writers

Antonio Mazzeo

SEPTEMBER OCTOBER 2012, No. 20, SUCCOACIDO los corazones y las mentes. Pero estos momentos obscuros donde en Italia se arrastra un verdadero golpe de Estado, hay que pedir un fuerte compromiso “en contra”.

y los Padrinos del Puente

He leído de un artículo que se ha confirmado la condena de José Zappia, el ingeniero italiano-canadiense acusado de representar una “pantalla” a una de las Entrevista a Antonio Mazzeo, periodista freelance, mayores operaciones de reciclaje en la historia de la Cosa Nostra, el intento de militante ecopacifista y antimilitarista invertir € 5.000.000.000 en el diseño y la construcción del Puente sobre lo estrecho CONTINUA DA PAGINA 1 desarrollo del libre pensamiento crítico, el de Messina. Lo siento que se lea esto sólo Estimado Antonio, en abril se lanzó ùlsentido de pertenencia y la necesidad de en Peacelink, me gustaría que se encontima investigación, el libro I Padrini del estar allí y contar como ciudadano. Por lo Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messi- tanto, son bienvenidos, la filosofía, las cien- trara en las noticias de televisión y en los na (Alegre, 2010), en el que se reconstruye cias sociales, la geografía política, la ciencia periódicos. Sin duda alguna habrá oído los intereses de las organizaciones delicti- política y todo lo que sirve para reflexionar y hablar del proyecto de Arianna Ciccone, la “Valigia Blu”, para promover la dignivas transnacionales sobre la construcción crear conciencia. dad de los periodistas y el respeto de los del Puente de Messina. Es un libro imporciudadanos, inaugurado en el palacio de tante que debería estar presente en todas Yo quería preguntarle su lista de libros la RAI para exigir transparencia. Ella, las bibliotecas que se precie. Sin embargo, del momento y que le recomienda a los una mujer muy determinada, hizo una propuesta detonante y, si fuera tomada en consideración, podría representar un extraordinario punto de viraje en el futuro de las noticias. ¿En cambio de la huelga contra el proyecto de ley en contra de las escuchas telefónicas se podria organizar un día de iperinformación, pagando por ejemplo el periódico a mitad de precio? ¿Usted cómo ve el futuro de las noticias? ¿Está de acuerdo con Beppe Grillo que afirma que Internet es la única salvación? AM: En un país donde históricamente el monopolio de la información pertenece a los grupos económicos y financieros dominantes, y en el que ya está en marcha un programa de eliminación de todas las formas de la libertad de expresión y opinión independiente, el futuro parece estar obscuro. Para evitar nuevas formas similares al modelo “orweliano” de las dictaduras, es necesario rechazar enérgicamente las nuevas normas, las leyes mordazas y toda la parafernalia que el gobierno y las fuerzas económicas de referencia están tratando de imponer arbitrariamente. También hay que impedir el muchos adolescentes dicen que no necesi- lectores jóvenes que se preparan para em- control de los medios, la subyugación de los intereses del sistema de información “públitan leer para saber y que estas cosas ya se pezar el primer libro. ca” a los privados, reformando el sistema de saben. Que se imaginan. AM: En realidad hace mucho que no enradiodifusión y garantizando un real pluraliLe pido el por qué de este actitud indifecuentro una novela que logra satisfacer smo. Desde hace años, me he dedicado a utirente. ¿No es que nos hemos acostumbra- las necesidades, sueños, fantasías, deseos, lizar y fortalecer en manera democrática las do a un sistema que justifica los medios? hambre de conocimiento que llevan al lector nuevas tecnologías y la red de Internet; así “Debido a que finalmente el Puente crea a lanzarse en las páginas de un libro. Tal vez compartendo los esfuerzos de todos aquellos puestos de trabajo”. ¿Podría ser que por eso en estos últimos tiempos estoy alter- que están desarrollando alternativas concrepongamos el lado moral? Kant dice en la nando la lectura “leviana” del noir italiano tas al modelo dominante de la información. Razón práctica que el fundamento de la con los ensayos políticos y sobre el sistema Por eso hay que luchar contra aquellos que moralidad es la razón, ya que permite una judiciario y las corrupción en Italia. Para quieren controlar y ejercer todas las formas moral universal, necesaria, autónoma. La la cantidad de documentación, me gustaría de censura en Internet, con el fin de fortalerazón por la que nos muestra lo que es aconsejar la lectura de Il caso Genchi. Storia cer aún más la red de comunicaciones desde correcto. di un uomo in balia dello Stato (Aliberti el bajo y en manera independiente. No creo, AM: Desde mucho tiempo el poder trata de editor), y para los que desean comprender sin embargo, que la afirmación de la libertad conciliar el sueño de todas las conciencias, mejor los argumentos de los masacres y las sobre todo las de los jóvenes que han repre- bombas en los años 1992-93 y las siguientes de expresión y conciencia democrática, pueda prescindir de la prensa, de los libros, de sentado históricamente un fuerte impulso negociaciones entre el poder institucional y la radio y de la televisión. para el cambio y la transformación del mar- la mafia, Il Patto. Da Ciancimino a Dell’Uco institucional, social, etc. Los programas tri (Chiarelettere). Para los lectores jóvenes “Sea el cambio que quieres ver en el de televisión, el desmantelamiento de la sólo puedo aconsejarle a elegir según el inte- mundo”, dijo Gandhi. Él soñaba una educación pública y sus objetivos de demorés y la conciencia, evitando las operaciones revolución no violenta, a través de los cratización, la eliminación de los espacios de comercialización y la imposición del boicots, con acciones individuales o colecde sociabilidad y de cambio, etc. están diri“pensamiento único” de la franquicia en los tivas, cuyo objetivo es perturbar y alterar gidos a la aparición de un modelo neoliberal, estantes de las bibliotecas o los supermerla actividad de una persona, o la de un individualista y autoritario. Està claro que en cados y centros comerciales. Descubriendo grupo de personas, de una empresa, una este escenario, junto a la crisis de las formas otra vez la extraordinaria producción de la organización, o un Estado, cuando la actiorganizadas de la política (partidos políticos, literatura italiana de la posguerra, Pasolini, vidad no cumplee con los principios éticos asociaciones, sindicatos) son los jóvenes que Moravia, Levi, Fenoglio, etc. Tal vez Sciay los derechos universales. ¿Y si todavía enfrentan crisis de identidad fuerte y tienen scia, puede ser una herramienta útil para los imitaríamos su ejemplo? ¿Al extender el además la extrema dificultad de realizar una recién llegados al libro. boicot no sólo a los medios de comunicaprofunda transformación de la sociedad y ción portadores de mala información, sino obtener respuestas reales a las necesidades ¿Cuándo empezó su pasión por la escritambién a los productos hechos en fábrireales, aspectatives legítimas y utopías. tura? ¿Tiene un diario? ¿O por lo menos cas donde hay explotación? lo tenìa? AM: La posibilidad de revertir el actual Me pregunto si no sería útil incluir en los AM: Siempre me ha gustado escribir y, afor- escenario internacional y sus graves diprogramas escolares la filosofía para que tunadamente, siempre he sido fácil y suave. storsiones pasa a través de la afirmación de se adquiera un mínimo de habilidades Sin duda, los años en que he probado el la cultura de la desobediencia civil, de la de pensamiento crítico entre los jóvenes, placer de escribir sobre mi experiencia perobjeción de conciencia y de las formas de que todavía no están oscurecidos por los sonal fueron aquellos pasados en la escuela boicot contra los productos, de las empreprejuicios. La lectura de El mundo de secundaria, aunque mi forma de escribir sas y grupos financieros responsables de Sofía de Jostein Gaarder, me parece un y los temas tratados no gustaban mucho a graves crímenes en contra de la humanidad gran comienzo. ¿Qué piensa usted? mis maestros de letras. El diario no, en mi y contra de el medio ambiente. Claro, es AM: Yo creo que el renacimiento de la cultura, tal vez estupidamente “machista”, lo difícil proponer campañas de desinversión creatividad de los jóvenes pase por el forconsideraba un instrumento femenino. Pero financiera, sobre todo porque los que ejercen talecimiento de las escuelas públicas, los habría hecho bien para mantener la memoria el monopolio de la información también centros de libre asociación y socio-culturales de los procesos de auto-conciencia. han asumido el monopolio de la violencia juveniles. No es sólo la suma de nuevos proy la llamada “justicia”. Sin embargo, creo gramas y / o materiales que podrían desenque ya no pueda existir un movimiento de cadenar un verdadero proceso de liberación, ¿Qué te inspira? AM: Para mí, la escritura, más que la exoposición a las guerras, a la destrucción del sobre todo ahora que la escuela está vacía presión de estados de ánimo, sentimientos, medio ambiente, a la opresión y al saqueo de cualquier propósito de afirmación de la democracia. Claro, reducir y / o eliminar los emociones, etc. siempre ha sido una manera de los recursos sin promover y experimentar para luchar contra los poderes, una forma de la “desobediencia civil”. O sea, debemos programas y las disciplinas humanísticas, reclamar el derecho a la crítica y a las aspi- empezar a hacerlo en nuestras batallas sólo sirve para el fortalecimiento del moderaciones de democracia y justicia. Escritura, diarias, boicotando los bancos, los fondos lo dominante neo-liberal de pensamiento, pues “comprometida” y tal vez po eso más de inversión y los grupos de seguros que dónde es el mercado que está en el centro apoyan el comercio de armas o las grandes del universo y no el hombre y la naturaleza. “seca” y “fría”, tal vez incluso demasiado “impersonal”. En pasado jo era mucho más obras infrastructurales, rechazando cualquier Por lo tanto, es importante recordar eventos “íntimista”, y tenìa más capacidad de tocar tipo de apoyo en los lugares de trabajo a los y actividades que tengan como objetivo el vendedores de muerte y saqueadores de los recursos naturales.

gracias a ellos que he elegido mi profundo sentido eco-pacifista y anti-militarista. Sin embargo, como todo el mundo yo vivo mis profundas contradicciones. Yo no soy vegetariano, y no porque no comparta las fundadas razones éticas, económicas y sociales de los vegetarianos. Mis trabajaos por el mundo como cooperante me han mostrado de hecho los efectos devastadores sobre el medio ambiente y las condiciones de vida de las poblaciones del “sur”, de la producción agrícola destinada para el ganado, pollos y cerdos. Afortunadamente, mi consumo de carne y pescado es mínimo, sin embargo, sufro siempre de un fuerte sentido de culpabilidad. Me pregunto cuándo tendré la valentía de vivir con mayor coerencia mi ser en contra de todas las guerras y para el profundo respeto por toda forma de vida.

última película que me ha gustado tanto? “El hombre que será” sobre la masacre nazi en Monte Sole, Marzabotto. Una película valiente en el nombre de la memoria, pero con una clara invitación a meditar sobre la vida y sus significados. Imagínese si no me gustaría una película salida de mi libro. El título me parece perfecto, Los Padrinos del Puente, parece hecho para captar espectadores. Por desgracia, no tengo conocimiento sobre el tema de guiones de cine y / o obras de teatro, por lo que deberíamos pensar en otra persona. Pero podría ser una buena película sobre el sistema judicial y criminógeno de nuestro país, y los llamados “camarillas” que determinan la política y la economía, con un toque de ironía que al final no te haga sentir totalmente indefenso.

Umberto Santino, director del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”, en la introducción a su libro, describe el Puente como “inútiles, perjudiciales, construido en una zona altamente sísmica, un pozo sin fondo de dinero que tendría que gastarse para el desarrollo real de Sicilia y Calabria”. ¿Cuáles son, entonces, las conexiones entre mafia, política y economía, que permiten la infiltración de las organizaciones criminales en estos proyectos infraestructurales de alto impacto ambiental? AM: Nos referimos al análisis extraordinario de Umberto Santino, cuando describe la composición y el “modus vivendi” de la “burguesía mafiosa”. Se trata del conjunto de las personas involucradas en todas las etapas de la construcción del Puente sobre el estrecho de Messina, desde su propia definición y diseño hasta el financiamiento, ejecución y gestión. En Italia, las Grandes Obras no fueron planeadas para las necesidades reales de los territorios y con la intervención de las instituciones y las poblaciones ¿Qué significa hoy periodismo militante en Italia? AM: Significa el desacuerdo con el actual modelo autoritario y una esperanza de un cambio profundo del tejido social y económico y, por supuesto, de la misma información. También il periodismo militante significa ariesgar en primera persona, a menudo solo, en contra de un poder que no tiene verguenza de utilizar directamente las bandas criminales para atacar físicamente los periodistas de frontera, o que utiliza la calumnia o formas “legales” como las quejas penales o las demandas civiles de indemnización de millones de euros, verdaderas armas letales para callar la libertad de crítica y de expresión consagrada en el artículo 21 de la Constitución.

Y sobre las protestas en contra del Puente. ¿Qué espera? AM: Desde cuando salió la terribile máquina de guerra de los Señores del Puente por el camino de destrucción de los territorios del Estrecho de Messina, se han multiplicado locales, sino que desde una cerrada mesa de las iniciativas de protesta y los movimientos trabajo donde están engenieros, políticos, de resistencia “No Puente”. Este verano, se grandes y pequeñas empresas de construcrealizaron eventos, reuniones, debates y hoy ciónes, ejecutivos financieros y banqueros y en día se está desarrollando la campaña “100 la delincuencia organizada, verdadero brazo plazas contra el Puente”, con una exposición armado para el control social en los lugares que explora los motivos de oposición a los de intervención. En el caso más específiefectos destructivos de la mega-obra en el co de la mega infraestructura planificada Estrecho de Messina. Incluso las presentaentre Scilla y Cariddi, las investigaciones ciones del libro Los Padrinos del Puente judiciales y los informes de los investigaquieren ser una oportunidad de contradores consideran que la idea del Puente fue información y debate. Por esta razón yo trato defendida durante décadas por las mafias y de ser siempre disponible para responder que se ha llegado al punto, incluso, que una a todas las solicitudes que me llegan por de las principales “familias” transnacionalos comités ciudadanos, centros culturales, les, presente en Canadá, pero con vínculos organizaciones ambientales y de políticas históricos con la Cosa Nostra de Estados sociales, etc. y espero que se multipliquen Unidos y Sicilia y las “ndrinas” de Calabria, aún más. Es importante que la lucha contra se ofrecieron como potenciales financiadores el Puente sea tomada por todos como una de una gran parte de la obra, con $ 6 mil prioridad para la defensa del medio ambienUsted se define ecopacifista y anti-milimillones. para las compañías que tienen que te y la afirmación de un desarrollo autónomo tarista, le pido cual fueron las fuentes de diseñar y construir el Puente. A esto hay que y sostenible. El evento estratégico más inspiración que llevaron a esta opción de importante en Messina fue la Marcha del 2 vida tan importante. También me gustaría añadir que hoy unas entidades locales de la de octubre 2010, el primer aniversario de la comprender si su ser “eco” se realiza tam- mafia se han organizado geográficamente para participar al banquete, constiuyendo tragedia que golpeó las ciudadelas de Scabién en el vegetarianismo. El economista estadounidense Jeremy Rifkin en los años empresas de construcción, y para el sumini- letta Zanclea y Giampilieri, con un número stro de cemento y agregados, los movimien- increíble de muertos y personas enterradas 90 empezó su cruzada en contra de la tos de tierra, todos negocios que representan por el diluvio. Con un objetivo claro, direccultura del filete de res, afirmando con to, inmediato, “la puesta en seguridad de los convinción que el consumo de carne tiene casi el 40% del valor de la obra. territorios con el dinero del Puente”. efectos devastadores sobre el medio am¿Cuáles son sus películas favoritas? biente y la salud de los seres humanos. ¿Alguna vez has pensado en hacer una AM: Hay personas, educadores, eventos, película de su libro? libros, etc. que dejan huellas profundas en la formación ética y cultural de todos los in- AM: Soy un fan del neorealismo italiano, no creo que haya habido este nivel de calidi Emilia Calabria e Rosalba Barbato Di Giuseppe dividuos, especialmente en la adolescencia. spagnolo di Antonio Mazzeo dad artística en la historia del cine italiano. También debo mucho a algunos profesores foto © Enrico Di Giacomo Todavía comencé a apreciar los talentos de de secundaria que me han enseñado lo que antoniomazzeoblog.blogspot.com hoy del cine latinoamericano y specialmente pasa en el mundo, estimulando mi atención stostretto-antoniomazzeo.blogspot.it los de la escuela de Brasil y Argentina. La y mi espíritu crítico y libre. Sin duda, fue www.succoacido.net/showarticle.asp?id=821


Writing .:. reviews

SUCCOACIDO, No. 20, SEPTEMBER OCTOBER 2012

15

Mila Spicola

Incontro con l’autrice del libro “La scuola s’è rotta. Lettere di una professoressa” CONTINUA DA PAGINA 1

Nella premessa a La scuola s’è rotta ti definisci “un’equilibrista dell’educazione”. Che cosa intendi? MS: Penso che mi possano comprendere i genitori: educare, avere a che fare con ragazzi nell’età delicatissima che va dagli 11 ai 14 anni, è davvero un gioco di equilibrismo. Sbagliare è facile. In più aggiungo le difficoltà di insegnare in una scuola a “utenza mista” - in periferia - ma non altamente degradata, anche se i ragazzi vengono da borgate difficili come Brancaccio, la Guadagna e Ciaculli. È difficile ma stimolante: è un pluralismo utile a noi docenti come ai ragazzi. La sfida è omologarli verso l’alto e non verso il basso. Da dove è nata l’idea di un libro costituito da una serie di lettere? MS: Dall’editore. Mi hanno cercata loro. Alcune delle lettere erano circolate sul web: pubblicate inizialmente su MicroMega online. Lettere legate al mio impegno politico e a difesa della scuola. Ho cercato in tutti i modi di diffondere consapevolezza su quanto hanno tentato e stanno tentando di attuare con i decreti Gelmini: un impoverimento reale e simbolico della scuola statale al quale io non mi rassegno assolutamente. È un ambito troppo importante: crescere uomini liberi, consapevoli e coesi. Questo è il compito della scuola statale e non possiamo permettere che qualcuno distrugga questo concetto basilare per la nostra essenza di Italiani. E allora: manifestazioni, sit in, proteste, scioperi… fino a quando sono arrivata alla penna. È il mezzo più facile e potente. Quello che so usare meglio. Einaudi mi ha proposto di aggiungere alle due lettere, quella a don Milani e quella a Tremonti, altre e di farne un libro. Ed eccolo. E sono strafelice perché è andato esaurito già nella prima edizione: non è vero che la scuola non interessi. È che non ne sanno parlare. Nella lettera all’ex Ministro dell’Economia e all’ex Ministro della Pubblica Istruzione, sottolinei il fatto che la scuola pubblica da “agenzia educativa”del paese, insieme alla famiglia, è diventata un parcheggio per ragazzi. Quali sono le origini di questo declino e come si inserisce nel quadro più generale della crisi del sistema sociale collettivo? MS: È stato un concorrere complesso di cause. Da un lato la scuola: mondo autoreferenziale che non si è accorto che lo stavano minando e

Fermate l’eurodisastro! Max Otte

Chiarelettere «Salvare la Grecia, l’euro e l’Europa» sono quelle che Max Otte definisce le tre menzogne politiche nel pamphlet Fermate l’eurodisastro! (Chiarelettere, 2011). Far comprendere chi approfitta veramente della crisi finanziaria e dare un nome agli errori del sistema sono gli obiettivi cui mira la trattazione, svolta con un linguaggio agevole anche per chi non è specialista, perché l’opposizione comincia con la conoscenza e dalla conoscenza nascono opposizione, impegno, cambiamento. Ecco che allora Otte, professore all’Università di Graz e direttore dell’Ifve, nonché gestore indipendente di fondi d’investimento e direttore del Centro per il Value Investing, chiarisce il fatto, nudo e crudo: non ci troviamo nel bel mezzo di «una crisi dell’euro», bensì di una crisi bancaria.

per “quieto vivere” spesso non ha reagito adeguatamente. Di questo accuso molti colleghi “dormienti” persino adesso. Non basta dire “tanto non si può far nulla” perché da questo nasce la connivenza e lo sfaldamento delle azioni collettive. In fondo, va detto, i primi ad aver perso una coscienza altissima del loro valore sono stati proprio i docenti. Ma i motivi sono tanti: la trascuratezza delle istituzioni, la scarsa valorizzazione, gli stipendi bassissimi che equiparano senso e funzioni. Il lavoro ha sempre un valore, che sia chiaro, ma posso affermare che insegnare è cosa ben diversa che fare la commessa? Con tutto il rispetto e l’affetto profondo, attenzione: ma la responsabilità delle coscienze non puoi equipararla in modo superficiale, quando poi altre professioni sono strapagate. E allora la crisi è fondamentalmente di senso e di funzioni. Forse è il momento di riequilibrare senso e funzione per ridare valore alle azioni. E questo può accadere grazie a insegnanti motivati e attivi che lo trasmettono ai ragazzi, insieme, e non in competizione, con le famiglie. Coi decreti Gelmini tutto ciò viene bypassato, non se ne parla. Si parla solo di quantità: ore, voti, soldi, numeri, classi, metri quadri. Una desolazione e una povertà di concezione che fanno orrore a chi crede nella scuola e nell’insegnamento.

fica esattamente? MS: Intanto stare in una scuola che non ha il certificato di agibilità (il 47% delle scuole italiane) è già una connivenza nell’illegalità. Avere in una classe più di 25 alunni, numero previsto dalle leggi antincendio per defluire velocemente in caso di incendi o calamità da una sola porta, è un’altra illegalità. Ammassare alunni in una classe è un’altra illegalità: ogni alunno deve avere un minimo di spazio a testa, cosa che viene tranquillamente disattesa. Dividere alunni nelle altre classi quando manca un docente è un’altra illegalità: lede il diritto allo studio di quei ragazzi. Continuo?

In merito alla manovra di Tremonti, affermi che “i tagli del boscaiolo cieco” obbligano i docenti a violare la legge. Che cosa si veri-

Il Ministro Profumo, succeduto a Mariastella Gelmini, ha disatteso le aspettative di chi credeva nel cambiamento della scuola pubblica. Condividi questa delusione? MS: Lo ha detto lui stesso: agirò nel solco del precedente Ministero. E quel solco è quello del taglio di risorse sia finanziarie sia umane. C’è stata una sequela di proclami altamente demagogici, specie riguardo a tutta la questione del “merito”. Io penso che il merito a scuola ci sia eccome, come anche nel percorso degli studi universitari. Ci sono i voti, le promozioni, le bocciature. Semmai il problema del riconoscimento del merito arriva subito dopo. Il nostro è un paese dove qualunque carica, qualunque lavoro, qualunque posizione non si conquista per merito, ma per cooptazione, per nepotismo e familismo o per raccomandazione. Ecco il vero problema. Per cui è un po’ ipocrita limitare il tema del “merito” alla scuola, quando poi, dopo la scuola o la laurea i “meritevoli” hanno due vie: o sottostare al ricatto della cooptazione, e dunque essere “schiavi” a vita per riconoscenza, o andarsene via lontano. Recentemente ho intervistato per l’Unità un giovane ricercatore di Catania che ha denunciato una commissione concorsuale per irregolarità. Ecco: Profumo si convinca che assicurare il merito vuol dire assicurarsi la regolarità e la trasparenza a tutti i livelli nel paese, non altro. E poi: il pasticcio dei test sbagliati per la selezione del concorso dei dirigenti, quelli sbagliati della selezione dei TFA… di che merito parliamo? Esiste anche assicurare il riconoscimento dei demeriti, è una forza di merito no? Chi ha pagato per quegli errori madornali? E infine il concorso appena bandito. Anche qua ci sono punti davvero poco chiari. Il Ministro dice che vuole forze giovani nella scuola. Magari. Eppure questo governo ci vuole in

I beneficiari dei 110 miliardi di euro, messi a disposizione come pacchetto di salvataggio dal Fondo monetario internazionale e come prestiti bilaterali, non sono stati né i cittadini greci né quelli dei paesi creditori, tra i quali la Germania, ma unicamente i membri di quella che l’economista chiama, riutilizzando una definizione coniata nel 1913 dal giudice costituzionale Louis Brandeis, l’oligarchia finanziaria, cui la politica si è volontariamente sottomessa. Di questa super-casta fanno parte banche d’investimento, hedge funds, banche ombra, agenzie di raiting e altri operatori finanziari che, con la compiacenza dei governi, hanno operato in maniera poco trasparente, invadendo il settore delle banche commerciali e danneggiando l’economia reale. L’oligarchia finanziaria è […] riuscita a fare in modo che le banche d’investimento e le società che fanno speculazione possano investire con denaro altrui anche se dispongono di un capitale proprio minimo. Tutto ciò è stato confezionato ben bene a livello legislativo grazie a lobbisti e politici remissivi. Se lo sviluppo di tali distorsioni risale, secondo Otte, al periodo tra l’introduzione dell’euro e l’inizio della crisi, la crisi dell’euro a sua volta è considerata il risultato, peraltro prevedibile, dell’errata unione monetaria tra paesi molto diversi. Per creare una valuta unica è necessario uno spazio economico omogeneo così come la libertà di movimento di merci, capitale e lavoro. L’Unione europea non ha mai avuto queste caratteristiche: le sue economie nazionali sono molto diverse tra loro. Quindi non c’erano le condizioni per creare la moneta unica. Senza contare che, per la loro economia corrotta e l’alto tasso di evasione fiscale, paesi come la Grecia non avrebbero mai dovuto essere ammessi nell’area dell’euro. Contro lo strapotere dei grandi gruppi bancari d’investimento, Otte sprona i lettori a diventare “capitalisti del popo-

lo”, mettendo il proprio denaro in una banca cooperativa e comprando titoli di solide aziende tedesche ed europee. Per tornare alla libera economia di mercato e arginare l’eurodisastro, inoltre, l’economista sostiene la via delle riforme, poche ma radicali, e prende le distanze dalla soluzione della rivoluzione violenta. Del resto l’oligarchia non ha un piano occulto per dominare il mondo, difende semplicemente i propri interessi. A ogni costo. Sulla questione della Grecia e degli altri paesi debitori, Irlanda, Portogallo e Spagna, Otte interviene suggerendo la riduzione del debito attraverso una bancarotta pilotata, la soluzione migliore per tutti, tranne che per gli speculatori, e rimprovera ad Angela Merkel di aver fatto marcia indietro sulla proposta da lei stessa avanzata nel maggio 2010, cioè quella di stabilire le regole generali da applicare nel caso di insolvenza di uno Stato: E così vennero concessi nuovi crediti e garanzie alla Grecia da parte della Ue, del Fondo monetario internazionale e dei paesi forti dell’Unione europea affinché quello Stato di fatto insolvente potesse continuare a pagare gli interessi sui suoi debiti alle banche e alle società dei servizi finanziari. Altrettanto duro è il giudizio sugli USA, cui farebbero comodo le difficoltà dell’eurozona in quanto il dollaro non è più forte come un tempo nel suo ruolo di valuta di riserva internazionale. Eurodisastro, dunque, come forma della più generale crisi finanziaria europea, che Otte analizza sottolineando il legame di causa-effetto tra la finanza mondiale e la crisi dell’euro. I limiti della sua argomentazione appaiono quando l’economista distingue nettamente, nell’ambito della finanza ad alto rischio, le banche d’affari dalle casse di risparmio, banche popolari e casse rurali, che rappresenterebbero una spina nel fianco degli speculatori, o quando considera l’abbandono dell’area dell’euro da parte di Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo come l’u-

Pensi che la “razionalizzazione” della legge Gelmini sacrifichi la qualità del sistema scolastico, ledendo di fatto il diritto allo studio e il diritto al lavoro, sanciti dalla Costituzione? MS: Risposta: sì. In senso reale, per le ricadute che hanno avuto i tagli nelle scuole, e in senso simbolico. Perché colpire giusto la scuola? Perché non le spese militari? Lo ripetiamo come una cantilena, eppure non danno risposte se non falsi slogan. Per fare Scuola con la S maiuscola ci vogliono soldi. Soldi non buttati, ma necessari: per aggiustare le scuole in primis. “La scuola s’è rotta” non è solo uno slogan: due scuole su tre in Italia sono fuori norma. Pericolose, insicure e inagibili. Ci stanno i nostri figli. Chi ritiene la sicurezza dei ragazzi italiani uno spreco alzi la mano. Così lo mandiamo in galera. E invece sentiamo sempre il solito slogan sugli stipendi degli insegnanti. È un’opera di distrazione di massa, oltre che di distruzione.

classe fino a 67 anni. Per carità, io insegnerei fino ad 80, ma è giusto per i ragazzi, per le loro famiglie e per la qualità della scuola? Inoltre a questo concorso potranno partecipare solo gli abilitati, che proprio giovani giovani non sono. E su quali cattedre? Se i tagli alle cattedre, appunto, sono stati confermati? La mia domanda è: non si creano nuove liste di precari con questo concorso? E perché non aprirlo a tutti i laureati e pensare un meccanismo concorsuale diverso? Visti i fallimenti dei recenti concorsi? Le priorità del MIUR coincidono con le reali emergenze della scuola pubblica? Le affrontano? MS: Penso che il paese intero non abbia reale idea di quali siano le emergenze vere della scuola statale (pubbliche sono anche le parificate). Negli ultimi anni mi sono concentrata a studiare i sistemi d’istruzione per capirne di più e tentare di formulare proposte in modo avveduto. Da un anno poi collaboro con Roma Tre con un dottorato proprio in valutazione e innovazione dei sistemi d’istruzione. Sto studiando come funzionano gli altri sistemi, quelli che funzionano, la Finlandia e la Corea del Sud, sto studiando il nostro, tornando alla radice, ai grandi pedagogisti che non solo hanno fondato la ricerca pedagogica in Italia, ma hanno contribuito alle riforme. Un tempo ricerca educativa, mondo della scuola e politica agivano insieme, studiavano insieme provvedimenti e direzioni. Oggi questi tre mondi sono completamente sconnessi, peggio: si fanno la lotta. Diceva Dewey: se le grandi agenzie educative della società non concorrono insieme ma agiscono in modo sconnesso si creano quelli che potremmo definire “sprechi educativi”. Sembra parli oggi, Dewey lo diceva cento anni fa. Lo cito non per tornare al passato ma per dare valore alla ricerca e alla competenza nell’analizzare e agire sui sistemi educativi. Oggi vince il “buon senso”, l’“opinione corrente”, chi è contro il merito? Chi è contro la valutazione del sistema scuola? Ovviamente gli elettori applaudono, è normale buon senso. Il problema è: quale merito, quale valutazione, in quale sistema e per quali emergenze? Il buon senso è il nemico della scienza, lo diceva Newton. La scienza, il progresso seguono altri metodi: analisi, studio, sperimentazione, confronto, competenza. E così dovrebbe essere per la scienza pedagogica, l’unica a dover governare i processi educativi. Così accade in quei sistemi che ho citato sopra, il finlandese e il coreano. Il

nica via d’uscita credibile alla spirale del debito. Nella postfazione al breve saggio, Francesco Daveri ripercorre le fasi essenziali della crisi, mettendo in discussione alcune delle soluzioni consigliate da Max Otte con l’analisi delle loro conseguenze, e dedica una riflessione al contributo dell’Italia ad affossare l’Europa: […] le tre manovre dell’estate 2011 hanno «riportato i conti in sicurezza» (parole del ministro dell’Economia) agendo soprattutto dal lato delle entrate. Come in passato. Ma il passato insegna anche che chiudere i deficit aumentando le tasse finisce per solleticare l’appetito dei politici ad aumentare di nuovo la spesa pubblica alla prima occasione. […] Una manovra incentrata sui tagli di spesa sarebbe stata altrettanto dolorosa per il paese, ma almeno avrebbe avuto la ragionevole speranza di essere meno temporanea. E avrebbe dato un contributo a risollevare le sorti dell’euro. di Emilia Calabria www.chiarelettere.it/author/otte-max/ www.succoacido.net/showarticle.asp?id= 923

Contro la meritocrazia Nicola da Neckir

Edizioni La Meridiana Immagino di sapere cosa l’abbia spinto a scrivere questo libretto: una sorta di indignazione per come Scuola e Università sono trattate in Italia da una destra ignorante e da una non-destra supponente. Così Arnaldo Cecchini, professore ordinario di Tecniche Urbanistiche all’Università di Alghero, ci introduce alla lettura del saggio Contro la meritocrazia (Edizioni La Meridiana, 2012), opera del suo alter ego Nicola da Neckir (anagramma del nome dell’autore), “professore ordinario del ssd L-LIN/174bis-ter e massimo studioso

paese e la politica sono insieme nel cercare il meglio: ma il meglio non è il provvedimento parziale e variabile che vuole l’elettore o il ministro di turno. Il meglio è quello che esige quel sistema in quel dato momento e per emergenze studiate, analizzate e valutate. In questi ultimi provvedimenti c’è un po’ di buon senso, cioè di luogo comune, e quasi zero di analisi, confronto, sperimentazione e competenza. Mi tremano i polsi paragonando la complessità dei problemi e dei temi e la superficialità, molto demagogica e fuorviante, con cui spesso si danno in pasto al paese. Chi si occupa sul serio e da anni di queste cose rileva come gli ultimi provvedimenti siano di tipo marginale, non strutturale (l’ipad a scuola, il merito come premio al primo della classe, i test invalsi, i tfa…). Cosa intendo per provvedimenti strutturali? Un’analisi sulle condizioni di formazione e immissione nella professione della classe docente. Una valutazione obiettiva sui cicli. Scuola media e biennio superiore: siamo sicuri che non ci sia nulla che non vada? I numeri dicono il contrario. Una valutazione del mondo delle scuole tecniche e professionali: la vera zavorra del sistema che invece in Germania rappresenta la spina dorsale della classe di lavoratori. Le metodologie didattiche e pedagogiche: non solo in ingresso, ma anche in itinere. È possibile non pensare a un piano nazionale, unitario, periodico e organico di aggiornamento dei docenti? Eppure lo chiediamo da anni. Ci rispondono: ogni scuola è autonoma, può deciderselo caso per caso. Non penso basti: le linee metodologiche del sistema educativo devono essere condivise, conosciute e armonizzate in tutto il paese, poi, certamente, ciascuno si regoli in autonomia, ma a me sembra che l’“autonomia” per certe “rogne” diventa la scusa per deresponsabilizzare il Ministero su certe scelte necessarie. Innovazione, metodologia, valutazione, didattica delle competenze. Temi cruciali e troppo importanti per lasciarli all’autonomia. Non si può avere una frantumazione così abnorme sul piano delle metodologie, delle conoscenze e delle risorse umane: per cui “beccare” il meglio (di una scuola, di un corso, di una città) è una fortuna per alcuni e un’ingiustizia per gli altri. Il livello deve essere mediamente uguale, si spera tendente all’eccellenza. È il senso della scuola della democrazia. Ecco, questi sono problemi strutturali, non certamente il premio al primo della scuola. E potrei continuare. In tutto ciò non vi leggo una mala fede del Ministro, o un non volerlo fare.

del pensiero del filosofo rumeno A. C. Boib”. Come evidenziato anche nel sottotitolo del libello, Per un’Università delle capacità, dei talenti, delle differenze, delle relazioni, della cura (e dei meriti), l’autore non è contro i “meriti”, che anzi rivendica, ma contro la valutazione burocratica della qualità di un docente sulla base del concetto bastardo della produttività Questo nostro mestiere, che i grandi professori (non a caso chiamati maestri) hanno fatto con passione e rigore, è un compito sociale. Non siamo venditori della merce ‘sapere’ e neppure i fornitori di un servizio. Siamo, o dovremmo essere, parte di una comunità di liberi e uguali, che ha lo scopo, uno scopo che più degno e importante non si può: accompagnare giovani donne e giovani uomini a diventare cittadini colti e competenti, persone ‘verticali’, con la schiena dritta, capaci di pensare e di ribellarsi alle ingiustizie, e capaci di farlo perché competenti e istruiti, capaci di sviluppare le loro capacità, i loro talenti, di proteggere le differenze, le relazioni, la cura, e i cui risultati devono dipendere, in ultima istanza, dai loro meriti. Con un tono fortemente polemico e spesso sarcastico, il professore analizza le parole-chiave – meritocrazia, efficacia, efficienza, eccellenza – delle “mode riformatrici” succedutesi negli ultimi decenni, mettendo in luce l’estrema delicatezza che la scelta degli indicatori utili a misurare proprietà qualitative richiede, nonché la necessità di fare i conti con i modi di pensare “divergenti”: la valutazione di persone di confine, con un approccio multidisciplinare, con personalità multiple e anarchiche è particolarmente difficile e vi è una elevata probabilità che la loro carriera sia penalizzata. Piuttosto, parlando di efficacia ed efficienza dell’istruzione pubblica e dell’Università, occorre procedere con prudenza, modestia e attenzione ai contesti, distinguendo ad esempio per settori disciplinari, aree geografi-

Rilevo solo che, a sentirlo parlare e a vederlo fare, semplicemente queste cose le sconosce. Il che non va bene. Lo ha dichiarato lui stesso che “di scuola ne sa molto perché la moglie è una docente”. E i polsi mi tremano ancora. Nemmeno un docente basterebbe, ripeto: didattica, pedagogia, governance dei sistemi d’istruzione, valutazione dei medesimi. Ci vorrebbero task force di esperti veri e illuminati. Capaci non tanto di incontrare il gradimento dell’opinione pubblica sul metro comune del buon senso, bensì in grado di prendere decisioni complesse, difficili, innovative, anche contro il buon senso comune ma secondo scienza e coscienza. Per una volta almeno. Ad esempio la vera emergenza in questo istante sono dispersione scolastica e livelli cognitivi dei ragazzi del sud e delle scuole tecnico-professionali. Come si sta agendo? Dando soldi alle scuole e dicendo: bene, sbrigatevela voi. Non funziona: ci vogliono azioni di sistema, non la buona volontà del singolo preside o del singolo docente. Ci vogliono piani generali di azione a livello regionale e territoriale, organici, unitari e continui nel tempo. È ovvio che non funziona se lo lasci alla buona volontà e alle capacità individuali: un sistema deve andare avanti per programmazione non per discrezionalità. Persino il buon senso urla. Eppure è così: in molti casi la scuola va avanti per discrezionalità. In questo senso sono favorevole ai controlli, però non dopo aver messo in mano a chi vi lavora degli strumenti adeguati: aggiornamento, strutture e tempo. di Emilia Calabria laricreazionenonaspetta.blog.unita.it www.succoacido.net/showarticle.asp?id= 854

che, situazione economica e disponibilità di “capitale sociale” nel territorio di riferimento. L’autore interviene, inoltre, sulle questioni del baronato e del nepotismo, affermando che l’autonomia avrebbe dovuto servire anche a fare in modo che le scelte clientelari costassero, in termini di finanziamento e di credibilità, alle Università che le avessero avallate e sottolineando l’importanza della vigilanza sulla gestione delle persone, affinché coloro che lavorano poco e male – una minoranza numerosa – siano costretti a cambiare sistema. Il saggio è corredato dalle immagini di Vinicio Bonometto e, in appendice, dal Piccolo Dizionario disperato e demagogico dell’Università a cura di Giovanni Azzena e Marco Rendeli, che aggiungono l’arma dell’ironia a quella dell’invettiva propria dell’autore. di Emilia Calabria www.lameridiana.it www.succoacido.net/showarticle.asp?id=924


Abbonati oe distribuisci SuccoAcido onpaper!!! Il bimestrale d’informazione acida su arte, cinema, comics, editoria, musica, teatro, scrittura... Edizioni De Dieux will be distributing the new abbonamento individuale La distribuzione della nuova edizione è curata .daFormula Edizioni De Dieux attraverso soggetti paper edition through a network of subjectscartacea and . Formula distributor 10 x 1 che operando nell’ambito della cultura scelgono di distribuire la rivista nei propri circuiti: organizations operating within the international arts and distributori culture scene: clubs, music distributors, . Formula 25 x teatrali, 1 clubs, musicali, musei, gallerie d’arte, spazi espositivi, distributor teatri e compagnie museums, art galleries, theatres and theatre librerie, festivals, associazioni culturali, amici... . Formula distributor 50 x 1 companies, libraries, festivals, cultural circles. . Formula distributor 100 x 1 If you’re interested in joining the Succoacido distribution network, we offer 4 different levels of involvement:

abbonati online >>> http://www.succoacido.net/distro.asp

Se scegliete le formule SuccoAcido distributor potrete usufruire delle diverse opzioni di visibilità e sconti sulla pubblicità previsti per ciascuna fascia. Per tutti i casi vi chiediamo di distribuire la rivista sostenendo il costo della spedizione postale (da pagarsi in contrassegno alla ricezione) e il costo di un abbonamento annuo secondo l'opzione da voi scelta. For all cases is required to cover mailing expenses to be paid COD plus an annual subscription; each issue delivery will contain a minimum of 10 to a maximum of 100 copies.

SUCCOACIDO bimonthly to handle gently Euro zero,00 Issue #20 - september/october 2012 Reg. Court of Palermo (Italy) n°21, 19.10.2001 www.succoacido.net © 2001, 2012 SuccoAcido - All Rights Reserved All images, photographs and illustrations are copyright of respective authors Copyright in Italy and abroad is held by the publisher Edizioni De Dieux srl or by freelance contributors

Publisher Edizioni De Dieux srl Via dei Picciotti, 15 90036 - Misilmeri (PA) www.edizionidedieux.com SuccoAcido Editors
Emilia Calabria, Gianpiero Caldarella, Marc De Dieux, Giovanna Costanza Meli, Marta Ragusa, Marion Weber Assistant Editor Gianpiero Caldarella Editor-in-Chief Marc De Dieux Graphic design & Layout Edizioni De Dieux srl Photo Editor Fabio Savagnone Translations Editors Stefano Albanese, Nicoleugenia Prezzavento, Marta Ragusa Translations on this issue by Giovanna Costanza Meli, Andrea Ferraris, Amélie Lambert, Antonio Mazzeo, Anna Palazzolo, Clorinda Purrello, Marta Ragusa Writing on SuccoAcido #20 Jacopo Andreini, Emilia Calabria, Gianpiero Caldarella, Emanuele Calì, Marc De Dieux, Rosalba Barbato Di Giuseppe, Giovanna Costanza Meli, Anna Palazzolo, Marta Ragusa Advertising & Distribution Marco Di Dia, Mob: ++39.328.6221288, email: adv@succoacido.net Printed by Martano Editrice srl (LE) Circulation SuccoAcido #20 5.000 copies

SuccoAcido & Edizioni De Dieux srl adhere to Consumo critico contro il pizzo & Professionisti Liberi www.addiopizzo.org www.professionistiliberi.org

Send books, cd/dvd, materials, photos, promo, tapes to Casa SuccoAcido
- Via PC, 16 90046 - Monreale (PA) casasuccoacido.wordpress.com

SuccoAcido Subscribers Paper Edition Subscriptions a) 1 year’s paper edition subscription: 6 Issues on paper b) 1 year’s digital edition subscription: full access to a growing archive of back articles of Succoacido as well as the access to each new article as soon as it is published; 1 year’s access to Succoacido archives to read every digital article published since January 2001 c) discounts on back issues, books, T-shirts and other Succoacido merchandise Digital Edition Subscriptions a) 1 year’s digital edition subscription: full access to a growing archive of back articles of Succoacido as well as the access to each new article as soon as it is published; 1 year’s access to Succoacido archives to read every digital article published since January 2001 Prices including postage 1 Year Digital Edition Subscription: € 15,00 1 Year Paper Edition Subscription: € 30,00 Italy 1 Year Paper Edition Subscription: € 40,00 Foreign Countries SUBSCRIBE >>> http://www.succoacido.net/subscribeonpaper.asp Thanks to support this very “independent” free press. Fresh free water for everyone!

Frammento sulla struttura del gruppo Questo è un frammento sulla struttura del gruppo che ha dato vita, negli ultimi diciotto anni, a Crisalide. Spesso mi sono chiesto se il nostro fare avrebbe mai potuto contemplare la superficie. Troppo spesso ho varcato la soglia per poi tornare subitaneamente indietro a rafforzare ancora di più le mie pareti. Creo una banda più che un gruppo e faccio di impulsi e necessità le strategie per cogliere l’azione nel suo farsi lotta, guerriglia. Se la standardizzazione dei processi creativi è dell’apparato di superficie, qui, in questa catacomba-tana l’isolamento non sarà la condizione per la manipolazione, anzi dall’isolamento attraverso l’alienazione totale trarrà beneficio l’opera. Opera che giunge quasi per caso, come fosse lo scarto delle nostre lavorazioni, come il risultato di un affanno che trova nel procedere sempre più in profondità il vero senso dell’agire.  Eppure in questo scendere più in basso non trovo appagamento.  Sono dentro l’opera eppure ne sono sbalzato fuori, costantemente, come se alla ricerca non possa appartenere la certezza della meta né tantomeno il principio di efficacia. Può attorno a questa lotta sedimentarsi una logica comune, possono in questo fare coalescere delle singolarità? A volte capita, nei rari momenti in cui mi fermo, che mi volti indietro, di scatto, quasi a cogliere il respiro del cammino fatto, l’odore dei compagni che mi hanno seguito. Quasi subito poi riprendo la strada con la schizofrenica ansia di lasciare quel posto e, contemporaneamente, di farne il mio rifugio. All’inizio scavavo per trovare una verità, poi, man mano che passavano gli anni, era solo una via di fuga quello che cercavo. Mi coglieva un vuoto lancinante in quel cammino di solitudine; mi dicevo: molti uomini coraggiosi non dimenticheranno,  ma non era sufficiente ad acquietare la mia ansia per il futuro. Creare spazi di esperienza, costruire luoghi di senso,  progettare imbattersi fortuiti. In questi diciotto anni ho percorso in lungo e in largo questa specie di zattera capovolta e mai per un attimo mi sono pentito di esservi salito. Rimane il rammarico di avere bene distinto tra quello che era il moto illusorio e le reali possibilità che questo mestiere ha di cambiare il mondo. Lorenzo Bazzocchi - Masque Per 8 anni mi sono chiesto che cosa avrei potuto scrivere oggi, ingrigendo verso il colore... Marc De Dieux - SuccoAcido


SuccoAcido #0 .:. sept/oct'12