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Lâ€&#x;acqua sta filtrando

Borelli Angelo Salvatore


Introduzione Negli anni in cui la crisi finanziaria ha lasciato senza lavoro milioni di persone, in una Inorugua che mischia al vecchio il nuovo mondo architettonico, anche la famiglia Fresco andava incontro a problemi che portarono alla rovina la famiglia. In seguito al licenziamento del signor Fresco, la moglie decide di abbandonarlo perché malata e affranta da tale situazione. Il signor Fresco cade nel vizio dell‟alcool e continua a cercare una nuova occupazione. Si rincontrerà con la moglie solo in ospedale dove scopre la sua malattia e sempre più affranto si rifugia nella disperazione. Sotto consiglio del dottore eviterà di bere per godersi qualche altro anno di vita, ma la sua esistenza termina nel momento in cui lo specchio di casa riflette la figura della moglie. Si sente oppresso e dopo aver chiesto, più di una volta, la spiegazione di tutto questo decide di affrontare la figura della moglie finendo col distruggere lo specchio e la sua vita. Morirà nello stesso giorno in cui la moglie dall‟altra parte della città si spegneva e si arrendeva al male incurabile.

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I L‟acqua sta filtrando da ogni angolo della casa e le pareti sembrano ritratti naif di un pittore che ha perso smalto, sono macchie confuse che esprimono rabbia, slancio e danno ai nervi. Hanno infastidito l‟ambiente, gli occhi di tutti, che ad ogni passaggio obbligatorio assistono a quello spettacolo tetro. Certo se guardate con un po‟ di ottimismo e prendendosi un po‟ in giro si potrebbe sdrammatizzare dicendo che si potrebbe fare una mostra e far diventare la casa come la più importante galleria d‟arte contemporanea, ma a nessuno gli si stampa in faccia un sorriso. Al solo pensiero di quanti soldi si sono spesi per ristrutturare casa e per quanti anni si dovranno pagare cambiali per il mutuo viene voglia di prendere qualsiasi tipo di arnese e distruggere tutto. I sogni volano e camminano lungo pareti che una striscia d‟ acqua ha distrutto per sempre. Sempre e solo arrangiarsi, questa è la vera filosofia di vita. Sono tante le famiglie che lanciano un messaggio alla speranza, che pregano invano sperando in un futuro migliore, nato dal sudore e dalla fatica, dalla pazienza e dalla sopportazione. E poi ecco il ben servito. Ho assistito giorno dopo giorno alla ricostruzione dell‟ennesimo sogno, dell‟ennesimo tentativo di risalita; ho ascoltato minuziosamente i rumori e ho studiato attentamente ogni movimento che i muratori, l‟elettricista, l‟imbianchino facevano perché volevo ricordare tutto in modo da farlo restare un momento magico impresso nel cuore e nella mente. Per un paio di mesi mi sono sentito come un direttore d‟orchestra che ad ogni alzata di stecca creava una sinfonia, che ad ogni suo cenno riusciva a far vibrare corde e a far risuonare pelli e piatti. A far parlare ogni tipo di strumento. Però, non è così che si vincono le crisi, non è cosi che si esce vincitori da una guerra. Le camicie sono tutte le stesse ma quello che distingue un uomo è il grado; una striscia rossa, una stella o due o tre, una torre. Tu puoi essere il più preparato del mondo, il più abile stratega, colui che ha in testa il piano per vincere, ma se non hai potere non potrai mai dire la tua e così sei costretto da semplice soldato a combattere e, nel peggiore dei casi, morire. I territori li conosci a memoria, hai visto posti strani, li hai abitati, ci hai costruito il futuro, sempre con la convinzione di poter un giorno avere il meglio. Il meglio non inteso come il massimo della ricchezza ma solo la fortuna di poter almeno una volta nella vita passare notti tranquille e non addormentarsi con la paura che possa capitare qualcosa. Sento ancora il profumo di nuovo, la magia del colore brillante che le pareti appena dipinte danno alla casa, all‟arredamento, alla cucina appena comprata per sostituire la vecchia che per vent‟anni ha conservato la nostra quotidianità. Anche le finestre hanno un nuovo colore, quel verde speranza che ormai è diventata il motto della mia vita, quell‟utopia che mi permette ancora di sognare e di seguire nuove rotte verso quella felicità che ancora non ha trovato il suo massimo splendore e la sua massima espressione a casa mia. Stamattina mi sono svegliato con il solito pensiero di un caffè caldo, di una bella sigaretta e di una bella rinfrescata per riprendere contatto con la realtà. Ho sognato tanto stanotte ma non sono riuscito a decifrare niente. Ho nuotato in lungo e in largo senza trovare molo per ormeggiare e ne spiagge su cui scendere. Ho sognato e basta, solo per il gusto di avere due o tre repentini risvegli. Come al solito apro la televisione e ascolto l‟oroscopo per farmi le prime e forse uniche risate che la giornata intensa mi consente di fare. Vado in bagno. Il momento è importante perché una volta ogni due giorni mi trovo a dover fare i conti con lo specchio e con me stesso. Da critico attento noto quel filo di vecchiaia che imperterrita sta segnando la mia faccia. Lo specchio usa sempre gli stessi trucchi e così le rughe non mi fanno paura né tantomeno i capelli che giorno dopo giorno diventano sempre più bianchi. 3


Resto fermo a fissare quell‟uomo che ferocemente e freddo mi guarda, mi scruta. Sembra la banalissima scena di un classico film western americano di Sergio Leone, ma questa volta non sono due acerrimi nemici o il buono e il cattivo a sfidarsi all‟ultimo colpo di pistola; ora sono io contro me stesso. Uno scontro impari che come al solito avrà il suo vincitore. Le accuse sono sempre le stesse ma ogni volta fanno sempre più male e il rinfacciarsi i soliti sbagli ferisce sempre con più ferocia. Come al solito il discorso lo inizia lui: -Ti senti colpevole e lo sai ma in cuor tuo vuoi dimenticare, vuoi far finta di dimenticare. Gli sbagli si fanno una volta sola ma si pagano una vita intera, gli interessi aumentano e non sempre si hanno le risorse per sopperire ai danni. Se chiedi un prestito ti viene concesso, ma solo dopo, perché prima accecato dalla gioia, ti rendi conto dell‟elevato tasso di interesse che ti prosciugherà le tasche e finirà con il distruggerti la vita. Ma la felicità della famiglia non ha prezzo. A questo dovevi pensarci prima. Hai chiesto troppo al fato ma attenzione perché questo non è un banchiere ma un usuraio. Sei in continuo debito -continua a ribadire l‟altro me- notte e giorno a fare conti, calcoli, a trovare il modo per riuscire a cambiare le carte in tavola a riscrivere regole che sembrano non poter essere riscritte. Ti sei affidato alla cabala, alla presunzione che un giorno avresti avuto la chance giusta per poter rischiare e cambiare. Non è così. L‟altra parte di me, scrutandomi inesorabilmente, me lo rinfaccia sempre. Il giorno è un continuo susseguirsi di dolori, di umiliazioni, di risate in faccia e di bestemmie che dentro mi stanno uccidendo. E ora dopo ora mi rinfaccio il perché di essere nato, il perché sia dovuto toccare proprio a me questo miserabile ruolo. Avrei voluto una controfigura a cui assegnare la parte ma lo so bene che non è finzione. Da regista e sognatore quale sono, la sera, appena messo nel letto, mi piace ridisegnare le scene della mia vita, gli attori li scelgo bene e ognuno ha la stoffa e la faccia per recitare quella parte. La sedia ha il mio nome e mi piace perdere lo sguardo dentro l‟obiettivo, sognare ad occhi aperti la scena successiva e quell‟altra ancora. Il mio film non ha un copione né percorsi stabiliti in partenza, le battute però le so scegliere bene e immagino già il pubblico in sala che guarda attento il mio film. La pellicola è categoricamente in bianco e nero; affascinante film di altri tempi, i luoghi scuri e tetri ambientati in quella Pietroburgo che mi ha sempre affascinato nei suoi inetti e nelle figure di uomini che hanno lottato la vita come sto facendo io ora. La prima per il film è un successone, il pubblico esce entusiasta dalla sala e mi osanna come il più grande regista. Ma basta uno squillo di sveglia per riportarmi a terra e al reale, a ricalcare il palcoscenico giornaliero fatto di sudore e fatica, delle consuete umiliazioni e delle immancabili bestemmie. La tavola è sempre povera degli splendori e dalle portate che imbandiscono quelle dei padroni, ma non rinuncio mai al solito buon bicchiere di vino. Berlo mi rilassa, mi fa sentire meglio e il suo continuo inebriarmi mi culla in una inusuale tranquillità. Stasera qualche bicchiere in più mi ha reso più tranquillo delle altre sere e mai come ora il verde triste della fodera del divano mi sembra il posto migliore per lasciar che il mio corpo riposi in santa pace. Ho il sorriso stampato sulla faccia che però non impiega molto a scomparire; questa volta però non sono le preoccupazioni a causarmi danno ma quel maledetto problema al naso che mi costringe a respirare con la bocca e quindi mi obbliga a russare. La mattina seguente non è delle migliori, fuori piove e fa freddo; gennaio sta rispettando al meglio i suoi canoni meteorologici. Oggi è il giorno dello scontro, ma l‟usuale duello è disturbato e rimandato dalle urla di mia moglie che nota e sente qualcosa di strano nel termocamino che sembra avere il fervore in corpo. Il fumo dalla canna fumaria esce più intensamente degli altri giorni e si sente un rumore roboante che fa presumere il peggio. Le lamiere che compongono la canna fumaria hanno cambiato colore forse stanche del loro triste grigio hanno deciso di vestirsi di rosso. Lo sanno che non è una buona 4


idea ma hanno deciso così. Le tre successive ore passate a spegnere il fuoco e a raffreddare i bollenti spiriti che imperversavano il termocamino sono volate via. Stamattina però ci ho scherzato su. Buttandola sul comico ho inteso il tutto come un buon allenamento per non rischiare di rilassarmi troppo. Passata l‟ennesima “giornata no” mi incammino mestamente verso il bagno con il pensiero di dover riaffrontare quel nemico che non ne vuol sapere di arrendersi. La discussione è accesa come al solito, ma oggi non ho voglia di ribattere alle sue illazioni; sto zitto, taglio la barba e dopo aver fatto la doccia vado via senza neanche salutarlo. L‟ora di andare a letto è sempre la più lieta di tutte quelle che cronometrano la giornata e la nostra vita e mentre poggio la testa sul cuscino un flashback mi rimostra la canna fumaria e quell‟intenso fumo che usciva danzando come se un treno fosse passato vicino casa mia. È stato sempre il mio sogno fare il ferroviere. Oggi la stazione è particolarmente piena; la gente scende per le vacanze e ha con sé una o due valigie piene di panni sporchi, di sogni e di speranza. La partenza è per le nove e trenta dal binario 12. Io sono lì nella mia tenuta blu, una camicia bianca ed un paio di scarpe nere che l‟andare avanti e indietro per i binari e le stazioni ha pian piano usurato. Mi faccio il binario dalla testa ai piedi per vedere se c‟è qualche ritardatario o qualcuno che sta finendo di fumare la sigaretta, li invito a salire e impugnato il fischietto lo porto alla bocca e do il segnale per la partenza. Partito il treno torno a casa stanco come non mai. È un sussulto quello che mi sveglia e mi ricorda che purtroppo era solo un sogno. Stamattina non è la solita mattina invernale che mi risveglia col suo grigiore e i suoi toni opachi. Il ritmo lento invernale è disturbato da un bel sole tiepido, un sole tiepido che non vedevo da tempo. Filtrando fra i rami spogli dell‟albero che veglia ormai centenario la mia casa,lo vedo mentre squarcia il vetro della finestra già aperta e mi tocca leggero metà viso. È un raggio tiepido e mentre dolcemente arrossisce la mia guancia, sento gli occhi che pian piano ricadono in quel sonno profondo dal quale mi ero appena svegliato. Stanotte ho dormito male, non è colpa del letto perché ho da poco cambiato il materasso e non è certamente una cattiva digestione perché ieri sera non ho cenato come al solito, ma ho preferito gustarmi una bella tazza di latte caldo. Eppure il sonno strozzato da molti risvegli che mi hanno quasi tolto il gusto del sogno sembrava un ostinato aver bisogno di staccare la spina per un pò di tempo. Ho bisogno di una bella vacanza. La porta della stanza da letto si apre di scatto, mia moglie ha in mano la tazzina di caffè ed una lettera bianca che poggia gentilmente sul comodino; mi alzo lentamente sedendomi sul lato del letto. Da questa posizione il panorama non è dei più belli; sono sul lato sinistro del letto e appena mi alzo, da ormai vent‟ anni, non vedo altro che un muro bianco. È mia abitudine dare ad ogni risveglio un significato diverso al bianco del muro che ho davanti e non mi vergogno nel dire che tante volte, come fossi un critico d‟arte, ho espresso un commento a quello che mi proponeva. Stamattina ho notato che un pò di umidità aveva creato una bellissima serie di cerchi che sembravano volessero rappresentare il ciclo della vita; partivano dal cerchio più piccolo per passare dal medio fino ad arrivare al più grande. Quello che però mi rendeva particolarmente concentrato e incapace di dare un commento era un piccolo cerchio che posto tra il secondo e il terzo, con quella sua forma non perfettamente circolare, sembrava volesse indicarmi qualcosa ma che non riuscivo a carpire. Bevo il caffè, quel profumo e quel buon sapore mi distraggono dal muro e dalla lettera bianca che mia moglie aveva posto sul comodino. Mi avvio lentamente verso il bagno; stamattina ho più tempo per prepararmi e ne approfitto per accorciare la barba che incurante ho lasciato crescere un pò troppo. Apro il cassetto e prendo tutto l‟occorrente, bagno il pennello e dopo averlo cosparso di schiuma inizio a farlo ondeggiare sul viso fino a che la mia barba nera non sia diventata bianca. Nel compiere questo gesto, più volte, ho incrociato il mio sguardo allo specchio, pensavo fossero passati 5


quei momenti ma forse avevo qualche conto in sospeso con me stesso; ero abituato a questo. Confido che in più di un occasione mi sono sentito strano provando anche un pò di vergogna. Dico fra me e me cosa mi stia succedendo e francamente non riesco a darmi una spiegazione e non riesco a trovare una risposta plausibile che possa soddisfarmi. Questo strano stato desta in me ansia. Cosa mi sta succedendo?- mi chiedo- forse noto qualcosa di strano in me ma non riesco a capire cosa; forse devo fare qualcosa e sto cercando di ricordarmelo? Il freddo della lama del rasoio però mi riporta alla realtà, mi porta ad uno stato di concentrazione che questa faccenda resta chiusa senza aver trovato risposte. Anche fare la barba ha la sua arte. Il rasoio deve tagliare il pelo senza che però la fredda lama tagli la pelle, deve scorrere in maniera così fluida e leggiadra che chi non riesce a darle questa delicatezza si ritrova con piccoli taglietti che a dire il vero non fanno una bella figura. Finisco prima di radermi sul lato sinistro e mentre mi accingo a radere l‟altro lato sento dentro di me qualcosa che mi riporta a sensazioni che dieci minuti prima mi avevano fatto vergognare di me. Non me ne curo e imperterrito continuo a fare la barba. Sciacquata la faccia e lavati i denti, mi vesto e corro in cucina. Si è fatto tardi e devo scappare al lavoro. In quel preciso momento mi ricordo di aver dimenticato di leggere la lettera che stava riposando sul comodino. La prendo, la metto in tasca e scendo giù per prendere l‟autobus che puntualmente alle sei e quarantacinque passa sotto casa mia. Abito al secondo piano di un condominio posto alla periferia di Inorugua. Un appartamento che ho comprato con mia moglie proprio il giorno in cui firmai il primo contratto di lavoro. Ovviamente “lo comprammo” era solo un modo per dire che eravamo i proprietari ma un mutuo di trentacinque anni non ci permetteva di esserne i padroni in assoluto. Nella clausola firmata in banca c‟era scritto che nel momento in cui non sarei riuscito a pagare mensilmente le rate del mutuo, l‟ufficio bancario si riteneva proprietario dell‟immobile e avrebbe avuto la facoltà di decidere il pignoramento di questo e il successivo sfratto. Erano già vent‟ anni che pagavo puntualmente le rate e i quindici anni che ancora mi restavano, ora, non mi sembravano poi così molti. Scendo per prendere l‟autobus che mi porta dritto vicino il posto di lavoro evitandomi così il traffico e, perché no, di risparmiare un po‟ di soldi che avrei dovuto investire in benzina. Alla fermata ci sono le solite persone, altri operai della mia stessa azienda, dipendenti statali e anziane signore che di buon ora andavano o al centro commerciale per fare un pò di spesa o dal medico o per andare a trovare i propri figli. Puntuale alle sei e quarantacinque l‟autobus si ferma alla pensilina; l‟autista è sempre lo stesso e da quasi vent‟anni mi accompagna a lavoro; ci scherziamo su spesso ridendone anche di gusto. Con Alfredo siamo cresciuti insieme, le nostre famiglie vivevano nello stesso condominio e noi spesso e volentieri ci ritrovavamo in cortile per disputare la classica sfida a calcio fra rioni. Era una calda mattina di giugno, la scuola era chiusa ed io e Alfredo giungemmo puntuali per disputare la tanto attesa partita di inizio estate contro la squadra dei ragazzi del condominio di fronte al nostro. Le partite finivano nel momento in cui una squadra avesse fatto dieci goal. Giocavamo da più di due ore e la partita non voleva terminare; eravamo nove a nove, Alfredo aveva segnato sei goal. Alla nostra età era uno dei più alti, bravo col pallone fra i piedi e ottimo nelle elevazioni di testa, non esitammo a spedirlo a fare l‟attaccante anche perché la fortuna volle che il nostro portiere era alto quanto Alfredo e bravo a sventare i tiri degli altri. Io ero un difensore che se la cavava egregiamente, sapevo quando era tempo di spazzare la palla o quando dovevo atterrare l‟avversario senza nessuno scrupolo; ma il calcio non faceva per me. Non riuscivo a calibrare un passaggio verso un compagno di squadra tanto che l‟altro difensore era costretto a sgolarsi per richiamare la mia attenzione per dirmi di dare la palla a lui. Era l‟ultima partita che disputammo prima che una cordata di imprenditori comprò quel piccolo spazio dove ci avevamo costruito il campetto. Era quasi mezzogiorno, recuperai la palla e la passai in tutta fretta all‟altro difensore; stoppa la palla e la lancia verso l‟ala destra della squadra, era Antonio figlio dello spazzino che abitava al primo piano. Antonio salta l‟uomo e arriva quasi sulla linea di bordo campo quando 6


calibra un cross che era certamente indirizzato ad Alfredo che già stazionava in area pronto a fare goal. Era attorniato da tre difensori e pensammo che l‟azione non avesse avuto esito quando ad un tratto Alfredo compie un salto che aveva dell‟assurdo. Si alzò in cielo quasi ci fosse un angelo che lo sollevasse, e andò ad incocciare di testa il cross che Antonio, con tanta fatica, era riuscito ad effettuare. Il pallone finì in rete sotto lo stupore generale di tutti noi. Era il dieci a nove e sanciva la nostra vittoria. Nessuno riusciva a credere nell‟impresa che era riuscito a compiere Alfredo; i festeggiamenti proseguirono fino a casa dove ora ci aspettava una lunga e piatta estate. Si perché quel cortile che noi avevamo trasformato in un campo di calcio sarebbe diventato un parcheggio. Ricordiamo spesso e volentieri quell‟episodio. Le nostre strade però si divisero perché, grazie al cielo, ognuno di noi mise su famiglia e trovò impiego. Ogni mattina percorrevo questo tratto di strada per giungere a lavoro; ero dipendente di una piccola azienda che produceva lettini per ospedali e per strutture private. Iniziai come semplice operaio per poi ritrovarmi capo settore dopo dieci anni di duro e intenso lavoro. Stamattina il tiepido sole aveva dato un‟aria magica all‟autobus e i raggi, che filtravano dai finestrini, illuminavano brillantemente tutto il veicolo. Come da abitudine vado a sedermi all‟ultimo posto, perché per pura curiosità mi piaceva osservare gli altri e perché non volevo avere addosso gli occhi di tutti; mi piaceva sedere dietro, dove potevo essere io l‟osservatore. Di chi viaggiava sapevo quasi tutto: dove scendevano, a che ora salivano, a che ora ritornavano a casa. Molte volte se qualcuno quel giorno non saliva, mi chiedevo il perché, quasi preoccupandomi, di cosa gli fosse potuto succedere. Per il primo quarto d‟ora di viaggio mi dedico alla lettura dei titoli del giornale che ho comprato all‟edicola sotto casa; gli articoli non fanno altro che parlare di crisi, di chi ha le colpe, di come fare ad uscire da questa crisi. Chiuso il giornale, ricordo di avere un conto in sospeso con la lettera che avrei dovuto leggere a casa. Guardando la lettera, un minuto di pura follia mi porta ad immaginare il postino e del lavoro che c‟è dietro una consegna postale. Il lavoro in ufficio e poi quella schiera di motociclisti che senza aver paura di pioggia, freddo e vento, spulciano come zecche nei vicoli e nelle strade della città per portare le belle e le brutte notizie ai cittadini. A proposito! La psicoanalitica ricerca del come si sviluppa una consegna postale mi porge un dubbio. Cosa conterrà questa lettera? Mi faccio un piccolo resoconto: la rata del mutuo? Pagata; La luce? Pagata; Il gas? Pagato. La ricerca della verità mi spinge ad aprire in tutta fretta la lettera prima che mi tocchi scendere. Apro e leggo. L‟intestatario è la mia azienda; la lettera dice così: Egregio signor Fresco Antonio in seguito all‟attuale crisi economica, alla conseguente difficoltà di poter pagare lo stipendio a tutti gli operai siamo costretti a limitare il budget delle uscite dovendo, con nostro dispiacere, licenziare il sessanta per cento degli operai della nostra azienda. La invitiamo a non recarsi sul posto di lavoro. Non so quante volte ho letto la lettera senza rendermi conto di cosa stesse succedendo. Non so nemmeno se era uno scherzo. Ritorno subito in me e decido di recarmi ugualmente sul posto di lavoro. Ma quando il destino decide di non regalarti niente si mette d‟impegno a farti andar male tutto. La strada è interrotta a causa di un banalissimo incidente fra due auto che al bivio non si sono date la precedenza e così l‟autista, indirizzato dalle forze dell‟ordine, è costretto a fare il giro più lungo. Il tragitto si allunga così di un chilometro che per me sembrava un eternità. Richiusa la lettera mi misi ad osservare con sguardo assente tutte le persone che quella mattina mi facevano compagnia. Davanti a me era seduto l‟avvocato che lavorava in uno studio legale vicino la mia ex azienda; perché ora dovevo considerarla ex. Aveva un lungo giubbotto nero, capelli di media lunghezza tirati indietro e mantenuti stabili da chissà qualche ingrediente chimico. La valigetta era particolarmente piena e penso che il fine settimana abbia particolarmente inciso sul maggior numero di lavoro arretrato da sbrigare durante la settimana. Fissandolo notavo che il suo piede sinistro si muoveva invaso da un‟agitazione che non era da suo stile. L‟avvocato era un uomo posato e serio e in quasi vent‟anni di viaggio non l‟ho mai visto ridere o sentirgli dire una parola. La 7


sua immagine era quella di un uomo schivo che non amava parlare e discutere, ma l‟ho sempre capito. Chissà quante parole avrebbe dovuto far uscire da sotto quei suoi nerissimi baffi e chissà quante domande il giudice o chissà chi gli avrebbero fatto. Lui però non rischiava di perdere il posto di lavoro, lui al contrario di me era un rispettabilissimo avvocato e con una laurea in giurisprudenza non sarebbe restato a casa senza lavoro. La moglie lo aveva lasciato per seguire i sogni del suo datore di lavoro. Forse non ha mai superato quel trauma. Alla mia destra, ma un posto più avanti il mio era seduto un extracomunitario che ogni santissimo giorno, caricato il grande carrello pieno di roba di ogni genere, si faceva il giro del paese per vendere e racimolare qualche soldo. Stamattina però era giorno di mercato e stava raggiungendo altri suoi compaesani che avevano già aperto lo stand per vendere vestiti. Non credo che gli affari andassero così bene però riuscivano comunque a tirare giornalmente. Poverino lui ce la voleva mettere tutta; era in regola e con permesso di soggiorno, aveva fatto venire la moglie e i figli dal suo paese per fargli frequentare la scuola in Italia e aveva cercato di dare un senso alla sua vita aprendo un piccolo negozio di abbigliamento e calzature in un vicoletto della città. Una notte però qualche idiota o un gruppetto di idioti hanno dato fuoco al negozio distruggendo tutto, e insieme agli articoli, anche la speranza di Mohammed. Lo conoscevo abbastanza bene perché prima che aprisse il negozio girava casa per casa, condominio per condominio, cercando un acquirente. Mia moglie riusciva sempre a trovare il modo di comprare qualcosa, dei calzini, strofinacci e oltre a pagare la merce gli porgeva in una busta un pensierino per i suoi figli. Lui ringraziava sempre ed è stato sempre onesto e gentile con noi. La sera dell‟incendio corsi ad aiutarlo, ricordo ancora, come se fosse successo ora, il suo viso in lacrime. Non avevo mai visto un uomo piangere in quel modo; però lo capivo. Aveva perso tutto. Un capitale investito che ora ardeva inesorabilmente diventando cenere. Il figlio di Mohammed gioca nella stessa squadra di mio figlio, è un ottimo terzino. Veloce e sempre pronto a saltare l‟uomo. Con lui spesso ci incontravamo allo stadio per assistere alle partite della squadra dove militano i nostri figli. Mohammed mi confidava sempre dei sogni del figlio di poter giocare un giorno in una squadra importante di una categoria superiore ma che se l‟avessero chiamato a giocare nella squadra della città sarebbe stato felice. Mio figlio aspirava alla stessa carriera anche se parallelamente all‟attività sportiva aspirava a diventare chirurgo. Ero felicissimo di questo e sapevo che qualsiasi strada avrebbe scelto mio figlio lo avrebbe fatto con scrupolosità e serietà. Un sobbalzo dell‟autobus mi rimette davanti alla vista di chi stamattina, come me, andava a lavorare. Più in avanti e vicino alla portiera centrale dell‟autobus c‟era seduto il signor Deddo, un operaio della mia stessa azienda che si occupava di imballare i lettini e del carico sui camion che avrebbero portato a destinazione la merce. Con lui non ero mai riuscito ad instaurare un rapporto diretto e i nostri colloqui, per lo più formali, trattavano solo di lettini e di imballaggio, di lettini e di imballaggio; non ricordo di aver mai trattato altri argomenti. Era un tipo schivo e solo da alcuni miei colleghi ho saputo qualche notizia sulla sua vita. Era sposato da poco e la moglie dopo aver partorito il primo figlio era caduta in una specie di esaurimento post-parto che la costringeva ad un controllo continuo da parte di medici e specialisti. A casa quando il marito era a lavoro si occupava di lei la mamma del signor Deddo; la situazione non era delle più felici anche perché lei più volte aveva cercato di suicidarsi buttandosi dal balcone del suo appartamento. Un piccolissimo locale al terzo piano di un condominio non molto lontano dal mio. Il figlio fortunatamente cresceva sano ed era l‟unico scopo della sua vita. Lavorava come un matto per sbrigare in tempo il suo lavoro e correre a casa. Sembrava una donna in carriera che faceva di tutto per dividersi tra famiglia e lavoro. Non era una bella situazione ma lui non lasciava trapelare niente; mai un segno di nervosismo e mai un‟assenza dal posto di lavoro. Che grande uomo. Mi giro per guardare fuori dal finestrino e mi accorgo che ero quasi arrivato all‟azienda, anzi all‟ex azienda, e salta subito agli occhi la folla di persone che sosta davanti i cancelli. Erano scene che avevo visto in televisione e non avevo mai potuto pensare che potesse succedermi la stessa cosa. 8


Mio fratello che era emigrato al nord era da un mese in cassa integrazione stava valutando l‟ipotesi di tornarsene qui e ritornare a lavorare con i muratori. Era l‟unica scelta. Ora lo spettro della disoccupazione mi faceva paura, ero con gli occhi lucidi, volevo piangere, ma mi sono fatto forza e insieme ad altri operai e a tantissimi amici abbiamo iniziato la protesta e il colloquio con i direttori dell‟azienda. Le condizioni erano chiare; l‟azienda aveva dovuto far fronte ad un calo di vendite e di conseguenza aveva dovuto optare per il licenziamento di personale per ripianare i conti. Dopo quasi quattro ore di protesta e di discussione decidemmo di tornare a casa; ora pensavo a cosa e a come avrei dovuto spiegare tutto a mia moglie. Come l‟avrebbe presa? Come avremmo potuto pagare il mutuo della casa? Che fine avremmo fatto? Il ritorno era più travagliato del previsto e l‟ennesimo lavoro di miglioria stradale aveva allungato il tragitto di circa venti minuti. Ora era davvero dura riaffrontare la vita. Aprii il giornale e mi misi subito a consultare la pagina dedicata agli annunci di lavoro. Non c‟era niente di interessante e la maggior parte dei lavori era quello di badante. L‟autobus era pieno al ritorno; era pure mezzogiorno e questo orario per me era inusuale. Conoscevo molta di quella gente e la maggior parte già discuteva dei licenziamenti che l‟azienda era stata costretta a fare. Era un‟azienda che dava lavoro ad una buona parte di cittadini ed ora il sessanta per cento di loro era costretto a reinventarsi qualcosa. Passa subito il tempo quando in mente hai tanti di quei pensieri e l‟arrivo a casa sembra più breve del previsto. Mia moglie sta cucinando qualcosa per lei e per nostro figlio e quando mi sente rientrare è sorpresa e quasi gli faccio prendere un colpo. Nota che non ho una bella cera e che l‟umore non è al massimo dell‟entusiasmo; subito mi domanda e mi chiede informazioni su cosa mi sia successo. La guardo negli occhi e la faccio sedere sul divano, mi siedo al suo fianco e comincio a spiegarle tutto. Il divano verde che per il più del tempo sopporta le mie pennichelle serali ora è luogo di discussione, di paura e di speranza. Mi stringe forte la mano e guardandomi negli occhi mi assicura che starà sempre al mio fianco. Questa giornata resterà indelebile nelle nostre anime; non so quale possa essere il nostro futuro; io tengo accesa una piccola fiamma di speranza, speranza che mia moglie, di nascosto, trasforma in lacrime e disperazione. Lo sapevo io che sarebbe andata a finire così. Il resto della giornata trascorre normalmente, il discorso purtroppo è più volte ripreso sia a tavola, sia nel salone, dove in tutta tranquillità di domenica restavamo a guardare la TV, all‟arrivo di nostro figlio. Anche da parte sua ho tutto l‟appoggio, in fin dei conti è sempre stato un ragazzo che ha saputo capire i problemi della famiglia. Ormai è quasi ora di andare a letto e mentre mi accingo ad andare in bagno, passando dal salone, sento ancora mia moglie piangere e imprecare contro tutto e tutti. Non so perché ma non ho trovato il coraggio di entrare e di rassicurarla; un buon marito l‟avrebbe fatto; ma io oggi non mi sentivo questo, come se tutti questi anni di lavoro e di sacrifici non siano serviti a niente. Nelle lacrime di mia moglie vedevo la vergogna, una vergogna che non dovevo provare, ma era più forte di me. Mi sono sentito un uomo solo. Corsi in bagno, sbrigai quello che c‟era da sbrigare e più triste che mai mi misi a letto. Questa notte non avrei sognato ne ero sicuro; non sarei evaso per un attimo da questa crudele realtà. Sentivo le coperte più fredde del solito e sentivo che la donna che per venti lunghi anni aveva condiviso con me gioie e dolori si stava allontanando. Era una mia impressione, ma quando per venti anni, ogni notte, appena messi sotto le coperte lei si avvicinava per riscaldare i suoi piedi ai miei, tutto ad un tratto non sentirsi più toccato dal suo freddo corpo significava aver perso qualcosa. Avevo notato che nella stanza era cambiato qualcosa, le finestre erano nascoste da due tendoni nuovi che mia moglie, ottima sarta qual è si era messa a cucire. Erano due tendoni verdi, molto moderni, di quel tessuto che si usa oggigiorno. Davano alla stanza un‟aria nuova e guardando per un attimo a sinistra sembravano stessero bene con quelle tre macchie e mezzo di umidità. Ci risi un po‟ su ma fu una risata strozzata da una tristezza che mi penetrò dentro calandomi in un sonno profondo. 9


Stanotte non ho sognato, ma più volte, senza rendermi conto perché, guardando quelle macchie di umidità, mi sono messo a ridere. Le giornate erano ormai cambiate, l‟aria che si respirava a casa era pesantissima, ogni pretesto era buono per mia moglie per attaccar lite contro di me; come se io c‟entrassi qualcosa. Eppure era un mese che giravo come un pazzo in cerca di un impiego ma non era il periodo più adatto. Molte aziende stavano licenziando, o mettendo gli operai in cassa integrazione o addirittura erano costrette a chiudere. Nel giro di pochi mesi in tutta Italia ci trovammo in più di quattro milioni senza lavoro. Come potevo fare a sbarcare il lunario? E più camminavo più cercavo un qualcosa a cui aggrapparmi. Passai dal macellaio ma non poteva assumere, dal pescivendolo ma anche lui stava bene com‟era, chiesi aiuto ad un mio vecchio amico che aveva una piccola impresa edile ma anche lui aveva dovuto licenziare un po‟ di operai perche era da quasi un fese fermo a casa. La situazione era delle più tragiche. Le bollette nella piccola entratina in mogano rosso, che regalai a mia moglie per i suoi trent‟anni, aumentavano a vista d‟occhio. Luce, gas, telefono, mutuo. Era tutto la sopra. Con qualche piccolo risparmio messo da parte per le vacanze che avevamo organizzato con mia moglie potevamo pagare metà di quello che c‟era da pagare, per il resto non avevo la più pallida idea di come avrei potuto fare. La cena era calda sul tavolo, ci mettemmo a mangiare e così dal nulla mia moglie iniziò a fare strani discorsi. Lei che maledettamente quel giorno doveva dire no. Molto probabilmente era riferito al giorno del matrimonio. Che per tutti i sacrifici fatti meritava di meglio. Erano vent‟anni che lavoravo anche fino alle dieci di sera per racimolare qualche straordinario. Che non era colpa sua se era successo tutto questo. Come se qualcuno stesse donando la colpa a lei. Finimmo di cenare ugualmente, io restai zitto senza dire una parola e senza alzare mai la testa, neanche per bere. Mi sentivo umiliato e tutti gli anni spesi a lavorare per rendere felice e ottima la vita di mia moglie e di mio figlio mi passavano davanti facendomi male, molto male. Non mi misi a piangere perché non volevo mostrare a mio figlio nessun segno di debolezza perché era lui che ancora mi dava quel pizzico di forza in più per andare avanti. Era mia abitudine bere solo due bicchieri di vino a tavola, ma questa sera non so perché la bottiglia da tre quarti era vuota, giaceva li sul tavolo e a riempirla non c‟era niente, neanche il solito residuo che resta dell‟ultima versata. La fissavo malinconicamente e la capivo. Quanto la capivo. Mi alzo lentamente e mi siedo sul divano. Ma non stavo bene. Decido di alzarmi e di andare nel salone dove una comoda poltrona di pelle nera era pronta ad accogliermi in tutta la mia tristezza. Prima di sedermi apro, come non facevo da anni, il cassetto dei liquori; la maggior parte erano di annata e li prendevo solo per berli in occasioni speciali. Questa sera era speciale. Ero senza lavoro, senza speranza e con mia moglie che sembrava allontanarsi sempre di più; era davvero una serata speciale. Prendo il bicchiere, mi siedo sulla poltrona e lo riempio di whisky. Il sapore è ottimo, era un bel Long John del ‟75. Era un regalo di un mio collega che mi portò dal viaggio di nozze in America. Mi piace perdermi nel sapore del whisky e per stasera penso che confidarmi con lui sarebbe stato meglio che andare a letto e sentire mia moglie piangere. Bere, quando si è in certe situazioni, non fa mai bene. Non ti fa dimenticare tutto, anzi riaffiorano in te tanti di quei ricordi che stai ancora più male. Però stasera ho troppa voglia di liberarmi dalle mie sofferenze e non posso trovare amico migliore di una bella bottiglia di whisky. Ricordo il primo giorno che conobbi mia moglie, eravamo tutti e due sullo stesso autobus che ci portava all‟università. Io studiavo DAMS e lei LINGUE. Eravamo dello stesso paese, ma mai mi ero accorto di lei; però quella mattina la ricordo come fosse ora, quel raggio di sole la illuminò per farmela notare. Era bellissima assorta nei suoi pensieri, nascosta sotto quei liscissimi capelli castano scuro e decisamente attraente nel suo essere così semplice. Aveva quel piercing al naso che non so poi per quanto tempo glielo feci tenere. Era la cugina di Diego, mio collega sennonché mio carissimo amico. Fu grazie a lui che ci mettemmo insieme. Mi sono laureato prima di lei, io avevo venticinque anni ed ero quasi alla fine, mi mancava solo la tesi e lei era la primo anno, aveva venti anni quando iniziammo questa bellissima storia d‟amore. Sono sempre stato innamorato di lei e lo sono tutt‟ora e quella sue crisi le capisco 10


benissimo; ognuno reagisce a suo modo. Le ho perdonato pure quelle inutili affermazioni che a tavola mi hanno sconvolto tantissimo. Ricordo la prima volta che siamo andati ad abitare insieme in quel piccolo appartamento in affitto che per noi era come vivere in un castello. Credevamo nei nostri progetti e lo facevamo ogni sera pianificando tutto quello che c‟era da fare. Non appena trovato il lavoro, il mio ex lavoro, decidemmo di comprare casa. Questa casa che ora molto probabilmente non sarà più nostra. Ho finito la bottiglia. Vado a mettere il bicchiere nella lavastoviglie e vado a letto. Sbronzo come non lo ero da anni, mi giro dal lato del muro e fisso, forse per tutta la nottata, quei cerchi che un po‟ di muffa aveva creato. Quello di forma strana mi innervosiva, non riuscivo a perdonargli il fatto di essere venuto male rispetto a gli altri, come se era logico e naturale che la muffa dovesse creare cerchi perfetti. Poi ripensando al muro del salone mi calmo dimenticando le stupidaggini che riuscivo a pensare. Avevamo deciso di imbiancare casa perché era insopportabile ogni mattina passare dal salone e vedere quel muro pieno di venature che l‟acqua aveva creato. Non era più possibile. Mia moglie dorme tranquillamente, non la sento nemmeno piangere e io come un bambino mi avvicino a lei per abbracciarla, ma è stato un tentativo invano. Mi metto a dormire perché domani mi aspetta un‟altra giornataccia. Oggi il cielo ha troppa luce per essere giorno mio dissi quando portai gli occhi alla finestra aperta e restai cieco per una decina di secondi. Decisi così di restare ancora sotto coperta e perché no approfittarne per riflettere. La mia mente ha così tanti pensieri che come stormi sembrano migrare e cercare cieli nuovi dove poter vivere e crescere. Mi sono affacciato al mondo dalla porta secondaria, non ho mai avuto un ruolo di primo piano, non mi sono mai lasciato prendere dallo sconforto perché il materialismo di certi atteggiamenti, riscontrato nei gesti di altre persone, mi ha sempre tenuto alla lontana da stereotipi e da modi di fare che non ritengo a me congeniali. Stamattina la mia bocca ha un sapore acre, tutto il vino e il whisky bevuto ieri sera mi ha anche lasciato le labbra sporche e un fastidioso mal di testa. L‟odore del caffè, che dalla cucina sembra un canto di sirena, mi strega e senza capire da dove le mie gambe trovino la forza per alzarsi mi avvio verso il divano. Il divano, in questa mattina e nel tramortire dei suoi gesti impacciati, sembra un morbidissimo letto di fiori e seta che vuole cullare il mio animo. Della sera prima non ricordo niente e non aspetto altro che pian piano riaffiori alla mente ogni minimo particolare. Non ho smesso di far naufragare i miei pensieri e anzi, cullato dal divano, trovo altre spiagge dove farli arenare. Ho appena sentito la notizia che un crack finanziario sta mandando nel baratro l‟America e forse tutto il mondo. Io non ho nessun problema. Il mio portafoglio è al verde e in tasca ho pochi spiccioli d‟euro. Non voglio rassegnarmi all‟idea che una schiera di giocolieri della finanza stia portando alla povertà il mondo. Ci si fa in quattro per salvare la FIAT o l‟ALITALIA per non lasciare senza lavoro migliaia di dipendenti e poi ecco che in un colpo solo e in un gioco di ribassi tutto svanisce. Ma è così. Loro ne usciranno, noi no. Quanta gente povera che aveva affidato tutti i suoi risparmi a queste banche o alle sue aziende sarà costretta ad elemosinare. La mattinata non ha altri sobbalzi e il cerchio alla testa piano piano sembra essere rotolato via, sembra essere diventato aureola. Terminato il pranzo procedo stancamente nel compiere i gesti classici del lavarmi e del vestirmi e mi preparo ad uscire. D avanti casa e ha già un via vai di clacson e preso il cappotto invernale, perché ormai i fasti caldi dell‟estate hanno lasciato il posto alle tremende folate di vento freddo autunnale, esco. La piazza è semi deserta e dorme già in un pomeriggio nero; alla fermata dell‟autobus c‟è poca gente. Inizialmente non faccio caso a nessuno. Il pullman è ormai in viaggio da un bel po‟ e in un attimo, nella fatalità di un gesto mi sembra di sentirmi più libero, la mia mente ora ha un chiodo fisso. Io la mia parte l‟ho fatta e ciò che penso 11


l‟ho detto. È stata un‟affermazione senza senso ma l‟unica che mi è uscita dalla mia bocca. Parlavo a sproposito. Sono di ritorno e anche oggi cercare lavoro non ha sortito niente di buono. Apro la porta e noto un‟aria diversa a casa. Mia moglie è più rilassata del previsto sembra felice di rivedermi, mi sembra strano se ripenso alle parole che gli sono uscite ieri dalla bocca. Faccio finta di niente e stampo sul mio viso un sorriso solare che non toccava le mie labbra da quasi sei mesi. - Cara così hai preparato per cena? - niente. - come mai? - sto uscendo. - uscendo? - si, passa mia sorella ed esco un po‟. Per distrarmi. - Certo per distrarti. La sorella l‟aspetta sotto casa lei mette il cappotto e la vedo uscire, senza nemmeno salutarmi. Subisco l‟ennesima umiliazione, vado in cucina e preparo qualcosa per me e mio figlio. - Giancarlo. - dimmi papà. - la cena è pronta. - dov‟è la mamma? - la mamma è uscita con tua zia. - perché? - per distrarsi un po‟. La conversazione finì così, mangiammo in tutta fretta lui andò in camera per continuare a studiare e io rimasi in cucina davanti la televisione. Stasera prendo una bella bottiglia di vino e guardando la partita la finisco volentieri. Questo sapore mi sta rilassando, erano sei mesi che non riuscivo a rilassarmi così. Bevuta tutta la bottiglia mi addormento sul divano. Il risveglio fu più traumatico del previsto, mio figlio non sentendo passi e rumori venne a controllare e mi trovò ubriaco sul divano che dormivo. Ero seduto e lasciavo la testa barcollare da una parte all‟altra. Così mi ha detto. - Papà! Sei ubriaco? - no! - allora alzati e vai a letto; è tardi. - Si certo. Me ne vado a letto e aspetto che ritorni tua madre. - ok papà. Buona notte. - Buona notte.

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II Al risveglio ho sentito come se un forte malessere mi stesse rovistando nella parte più intima del anima, mi faceva male, ero stanco e non reggevo più lo stress che in sei mesi avevo accumulato. Mi sono svegliato per l‟ennesimo giorno da solo e con un forte mal di testa dovuto alla quantità impressionante di alcool che stavo ingerendo da qualche giorno. Non ricordo dove e cosa ho fatto ieri sera e non voglio saperlo; puzzo di vomito e qualcosa mi dice che ho passato un‟altra notte sbronzo sul letto senza nessuno al mio fianco. Mi avvio come al solito in bagno per fare una doccia calda e per riprendermi dalla sbronza di ieri sera. Oggi mi tocca, come faccio da un bel po‟, un altro giro della città in cerca di un buon lavoro. I mancati pagamenti di bollette e altre cambiali iniziano a farsi sentire e le telefonate della banca continuano a farsi più frequenti. Non riesco a sopportare più tutto questo peso. Ormai sono solo e non so più cosa fare. Faccio la doccia lavo i denti e riscendo come tutte le mattine per prendere l‟autobus che ho rinominato “l‟autobus della vita”. Siamo in molti a ritrovarci ogni mattina ad intraprendere questo viaggio, immersi nella disperazione e ognuno con un sintomo diverso dovuto a stress e nervosismo. L‟altro giorno il signor Gilberto mi raccontava della lite furibonda avuta con la moglie che gli è costato una denuncia e un bel conto dell‟ospedale. La moglie continuava ad addossare la colpa a lui ripetendogli ogni giorno le stesse cose che mia moglie disse a me l‟altro giorno mentre cenavamo. Lui non rispose alle provocazioni fino al giorno in cui gli diede uno schiaffo talmente forte che fece sbattere sua moglie all‟angolo della cucina facendola cadere a terra con un conseguente trauma cranico e due settimane di prognosi in ospedale. La cucina in questione Gilberto l‟aveva regalata alla moglie poco prima che l‟azienda ci licenziasse e ancora stava pagando i bollettini fatti per l‟acquisto. Ci vuole coraggio a disprezzare tutto lo sforzo che un marito fa per rendere felice la propria moglie. Io non sapevo più dove fosse finita la mia. Erano giorni che non la sentivo e adire il vero la voglia mi passava non appena ripensavo alle sue lacrime e alle parole dette durante quell‟ultima cena. Fanno male certe affermazioni soprattutto se dette dalla persona che hai amato e che ami tuttora alla follia. Ma la mia follia era altra cosa. Non riuscivo a capire cosa le sia potuto passare per la testa il giorno che ha deciso di non tornare. Ho avuto qualche notizia da mio figlio che mi ha riferito solo di averla vista e che grazie al cielo era viva. Molte notti avevo pensato al peggio. Mi rendevo conto che era una cosa strana; avevo paura gli fosse successo qualcosa ma non avevo mai voluto denunciare niente ai carabinieri. Ho sempre pensato fosse rancore ma giorno dopo giorno mi rendevo conto che era quella fase di distaccamento dove anche le persone più care per te iniziano a contare poco. Pensi solo a te e ai tuoi problemi e sia ben chiaro che questa fase parte solo nel momento in cui i tuoi più cari averi ti abbandonano. Un altro giorno è passato e ancora niente lavoro. Siamo alle strette e a giorni mi chiuderanno il gas e staccheranno la luce. La rata del mutuo è pagata perché sono riuscito a vendere la macchina e conservo quei soldi per poter pagare qualche altra rata. Non voglio rischiare di dormire fuori. Stasera ho voglia di uscire un po‟, è da tanto che non metto piede in un bar e ho tanta voglia di bere qualcosa. Avevo smesso di farlo il giorno che ho conosciuto mia moglie. Sono sei mesi che bevo di continuo; finirò per morire. Il bar è pieno di gente che fortunatamente lavora, come avrei potuto pretendere di trovarci uno nelle mie stesse condizioni. mi avvicino al bancone ed ordino una birra. Mentre la sorseggio si avvicina Ivan un mio ex compagno di corso, chitarrista e turnista con i più grandi cantanti del momento; è appena tornato da una tournè e si mette a raccontarmi tutti i particolari e di come si stia realizzando nel suo lavoro. Mi parla di tutti i segreti dei più grandi cantanti e di quanto lavora per poter fare questo. Lui passa otto ore al giorno in sala prove per preparare il tour e il fine settimana da un maestro di chitarra che continua giorno dopo giorno ad insegnarli i trucchi del mestiere. 13


Beato te Ivan, gli dico, io dopo l‟università ho trovato lavoro per un‟azienda che produceva lettini per ospedali e altre cliniche private e dopo dieci anni di duro lavoro come semplice operaio e dopo dieci anni come capo reparto, sei mesi fa sono stato licenziato in tronco per colpa della crisi. Lo vedo al quanto dispiaciuto. Mi domanda se ero ancora capace di suonare la chitarra o se avevo perso il vizio. Erano almeno quindici anni che non la toccavo. Era rimasta nella dispensa a dormire nella sua custodia e a riempirsi di polvere. La conversazione è durata per circa due ore e dopo aver bevuto, a sue spese naturalmente, circa sei o sette birre decido di tornare a casa. Apro la porta è il gesto più istintivo mi porta dritto nella dispensa a spolverare la mia vecchia chitarra acustica. Stava bene perché la custodia e l‟asciutto della stanza non avevano cambiato niente di lei. Inspiegabilmente, questo non sono mai riuscito a capirlo, la cantina era la stanza più asciutta della casa e quando ci entravi non vedevi le macchie di umidità che avevano decorato la stanza da letto ne le venature di acqua filtrata che rendevano il muro del salone un‟opera d‟arte contemporanea. Tutto mi diceva che non avrei passato una bella serata ma la voglia di intonare una canzone mi salì fino alle mani e non ci misi che un attimo ad accordare la chitarra e a suonare una vecchia canzone di Jeff Buckley. La canzone era lover, you should‟ve come over. Era da anni che non risentivo più queste emozioni e, neanche a metà canzone, una crisi di pianto mi ha costretto a posare la chitarra; ho pianto forse per tutta la notte senza saper smettere, senza riuscirci. Troppi ricordi affollavano la mia mente e troppe ferite allo scendere delle lacrime bruciavano ancora di più. Cercando nei miei cassetti sono riuscito a trovare il quaderno dove da ragazzo scrivevo i testi delle canzoni che sognavo un giorno di cantare in giro per l‟Italia regalando alle migliaia di fans che sarebbero dovuti venire ai miei concerti tutta la parte più intima di me. Era talmente intima che era rimasta chiusa in quel cassetto per vent‟anni. Lentamente iniziai a leggere i testi e quanta vergogna provavo e quanta rabbia mi saliva dentro per non essere riuscito a perseguire il sogno di una vita. C‟erano più di cento canzoni che racchiuse in quei quaderni non impiegarono più di dieci minuti a diventare cenere. Lanciai i quaderni dritti nel fuoco e gli misi fuoco perché in quel momento avevo bisogno di un po‟ di calore che altre lacrime da versare. Ricordo quando facevo ascoltare le canzoni a mia moglie e il suo sguardo pieno di emozione quando gli dicevo che avevo scritto quel pezzo pensando a noi. Ma ormai erano solo ricordi. Riuscii a prendere sonno quella notte ma solo grazie all‟ennesima sbronza. Il solito risveglio, il solito sapore in bocca, qualche chilo in meno; dopo mesi mi sono guardato allo specchio e mi sono accorto di aver perso un sacco di chili, di avere qualche ruga in più e tantissimi capelli bianchi. Stavo male, mi stavo distruggendo ma passato lo specchio tutte queste cose le dimenticavo in un attimo. Una doccia calda e di nuovo in cerca di lavoro. Scendo per prendere l‟autobus della vita ma un tiepido sole mi spinge a fare quattro passi. Decisi di proseguire la ricerca a piedi. Erano vent‟anni che viaggiavo con l‟autobus e non mi ero mai accorto di come la città stava cambiando aspetto. Le piccole case che prima erano abitate da famiglie numerose ora erano state rimpiazzate da maestose strutture di sei piani, ben arredate che sarebbero state il rifugio di migliaia di studenti che ogni anno si iscrivevano all‟università. Il modo di costruire le case era uguale in ognuna. Forse era lo stesso architetto che le disegnava e queste nuove abitazioni si mescolavano alla già fitta schiera di condomini che raggruppavano tantissime famiglie. Il condominio dove abitavo aveva gli stessi e identici stilemmi dei nuovi ma al contrario avevano però un‟estetica al quanto bizzarra, erano tappezzati di piastrelle bianche che più che case sembravano delle costruzioni fatte in mattonella. Era strano come in vent‟anni non ero mai riuscito ad accorgermi di tanti piccoli particolari. La camminata mi portò fino al quartiere dove ero nato e cresciuto, dove io ed Alfredo insieme ad altri ragazzi ci concedevamo quelle lunghe partite che sembravano interminabili. Mi accorsi che anche li le cose erano cambiate notevolmente. L‟intero stabile posto di fronte il condominio dove abitavo io era stato trasformato in una struttura ospedaliera; c‟era l‟A.S.L. 14


Era strana la cosa ma mi piaceva l‟idea che tutti quegli anziani signori ora avevano un posto dove potevano curarsi senza dover prendere autobus su autobus per arrivare all‟ospedale centrale che era stato costruito, su ordine di una vecchia giunta comunale incompetente, fuori città. Per circa mezzora riuscii ad allontanare tutti i problemi e tutto lo stress, ma appena ripresi a camminare mi tornò tutto in mente. Era quasi mezzogiorno, mi siedo su una panchina e oltre a mangiare un panino, che ero riuscito a comprare con quei pochi spiccioli che mi erano rimasti, lessi il giornale alla pagina degli annunci di lavoro ed uno di questi diceva: ditta specializzata in costruzioni di alluminio cerca numero 2 dipendenti per mansioni di magazzino e trasporto merci. La via dove la ditta effettuava i colloqui era a pochi passi da dove mi trovavo e terminato di mangiare il panino mi sono subito recato li. I colloqui iniziavano alle quattro ma alle due c‟erano già decine di persone che aspettavano fuori dal cancello. Fra tutti riconobbi due persone che avevano tutti i requisiti per fare questo mestiere perché nell‟ex azienda dove lavoravamo era da più di dieci anni che svolgevano questo lavoro. Sono le quattro in punto e due persone che lentamente si avvicinano al cancello ci invitano gentilmente ad entrare. Erano vestiti con una strana tuta colorata quasi fosse carnevale. Era strano vedere degli operai con tute di quel colore, la nostra azienda ci aveva dato in dotazione delle tute blu scuro e a tinta unica e in base al reparto ci distinguevamo solo dal cappello o dalla maschera che i saldatori usavano per non rovinarsi il viso e gli occhi. Era forse questo il motivo della tristezza che dominava nei reparti; mai un colore, mai un po‟ di gioia ma lavoro e solo lavoro. La sala d‟attesa era molto accogliente, le pareti erano dipinte in senso orizzontale di verde e bianco, l‟arredamento era tutto di colore arancione e non c‟era la classica panchina dove sedersi per aspettare il turno ma delle comodissime sedie di plastica che rendevano estremamente comodo e bello tutto lo spazio dedicato. Resto comunque e dopo un‟ora di attesa vengo fatto accomodare in una sala dove alcuni dipendenti appositamente pagati per svolgere questo lavoro iniziano a farmi delle domande. - Come si chiama? - Fresco Antonio. - Quanti anni ha? - Quarantacinque. - Ha mai lavorato in una azienda? - si certo. - Di cosa si occupava? - Ero capo reparto in un‟azienda che produceva lettini per ospedali. - Bene. - E come mai ha deciso di venire nella nostra azienda? Ero stanco di raccontare sempre la stessa cosa ma nel raccontargliela non tralasciai nessun aspetto. Loro erano attenti a come parlavo e sembrava capissero in pieno tutto il mio disagio. Ma quando uno di loro, credo sia stato il psicologo, mi domanda come andava la vita familiare mi misi a tremare e a non dire più una parola. Si sono guardati negli occhi e mi hanno fatto accomodare fuori. Fuori dalla porta trovai uno di quei due ragazzi che ci avevano accompagnato fino a li che mi disse che se il colloquio era andato bene mi avrebbe ricontattato la ditta per un altro incontro. Era una procedura lunga ma in tutte le aziende funzionava cosi. Anche la mia ex azienda utilizzò lo stesso metodo prima di darmi il posto di lavoro. Ripresi a camminare e dopo aver fatto più di un chilometro mi ricordai che non avevo lasciato alcun numero di telefono all‟azienda, che nessuno me lo aveva chiesto. Dispiaciuto continuo a camminare e penso a come alcune aziende trovavano il modo per poter lavorare e dare lavoro a tutti, mentre la mia ex azienda non aveva fatto niente per poter sopperire a certe mancanze optando per la linea dura del licenziamento. Era fin troppo bello e semplice aprire il giornale e trovare un lavoro, ci sarebbe voluto ben altro per poter trovare un impiego. 15


Passai per una via che non avevo mai fatto a che per curiosità volevo attraversare e su di un impalcatura posto a sei metri di altezza rivedo Oscar un altro folle scatenato che faceva parte della mia stessa squadra insieme ad Alfredo e ad Antonio. Oscar era l‟ala sinistra che quasi mai veniva impiegata, era velocissimo ma i suoi piedi erano talmente storti che in centinaia di partite era riuscito forse a centrare due o tre cross buoni per la testa di Alfredo. Lo chiamo e non appena mi vede scende immediatamente. - Caro Antonio. - Caro Oscar. Come và? - Tutto bene. E tu? - Insomma. - Come mai da queste parti? - Mah! Sono sei mesi che giro in lungo e in largo la città in cerca di un lavoro perché la mia ex azienda ci ha licenziati in tronco e ora mi trovo senza lavoro. - Allora sei capitato nel posto giusto al momento giusto. - Perché? - Mi serve un operaio perché il ragazzo che mi aiutava ha trovato un lavoro migliore. Se sei d‟accordo puoi iniziare già da domani. - Certo che sono d‟accorto. - allora domani passo a prenderti a casa. Mi raccomando si inizia a lavorare alle sette. - Ok Oscar, non so proprio come ringraziarti. - Non ti preoccupare Antonio. - A domani allora. - A domani. Ero strafelice per quello che mi era appena capitato e mi misi a camminare con la fretta di tornare a casa per godermi il resto della giornata col pensiero che da domani sarebbe iniziata una nuova vita. Che disordine c‟era in casa, era tutto fuori posto e tutti i tipi di mobili erano pieni di bottiglie vuote che in questi sei mesi ero riuscito a scolarmi. Per festeggiare però non esitai nell‟aprirne un‟altra e senza accorgermene la prosciugai in un attimo. Ero sbronzo e non appena mi sdraiai sul letto caddi in un sonno profondo. Erano le cinque e mezzo quando la sveglia mi butto giù dal letto, andai subito a prepararmi il caffè e corsi in bagno a lavarmi per poi farmi trovare pronto da Oscar. Sento il clacson del camion di Oscar e mi precipito subito giù. Nell‟andare verso il posto di lavoro con Oscar discutiamo e parliamo di un sacco di cose e ci facciamo una risata pazzesca quando ritorniamo a parlare delle partitelle estive e di quanto eravamo negati noi per il calcio. Non appena saliti sull‟impalcatura si mette a spiegarmi tutto o quasi tutto sulla mansione che dovevo svolgere lasciandomi poi piena autonomi e tante precauzioni. Era dura dover lavorare d‟estate sui tetti delle case con temperature che erano portate al massimo da tutto il catrame utilizzato. Non dovevo fare altro che ricoprire minuziosamente, senza lasciare nessun angolo scoperto, il tetto della casa di catrame. Il catrame veniva usato come isolante per le infiltrazioni di acqua durante l‟inverno. Erano le dieci, c‟erano forse quaranta gradi sul tetto quando mi sentii girare la testa e le gambe cedere improvvisamente. Mi ritrovai in un attimo steso e con una forte tachicardia. Oscar mi vede e corre subito ad aiutarmi. Mi porta al fresco e non appena ripeso inizia a farmi notare come avrei potuto sfiorare la tragedia; ero caduto a nemmeno mezzo metro dal cornicione; avrei fatto un volo di sei metri se non fosse stato qualche santo che ho in paradiso a salvarmi. Erano mesi che bevevo come un pazzo e non mangiavo da quasi due settimane ero dimagrito e ridotto quasi allo stremo. Oscar mi riporta a casa e mi chiede spiegazioni. Gli racconto tutto, lui capisce ma per non avere problemi e per non causarmi problemi mi dice che era meglio non fare più questo tipo di lavoro sempre che non avrei smesso di bere recuperando forze ed energie. 16


Non riuscivo a staccarmi da questo maledetto vizio e questa brutta notizia mi aveva ributtato nella disperazione più totale. Inconsapevole delle mie gesta presi una bottiglia di vino e mi rimisi a bere. Mi rimisi a letto sbronzo come tutte le altre sere ma questa volta piangendo. Ero solo e sarebbe stato così per sempre. Pensando a tutto quello che stavo passando mi addormentai. L‟aria era mite e tutto fuori splendeva, l„autobus era pieno di gente e tutti quanti avevamo la stessa tuta. Andavamo a lavorare, ma la fabbrica non era la stessa, era cambiato tutto, le stanze erano lunghissimi corridoi stretti dove tutti dovevamo stringerci per lavorare e per passare. I muri era no dipinti a getti colorati. L‟imbianchino aveva preso e lanciato contro il muro i secchi di vernice senza curarsi dell‟aspetto e della forma. A terra non c‟era il pavimento di mattonelle ma una striscia di cemento che si andava sgretolando lentamente. Era un posto di lavoro inusuale ma si stava zitti e si continuava a svolgere il lavoro. Nessuno conosceva l‟altro e non si ci scambiava nemmeno uno sguardo. Eravamo tutti alienati dal lavoro e dalla mansione da svolgere. Ad un tratto mentre stavo trasportando alcune cose in un carrello sentii suonare una sirena. Non era un allarme ne la sirena che ci avvisava della pausa pranzo ma era il campanello di casa. Più stanco e scosso che mai mi alzo di scatto e vado a vedere chi è che mi cerca, è il portiere che mi dice che l‟assemblea condominiale di ieri sera aveva decretato un nuovo amministratore e l‟aumento delle spese condominiali. Io non mi ero presentato; come facevo. Non ero in grado e ne tantomeno volevo mostrarmi in queste condizioni. Un po‟ intronato mi avvicino al divano e decido che avrei passato la mattinata a guardare la TV. Stamattina la fodera vede del divano non sembrava vecchia e sbiadita come al solito ma quasi mi profumava di nuovo e mi teneva fra i suoi tessuti come se fossi sdraiato su un prato verdissimo in un bosco di montagna. Cambio su Rai uno per ascoltare le prime notizie della giornata che come al solito non sono delle più incoraggianti. Un terremoto di portata spaventosa aveva raso al suolo l‟Abruzzo. Migliaia di sfollati erano disperati e tanti, anzi troppi, piangevano la scomparsa dei loro cari. Quanti morti. Le vittime accertate tra L‟Aquila e il circondario sono ventisette di cui quattro bambini e si contano circa quaranta dispersi. Tutto il paese si stava mobilitando per mandare aiuti a tutte quelle persone che da oggi in poi avrebbero avuto una casa in meno, qualche familiare in meno e tanta disperazione in più. Perché il destino ci punisce così? E se veramente tutti abbiamo un destino già scritto perché è pieno di dolore e fatica? Tutti abbiamo lo stesso destino? Chi sarà mai questo disgraziato che si diverte a distruggerci la vita? Ero dispiaciuto e addolorato e la loro situazione non era minimamente paragonabile alla mia. Non erano stati loro fautori del loro destino. Io invece sono l‟unico colpevole del mio e giorno dopo giorno stavo scivolando nel baratro della povertà senza sapere come fare. Anche l‟unica occasione avuta in tutti questi mesi me la sono giocata perché non sono riuscito a risollevarmi dalla disperazione che mi sveglia e mi accompagna da un bel po‟ di tempo. L‟opportunità di Oscar era arrivata come una manna dal cielo, qualcuno lassù si era ricordato di me, ma come si dice di solito bisogna cogliere la palla al balzo e parlando seriamente io non sono mai stato bravo a prenderla. Cerco un po‟ di relax e non voglio ascoltare altre notizie così passo su Rai due per sentirmi dire da un bravo astrologo cosa hanno in servo per me oggi le stelle. Scorpione: Luna e Saturno in buon accordo riflettono i loro favori anche nel tuo segno. Amicizie nuove, disciplinate e favorevoli alla collaborazione aiutano a mettere ordine e disciplina alla tua giornata, resa un po‟ incerta e disordinata da Mercurio e Giove dispettosi. Le opportunità per soddisfare le tue esigenze professionali non ti mancheranno. Accetta l‟aiuto sincero e disinteressato di un tuo amico o di una persona influente che ha un debole per te. Mi faccio una bella risata perché come al solito l‟oroscopo non indovina mai la mia giornata, ascolto gli altri segni e decido di chiudere la TV. Mi giro guardando il soffitto e mentre penso a tutto quello che mi sta succedendo noto che un ragno, all‟angolo in alto, sta costruendo una tela gigantesca. Stupito lo scruto attentamente e noto come minuziosamente lega ogni parte della tela creando una struttura così omogenea che farebbe invidia a qualsiasi costruttore e architetto. Mi domando se anche lui stia soffrendo per questa crisi e ridendo mi rendo conto dell‟assurdità dei miei 17


pensieri. Stamattina ho già riso due volte e ultimamente non mi era così semplice farlo; una mosca stava volando senza meta per la casa e ignara si stava avvicinando alla tela che il ragno aveva costruito apposta per lei. Un attimo ed ecco la mosca intrappolata e il ragno, che lentamente si avvicina, già gusta il suo prelibato pranzo. Lui ha saputo cogliere la palla al balzo, si è costruito la trappola ed ha aspettato, ha saputo aspettare. Anch‟io ho saputo aspettare e infatti in vent‟anni ero riuscito a costruirmi tutto, una famiglia, una casa, un lavoro, tutto quello che si possa desiderare dalla vita. Ma io ho camminato in equilibrio su un filo teso ed altissimo, come un equilibrista ho dovuto camminare con la paura di cadere senza avere nessuna rete sotto che abbia potuto attutire il mio volo. Ho camminato concentrato al massimo ma una folata di vento ha mosso la corda e sono caduto. Sto ancora aspettando di cadere, di toccare il fondo. Sembra un volo infinito. Il ragno sta mangiando gustandosi la preda, io non ho niente da mangiare, a casa non ho altro che bottiglie, di vino, di whiskey, di birra. Non mi resta altro che stappare la prima bottiglia di birra e ricominciare a bere. L‟amaro in bocca dovuto alla sbronza di ieri sera non è ancora passato ma il gusto intenso di questa birra fresca lo sta attenuando, sta quasi facendo passare anche il mal di testa. Stappo la seconda birra e non ho neanche il tempo di sentirne il sapore che l‟ho già finita e così è per le altre quattro che di seguito bevo senza sentire niente. La settima ha già un sapore diverso, la sento più acre. Inizio a sentirmi diverso, mi sto ubriacando di nuovo. Inizio a fare un viaggio a ritroso fra i ricordi e tutti i giorno trascorsi che inesorabilmente infangano la mia mente sono il pretesto migliore per continuare a scolarmi altre quattro o cinque birre. Non so quanto ne abbia bevute. Ubriaco e barcollando mi dirigo verso la stanza da letto sperando che il sonno attenui questo bisogno di bere. Sto malissimo, non riesco a reggermi in piedi, devo farmi leva e peso su qualsiasi oggetto che incontro lungo questo cammino che mi porta dritto nel letto. Le coperte sono ancora come le avevo lasciate, non avevo avuto ne voglia ne tempo per rifare il letto, come se inconsciamente sapevo già che sarebbe andata a finire così. Apro gli occhi che è quasi sera, non ho voglia di alzarmi, mi giro verso il muro e fisso quelle macchie di umidità senza però prestargli tutte le attenzioni del caso. Il mio pensiero va oltre, inizio ad immaginare tutt‟altra cosa. Mia moglie è il pensiero fisso che mi sta torturando da stamattina e sebbene ho cercato di non pensarla distraendomi guardando la TV o fissando quel ragno, ora non riesco a fare a meno. Mi pongo domande a cui non so dare una risposta. Non la vedo ne la sento da due mesi e non ho avuta nessuna notizia. La immagino a casa della madre mentre triste aspetta una mia chiamata, mentre aspetta che la vita le restituisca tutto quello che aveva, ma è una visione troppo romantica la mia, a quest‟ora sarà fra le braccia di chissà quale uomo che per attirarla a se la sta ricoprendo di regali, di attenzioni, di tutto quello che non sono mai riuscito a dargli io. Mi ci vorrebbe un psicoanalista per farmi uscire da questa situazione ma ormai ci sono immerso fino al collo. Penso e ripenso a tutto il tempo passato insieme, a tutto quello che sono riuscito a dargli imputandomi una colpa che forse non ho. Mi pongo sempre la stessa domanda: forse non gli ho dato abbastanza? Fino alle dieci mi faccio preda di paure e paranoie fino a quando non decido di farmi forza e di alzarmi. Vado dritto in bagno perché sento che qualcosa non funziona come dovrebbe. Il mio stomaco non è riuscito a smaltire tutto l‟alcool ingerito tra ieri sera e oggi pomeriggio, faccio appena in tempo ad arrivare in bagno che inizio a vomitare fino all‟estremo delle mie residue forze. Mentre vomito piango e mentre piango impreco e mentre impreco giuro su Dio che è l‟ultima volta che bevo, mentre faccio questa promessa sento che il mio corpo e la mia anima hanno bisogno di altro male, di altro alcool, di un‟altra bevanda da deglutire. Ero caduto nel vizio. Non c‟era nessuno che poteva aiutarmi. Faccio una doccia calda per riprendermi e per togliermi quel sapore acido e insopportabile, e immerso nel mio accappatoio mi siedo sulla poltrona di pelle nera, distendo i piedi sul tavolino di vetro che giaceva li tra il divano e la poltrona e impugnata una bottiglia di amaro ricomincio a bere. Tutto quello che avevo passato dieci minuti prima era già acqua passata, era un ricordo, un brutto ricordo perso fra tutti gli altri brutti ricordi. 18


Mentre bevo mi scappano alcune preghiere, voglio chiedere scusa a Dio pregandolo di capirmi e di commiserarmi nel giorno in cui il nostro incontro sancirà il verdetto finale; merito il paradiso o l‟inferno? Già mi ci vedevo i paradiso, candido nel mio vestito bianco mentre un coro di angeli cantanti mi accompagna nel mio cammino eterno verso la salvezza, verso la purificazione. Immagino tutto bianco e celeste, tutti fratelli di tutti, tutti buoni verso gli altri , tutti pronti ad aiutare l‟altro in un clima di felicità, quella felicità che ora non avevo, che ora mi mancava. Mi vedevo bene pure nel rosso fuoco delle mie vesta, in un clima caldo e tenebroso, barcollando fra i più veniali vizi e fra quelle povere anime che come me dovevano espiare le colpe e i peccati di una vita. Mi sarei trovato meglio nel discutere con Dio, parlare del bene, della pace, della voglia di veder vivere le persone in un mondo di pace. Parlare del vino suo sangue e di come questo dolce nettare sia il peccato di tenti esseri umani. Parlare di tutto senza mai trovarsi in contrapposizione. Ma la discussione con quel Satana, con quel personaggio tanto odiato dal mondo cristiano mi attraeva particolarmente. Chiedergli il perché di questo suo atteggiamento, perché indurre gli uomini nel peccato e quanto di divertente ci trovasse in questo suo giocare con la purezza di certe anime. Parlare con lui del sovraffollamento delle sue carceri e delle carceri italiane, se anche lui per risolvere questo problema avesse votato quel capo di stato che per raccogliere voti e consensi aveva promesso di costruire altri carceri. Domandargli se la sua appartenenza politica era dichiaratamente di sinistra visto il suo eterno vestirsi di rosso o se era esplicitamente di destra ma strizzava l‟occhio a sinistra per non fare a meno di certi favori. In paradiso avrei voluto certamente incontrare tantissime persone a me care e veder che tenore di vita facevano quelle grandi star morte prematuramente. Nell‟inferno avrei voluto stringere rapporti con quei musicisti e artisti che hanno fatto dell‟eccesso, del peccato e del sacrificio a Satana la loro ragione di vita. Avrei voluto poter provare tutto questo, ma per mia sfortuna ero ancora vivo, quel forte colpo dato al bracciolo della poltrona con la testa era il segno che esistevo, che ero vivo, che il mio corpo nonostante fosse inebriato dall‟alcool sentisse dolore. Fu strano risvegliarmi e sentirmi quasi estraneo in quella casa, mi sembrava tutto così diverso, diedi la colpa all‟amaro che avevo bevuto. Come di consuetudine andai a dormire sbronzo più di ogni altra sera. Ultimamente sogno ogni notte la stessa cosa, buie strade che non hanno mai fine. Le immagino sempre nei minimi particolari, il colore grigio delle pietre, qualcuna macchiata di olio su qualcuna c‟è una gomma già masticata che magari qualcuno prima o poi calpesterà. Anche i lampioni sono sempre al loro posto li vedo li fermi, infreddoliti, sempre bagnati e a volte spenti in una luce opaca, ogni tanto si vestono di qualche manifesto ma quasi sempre muoiono nella solitudine. Le case hanno il solito aspetto; le vedi nella loro maestosità e la loro maestosa ombra spesso nasconde qualcosa. Di solito nei cassonetti dell‟immondizia qualche gatto rantola in cerca di qualcosa da mangiare, avvolte qualche cane riposa cercando riparo dal freddo. Stanotte ho notato che nascosta sotto l‟ombra di un balcone non giaceva qualcosa che aveva sembianza e misura di un animale che di solito speri di trovare. Aveva sembianze umane e ne ero certo ma purtroppo queste cose succedono sempre quando sei da solo o quando per colpa di qualche bicchiere in più non sei cosciente e lucido come in altre circostanze. Mi sudavano le mani e mi batteva forte il cuore, tremavo e i brividi mi avevano congelato completamente tutte le articolazioni. Ho visto una figura umana ma di strane sembianze, aveva la testa a forma di pecora su di un corpo muscoloso che si reggeva su piedi che sembravano quelle di un cavallo. Era li fermo nell‟angolo in attesa che qualcuno lo andasse a trovare, io ero il primo che si trovava passando e di conseguenza il primo che si mise a parlare con lui. Dopo aver parlato di qualsiasi argomento mi confida il suo nome e quando gli sento dire Satana mi sveglio che guardo il muro, sudato come non mi era mai successo e impaurito come fossi un bambino. 19


Avevo bevuto troppo e quel fantasioso discorso su Dio e Satana fatto ore prima aveva suggestionato i miei sogni. Ora avevo anche paura di addormentarmi. Ero sempre più solo, non avevo nessuno al mio fianco, avevo bisogno di qualcuno e che qualcuno mi aiutasse ad uscire da questo maledetto vizio. Bevevo e sognavo, ma non sognavo più di diventare regista o un ferroviere, erano allucinazioni che mi scuotevano l‟anima e mi inabissavano di paura. Stamattina decido ti ritornare a respirare aria nuova e di non restarmene chiuso in casa come ho fatto negli ultimi giorni. Diretto verso non so dove mi incuriosisce tutto, sembro un neonato che scopre il mondo per la prima volta, mi allieta veder cadere una foglia dall‟albero, mi stona il roboante suono di un motorino che mi passa vicino sfrecciando, mi fa saltare di gioia quando da un cortile sento un gruppo di ragazzi che si incitano giocando a calcio. Conosco chiunque passa e mi saluta, ma si sembra di vederli per la prima volta, anche Alfredo con cui eravamo cresciuti insieme era un viso estraneo. Lentamente ripresi confidenza con il mondo e con gli esseri umani, qualcuno mi domandò che fine avessi fatto a tutti rispondevo che ero partito in cerca di lavoro e che ero appena tornato a riprendere tutte le mie cose. Ero stato bravo a non farmi notare, mi vedevano più stanco e molto più dimagrito di come mi avevano lasciato l‟ultima volta, qualcuno mi rivelò delle voci che giravano sul mio conto e qualcun altro ebbe il coraggio barbaro di irridermi sul fatto che mia moglie mi aveva tradito con quell‟avvocato che per anni mi aveva fatto pena. Ora capivo come poteva sentirsi e come mai la sua gamba sinistra era continuamente invasa dal nervosismo. Mi aveva dato molto fastidio sentirmi dire certe cose e fra i tanti problemi che assillavano la mente mi ritoccava fare i conti con un passato che avevo quasi dimenticato, che con tanta forza di volontà avevo eliminato anche dalla parte più nascosta del mio inconscio. Freud non sarebbe mai riuscito in questa impresa. Faccio finta di niente e ritorno a godere dello splendore di questa fredda giornata autunnale. Ogni angolo, ed ogni strada mi riporta alla mia infanzia, alla mia giovinezza e alla mia maturità, di quest‟ultima avrei fatto volentieri a meno di parlarne e di ricordarne ogni aspetto ma come faccio a dimenticare le splendide giornate che trascorrevamo io e mia moglie seduti su questa panchina dove ora sono seduto, di quanto freddo ci è entrato nelle ossa per uscire e stare insieme. Ecco perché ultimamente avevo fatto volentieri a meno di uscire, tutto mi ricordava tutto, ma passeggiando verso la piazza principale i ricordi di quella adolescenza passata a giocare fra amici, a qualsiasi tipo di gioco divertendoci da pazzi, mi aveva ridato un po‟ di serenità. Non sentivo neanche il desiderio di bere, neanche il desiderio di piangere. Stanco della lunga passeggiata mi avvio verso casa, verso il ritorno in quel luogo dove era da un po‟ di tempo che non riuscivo più a viverci come volevo, ogni cosa mi faceva paura, anche andare a letto. Aperta la porta sento, come sospinto da un fremito, un‟insaziabile voglia di scolarmi un‟altra bottiglia ma guardando a terra mi accorgo che una busta bianca stava morendo sotto i miei piedi. Mi abbasso per prenderla, mi avvicino al divano, mi siedo e la apro per leggera. Era la banca che mi ricordava il termine ultimo per pagare la rata del mutuo. Avevo da parte ancora qualche altro euro e mi bastavano per poter pagare le altre rate della casa, almeno fino a fine anno, in attesa di trovare un lavoro che mi possa permettere di pagare le altre rate per tutti i quattordici anni che mi restavano da pagare. La paura di non ricordarmene mi ha fatto passare quell‟insaziabile voglia di scolarmi una bella bottiglia così rimasi sobrio accontentandomi di guardare la TV. Era l‟unica cosa che mi teneva compagnia, guardavo di tutto, dai notiziari ai cartoni, dalle soap opera a quei programmi per ragazzi, dal grande fratello ai programmi culturali che in tarda serata accendevano dibattiti e polemiche. Inasprivano anche le mie notti perché ultimamente non si fa altro che parlare di crisi e di licenziamenti, ero stanco di sentir dire sempre le stesse cose. Non volevo addormentarmi perché avevo paura cosi sono stato tutta la notte a guardare qualsiasi tipo di programma. Su Rai uno passavano alcuni scatch di Alberto Sordi, di Enrico Montesano, di 20


Paolo Villaggio, di Carlo Verdone che mi hanno tenuto compagnia tutta la notte facendomi, finalmente, ridere di gusto. Sono le otto, sciacquo la faccia, e scappo in banca. Vado a pagare la rata del mutuo. Nel pagare la rata e nell‟attesa, mentre parlo con il banchiere, gli domando quanto tempo avesse impiegato la banca a far partire lo sfratto se non sarei più riuscito a pagare le altre rate. L‟impiegato si consulta con un responsabile e mi informa che nel momento in cui non avessi pagato più le rate del mutuo non sarebbero passati più di tre quattro mesi prima di trovarmi per strada senza una casa. Restai immobile senza dire niente abbozzando un piccolissimo cenno per far intendere all‟impiegato che avevo capito. Sono appena tornato a casa e la voce dell‟impiegato mi rimbomba in testa ricordandomi in ogni istante di che fine avrei potuto fare in pochi mesi. Mi faccio quattro conti in tasca, ho soldi per pagare altre tre rate del mutuo, avrei trascorso natale a casa. Non ho fatto altro che pensare al futuro e più cercavo uno spiraglio più vedevo solo nero, solo il buio, solo il disastro. Mi sentivo male.

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III Ho già provato questa strana sensazione, questo strano senso di vergogna, questo bisogno maledetto di non fissare quell‟uomo che fra un po‟ inizierà a sparare a zero su di me e sulla mia vita. Faccio finta di radere la barba non curandomi di lui ma mi attrae troppo che quasi mi sento come indirizzato verso i suoi occhi. Non è lo stesso che per anni ha distrutto, ogni due giorni, la mia già tragica esistenza. Ha i capelli lunghi, la barba lunghissima, gli zigomi più sporgenti che tengono sollevate due guance cavate dalla fame e dalla stanchezza. Gli occhi sono più stanchi che mai e lo derido quando noto che gli mancano pure due denti d‟avanti. Ritorno serio d‟un tratto e cerco di riportare la mia attenzione a quello che stavo cercando di fare. Ma mi sento ipnotizzato. Fermo negli arti e nei movimenti resto li ad osservarlo. Sono istanti interminabili, sento le mie mani che sudano, passo incondizionatamente dal caldo al freddo, la mia faccia ride e diventa seria, mi sento così imbarazzato da voler scappare, andare via. Non faccio nemmeno in tempo a spostare lo sguardo che sento già piovere su di me una marea di accuse e di giudizi. Sono giudizi subdoli. - sei contento di tutto quello che stai facendo. Sei felice. Ti vedo più rilassato del solito. Ora non hai più nessuno che può ostacolarti. - ma cosa stai insinuando. Perché dovrei essere felice. - finalmente la tua vita non ha tutte quelle preoccupazioni che prima ti rendevano infelice. Avere una famiglia, un lavoro, un figlio non mi rendevano infelice, al contrario erano il mio unico motivo di orgoglio. Lo lascio parlare facendo finta di niente ed annuisco ad ogni sua affermazione. Mi sento in crisi, imbarazzato, lascio cadere tutto quello che reggo in mano e scappo in cucina. Il pacchetto delle sigarette è posto sul tavolo e vicino ad esso una bottiglia di vino rosso, inizio a farmi un sorso per poi accorgermi che in un attimo sono riuscito a scolarmi tutto il suo contenuto accompagnando il tutto con una decina di sigarette. - Ho forse sbagliato ad annaffiare così tanto le piante? Guarda, sono tutte seccate. L‟acqua non le aiuta a fiorire? - Non è cosi. Ti sbagli. Per mantenerle verdi e vederle fiorire bisogna, si ogni giorno annaffiarle, ma non in maniera eccessiva. - Che peccato! Ed io che credevo di avergli fatto solo un favore. - Puoi però rimediare. Inizia ad annaffiarle con poca acqua e ogni giorno ripeti la stessa cosa, però stai attento. - E invece come faccio per tutte queste piante grasse? - Niente, annaffiale una volta ogni tanto. Loro hanno bisogno di poca, pochissima acqua. Per queste cose mia moglie era portatissima, aveva, come si dice, il pollice verde. Era sempre attenta a loro. Ogni giorno si prendeva cura di loro quasi fossero sue figlie. La vedevo mentre toglieva le foglie secche da quei rametti che dovevano fare altre foglie e i fiori li vedeva sbocciare assistendo alla loro nascita come si assiste ad un parto. Era attentissima, anche alla loro crescita, gli cambiava spesso la terra e li metteva in vasi sempre più grandi, dovevano crescere, lei era scrupolosa in questo. Mia moglie era attentissima a tutto. La casa era sempre pulita non come ora, brillava tutto e quando tornavo dal lavoro, sentivo il profumo di pulito. Si alzava prestissimo la mattina perche diceva che aveva bisogno di molto tempo per rendere la casa presentabile al mondo. Voleva che chiunque venisse a trovarci doveva restare esterrefatto di fronte a tanta pulizia e splendore. Le dicevo che era una maniaca del pulito e che sarebbe uscita pazza un giorno. Ricordo ancora quel bel profumo. Ero appena tornato da casa dopo una durissima giornata di lavoro, in azienda era andato tutto storto ed avevo avuto una piccola discussione con altri operai. Ero nervosissimo ed avevo solo voglia di mangiare qualcosa e di rilassarmi sul divano in attesa che il sonno mi avrebbe accompagnato al giorno dopo. Per finire la giornata in bellezza anche l‟ascensore del condominio era riuscito a farmi diventare più isterico; si era bloccato e ci è voluto 22


tutta l‟astuzia del portiere per riuscire a sbloccarlo e ad arrivare al secondo piano. Avrei potuto benissimo salire a piedi ma ero troppo stanco e troppo nervoso per poter fare due rampe di scale. Appena si apre la porta dell‟ascensore trovo sul pianerottolo quasi mezza casa. Ho avuto un sobbalzo. Ho pensato subito al peggio. Non ho pagato la rata del mutuo! Ora come faremo! Mio Dio com‟è potuto succedere! Ma un fortissimo odore di detersivo per i pavimenti, sarà stato profumo di limone, rimette i sesto miei sensi e i miei pensieri e mi accorgo che mia moglie, in tutto il suo splendore, in tutta la sua calma, in tutta la sua femminilità , aveva messo la casa sottosopra per le sue consuete pulizie natalizie. Il suo abbigliamento mi fece ridere di gusto, non l‟avevo mai vista in quella sua tenuta. Maglioncino rosa che macchiato su una manica, aveva fatto la fine di tanti altri maglioni o magliette che mia moglie giornalmente rovinava, pantaloni neri di tuta che nostro figlio non usava più e scarpe bianche da tennis perché non riusciva a sopportare altro tipo di calzature. Non avevo mai assistito a queste famigerate pulizie, tanto acclamate da lei, forse perché era sempre riuscita a farle in tempo prima che io arrivassi o perché aveva sempre preferito dividere il lavoro in più giorni. Appena metto il piede destro oltre la porta, un urlo a squarcia gola, mi distrugge i timpani e mi fa saltare in dietro. - ma che succede! - ho appena lavato l‟ingresso, non permetterti di oltrepassare la porta. - Perché? - perché ho appena finito di fare le pulizie e non voglio che le impronte delle tue sporchissime scarpe restino disegnate sul pavimento. - ma cara c‟era bisogno di gridare in quel modo. - scusami, ma sono troppo in ritardo e sono quasi le otto di sera. Devo ancora preparare la cena. - come mai hai deciso di pulire fino a quest‟ora. - non ho voluto io, ma stamattina la nostra casa sembrava un centro di informazioni. Sono passati tutti a trovarmi e ognuno si è fermato per chiedermi qualcosa. Ora aspetta solo un attimo così poi mi aiuti a portare queste cose dentro. Fuori sul pianerottolo c‟era di tutto; l‟entratina che le avevo regalato per i suoi trent‟anni, il piccolo divano spoglio della sua classica fodera verde che logicamente mia moglie aveva messo a lavare, c‟erano le sedie e alcuni altri piccoli contenitori. Il solo pensiero che avrei dovuto attendere fuori ancora per chissà quanto tempo aggravava la mia situazione psicologica, ma non appena ho visto il viso di mia moglie, stanco, rosso, rapito dalla sua bellezza, mi rilasso e trovo nell‟aiutarla un buon pretesto per rilassarmi. Era così mia moglie, sempre indaffarata. Non riusciva a stare ferma un istante e tante volte, quando era con la luna storta, si irritava nel vedermi steso sul divano quando a lei sarebbe servita una mano d‟aiuto. Io le rispondevo sempre che doveva rilassarsi un po‟ e che doveva godersi un attimo di riposo. Era insostenibile il suo ritmo; fino a sera tardi pulire; la mattina dopo pulire; insomma non faceva altro che pulire. Non usciva quasi mai di casa se non per andare a fare la spesa. Capitava sempre di sabato e durante la settimana solo raramente si affacciava al mondo. Il modo lo conosceva dal secondo piano in su; non poteva neanche guardare verso la strada perché soffriva di vertigini e in più di un‟occasione aveva rischiato di perdere l‟equilibrio e di finire sotto. Fortunatamente ci siamo trovati al suo fianco una volta io una volta sua madre. Per lei il mondo era senza strade, tutto colorato di bianco e azzurro, e pensava che la nostra casa era stata costruita su una strada bianca. Era la nebbia che nei giorni invernali creava un effetto scenico stupendo. Avevo fatto più di una foto a questo spettacolo. Anche in cucina era fenomenale. Riusciva a deliziarmi con delle cene e con dei pranzetti domenicali che ora mi mancano da morire. Durante la settimana ogni cena era una pietanza diversa e poi la domenica, lasciate da parte scope e altri utensili per la pulizia domestica, passava l‟intera mattinata ai fornelli. Era brava nei primi, ma il suo tocco magico lo si provava con i secondi e con la pizza. Era squisita la pizza. Ogni volta ne inventava una diversa. È nostalgico parlare di questo ma non posso fare a meno di ricordarla in ogni sua virtù. 23


-Hai visto queste belle tende? - Si. Sono bellissime. Si era messa una mattina di domenica quando, invece di lasciarmi dormire, distrusse la quiete del riposo con quell‟incessante e tremendo rumore che la sua vecchissima macchina da cucire emetteva. Era un regalo di sua nonna e lei era molto legata a quell‟affare, passavo molto tempo seduta a quella macchina e faceva nascere dal filo e da una stoffa delle opere che non ho mai creduto fossero opera sua. La fodera verde che vedi li nel suo misero e triste colore non era altro che un vecchio tendone che avevamo comprato non appena ci siamo trasferiti qui. Di quei tempi andava di moda, si usavano questi colori. Non appena però decise di cambiare look alla stanza decise che però quell‟enorme stoffa verde non poteva finire in qualche scatolo e poi buttata nell‟immondizia, così, raccolte in se tutte le sue idee, si chinò curva verso la macchina e dopo nemmeno un paio d‟ore, diede alla luce il copri divano che tutt‟ora protegge il tessuto da acari o polvere. Era meraviglioso come riusciva a trovare sempre una soluzione ad ogni problema, non si perdeva mai d‟animo e riusciva, da sola, a fare quello che avrebbero potuto fare tre persone. Un giorno, lo ricordo come se fosse oggi, arrivò stremata perché una serie interminabile di tentativi, per riuscire a mettere in sesto un chissà quale pezzo della macchina, l‟aveva buttata moralmente a terra e l‟idea di non poter più utilizzare la macchina da cucire la rendeva triste come non lo era mai stata. La guardo e gli vedo quel velo di tristezza, quella rabbia. Prendo la valigetta degli attrezzi e mi precipito nella camera che lei aveva opportunamente trasformato in laboratorio. È una macchina vecchissima e io non mi ero mai cimentato in certi tipi di riparazioni, gli do un‟occhiata e inizio a smontare pezzo per pezzo cercando la loro posizione per non rischiare, dopo, di montare qualcosa al contrario e finire di rompere quella macchina. Ho invaso il tavolo di pezzi, smembrato il corpo di ogni sua parte osservo curiosamente il suo meccanismo e a come una volta venivano costruite le cose. Massima precisione, pezzi indistruttibili e meccanismi che difficilmente potevano rompersi. Secondo il mio punto di vista non c‟era nessuna rottura e pensavo che c‟era qualcosa che ostruiva qualche ingranaggio nella sua funzione primaria. Faccio una bella pulita, pezzo per pezzo, ogni piccolissima parte della macchina è resa a lucido. Mi accorgo che qualche piccola vite stava iniziando a mollare la presa, gli anni e tutto il lavoro erano le cause principali. Le avvito delicatamente per non rischiare che altro lavoro possa svitarle, controllo se qualche altro piccolo pezzo accusava cenni di cedimento e inizio a controllare il funzionamento preciso e se il simultaneo movimento di ogni ingranaggio sia preciso e coordinato. Noto che un piccolo pezzo di ferro che manteneva altri due bracci meccanici mostrava qualche incertezza nei suoi battiti, mi chino per guardare meglio e mi accorgo che un piccolo groviglio di filo nero, saranno stati fili di diverso colore ma il grasso li aveva trasformati in un‟unica tinta, stava danneggiando il flusso continuo del movimento. Prendo un piccolo pezzo di ferro e tolgo tutto quel materiale. Ora i movimenti sono lineari e tirato un bel sospiro di sollievo inizio a rimontare i pezzi che prima avevo messo sul tavolo. Messo tutto in ordine e dopo aver messo a lustro il corpo nero della macchina, do un po‟ di colpi di pedale in modo che mia moglie senta il rumore e corra spedita in camera. Sento i passi veloci di mia moglie e appena apre la porte, mi si avvicina e guardandomi negli occhi mi stampa un bacio in bocca come non lo faceva da tempo. Ci siamo soffermati molto su quel bacio sentendoci di nuovo una coppia di fidanzatini che aveva voglia di amarsi. Ho bisogno di voi! Ho bisogno di voi! Ho bisogno di voi! Mi sveglio ad un tratto sudato, sento le mani che mi tremano e ho un attacco di tachicardia. Che diavolo mi sta succedendo? Ho paura! È una crisi? In questi casi mi faccio sempre una marea di domande ma non appena mi trovo in questa situazione mi alzo, corro in cucina e mi metto a bere. Sono diventato dipendente dell‟alcool e mi sa tanto che questi attacchi di panico sono causati da una crisi di astinenza. Ieri sera ho provato, sfidandomi, a non bere nemmeno un sorso, mi sono addormentato lo stesso ma se i risultati devono essere queste crisi mi sa tanto che non farò niente per evitarmi una bottiglia di vino, di whisky o di birra. 24


Mi rimetto a nuotare che ancora non è spuntato il sole, l‟acqua è calda e nella limpida visione che offre la trasparenza dell‟acqua, si vedono alcune specie di pesci che aspettano i primi pescatori per abboccare alle loro ben nutrite esche. Hanno colori strani e non sembrano certamente quegli esemplari che ogni giorno imbandiscono le nostre tavole. Ho sempre amato mangiare il pesce, ma ultimamente una strana forma di allergia mi sta limitando nel mangiarne. Secondo i risultati degli esami allergologici non risulta alcun tipo di allergia a nessun tipo di cibo, ma come mi ha spiegato l‟allergologo, sono allergico alle parietarie e agli acari e molto probabilmente, l‟acaro, in base ad un tipo di allergia incrociata, si è potuto trovare nel tipo di pesce che mi ha causato l‟intolleranza. Sto però gradualmente iniziando a mangiarlo di nuovo. Gli scogli sono una bella cornice all‟azzurro del mare, mi viene voglia di salirci sopra e provare l‟ebbrezza di un lancio nel vuoto e sentire il contatto con l‟acqua. Un‟onda anomala mi sveglia. Stamattina è una bella giornata per uscire mio caro, una bella doccia calda per purificare il corpo e la pelle dei sudori notturni e poi una bella camminata per ridare vitalità a questi piedi che sto tenendo fermi da troppo tempo. -Mamma mia che male! Finirò che non sarò più in grado di muovere un passo se resto ancora seduto su questa poltrona.Che dolore mio Dio! Fammi avvicinare alla vasca da bagno così mi rifocillo per bene. Apro il rubinetto dell‟acqua calda e aspetto ansioso il suo arrivo, dimenticandomi per un attimo che purtroppo, a causa di mancati pagamenti delle bollette, non posso usufruire del gas e quindi niente acqua calda. Mi tocca fare una bella doccia fredda. -Brrr! Com‟è fredda! Mi sto congelando!Esco subito, è insopportabile. Cosa posso mettere? Ho un freddo cane e penso che fuori si starà peggio. Nell‟armadio ci sono quelle giacche che la mia ex moglie aveva deciso di non farmi usare più perché le reputava vecchie e fuori moda. A me non era mai interessato di moda e le ripetevo sempre di non buttarle perché sarebbero sempre potute servire. Infatti avevo ragione. -Bella questa, non ricordavo di averla più, pensavo di averla persa lasciandola sull‟autobus.- Era una vecchia giacca marrone che avevo comprato non appena avevo percepito il mio primo stipendio. Lo ricordo quel giorno, ero tesissimo, entrare nell‟ufficio del direttore per la prima volta, vedere l‟arredamento della stanza, i quadri che ornavano le bianche pareti. Erano particolari che mi erano stati raccontati dagli altri dipendenti. Non appena il segretario mi venne a chiamare, sentii tremare il cuore; non avevo fatto niente di male, al contrario venivo ripagato del mio duro lavoro e questa gratificazione mi rendeva al quanto nervoso; non ero mai stato abituato a riceverne. Prima di entrare nell‟azienda avevo fatto un bel po‟ di lavori, tutti poco gratificanti, e che non avevano niente a che vedere con la mia laurea. Avevo studiato per fare e per parlare di musica e mi ero ritrovato anche a fare il panettiere in un forno. Lavoravo dalle sei del pomeriggio alle sei di mattina. Era umiliante ma costretto a farlo. Varcai la soglia della porta porgendo i più cordiali saluti al direttore, cambiando anche qualche parola con lui e scherzando anche sul fatto che avrebbe fatto volentieri a meno di staccare l‟assegno dal suo blocchetto. Mi porse l‟assegno, mi fece controllare se la somma corrispondesse a quella pattuita come da contratto, era suo solito essere trasparente con i suoi dipendenti, mi salutò con gentilezza e mi fece accompagnare alla porta dal segretario. Salutai e ritornai a lavorare. Fino a quando non suonò la sirena che ci dava libera uscita, pensai e ripensai a come avremmo speso, insieme a mia moglie, quei soldi. C‟era tanto da comprare e tanto da risparmiare; un mutuo, le rate dei mobili, la macchina, e qualche sfizio personale. Erano unmilionequattrocentoventitre mila lire. Con l‟euro, poi, sarebbero diventati mille. Parlavamo sempre di come l‟avvento dell‟euro avrebbe avuto ripercussioni sulle nostre tasche e su quelle dell‟azienda. Erano solo previsioni future ma che diventarono, tragicamente, realtà. Ecco perché mia moglie non voleva che io mettessi questa giacca, ha due buchi sulla manica destra. La metterò ugualmente, basta dargli due punti di sutura ed è come nuova. Calda l‟imbottitura e con il mio caldissimo giubbotto mi proteggerà dal freddo per tutto il tempo della passeggiata. Erano giorni che non vedevo la luce del sole, le persiane delle mie finestre sono chiuse perché non voglio che ne pioggia, ne vento, ne sole disturbino il mio quieto stare solo. Volevo isolarmi dal mondo, da quel mondo che oggi mi stava chiamando. Era strano tutto questo ma ultimamente non 25


ero più padrone delle mie scelte. L‟ascensore non funziona; mi tocca fare due piani a piedi. Sarà un modo per iniziare a sgranchirmi le gambe. - Salve signor Ferdinando. - Salve signor Antonio. - da quanto tempo non ci vediamo. - da parecchio. Sono stato fuori per motivi personali e sono appena ritornato. - ho capito! Ha risolto? - ho risolto; Grazie. - dove va di bello con questo freddo? - avevo voglia di fare una passeggiate rinfrescante e rigenerante. Ridemmo tutti e due; Percorro passo dopo passo la stessa strada che percorrevo giornalmente per andare a lavorare e nell‟assurdità dei tanti pensieri che faccio mi accorgo di aver raccontato a Ferdinando una bugia, una sorta di escamotage per non raccontargli tutto quello che mi stava succedendo. A dire la verità non mi ero reso conto delle affermazioni, solo man mano che il discorso andava avanti mi rendevo conto che raccontavo cose false. Ma sono un gentiluomo e non volevo rendere partecipe dei miei mali quel gentile signore che all‟accorgersi del mio saluto mi pose il suo. Ero talmente affascinato dal suo efficace modo di dare un prezzo alla merce, ero innamorato del suo modo di incartare ogni varietà di frutta, di verdura, di ortaggio che ogni mattina mi piaceva scendere sotto casa, e vederlo mentre indaffarato metteva in orine il tutto. -Caro Antonio per vendere tutto e per farlo bene bisogna che ogni tipo di merce abbia il suo posto; se la roba fresca la metto d‟avanti a tutto avrò più possibilità di venderla nella mattinata e quindi avrò più possibilità di recuperare i soldi investiti e farmi un piccolo guadagno; se metto i prodotti di stagione in esposizione fuori, posso sfruttare la possibilità che al passante, vedendo il frutto esposto, venga voglia di comprarsi che so un chilo i pesche, un chilo di fragole, pomodori freschi. Nel negozio, logicamente, espongo sugli scaffali la merce in scatola o confezionata che può essere venduta anche domani o fra una settimana. Com‟era scrupoloso il suo lavoro e appassionandomi al suo racconto presi l‟abitudine di affacciarmi alle cinque di mattina dalla finestra della mia stanza per vederlo mentre scarica la frutta e mentre mette in esposizione le casse della frutta. - Buongiorno Antonio. - Buongiorno Ferdinando. - hai visto che bel colore hanno queste fragole? - vedo. Saranno squisite. - certo. Ecco provane una. Com‟è? - buonissima. Si sente che è fresca. - vedi Antonio, i clienti vanno presi per la gola e un buon prodotto fresco facilita questo. Più è fresco il prodotto più la gente lo compra e di conseguenza anche il prezzo, che può aumentare ogni giorno, diventa una cosa secondaria. Stamattina rivestitomi dei panni usati ieri ho deciso che un bel giro in piazza avrebbe fatto bene alle mie sempre più arrugginite articolazioni. Avevo ancora il sapore amaro di tutto l‟alcool bevuto ieri sera ed ho una voglia matta di una bevanda fresca per risollevarmi d‟animo. Ho lo stomaco che urla fame e solo pochi spiccioli in tasca. Oggi mi ritocca fare a meno di un bel pranzetto e di una leggerissima cenetta però quello che non deve mancarmi e una buona bottiglia di buon vino o di qualsiasi altro tipo di bevanda che superi il dodici percento di graduazione alcolica. Passo dal bar, prendo un bel bicchiere di latte freddo e mi incammino verso il supermercato. Stamattina sarà bellissimo fare spesa. L‟esercito di commesse vestite tutte di rosso e bianco è già schierato in fila, pronto a far crescere le casse dell‟azienda. Il rumore è continuo e infernale per chi si è appena alzato con un forte cerchio alla testa, ma quel ticchettio e quel bip costante suona come l‟inno di un‟armata che si avvicina al fronte. Prendo un carrello e inizio a serpeggiare tra gli immensi scaffali che nell‟immenso 26


capannone creano dei muri enormi pieni di ogni tipo di genere alimentare. Ho tanto tempo da perdere e così, giusto per tenermi in allenamento con la lettura, inizio a leggere tutti i prodotti e di quelli che mi incuriosiscono di più mi permetto anche il lusso di leggerne i componenti, gli ingredienti. Mi sono fatto uno per uno il giro completo di tutti gli scaffali e mi dirigo ora, verso quello che mi interessa maggiormente. Lo scaffale delle bevande alcoliche si presenta a me in tutto il suo splendore in tutta la sua variegata qualità e in tutta la sua straordinaria prestanza artistica. Non avevo mai fatto caso a quanto di artistico c‟era in tutto quello scaffale; dal lavoro artistico del vetraio che disegnava forme sempre più strane di bottiglie, al lavoro artistico di chi progettava una varietà sempre diversa di figure che sarebbero diventate etichette per ogni tipologia di vino o di liquore, fino al tocco magico di colui che in parole poetiche e suggestive, descriveva quella qualità di vino o quell‟altra. Il lato destro dello scaffale ospitava fra le sue tenute di legno ogni qualità di vino rosso e bianco, divise a sua volta da quelle più economiche a quelle più care e divise a sua volta per il loro vestirsi di carta o di raffinato vetro. Il lato sinistro era a sua volta costellato dei più pregiati e dei più squallidi tipi di liquori, amari, whiskey, rum, e tanto altro ancora. Neanche il tempo di guardarmi in torno e mi incuriosisce una strana bottiglia, aveva il corpo curvilineo, partiva abbastanza largo sul fondo per poi finire al collo strettissimo. Assenzio, il contenuto della bottiglia era assenzio. Avevo sentito spasso parlare di questa bevanda alcolica che già nei secoli precedenti al nostro era utilizzata da grandi personaggi. La usavano i visionari, quei poeti maledetti che cercavano nell‟infinito, nel viaggio mentale la loro unica risorsa per scrivere opere che sarebbero poi rimaste per sempre nella storia della letteratura. Sapevo, per aver sentito dire che non lo bevevano liscio come si presentava in bottiglia ma lasciavano sciogliere una zolletta di zucchero dentro e vi lasciavano cadere qualche goccia di oppio per far si che l‟assenzio diventasse quella droga che gli serviva per i loro viaggi. Faccio il carico consueto di bottiglie di vino, passo dallo scaffale dello zucchero, compro quello a zollette e torno a casa. Camminando ricordavo alcune scene del film “La vera storia di jack lo squartatore” con Johnny Deep. Lui faceva la parte di un commissario di polizia che in una Londra ottocentesca doveva fare i conti con un assassino che uccideva ogni notte le prostitute della città. Ogni giorno, dopo aver analizzato le vittime, una volta tornato a casa, si metteva in una vasca per fare il bagno e nello stesso momento si procurava una dose giornaliera di sballo utilizzando appunto l‟assenzio, l‟oppio e le così dolci zollette di zucchero che mai e poi mai potresti pensare così importanti per creare tutto questo. Ho le buste pesanti e decido di fermare l‟autobus così mi faccio lasciare vicino casa senza dover fare a piedi tutto questo tragitto. Alfredo mi guarda come se mi fosse successo qualcosa. -ciao Antonio, come stai? -io bene Alfredo, e tu? -tutto bene grazie. Non ti vedo da un sacco di tempo. Che fine hai fatto. -ho viaggiato in lungo e in largo, ho fatto un salto da qualche parente e fra un viaggio e l‟altro ho trascorso un parecchio tempo passando da treno a treno. Tu cos‟hai fatto nel frattempo? -sempre le solite cose. La solita linea di autobus e le solite passioni. Mi guarda, fissandola a lungo, la busta piena di bottiglie prima di voltarsi verso la strada e riprendere il viaggio. L‟avvocato è sempre al solito posto ma ha veramente cambiato stile, non indossa più quel lungo giubbotto nero e non porta più quei lunghi capelli, a dir la verità non aveva più così tanti capelli in testa per potersi permettere una chioma lunga e il suo corpo non sembrava potesse reggere l‟ingombro di un altro giubbotto di quel tipo. Non aveva più con se quella sempre strapiena ventiquattrore ma fra le sue gambe stringeva un computer che era ben protetto dall‟apposito astuccio imbottito. Si era man mano adattato ai tempi. Prenoto la fermata e scendo, saluto Alfredo e senza badare a nessuno salgo dritto a casa. Ho troppa voglia di provare quella miscela esplosiva di alcool. Sistemate le bottiglie di vino nell‟apposito 27


carrello, mi avvicino al tavolo poggiando su di esso la bottiglia e lo zucchero. Purtroppo mi accorgo che manca l‟ingrediente principale ma mi metto comunque a preparare il composto utilizzando gli altri due. Capisco immediatamente che far colare lo zucchero nell‟assenzio favorisce l‟aumento del grado alcolico della bevanda. Come un dejà vu ricordo al minimo dettaglio la preparazione del composto, riempio un bicchiere fino a metà di assenzio, metto su un cucchiaino la zolletta e la faccio bruciare in modo che si squagli piano e poi verso il tutto nel bicchiere. Giù in un solo sorso. Sento salire dallo stomaco, passando dal petto, fino in gola un bruciore assurdo e non riesco a rendermi conto di niente perché già mi sento come se avessi scolato quattro bottiglie di vino. Vedo che mi gira tutto intorno, i mobili li vedo cadere verso di me, mi scanso ma è come se le porte delle stanze volessero chiudermi dentro, il divano mi si fa sempre più lontano, sento che le gambe e tutti gli arti iniziano a non rispondere a i miei ordini e piano noto che ogni mio gesto sembra andare a rallentatore. Inizio a vedere più buio del solito, me la prendo con questa nuova lampadina da sessanta watt che ho messo e che domani l‟avrei cambiata con una da cento watt. Raggiungo stremato il divano. Mi sento sfiorare da qualcosa che mi mette paura, mi rabbrividisce e mi lascia immobile, inerme, non riesco a muovermi e inizio a sudare freddo. Mi riprendo e mi metto a ridere forte ridicolizzandomi e deridendomi del fatto che per un attimo avevo pensato che qualche spirito avesse invaso la mia casa. Erano solo storielle che mia nonna mi raccontava per mettermi paura sperando che avrei preferito rientrare a casa presto e non fare ogni notte le tre del mattino. Era abitudine di ogni compagnia affittare una vecchia casa e ogni sabato sera organizzare cene fra amici, ed era consuetudine poi dopo la marea di discorsi fatti prima, iniziare a raccontare storie del genere cercando di mettere paura. Non ci avevo mai creduto ma ogni volta che ritornavo a casa acceleravo il passo perché la suggestione mi faceva sentire strani rumori e voci di ogni genere. Non potevo ora credere che qualche spirito si fosse impadronito della mia casa ma neanche il tempo di riderci su, la finestra della stanza da letto sbatte improvvisamente e nello sbattere si frantuma il vetro. Rimango fermo senza respiro, sento un dolore forte alle gambe e non riesco a fare altro se non piangere. Non piangevo così da anni, era strano, ma le lacrime scendevano a dirotto e nel poggiare la testa allo schienale del divano inizio a sentire le palpebre più pesanti che sembrano voler trovare nel sonno un po‟ di quiete. Che freddo! ma che diamine sta succedendo! Da dove viene questo freddo! ho chiuso tutte le finestre ieri sera. Meglio che controlli perché non si sa mai. Ultimamente dimenticavo qualsiasi cosa, pensavo e mi apprestavo a compiere un gesto e dopo nemmeno una frazione di secondo dimenticavo cosa dovevo fare. Queste del salone sono chiuse, questa del bagno pure, questa della dispensa pure vediamo in camera da letto? Ma cosa sono tutti questi vetri, cos‟è successo, come ho fatto a combinare tutto questo casino. Com‟è potuto succedere! Non ricordo niente di ieri sera. Cos‟ho fatto? Dove sono stato? Ero completamente vuoto, non ricordavo niente ma uno strano odore, un forte odore di zucchero bruciato mi penetrò nelle narici e quasi guidandomi mi portò dritto al tavolo della cucina. Sul tavolo c‟era un bicchiere vuoto, un cucchiaio, una zolletta di zucchero e altre molliche di pane che forse erano li da chissà quanti giorni. Mi misi a pulire pensando che il bicchiere, lo zucchero e il cucchiaio li avessi usati per prepararmi acqua e zucchero che tanto ti rigenera quando senti che lo stress e la stanchezza ti stanno togliendo le forze, quando noti che ti gira un po‟ la testa e hai bisogno di tanta energia. Era un rimedio che mia nonna utilizzava sempre quando andavamo al mare. Lei soffriva il caldo e ad ogni calo di pressione preferiva un bel bicchiere di acqua e zucchero invece che una pillola. Prendo tutto in mano e li poggio nel lavandino della cucina, giro lo sguardo verso il frigo e poggiata in tutta solitudine vedo quella bellissima bottiglia dalla strana forma che tanto mi aveva incuriosito ieri al negozio. Era iniziata e mancava un po‟ del suo contenuto. Ricollegai tutto al bicchiere, allo zucchero e al cucchiaio. Però non riuscivo a ricordare niente di quello che mi era successo ieri sera. Stamattina ho da pagare un‟altra rata del mutuo e se non mi sbrigo finisco col trovare la banca chiusa e iniziano i guai seri. Non feci caso a cosa stavo indossando ma chissà per quale motivo non riuscivo a disfarmi di quella giacca. Se ci fosse stata mia moglie l‟avrebbe di sicuro fatta in mille pezzi, ne avrebbe solo riutilizzati i bottoni. Era facile per lei guardarmi e capire i miei gusti. 28


Eravamo appena usciti dalla banca perché avevamo stipulato il contratto per il mutuo e passando da un negozio che era attaccato alla banca, incuriosito da un paio di pantaloni, restai fermo per un attimo a fissarli, appena girai lo sguardo mia moglie non era più al mio fianco, stava già serpeggiando fra gli scaffali del negozio per trovare quel modello di pantaloni. Neri, con le tasche laterali in direzione delle ginocchia e le tasche posteriori larghe; amavo quel modello di pantaloni ma non avevo mai voluto comprarne un paio. Non c‟era nessuna spiegazione a questo. Guardo dentro il negozio e la vedo che si sbraccia invitandomi in tutta fretta ad entrare ed andare dritto in camerino a provarli. Le brillavano gli occhi, io ero agitato e lei felicissima di accontentarmi. Quando invece comprai quella giacca lei andò su tutte le furie, non avevo mai avuto gusto nel vestire ed ogni volta che compravo qualcosa, finivo con non poterla usare perché non rispecchiava i canoni estetici di mia moglie. Mi piaceva da morire, era marrone con dei rombi disegnati e due enormi toppe beige ai gomiti. Adoravo metterla sempre su un paio di pantaloni verde scuro e un maglione nero; ero poco abbinato ma non mi interessava, non consideravo mai che ogni capo avesse una collocazione ben precisa. Prendevo la prima cosa che mi capitava e la mettevo. Era così semplice. Per lei non era così. Amava pochi colori e soprattutto le tinte scure, nero, viola, l‟unico colore un po‟ più chiaro che usava era il rosso. Jeans e scarpette ginniche erano gli altri indumenti che utilizzava per tutto l‟anno, solo in base alle stagioni, ovviamente, cambiava il materiale. Fuori fa abbastanza freddo, oggi non c‟è neanche un po‟ di nebbia e infatti l‟aria sembra più pungente del solito. Ferdinando è sempre li che sposta in continuazione le casse della frutta, doveva essere un ottimo giocatore di scacchi. Non era da tutti trovare la migliore collocazione ad ogni cosa e spostava quelle casse in base ai movimenti delle pedine. In prima fila e in difesa della regina mela e del re pera, erano posizionati tutti i tipi di ortaggi ad alto consumo giornaliero. Si iniziava con la cassa di zucchine chiare e strette, poi quelle piccole e tonde, melanzane, peperoni in fila dal giallo al verde al rosso. Le due torri erano i broccoli e gli alfieri che si muovevano in base alle esigenze erano la frutta secca e le noci. Questa variegata scacchiera mi incuriosiva ogni giorno di più e ogni giorno stavo li fermo a fissarlo per ore. Ero anch‟io appassionato di scacchi, giocavamo per giornate intere io e Federico. Incuriositi da alcuni ragazzi che nel piccolo bar del paese si sfidavano in intense partite per guadagnarsi una consumazione, decidemmo di regalarci per natale una scacchiera. Imparammo tutti i passaggi fondamentali, i movimenti delle varie pedine e ci divertivamo a scoprire ogni volta nuove strategie. La banca era ancora aperta e una folla infinita di persone si dibattevano fra gli sportelli, si discuteva ovviamente della crisi e di come si stavano delapidando i pochi risparmi. C‟è chi diceva che era rimasto al verde e per la prima volta nella sua vita era costretto a chiedere un prestito alla banca, con la speranza che senza garanzie la banca avesse accettato tale richiesta. Io lo sapevo che non avrebbe mai ricevuto soldi dalla banca senza nessuna garanzia. Un altro stava riscuotendo gli ultimi risparmi perché doveva pagare l‟ultima rata della macchina nuova che aveva comprato cinque anni prima. Io ero alle prese con il mutuo e un altro dietro di me era venuto a chiedere un‟agevolazione perché non aveva i soldi per pagare la rata. Eravamo tutti senza un soldo. Aspetto il mio turno, pago e scappo fuori. Non riuscivo più a stare ad ascoltare tutti quei lamenti. Ognuno si preoccupava di come sarebbe arrivato alla fine del mese, come se fossero gli unici dimenticandosi degli altri quattro milioni di disoccupati che vagavano per l‟Italia. Io avevo ancora pochi risparmi prima che la banca avesse in pugno le sorti della mia ormai sciagurata esistenza. Ho dovevo abituarmi all‟idea che avrei trascorso il resto dei miei anni in giro senza dimora, ho dovevo sperare che nel giro di pochi mesi fosse cambiata qualcosa e tutti noi avremmo avuto un‟altra opportunità. Le notizie non erano delle migliori e le indagini di mercato prevedevano che nell‟anno a seguire un altro milione di persone avrebbe conosciuto la disoccupazione. Tutto questo succedeva mentre gli uomini del potere se la spassavano fra liti in TV, viaggi su mezzi dello stato, l‟istituzione di nuove leggi che li avrebbero resi più potenti e intoccabili, mentre noi eravamo costretti a elemosinare per poter mangiare qualcosa.

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Io non avevo nemmeno più voglia di mangiare e i miei pranzi e le mie cene avevano sempre lo stesso piatto o per meglio spiegare, sempre le stesse bottiglie. Il vino era il mio alimento più consumato e cambiava il menù una bottiglia di buon whiskey o una di birra. Ieri avevo comprato qualcosa che aveva cambiato i miei usuali pranzetti, una bottiglia di assenzio, verde, imbandiva la mia tavola e dava fremito alle mie ansie, alle mie paure, alle mie fobie. Stendo come al solito la tovaglia da tavola bianca e verde che mia moglie metteva da lunedì a sabato, era una tovaglia che aveva comprato da Mohammed, la domenica invece stendeva la tovaglia che sua madre gli aveva comprato per il corredo. Una tovaglia bianca con sopra ricamato in vaso pieno di fiori rossi. Era legata a quella e la domenica sera, appena sparecchiata la tavola, correva in bagno e la metteva a lavare in una bacinella. Voleva lavarla a mano per paura che si rovinasse. Metto sulla tovaglia un bicchiere, un cucchiaio, una zolletta di zucchero e un accendino. Ripeto il rituale che ieri sera mi era stato portato in dono, con un dejà vu, dal film Jack lo squartatore, verso l‟assenzio, lascio squagliare la zolletta di zucchero nel cucchiaio, lo faccio cadere nel bicchiere e bevo tutto d‟un sorso. Stessi sintomi, sento un bruciore che dallo stomaco sale per la gola fino ad arrivarmi in bocca e neanche il tempo di rendermi conto, mi avvicino lentamente sul divano iniziando a delirare e a ridere. Stasera non riesco nemmeno a ridere come vorrei, sento il mio labbro superiore quasi immobilizzato, come se qualcosa lo stesse tenendo legato. La mandibola sembra come tenuta ferma da una maschera di ferro; mi sento come intrappolato e non faccio niente per liberarmi anzi, mi piace rendermi schiavo di tutto questo e più l‟alcool fa effetto, più mi sento bene. Tutto intorno non noti niente, tutto quello che ti vien voglia di fare è chiudere gli occhi e dormire. Una calma apparente, nell‟oziare dei miei sensi, mi lascia quasi addormentare ma sento che qualcuno mi tocca, mi fermo, inizio a sudare, non riesco a muovermi, mi assale un senso di paura, non ci metto molto a riprendermi e appena i miei sensi ritornano alla loro attività derido di me, ho pensato per un attimo che la mia casa fosse infestata da qualche spirito; mi sono guardato riflesso allo schermo chiuso della TV e mi sono messo a ridere. Quanto ho riso, era come se stessi ridendo di qualcuno, più mi guardavo più non mi riconoscevo. Piano sento che un solenne bisogno di dormire dà assuefazione a tutto il mio corpo, vedo tutto stringersi, vedo il buio. Mi sveglia il rumore di un clacson, affaccio preoccupato e vedo una fila di macchine che da sotto casa mia si stende fino all‟altro condominio che si trova a quasi cinquecento metri di distanza, volto lo sguardo dall‟altra verso della strada e vedo che ha bloccare il traffico è un‟ incidente. Un automobile, attraversando con il rosso, è andata a schiantarsi contro l‟autobus che ogni mattina alle sei e quarantacinque in punto passa da questa strada. Mi preoccupo subito perché so che alla guida dell‟autobus c‟è sicuramente Alfredo. L‟ambulanza è li ferma e i volontari stanno trasportando qualcuno in barella; ho il cuore in gola ed una seria paura che ad Alfredo gli sia potuto succedere qualcosa di grave. Certamente se un automobile va a sbattere contro un autobus il primo a poter risentire dell‟urto è sicuramente l‟autista. Continuo a guardare fisso l‟autobus quando ad un tratto vedo che dalla parte di dietro spunta Alfredo, ha la mano in testa e fra le dita stringe forse qualche medicazione, ha sbattuto la testa ma fortunatamente è vivo. Le mie preoccupazioni non sono finite, l‟avvocato! Cosa sarà successo all‟avvocato! Oggi è pure giovedì e molto probabilmente anche Mohammed si trova su quell‟autobus. Mi vesto di corsa e scendo giù. L‟attesa in ascensore è claustrofobica, ho paura, sento un attacco di tachicardia e l‟effetto della sbronza di stanotte peggiora la situazione. Si apre l‟ascensore e mentre mi lancio in una corsa affannosa, noto da lontano che sia l‟avvocato, sia Mohammed sono fuori dal mezzo. Tiro un sospiro di sollievo e ringrazio Dio di questo. - Alfredo ma cosa è successo! - niente Antonio; non ti preoccupare. Una macchina si è messa d‟avanti l‟autobus ed è successo tutto questo. - hai sbattuto la testa.

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- si ma non è niente. Oggi l‟autobus era particolarmente affollato, e c‟era qualcuno in piedi. Nello scontro una signora è caduta nel corridoio e sbattendo la testa è svenuta. La stanno portando di corsa in ospedale. Mohammed è seduto sul ciglio del marciapiede ed ha una mano sanguinante; mi spiega che stava stringendo fra le mani un piccolo carrello che non poteva lasciare a terra nel corridoio del autobus creando ingombro per i passeggeri. L‟urto ha spostato di getto il carrello provocandogli una brutta ferita che solo qualche punto di sutura potrà arginare. Ha tanto da lavorare che questa non gli ci voleva. Sopita la paura mi indirizzo verso casa e passando vicino a Ferdinando che già si apprestava a posizionare strategicamente le casse con la frutta, lo saluto è alla mia domanda: “come va oggi?”, lui mi risponde: “se hanno ancora un po‟ di pazienza a spostare l‟automobile e l‟autobus vedrai che qualcuno si decide a scendere e ha comprare qualcosa”. Lo guardo scosso, lo risaluto e vado a casa. Mentre l‟ascensore con il suo moto sempre uguale, sempre dritto, mi riporta al secondo piano, non posso fare a meno di pensare alle parole di Ferdinando. Ma come può certa gente essere legata in maniera morbosa a i soldi anche in certe circostanze? Mi fa quasi sentire meglio tutto quello che è successo. C‟è gente che vive solo ed esclusivamente di soldi e si alza ogni giorno con l‟intento di fare sempre più soldi, pensare che Ferdinando per la sua smaniosa voglia di diventare ricco, che poi con un piccolo mercato ortofrutticolo non so fino a che punto si può parlare di ricchi guadagni, aveva perso anche la moglie che stanca di sentirlo parlare sempre di lavoro, di soldi, di frutta, aveva un giorno, deciso di abbandonarlo per sempre e fuggire con un ragazzo più giovane di lei. Era una donna libera, aveva bisogno di libertà e non ha fatto altro che prendersela la sua libertà. Aveva anche pensato bene di prosciugare le tasche del povero Ferdinando lasciandogli scoperto un conto in banca di ben cinquantamila euro. Gli occhi mi vanno dritti alla bottiglia di assenzio che giace nel suo candido colore verde sul tavolo della cucina, quello strano odore di zucchero bruciato mi riporta sensazioni strane che però non riesco a spiegarmi. Anche ieri sera sono andato a letto sbronzo, ma come è già accaduto, non riesco a ricordare niente di quello che mi è successo. Fare la doccia fredda di questi tempi non è il massimo e non è consigliabile, ma non ho altro che questo; mentre la gelida acqua mi purifica dai postumi della sbronza, uno ad uno i miei organi iniziano a svolgere le loro funzioni vitali. Sento dolori dappertutto. Vado dal medico curante perché non riesco più a condividere con certi dolori e con certi acciacchi che proibiscono al mio corpo anche i più semplici movimenti. La visita dura pochissimo, ma stranamente, dopo avermi osservato per tutta la durata dell‟incontro, mi prescrive alcuni accertamenti che domani sarò costretto a fare in ospedale. Non avrò una bella cera ma a parte qualche acciacco, per il resto mi sento bene. Comunque lo prendo come un consiglio fare una visita di controllo, saluto il dottore e ritorno a casa. Oggi ho deciso di mettermi comodo sulla poltrona nera nel salone, ho voglia di guardar tanta televisione visto che sono un po‟ di giorni che preferisco fare altro. L‟occhio aperto sul mondo, oggi, non da buone notizie. Vittime e ancora vittime hanno sempre il nome di quella disperazione che sta sconvolgendo tutti, la visita del capo libico in Italia ha destato sconcerto e scalpore, la fiat fa accordi con altre case automobilistiche straniere per far fronte alla crisi del mercato dell‟auto e notizia più incresciosa non potevano ascoltare le mie orecchie; Ibrahimovic vuole lasciare l‟Inter per andare a giocare in Spagna nel Barcellona. Hanno già fatto parlare di se sia Kakà che è passato dal Milan al Real Madrid per più di sessanta milioni di euro e Cristiano Ronaldo che per più di novanta milioni di euro ha lasciato il Manchester United per approdare alla corte di Florentino Perez. Cifre da capogiro, il mondo è in una crisi di proporzioni assurde e qualche riccone si diverte a comprare giovanotti che fra successo e carriera hanno già messo da parte i risparmi per tutta la vita. Faccio un zapping veloce per vedere cosa offre di nuovo il palinsesto mattutino ma mi tocca ancora guardare l‟oroscopo per farmi qualche risata e perché no cercare di addormentarmi nell‟attesa che il frastuono dei motori del gran premio di catalogna in spagna mi svegli per assistere alle prove del moto GP e tifare Valentino Rossi. 31


IV Qualche nuvola stamattina ha reso l‟aria più pesante di quanto dovrebbe essere, queste visite all‟ospedale, volute dal mio medico mi stanno rendendo nervoso e molto preoccupato. L‟ho visto come mi guardava, non ha fatto altro che domandarmi se stavo mangiando o se stavo facendo qualche tipo di dieta. Non mangiavo perché non avevo nessuna voglia di farlo e al contrario bevevo; bevevo troppo. Mi disse: – mi raccomando Antonio, domani vai a digiuno.- non seppi rispondergli niente, annuii con la testa. Ho un‟ansia tremenda, tanto che qualche fitta allo stomaco mi fa ricordare il periodo universitario quando ogni esame era un trauma. Con Diego era sempre un‟impresa riuscire a portare a termine una sessione d‟esame, era impossibile riuscire a seguire tutti i corsi perche quasi ogni giorno i corsi da seguire si sovrapponevano come orario, di conseguenza dovevi fare a meno di seguirne qualcuno e inevitabilmente avevamo sempre più difficoltà nell‟apprendere l‟argomento. Ogni esame aveva una storia a se, ricordo il primo esonero fatto, era storia della musica medievale e rinascimentale. Mi sono iscritto all‟università che stavo svolgendo ancora il servizio militare come volontario a Imase, mi congedavo nel mese di novembre. Il ventiquattro di novembre iniziai la mia carriera universitaria. Negli stessi giorni, Diego, che aveva già iniziato a frequentare da settembre, mi informò che a giorni avremmo dovuto fare il nostro primo esonero; io no avevo aperto libro e non sapevo nemmeno da dove iniziare, gli dissi più volte che non avrei fatto l‟esonero, lui insistette fino a quando quella mattina non ci presentammo a fare la prima parte dell‟esame. L‟aula era strapiena di studenti, il brusio di tutte quelle voci intonava una sola domanda, hai studiato? Le risposte erano quasi tutte identiche e solo qualcuno si lamentava che non aveva potuto studiare perché impegnato con altri esami. Arriva il professore che con l‟aiuto di alcuni studenti distribuisce il foglio del compito. Erano trenta domande a risposta multipla, avevamo solo un‟ora di tempo per rispondere ai quesiti e i risultati sarebbero stati già pronti il giorno seguente. Iniziammo a fare l‟esonero, Diego nonostante avesse seguito il corso non era preparatissimo, io non avevo nemmeno idea di cosa stessi facendo quando, a quasi un quarto d‟ora dalla consegna, una ragazza, vedendomi in difficoltà, si mette dietro di me e inizia a suggerirmi tutte le risposte, A, C, A,B e così via, io non facevo altro che risponde grazie ad ogni suggerimento. Il giorno dopo l‟ansia dei risultati dell‟esonero mi buttarono giù dal letto alle otto del mattino, Diego si presentò a casa mia alle otto e mezzo e dopo aver bevuto un bel caffè caldo, ci indirizzammo verso l‟aula dove, nell‟apposita bacheca, sarebbero stati esposti i risultati della prova. C‟era solo qualche ragazzo che controllava i risultati, con Diego ci avvicinammo lentamente e dopo aver dato un‟occhiata ai risultati altrui, controllammo se nell‟elenco era presente il nostro nome; la valutazione finale era trenta che sarebbe stata la base di partenza per l‟esame orale, sulla seconda parte del programma, che si sarebbe svolto nel mese di febbraio. Tutti gli altri trentatré esami avrebbero avuto una storia nuova e la stessa ansia che anche stamattina ha chiuso lo stomaco. Quest‟acqua gelida mi riporta subito al presente, sento raggelare tutto l‟apparato facciale e cerco di fare in fretta a lasciare che il mio viso stemperi nel calore dell‟asciugamano. Mi rivesto dei soliti panni e puntuale alle sei e quarantacinque mi faccio trovare alla fermata dove puntuale l‟autobus fa la sua sosta consentendo a tutti i passeggeri di entrarvi. Mi salta subito agli occhi il non vedere Alfredo alla guida, dopo l‟incidente di ieri, in base ai referti medici avrebbe usufruito di dieci giorni di riposo prima di ritornare alla sua attività. Era un‟autista giovane e si vede che non aveva la fluidità di guida di Alfredo che era da vent‟anni alla guida dell‟autobus. Alfredo non ti faceva sentire mai una frenata, lasciava che il suo piede calpestasse piano il freno in modo che l‟autobus rallentasse gradualmente evitando lo sballottamento dei passeggeri, era veramente bravo nel suo mestiere, neanche le solite buche che tappezzavano le strade cittadine erano un problema, riusciva a non farti saltare dal sedile. Questo nuovo autista è ancora troppo grezzo nel suo guidare e il viaggio verso l‟ospedale sta diventando così traumatico che mi vien voglia di scendere. 32


Lo vedo anche nel suo atteggiamento teso, scruta in ogni parte la strada e la postura dritta è sintomo di tensione. Alfredo sapeva ogni piccolo difetto della strada tanto che, spesso e volentieri, si voltava verso colui o colei che occupava il posto vicino la sua stazione di guida per scambiare una battuta, una parola, una notizia. È un via vai continuo di malati, di familiari che assistono giorno dopo giorno alla guarigione del parente malato o alla morte sempre più vicina che sta per strappargli per sempre la persona cara. Mi colpiscono quelle povere signore anziane che ogni giorno, senza badare a stanchezza o ad altro vegliano sedute vicino al letto del marito, passano le notti nelle camere, sedute su una sedia, al mattino, quando è ora di visite e sono costrette a lasciare la stanza per dare modo ai medici di effettuare le visite del caso, vanno a casa, si rifocillano e appena possono ritornano alla loro veglia, ritornano a sperare. Ogni giorno per loro è un giorno di speranza o di dolore, sentirsi dire che il marito sta migliorando gradualmente o che lentamente si sta spegnendo arrendendosi al male che lo sta consumando nel fisico e nell‟anima. I corridoi sono un brulicare di persone che da un reparto all‟altro vanno alla ricerca dello specialista che dovrà visitarlo. A dirigere tutta questa confusione, secondo un ordine ben stabilito, un gruppo di persone tutte ben indirizzate, vestite di bianco, sembrano dei vigili che nel loro sbracciarsi danno istruzioni a chi non sa come muoversi dentro questo labirinto fatto di scale, di ascensori, di barelle poste sul lato del corridoio, di gente che seduta alle poche sedie che ospitano i pazienti attendono nervosamente il proprio turno. Ognuno a un modo diverso di esternare la propria ansia e il proprio nervosismo, c‟è chi muove il piede, c‟è chi fa ballare le gambe in un movimento di apertura e chiusura, c‟è chi legge e rilegge quello che c‟è scritto sulla carta rilasciata dal medico, c‟è chi va avanti e indietro per il corridoio e ogni tanto da un‟occhiata nelle stanze quasi preoccupandosi delle condizioni di salute dei malati. -Salve! mi scusi. -mi dica. -dovrei fare una visita specialistica e non riesco a trovare il reparto. Potrebbe aiutarmi? -certamente, mi segua. Mentre camminiamo mi accorgo che l‟infermiera, un‟anziana signora, legge attentamente il tipo di visita che dovrò sostenere. È una signora che all‟incirca avrà più di sessant‟anni e si nota, dal suo viso provato, che presta servizio in questo ospedale da una vita e che ha sacrificato la propria vita personale per dare aiuto a chi come me si trovava in difficoltà o a chi giornalmente fa i conti con la morte. -ecco siamo arrivati, entro ad informare il dottore. Lei aspetti qui fin quando non sarà il suo turno. Sarà avvisato dalla mia collega che si occupa di questo reparto. -la ringrazio. È stata gentilissima. C‟erano tre persone che come me aspettavano il proprio turno. Una di queste aveva degli strani baffi e uno strano modo di atteggiarsi e ridendo fra me e me lo assomigliavo ad un vecchio barone di qualche contea, lo immaginavo nella sua reggia mentre si abbuffava di selvaggina, mentre una ben attrezzata squadra di contadini lavorava quasi dodici ore al giorno per lavorare i suoi appezzamenti di terra e per fare i suoi guadagni. Era vestito con un bellissimo vestito nero una camicia bianca un papillon rosso e in testa portava una buffissima bombetta. Seduta ad una sedia una anziana donna cercava in tutti i modi di leggere ciò che c‟era scritto sull‟impegnativa medica, era analfabeta e si vedeva ma cercava comunque il modo di far passare l‟ansia e la paura. Al mio fianco, un signore un po‟ più giovane di me aspettava con ansia che suo padre uscisse dalla stanza dove il dottore gli stava facendo gli accertamenti. Il signore che aspettava era certamente suo padre. Si aprì la porta dello studio e nell‟affannoso camminare un signore molto più vecchio di me si apprestava ad uscire, era giallo in viso, magro, quasi sembrasse un deportato di qualche campo di concentramento e camminava a fatica forse stanco dalla malattia e dai suoi anni. Mi sorse un dubbio. Andai verso l‟uscita del reparto e notai che il dottore mi aveva mandato in ospedale per fare una visita al fegato ed una serie di altre analisi. Stavo bevendo molto ma non avevo mai preso in considerazione l‟ipotesi di questa malattia. 33


-signor Fresco Antonio. -si sono io. -Prego si accomodi. -eccomi. Iniziò il medico col farmi alcune domande per capire in che stato il paziente, cioè io, si fosse presentato li. Non ero ubriaco ma capivo che loro avevano a che fare ogni giorno con pazienti che arrivavano ubriachi alla visita. Continua con il farmi altre domande per sapere se in passato avessi avuto qualche malattia grave. Fortunatamente non avevo avuto nessun tipo di malattia infettiva grave a parte le classiche malattie come il morbillo e le altre che fino ai quattordici anni ti costringono a stare a letto per molto tempo. L‟infermiera si avvicina con una piccola siringa e qualche boccetta che verrà probabilmente riempita con il mio sangue. Inizia il prelievo e nello stesso momento vedo che di corsa il dottore schizza fuori dalla stanza e corre dagli infermieri che avrebbero dovuto prepararmi un posto letto per un ricovero istantaneo. Mi avvisò di corsa ma non accettai, non potevo permettermi un ricovero soprattutto perché ero solo e nessuno avrebbe potuto badare alla casa. c‟era un mutuo da pagare e non potevo incaricare nessuno per il pagamento della rata. Firmai un foglio dove accettavo tutti i rischi a cui andavo incontro ma che mi assumevo la responsabilità della mia scelta. Domandai quando sarei potuto ritornare per ritirare le analisi del sangue e mi incamminai verso l‟uscita. Dovevo ritornare domani per ritirare le analisi. Appena esco dall‟ospedale, come un bruttissimo regalo del destino, incontro mia moglie; dovevo ancora considerarla tale perché non erano partite pratiche di divorzio e ne se ne era parlato. Si era allontanata da me ma non avevo mai voluto sapere dove fosse, con chi fosse e cosa stesse facendo. Non potevo avere interesse per una persona che nel momento più tragico della mia vita mi aveva abbandonato lasciandomi solo. I nostri sguardi si incontrarono, ci guardammo per un pezzo ma nessuno ebbe il coraggio di parlarsi, forse è stato meglio così. Aveva però qualche problema perché da come la ricordo lei aveva troppa paura di venire in ospedale. Aveva sempre preferito fare analisi e altre visite di routine nella piccola ASL del nostro quartiere. Non riuscivo a dimenticarla, era da troppo tempo che non la vedevo, rincontrare quello sguardo che come vent‟anni fa aveva ancora quell‟effetto magnetico, per me è stato uno shock. Neanche decidere di ritornare a casa a piedi fu un‟ottima idea per distrarmi un po‟ dal pensarla. Non riuscivo a rifarmi all‟idea che una persona che con me aveva condiviso tutto, aveva giurato davanti a Dio di amarmi ed onorarmi, di amarmi nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte, non appena aveva visto infranto il suo bel sogno si fosse allontanata da me senza spiegazioni e senza nessun preavviso. Tutto questo andare avanti e indietro di macchine mi rimbomba in testa e mi ha fatto venire un forte mal di testa. Avevo voglia di arrivare al più presto a casa e dopo avermi scolato come da mia abitudine la solita bottiglia di vino, andare a letto e farmi una bella dormita. -guarda chi ho il piacere di incontrare. Mohammed, come stai? -discretamente caro Antonio, oggi sono stato dimesso dall‟ospedale. Per l‟incidente ho dovuto mettere ben venti punti di sutura alla mano e ora sto andando alla bottega per avvisare gli altri che non sarei potuto andare con loro al mercato e che per un po‟ di giorni non avrei potuto utilizzare la mano. Avrei bisogno di un po‟ di riposo, ma come faccio Antonio. -lo so Mohammed ma purtroppo hai avuto un brutto incidente e non puoi rischiare che si riapri la ferita. Vedrai che in pochi giorni ti riprendi e sarai di nuovo pronto a lavorare. -certamente Antonio, ora ti lascio perché vado in bottega. A presto. -vai caro. A presto. Povero Mohammed, i suoi fratelli, come si usano chiamare loro, non gli avrebbero mai permesso di perdere nemmeno un giorno di lavoro e avrebbe dovuto in un modo o nell‟altro darsi da fare. Non andrà al mercato ma in bottega sarà costretto a svolgere l‟attività. Qualcuno avrebbe dovuto tenere il negozio aperto. Dopo l‟incendio che aveva distrutto il suo, era riuscito insieme ad altri suoi connazionali ad aprirne un altro. Altri sacrifici e altri problemi. 34


Per un attimo, Mohammed mi aveva fatto passare dalla mente l‟idea di mia moglie che si rimpossessò di me non appena ritornai solo con me stesso, con i miei pensieri. Stanco per la lunghissima camminata ora mi tocca salire due piani a piedi. L‟ascensore è come al solito rotto e l‟impresa che si occupa della manutenzione prometteva ogni volta di venire a risolvere definitivamente il problema ma non aspettava altro che l‟ascensore si rompesse del tutto per doverlo poi ricambiare e quindi incassare i soldi. Non era sempre bloccato, ma capitava ogni volta che una cattiva giornata di pioggia e tuoni si imbatteva sulla città. Oggi non era una giornata di pioggia e tuoni ma stranamente non funzionava. Salite le due rampe di scale, giunto sul pianerottolo d‟avanti la porta del mio appartamento sento che l‟ascensore aveva ripreso a funzionare perché stava scendendo fino al piano terra. Imprecai contro il destino e mi apprestai ad entrare. Che odore di chiuso orrendo, lascio la porta aperta e apro qualche finestra in modo che si cambi l‟aria. Era da un po‟ di tempo che le mie faccende domestiche si svolgevano al buio delle persiane sempre chiuse impregnate del cattivo odore che si era creato. La buste di spazzatura, ovvero di bottiglie vuote avevano occupato gran parte della cucina, mi faccio coraggio e vado a buttarle. Chiamo l‟ascensore che fortunatamente risponde al comando, mi faccio portare allo scantinato dove la nuova amministrazione condominale aveva fatto mettere i cassonetti per l‟immondizia, fatta l‟apposita raccolta differenziata, richiamo l‟ascensore che questa volta non ne vuole sapere di funzionare. Non è giornata! Mi rifaccio altre tre rampe di scale e stremato come non mai mi lascio cadere sulla poltrona nera del salone. Guardandomi intorno noto che il muro del salone ha esposto altri quadri, le macchie di umidità si sono sparse ancora di più e ora hanno colorato di verde tutta la parete. E una visione squallidissima ma ormai l‟abitudine aveva preso il sopravvento sulla rabbia. Apro una bottiglia di vino e inizio a bere, un bicchiere dopo l‟altro, tutto il suo contenuto. Non mi sento bene come al solito, faccio ricadere la colpa all‟ascensore che mi ha costretto fare per ben due volte due piani di appartamenti a piedi. Ero stanchissimo e allietato dal buon sapore del vino mi addormentai. Sono le sette! Ho dormito più di otto ore. Stanotte mi sa che passerò la notte sveglio. Mi toccherà guardare la TV sperando che mi facciano vedere qualcosa di interessante. Sento un leggero appetito, una voglia di cibo che non sentivo da molto tempo. Apro tutti gli stipi della cucina e non trovo altro che cibo in scatola. Non ricordo di aver mai fatto la spesa e rendendomi conto che li aveva comprati di sicuro mia moglie, l‟ultima volta che siamo andati a fare la spesa prima del disastro, controllo barattolo per barattolo la scadenza del prodotto. Ceci scaduti, via nella spazzatura. Lenticchie scadute, nella spazzatura. Fagioli scaduti da un giorno. Saranno buoni, provo a mangiarli. Li lascio cucinare in una a pentola con della cipolla, con un po‟ di sale, con dell‟olio e dopo aver preparato a parte un po‟ di sugo mischio il tutto e spezzo un po‟ di pane indurito e lascio che si inzuppi del preparato e mangio. Ho sempre adorato questo piatto ma mia moglie non voleva che lo mangiassi, a lei piacevano i fagioli ma preferiva mangiarli in altri modi. Ora potevo farlo senza che nessuno mi dicesse niente. Il sapore della cipolla si mescolava divinamente al sapore dei fagioli e un filo di olio condiva il tutto rendendo più saporita la pietanza. Con i miei nonni era sempre interessante pranzare e cenare, trovavano sempre il modo di farti assaggiare prelibatezze. Il discorso partiva sempre quando mio nonno iniziava a dire che il cibo che inscatolano oggi o che mangiamo di questi tempi e infestato da medicinali che prima o poi ci uccideranno, poi la nonna metteva in padella qualcosa, peperoni, verdura o altri tipi di cibi e le portava a tavola sempre accompagnate da un bel pane fresco casereccio e da una bella bottiglia di vino che mio nonno con tanta cura e devozione produceva ogni anno. Adorava bere il vino e si vantava del fatto che anche il medico gli aveva consigliato di berne qualche bicchiere a pasto senza però abusarne. Lui, puntualmente, arrivava ogni sera ubriaco e tante volta dovevano, gli amici, accompagnarlo perché non si reggeva in piedi. Mia nonna era disperata, non era mai riuscita a far togliere quel vizio al nonno insieme a quello del fumo. Morto il nonno ricordo con molto piacere le partitelle a carte che facevamo con la nonna. Era un modo per lei di regalarmi qualche soldo e per me di farle un po‟ di compagnia. Abitavamo vicini ma sentiva comunque la mancanza del marito. 35


Insieme a questo bel piatto di fagioli sono riuscito a scolarmi un‟altra bottiglia di vino, mi conviene andare a letto prima che mi venga ancora voglia di bere. Inspiegabilmente non sono ubriaco, certo il cibo ha attutito un po‟ l‟effetto dell‟alcool, ma il pensiero costante di mia moglie mi tiene lucido e sveglio. Riesco a catturare di lei ogni piccolo movimento che faceva, ogni suo atteggiamento, ogni posizione che assumeva. La osservavo sempre, non riuscivo a distogliere lo sguardo da lei e ne imparavo i movimenti, le gesta e così non appena trovavamo un po‟ di tempo libero, alla sera, la imitavo e mentre lei rideva come una matta io le imitavo altri suoi atteggiamenti o modi particolari di dire le cose. Mi scendono due lacrime che giuro avrei fatto volentieri a meno di versare, ma non ci riesco, come faccio a buttarmi alle spalle vent‟anni di convivenza? Come faccio a far finta che fra me e lei non c‟è stato mai niente. Quelle tre macchie e mezzo sul muro della camera da letto sono diventate esasperatamente familiari e sono ancora convinto che vogliano dirmi qualcosa ma ancora non riesco a capire cosa. Li ho sempre paragonati al ciclo della vita; nasci cresci e muori ma il mezzo cerchio di forma strana non riesco a connotarlo in nessuna tappa della vita. Tre cavalli bianchi stanno attraversando la strada oggi, stanno facendo forse una parata, ho voglia di cavalcarne uno. Sono tutti e tre numerati e dal più grande al più piccolo, sulla schiena, portano i numeri diciannove, undici e otto. Che bell‟aria fresca sferza sul tuo viso da quassù, e nel movimento ondulatorio che il cavallo ti costringe a fare senti il tuo corpo come in preda ad una libertà che non avevo mai assaporato da questa veduta. Per me essere libero significava avere la possibilità di fare ciò che volevo, invece la libertà data dal sentirsi per un attimo libero di volare mi da forza e voglia di vivere. La sveglia mi ricorda che sono le sette, che ho fatto un bellissimo sogno, che è ora di alzarsi e che devo andare in ospedale per ritirare i risultati delle analisi. Mi ritocca scendere le scale a piedi, è da ieri, mi dice il portinaio, che l‟ascensore è fermo allo scantinato. Ho perso l‟autobus e mi tocca arrivare a piedi dall‟altra parte della città. Mi faccio compagnia con i miei pensieri e a passo veloce mi incammino. -sai che non ho voglia di andare dal dottore? -ma è importante prendersi cura di se stessi. -ma io sto benissimo. -e allora cos‟ai da preoccuparti? -mi ha fatto preoccupare l‟atteggiamento del dottore. -che atteggiamento? -durante la visita mi ha lasciato da solo con l‟infermiera che eseguiva il prelievo del sangue mentre lui aveva ordinato di corsa un ricovero urgente. -voleva forse farti qualche altro accertamento. -mah! Non saprei. Era alquanto preoccupato ma non ha voluto dirmi niente. Mi ha consigliato di ritirare le analisi e di andare dal medico curante. -magari vorrà prescriverti qualche pillola, sai che con l‟età arrivano anche i primi acciacchi e i primi segni della vecchiaia possono provocare qualche malanno facilmente curabile. L‟ospedale oggi è affollatissimo, non appena ho passato il cancello, tre ambulanze sono partite perché qualcuno stava gravemente male. Il corridoio è freddissimo, non so dove andare e tutta questa gente mi fa sentire male. -senta mi scusi. -prego. -dovrei ritirare delle analisi. Dove devo andare? -primo piano. Sulla sinistra c‟è l‟apposito sportello dove può ritirare le analisi. -la ringrazio. Salgo lentamente le scale, anche qui c‟è un affollamento di gente che è impossibile stare tranquillo, un gruppo di persone sta piangendo, avranno perso qualcuno d‟importante. Purtroppo capita e 36


l‟unico modo per non sentirsi intrappolati dalla paura è quello di vivere la vita giorno per giorno ed essere contenti del poco che si possiede. Eccomi arrivato, porta sinistra. -buongiorno. Dovrei ritirare delle analisi. -mi dice il nome? -Fresco Antonio. -mi dispiace ma c‟è stato un piccolo problema con il computer e stiamo aspettando che venga ripristinato il servizio per poter stampare i risultati. Può aspettare gentilmente? -certamente. aspetterò qui nel corridoio. L‟aria era sempre più pesante e non avevo molta voglia di vedere altra gente piangere. Non sopportavo tutto questo dolore. Avevo paura che un giorno fosse toccato a me e l‟idea di dover morire in un letto di ospedale, mi terrorizzava. Sento che qualcun altro si sta dirigendo verso lo sportello per ritirare i risultati di chissà che visita, sento le stesse parole che l‟impiegato ripete a me e sento che lentamente si dirige verso il corridoio dove su una sedia sto attendendo che risolvano il problema. La figura di quella signora che lentamente si sta avvicinando a me mi inquieta, ha lineamenti stranieri, forse rom, che nasconde però con una buona padronanza della lingua italiana. -riescono sempre a farci perdere tempo in ospedale. -succede sempre qualche imprevisto. -poi soprattutto oggi che mi sono svegliata con la paura che mi possa succedere qualcosa. -è pessimista? -no! Solamente che stanotte ho sognato che qualcuno suonava alla mia porta, sono andata ad aprire e mi è apparso un angelo in tutto il suo candore, biondissimo e la sua pelle bianchissima dava splendore alla sua figura. -ha sognato un angelo ed ha paura? -si perché l‟angelo non aveva gli occhi celesti ma scuri, voleva che lo seguissi porgendomi una mano che lasciava partire verso di me dita sottili e lunghissime. Dalle mie parti si dice che l‟angelo che ha gli occhi scuri e le dita sottili è presagio di sventura. -io stanotte ho sognato tre cavalli bianchi che avevano sulla groppa tre numeri. -che numeri erano? -diciannove, undici e otto. -il cavallo bianco è simbolo di morte, dalle mie parti si dice che questo animale traghetta le anime dal mondo dei vivi a quello dei morti e molto probabilmente i numeri che avevano sulla schiena sono la data di nascita o di morte di qualche persona a lei molto vicina. -io non credo a queste cose. -nessuno ci crede ma spesso e volentieri è successo che chi sognasse cavalli si ritrovasse poi a dover fare i conti con la scomparsa di una persona cara. I brividi mi avevano raggelato e il freddo di questo corridoio li alimentava. Ero preoccupato e pensavo e ripensavo al sogno. In fin dei conti ho sognato di cavalcarne uno e di sentirmi libero, non credo che vogliano significare qualcosa di brutto. Di vero c‟è solo che uno dei tre numeri era la data del giorno in cui è nata mia moglie. -i computer funzionano, potete avvicinarvi per ritirare le analisi. -Fresco Antonio. -ecco a lei, arrivederci. Non riesco a riscaldarmi, questa strana discussione con questa donna mi ha messo paura, ha suscitato in me angoscia. Di solito vado a letto ubriaco e al mattino non ricordo mai se ho sognato. Sono le dieci, faccio ancora in tempo a passare dal medico così gli mostro i risultati delle analisi. Fortunatamente non c‟è nessuno, meno male. -permesso. -prego entra Antonio. -ecco i risultati. -fammi dare un‟occhiata. 37


-cosa succede? -proprio come immaginavo, l‟avevo intuito dal tuo colorito. Posso farti una domanda? -prego. - Antonio stai abusando di alcolici? -si dottore è da un anno a questa parte che mangio pochissimo e bevo molto, bevo di tutto e se un giorno trovo la forza di volontà per non bere, la notte vado in astinenza e sto malissimo. -sarò chiaro subito e ti chiedo di ascoltarmi con attenzione, ne va della tua salute. -hai una grave malattia al fegato e sarebbe consigliabile evitare di bere alcolici. Di qualsiasi tipo. -ho capito dottore. La ringrazio. -mi raccomando Antonio riguardati. Tutto ad un tratto mi sono sentito privato di qualcosa. Non avevo più un lavoro, una famiglia, una moglie che potesse aiutarmi ed ora il dottore mi stava privando anche dell‟unico amico rimasto a darmi una mano e ad ascoltarmi nei momenti di solitudine. Non avrei più intrapreso discorsi sulla vecchiaia con il vino, discorsi sull‟esistenza con la birra e ne tantomeno avrei potuto confidare segreti al mio fidatissimo amico whiskey. La casa ha un altro aspetto da oggi che sono costretto a rimanere sobrio, mi dedicherò certamente ad altro nell‟attesa che qualcosa mi proietti in quella dimensione che identifico con la parola felicità. Esco a fare un po‟ di spesa e partendo dal presupposto che non avrei potuto comprare niente che abbia contenuto anche una piccola percentuale di grado alcolico, decido di fare una bella conserva di pasta, di ogni tipo di sugo e di tutti i tipi di cibi in scatola che in ogni caso avrebbero fatto al caso mio ogni qual volta avrei deciso che era troppo tardi per preparare un bel piatto di pasta. Quella schiera di cassiere vestite tutte allo stesso modo, oggi, mi fa molta più paura. A qualcuna di loro toccherà l‟ingrato compito di farmi capire realmente che la mia esistenza è segnata definitivamente e che non avrei avuto altro che solitudine e solitudine. Quanta polvere ho lasciato che si accumulasse in questa cucina, mi tocca prima pulire e poi iniziare a selezionare il tipo di alimento e decidere dove conservarlo. In fondo era una procedura che prima o poi avrei dovuto seguire, non avrei resistito ancora per molto tempo senza nutrirmi di qualcosa. Certo ora era impensabile che avrei fatto volentieri a meno di una bella bottiglia di vino ma purtroppo dovevo abituarmi a bere tanta acqua. Sono ancora le due e non so che fare, certamente a quest‟ora avrei potuto essere già lontano da qui, inebriato dal rosso candore di una bella bottiglia di vino rosso e magari avrei già lasciato che il mio corpo, riposto sulla poltrona nera del salone, abbia lasciato le sue spoglie per dare slancio all‟anima. Mi piaceva perdermi nell‟assurdità di ogni mio pensiero. Forse se vado a fare un giro mi distoglierò da ogni tipo di pensiero e di conseguenza non penserò ad ubriacarmi come al solito. Mi turba ancora quello strano sogno e le parole di quella signora, non mi rendevo conto se mi avesse detto tutte quelle cose per spaventarmi, perché si divertisse a far credere a certe superstizioni o magari nelle sue parole c‟ere molto di vero. Ripenso a quei cavalli, mi inquieta molto e mi intriga molto sapere se la zingara, perché dai tratti somatici si notava chiaramente che veniva dai Balcani, avesse veramente ragione. Fa un freddo bestiale e mi sono permesso il lusso di vestirmi leggero, non ho messo la solita giacca e mi sa che per arrivare prima a casa mi tocca prendere quel vicoletto che taglia fino al negozio di Ferdinando. Non faccio caso alla strada che l‟amministrazione comunale ha voluto a tutti i costi pavimentare di pietra, non era un vicoletto storico, non mostrava niente di architettura antica ma non era altro che il risultato di una serie infinita di palazzi condominiali che avevano creato automaticamente questo vicoletto. Non era altro che il frutto geometrico delle distanze che i palazzi avrebbero dovuto mantenere tra di loro. Sono riuscito a recuperare un bel po‟ di tempo evitandomi freddo e qualche malanno, mi tocca salire due piani a piedi ma almeno riesco a riscaldarmi. Fa freddo anche in casa, purtroppo devo rinunciare anche ai riscaldamenti perché non potevo sostenere le spese condominiali e di conseguenza l‟uso del gas mi era stato vietato. 38


Per prepararmi qualcosa di caldo da mangiare dovevo usare un piccolo fornellino alimentato da una bombola del gas che usavamo quando andavamo a fare le gite in montagna o al mare. Aveva due piccoli fornellini che usavo in contemporanea per preparare il sugo e far bollire l‟acqua per cucinare la pasta. L‟avevamo comprato con la mia prima tredicesima; avevamo già stabilito che le vacanze estive le avremmo trascorse in campeggio al mare senza affittare case perché, tale spesa, non era consentita dal nostro portafoglio. Fu il nostro regalo di natale. Ricordo che con mia moglie quel sabato andammo a passare un bellissimo pomeriggio al centro commerciale, volevamo comprarci qualcosa per le feste. Io avevo bisogno di un bel paio di pantaloni e un bel maglione, lei di un bel vestito da indossare per il giorno di natale. Nel passeggiare per il centro commerciale, notammo, fermandoci ad una vetrina, che esposta al centro del negozio c‟era una bellissima tenda canadese; non era certamente tempo per vendere e presentare questi tipi di attrezzature. Entrammo affascinati da tale opera, era alta due metri, larga tre, era facile da montare ed era dotata anche di un piccolo tavolino con quattro sedie; il trucco stava che per poter avere al prezzo di esposizione la tenda, dovevi comprare un piccolo fornellino. Ci guardammo negli occhi e ci accorgemmo che entrambi volevamo comprarla. Velocemente chiamammo il commesso, acquistammo il fornello e a prezzo di esposizione acquistammo la bellissima tenda. Ricordo che ogni giorno non facevamo altro che programmare le vacanze estive. Intelligentemente mia moglie decise di organizzare un piccolo salvadanaio, era un piccolo conto alla posta, dove ogni mese dovevamo versare una piccola cifra. Servivano per poter almeno partire. La destinazione delle vacanze fu un mistero fino a pochi giorni prima della partenza, eravamo indecisi se andare in un campeggio in qualche zona sperduta d‟Italia, godere della solitudine e stare insieme giorno e notte o divertirsi andando a sostare in qualche campeggio in una zona balneare ad alta densità di turisti. Optammo per la seconda scelta, in fondo, sarebbe stato bellissimo passare due settimane come fanno tutti i turisti. Sole e mare non mancarono perché furono quindici giorni bellissimi, divertimento alla grande in giro per i locali e tanto romanticismo nel semibuio della nostra tenda. Fu un‟estate indimenticabile. Anche per l‟altra estate, avevamo in mente di trascorrere le vacanze in giro con la nostra tenda, ma una notizia più lieta ci tenne a casa. agosto fu il mese della nascita di nostro figlio. Ricordo che trascorsi i miei quindici giorni di ferie tra l‟ospedale e casa nostra. Mia moglie avvertiva sempre che quello era il momento del parto, correvamo in ospedale, ed era sempre un falso allarme. Ritardò la nascita di dodici giorni. Fu un‟estate caldissima e sopportare i ritmi che nostro figlio dettava era molto dura, avevo preso le ferie per quel periodo così avrei avuto il tempo di abituarmi, invece mi toccava fare la veglia notturna, perché non ne voleva sapere di dormire e svegliarmi presto per andare a lavorare. Riuscimmo a riposare solo durante le vacanze natalizie. Dopo quasi cinque mesi. Che strano odore di bruciato! Oh mio Dio il sugo sul fuoco, lo stavo bruciando. Proviamo se è ancora commestibile? Non è il massimo ma si può mangiare e neanche il sapore è poi così sgradevole. La pasta e un po‟ cruda ma faciliterò la digestione; in TV prima sentivo un esperto nutrizionista che mangiare la pasta al dente era più facile da digerire al contrario della pasta scotta. Io non ho mai creduto a questa teorie culinarie infatti non avevo mai fatto problemi per quanto riguarda il cibo. L‟unica cosa che non riesco a mangiare è la zucca. Fa un po‟ impressione vedere che sulla tavola non c‟è la solita bottiglia di vino che mi aiuta a deglutire, vedermi in questa nuova veste ancora mi da un senso strano, erano almeno due mesi che mangiavo poco o niente e quasi sempre sostituivo un buon pasto con una bella bottiglia di vino. Ho gustato tutto e l‟acqua mi aiuta a purificare l‟organismo. Mi siedo sul divano verde che piano inizia a sentire il peso degli anni, sembra cedere umanamente, sembra un anziano signore che lentamente vede curvare la sua dritta schiena che per anni lo aveva eretto al suo lavoro e al mondo. Inizio a fare il giro consueto dei canali per fermarmi prima sul notiziario; attacchi contro il nostro plotone in Afganistan, violenze sui minori e pedofilia, manifestazioni contro il governi iracheno, sono le notizie del giorno,ma quello che fa più scalpore è la ridicola scena, anche se molto umana, 39


del presidente degli stati uniti d‟America che durante un‟intervista, alla casa bianca, stecchisce una mosca che lo infastidisce, mostrando poi il corpo del reato al cameraman che inquadra la povera mosca che giace senza vita sul pavimento. Scene di una sgradevolezza allucinante ma che al mondo intero mostrano comunque la naturale umanità di un uomo diventato presidente della più potente nazione al mondo. Allibito cambio canale per ascoltare le notizie sportive. Quello scandaloso scambio Eto‟o Ibrahimovic tra Barcellona e Inter quasi probabilmente non si concluderà e la possibilità che lo svedese trascorra un‟altra stagione a Milano si fa più ipotizzabile. Per il resto girano sempre le stesse notizie. Preferisco chiudere la TV e lasciare che il mio corpo stanco, oziosamente, si addormenti lentamente. Un forte vento sta facendo sbattere la finestra che avevo lasciata aperta in modo che si cambi l‟aria nella casa. Per troppo tempo la luce non aveva oltrepassato i vetri delle finestre e solo ad ogni mia uscita la casa aveva respirato aria nuova; giusto il tempo di aprire e chiudere la porta. Non potendo più vivere nel profondo senso di vuoto che mi offriva l‟alcool, mi serve distrarmi in ogni modo per non pensarci e di conseguenza inizio, scrupolosamente, a prendermi cura della casa. Con un senso di paternità mi prendo cura di ogni oggetto che fa parte dell‟arredamento, trovo il tempo di spolverare ogni tipo di suppellettile e ogni angolo della casa. Senza vergognarmi del mio abbigliamento, inizia a ramazzare il pavimento, parto dalla stanza da letto per poi finire con il bagno, riempio il secchio con dell‟acqua, verso il detersivo che si usa per lavare i pavimenti e do alla casa nuovo vigore ed un nuovo profumo. Soddisfatto mi avvicino al balcone dove uno stendi panni mi aspetta; lo vedo mentre trepidamente aspetta che lo rivesti dei suoi panni, lo so che ha freddo e velocemente lo ricopro di quei pochi panni che avevo da lavare. Per imparare la lavatrice ho dovuto studiare molto. Ho preso il libretto delle istruzioni, mi sono seduto accanto alla macchina e passo dopo passo, punto dopo punto, come se stessi preparando un esame universitario di ingegneria meccanica, ho imparato tutti i passaggi da effettuare e dopo aver imparato la tipologia di biancheria da mettere in lavatrice, immagino la scena del lancio dello shuttle, premo il tasto dell‟accensione e lascio che l‟oblò quasi pieno compia il suo percorso già stabilito. Il moto perpetuo e continuo della lavatrice non sente il peso del destino, sa quando deve partire e quando deve finire, in ogni istante sa cosa deve fare, quando deve centrifugare, quando deve buttare l‟acqua. Sa che, solo per volere umano, il suo corso può subire un arresto improvviso. Io non ho nessuna certezza e il destino ha disegnato uno strano percorso; pensavo che i sacrifici universitari, i sacrifici lavorativi fossero un disegno prestabilito che non avrebbe mai subito cambiamenti. Ho finito di ridare brillantezza alla casa, ora che faccio? Ho molto tempo libero a disposizione. Fuori piove a dirotto e non penso si una bella idea uscire a fare due passi. Ho voglia di leggere un bel libro ma quelli che sono esposti nella biblioteca nel salone li ho già letti e riletti e non ho voglia di spaginare un libro solo per il gusto di passare il tempo. Vagare per la casa non ha lo stesso sapore di una bella passeggiata all‟aria aperta. Inizio a sentire che qualcosa in me non va come dovrebbe, inizio a tremare, innervosendomi, sento il battito del cuore aumentare notevolmente e alterno gioia e tristezza senza rendermene conto. Sento che qualcosa mi spinge verso la dispensa, una mano mi spinge da dietro e alternando due passi avanti e uno indietro mi avvicino alla porta della piccola stanza, entro, mi sento come ipnotizzato, lentamente allungo una mano sullo scaffale, impugno una bottiglia di vino, mi incammino verso la cucina da sopra il lavandino prendo il bicchiere che solo poco tempo prima avevo utilizzato per bere acqua, sposto la sedia, comodamente me ne impossesso e svitato il tappo della bottiglia verso il primo bicchiere. Inizio a bere e senza accorgermene, come mi capita sempre, finisco la bottiglia che lascio poi riposare, vuota del suo contenuto, sulla tavola. Ubriaco mi avvicino al divano e mentre gli occhi lentamente si chiudono per la seconda volta nella giornata, impreco contro di me, colpevolizzandomi il fatto che la mia mancanza di buona volontà ha lasciato che ricadessi nel vizio. Era chiaramente una crisi di astinenza ma me ne sono fatto una colpa. 40


Non potevo risolvere il mio problema da un giorno all‟altro e ne tantomeno sbrigando le faccende di casa; certamente mi avrebbero aiutato a pensarci di meno me non potevo pulire e sporcare la casa passando l‟intera giornata a pulire, non ero Penelope. Che dolore! È insopportabile! Ma che cos‟ho! Aiuto!Una fitta dolorosa mi sveglia improvvisamente, il dolore è lancinante, non riesco a capire cosa mi stia succedendo, sento lo stomaco come invaso da una squadra di incendiari. Non riesco a raddrizzarmi, il dolore mi costringe a stare piegato su me stesso e non riesco nemmeno a muovermi, vorrei potermi avvicinare alla finestra e gridare soccorso, chiamare qualcuno che mi venisse ad aiutare. Sono immobile e non riesco nemmeno a muovere un piede. Non ho idea di cosa mi stia succedendo. Mi giro verso il cuscino e noto una grossa macchia di sangue che mi è uscito sicuramente dalla bocca, mi guardo addosso e non noto nessun segno di taglio e nessun punto vitale ha lasciato scorrere il sangue. Leggermente inizio ad insaporire e sento il forte sapore di sangue ormai stagnato in gola. Ho sputato sangue e durante la notte non me ne sono accorto. Riesco a girare lo sguardo verso la sveglia è mi accorgo che l‟ora è tardissima; dove lo trovo qualcuno che può prestarmi soccorso? Resto accovacciato su me stesso e aspetto, sperando e maledicendomi, che il dolore passai da solo. Sarà magari cattiva digestione? Ho mangiato e mi sono addormentato. Sarà sicuramente questo; il dolore passerà lentamente. Un tremendo senso di disgusto mi sveglia di scatto, senza pensare a niente corro in bagno e mi accorgo che durante la notte un po‟ di sangue, forse fuoriuscitomi dalla gola, si era incrostato nella bocca. Sciacquo la bocca con del colluttorio, e non appena rialzo il braccio per rimetterlo nell‟apposito cassetto, un forte dolore mi piega u un fianco, mi gira la testa e sento cedere le gambe. Riacquistate un po‟ di forze mi siedo sul bordo della vasca da bagno ripensano a tutto quello che era successo ieri sera. Mi preparo, e corro dal dottore. In sala d‟attesa ci sono quattro signore anziane che nell‟attesa parlano dei loro acciacchi, una si lamenta per un artrosi che gli impedisce di piegare facilmente le ginocchia, un‟altra si lamenta del diabete che la costringe, ogni giorno, a fare due punture di insulina al giorno. Le altre due non fanno altro che dare indicazioni della loro malattia. Le ascolto capendo solo parzialmente il tipo di malattia. Da giovani avevano avuto la malaria, erano guarite e ora a distanza di cinquant‟anni, gli stavo provocando una disfunzione in una parte del corpo che non riuscivo a capire perché non riuscivano neanche loro spiegarla. Attendo sofferente il mio turno sopraffatto dal dolore leggero ma continuo che mi assilla da stanotte. È il mio turno. -buongiorno dottore. -buongiorno Antonio. Cosa ti è successo? Ti vedo alquanto pallido. -si dottore. Ieri ero riuscito a non toccare un goccio di vino fino a quando ieri sera non sono caduto in tentazione e prima di andare a letto mi sono bevuto una bottiglia intera. -continua. -mi ero addormentato quando un dolore lancinante mi ha fatto passare la nottata rannicchiato su me stesso in preda alla paura e alla disperazione. Ho sputato sangue dalla bocca e tutto questo è avvenuto nel sonno, mentre stavo dormendo. - Antonio, hai rischiato di morire soffocato nel tuo stesso sangue, non ho fatto altro che ripeterti di non toccare più un goccio di vino e di qualsiasi altra bevanda alcolica. Di riuscire a sopportare anche qualche crisi di astinenza impegnandoti e distraendoti facendo altre cose. -lo so dottore ma non ci sono riuscito. -dalle analisi risulti malato di cirrosi e non sei in condizioni di sopportare il peso di tanto alcool. Ora ti faccio una iniezione di antidolorifico che ti attenuerà il dolore, poi prenderai queste pillole promettendomi di non ricadere nell‟errore. Ne va della tua salute. Capito! -certo dottore. Farò come mi dice. L‟iniezione aveva fatto effetto, corro in farmacia a prendere le pillole che il medico mi aveva prescritto e torno a casa. Voglio riposarmi. Mi infilo nel letto e mi faccio una bella dormita, ora potevo distendermi senza provare dolore o almeno solo un po‟ di dolore che mi aveva provocato 41


lâ€&#x;iniezione. Domani devo andare in ospedale per altri accertamenti e voglio andarci al meglio della condizione, mi giro dallâ€&#x;altro lato e fissando quei cerchi di umiditĂ  ricado in un sonno profondo.

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V Anche stanotte ho sognato dei cavalli bianchi che galoppavano senza mai fermarsi e al collo, questi cavalli, portavano appesi dei numeri, erano di nuovo gli stessi numeri che portavano sulla schiena l‟altra notte. Erano il diciannove, l‟undici e il sessantasei. Agitato come non mai, col pensiero rivolto al racconto di quella zingara e al fatto che il diciannove era il giorno della nascita di mia moglie, vado immediatamente in bagno per lavarmi e scendo a prendere l‟autobus. L‟ascensore era funzionante e aveva qualcosa di nuovo. La ditta che si occupava della manutenzione, come da norma di sicurezza, aveva posto all‟interno di esso un citofono, un pulsante ALT e finalmente aveva ripristinato i led che indicavano il numero del piano. Quasi fugacemente mi compiaccio della cosa insieme al portinaio e alle sei e quarantacinque mi faccio trovare pronto alla fermata. L‟altra notizia lieta l‟ho ricevuta quando, l‟aprire lento dello sportello, mi mostrò in tutta la sua maestosità e in ottime condizioni fisiche Alfredo che anticipatamente ai tempi aveva ripreso il proprio posto. Terza lieta novella era il fatto che il viaggio in ospedale sarebbe stato meno turbato della volta precedente e quei piccolissimi dolori che ancora avvertivo non mi avrebbero causato dolore. Alfredo in questo era superiore a tutti. A dire il vero lo era stato sin da adolescente quando giocavamo a calcio, sia naturalmente per la sua stazza e perché fu il primo dei compagni che si mise alla guida di una macchina. L‟unica cosa in cui Alfredo non riuscì ad esprimersi al meglio era la scuola, infatti a conseguire gli studi superiori ci impiegò qualche anno in più rispetto a gli altri. L‟autobus era vuoto e con Alfredo non facemmo altro che parlare della nostra infanzia, gli notavo in viso, vedendomi in queste condizioni, una certa preoccupazione, ma non si volle permette di farmi alcuna domanda ne di farmi nessuna raccomandazione del caso. Non voltai lo sguardo nemmeno per vedere gli altri passeggeri, fissai la strada pensando a cosa mi aspettava in ospedale e a quel sogno ricorrente che anche stanotte aveva destato in me tantissima preoccupazione. Era una cosa assurda ma mi preoccupai di cosa avrebbero voluto significare quei numeri. Oltre al diciannove, giorno di nascita di mia moglie, intesi che l‟undici volesse indicarmi il mese di novembre che fra pochi giorni sarebbe arrivato, ma non capivo il sessantasei cosa avesse potuto significare. Ero sopraffatto da questo pensiero, ma il brusio delle voci di tutte quelle persone mi distrassero e mi riportarono alla realtà. Entro, salgo al secondo piano, busso alla porta della stanza dove avrei dovuto fare la visita e porgo all‟infermiera tutta la certificazione necessaria per la visita. Aspettando il mio turno e visto che d‟avanti a me altre sei persone dovevano fare la stessa visita, faccio avanti e indietro pensando a quanta gente ha lo stesso mio problema, penso a quale fattore avrebbe potuto incidere per portarli a compiere lo stesso mio gesto. È più di mezzora che aspetto e quest‟aria gelida che ristagna fra i corridoi dell‟ ospedale mi è filtrata nelle ossa raggelandomi tutto il corpo. Anche la giacca non riesce a proteggermi. Ho ancora da aspettare molto, è appena entrato il secondo paziente e il primo ha impiegato quaranta minuti; chissà quanto sarò costretto ad aspettare. Mi poggio gradevolmente su queste nuove panchine che anno posizionato in sala d‟attesa, stanno apportando miglioramenti al servizio ospedaliero e anche una bella presentazione può servire psicologicamente al paziente per affrontare la permanenza o solo una visita. Sono panchine verdi, o meglio, in parole povere, sono delle lunghissime travi di ferro ben decorate sopra la quale sono avvitate delle sedie di plastica colorata. Sono semplici ma che arredano diversamente l‟ambiente rispetto alle classiche sedie di legno, che spesso e volentieri erano rotte. L‟attesa fa si che tutti i pensieri che durante il giorno non hanno il tempo di essere presi in considerazione, si appropriano del tuo sistema celebrale e iniziano a riempire la tua testa. Passi da un discorso all‟altro senza nessun filo logico e aspetti che un argomento più interessante ti occupi più tempo in modo da non sentire il peso dell‟attesa. Una riflessione costante di tutta la mattinate è il destino, volentieri parlo del mio, del mio disegno di vita che forse qualcuno si diverte a cancellare e a ridisegnare senza pensare a cosa possa succedermi. Lo immagino scherzosamente come un bambino che inizia per la prima volta a riempire un foglio di un disegno sensato e cercando la 43


perfezione, ad ogni minimo sbaglio, ad ogni minima sbavatura, cancella tutto ricominciando da capo l‟opera. La mia è un‟opera incompiuta e spesso e volentieri prego perché il bambino si decidesse a finire il disegno. Un brivido improvviso mi sale per la schiena, sento il mio corpo stregato, come se una forza sovrannaturale mi stesse immobilizzando sulla sedia, provo ad alzarmi ma è solo il pensiero quello che simula l‟azione, il corpo non risponde a nessun comando. Appena riesco a voltare lo sguardo vedo mia moglie che lentamente si avvicina. Si indirizza verso di me. La guardo stupito, sento ancora e provo per lei sentimenti che non si sono affievoliti nel tempo, al contrario hanno preso più linfa e più vigore. Era la situazione che mi obbligava a fare a meno di lei e a non pensarla, era stata una decisione presa perché non potevo viere del suo ricordo, avrei potuto non abituarmi al fatto di vivere senza di lei e avrei così lasciato che il peso di tale assenza avesse segnato il mio vivere. Porge anche lei una cartella con tutta la documentazione che serve per fare la visita, da uno sguardo a chi la circonda e si avvicina a me. Si siede a mio fianco. -ciao! -ciao. -come stai? -dire bene sarebbe assurdo. -hai ragione. -come mai qui? -purtroppo il maledetto vizio di bere alcolici ha portato allo stremo il mio fegato che non riesce a svolgere la sua usuale finzione e di conseguenza mi porta incontro a rischi abbastanza gravi. -mi dispiace. -smetterò di bere così potrò gustarmi ancora qualche altro anno di vita. -mi ferisce il solo pensiero che la causa principale di tutti i tuoi guai sia stata io. Forse è il pretesto per iniziare a scaricare un po‟ di rabbia accumulata in questo anno, la guardo dritta negli occhi e inizio a sparare a zero: -quando basi la tua vita su alcuni punti fermi che si chiamano famiglia e moglie pensi che qualsiasi cosa ti possa succedere può essere superata senza alcun problema perché la forza principale del tuo andare avanti nasce proprio da quei punti; quando invece nel momento del bisogno, anche la persona più vicina a te ti abbandona, lasciandoti solo al tuo destino, anche voler vivere diventa un concetto assai difficile da pensare. Mi sono addormentato che tu piangevi e mi sono svegliato che tu eri andata via, neanche il tempo di parlare, neanche una parola, un aiuto, capire il perché di questo tuo sparire per sempre. Ho passato notti insonni e l‟unico modo per distrarmi dal tuo pensiero era confidarmi con qualcuno e chi meglio di una bottiglia di vino, di birra o di whiskey può aiutarti a farlo. Con loro riesci a discutere di tutto e non dai niente per scontato, ogni argomento ha il suo lato positivo e il suo lato negativo. Una banale conversazione può rivelarsi uno scontro accesissimo e il giudizio che ti danno è solo il riflesso della loro trasparenza. -non avevo certo intenzione di causare tutto questo. -ci sei riuscita benissimo; avevamo condiviso venti anni della nostra vita senza segreti e sempre risolvendo insieme ogni avversità che la vita ci riservava. -mi dispiace. Gli vedo scendere una lacrima che sorgendo dall‟occhio destro scende fino al collo. La asciuga passandosi una mano sulla guancia. Il discorso si interrompe quando l‟infermiera esce dalla stanza per chiamare un‟altra persona. Il discorso fra noi due non ne vuole sapere di ricominciare; certamente la causa principale è il mio averla attaccata in maniera brusca. Lei ha la testa bassa verso il pavimento e il suo viso sofferente nasconde più che un inutile lite fra due persone che ormai erano diventate estranee. E un‟ora che aspettiamo in questo corridoio freddo ma sembra essere passata un‟ eternità. La guardo e noto che altre lacrime gli stanno scendendo lungo il viso e un fazzoletto di carta non basta ad arginare quella cascata di acqua salata e di ricordi messi insieme. Mi ritornarono in mente tutte le 44


notti interminabili passate a stramaledire la vita, il destino, a chiedermi il perché di tutto questo e se meritavo di vivere una vita così. Vorrei poter piangere anche io ma non posso mostrarmi debole ho già così tanti problemi che ricadere nella disperazione significherebbe, nel mio stato, morire. Continuo a fissarla con la coda dell‟occhio e noto alcuni movimenti che sono classici del suo vivere. Avere sempre con se una bottiglietta d‟acqua in borsa per bere quando un po‟ di pianto gli abbia asciugato la gola, portare con se sempre una piccola agendina dove appuntava le cose da fare. Ora l‟aveva aperta per controllare chissà che tipo di appuntamento e mio malgrado chissà con chi. Meglio non pensarci. -era poco tempo prima che la tua azienda ti licenziasse. Erano giorni che avvertivo un piccolo fastidio al seno destro e non potevo neanche indossare il reggiseno perché mi dava enormemente fastidio. Anche le nostre notti d‟amore erano diventate un incubo, una tua carezza era per me un dolore insopportabile. Riuscivo a non fartelo capire. Avevo preso un appuntamento per una visita e dopo accurati accertamenti ho scoperto che un tumore al seno mi avrebbe lentamente ridotta in fin di vita. -perché non mi hai detto niente? Potevamo andare da qualche specialista e farti operare. Potevi salvarti. -avrei voluto poter fare tutto questo ma il male si era e si è esteso ad altre parti del mio corpo, ora ho quasi tutto il corpo infettato da un male incurabile. Continuo a fare visite di controllo e cure interminabili che mi stanno straziando nel corpo e nell‟anima sperando di guadagnare giorni dalla vita. Il tuo licenziamento ha fatto tutto il resto; non volevo addossarti un problema che non era tuo e non potevo provocare altri dolori alla famiglia. Non poter godere di una certa situazione economica non avrebbe certamente favorito la guarigione così ho deciso di scappare e nascondermi da una mia cugina, lasciare che di me non si sapesse niente e soprattutto che tu non abbia più avuto notizie di me. Dalla descrizione ora ho capito i suoi pianti, gli atteggiamenti e le crisi di nervi che spesso la trasformavano in quella persona che non era. Di lei però continua a darmi ancora fastidio quel suo essere egoista; io avevo basato tutto su di noi mentre lei riusciva a pensare alla famiglia lasciando però che i suoi problemi ricadessero sul mondo. Teneva tutto dentro facendosi male; uccidendosi. -perché non mi hai detto niente! Perché! Non riesco a capire come tu abbia potuto fare una cosa del genere. -come facevo io a dirti che stavo male e molto probabilmente sarei morta! -come fanno tutte le persone che si amano e insieme condividono ogni istante della loro vita insieme. -tu avevi già io tuoi problemi! -ma quale problemi. Ero senza lavoro ma si potevano trovare altre alternative per risolvere il problema. -quali alternative? Eri senza lavoro, senza soldi, come potevamo far fronte a tutto questo. -sei la solita egoista. Avremmo potuto iniziare a vendere la casa, accontentarci di un appartamento più piccolo e magari fuori città, vendere la macchina e comprarne una più piccola, avremmo potuto vendere qualcos‟altro. -ma non dire sciocchezze, non saremmo riusciti a vivere nemmeno un giorno. -quali sciocchezze, avremmo risolto il tuo problema e poi una volta ripresa al meglio avremmo ricominciato una nuova vita. - Antonio non è facile per una donna trovarsi in queste condizioni, dover stare con la paura di perdere una parte di se, ho pensato che tu avresti potuto non amarmi più vedendo quella mia mancanza come un peso. -Mi stupisce sentirti dire certe cose e mi fa più male sapere che di me in venti anni hai visto sempre il lato materiale del mio essere e non quello interiore e umano, avrei capito il tuo dolore, ti avrei aiutata giorno per giorno a guarire, a ritornare più forte di prima. Avremmo visto la vita con un‟altra ottica e magari imparare a vedere le cose da un altro punto di vista. Avrei lasciato i miei problemi alle spalle per dedicarmi anima e corpo a te. 45


- Antonio non dire così sto già malissimo per averti confidato tutto questo e l‟aver dovuto riaffrontarti, rivedere i tuoi occhi e sentirmi idiota come non mi ero mai sentita. Notte e giorno il rancore mi ha cullato nel sonno e mi ha tenuta in piedi nell‟andare avanti e sentirti dire tutte queste cose mi uccide più di quanto stesse facendo questo male. -ma io come posso restare indifferente a tale gesto, tu non sai quello che ho passato io in questo anno, il male che mi sono fatto, sognarti con qualcuno al tuo fianco, sognarti felice stretta a chissà chi, immaginarti felice mentre io cercavo nel male il modo migliore per dimenticarti, per scordare tutto. Ho girato la città in lungo e in largo per trovare un lavoro, un impiego, l‟avevo anche trovato ma il non mangiare e il vivere solo di alcol mi ha impedito di continuare. Ho bevuto fino a stare male anche per tutto il giorno e quanti pomeriggi ho aspettato incollato al vetro della finestra sperando di vederti ritornare, di sentir suonare il campanello e sentire la tua voce, di vedere il tuo viso, i tuoi occhi. Non ho più detto una parola, sono rimasto immobile fino a quando l‟infermiera non mi chiamò per entrare nella stanza e fare la visita. Restai sdraiato sul quel lettino senza pensare a niente, non sentii il dolore dell‟ago che penetrava inesorabilmente il mio braccio, non sentii nemmeno quello che mi disse il medico, l‟una cosa che mi passava per la testa e mi tormentava era l‟immagine di mia moglie, il suono della sua voce e le sue parole. Come ha mai potuto fare una cosa del genere? Con quale coraggio? Perché nel momento del bisogno non ha cercato conforto in me? Non penso di aver sbagliato qualcosa nei suoi confronti. Certo abbiamo sempre avuto discussioni, ma per i nostri caratteri troppo forti era impossibile piegarsi al comando dell‟altro, finivamo sempre di litigare o perché non avevamo più niente da dirci o perché un‟immediata tregua sanciva una pace apparente che spesso e volentieri terminava in folli notti d‟amore e solo raramente delimitava limiti e confini che l‟altro evitava di invadere. -Ma dottore! -mi scusi ma ho dovuto toccare il punto dove ha avuto il dolore per vedere se la diagnosi è esatta. -mi scusi lei, sono nervoso, immerso nei miei pensieri che non mi sto rendendo neanche conto di tutto quello che sta facendo ne di come stia andando la visita. -signor Antonio lei non sta affatto bene. -in che senso dottore? -lei è al corrente del suo male? -si, il dottore mi ha informato. -lei sa che non deve assolutamente toccare alcolici di nessun tipo. -certo dottore. -appunto! ora le prescrivo alcuni farmaci da prendere, una piccola cura che dovrà seguire ed eventualmente il numero di una clinica efficientissima che la aiuterà, se mai ce ne fosse il caso, nello svolgimento della cura intraprendendo con lei un percorso disintossicante. Mi raccomando se si rende conto che non riesce a fare a meno di bere non tardi a rivolgersi a questo centro e se ce ne fosse il caso vada a nome mio. -certo dottore, spero che la mia forza di volontà mi rendi tutto più facile. - Antonio, non ha molte chance di vivere a lungo, ma se segue il mio consiglio vedrà che riuscirà a godersi qualche anno in più. -la ringrazio dottore. -le ho posto il problema in maniera chiara e schietta in modo che lei possa capire effettivamente in che condizioni si trova. Mi dispiace di essere stato poco elegante nel descriverle il tutto ma meglio di così non avrei potuto fare. -la ringrazio di nuovo dottore e non si preoccupi seguirò il suo consiglio. Arrivederci. -arrivederci signor Antonio. Appena apro la porta mi accorgo che lei è andata via e mentre l‟infermiera ripete il suo nome invano, mi avvicino alla porta più triste che mai e con il suo pensiero fisso in testa. Oggi mi ha fatto piacere rivederla anche se tutte le cose che ci siamo detti non hanno certo migliorato il nostro rapporto. Non pensavo che vent‟anni di convivenza potessero non essere bastati 46


a farmi capire che persona avessi al mio fianco. Ho sempre creduto di conoscerla fino in fondo, di sapere tutto di lei, di guardarla negli occhi e non avere mai segreti fra di noi. Erano solo sogni, erano impressioni dettate dalla follia di un amore che era cresciuto giorno dopo giorno fino a diventare qualcosa di immenso. Purtroppo la cruda realtà mi ha riportato giù, mi ha riportato nel mondo, mi ha fatto capire che non bastano anni di intimità per riuscire a capire una persona. E ripensare a tutte le sere stretti sul nostro divano a raccontarci tutto di noi, a parlare e parlare sempre di noi, del nostro presente immaginando e progettando il nostro futuro, sapere tutto dell‟altro, i gusti personali, quello che ci piaceva e quello che odiavamo, l‟essere d‟accordo su tante cose e gli scontri per i diversi punti di vista. Era nato tutto in fretta ma vent‟anni di convivenza avevano sancito un amore che andava ben oltre il dormire nello stesso letto. Eravamo l‟uno per l‟altro oltre che compagno di una vita anche amico di tutti i giorni. Non ho voglia di farmi di nuovo tutte le rampe di scale e mi sa tanto che prendere l‟ascensore è l‟unico modo per risparmiare un po‟ di energia fisica. Appena premo il tasto per chiamare l‟ascensore noto che il led rosso del tasto si accende prima che io lo premessi. Sale lentamente e appena arriva, nella sua lenta apertura mi mostra di nuovo lei in tutto il suo splendore, certamente il male la stava distruggendo, ma la sua bellezza irradiava e rendeva ai miei occhi tutto quello che un anno di lontananza e di dolore mi stava togliendo. -perché non hai aspettato il tuo turno? -sono scesa perché non riuscivo ad aspettare ancora la fuori. -però ora vai perché l‟infermiera ti ha già chiamata e non penso aspetti ancora molto il dottore. -sto andando. -spero vada tutto bene-lo spero anch‟io. A te cos‟ha detto? -di non bere nessun tipo di bevanda alcolica, di iniziare una cura, e di chiamare eventualmente una clinica che mi avrebbe aiutato nella disintossicazione. Ma questo solo in caso ce ne fosse stato il bisogno. -mi raccomando Antonio, non ricadere nel vizio. -certo! -addio Antonio, mi ha fatto piacere rincontrarti. -come addio! -non penso ci sarà più occasione di rincontrarci. -Allora addio. Lei si avvia velocemente verso la stanza per la visita, io prima di muovere il passo che mi avrebbe allontanato da lei per sempre lascio cadere una lacrima a cui non do neanche il tempo di toccare lo zigomo che ho già passato la mano per asciugarla. Non riesco a darmi pace, lei morirà lentamente e io non posso fare niente per aiutarla, io mo godrò qualche altro anno di vita e non riuscirò più ad incrociare il suo sguardo, a toccare le sue mani, non riuscirò più a stringerla fra le mie braccia. I tre piani, chiuso in un ascensore, sono per me interminabili e piano dopo piano è un passo verso l‟addio definitivo. Passo dopo passo il mio lungo ritorno a casa assomiglia ad un lungo calvario, ogni metro di strada percorso mi riporta a ricordi che stanno riaprendo la ferita e ogni suo ricordo brucia come se su ogni cicatrice mi stesse buttando del sale. Qualche volta penso e ripenso a perché non abbia mai pensato di ritornare o almeno di chiamarmi per informarmi di cosa gli stesse succedendo. Avevo tutto il diritto di saperlo e poterla aiutare sarebbe stato un dovere. Ho visto la morte in faccia, ho sofferto in silenzio restando chiuso al buio di una casa che era diventata un cubo chiuso, senza nessuna via di fuga, solo con il mio male che giorno dopo giorno mi avrebbe portato alla morte. Di lei mi faceva male ogni cosa, ogni mobile, ogni soprammobile, il profumo della fodera che il divano lasciava. Lasciavo che il suo ricordo mi chiudesse gli occhi, che non mi facesse vedere la luce, che non mi facesse vivere la mia vita, che mi lasciasse cadere in un delitto quasi voluto, cercato in ogni istante e in ogni forma e tipo di bottiglia che giornalmente compravo e lasciavo nuda del suo vivere. 47


Ne ho comprate di tutte le forme e di ogni colore, il suo contenuto mi incuriosiva molto ma quello che stuzzicava di solito la mia voglia di inebriarmi era la forma della bottiglia. Come un collezionista di francobolli, di figurine dei calciatori, di auto sportive collezionavo bottiglie tanto che la mia casa era diventata una stupenda galleria d‟arte che mostrava in ogni sua forma e colore ogni tipo di bottiglia. Nacque tutto dal giorno in cui mia moglie sparii dalla mia vita, avevo bisogno di riempirmi di qualcosa e dove mancava l‟amore ci pensava l‟alcool. Ora pensandoci bene l‟unica che non ero riuscito a finire era la bottiglia di assenzio che in due notti mi aveva steso come non era riuscito a fare nessun‟altro tipo di bevanda alcolica. Come arrivo a casa devo immediatamente versare il liquido nel lavandino per non rischiare di cadere nel vizio e mettere la parola fine alla mia vita. Questo ascensore ogni giorno che passa diventa sempre più stretto e mai come in questo periodo mi fa soffrire di claustrofobia, anche lo specchio che è posto di fronte alla porta mi incute timore. Mi sento continuamente osservato e giudicato, come se già gli incontri giornalieri che affronto con il riflesso di me allo specchio del mio bagno non renda difficile il mio vivere. È continuamente li ad accusarmi di qualcosa, da più di vent‟anni fa la conta di tutti i miei sbagli e di tutto quello che non sono mai riuscito a fare. Era straziante anche dover fare la barba, non era più un piacere ma il radersi con cura e precisione era una lotta continua contro il tempo. Avevo smesso di farlo da un anno e da un anno riuscivo a non avere più colloqui con lo specchio. Mi impauriva solo il pensiero di rivedere quell‟altra figura che dall‟altra parte avrebbe sparato a zero su di me lanciando parole insulse sul mio conto. Il secondo piano dove abitavo io sembra non arrivare mai, nell‟ascensore i pensieri si fermano e diventano eterni facendo quasi sembrare un niente anche un anno trascorso tra sofferenza, fatica e paura. Si apre piano la porta e rivedere, nel suo brillante color marrone, il portone della mia casa mi da un senso di calma, riporta il mio stato in una quiete che noto anche dal fatto che non apro e chiudo velocemente le palpebre. Iniziavo da un po‟ di tempo a sentirmi più ansioso del solito e il rivedere lei, la sua malattia, il mio problema e il mio dover riuscire a sopravvivere senza toccare un goccio di vino o di altre bevande alcoliche aveva aggravati la mia condizione psicologica che si vantava ancora solo di un po‟ di forza di volontà. Finita anche questa ultima risorsa sarei caduto nel malessere più totale. Il profumo di pulito che regnava nell‟appartamento era qualcosa che non sentivo da tempo, ed ora che tutte le mie funzioni olfattive e gustative erano ritornate a funzionare secondo il loro naturale modo, mi allietava anche il solo sapore di limone che il detersivo per i pavimenti lasciava ogni volta che li lavavo. Era un nuovo periodo per me e sarebbe stato anche il modo migliore di vivere. Gustarmi tutte le fragranze che la natura mi offriva e godere anche della più banale cosa che mi potesse succedere. Per prima cosa domani appena mi sveglio farò un po‟ di pulizia nell‟armadio, se proprio devo cambiare vita, sarà un cambiamento radicale. Ora vado a riposarmi sperando che tutto fili liscio fino a domani. Ho paura di addormentarmi pensando a come ho passato le ultime due notti ma comunque mi spetta un po‟ di sano riposo e dovrò lasciarmi cadere in un sonno profondo in modo che ogni parte del mio corpo trovi un po‟ di riposo che merita. Non riesco ad addormentarmi, il suo pensiero mi irrigidisce e mi riporta alla memoria ogni istante di vita trascorso in questa stanza, l‟armadio sempre aperto perché in continuo allestimento; aveva il vizio di cambiare la disposizione dei vestiti in base alla stagione e all‟uso che dovevamo farne. Era una fissazione ma a lei piaceva svolgere questa attività. Girarmi verso il muro mi aiuterà a dormire ma quelle strane macchie di umidità che neanche una calda estate aveva asciugato mi incuriosirono come non avevano mai fatto. Non riuscivo ad interpretare il loro essere li, una visione alquanto fantastica ma le ha sempre fatte apparire come le tappe della vita. Nasci, cresci e muori. Solo quella strana macchia non perfettamente uguale alle altre mi incuriosiva e non riuscivo ad interpretarla in nessun modo. Lentamente sento che in preda a tanta stanchezza e a tanta tristezza i miei occhi si stanno chiudendo e prima che mi lasci sopraffare dal sonno, allungo una mano per spegnere la abatjour. 48


Fa un freddo che neanche tre coperta riescono a proteggermi, mi conviene svegliarmi e mettermi in movimento per evitare che il mio corpo congeli. Metto sul fuoco un buon caffè e dopo averlo bevuto andrò a dare una pulita al bagno. Ora ho tanto tempo a disposizione e ogni tipo di attività sarà fondamentale per riuscire a distrarmi e a non pensare all‟alcol e a mia moglie. Mi avvio verso il bagno e mentre do un‟occhiata allo specchio che giace inesorabile nell‟angolo tra il salone e la cucina un brivido mi sale dalla schiena lasciandomi bloccato. Ho la pelle d‟oca e lascio scivolare due gocce di sudore, immobilizzato in tutti gli arti mi sento come se qualcuno mi stesse tenendo legato. Non riesco a farmi nessuna idea, credo solamente che si stata solo un‟allucinazione e non appena riesco a liberarmi da questa forza oscura corro nel bagno e inizio le pulizie che mi ero prefissato di fare. Tremo senza riuscire a prendere pace, il respiro mi si fa più intenso e senza alcun motivo mi lascio andare ad un pianto che da come è uscito sembrava aver aspettato questo momento per sfogarsi. Non avevo mai provato la così strana sensazione di trovarmi bagnato da lacrime che mai avrei creduto poter versare e anche il loro salatissimo sapore è un gusto nuovo ai già tanti strani gusti che in quest‟ultimo anno ho donato alle mie papille gustative. Lascio che le lacrime mi nascondino dal resto della casa e non mi strofino gli occhi per paura di ricadere in qualche altra allucinazione. Sento attenuare il pianto e una volta asciugato il viso proseguo nelle faccende domestiche. Alle ormai già note conseguenze del mio male non avevo mai approfondito il mio sapere sulle conseguenze e su come si può manifestare il bisogno di bere. Non avevo mai avuto problemi di questo genere e mai con nessun altro ho affrontato questo problema. Avevo solo sentito in televisione gli strani effetti che l‟astinenza da una certa sostanza poteva provocare ma ho sempre creduto che la causa di certi comportamenti era la poca fiducia in se stessi che possedeva il malato in questione. Era da un po‟ di tempo che non controllavo più il mio umore, nei vent‟anni che avevo trascorso prima di questo anno terribile in nessuna occasione e per nessun motivo il mio umore era stato soggetto a cambiamenti o ad alterazioni. Ogni mattina mi alzavo con il piglio giusto per affrontare al meglio la giornata tanto che anche mia moglie, che era instabile in questo, si innervosiva quando vedeva che io mi alzavo sempre con quel sorriso stampato sulla faccia come se avessi vinto il premio alla lotteria. Lei era soggetta a cambi di umore causati dal tempo. Se fuori pioveva lei si alzava più triste e nervosa che mai, anche il caldo estivo le provocava instabilità. Se la notte, le alte temperature estive, non le consentivano di fare un bel sonno, lei si alzava nervosa e per tutta la mattinata andava avanti così. Era uno strano difetto ma che di lei mi piaceva da morire. Non sapevo mai come prenderla ed era una bellissima e sana sfida riuscire a farle tornare il sorriso. Ci riuscivo spesso e volentieri e non appena la sua calma fosse rientrata nei limiti consentiti e abituali, la prendevo anche in giro facendo le imitazioni dei suoi comportamenti. Lei era divertita da questo e vederla sorridere mi dava ogni istante che passava, la forza di andare avanti. Mi mancavano tutte queste cose. Ecco! Ci mancavano anche le zanzare stanotte! Maledette! Mi sono grattato al punto da lasciare sulla pelle i segni delle unghie. Sono ancora le cinque del mattino. Mi alzo per andare in bagno e mentre ad occhi semichiusi mi avvio verso la stanza, mi accorgo che stupidamente ho dato la colpa alle zanzare quando l‟inverno freddissimo che era arrivato le aveva sterminate tutte. Non capivo come potesse essermi uscita tale affermazione. Certamente il sonno, e le poche ore che avevo dedicato a questo mi avevano un po‟ confuso le idee. Il prurito si è fatto risentire, sempre al solito posto e per attenuare il fastidio ho dovuto riprovocarmi i segni rossi che le mie unghie hanno lasciato sulla pelle. Il prurito sta lentamente disturbando e infastidendo ogni angolo e parte del mio corpo tanto che il continuo movimento della mia mano mi sta provocando un forte dolore al polso. È da stamattina alle cinque che il mio corpo invaso da chissà quale demone mi sta costringendo a far stare in movimento le falangi delle mie dita come non lo avevo mai fatto. Nemmeno quando lavoravo e dovevo trascrivere sul computer i dati della giornata li facevo lavorare così velocemente e cosi simultaneamente. Ero talmente incapace di usare il computer e la sua tastiera che gli altri colleghi mi avevano ribattezzato “mono dito”. 49


Mi sento pervaso da un senso di ansia e di paura e attraversare di nuovo quel tratto di corridoio mi costerà caro di nuovo ma purtroppo devo farlo e preparato psicologicamente il mio corpo affondo il primo passo verso lo specchio. Mi ritrovo immobile e di nuovo incatenato da una sensazione di malessere, rivedo quell‟ombra e ricadendo in un assurdo pianto inizio a preoccuparmi. Tento di muovere inutilmente un piede ma non ci riesco, è come se qualcuno si intrappolasse in me e nell‟uscire trovasse qualche ostacolo che ne ritarda l‟atto. Non passa che un attimo prima che affranto mi ritrovo steso a terra, penso e ripenso a cosa possa essere e non riesco a trovare altra soluzione se non al fatto che aver visto mia moglie stesse provocando in me qualcosa che forse in altri periodi o momenti l‟alcol mi aveva aiutato a nascondere. Era il mio inconscio che si stava scaricando di un peso che aveva tenuto dentro per troppo tempo. Eravamo stanchi ed esausti entrambi, ma mentre io nascondevo tutto ubriacandomi, lui lo lasciava, per sua natura, crescere e maturare portandolo all‟esasperazione. Sapevo che prima o poi questa situazione sarebbe risalita a galla ma ho sempre pensato che sarei sempre riuscito ad evitare questo momento. Ogni specchio della casa, ogni parete riflettente mi mostrava il viso di mia moglie e non potevo ne evitarlo, ne riuscivo a farne a meno. Era un‟esigenza e in questo strano periodo di lucidità mentale era un bisogno costante. Ho già affrontato situazioni del genere ma, mentre prima ero io che subivo le incresciose e gravi accuse che l‟altro rivolgeva sul mio conto, ora sono io che devo fare il contrario, svuotarmi della rabbia che mi sta uccidendo e scaricarla all‟altra. Però non riesco nemmeno a far uscire una parola, mi sento schiacciato dal peso di quell‟immagine e dalla bellezza del suo volto, vorrei disgustosamente fargli capire e sentire il male che questa casa vuota e la sua assenza ha provocato a me, al mio corpo, al mio vivere. Per mesi sono rimasto intrappolato ad una situazione che non avrei mai voluto affrontare, che non avevo causato io che si era creata per una egoistica scelta di mia moglie. Avevo fatto di me un oggetto morto, freddo, una statua, un essere incapace di intendere e di volere. Facendomi male avevo portato il mio corpo allo stremo delle forze e lentamente alla morte. Ora che avrei potuto restituirgli tutto il male, ora che avrei potuto farla sentire male facendogli assaporare la solitudine di una casa vuota, non riesco a farlo. Più volto lo sguardo verso lo specchio più non riesco a provare la stessa rabbia che vorrei provare. Riesco solo a piangere e a provare pena per quell‟essere che in poco tempo aveva reso la mia vita un inferno, un interminabile scesa verso gli inferi, e più la guardo più compatisco ogni suo gesto, ogni sua scelta. Il giorno è un continuo girovagare per la casa in cerca di un angolo, di un momento dove poter stare senza dover subire la forza ipnotica di quello sguardo, di quel volto. Sembra che lei riuscisse ad osservare ogni mio gesto, ero intimorito e bloccato, impacciato come non mai e temevo qualche suo immediato giudizio. Iniziavo a sentire il peso di questa non voluta coabitazione. Non credevo ai miei occhi, non riuscivo a trovare una spiegazione, mi ripeto in continuazione: -dove sono!-; -cosa mi sta succedendo!-; - è veramente lei quella persona riflessa nel mio specchio?-; anche le notti erano un interminabile e continuo tormento, non riuscivo a far riposare ne il mio corpo ne la mia anima, mi giravo in continuazione e in continuazione pensavo a lei, mi sentivo osservato. Stremato da questa assurda situazione decido di alzarmi e correndo verso lo specchio mi scaravento verso di lui, verso la sua figura e inizio a imprecare, a liberarmi di tutta la tensione accumulata e di quella rabbia che con tanta forza di volontà avevo represso. - Cos‟ho fatto io di male per meritarmi questo! Chi sei tu veramente! Perché sei ritornata? Perché stai cercando in tutti i modi di rendermi infernale quest‟ultima speranza di vivere? Sarò forse vicino alla morte e tu sei venuta a vegliare su di me? Perché non rispondi! Perché! Ho dovuto aver continuato così per tutta la notte perché, al mio risveglio, mi sono ritrovato a dormire steso sul pavimento del salone, sotto lo specchio e senza nessuna coperta a scaldare il mio corpo. Ero stanco, stremato, questa situazione stava diventando giorno dopo giorno insostenibile mentre stavo affondavo lentamente in un abisso di paura e terrore. Mi guardavo sempre attorno, mi giravo di scatto ad ogni leggerissimo rumore che proveniva anche da un clacson fuori. Muovevo instancabilmente le gambe e anche le palpebre iniziavano a decifrare i segni del nervosismo. Si chiudevano e aprivano ad intermittenza. Era un movimento costante. Anche durante il sonno mi 50


accorsi che i miei piedi trovavano nel moto continuo di un movimento circolare il modo di non prendere pace e di non dare pace a tutto il corpo. Ero continuamente sotto osservazione e non ricevere nessuna risposta, non decifrare nessun segno da quel viso era irrimediabilmente il segno di una crisi di nervi che secondo me sarebbe arrivata da lì a poco. Anche stamattina la stanchezza nel mio fisico e nella mia testa aveva preso d‟assalto tutto il sistema nervoso e l‟idea di preparami un buon caffè caldo ho dovuto immediatamente sostituirla ad una tazza di camomilla per cercare di stemperare il tormento che mi stava lacerando dentro. Stamattina, per non lasciare che il bisogno di bere mi inebriasse al punto di scordarmi della mia malattia, con tutta la calma possibile farò una bella pulizia della stanza da letto. Inizio dall‟armadio ponendo in uno scatolone tutti i vestiti di mia moglie, mi fanno paura, ed ogni indumento mi ricorda lei, lo specchio che nell‟altra stanza mi osserva e tutte le volte che la osservavo mentre provava e riprovava i vestiti che doveva indossare per uscire o per andare semplicemente a fare la spesa. Darò tutti questi indumenti al parroco in modo che ne usufruiscano chi ne ha bisogno. Sarà un opera di carità che sicuramente la farà felice. Raccolti tutti i vestiti ora mi accingo a raccogliere l‟innumerevole quantità di scarpe che possedeva, che era riuscita a comprarsi mettendo da parte qualche risparmio. Ce n‟erano di tutti i tipi, dalla classica scarpa da tennis che usava per le faccende di casa, per fare una passeggiata e per andare a fare la spesa, fino alla scarpa che usava per le occasioni più importanti. La particolarità era che per ogni modello ne aveva un colore diverso. Messo sotto sopra e cernito l‟armato di quegli indumenti che ormai non servivano più, mi incuriosì una valigetta, una ventiquattrore di colore marrone, vecchia perché in alcuni strappi mostrava i segni del tempo e chiusa segretamente da un codice. Era una ventiquattrore che sarà stata sicuramente data a mia moglie dal padre dove lei ci avrà nascosto chissà che cosa. Mi incuriosiva molto e non poterla aprire perché non conoscevo il codice mi spingeva ancora di più a tentare di aprirla per scoprirne il contenuto. La portai in cucina, la poggiai sul tavolo, presi un piccolo martello e senza nemmeno immaginare che tipo di codice avrei potuto usare per aprirla, diedi un colpo secco sul cilindro che solo il codice avrebbe potuto aprire. Mi si mostrarono agli occhi un folto mazzo di fotografie che da quelle in bianco e nero fino alle più moderne stampe computerizzate raccontavano la mia vita e quella di mia moglie, ogni istante, ogni giorno, gli avvenimenti più importanti, era tutto impresso in quelle foto. Mi incuriosì il fatto del perché mia moglie non ebbe mai la brillante idea di raccogliere tutto questo materiale su di un album come si fa di solito. Avrà avuto qualche ottimo motivo per non farlo, non mi interessava più di tanto e incuriosito dalle foto iniziai a sfogliarle una alla volta. gli ultimi anni del nostro matrimonio erano li in primo piano pronti a raccontarmi visivamente i momenti indimenticabili vissuti in questa casa, con nostro figlio, i nostri momenti di intimità. Ricordo ancora quant‟era difficile riuscire a fare una foto insieme a lei e quante volte abbiamo litigato per questo motivo. Partivamo con l‟intenzione di scattare un po‟ di foto che avremmo poi fatto stampare in modo da lasciare impresse per sempre quelle fantastiche giornate ma, non era mai contenta della posa che lei assumeva, ora per via dei capelli, ora per via di un sorriso fatto male, ora per via di un occhio chiuso per colpa del flash, era impossibile riuscire a scattarle una foto. Devo però ammettere che quando riuscivo ad immortalarla in una posa a lei congeniale, riuscivo a tirare da lei il massimo della sua bellezza, lo splendore del suo animo. Gli occhi brillavano come due bellissime stelle, i suoi capelli sempre lisci cadevano sulle tempie lasciando solo lo spazio alla sua fronte e diventavano una splendida cornice per il suo corpo, i suoi lineamenti trovavano vigore quando nascondeva gli occhi dietro un paio di occhiali da sole e il piercing sulla narice sinistra era il tocco finale che rendeva etereo il suo volto. Sfogliando le più recenti fotografie giungo a quelle che immortalano gli inizi della nostra storia coniugale, lei bellissima nell‟abito bianco da cui scendevano due maniche velate e un‟ampia scollatura decorata con piccole perle, il rigido corpino di décolleté arrotondato si avvolgeva con una rete argento che accompagnava le linee del suo corpo e delle velature delicate scendevano sull‟ampia gonna in pizzo e tulle io buffo in quell‟abito nero. Se paragono il nostro modo giornaliero di vestire, rivedendoci in quegli istanti mi sembra di distinguere due persone diverse. 51


Lei era sempre abituata ad indossare jeans e maglietta, scarpe da tennis e solo in pochissime occasioni ha indossato qualcosa di più elegante. A me faceva impazzire il suo modo semplice di vestire e adoravo il suo saper portare quegli abiti. Io da par suo, ma il tocco maschile me lo imponeva, vestivo uguale, anzi, il mio non curarmi nemmeno di intonare i colori degli indumenti che indossavo, le provocava un senso di rabbia che sono quasi sempre riuscito a scongelare non badando quasi mai alle sue affermazioni e scherzandoci su, fingendo di essere il più grande portatore di mode e che indossare i capi in quell‟ordine era una nuova moda. I giorni al mare, in montagna, i viaggi per il mondo. A lei piaceva viaggiare ed appena avevamo un po‟ di tempo libero e qualche risparmio a disposizione, prenotavamo aereo e hotel e volavamo a visitare le più belle città del mondo. Quello che però ci piacque fare sempre ma che potemmo fare solo per un estate, era di andare in giro con la nostra stupenda tenda canadese comprata al centro commerciale e fare le vacanze da campeggiatori. Ci riuscimmo solo un anno perché la nascita di nostro figlio ci costrinse a trascorrere le nostre estati o a casa o riuscivamo ad affittare una casa al mare in modo da portare nostro figlio a fare il bagno donandogli tutte le comodità che un bimbo appena nato richiedeva. Il mio continuo e sempre più ritroso sfogliare di foto mi ha riportato a guardare le foto che scattavamo durante gli anni del fidanzamento e dell‟università. Ricordo che iniziammo a farci le prime foto dopo più di cinque mesi e i primi, se non ricordo male, dieci scatti li effettuammo nella sua camera in affitto dove risiedeva per frequentare il suo corso di laurea. Dieci su dieci di quelle foto avevano come ambientazione il suo lettino e si distinguevano l‟una dall‟altra per le diverse pose assunte, l‟unica che aveva un altro tipo di scenario era quella in cui ero stato immortalato mentre imitavo il suo modo di dormire. Dormivamo insieme e nello stesso lettino, era scomodissimo, ma la voglia di amarci e di stare insieme lo rendeva estremamente comodo. Parlavamo per ore ed ore e non appena decidevamo di addormentarci lei impiegava solo trenta secondi esatti per cadere in un sonno profondo. Io ero riuscito a spiarne il modo in cui cadeva in questo sonno; lasciava che la testa cadesse di peso sul cuscino non appena la parola classica della buonanotte terminava l‟uscita dalla sua bocca. Altre fotografie riuscimmo a farle in altre circostanze, in un piccolo paese dove andai a suonare con il mio gruppo rock, erano poche foto ma legate comunque all‟estate trascorsa insieme, legate alle foto dei due concerti a cui avevamo assistito alla serie quasi tutta uguale di foto che scattai a lei durante il ritorno verso casa sua dopo il secondo concerto visto insieme terminate con le foto che scattammo nella nuova camera presa in affitto e dove fui ospite per il periodo della redazione della mia tesi e fino al giorno della laurea. Purtroppo la magia di quegli scatti terminò non appena l‟ultima foto mi passo dalla mano destra alla sinistra e si poggiò su tutte le altre che avevo accuratamente messo sul tavolo. Lo sguardo mi si indirizzò dritto verso lo specchi dove l‟immagine di lei riflessa nel cristallo mi riportò all‟abituale mio nervoso modo di vivere. Vedevo il suo volto e riguardavo le foto, ho ripetuto quel movimento così tante volte che una crisi improvvisa di nervi mi portò a strappare tutte le foto. La cosa inquietante e che destava in me angoscia ansia e paura era un‟altra. Da quando iniziai a strappare la prima foto, lo specchio inizio a sanguinare, come se i suoi occhi alla vista di quelle foto fatte a piccoli pezzi lasciava cadere lacrime, che non erano però lacrime trasparenti come accade normalmente ma erano lacrime di sangue che dallo specchio scendevano fino a terra. Avevo strappato più di cento foto e sul pavimento sottostante lo specchio, il continuo versare di lacrime, aveva creato un lago di sangue che fui costretto a raccogliere. Non riuscivo a guardare nello specchio ma più il mio pensiero si lasciava catturare dal suo, più i miei occhi cercavano disperatamente il riflesso di quello specchio. Ero angosciato e non riuscivo più a trovare pace, mi preoccupavo di non farle più de male per la paura di vedere di nuovo i suoi occhi sanguinare, era come se il suo pensiero, riflesso sullo specchio e venutomi a controllare, morisse e perdesse vita nel vedere che io stavo distruggendo e cancellando ogni sua traccia dalla mia vita. L‟ora era tarda, ero rimasto a guardare lo specchio per ore ed ore nella speranza che una parola, una frase gli fosse uscita dalla bocca. Mi ero rassegnato all‟idea che mia moglie fosse morta e che 52


cercava pace in me restando impressa in quello spazio trasparente e cristallizzato che era lo specchio. Per guardarmi, per consigliarmi, per non farmi sentire solo. Avevo da poco lasciato riposare il mio corpo su quel letto che ci aveva visto diventare una famiglia, stanotte avrei dormito meglio, avrei di sicuro ridato un po‟ di forza ad un essere stremato e logorato dalla rabbia, dalla malattia, dall‟angoscia. Ad un tratto sento come un pianto rintonare tra le mura di questa casa, tra queste mura che si stanno facendo uccidere dall‟umidità che sta corrodendo giorno dopo, pioggia dopo pioggia ogni angolo. Assisto giornalmente alla loro lenta e inevitabile rovina, le vedo smembrarsi sotto la ferocia distruttiva di infiltrazioni di acqua che hanno ottenuto il loro scopo. Si sono manifestate come piccole venature che gli avvenimenti hanno fatto cadere nel dimenticatoio che per loro è paradiso, le macchie di umidità hanno lasciato che la mia attenzione si concentri verso di loro lasciando terreno e tempo libero alle altre infiltrazioni di prendere il sopravvento sulla casa. La parete ha subito una metamorfosi che neanche il più bravo degli artisti sarebbe riuscito a fare. Dal bianco brillante della pittura ora stavano diventando marroni e in alcuni tratti sfioravano il nero più profondo, più tetro che la gamma di questo colore potesse offrire. Il pianto si fa sempre più forte e sempre più intenso, sembra provenire dal salone anche se penso che sia qualche gatto che da fuori lascia crescere, in un pianto simile a quello di un bambino, tutto il suo d‟amore. Mi affaccio dalla finestra e cerco di fare rumore per far scappare l‟animale cercando di far ricadere il mio corpo in quel sonno tanto atteso e tanto meritato. Il pianto sembra attenuare il suo incensante lamento e mentre riesco a depositare per intero la carcassa della mia anima in quelle calde coperte, che riscalderanno il mio corpo dal freddo di una stagione che non sembra voler dar tregua alle mie ossa, sento che il pianto ricresce di tonalità e questa volta mi rendo conto che proviene dalla mia casa. La paura mi imperversa tutto il corpo che sta lasciandosi cadere in un abisso di disperazione, sento un brivido che mi percorre tutto il corpo e sento che il pianto sta per scendere dagli occhi. Queste crisi mi stanno rovinando la vita, mi sento completamente estraneo al posto e sentendomi quasi attratto da questo pianto mi avvicino verso lo specchio. Il suo volto inizia a inquietarmi, le mie carni si stanno lacerando al peso di tanta frustrazione e ogni mio organo vitale sta cedendo alla tentazione di farla finita per sempre. Non riesco più a sopportare tale peso e solo dover affrontare di nuovo il suo viso mi rigetta in quella dimensione di angoscia che per molto tempo è stato il mio habitat naturale, la mia casa. Ho lasciato che il mio corpo e la mia anima si ammalino perché, nonostante le tante porte aperte mi invitassero ad uscire da questa oscura tentazione, dal male, ho chiuso gli occhi e ho tirato avanti senza curarmi di quello che potesse capitarmi. Ora il suo volto, quel meraviglioso insieme di bellezza, di luce, di sopraffina precisione della natura mi sta mettendo davanti al suo cospetto come non era riuscito nemmeno Iddio. Ero tramortito sentivo che le mie fragili vesta stavano solo aspettando di chinarsi li, sotto quello splendere di luce cristallina, sotto la maestosità della cornice che decora la lastra trasparente. Noto in un tumultuoso visibilio che le sue lacrime hanno preparato un tappeto rosso dove poter far cadere le mie ginocchia. Sono al suo cospetto e non aspetto altro che un suo cenno, una sua parola. Erano giorni che aspettavo questo momento ed ora stavo finalmente affrontando lei. I miei occhi, impietriti dallo splendore dei suoi, fissano senza nessuna libera capacità di reagire ogni suo movimento labiale ed ogni suo generoso cenno. Mi accorgo con sempre più stupore seguito da altrettanta paura che non è dallo specchio che proviene il pianto, che non è dallo specchio che riceverò il dono della sua parola e non è allo specchio che dovrò dare attenzione. Un bisbiglio quasi umano mi fa voltare alla mia destra. Al muro, nero di umidità, intravedo un‟ombra di una figura umana che nella pace e nella promiscuità delle tante figure che la circondano, inizia a parlarmi. Il silenzio è delatorio e mi accusa di cose che non ho mai fatto. Non ho commesso nessun crimine e non ho mai fatto del male a nessuno. Prima che l‟ombra, la sua ombra, sputasse sentenze, ci ha già pensato la paura, il senso di colpa a sparare accuse a cui so solo rispondere piangendo, imprecando, tremando. Sento che due delicatissime mani mi si poggiano su entrambe le spalle e nel continuo movimento delle dita cercano di produrre un po‟ di sollievo che molto probabilmente mi sarà utile per tutta la durata della visione. La strana sensazione di sentire le sue mani sulla mia pelle accresce quel 53


maledettissimo volerla ancora al mio fianco, lascio che temerari i miei sensi si perdano in questo vortice di sensazioni e affranto da così tanta paura lascio solo alle orecchie il compito di proseguire indenni il calvario. Ascolto silenziosamente tutto quello che ha da dirmi. - Antonio! Non lasciarti tradire dalle tue forze, ho aspettato questo momento per apparirti perché volevo che la mia anima fosse spirito e abbia raggiunto la pienezza del cielo per portarti in dono la mia grazia. Sono venuta a vegliare sulla tua irrequietezza, sulla tua falsa volontà di vivere, ti stai trascinando verso la morte quando la morte non ti vuole, il cielo non ha bisogno di esseri dannati, di esseri che si sono arresi agli eventi della vita. Qualcuno ci disegna un destino che per scelta o per colpa si segue e si vive. Non decidiamo noi la nostra vita e chi ci riesce deve pagare dazio al caso, alla sorte. Eravamo in grado di sopportare il fuoco dell‟inferno o il freddo gelido della vita insieme, ma gli eventi ci hanno allontanato. La mia egoistica scelta ha avuto il suo giusto termine e la meritata punizione, dovevo stare al tuo fianco, nel bene e nel male in salute e in malattia e invece ho preferito scappare vigliaccamente anziché lottare al tuo fianco per vincere la mia e la tua battaglia. Tu hai pagato per tutto questo, hai lasciato che la tua vita espiasse le mie colpe, le mie paure, le mie angosce ma tu non hai fatto niente per riprenderti quello che avevi, quello che per colpa di uno strano gioco della vita stavi perdendo, ti sei dimenticato di essere uomo e hai lasciato che lo spirito animalesco della solitudine si accaparrasse il tuo forte spirito. Per quanto ti ha comprato? Solo per qualche bottiglia di alcool, solo per qualche effimero viaggio verso mondi fantastici. Ho perso i denti prima di poterti chiedere scusa, ho addormentato le mani prima di poterti stringere in un forte abbraccio, ho tagliato le gambe prima di trovare il coraggio di tornare a casa. Ho cavato gli occhi alle mie orbite prima di poter rivedere i tuoi, prima di poter riperdermi nell‟ipnotico tuo sguardo, prima di poter riscoprire quegli occhi penetranti che per anni sono stati il mio rifugio in ogni notte e la luce in ogni giorno. Io ti ho tradito come tu hai tradito me. - Io non ho tradito nessuno e ne tantomeno ho voluto perdere quello che avevo. Sono stato forte dal primo all‟ultimo giorno della nostra storia, ho lasciato che il mio corpo si spregiasse all‟ingiuria e alla beffa di una vita che solo centellinando la sua offerta ci ha dato quello che meritavamo. Ho tirato carrelli pesantissimi con la sola forza della mie braccia senza mai chinarmi e arrendermi alla stanchezza. L‟abbandono in me non ha trovato terreno fertile per edificare sino a quando i cardini della mia vita hanno cominciato a cedere. Avevo racchiuso i miei sogni in cassetti che ho buttato ancora prima di riaprirli, per paura di non cadere in tentazioni e fittizie avventure, ho dedicato il mio tempo a te restandoti devoto sempre, in ogni circostanza. Ho perso i denti perché per molto tempo hanno masticato la polvere, il sapore amaro della beffa, ho spezzato le mie mani perché non volevo stringere le tue ed ho spezzato le mie gambe per non dar forza alla mia disperata voglia che ho di te. Ma non ho cavato gli occhi dalle orbite perché ho ancora voglia di regalare alla mia anima lo splendore del sole e il buio della notte, perché il destino si guarda in faccia e dritto negli occhi. Tu hai tradito me come io non mi sono mai permesso di tradire te. - perché continui a negare tutto! Non hai avuto il coraggio di rinascere quando solo un nuovo parto ti avrebbe ridato la vita. - ho preferito morire, che rinascere diverso da come sono. Ho preferito toccare il fondo e custodire i miei mali segretamente anziché rinascere già malato nell‟anima. Il suo continuo fissarmi mi ha immobilizzato il corpo ma dentro di me l‟ira sta prendendo il sopravvento, riesco ha distogliere lo sguardo per un istante, a recuperare le forze e in un attimo lascio che il mio braccio destro, protetto dalla forza di un pugno colpisse lo specchio e mandi in frantumi quella trasparente miscela di bellezza e diabolica sensualità. - sono stanco di sentirti pronunciare frasi accusatorie sul mio conto! Basta illazioni! Ho cercato di darti il meglio ricevendo il peggio. Ho dato luce ai tuoi occhi lasciando nel buio i miei ed ora la forza di questa mano che ti ha dato la gioia e la ricchezza ti darà la morte eterna. La mia mano sanguina e non riesco a bloccare il flusso incessante del sangue, che come un fiume in piena sta inondando i miei vestiti, il mio corpo. Dentro mi sta svuotando trattandomi come io ho trattato tutte le bottiglie che in questo anno ho consumato con ardore e con gusto e lentamente la mia vita sta giungendo a quella fine cosi poco voluta. Ma la mia fine è arrivata perché non ho 54


saputo godere della vita. Gli occhi mi si indirizzano verso il calendario che soggiornava sul muro del salone; oggi è il diciannove novembre duemilaotto.

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Indice Capitolo I …………………………………………………………………………………… pag.3 Capitolo II ………………………………………………………………………………… . pag.13 Capitolo III ………..………………………………………………………………………… pag.22 Capitolo IV ………………………………………………………………………………… pag.32 Capitolo V …………………………………………………………………………………… pag.43

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Biografia Borelli Angelo Salvatore nasce a Catanzaro il 12 Novembre 1982. Sin da piccolo nutre una passione per la musica e nel 2008 si laurea in Musicologia presso l‟università della Calabria. Scrittore di testi musicali, poesie e narrativa, nel 2009 pubblica “mentre fuori piove io dentro mi perdo” , brano poetico inserito nella raccolta “Parole in fuga” per la Rivista Orizzonti.

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