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La Marmaglia RIVISTA STUDENTESCA INDIPENDENTE

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La generazione che non si arrende di F.M.

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ualche tempo fa, mentre facevo pigramente zapping tra i programmi pomeridiani, mi è caduto l’occhio su una notizia del tg. Sullo schermo si vedevano tantissimi ragazzi, di età compresa tra i quindici e i trent’anni, che si erano accampati in una piazza ed avevano iniziato a discutere. E discutere di che cosa, direte voi? Un po’di tutto. Della politica, ormai ridotta a strumento di profitto personale, dell’economia, sempre più disumana, della nostra società liquida, in cui non c’è più spazio per il pensiero, per lo spirito. Del loro, del nostro futuro. Si sono accampati in una piazza e non l’hanno più lasciata. Hanno organizzato tendoni, mense, dibattiti, manifestazioni. Sono riusciti a coinvolgere i loro concittadini, gli immigrati, i bambini rimasti esclusi dagli asili comunali. E tutto questo senza essere legati ad alcun partito o movimento politico. Quei ragazzi erano scesi in piazza semplicemente perché ne sentivano il bisogno, perché percepivano il marcio della loro società e tuttavia non volevano rassegnarsi. Guardando quelle belle facce il mio pensiero è subito volato ad un altro movimento, altrettanto giovane ed altrettanto nobile, che sta tuttora attraversando i paesi arabi. Anche in questo caso i ragazzi sono scesi in piazza per chiedere la libertà, l’uguaglianza e il futuro, e non si sono più fermati fino a che non li hanno ottenuti. Dalla Spagna alla Tunisia, ci siamo improvvisamente accorti che esistono ancora persone con la voglia di lottare: incredibile a dirsi, ma questa “generazione perduta” forse vuole di più, dal nostro stanco mondo, di un account su facebook. Ed in fondo questo vorremmo fare anche noi, attraverso la nostra rivista: provare a fornirvi qualche spunto, scritto da giovani come voi, che magari vi faccia andare oltre ai soliti schemi di pensiero, alle solite notizie preconfezionate. Ci riusciamo? Forse no. Però almeno ci proviamo.

La Marmaglia nasce nel febbraio 2009 da un’idea di quattro studenti del Liceo Gioia: loro obbiettivo è smuovere la situazione dei giovani della loro città, troppo spesso apatici o indifferenti, creando una rivista studentesca alternativa al giornale d’Istituto della loro scuola e libera dall’influenza di professori, movimenti o partiti. Col passare del tempo il progetto si evolve e La Marmaglia diventa la prima rivista italiana interscolastica e indipendente: la redazione è completamente autogestita e ne fanno parte ragazzi provenienti da svariate scuole ed università del piacentino. Nel marzo 2011, due anni circa dopo la nascita, La Marmaglia vanta già sei “numeri”, distribuiti clandestinamente, una proficua collaborazione col quotidiano Libertà, del quale ha redatto quattro pagine a tema, e tantissimi contatti sul sito www.lamarmaglia.it. Da qui l’esigenza di “fare il grande passo”, di costituire una testata giornalistica per poter meglio diffondere la rivista tra tutti i giovani di Piacenza. Il 25 novembre 2010 si costituisce l’associazione di promozione sociale “La Marmaglia”, il cui scopo è incentivare la partecipazione dei ragazzi piacentini nella società, nonché sostenere progetti di informazione giovanile e indipendente; il 18 Febbraio 2011 viene finalmente registrata la testata presso il Tribunale di Piacenza, e l’11 Marzo 2011 viene finalmente pubblicato il primo numero ufficiale. Anche il numero che state leggendo è stato stampato senza alcun finanziamento pubblico o di partito, ma soltanto grazie ai fondi dell’associazione e agli sponsor. Verrà distribuito davanti alle principali scuole piacentine, nonché in diversi locali e bar. Speriamo che possa piacervi, interessarvi e che, soprattutto, vi venga voglia di partecipare al nostro progetto: la redazione è aperta a tutti i giovani piacentini dalla prima superiore all’università, quindi… fatevi sentire! www.lamarmaglia.it: qui trovate tutti gli articoli, le pubblicazioni, gli arretrati … e sempre qui potete commentare il nostro lavoro facendoci sapere tutte le vostre critiche, proposte, idee, impressioni, insulti… redazione@lamarmaglia.it: qui potete contattare la redazione, mandare lettere minatorie, farci proposte indecenti… insomma, spammateci! La Marmaglia (on Facebook): iscrivetevi al gruppo, alla fan page o diventate nostri amici se volete avere tutte le notizie in tempo reale su quello che stiamo combinando!

[ COVER CONTRIBUTOR ] Giovanni Bonafede Ex-studente del Liceo Cassinari, frequenta il corso di grafica all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. Finiti gli studi vorrebbe entrare nel mondo dell’animazione. Dice di sé: <<Sono sempre rimasto incantato dal disegno e, pur prediligendo un segno più figurativo che astratto, mi piace ricercare un punto di unione nei diversi modi di comunicare un messaggio>>. La copertina di questo ottavo numero è opera sua. Nel disegno ha voluto rappresentare l’incertezza, l’instabilità che caratterizza la condizione umana. “Siamo tutti appesi a un filo, cerchiamo di barcamenarci il meglio possibile tra le insidie del mondo moderno senza accorgerci, però, che la direzione non la stabiliamo noi. Possiamo solo andare avanti, come tanti acrobati, e sperare di non cadere nel baratro”. Capito? La Marmaglia - Rivista studentesca indipendente - Anno 1 - Numero 2 - Giugno 2011 Proprietario: Associazione di promozione sociale “La Marmaglia”, codice fiscale: 91100220333, partita iva: 01594690339 - Direttore responsabile: Stefano d’Onofrio - Sede: Stradone Farnese 81, Piacenza- Stampato presso la Cooperativa Sociale Eredi Gutenberg, via Scalabrini 116b - Registrazione presso Tribunale di Piacenza n.699 del 18/02/2011

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Notizie (im)possibili

L’Italia insanguinata dalla guerra civile

Non si placa il conflitto tra ribelli e lealisti - Vano il tentativo di mediazione di Gheddafi

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l 19 aprile 2011 l’Unione Africana e la Lega Araba hanno deciso di applicare la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, istituendo una No Fly Zone sul territorio italiano, per evitare il bombardamento della popolazione da parte delle forze lealiste. La guerra civile in corso nella penisola ha risentito, nell’originarsi, dell’effetto domino delle rivolte negli altri paesi europei; dalle ben note vicende avvenute (e ancora in continua evoluzione) in Francia, Germania, Gran Bretagna e in tutto il mondo occidentale si è originato un vero e proprio tsunami, che ha travolto le ormai logore istituzioni del Belpaese, dando origine ad una vera e propria insurrezione. Migliaia di giovani si sono riversati nelle strade, nelle piazze e sui tetti delle case per chiedere libertà, democrazia e futuro. Da qui in poi le manifestazioni sono presto sfociate in violenti scontri, dando il via ad una vera e propria guerra civile che ancor oggi insanguina il paese. Le reazioni alla decisione di intraprendere un’operazione militare sono state molto diverse. Se da un lato Cina e Russia hanno espresso le

loro perplessità sulla risoluzione (sia in merito alle difficoltà di applicazione sia all’opportunità di un uso della forza), dall’altro hanno convenuto della gravità della situazione e hanno deciso di astenersi. La maggior parte dei paesi dell’Unione Africana si è dichiarata favorevole, e tra di loro la Tunisia fa la parte del leone: è infatti fortemente decisa a distinguersi in questa operazione per volgere la situazione a proprio vantaggio, in caso di vittoria. Piuttosto ambiguo è invece l’atteggiamento del governo libico, storicamente vicino a quello italiano: Gheddafi ha infatti dato alle truppe alleate la disponibilità delle proprie basi, ma ha escluso, almeno in un primo momento, un intervento militare diretto. La Libia teme l’arrivo di barconi di clandestini sulle proprie coste: ogni giorno infatti, spinti dalla sola forza della disperazione, migliaia di profughi salpano dalla Sicilia per sbarcare sul litorale meridionale del Mediterraneo. Ci sono anche polemiche sulla disorganizzazione degli aiuti umanitari ai rifugiati italiani, stipati in campi profughi sovraffollati: il Governo libico intende

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presentare la questione in sede africana, puntando ad un maggior coinvolgimento dell’Unione. Prime dichiarazioni sembrano confermare la sensazione che l’aiuto avverrà solo a parole: infatti Tunisi ed Algeri hanno più volte sottolineato che il problema è della Libia e che lì va risolto, con una ferrea politica dei rimpatri. Lapidario anche il leader egiziano Mubarak: “Noi i clandestini non li vogliamo”. Nel frattempo però il flusso di profughi non accenna a fermarsi: oggi stesso un barcone con circa 450 italiani è stato tratto in salvo al largo di Misurata; molte le donne e i bambini a bordo. Pare che Gheddafi, per la storica vicinanza al mondo politico italiano, stia svolgendo un lavoro di mediatore tra ribelli e lealisti, allo scopo di portare ad una resa bilaterale in grado garantire la pace. Canale privilegiato sarebbe quello dell’imam di Milano. Questa città è al momento contesa tra i due schieramenti e sembra essere la pedina fondamentale del conflitto. Insomma, una soluzione pacifica del conflitto sembra essere ancora molto lontana. Apotropaico Zuzzurellone


La Marmaglia “I giovani, il vero motore delle rivolte” PARLA // LUCIO CARACCIOLO

Le cento rivoluzioni dei ragazzi arabi Lucio Caracciolo è direttore di Limes, Rivista Italiana di Geopolitica. Lo raggiungo telefonicamente per intervistarlo riguardo ai grandi cambiamenti che stanno avvenendo all’interno del mondo arabo e nord-africano…

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innegabile che sia in atto un grande processo di rinnovamento, diciamo pure una “rivoluzione”, nei cosiddetti paesi arabi. Ma si può davvero parlare di un’unica rivoluzione? <<Assolutamente no. I movimenti che stanno scuotendo i paesi mediorientali e del Maghreb sono molto diversi da paese a paese. Senz’altro tutte queste rivolte hanno caratteristiche simili e aspetti comuni, e vi è stato un “effetto onda” che dalla Tunisia si è propagato nei paesi vicini e anche oltre al mondo islamico, ma questo non può nascondere il fatto che le rivolte siano molto diverse l’una dall’altra. Quello che è stato dipinto dai media come un fenomeno unitario è in realtà profondamente eterogeneo, per un analisi minimamente approfondita. Ad esempio, le rivolte in Egitto e Tunisia sono scaturite da un forte movimento popolare, di piazza (che poi possa essere stato strumentalizzato è un’altra faccenda); viceversa, la crisi libica è stata originata da un colpo di stato, sostenuto dai servizi segreti francesi, di alcuni esponenti del Governo e dell’Esercito di Gheddafi. A questo si è poi aggiunta la rivolta popolare della Cirenaica, ma in generale non si può parlare, nel caso libico, di una rivoluzione “di piazza”.>> I media hanno molto parlato del ruolo dei giovani nelle rivolte, nonché dei social network: quanto questi elementi hanno davvero contato? <<Che i giovani siano stati il motore di queste rivolte è un dato innegabile, basta guardare le immagini sui giornali o in tv per accorgersi della massiccia presenza giovanile nelle manifestazioni. Evidentemente esiste, nei paesi arabi, una generazione di ragazzi che si è trovata in una

condizione di frustrazione, per diversi motivi, e che ora ha convogliato le proprie energie per arrivare ad un cambiamento, ad un miglioramento delle proprie condizioni. Per quanto riguarda l’aspetto dei social network, mi sembra in realtà parecchio sopravvalutato dai media. Certo, Facebook e Twitter possono aver contribuito a sostenere la rivolta, ma molto più importante è stato il ruolo delle televisioni arabe (Al-Jazeera, Al-Arabya…) che diffondendo le immagini delle rivolte hanno innescato un effetto-domino nei vari paesi; non dimentichiamo che spesso queste stesse televisioni hanno “spronato” le rivolte, catalizzando la volontà di cambiamento che da tempo covava in questi paesi…>> Ma come mai questi conflitti sono emersi proprio in questo momento? Quali sono le motivazioni profonde delle rivolte? <<In linea generale, vi è stata la combinazione di fattori strutturali (la crisi economica, il potere politico statico e corrotto, la poca libertà…) e fattori “contingenti”, come il ragazzo che, dandosi fuoco, ha dato il via alla rivoluzione tunisina. Inoltre è caratteristica di questi movimenti la sostanziale assenza del “movente religioso”, nonostante i timori, alimentati dai media, di una deriva integralista delle rivolte. Detto questo occorre ancora fare distinzioni tra i vari paesi: la Libia ad esempio aveva un’economia più che solida, e nonostante la Cirenaica fosse da sempre la ragione più povera, rispetto alla Tripolitania (in mano a Gheddafi), questo non basta per affermare che questo conflitto abbia avuto motivazioni economiche.>> Il cosiddetto “Occidente”, che fino ad ora aveva tollerato più che bene i vari rais, ora li attacca. Cosa si potrà concludere da queste vicende (Libia in primis) riguardo ai rapporti tra gli stati occidentali e il medio oriente? <<Credo che occorra fare una precisazione. La parola “occidente” è un concetto molto vago, che ha ormai perso significato. Ci troviamo di fronte a stati (Usa, Francia, Inghilterra…) con interessi completamente differenti e per questo non si può parlare dell’occidente come un blocco unitario.

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Bisogna poi aggiungere che i vari dittatori africani avevano relazioni molto differenti con i paesi occidentali, ad esempio si è potuta vedere nella vicenda libica tutta la distanza tra la linea francese e quella di Obama, che come nel caso dell’Egitto è stato costretto malvolentieri a scendere in campo. In tutto questo l’Italia, come sempre, cerca di barcamenarsi il meglio possibile tra le varie posizioni, ma con risultati alquanto deludenti… Concludendo, sarà interessante seguire l’evolversi della situazione politica in tutti questi paesi, perché probabilmente i nuovi regimi che sorgeranno avranno rapporti completamente diversi con gli stati occidentali.>> La vicenda dei profughi libici, che ha causato uno scontro tra Francia e Italia, sembra aver mostrato tutte le debolezze dell’Unione Europea… <<Credo che non dovremmo stupirci di questo. Da quando esiste l’Unione Europea praticamente nessuna crisi è stata risolta con una politica estera unitaria: la diversità di punti di vista, spesso inconciliabile, tra le varie tradizioni politiche ha portato a una sostanziale diversità degli approcci ai vari problemi. E’quindi futile accusare l’UE di non esistere: almeno per quanto riguarda la politica estera, questo è ormai un dato di fatto e prima o poi dovremo farci l’abitudine…>>


Terra!

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Nella notte il cielo si mescolava al mare, in un’unica, uniforme oscurità. Il peschereccio rollava cullato dalla danza delle onde, e ad ogni scossa la prua si alzava e nascondeva le stelle agli occhi degli uomini.

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tretto tra altre centinaia di corpi, il ragazzo non poteva muovere un muscolo e si limitava a guardare all’orizzonte, cercando di prendere sonno. Il freddo umido del mare filtrava attraverso le assi marcite della barca e inzuppava i vestiti e il cuore di Alì Ben Khalif. La vita è dura, se hai sedici anni e stai scappando sopra ad un barcone che potrebbe affondarti sotto i piedi da un momento all’altro. Ma quella notte Alì non pensava alla sua sventura: sapeva che la terra non era lontana, quella terra che sognava ormai da mesi e che ora si trovava ad un passo, oltre le onde, oltre la notte nera. Italia. Il nome suonava dolce, sulle labbra del giovane tunisino. In quelle tre sillabe c’erano racchiusi tutti i suoi miraggi, le sue speranze di bambino che non riusciva nemmeno a sussurrare, dalla paura che potessero sfuggirgli come una manciata d’acqua dalle mani. I-ta-lia. Significava terra da coltivare, acqua dolce da bere, vita da ricominciare. Significava pace. Niente più coprifuoco, niente spari, nessun deserto da attraversare in silenzio, stipati in venti sopra ad una jeep, cercando di passare il confine; e significava soldi, per comprarsi nuovi vestiti o, magari, qualche disco di musica occidentale. Alì amava la musica più di qualsiasi altra cosa al mondo: più della sua famiglia, che aveva ormai imparato a dimenticare, e più del suo Paese straziato dalla guerra, che non era mai stato suo. Beatles, Rolling Stones, Clash: quelli erano i suoi idoli, non i cantanti popolari che tanto piacevano ai suoi amici. Poco importava se non erano italiani: era l’idea stessa di occidente, la possibilità di vivere in un paese davvero libero che lo aveva spinto ad attraversare il deserto fino alla costa, a spendere tutti i suoi risparmi per imbarcarsi su quel barcone. Let it be, let it be… Alì canticchiava, assorto tra sé, e fantasticava di diventare un grande cantante rock. Cantando scacciava il freddo, la nausea e la paura. Restò per tutta la notte immobile, in mezzo a quegli uomini con le sue stesse speranze e le stesse angosce. Ad un certo punto il suo vicino intuì il motivo della canzone e, senza dire niente, si mise a canticchiare anche lui. E dopo di lui un altro, e un altro ancora. Cento voci si alzarono sul mare, sfidandone le onde, e salutarono l’arrivo dell’alba con una nuova fiducia. E poi, un grido: lontano, oltre la foschia, si intravedeva una lunga sagoma grigia. Terra! Alì ebbe un tuffo al cuore, e tacque insieme a tutti gli altri compagni, soffocando a stento le lacrime. Allora ce l’avevano fatta! Ora il vento mattutino disperdeva

rapidamente le nuvole, rivelando la grande isola che per tutti voleva dire libertà. La grande barca procedeva lenta, e ad ogni metro ondeggiava avanti e indietro come se avesse voluto prendersela tutta e subito, quella meravigliosa libertà. D’un tratto, il motore emise uno strano sbuffo e, dopo qualche minuto di agonia, si spense in un rantolo. Quasi nello stesso istante un’ondata appena più alta delle altre colpì lo scafo su di un lato, sbilanciando la nave che si inclinò bruscamente; privato della sua forza motrice, il peschereccio si trovò in balia di quel mare divenuto improvvisamente ostile, e non resistette a lungo. Gli scafisti tentarono di salvare la barca gettando gli uomini in mare: si scatenò una rissa e Alì si ritrovò sbalzato fuori bordo, nell’acqua gelida. I vestiti si attaccarono al corpo, trascinandolo nell’abisso; il ragazzo diede un colpo di gambe e riuscì con fatica a sottrarsi all’abbraccio mortale del mare. Respirò a pieni polmoni l’aria piena di sale. Fu colto dal panico: iniziò a muoversi convulsamente tra le onde e vide tanti altri uomini nuotare vicino a lui; il peschereccio era ormai rovesciato su di un lato e i profughi lo stavano abbandonando. Solo qualcuno, restato sotto coperta, era rimasto intrappolato sotto allo scafo e invano lottava contro la morte. Non ci sarebbero stati fiori per una tomba grande come il mare. Quando gli uomini della guardia costiera lo raccolsero, Alì aveva ormai perso conoscenza per il freddo e i muscoli rattrappiti dallo sforzo erano scossi da crampi e convulsioni. L’ultima cosa che vide prima di addormentarsi fu una faccia barbuta e onesta che cercava di rianimarlo. La faccia di un italiano. <<Questo racconto non ha un finale, perché in questa storia la parola fine non è ancora stata scritta. Quello che succederà ad Alì lo stiamo decidendo tutti noi, in questo momento, seduti davanti alla televisione. Quello che politici e giornalisti non ci dicono, però, è che mentre se ne stanno sulle comode poltroncine dei loro talk-show ci sono migliaia di Alì che scappano da un paese più sfortunato del nostro, in cerca di un po’di speranza. E che per ogni stronzo che parla di rimpatri e di economie, riempiendosi la bocca di “padroni a casa nostra” e di “non siamo un paese razzista”, ci sono dieci poveri Cristi che sognano di baciare il suolo italiano. Provate a fermare la speranza, se ci riuscite.>> Johnny

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MEMENTO potete trovare tanti altri racconti e articoli sul nostro sito web


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Italia

L’Aquila fatica a riprendere il volo

A due anni dal tragico sisma, davvero poco è cambiato…

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enerdì 15 aprile 2011 “Doc” Emmett Brown ci ha gentilmente concesso un passaggio sulla sua DeLorean portandoci all’ Aquila. Perché scomodare il pazzo scienziato di Ritorno al Futuro ? Perché aver visto le macerie dell’ Aquila è esattamente come essere stati catapultati nel passato, al 6 aprile 2009. Siamo da poco tornate da una visita al capoluogo abruzzese a due anni dal sisma. Nell’arco di neanche ventiquattro ore (durata della nostra permanenza) siamo riuscite a farci un’ idea della situazione in cui ancora versa l’Aquila, camminando nella zona rossa (deserta) e conoscendo alcuni coetanei del posto. Che dire? … Questi tre puntini sono emblematici del vuoto creato dalla mancanza di parole: esprimono tutto il nostro sdegno. Sono infatti tante, troppe, le cose che non vanno. Si potrebbe iniziare raccontando del centro storico, che è stato letteralmente “impacchettato” due anni fa e lasciato da allora tale e quale. Si sono limitati a mettere in sicurezza i palazzi (per non parlare della speculazione sui ponteggi…) senza avviare alcun operazione di restauro ma, anzi, costruendo addirittura sopra le macerie una struttura moderna di cemento e vetro (con tanto di particolari decorativi medievali). Un vero e proprio scempio che è sorto tra le rovine, sotto gli occhi sgomenti degli abitanti. Abitanti che sono costretti a passeggiare tra le vie disabitate sotto lo sguardo dei militari che presidiano l’area 24 ore su 24. Ogni tanto una nuova parte della zona rossa viene aperta, come fosse un “contenti-

no” di cui gli abitanti dovrebbero gioire. Si potrebbe partire scrivendo del terrificante incremento di uso di psicofarmaci e antidepressivi che si è registrato tra gli aquilani (purtroppo bambini compresi) e dell’impennata di suicidi verificatisi dopo il sisma, soprattutto tra gli anziani. Infatti questi, consapevoli del fatto che trascorreranno i pochi anni che restano loro da vivere in anonime e spersonalizzate casette di legno, vedono come unica via di uscita quella di togliersi la vita. Questo clima di disorientante incertezza non risparmia neppure le famiglie che non intravedono neanche una remota possibilità di un ritorno ad una condizione di normalità. Le coppie senza figli hanno preferito andarsene; a rimanere sono state invece quelle con i figli, lega-

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ti alla città da amici, scuola, abitudini. Un’adolescenza, la loro, che di certo non trascorrerà più nella spensieratezza: la loro vita sociale si basa ora su incontri in enormi centri commerciali costruiti appositamente per accogliere quei negozi e locali che un tempo erano in centro. Questo andirivieni tra un non-luogo e l’altro li costringe a dipendere necessariamente dall’automobile, quando invece prima si muovevano a piedi. Potremmo infine parlare di come salire sulla macchina del “Doc” Emmett Brown e finalmente approdare a un futuro migliore, in cui i terremotati non si sentano più dimenticati e i problemi vengano, se non risolti nell’ immediato, perlomeno affrontati. G.N.


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Piacenza

Quale destino per la Pertite? Non accenna a placarsi l’aspra contesa per l’ex-area militare

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a Pertite (nome di un esplosivo lavorato nel laboratorio artificieri sito nell’area fino al 1940) è un’area militare di 28 ettari lungo la via Emilia, tra i quartieri Infrangibile, Sant’ Antonio e Borgotrebbia. Qui fin dagli inizi del ‘900 hanno lavorato centinaia di piacentini, soprattutto donne. Nell’agosto del 1940 ci fu un’esplosione che causò 43 morti. L’area venne ricostruita ma poi bombardata dagli Alleati nel 1943, perché occupata dai tedeschi. Negli anni ‘60/’70 venne usata come magazzino militare. Oggi appartiene in parte al Genio Pontieri ed in parte al Polo di Mantenimento Pesante Nord, una delle due strutture tecnologiche militari italiane in cui si provvede alla manutenzione e alla revisione dei mezzi corazzati e dell’artiglieria dell’Esercito. Questo angolo verde della città, purtroppo, è minacciato dalle grinfie della cementificazione, sempre in agguato. Abbiamo contattato per via telefonica la signora Maria Pia Romano, presidente del Comitato per il Parco, per porle qualche domanda e avere chiarimenti… Buongiorno Maria Pia, da dove nasce questo progetto? <<La scuola media Calvino di via Stradella ha aderito nel 2008 ad un progetto di carattere ambientale proposto dall’amministrazione provinciale che chiedeva di adottare un’area naturale vicina alla scuola. Nei due anni successivi l’area è stata studiata e immaginata (non è stato possibile visitarla) attraverso documenti, testimonianze e ricerche. Alla fine del percorso di studio la scuola ha presentato un progetto di trasformazione della Pertite in

un grande parco pubblico a disposizione di tutta la città, un polmone che possa compensare la mancanza di grandi spazi verdi, mitigare il grave inquinamento atmosferico di cui soffre la nostra città ed essere luogo di ricordo di coloro che lì persero la vita durante il lavoro>>. Che cosa ha intenzione di realizzare nell’area l’amministrazione comunale? <<L’amministrazione comunale in questi anni è stata piuttosto contraddittoria: nel luglio 2002 il Sindaco dichiara che la Pertite diventerà un parco, nel febbraio 2009 il Consiglio Comunale approva un documento di indirizzi del PSC (Piano Strutturale Comunale) che prevede nell’area la realizzazione di “quartieri eco-compatibili”; il 14 aprile 2010 il Comitato consegna le prime 7000 firme al Sindaco che conferma la sua volontà di destinare l’intera area a parco pubblico, ma dopo essere intervenuto all’“abbraccio”il 5 giugno 2010 annuncia la decisione di costruire all’interno dell’area il nuovo Arsenale Militare, lasciando a verde pubblico solo il 40%. Quest’ultima proposta, presentata e condivisa in un tavolo interistituzionale, ma non sottoposta alla cittadinanza e al Consiglio Comunale, viene inviata al Ministero della Difesa, che però si dimostra latitante. Anche sulle altre aree militari si prevedono soprattutto costruzioni. Ora siamo in una nuova fase. L’avvicinarsi del referendum e la mancata risposta dei militari al progetto hanno forse indotto il Sindaco a inaspettate dichiarazioni: il quotidiano Libertà il 27 marzo riporta ”Un vero parco nell’ex-Pertite: parola di sindaco …” >>.

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Che cosa invece propone il Comitato? <<Il Comitato Parco della Pertite-Bosco in città, nato nel maggio 2009, ha raccolto il sogno dei ragazzi della Calvino e attraverso moltissime iniziative ha sensibilizzato l’opinione pubblica ottenendo 12000 firme di sostegno, 2500 presenze all’abbraccio intorno all’area, avvenuto nel giugno del 2010, e proponendo un referendum sull’argomento che scuota le coscienze e induca, attraverso una forte partecipazione dei cittadini alle scelte sul futuro della loro città, le forze sociali e politiche a lavorare insieme per un obiettivo comune. Il quesito referendario chiede con forza di trasformare la Pertite, una volta ceduta al Comune di Piacenza, in un parco pubblico per poter raggiungere la quota minima di parchi urbani stabilita dalla legge, che deve essere di almeno 15 mq/abitante. Il Comitato dei Garanti ha approvato il nostro quesito e, essendo riusciti a raccogliere entro il 21 aprile 4000 firme, potremo accedere al referendum nel prossimo mese di giugno, accorpandolo ai referendum nazionali. Noi del Comitato andiamo avanti per la nostra strada con il sostegno di migliaia di cittadini preoccupati per la loro salute e desiderosi di migliorare la qualità della vita nella loro città>>. Come può ognuno di noi partecipare alla vostra iniziativa? <<Penso che ci diate già un grosso aiuto anche soltanto facendo conoscere che cosa siano la “Pertite” e il nostro progetto. Invito anche i residenti a Piacenza a partecipare al referendum del 12 giugno per poter raggiungere il quorum!>>. G.N.


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Necrologi

Salvaci Superm… volevo dire SENECA! C

amminando nelle sempre più intricate vie delle città ho notato come negli ultimi anni vi sia stata una straordinaria proliferazione di quel parassita, quella malerba che annebbia le nostre menti e le consuma, e per quanto ci sforziamo di metterlo da parte a volte è più forte di noi: contro di lui è una battaglia persa in partenza, la nostra Waterloo, non ci resta che sventolare un cencio bianco e sperare nella clemenza del nemico. Questo parassita ha per nome desiderio. Purtroppo a quanti di noi si arrendono alla tentazione di conformarsi ad una moda (cioè al manifestarsi del desiderio collettivo), di omogeneizzarsi e (s) vendersi in confezioni da dodici, questa loro pulsione alla conformità costa molto cara: non bisogna essere esperti in matematica per capire che il rapporto qualità/ prezzo è più che mai sconveniente. A volte mi chiedo se la mutazione, l’aberrazione che caratterizzava il conformista del grande schermo (l’Alleniano Sig. Zelig) non si sia evoluta e sia diventata un tratto dominante: qual è lo scopo di spendere tante centinaia di onnipotenti €uro se non quello di mischiarsi allo sciame? Chi non si uniforma al gregge viene costretto con la forza. Nonostante fosse nato nel 4 p.e.V. (preera Volgare) l’ispanico Seneca aveva già capito quanto vano sia l’uso della violenza per raggiungere i propri scopi: “È tutto qui quel punto che viene diviso col ferro e col fuoco fra tante popolazioni? Oh, quanto ridicoli sono i confini posti dagli uomini!”. Per quanto vengano dipinte come “difesa della democrazia” (?) o come antiterroristiche, le guerre combattute dai moderni imperi non hanno nulla da invidiare ai bagni di sangue che tanto piacevano agli antichi, solo una cosa è cambiata da allora: riusciamo ad eliminare il nostro prossimo con efficienza molto più letale. E noi non facciamo altro che guardare in HD o in 3D queste moderne jihad senza dire una parola, ma d’altro canto che potremmo mai fare noi? Come i supereroi, anche noi tutti i giorni indossiamo una

maschera per entrare in “quella grande pupazzata” che è la vita: siamo un semplice numero tra quei centomila che ogni giorno, persi nel villaggio globale, dimenticano di assaporare le piccole cose e di ricercare la virtù limitandosi alla ricerca di qualche placebo. Chissà cosa avrebbero potuto dirsi Seneca e Pirandello, che, entrambi armati della satira - o meglio, dell’ironia - cercavano di portare avanti a colpi di penna la crescita morale dell’individuo, evitandogli così la dolorosa e vana ricerca del piacere schiavo del desiderio... No, non intendo dire che il desiderio sia da eliminare del tutto (per fortuna ci è ancora concesso di sognare, per ora): l’unico germe da asportare è quel mellifluo desiderio dettato dalla moda, conservando invece il genuino impulso suggerito dal proprio Io. E’ fin troppo facile in quest’era moderna ottenere un giocattolo, ci basta piangere un po’: dov’ è finita la “lotta” per la ottenere ciò che ci interessa? Persa per sempre nei meandri di una società del “qui e subito” dove la fatica è solo un pallido ricordo, una remora che ogni tanto si riaffaccia alle nostre menti, sbiadita come une vecchio film… Guardando alle nostre spalle, che vita abbiamo vissuto? Una vita in cui siamo stati imboccati dalla società fino alla pensione, per poi concluderla stramaledendo le donne, il tempo ed il governo. “Una vita vissuta con pienezza non è difficile da lasciare”, queste alcune delle ultime parole di Seneca. Se ogni giorno la vita è stata assaporata con pienezza, senza fare cose eclatanti o volersi divertire per forza (attività che sono tra le priorità della nostra generazione) ma magari leggendo un libro, ascoltando una poesia, discutendo con un amico su quel vecchio film d’autore visto la notte prima, se si è riusci-

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ti in un obbiettivo così alto eppure così semplice, allora a che serve l’eternità? La vita è piuttosto come gli onori, gli affetti: uno di quei beni che il saggio deve essere pronto a restituire quando la sorte li chiede indietro. Sperando di non avervi annoiato, concludo dicendo che anche se definirete il mio stile “arena sine calce” (sabbia senza calce), come disse il malevolo Caligola a Seneca riguardo alla sua forma poco elaborata e ricercata, troverò consolazione nella sua risposta: il filosofo deve badare solo alla sostanza e non alle parole, giustificate solo se, in virtù della loro efficacia espressiva, contribuiscono a fissare nella memoria e nello spirito un precetto o una norma morale. Non ritengo di essere portavoce di un così elevato fine, ma spero, idealisticamente, che le mie parole non siano state soltanto una muta parentesi nel silenzio. Don Chisciotte


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Necrologi

Pasolini è vivo (e lotta insieme a noi!)

Un umile ditirambo per cantare le lodi di un grandissimo Dio(niso)

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iao ragazzi, sono Piero Pino Piasallo, e sono studente come voi. Studio teologia, e ultimamente l’oggetto dei miei studi è stato Pier Paolo Pasolini. Un Dio? Quasi! Pasolini è nato nel ’22 (anno della marcia su Roma, l’anno in cui sono morte le istituzioni liberali e in cui è nata un’istituzione di giustizia e libertà: Lui) e morto nel 1975. E’ stato un capace scrittore, poeta e regista. Pier Paolo Pasolini è una terra di lavoro eterogenea, perché vettore di molti spunti, ma uniformemente fangosa e umida perché è alto il rischio di sprofondarci dentro e, se vi ci si sguazza a lungo, senza mai uscirne. Voglio dire… la sua arte è, o meglio per me, è stata una circe ammaliatrice, capace di tentarmi su più fronti: 1. cullandomi con le poesie scritte e fatte vibrare dalle sue stesse dolci corde; 2. illuminandomi con le sue analisi in grado di sviscerare i nodi della società del suo tempo, che si presentano oggi in groppi ancor più nodosi; 3. donandomi la ferrea logica dei suoi ragionamenti storici e politici, bramosi di verità e giustizia; 4. e soprattutto squassandomi l’animo con le sue produzioni cinematografiche: riprese zampillanti di classiche ed epiche citazioni appartenenti al repertorio della cultura universale. Immagini, dialoghi e scene sono tanto provocatorie e scandalose quanto “alleggerenti”, liberatorie e apotropaiche contro il gretto moralismo, più o meno accentuato, di ogni spettatore. Potremmo riassumere il suo “io artistico” con questa frase ad effetto: se la donna è arte allora Pasolini era poligamo. L’ha palpata ed assaggiata in tutte le sue forme...l’arte. La sostanza con cui Pasolini droga la coscienza è la sua capacità di esprimere concetti complessi con una semplicità non scontata. Viviseziona l’essere umano alla ricerca di istinti e manie che tanti altri potrebbero spiegare solo con un trattato di antropologia. Vi apporto un esempio di un’illuminante analisi di Pasolini sul generico comportamento se-

rioso dell’uomo: “La serietà è la qualità di coloro che non ne hanno altre! Come ci si può vantare della propria serietà? Seri bisogna esserlo, non dirlo, e magari neanche sembrarlo! Seri o si è o non si è: quando la serietà viene enunciata diventa ricatto e terrorismo! “. Ancora, su come egli si poneva dinnanzi al mistero della vita: “Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile.”.

Dobbiamo ora tralasciare gli scopi edonistici della sua opera per approdare all’analisi del suo impegno civile di intellettuale che, nonostante compenetri con gli artifici e le forme (in lui poco marcati) dell’arte, è sempre limpido, chiaro, esploratore e tremendamente contagioso. Sicuramente, almeno una volta, avrete fatto uso dell’espressione “la meglio gioventù”, coniata da Pasolini, e mai gli avete pagato dazio. Bene, siete ancora in tempo per redimere i vostri debiti: per farlo sarà sufficiente affacciarsi a youtube ed ascoltare la sua voce, sacra, che discorre in una qualsiasi intervista, leggere “Ragazzi di vita”, oppure affrontare la visione del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ispirato al romanzo del fran-

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cese De Sade, da cui sadismo. I più acuti di voi avranno già capito di cosa sommariamente tratta. Altra via di redenzione è quella di informarsi sulla sua morte, e leggere “Io so”, scritto che, ahimè, l’ha condannato ad una persecuzione sfociata nell’omicidio politico, il miglior mezzo per tappare le bocche scomode. Andate a leggere “Io so”, sono venti righe, e comodamente reperibili sul World Wide Web (non spaventatevi: è internet). Perché insisto tanto? Perché per mezzo di quel testo si risponde alle ridondanti ma ricorrenti domande: “dove sono gli intellettuali nella politica? Perché non assumono ruoli attivi? Perché non fanno sentire la loro considerevole voce? Perché non si indignano?”. Leggendo “Io so” si coglie l’instancabile impegno di cittadino attivo di Pasolini, costantemente attento e informato degli eventi, mai distratto dalla buia realtà esteriore dei fatti e sempre in prima linea da “partigiano non violento”, come lui stesso si definiva. I suoi ideali erano indissolubili, erano ideali veri: egli non accettava posizioni di comodo o compromessi alcuni, motivo per cui non lo tollerarono mai in nessun partito, specie nel PCI, in cui le sue idee si potevano specchiare più nitide che altrove. E come tutte le storie che piacciono, anche questa ha un epilogo: infine Pasolini cadde, come corpo morto cade, perché Pasolini era un’ottima ala destra in campo, perché Pasolini era un semplice, perché Pasolini, per usare le sue stesse parole, aveva “una disperata vitalità”, perché Pasolini amava i giovani, perché Pasolini era omosessuale, perché Pasolini quando scriveva poesie era Dante, Coleridge e Pascoli fusi assieme e quando scriveva storie era Cervantes, Dostoevskij e Verga tutti in uno e quando stava dietro la cinepresa era semplicemente lui stesso. Ma il vero epilogo è che egli cadde senza perire: Pasolini non è morto, me lo sono mangiato io, vive dentro le mie viscere. p.p.p.


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Opinioni

Freetime OPINIONI ■ FREESTYLE ■ CUCINA ■ CINEMA ■ MUSICA

Il Potere e la Democrazia

L

a politica non ha una morale ed è giusto così. Gettate la maschera voi moralisti, abbiate il coraggio di dichiararvi per ciò che siete. Non volete accettare che esistano ingiustizie, che chi è al potere lavori unicamente per il proprio interesse, volete cambiare le cose: rassegnatevi. Non potete fare altro che gettare la spugna, perchè la vostra crociata contro l’ingiustizia è destinata a condurre nel più arido dei deserti la vostra armata variopinta di striscioni e bandiere. Comprendo il vostro belante strepitìo, e lo derido. Il Potere è eterno, ed eterna è l’Ingiustizia. Il sopruso è multiforme, chimerico, è un’Idra immortale: ne tagliate una testa e ne spuntano due. Rovesciate l’Ancien Regime e sorgerà il Terrore, rivoluzionate l’affamante Capitalismo e dalle sue ceneri nascerà la Dittatura del Proletariato. La Democrazia non è altro che una delle tante manifestazioni del Potere, la più sublime. In Democrazia l’Ingiustizia si traveste di Giustizia, si finge impaurita, schiacciata da una gabbia di regole, annichilita: essa in realtà vive il suo più grande trionfo, ride delle vostre bocche impastate della parola Libertà. La vostra Libertà si esercita ogni pochi anni ed è quella di scegliervi i padroni. Più voi oppressi vi avvicinate alla Verità, più siete consapevoli della vera natura del Potere, più infelici e frustrate saranno le vostre esistenze. Meglio un vita ignara, beata, che la miseria sua non sa, piuttosto che una conscia della reale situazione, ma illusa da un ideale, sfiancata da donchisciottesche avventure contro un evanescente fantasma. Ancor più tristo è colui

che ha compreso appieno il meccanismo del Potere - e quindi la sua inafferrabilità e fluida inamovibilità - e che, sordo alle sirene degli ideali, non può far altro che accettare la sua tragica situazione. Siete orgogliosi servi, superbe pedine che non comprendono di essere agite, raggirate e rese perenne oggetto di scherno. Vi imploro: votate, gridate, strepitate, fate sentire la vostra voce, giacchè la vostra boria vi rende ancora più ridicoli. La Democrazia è per questo il più perfetto degli scherzi, la

più alta delle dissimulazioni: il Potere si nega concedendosi e l’Ingiustizia si afferma negandosi. É duro accettare che il Potere vi opprime ora e vi opprimerà in eterno, attraverso molteplici vie. Glorificate dunque la vostra forma di schiavitù, tanto benevola da illudervi. Come vi sentite, ora, voi democratici, adesso che oltre che sfruttati siete anche perennemente presi per il culo? Apotropaico Zuzzurellone

Le notizie di cui non potete fare a meno “La Fogar: Simona Ventura non mi sopporta”. Novella 2000 “Sono sempre rimasto a debita distanza dalla politica”. Biagio Antonacci “Che cosa sono gli amanti se non un grande gioco erotico?” Maurizio Costanzo “Pisapia non è un uomo moderato”. Letizia Moratti “La mia vita l’ho passata a fare distinzioni”. Francesco Alberoni “Paparo batte Cacciatore nella gara degli asparagi , il budino dell’assessore provinciale al lavoro la spunta sul petto di faraona farcito del vicesindaco”. Libertà “Laerte Pappalardo ritrova l’amore”. Novella 2000 10


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Freestyle

Il grande computer sociale A nche se uno non ne é sempre consapevole, tutti in qualche modo siamo e pensiamo come dei software programmati. Durante la nostra esistenza apprendiamo dagli altri simili l’arte di come fare e di come pensare per specializzarci in un determinato campo. Entriamo a far parte di questo mondo non appena iniziamo a frequentare la scuola. È un periodo in cui si imparano ad usare e a sfruttare un insieme di algoritmi, di regole e di istruzioni (tre pilastri informatici) per non rompere l’equilibrio di questa macchina sociale in cui viviamo. Se qualcuno dei software non rispet-

ta i tre pilastri informatici, esso, automaticamente, manda alla motherboard (scheda madre) dei piccoli errori che col tempo, se persistono e vengonoimitati anche da altri, possono portare minacce come malware, virus … che, se non riparati in tempo, possono creare a loro volta troyan i quali provocano black-out totale del sistema sociale. Quindi, per riparare il problema, subentra la rete sociale insieme a un’entità autonoma chiamata BIOS, che rappresenta l’ordine del sistema sociale. Che cosa fanno con il software caduto in errore e che non rispetta più i pilastri informatici? Lo disintegra-

no completamente dal sistema centrale. Una volta che lo hanno fatto, ne subentra un altro al posto suo. La stessa cosa accade anche al software che comincia a non funzionare a dovere. Questi due componenti hanno il compito di mantenere l’ordine all’interno del sistema, cioè se qualcosa va storto o non viene fatto rispettare secondo le norme informatiche. E la domanda che mi pongo è: se diciamo e affermiamo che non siamo delle macchine, allora qual è la differenza tra noi e loro?

Il corpo ritrovato L’uomo si risvegliò in quelle imperfette membra mortali assaporando per lunghi attimi la sua ritrovata fisicità. Quanto era ridicolo quell’esile corpo molle, così privo di alcun strumento di offesa; pareva quasi un insulto alla selezione darwiniana. Subito un senso di irrequietudine si impadronì di lui: come era possibile che per centinaia di migliaia di anni l’uomo fosse vissuto prigioniero di quella infernale trappola materiale? Così predisposto all’astrazione, era inevitabile che la scissione corpo-mente sarebbe stata raggiunta, in un lontanissimo futuro. Capiva ora le elucubrazioni dei suoi antenati, capiva la necessità di percepire quel tanto agognatoassoluto che era stato frustrazione di poeti e filosofi, capiva come fosse indispensabile un’infinita ricerca che non avrebbe mai portato a nulla. Di cosa mai si era privata l’umanità. Urlò avendo bocca per farlo. L.F. 11

Aleksandra Rega (Ola)


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Cucina

Lunga vita al kebab! Viaggio intestinale alla scoperta del Döner perfetto

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pesso, camminando per le vie della città, ci si imbatte in un soave ed intenso profumo che distoglie dai nostri pensieri per condurci, per un attimo, all’estasi dei sensi. Questo delizioso effluvio è, ebbene sì, odor di kebab (o kebap, alla turca). Trattasi in effetti di una pietanza dalle origini incerte (si dice che sia nato come cibo da consumare rapidamente durante le battaglie…), che dopo aver raggiunto un’incredibile varietà di preparazioni nel mondo arabo è stata poi “esportata” in Occidente dagli immigrati. In particolare, nei paesi europei (e quindi anche a Piacenza), ha spopolato la versione del “döner kebab” (kebab che gira): un panino arabo stracolmo di carne rosolata verticalmente, con all’interno verdure, salse e porcherie varie a nostro piacimento. Trattandosi di un piatto tipico musulmano la carne non contiene maiale ma agnello, manzo o tacchino, mischiati nel classico “rotolone” cotto allo spiedo; il sapore viene però esaltato dalle straordinarie spezie (menta, peperoncino, cannella, coriandolo…), dalla freschezza delle verdure e dalle poco ortodosse ma sfiziosissime patatine fritte, conferendo a questa prelibatezza un gusto unico ed appagante. Il kebab, inoltre, è un piatto popolare, interculturale ed interreligioso: gustarsi un bel panino (3,50 € con mastercard) conversando con persone di ogni colore, seduti comodamente in un localino di via Roma, vi farà sentire in pace col mondo e dimenticare qualsiasi paranoia xenofoba o para-leghista. Insomma, un piatto che mette d’accordo tutti, o quasi. E’infatti recente la notizia di un consigliere regionale piacentino, Stefano Cavalli (indovinate di quale partito…), che avrebbe avanzato la proposta di “limitare la proliferazione di negozi e locali etnici nel centro città, per incentivare le attività tradizionali”. In pratica si vuol dire basta, come in molte altre città

del nord Italia, ai ristoranti etnici e alla ricchezza che portano nella nostra società. Lasciamo a voi le considerazioni relative a una simile proposta: a noi però piace pensare ad una città dove la diversità di sapori e di saperi sia vista come una potenzialità, e non come un male. Insomma, ma perché i pisarei e fasö dovrebbero essere incompatibili con un bel döner?

Ed ora…vi guideremo in un fantastico bad trip per i migliori kebabbari di Piacenza, alla scoperta del Döner perfetto! Buon appetito, e preparate massicce dosi di digestivo! Imperator: situato in pieno centro, in Corso Vittorio Emanuele, questo ampio locale turco è molto apprezzato dagli immigrati ma soprattutto dai tanti passanti affamati. Malgrado la felice location, però, il panino non supera la prova-assaggio: la carne è piuttosto insipida, le patatine spesso assumono una consistenza gommosa e l’abbondante utilizzo di ketchup copre il sapore delle altre salse. Comunque sia il posto è ampio e piacevole, ed è assai comoda la promozione “il decimo panino è gratis”! Voto: 6-Alì Baba: quando si parla di kebab è difficile non menzionare questo storico locale di via Roma. Fin da subito apprezzato da torme di estimatori, il locale è sempre affollato di pellegrini provenienti da ogni dove, alla ricerca del fantastico panino di Alì. Una volta entrati in questo angusto locale sarete forse disorientati dall’elevata umidità e dai miasmi provenienti dalla carne allo spiedo, però ne sarà valsa la pena: la carne marinata alle spezie è qualcosa di sensazionale, così come la freschezza della salsa yogurt e le croccanti patatine. Da non sottovalutare tra l’altro la vicinanza con i bellissimi Giardini Merluzzo, vero locus amoenus della nostra città, per quanto dimenticato. Unico neo: pare che il locale abbia recentemente cambiato gestione, e in effetti da qualche tempo i panini non sono più così divini… Quello che di certo non è cambiato, comunque, è la serafica calma dei kebabbari: potrete anche puntargli una pistola alla tempia, ma ci metteranno lo stesso dieci minuti per farvi un döner. Amen. Voto: 8+ Pak: questo bel ristorante indiano, di recente apertura, offre anche un chiosco per kebab dove potrete saziare il vostro appetito. Peculiarità del Pak è infatti la grandezza immane del panino, che vi costringerà alla slogatura della mascella nel vano tentativo di addentarlo senza sbrodolarvi. Oltre a questo gli ingredienti sono veramente standard (quindi buoni) e il vero punto di forza del locale consiste nella possibilità di sedersi al ristorante, o ancora meglio nei limitrofi giardini Merluzzo,Chiedete sempre di non mettervi il ketchup e la maionese nel panino: rovina il sapore. Voto: 7+

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Cucina

Bella Vista Istanbul 2: Entrando dalla porta a vetri di via Legnano 3 si viene investiti da un’ondata di caldo fritto e cotto che è a dir poco un monito a non entrare. Ma superato questo illusorio avvertimento, all’interno si può godere di un ragionevole spazio, ben arredato e con un suggestivo sfondo arancione. Veniamo al sodo: la carne che ti propinano è, a detta del kebabbaro stesso, per l’ 80% vitello e per il 20% tacchino. Si noti che il tacchino deve essere necessariamente femmina, la cui carne è più tenera rispetto a quella del maschio, e, quindi, nemica del dentista. Ho notato poi che nel condire abbondano con l’insalata, non una malvagia notizia per i più erbivori di voi. Diversamente prediligono spremere le salse centellinandole per bene, per evitare che il gusto della carne venga interamente censurato da maionese, ketchup e salsa piccante, come potrebbe invece avvenire altrove. Passiamo alle note dolenti: è sconcertante la flemma con cui sono stato servito l’ultima volta, e la conseguente snervante attesa della quale riporto ancora le ferite, procuratemi dai morsi della fame. Non è quindi consigliato recarvisi se le intenzioni sono quelle di un pasto“fast food”: in via Legnano 3 nulla è fast.Tutto sommato il panino è saporito e digeribile, pregio raro per un kebab, e in più (si sa) la lunga attesa conferisce maggior godimento all’epilogo ricercato. Bella vista Istanbul 2 offre anche la pizza e la piadina, che consiglio vivamente: non è una vera e propria piadina bensì un pane sottile, poco cotto, che sul piano culinario somiglia alla piadina come Kate Middleton rassomiglia nell’aspetto a Lady D. Ma questo locale necessita anche di una nota di merito ecologico; infatti presenta nei pressi dell’entrata ben 4 distinti bidoncini, adibiti alla raccolta differenziata di lattine, vetro, plastica e carta. Grazie a questo espediente ambientalista il locale riacquista tutti i punti credito precedentemente persi per via del nauseabondo odore e della preparazione a lentezza infinita. Voto: 6 Miss Istanbul: Locato ai margini della grande rotonda di via Dante sta, nel suo angolino, Miss Istanbul, che non è una modella turca ma un locale di ristorazione, o ancor meglio… un kebabbaro. L’ambiente interno non è per niente ampio e sono giustapposti ai muri alcuni sgabelli sui quali, impiccato come su un patibolo, puoi tentare di azzannare quel bisogno primario che è il Kebap. Interno non troppo arredato e alquanto caldo. Il mio occhio vigile non si è lasciato sfuggire però l’incombente presenza di un condizionatore appeso al muro. Mentre ci mangiavo, recentemente, stava lì, spento, ed io lo guardavo come l’illusione di un oasi nel deserto. Immagino, comunque, che quando la temperatura si farà più drastica quel condizionatore potrà rappresentare una salvezza per i molti di voi che andranno ad assaggiare il kebap di Miss Istanbul! Il panino è molto saporito e gustoso, con un pizzico di esagerazione nel ketchup che gli dona un gusto accattivante ma al contempo gli conferisce un’aura di porcata americana. Sì, una mezza porcata, ma per ciò stesso, e quasi per antonomasia, buona. Una lieve pecca è la loro rinuncia all’abbondanza: infatti, per tutte le mie più recenti visite ho dovuto notare che il contenuto, a partire dalla carne, è più scarso rispetto agli altri colleghi sparsi nel territorio del Comune. D’altro canto, degna di lode è la loro rapidità d’esecuzione, quasi sbalorditiva sul momento. Ma ragionandoci a freddo si può seguire la pista di pensiero per cui si collega la scarsezza di materia prima con il tempo necessario a prepararla e servirla. Se ad Achille chiedo di raccogliermi cento mele e alla tartaruga di procurarne due, è logico che si presenti per prima la tartaruga. Essendoci meno contenuto poi, il panino-Kebap risulta essere ergonomico, il che è una vera peculiarità. Voto: 6,5 Bella Africa 2: Sito in via Colombo, offre il migliore kebap di Piacenza, almeno ad avviso di uno dei più esperti mangiatori d’agnello, che non lascia nulla d’incompiuto alle papille gustative. Il locale è relativamente pulito e organizzato: vi sono una capiente cappa adibita ad espellere il tossico e nauseabondo fluido di fritto, carne, bruciato, cipolla ecc…. ed è presente una macchina “sputa-biglietti” utile a razionalizzare le code degli affamati. Infatti il locale si riempie sensibilmente, specie durante la pausa-pranzo. Ma parliamo della sostanza: il panino è orrendamente squisito, a cominciare dal pane (di produzione propria), croccante e di ottimo sapore, per arrivare al forte gusto della carne e all’equilibrata miscela di salse e condimenti. In questo locale viene effettuata la vendita diretta del solo pane, a prezzi quasi da iperstore. Ma soprattutto non manca al “Bella Africa 2” la particolarità, il tocco d’artista che rende la sua offerta unica a Piacenza: l’aggiunta di verdure grigliate al panino, oltre ai più classici ingredienti per farcitura. Questo comporta un incremento del prezzo a 4,50 €, ma ne vale davvero la pena.E siccome anche l’occhio vuole la sua parte, se doveste capitare al Bella Africa vi consiglio di porre l’attenzione sull’accattivante scultura in bassorilievo, ricavata da incognito materiale nero, raffigurante donne avvolte nei loro burqa. Voto: 9 Johnny e Kant-astorie

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Cinema

CONCORTO FILM FESTIVAL

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scrizioni chiuse e lavoro serrato dei selezionatori per la decima edizione di Concorto Film Festival, che anche quest’anno si terrà alla fine di Agosto (2027) nel parco di Villa Raggio a Pontenure. Come tutti i decennali, anche questo segna un momento importante per l’associazione e - sicuramente - anche per la provincia di Piacenza, che ha l’occasione di ospitare un’iniziativa che ha acquisito sempre maggior credito sul panorama cinematografico nazionale e internazionale. Proprio la dimensione internazionale costituisce uno dei punti di forza di Concorto, evidentemente in grado di catalizzare l’attenzione di numerosi cineasti in giro per il mondo. La sempre più folta presenza di opere straniere è ben riscontrabile nell’elenco dei premiati delle varie edizioni, egemonizzato, nei primi anni, da autori italiani e ora sempre più aperto a registi di altri paesi. A riprova del respiro internazionale della manifestazione, anche quest’anno Concorto accende le luci sulla cinematografia di un paese straniero. Ad Agosto toccherà al Quebec, regione francofona del Canada, mentre nelle edizioni precedenti era stata la volta di Polonia e Israele. Nonostante l’acquisita dimensione internazionale Concorto non trascura la cortografia di fiction italiana, alla quale è dedicata un’intera sezione dei film proiettati. Ad essa si accompagneranno altre cinque sezioni: “World Stories” (fiction estera), DocZone (documentari), CortoGrafia (animazione), Esplora (corti sperimentali) e Concortissimo (film inferiori ai cinque minuti). Alla ricca offerta cinematografica si affianca, come per l’edizione dello scorso anno, la collaborazione con il

Piacenza Jazz Club, che offre all’iniziativa il proprio contributo musicale. E proprio alla musica è dedicata l’ultima sezione dei corti in concorso: “JazzClub”. Ad assegnare i premi saranno Giurie di diversa composizione: da quella dei più piccoli, impegnata a premiare il più meritevole tra i corti d’animazione per bambini, a quella dei giovani delle scuole superiori.

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Alla più meritevole delle opere presentate andrà, infine, l’Asino d’Oro, assegnato dalla Giuria principale, che nel 2008 benedisse il successo de “La maison des petit cubes” di Kunio Kato, aggiudicatosi, dopo la vittoria a Concorto, anche l’Oscar per il miglior cortometraggio d’animazione. Un’ulteriore dimostrazione della levatura di un festival in costante crescita. Il Solista


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Musica

CapaRezza, l’eretico che non smette di sognare Nuovo disco per il rapper di Molfetta Eretico - dal greco: “colui che fa una scelta”

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rmai erano tre anni dall’ultimo disco pubblicato (Le dimensioni del mio caos - 2008) , ed ecco che finalmente viene partorito “Il Sogno Eretico”, nuovo album di Caparezza. Quindici brani inediti, più l’introduzione del Nessun Dorma interpretata da Beniamino Gig, quindici pezzi che si scagliano contro l’ipocrisia che regna nel mondo della sua professione e non. La sua pungente satira tocca e demolisce un po’ tutti, passando da argomenti di genere storico ad altri di ambito sociale, mediatico e politico. Discografici, fan, gli stessi artisti, la televisione trash, il Presidente del Consiglio, il moralismo, l’intolleranza, e la politica italiana: niente e nessuno è al riparo dall’ironia del rapper pugliese. Abilmente assortiti anche secondo un ordine logico (per quanto la logica possa coniugarsi con CapaRezza…), i brani del successore del disco d’oro Le dimensioni del mio caos sono ciascuno un discorso/riflessione/invettiva/storia a sé stante: Non siete Stato voi, dove i riferimenti sono tutto fuorché casuali o velati (“Non siete Stato voi che parlate di libertà come si parla di

una notte brava dentro i lupanari/Non siete Stato voi che trascinate la nazione dentro il buio ma vi divertite a fare i luminari”), che fa da scia a Legalize the Premier (“Sono un presidente in erba ma me ne fotto della maria perché io lotto ma per la mia legalizzazione”), pezzo per il quale si avvale della collaborazione di Alborosie. L’intento che emerge, tra i tanti, è quello di chiarire che l’ipocrisia e le moine sono qualcosa che non gli appartengono: in Legalize the Premier Caparezza non lo cita mai esplicitamente, ma ci lascia ben capire chi è il suo bersaglio. La sua riflessione, seppur satirica, è una denuncia tutt’altro che superficiale; infatti durante la presentazione del suo disco egli ha spiegato: ”Oltre che sul Premier attuale, questa canzone è anche sui Premier che verranno: temo che, una volta attivati e istituzionalizzati certi meccanismi, tutti sapranno che se ne possono approfittare e che lo possono fare alla luce del sole”. Inoltre afferma che i brani sono stati composti prima dell’estate scorsa e di tutti gli scandali politici che hanno monopolizzato i giornali e le tv italiane.

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Il Dito Medio di Galilei invita ad una riflessione autodiegetica dove il rapper si serve di una immaginaria vendetta del fisico del 1600 per lanciare un segnale di pericolo per la libertà di tutti noi, esprimendo la preoccupazione che forse siamo già tutti sottomessi a un potere invisibile. Mentre Cose che non Capisco è la mazza con cui Michele Salvemini (vero nome di Caparezza) colpisce lo spessore culturale “a tappodi-bottiglietta-d’acqua” di un certo tipo di televisione. Riguardo al titolo dell’album egli dice: “Ho voluto rendere omaggio a tre celebri eretici finiti al rogo. Quello a cui sono più affezionato è Giordano Bruno, il più intellettuale, Savonarola mi assomiglia di meno ed è più moralista e Giovanna D’Arco troppo scriteriata”. “Il sogno eretico” è un saggio di grande brillantezza e di acuta originalità nella scrittura, la quale è fresca, diretta, semplice ma dotta: una satira ideale per questi tempi, visto l’elevatissimo grado di comunicatività, in grado di arrivare a tutte le fasce di età. Lo stile musicale è sempre il solito, e, per quanto ricco di influenze hip hop, rock, pop e folk, resta pur sempre rap. Queste contaminazioni lo rendono molto particolare e forse anche sgradevole per chi preferisce il rap “nudo e crudo”, ma è proprio questo, insieme ad altri elementi, a costituire l’eresia musicale di CapaRezza. Che, gradita o no, ci obbliga ad ascoltarlo per poter esprimere un’opinione su di lui e sul suo fare arte in maniera sincera. LuisCapulet


La Marmaglia n.8  

Il nostro secondo numero ufficiale!

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