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Collettivo Viagiardini


Filippo Giacomo Barozzi Bologna (1987), vive e lavora a Bologna fg.barozzi@gmail.com

The chippy I due consigli più sinceri che si possono ricevere quando ci si avvicina alla pratica dello skateboard sono di non partire mai con l’idea di diventare un professionista, ma di essere onesti con se stessi e divertirsi, e di non dimenticare mai le proprie origini. Da questo presupposto nasce la mia ricerca sul mondo dello skate in Scozia, terra di antiche tradizioni e di guerrieri valorosi, temprati dal tempo inclemente di questa regione. Caratteristiche che si riuniscono ancora una volta nel particolare ambiente dello skateboard. Assumendo gli anni ‘70 come primo momento di diffusione e affermazione di questo sport, la Scozia è tra i paesi non americani ad avere un movimento concreto sin dall’inizio, grazie a ragazzi intraprendenti e coraggiosi. Persone di tutte le età ed estrazione sociale che formano gruppi locali e condividono una grande passione, capace di trasformare un’asse di legno e quattro ruotine in molto più di un giocattolo o un attrezzo: un’emozione da condividere. Il luogo principale della mia ricerca è la città di Edimburgo, dove la comunità di skater è ampia, attiva e si esprime con un estro che trova radici all’interno dello skatepark e non si limita alle evoluzioni sulle rampe. Il titolo del lavoro deriva dello slang locale, identifica il cibo economico e sfizioso del furgoncino sempre parcheggiato davanti allo skatepark di Saughton. Come le patatine fritte, lo skateboard è uno sport low-cost, che una volta cominciato non sazia mai.

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Ilaria Bosso Torino (1988), vive e lavora a Torino bosso.ilaria@gmail.com

Like a virgin Il progetto Like a virgin è un’indagine sull’identità di un luogo. La relatività del reale è affrontata con una modalità decostruttiva che ricorre a bipolarismi per spiegarne l’ambigua natura. Emerge così un ritratto in equilibrio tra dimensioni sacre e profane, tra trasgressione e legalità, tra il bene e il male. Se di giorno, infatti, questo piccolo parco è il luogo di una presunta apparizione della Vergine Maria, di notte esso diventa battuage e sito di spaccio. Per rappresentare questa dicotomia, sono stati raccolti alcuni oggetti dal sito, siano essi resti di esperienze o materiale fotografico preesistente. Tale metodo, mutuato dall’ambito antropologico, ha prodotto un archivio di reperti successivamente selezionati, organizzati e confrontati. L’esito di questa ricerca dà forma ad un allestimento in cui tutto si mescola: i linguaggi, le immagini e i significati che gli oggetti presentati veicolano. Ne risulta un ritratto in cui i termini “dissolutezza” e “trascendenza” perdono di efficacia poiché sembrano costituire i due poli di un ambito ugualmente temibile.

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Sara Cavallini Carpi (1989), vive e lavora a Carpi www.saracavallini.com

Thinking Nature Thinking Nature è una ricerca incentrata sul rapporto fra uomo e natura e sugli spazi in cui quest’ultima si manifesta. Serre e giardini botanici diventano sintesi del complicato rapporto fra la volontà progettuale dell’uomo e la spontaneità della natura; luoghi sospesi simili ad un set cinematografico all’interno dei quali lo spettatore meravigliato si immerge in una inaspettata wilderness artificiale. In questi ambienti che mettono in scena lo spettacolo di una natura tanto lussureggiante quanto ornamentale, al fascino di una vegetazione informe, paurosa, obbediente soltanto alle sue leggi interne, viene affiancata l’immagine di una natura progettata e addomesticata dando vita ad una sorta di scenografia esotica. Lo stupore che travolge il visitatore si trasforma in una sensazione di familiarità antica nei confronti di una natura intesa come elemento che possiede in sè le speranze e le angosce del tempo e come condizione ideale ed originaria di assenza di conflitto, semplicità e bellezza. Questi spazi infatti, oltre ad essere luoghi fisici, sono luoghi psicologici all’interno dei quali emerge l’irrisolta tensione tra cultura e natura, in bilico fra una spettacolarità puramente artificiale e una sensazione di nostalgia e meraviglia di fronte alla bellezza primitiva di un paradiso perduto.

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Emmanuele Coltellacci Vignola (1982), vive e lavora a Modena ecoltex@yahoo.it

Caves La grotta è un luogo dove l’oscurità arriva a raggiungere la perfezione. Al suo interno si vive una sensazione di stallo temporale e sensoriale: la temperatura è stabile durante tutto l’anno, il buio e il silenzio sono avvolgenti e trasmettono, inizialmente, un senso di smarrimento. Un insieme di condizioni che, se rispettate e valorizzate, aprono all’ascolto dell’irregolare gocciolio dell’acqua, protagonista di questi habitat, e all’osservazione lenta, rispettosa, di un tempo proprio della geologia. Contrapposta all’oscurità, la luce rivela la forma ed è sorgente del colore. Un contrasto che scatena il piacere del vedere e la sensazione di andare oltre la vista attraverso l’emozione in precedenza indotta dal nero, l’ignoto, qualcosa di non definito che lascia spazio alla fantasia e all’immaginazione. Quali fatti e scenari si aprono nel fuori campo della porzione di paesaggio ritratta? La luce che entra, rivelando dettagli e materia, accompagna in un percorso all’interno del corpo cavernoso facendoci sentire presenza nello spazio. Una volta assimilata la luce, la mancanza di particolari all’interno della cavità trasforma il nero in una cornice. Questa ricerca è una iniziale riflessione sul gesto dell’osservare. Lo sguardo conteso tra luce e buio diventa metafora di un’abitudine umana ad una relazione col mondo. Un mondo che può sorprendere, rassicurare oppure spaventare e allontanare.

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Chiara Corica Foligno (1977), vive e lavora a Foligno c.corica@gmail.com

Comunicazione di servizio Un semestre di avvisi di interruzione della circolazione ferroviaria causati da suicidi. Una fotografia, un telo ancorato a terra , copre elementi fragili, li sottrae alle ingiurie del tempo, ne difende le forme e rallenta gli impatti. E’ disagio. Un viaggio si interrompe su un altro. Il nostro. Il processo di produzione degli avvisi di circolazione in questa nuova forma genera smarrimento e incomprensione. La scelta di utilizzare il supporto plastico, plexiglas, diventa parte integrante del progetto: il materiale inorganico diviene veicolo dell’incapacità di distinguere e comprendere ciò che accade intorno, congelando la realtà in una plastica indifferenza. L’inconscio costruisce difese quando è posto di fronte ad eventi tragici, metaforicamente gli avvisi sottratti dalle finalità comunicative originarie e posti di fronte all’immagine di copertura creano il processo stesso di rimozione di fronte all’angoscia quotidiana. L’azione di protezione e conservazione di ciò che è intatto, seppur deperibile, diviene gesto antico di misericordia: seppellire i defunti. La sospensione e il telo offrono la soglia del pudore, del rispetto, sinonimo della compassione e della capacità di fermarsi.

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Daniele De Vitis Lecce (1986), vive e lavora a Bologna www.danieledevitis.com

“Mare, iti e fusci, taverna, iti e trasi” Mare, iti e fusci, taverna, iti e trasi è un proverbio salentino che si pronuncia come buon consiglio all’uomo che vuole vivere felice e a lungo. Quando vedi il mare cerca di allontanarti, nella taverna entra al sicuro. Un ossimoro che accomuna l’istinto di sopravvivenza e la tendenza umana, animale e naturale di trovare un luogo sicuro in cui costruire un rifugio. Un connubio che non è il prodotto dell’inerzia, bensì il risultato di antagonismi uguali e potenti, di infinite attività e quiete infinita. Un connubio che prende vita in circostanze precarie dove si concentrano vissuti altrettanto labili, a cadenza emozionale. La scelta delle immagini per questo progetto è data dalla percezione di energia mistica concentrata nel luogo, a metà tra l’abbandono e la rinascita. Il libro è così diviso in due parti per sottolineare le due azioni legate alla condizione di sopravvivenza: fusci (corri) e trasi (entra al riparo).

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Elisa Franceschi Vicenza (1987), vive e lavora a Vicenza www.elisafranceschi.com

Children’s places. Places for children Il mio lavoro esplora il modo in cui bambini e preadolescenti si relazionano ai luoghi che li circondano. I bambini crescono nelle strutture dell’adulto e la loro capacità di creare degli spazi per sé dipende da queste. Esistono luoghi deputati ai bambini ma anche altri luoghi, informali, spesso non noti agli adulti, propri dei bambini. Se i primi sono importanti per i bambini oltre che significativi del modo in cui l’adulto concepisce l’infanzia nella società, i secondi raccontano l’esperienza più diretta e profonda che viene fatta dei luoghi. In entrambi i casi il modo in cui i bambini fanno esperienza di un luogo è molto diversa rispetto a quella dell’adulto: se nell’età adulta si utilizza principalmente la logica e la razionalità per capire il mondo circostante, per il bambino si tratta, invece, di una profonda interazione fisica. I bambini permettono al loro corpo di esplorare lo spazio con lo scopo di capirlo e conoscerlo, e il modo privilegiato per farlo è giocando. L’attività del gioco viene così estesa a luoghi che non sono stati creati appositamente per questo e si combina alle strutture dell’adulto anche quando gli adulti non ne sono consapevoli. Nel valore e nel giudizio estetico che bambini e ragazzi attribuiscono ai luoghi di cui si appropriano dimostrano un’attitudine diversa rispetto a quella dell’adulto: spesso, infatti, più che essere giudicati belli o brutti, questi luoghi diventano sacri. Individuare questi spazi e osservare il modo dei bambini di relazionarsi all’ambiente è così un’occasione per guardare a luoghi e momenti altrimenti poco considerati e il tentativo di osservare il paesaggio da un’ottica diversa rispetto a quella più consueta del mondo adulto.

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Angelo Iannone Piacenza (1982), vive e lavora a Piacenza iannone.angelo@yahoo.it

Dentro siamo bui La serie nasce dall’osservazione di una relazione fondamentale per l’uomo, quella con la luce. Il percorso visivo è affrontato cercando di offrire semplici punti di osservazione, nel tentativo di portare lo spettatore all’interno della relazione uomo-luce senza indicare una soluzione univoca ne’ porre degli interrogativi. Si è scelto di declinare l’utilizzo di questa risorsa in luoghi dove la luce è fonte di vita, dove è sfruttata con specifici scopi e dove apporta, con la sua presenza, cambiamenti. Il risultato è una fotografia che “necessita” della luce, vincolata alla luce come i luoghi indagati. Il titolo di questo progetto diviene assunto dell’opera stessa, rispecchia la fisicità naturale dello spazio cosmico che è natura buia per antonomasia in relazione alla natura umana, non adatta all’assenza di luce.

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Francesco Mammarella Lanciano (1984), vive e lavora a Bologna francesco.mammarella@gmail.com

Gott mit uns, Dio è con noi Nei giorni compresi tra il ventinove di settembre e il cinque di ottobre del 1944, in provincia di Bologna, in particolare nei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, 770 civili, per lo più donne e bambini, vennero uccisi dai nazi-fascisti nell’ambito di operazioni non legate strettamente ad interventi bellici. All’interno del piccolo cimitero di Casaglia posto sulle pendici di Monte Sole, la mattina del ventinove settembre, dopo essere stati raccolti all’interno delle mura perimetrali, 87 civili, vecchi, donne e bambini, appartenenti a ventotto famiglie differenti, vennero fucilati dalle truppe della 16ª Panzergrenadier-Division Reichsführer SS al comando del maggiore Walter Reder, come rappresaglia per le attività di resistenza operate nella zona dai partigiani della brigata Stella Rossa. In quei terribili giorni d’autunno, sulle pendici dei monti del comune di Marzabotto, si celebrò ancora una volta la solenne preghiera teutonica, Gott mit uns, e la medesima orazione di conforto delle popolazioni inermi: Dio è con noi. Da un lato i carnefici, gonfi d’odio e rabbia, dall’altro una comunità di pastori e contadini, i quali circondati dai calanchi e dai verdi boschi non conobbero mai le conseguenze della guerra, se non nelle sue forme più atroci. In pochi secondi, la sinfonia delle armi tedesche zittì i canti di supplica delle vittime, che da millenni vivevano in quei territori. Un dramma umano sempre antico, ma sempre capace di rinnovarsi, perché ognuno di questi luoghi, ancora oggi, porta con sé due eterni protagonisti: le vittime e i carnefici, i quali pur condividendo la medesima scena, a seconda che si trovino da un lato o dall’altro, appartengano, oppure non più, alla vita terrena. Terminata la guerra, il trentuno ottobre del 1951 il maggiore Reder fu condannato dal tribunale militare di Bologna all’ergastolo da scontare nel carcere di Gaeta 60


dove rimase fino al gennaio del 1985. Il giorno ventisei dello stesso mese, infatti, l’allora governo Craxi decise di scarcerarlo e di rimpatriarlo in Austria con un aereo messo a disposizione dal Governo Italiano. Tornato in Austria, a proposito delle stragi compiute sull’Appennino bolognese, dichiarò “Non ho bisogno di giustificarmi di niente”. Il tredici gennaio 2007 il Tribunale Militare di La Spezia, condanna in contumacia all’ergastolo altri dieci imputati per l’eccidio di Monte Sole: Paul Albers, aiutante maggiore di Walter Reder; Josef Baumann, sergente comandante di plotone; Hubert Bichler, maresciallo delle SS; Max Roithmeier, sergente; Adolf Schneider, maresciallo capo; Max Schneider, sergente; Kurt Spieler, soldato; Heinz Fritz Traeger, sergente; Georg Wache, sergente; Helmut Wulf, sergente.

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Silvia Mangosio Torino (1988), vive e lavora a Torino silvia.mangosio@hotmail.it

Memoriamatic Due anni fa, ho scoperto che mio padre aveva iniziato a catalogare con meticolosa precisione tutte le nostre vecchie diapositive, segnando date e contenuto di ogni foto in due vecchi quaderni. Quando vi ho messo sopra le mani e ho iniziato a leggerli, sono affiorati alla mia mente ricordi che avevo rimosso, e ho dovuto prendere atto del fatto che molte cose che credevo di ricordare perfettamente erano in realtà sbagliate. Un senso di estraniante familiarità è venuto a galla anche nel guardare quelle fotografie che non avevano niente a che fare con me in prima persona, ma che ritraevano mio padre nella sua vita precedente alla mia nascita. La riflessione che ne è scaturita, ha portato alla nascita di Memoriamatic, un progetto installativo che indaga il tema della memoria e si interroga sulla capacità della nostra mente di creare e distruggere la realtà che ci circonda. Usando il mezzo fotografico, che per eccellenza si presta all’ambiguità del “vero” e del “falso”, ho costruito dei falsi ricordi - foto di famiglia rappresentanti il vissuto di una persona, diapositive di eventi che potrebbero essere accaduti o che avremmo voluto fossero accaduti - assecondando la mia necessità di rispondere a una domanda: possiamo plasmare il nostro presente, “ingannando” il cervello attraverso la modifica del passato? La fotografia, attingendo all’immaginario comune dell’album di famiglia e della foto ricordo, diventa la metafora del nostro corredo genetico, sia di ciò che ereditiamo in maniera più o meno conscia, come di quanto possiamo modificare: un accumulo di memorie vere e false, percezioni e avvenimenti, sui quali possiamo operare una manipolazione attiva, duratura e, paradossalmente, “reale”. Le diapositive elaborate si presentano allo spettatore come piccole finestre affacciate sul nostro mondo interiore, nel quale si è invitati ad immergersi per scoprire cosa è vero e cosa no, o per decidere che, in fondo, la questione non ha importanza. E chiunque ripulisca il suo pezzettino di foresta del passato è l’eroe che riscatta il tempo, è il capro che, assumendo su di sé i peccati, disfa il tempo. In questo senso, ciascuno di noi è l’ago della bilancia (James Hillman)

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Simone Mizzotti Crema (1983), vive e lavora a Crema www.simonemizzotti.com

Rifrazioni La serie Rifrazioni nasce dalla necessità di tradurre attraverso le immagini l’assenza di mio padre. Le linee, la luce e le ombre esprimono l’esigenza di ordinare le tracce di una presenza/assenza. L’architettura domestica diventa così lo spazio fisico all’interno del quale è possibile ritrovarle. La struttura geometrica di ogni singola fotografia rappresenta l’uso che ciascuno di noi fa della razionalità per elaborare e capire gli eventi della propria esistenza. Lo studio meticoloso delle inquadrature diventa così un momento di riflessione ove ricondurre alla mente ricordi e momenti di vita. Il concetto di rifrazione specifica la differenza tra il sentimento ancora vivo e le possibilità che un’immagine ha di esprimerlo, proprio come avviene in ottica per la deviazione delle onde luminose. La casa diventa un organismo vivente dove le linee appaiono come simboli e la luce come presenza; il tempo si assume la responsabilità di scandire i ricordi.

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Luca Monaco Lecco (1971), vive e lavora a Modena lucamonaco@olmo900.com

Ribellica Quale nota esprime il coraggio di uomini che hanno affrontato la notte della Storia temendo che dietro ogni ombra si potessero celare camicie nere ma al contempo hanno saputo presagire il futuro nel suono dolce del silenzio? Qual è il luogo naturale della Storia? è nei teatri dei combattimenti? Lungo le linee delle mappe? Incrocia i punti cardinali? è pelle che avvolge i corpi di uomini, cose, alberi, montagne, paesi interi? Oppure riposa nelle nicchie? Compressa. Nel cemento dimenticato di monumenti fatti per ricordare. Qual è il rapporto che l’uomo ha con la Storia? Queste sono le istanze che ho ritrovato percorrendo i sentieri della Repubblica partigiana di Montefiorino. La Repubblica di Montefiorino nasce il 18 giugno del 1944, ha vita breve ma intensa, comprende quattro comuni modenesi (Frassinoro, Polinago, Montefiorino e Prignano) e tre reggiani (Villa Minozzo, Toano e Ligonchio) per un totale di 600 Km2. è fervente laboratorio di democrazia, muore il 31 luglio dello stesso anno. Come una farfalla, lascia prova di bellezza e amore civico per la futura vita democratica dell’intero Paese: Si elegge una giunta amministrativa democratica. Si risolvono problemi di approvvigionamento alimentare. Si riaprono attività manifatturiere. Vengono definiti imposte e tributi relativi al lavoro agricolo. Vengono stabilite le tariffe per i lavori di trebbiatura e i salari per i braccianti. Si inizia a sfruttare una sorgente di gas metano. Si inizia la ricostruzione di ponti di collegamento fatti saltare in operazioni militari. A tutto questo si affianca una politica di assistenza verso le persone più bisognose. Delmo e Angelo hanno combattuto perchè questa farfalla volasse. La loro memoria di uomini liberi è sepolta senza troppa retorica: una cornice di legno, fiori secchi e lumi mai accesi. Quella stessa dignitosa modestia che permise a Renato Giorgi (Angelo) di rifiutare, da vivo, l’oro al valore militare. Il ricordo confonde il solco fra pubblico e privato. Ma esiste poi questo solco? O è in questa definitiva obliterazione che si invera il sacrificio di queste due anime? 76


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Anna Morosini Foligno (1987), vive e lavora a Foligno anna.morosini@gmail.com

Lo spazio del corpo Il corpo è qui indagato non tanto in quanto sostanza, quanto come spazio, forma e contenitore imperfetto dell’interiorità. Volume, o superficie, che vive imprescindibilmente dalla volontà della persona che lo abita. Lo spazio del corpo ha una sua vita propria: muta la sua forma, veicola sensazioni, ha reazioni (visibili e invisibili) conseguenti ad ogni turbamento sia proveniente dall’esterno che dall’interno di esso. è quindi un tramite, un luogo di transizione, un vincolo strettissimo dal quale nessun individuo può liberarsi. Questa “costrizione nel corpo” non è però considerata con accezione univoca: il corpo è sì portatore di dolore e sensazioni negative (non ultima la “claustrofobia” del proprio corpo), ma è anche massimo recettore di piacere, armonia, bellezza formale. Il corpo - il suo spazio - è quindi rappresentato in forma scomposta, nella sua dimensione plastica e immutabile rimandando a un percepibile distacco dalle forme corporee razionalmente definibili, senza trasmettere significati immediati e univoci.

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Carol Sabbadini Bogotá (1985), vive e lavora tra Bologna e Bogotá csabbadini@gmail.com

The Sign of Destiny video, materiale Hd e foundfootage, 30-35’ Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò tutta simile a sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra. Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge, e tutti i monti e le isole furono mossi dal loro posto, ogni uomo si nascose nelle caverne e fra le rupi dei monti... (La Bibbia di Gerusalemme, Apocalisse di Giovanni)

La fine di una storia d’amore, d’improvviso, diventa la scusa per indagare sul destino, sulla fine, un’occasione per strappare all’esperienza quotidiana piccole rivelazioni, piccole illuminazioni, piccole salvezze, piccole apocalissi. L’Apocalisse cela le risposte che la protagonista incalzantemente cerca. Spinta dal desiderio di sapere e di capire, cerca il modo per decifrare e svelare il codice; l’epifania, l’enigma degli eventi divinamente preordinati. Il destino dell’umanità racchiuso in questo passaggio della Bibbia, si trasforma in metafora dell’amore come impulso che ci spinge verso l’ignoto, che ci fa abbandonare la nostra coscienza per affidarci ad un altro. L’imminente fine predetta dai Maya il 21 dicembre 2012, diventa un avvertimento di un fatto improvviso ed inevitabile, l’epilogo dell’amore e la fine della vita. La narrazione si costruisce tramite riflessioni, speculazioni e interviste audio e video ad astrologi, astronomi, predicatori di vari ordini o sette religiose. Il vissuto della protagonista diventa un pretesto per ricordarci fatti come i suicidi di massa di Jonestown, Waco, Heaven’s gate, le diverse predizioni e imminenti catastrofi alle quali andiamo incontro. Una storia che si svolge parallela a un’altra, in esse nulla è già prestabilito ma sono le nostre azioni a determinarne l’esito. La protagonista, la voce narrante, forse scopre che l’amore e l’Apocalisse non sono punti di arresto, ma sono punti di svolta, punti di partenza...e vidi un cielo nuovo e una terra nuova, perché il primo cielo e la prima terra erano passati...

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Cristina Serra Novara (1972), vive e lavora a Gallarate cristina@progettomood.it

Pink Friday Esistono spazi realizzati per contenere specifiche relazioni sociali. Le persone, fascinate da una certa atmosfera, entrano in un reciproco rapporto, in quanto raccolgono percezioni simili. Nei locali d’intrattenimento, gli allestimenti degli spazi sviluppano la metafora del teatro. Oltre alla maschera, la messa in scena sociale implica suoni, gesti, posture, costumi, accessori e scenografie. Accanto alle apparenze ambientali si collocano apparenze sociali e la mediazione tra le apparenze produce legami, con il luogo come tra gli individui. La persistenza dell’appariscenza presente in questi apparati, possiede un consistente valore estetico, ed esercita un potere reale nei fruitori di questi scenari, facilmente riscontrabile dalla pervasità dei suoi effetti comportamentali. Le raffinate ambientazioni sono progettate per suggestionare gli utilizzatori, suscitando il desiderio di impressionare l’immaginazione altrui con il potere della seduzione, nel gioco della finzione universale.

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Laura Simone Modena (1986), vive e lavora a Modena laus.ne@gmail.com

Cinquanta Il mare è imprevedibile, spesso si appropria di oggetti appartenenti alla realtà umana, li ingloba, li trasforma e li rende parte di sè. La realtà è come se, inglobata dall’acqua, fosse rigenerata e trasformata in immaginario onirico, fantastico. Nei sogni e nelle fantasie il mare, o qualsiasi vasta distesa d’acqua, rappresentano l’inconscio. Le acque sono al principio e tornano alla fine di ogni ciclo storico o cosmico; esse sono germinative e racchiudono nella loro unità indivisa le virtualità di tutte le forme. L’immersione nell’acqua simboleggia la regressione all’utero, la rigenerazione totale, una nuova nascita, perché equivale ad una dissoluzione delle forme, ad una reintegrazione nel mondo indifferenziato della preesistenza. Negli abissi del mare, dove la luce arriva fioca, riposano in silenzi spettrali relitti antichi e moderni. Il relitto in quanto tale è strettamente collegabile a rovine terrene di ogni genere, castelli, palazzi, chiese, portici, acquedotti abbandonati. Al cospetto della rovina, punta estrema e luogo di adempimento della forma di presenza del passato, entrano in gioco energie della nostra anima così profonde che diviene completamente insufficiente la rigida separazione fra intuizione e pensiero. La pace profonda che come un sacro incanto circonda il relitto, si può attribuire al carattere di passato della rovina. Essa è la sede dalla quale la vita ha preso congedo. La rovina crea la forma presente di una vita passata, non in base ai suoi contenuti o ai suoi resti, bensì in base al suo passato in quanto tale.

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Filippo Giacomo Barozzi pag.13 - The chippy, Untitled, 2012, stampa a d’inchiostro, 25 x 25 cm pag.14-15 - The chippy, Untitled, 2012, stampa a d’inchiostro, 25 x 25 cm pag.16 - The chippy, Untitled, 2012, stampa a d’inchiostro, 25 x 25 cm pag.17 - The chippy, Untitled, 2012, stampa a d’inchiostro, 25 x 25 cm

getto getto getto getto

Silvia Mangosio pag.65-66-67-68-69 - Memoriamatic, 2013, particolari dall’installazione: 66 diapositive 6 x 6 su un tavolo luminoso 80 x 42 x 123 cm

Ilaria Bosso pag.19 - Like a virgin, 2013, stampa a getto d’inchiostro, 29,7 x 21 cm pag.20 - Like a virgin, 2013, cartolina, 10 x 15 cm pag.21 - Like a virgin, 2013, cartolina, 10 x 15 cm pag.23 - Like a virgin, 2013, stampa a getto di inchiostro, 29,7 x 21 cm

Simone Mizzotti pag.71 - Rifrazioni, Untitled #2, 2012, stampa lambda, 25 x 20 cm pag.72 - Rifrazioni, Untiteld #3, 2012, stampa lambda, 25 x 20 cm pag.73 - Rifrazioni, Untiteld #4, 2012, stampa lambda, 25 x 20 cm pag.75 - Rifrazioni, Untiteld #6, 2012, stampa lambda, 25 x 20 cm

Sara Cavallini pag.25 - Eden Project, Cornovaglia #4, 2013, dalla serie Thinking Nature, stampa a getto d’inchiostro, 127 x 89 cm pag.26-27 - Eden Project, Cornovaglia #3, 2013 dalla serie Thinking Nature, stampa a getto d’inchiostro, 89 x 127 cm pag.28-29 - Eden Project, Cornovaglia #2, 2013. Dalla serie Thinking Nature, stampa a getto d’inchiostro, 89 x 127 cm

Luca Monaco pag.77 - in alto - Monumento Case Cattalini: Delmo, 2013, stampa a getto d’inchiostro, 30 x 39 cm pag.77 - in basso - Monumento Case Cattalini: Angelo, 2013, stampa a getto d’inchiostro, 30 x 36 cm pag.78-79 - Montefiorino, 2013, stampa a getto d’inchiostro, 52 x 136 cm pag.80-81 - Farneta, 2013, stampa a getto d’inchiostro, 50 x 189 cm

Emmanuele Coltellacci pag.31 - Caves, Untitled #1, 2012, stampa a getto d’inchiostro su carta cotone, Diasec, 100 x 120 cm pag.32-33 - Caves, Untitled #5, 2012, stampa a getto d’inchiostro su carta cotone, Diasec, 100 x 120 cm pag.34-35 - Caves, Untitled #7, 2013, stampa a getto d’inchiostro su carta cotone, Diasec, 100 x 120 cm Chiara Corica pag.37 - No. 3, 2013, dalla serie Comunicazione di servizio, stampa digitale su vinile adesivo, 10 x 15 cm pag.38 - No. 12, 2013, dalla serie Comunicazione di servizio, stampa digitale su vinile adesivo, 10 x 15 cm pag.39 - No. 16, 2013, dalla serie Comunicazione di servizio, stampa digitale su vinile adesivo, 10 x15 cm pag.41 - Manufatti, 2013, stampa light jet, Diasec, 30 x 45 cm Daniele De Vitis pag.43-44-45-46-47 - Immagini da libro d’artista: Mare, iti e fusci, taverna, iti e trasi, 2012/2013, stampa lambda fine art, 30 x 45 cm Elisa Franceschi pag.49 - Children’s places. Places for children, (Bologna, quartiere Pilastro), 2012, stampa a getto d’inchiostro, 41 x 50 cm pag.50 - Children’s places. Places for children, (Malcesine), 2012, stampa a getto d’inchiostro, 41 x 50 cm pag.51 - Children’s places. Places for children, (Cesenatico), 2012, stampa a getto d’inchiostro, 41 x 50 cm pag.52 - Children’s places. Places for children, (Misano Adriatico), 2012, stampa a getto d’inchiostro, 41 x 50 cm pag.53 - Children’s places. Places for children, (Lago di Costalovara), 2012, stampa a getto d’inchiostro, 41 x 50 cm Angelo Iannone pag.55 - Dentro siamo bui, Untitled #02, 2012, stampa fine art giclèe, 80 x 100 cm pag.56-57 - Dentro siamo bui, Untitled #05, 2012, stampa fine art giclèe, 80 x 100 cm pag.58 - Dentro siamo bui, Untitled #08, 2013, stampa fine art giclèe, 80 x 100 cm pag.59 - Dentro siamo bui, Untitled #04, 2013, stampa fine art giclèe, 80 x 100 cm

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Francesco Mammarella pag.62 - Gott mit uns - Dio è con noi, 2013, stampa a getto d’inchiostro, 107 x 73 cm pag.63 - Gott mit uns - Dio è con noi, 2013, stampa a getto d’inchiostro, 107 x 73 cm

Anna Morosini pag.83 - Lo spazio del corpo, d’inchiostro, 100 x 100 cm pag.84 - Lo spazio del corpo, d’inchiostro, 100 x 100 cm pag.85 - Lo spazio del corpo, d’inchiostro, 100 x 100 cm pag.87 - Lo spazio del corpo, d’inchiostro, 100 x 100 cm

#1, 2013, stampa a getto #2, 2013, stampa a getto #3, 2013, stampa a getto #4, 2013, stampa a getto

Carol Sabbadini pag.89 - The Sign of Destiny, 2013, still da video, video, materiale Hd e foundfootage, 30-35’ pag.90 - The Sign of Destiny, 2013, still da video, video, materiale Hd e foundfootage, 30-35’ pag.91 - The Sign of Destiny, 2013, still da video, video, materiale Hd e foundfootage, 30-35’ pag.92-93 - The Sign, 2013, stampa a getto d’inchiostro, 15 x 22,5 cm Cristina Serra pag.95 - Pink Friday, Untitled, 2013, stampa a getto d’inchiostro, 40 x 40 cm pag.96-97 - Pink Friday, Untitled, 2013, stampa a getto d’inchiostro, 40 x 40 cm pag.98-99 - Pink Friday, Untitled, 2013, stampa a getto d’inchiostro, 40 x 40 cm Laura Simone pag.101 - Cinquanta, Untitled, 2013, lightbox, 80 x 50 cm pag.102-103 - Cinquanta, Untitled, 2013, lightbox, 50 x 80 cm pag.104-105 - Cinquanta, Untitled, 2013, lightbox, 50 x 80 cm

Collettivo Viagiardini