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Ogliastra Sanità

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Periodico a cura di Mano Tesa Ogliastra

Anno 4 - Numero 13 - Novembre 2010

Editoriale

Parliamo di celiachia

A cura di Natalino Meloni In Ogliastra cresce il peso degli 80 anni Nell’immaginario comune gli 80 anni rappresentano l’inizio dell’età avanzata, quella degli acciacchi, della memoria che fallisce, del passo più debole, dei riflessi meno pronti. Il legislatore, nel nuovo Codice della Strada, ha inserito una norma, a salvaguardia dell’incolumità nelle strade, che prevede per il rinnovo della patente di guida agli ottantenni che questi debbano sottoporsi all’accertamento delle loro capacità psico-fisiche presso la “Commissione Medica Locale” del Servizio di Medicina Legale della ASL. In Ogliastra è quel “Locale” a creare serie difficoltà. Nella nostra ASL infatti, pur essendo attivo il Servizio di Medicina Legale, non esiste la Commissione Medica Locale per le patenti. Pare che questa possa essere istituita solamente in un territorio sede della Motorizzazione Civile, quindi… tutti a Nuoro! Ma vi pare che questa norma abbia alcunché di razionale? Forse è nata per rendere più agevole il tragitto per la consegna del certificato in Motorizzazione? Oppure perché i commissari medici, se sono più vicini (segue a pagina 2)

Della celiachia, malattia causata dall’intolleranza al glutine, proteina contenuta in alcuni cereali, se ne parla sempre più spesso. Sarà per una diagnosi più attenta e più precisa per le moderne metodiche, sarà per un’avvenuta modifica nelle abitudini di vita, la celiachia compare con sempre maggior frequenza nei nostri discorsi e nelle pagine dei giornali. Nelle pagine interne una elaborazione sintetica dei vari aspetti che riguardano questa malattia.

Integratori Alimentari

Un mese con Medici senza Frontiere

Gli integratori avrebbero la funzione di reintegrare nell’organismo alcune sostanze che risultano carenti. Non hanno funzione curativa, ma semplicemente di completamento per una determinata dieta. Oggi si fa un largo uso di questa categoria di sostanze e l’articolo che vi proponiamo ha la finalità di agevolare un loro consapevole ed equilibrato utilizzo.

Il racconto di un mese di missione in un ospedale nel cuore dell’Africa narrato da Michele Sau, chirurgo in pensione. Le sue parole ci immergono in una realtà sanitaria e sociale molto triste, che, agli inizi del terzo millennio, può apparire quasi impossibile. Invece e lì, con i nuovi mezzi di trasporto forse non tanto lontana geograficamente, ma dalle nostre coscienze?

Intervista al dottor BRUNO PILIA

Responsabile del Reparto di Radiologia dell’Ospedale di Lanusei

Sommario Intervista al dottor Bruno Pilia................2 Tumori e ambiente .................................3

A cura di Giusy Ferreli

Integratori alimentari . ...........................5

Un medico in Provincia: Bruno Pilia, direttore dell’Unità operativa di Radiologia dell’Ospedale di Lanusei è da qualche mese a capo dell’Amministrazione Provinciale dell’Ogliastra. Figlio d’arte, suo padre Renato è stato un conosciuto e apprezzato radiologo di Lanusei, ha 54 anni e tre figli, di 22, 20 anni e 4 mesi. Si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Cagliari nel 1981 con una tesi in radiologia. La specializzazione in radiologia arriva nel 1986. Il suo excursus professionale inizia nel reparto di radiologia dell’Ospedale Nostra Signora della Mercede ed è stato da subito catapultato nell’affascinante mondo della tecnologia e della diagnostica. In che modo influì suo padre, punto di riferimento per decenni della radiologia ogliastrina, nella scelta di diventare radiologo?

I funghi mortali in Ogliastra....................7 Al caro amico Mimmo ...........................10 La celiachia . ..........................................11

E’ tempo di funghi Luigi Arras, uno dei più esperti micologi ogliastrini, descrive nelle pagine interne quelle specie fungine da cui è bene stare lontani e quali sono le accortezze che dobbiamo osservare, nella loro raccolta e nel modo di consumarli, per evitare che un momento di delizia culinaria si trasformi in un malessere spesso molto grave.

La depressione.......................................15 Un mese con Medici senza Frontiere . ....17 L’interdizione . .......................................19 La vespa crabo in Ogliastra.....................20 Il dottor Ignazio D’Aquila........................21 Medicina popolare in Ogliastra..............22

Dottor Ignazio D’Aquila Poco dopo la laurea si trasferì a Lanusei per esercitare la professione di chirurgo. Non abbandonerà più l’Ogliastra e per decenni sarà un punto di riferimento della chirurgia ogliastrina. In tutti i paesi d’Ogliastra tante persone lo ricordano con riconoscenza.

(segue a pagina 2)

Associazione di Volontariato

mano.tesa.ogliastra@alice.it www.manotesaogliastra.org

Mano Tesa Ogliastra

Via Temo, sn - 08048 Tortolì - Tel. 348 5188407 - 339 7111110 - Fax 0782 77020


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Periodico a cura di Mano Tesa Ogliastra

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In Ogliastra gli 80 anni pesano di più segue da pagina 1

alla Motorizzazione, sono più ispirati o acquisiscono maggiori capacità? Si tratta di normative senza logica. La commissione che opera a Nuoro, tra l’altro, sta scoppiando. Mi raccontava, un amico e arzillo sacerdote ottantenne, che pochi giorni fa, quando a Nuoro ha effettuato la visita, c’erano 156 persone all’interno di un locale con soli 15 posti a sedere e senza servizi igienici (ciò pare costituisca la fortuna del bar di fronte!). Molte di quelle persone, la Commissione visita anche i portatori di handicap e gli affetti da malattie croniche, erano sofferenti in maniera evidente, altre avevano problemi di stabilità, altre ancora dovevano reggersi con stampelle. Vi sono due uffici: in uno si consegna la documentazione, nell’altro opera la commissione. Ogni tanto una porta si apre e viene chiamato un numero, tra le 100 e più persone presenti nessuno capisce per quale ufficio sia stato chiamato quel numero. Ogni volta si ripete la solita bolgia! Politici ogliastrini della Regione, amministratori della Provincia, amministratori della ASL, sindaci dei nostri comuni, possibile che non riusciate a risolvere questo problema togliendo dalle spalle dei nostri anziani un po’ di quel peso già così grave a causa degli anni?

Intervista al Dottor Bruno Pilia Devo dire che non mi ha mai chiesto di seguire le sue orme. Sono stato affascinato da quel mondo, che allora era una radiologia di tipo tradizionale: una splendida alchimia tra empirismo e artigianalità. Era come vivere nella preistoria della disciplina: ho vissuto gli ultimi anni in cui le lastre si sviluppavano a mano! Era un altro modo di lavorare, allora c’era il contatto diretto tra medico e paziente e bisognava, con l’aiuto delle lastre, scoprire il mistero che c’era di fronte a te. Un malato si presentava con un problema clinico e bisognava arrivare alla diagnosi con i mezzi allora a disposizione della radiologia: “una lastra”, un “fermo non respiri” e poco altro. Ci racconta l’avvio della sua esperienza professionale? Nel 1986, subito dopo la specializzazione, entrai a lavorare in ospedale. Nei primi tre giorni arrivarono tre feriti da arma da fuoco, fortunatamente tutti sopravvissero. L’impatto, tuttavia, si rivelò tremendo. Tutt’altra cosa rispetto ai ritmi tranquilli dell’Università cui ero, fino ad allora, abituato. Come è cambiata la Radiologia? Ancora nel 1989 si mandavano i pazienti a Jerzu e Cagliari per effettuare una banale ecografia e soffrivamo una sorta di sudditanza psicologica nei confronti di Nuoro e di Cagliari. Poi le cose cambiarono. Nel 1990 arrivò il primo ecografo, nel 1993 il mammografo, nel 1994 l’ecocolordoppler, nel 1996 la TAC ed infine nel 2003 la Risonanza Magnetica. Abbiamo sempre puntato al massimo della tecnologia e siamo riusciti a rovesciare il gap rispetto alle altre strutture. Qual è il suo obbiettivo successivo? Trovare professionalità mediche disposte a operare in loco, dotate di grandi motivazioni e che si pongano traguardi di eccellenza, arrivando anche a specializzarsi nella radiologia d’organo. Una criticità rimane quella delle liste d’attesa, cosa si può fare per contrastarla? A Lanusei le lunghe liste d’attesa riguardano essenzialmente gli esami con la Risonanza Magnetica, settore nel quale abbiamo innescato una immigrazione sanitaria da tutta l’isola. Ogni anno arrivano da noi diverse centinaia di pazienti che risiedono fuori Ogliastra. Si sottopongono all’angio-RM che è lo studio non invasivo delle arterie e delle vene e, con la nostra Risonanza e la nuova TAC, allo studio della mammella, del cervello e del fegato.

Per quanto concerne la prevenzione, perché alcuni esami, come la colonscopia virtuale, non vengono effettuati? Credo che la colonscopia virtuale con TAC non rappresenti attualmente un valido mezzo di screening. Invece questa ASL è una delle poche in Sardegna dove sono stati avviati gli screening del tumore mammario e della cervice uterina, con grandi benefici per la diagnosi precoce delle due patologie. Alcune tecniche, peraltro, sono sì l’ ultimo grido nel campo della diagnostica per immagini, ma spesso aggravano le spese del Servizio Sanitario senza apportare alcun vantaggio in termini di efficacia diagnostica. E’ molto meglio concentrarsi sulle metodiche di provata validità ed utilità. La sua passione per la medicina si coniuga con un’altra grande passione, la politica. Come è iniziato il percorso che l’ha catapultata nella sede della Provincia Ogliastra? Le due cose sono andate quasi sempre di pari passo. Ho sempre cercato di dedicare il massimo impegno alla professione, come radiologo, e alla politica, come amministratore. Ho iniziato la mia militanza politica come amministratore comunale nelle fila della Democrazia Cristiana, poi sono stato, all’interno del Partito Popolare, vicepresidente della Comunità Montana ogliastrina, il nucleo originario dell’attuale provincia. Dopo dieci anni di lontananza dalla politica attiva, durante i quali mi sono dedicato a portare a livelli di eccellenza il mio reparto, il virus ha colpito di nuovo. Nella primavera di quest’anno ho accettato di guidare la coalizione che mi ha portato all’elezione in Provincia. Elezione arrivata anche nel bel mezzo del dibattito sulla riforma sanitaria della Regione, qual è la sua posizione? Questa azienda sanitaria eroga servizi di qualità, nella gran parte dei casi competitivi qualitativamente con quelli delle altre Asl, e ciò avviene nonostante dobbiamo subire l’handicap costituto dalle fughe sanitarie che decurtano di un buon 30 per cento quanto è dovuto al nostro territorio. Abbiamo tra l’altro un bilancio in pareggio nonostante molti fattori sfavorevoli: la popolazione più anziana della Sardegna e il territorio meno densamente popolato che, per esempio, costringe l’ azienda a dovere pagare un numero doppio di guardie mediche rispetto alle altre zone. La prima conclusione è che gli sprechi della

sanità sarda non sono in Ogliastra ma vanno cercati nei grandi poli sanitari dell’Isola, a Cagliari in primis. L’ esperienza Ogliastrina dimostra che l’attuale suddivisione sanitaria in otto aree geografiche corrisponde a criteri di efficacia e di efficienza, per cui è inutile e dannoso prevedere una riforma che riduca a quattro, o addirittura ad una sola, le ASL della nostra regione. Quale imput può arrivare dall’amministrazione provinciale ogliastrina? C’è ancora molto da fare. Però ritengo che il modello positivo sviluppato in Ogliastra possa essere esportato nelle altre zone dell’isola. Se si è riusciti a Lanusei con poche risorse ad assicurare un buon standard di assistenza, perché non servirsi, nelle programmazioni e nelle gestioni aziendali, di queste esperienze positive? Molti si chiedono come possa coniugare l’impegno professionale con quello politico? Fino a pochi mesi fa il mio impegno professionale nell’Unità Operativa di Radiologia era di 10-14 ore al giorno. E’ chiaro che quell’impegno esclusivo non può più esserci. Per due giorni alla settimana lavoro in ospedale e dedico il restante tempo all’ amministrazione della nostra provincia. Nonostante il mio contributo ridotto in termini di orario, nel 2010 è stato effettuato un numero di Risonanze Magnetiche pari a quello del 2009. Ma, ovviamente, ritengo che il livello qualitativo e quantitativo delle prestazioni radiologiche debba essere sempre più migliorato ed ho proposto agli amministratori della ASL delle soluzioni che possono garantire il raggiungimento di questo obbiettivo. In cosa consistono tali proposte? La richiesta più significativa è l’ampliamento del ristretto organico attuale. C’è necessità di almeno un medico che si occupi della diagnostica per immagini in generale e va attivato un rapporto professionale con dei radiologi di organo: un medico che si occupi di senologia, uno di diagnostica non invasiva del cuore e un terzo dedicato esclusivamente alla risonanza. Io mi impegnerò a garantire la loro formazione, a seguirli e supportarli nei passi iniziali. Sono certo che con tali nuove risorse i livelli attuali verranno proficuamente superati. Auguri e buon lavoro Signor Presidente!


La Pagina dellA Prevenzione a cura di Natalino Meloni

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Tumori e ambiente

Il ruolo dell’ambiente nell’insorgenza e nella crescita dei tumori Si stima che la mortalità globale per cancro nel nostro pianeta sia oltre 7 milioni di persone per anno. Questo valore aumenterà del 50% nel 2020 (WHO, 2006), ma tale incremento non può essere determinato solamente dalle modifiche nello stile di vita e dall’esposizione a situazioni ambientali a rischio cancerogeno. Il cancro è infatti una malattia antica, non è figlio dell’età moderna: nella filogenesi, tutte le specie di vertebrati sviluppano tumori e segni di tumori primitivi e metastasi sono state rilevate anche nei fossili di dinosauri. Quindi vanno ricercati anche altri elementi e oggi il fattore più rilevante ai fini dell’aumento dell’incidenza dei casi di tumore nel mondo occidentale è rappresentato dall’eccezionale allungamento della speranza di vita media: in Italia, ad esempio, si è passati dai quaranta anni del 1900 agli attuali ottanta. Poiché vi è uno stretto rapporto tra il rischio di ammalarsi di tumore e l’età, un ottantenne corre tale rischio mille volte più di un adolescente, è evidente come, al crescere della speranza di vita, s’incrementi l’incidenza della malattia. In Africa, dove l’età media è notevolmente più bassa che in Europa, il cancro è assai meno diffuso. Per comprendere correttamente la rilevanza del fattore età, si tenga presente che il rischio di ammalarsi di cancro al polmone in un fumatore è “solo” venti volte più alto che in un non fumatore: ossia l’età è un fattore di rischio cinquanta volte più potente del fumo che, a sua volta, è il più importante tra quelli noti. Quindi si può affermare che la ragione principale per cui ci si ammala di più di cancro è che ci

prendere in considerazione, nella spiegazione dell’incremento numerico dei malati oncologici, anche il fattore ambientale e la modernizzazione degli stili di vita. Per quanto riguarda l’ambiente, due dei più importanti studiosi sulle cause del cancro, gli inglesi Doll e Peto, al termine di loro studi epidemiologici effettuati negli anni ottanta, stabilirono che il peso dell’ambiente sul numero dei casi di tumore non supera la percentuale del 2%.

si ammala e si muore di meno per altre patologie. Si potrebbe al riguardo citare l’aforisma di Terenzio “Senectus ipsa est morbus” ossia “la vecchiaia stessa è una malattia” o, ancora, il salmo biblico “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti”. Ma esiste anche un altro aspetto che porta a valutare una maggiore incidenza del cancro in epoca moderna e si tratta dell’ampia attività di screening che viene effettuata specialmente nei paesi occidentali. Ciò porta a considerare che probabilmente si tratta non solo di una maggiore incidenza dei tumori, ma anche di una più diffusa

rilevazione. Il cancro della prostata, ad esempio, era certamente diffuso ampiamente anche nei decenni passati, uno studio di qualche anno fa mostrò infatti come ben il 25% di uomini deceduti all’età di settant’anni, per cause non correlate al cancro, presentavano un cancro alla prostata; oggi con il frequente utilizzo dei markers tumorali e delle indagini ecografiche, viene rilevato un numero di tumori che altrimenti sarebbe rimasto sconosciuto. Data quindi la giusta rilevanza al prolungarsi dell’età media e alla maggiore attività di screening, certamente è da

L’inquinamento atmosferico viene spesso richiamato tra le cause capaci di sviluppare il cancro, è ciò è vero, il benzene presente nell’aria è in effetti un potente cancerogeno, però in base alle misurazioni delle polveri sottili effettuate nelle grosse città italiane la concentrazione di benzene nell’aria è diminuita negli ultimi 30 anni in media del 70 per cento, quindi, se vi fosse una forte correlazione fra inquinamento atmosferico ed insorgere del cancro, l’evoluzione degli ultimi decenni avrebbe dovuto puntare verso una riduzione e non un aumento del numero di persone che contraggono la malattia. E’ molto importante attribuire alla responsabilità dell’ambiente nella genesi del cancro il giusto peso, poiché l’attribuzione di una eccessiva responsabilità può portare ad una diagnosi errata del fenomeno e, di conseguenza , a sbagliare la terapia. In altre parole significa che si potrebbero destinare ingenti risorse per ottenere risultati modesti, come ebbe a ricordare Umberto Veronesi allorché si oppose ad un provvedimento legislativo per la riduzione dell’inquinamento da onde elettromagnetiche: “Ritengo che non

DIETOLOGIA Dr. Marilena Lara Specialista in Dietologia Specialista in Geriatria

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sia morale investire 20-30 mila miliardi, tanti ne occorrerebbero, per prevenire due ipotetici casi di leucemia, quando con la stessa cifra possiamo combattere i danni causati, con assoluta certezza, da altri fattori cancerogeni, salvando la vita a migliaia di bambini e adulti, che davvero contrarranno tumori e leucemie”. Ma, all’interno dell’ambiente quale causa di tumori, quali sono gli inquinanti con potenzialità di cancerogenesi che possiedono maggiore responsabilità? Tra i più importanti vanno considerati il già citato benzene, l’amianto, la diossina, il radon, i pesticidi, i fertilizzanti. Ma per tutti questi fattori è fondamentale individuarne la concentrazione e il tempo di esposizione. Ben diverso è infatti il peso che ha la concentrazione di benzene presente nell’aria e quella presente in ambienti confinati di industrie chimiche dove si respira il benzene ad una concentrazione 50.000 volte superiore a quella atmosferica. Vale lo stesso discorso per quanto riguarda l’amianto e il radon. Suscitò scalpore anni fa la notizia di tanti militari che morirono di tumori intestinali e polmonari in Veneto: avevano in comune la lunga permanenza lavorativa all’interno di gallerie realizzate nel monte Venta. Quelle gallerie scavate nella roccia vulcanica risultarono impregnate di gas radon. Anche per quanto riguarda l’amianto, la principale causa di mesotelioma pleurico, sono state da tanto bandite le famigerate coperture in eternit e lo stato ha promulgato delle leggi che impongono meto-

La Pagina dellA Prevenzione a cura di Natalino Meloni

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diche per uno smaltimento sicuro e ha previsto delle agevolazioni economiche per i proprietari di quelle abitazioni che necessitano di un sano rifacimento delle coperture in eternit. L’importanza del fattore concentrazione degli inquinanti è avvalorata anche dal fatto che molti tipi di tumore si sviluppano intorno a determinate zone da cui le sostanze cancerogene hanno origine: termovalorizzatori, fabbriche chimiche, raffinerie, discariche. Per quanto riguarda la Sardegna si è a lungo parlato dell’alta concentrazione di linfomi presenti nell’aria di Portovesme, sede di varie industrie chimiche, e di La Maddalena, sede di una base militare per sommergibili a propulsione nucleare. Per concludere anche nei tumori da causa ambientale può giocare un ruolo fondamentale la prevenzione. La prevenzione primaria, fatta cioè a monte della malattia sulle sue cause, può riuscire a far diminuire la frequenza della malattia oncologica e la sua validità resterà indiscutibile anche se si avvereranno le più ambiziose aspettative terapeutiche. Resterà intatto anche il suo valore universale, dato che la prevenzione primaria è capace di proteggere tutti gli strati della popolazione, dai più forti ai più deboli, dai più ai meno favoriti socialmente, cosa non sempre evidente per quanto riguarda la diagnosi e la terapia.

La posta dei Lettori Il 16 maggio sono stato ricoverato nella divisione chirurgia dell’ospedale di Lanusei. Sono entrato in fin di vita e grazie all’abilità dei medici e alle cure amorevoli del personale tutto sono nuovamente a casa a Perdasdefogu sano e salvo. Amici miei tutti e personale tutto dipendente del reparto Chirurgia di Lanusei. Permettetemi di chiamarvi “AMICI” perché nel mio cuore ho creato uno spazio interamente dedicato ad ognuno di voi. Caro Dott. Caria (direttore del reparto), la ritengo una persona veramente “GRANDE” ed altrettanto grande è la stima e la fiducia che ho in Lei. Caro Dott. Vacca, il suo modo gentile e cordiale con i pazienti supera alla grande il processo di guarigione rispetto alla farmacologia ufficiale, per lei ero Valentino Rossi, quando dopo circa un mese e mezzo iniziavo a fare i primi passi col girello. Caro Dott. Piroddi, la ringrazio infinitamente per essere intervenuto tempestivamente e brillantemente nel primo intervento chirurgico. Caro Dott. Soru, voglia gradire i miei infiniti ringraziamenti per la sua grande disponibilità. Gent.ma Dott.ssa Claudia, la sua grande opera e la sua dolce presenza illuminano questo lodevole reparto come un raggio di sole. Dottor Sinatra, amico mio, scusa se ti do del tu, ma ti ringrazio infinitamente per avermi preso per il ciuffo dei capelli, pochi ma forti, per ben tre volte assieme a tutta l’equipe e non dimenticherò mai le tue parole: “ Grande Serreli!” Amici infermieri: Ciccio, il gigante buono tu mi chiamavi “roccia”; Giuseppe, a chi non ti conosce dai l’impressione di essere burbero ma il tuo amore per gli ammalati non ha confini; Laura, sei una persona dolcissima caratterialmente e professionalmente e questa tua grande dote aiuta chi veramente soffre nella sua malattia. Ricordo signora Ida, le due Patrizia e tante altre di cui non ricordo il nome ma ho presente la loro fisionomia che non dimenticherò mai. Vi chiedo scusa se qualche volta di troppo ho premuto il campanello ma, se vi trovate con qualche chilo in meno, beh!, un po’ di quel merito è anche mio. Amici miei tutti, è un grande onore per me potervi ringraziare perché, se oggi posso scrivere queste righe, che scendono diritte dal cuore, lo devo esclusivamente ad ognuno di voi che mi avete ridato la vita e la gioia di riviverla assieme a tutta la mia famiglia e questo grande dono è esclusivamente merito vostro. Vorrei ringraziare anche la prima persona che ha riconosciuto subito il mio male: peritonite, diverticolite e colon perforato. Questi è il Dottor Andrea Perra, medico di guardia alla Clinica Tommasini di Jerzu. Vi stringo forte al mio cuore e vi assicuro che il posto che vi ho assegnato è quello in “prima fila” lo stesso della mia famiglia che vi ringrazia per tutto il vostro immenso operato. Un forte abbraccio unito ad un grande applauso da tutti noi. Un ringraziamento Giovanni Serreli Perdasdefogu


La Pagina dell’Alimentazione a cura di Marilena Lara

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Gli Integratori Alimentari in Medicina Un’idea piuttosto diffusa, sia tra il pubblico che tra molti medici, è che un’alimentazione adeguatamente variata sia in grado di fornire tutti i nutrienti, le vitamine, i minerali, le sostanze non nutrienti bioattive, di cui l’organismo ha bisogno. Ma più recenti informazioni disponibili obbligano a riconsiderare queste idee. In genere si ritiene che la fisiologia del nostro organismo ( e quindi le sue esigenze metaboliche e biochimiche ) si sia sviluppata e modellata sugli alimenti che abbiamo consumato nella nostra millenaria storia; questi, di conseguenza, rappresenterebbero il “carburante” ottimale per permettere al nostro organismo di funzionare nel modo migliore. Nonostante ci sia del vero in questa interpretazione, essa non è più adeguata allo scenario del mondo moderno, nel quale la vita media supera ormai gli 80 anni, e le patologie degenerative hanno ormai sostituito le malattie acute tra le principali cause di morte. Sulla base di questi presupposti possiamo dire che l’evoluzione si è preoccupata di tutelare la sopravvivenza della specie non la durata e la qualità della vita dei singoli individui. L’uso intelligente degli integratori mirati, nella società attuale, può quindi contribuire alla salute e alla qualità della vita.

COSA SONO GLI INTEGRATORI? Le scelte sulla salute meritano attenzione : proviamo, quindi, a fare un po’ di chiarezza su una materia così controversa come quella degli integratori. Secondo le direttive europee, gli integratori sono considerati prodotti destinati ad integrare la comune dieta. Essi costituiscono concentrazioni di sostanze (vitamine

danti il loro contributo al benessere. Il ruolo chiave di nutrienti come le vitamine e i sali minerali e altri fattori alimentari è quello di garantire una buona salute e di prevenire o curare le malattie derivanti da carenze nutrizionali.

IMPARIAMO A DISTINGUERE

e minerali o altre aventi un effetto nutritivo o fisiologico come aminoacidi, acidi grassi essenziali, fibre ed estratti di origine vegetale ,sia monocomposti che pluricomposti), proposte in composizioni diverse (capsule,pastiglie, compresse, polveri in bustina, flaconi) destinate ad essere assunte in piccoli quantitativi unitari. Per gli integratori alimentari, come del resto per qualunque altra opzione sanitaria legittimamente presente sul mercato, la condizione per la commercializzazione non è solo quella relativa alla sicurezza d’uso, ma anche quella relativa alla capacità di ottenere l’effetto nutritivo o fisiologico dichiarato con le quantità di assunzione proposte. Non è infatti ammessa, sul piano normativo, l’introduzione nel mercato e la proposta al pubblico di un integratore alimentare in ragione delle sole garanzie

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di sicurezza senza che esso offra reali ed effettive funzionalità. La dichiarazione degli effetti, oltre che legittima, è elemento informativo essenziale per orientare nelle scelte e favorire corretti comportamenti da parte dei consumatori in funzione delle specifiche esigenze individuali. Ovviamente per evitare che si abbia a che fare con costosi placebo (sostanza priva di efficacia terapeutica), è necessario che lo studio e lo sviluppo di questi composti sia guidato da rigore scientifico.

EFFETTI DEGLI INTEGRATORI Gli effetti attribuiti agli integratori devono risultare plausibili in base: • all’insieme dei costituenti, • alle quantità di assunzione indicate, • al complesso della documentazione e delle evidenze già disponibili riguar-

Integratori alimentari: sono quelli che devono essere assunti secondo la dose giornaliera minima consigliata (vitamine e sali minerali). Integratore di piante officinali: sostanza che può avere effetti farmacologici se assunto in dosi elevate (ginkgo biloba, iperico, ginseng, ecc.) e causare pericolose interazioni farmacologiche. Alimento dietetico: destinato a fini medici, contiene un elemento di cui si è carenti o che è necessario in una specifica patologia (vitamine nelle disvitaminosi, alimenti senza glutine, pappa reale, acido folico nelle malattie ematologiche, ecc.) Integratore terapeutico: contiene sostanze farmacologicamente attive, non assumibili con la dieta, è spesso presente in farmaci a concentrazioni superiori con differente via di somministrazione (melatonina, citicolina, ecc.), per le quali bisogna prestare particolare attenzione alle interazioni farmacologiche che possono arrecare seri problemi per la salute.

CHI HA BISOGNO DI INTEGRATORI? Esistono differenti condizioni in cui è possibile ipotizzare l’opportunità di integrare l’alimentazione abituale. Per ciascuna di esse sono disponibili specifiche opzioni. L’uso degli integratori può essere fatto sia

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da soggetti sani col fine di migliorare lo stato di salute e di benessere e/o di ridurre il rischio di malattie, sia da soggetti con specifiche esigenze nutrizionali e soggetti malati. Un integratore alimentare diventa utile quando vi sia un ragionevole dubbio che ciò che mangiamo non sia in grado di soddisfare il nostro fabbisogno, ossia non riesca a coprire le necessità minime di alcuni nutrienti specifici necessari all’organismo per poter funzionare regolarmente. Certi gruppi di popolazione sono maggiormente a rischio di carenze nutrizionali e possono trarre beneficio dall’effetto protettivo degli integratori: I lattanti possono soffrire di carenza di vitamina D, di ferro e fluoro. Le donne in fase pre-concepimento hanno bisogno di un supplemento di acido folico per prevenire le malformazioni del

tubo neurale del feto. Le donne in gravidanza e che allattano hanno bisogno di integratori, perché in loro è più elevato il fabbisogno di vari nutrienti, in particolare di acido folico, ferro e calcio. Le persone che seguono un’alimentazione vegetariana possono aver bisogno di un integratore di vitamina B12 e talvolta anche di integratori di calcio, vitamina D, ferro e zinco. Le donne con un flusso mestruale abbondante hanno talvolta bisogno di un integratore di ferro. Chi è costretto a stare in casa e non consuma latte e derivati può aver bisogno di un integratore di calcio e vitamina D. Anche gli anziani, che spesso hanno un’alimentazione carente dal punto di vista nutrizionale, per mancanza di diversi elementi dentari che comporta una ridotta capacità di masticazione, ma anche per la ridotta capacità di digerire e di assorbire i nutrienti, possono aver bisogno di integratori di vitamina B12 e D. Tutte quelle persone che, in ragione dell’inadeguatezza della loro dieta, non ottengono da questa quello che a loro serve. Nel mondo dello sport questa particolare

La Pagina dell’Alimentazione a cura di Marilena Lara categoria di prodotti ha mostrato, negli ultimi anni un rapido e considerevole incremento di interesse in considerazione della possibilità di indurre un miglioramento della prestazione sportiva. Altri elementi che bisogna considerare sono i fattori ambientali e lo stile di vita, i quali possono distruggere le vitamine e legare i sali minerali. Ne sono un esempio i fumatori, che necessitano almeno di una quantità doppia di vitamina C rispetto ai non fumatori. Nei forti consumatori di alcool o di additivi alimentari e altre sostanze chimiche associate alla vita moderna viene alterato anche il rapporto con gli altri nutrienti.

INTEGRATORI E INVECCHIAMENTO Tenendo sempre presente che non esiste l’elisir dell’eterna giovinezza, ciascuno di noi dovrebbe comunque assumere comportamenti che ci permettano di vivere meglio e più a lungo. La scienza medica si è dedicata sempre più alla riflessione sul concetto di benessere e sui meccanismi che regolano le funzioni del nostro organismo e quindi influire in modo determinante sui processi di invecchiamento. La moderna medicina anti-invecchiamento si prefigge di diminuire i rischi invalidanti dovuti alle diverse patologie che aumentano con l’avanzare dell’età, applicando strategie integrate di prevenzione e cura, di tipo dietetico, farmacologico e comportamentale, atte ad allontanare i disturbi dell’invecchiamento.

INDICAZIONI PER UNA PRESCRIZIONE RAZIONALE La teoria delle carenze di minerali e vitamine è fondata sull’osservazione che la moderna alimentazione si basa, per lo più, sul consumo di cibi molto “raffinati”, carenti nel loro naturale contenuto minerale-vitaminico e quindi poveri per

il nostro organismo. In effetti, se pensiamo allo sfruttamento eccessivo dei terreni agricoli, con il conseguente depauperamento delle coltivazioni, o agli allevamenti intensivi degli animali da macello, il cui scopo prioritario sembra essere principalmente quello di fornire esemplari pesanti piuttosto che sani, si può ben capire come il cibo che assumiamo giornalmente possa causare carenze in sali minerali e vitamine i quali costitituiscono il substrato dei nostri “enzimi vitali”. Stabilire se e quando supplementare la dieta del singolo individuo è un problema di non facile soluzione che deve essere affrontato in modo razionale e sistematico, non solo in relazione al rischio di prescrizione di integrazioni superflue ma, soprattutto, in relazione al pericolo di superare le dosi necessarie. Tale pericolo non è così improbabile se si considera che gli integratori alimentari fortificati, arricchiti o supplementari, sono ormai entrati nella grande distribuzione, disponibili al consumo da parte di utenti non sempre preparati a decidere autonomamente se e quando è opportuno farne uso. Di conseguenza, la necessità di integrare l’alimentazione abituale deve essere sempre decisa attraverso una valutazione globale dello stato di nutrizione; occorre, tra l’altro, avere chiaramente presenti i possibili effetti tossici associati ad assunzioni eccessive di nutrienti che, in quanto tali, non debbono essere considerati sempre e comunque

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benefici per la salute.

UNA CAUTELA IMPORTANTE La stessa espressione ‘’integratori alimentari’’ denota il fatto che i composti descritti costituiscono misure aggiuntive per una buona salute. Non si può porre rimedio a cattive abitudini alimentari, ad atteggiamenti negativi, alla mancanza di esercizio fisico, semplicemente facendo ricorso alle pillole, siano queste farmaci o integratori alimentari. Sebbene molti integratori alimentari siano efficaci per il miglioramento del nostro stato di salute, a lungo termine è assolutamente importante sviluppare un atteggiamento mentale positivo, seguire un programma regolare di esercizi fisici e una dieta sana. I prodotti dietetici sono utili e, alle volte, insostituibili presidi terapeutici: ma, in quanto tali, essi necessitano di un uso ragionato, oculato, dettato da reali esigenze terapeutiche, sostenute da opportune conoscenze e verifiche scientifiche, invece che da concessioni a subdoli richiami pubblicitari o dalle lusinghe di improbabili effetti miracolistici. E’ necessario valutare con estrema attenzione la grande massa di avvisi pubblicitari che quotidianamente bombardano il consumatore, spesso con messaggi fuorvianti ed a volte privi delle necessarie basi scientifiche, dettati da meri interessi commerciali. Poiché l’assunzione di vitamine e minerali in quantità eccessive può dar luogo a reazioni avverse per la salute, la supplementazione della dieta deve essere considerata solo dopo aver accertato che le eventuali carenze non siano correggibili attraverso gli alimenti naturali. Soprattutto le persone che sono sottoposte a terapie mediche perché affette da patologie croniche, devono sempre chiedere il parere del proprio medico prima di assumere integratori in modo che la scelta cada su prodotti che non causino pericolose interazioni farmacologiche .


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I Funghi mortali presenti in Ogliastra Come già accennato in un mio precedente articolo, le conseguenze dell’ingestione di un fungo non commestibile possono essere pesantemente influenzate dalle condizioni fisiche di base dell’intossicato. Può così accadere che un fungo di per sé non letale possa far precipitare la situazione di un paziente indebolito da una precedente patologia, fino a causarne il decesso. Noi ci occuperemo però in questa sede solo di quelle Specie capaci (o fortemente sospettate) di determinare una sindrome mortale in consumatori in buone condizioni di salute al momento dell’ingestione. Per fortuna le terapie recentemente introdotte, compreso il trapianto di fegato o rene, hanno notevolmente abbassato la mortalità. Specie responsabili:

Amanita phalloides (Sindrome falloidea)

Causa il maggior numero di intossicazioni mortali. E’ un fungo

carnoso e di bell’aspetto, privo – allo stato fresco - di odori e sapori sgradevoli. Il colore del cappello varia dal bianco (forma alba), al verdastro (tonalità più comune), al brunastro. Il consumatore lo scambia in genere con le russule e i tricolomi verdi o con i prataioli bianchi: in molti casi, tuttavia, il fungo viene raccolto sulla base delle più stravaganti stime tassonomiche (“mi è sembrato innocuo” o “aveva l’anello” o ancora “non era per niente rosso”…e così via). Quello che dovrebbe allarmare è proprio ciò cui più raramente si presta attenzione: la presenza di una sacca ben conformata che avvolge la base del gambo (volva) è un segno che richiede un accurato esame da parte di un esperto. La volva si ritrova infatti sia in specie commestibili che tossiche e solo uno studio competente di tutti i caratteri dell’esemplare raccolto può far escludere che si abbia a che fare con una Amanita phalloides (o A. verna, v. sotto). Quanto all’anello, la sua costante presenza in questo pericolosissimo fungo (a parte i casi di perdita accidentale per avverse condizioni meteorologiche) è la dimostrazione di quanto folle sia la credenza che tutti le specie che ne siano dotate possano tranquillamente venir consumate. La sindrome falloidea esordisce dopo una latenza in genere (ma non sempre!) abbastanza lunga, dalle 6 alle 24 ore, e conduce a una necrosi del parenchima epatico e spesso anche di quello renale.

Le sostanze responsabili sono le cosiddette Amatossine, la cui dose letale per l’Uomo è estremamente bassa: un bambino può morire anche dopo aver mangiato un solo cappello di A. phalloides (il cui peso raggiunge in media i 20 g).

Amanita ovoidea (Sindrome norleucinica-allenica)

Amanita verna

(Sindrome falloidea)

Stesse peculiarità morfologiche e tossicologiche dell’A. phalloides; gli unici caratteri differenziali (se si prescinde da alcune raffinatezze microscopiche che non è qui il caso di prendere in considerazione) sono: • crescita primaverile • colore sempre bianco • in alcune forme, una diversa reazione dell’epicute, strato superficiale di rivestimento del cappello, all’idrossido di potassio. La presenza di questo temibile fungo in Ogliastra non è sicura: un singolo ritrovamento da parte dell’amico Gigi Piga in località S. Cosimo (Lanusei) concerneva un esemplare molto vecchio, i cui connotati sia macro che microscopici risultavano poco chiari.

Si tratta di una Specie comunissima in Ogliastra, la cui interpretazione sia tassonomica che tossicologica è alquanto problematica. Sintetizzando al massimo il problema, possiamo dire che questo fungo è sempre stato considerato commestibile anche nella letteratura scientifica più avveduta: i non pochi casi di intossicazione, anche mortali, venivano attribuiti a specie vicine (A. proxima e A. aminoaliphatica). In realtà, si è visto che la delimitazione di queste tre entità tassonomiche è così difficile da risultare praticamente impossibile. L’A. ovoidea va pertanto considerata come una specie tossica e, in un numero fortunatamente non molto elevato di casi, addirittura mortale. Caratteristici sono l’aspetto cremoso dell’anello, l’habitus massiccio, il colore bianco candido, a parte la volva che può essere più o meno bruna, e lo sgradevole


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e assai tipico odore.

Cortinarius orellanus (Sindrome orellanica)

E’ il più subdolo dei funghi assassini. La sintomatologia può infatti manifestarsi anche a distanza di più di quindici (!) giorni dall’ingestione, quando ormai i danni renali ed epatici sono alquanto avanzati. E’ un fungo di medio-piccole dimensioni, col cappello feltrato-squamuloso di colore da arancio-rossiccio a brunastro rame. Le lamelle e il gambo hanno tonalità più o meno simili. L’insieme non risulta particolarmente attraente e questo ha probabilmente salvato finora sia il fungo…che i raccoglitori ogliastrini. Si tratta infatti di una Specie frequente in tutta la Sardegna e molto diffusa e localmente abbondante nella nostra Provincia. Il fungo fa parte di un gruppo che comprende diverse altre Specie velenose mortali. Di queste solo una è stata segnalata (ma non confermata!) in Ogliastra: il Cortinarius speciosissimus, trovato (forse!) in un bosco misto di Pino e Leccio a Sarcerei (Lanusei).

Cortinarius splendens (Sindrome orellanica)

La tossicità di questa Specie è controversa: considerata per decenni velenosa mor-

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tale, la sua pericolosità è stata in seguito ripetutamente negata da diversi Autori. Un solo ritrovamento in Ogliastra, in località Cort’’e Malis (Lanusei), sotto Castagno. E’ un bellissimo fungo di modeste dimensioni, interamente di colore giallo oro. N:B.: numerose altre Specie di Cortinarius, appartenenti soprattutto ai Sottogeneri Leprocybe e Dermocybe, sono fortemente sospettate di determinare delle intossicazioni mortali nell’Uomo, pur mancando, come nel caso del C. splendens, la prova sicura della loro effettiva pericolosità. Molte di queste sono presenti nella nostra Provincia. Rimane, ad ogni modo, sempre valida la regola che impone di considerare come non commestibili tutti i Cortinarius.

Galerina autumnalis, Galerina marginata e Galerina unicolor (Sindrome falloidea)

e Ascomycota vari…).

Galerina badipes (Sindrome falloidea)

Piccolo fungo (il diametro del cappello raggiunge al massimo i 2,5 cm) che cresce isolato o più raramente subfascicolato (= pochi individui uniti a livello del gambo) sulla lettiera dei boschi di aghifoglie. Viene raramente considerato degno di attenzione dai raccoglitori, ma ha provocato diverse intossicazioni nei bambini, che sono sempre pronti a portare alla bocca tutto ciò in cui si imbattono. Stesse caratteristiche tossicologiche delle Galerina del gruppo marginata

Lepiota brunneoincarnata, L. subincarnata, L. lilacea, L. helveola… e probabilmente altre Specie appartenenti allo stesso Gruppo Si tratta di tre Specie difficilmente separabili l’una dall’altra, anche col ricorso al più attento studio microscopico: sono tutte caratterizzate dalle piccole o medie dimensioni (cappello da 3 a 7 cm. di diametro), dalla crescita su legno spesso in gruppi di numerosi individui, dai colori bruni o (giallo-) rossastri e dalla presenza di un anello ben sviluppato sul gambo. La crescita cespitosa induce talvolta i raccoglitori a scambiarle con il comune “chiodino”.

(Sindrome falloidea)

L’avvelenamento è in pratica sovrapponibile a quello determinato dall’Amanita phalloides.

Si tratta di funghi imparentati con le ben note “Mazze di tamburo” (“Cappeddu ‘e predi”): si distinguono macroscopicamente da queste per l’assenza di un anello ben conformato e scorrevole; per un gambo non o indistintantemente bulboso alla base; e, infine, per le dimensioni net-

Da noi questi funghi sono abbastanza comuni, soprattutto su tronchi abbattuti e marcescenti di latifoglia, spesso associati ad altre Specie (Mycena, Aphyllophorales

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tamente inferiori (il cappello raggiunge raramente i 7 cm di diametro in L. brunneoincarnata e L. lilacea). La sindrome che si scatena è del tutto identica a quella determinata dalle Amanita e dalle Galerina mortali. In Ogliastra è stata sicuramente accertata la presenza di L. lilacea (Lanusei, in giardini e vasi di fiori) e di L. brunneoincarnata (Tortolì). Alla L. helveola venne in passato imputato un episodio di avvelenamento mortale che colpì ad Arzana diversi membri di una stessa famiglia ( non esistono tuttavia prove che si trattasse di L. helveola invece che della più banale Amanita phalloides).

Paxillus involutus e Paxillus filamentosus (Sindrome paxillica)

Anche in questo caso si tratta di due Specie molto simili, la cui distinzione può a volte richiedere uno studio accurato delle spore; è inoltre d’aiuto anche l’habitat, in quanto P. filamentosus cresce solo sotto Ontano. La sindrome paxillica è dovuta alla formazione di complessi antigeneanticorpo, che, aderendo alla superficie dei globuli rossi, ne determinano la lisi (cioè lo scioglimento, la distruzione). La sostanza fungina che agisce da antigene è di composizione chimica tuttora sconosciuta: una volta ingerita con la prima consumazione, sensibilizza l’organismo, stimolando la produzione degli anticorpi. Successivamente, a distanza di settimane o anche di anni, in occasione del secondo pasto, si ha la formazione del complesso, che scatena, dopo appena 1-3 h dall’ingestione, la sintomatologia tipica dell’emolisi. C’è da rilevare: 1) non tutti gli individui vengono sensibilizzati: molti consumano regolarmente il fungo senza subire alcun

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danno; 2) d’altra parte è anche vero che talvolta la crisi si verifica dopo ingestioni senza conseguenze ripetutesi nel corso di molti anni; 3) la sindrome, se trattata medicalmente, ha nella maggior parte dei casi un’evoluzione benigna, ma il quadro clinico può presentarsi a volte con caratteri di tale gravità, da portare rapidamente a morte il paziente; 4) il Paxillus filamentosus è assai comune negli Ontaneti che ombreggiano le rive dei corsi d’acqua ogliastrini, anche se di rado la crescita risulta particolarmente abbondante. Il P. involutus è senz’altro più raro, ma, comunque, ben documentato da diverse raccolte nei nostri boschi di latifoglie; per quanto mi riguarda, non ho invece notizie di rinvenimenti sotto aghifoglia; 5) la confusione (inconcepibile se si considera anche solo il ben differente habitat!) avviene spesso col Pleurotus eryngii; ma, in molti casi, il paziente riferisce di aver ben riconosciuto il fungo e di averlo consumato perché convinto della sua innocuità.

Tricholoma equestre (sensu lato) (Sindrome rabdomiolitica)

La Specie responsabile è stata a lungo considerata non solo commestibile, ma addirittura di superiori qualità culinarie, tanto che nell’antichità pare che il suo consumo fosse riservato ai soli Cavalieri (da cui il nome scientifico). Nel 2001 vennero però segnalate in Francia una dozzina di intossicazioni riconducibili al consumo ripetuto di abbondanti quantità di T. equestre e in tre casi si dovette purtroppo registrare il decesso del paziente. Successivamente (2002), anche dalla Polonia arrivarono notizie di analoghi avvelenamenti. Tutti gli episodi francesi si riferivano a persone che avevano ingerito il fungo in quantità notevoli e in pasti concentrati nell’arco di 2-3 giorni; inoltre, le raccolte provenivano invariabilmente da pinete della costa atlantica sud-occidentale. La sindrome rabdomiolitica è caratterizzata da una necrosi del tessuto muscolare. Negli ani-

Periodico a cura di Mano Tesa Ogliastra mali da laboratorio (topi), l’introduzione di dosi elevate di estratti di T. equestre ha causato la comparsa di segni clinici e laboratoristici del tutto sovrapponibili a quelli notati nell’intossicazione umana. Fin qui tutto sembra chiaro e senza problemi, ma…c’è sempre un ma: in un esperimento effettuato in Polonia su 54 volontari, l’ingestione di quantità anche enormi e in pasti ripetuti di Tricholoma equestre non ha comportato né l’insorgenza della rabdomiolisi né l’innalzamento dei tassi serici del CPK (enzima che è indice di danno muscolare)! Mi sono dilungato su questa sindrome per mettere in evidenza quanto delicata possa essere in micotossicologia l’interpretazione di fenomeni apparentemente semplici e incontrovertibili. Infatti: a) è assolutamente certo che il Tricholoma equestre è un fungo potenzialmente velenoso ed anche mortale, giacché è stato escluso che i casi noti di intossicazione fossero in realtà da attribuire a Cortinarius del Gruppo “splendens”, macroscopicamente simili (alla lontana!); b) d’altra parte, è altrettanto sicuro che tutte le raccolte incriminate provenivano da zone estremamente limitate rispetto al vastissimo areale di distribuzione di un fungo ricercatissimo dagli amatori: questo potrebbe far ipotizzare che, all’interno della Specie, esistano delle “razze”, geograficamente localizzate, capaci -esse sole!- di sintetizzare la sostanza responsabile dell’avvelenamento; c) un’ulteriore elemento da prendere in considerazione è l’eventuale presenza nell’Uomo di fattori genetici, ai quali andrebbe attribuita una maggior sensibilità individuale nei confronti della tossina. La sindrome è anche in questo caso a lunga latenza (circa 24 h). In Ogliastra il Fungo dei Cavalieri non è molto diffuso, anche se spesso risulta estremamente abbondante nei luoghi di crescita: è ben conosciuto sia da Arzana che da Lanusei, sotto aghifoglia e sotto latifoglia. Prima che la sua tossicità venisse scoperta, tanto il sottoscritto che l’amico Gigi Piga hanno effettuato delle pantagrueliche incursioni all’interno di questa Specie squisita, senza risentire alcun effetto negativo: dopo il 2001 il fungo è però ovviamente scomparso dall’elenco delle nostre specie favorite!

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Gyromitra esculenta (Sindrome giromitrica)

Appartiene a un raggruppamento tassonomico molto distante filogeneticamente rispetto a quello che include i funghi trattati finora. Le differenze sono evidenti anche macroscopicamente: non vediamo infatti lamelle sotto il cappello, ma questo ha una stranissima conformazione, che ricorda abbastanza il cervello dei Vertebrati, se si prescinde dal colore bruno-rossastro. Il fungo determina una sindrome simile a quella causata dall’A. phalloides: l’organo bersaglio principale è anche in questo caso il fegato e la sintomatologia si evidenzia dopo una lunga latenza (6-24 h). Si tratta di una Specie poco diffusa in Ogliastra: tutti i ritrovamenti di cui ho notizia -e che, in gran parte, sono dovuti a quel gran conoscitore dei nostri boschi che è Gigi Piga- fanno capo alle località “Su Longhifresu” e “Su Mortorgiu ‘e su Predi” in agro di Gairo e di Lanusei. L’aspetto macroscopico del fungo è lontanamente simile a quello delle ottime (dopo cottura!!) Morchelle o Spugnole, con le quali viene comunemente scambiato.

Al termine di questo rapidissimo e forzatamente assai incompleto studio delle Specie mortali crescenti in Ogliastra, mi preme porre l’accento su alcuni punti che io considero fondamentali: Le conoscenze scientifiche nel campo della micotossicologia sono troppo spesso ancora estremamente incerte: se si considerano i casi sia del Cortinarius splendens che del Tricholoma equestre, ci si renderà conto di quanta verità ci fosse probabilmente nel seguente detto di Seneca: “Fungus, qualiscumque sit, semper malignus est”. Per quanto riguarda il primo (C. splendens), dopo che un esimio cortinariologo, nel corso di un congresso di esperti del settore, ebbe cucinato e mangiato, alla presenza di tutti, diversi esemplari della Specie, io dissi ad uno dei più esperti cortinadiologi italiani: “Adesso finalmente potrai assaggiare lo “splendens” !” “Solo almeno un mese dopo di te!” mi rispose. Nonostante tutti i dubbi che possano sorgere, anche sulla base di ciò che ho appena scritto nel paragrafo precedente, delle specie indicate come letali, molte hanno sicuramente e le altre molto probabilmente ammazzato delle persone sane: vedete un po’ voi se valga la pena di verificare personalmente a quale di questi due gruppi appartenga il fungo che state per accogliere nella vostra padella. Il caso della Gyromitra esculenta è pure molto istruttivo: per anni e anni si predicò che il fungo bollito o essiccato risultava innocuo, ma si dovette poi riconoscere che diversi esemplari erano probabilmente analfabeti e non avevano potuto informarsi della loro stessa commestibilità leggendo i sacri testi che li definivano “ottimi una volta cotti o seccati”. Luigi Arras


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Al caro amico Mimmo Quella volta le tue note risonarono ancora più struggenti, più tormentate, più intrise di malinconia. Nell’attività dell’associazione, che tu collaborasti a fondare, non abbiamo mai conosciuto un tuo no, sia che si trattasse di accompagnare un malato a fare controlli, anche in ospedali lontani, sia che si trattasse di dargli conforto accanto al proprio letto. Un’immagine di Patrica La nostalgia della tua Patrica , incantevole paesino aggrappato ad una collina della Ciociaria, non ti aveva mai abbandonato: quelle viuzze medioevali e quell’orizzonte così disteso sicuramente ti avevano offerto suggestioni difficili da dimenticare. Chissà le tue reazioni allorchè, vincitore di un concorso alle Poste, venisti a conoscere che la tua sede sarebbe stata la Sardegna, che, allora, nell’immaginario comune, era rappresentata come terra di confine e spesso come sede punitiva! Chissà le sensazioni che hai provato, a 23 anni e nel tuo primo viaggio, nei momenti in cui la nave si allontanava dalla banchina in partenza per una terra semisconosciuta. Ma la sede di Lanusei ti piacque e, pian piano, ti innamorasti dell’Ogliastra e specialmente di Paola che avresti sposato tre anni dopo a Bari Sardo, dove avresti lavorato sino a fine carriera, facendoti apprezzare per la tua cortesia e professionali-

tà. Tutto il paese ti ricorda con immenso affetto e quella folla immensa che ti ha accompagnato nel tuo ultimo tragitto è stato un chiaro segno di tanta benevolenza. A Bari Sardo continuasti a coltivare i tuoi hobby preferiti, il tennis, che in Ogliastra allora era ancora poco praticato, e la musica, cui eri stato iniziato nella banda del tuo paese, di cui eri componente insieme a tuo padre e tuo fratello. Ora i tasti della tua tromba, mestamente riposta nel silenzio di una vetrina, vanno perdendo la lucentezza che le procuravano le tue dita, la tua passione. Quella passione che, qualche giorno prima di una serata organizzata dalla nostra associazione , in cui ci riscaldasti l’anima con le tue note, ti portò a persistere nel voler suonare, nonostante gli esami effettuati, inesorabili, avevano già fatto presagire un triste verdetto.

Qualcuno afferma che delle persone che muoiono si parla sempre bene e che non ha senso dire che sono i migliori ad an-

dar via per primi, ma vorremmo lanciare una sfida a chiunque ti abbia conosciuto a trovare nella tua persona un aspetto, un atteggiamento, un comportamento che non fosse degno della massima stima. Se da qualche parte puoi vedere ed ascoltare i nostri pensieri , ti farà bene sapere quale grande spazio ti abbiamo riservato. Ciao Mimmo. I tuoi amici di Mano Tesa


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Modifiche dell’alimentazione o più accurate diagnosi stanno portando ad un’importante crescita del numero di pazienti celiaci

La Celiachia a cura di Raffaela Ferrai e Natalino Meloni

Cos’è la celiachia? La celiachia (dal greco koilía, cavità, ventre), detta anche malattia celiaca o sprue celiaca, è un’intolleranza permanente alla gliadina. La gliadina costituisce la componente proteica del glutine contenuta nel frumento, nell’orzo, nella segale, nell’avena, nel farro, nel kamut (una varietà di grano duro registrata dalla società Americana Kamut). Pertanto, tutti gli alimenti derivati dai suddetti cereali o contenenti glutine in seguito a contaminazione, devono essere considerati tossici per i pazienti affetti da questa malattia. L’intolleranza al glutine causa gravi lesioni alla mucosa dell’intestino tenue, che regrediscono eliminando il glutine dalla dieta. La reversibilità della patologia è strettamente legata alla non assunzione da parte del soggetto celiaco di alimenti contenenti glutine o comunque da esso contaminati. La malattia celiaca non guarisce: il soggetto celiaco rimarrà tale per tutta la sua vita, l’unica cura consiste nell’adozione di una dieta rigorosamente priva di glutine.

E’ una malattia ereditaria? Studi condotti su familiari di pazienti celiaci hanno rilevato una prevalenza di malattia celiaca pari al 10% tra i familiari di primo grado e del 30% se si considerano fratelli e sorelle HLA identici (Il sistema HLA valuta alcune frazioni dei cromosomi e viene utilizzato per stimare la eventuale tolleranza di un trapianto). Il risvolto pratico di tale risultato è che per

ogni nuovo paziente celiaco diagnosticato, sarà opportuno consigliare l’esecuzione di test di screening sui familiari di primo grado che, indipendentemente da sesso, età e quadro clinico, hanno un rischio di almeno il 10% di essere a loro volta affetti

modificando, infatti la frequenza della celiachia si va espandendo anche in aree del mondo quali l’Africa del nord, il Medio Oriente e l’India. Si assiste in questi anni a quella che si può definire la “globalizzazione” della celiachia che è

vengono fatte con la farina di mais, mentre quelle estive vengono preparate con la farina di grano. In età pediatrica, la Malattia Celiaca è una delle patologie croniche più frequenti in assoluto. Da uno studio multicentrico italiano effettuato su oltre 17.000 studenti con un’età compresa tra gli 11 ed i 14 anni è emerso che nel nostro paese la prevalenza della celiachia è molto elevata: 1 caso ogni 180 soggetti. Un altro dato sorprendente è che, per ogni caso di celiachia correttamente diagnosticato, ve ne sono 7 che sfuggono alla diagnosi clinica.

Cosa avviene nel nostro organismo a causa della celiachia?

da malattia celiaca.

Quanto è diffusa? In passato si riteneva che la celiachia fosse appannaggio esclusivo delle popolazioni europee. Anche i caratteri somatici, quali i capelli biondi e gli occhi azzurri, venivano descritti come tipici dei soggetti affetti da celiachia. La malattia era pressoché sconosciuta tra i neri di America ed in oriente. Anche questo quadro però si sta

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legata alla diffusione geografica di cereali contenenti glutine. Curioso il caso degli abitanti del Punjab, regione situata nel confine tra Pakistan e India, tra questi la celiachia è conosciuta come “diarrea estiva”, infatti l’aumento dei sintomi legati alla celiachia si accentuano prevalentemente nel periodo estivo. Questo fenomeno è legato al fatto che le focacce preparate nel periodo invernale

L’assunzione di glutine comporta un danno a livello dell’intestino tenue, consistente principalmente nell’ atrofia dei villi, che sono delle particelle intestinali deputate all’assorbimento delle sostanze nutritive. Proprio a causa della riduzione della superficie utile all’assorbimento dei nutrienti presenti nel lume intestinale si instaura un malassorbimento che sarà tanto più grave quanto più estese sono le lesioni lungo l’intestino tenue.

Quali sono i sintomi principali? I sintomi principali sono: • diarrea cronica con steatorrea (feci biancastre contenenti grandi quantità


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da alterazioni cromatiche a presenza di solchi e picchiettature fino alla perdita totale dello smalto. Altri sintomi della forma atipica sono rappresentati da: dolori addominali ricorrenti, aftosi recidivante, ritardo puberale, stipsi, ipertransaminasemia idiopatica, sindromi emorragiche. La forma silente è caratterizzata dalla presenza di lesioni della mucosa intestinale tipiche della celiachia ma con assenza di sintomatologia. Le lesioni regrediscono dopo dieta priva di glutine.

di grassi) • dolori addominali • meteorismo • vomito • dispepsia • calo ponderale, astenia, anemia • dolori articolari e muscolari, fratture • secchezza della cute, orticaria, perdita dei capelli • disturbi della memoria e depressione • sterilità, disturbi del ciclo mestruale, aborti ripetuti • afte orali • secchezza delle mucose (Sjogren) • bassa statura, ritardo della crescita.

Vi sono più forme di celiachia? Vi sono varie classificazioni, la più utilizzata prevede 4 varianti di celiachia denominate: • tipica • atipica • silente • latente Nella forma tipica il sintomo che ne caratterizza l’esordio è la diarrea. Può essere

acuta oppure cronica con inizio insidioso; le feci sono abbondanti, maleodoranti, lucide, chiare, ricche di acqua; le evacuazioni sono spesso numerose anche se talora può essere presente una sola evacuazione giornaliera abbondante. Raramente il sintomo principale può essere una stipsi ostinata. Alla diarrea possono associarsi anoressia, dolori addominali, vomito, arresto della crescita, calo ponderale; spesso vi sono alterazioni dell’umore e del carattere con irritabilità o addirittura apatia, che può in certi casi simulare un atteggiamento autistico. Tale quadro è oggi sempre meno frequente perché grazie a test sierologici semplici ed affidabili ed all’evoluzione delle conoscenze scientifiche, la diagnosi di celiachia è sempre più precoce. Nella forma atipica sono prevalenti i sintomi extraintestinali, con assenza di diarrea; le manifestazioni cliniche sono secondarie al malassorbimento e comprendono: bassa statura, anemia da carenza di ferro o di acido folico, non rispondenti alla terapia orale, rachitismo, osteoporosi, displasia dello smalto dentario, che può variare

La forma latente è una una variante clinica in cui la malattia esiste ma non si è ancora manifestata. Si tratta di soggetti che al momento della diagnosi presentano una mucosa intestinale normale con marcatori anticorpali positivi. Questi pazienti non vengono sottoposti ad un regime dietetico privo di glutine, ma è opportuno monitorizzarli nel tempo per poterli identificare e trattare prima della comparsa di complicazioni, che potrebbero essere la prima manifestazione clinica della celiachia.

Come si effettua la diagnosi? La diagnosi di malattia celiaca si basa sulla gastroscopia con biopsia a livello del duodeno e sulla ricerca degli anticorpi specifici per celiachia. La biopsia duodenale deve mostrare le lesioni istologiche caratteristiche per malattia celiaca e cioè l’atrofia dei villi intestinali e l’aumento del numero dei linfociti intraepiteliali. È opportuno sottolineare che le suddette alterazioni, pur essendo caratteristiche per

malattia celiaca, non sono però specifiche per questa malattia. Si riconoscono infatti diverse condizioni patologiche caratterizzate da alterazioni intestinali del tutto simili a queste. Per fare diagnosi è perciò necessario dimostrare che il paziente sia anche positivo agli anticorpi specifici per celiachia, soprattutto antiendomisio e antitransglutaminasi tissutale. È molto importante tenere presente che sia le lesioni intestinali che gli anticorpi specifici per celiachia sono glutine-dipendenti e quindi scompaiono una volta che il paziente ha eliminato il glutine dalla dieta. Pertanto, quando si pensa che un paziente sia affetto da malattia celiaca, bisogna eseguire biopsia duodenale e ricercare gli anticorpi specifici quando il paziente sta ancora mangiando il glutine. Far iniziare la dieta aglutinata prima di aver eseguito questi accertamenti complica solo l’iter diagnostico. Non diventa infatti più possibile capire se gli accertamenti sono negativi perché il paziente non ha la malattia celiaca o perché la dieta aglutinata ha risolto le lesioni. I parametri sierologici principali da ricercare sono: • IgG anti-gliadina • IgA anti-gliadina • Anticorpi anti-endomisio • IgA antitransglutaminasi tissutale Le IgG antigliadina sono considerate il parametro più sensibile, ma mancano della specificità che invece è riconosciuta per gli altri tipi di anticorpi menzionati;

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pertanto valori di IgG antigliadina superiori al normale, potendosi presentare anche in presenza di altre patologie, ad esempio nella sindrome dell’intestino irritabile, devono essere attentamente valutati in relazione al quadro clinico e hanno scarso valore diagnostico in presenza di negatività degli altri parametri. Vale la pena ricordare che emerge sempre più una concezione della celiachia come condizione che si manifesta con innumerevoli sfumature. Ovvero, accanto a soggetti considerabili “malati”, si trovano numerosi soggetti, si parla di percentuali molto rilevanti della popolazione, che presentano invece forme attenuate ed intermedie di questa intolleranza alimentare e che talvolta possono beneficiare di una dieta aglutinata pur non essendo “celiaci” in senso stretto.

Come va curata la celiachia? Allo stato attuale la dieta senza glutine è l’unica terapia, ma si stanno studiando altre strategie terapeutiche. La dieta priva di glutine deve essere molto rigorosa poiché bastano minime quantità di glutine per impedire il miglioramento delle lesioni intestinali e deve essere seguita scrupolosamente per tutta la vita. È necessario eliminare dalla dieta non solo gli alimenti contenenti grano e derivati, ma anche quelli contenenti orzo, segale e avena. Inizialmente può risultare difficile attenersi ad una rigorosa dieta aglutinata poiché il glutine può essere contenuto in vari alimenti contenuti nella dieta normale: la farina di grano è uno dei più comuni eccipienti presenti in diversi prodotti alimentari. Un corretto trattamento della malattia celiaca, con l’aderenza ad una dieta priva di glutine, è in grado di eliminare i sintomi della malattia in pochi mesi. Per le conseguenze legate a questo nuovo regime dietetico i pazienti devono essere valutati nel tempo: vanno controllati periodicamnete per l’osteoporosi, le disfunzioni della tiroide, le carenze di acido folico, vitamina B12,. Vitamine liposolubili (A, D, E, K) e del ferro, e vanno obbligatoriamente trattati adeguatamente in caso di carenze.

Nell’alimentazione vanno osservati particolari accorgimenti? Intanto va precisato che una persona affetta da celiachia, a condizione che osservi una dieta corretta, può condurre una vita del tutto normale.

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La concentrazione massima di glutine che un celiaco può assumere in un alimento è di 20 ppm (parti per milione), soglia oltre la quale il glutine diventa tossico: l’attuale legislazione europea impone questo limite per definire un prodotto senza glutine. È fondamentale tener presente come un minimo contatto degli alimenti contenenti glutine con quelli per celiaci può contaminare questi ultimi. E’ pertanto necessario prestare attenzione: • A non utilizzare le stesse posate per rimestare la pasta in cottura in pentole diverse. • A non ingerire alimenti che possano contenere glutine in nessuna forma. Quindi attenzione all’amido di frumento che viene spesso utilizzato come addensante e strutturante in molti alimenti. • Ai preparati farmaceutici, di cui devono necessariamente essere controllati gli ingredienti sotto la dicitura eccipienti. • All’uso della birra, benché ne esistano in commercio alcune marche e tipologie prive di glutine. • Al caffè espresso del bar (perché può essere contaminato da orzo), spezie, zucchero a velo, in genere alimenti precotti, preparati alimentari aromatizzati (ad es. gli yogurt alla frutta) o bevande aromatizzate.

Un celiaco deve effettuare controlli nel tempo? Una volta effettuata la diagnosi, è molto importante che il paziente celiaco si rivolga allo specialista gastroenterologo per una visita di controllo almeno una volta all’anno. Oltre alla visita medica effettuerà un colloquio dietologico, la ricerca degli anticorpi specifici per celiachia e alcune analisi di laboratorio (emocromo, ferritinemia, albuminemia ed elettroliti sierici) che permetteranno al medico di valutare le sue condizioni.

Al celiaco sono riconosciuti particolari diritti? Al celiaco spettano i diritti riconosciuti a quanti sono affetti da patologie inserite nell’elenco delle malattie rare. Il D.M. 279 del 18-05-2001 prevede infatti l’esenzione del pagamento del ticket per tutte quelle prestazioni che servono per diagnosticare e controllare nel tempo le complicanze della malattia. Nel caso della celiachia i diritti all’esenzione si estendono anche ai

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parenti per effettuare gli esami necessari all’accertamento diagnostico.

Esistono dei diritti anche per la dieta fuori casa? Dal 2005 i celiaci hanno diritto ad avere un pasto senza glutine nelle mense scolastiche ed ospedaliere e in tutte le mense pubbliche. Questo diritto, sancito dall’art. 4 della L.123/05, permette ai bambini e giovani celiaci di seguire le attività scolastiche, proprie della loro età, senza limitazioni, e consente a chi si ammala ed è anche celiaco, di avere garantita la corretta dieta durante la degenza in ospedale. L’applicazione di tale diritto si è estesa a mense universitarie e aziendali, spesso anche private.

I celiaci hanno diritto all’erogazione gratuita degli alimenti senza glutine? A seguito della diagnosi del medico specialista, il celiaco ha diritto ai prodotti dietetici senza glutine, indispensabili per la propria dieta. Può, quindi, ritirare prodotti nelle farmacie, pubbliche e private, fino al raggiungimento di un tetto di spesa mensile, fissato oggi dal decreto del 04.05.06, secondo quanto segue:

Fascia d’età

Tetto mensile Maschi

Tetto mensile Femmine

6 mesi - 1 anno fino a 3,5 anni fino a 10 anni età adulta

Euro 45,00 Euro 62,00 Euro 94,00 Euro 140,00

Euro 45,00 Euro 62,00 Euro 94,00 Euro 99,00

Il totale mensile autorizzato sarà opportunamente diviso tra alimenti di tipo salato (fette biscottate, crackers, grissini, farina per pane, lievito, pizza, ecc.) e alimenti di tipo dolce (farina per dolci, lievito, merendine farcite, plumcake, wafer, savoiardi, biscotti frollini).


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Come ci si deve comportare con i vari alimenti?

Ecco un elenco abbastanza dettagliato degli alimenti che sono stati divisi in: Permessi

alimenti che possono essere consumati liberamente

A Rischio

alimenti che vanno utilizzati con attenzione e di cui vanno controllati gli ingredienti e il processo di lavorazione perchè potrebbero contenere glutine in quantità superiore ai 20 ppm

Cereali, Farine e derivati

Carne, Pesce e Uova

Permessi

Permessi

• Riso, mais e grano saraceno in chicchi

• Tutti i tipi di carne, pesce, molluschi e crosta-

cei (freschi o congelati) non miscelati con altri ingredienti • Pesce conservato: al naturale, sott’olio, affumicato, privo di additivi, aromi e altre sostanze • Uova • Prosciutto crudo

A Rischio • Farine, fecole, amidi dei cereali permessi (es. maizena)

• Farina per polenta precotta ed istantanea, polenta pronta

• Malto, estratto di malto dei cereali permessi e

A Rischio

vietati

• Cereali permessi: soffiati, in fiocchi • Cialde, gallette dei cereali permessi • Crusca dei cereali permessi • Fibre vegetali e dietetiche • Popcorn confezionati • Risotti pronti (in busta, surgelati, aromatizzati)

• Salumi (bresaola, coppa, cotechino, mortadel-

la, pancetta, prosciutto cotto, salame, salsiccia, speck, würstel, zampone, ecc.)

• Omogeneizzati di carne, pesce, prosciutto • Piatti pronti o precotti a base di carne o pesce • Uova (intere, tuorli o albumi) liquide pastorizzate o in polvere (ovoprodotti)

Vietati

Vietati

• Frumento (grano), segale, orzo, avena, farro,

• Carne o pesce impanati (cotoletta, bastoncini,

spelta, kamut

frittura di pesce, ecc.) o infarinati o miscelati con pangrattato (hamburger, polpette, ecc) o cucinati in sughi e salse addensate con farine vietate • Surimi

• Farine, amidi, semola, semolini, creme e fioc-

chi dei cereali vietati • Paste, paste ripiene, gnocchi di patate, gnocchi alla romana • Pane, pancarrè, pan grattato, focaccia, pizza, piadine, panzerotti, grissini, cracker, fette biscottate, taralli, crostini,salatini, crepes preparati con i cereali vietati • Germe di grano • Couscous (da cereali vietati) • Crusca e malto dei cereali vietati • Polenta taragna (se la farina di grano saraceno è

Bevande Permessi • Nettari e succhi di frutta non addizionati di vitamine o altre sostanze ad esclusione di acido ascorbico (E300) e acido citrico (E330) • Bevande gassate e frizzanti (aranciata, cola,

miscelata con farina di grano)

Vietati

alimenti che contengono glutine e pertanto non idonei per i celiaci

Latte, Latticini, Formaggi e sostitutivi Permessi • Latte fresco (pastorizzato)

ed a lunga conservazione

(UHT, sterilizzato, ad alta digeribilità)

non addizionato di vitamine, aromi o altre sostanze • Latte per la prima infanzia • Yogurt naturale (magro o intero) • Panna fresca (pastorizzata) e panna a lunga conservazione (UHT) non miscelata con altri ingredienti • Formaggi freschi e stagionati

A Rischio • Panna a lunga conservazione (UHT)

condita (ai funghi, al salmone, ecc.), panna montata, panna spray, panna vegetale • Yogurt alla frutta “al gusto di…..”, cremosi o di soia o riso • Formaggi a fette, fusi, light, spalmabili • Creme, budini, dessert, panna cotta a base di latte, soia, riso • Latte in polvere, condensato o arricchito di vitamine • Omogeneizzati di formaggio

Vietati • Piatti pronti a base di formaggio impanati con farine vietate

• Yogurt al malto, ai cereali, ai biscotti • Latte ai cereali, ai biscotti

ecc.)

• Caffè, caffè decaffeinato, camomilla, tè, tè deteinato, tisane

Verdura e Legumi

• Vino, spumante • Distillati (cognac, grappa, rhum, tequila, whisky,

Permessi

gin, vodka) non addizionati di aromi o altre so-

• Verdure conservate (in salamoia, sott’aceto, sott’olio, sotto sale, ecc.)

• Funghi freschi, secchi, surgelati e conservati

stanze

A Rischio

(sott’olio, ecc.)

• Bevande light • Bevande a base di frutta, latte, soia, riso, man-

• Tutti i legumi (freschi, secchi e in scatola): carru-

be, ceci, fagioli, fave, lenticchie, lupini, piselli, soia • Preparati per minestrone (surgelati, freschi, secchi) costituiti unicamente da ortaggi

dorle • Bevande alcoliche (addizionate con aromi o altre sostanze)

• Birre da cereali consentiti e alcune tipologie di birra da malto d’orzo e/o frumento

A Rischio • Tutti i preparati di verdure miscelati con altri

ingredienti o precotti • Passati di verdura e zuppe e minestre con cereali permessi • Patatine confezionate in sacchetto (snack) e patate surgelate prefritte, precotte

• Caffè solubili e cialde per bevande calde • Preparati per bevande al cioccolato/cacao, cappuccino • Sciroppi per bibite e granite

• Caffè solubile o surrogati del caffè contenenti orzo o malto

• Bevande contenenti malto, orzo, segale (orzo

• Verdure (minestroni, zuppe, ecc.) con cereali

solubile e prodotti analoghi)

vietati • Verdure impanate, infarinate, in pastella con ingredienti vietati

Permessi • Burro, lardo, strutto, oli vegetali • Aceto Balsamico DOP, Aceto non aromatizzato, aceto di mele

• Passata di pomodoro, pomodori pelati e con-

centrato di pomodoro non miscelati con altri ingredienti ad esclusione di acido ascorbico (E300) e acido citrico (E330) • Pappa reale, polline • Pepe, sale, zafferano, spezie ed erbe aromatiche tal quali • Estratto di lievito, lievito fresco, liofilizzato, secco (di Birra)

• Tutti i tipi di frutta

(fresca, surgelata, sciroppata e secca)

A Rischio • Frutta candita, glassata, caramellata • Omogeneizzati di frutta Vietati • Frutta disidratata infarinata (fichi secchi, ecc.)

Vietati

Vietati

GRASSI, CONDIMENTI E VARIE

Frutta Permessi

• Bevande all’avena • Birra da malto d’orzo e/o di frumento

Dolciumi Permessi • Miele, zucchero (bianco e di canna) • Radice di liquirizia grezza A Rischio

A Rischio • Aceto aromatizzato, Aceto Balsamico non DOP • Burro light, margarina e margarina light • Condimenti a composizione non definita • Sughi (ragù, pesto, ecc.) pronti • Salse (maionese, senape, ketchup), paté, pasta d’acciughe • Mostarda • Dadi, preparati per brodo, estratti (di carne e vegetali) • Lievito chimico (agenti lievitanti) • Lievito fresco liquido di Birra • Vanillina

Vietati • Besciamella • Lievito naturale o lievito madre o lievito acido

• Marmellate e confetture • Zucchero a velo, in granella, aromatizzato • Dolcificanti • Cioccolato (con e senza ripieno), creme spalmabili al cioccolato e/o alla nocciola

• Cacao in polvere • Gelati industriali o artigianali, semilavorati

• Torte, biscotti, dolci e preparati per dolci, anche le loro decorazioni

• Caramelle, canditi, confetti, gelatine, chewing gum

• Torrone, croccante, marzapane Vietati • Cioccolato con cereali • Torte, biscotti e dolci preparati con farine vietate e/o ingredienti non idonei


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UNA PATOLOGIA SEMPRE PIU’ FREQUENTE NEGLI STUDI MEDICI

LA DEPRESSIONE Come conoscerla ed affrontarla

Non è facile spiegare cosa si intende in medicina quando si parla di “tono dell’umore”, e conseguentemente di ”abbassamento del tono dell’umore”, che è quell’espressione che si utilizza per identificare la depressione. L’espressione “tono dell’umore” ha infatti radici lontane nella storia, visto che Galeno (un medico greco del II secolo d.C.) ipotizzava che l’indole di una persona fosse legata agli “umori”, cioè a dei liquidi che si pensava circolassero all’ interno al corpo. Si credeva appunto che dentro il corpo scorressero sangue, flemma, bile bianca e bile nera, e che dal loro mescolarsi e prevalere venissero le caratteristiche della persona. Già da allora si parlava quindi di diversi temperamenti, diversi atteggiamenti verso il mondo e la vita, ed uno di questi era quello “melanconico”, cioè quello con tratti di tristezza e scoraggiamento. Attualmente nel linguaggio di tutti i giorni con “umore” si intende un atteggiamento interiore che regola la maniera di una data persona di rivolgersi sia al mondo che agli altri individui. Quando questo “tono dell’umore” va verso la tristezza, verso stanchezza vitale, in tal caso si parla di umore depresso: ci troviamo di fronte a una persona depressa. Infatti il tono dell’umore dà colore alle nostre emozioni. Quando il colore perde l’intensità originale, l’umore si abbassa e le emozioni perdono di profondità e spessore, fino a ridursi ad un grigiore indistinto. La vita perde senso, l’inizio della giornata diventa difficile, l’energia vitale si riduce e tutto costa fatica. La depressione è un disturbo molto diffuso

e ben conosciuto, anche se ancora troppo spesso circondato di luoghi comuni che causano un danno aggiuntivo a chi soffre di questa malattia. Ne soffre, secondo le statistiche, dal 10% al 15% della popolazione, con una frequenza maggiore tra le donne.

Diversi tipi di depressione Esistono diversi tipi di depressione, e anche tra gli operatori sanitari non c’è ancora completo accordo. Comunque utilizzeremo con il solo intento divulgativo due grandi categorie: le depressioni definite un tempo “endogene”, cioè legate a fattori genetici e costituzionali e relativamente indipendenti

dagli eventi tristi e stressanti della vita, ed in questo gruppo rientra la depressione grave, quella definita attualmente “Depressione Maggiore”. Esistono poi le forme definite un tempo “reattive”, e che sono in pratica quelle legate a un’esperienza di vita vissuta come perdita. Eventi di perdita sono ad esempio un lutto, una grave delusione sentimentale, un insuccesso lavorativo, ecc.. In questi casi la persona ha una reazione di tristezza e depressione che è assolutamente normale, ma si passa nell’ambito della malattia quando questi sentimenti presentano un’intensità e una durata sproporzionate rispetto alla “normale” reazione di fronte

a simili eventi (generalmente si pone il limite a 6 mesi dall’evento). Molto importante è parlare della “Depressione maggiore”, infatti è cruciale riconoscerla e curarla con tempestività, perché è purtroppo associata ad una elevata mortalità. Infatti oltre il 15% delle persone affette da questo disturbo è ad elevato rischio di suicidio. Ecco perché assume grandissima importanza proprio il riconoscere i sintomi con cui si presenta, per evitare di confonderli con espressioni di pigrizia o svogliatezza, cosa che invece accade purtroppo molto di frequente.

I sintomi della depressione maggiore I sintomi della depressione maggiore sono caratterizzati da una persistente tristezza, vissuta come sentimento che scalza tutti gli altri (mentre più raramente c’è un umore irritabile); si presentano poi importanti variazioni nei ritmi e nelle abitudini di vita, come alterazioni nel dormire (di solito insonnia, ma più raramente può esserci un maggior bisogno di sonno) ed alterazioni dell’appetito (solitamente inappetenza, ma più di rado incremento abnorme dell’appetito). Si possono poi presentare alterazioni specifiche dell’area psichica, come mancanza di interesse o piacere nelle attività che invece prima interessavano; possono esserci pensieri ricorrenti di morte o di suicidio, associati a un sentimento di inutilità e di colpa e a senso di vuoto; altri frequenti sintomi sono la difficoltà di concentrazione e disturbi

TORTOLI’ - Via del Mercatino, 1 Tel. e Fax 0782 624420 CAGLIARI - Via Einaudi, 12 Tel. e Fax 070 8002106 Cell. 347 7553392 / 347 0365559


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della memoria. Il quadro è poi completato dai sintomi di natura fisica, spesso importanti e refrattari alle cure, come ad esempio mal di testa, dolori continui a più parti del corpo, forte stanchezza.

Le cause. Qual è la causa della depressione? Esistono sicuramente più fattori che concorrono allo sviluppo di un disturbo depressivo, e spesso più che di cause vere e proprie si tratta di situazioni (come ad esempio un lutto) che scatenano la malattia in persone già predisposte per caratteristiche biologiche individuali. Infatti è dimostrato che nelle persone depresse esistono delle alterazioni nella regolazione di alcune sostanze del

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Periodico a cura di Mano Tesa Ogliastra nostro corpo, che hanno il ruolo di trasmettere i messaggi nervosi all’interno dell’organismo. E questa ipotesi è collegata con quella che sostiene ci sia anche una familiarità, una sorta di ereditarietà del disturbo, anche se questa idea è ancora in fase di studio. Secondo invece alcune teorie di tipo psico-biologico (che uniscono cioè aspetti psicologici a quelli legati alla natura biologica dell’individuo), la depressione sarebbe una risposta a perdite, sia di un “territorio” (lavoro, casa, ecc.), che di affetti (coniuge, fidanzato, compagno, ecc.); il cervello, per poter sopravvivere allo stress causato dalla perdita, avrebbe elaborato, nella sua evoluzione, questa modalità di “spegnimento”, quale appunto appare la depressione, che salva provvisoriamente

l’individuo dal soccombere all’evento, mettendolo in condizioni di potersi avviare, in un secondo momento, alla risoluzione delle problematiche che hanno generato la depressione stessa.

Come affrontarla. Come si affronta la depressione? Spesso i parenti, con l’intenzione di spronare la persona che sta male, la stimolano ripetutamente a reagire. Questo approccio, dettato dal voler bene e dalla buona fede, ottiene invece paradossalmente il solo risultato di far sentire chi sta male ancora più in colpa. La persona avrà infatti ulteriormente conferma di quella che ritengono una loro scarsa amabilità, per cui si sentiranno ancora più depressi e isolati, perciò tale atteggiamento va assolutamente evitato. Il modo migliore di avvicinarsi a chi soffre di depressione consiste invece nell’incoraggiare con cautela e gradualmente la persona a riprendere alcune attività tra quelle che in passato venivano affrontate con piacere, ma senza nessuna forzatura. Importantissimo è poi l’indirizzare l’individuo che soffre a strutture e specialisti psichiatri e psicoterapeuti che abbiano adeguata esperienza nell’ambito di questo problematico disturbo. Nelle forme più severe, ma non solo, non è infatti possibile prescindere

da un’adeguata terapia farmacologica e da una valida psicoterapia, che, intraprese precocemente, portano ad una soluzione positiva del disturbo, che viene efficacemente controllato, consentendo così alle persone che ne soffrono di vivere una vita serena e pienamente soddisfacente. La psicoterapia consisterà nel rendere la persona cosciente delle proprie emozioni interne, sia per quanto riguarda la fisiologica reazione a situazioni di vita, che per vissuti di tipo patologico. Il tutto deve essere coordinato con un adeguato intervento farmacologico, che riducendo in tempi ragionevoli i sintomi, sarà in grado di rendere più semplice ed accessibile il lavoro di auto-conoscenza da parte del soggetto stesso.

Dott. Nicolò M.C. Curreli Collaboratore ANTES Centro Psicologia e Psichiatria Clinica

Sanità in pillole Uno studio Australiano evidenzia che i genitori sbagliano spesso le dosi dei farmaci pediatrici I genitori spesso non sono in grado di dare la giusta quantità di medicine liquide ai bimbi. Lo afferma uno studio australiano presentato al convegno dell’International Pharmaceutical Federation di Lisbona, secondo cui utilizzando un semplice cucchiaino ci sono forti rischi di overdose. I ricercatori hanno arruolato 97 adulti, e li hanno messi di fronte a diverse situazioni ipotetiche in cui dovevano scegliere fra diversi farmaci e diversi tipi di cucchiaini per delle ‘finte’ malattie dei figli. Il 61 per cento dei soggetti ha sbagliato dose o farmaco, e solo il 75 per cento si e’ dimostrato capace di valutare esattamente la dose dalla dimensione del cucchiaio. Del

61 per cento di quelli che hanno sbagliato quantita’ il 14 per cento ha esagerato nella dose, e il 44 per cento ne ha invece data una troppo bassa.

Troppi successi negli studi commissionati dalle industrie farmaceutiche Quando vengono finanziati da un’industria farmaceutica, ci sono molte più possibilità che gli studi di sperimentazione sui medicinali diano risultati positivi. Dati alla mano, gli esperti del Children’s Hospital di Boston (Usa) sono andati a calcolare la percentuale di “lieto fine”nei trial clinici registrati sul sito ufficiale americano clinicaltrials.gov, rilevando che l’85% degli studi finanziati dalle aziende dà risultati positivi contro il 50% di quelli sostenuti dal governo, e il 72% dei trial effettuati da organizzazioni no profit o non federali. In più, fra questi ultimi, quelli che hanno

avuto un contributo da parte dell’industria, cioè quasi la metà, riportano più spesso un successo (85% dei casi) rispetto a quelli che non hanno goduto di questo sostegno (61%). L’analisi si e’ basata su cinque classi terapeutiche: farmaci anti-colesterolo, antidepressivi, antipsicotici, vasodilatatori e anti-ulcera. Sono stati esaminati tutti i singoli studi e contattati direttamente i responsabili, se necessario. Fra tutte queste indagini scientifiche, i due terzi sono stati completati e hanno ottenuto risultati che sono stati poi pubblicati. “Non possiamo definire con precisione quali siano i fattori che contribuiscono all’associazione fra fonte di finanziamento e risultati positivi di uno studio, ma i nostri dati dimostrano che abbiamo bisogno di maggiore trasparenza su tutti gli elementi che concorrono ad avviare uno studio”. Oltre agli interessi delle industrie, infatti, “ci potrebbero essere altri meccanismi come il modo in cui si organizza lo studio, la selezione dei pazienti, il metodo di analisi e di pubblicazione dei risultati”.

Le prove delle proprietà anti-iper-tensive del peperoncino Le proprietà anti-ipertensive del peperoncino piccante sono state oggetto di uno studio effettuato dai ricercatori della cinese Third Military Medical University i quali hanno scoperto che la capsaicina, la sostanza che fa piccare il peperoncino, ha anche la capacita’ di rilassare i vasi sanguigni. La novità, rispetto ad analoghi studi passati, sta nella verifica degli effetti della sostanza direttamente sulle cavie. La ricerca, pubblicata sulla rivista“Cell Metabolism”, descrive come le cavie“ipertese”siano state alimentate con una dieta ricca di capsaicina e conferma come la loro pressione sanguigna sia scesa. Occorreranno ulteriori studi per determinare i dosaggi necessari alla stabilizzazione della pressione arteriosa.


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Il racconto di un’esperienza umanitaria in terra d’Africa

Un mese nella Repubblica Centro Africana con Medici senza Frontiere

Reparto di Pedriatria

Un caldo afoso mi ha accolto, il 20 maggio 2009, al mio arrivo da Parigi, a Bangui, capitale della Repubblica Centro Africana, tappa intermedia sulla via per Paoua sede della mia missione di chirurgo per Medici senza Frontiere. All’aeroporto una folla colorata e chiassosa, costituita in massima parte da giovani, attende sempre i pochi aerei che vi fanno scalo. Sono giunto a Paoua il giorno dopo, con un piccolo aereo della Croce Rossa Internazionale, atterrando su una pista sterrata presidiata dai militari della Forza di Dissuasione Africana. Paoua è un centro costituito da un agglomerato di baracche, che ospita circa 20.000 persone oltre a Medici senza Frontiere e altre organizzazioni internazionali come la C.R.I. e la F.A.O. La città è sede di un piccolo ospedale prefettoriale, sorto grazie alla collaborazione ed aiuto della Repubblica Tedesca. Costruito a padiglioni, in muratura e legno, è gestito da personale sanitario e parasanitario, locale ed internazionale, alle dipendenze di Medici senza Frontiere. Nei padiglioni sono ospitati i degenti pediatrici, internistici, chirurgici, ostetricoginecologici, tubercolotici, malati affetti da malnutrizione e AIDS. In un padiglione è ospitato il blocco operatorio costituito da due sale operatorie, insufficientemente climatizzate e dotate di attrezzature appena sufficienti per eseguire interventi chirurgici. In altri caseggiati sono ospitate le attività ambulatoriali, il laboratorio analisi, sede della banca del sangue, infine

la cucina e la sede amministrativa. Tutte queste strutture sono disposte attorno ad una grande area libera con al centro un grosso albero di mango. In quest’area un pullulare di persone che vi sostano e che in continuazione preparano la bouille alimento principale a base di manioca. È comune osservarvi giovani donne che allattano i figli e altre che pazientemente sono in fila in prossimità della cucina in attesa di qualcosa di caldo. L’ospedale prefettoriale e la sede delle organizzazioni internazionali, sono dotati di acqua sanificata e filtrata, di corrente elettrica prodotta da generatori a petrolio, di latrine costruite secondo standard di sicurezza. La città è invece priva di rete idrica e fognaria, di energia elettrica ed è servita da un’unica strada, peraltro sterrata, che serve da collegamento con altre città e con la capitale da cui dista circa 500 km. Nei dintorni è attiva la guerriglia che si oppone al governo centrale e che rende talvolta problematici gli spostamenti. La popolazione vive di agricoltura, cui si dedicano le donne, i bambini e gli uomini non sposati, ed in minor misura di allevamento: capre e buoi. La scarsa igiene, la mancanza di acqua potabile, l’assenza di un sistema fognario, il vivere in promiscuità e la scarsa alimentazione fanno si che le affezioni che mi sono trovato a curare con maggiore frequenza sono state quelle infettive, aggravate peraltro dal ricorso ancora frequentissimo all’uomo della medicina africana. Questo da ragione

all’osservazione di ascessi necrotizzanti per morsicatura di serpenti o per ferita da taglio, con cospicue quantità di pus, anche in neonati di tre mesi di vita, di ustioni infette, flemmoni, etc.

paludismo, in tutte le sue forme e che miete tante vittime soprattutto tra i bambini, la malnutrizione, anch’essa terribilmente diffusa, la tubercolosi, l’AIDS diffusa per circa il 20 -25 % .

Consueta la patologia traumatica, con difficoltà nel trattamento di fratture difficili legata alla mancanza nell’ospedale di un servizio di radiologia; frequente osservare in bambini e giovani, osteomieliti, fratture esitate in pseudoartrosi, anchilosi con impotenza funzionale.

Le giornate erano così regolate: all’alba il richiamo del muezzin e il rintocco di una campana chiamavano alla preghiera i fedeli di fede islamica e quelli di fede cristiana, il tramonto era segnato dal frastuono del quotidiano temporale equatoriale che allevia, seppure parzialmente, la calura.

Il primo paziente che ho visitato è stata una ragazza di 15 anni, che, morsicata da un coccodrillo, ha perso l’arto inferiore sinistro, a questa sono seguiti via via tanti altri casi soprattutto di bambini, giovani, donne gravide, per le quali spesso si è reso necessario il taglio cesareo. Uno dei casi più importanti riguarda una giovane caduta da un albero a cui ho dovuto asportare la milza. Quella ragazza, nella stessa condizione, monitorata in un ospedale degnamente attrezzato, si sarebbe potuta salvare dall’asportazione dell’organo.

Le mie giornate iniziavano anch’esse di buon mattino con un briefing durante il quale si relazionavano e discutevano i casi clinici presentatisi durante la serata e la nottata in qualsiasi branca medica. Proseguivamo poi con la visita nei vari padiglioni di degenza, con la programmazione ed attuazione del programma operatorio. Le giornate, sempre impegnative e faticose terminavano, dopo una cena in comune, con la discussione di problemi organizzativi necessari per espletare al meglio la nostra missione. Prima di addormentarmi la lettura di alcune pagine di un libro, giusto per tenere le abitudini.

C’è stato un interessante scambio con i colleghi medici locali, con l’anestesista francese e con i parasanitari, su patologie che esulavano dal mio campo di attività, ma che sono diffusissime in quella regione. Ad esempio la malaria, che loro chiamano

Cortile interno dell’Ospedale di Paoua

Ho avuto sempre il grazie in lingua sangò da parte di bambini a cui avevo drenato ascessi o eseguita una fascectomia per salvare una gamba che rischiava di essere


La pagina del volontariato

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L’anestesista francese ed un medico congolese

amputata. Alcuni mi hanno ringraziato prendendomi la mano ed accarezzandola, altri con lo sguardo o permettendomi di asciugare le loro lacrime di sofferenza con una carezza, un sorriso, una parola. Se da un punto di vista professionale questa esperienza non è stata fonte di accrescimento professionale, da un punto di vista umanitario è stata una esperienza arricchente. Vivere, vedere, toccare con mano, le gravissime carenze igienico sanitarie, le sofferenze di una popolazione priva di acqua potabile, di cibo, e tormentata da malattie che nel mondo occidentale sono ormai dimenticate e/o facilmente dominabili, ti ricordano quanto siamo fortunati a essere venuti al mondo in una area geografica ove non esistono

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questi problemi. Di converso ti chiedi quanto si spreca, quanto ho sprecato in cibo, acqua, tempo da dedicare a chi soffre. Quante volte abbiamo, ho tacitato la mia coscienza inviando quattrini che sappiamo benissimo non arriveranno mai a queste popolazioni. Mi sono innamorato di questo continente, delle sue contraddizioni, della sua povertà, della gente che ci vive con dignità ed orgoglio. Ritornerò, a settembre, nel continente africano, in Kenia, a lavorare come chirurgo in un ospedale gestito da religiosi, per dare una mano a migliorare la salute, per dare speranza per una vita migliore.

Il “baretto”, punto di ristoro dell’ospedale

LABORATORIO ANALISI CLINICHE srl Direttore Sanitario: Dott. Piero Ugo Mulas - Biologo Convenzionato S.S.N.

Donne che lavorano la manioca

STUDIO MEDICO POLISPECIALISTICO Via Alghero 1 - Tortolì

Angiologia - Dr Massimo Garau

Esame doppler tronchi sovraortici Esame doppler venoso e arterioso degli arti superiori e inferiori Esame doppler dei vasi del pene per disturbi della sfera sessuale

Cardiologia - Dr Franco Dessalvi

Visita cardiologica - Elettrocardiogramma - Ecocardiogramma

Dermatologia - Dr.ssa Marzia Mou

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Ogliastra Sanità

LA PAGINA DEL LEGALE a cura di Severina Mascia

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L’Interdizione Cos’è l’interdizione Si parla di interdizione in tutti quei casi in cui una persona maggiorenne si trovi in situazione di abituale infermità di mente e sia, cioè, incapace di provvedere ai propri interessi. L’interdizione determina una situazione di incapacità legale a compiere atti giuridici identica a quella in cui si trova il minore. Gli atti eventualmente compiuti dall’interdetto saranno pertanto annullabili ad opera del tutore, dello stesso interdetto o dei suoi eredi o aventi causa (art. 427 c.c.).

necessità di assicurare all’interdicendo adeguata protezione. È chiara l’intenzione del legislatore di spostare l’attenzione dalle persone (parenti dell’interdicendo) che possono chiedere l’interdizione, che possono sentirsi danneggiate dalla malattia del loro parente, all’interdetto. Effetto della sentenza d’interdizione, come già anticipato, è la perdita della capacità d’agire.

il parente entro il quarto grado. In alternativa il tutore viene scelto tenuto conto dell’esclusivo interesse del beneficiario. Già nel corso del giudizio per dichiarare l’interdizione, il giudice, se lo ritiene opportuno, può provvedere alla nomina di un tutore provvisorio. Il tutore può compiere tutti gli atti di ordinaria amministrazione necessari alla vita quotidiana dell’interdetto, mentre gli

Condizioni per l’interdizione Sono condizioni per la pronuncia di una sentenza d’interdizione: 1) l’abituale infermità di mente; 2) l’incapacità di provvedere ai propri interessi a causa di detta infermità; 3) la necessità di assicurare all’interdicendo adeguata protezione. Come si vede per aversi interdizione è necessario che vi sia una infermità di mente, ma questa deve possedere determinate caratteristiche. In particolare, per abituale infermità di mente, la giurisprudenza non intende solo l’esistenza di una tipica malattia di mente ma anche la semplice presenza di un’alterazione nelle facoltà mentali, tale da dar luogo ad un’incapacità totale o parziale di provvedere ai propri interessi; i quali non sono necessariamente i soli interessi patrimoniali, ma tutto ciò che attiene alla vita di relazione. Diversamente non si spiegherebbe come l’interdetto non possa compiere da solo atti personali, come il riconoscimento di un figlio naturale o il matrimonio. L’ultimo requisito, introdotto con la riforma dell’art. 414 cod. civ., fa riferimento alla

rappresentare l’incapace in caso di conflitto di interessi di quest’ultimo con il tutore. Può inoltre sostituire il tutore per gli atti urgenti qualora questi venga a mancare o abbia abbandonato la funzione. In questo caso spetterà al protutore promuovere la nomina del tutore. A seguito dell’entrata in vigore della legge n. 6/2004, istitutiva della figura dell’amministrazione di sostegno, si potrà procedere ad interdizione del soggetto abitualmente infermo di mente, soltanto se ciò appare indispensabile per la tutela dei suoi interessi; in tutti gli altri casi, sarà sufficiente attivare il procedimento per la nomina di un amministratore di sostegno davanti al Giudice Tutelare.

Chi può chiedere l’interdizione L’interdizione può essere chieste da: 1) il coniuge; 2) i parenti entro il quarto grado; 3) gli affini entro il secondo grado; 4) il pubblico ministero.

La revoca

Nomina del tutore Al momento della dichiarazione di interdizione, il giudice nomina un tutore con il compito di rappresentare legalmente l’interdetto e di amministrarne il patrimonio, scelto di preferenza nello stesso ambito familiare dell’assistito. Infatti, possono essere nominati: il coniuge, purché non separato legalmente, la persona stabilmente convivente, il padre, la madre, il figlio o il fratello o la sorella, e comunque

atti di straordinaria amministrazione (ad es. vendita o acquisto di beni immobili o di beni mobili di valore, costituzione di pegni o ipoteche, accettazione di eredità) possono essere compiuti solo previa autorizzazione del giudice tutelare o del tribunale, a seconda dei casi.

Il protutore Il Giudice Tutelare può nominare, oltre al tutore, un protutore con funzione di

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L’interdizione può essere revocata su richiesta degli stessi soggetti che possono proporla. Il Giudice Tutelare deve vigilare per riconoscere se la causa dell’interdizione continui. Se ritiene che sia venuta meno, deve informarne il pubblico ministero. Se nel corso del giudizio per la revoca dell’interdizione appare opportuno che, successivamente alla revoca, il soggetto sia assistito dall’amministratore di sostegno, il tribunale, d’ufficio o ad istanza di parte, dispone la trasmissione degli atti al Giudice Tutelare


La pagina della veterinaria

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Ogliastra Sanità

Rilevato nelle nostre campagne uno speciale calabrone

La vespa crabo in Ogliastra Chi è questo nuovo arrivo.

Da circa tre anni, nel periodo maggiogiugno, notavo una grande quantità di api morte, diverse centinaia, davanti alle arnie e, nonostante le varie ricerche e richieste ad altri colleghi e laboratori diagnostici, non riuscivo a trovarne la causa. Questa moria avveniva in poco tempo, da un giorno all’altro.

Si tratta di una vespa più grande di quelle che siamo abituati a vedere nei nostri ambienti, può arrivare a 4-5 cm di lunghezza e il colore, come si può vedere dalle immagini, è simile alle altre vespe, ma differisce per il colore rossiccio della parte anteriore del corpo, per il quale le è stato attribuito anche il nome di “vespa mandarina”. Come le altre vespe è provvista di pungiglione ed è predatore di insetti e frutta. I nidi vengono costruiti in posti protetti (case e stalle disabitate, tronchi d’albero), sono realizzati con legno maci-

Le trappole vanno posate già in primavera per catturare le regine che effettuano i primi voli dopo la pausa invernale e dovranno rimanere posizionate fino a novembre. Si calcola che sono necessarie venti trappole per ettaro. In commercio si trovano delle trappole apposite per la cattura oppure si possono usare delle bottiglie di acqua minerale in PET da 1-1,5 litri. La parte alta della bottiglia viene tagliata e riposta capovolta nella parte inferiore. Per quanto riguarda l’esca da usare le indicazioni sono tante e vanno dalla birra, al pesciolino in vatori risulta che questi nidi sono stati notati nei comuni di Lotzorai, Triei e Bari Sardo, mentre per quanto riguarda i danni agli alveari, questi interessano anche i comuni di Tortoli, Girasole e Baunei e si estendono sino ad altitudini di 700 metri slm. Il che lascia prevedere che la diffusione nel territorio sia più ampia. La mia ricerca è limitata a questi ultimi mesi e ad un territorio ristretto, ma spero che questo breve articolo porti a maggiori conoscenze sull’estensione del problema.

Questa estate, dialogando con degli allevatori sui vari problemi della loro categoria, gli stessi mi segnalavano, nelle campagne, la presenza di strane vespe giganti che costruivano grossi nidi anche essi strani. Incuriosito dalla notizia ho voluto vedere i resti di un nido che gli stessi allevatori avevano distrutto. Con questi dati, nido e descrizioni, ho effettuato una ricerca da cui ho potuto verificare che quel nido era identico a quelli riportati nelle immagini presenti in letteratura e risultava appartenere alla specie Calabrone (Vespa crabro Linnaeus, 1761). Dalla stesse fonti di ricerca ho potuto costatare che i danni che questa vespa è in grado di arrecare alle api erano sovrapponibili a quanto rilevavo in apiario in questi ultimi anni.

Naturalmente si invitano i lettori a fare attenzione alle punture se avvistano dei nidi e a segnalarne la presenza a: 1) Servizio Veterinario ASL 4 Lanusei: Tel 0782.622581 nato e impastato simile alla carta, hanno forma sferica e dimensioni fino a 50 cm.

Come ci si può difendere Distruggendo i nidi con apposite precauzioni e protezioni dalle punture e disponendo trappole per la cattura delle vespe.

5 per mille L’Associazione Mano tesa Ogliastra per continuare ad offrire il proprio aiuto e sostegno ai malati oncologici e per poter sostenere economicamente la pubblicazione di questo periodico Vi invita a versare a proprio favore il 5 per mille.

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decomposizione, alla soluzione di acqua zucchero e aceto (500 cc d’acqua, 3 cucchiai dizucchero, 80 cc di aceto).

2) Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sardegna: Tel.0782.624511 Mario Moro

Diffusione in Ogliastra Da quanto ho potuto sapere dagli alle-

Invitiamo chiunque volesse far presente un disservizio o volesse ringraziare per aver ricevuto un’assistenza particolarmente valida ed umana, o che volesse proporre dei suggerimenti, a scriverci, chiamarci, o inviarci una e-mail. Saremo ben lieti di pubblicare tali comunicazioni. mano.tesa.ogliastra@alice.it Tel. 339 711 11 10 - 348 518 84 07 - Fax 0782 77 020


Le figure storiche della Sanità in Ogliastra

Ogliastra Sanità

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Un’intera vita professionale dedicata all’Ogliastra

Dottor Ignazio D’Aquila Per decenni chirurgo nell’Ospedale di Lanusei

Ignazio D’Aquila era nato a Cagliari nel 1928, in una famiglia che godeva di una certa agiatezza grazie all’attività del nonno materno, che faceva lo spedizioniere. Ignazio viveva allora, con la madre e i due fratellini, in un appartamento nella grande casa del nonno. L’infanzia fu abbastanza serena, nonostante la separazione dei genitori e la severità forse un po’ eccessiva della madre, mia nonna Rina. Bastava infatti andare nell’appartamento accanto, da zia Liana, dove era addirittura permesso raschiare i mobili, oppure in giardino o dal nonno, per riuscire a sottrarsi, almeno per un po’, alle rigide regole vigenti in quella casa. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale l’attività del nonno fallì, e così Ignazio ebbe la possibilità di sperimentare anche le ristrettezze economiche.

L’unica entrata della famigliola era lo stipendio della madre, che faceva la maestra elementare e si occupava delle faccende di casa. Qualche anno dopo la fine della guerra, dopo avere conseguito la maturità scientifica, si iscrisse alla Facoltà di Medicina. Avere una viva intelligenza e una grande passione per lo studio non era però sufficiente. Per potersi mantenere agli studi era anche necessario trovare un lavoro, che però gli lasciasse il tempo per studiare e per frequentare le lezioni. Lo trovò al Centro anti-insetti, grazie alla campagna di eradicazione della malaria finanziata dagli Americani nel dopoguerra. In quel periodo conobbe la donna che avrebbe poi sposato, Ernestina Medda, mia madre, con la quale trascorse il resto della sua vita e che gli diede quattro figli. Si laureò, e dopo breve tempo, e siamo nel 1957, accettò di andare a lavorare in un piccolo ospedale che iniziava allora la sua attività, l’ospedale di Lanusei, in Ogliastra, tenuto dalla suore Mercedarie e a Lanusei trascorse il resto della sua vita professionale, e non solo. A Lanusei fu iniziato alla chirurgia da Mino Spanu, primario del reparto di chirurgia e direttore dell’ospedale. Quando i massa-

cranti turni dell’ospedale glielo permettevano, frequentava anche la sala operatoria della Clinica Chirugica dell’Università di Cagliari, e, nella stessa Università, conseguì la specializzazione in urologia. Il mestiere del medico, si sa, impone non solo l’essere presenti al lavoro durante il normale orario di servizio, ma anche l’essere reperibili per le urgenze e le guardie notturne, senza contare il tempo dedicato allo studio. Se questo è vero oggi, e lo è anche per altri mestieri, tanto più era vero in un piccolo ospedale di provincia con pochi medici e situato in una zona isolata dal resto della Sardegna, che noi ogliastrini, sin da piccoli, abbiamo sempre sentito definire come “isola nell’isola”. E non di rado le chiamate dall’ospedale arrivavano anche durante i periodi di ferie. In questi casi lui sbuffava, però si capiva che, sebbene la seccatura fosse reale, in fondo non gli dispiaceva andare a fare qualcosa che lui riteneva importante e doverosa, ma che, sopratutto, amava. Insomma, non si risparmiava. Lasciò l’ospedale per un breve periodo, a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70, ma lo convinsero a ritornare. Il rischio era quello della chiusura dell’ospedale. Si fece un po’ pregare, e fu questo uno dei pochi riconoscimenti espliciti che ottenne. Nonostante la sua indiscussa perizia di chirurgo (fu uno dei pochissimi che operò con successo un caso di rottura traumatica

del pancreas, tuttora evenienza gravissima, ma allora pressoché invariabilmente mortale), nonostante avesse diretto il reparto di chirurgia per lunghi anni, e nonostante avesse ricoperto il ruolo di Direttore Sanitario dell’ospedale in un periodo in cui nessuno voleva o poteva assumersi quella responsabilità, non ebbe mai la titolarità del ruolo di primario. Addirittura, quando fece l’esame di idoneità per aiuto, cioè di numero due della “gerarchia” medico-ospedaliera, il cui conseguimento era necessario per passare di ruolo, corse il rischio di essere “fatto fuori”. Non è nello scopo di questo affettuoso ricordo raccontare i dettagli di questa sgradevole vicenda, ma determinante fu il suo adamantino rifiuto di accettare una candidatura alle elezioni regionali, che evidentemente non era da intendersi come un trampolino di lancio per una carriera politica, alla quale lui

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non era interessato e per la quale sicuramente non era tagliato, ma come una prova di “fedeltà”. Nonostante ciò ebbe il riconoscimento più importante, e cioè quello delle persone che hanno lavorato con lui, e delle persone che direttamente o indirettamente hanno avuto a che fare con lui, il che significa, in una piccola comunità come la nostra, il riconoscimento della popolazione Ogliastrina. Ebbi modo di constatare di persona quanto fosse benvoluto in Ogliastra quando raccolsi, con l’aiuto di pochi amici, le firme per la mia candidatura di “testimonianza” con i radicali alle politiche del 2001. Tante persone firmarono precisando che lo facevano per la stima che nutrivano nei confronti di mio padre, che era morto cinque anni prima, e si vedeva che ci tenevano a manifestarla. Quando non era in ospedale passava il tempo a leggere, a studiare o ad ascoltare musica, e gli piaceva suonare il pianoforte. L’ultimo momento “spensierato” che ho trascorso con lui, pochi giorni prima della sua morte, è stato l’ascolto di un CD di un concerto di Mozart che comprai per lui nel triste viaggio che intrapresi per stargli vicino nei suoi ultimi giorni. Vederlo per una mezz’oretta assorto nell’ascolto e apparentemente dimentico della sua malattia fu per me un’emozione fortissima. Però, la sua passione più grande era sicuramente la caccia, e la condivisione di questa passione era alla base di alcune delle sue amicizie più significative. Forse per il suo spiccato individualismo non amava le compagnie troppo numerose, e infatti, quasi mai andò a caccia grossa. Addirittura, delle volte, si “organizzava” per poter andare a caccia da solo. Probabilmente questo aspetto del suo carattere, rendeva ancora più preziosa l’intesa con i suoi abituali compagni di caccia. Morì all’età di 68 anni, il 28 giugno 1996,

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Periodico a cura di Mano Tesa Ogliastra dopo due anni di malattia, assistito 24 ore su 24 da mia madre. Fu sinceramente compianto da tantissime persone. Fu ucciso da un cancro al polmone che si manifestò con una metastasi al femore. Fu operato nella Clinica Ortopedica dell’Università di Sassari, e dopo pochi giorni, per una caduta, il femore si ruppe. Era il giorno di Pasqua. I medici ci dissero che sarebbe stato rioperato dopo tre giorni, al ritorno del direttore della Clinica, che si trovava fuori. Pretesi che fosse portato in un altro ospedale, e mi accontentarono. Col senno di poi, mi pentii amaramente di quella mia insistenza, poiché il trasferimento con la gamba spezzata fu causa di inutile ulteriore sofferenza, visto che, dopo due giorni, fu riportato di nuovo alla Clinica Universitaria. Solo per potere parlare con il vice del megadirettore assente, nel vano tentativo di convincerlo a fare qualcosa subito, fui costretto a minacciare una denuncia, ma non se ne fece nulla, e ancora non so se facemmo bene a lasciar perdere. I tre giorni passarono tra i dolori più atroci e senza una adeguata terapia antidolorifica. Che amarezza vedere un uomo che con scrupolo e senza risparmiarsi si era dedicato per tutta la vita alla cura della salute degli altri, subire le conseguenze della sciatteria e della indifferenza cialtrona di suoi indegni colleghi! E quell’uomo era mio padre. Il direttore, il cui nome preferisco omettere, morì a sua volta per un tumore al fegato pochi anni dopo. Ma il mio pensiero va ai colleghi e agli infermieri dell’Ospedale di Lanusei, dove mio padre fu successivamente trasferito e dove veniva periodicamente ricoverato per fare la terapia, che lo assistettero con competenza e affetto. E facendolo sentire di nuovo come fosse a casa sua, come ai vecchi tempi. Paolo D’Aquila

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La malva

Negli ultimi due numeri della rivista si è dato inizio ad un viaggio nell’affascinante mondo della medicina popolare, attraverso il contributo di due articoli dedicati a s’accabadora e al malocchio. Si trattava di due argomenti importanti che, tuttavia, sono solo una piccola parte di quell’immenso patrimonio di conoscenze che la comunità sarda, e perciò ogliastrina, ha accumulato nel tempo per curare le malattie o per fronteggiare situazioni di crisi individuali o collettive non di origine organica. Ora si vuol esaminare un altro aspetto della medicina popolare che è caratterizzato dall’uso empirico delle erbe, sulle quali era sempre possibile contare, specialmente in tempi in cui nei piccoli paesi mancavano medici che assicurassero una presenza costante o significativa, o farmacie facilmente raggiungibili o un presidio ospedaliero che sarà istituito a Lanusei solo alla fine degli anni Cinquanta. Ancora oggi, nonostante il Servizio Sanitario Nazionale garantisca in questa regione un’assistenza ininterrotta, con

servizi equivalenti a quelli fornite nel resto d’Italia, non si può dire che i rimedi non contemplati nella farmacopea ufficiale, siano stati riposti definitivamente in soffitta, poiché, tuttora, persistono pratiche risalenti a un passato del quale non si è perso il ricordo. La ragione di ciò va ricercata non solo nell’isolamento del territorio, ma soprattutto nel radicamento e nella penetrazione che dette pratiche avevano nella vita quotidiana delle persone. Passato che non può essere dimenticato: lo affermano gli studiosi che intendono conservare le tradizioni, salvando la nostra identità e lo sostiene anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con il suo invito a vagliare le conoscenze della medicina popolare, per trovarvi, come è successo in qualche caso, indicazioni valide per le moderne scienze mediche. I paesi ogliastrini disponevano di una solida conoscenza delle piante officinali: era infatti necessario, da un lato, distinguere

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Medicina nel mondo, ieri e oggi

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Medicina popolare in Ogliastra Un viaggio tra usi e tradizioni ogliastrine nell’uso delle erbe officinali le buone e capaci di guarire, dalle cattive, per non cadere vittime inconsapevoli dei vegetali velenosi; dall’altro, si rendeva indispensabile valutare le loro proprietà terapeutiche da cui trarre utili mezzi per la cura delle più svariate patologie. Le erbe conosciute erano tante e costituivano un mondo di gran lunga più vario e ricco rispetto alla pur numerosissima varietà ospitata dal territorio ogliastrino: succedeva infatti che negli scambi commerciali che si verificavano tra i paesi dell’Ogliastra e tra questi e altre zone della Sardegna, ci si procacciassero anche vegetali non presenti nel proprio habitat. Basti pensare, per esempio, alla genziana, largamente utilizzata anche dalle popolazioni costiere: veniva “importata” dalle zone di montagna, quando ci si recava per barattare le poche eccedenze alimentari e portare a casa i prodotti di cui si aveva necessità. Ad essere riconosciute come officinali erano primariamente gli esemplari della

macchia mediterranea, piante arbustive ed erbacee ma anche ad alto fusto, che la terra elargiva in modo molto generoso, oppure altre che venivano coltivate: per quanto tra i diversi paesi ogliastrini si evidenzi qualche diversità nella flora di riferimento, c’è un gruppo di piante che è unanimemente noto e largamente utilizzato, gruppo costituito da più di 50 esemplari.

Le erbe più utilizzate Del lungo elenco di piante che costituiscono l’antico arsenale armamentario dell’Ogliastra, si devono ricordare le specie

spontanee quali : la malva che la fa da padrona fra tutti i rimedi contro le malattie dell’apparato respiratorio; la cicoria che cresce in abbondanza nei campi ed è utilizzata come depurativo o come ricostituente in caso di mancanza di appetito; il corbezzolo la cui corteccia è dotata di effetti cicatrizzanti ed emostatici; il timo, usato come tonico ricostituente o come stimolante dell’apparato digerente il lentischio con proprietà antidolorifiche il sambuco contro il raffreddore e la stitichezza, le tumefazioni e le pustole. Negli orti e nelle campagne venivano coltivati: il basilico, ottimo sonnifero se preparato con l’alloro; l’aglio, che aveva le indicazioni più disparate: per eliminare le tenie, per i calli e per le punture di vespe; il prezzemolo, cui si riconoscevano proprietà diuretiche; la salvia per la tosse; la patata per le ustioni; l’alloro cui si ricorreva per disturbi dell’apparato respiratorio e gastro-intestinale; l’aloe con potente attività antinfiammatoria, antipruriginosa, analgesica e rigenerante la cute nelle ferite. In una regione afflitta dalla piaga della malaria, trovò fertile terreno di applicazione anche la genziana, capace di combattere la febbre, una delle conseguenze più letali di quella malattia, particolarmente diffusa nei territori paludosi e acquitrinosi. Importante il ruolo dell’olivo e del lino. Del primo abbiamo già riferito, riguardo al suo valore nella diagnosi del malocchio, quando se ne facevano cadere alcune gocce nell’acqua. Per ciò che concerne la tradizionale medicina empirica, si contano circa nove tipologie di malattie e di disturbi (febbre, bronchiti, orecchioni, ecc) in cui potevano essere impiegati sia le foglie che il frutto della pianta. La stessa larga diffusione avevano i semi di lino che consentivano di ricavare difese contro una miriade di patologie, ma soprattutto appare straordinario l’impiego delle fibre della pianta che, unite al bianco d’uovo montato a neve, formano una sorta di ingessatura, sa “stuppa”, utile in caso di “filu transiu”o di “karri segada”,

rispettivamente “nervo accavallato” e slogatura. Questa breve disanima delle piante officinali potrebbe essere estesa a piacimento, tanto vasta è la materia di riferimento. Materia che non può essere liquidata come “primitiva” e da mandare tutta al macero perché priva di efficacia per il malato. Tutt’altro. E’ vero infatti che la medicina di cui abbiamo parlato, costituita da pratiche semplici ed empiriche, è oggi oggetto di studio per la medicina moderna che spesso in quelle ha trovato dei fondamenti e dei riscontri scientifici. Così, per esempio, all’edera, se usata esternamente, ancora oggi sono riconosciute quelle proprietà analgesiche che gli ogliastrini le attribuivano; la stessa cosa si può dire del giglio i cui bulbi, secondo attestati scientifici, contengono dei principi che agiscono contro le infezioni, come si riteneva in passato; così per la salvia, il rosmarino, il timo e la maggiorana, che testimoniano quanto avessero visto giusto le nostre comunità ad attribuire loro doti corroboranti e stimolanti delle varie funzioni dell’organismo.

La tecnica di preparazione La tecnica di preparazione dei rimedi farmacologici era preceduta dalla scelta e dalla raccolta delle piante considerate utili allo scopo, immediato o futuro. Se non le si utilizzava fresche, secondo la forma di somministrazione scelta, si provvedeva a essiccarle intere o divise in parti distinte, consapevoli che il processo richiedeva attenzione e cura nell’esposizione dei vegetali: essi richiedevano un ambiente asciutto, al riparo dall’esposizione diretta ai raggi del sole e dall’umidità della notte.

Modalità di utilizzo Fresche o secche, le piante medicinali trovavano impiego sotto forma di somministrazione semplici ed elementari: l’infusione che si otteneva o con una breve bollitura dell’intera pianta o di una parte di essa, o mediante l’immersione della sostanza medicamentosa nell’acqua già bollente; il decotto che prevedeva una bollitura più lunga con conseguente riduzione della quantità di liquido e la concentrazione più alta della sostanza medicinale. Dello stesso fiore, per esempio

della camomilla, si potevano ottenere sia i decotti contro l’insonnia, la cispe e il mal di pancia, che l’infuso per abbassare la pressione. Un altro metodo di somministrazione era costituito dai suffumigi che permettevano di inalare le sostanze medicamentose ridotte in vapore: per fermarci alla camomilla, essa poteva essere assunta in questa maniera, in presenza di tosse, bronchiti e raffreddori. Si usavano anche sotto forma di unguento preparato con grassi di varia derivazione, ma in particolare con strutto e olio d’oliva: tale indicazione era prevista per la malva, che, pestata, si applicava contro “is semus” (pustole) e “Is porcas” (foruncoli). Ma non mancava l’applicazione dei decotti mediante impacchi o cataplasmi. Uno dei vegetali più usati in questa modalità è costituito dai semi di lino, che, ben bolliti, si poggiavano caldi sulla gola del malato di angina. Ma gli ogliastrini non esitavano a impiegare i loro medicamenti vegetali anche in varia combinazione tra di loro. A titolo esemplificativo, uno degli interventi per debellare “is suercanas”, foruncoli che faticavano ad aprirsi, era costituito da un impiastro, ottenuto triturando insieme le foglie di ortica e della malva da spalmare sulla zona del corpo interessata dall’infezione.

Quali parti delle erbe e quando raccoglierle La competenza fitofarmacologica delle nostre popolazioni non si limitava al riconoscimento delle piante officinali, perché bisognava comprendere anche quali parti si dovevano impiegare per ottenere i benefici sperati. Così, se di alcune di esse si usavano le foglie, di altre si impiegavano


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le radici, di altre ancora non si sprecava niente e i singoli componenti spesso erano destinati ad usi terapeutici diversi. Curare con le piante obbligava, infine, a tener conto del fatto che, dallo stesso vegetale, raccolto in un momento della sua crescita e non in un altro, potevano avere origine sostanze di diversa natura. La circostanza implicava, in altre parole, che gli ogliastrini possedessero la nozione di tempo balsamico, secondo il quale il tempo di raccolta, generalmente, non

Medicina nel mondo, ieri e oggi Nel loro caso il numero delle erbe che potevano essere dannose era maggiore rispetto a quelle che trovavano un’applicazione terapeutica. Il pericolo era ed è rappresentato da un contingente numero di specie infestanti e velenose, presenti nei pascoli, tra le quali si individuano la ferula, la ditinella, veri e propri incubi per pastori e contadini; ma un danno poteva essere costituito anche dalle fave e dal grano, “su lori”, perché, se consumati in quantità eccessive, erano

”s’orrosku” (il sughero femmina) impiegato per combattere i gonfiori dei piedi. Una variazione si nota a proposito di “sa mamma ‘e linna” (madreselva), che, nel caso delle persone, si usava come rinfrescante e depurante del sangue, mentre in veterinaria si usava per facilitare l’espulsione del feto in casi di parto difficile. Il capitolo delle erbe medicinali è solo un aspetto della medicina popolare empirica, per quanto non sempre sia così facile distinguere nettamente l’uso empirico di piante ed erbe da elementi diversi, tra cui quelli di natura religiosa.

Ogliastra Sanità fiore del sambuco e dalla Domenica delle Palme sulle palme stesse. Ma il discorso sulla commistione tra empiria e religione ci porterebbe lontano e potrebbe essere oggetto di un ulteriore approfondimento. In questo articolo ci si è limitati ad una visione d’insieme sull’uso delle erbe: si tratta di uno dei capitoli della nostra storia che ha avuto vita più lunga, perché la scoperta delle erbe salutari si perde nella notte dei tempi ed il loro impiego ha conservato credibilità fino ai nostri giorni. Laura Meloni

Erbe e religione

è indifferente ai fini dell’efficacia delle erbe. Di solito il periodo più favorevole veniva fatto coincidere con la maturità delle piante e delle erbe, che si raggiungeva al termine della primavera o all’inizio dell’estate.

Uso negli animali I rimedi offerti dalle erbe non erano riservati esclusivamente alle persone ma anche agli animali, la cui salute, in un contesto agro-pastorale, era un obiettivo prioritario. Nessuna comunità avrebbe potuto avere un futuro senza gli animali, compagni di lavoro e fonte di cibo per le famiglie.

all’origine di una malattia denominata timpanite. Ad altri vegetali si riconoscevano generiche caratteristiche benefiche, in quanto stimolanti alcune funzioni vitali: ad esempio “s orrosa ‘e porku”, (rosa del maiale), termine dialettale indicante il papavero, era molto gradito dai suini e si aveva l’opinione che esso ne favorisse le capacità riproduttive; allo stesso modo c’era la convinzione che l’ortica inducesse le galline a fare più uova. Altri vegetali coincidono con le erbe utilizzate dagli uomini e hanno le stesse indicazioni terapeutiche: è il caso della malva prescritta contro la stitichezza, o di

Se la religione non diventa predominante, in tal caso una guarigione più che alle erbe è affidata ai “pregantus” (preghiere), essa rappresenta per le erbe un valore aggiunto, un fattore che potenzia le loro virtù curative. Tale risultato si raggiungeva seguendo due direttive: da una parte si imprimeva un carattere di sacralità al vegetale, raccomandandone la raccolta in occasione della festa di San Giovanni o della Pasqua, dall’altra si interveniva aggiungendo ai medicamenti sostanze quali l’acqua santa o l’olio benedetto, che sono appannaggio di una ristretta cerchia ecclesiastica. Per riportare qualche esempio, era consuetudine effettuare il taglio del sambuco, da essiccare e conservare, proprio il 24 giugno, festa di San Giovanni. Era nella notte di questa festa che si approntava una sorta di tonico denominata “s’abba ‘e froris” (acqua di fiori), ottenuta facendo macerare nell’acqua i petali di diversi tipi di fiori. Il liquido ottenuto serviva per lavare le mani e il viso ed era consigliato come trattamento di disturbi dermatologici, chiamati “zimme”, bubboni sporgenti. Ma non meno efficace era considerata l’azione esercitata dalla Santa Pasqua sul

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