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Ogliastra Sanità

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Periodico a cura di Mano Tesa Ogliastra

Anno 4 - Numero 12 - Luglio 2010

Editoriale

A cura di Giusy Ferreli A quasi un anno dal commissariamento delle Asl isolane, provvedimento propedeutico alla rivoluzione sanitaria voluta dalla Giunta Cappellacci, l’Ogliastra attende di conoscere i contenuti della Riforma. Alla stesura della proposta di legge su imput dell’assessore regionale alla sanità Antonelo Liori hanno contributo le varie aziende. La bozza di legge in via di discussione in Commissione dovrà quindi passare in Consiglio regionale per l’imprimatur finale. Sono innumerevoli gli interrogativi che accompagnano un iter che si preannuncia ancora lungo e che lascia aperti diversi scenari. L’unica certezza per il territorio ogliastrino è data dal fatto che l’ospedale di Lanusei, unico presidio assieme alla casa di cura Tommasini di Jerzu, non verrà scorporato così come è accaduto per realtà più grandi. Qualcosa cambierà sul fronte della gestione dei servizi amministrativi. In particolare la proposta di legge prevede l’accorpamento a livello regionale degli acquisti e delle gare. Sarà possibile per ogni singola azienda, e quindi anche per quella ogliastrina, procedere in maniera autonoma alle gare cosiddette sottosoglia, con importi che verosimilmente non potranno superare i 200mila euro. Il commissario della Asl 4 di Lanusei Francesco Pintus rimarrà alla guida dell’azienda sino al prossimo 31 dicembre. Un ulteriore periodo di amministrazione commissariale al termine del quale, almeno secondo il legislatore, vedrà la luce una riforma in grado di ridurre gli sprechi degli scorsi anni e di migliorare l’offerta sanitaria nei principali poli sanitari dell’isola così come nella periferia.

La prevenzione è sempre al centro del nostro impegno Coerenti con quello che è il mandato di Mano Tesa Ogliastra e della nostra rivista Ogliastra Sanità, anche in questo numero è stato dato ampio spazio alla prevenzione delle malattie ed in particolare di quelle neoplastiche. Da pagina 2 a pag. 5 tanti utili consigli per allontanare

da tutti noi lo spettro della malattia neoplastica. Una malattia che dobbiamo imparare a prevenire e a riconoscere in tempo. Spessissimo una diagnosi precoce porta ad una definitiva guarigione. (a pagina 3)

A Cagliari si costruisce la mano bionica Importante collaborazione di alcuni ricercatori ogliastrini dell’Università di Cagliari ad un ambizioso progetto di biomedicina. Si sta costruendo in collaborazione con altri centri europei e americani un sistema che permetterà ad un paziente, che purtroppo è mancante di un arto per motivi traumatici o per altre patologie, di poter manovrare la propria protesi con

L’Associazione Volontari Ospedalieri (Avo) ora anche in Ogliastra Il 3 Maggio 2010 nell’Ospedale “Nostra Signora della Mercede “ di Lanusei ha iniziato a svolgere la propria attività l’AVO. I volontari che ne fanno parte opereranno nelle corsie dell’ospedale e anche in altre strutture socio-assistenziali offrendo un servizio qualificato e gratuito per assicurare una presenza amichevole accanto ai malati. Offriranno loro, durante la degenza, calore umano, dialogo e aiuto per lottare contro la sofferenza, l’isolamento e per alleviare tutti quei disagi che, purtroppo, l’ospedalizzazione comporta. (a pagina 16)

Intervista al dottor Giuseppe Piras

Responsabile dell’U.O. di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale di Lanusei

degli stimoli che partiranno direttamente dalle aree motorie del cervello. (a pagina 13)

Attivo presso l’ospedale di Lanusei l’ambulatorio di algologia (a pagina 7)

Sommario Intervista al dottor Giuseppe Piras..........2 La prevenzione .......................................3 Registro tumori di Nuoro ........................4 Alimentazione e tumori..........................5 Eliminare il dolore ..................................7 Il disagio psicologico in oncologia ..........9 Il mondo del diabete..............................10 La mano bionica ....................................13 L’amministrazione di sostegno ..............15 Nasce l’Ass.ne Volontari Ospedalieri.......16 La Croce Verde di Tertenia ......................17 Dottor Beniamino Pisu...........................18 Identificazione elettronica degli ovi-caprini.....................................20 Omeopatia.............................................22

ricordo di Dott. Beniamino Pisu

Definito “Il medico dei poveri” aveva nella sua straordinaria umanità la dote più caratteristica. Finché l’hanno sorretto le forze fisiche e mentali, non ha mai trascurato un solo paziente ma ha sempre offerto a tutti la propria massima disponibilità. La sua attività professionale fu anche abbastanza inusuale poiché si divise tra l’Africa e Bari Sardo, suo paese di origine. (a pag. 18)

Associazione di Volontariato

A cura di Giusy Ferreli Dottor Giuseppe Piras, o meglio Beppe, come dai più è conosciuto, nato a Cagliari 55 anni fa, ma ogliastrino d’adozione, è da ben quattro lustri direttore dell’Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale di Lanusei. Si è laureato in Medicina e Chirurgia a Cagliari nel 1981 con una tesi in ortopedia e cinque anni dopo, sempre in ortopedia, consegue la specializzazione. È padre di tre figlie, la prima delle quali ha scelto di seguire le orme del padre, compresa la specializzazione. Inizia la sua carriera professionale con un primo incarico presso la Guardia

(segue a pagina 2)

mano.tesa.ogliastra@alice.it www.manotesaogliastra.org

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Ogliastra Sanità

Periodico a cura di Mano Tesa Ogliastra

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Intervista al dottor Giuseppe Piras nella zona da trattare. Questa metodica accelera la guarigione. Abbiamo poi raggiunto livelli di eccellenza nell’artroscopia, con interventi di alta specializzazione ad opera del dottor Salvatore Lai. Un obbiettivo ancora non raggiunto? Vorrei riuscire a soddisfare la richiesta locale. Questi i numeri: una cinquantina di pazienti all’anno si reca a Cagliari per le protesi, un’altra ventina va fuori per la chirurgia della spalla in artroscopia. Sono settanta interventi in più che desidererei effettuare a Lanusei. Sarebbe utile una migliore organizzazione che consentisse al nostro reparto di non essere oberato da consulenze che arrivano specialmente dal Pronto Soccorso, attività che potrebbe essere, per la maggior parte, programmata.

Il Dottor Pintus con Giusy Ferreli durante l’intervista.

Il nostro direttore con Dottor Piras in occasione della intervista

Medica di Talana. Dopo un periodo all’ospedale di San Gavino, nel dicembre del 1990 chiede il trasferimento a Lanusei. “Tra me e l’Ogliastra è stato un vero e proprio colpo di fulmine. Un amore corrisposto - chiosa il dottor Piras - che dura ormai da vent’anni”. L’incarico da primario arriva nel 1999 quando la sezione della Chirurgia diventa un reparto autonomo. La dedica alla pratica ortopedica è frutto di circostanze o di passione? Pura passione. Già al 3°anno di medicina avevo chiara la mia scelta futura. Cosa trovò quando iniziò la sua avventura a Lanusei? Ho trovato una sala operatoria con attrezzatura appena sufficiente e tanta voglia di iniziare per una branca chirurgica, la traumatologia, la cui pratica non andava oltre la routine. Le difficoltà iniziali, una pianta organica sottodimensionata con la quale fare fronte a tutto, dalla traumato-

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logia all’urgenza, sono state ampiamente compensate dall’entusiasmo del personale. Cosa è cambiato da allora? Lavoriamo in condizioni decisamente migliori anche se il lavoro è aumentato tantissimo. All’inizio si lavorava solo con le fratture. Ora, oltre al trattamento dei traumi, affrontiamo tutti gli interventi di elezione, dalle protesi all’anca e al ginocchio, all’artroscopia e alle patologie non acute. Quali le maggiori problematiche che deve affrontare? Il lavoro aumenta e con esso le liste d’attesa. Abbiamo scarsa disponibilità di sedute operatorie, insufficienti per le esigenze del territorio. Si fa l’attività programmata e le urgenze. Da qualche anno riusciamo ad operare entro 24, 48 ore tutte le fratture del collo di femore dell’anziano, una delle patologie con maggiore rilevanza, sia numerica che sociale, ma vorremmo potenziare la nostra attività.

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Come mai tanti pazienti ogliastrini vanno ancora fuori per gli interventi di protesi? Purtroppo, per la scarsa disponibilità di sedute operatorie, abbiamo tempi d’attesa piuttosto lunghi; questo fatto, unito al luogo comune secondo il quale sia meglio rivolgersi altrove, favorisce la fuga verso altri ospedali. Il nostro auspicio è che l’azienda ci metta nelle condizioni di aumentare il numero di sedute operatorie e adegui l’organico che attualmente è composto da sei dirigenti medici. Da parte nostra c’è grande disponibilità a far di più e meglio. Di cosa va orgoglioso? Siamo riusciti a creare in reparto un ottimo ambiente di lavoro, che favorisce il lavoro di squadra, e anche la sensazione che abbiamo del gradimento del nostro operato da parte della popolazione è per noi motivo di grande orgoglio. Dal punto di vista professionale abbiamo iniziato a lavorare con le cellule staminali per ritardi di consolidamento delle fratture. Con un ago si aspira il midollo che dopo un opportuno trattamento si innesta

Esiste un incremento dell’attività del reparto durante l’estate? Si, durante i mesi estivi è più che mai emergenza traumi. Il lavoro è più che raddoppiato. Senza motociclisti e senza calcetto avremmo la metà del lavoro da fare. Qual è il rapporto con il territorio? Esiste un contatto diretto. Con il medico di famiglia gli scambi, specialmente telefonici, sono continui. E il rapporto con il volontariato? Direi ottimo. I volontari svolgono un’opera meritoria e quando si tratta di venire incontro alle loro esigenze cerchiamo di fare il possibile. Come trascorre il tempo libero il dottor Piras quando non è impegnato nella sua Unità Operativa? Ho una grande passione: il mare. Mi piace andare in barca, fare immersioni, ma mi appassiona anche andare a cavallo e il trekking. Un sogno nel cassetto? Fare del nostro reparto un centro di riferimento anche per i territori limitrofi.

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La Pagina dellA Prevenzione a cura di Natalino Meloni

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La prevenzione

Uno dei principali obbiettivi di Mano Tesa Ogliastra Mano Tesa Ogliastra continua, dopo 6 anni dalla propria istituzione, la propria attività di sostegno ai malati oncologici e ai loro familiari, ma ritiene anche di grande rilevanza nel proprio mandato l’impegno nel campo della prevenzione delle malattie neoplastiche. Ogliastra Sanità, questo periodico che cerchiamo di far arrivare nella maggior parte delle famiglie della provincia e che è il risultato dell’attività di tutti i soci, è nato proprio per assolvere quell’obbiettivo di lanciare dei messaggi, che riteniamo estremamente importanti, al fine di evitare a tante persone di ammalarsi e ad altre, che si sono ammalate, di poter riconoscere tempestivamente il loro male così da poter raggiungere una completa guarigione. Pertanto non vorremmo che consideraste ripetitive le pagine che dedichiamo alla prevenzione, ma anzi auspichiamo, da parte di tutti voi, una particolare attenzione nei confronti delle nostre indicazioni. Le malattie tumorali sono infatti in ascesa in tutte le parti del mondo, ma, grazie all’opera di prevenzione e alle cure mediche e chirurgiche sempre più efficaci, è in forte calo la mortalità per tumore e ciò è più evidente nei paesi più evoluti. In questo numero vogliamo perciò ribadire quelle regole che tutti noi dovremmo rispettare per poter allontanare il più possibile dalle nostre vite l’angoscioso apparire della malattia neoplastica.

LE REGOLE DA RISPETTARE Non fumare

E’ la prima esortazione che viene rivolta dal mondo medico. Il fumo di sigaretta è veramente devastante. Non solo provoca il cancro in un’altissima percentuale dei fumatori, ma ha gravissime ripercussioni a livello della funzionalità polmonare causando la bronchite cronica, a livello cardiaco e cerebrale con la comparsa di infarti ed ictus, a livello della cute con un precoce invecchiamento. Oggi esistono vari metodi efficaci per liberarsi dal fumo, bisogna farsi aiutare da personale competente, il vostro medico di famiglia potrebbe darvi i giusti consigli.

Non bere

Due o tre di bicchieri di vino al giorno non fanno male. Quello che va evitato è l’abuso cronico che può portare a danni irreparabili al fegato compreso il cancro. Anche l’abuso di superalcolici che provoca un’irritazione del cavo orale, della faringe e del primo tratto del tubo digerente, a lungo andare, può favorire l’insorgenza del cancro, in particolare della bocca e dell’esofago. Quindi il messaggio è bere con moderazione per

conservare una buona salute.

Non esporsi troppo al sole

Il sole è un grande amico del nostro benessere fisico e del nostro umore, ma perchè non si trasformi in un nemico, occorre prenderlo con cautela. In estate sono consigliate a tutti, e in

un ruolo protettivo nei confronti delle malattie tumorali in genere, ma specialmente aiutano a prevenire il cancro al colon e al retto. Al contrario, le carni rosse e i grassi vanno consumati con moderazione. Molte evidenze scientifiche hanno infatti dimostrato una stretta correlazione tra l’uso continuo di tali alimenti e l’insorgenza di malattie tumorali.

Dai 18 ai 65 anni fare un PAP test all’anno

particolare ai bambini e alle persone dalla pelle chiara, la protezione solare ed un’esposizione moderata, soprattutto nelle ore centrali della giornata. Vanno infatti evitate le “scottature”, dannose oltre che fastidiose, per non favorire, a lungo andare, lo svilupparsi dei tumore della pelle, fra cui il melanoma, che può colpire giovani e adulti. Va ricordato che le creme protettive, perché ottengano la giusta efficacia, vanno ripetute più volte durante le ore di esposizione al sole.

Seguire una alimentazione corretta

Nelle nostre tavole non devono mancare la frutta fresca, la verdura ed i cibi integrali. Si tratta di alimenti a cui è universalmente riconosciuto

Il PAP test permette d’individuare sin dall’inizio i tumori del collo dell’utero che, se diagnosticati precocemente, richiedono un intervento limitato e risolutivo, dopo il quale saranno possibili le gravidanze e non esisteranno problemi per la vita di relazione.

Imparare l’autopalpazione del seno. Dai 45 anni in poi fare una mammografia ogni 2 anni.

È fondamentale che una donna, fin dall’adolescenza, prenda “confidenza” con il proprio seno di modo che sia pronta a riconoscerne nel tempo qualsiasi variazione. L’autopalpazione consente infatti di percepire eventuali noduli. E’ poi importante l’esecuzione della mammografia in quanto si tratta di un esame molto avanzato che identifica tumori anche di pochi millimetri con una ridotta esposizione ai raggi. Il cancro al seno, raro prima dei 30 anni, poco frequente dopo i 40 e diffuso oltre

i 50, è la forma neoplastica che più colpisce le donne. Riconosciuto precocemente viene eliminato definitivamente con un intervento che risparmia la mammella.

Prevenire i tumori del colon

Dai 40 anni, anche prima se esiste familiarità per i tumori del colon, sottoporsi una volta all’anno all’esplorazione rettale per la prevenzione di tumori prostatici e intestinali e per questi ultimi effettuare anche il test per la ricerca di sangue occulto nelle feci. In presenza di sangue nelle feci o di cambiamenti delle abitudini intestinali è bene sottoporsi ad esame endoscopico. Tra poco, anche per i tumori del colon-retto, prenderà avvio una campagna preventiva regionale, già avviata per la prevenzione dei tumori dell’utero e della mammella, che inviterà a sottoporsi a screening una ampia fascia della popolazione a rischio.

Prevenire i tumori della prostata

Per il controllo della prostata oltre all’esplorazione rettale è consigliabile il test PSA. Anche i tumori della prostata, se individuati precocemente, possono essere curati efficacemente. Sia il trattamento chirurgico, che quello farmacologico, consentono la guarigione o comunque una lunga sopravvivenza con il mantenimento di una buona qualità di vita.

DIETOLOGIA Dr. Marilena Lara Specialista in Dietologia Specialista in Geriatria

Dottoressa Emilia Serra Via Lungomare, 20 - 08041 - Arbatax Tel. 0782.66 77 80

Riceve per appuntamento Via Mons. Virgilio, 72 Tortolì Tel. 0782 667277 - 0782 624861 - 333 5871954


Ogliastra Sanità

Periodico a cura di Mano Tesa Ogliastra

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Presentati i dati del Registro Tumori di Nuoro

Importante raccolta epidemiologica sulle malattie neoplastiche delle province di Nuoro e Ogliastra articolata in 5 distretti e la ASL di Lanusei con circa 57.000 abitanti). Nella provincia è presente un unico Centro di riferimento di Anatomia Patologica e un’unica U.O. di Oncologia e 7 presidi ospedalieri. Di questi, l’ospedale San Francesco di Nuoro, costituisce l’ospedale di riferimento non solo per l’utenza delle 2 ASL, ma anche del Centro-Sardegna. I Presidi ospedalieri sono così dislocati: 2 a Nuoro (”San Francesco” e “Cesare Zonchello”), 1 a Isili, 1 a Bosa, 1 a Sorgono, 1 a Lanusei e 1 a Jerzu (casa di cura privata accreditata Tommasini).

Sintesi dei risultati Ospedale San Francesco di Nuoro

Introduzione

Il Registro Tumori di Nuoro, nato nell’anno 2005 è stato recentemente accreditato da una Commissione nazionale di verifica istituita presso l’AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori), dopo un rigoroso e severo processo di valutazione scientifica. Il Registro Tumori opera nell’ambito del Centro Epidemiologico Aziendale dell’ASL 3 di Nuoro, diretto dal Dottor Mario Usala, e il suo ambito territoriale di attività si estende anche alla popolazione dell’Ogliastra. Nello staff del Registro operano la Dott.ssa Filomena Pala, Dott.ssa Giovanna Maria Sini, l’ASV Nicolina Pintori, la Dott.ssa Luisa Canu dell’ASL di Nuoro, la Dott.ssa Giuliana Demurtas e la Dott.ssa Nina Doa dell’ASL di Lanusei. Il Registro Tumori costituisce oggi un valido e irrinunciabile strumento per lo studio e la lotta alla patologia neoplastica; in particolare ha assunto un ruolo di primaria importanza nella programmazione, nel monitoraggio delle strategie di controllo del cancro, nell’identificazione degli obbiettivi prioritari e dei piani di intervento delle strutture sanitarie pubbliche. Il lavoro del Registro costituisce un vero e proprio “capitale” di analisi epidemiologiche e dati statistici che consentono di raffigurare con precisione la realtà territoriale delle due aziende rapportandola a quelle del resto della regione Sardegna e del resto d’Italia. Inoltre la disponibilità di dati tempestivi e affidabili è essenziale per la programmazione dei servizi sanitari e potrà costituire il riferimento scientifico

da cui partire per la razionalizzazione e l’ottimizzazione delle strutture assistenziali, che potranno cosi diventare sempre più adeguate a rispondere alle necessità dei pazienti e sempre più integrate e protagoniste nell’ambizioso progetto di riforma del Sistema Sanitario Regionale. Il Registro Tumori di Nuoro pubblica oggi i dati consolidati, relativi al triennio 20032005 di un’attività che analizza l’andamento epidemiologico dei tumori in 100 Comuni del Centro-Sardegna (ex provincia di Nuoro e fa un’analisi sui dati preliminari del triennio successivo 2006-2008.

Sistema sanitario operante nell’area coperta dal Registro nella Provincia di Nuoro nel triennio 2003-2005.

Il territorio coperto dal Registro nel periodo considerato 2003-2005 fa capo a 2 ASL (ASL di Nuoro con circa 207.000 abitanti e

Nel triennio 2003-2005 nella Provincia di Nuoro, nei residenti dei cento comuni che ne fanno parte, sono stati diagnosticati 4200 nuovi casi di tumore maligno (carcinomi cutanei inclusi), 2328 tra gli uomini e 1872 fra le donne. Nello stesso periodo le morti attribuibili ad una malattia neoplastica sono state 1928, di cui 1128 negli uomini e 800 nelle donne. I tumori più diffusi, escludendo i carcinomi cutanei, sono risultati per gli uomini il carcinoma della prostata (335 casi), del polmone (292 casi), del colon (156 casi), del retto (120 casi); per le donne il tumore della mammella ha la frequenza assoluta più alta (451 casi), seguito dai tumori a carico del colon (121 casi), della tiroide (114 casi) e del retto (80 casi). I carcinomi della cute insorti nel 2003-2005 sono stati 745: 412 negli uomini (13 melanomi) e 333 nelle donne (12 melanomi) e i decessi per tumore cutaneo sono stati 24 in tutto. Inoltre sono stati registrati, ma non inclusi in incidenza, i tumori non invasivi di diversi

organi; in particolare della vescica e del sistema nervoso centrale e periferico. Considerando anche i tumori maligni della cute, l’età media alla diagnosi per quanto riguarda l’incidenza è di 66,3 anni per le donne e di 67,6 anni per i maschi.

I dati preliminari triennio 2006-2008

Dal 1 gennaio 2006 nella Regione Sardegna sono stati ridefiniti i territori di competenza delle singole Aziende Sanitarie e la ASL di Nuoro ha subito un notevole ridimensionamento, mentre la ASL di Lanusei è rimasta invariata sia in termini di popolazione che di territorio. La popolazione in studio da parte del Registro è passata da circa 268 mila agli attuali 210 mila e i comuni interessati sono attualmente 77 contro i 100 del triennio precedente. Lo sviluppo del sistema informativo e la disponibilità delle fonti primarie in forma automatizzata (schede di dimissione ospedaliere, referti di anatomia patologica, registri delle cause di morte) di tutte le ASL della Sardegna costituiscono elementi irrinunciabili per una corretta rappresentazione della diffusione dei tumori. In base alla stima ricavata dai dati delle schede di dimissione ospedaliere (SDO) e dell’anatomia patologica di Nuoro, si ritiene che il numero dei nuovi casi di tumore annui nel triennio 2006-2008 sia di circa 1200 che, in rapporto alla diminuzione della popolazione in studio, conferma il generale aumento di incidenza che si registra in Italia, dovuto però in gran parte all’invecchiamento della popolazione. Il numero di morti per causa tumorale si attesta nel corso del triennio su 600 casi annui confermando il trend di riduzione che si osserva anche nel resto d’Italia. I tumori più frequenti sono rispettivamente per la donna quello della mammella, seguito da un rilevante aumento dei tumori del colon retto e nell’uomo della prostata, seguito da un aumento dell’incidenza di quello del colon retto. Novità importante è costituita dal recente avvio dei programmi screening i cui possibili effetti benefici potranno essere valutati negli anni futuri sia in termini di incidenza, che di sopravvivenza e di mortalità. Giuliana Demurtas e Nina Doa


Ogliastra Sanità

La Pagina dell’Alimentazione a cura di Marilena Lara

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ALIMENTAZIONE E TUMORI Cos’è un tumore?

Senza addentrarci in spiegazioni troppo tecniche, basti sapere che ogni tumore ha origine da una sola cellula che, a causa di stimoli esterni ed interni all’organismo, accumula una serie di danni al proprio sistema informativo e inizia a riprodursi in modo incontrollabile fino alla formazione di una massa tumorale che cresce in completa autonomia rispetto alle cellule sane. Ma la cellula tumorale si moltiplica solo se trova nel nostro organismo il terreno adatto per nutrirsi e per espandersi e se le nostre difese sono deboli. Possiamo dire che, invecchiando, in ognuno di noi, delle cellule possono accumulare informazioni necessarie a dare origine a un tumore, ma se saremo riusciti a creare nel nostro corpo un ambiente sfavorevole per loro, esse non potranno riprodursi e dare inizio alla patologia tumorale. In alcuni casi esistono predisposizioni familiari che favoriscono lo sviluppo dei tumori ma il più delle volte è determinante il contatto con i cosidetti agenti cancerogeni, fisici come le radiazioni, microrganismi, come i virus e batteri, muffe

o funghi o sostanze da loro prodotte, come le tossine. Altri agenti cancerogeni hanno origine chimica, dagli inquinamenti am-

bientali, alcuni dei quali possono essere ritrovati anche nei cibi, a molecole presenti nel fumo di tabacco (composti catramosi).

Responsabilità dell’alimentazione

Nei paesi occidentali, soprattutto negli ultimi 70-80 anni, lo stile alimentare è notevolmente cambiato dallo schema tradizionale. Sono stati privilegiati i prodotti di origine animale (carni e latticini), un tempo consumati saltuariamente, nonché alimenti che non erano neanche conosciuti, come quelli ottenibili con le tecnologie moderne, come lo zucchero bianco e le farine raffinate, quelli estratti con mezzi chimici dai semi o dai frutti oleosi, o come alcuni, come le margarine, che non esistono in natura. L’alimentazione sempre più ricca di calorie, contenute negli zuccheri, nei grassi e nelle proteine animali, ma povera di vitamine, fibre, antiossidanti e altre sostanze chimiche fondamentali per la nostra salute, ha determinato lo sviluppo delle malattie tipiche dei nostri tempi. Una di queste malattie è rappresentata da alcuni tumori. Lo sviluppo tecnologico e il miglioramento delle condizioni igieniche hanno contribuito a migliorare lo stato nutrizionale e ad abbassare l’incidenza delle malattie infettive. Certamente non sentiamo nostalgia per i tempi in cui la fame e la povertà erano causa di malattie da carenze alimentari, però non sfruttiamo al meglio la grande varietà e abbondanza alimentare per portare beneficio alla nostra salute. Si dice che l’uomo è ciò che mangia e le conseguenze sulla salute delle sue abitudini alimentari sono inevitabili. Le patologie cronico-degenerative sono in aumento nonostante la scienza medica stia compiendo notevoli progressi nella

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ricerca per la terapia. La sovraesposizione ad agenti mutageni ( fumo ed inquinamento atmosferico) ma anche l’abuso di cibi raffinati e troppo ricchi di grassi, hanno raddoppiato l’incidenza dei tumori negli ultimi decenni. Ma, se poco possiamo fare contro il benzene delle nostre città, molto si può in casa nostra per la profilassi come per la cura dei tumori. La ricerca scientifica sul cancro stima che un terzo dei tumori più comuni potrebbe essere evitato attraverso la dieta, l’attività fisica e il controllo del peso corporeo.

produzione/smaltimento di rifiuti, hanno marcata stabilità intrinseca: possono rimanere inalterati nell’ambiente a lungo, subire un’ampia diffusione geografica e accumularsi negli organismi viventi. Essi sono pericolosi per l’essere umano e per la fauna selvatica a causa della loro tossicità. Gli inquinanti organici persistenti possiedono proprietà tossiche, resistono al degrado, sono soggetti a bioaccumulazione (fissandosi nel tessuto adiposo sia dell’uomo sia degli animali), vengono trasportati attraverso l’aria, l’acqua e le specie migratorie al di là delle frontiere e depositati lontano dal luogo di emissione, dove si accumulano negli ecosistemi terrestri e acquatici.

Composti derivati dal confezionamento

Le sostanze cancerogene nel piatto

La nostra alimentazione può influenzare l’insorgenza dei tumori. Per esempio il cibo può essere contaminato sia da sostanze cancerogene presenti naturalmente, sia per contaminazione esterna. L’alimentazione rappresenta una delle principali vie di esposizione dell’organismo umano agli inquinanti ambientali. Tra questi si trovano i contaminanti organici “persistenti”, sostanze che resistono alla degradazione come i pesticidi usati in agricoltura, gli insetticidi, gli erbicidi, i fungicidi. I contaminanti chimici, rilasciati nell’ambiente soprattutto da produzione industriale, pratiche agro-zootecniche,

Alcune sostanze chimiche e metalli pesanti possono passare al cibo attraverso materiali utilizzati per il loro confezionamento. L’incremento del consumo di cibi in scatola ha provocato un aumento della contaminazione da metalli, quali ferro, cromo, arsenico, nichel, rame, alluminio, e stagno, che possono essere ceduti dal contenitore all’alimento. Molti contenitori metallici per alimenti,

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La Pagina dell’Alimentazione a cura di Marilena Lara Additivi alimentari

Sono sostanze normalmente non consumate come alimento in quanto tale, ma aggiunte intenzionalmente ai prodotti alimentari per un fine tecnologico nelle fasi di produzione, trasformazione, preparazione, trattamento degli alimenti. Gli additivi sono classificati in base alla loro funzione. Si possono individuare tre grandi gruppi di additivi: - Additivi che aiutano a preservare la freschezza degli alimenti: sono conservanti, che rallentano la crescita di microbi, e antiossidanti, che prevengono i fenomeni di irrancidimento.

come quelli dei legumi, sono rivestiti da una resina che, come molti pesticidi, interferisce sul funzionamento di molte ghiandole. Altri contenitori in ceramica possono rilasciare il piombo nel cibo; altri in plastica, come le pellicole per alimenti, contengono gli ftalati (composti che rendono morbide le plastiche) che possono essere assimilati dal nostro organismo attraverso il consumo di cibi grassi (come formaggi e salumi), quando vengono contaminati per contatto dalle pellicole utilizzate per la loro conservazione.

Composti derivati dalle cotture

I contenitori che usiamo per la cottura degli alimenti raggiungono, per effetto del riscaldamento, temperature elevate che, insieme ai tempi prolungati, (come quelli della frittura, della stufatura, della grigliatura) producono sostanze ad azione cancerogena. Questo capita per la cottura di alimenti di origine animale ma, in misura minore, anche per quelli di origine vegetale.

Migliori metodi di cottura Cottura al vapore Bollitura Cottura al forno Cottura con microonde

Peggiori metodi di cottura Frittura (libera acroleina) Cottura alla brace (libera benzopirene, molecola altamente cancerogena) Pentola a pressione l’alta temperatura cui l’alimento è sottoposto distrugge la vitamina C. A rischio sono soprattutto gli alimenti cotti alla brace o fritti. In generale, è buona norma fare sempre attenzione alla temperatura di cottura ed evitare di annerire il cibo con temperature troppo elevate.

Conservazione dei cibi

Il Sale Un metodo tradizionale di conservazione consiste nell’aggiunta di sostanze conservanti che uccidono o inattivano i batteri: le più anticamente usate sono il sale e la salamoia mentre in tempi più recenti sono state introdotte altre numerose sostanze chimiche. L’abuso di sale è sempre negativo; il suo eccesso, infatti, favorirebbe l’insorgenza di alcuni tipi di tumore (stomaco e prostata)

- Additivi che migliorano le caratteristiche sensoriali degli alimenti: coloranti, addensanti, emulsionanti, dolcificanti, esaltatori di sapidità. - Additivi tecnologici, usati per facilitare la lavorazione degli alimenti ma che non hanno una specifica funzione nel prodotto finale (definiti anche adiuvanti): agenti anti-schiuma, antiagglomeranti ecc. Gli additivi subiscono a livello europeo e internazionale un processo di valutazione della sicurezza prima di essere autorizzati per l’uso alimentare.

Nitriti e Nitrati

I nitriti ( E 249, E250) e i nitrati (E 251, E 252) sono sostanze naturalmente presenti negli alimenti animali, vegetali (bietole e spinaci), e nell’acqua. Vengono aggiunti a insaccati, prosciutti, wurstel, carni in scatola e altri prodotti a base di carne, pesci marinati e a volte anche a prodotti caseari. I nitriti e i nitrati non vengono usati come semplici conservanti, per il cui scopo il dosaggio sarebbe molto inferiore a quello utilizzato, ma soprattutto vengono impiegati come coadiuvanti tecnologici per alterare artificialmente la qualità dei prodotti (soprattutto il colore delle carni). I nitriti e i nitrati vengono utilizzati per i seguenti motivi: 1 mantengono il colore rosso della carne;

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2 favoriscono lo sviluppo dell’aroma agendo selettivamente nei confronti dei microorganismi che determinano la stagionatura dei salumi; 3 svolgono azione antimicrobica e antisettica, soprattutto nei confronti del botulino. Tossicità dei nitriti e dei nitrati I salumi sono stati prodotti per secoli utilizzando solo conservanti naturali: sale, pepe, peperoncino. Secondo l’AIRC (Ass. It. Ricerca sul Cancro) il consumo di insaccati con conservanti è una della cause accertate di cancro allo stomaco. Infatti nello stomaco si trova un ambiente acido molto favorevole alla formazione di nitrosammine (sostanze cancerogene) derivate dai nitriti. I nitrati di per sè sono innocui, ma vengono trasformati in nitriti dalla flora batterica della saliva attraverso una serie di reazioni in ambiente acido, derivandone, durante la digestione, sostanze cancerogene.

Ormoni utilizzati in zootecnica

Gli alimenti a base di carne possono contenere sostanze (ormoni) che, somministrate agli animali allo scopo di favorirne la crescita, se ancora presenti al momento della macellazione, sono in grado di esercitare la propria azione sull’organismo umano. Sebbene non ci siano prove certe sull’azione di questi composti, va tuttavia segnalato che le incidenze del carcinoma alla mammella e della prostata sono più elevate tra coloro che consumano grandi quantità di carni bovine e suine.

Conclusioni

La prevenzione è l’arma più efficace per vincere il cancro. È alla nostra portata e possiamo praticarla ogni giorno, iniziando dalla tavola con il rispetto delle regole di una sana alimentazione con un progressivo e graduale abbandono delle cattive abitudini alimentari e sottoponendosi ad un costante e periodico controllo medico.

STUDIO ODONTOIATRICO ASSOCIATO Dr. Ennio Arba Dr.ssa Bruna Giaccu

In questo studio si effettuano consulenze e trattamenti in:

CHIRURGIA PARODONTALE Dr. Antonello Raimondi CHIRURGIA IMPLANTARE Dr. Gabriele Caruso ORTOGNATODONZIA Dr. Carlo Aru SINDROME ALGICO-DISFUNZIONALE DELL’A.T.M. (ARTICOLAZIONE TEMPORO MANDIBOLARE)

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Eliminare il dolore

Più facile in Ogliastra dopo la nascita dell’ambulatorio di algologia nell’ospedale di Lanusei Abbiamo già pubblicato in un numero precedente di Ogliastra Sanità un articolo sul dolore, in questo numero ve ne proponiamo un altro curato dal Dott. Sinatra, rianimatore presso l’Ospedale di Lanusei, che, insieme ad altri colleghi, ha organizzato un ambulatorio dedicato alla terapia del dolore. Pubblichiamo anche questo articolo perché riteniamo che offrire tutto l’apporto possibile per alleviare il dolore di chi soffre sia uno dei compiti fondamentali di ognuno di noi. E poiché Mano Tesa è un’associazione che ha quale finalità precipua quella di aiutare i malati di tumore, e poiché in questi pazienti il dolore è purtroppo una costante sintomatologica, trattare del dolore è per noi un’incombenza e questo argomento sarà sicuramente ancora presente nelle nostre pagine.

Cos’è il dolore?

A questa domanda, una delle più frequenti da parte di chi soffre, è spesso difficile rispondere. Il dolore è un segnale di allarme dell’organismo. A volte questi segnali non sono strettamente necessari o commisurati ai motivi per cui vengono lanciati, in altri casi il segnale di “dolore” è inviato senza che vi sia alcun trauma o malattia visibile. Il dolore può essere un alleato o un nemico. La sua insorgenza è comunemente dovuta a lesioni dei tessuti oppure a qualche tipo di malattia. Per i dolori ed i disturbi comuni, l’intensità del dolore è solitamente proporzionata al tipo di problema. Se il dolore può essere alleviato con semplici analgesici, è probabile che sparisca in poche ore o giorni, quando invece il dolore è forte è consigliabile farsi visitare da un medico prima possibile. Alcune persone soffrono di dolori ricorrenti, come ad esempio di mal di testa, che hanno imparato a riconoscere come fastidiosi, ma non preoccupanti. Quando, però, il dolore è forte e non se ne individua la causa scatenante, significa che il sistema d’allarme del nostro corpo sta facendo il proprio lavoro e non bisogna, quindi, sottovalutare questi sintomi. Non esiste un periodo di tempo oltre il quale un dolore temporaneo diventa cronico, questo dipende dalla patologia in questione. Di solito, si parla di dolore cronico quando dura da più di sei mesi senza che le cure mediche abbiano apportato sollievo. Il dolore cronico può scaturire anche da

una condizione permacomprimono le parti del nente, come il dolore corpo vicine al focolaio alla schiena o alla gamba tumorale. Poi esiste il (dovuti a lesioni spinali), dolore neuropatico che o ancora dopo un interè generato da danni ai vento chirurgico (che può nervi. I nervi collegano aver causato dei danni ai la colonna vertebrale al resto del corpo e nervi), o una neuropatia dolorosa (disturbi del sipermettono al cervelstema nervoso causati da lo di comunicare con danni ai nervi che gene- Dottor Salvatore Sinatra la pelle, i muscoli e gli rano dolore cronico, ciò organi interni. Scompensi accade spesso nei diabetici e negli etilisti). nutrizionali, alcolismo, tossine, infezioni e I sintomi vanno dal semplice malessere al patologie auto-immuni possono causare dolore disabilitante. Si distingue comunque neuropatie dolorose, che possono anche un dolore nocicettivo causato da danni ai avere origine dalla compressione del nervo tessuti che viene spesso percepito come o di un gruppo di nervi da parte di un dolore intenso o pulsante. Esso può essere tumore. Il dolore neuropatico spesso viene causato da una patologia benigna, da tu- percepito come una sensazione di bruciore, mori o da cellule cancerose che crescono e di pesantezza o di intorpidimento lungo

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il nervo interessato. I dolori persistenti non sono da considerarsi una normale componente dell’invecchiamento e vanno, quindi, curati. Purtroppo, non è sempre possibile prevenire il dolore cronico, ma, se si interviene in modo tempestivo e mirato sui dolori improvvisi, le possibilità che questi diventino cronici si riducono notevolmente. Il dolore è uno dei principali problemi sanitari europei. Se il dolore acuto può essere ragionevolmente considerato un sintomo di malattia o di trauma, il dolore cronico e ricorrente è un problema sanitario specifico, una malattia a pieno titolo. Neanche il miglior medico può sapere cos’è il dolore fisico come coloro i quali ne sono vittime. Solo il paziente, infatti, può dire se la terapia alla quale è sottoposto è efficace o meno nel controllare il dolore. Ed è per questo che, quando la terapia del dolore non sta dando il sollievo necessario, è importante parlarne con un medico. Molte persone non cercano alcun sollievo contro il dolore ed evitano di parlarne col medico. Spesso, preferiscono il silenzio perché non capiscono la vera natura del dolore cronico o hanno paure ingiustificate di conoscere l’origine del loro dolore e di sottoporsi alle terapie. Sono pensieri ricorrenti: ”Ho paura di assuefarmi ai farmaci per il dolore e di non poterne più fare a meno” “Se la terapia che sto seguendo non funziona, devo rassegnarmi a convivere con il dolore”


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“Penseranno che sono una persona debole perché non sono in grado di sopportare il dolore e devo farmi aiutare dal medico” Le terapie del dolore hanno avuto grande sviluppo negli ultimi anni proprio per far fronte alle esigenze di chi soffre di dolore

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Come si accede all’ambulatorio?

Si deve prenotare la visita, come per ogni prestazione ambulatoriale ospedaliera, presso gli sportelli del Centro Unico di Prenotazione (CUP), oppure telefonicamente. I tempi di attesa sono ragionevolmente brevi. L’ambulatorio è situato al terzo piano del Presidio Ospedaliero “ Nostra Signora della Mercede “ a Lanusei. È inserito nell’ Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione diretto dalla Dott.ssa A. Marongiu ed è gestito dal Dott. Salvatore Sinatra, specialista in Anestesia, Terapia del Dolore e Mesoterapia, che effettua le visite ogni Mercoledì dalle 8:00 alle 14:00.

Quali prestazioni offre?

Ingresso dell’ambulatorio di algologia al 3° piano dell’Ospedale di Lanusei cronico e attualmente possono avvalersi di medici altamente specializzati. Quali metodi vengono utilizzati? La terapia del dolore può essere effettuata con modalità diverse. Un primo metodo, piuttosto semplice e di patrimonio comune per ogni medico, consiste nel somministrare farmaci di potenza analgesica adeguata all’intensità del dolore riferito dal paziente. Ciò costituisce indubbiamente una valida alternativa per i dolori acuti e/o destinati a risolversi in poco tempo e , comunque, in quelle situazioni in cui il dolore possa essere considerato solo come un sintomo della malattia. Ben diverso, invece, è il caso del dolore persistente e di quello cronico, benigno o maligno, in cui la sensazione dolorosa perde il suo finalismo di semplice anticipazione e segnale di malattia e ne diventa invece la sua connotazione più importante. In questo caso il dolore diventa il problema principale del paziente e ne condiziona a tal punto l’esistenza, da relegare quasi in secondo piano la malattia d’origine. In simili circostanze è evidente che il metodo con cui condurre la terapia antalgica debba essere più complesso e rivolto necessariamente all’identificazione della causa del dolore, presupponendo altresì una profonda conoscenza e padronanza dei mezzi per contrastarli: questo è il campo d’azione della Terapia Antalgica Specialistica.

Si possono rivolgere all’ambulatorio di Anestesia e Terapia del dolore tutti coloro che soffrono di affezioni dolorose medio-gravi di qualunque natura. Come spesso succede, anche questo centro, nato nel 1980, ha modificato nel tempo il suo target e si trova oggi a trattare in maniera prevalente il dolore cronico ed acuto benigno: in particolare questo ambulatorio si occupa di trattare patologie quali lombosciatalgie ribelli ai comuni analgesici, legate a discopatie e che non necessitano di intervento chirurgico, artrosi diffuse, artrosi cervicali, artrosi lombari, tendinopatie , patologie muscolo-tensive,

neuropatie quali neurite post-herpetica (il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio) e la nevralgia del trigemino. Perché oggi gli anestesisti si trovino a trattare una patologia che fino a pochi anni fa era di interesse prevalente ortopedico, è spiegato dal fatto che in questi anni ci si è resi conto che le indicazioni chirurgiche sono veramente minime e che il trattamento più efficace consiste nell’infiltrazione, sia di tipo Mesoterapica che Peridurale. Dopo gli accertamenti clinici e radiologici (TAC, RMN, Rx della colonna vertebrale, elettromiografia, etc.), le lombosciatalgie, e tutte le patologie sopraelencate, vengono in genere curate mediante cicli di infiltrazioni, che i medici anestesisti effettuano in ambiente protetto, in Ospedale, e per la maggior sicurezza del paziente, in caso di trattamento peridurale, in regime di Day Surgery. Le infiltrazioni, quelle Mesoterapiche , eseguite da personale medico specializzato in questa tecnica, consistono in somministrazioni sottocute o intradermiche di piccole quantità di farmaco, direttamente nei punti dolenti, visualizzati attraverso manovre particolari. Permettono di ottenere un beneficio quasi immediato con l’impiego di pochissimo farmaco, visto che viene utilizzato direttamente nella zona infiammata e non per via sistemica. La peridurale invece, tecnica più invasiva,

STUDIO SPECIALISTICO RADIOLOGIA ECOGRAFIA Dottor Renato Pilia sas Radiologia generale Radiologia dentale Mammografia Ecografia mammaria Ecografia generale Ecografia muscolo-scheletrica Risonanza magnetica articolare (eccetto spalla ed anca) LANUSEI: dal Lunedì al Venerdì 8-12 TORTOLÌ: dal Lunedì al Venerdì 8-18 (Orario continuato)

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viene eseguita sempre da medici specialisti ed eseguita in regime di Day Surgery, per poter monitorare l’andamento delle funzioni vitali post trattamento. Questa metodica consiste nella somministrazione, tramite un particolare ago, di farmaci (solitamente Anestetici Locali e Cortisonici) in una zona ben definita , lo Spazio Peridu-

Neurostimolatore midollare rale , presente nella colonna vertebrale e consente di attenere immediato beneficio. Questa tecnica è solitamente utilizzata per il trattamento di ernie discali e patologie maligne a carico della colonna vertebrale, quando queste risultano inoperabili. Quando l’infiltrazione non è in grado di risolvere il problema, il nostro centro di Terapia del Dolore è in stretto contatto con il centro di riferimento regionale del dolore situato a Cagliari e diretto dal Dott. Mameli per eseguire eventuali interventi più complessi come la peridurolisi e l’impianto di neurostimolatori midollari (SCS) La sempre maggiore specializzazione ha fatto sì che nuove metodiche, sempre meno invasive e sempre più efficaci, siano state introdotte per affrontare ogni possibile problema che riguardi la colonna vertebrale. L’ambulatorio non è però aperto solo a questo tipo di pazienti: può accedere all’ambulatorio anche chi è affetto da patologie dolorose complesse come quelle legate all’Herpes Zoster, alla nevralgia post-erpetica e alla nevralgia del trigemino o a sindromi dolorose secondarie a malattie infiammatorie, degenerative o neoplastiche. Riepilogando quindi, solo le infiltrazioni mesoterapiche vengono effettuate contestualmente alla visita, tutte le altre prestazioni che comportano una certa invasività, richiedono un ricovero di poche ore, in day surgery, per garantire il massimo dell’assistenza. Dott Salvatore Sinatra


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IL DISAGIO PSICOLOGICO IN ONCOLOGIA Il dolore del malato

Secondo l’0rganizzazione Mondiale della Sanità ( OMS ) fra dieci anni saranno circa 15 milioni i nuovi casi di cancro. Non è infrequente leggere sui giornali la testimonianza di personaggi noti ( per esempio Oriana Fallaci, Tiziano Terzani, Kylie Minogue….. ) , che hanno parlato della loro malattia annunciando la propria battaglia in una sorta di “ outing “ del proprio stato di malati di cancro. Una condizione che ogni malato vive e affronta in maniera diversa, in un modo del tutto personale, che non è privo di conseguenze sul percorso della malattia. Secondo i dati della letteratura scientifica, infatti, un malato di cancro su tre soffre di uno stato di stress emozionale significativo, tale da influenzare in maniera estremamente negativa la qualità della vita, il desiderio di curarsi, i rapporti interpersonali familiari e il ritorno al lavoro. “Per questo è fondamentale che interventi di riabilitazione a carattere psicologico siano un punto centrale dell’assistenza per chi si ammala di cancro e per i suoi familiari “, spiega Luigi Grassi, Presidente della Società Italiana di Psico-Oncologia.

Un male delle anime

L’impatto emozionale delle malattie neoplastiche e le problematiche psicologiche e interpersonali secondarie all’ammalarsi di tumore rappresentano uno dei nodi centrali dell’assistenza. La sofferenza della singola persona e della sua famiglia, travolte dal cancro, e le importanti conseguenze sul piano emotivo e relazionale, sia quando il paziente guarisce sia quando l’esito è la morte, non risultano ancora sufficientemente al centro della ricerca e dell’assistenza oncologica in quasi tutte le Nazioni. Infatti la letteratura internazionale indica che in un solo paziente su quattro i problemi di ordine emozionale vengono correttamente riconosciuti e opportunamente trattati. Il dolore, l’ansia, la depressione, le difficoltà in ambito familiare, lavorativo e interpersonale, i problemi di accettazione della propria immagine corporea e del cambiamento dei ruoli, la paura per eventuali ricadute e la paura della morte, diventano frequentemente ostacoli insormontabili per moltissimi malati di cancro.

Ripercorrere il proprio percorso esistenziale, riuscire a dare significato agli eventi accaduti, ricercare e dare voce ai propri valori spirituali nelle fasi finali della vita, costituiscono il nucleo della terapia centrata sulla dignità del morente. Diverse correnti psicologiche si muovono oggi su questa importante filosofia nelle cure palliative e in Psico-Oncologia per mantenere il contatto con chi si trova nella fase terminale della vita e per garantire una continuità assistenziale. Fonte di speranza non è solo e unicamente data dalla guarigione, ma quando la guarigione non è possibile, la speranza riguarda la certezza di non essere abbandonati, la consapevolezza di avere lasciato una traccia della propria esistenza e di essere stati di insegnamento per altre persone, il non sentirsi di peso per i propri cari, il mantenere la dignità. Esistono oggi, nell’ambito della psiconcologia, approcci specifici in questo senso, la cui efficacia è stata ripetutamente provata.

Lo psiconcologo: una nuova figura per i bisogni dei pazienti.

L’ultimo decennio ha visto nascere e affermarsi una nuova figura professionale, a cavallo tra due discipline sanitarie, l’oncologia e la psicologia/psichiatria. Questa figura individua una professionalità di psicologo o psichiatra applicato all’oncologia, che lavora all’interno del team oncologico o ne è consulente regolare e stabile.

La comunicazione della malattia.

Come si comunica la diagnosi di cancro? Esistono modalità per rendere la relazione medicopaziente più efficace? Esiste una mediazione tra la “congiura del silenzio“ e l’”accanimento della verità“? E’ possibile riumanizzare la relazione medico-paziente attraverso il dialogo e un’attenzione alla persona nella interezza piuttosto che all’organo ammalato? La ricerca in ambito psico-oncologico ha dato molte risposte a queste domande, dimostrando come le tecniche comunicative possano essere acquisite dai medici attraverso corsi specifici. Il medico, l’infermiere che ogni giorno lavorano e vivono a contatto con persone che soffrono, soffrono anch’essi. Che la professione di assistenza sanitaria fosse a particolare rischio di tensione emotiva, di stress, di “bruciarsi“ pian piano lavorando (sindrome del burn-out o dell’operatore bruciato), è noto da anni. Recenti studi di visualizzazione cerebrale hanno documentato che assistere alla sofferenza di un’altra persona attiva nel cervello le aree e i circuiti del dolore, come se fosse il dottore o l’infermiere stesso a soffrire. Comunicare ad un paziente una diagnosi di tumore , discutere con lui suscita reazioni emozionali intense, spesso parallele a quelle del paziente, registrabili non solo raccogliendo la testimonianza verbale del medico ma analizzando le reazioni con opportuni strumenti psicofisiologici, molto più fini e che esplorano reazioni profonde.

Questa figura tende a diffondersi e molti centri oncologici contano finalmente tali professionisti (in Italia circa 250). I suoi campi principali sono la comunicazione con il paziente oncologico, campagne di screening, interventi psicofarmacologici, supporto allo staff, tutti ambiti dotati di una specificità per i malati sofferenti delle patologie tumorali.

5 per mille L’Associazione Mano tesa Ogliastra per continuare ad offrire il proprio aiuto e sostegno ai malati oncologici e per poter sostenere economicamente la pubblicazione di questo periodico Vi invita a versare a proprio favore il 5 per mille. Codice Fiscale: 91007160913

Sostegno per malati e loro familiari

Molto spesso, anzi troppo spesso, l’ammalato oncologico e i suoi cari si sentono soli di fronte e nei confronti della malattia. Sappiamo che la parola “cancro“ atterrisce, crea ansie, paure, angosce, difficili da superare per il paziente e per chi gli è vicino. I sentimenti sono sicuramente diversi da una persona all’altra ma in tutti, certo, c’è una domanda insistente: che cosa posso fare per la persona che amo? A chi mi devo rivolgere per assicurarle le cure migliori? I familiari vivono angosce e disperazioni pari a quelle del paziente e, soprattutto,si sentono impotenti, incapaci di salvare la vita di una persona che amano tanto. È dunque molto importante che i pazienti ricevano un sostegno multiplo: da parte della famiglia, dello psicologo, di volontari preparati e formati, del sacerdote (se credenti), degli amici, di persone che hanno o hanno avuto un tumore. Il paziente non deve sentirsi abbandonato, ma compreso in ciò che vive, che sente, dalle persone che gli sono vicine.

Conclusioni

Da quanto sopra brevemente tratteggiato si può intuire, per pazienti, familiari, operatori sanitari, volontari del settore, come sia importante avvicinarsi alla psico-oncologia, a questa relativamente giovane specializzazione Spiega il prof. Grassi (ordinario di psichiatria all’Università di Ferrara): “ la Psico-Oncologia è una disciplina nata ufficialmente circa venticinque anni fa con l’obiettivo di studiare le implicazioni e i risvolti psicologici e sociali del cancro, per intervenire adeguatamente su di essi. Se le campagne di informazione su comportamenti a rischio, come le campagne anti-fumo e i programmi di screening, rappresentano i punti centrali per combattere il cancro, prevenendolo o effettuando diagnosi precoci, le implicazioni psicologiche e sociali di tali programmi ne rappresentano elementi chiave, chiamando in causa la motivazione, la cura del corpo, la riduzione delle condizioni di stress e i cambiamenti dello stile di vita”. Tonino Loi


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Il mondo

Interessante attività di aggiornamento nella colonia di Bau Mela

I giovani diabetici si organizzano

Tutti i partecipanti del campo scuola in visita alla diga di Bau Mela Una ventata d’aria fresca, di entusiasmo e voglia di fare, ha consentito alla FAND Ogliastra di effettuare un effettivo salto di qualità. La FAND, Associazione Italiana Diabetici, fondata nel 1982 dal Dott. Roberto Lombardi, è un’istituzione di volontariato alla quale aderiscono attualmente circa cento associazioni, fra cui la Fand Ogliastra che, fondata nel 2002, è stata portata avanti dall’ex presidente Silverio Boi che ha concentrato la sua attenzione in modo particolare sul diabete di tipo 2. L’anno scorso un gruppo di giovani con diabete di tipo 1, invece di fondare una nuova associazione, si è inserito con entusiasmo in FAND Ogliastra e una del gruppo, Francesca Greco, ne è divenuta presidente. Il 1 e 2 dello scorso Maggio è stato organizzato dalla rinnovata associazione a Bau Mela, nel territorio di Villagrande Strisaili, un interessante campo scuola dedicato ai giovani diabetici. È stata una splendida

occasione per il rilancio del sodalizio, “È stata una esperienza davvero stupenda sotto ogni profilo”, racconta Francesca Greco. Nonostante il mare dell’Ogliastra sia fra i più belli d’Italia, si è preferita la montagna. Il bosco in cui si è tenuto il campo scuola si trova a 850 metri di quota e i ragazzi sono stati alloggiati nella colonia messa a disposizione dal Seminario Vesco-

vile della diocesi di Lanusei. Due giorni di lavoro intenso tra lezioni e prove pratiche: conteggio dei carboidrati ed esercizio fisico i temi chiave. Ma soprattutto camminate fra boschi di lecci, siepi di corbezzoli e testimonianze archeologiche: domus de janas, tombe dei giganti, menhir e nuraghi. Ha coordinato i lavori dei 30 partecipanti, fra i 16 e i 45 anni. una equipe composta dalla

diabetologa Gisella Meloni, dall’infermiera Ornella e dalle dietiste Gilda e Sandra del Servizio di Diabetologia dell’Ospedale di Lanusei. Dott. Gianni Pes e Dott Francesco Tolu, ricercatori dell’Università di Sassari, e la psicologa Paola Ferreli hanno svolto delle relazioni che hanno suscitato grande interesse tra i ragazzi, specialmente perché alle stesse è stato dato un taglio decisamente semplice e pratico. “Tanto è stato l’interesse che stiamo pensando di dare continuità a questi incontri con oggetto il mondo del diabete e non solo quello” racconta la Greco. Grande rilievo è stato dedicato ai risvolti psicologici legati alla malattia diabetica e la possibilità di confrontarsi è risultato un momento vincente del campo scuola. “Ciascuno di noi ha scoperto di non essere il solo a trovarsi davanti a un certo problema, ad avere una determinata sensazione o ad aver escogitato una soluzione”, ricorda la presidente della Fand Ogliastra. Le attività future della Associazione sono ancora tutte da decidere, ma una cosa è sicura: “Organizzeremo altri campi scuola come questo” conclude Francesca Greco. I ragazzi della FAND Assoc. Italiana Diabetici Ogliastra Tortolì 08048 (OG) Presidente Francesca Greco Email francesca-greco@tiscali.it Tel 3402525178

Il gruppo in visita al sito archeologico “S’Arcu e is Forros” di Villagrande


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del diabete

Una positiva esperienza di lavoro

I giovani diabetici impegnati nei gruppi di lavoro L’esperienza che ho avuto l’opportunità di fare nella giornata del 2 maggio con il gruppo della Fand Ogliastra è stata molto piacevole. Alla fine del lavoro sono andata via arricchita dall’esperienza. Quando mi è stata fatta la richiesta dagli organizzatori di offrire un mio contributo, parlando con loro, è risultato subito chiaro quanto fosse grande e urgente il bisogno dei partecipanti di confrontarsi non solo con gli aspetti medici e tecnici della malattia, ma anche con gli aspetti psicologici e sociali, loro e dei loro familiari. Durante il lavoro abbiamo concentrato l’attenzione sul cammino che ciascuno ha

fatto o sta facendo verso l’accettazione di una malattia con la quale dovrà convivere per tutta la vita. Sono emerse tutte le emozioni legate a questo difficile percorso: la paura, la rabbia, il senso di precarietà, il senso di colpa, la frustrazione. Sono risultati cruciali sia il momento della diagnosi che il successivo percorso terapeutico, spesso vissuti dalla persona con diabete come un vero e proprio evento traumatico, in grado di generare vissuti di profonda sofferenza. La comunicazione della presenza di una condizione cronica determina, infatti, l’insorgere di un disequilibrio interiore, una rottura con il

passato, l’ingresso in una condizione di totale incertezza, determinando un indebolimento dell’immagine di sé, dettato dalla perdita dello stato d’equilibrio e di stabilità precedentemente raggiunti. Stando così le cose, non si può programmare un’azione di cura efficace che non tenga conto della dimensione psicologica, e l’impatto di questa al momento della diagnosi, e nel successivo periodo di applicazione della terapia. Di conseguenza, diventa sempre più forte l’esigenza di costruire una relazione incentrata sui bisogni del paziente e sull’espressione del suo sé. La capacità dello psicologo e dello psicoterapeuta di costruire una relazione incentrata sull’empatia e sull’accettazione incondizionata della persona che ha di fronte, ha lo scopo di favorire nel paziente, spesso confuso e spaventato, la presa di coscienza della sua condizione, una maggiore partecipazione all’azione di cura, tale da determinare un conseguente ripristino dell’autonomia, dell’autostima e della progettualità. Una attenzione particolare va inoltre data ai familiari della persona diabetica, che vivono quotidianamente a contatto con essa e che spesso contribuiscono attivamente alla gestione della malattia, specie se si tratta di pazienti bambini o anziani. Molto fa l’atteggiamento dei familiari nei confronti della malattia. Infatti il modo in

cui, per esempio, i genitori ‘vivono’ il fatto che un loro figlio abbia il diabete segna fortemente l’atteggiamento che il ragazzo e il futuro adulto avrà nei confronti di questo aspetto della sua vita. Aiutare non solo il diabetico ma anche i familiari a gestire lo stress legato alla malattia permette al diabetico di non sentirsi diverso, di peso, e questo accelera il processo di autonomia nella gestione della patologia. Inoltre, lavorare sui sentimenti che i familiari vivono aiuta ciascun componente della famiglia a riportare il problema alle sue reali dimensioni, quindi senza sopravvalutarlo né sottovalutarlo. Questo consente l’eliminazione dei sensi di colpa che spesso accompagnano la comparsa della malattia, della rabbia, della paura e del dolore che distorcono la visione del problema e impediscono alle persone di trovare comportamenti adattivi. Riconoscere i propri sentimenti negativi è il primo passo verso l’equilibrio; le emozioni entrano nell’area della consapevolezza e possono essere trasformate e utilizzate in maniera positiva. Essere consapevole delle proprie emozioni, ascoltarle, nominarle, esprimerle e comunicarle agli altri è essenziale per mantenere un buon equilibrio psicologico. E questo è quanto serve per gestire al meglio qualunque situazione. Anche la più difficile. Anche il diabete. Paola Ferreli

Importante traguardo raggiunto nell’Ospedale di Lanusei

La diabetologia ha ottenuto la certificazione di qualità La diabetologia ha ottenuto la certificazione di qualità“Va dove ti porta il cuore”è un messaggio affascinante per ogni uomo.“Va dove ti porta il paziente”è l’indicazione obbligatoria per una azienda sanitaria che intenda giocare bene la propria sfida per il futuro. Come risultato di profondi cambiamenti sociali e culturali, nel mondo dei consumi e dei servizi, i clienti (aziende, utenti, singoli consumatori, pazienti), hanno esigenze sempre diverse e di complessità crescente. C’è però una componente che rimane costante: i pazienti, oggi più consapevoli, chiedono istintivamente che beni e servizi abbiano “qualità”. Il concetto di qualità porta in sé una grossa carica di indeterminatezza; si può in

linea di massima condividere il pensiero che, per un cliente, un bene o servizio è di qualità quando questo soddisfa le proprie esigenze. Nel settore della salute, si raggiunge una buona qualità quando i processi diagnostici, terapeutici e assistenziali presentano il minimo possibile di indeterminatezza e di errore. C’è una via maestra internazionale aperta, nel mondo dei servizi sanitari, per poter offrire ai propri clienti-utenti-pazienti questa ragionevole garanzia della qualità: la strada è quella di far certificare il Sistema di Gestione per la Qualità (SGQ) secondo la norma iso 9001:2000. La struttura che vuole costruire il proprio SGQ deve fare un’attenta e approfondita analisi dei pro-

pri processi di servizio e descriverli in una serie di documenti (procedure generali o operative) che devono essere condivise da tutta l’organizzazione. Deve esistere nella struttura una figura, il responsabile gestione della qualità, che ha il compito di tirare le fila nella realizzazione del SGQ e sintetizzare l’organizzazione in un “manuale della qualità”, in cui mette in evidenza come l’operatività aziendale soddisfa le richieste della norma iso 9001:2000. Il manuale della qualità è poi consegnato ad un ente di certificazione, che deve giudicare se il SGQ della struttura, così come descritto nel (segue nella pagina successiva)


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Il diabetologo risponde ad alcuni quesiti frequenti manuale stesso, è conforme alla norma. Questo è quello che è avvenuto nell’Unità Operativa di Diabetologia e Malattie Metaboliche dell’ASL 4 di Lanusei. Nel marzo scorso una verifica ispettiva di un ente certificatore ha confermato che i processi di quel servizio sono conformi alla norma iso e ha conseguentemente rilasciato il certificato di qualità. Protagonisti del prestigioso risultato sono stati Dr Albino Massidda, direttore dell’unità operativa, Dott.ssa Gisella Meloni, responsabile della qualità della struttura, Dr Beppe Carugo, supervisore del progetto, e tutto il personale che insieme hanno abbracciato con entusiasmo questa nuova filosofia di lavoro, certi che la qualità nella organizzazione si traduce sicuramente in un miglioramento dell’ assistenza. Importante per il raggiungimento dell’obiettivo è stato il supporto della direzione generale dell’ASL 4 nella persona del Commissario Dr Francesco Pintus e della dott.ssa Grazia Cattina, responsabile della formazione, che hanno sostenuto con convinzione il lavoro dei diabetologi. Se si considera che in Sardegna la certificazione di qualità dei servizi di Diabetologia è rara, che solo la Diabetologia di Olbia, oltre a Lanusei, ha raggiunto l’obiettivo, e che in Italia sono solo una decina i Centri Antidiabete che hanno ottenuto lo stesso risultato, il traguardo raggiunto a Lanusei acquisisce ancor maggior prestigio. La certificazione non è da intendersi come un traguardo raggiunto od un punto di arrivo, bensì di partenza, essendo il sistema gestione della qualità una modalità operativa soggetta a miglioramenti e verifiche periodiche. E ovvio che non si può fare qualità da soli, poichè ogni servizio è inserito in un contesto più ampio, in cui è necessario confrontarsi continuamente. E già il laboratorio analisi e la nefrologia, con il pieno appoggio della Direzione Generale, hanno, a loro volta, iniziato il percorso di accreditamento. Il fine dichiarato é garantire agli utenti ogliastrini che, se è vero che nella piccola realtà della ASL 4 di Lanusei non tutti i tipi di prestazioni possono essere erogate, quelle che vengono erogate sono di qualità, e presto saranno certificate.

Risponde la Dott.ssa Gisella Meloni

Qual è la differenza tra Diabete Mellito tipo 1 e Diabete Mellito tipo 2?

Diabete tipo 1 si presenta maggiormente nella fascia di età compresa tra 0 e 30 anni. Questa forma di Diabete è determinata dalla distruzione delle cellule che producono insulina, raccolte nelle insule nel pancreas. Ciò conduce ad una progressiva diminuzione della produzione di insulina, con il conseguente aumento degli zuccheri nel sangue. Oggi sappiamo che il diabete tipo 1 è una malattia autoimmune. Il nostro sistema immunitario, che ha la funzione di difenderci dagli agenti estranei come batteri e virus, risulta alterato e distrugge le proprie cellule di Langherans. Il diabete tipo 2 invece colpisce le persone al di sopra dei 40-50 anni di età ed è associato al sovrappeso. La malattia non è di tipo autoimmune ma ha una notevole componente ereditaria. Il paziente produce insulina, poiché il suo pancreas è intatto, ma non in quantità sufficiente per controllare i livelli glicemici. È da segnalare che recentemente sono stati segnalati sempre più casi di diabete tipo 2 in ragazzi in sovrappeso. Questo fenomeno è da correlare con l’alta prevalenza di obesità infantile.

Quando vanno prese le compresse ?

Nella pratica quotidiana si utilizzano prevalentemente due categorie di farmaci ipoglicemizzanti 1) Secretagoghi (sulfoniluree di seconda generazione), sono quei farmaci che favoriscono la secrezione dell’insulina e non devono essere assunti subito prima dei pasti, ma almeno 15-30 minuti prima, per permettere al farmaco di agire sul pancreas e aumentare la secrezione di insulina nel momento in cui assumerete del cibo. Infatti i carboidrati introdotti tendono a far aumentare il livello glicemico già dopo circa 10 minuti dalla loro ingestione, mentre l’aumento dell’insulina ha un ritardo di almeno 30 - 45 minuti. 2) Le biguanidi (metformina) sono farmaci che favoriscono l’utilizzo del glucosio a livello periferico. Non provocano ipoglicemie. Non devono essere assunte prima del pasto, ma durante o subito dopo aver mangiato,

per limitare fastidiosi effetti collaterali gastrointestinali. Le compresse, non vanno prese lontano dai pasti. Sono farmaci che possono provocare ipoglicemie, quindi è necessario assumere dei carboidrati per evitare spiacevoli situazioni.

Quando va fatta la terapia insulinica?

I tempi di somministrazione sono diversi a seconda del tipo di insulina. Oggi, le insuline più comunemente usate sono gli analoghi rapidi (Humalog, Novorapid, Apidra) e gli analoghi lenti (Lantus, Levemir). Ricordiamo cosa non si deve fare: iniettare l’analogo rapido e non mangiare subito. I tempi di somministrazione sono importanti per ottenere l’obiettivo terapeutico ed evitare ipo o iperglicemie. Gli analoghi lenti normalmente si usano prima di coricarsi e si deve cercare di rispettare l’orario; il medico può spostare l’ora di assunzione in un tempo diverso, a seconda della necessità della persona.

Come si conserva l’insulina?

L’insulina si conserva in frigorifero, ma non quella che si sta utilizzando che invece va tenuta a temperatura ambiente e in tali condizioni è valida per un mese. Nel caso di dosi giornaliere alquanto ridotte è consigliabile scrivere sul flacone la data in cui l’insulina è stata levata dal frigorifero.

Se uno deve fare uno sforzo fisico come deve comportarsi?

Ogni diabetico può controllare la propria risposta personale all’attività fisica misurandosi la glicemia prima, durante e dopo l’esercizio fisico. Se nonostante i controlli e le precauzioni compaiono sintomi di ipoglicemia occorre: - smettere e riposarsi - mangiare cibi contenenti glucosio o

che formano glucosio, bevendo un po’ d’acqua per favorirne l’assorbimento - stare fermi per almeno 15 minuti - se i sintomi non passano totalmente, occorre tornare a casa, camminando piano o preferibilmente usando un mezzo di trasporto o facendosi accompagnare.

Dove vanno praticate le iniezioni di insulina

È necessario ricordarsi di non iniettare l’insulina sempre nello stesso punto, ma cambiare sede ogni volta per evitare le lipodistrofie. Le sedi da non usare sono: la zona circostante l’ombelico, la zona sotto la cintura dei pantaloni, le zone interne delle braccia e delle cosce. Una volta somministrata l’insulina non si deve massaggiare, come spesso si usa fare con le iniezioni tradizionali, ma si deve solo tamponare per permettere un corretto assorbimento.

Il paziente con Diabete ha delle limitazione per quanto riguarda il rinnovo patente?

Per avere un rinnovo protratto negli anni è opportuno avere un buon controllo della propria glicemia, non avere problemi alla vista, ai reni o i dolori alle gambe per la neuropatia. Occorre ancora non soffrire di malattie cardiache e non avere avuto episodi ipoglicemici. Il diabetologo deve esprimere una propria valutazione che potrà essere: • profilo di rischio basso, cioè il soggetto può ritenere la sua patente rinnovata nel tempo, fino a scadenza; • medio, cioè con un limite, per esempio tre anni. • elevato, per cui si demanda alla Commissione medica locale un’ulteriore valutazione.


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Giovani ricercatori ogliastrini coinvolti nel progetto

All’Università di Cagliari si costruisce la mano bionica BMI. È l’acronimo di Brain Machine Interface, letteralmente “interfacce tra cervello e macchina”. Sono probabilmente il più spettacolare risultato della rivoluzione portata dall’ingresso di materie ingegneristiche come la nanotecnologia e la microelettronica nel campo della medicina e della biologia. Sono dei dispositivi elettronici che permettono di tramutare gli impulsi neurali prodotti dal cervello e dal sistema nervoso in segnali elettrici interpretabili da macchine ed utensili creati dagli ingegneri per i più svariati usi. Le possibili applicazioni sono infinite, e, per la verità, più vicine al mondo della fantascienza che a quello della scienza, almeno allo stato attuale della ricerca. Si potranno tradurre gli impulsi cerebrali in tracce audio per ridare la parola agli affetti da mutismo, si potrà comunicare con un calcolatore usando solo il pensiero, o semplicemente impiantare il telecomando direttamente sotto la pelle del telespettatore, per non doverlo più cercare in giro per casa. Purtroppo, per raggiungere questi traguardi, più o meno utili ed etici, è ancora necessario compiere numerosi passi che richiedono una attività di ricerca intensiva e multidisciplinare. Una delle più importanti applicazioni in fase di studio è quella che riguarda lo sviluppo di protesi da usare in caso di gravi disabilità motorie per attenuare l’impatto negativo che queste creano sulla qualità di vita del disabile, tentando di restituire quelle funzioni fondamentali capaci di garantire la massima

Molti nostri giovani lavorano come ricercatori in importanti progetti di livello europeo e mondiale. Lavorano in silenzio, con grande dispendio di tempo e con enorme passione. Percepiscono retribuzioni contenute, certamente inadeguate se rapportate ai lunghissimi anni dedicati agli studi, alle competenze conseguite e alle ingenti spese sostenute dalle loro famiglie. Le loro retribuzioni per lo più sono pure precarie, legate a borse o finanziamenti inseguiti anno per anno. Proprio per mettere in risalto i loro meriti, con entusiasmo pubblichiamo di seguito l’articolo di una ricercatrice di Villagrande, che, insieme ad altri ricercatori sardi, sta dando il proprio sostanziale contributo nel campo delle scienze biomediche nella costruzione di arti artificiali.

autonomia operativa. In particolare, una delle sfide ingegneristiche e scientifiche che si pongono di fronte alla comunità dei ricercatori in campo biomedico, riguarda lo studio e la progettazione di arti artificiali che possano essere controllati direttamente dal sistema nervoso, e dunque percepiti dal paziente come parte del proprio corpo, e che lo possano contemporaneamente stimolare sulla base delle condizioni esterne (per esempio di temperatura), fornendo un feedback sensoriale. Questa sfida è sbarcata in Sardegna durante lo scorso anno accademico, quando l’EOLAB, il Laboratorio di Microelettronica dell’Università di Cagliari, è stato coinvolto nel progetto di ricerca Safe Hand, finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il progetto punta alla realizzazione di una vera e propria cyber-mano con cinque dita comandate dal cervello, proprio come in una mano “naturale”. Al progetto, a cui partecipano anche altri partner di livello internazionale come la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, l’università Campus Bio-Medico di Roma (Unità Operative di Neurologia, Ortopedia e Traumatologia, Anestesia, Ingegneria Biomedica), l’IBMT Institute Fraunhofer Gesellshaft, e l’Universidad Autonoma de Barcelona, è stato recentemente dedicato un servizio dalla televisive nazionale e un articolo sul National Geographic. Tutto è nato quando, alcuni mesi fa,


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La quantità di strumentazione necessaria finora e di quanto è stata ridotta presso l’Università di Cagliari un gruppo di medici e bioingegneri della Scuola Superiore Sant’Anna e del Campus Bio-Medico, ha presentato i risultati sperimentali ottenuti collegando il cervello di un paziente amputato della mano sinistra ad una protesi artificiale. Attraverso l’uso di sottilissimi elettrodi impiantati nei nervi periferici del braccio dell’ amputato, è stato creato un collegamento bidirezionale tra il cervello e la mano artificiale, che ha permesso, da una parte, all’uomo di inviare comandi motori alla mano e, dall’altra, ai sensori integrati nelle dita artificiali di trasferire stimoli percettivi direttamente al cervello. In un mese di sperimentazione, il paziente è riuscito a muovere con soli impulsi cerebrali la mano artificiale, compiendo tutti e tre i movimenti prefissati dal programma di ricerca: opposizione pollice-indice, pugno, movimento del mignolo. I movimenti della protesi sono avvenuti per puri impulsi cerebrali e hanno corrisposto alle reali intenzioni del paziente in più del 95 per cento dei casi. Il progetto Safe Hand ha questi risultati clinici come punto di partenza. Gli obiettivi principali sono una funzionalità dell’arto garantita per periodi più lunghi e la miniaturizzazione dei dispositivi tecnologici utilizzati. Infatti, il prototipo utilizzato durante la sperimentazione preliminare, non può essere attaccato al moncherino del soggetto amputato. Le apparecchiature elettriche ed elettroniche necessarie per acquisire e decodificare i segnali neurali inviati dal cervello e, contemporaneamente, per generare i segnali di stimolazione verso il sistema periferico, sono infatti ingombranti e poco pratiche (occupano circa lo spazio di un armadio a due ante!).

Il nostro compito di ricercatori dell’Eolab, è proprio quello di realizzare un sistema elettronico portabile e a basso costo, che svolga i medesimi compiti di collegamento tra l’amputato e la protesi biomeccatronica (neologismo che racchiude le tre componenti essenziali della protesi: biologica, meccanica ed elettronica). Il sistema sarà wireless, cioè comandato a distanza, e a basso consumo di potenza, e sarà completamente integrato all’interno di un microchip di silicio, interamente progettato dall’EOLAB. Una volta impiantato sotto la cute del paziente, sarà in grado di comunicare senza fili con la protesi progettata dai partner. Ciò permetterà di impiantare in maniera chirurgica soltanto elettrodi e microchip, evitando i complicati interventi necessari per la collocazione della parte meccanica. Dalla decodifica dei segnali registrati in alcune fibre efferenti (sono efferenti le fibre nervose che vanno dal cervello in periferia) all’interno del nervo, possono essere estratte informazioni cinematiche e cinetiche, cioè riguardanti il movimento, mentre dalla stimolazione elettrica di alcune fibre afferenti, che sono quelle che dalla periferia vanno al cervello, possono essere fornite informazioni tattili e sensoriali. Uno dei requisiti fondamentali in questo tipo di sistemi è l’immunità ai disturbi, dato che i potenziali neurali extracellulari sono segnali informativi di intensità estremamente bassa (dell’ordine dei milionesimi di volt) e, soprattutto, devono essere selezionati all’interno del mare di rumore elettromagnetico in cui galleggiamo, durante l’era del wireless, a cui si aggiunge il forte disturbo dovuto ad esempio ai segnali elettromiografici ed

alla presenza stessa del circuito di misura. I primi risultati incoraggianti sono stati ottenuti dall’EOLAB durante una fase di sperimentazione su animali anestetizzati presso la Facoltà di Medicina della Universitat Autonoma de Barcelona (Spagna) in collaborazione con il Dott. Xavier Navarro, effettuati tramite l’utilizzo di una versione preliminare del dispositivo realizzata su circuito stampato, non ancora impiantabile ma sicuramente più portabile della strumentazione da laboratorio che sostituisce. Grazie a delle procedure di microchirurgia asettica, un microelettrodo è stato impiantato nel nervo sciatico di un ratto adulto di 3 mesi, e sono state effettuati dei tentativi di stimolazione

e registrazione. La grande mole di dati raccolta è ancora sotto esame, richiede uno studio attento e metodico che è attualmente in corso, contemporaneamente alla progettazione del microchip. Il progetto durerà un altro anno e una nuova richiesta di finanziamento per una attività triennale è sotto esame da parte della comunità europea. I risultati finora raggiunti sono incoraggianti e siamo certi che lo sviluppo futuro sarà positivo. Daniela Loi

La posta dei Lettori Una risposta risolutiva Sono una giovane madre che, nel 2007, é stata riconosciuta invalida civile nella misura dell’80%. Volendo richiedere all’INPS la pensione d’invalidita’, mi sono rivolta ad un sindacato per la parte burocratica. Purtroppo, però, mi venne risposto che non avevo diritto a percepire la pensione perchè, considerati il mio lavoro part-time ed il reddito di mio marito, risultavo non rientrare tra i possibili beneficiari. E’ stata poi una grande sorpresa l’aver appreso dalla “pagina del legale” della vostra rivista “Ogliastra Sanità”, l’indicazione che anche i lavoratori part – time hanno pieno diritto di riscuotere la propria pensione di invalidità. Contattata la Redazione di Ogliastra Sanità, da un loro esperto legale, mi venne altresì assicurato che il reddito del coniuge é ininfluente ai fini della domanda. Ho perciò rifatto la richiesta nel maggio 2009 inserendo, oltre al mio reddito fino all’aprile del 2009 (data di cessazione della mia attivita lavorativa) anche la dicitura “ il reddito del coniuge é ininfluente ai fini della domanda”. Morale: ad aprile 2010 mi è stato liquidato l’assegno di invalidità nonostante la modulistica richieda anche l’indicazione del reddito del coniuge. Racconto questa mia esperienza perchè possa essere di aiuto a qualcuno ed ovviamente per esternare il mio più grande ringraziamento per l’Associazione Mano Tesa Ogliastra. Luisella di Tortolì


La Pagina del lEGALE a cura di Severina Mascia

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Una nuova possibilità in aiuto dei soggetti più deboli

L’AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO L’amministrazione di sostegno è una figura istituita con la legge n. 6 del 9 gennaio 2004, a tutela di tutti coloro i quali, pur avendo difficoltà nel provvedere ai propri interessi, bisogni e cure, non necessitano di ricorrere agli istituti, di gran lunga più penetranti, dell’interdizione o dell’inabilitazione. Trattasi di una normativa emanata a seguito di un iter alquanto lungo e contrastato che ha introdotto nell’ordinamento italiano delle significative novità in merito alla tutela dei soggetti più deboli. In ogni caso, la predetta disciplina recepisce l’orientamento già presente nella legge n. 104/1992 ed in numerose indicazioni fornite dall’Unione Europea ma, soprattutto, dà attuazione ai princìpi dettati dagli artt. 2 e 3 della Carta Costituzionale a favore di quei soggetti che si trovano in stato di difficoltà: la normativa in parola, infatti, ha un elevato valore sociale ed è una risposta di civiltà giuridica per la tutela della qualità e della dignità della vita di persone disabili. La finalità del legislatore è, quindi, quella di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone che “per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica” si trovino “nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi”. Alle persone disabili, quindi, vengono riconosciute delle misure di protezione flessibili, adattabili nel tempo alle diverse e variabili esigenze, offrendo momenti di protezione solamente quando ciò sia necessario e senza mai giungere ad una totale esclusione della capacità di agire. In pratica, non è più necessario ricorrere ai drastici istituti dell’interdizione o dell’inabilitazione per poter tutelare i beni di una persona incapace di gestirsi autonomamente a causa di problematiche legate alla psiche ovvero all’età avanzata. L’amministratore di sostegno, quindi, è il soggetto il quale assiste una persona affetta da una grave infermità o da una menomazione fisica o psichica e

che, pertanto, si trova nell’incapacità di provvedere in modo adeguato alla cura della propria persona nonché dei propri interessi. L’amministratore di sostegno offre un supporto protettivo ad aree di alterazioni dello stato di salute che, prima della legge n. 6/2004, erano destinate ad essere comprese dalle previsioni degli artt. 414 e 415 c.c. e, cioè, dall’interdizione e dall’inabilitazione. La richiesta di amministrazione di sostegno è presentata con ricorso, direttamente al Giudice Tutelare, da: • beneficiario (persona interessata) • familiari entro il 4° grado • gli affini entro il 2° grado

• il Pubblico Ministero • il Tutore o Curatore I responsabili dei servizi sanitari e sociali direttamente impegnati nella cura e nell’assistenza della persona, venuti a conoscenza di fatti tali da rendere opportuna l’apertura del procedimento di ammininistrazione di sostegno, sono obbligati a presentare il ricorso. I poteri dell’amministratore di sostegno, vengono plasmati dal decreto di nomina (emesso dal Giudice Tutelare) nel quale vengono definiti gli atti specifici che l’amministratore può compiere in nome e per conto del beneficiario e gli atti che possono essere compiuti in assistenza.

Il giudice con la sua decisione deve proteggere la persona, i suoi bisogni e rispettare le sue richieste nei limiti della tutela della persona stessa. A seguito dell’istituzione della misura di protezione, il beneficiario conserva in ogni caso una sfera di capacità, con riguardo a due categorie di atti: – gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana, – gli atti per i quali la sua capacità non ha subito limitazioni. Il decreto di nomina dell’amministratore di sostegno deve contenere: 1. le generalità della persona beneficiaria e dell’Amministratore di sostegno, 2. la durata dell’incarico che può essere anche a tempo indeterminato, 3. l’oggetto dell’incarico e degli atti che l’Amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario, 4. gli atti che il beneficiario può compiere solo con l’assistenza dell’amministratore di sostegno, 5. i limiti, anche periodici, delle spese che l’Amministratore di sostegno può sostenere con l’utilizzo delle somme di cui il beneficiario ha o può avere la disponibilità, 6. la periodicità con cui l’Amministratore di sostegno deve riferire al giudice circa l’attività svolta e le condizioni di vita personale e sociale del beneficiario. Per assicurare la correttezza delle relazioni con i terzi estranei, l’art. 405 del codice civile richiede che l’apertura e chiusura dell’istituto in parola siano annotate in margine dell’atto di nascita del beneficiario; i decreti di apertura, di modifica e di chiusura sono iscritti in un apposito registro tenuto presso il tribunale competente. Una terza persona, quindi, può, qualora e quando ne abbia interesse, conoscere dal registro costituito presso il tribunale gli atti che il beneficiario può compiere da solo, per quali attività necessita assistenza e quali atti devono essere svolti dall’amministratore di sostegno.


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In Ogliastra il volontariato si arricchisce con una nuova iniziativa

Nasce l’Associazione Volontari Ospedalieri

Il 3 Maggio 2010 nell’Ospedale “N.S. della Mercede “ di Lanusei ha iniziato a svolgere la propria attività l’AVO (Associazione Volontari Ospedalieri) che rappresenta una delle più importanti realtà nel settore del volontariato socio-sanitario. L’associazione è estesa per tutto il territorio nazionale con un totale di 30.000 soci. I requisiti essenziali per essere ammessi all’AVO sono: - età compresa tra 16 e 70 anni; - buone condizioni psicofisiche; - serietà, equilibrio, discrezione e capacità di relazione; - disponibilità alla collaborazione;

sono stati tenuti da medici e psicologi che si sono soffermati in particolare sulla comunicazione con il malato, la relazione di aiuto, le problematiche socio-assistenziali, l’organizzazione sanitaria e gli aspetti normativi. L’AVO ha un suo statuto in cui sono dettagliatamente delineate le finalità dell’associazione: - con la partecipazione di tutti gli uomini di buona volontà, l’AVO intende rendere, a tutti coloro che non si trovano nella pienezza dei propri mezzi fisici e psichici, un servizio qualificato, volontario e gratuito; - fonda la sua attività istituzionale e associativa sui principi costituzionali della democrazia e della partecipazione sociale; - esclude qualsiasi fine di lucro anche indiretto, operando esclusivamente per fini di solidarietà sociale, civile e culturale; - opera nelle strutture ospedaliere e nelle altre strutture socio-assistenziali con un servizio qualificato e gratuito

- disponibilità a svolgere almeno un turno settimanale in ospedale; - disponibilità a partecipare ad incontri di formazione. Gli aspiranti volontari ogliastrini hanno svolto un corso di formazione di base, durato circa un mese e mezzo. I corsi di formazione

per assicurare una presenza amichevole accanto ai malati offrendo loro, durante la degenza, calore umano, dialogo, aiuto per lottare contro la sofferenza, l’isolamento, la noia. Non spetta ai volontari AVO qualunque mansione tecnico-professionale di competenza esclusiva del personale medico e paramedico. Il loro impegno non sostituisce quelli che sono i compiti perseguiti e le responsabilità assunte dalle organizzazioni nelle quali svolge la sua attività, bensì si integra con essi; - collabora con le Istituzioni per raggiungere gli obiettivi di umanizzazione, di personalizzazione, di informazione e di educazione alla salute nel rispetto dei ruoli e delle competenze previste dalla normativa vigente; - si impegna anche in progetti e sperimentazioni mirati a migliorare il servizio a favore dell’ammalato. I volontari dell’AVO hanno ben presente che la malattia coinvolge l’individuo nella sua totalità, in quanto lo investe oltre che sul piano fisico anche sulla sfera psico-sociale. L’ammalato vive spesso necessità opposte: la necessità di sapere, ma anche di non sapere; di pensare al futuro, ma anche di pensare solo all’oggi. È compito dell’operatore soprattutto saper ascoltare, non

ingannare né illudere il paziente. A tal proposito sono illuminanti le parole di De Nicola-Zaninetta in “Passare attraverso il Tempo”: Se basta una parola, non fare un discorso se basta un gesto, non dire una parola se basta uno sguardo, evita il gesto se basta il silenzio, tralascia anche lo sguardo. L’AVO ricorda che agli inizi di ottobre, in data ancora da stabilire, partirà un nuovo corso di formazione per altre persone interessate a far parte dell’associazione. Gli interessati potranno rivolgersi per la zona di Tortolì alla responsabile AVO Sig. ra Laura Pinna (tel. 0782-623164) e, per la zona di Lanusei, alla Sig Maria Bonaria Moi (tel 0782-41586). Laura Pinna

Sanità in pillole Attività fisica e vitamina D riducono i rischi di ALZHEIMER L’Alzheimer si combatte anche con l’esercizio fisico e la vitamina D. E’ quanto emerge da due studi presentati durante la Conferenza Internazionale sulla Malattia di Alzheimer negli Usa. Analizzando i dati di 1.200 persone la prima ricerca ha calcolato che chi fa regolarmente attivita’ fisica ha il 40% di probabilita’ in meno di sviluppare la patologia che fa invecchiare il cervello, mentre i sedentari corrono il 45% di rischio in più. Zaldy Tan, ricercatore del Brigham and Women’s Hospital che ha condotto lo studio, suggerisce di fare movimento anche dopo

gli ottanta anni. Oltre allo sport, uno studio britannico ha evidenziato il ruolo protettivo della vitamina D. Esaminando 3.300 persone con piu’ di 65 anni, David Llewellyn, dell’University of Exeter Peninsula Medical School, afferma che a bassi livelli della cosiddetta “vitamina del sole” il rischio sale del 42% e in soggetti con carenze gravi addirittura del 394%.

Interventi per ridurre sodio e cardiopatie Secondo un’indagine pubblicata su Annals of internal medicine, per diminuire in maniera efficace l’apporto di sodio nella dieta così da contenere l’incidenza di problemi cardiovascolari e, conseguentemente, i costi della sanità pubblica, conviene intervenire sull’intera popolazione più che rivolgersi al singolo individuo. Ricercatori della Stanford University in California hanno, infatti, dimostrato come due differenti strategie rivolte all’intera popolazione, messe in atto negli Stati Uniti, siano risultate efficaci nel prevenire eventi cardiovascolari gravi, quali infarto del miocardio e ictus, e, quindi, vantaggiose per

l’economia del Paese. Da un lato, le industrie alimentari hanno abbassato il contenuto di sodio negli alimenti e, dall’altro, è stata introdotta una tassa sul sodio. Grazie a una riduzione dell’assunzione di sodio del 9,5%, ottenuta con il primo approccio, sono stati evitati oltre 500mila episodi di ictus e 480mila infarti miocardici, in adulti d’età compresa tra 40 e 85 anni. Allo stesso tempo è stata riscontrato un significativo miglioramento della qualità della vita e un notevole risparmio della spesa sanitaria. Risultati paragonabili si sono avuti con il secondo approccio che ha prodotto un calo nel consumo di sodio pari al 6%.


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LA CROCE VERDE DI TERTENIA

La sede della Croce Verde L’associazione di volontariato di pubblica assistenza “CROCE VERDE TERTENIA” ha iniziato la sua attività nel campo dell’assistenza sanitaria di emergenza-urgenza, nell’anno 1988, su iniziativa del cagliaritano Salvatore Soro, allora direttore didattico ad Ulassai, ma residente a Tertenia, dove aveva sposato “la donna terteniese che mi aveva fatto innamorare di sé e dell’Ogliastra”, come precisa lo stesso Dott. Soro. In quel periodo, quando avveniva un incidente o un improvviso malore di una certa gravità colpiva qualche persona, subito si evidenziava la grave difficoltà di soccorrere e trasferire il paziente all’ospedale con l’intervento di persone preparate e mezzi adeguati. Il Dott. Soro, avendo presente il proficuo lavoro che svolgeva in questo campo la “Croce Azzurra” di Lotzorai, pensò di poter tradurre in realtà una simile attività anche a Tertenia. Riuscì a trasmettere l’idea ad un gruppo di persone che costituirono il primo gruppo di volontari che, nelle prime riunioni preparative tenute nel 1987, proposero e decisero di denominare la nuova associazione “CROCE VERDE TERTENIA”. Nei successivi incontri tenutesi nel gennaio 1988 si procedette alla formulazione del primo abbozzo di statuto e alla costituzione del primo Consiglio Direttivo, che era così composto: Soro Salvatore, Presidente, Deiana Egidio, Vice Presidente, Deiana Luisa, Segretaria e Bassignana Giorgio, Tesoriere. Venne anche deciso di porre nel labaro dell’Associazione la raffigurazione della chiesa di Tertenia opera dell’indimenticato artista Don Egidio Manca. Il documento notarile relativo alla costituzione dell’Associazione venne stilato il 15 luglio 1988 dal notaio Dott. Castiglia; era nata la Pubblica Assistenza “CROCE VERDE TERTENIA, associazione di volontariato che operava nel

L’ufficio dell’associazione campo dell’emergenza-urgenza sanitaria. La prima sede dell’Associazione fu il locale della guardia medica, dato in comodato d’uso dalla USL di Lanusei. Le prime nozioni relative agli interventi vennero date ai volontari dal Dr. Mario Farci e dal Dr. Antonello Demontis a cui va un doveroso sentito ringraziamento. Nel gennaio 1990 l’Amministrazione comunale acquistò un’ambulanza che venne concessa in comodato d’uso all’Associazione. Finalmente la Croce Verde di Tertenia poté iniziare la sua attività in favore di chiunque ne avesse avuto necessità. “In questo momento, precisa il Dott. Soro, si coglie l’occasione per ringraziare tutte le Amministrazioni comunali che si sono avvicendate alla guida del comune, nei 22 anni di attività dei volontari, perché tutte indistintamente hanno favorito la vita Il centro prelievi con i volontari in servizio dell’associazione di volontariato”. Nel novembre 1994 venne iscritta con il n° norme che disciplinano il volontariato fanno 293 nel Registro Generale del Volontariato di tutto per essere controverse e di difficile e della Regione Sardegna. L’attività dell’Asso- sicura interpretazione, hanno dato quel giusto ciazione venne ampliata e dall’anno 2006 impulso che ha permesso di porre delle solide gestisce nella sua sede un centro prelievi basi per il futuro. Voglio fare riferimento ematici. Sulla base della documentazione soprattutto alla componente femminile ufficiale, la Croce Verde di Tertenia effettua dell’Associazione, che con la specificità che circa 120 interventi all’anno. la caratterizza ha permesso di superare le Tutto l’operato dell’Associazione è stato espo- difficoltà iniziali più difficili. Non voglio però sto in breve sintesi, ma il Dott. Soro vuole dimenticare tutti i volontari che oggi opeevidenziare l’impegno di tutti i volontari e rano nell’Associazione. In particolare vorrei ringraziarli per quanto fanno. Naturalmente puntualizzare il prezioso contributo dato dal non può essere fatto singolarmente, però volontario Paolo Floris, attuale presidente desidera precisare alcune situazioni che della Croce Verde di Tertenia, che con la sua hanno un valore particolare nella vita dell’As- lunga esperienza di infermiere in diversi sociazione. “In primo luogo, precisa ancora il ospedali, e con la collaborazione di infermiere Dott.Soro, metto in evidenza l’opera meritoria professionali iscritte all’associazione, della svolta dai primi volontari che pur trovandosi dott.ssa Patrizia Cavada, del dott. Antonello ad affrontare delle grosse difficoltà sia negli Lai e di alcune volontarie, ha potuto orgainterventi, sia in campo burocratico dove le nizzare e far funzionare in modo ottimale il

“centro ematico”. È giusto infine mettere in risalto la continua e concreta partecipazione delle varie amministrazioni comunali che hanno sempre appoggiato le iniziative dei volontari; l’Associazione ha avuto la fortuna di avere al suo fianco degli amministratori comunali che hanno capito l’importanza del volontariato non solo dal punto di vista operativo, ma anche come motore di crescita per tutti gli abitanti di Tertenia. Gianfranco Pittau


Le figure storiche della Sanità in Ogliastra

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Singolare la sua esperienza professionale divisa tra Africa e Sardegna

Dottor Beniamino Pisu

Nacque a Bari Sardo il 10 Ottobre del 1900 da una famiglia di contadini benestante e numerosa. Frequentò il ginnasio e il liceo nel Seminario di Tortolì. Si iscrisse alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Cagliari che frequentò per alcuni anni; negli ultimi anni, forse tre, si trasferì a Napoli, sede di una facoltà che godeva di grande prestigio. Si laureò nel 1928. Dopo alcune esperienze come medico in sperduti paesi della Sardegna, dove venne inviato dal regime fascista, sia perché non d’accordo con le assegnazioni imposte, sia per spirito d’avventura, sia perché in quegli anni era di moda, inoltrò domanda al governo belga per poter lavorare in una sua colonia africana. La sua domanda venne accettata e dopo un corso di specializzazione in malattie tropicali della durata di un anno circa a Bruxelles, gli viene assegnata una vasta regione, il Katanga, del Congo Belga, in cui le malattie tropicali erano endemiche. Nel 1931 inizia la sua lunga permanenza in terra africana: saranno anni di intenso lavoro, si sposterà per tutta la regione con un ospedale da campo e alcuni collaboratori: infermieri, autisti, cacciatore, ecc., che saranno molto importanti sia dal punto di vista professionale che umano. Del lavoro svolto doveva presentare periodicamente una relazione al governo belga. Frequentava

prevalentemente le popolazioni indigene, ma anche funzionari belgi, militari, addetti alle ambasciate, missionari, ecc. Ritornava in Italia ogni paio d’anni e in uno di questi rientri sposò Elisa Demuro, una insegnante elementare che lui conosceva fin da bambina. Subito dopo le nozze partiranno insieme per l’Africa, anche perché il suo permesso era scaduto. Saranno anni molto felici, anche se di grande lavoro e di lunghe assenze da casa. Nel dicembre dello stesso anno nasce Raffaele, il loro primo bambino che il padre non si stancherà di fotografare e inviare le foto ai parenti, in fondo era l’unico modo per renderli partecipi della loro vita e rassicurarli. La vita continuava tranquilla, allietata anche dalla nascita nel 1940 di una seconda figlia, Anna Maria. Improvvisamente muore il primogenito forse di malaria; questo lutto sconvolgerà la loro vita; la moglie non ne vuole più sentire di stare in Africa, ha paura per la salute della bambina di pochi mesi, vede soltanto i pericoli, per cui decidono, lui a malincuore, di rientrare in Italia, sebbene non sia il momento opportuno. Arriveranno a Bari Sardo il giorno di Pasqua del 1940, dopo un viaggio lungo e faticoso, con scali imprevisti, in quanto non tutti i porti erano agibili a causa della guerra. A settembre dello stesso anno morirà anche la seconda bambina a causa di una infezione intestinale. Nel 1942-43 venne chiamato a prestare servizio presso l’ospedale militare di Cagliari, non vi rimarrà per molto tempo. Negli anni quaranta nascono quattro figli: Giorgio, Marco, Chiara e Luciano, tre diventeranno medici come lui, due lo sostituiranno quando andrà in pensione. Subito dopo la guerra gli venne assegnata la condotta di Loceri e nel 1946 circa, quando si renderà vacante la condotta, anche Barisardo. Negli anni ’50 le due condotte verranno messe a concorso a cui lui non potrà partecipare per superati limiti di età, ed assegnate a giovani medici con i quali manterrà sempre rapporti corretti. Continuerà a lavorare stando sempre a disposizione dei suoi pazienti, senza poter godere di vacanze o di pause perché il suo senso del dovere gli impediva di pensare a se stesso. Svolgerà il suo lavoro con onestà e professionalità, talvolta con angoscia, quando la diagnosi era difficile, in quanto mancavano gli ausili e gli strumenti adeguati. Ascoltava i suoi

pazienti senza dare segni di stanchezza anche quando i loro problemi esulavano dal campo strettamente medico, con lui si confidavano e ne seguivano i consigli. Era sempre pronto ad aiutarli in tutti i modi. Per lui sarà un dolore tremendo la morte della sua adorata moglie nel 1972, i suoi malanni circolatori si acutizzeranno, diceva di perdere la memoria, non ricordava più le terapie assegnate tempo prima ai suoi pazienti, o i nomi dei farmaci, per lui, che aveva avuto sempre una memoria di ferro, era frustrante, si sentì inadeguato a svolgere il suo lavoro, per cui nel 1973 decise di lasciare la sua attività professionale. Morirà di infarto nel 1979, i suoi ex pazienti parteciparono numerosissimi al suo funerale e dimostreranno nel tempo alla famiglia quanta gratitudine e affetto provassero per colui che per tanti anni li aveva curati, ascoltati, assistiti con grande pazienza. La redazione

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Le figure storiche della Sanità in Ogliastra

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Dr Beniamino medico di Loceri Il ricordo di Dr Beniamino Pisu, se rapportato a quello dei tanti medici che si sono succeduti nel piccolo centro di Loceri, è certamente quello rimasto maggiormente impresso negli abitanti. Parte dell’affetto, che il tempo non ha intaccato, è quello dovuto ad una persona di un paese vicino con cui le amicizie e le parentele erano e sono strettamente intrecciate, ma lo slancio maggiore è determinato dallo stile professionale e dalla inesauribile bontà d’animo che muovevano quell’uomo. Oggi quel ricordo diviene sempre più evanescente, rimane nelle persone più anziane, mentre nei giovani e meno giovani quella figura rimane legata ad aneddoti e ai racconti ascoltati in famiglia. Rinnovare il ricordo di medici come dottor Beniamino è fondamentalmente il fine di queste nostre pagine, delle nostre parole, delle immagini che vi proponiamo. Il metodo di lavoro utilizzato a Loceri da dottor Beniamino era particolare: non esisteva ambulatorio e le visite si svolgevano per lo più a domicilio o per strada. Non esistevano giorni in cui la presenza del medico fosse certa, ma, appena dottor Beniamino arrivava, esisteva un passaparola, un tam-tam all’interno delle viuzze del villaggio, che in pochissimo tempo tutti ne erano a conoscenza. Spesso i pazienti prenotavano le visite: a volte in comune, a volte presso la cugina Amalia Demuro dove dottor Beniamino era solito sostare. Altre volte il punto di raccolta era rappresentato dal Bar Murgia al centro del paese, in cui il medico lasciava il proprio mezzo di trasporto. Anche il mezzo

di trasporto utilizzato ci rievoca figure lontane nel tempo, frequenti nella nostra letteratura che ce le ha rese care. Per anni dottor Beniamino venne a Loceri a cavallo ed è proprio questo animale che legava all’anello di ferro infisso nella facciata della casa della cugina Amalia. Pensare al tragitto Bari Sardo-Loceri in mezzo ai colori delle ginestre e degli oleandri della primavera può avvolgere il tutto di dolce romanticismo; ma quello stesso tragitto nelle giornate invernali di vento, freddo e pioggia, perdeva molta poesia e comportava tanta fatica e sacrificio. Dal cavallo e dalla bicicletta, altro mezzo utilizzato, il progresso tecnologico lo portò alla macchina, una Balilla nuova di zecca, uno dei primi mezzi di locomozione che apparvero a Bari Sardo. Ci dà la dimensione di quanto fosse importante l’immagine di quel medico il fatto che ancora oggi, la curva in cui dottor Beniamino finì fuori strada con la sua Balilla, viene chiamata “sa curva ‘e su dottori”. Tuttora la denominazione più frequente-

mente utilizzata per rievocarlo è “Su dottori de is poberus”. Allora per molti malati non esisteva alcuna forma assicurativa, ma il suo compenso era sempre molto equo e spesso consisteva nei prodotti delle coltivazioni o allevamenti cui i pazienti erano dediti: frutta, verdura, uova, galline, erano i più consueti. Altre volte, all’affermazione “su dottò, non tengu dinai”, rispondeva “non ci pensisi, mi d’asa a donai un’atra orta”, ben conscio che quella “atra orta” non sarebbe mai arrivata. Non era infrequente il caso in cui, se al paziente occorrevano dei farmaci urgenti per patologie impegnative, con necessità di un rapido intervento, era lo stesso dottor Beniamino ad offrire i soldi occorrenti per il loro acquisto. Nelle rievocazioni raccolte per scrivere

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queste righe affiora un altro particolare: a molti pazienti che si trovavano a dover combattere malattie quali il tifo, paratifo, malaria o altre malattie infettive, veniva spesso detto da altri medici ogliastrini di rivolgersi al dottor Pisu, il quale grazie al suo soggiorno in Africa, dove quelle malattie erano endemiche, era divenuto in quel campo un vero specialista. In conclusione, dalle parole di tutti i loceresi che l’hanno conosciuto, emerge una figura esemplare per dedizione, capacità professionale, bontà d’animo e rettitudine morale. Natalino Meloni


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Identificazione elettronica degli ovi-caprini Fino all’utilizzo delle prime marche auricolari, nella seconda metà del secolo scorso, l’identificazione del singolo animale ovi-caprino era basata sull’intuito e sulla buona fede dell’allevatore oltre che su alcuni segni ottenuti con dei particolari tagli del padiglione auricolare dell’animale. Era facile, allora, sentire nomi come “trunca” , “rundinina” , “ suppada “, ecc. con cui si indicavano alcuni di questi tipici segni che non avevano niente di obiettivo in quanto potevano essere numerosissimi gli animali identificati con quel segno che non dava assolutamente certezza della proprietà. Si cercò di mettere rimedio facendo imprimere, a tatuaggio, nel padiglione auricolare sinistro una sigla diversa per ogni comune; il risultato non fu dei migliori in quanto persistevano ugualmente dei notevoli margini di errore dovuti, oltre che al grande numero di animali identificati con lo stesso segno e la stessa sigla, anche alla difficoltà di lettura di quest’ultima. Come si diceva prima, nella seconda metà del secolo scorso, inizialmente per finalità zootecniche ed in seguito, con l’inizio delle campagne di eradicazione delle malattie infettive, anche per scopi sanitari, si cominciarono ad usare delle marche auricolari che, anche se non identificavano con precisione il singolo capo, davano delle indicazioni sull’allevamento di appartenenza. Quel tipo di marche auricolari avevano l’inconveniente di provocare delle infezioni al padiglione interessato ed inoltre, quando non tolte fraudolentemente, spesso venivano perse quando veniva utilizzato un pascolo molto cespugliato. Entrambi questi metodi hanno, inoltre , necessità di molto tempo per verificare la rispondenza attuale dei capi presenti in allevamento con quella riscontrata al momento del precedente intervento sanitario. E proprio la necessità di un efficace ed efficiente controllo di carattere sanitario che ha acuito la necessità di trovare dei metodi sicuri di identificazione individuale e collettiva, nel nostro caso, dei piccoli ruminanti La opportunità di armonizzazione,

cioè di ottenere un comportamento uniforme nell’ambito di ogni stato facente parte della Comunità Europea, ha portato gli organi di governo di questo organismo alla emanazione di direttive valide per tutti gli stati membri: si va dalle prime direttive del 1992, all’ultima datata settembre 2008, intervallate da circolari e note del nostro Ministero della Salute. Gli interventi di carattere sanitario in un allevamento hanno fondamentalmente due finalità essenziali : da un lato il controllo e la verifica costante dello stato di salute dell’allevamento stesso e dall’altro l’accertamento, che sarà approfondito nelle sedi più opportune, della salubrità degli alimenti che lo stesso allevamento immette nella

catena alimentare umana. Questi tipi di controllo hanno necessità, oltre che di una regolare tenuta del previsto libretto di allevamento, anche di un corretto utilizzo di metodi di identificazione sicuri. Le direttive comunitarie cui si faceva cenno più sopra prevedono due metodi di identificazione: l’apposizione di marche auricolari inalterabili e, possibilmente, inamovibili e l’utilizzo di microchips sottocutanei o endoruminali. Entrambi questi metodi di identificazione permettono di sapere del singolo animale in esame lo Stato, la Provincia, il Comune, l’Azienda nella quale per la prima volta è stato identificato ed infine un suo numero, e solo suo, che lo identifica. In parole

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povere il singolo animale ha una sua carta di identità che lo distingue da tutti gli altri. Ricordiamo che l’identificazione del singolo animale ricade sotto la responsabilità personale dell’allevatore e questo anche se le operazioni necessarie vengono delegate ad altri soggetti: è necessario, perciò, un collegamento costante fra allevatore, ditte produttrici del materiale necessario e servizio veterinario della ASL di competenza. L’identificazione del singolo animale, sia con marche auricolari oppure con l’utilizzo di microchips deve iniziare, se non è già avvenuta, obbligatoriamente dai nati dopo il 1 gennaio 2010: il mancato rispetto di questo termine potrebbe compromettere la eventuale concessione di qualsiasi provvidenza di carattere comunitario. La facilità di lettura di questi microchips, siano essi sottocutanei o endoruminali (nel primo stomaco dei ruminanti), con lettori portatili oppure ubicati in due barriere fra cui far passare gli animali permette di controllare in tempi rapidissimi la consistenza del singolo allevamento oppure se vi è stato movimento di animali ed in quali condizioni questo è avvenuto; i dati rilevati vengono trasferiti negli archivi di memoria dei computer. Questa facilità di controllo agevola la istituzione di un data base nazionale (nome difficile per indicare un grosso registro), che in seguito diventerà comunitario, nel quale sono iscritti tutti gli allevamenti e gli animali presenti nel territorio nazionale con il loro relativo stato sanitario. Questo permetterà, ad es. ai Servizi Veterinari della ASL di Lanusei, ai quali viene permessa la consultazione di questo enorme registro, che verrà aggiornato in tempo reale, di conoscere, preventivamente, sia le condizioni sanitarie degli allevamenti presenti in un determinato distretto di qualunque stato comunitario, ma ancor più lo stato del singolo allevamento e di conseguenza dell’animale che viene spostato per allevamento o macellazione. In questa complessa operazione il Ser-


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Fase della marchiatura

vizio Veterinario della ASL di Lanusei ha svolto due ruoli fondamentali. Per dare attuazione all’identificazione elettronica degli animali, partito come progetto pilota nel 1998, la ASL di Lanusei ha verificato la compatibilità dell’animale con l’introduzione di boli ruminali di diverso peso proporzionalmente con l’età dell’ovi-caprino interessato: questi boli rivestititi di materiale ceramico non dovevano risultare nocivi per l’animale e avere un peso non eccessivo per non compromettere la funzionalità del rumine ma allo stesso tempo sufficiente per non risalire, durante la ruminazione, con il bolo mericico. In particolare la ASL di Lanusei ha portato avanti sul campo un progetto con il quale si è voluto integrare il compito istituzionale della sorveglianza epidemiologica delle malattie infettive degli

ovi-caprini con l’acquisizione della identificazione elettronica degli animali; i risultati ottenuti hanno consentito di acquisire un modello operativo valido sia per i compiti istituzionali, sia per la tenuta del data base nazionale. La seconda azione portata avanti dallo stesso Servizio Veterinario e che potrebbe avere delle positive ripercussioni economiche nel complesso dell’allevamento ogliastrino dei piccoli ruminanti, è il monitoraggio eseguito su tutti gli arieti presenti, sulla possibilità o meno di trasmettere la scrapie o neuropatia spongiforme. Partendo dalla considerazione che in Ogliastra, a differenza del restante dell’Isola, non vi sono stati focolai di questa malattia e tenendo presenti le conclusioni cui è pervenuta la ricerca genetica sulla possibilità di trasmissione di questa

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patologia, si sono identificati con sicurezza, mediante microchip, tutti gli arieti presenti nel territorio ogliastrino cui, contemporaneamente, è stato prelevato il sangue per la cosiddetta tipizzazione genetica (cioè la ricerca, nel nostro caso, dei geni che influenzano la suscettibilità a contrarre e trasmettere questa malattia). Diciamo subito che il gene è un segmento (parte) di una particolare struttura piccolissima (DNA) che costituisce l’unità portatrice di un carattere ereditario ed è localizzato sempre in una precisa e identica posizione. Dall’esame di questi esami è risultato che su 1500 arieti sottoposti ad indagine solo tre sono risultati altamente suscettibili alla trasmissione della malattia per cui, dietro indennizzo ai proprietari, sono stati immediatamente eliminati dall’allevamento; circa una ventina hanno presentato una scar-

sa suscettibilità di trasmissione della scrapie e pertanto si procederà alla loro eliminazione non appena possibile, mentre la maggioranza degli arieti saggiati non hanno alcuna suscettibilità di trasmissione di questa patologia per cui possono essere tranquillamente utilizzati per la riproduzione anche al di fuori del territorio ogliastrino con un non indifferente valore aggiunto nella loro commercializzazione. Prossimamente la ASL di Lanusei notificherà ai vari allevatori interessati il referto di questo monitoraggio che, per il momento, è il primo e l’unico effettuato in Sardegna utilizzando un modello operativo elettronico. Salvatore Brau

Un bolo ruminale (come quello al lato) è un contenitore costituito da materiale ad elevato peso specifico (ad esempio ceramica) che, una volta applicato agli animali per via orale, si posiziona perennemente nel complesso gastrico anteriore. Il trasponder è situato all’interno del bolo.

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OMEOPATIA

Scienza o moda? Il dibattito è aperto Le prescrizioni effettuate da medici di famiglia, medici ospedalieri e specialisti, sempre più spesso comprendono farmaci cosiddetti omeopatici. Poiché è compito del nostro giornale far conoscere ai lettori i vari aspetti della sanità in cui vengono coinvolti, proviamo a spiegare in cosa consiste la medicina omeopatica e quale sia il suo ruolo nella sanità moderna.

contemporanei. Come funziona l’omeopatia Le sostanze, dette anche principi omeopatici, una volta individuate, vengono somministrate al malato in una quantità fortemente diluita, definita dagli omeopati potenza. E’ convinzione degli omeopati che diluizioni maggiori della stessa sostanza non provochino una riduzione dell’effetto farmacologico, bensì un suo potenziamento. Secondo questa disciplina per curare una malattia o un malessere si devono assumere bassissime dosi di una sostanza che, generalmente, provoca nell’organismo gli stessi sintomi che si vogliono eliminare. Così in base a questo assunto, non oggettivamente dimostrato, sarebbe corretto prescrivere caffeina per curare l’insonnia o estratto di batteri per le infezioni cutanee, naturalmente nelle appropriate diluizioni. Nella pratica omeopatica si è soliti usare le cosiddette diluizioni centesimali generalmente indicate con la sigla CH. Un grammo di sostanza sciolto in 100 ml di acqua rappresenta la prima diluizione centesimale ovvero 1CH; un centesimo di grammo sempre in 100 ml costituisce la 2CH e così via. Ogni sostanza omeopatica pronta per l’impiego riporta il tipo di diluizione e la potenza. Una potenza 12D, utilizzata abbastanza comunemente in omeopatia, equivale ad una concentrazione nella quale la concentrazione è una parte su un

Quando nacque l’omeopatia L’omeopatia ebbe inizio per opera di Samuel Hahnemann (1755-1843) un medico che nacque e crebbe a Meissen in Germania. Alla base delle sue teorie c’è la legge dei simili (similia similibus curantur, che tradotto significa il simile cura il simile) e quella dell’utilizzo di dosi infinitesimali dei rimedi. La legge dei simili esprime il concetto che per curare una malattia il medico deve utilizzare sostanze che siano in grado di produrre una malattia artificiale ad essa molto simile, che si sostituisce ad essa per poi scomparire. Le dosi da utilizzarsi devono essere le minime indispensabili per ottenere una indicazione percettibile dell’azione del prodotto, e nulla più, in modo da minimizzare o annullare gli effetti avversi. Le convinzioni di Hahnemann vennero pubblicate nell’Organon, la sua opera principale, che non fu solo un testo di medicina, bensì una decisa condanna dei sistemi medici

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milione di milioni (1012) che equivale ad esempio ad un millimetro cubo su mille metri cubi. È possibile dimostrare con un calcolo relativamente semplice che alla trentesima diluizione centesimale la concentrazione del farmaco è pari a quella che si otterrebbe sciogliendone 1 grammo in un volume di liquido pari a circa 714 milioni di miliardi di volte il volume del Sole!

pertanto un “trattamento placebo” (placebo treatment) e dichiara che sarebbe una “cattiva pratica medica” (bad medicine) prescrivere placebo. Quello studio è stato rigettato dalla comunità omeopatica che ha sollevato dubbi sull’imparzialità dei ricercatori, accusandoli di avere tratto quelle conclusioni per ragioni diverse rispetto ai risultati scientifici. In particolare gli omeopati hanno contestato la procedura, sostenendo che la scelta degli studi da confrontare, ed in particolare la scelta dei metodi, sarebbe stata fatta ad hoc per ottenere quel particolare risultato.

La memoria dell’acqua Questa estrema diluizione, si pensi che per il mercurio si arriva a 100CH, porta a cancellare del tutto la molecola all’interno della soluzione, quindi da dove proviene l’effetto farmacologico? Verso la fine degli anni Ottanta una nuova apparente scoperta sembrò superare questo problema e dare un fondamento teorico all’omeopatia: la cosiddetta teoria della “memoria dell’acqua”. L’immunologo francese Jacques Benveniste affermò infatti di aver verificato l’efficacia di un antisiero incredibilmente diluito in una reazione immunologica in vitro. Si sostenne allora che l’acqua in cui veniva diluito il rimedio omeopatico conservasse la “memoria” di esso, grazie alle succussioni o agitazioni effettuate durante la preparazione. In realtà l’esperimento di Benveniste fu poi ripetuto, oltre che da altri laboratori, alla presenza di una commissione e si rivelò un fallimento, sanzionando così l’infondatezza della suddetta teoria.

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Manifestazioni in Gran Bretagna

In Francia, nonostante la validità del metodo non sia stata verificata, molti rimedi omeopatici sono entrati a far parte del prontuario nazionale e finanziati dal sistema sanitario pubblico. Tuttavia, nel 2004 si è potuta osservare una, pur parziale, retromarcia, in quanto il tasso di rimborso previsto per i rimedi omeopatici è sceso dal 65% al 35%

L’omeopatia nel mondo

Efficacia terapeutica dell’omeopatia

L’omeopatia è oggi diffusa in molti paesi , tra i più importanti Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, India. In Italia un’indagine ISTAT del dicembre 1999 su un campione di 30.000 famiglie ha mostrato che dal 1991 al 1999 la quota della popolazione che ha fatto uso di rimedi omeopatici è passata dal 2,5 all’8,2%. In diverse regioni della Gran Bretagna il servizio sanitario ha tuttavia iniziato a cancellare i rimedi omeopatici dal proprio prontuario.

Allo stato attuale, nessuno studio scientifico, pubblicato su riviste di valore riconosciuto, ha potuto dimostrare che l’omeopatia presenti una seppur minima efficacia per una qualsiasi malattia. Gli unici risultati statisticamente significativi sono confrontabili con quelli derivanti dall’effetto placebo, indotto anche dalla particolare attenzione che l’omeopata presta al paziente e alla sua esperienza soggettiva della malattia e quindi non dal farmaco assunto dal paziente.

Al contrario, studi che hanno provato a quantificare il grado di soddisfazione soggettiva dei pazienti in cura omeopatica, hanno mostrato risultati ragguardevoli e spiegano il successo sociale di tale pratica terapeutica e infatti, nonostante sia assente un concreto supporto scientifico, in Italia e in altri paesi, a partire dagli anni ‘90 l’omeopatia si è ampiamente diffusa. Assai univoco è il risultato di studi clinici condotti su singoli rimedi o sul trattamento di specifiche patologie, dove gli esiti appaiono assolutamente in linea col noto effetto placebo.

In Gran Bretagna, è sorta di recente, per iniziativa della Merseyside Skeptics Society (una organizzazione senza scopo di lucro che ha per scopo la promozione dello scetticismo scientifico), una campagna di sensibilizzazione e di pressione nei confronti della Boots, la più nota catena di farmacie del Regno Unito, in seguito alla decisione di quest’ultima di distribuire anche prodotti omeopatici. Il motto della campagna è “Homeopathy: There’s

Studi clinici A febbraio 2010 sono stati divulgati i risultati di una ricerca sulle prove di efficacia dell’omeopatia, condotta nel 2009 e 2010 dalla commissione Science and Technology della Camera dei Comuni britannica: lo studio conclude che l’omeopatia non ha effetti superiori a quelli di un placebo. La commissione la considera

nothing in it” (“Omeopatia: non c’è niente dentro”) e l’iniziativa ha già partorito un esperimento pubblico durante il quale centinaia di volontari hanno letteralmente ingurgitato interi flaconi di prodotti omeopatici senza riscontrare alcun effetto positivo o negativo.


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Cosa contengono i rimedi omeopatici Sono delle preparazioni ottenute esclusivamente da principi attivi naturali ottenuti dal regno minerale, vegetale, animale. I medicinali omeopatici possono essere prescritti solo da medici, vale a dire laureati in Medicina e Chirurgia, abilitati all’esercizio della professione medica e iscritti all’Albo dell’Ordine dei Medici. Il Ministero della Sanità italiano, recependo le direttive CEE, li ha ufficialmente riconosciuti come medicinali a tutti gli effetti, rico-

Medicina nel mondo, ieri e oggi

noscendo implicitamente valida la metodologia che li produce. Come tali sono sottoposti ai procedimenti di registrazione necessari all’inserimento nella Farmacopea Ufficiale Italiana. Le spese relative ai rimedi omeopatici come pure alle visite mediche omeopatiche sono deducibili dalla dichiarazione dei redditi. Quali patologie si curano con l’omeopatia Non è possibile fornire un preciso elenco delle patologie che rispondono ai rimedi omeopatici, ogni

caso andrebbe considerato di volta in volta, e inoltre fa parte dei principi omeopatici la cura del Malato, indipendentemente dal nome della patologia di cui soffre. Non è esatto dire che cura tutto, però si può senz’altro affermare che il suo campo d’azione è vasto, proprio perchè si interessa dell’uomo inteso nella sua totalità, in quel tutt’uno comprendente corpo, emozioni e mente. CONCLUSIONI Qui finisce il nostro lavoro. Può darsi che per molti di voi le conoscenze sulla omeopatia siano accresciute, abbiamo però la sensazione di non avere sciolto i dubbi sulla sua efficacia o meno. Si tratta di un dibattito ancora aperto, noi vi abbiamo riportato fatti, ognuno di voi, magari avendo ricevuto impulso per un ulteriore approfondimento, tragga le proprie conclusioni. Laura Meloni

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Anno IV - Numero 12 - Luglio 2010 Autorizzazione Tribunale di Lanusei N. 3706 del 3 Ottobre 2006 Spedizione in Abbonamento Postale 45% art. 2 comma 20/b legge 662/96 Filiale di Lanusei

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Rivista Ogliastra Sanità - Anno 4 - Numero 12 - Luglio 2010