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TEXTIL DESIGN APPLICAZIONI DELL’ARTE PER LA MODA

MANUELA BADAGLIACCO


MINISTERO DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA AFAM

ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI PALERMO DIPARTIMENTO DI PROGETTAZIONE E ARTI APPLICATE SCUOLA DI PROGETTAZIONE ARTISTICA PER L’IMPRESA

CORSO DI DIPLOMA ACCADEMICO DI PRIMO LIVELLO IN PROGETTiSTA DI MODA

TEXTIL DESIGN APPLICAZIONI DELL’ ARTE PER LA MODA

TESI DI MANUELA BADAGLIACCO

RELATORE PROF. SERGIO PAUSIG

A.A. 2012-2013


INDICE

Introduzione Il progetto L’Orto Le essenze naturali Sperimentazioni tessili La pittura tessile Il laboratorio internazionale sulla pittura tessile Textil design Applicazioni dell’arte per la moda Sperimentazioni grafiche Appendice La donna Usticese Bibliografi a e sitografia


“ L’arte di rubare alla natura l’incanto dei suoi colori è antica quanto l’uomo”


Introduzione A volte è necessario andare controcorrente e volgere uno sguardo indietro per riscoprire un mondo che è stato relegato nell’oblio dalla tecnologia moderna. Il ritorno alle antiche tradizioni è qualcosa di affascinante poiché si è persa molta memoria di esse. La strada che ha portato alla realizzazione di questa tesi correva parallela alle ricerche iniziali sulla vita della donna del dopoguerra in una piccola isola del mediterraneo, Ustica. Osservando le donne, la società, l’abbigliamento, le abitudini, le realizzazioni artigianali dell’isola è emerso che nelle loro attività quotidiane sfruttavano la natura ed i suoi prodotti, essendo per di più a conoscenza di rimedi andati perduti: conoscevano il nome di ogni fiore, frutto o pianta ed il loro utilizzo in svariati campi, realizzavano l’ abbigliamento base nel totale rispetto della natura e senza sprechi poiché sapevano riciclare e quindi riutilizzare un capo smesso per altri scopi. Proprio da queste osservazioni nasce il bisogno di chiedersi come gli esseri umani possono sfruttare i prodotti della natura per realizzare i loro capi di abbigliamento. Venendo a contatto con la fertile terra abitata da queste donne, ci si è reso conto come essa offre molti prodotti naturali sfruttabili nella realizzazione di accessori di moda, permettendo di ricavarne degli articoli molto originali, di modo che si crei qualcosa che faccia la differenza. Questo è il motivo per cui si è deciso di guardare al passato ed esplorare il mondo dei coloranti naturali, utilizzando ciò che offre la natura. Grazie alla collaborazione del professor Sergio Pausig si è così pensato di curare la realizzazione di un orto a Ustica, che permetta di avere sempre a disposizione le principali piante tintorie necessarie: fiori, frutti, bacche e foglie attraverso procedimenti naturali riescono, infatti, a fissare i loro splendidi colori nella lana, nel cotone, nel lino e nella seta, e non si sta parlando di alcuna invenzione. Dopo un accurato studio delle piante tintorie e dei metodi per la colorazione su stoffa è stata iniziata una sperimentazione con un prodotto locale, il vino rosso e un prodotto di facile importazione, la curcuma, donando alle stoffe dei colori vivi e duraturi.


Durante la sperimentazione si è resa necessaria una documentazione dei procedimenti e delle creazioni ed è in questa fase che la mia ricerca si è unita a quella di Marianna Collura, la quale si dedicava alla realizzazione di foto di moda per la sua tesi. È nata l’idea di una collaborazione per un progetto unico, così da poterne documentare tutte le fasi e lavorare anche alla realizzazione di prototipi di oggetti di moda utilizzando la colorazione naturale, sotto la supervisione del relatore di tesi, che ha contribuito con spunti e idee. Da questa fase è scaturito un ulteriore progetto ancora più ambizioso che coinvolge l’isola: l’ideazione di una figura professionale che riesca a creare delle vacanze intelligenti sfruttando ciò che offre la natura, avvalendosi dell’aiuto delle strutture alberghiere del luogo, di personale specializzato e soprattutto di un buon sistema di comunicazione. Questa figura si occuperebbe di organizzare la vacanza nella sua totalità, curandone ogni minimo aspetto: dalla partenza per Ustica dal porto di Palermo, continuando con la presentazione della strutture ricettive sul luogo e di un giro turistico con cenni storici. L’ ospite potrà godere delle bellezze dell’isola. La sua giornata sarà scandita da varie attività e una di queste sarà il laboratorio di pittura tessile che si volgerà in varie parti dell’Isola. Attraverso conferenze e lezioni verrà data la possibilità di apprendere la storia delle essenze naturali e sperimentando la pittura tessile verranno creati dei prodotti originali e unici, che racchiudano in se qualcosa dell’Isola, da portare via come ricordo. ll corso di textil design non si limiterà alla sola, piacevole, riscoperta del passato, ma servirà a far apprezzare ai partecipanti le bellezze del luogo, l’incanto dei colori della natura e i prodotti tipici, creando un affascinante connubio fra cibo e design.


Il progetto

Grazie alla collaborazione di Marianna Collura e al supporto del prof. Sergio Pausig è nata l’idea di sfruttare le precedenti ricerche sulla donna Usticese del dopoguerra e sulla fotografia di moda per dare vita ad una nuova tesi che, volgendo lo sguardo al passato, riuscisse a creare una nuova visione dell’accessorio di moda, realizzato con materie prime naturali ed inserito in un contesto molto vicino alla natura. Per questo motivo si è scelta l’Isola di Ustica, un posto che offre le risorse necessarie e un ambiente adatto per la realizzazione del progetto ideato. Le nostre ricerche hanno avuto inizio con la catalogazione di vari motivi decorativi fotografati sul luogo che, opportunamente trasformati, ci hanno permesso di realizzare dei disegni da utilizzare per la decorazione delle stoffe. Successivamente si è lavorato alla ricerca di alcuni testi che permettessero di apprendere le antiche tecniche tintorie e quindi di metterle in pratica, creando una campionatura di stoffe di cotone immerse poi in coloranti ottenuti attraverso l’utilizzo del mallo di noce, del melagrano, delle foglie di tè, del caffè, del vino rosso e della curcuma in polvere. Lo scopo di queste ricerche e dell’apprendimento delle varie tecniche è quello della creazione di un futuro laboratorio di pittura tessile, da realizzare sull’isola di Ustica avvalendosi della collaborazione delle strutture alberghiere del luogo, con le quali verranno realizzati dei volantini pubblicitari dove saranno inseriti pacchetti turistici. Una particolare collaborazione sarà richiesta alle strutture ricettive che dispongono degli spazi appositi per la costruzione del laboratorio, delle materie prime necessarie alla realizzazione dei coloranti naturali e di prodotti tipici da esporre.


Le piante tintorie che troviamo sul luogo sono varie e spesso crescono in maniera spontanea, ma uno degli obbiettivi del progetto sarà quello di raggrupparle e quindi coltivarle in un unico terreno, per avere sempre a disposizione la materia prima ed eventualmente integrare quelle mancanti attraverso la realizzazione di un Orto. Per pubblicizzare il laboratorio ad Ustica ci si occuperà della direzione di altri laboratori che verranno attivati nei mesi precedenti a Sampieri e a Venezia. Tale lavoro verrà utilizzato per la creazione di un sito web che permetterà di acquisire visibilità in rete e per realizzare una documentazione fotografica da impiegare per la promozione del progetto. Prendendo spunto dal materiale di ricerca, sono stati progettati e realizzati degli oggetti di moda ed i loro relativi accessori.


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L’orto


Uno degli obbiettivi del progetto è quello di riuscire a raggruppare le varie piante tintorie, che spesso crescono spontanee sull’isola e quindi poi coltivarle in un unico terreno; ciò permetterà di avere sempre a disposizione le materie prime utile per colorare le nostre stoffe. Poiché alcune piante non saranno presenti nel territorio si potrà provvedere alla loro integrazione importandole. Sono state effettuate delle prove di semina su un terreno e il tutto è stato supportato da una documentazione fotografica di seguito riportata.


Le essenze naturali Già migliaia di anni fa l’uomo aveva imparato a fabbricare il suo abbigliamento e a tingerlo con quello che la natura offriva. All’inizio furono indumenti fatti di pelli, di corteccia, di fibre vegetali o animali intrecciate, tessute e tinte. Per tingere venivano utilizzati i fiori, le foglie, la corteccia, il legno, le radici, i frutti o i parassiti delle piante e anche il mare offriva dei coloranti che venivano ricavati dalle conchiglie. I colori si potevano trovare ovunque in natura. Col tempo l’uomo perfezionò la tecnica dell’estrazione. Dal fiore azzurro dello zafferano veniva estratto il giallo, dalle foglie verdi dell’indigofera tinctoria l’azzurro, dalla robbia il rosso, dalla cocciniglia e dal murex la porpora, dalla pianta del guado il blu e così via. Ogni popolazione negli anni inventò le proprie tecniche per l’estrazione attraverso procedimenti a volte molto elaborati e col tempo il commercio di questi tessuti colorati divenne un’attività fiorente. L’uso dei colori come ornamento è stato documentato da studi condotti sui popoli primitivi, questi venivano utilizzati per esprimere stati d’animo o per imprimere simboli religiosi. L’uomo da sempre ha amato istintivamente i colori e per millenni ha continuato a tingere i tessuti con estratti vegetali e animali; soltanto verso la metà del secolo scorso queste sostanze sono state sostituite dai coloranti chimici.


La porpora Il colorante naturale più famoso dell’antichità è la porpora, estratta dalla secrezione di tre specie di molluschi: Purpura haemastoma, Murex brandaris e Murex trunculus. Esposto alla luce l’umore di queste conchiglie subisce una trasformazione di colore che, da un giallo chiaro, vira in rosso o violetto e sviluppa una duratura resistenza. La leggenda attribuisce gli inizi della tintura in porpora ai Fenici e in tutto il bacino del Mediterraneo troviamo tracce delle loro basi commerciali e delle fabbriche di porpora; nell’antica Roma la tintoria divenne un’industria specializzata, l’utilizzo della porpora veniva gestita dallo stato e persino gli imperatori partecipavano agli utili. Durante il regno del Normanno Ruggero II, nel 1133 a Palermo, fu creata una veste e un mantello in porpora che divennero l’ornamento ufficiale per l’incoronazione degli imperatori tedeschi. Ma il processo di estrazione e della tintura erano molto complessi: per tingere un etto di lana occorrevano fino a 10.000 conchiglie e il tessuto tinto risultava molto costoso. Si cercava quindi costantemente un’alternativa e la si trovò nel Chermes, un parassita ( Coccus Ilici) che si poteva raccogliere in Francia o nell’Italia Meridionale e che mescolato all’indaco diventava un surrogato della vera porpora. Per il rosso esisteva anche la Robbia (Rubia Tinctorum) che cresceva spontanea nel bacino del Mediterraneo; i metodi di estrazione erano laboriosi e delicati, venivano utilizzate infatti le radici ma esisteva il pericolo di estrarre il giallo anziché il rosso. Già nei tempi antichi gli alchimisti avevano scoperto che se ai bagni di tintura venivano aggiunti dei Sali inorganici come morden te, si potevano ottenere colori più brillanti, di diversa tonalità e di maggior resistenza alla luce e ai lavaggi. Il mordente più importante era l’Allume e se ne estraevano discrete quantità nelle isole di Vulcano e Lipari. Dopo la scoperta dell’America la purpura e la robbia furono declassati dalla cocciniglia del fico d’India.


Tingere di blu Gli storici antichi hanno parlato certamente molto della moda, del mestiere del tintore e dello sfondo economico, delle piante tintorie e del loro commercio, dei tessuti, ma si sono occupati in maniera marginale della tecnica della colorazione delle stoffe, per questo motivo è stata tramandata solo una piccola parte di queste complesse lavorazioni. I più antichi documenti che contengono suggerimenti sulla tecnica tintoria sono i papiri di Leiden e di Stoccolma, del III secolo d.C. Ritrovati nella tomba di un alchimista in Egitto probabilmente parlano di tecniche molto più antiche. Una delle ricette presenti consentiva di tingere la lana di blu con il guado (Isatis tinctoria), una pianta che cresceva in tutta l’Europa e diventò di fondamentale importanza per l’economia medioevale. L’estrazione dell’indaco dal guado era un procedimento poco simpatico poiché grandi quantità di piante tritate venivano messe a macerare nell’urina e durante la fermentazione emanavano un cattivo odore che impregnava tutta la zona circostante. Anche il guado fu sostituito dopo la scoperta dell’America, dall’Indaco di più facile lavorazione.


Tingere di giallo

La sostanza colorante gialla si ricavava principalmente dalla Luteola (Reseda luteola), una pianta che oggi cresce spontaneamente ma che in passato veniva coltivata appositamente. Nel bacino del Mediterraneo il più utilizzato era invece lo Zafferano (Crocus sativus); alle donne greche e romane piaceva indossare abiti di questo colore, ma ben presto la fama di questa pianta si estese e divenne un’importante merce di scambio. Dall’Oriente veniva invece importato il Cartamo (Carthamus tinctoria), uno zafferano selvatico che venne poi coltivato anche in Europa. Il colorante giallo può essere ricavato da tantissime altre piante: le margheritine gialle, la ginestra, le cipolle, la verga d’oro, l’erba stella, il trifoglio, le bucce di melagrana e la corteccia del melo; delle sfumature arancioni si possono ricavare dal fico d’India o dal mughetto. Le tinture naturali oggi si possono trovare in commercio già essiccate e polverizzate, ma possono essere sfruttate anche alcune spezie che sciolte in acqua calda creano un perfetto bagno di colore, come la Curcuma che colorerà le nostre stoffe di un giallo intenso.


Sperimentazioni di colore

Dai tessuti tinti in giallo si può ricavare il verde semplicemente ritingendoli in blu. Dal mallo di noce, dalle ghiande delle querce e dai ricci di castagna si può ricavare un marrone-dorato e dall’Hennè un marrone-rossiccio Anche i licheni possono essere utilizzati per ricavarne dei coloranti, come la Rocella tinctoria da cui si ottiene un marrone-rosso. Frutta e verdura possono essere utilizzati anch’essi, come per esempio la barbabietola, il cavolo rosso, le cipolle e il melograno. Un ottimo derivato dell’uva da potere utilizzare è il vino rosso, che si lega perfettamente al tessuto in maniera indelebile colorandolo con sfumature che vanno dal rosa antico al viola scuro.


Sperimentazioni tessili


“Nulla ci potrà dare più soddisfazione che creare da noi i nostri colori. Il processo della tintura vegetale è molto più lento, può essere fermato quando vogliamo, è molto più ricco di sfumature e i colori che otteniamo non sono mai in contrasto l’uno con l’altro. Sono in armonia come la natura stessa. Non è ancora stata scritta l’ultima parola della storia dell’arte tintoria. È tuttora un modo vivo, un mondo straordinariamente ricco da scoprire…” (tratto da “Come tingere al naturale il cotone, la lana, il lino, la seta”)


La mordenzatura Se si vogliono utilizzare le tinture naturali ci si deve sempre accertare che il materiale che si vuole tingere sia di origine animale o vegetale, come cotone, lana, lino e seta e, perchè no, anche il nailon. Le altre fibre non tratterrebbero il colore o lo farebbero solo parzialmente. Le fibre animali come la lana e la seta assorbono facilmente il colore grazie alla loro superficie ruvida. Il cotone e il lino invece, che sono delle fibre vegetali lisce, hanno spesso bisogno di un trattamento pre-tintura che consenta di far fissare al meglio il colore alle fibre: questo procedimento è chiamato mordenzatura e si avvale dell’utilizzo di sostanze che agiscono da tramite, combinandosi da un lato con la fibra e dall’altro con il colorante; può essere effettuato prima del bagno di tintura, ma anche durante o dopo in alcuni casi. Il mordente e il colore si legano attraverso una reazione chimica. Anticamente venivano utilizzati come mordente dei prodotti di uso comune, come la cenere, il sale, l’aceto, il cremor tartari, il potassio o l’urina. Anche il materiale di cui erano composti i recipienti potevano servire da mordente: rame stagnato, ferro, alluminio e perfino l’acqua ferrosa o marina servivano allo scopo. Oggi i mordenti possono essere acquistati in colorificio o in farmacia. I più comuni sono l’Allume e il Cremor tartari, ma in alternativa se vogliamo utilizzare qualcosa che abbiamo già in casa il sale grosso andrà benissimo.


Per effettuare il procedimento ci serviremo di una grande pentola di acciaio inossidabile o smaltata, versando all’interno un po’ di acqua, preferibilmente piovana, e riscaldandola sul fuoco. Il mordente verrà pesato e versato nell’acqua calda, mescolandolo bene finché non si scioglie. Quando il mordente si sarà ben sciolto riempiremo la pentola di acqua fredda e immetteremo i nostri filati o stoffe. È importante,se utilizziamo la lana, che questa non subisca brusche differenze di temperatura, quindi è bene che l’acqua non superi in questo caso i 30 gradi. Faremo bollire il nostro materiale all’interno per un’ora circa, mescolandolo di tanto in tanto, se si tratta di cotone o lino, mentre se trattiamo la lana cercheremo di mantenere una temperatura che non superi i 90 gradi. Dopo la mordenzatura il tessuto o filato può essere utilizzato ancora caldo per il bagno di colore, semplicemente strizzandolo; altrimenti si lascia raffreddare nell’acqua mordenzata, la quale non potrà servire per ulteriori mordenzature.


Elenco dei mordenti

Ceneri vegetali Sale grosso Aceto Allume di rocca Cremor tartari Solfato di ferro solfato di rame Sale di stagno Tannino Carbonato di potassio


Le ricette


La tintura con curcuma Tingere con la curcuma è un procedimento molto semplice poiché si utilizza una polvere già pronta da sciogliere semplicemente in acqua calda. Si tratta di una materia prima facilmente reperibile e il colore si fissa alle fibre anche senza mordenzatura; ne risulta un giallo brillante, ma se si vuole ricavare un giallo ocra si può sostituire l’acqua con altrettanto té nero.

Preparazione: 4 l d ’acqua piovana 4 cucchiai di curcuma in polvere

Portare a bollore l’acqua, versare la polvere e mescolare con cura fino ad amalgamarla; togliere dal fuoco e immergere il tessuto; mantenerlo all’interno fin quando avrà raggiunto la gradazione di colore desiderata, avendo cura di mescolare spesso; eliminare i residui, lavare con acqua fredda, risciacquare.


La tintura con vino rosso Anche tingere con il vino rosso è molto semplice poiché penetra immediatamente all’interno dei tessuti e si fissa indelebilmente. È consigliata una mordenzatura preliminare con sale grosso. Si possono realizzare svariate sfumature: se si desidera un viola intenso verrà utilizzato il vino rosso puro, se si vogliono ricavare dei colori meno intensi come il rosa antico verrà aggiungiunta acqua piovana; più verrà diluito il vino e più chiaro risulterà il colore finale.

Preparazione: 5 litri di vino rosso corposo Acqua piovana a piacere

Versare il vino rosso in una pentola di acciao inox e portare quasi a bollore, immergere il tessuto mescolando di tanto in tanto e far bollire per 30 minuti circa. Lasciare raffreddare il tessuto all’interno del liquido avendo cura di girarlo spesso. Eliminare i residui, lavare con acqua fredda e risciacquare.


La tintura con mallo di noce Quando è fresca e ancora completamente verde, la scorza della noce (il mallo) dona ai tessuti un bel colore marronedorato.

Preparazione: 4l di acqua piovana 100 g di mallo di noce fresco oppure 60 gr di scorze di mallo essiccate

Macerare 100 g di mallo tagliato a piccoli pezzi in 2 litri di acqua per una notte. Il giorno successivo bollirle per un’ora circa e lasciare raffreddare; filtrare attraverso un panno e aggiungere acqua fino ad ottenere 4 l di liquido; riportare quasi a bollore, immergere il tessuto e far bollire per 1 ora. Eliminare i residui, lavare con acqua fredda e risciacquare.


Il bagno di colore Con i coloranti naturali, per poter tingere in tutte le gamme di colori, ne occorrono soltanto tre: l’azzurro, il rosso e il giallo; con queste tinte base si possono ricavare un’infinità di sfumature. Risulta però molto difficile riuscire ad ottenere lo stesso colore in bagni di tintura differenti, anche se vengono utilizzati gli stessi ingredienti; ma questo è anch’esso un punto forte della tintura naturale, poiché verranno creati sempre dei pezzi unici. Le fibre da tingere devono sempre essere pulite, per evitare che alcune impurità creino successivamente delle macchie; dopo il bagno di tintura devono essere nuovamente lavate per sciogliere l’eccesso di colore che non si è fissato. Con la preparazione del bagno di colore inizia il vero e proprio processo di tintura. Nella prima fase ci si occupa della materia prima scelta: se si tratta di piante queste verranno sminuzzate, se sono foglie secche saranno sfregate fra le mani, i frutti saranno passati al colino per ricavarne un liquido, le bucce e le parti legnose lasciate a macerare, le polveri utilizzate così come sono. Segue la fase della bollitura, dove l’acqua si impregnerà delle sostanze coloranti. Una volta raffreddato il bagno questo verrà filtrato attraverso un telo di garza. A questo punto il nostro bagno di colore è pronto per immergere le fibre precedentemente mordenzate.


I materiali utilizzati tre pentole in acciaio inox del diametro di 40/50 cm tre contenitori da 1m x 1m dove poter sciacquare il tessuto due teli grandi di plastica 3 cucchiai di legno di 50/60 cm un recipiente graduato guanti di gomma una bilancia da cucina sale per la mordenzatura tessuto in cotone grezzo tavolo da lavoro di circa due metri pinze in materiale ignifugo


La pittura tessile Una delle tecniche di pittura tessile più conosciuta è sicuramente il Batik. Si tratta di una colorazione della stoffa ( seta o cotone) che si avvale dell’utilizzo della cera per coprire la parte che non si vuol colorare, prima d’ immergere il tessuto nel bagno di tintura, in modo tale che questo processo crei un disegno. Le materie prime utilizzate sono naturali: cera d’ api vergine e coloranti ricavati da piante, foglie o spezie locali. La tecnica ha origini molto antiche ed è ancora molto apprezzata in Asia orientale, si ipotizza infatti che si sia sviluppata in Cina già dal 206 a.c. e che fu utilizzata per stampare la seta. La cultura cinese ebbe una grande influenza su tutte le popolazioni vicine, in particolar modo i primi contatti avvennero con la Corea. Dai rapporti commerciali e culturali tra Cina e Corea, il batik intorno al Settecento si espanse in tutto il Giappone apportando una novità: l’ utilizzo della cera, da qui la definizione in giapponese “RO KETSO” che vuol dire stampa batik con uso della cera. Prima dell’ avvento della cera si ricorreva alle paste vegetali, grassi animali, addirittura anche al fango. L’influenza cinese raggiunse attraverso contatti di culture e di mercanti la Mongolia, l’ Asia del sud orientale e il Vietnam, diffondendo pian piano così l’ arte del batik.


Si ipotizza che questa tecnica, oltre ad essere stata impiegata in Tailandia, in Malaysia, in India e in Africa, abbia raggiunto la più alta espressione nell’ isola di Giava (Indonesia). Molti mercanti indiani e persiani diretti in Cina, compravano il batik di Giacarta nell’ isola di Giava famoso attualmente in tutto il mondo per i suoi disegni particolari e minuziosi. In anni recenti il batik ha acquistato una vasta popolarità e per l’ Indonesia è diventato simbolo di identità nazionale, sia per la sua lunga tradizione, sia per la sua importanza culturale. E’ per questo che nel 2009 è stato aggiunto dall’ UNESCO al “ Patrimonio culturale immateriale dell’ umanità “. Oggi la bellezza del prodotto artigianale viene affiancato da una produzione industriale ricorrendo così ad una stampa serigrafica per una produzione di serie precisa e veloce. Nonostante ciò si può affermare che questa affascinante tecnica secolare sia ancora viva: possiamo infatti trovare in varie parti del mondo dei meravigliosi esempi di batik artigianale.


I materiali Fornello elettrico varie misure di telai puntine da disegno per fissare il tessuto cera vergine paraffina tjang-tjng presina un pentolino del diametro di 10cm circa per la cera un pentolino del diametro di 15 cm per il bagnomaria pennelli naturali con manico in legno di diverse misure


La ceratura Dopo aver creato il disegno preparatorio, la ceratura è la fase iniziale nella lavorazione del batik. Innanzi tutto si fissa il tessuto ben teso sul telaio tramite delle puntine da disegno; si mettono cera e paraffina ( nella proporzione di due terzi di paraffina e uno di cera) in un pentolino piccolo in modo tale che possa entrare in un altro pentolino più grande contenente l’ acqua per il procedimento a bagnomaria; si riscalda il tutto su un fornello elettrico mantenendo la cera sciolta ad una temperatura costante di circa 50°/60° c ( la cera non deve raggiungere temperature più alte altrimenti può lasciare sul tessuto aloni di grasso difficili da togliere). La cera verrà applicata sul tessuto ed in base al disegno si può utilizzare a propria scelta il pennello o il tjang-ting. I pennelli più idonei alla ceratura sono quelli grossi a punta o quelli piatti e larghi in modo tale che assorbano molta cera mantenendola calda più a lungo. Variando la posizione del pennello e la pressione della mano si ottengono effetti di sgrangiatura, campiture piatte o righe nette. Invece il tjang-ting è uno strumento da usare come una penna. Utilizzato in Indonesia, è composto da un serbatoio di rame o di ottone per raccogliere la cera calda dal pentolino e da un piccolo beccuccio da cui cola la cera da stendere velocemente per disegnare sul tessuto. Il tjang-tjng viene utilizzato per la realizzazione di disegni molto minuti e particolari. Terminata la ceratura, si stacca il tessuto dal telaio e la si guarda in controluce per controllare che sia stata eseguita bene. L’ effetto finale sarà che le zone ben tracciate dalla cera, dopo l’ immersione nella tintura, daranno vita ad un disegno. Attraverso l’elaborazione di elementi ricavati dall’isola di Ustica, sono nati i disegni da utilizzare per le varie decorazioni su tessuto. Attraverso delle prove sperimentali su cotone grezzo di 30x30cm è stata appresa appieno la tecnica del Batik e della colorazione delle stoffe decorate


ll Laboratorio workshop sulla Pittura Tessile Durante lo sviluppo della tesi è stato allestito un laboratorio sperimentale sulla Pittura Tessile. All’interno del Padiglione Ducrot, sede del Corso di Progettazione della Moda, sono stati esposti i lavori realizzati con pigmenti naturali, gli strumenti e i protocolli utilizzati per la loro realizzazione. Questo Workshop e’ stato aperto al pubblico nella manifestazione “Fa’ la cosa giusta” 8/10.11. 2013 (Design per la sostenibilità, studi di progettazione sostenibile, materiali naturali o di riciclo, moda critica, ecologica e sostenibile) ai Cantieri culturali della Zisa .


Il laboratorio internazionale sulla pittura tessile Ideazione e Progettazione del Laboratorio nell’Isola di Ustica

Con la collaborazione del professor Sergio Pausig è stato pensato e progettato un laboratorio che racchiude in sé il lavoro di ricerca svolto durante la tesi e la pratica delle conoscenze apprese. E’ rivolto a coloro che desiderano, trascorrendo una vacanza nell’Isola, apprendere la storia e le tecniche della pittura tessile. Nel Laboratorio verranno prodotti tessuti dipinti e accessori di moda unici ed ecosostenibili. Dopo uno studio approfondito dei pigmenti naturali, delle tecniche e dei protocolli di pittura tessile e di varie sperimentazioni su tessuto, si è deciso di scegliere come luogo dove avviare il laboratorio l’isola di Ustica poiché racchiude in sé tutte le caratteristiche necessarie alla riuscita del progetto: è un luogo circondato dalla natura, intriso di tradizioni e di una varietà di prodotti naturali che possono essere utilizzati a 360 gradi. Si è poi pensato che uno spazio perfetto da adibire sarebbe stato un agriturismo, natura nella natura, luogo dove poter anche esporre i prodotti locali e quindi creare un connubio fra cibo e design.


Le fasi del laboratorio I partecipanti saranno accolti all’interno della struttura e verrà loro mostrata l’azienda con particolare riferimento alla produzione del vino locale; in uno spazio apposito verrà organizzata una piccola degustazione di prodotti tipici durante la quale saranno proiettate delle immagini realizzate in power point al fine di raccontare la storia e le tecniche della colorazione naturale. Il laboratorio si svolgerà in uno spazio appositamente dedicato ad esso, da attrezzare con dei grandi tavoli per la preparazione dei disegni su stoffa precedentemente mordenzata, da scegliere a piacere da un vasto catalogo. Verrà applicata la tecnica della pittura tessile dotando i partecipanti di cera scaldata su un fornelletto elettrico e di pennelli di varia dimensione. Successivamente le stoffe saranno colorate con un prodotto del luogo, il vino rosso, e con una polvere facilmente reperibile, la curcuma; per la colorazione verranno utilizzati dei grandi pentoloni dove si preparerà il colorante naturale spiegandone le dosi e la tecnica. Le stoffe dovranno poi essere lavate in vasche di plastica e stese all’ombra ad asciugare e risulteranno totalmente asciutte si procederà alla fase della stiratura per eliminare la cera. L’ospite potrà inoltre passeggiare fra le siepi di bouganville e di hibiscus e ricevere informazioni sui vari prodotti biologici dell’azienda. Ogni partecipante poterà con se come souvenir il proprio lavoro


Textil design Applicazioni dell’arte per la moda

L’ abbigliamento e l’ accessorio sono estensione del nostro essere, rappresentano una parte di noi ed è attraverso la sperimentazione tessile che si arriva alla fase finale del progetto, dando vita alla creazione di alcuni prototipi di moda sfoggiati con eleganza. Come capo d’ abbigliamento è stata realizzata una giacca da donna e come accessorio portante due prototipi di borse. La documentazione di essi sarà visibile attraverso la fotografia. Pensando all’isola di Ustica, meta turistica e musa ispiratrice, è nata l’idea di creare qualcosa di funzionale che si distinguesse dalla comune produzione industriale. I prodotti si distinguono non solo per le materie prime utilizzate ma anche per la bellezza della pittura tessile e per i colori vivi e profumati ricavati dal vino e dalla curcuma. Lo scopo del progetto sarà quello di ideare e creare dei prototipi utili ad una futura produzione di oggetti di moda realizzati da artigiani specializzati.


foto copertina di borse


Le borse

Si è deciso di realizzare un prototipo di accessorio che esprimesse eleganza e innovazione in un unico oggetto, per questo motivo alle stoffe naturali è stato legato un elemento estraneo al mondo della natura ma dal carattere innovativo, molto versatile e funzionale e soprattutto trasparente: il plexiglass. Da un artigiano locale sono stati fatti realizzare dei contenitori quadrati in plexiglass di 30x30 cm da poter inserire uno dentro l’altro, per posizionarvi all’interno la borsa in stoffa. Giocando sulla trasparenza di questo materiale si è riusciti ad esaltare la bellezza del contenuto, lavorato interamente in batik su cotone grezzo ed interpretato sia nei toni scuri del vino che nei colori più vivaci della curcuma; inoltre è stata creata un’adeguata protezione al delicato tessuto.


I contenitori sono dei prototipi per future borse dove verranno inseriti dei manici, realizzati con bottoni in argilla polimerica.


La giacca

Il classico capo d’ abbigliamento che non manca mai in un guardaroba femminile, la giacca sagomata, si trasforma in un oggetto unico e innovativo grazie alla colorazione effettuata con un vino rosso molto corposo che le dona un colore terroso. Decorata interamente con la tecnica della pittura tessile, questo capo di abbigliamento contiene in sé un elemento estraneo al mondo della sartoria, che le dona carattere e un tocco di innovazione: il Pluriball, un materiale in plastica morbida per imballaggio, che è stato perfettamente integrato grazie alla sua duttilità. Il tessuto utilizzato è il cotone grezzo; la confezione del capo è stata documentata in tutte le sue fasi, dalla realizzazione del cartamodello alla tecnica della ceratura, fino alla colorazione e all’ assemblaggio delle varie parti.


Il cartamodello


La ceratura


La tintura in vino rosso


I bottoni L’ idea di inserire nella giacca un particolare accessorio ci ha portati alla progettazione del bottone, un oggetto che, seguendo l’evoluzione della moda, è diventato nel tempo molto più che funzionale, trasformandosi in una decorazione sempre più complessa e preziosa. Per la realizzazione del bottone è stato utilizzata un’ argilla polimerica, duttile, elastica e con una buona resistenza, ideale per il tipo di lavorazione pensata. Come sostegno portante è stato utilizzato un piccolo bottone in metallo dalla base piatta e su questo, poi, posizionato il prototipo lavorato in cernit e in seguito cotto. Questi prototipi saranno utilizzati per creare il negativo in gomma siliconica e attraverso una colata, con la tecnica della cera persa, potranno essere prodotti in serie limitata.


Evoluzione del bottone


tessuto in cotone 1x1 m e stampe batik colorato con curcuma, Modella: Valentina La Mantia


giacca in cotone decorata con la tecnica batik e colorata con vino rosso, foderata in Pluriball


Prototipo di borsa decorata con la tecnica batik e colorata nel vino rosso, rivestita interamente in plexiglass


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foto di Marianna Giuffria, Ustica anni Sessanta, collezione privata


Appendice

“Essere Isola non è cosa facile … al soffermarsi sull’etimologia del termine si rende immediatamente evidente che ciò che ne permea la sostanza è il sentimento di solitudine e di separatezza. La condizione di emarginazione implicita nell’essenza di ogni Isola la rende da un lato impermeabile all’esterno, ripiegata su sé stessa, solitaria e raccolta attorno alla propria identità. L’Isola sembra bastarsi da sola. Così come i suoi abitanti, spesso schiavi austeri, gravi, forti della propria storia e interpreti vivaci delle proprie tradizioni. L’Isola è sacca intatta di sapere, frammento dell’esistere, albero all’interno del quale leggere l’accumulazione di epoche e di mondi” Tratto da Scarabelli, Laura, “La meravigliosa storia di un nobel a Ustica”, in Lettera del centro studi, maggio-dicembre 2006,


La donna usticese

Gli abitanti di un’isola, come scrive Laura Scarabelli, possiedono una propria identità, in particolare le donne dell’ isola sono sicuramente l’espressione maggiore di questa identità. Svolgendo degli studi sulla vita in Sicilia nel secondo dopoguerra mi sono soffermata su queste donne forti e passionali che reagivano alla crisi e alla miseria rimboccandosi le maniche e cercando di ricostruire ciò che era stato distrutto. La vita delle donne siciliane è sicuramente stata segnata da un difficile percorso poiché hanno vissuto in una realtà molto complessa dove le tradizioni sono sempre state ben radicate, in una società che si è sviluppata in una sorta di limbo fra il vecchio e il nuovo; negli anni hanno lottato per la loro indipendenza poiché essere donna era sinonimo di debolezza e sottomissione alla famiglia e serviva molto coraggio per ribellarsi alle tacite regole sociali. Se da un lato la società opprimeva la vita di queste donne, dall’altro permetteva di mantenere sempre vive le tradizioni locali poiché venivano tramandate con amore tutte le conoscenze del passato. Parliamo di storie e canzoni ma anche di tecniche per la creazione di oggetti o accessori per abbellire le case.


Ma proviamo a pensare cosa significasse vivere in un posto ancora più piccolo, racchiuso in sé stesso, dove la società era semplicemente una grande famiglia, immaginiamo un’isola dentro l’isola, un posto immerso totalmente nella natura da cui attingere per qualsiasi fabbisogno. Proviamo ad immaginare quanto fosse importante riuscire ad avere tutti i mezzi necessari per la sopravvivenza e da essi ricavarne anche abbigliamento e accessori, poiché si poteva rimanere tagliati fuori dal resto del mondo se la piccola nave non attraccava in porto. È questo il motivo per cui ad Ustica tutte le donne del dopoguerra sapevano creare in casa il loro corredo comprando in città solo della semplice stoffa: cucivano gli indumenti intimi e facevano la spesa con borse realizzate a mano, riutilizzavano i vestiti smessi apportando delle modifiche sartoriali, coloravano i centrotavola in cotone con il tè o con i fondi di caffè e conoscevano l’uso di piante, fiori e frutti in qualsiasi ambito. Per approfondire la conoscenza della vita di queste donne verranno riportate di seguito due interviste.


Scheda informativa:

NATALE MARIA CRISTINA DATI ANAGRAFICI : Nata a Ustica il 1939 Celibe EDUCAZIONE E : Licenza di scuola elementare ottenuta ad Ustica LAVORO : Libera professionista

TRATTO DA INTERVISTA VIDEO - Quanti anni ha? - 70 anni - Come passava le giornate a Ustica da ragazza? - Si lavorava a maglia, all’uncinetto, si cuciva; a quell’epoca confezionavamo tutto noi. Vivevo a casa con i genitori. Ho imparato a cucire a Palermo da una sarta e abitavo da mia sorella che viveva lì, lei sapeva anche tagliare la stoffa mentre io non ho mai imparato; dopo ho trovato un lavoro in una lavanderia per poter restare tre o quattro mesi in città. - Dove si compravano gli abiti? - Ah non li compravamo mica gli abiti, non è come oggi che abbiamo tantissimi vestiti, prima c’era lo stretto necessario. Compravamo le stoffe a Palermo e le confezionavamo noi, anche quelle per il corredo e poi lo ricamavamo. Solitamente gli abiti per noi li faceva mia sorella, era raro andare dalla sarta a Palermo e capitò per esempio per un battesimo. Mia sorella fece addirittura il vestito da matrimonio per una ragazza di Ustica, era molto brava, aveva fatto un corso a Palermo di taglio e cucito. - Seguivate la moda? - Non molto, addirittura i vestiti ce li passavamo da una sorella all’altra o fra parenti,non avevamo abiti firmati. Mi ricordo che a otto anni, per il matrimonio di mio fratello per risparmiare, mia sorella con due camicette realizzò il mio vestito. I cappotti si voltavano per poterli riutilizzare, orecchini e collane erano rari e spesso avuti per eredità o regalati per qualche cerimonia, le scarpe si facevano di corda e sopra di stoffa, non esisteva quasi differenza fra abbigliamento estivo e invernale; arrivavano anche i pacchi dei parenti in America che mandavano vestiti già usati che venivano rimodernati, cioè aggiustati e utilizzati per creare quello che serviva; a volte realizzavamo anche solo un vestito l’anno, non c’era molta scelta. - Vi servivate delle riviste per creare? - si, mi ricordo che compravamo Mani di Fata, oppure Tempo che parlava di un


po’ di tutto, anche di attualità, e poi Burdha. - Ha frequentato i corsi di cucito che si tenevano sull’isola? - Si, uno di taglio e cucito ma io ero esterna quindi non mi pagavano mentre gli altri percepivano qualcosa perché erano corsi regionali, se ne interessava il parroco dell’isola. Imparai fare cose come le pieghe, il nido d’ape, l’orlo a giorno, gli occhielli ecc.. si passava dalla modellistica al taglio e al cucito. Le insegnanti erano di Ustica, anche mia sorella era una di loro ed erano corsi di tre mesi. - Le donne lavoravano? - Quando cominciò il turismo qualcuna lavorava, andava a lavare i piatti, cucinava negli alberghi, c’era un po’ più di lavoro. - Cosa facevano le donne dopo il matrimonio? - Stavano in casa a rigovernare. - Qualcuna partiva per studiare o lavorare? - Si, c’era qualcuna che andava a fare la “ donna di servizio” nelle case o che andava a studiare fuori, mia cognata per esempio andò al Maria Adelaide ( scuole medie con convitto gestite dalle suore) e c’era anche qualche ragazzo che andava al Convitto Nazionale. - Al mare cosa si indossava? - A volte ci si faceva anche il bagno con un vestito - Le scarpe? - Si usavano tanto le scarpe col tacco alto e fino, le compravamo a Palermo in negozi come Patania o Spatafora; gli altri negozi erano troppo cari. - Gli indumenti intimi li compravate o li realizzavate in casa? - Qualcosa si realizzava in casa mentre gli altri si compravano in città, c’era per esempio Miraglia per le stoffe e l’intimo o Frette dove comprava mia nonna.


Scheda informativa:

SALERNO ROSA DATI ANAGRAFICI : Nata a Ustica il 1936 Sposata EDUCAZIONE E : Licenza scuola elementare frequentata a Ustica LAVORO : Casalinga TRATTO DA INTERVISTA VIDEO - Quanti anni ha? - 72 - A che età si è sposata? - A 23 anni - Che scuola ha frequentato? - Solo le elementari perché purtroppo non c’erano altre scuole e...si doveva sottostare alle regole della famiglia. Quando si finiva di frequentare la scuola si cominciava a preparare il corredo. Il mio ho cominciato a prepararlo all’incirca a dodici anni. -Da cosa era composto il corredo? - C’erano per esempio le camicie da notte ricamate, le lenzuola che dovevano essere minimo dodici di sopra e dodici di sotto ma chi poteva ne portava di più, asciugamani, tovaglie da tavola, tovaglie da bagno, coperte, insomma tutto il necessario. - Come passava le giornate a Ustica? - Si cuciva, si ricamava, facevamo anche dei corsi di taglio e cucito. Prima di sposarmi frequentavo i corsi per imparare e dopo insegnavo anche, erano corsi gestiti dalla regione e si imparava il ricamo a macchina o manuale; creavamo per esempio fazzoletti, centrini da tavola o grembiuli, anche per venderli ai turisti. Erano stati organizzati dei corsi di Policultura a cui partecipavano molti giovani, che ne erano entusiasti perché era una cosa nuova e imparavano un mestiere. La domenica si usciva per la messa e poi si faceva una passeggiata mentre gli altri giorni si sbrigavano le faccende domestiche e dopo si ricamava, si cuciva o si lavorava a maglia; a volte ci riunivamo tra ragazzi per cantare -Mi parli dell’abito da Matrimonio - Il vestito allora non si comprava quasi mai già confezionato ma si acquistava la stoffa a Palermo, perché a Ustica non c’era molto materiale, e quindi si cuciva. Io


me lo feci preparare su misura e ancora lo conservo. Anche tutti gli altri abiti venivano confezionati su misura, come l’abito degli otto giorni, infatti dopo essersi sposati non si usciva per una settimana perché era vergogna ma si andava solo a messa; c’era l’abito del quindicesimo giorno, l’abito da viaggio composto di gonna e giacca, il vestito col soprabito, insomma tutti i capi che sarebbero serviti. - Se volevate comprare degli abiti dove andavate? - Compravamo a Palermo dato che a Ustica c’era solo qualche negozietto che vendeva poche cose come asciugamani o stoffe ma non avevano un vasto assortimento, spagnolette, ditali, elastici e quindi lo stretto necessario per cucire e rammendare. Si partiva al bisogno o al cambio di stagione; prendevamo la nave che non arrivava tutti i giorni ma una o due volte a settimana. - L’abbigliamento quotidiano invece come era composto? - La mattina indossavamo delle vestagliette e poi una gonna, una camicetta a secondo di ciò che dovevamo fare, cose molto semplici comunque. Nei giorni di festa indossavamo qualcosa di più particolare e anche le scarpe erano diverse. L’abito durava molto, si teneva fino a quando era in buone condizioni, la moda la seguivamo fino a un certo punto; se si strappava lo rammendavamo oppure lo giravamo al rovescio ed era come nuovo. - E per il mare? - avevamo i costumi con le gonnelline che coprivano, erano di cotone o addirittura a volte anche di lana. A mare ci andavamo con gli asini, mettevamo i bambini dentro i covoni ( le ceste ai lati dell’asino), capitava di andare la domenica e spesso pranzavamo anche lì. - Usava gli accessori, come collane o orecchini? - Si, in oro e si andava sempre a Palermo per comprarli. A Ustica non vendevano nemmeno le borse, per esempio quella per la spesa la facevamo noi e per le altre andavamo nei negozi in città, soprattutto per quelle del dopo matrimonio da abbinare all’abito degli otto giorni o agli altri. Le scarpe erano divise in quelle per tutti i giorni e quelle per le feste, potevano durare anche dieci anni. Io mi sposai con il tacco alto molto sottile. - E gli indumenti intimi? - Li cucivo in casa ma chi aveva la possibilità li comprava a Palermo. Io sapevo cucire anche quelli maschili, cucivo persino le camicie o i pantaloni da lavoro. Eravamo noi donne che compravamo in città per necessità, i ragazzi solitamente partivano per la prima volta per la visita militare e agli uomini ci pensavamo noi.


Bibliografia Schneider, Gudrun, Tingere con la natura: storia e tecniche dell’arte tintoria, Milano, Ottaviano, 1981 Lundborg, Gun, Come tingere al naturale il cotone, la lana, il lino, la seta, Bologna, Edagricole, 1983 Nicosia, Angelo, “Ustica nel 1959”, Lettera del centro studi e documentazione isola di Ustica, n. 1, anno I giugno 1999, p. 16, 17, 18, 19 Sitografia www.visitustica.it www.usticasape.it www.centrostudiustica.it www.mamaus.jimdo.com www.manuelabadagliacco.jimdo.com


Colophon:

Ideazione e Composizione del prodotto editoriale e web Manuela Badagliacco Marianna Collura

Fotografie di Marianna Collura

Fotografie: Marianna Giuffria, Rosalia Ailara, Lidia Bertucci, Nunzia Caserta, Rosa Salerno, Maria Cristina Natale.

Logo Mamaus design Sergio Pausig

Modella Valentina La Mantia

Stampa: GAD Graphic art design via Volturno 11/13, Palermo


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Textil design  

Laboratorio di pittura tessile Questo elaborato di tesi, vuole dimostrare come le risorse di un territorio possano essere utilizzate per s...

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