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sta iniziale esigenza pubblica ha poi prodotto testimonianze e operazioni di alto livello sono accadute e sono tutt’oggi visibili in città come Torino, Bologna, Roma, Campobasso (solo per citarne alcune). Ma l’ultima tendenza non premia la ricerca, la volontà curatoriale, le scelte artistiche operanti con forza in questo panorama urbano sempre più allargato; accade invece una sorta di speculazione estetica che mira a “buttare” sempre più colore sulle facciate senza argomentare, ricercare, operare scientificamente in un ambito così ampio quale è quello dell’arte urbana. C’è inoltre da aggiungere che improvvisamente gli autori “muralisti” sono esplosi numericamente quasi a dire che basta essere in grado di dipingere per potere realizzare un’impresa di tale portata. Si tiene ovviamente ferma la posizione che l’operatore culturale attuale sia in grado di “piegare” i dispositivi a proprio piacimento ed esigenza, sottolineando con forza quanto voluto dalle Avanguardie del Novecento; ciò nonostante l’intervento in esterno non è direttamente proporzionale alla dimensione.

agendo solo sulla dimensione, sull’impatto visivo e sull’apparente attività partecipativa produce, ora più che mai, una serie di precedenti reattivi solo alla crescita di questa grande Avanguardia. Il rischio quindi potrebbe essere che nell’intento (così come accadde per il Writing istituzionalizzato nella prima metà degli anni Ottanta) di supportare, promuovere, ampliare le discipline si proceda invece a un’operazione contraria nella quale l’arduo lavoro portato avanti in più di dieci anni di lavoro pubblico venga rovinato da una sorta di analfabetismo visivo e culturale di ritorno.

La realtà attuale vede quindi un impoverimento culturale a favore di un arricchimento quantitativo atto a cavalcare “l’onda anomala” del compiacimento visivo, dello spauracchio partecipativo, del progetto trasversale pronto, solo in apparenza, a evidenziare le nuove proposte visive. Tali progetti si intersecano con il territorio, parlano agli abitanti (almeno questo è quello che sembra) ma vengono a mancare caratteristiche fondamentali non solo legate all’arte pubblica (come la riflessione sul site specific o context specific) ma a tutto il processo intenzionale e concettuale presente storicamente all’interno di questa porzione di produzione estetica. Pensare che questi interventi debbano restare nel sottobosco dell’underground estetico o solo a realizzazione di quelle associazioni culturali che operano direttamente sul territorio (e che spesso non hanno nessun rapporto scientifico con gli autori che agiscono da tempo all’interno della disciplina) dichiarerebbe un oltranzismo estetico che la stessa storia dell’arte ha tentato di cancellare; ma, allo stesso modo, ritenere di potere indistintamente operare sul territorio murale 19

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onMAPS is collaborative project developed as a digital magazine focused on public space realized through contributions of artists, architect...

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