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sabato 16 | luglio 2011 |

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speciale

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Dieci anni fa trecentomila persone giunsero da tutto il mondo a Genova per contestare il G8. Avevano in mente un altro mondo senza guerre e sfruttamento - perché quello sotto i loro piedi era in crisi. Avevano un metodo e un patto di lavoro. Avevano ragione e ce l’hanno ancora. Le ragioni per tornare, la memoria di quel luglio, quale città accoglierà i movimenti nelle parole di operai, mediattivisti, scrittori, militanti e ricercatori Il programma del decennale è su www.genova2001.org inserto a cura di Checchino Antonini e Federico Taddei


II

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> Nelle foto piccole: l’assedio della Gronda al Ponente genovese

della fabbrica simbolo della lotta Scrive un operaio contro il declino industriale

Partiamo da Ponente per scrivere insieme il nostro futuro Fabio Mantero*

Sestri Ponente è una delegazione operaia di Genova. Su queste rive le costruzioni navali sono sempre state di casa, a partire dal 1815, data ufficiale di un primo cantiere navale dalle dimensioni più soddisfacenti dal quale uscì la prima nave costruita in ferro, la corazzata Giulio Cesare, e poi negli anni successivi i transatlantici Rex (1932) ed Andrea Doria (1951). Si lavorò anche per l’ Unione Sovietica, per la quale si costruì la Fiedor Poletaiev in onore del partigiano sovietico caduto per la libertà in Val Borbera, in Liguria, passando dalla Costa Fortuna del 2001 ed arrivando alla Oceania Marina di quest’ anno, tutte e due navi da crociera. Un cantiere navale ed un quartiere in

cui da sempre si respira il conflitto capitale-lavoro, infatti si può ricordare la lotta degli operai della compagnia americana Chicago Bridge che lottarono nel dopoguerra per migliorare sicurezza e salario, alla tentata chiusura degli anni cinquanta in cui i lavoratori di quella che in futuro sarà chiamata Fincantieri risposero con un’ occupazione attiva, cioè un’ occupazione della fabbrica in cui la produzione non si fermava, al rinnovato tentativo di chiusura non riuscito degli anni ottanta col piano Basilico, per arrivare ai vari tentativi dei nostri anni, dal tentativo fallito nel 2005 di quotazione in borsa di un’azienda di Stato come la Fincantieri (si sarebbe quotato e tagliato i cantieri “più deboli”), alla settimana di occupazione del 2009 sempre per lo stesso motivo fino all’ ultimo tentativo di chiusura del maggio 2011. I lavoratori hanno risposto sempre mettendo in campo il loro punto di forza: il numero. Nelle scorse settimane dietro allo striscione delle Rsu Fincantieri, c’erano i lavoratori di tutte le fabbriche del Ponente, i lavoratori da tutti i continenti delle ditte d’appalto che lavorano nel cantiere navale, provenienti. La vera integrazione avviene prima di tutto nel mondo del lavoro. Quello che è successo in queste settimane - la forte rabbia operaia che da subito è scesa in piazza dopo la notizia per cui l’amministratore delegato voleva chiudere i cantieri di Sestri Po-

nente, Riva Trigoso e Castellamare di Stabia - fino ad arrivare alla manifestazione di Roma del 3 Giugno, si inquadra in una tradizione che da sempre ha visto Genova ed i suoi lavoratori in prima fila, come nella Liberazione che qua è avvenuta il 24 Aprile 1945 (prima città d’ Europa liberata dai nazifascisti) ed è partita proprio dai quartieri operai, dai monti dietro a queste delegazioni e dalle sue fabbriche. Il 30 Giugno 1960 continua quel filo rosso di ribellione allo stato precostituito delle cose, infatti in quei giorni al Msi si impedì con una fortissima protesta di piazza di fare proprio a Genova un congresso Congresso presieduto dall’ex Prefetto fascista di Genova Basile, tristemente noto anche per la deportazio-

tura la cassa integrazione, come quando nevica ed il Cantiere diventa pericoloso un po’ dappertutto. Uno striscione esposto sulla banchina con su scritto “No G8” fu rimosso dai Carabinieri. Quella repressione di piazza da parte dello Stato del luglio 2001 è la stessa che avremmo potuto subire noi lavoratori il 3 giugno se la notizia sulla sorte dei Cantieri Navali fosse stata negativa. Le “forze dell’ ordine” quella mattina ci avevano intrappolato nel viale che porta al Colosseo, a sinistra una cancellata di quattro metri, davanti a noi polizia e guardia di

finanza in assetto antisommossa, a destra un muro anch’ esso molto alto con sopra la polizia e alle nostre spalle altre camionette a chiudere la strada. Quello che successe a Genova, le nostre lotte operaie, sono le stesse lotte del movimento No Tav in Val di Susa che in questi giorni ha lottato e lotta contro il treno ad alta velocità che il centrodestra ed il centrosinistra piemontesi vogliono costruire in quella meravigliosa valle alla quale, in rappresentanza di tutti i lavoratori , ho portato personalmente la nostra solidarietà nella lotta anche per-

ne dei lavoratori verso i lager tedeschi con il rastrellamento delle fabbriche del 16 Giugno 1944. Genova ha sempre fatto da sfondo alle proteste dei lavoratori e degli studenti e la repressione da parte dello Stato non è mai mancata in tutti questi anni. Da lavoratore mi ricordo le giornate del G8 del 2001 ed il clima di tensione in fabbrica, il for-

La rabbia antica delle tute blu nel luogo dove è nato il movimento operaio italiano si riconosce nelle battaglie altermondialiste e no tav. E per questo subisce la stessa brutale repressione. Il decennale comincia dalla resistenza alla Fincantieri te sentore che sarebbe stato meglio non andare a lavorare e molti miei colleghi in quei giorni presero ferie o addirittura andarono via dalla città grazie alla macchina di propaganda che le istituzioni avevano messo in piedi. In faccia al Cantiere Navale, sulla pista dell’Aeroporto, arrivarono i lanciamissili dell’esercito ed un dubbio allarme bomba sulla nave fece sbarcare tutti i lavoratori a bordo e l’ azienda in quei giorni diede addirit-

Beni comuni. Le vertenze dei quartieri minacciati

Zona rossa è ciò che assedia la città con le grandi opere Davide Ghiglione*

Quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo sulle grandi opere a Genova, soprattutto in Valpolcevera, e la loro connessione con gli eventi dell’anniversario del G8 del 2001, ho subito pensato al parallelismo tra la marcia dei 500 imprenditori indetta qui da Confindustria il 4 luglio del 2011, per rivendicare la necessità del Terzo valico, e la marcia dei 40mila di Torino del 14 ottobre 1980 che ha rappresentato la fine di un ciclo di vittorie della classe operaia e l’inizio del processo delle privatizzazioni e quindi della globalizzazione neoliberista. Con le debite proporzioni, questa marcia della classe padronale a Genova ha rappresentato l’ennesimo esempio di pressing delle lobbies dei cementificatori e degli speculatori. Ma i loro interessi non coincidono con

quelli della cittadinanza i cui rappresentanti istituzionali (sia il presidente della Regione Burlando che la Sindaco Vincenzi hanno partecipato alla marcia si accodano a coloro che propugnano la tesi di uno “sviluppo” infinito e duraturo basato sulla movimentazione di merci e sulla cementificazione del territorio, invece di tutelare il bene comune e pensare alle piccole opere utili e necessarie. Un territorio martoriato, quello della Valpolcevera, che da zona prevalentemente agricola, dal dopoguerra ha ospitato, per circa cinquant’anni, gli insediamenti dell’industria petrolchimica ed il proliferare della speculazione edilizia, per por vedersi “riqualificata” a partire dagli anni ’90, a suon di centri commerciali, emblemi della precarietà del lavoro. Questi quartieri che hanno visto la punta più avanzata della classe opera-

Alla marcia degli imprenditori Yes Tav si contrappone un tessuto vivace di competenze popolari contro la Gronda, il Terzo Valico, per la democrazia ia genovese, e che tanto a dato alla lotta di Liberazione ed alla Resistenza, si vedono adesso assediati dalla logica delle “grandi opere”, gronda, inceneritore e terzo valico, che rappresentano uno dei paradigmi più perversi del processo di globalizzazione neoliberista, in cui la privatizzazione, e militarizzazione del territorio, come è avvenuto in Val di Susa, vanno a vantaggio di pochi e a discapito di molti.

Nonostante l’ottusità e l’ostracismo dei rappresentanti della cosiddetta sinistra riformista, ed ovviamente delle destre, che per anni hanno tacciato, e continuano a tacciare di essere contrari al “progresso” coloro i quali si opponevano a queste opere inutili e devastanti, in questi ultimi anni sembra essersi risvegliata la volontà di contrastare a determinate logiche di sviluppo, grazie anche all’attività dei movimenti che si oppongono al progetto della gronda di ponente. La speranza è che tutte queste realtà possano coagularsi in un unico contenitore politico che possa propugnare una visione di sviluppo diversa da quella che vorrebbero i poteri forti ed i mercati. Uno sviluppo che per noi non è spostare un container dalla Cina a Genova e quindi a Rotterdam attraverso il III valico, con dentro della merce


III

sabato 16 | luglio 2011 | > Maggio 2011, in migliaia per le vie di Sestri Ponente con gli operai Fincantieri > foto Ansa/Zennaro

chè noi come loro siamo decisi a decidere noi stessi del nostro futuro. Ed è anche per questo che per il decennale del G8 di Genova la nostra partecipazione comincia dagli ingressi delle fabbriche del Ponente fino a sfilare in corteo nel centro cittadino. Quella giornata per noi sarà una di commemorazione ma anche di lotta alla crisi a partire dalla denuncia dei nuovi accordi che limitano la democrazia in fabbrica e il diritto di sciopero: un salto indietro nel tempo di almeno duecento anni. Nella totale assenza ed incompetenza dell’ad e del Governo, i lavoratori della Can-

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spirito di genova

tieristica reclamano l’uscita dalla crisi ad esempio, attraverso la rottamazione di Tirrenia, azienda di Stato, con la costruzione di una nuova flotta sare Stato) che farebbe lavorare tutti i suoi cantieri per anni. Oppure, invece di costruire treni ad alta velocità senza il consenso dei cittadini si potrebbe lanciare l’idea, sulla linea di altri paesi europei, delle autostrade del mare, così le merci trasportate da uno Stato all’altro avrebbero meno impatto ambientale ed anche un costo ridotto, come dimostrano molti studi fatti nel settore. *operaio Fincantieri

«Lo spirito di Genova per Parlano i promotori: contaminarci e ripartire»

Rieccoci, dunque, a ricucire le lotte

Rita Lavaggi e Walter Massa

prodotta chissà da chi e a quali condizioni lavorative, in cui si prevede una crescita infinita e illimitata basata sull’aumento del volume del trasporto di merci, ma è significa capire che ci sono dei limiti a questa crescita, che bisogna ottimizzare le risorse esistenti per renderle più efficienti e durevoli, in modo da tagliare il superfluo e investire in crescita intellettuale e culturale più che materiale. A dieci anni di distanza dal G8 di Genova del 2001, tutte queste ragioni rivivranno nella piazza dei contenuti dei Beni Comuni in piazza Massena, il 23 luglio 2011, a Genova-Cornigliano. Una piazza che non si limiterà solamente alla testimonianza ma dove si elaboreranno anche delle proposte alternative alla logica delle grandi opere. Dieci anni fa dicevamo che un mondo diverso non era solamente possi-

bile ma necessario, e nonostante si sia tentato di stroncare il movimento con la più grande repressione di massa in Europa occidentale dal dopoguerra ad oggi, secondo quanto dice Amnesty International, abbiamo continuato le nostra elaborazioni attraverso l’esperienza dei social forum e comunque grazie alla capacità di mettersi in rete e contaminarsi. Questa elaborazione ha comunque permesso un confronto tra diverse esperienze e seppur tra mille difficoltà oggi ci possiamo dire ottimisti anche grazie alla recente vittoria referendaria che ha sancito il rifiuto della logica delle privatizzazioni dei beni comuni e del nucleare. Il decimo anniversario del G8 di Genova potrà essere l’occasione per sancire ancora una volta questa volontà, in quanto loro sono la crisi e noi la speranza! *circolo Prc Valpolcevera

Non è semplice scrivere di Genova, oggi. Una città attraversata da tensioni, in costante diffidenza, quasi immune da quel vento nuovo che pare diffondersi in tutto il Paese all’indomani delle amministrative e, soprattutto dei referendum. Lo scriviamo con il limite degli “addetti ai lavori” e ci riferiamo in particolare a quel mondo, organizzato, che ha ruotato in questi mesi attorno al coordinamento Verso Genova 2011. Non è un amara constatazione però; è il dato di consapevolezza risaputo con cui abbiamo deciso di avviare il percorso che oggi ci ha riportato a Genova. Quanto è accaduto negli ultimi vent’anni – come rileva anche Curzio Maltese nel suo ultimo libro “La bolla” parla di un Paese schizofrenico: da una parte i fatti hanno dato ragione alle idee della sinistra, dei movimenti pacifisti e no global, con i temi e le lotte che da Seattle in poi sono arrivati a Genova nel 2001; dall’altra, un paese ipnotizzato dalla propaganda di un regime in cui attorno a “Cesare” ha imperversato una rete clientelare che è arrivata fino ad alcuni settori del Vaticano. Nel frattempo dal G8 2001 sono passati dieci lunghi anni di sofferenza e di piccole, fragili soddisfazioni (“Lo Sbarco” degli italiani all’estero del giugno 2010 ne è un piccolo, preziosissimo esempio) ma, soprattutto, di incredulità di fronte a ciò che è potuto accadere in un paese un tempo democratico e civile. Profetiche ed inascoltate, almeno dai più, furono le parole di un grande uomo di cultura come Edoardo Sanguineti che oggi tanto ci manca: «Quando fu ucciso Carlo Giuliani, ci rendemmo conto che non poteva non accadere. Visto come si era svolta la questione. A mio parere era il primo esempio di guerra preventiva a livello di guerra civile». Le iniziative relative al decennale

del G8 2001 sono in pieno svolgimento da fine giugno, con l’attivo coinvolgimento di realtà genovesi piccole e grandi che hanno saputo interpretarne in pieno le indicazioni emerse dalle discussioni preparatorie: recuperare, allargare ed aggiornare lo “spirito di Genova”, guardando avanti, al futuro che abbiamo, tutte e tutti, la responsabilità di costruire. Guardare avanti, ovviamente, senza dimenticare il passato, anzi. E un prezioso contributo in questo senso viene da Cassandra, una mostra su questi dieci anni di storia, dal primo forum sociale mondiale di Porto

Lungo la strada i soggetti che allora c’erano sono riusciti a coinvolgere altri che all’epoca non esistevano e altri ancora che stavolta hanno deciso di esserci, come la Cgil

Alegre alla rivolta nel Maghreb. Una mostra il cui percorso comprende una sezione cronologica, una sezione sui fatti di Genova e quattro grandi aree tematiche: guerrarepressione, economia-lavoro, beni comuni, società. Una scelta riconducibile ad una delle parole d’ordine che ci siamo dati: «guardare l’oggi, pensare al domani, anche con gli occhi di ieri». Il percorso che ci ha portati a realizzare il fitto e ricco calendario di eventi è iniziato nel giugno 2010 in un clima politico ben diverso, con una consultazione regionale in cui non c’era stata quella netta affermazione del centro-sinistra che si sperava - 7 regioni su 13 – anche se non mancavano timidi segnali di risveglio politico del nostro paese. Il percorso è stato lungo e complesso, così come impegnativo è stato il

confronto tra le diverse componenti - i soggetti che allora c’erano, altri che all’epoca non esistevano e altri ancora che hanno deciso di esserci oggi – tutti concordi nella scelta di contaminarci tra diversi. Elemento sicuramente di rilievo se pensiamo, ad esempio, al significato del coinvolgimento di realtà importanti come i movimenti per l’acqua e contro il nucleare, i variegati movimenti No Tav e anche pezzi più istituzionali come la Cgil. Come coordinamento Verso Genova 2011 abbiamo provato in primis a recuperare un quadro collettivo, unitario per certi versi: un ruolo di cucitura, come già avvenne nel 2001, non perché siamo nostalgici ma perché non conosciamo altro metodo per costruire insieme qualcosa. E’ stato fino ad oggi un ruolo attivo, voluto e condiviso da tutto il coordinamento per rispondere positivamente alla grande aspettativa che da molti settori è emersa in questi mesi. Ci pare proprio di poter dire che uno dei punti di eccellenza di questo percorso è stato aver voluto rendere il più possibile partecipe la città coinvolgendo tutte quelle realtà piccole e grandi che sono presenti nel tessuto sociale di Genova. Non solo nel centro cittadino abituale palcoscenico di tutto ma, in particolare con un lavoro nelle periferie. Va ringraziato per questo lavoro in particolare il Forum Cultura che ha svolto una preziosa tessitura a collegamento tra le iniziative del programma e la città. Ci è parso un “risarcimento”, si potrebbe dire, ad una città che si è vista infliggere ferite profonde che non sono ancora completamente cicatrizzate. Saremo in tanti quindi a Genova, per ricordare certamente ma, anche e forse sopratutto - per ripartire e ritrovare una speranza e una voglia di futuro mai sopite. Questo è lo spirito di Genova per noi. *Coordinamento Verso Genova2011 **Presidente Arci Liguria


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Foto di Riccardo Navone dal volume “G8 Graffiti” (Via del Campo 2011) A destra la copertina di “Per sempre ragazzo” (Tropea, 2011)

il binomio legge-ordine è divenuto l’asse culturale della nostra vita pubblica Dal 2001IL’emergenza sicurezza consente continue violazioni della legalità costituzionale

Sicuri da morire La piega autoritaria della democrazia

Vittorio Agnoletto Lorenzo Guadagnucci

All’indomani dei disordini chiamiamoli così - avvenuti a Chiomonte in Val di Susa lo scorso 3 luglio, descritti dai maggiori media con toni da tregenda, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha dato un’inconsueta quanto roboante indicazione ai magistrati: i manifestanti violenti - ha detto con tutta la solennità dovuta al ruolo - vanno inquisiti per tentato omicidio. Maroni ha parlato seriamente, pur sapendo che le ”azioni violente” del fantomatico Black Bloc evocato dalla polizia e dai grandi media non sono andate oltre un lancio di sassi al di là di grate alte tre metri. Tentato omicidio per così poco? Eppure Maroni ha parlato sul serio ed è stato preso sul serio, a prescindere dai fatti. Non è una novità. Viviamo da una decina d’anni, diciamo da Genova G8 in poi (con l’accelerazione dovuta alla cosiddetta guerra al terrore seguita agli attentati dell’11 settembre 2001), nella stagione dell’incubo-sicurezza. E’ un incubo che si nutre di suggestioni ed esagerazioni, proprio com’è avvenuto nel caso Val di SusaMaroni. Un caso da manuale. La polizia, il ministro, i maggiori partiti, perfino il presidente della Repubblica che gridano al pericolo estremista e para-terrorista. E i grandi media che riportano, amplificano, arricchiscono di particolari con toni al limite del grottesco: si è arrivati a indicare l’inviso comico-politico Beppe Grillo come un fomentatore della violenza, anche qui a prescindere dalla realtà. Dal 2001 in poi, riscoprendo una tradizione ben radicata nella cultura della destra politica, il binomio legge-ordine è diventato l’asse culturale della nostra vita pubblica. In un mondo in rapida trasformazione, con poteri reali sempre più forti e sfuggenti (gli 8 grandi, la Wto, il Fondo monetario), con una guerra globale annunciata come permanente, di fronte a un sistema economico globalizzato che acuisce le diseguaglianze e alza il livello di precarietà sociale, chi si è trovato dalle parti del potere deve aver capito che dubbi ed incertezze sono una buona leva per conquistare e mantenere il consenso. Nel vuoto delle idee, che ha investito anche le forze politiche definite di ”centro-sinistra”, e con istituzioni sempre più fragili, si è sopperito all’indebolimento dei legami sociali e alla perdita di autorevolezza con un incremento del principio autoritario. I migranti e le minoranze - in testa i rom sono stati la materia prima di campagne xenofobe e razziste a volte grossolane, a volte più sottili (qualcuno ha dimenticato la

E’ oggi in corso una militarizzazione strisciante della società, che marca una nuova fase nel rapporto fra forze di sicurezza e cittadini. Si è riusciti a farla accettare dall’opinione pubblica, qualunque cosa significhi questa espressione storica ordinanza contro i lavavetri del Comune di Firenze?). In breve gli imprenditori politici della paura hanno preso il sopravvento, spaziando da destra a sinistra; si è affermata rapidamente una fittizia

emergenza sicurezza, grazie a un sistema mediatico ben disposto ad assecondare le nuove strategie politiche anche a prescindere dalla realtà: le statistiche sulla criminalità non mostrano alcun aumento significativo dei reati, ma le notizie di cronaca nera sono esplose, conquistando le prime pagine dei quotidiani e riempiendo i telegiornali, come dimostrano varie ricerche oggi disponibili. Nell’arco di pochi anni, si è reso la vita impossibile a uno sparuta minoranza (rom e sinti in Italia fra autoctoni e immigrati non sono più di 150 mila), si sono introdotte normative vessatorie che hanno violato il principio di eguaglianza fra le persone (addirittura si è inventato un reato detto di clandestinità), si è alzato il livello di violenza istituzionale, facendo

in modo che gli abusi di potere e i falsi di Genova nel 2001 diventassero un precedente accettato dalle istituzioni pubbliche, che non hanno mai ripudiato, e anzi hanno legittimato, quelle violazioni della legalità costituzionale. Coi fatti, con le omissioni, con campagne mediatiche asfissianti, si è così ridefinito il concetto di democrazia, comprimendo i diritti, esaltando il potere di comando, mettendo argini alla partecipazione. Le forze di polizia sono state protette oltre ogni misura, anche di fronte ad abusi evidenti e a responsabilità morali (oltre che penali) innegabili: i casi Cucchi, Aldrovandi e troppi altri sono lì a dimostrarlo. E’ oggi in corso una militarizzazione strisciante della società, che marca una nuova fase nel rapporto fra forze di sicurezza e cittadini, fra conflitti bellici e democrazia: la guerra in Libia è stata avviata ed è tuttora gestita senza alcuna discussione pubblica; si è riusciti senza sforzo a farla accettare dall’opinione pubblica, qualunque cosa significhi questa espressione. E’ questo il segno più vistoso e più allarmante della piega autoritaria presa dalla nostra democrazia.

I fatti del luglio 2001 nella cornice della svolta mondiale neoconservatrice

Prove generali di guerra globale Ecco perché lo Stato s’è assolto Italo Di Sabato

La cornice in cui si situa il G8 di Genova è segnata innanzitutto dalla nuova tappa della svolta neo conservatrice a livello mondiale che si impone in parte già con l’amministrazione Clinton e diventa esplicita con Bush. Una delle caratteristiche cruciali di tale svolta riguarda le pratiche di potere o del dominio, ossia la tendenza assai palese a calpestare il rispetto formale delle norme dello Stato di diritto a vantaggio della guerra permanente e quindi della supremazia a tutti i costi da parte degli attori più forti. Lo “scenario di guerra” a Genova 2001 è stato studiato dai diversi soggetti istituzionali dell’intelligence internazionale con largo anticipo ed era stato affinato sul campo dei diversi appuntamenti del movimento altermondialista che avevano preceduto le giornate del luglio 2001 (Seattle, Quebec, Praga, Nizza, Napoli, Goteborg). Le disposizioni date ai precedenti governi di centrosinistra presieduti da D’Alema e Amato, solo in parte modificate da quello di centrodestra entrato in carica nell’aprile 2001, provenivano infatti da quell’intelligence internazionale che in Italia aveva in Gianni De Gennaro il suo attore principale. La preparazione del G8 genovese è stata accompagnata da un escalation allarmistica, grazie alla complicità dei media, allo scopo di accentuare l’ansia soprattutto l’ansia sui giovani agenti che in alcune strutture e durante l’addestramento sono stati incitati ad accumulare sempre più odio verso i noglobal accusati di prepararsi a massacrarli e a distruggere la città. Salvo qualche rara eccezione, nessu-

na personalità istituzionale ha obiettato al piano di sicurezza del G8 che prevedeva una militarizzazione inquietante della città ligure. Il dispositivo predisposto dai vertici della polizia e la scelta del personale da impiegare non sono stati conformi all’obiettivo di garantire lo svolgimento negoziato e pacifico delle manifestazioni. Molti dirigenti delle polizie, presenti a Genova, non erano esperti in servizi di ordine pubblico, ma al contrario abituati a operare in “teatri di guerra”. In particolare, la scelta di affiancare al battaglione Tuscania dei Carabinieri – unità militare, non certo avvezza alla gestione pacifica dell’ordine pubblico e con un passato al-

quanto oscuro – un’unità speciale (con a capo Canterini, condannato poi a 5 anni di reclusione per le violenze su manifestanti inermi), composta da personale proveniente dai reparti mobili incitati a “dare una lezione ai rossi…”. Gli attacchi portati a “freddo” da parte delle polizie, com’è testimoniato dai numerosi video, dimostra che non si è affatto trattato di comportamenti tipici di “schegge impazzite”, di “mele marce”. Come dimostrato anche in sede processuale, il blitz con la “macelleria messicana” alla scuola Diaz è stato assolutamente ingiustificato, deciso “a freddo”. Cosi come si afferma, sempre dagli atti processuali che hanno portato alla con-

La militarizzazione della città, stabilita da Polo e Ulivo, serviva a dare una lezione durissima ai no global. Lo spiegò Condoleeza dopo l’11 settembre

danna gli agenti presenti alla caserma Bolzaneto, le pratiche adottate dagli operatori delle polizie si configurano come vere e proprie torture, sebbene tale reato non sia previsto nel codice penale italiano. In altri termini, è assai difficile smentire la tesi secondo la quale i comportamenti delle polizie a Genova fossero dovuti all’obiettivo di dare una lezione durissima, se non risolutiva al

movimento no global, tesi tra l’altro confermata anche da Condoleeza Rice al Congresso americano nell’audizione per l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001. La ricerca della verità e della giustizia per la violenta repressione e il difendersi dai processi e dai teoremi a carico delle compagne/i imputate/i è stata, infine, un lavoro costante in questi dieci anni. Alcuni processi individuali in sede civile si sono conclusi con il risarcimento dei danni subiti dalle vittime dallo Stato che teoricamente dovrebbe cercare i responsabili di tali danni. I processi per l’irruzione alla scuola Diaz e le torture alla caserma Bolzaneto, hanno visto condannati in secondo grado tutti gli imputati, anche se molti dei reati contestati sono caduti in prescrizione. Anche il regista principale della repressione l’allora capo della polizia ed oggi al vertice dei servizi segreti Gianni De Gennaro è stato condannato in secondo grado ad 1 anno e 4 mesi di reclusione per induzione alla falsa testimonianza. Ma la cosa più vergognosa è che lo Stato non solo non ha rimosso nessuno degli appartenenti alle forze dell’ordine prima imputati e poi condannati ma paradossalmente li ha premiati avanzandoli di grado. In primo grado sono stati pure condannati per i reati di devastazione e saccheggio a una pena complessiva di 98 anni di carcere 10 dei 25 manifestanti imputati. Mentre sono stati tutti assolti gli imputati arrestati, nel novembre 2002, in merito all’inchiesta della procura di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle. Inchiesta partita da un dossier dei Ros, ritenuto inconsistente da più Procure e che trova un ambiente accogliente nella Procura di Cosenza e che porta all’arresto di venti militanti (alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato”. *Osservatorio sulla Repressione


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sono terreni di conflitto Vecchi e nuoviIInmedia fondo, Genova è stato solo l’inizio

Il decennio breve del mediattivismo

Stefania Parisi

Interrogarsi sul nodo comunicazione-movimenti a dieci anni dal G8 del luglio 2001 vuol dire rileggerne la scrittura collettiva fatta di parole, immagini, filmati, registrazioni radiofoniche. Sugli schermi e le pagine dei media mainstream il controvertice di Genova aveva assunto il carattere di emergenza comunicativa fin dai mesi che ne precedevano l’apertura. Tematizzato come minaccia all’ordine pubblico e racchiuso nel frame interpretativoprofetico della violenza e dei disordini, il movimento vedeva così le sue proposte e ragioni schiacciate in partenza su schematizzazioni e stereotipi. Niente di meglio che ricorrere alle consuete categorie allarmiste, per rendere l’evento appetibile per i lettori, notiziabile per gli operatori dell’informazione e comprensibile per entrambi.

La diffusione rapidissima delle pratiche di social networking ha avuto effetti non soltanto sul giornalismo tradizionale ma sulla stessa comunicazione indipendente. Ancora molte battaglie meritano di essere combattute La chiave scelta dai media per raccontare la novità del movimento che attraversava la politica e la società di quegli anni metteva infatti in luce l’impreparazione e l’inadeguatezza dell’informazione tradizionale: non a caso, nel succedersi convulso degli eventi di quelle giornate, molti professionisti sarebbero

stati costretti ad attingere ai materiali e alle produzioni di attivisti e filmaker indipendenti. Mediattivista si definì allora la propensione a “divenire media”, come recitava lo slogan fondativo dell’Independent Media Center: una dichiarazione di intenti che sanciva una differenza importante con la controinformazione, appannaggio di movimenti e partiti di massa della sinistra del Novecento. Alla metafora dei mezzi di comunicazione come megafono del potere, del quale si dovevano svelare gli inganni e le mistificazioni, i mediattivisti sostituivano un atteggiamento disincantato, meno ideologico, figlio di una società della comunicazione ormai giunta a maturità, mixato alla curiosità da bricoleur che si immergono nelle dinamiche di produzione del simbolico, senza timore

Genova raccontata. L’irruzione dei fatti del luglio nella produzione culturale

Montalbano, l’unico sbirro a chiedere scusa è di carta Marco Di Renzo e Paola Staccioli

Genova 2001. Un luglio rovente, una città occupata. Il G8. La lotta per un mondo diverso. Violenza di stato. L’uccisione di Carlo Giuliani, l’assalto alla scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto. Per molti Genova è racchiusa in quei giorni. Un luogo dell’anima. Una ferita sul corpo. Narrare diventa allora una necessità. Anche in nome del ragazzo di piazza Alimonda. Un lutto fermo nel cuore, che racchiude quelli venuti prima e dopo. Condanne a morte senza processo. C’è chi da Genova non è più andato via. Almeno con la mente. Cristallizzato da tanto orrore. Come Roberto Ferrucci. In Cosa cambia (2007) il giorno dopo nella Diaz vede «capelli incollati al muro dal sangue rappreso». «Lo sbuffo allungato di un pennarello impazzito». Ma anche chi a Genova non c’era ne ha vissuto l’affronto sulla pelle di carta dei suoi personaggi. Se i romanzi sono gialli, e l’eroe un poliziotto, la contraddizione è lacerante. Il commissario Montalbano di Andrea Camilleri non può far finta di nulla. Ne Il giro di boa (2003), Salvo sa che non basta voltare gli occhi per rimanere innocenti. C’è stato a Genova «un eccesso di difesa, tanto ostentato da costituire una specie di provocazione». Disgustato dalla falsificazione delle prove per giustificare la mattanza della Diaz decide di dimettersi. Confida all’eterna fidanzata Livia: «Io sono stato tradito. Non si tratta di sensazioni. Ho sempre fatto il mio mestiere con onestà». Poi riflette con l’amico collega Mimì Augello. Nelle sale operative genovesi c’era gente di troppo. Ministri, deputati. Di quel partito che sempre si appella ad

ordine e legalità. «Ma bada bene Mimì: il loro ordine, la loro legalità». Genova sotto assedio dunque. Una città in gabbia (2003) è il giallo della genovese Annamaria Fassio. La sua Erica Franzoni, commissario capo della squadra mobile di Genova, «incredula, guardò le immagini feroci e brutali con la sensazione che il mondo le crollasse addosso». Ma è scosso da quei fatti anche chi non si tira indietro di fronte alla violenza, se serve a ristabilire una sia pur precaria giustizia, come l’Alligatore di Massimo Carlotto. In una storia che trasuda sangue, Il maestro di nodi (2002), l’immagine di Carlo irrompe commuovente:

Per molti la città è racchiusa in quei giorni. Un luogo dell’anima. Narrare diventa allora una necessità. Anche in nome del ragazzo di piazza Alimonda «Un corpo a terra vicino a un fuoristrada dei carabinieri. Canottiera bianca, jeans, passamontagna blu intriso di sangue». E Sandrone Dazieri spedirà il suo Gorilla nella manifestazione in occasione del primo anniversario (Gorilla blues, Mondadori, 2002) sulle tracce di infiltrati fascisti. Bruno Morchio e il suo Bacci Pagano, investigatore atipico «quasi comunista», non si sono mossi mai da Genova se non per brevi puntate in Sardegna, a Tertenia e in Germania. E l’eco del G8 ritorna nelle storie di Bacci, sette romanzi, finora, da Una storia da carruggi (Frilli,

2004) fino a Colpi di coda (Garzanti, 2010). C’è chi invece sceglie di parlare d’altro. SoloLimoni (2002) è una video testimonianza collettiva sui fatti di Genova. Si parla di agrumi, spiega Lello Voce, per risentire sapore e odore di quel succo «che ci seccava le lacrime e dava sollievo alle pupille accecate dai gas». Quell’aroma che profuma il cibo, l’amore, «il dolore quieto che sempre ci accompagna». «Perché siamo certi che non è d’eroi che abbiamo bisogno, ma di limoni». Maledetto il popolo che ha bisogno di eroi, non di limoni. Stramaledetto il paese che crea vittime innocenti. Come Carlo. Che eroe non voleva essere. Forse voleva solo andare al mare. Ma uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere, piacere d’incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere, la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza, sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza, canta Francesco Guccini in Piazza Alimonda. Tante le canzoni su quei fatti. Genova brucia di Simone Cristicchi è più ruvida nel ritmo e nelle parole. Ne è morto solo uno ma potevano essere cento, i mandanti del massacro sono ancora in Parlamento. Genova non ha smesso di bruciare. Come un lutto non elaborato. Sono appena usciti due libri dedicati a Carlo: Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova, (BeccoGiallo) è un fumetto struggente. Sceneggiatura di Francesco Barilli, illustrazioni di Manuel De Carli, prefazione di Chiara Ingrao, postfazione di Checchino Antonini. Per sempre ragazzo (Tropea), è curato da Paola Staccioli. Racconti, poesie di trenta scrittori. A dire che Carlo - per sempre ragazzo - con quel suo gesto estremo compie una scelta adulta contro l’in-

giustizia. Senza retorica. Il ventenne che voleva andare al mare e si trova di fronte gas, blindati, manganelli di Berlusconi e Fini, morendo diventa uomo. Con quell’estintore vuoto, inutile scudo al proiettile che lo uccide. Con un passamontagna preso chissà dove. Che lo rende riconoscibile, come gli zapatisti in Chiapas. Parte di noi. A volte si parla di Carlo parlando di altro. Si colma il vuoto lasciato dagli spari con altro vuoto. Scrivere libri, infatti, «ha a che fare col vuoto» dice Paolo Nori. Si parla di speranze perdute. Desiderio di ritrovarle. O ci si dichiara stanchi di avere ragione, come Pino Cacucci. E il terribile gas usato a Genova diventa quasi un amaro divertimento in Jumpin’ jack flash di Girolamo De Michele. Giocando con i titoli, se Il tempo cambia e La vita è sogno, l’importante è non smettere di sentirsi parte del Lato luminoso della sera. Le ultime parole della poesia di Stefano Tassinari (che a Genova ha dedicato anche il romanzo Segni sulla pelle, Tropea, 2002, suggestionato dall’altra morte strana, quella di una manifestante a Ventimiglia che tornava in Francia), forse, racchiudono il senso di tanto narrare: per camminare

fino a te / e al tuo ricordo vivo / rimasto inciso nella nostra umile coscienza / di quanto necessario sia il continuare ad inseguirti / senza rischiare di fermarci / mai.

di giocare con il mainstream e ricombinarne estetiche, formati, stili. Il mediattivismo trova infatti i suoi antenati illustri nel mondo delle controculture, nelle stagioni in cui i movimenti sociali hanno intercettato l’emergere di nuove soggettività e il loro bisogno di forme creative di rappresentazione e autorappresentazione: comunicazione tout court, quindi, e non soltanto informazione. Nel “decennio breve” che ci separa dai giorni di Genova, la diffusione rapidissima delle pratiche di social networking ha avuto effetti non soltanto sul giornalismo e la comunicazione tradizionale, ma sulla stessa sfera della comunicazione indipendente. Alle reti di filesharing, archivi video, siti, web radio e streettv si sono affiancate forme comunicative pulviscolari, atomizzate, opera di singoli. E se da un lato la proliferazione dei nodi enunciatari dell’informazione può far pensare ad una vittoria sostanziale dei principi del mediattivismo, che vedeva nel moltiplicarsi delle emittenti un segnale di democratizzazione sostanziale del mediascape, non possiamo non accorgerci dello scadimento complessivo dei contenuti dei messaggi, della ripetitività, degli echi e dei rumori di fondo, dell’approccio take-away e della logica della partecipazione che si distorce affidandosi a un click su comodi (e inoffensivi) like-button. Per non relegare anzitempo il mediattivismo al vintage è allora il caso di ripensare criticamente al modello dell’altra comunicazione possibile. Attualizzare riflessioni, comportamenti e prassi a partire da una evidenza: il sistema dei media ha raggiunto un punto di non ritorno della propria storia sociale. Il protagonismo degli ex-pubblici, divenuti utenza attiva e pur composti da individui non necessariamente politicizzati, si è mosso negli ultimi anni nella stessa direzione indicata dai pionieri dell’utilizzo critico e creativo dei media. Ma il web che abitiamo oggi è anche il web delle multinazionali e della profilazione a fini commerciali degli utenti, dell’espropriazione del lavoro di comunicazione. La socialità online è fonte di profitti: accompagna la transizione di paradigma, individuata da Castells, del modo di produzione capitalista dall’industrialismo all’informazionalismo. Da Lovink a Formenti a Terranova, diversi autori, a vario titolo e da differenti prospettive, stanno tentando la definizione di una teoria critica della rete che spazzi il campo dagli entusiasmi della prima ora e dall’enfasi ottimista che ha viziato le interpretazioni dell’agire comunicativo in rete e rilegga i media come terreni del conflitto. Luoghi entro i cui confini ancora molte battaglie meritano di essere combattute. Genova, in fondo, non è stata che l’inizio.


VIII

sabato 16 | luglio 2011 |

www.liberazione.it

spirito di genova

Gomma, ferro, detersivo, industria, miseria, Africa, lavoro e sudore, spezie, pesce, piscio

L’odore di Genova come un vento che fischia

> Foto Gianni Ansaldi, tratta da“La Genova di Bacci Pagano” (il nuovo melangolo editore, 2009)

Bruno Morchio*

In questo luglio assolato, passeggiando per i carruggi e le creûze che dal Borgo salgono verso le alture di Carbonara e Castelletto, ho avvertito l’odore della mia città come non mi capitava da tempo. Città mediterranea, Genova, e dunque permeata dalle fragranze di tutte le capitali che, dalle sponde dei quattro punti cardinali, si affacciano su questo mare con la certezza che un giorno o l’altro si riuscirà a scorgere la riva opposta: il refresco delle acque stagnanti del porto, il pesce e il piscio dei vicoli, l’aroma delle spezie e gli incensi che fumano sulle bancarelle dell’angiporto. Ma quello di cui parlo è un altro odore, sprigionato dal lastricato sconnesso delle strade e dai muri grigi dei palazzi, quando la canicola li azzanna con la spietatezza del Solleone. Un’esalazione torrida che accorcia il respiro e riempie i polmoni d’un vago sapore di gomma, ferro e detersivo. In quell’amalgama pulsano effluvi diversi, cavati fuori con forza dal caldo e dall’arsura: ci senti industria, miseria, Africa, lavoro e sudore. Mi sono detto che gli odori sono l’anima delle città; che non puoi dire di conoscere un posto fino a quando non impari a distinguerlo chiudendo gli occhi e inalando l’aria che lo pervade come una musica di sottofondo.

Gli odori non sono accidenti, sono il distillato della Storia. Così ho ripensato a un altro luglio, quando benzina, sangue e lacrimogeni riempivano l’aria delle strade. Un evento che qualcuno avrebbe voluto archiviare frettolosamente, e invece si è impresso nel ricordo e non vuole più andarsene. Anche quegli odori, e il fumo, e il ronzio degli elicotteri sono rimasti incisi nella memoria dei genovesi. Un ossimoro, questa città. Vecchia, conservatrice, chiusa, gretta, gelosa delle proprie bellezze al punto da tenerle nascoste e non farsene vanto, forse convinta che lusso e magnificenza suscitino invidia e finiscano col menare gramo. Superba d’una ricchezza finanziaria che non si vede, imboscata nelle banche dove la rendita ingrassa un pugno di famiglie a scapito della cronica penuria di opportunità di lavoro per i suoi figli. E però anche capace di accogliere, dentro il proprio ombelico, nel cosiddetto centro storico (espressione che a me non piace, perché di centri storici, da Voltri a Nervi, se ne contano almeno una dozzina) uomini, donne e bambini provenienti da tutto il mondo, che con i genovesi intrattengono un rapporto cordiale, mescolandosi nelle scuole, nei bar e nelle botteghe dove alla mancanza di confidenza e intimità supplisce almeno uno spontaneo, civile, scontato rispetto uma-

no. Sempre più spesso ci scappa la risata, lo scambio di consigli, la bevuta insieme o lo scambio di favori tra vicini: «Mohammed, ho dimenticato di comperare il sale, me ne presta un pizzico?». Sì, perché in quei vicoli, così pericolosi nell’immaginario d’un perbenismo lonta-

Non puoi dire di conoscere un posto fino a quando non impari a distinguerlo chiudendo gli occhi. Così ho ripensato a un altro luglio, quando benzina, sangue e lacrimogeni riempivano l’aria delle strade no anni luce dalla realtà, stranieri e indigeni, neri e bianchi, bagasce e bancari, in barba agli appetiti degli immobiliaristi, vivono negli stessi palazzi, e questo è un miracolo che rende Genova una città (forse) unica al mondo. Del resto, i genovesi, fedeli al principio del manimàn – tradotto: “non si sa mai” – sono così diffidenti, o se volete prudenti, fra di loro e verso i foresti del basso Piemonte e della Lunigiana, che gli arabi, i rumeni, gli albanesi e i sudamericani non potrebbero sentirsi

troppo diversi da qualsiasi altro abitante della città vecchia. Come tutto ciò sia potuto accadere è materia da storici e sociologi. Sarà stato il porto, che ha sempre reclamato affluenza di navi e genti per restituire alla città ricchezza e prosperità; saranno state le fabbriche, con la loro aristocrazia operaia nutrita di internazionalismo proletario. Oggi quelle industrie di stato non esistono più, e il porto sopravvive con l’affanno a cui è condannata l’umanità redenta dal mercato globale; ma, quando il sole di luglio sferza l’asfalto, dalle valli e dal ponente cittadino e sul lungomare di Sampierdarena si sprigiona ancora, densa e forte, quell’inconfondibile esalazione di gomma, ferro e detersivo. E i giovani che frequentano i licei e le scuole professionali, e perfino gli universitari che la notte invadono la città vecchia bevendo birra davanti ai locali, qualcosa si portano dentro di quell’odore e di quella Storia. Non hanno dimenticato i loro padri e le loro lotte. Come un soffione boracifero, un flusso di idee e principi che è stato inscritto nel loro dna, di tanto in tanto si solleva e si fa vento impetuoso che fischia e torna a voler cambiare il mondo. È accaduto, anche di recente, nelle manifestazioni dei ragazzi contro i tagli della ministra nominata con i buoni fedeltà; nell’indignazione gridata dalle donne (e non solo) in

febbraio; è successo con il voto referendario, anch’esso frettolosamente accantonato nelle intenzioni dei modernisti al servizio del capitale, che non hanno compreso che quel cinquantasette-per-cento di italiani ha parlato un linguaggio nuovo che pesca ben più in profondità della contingenza - le vittorie elettorali berlusconiane del 2001 e 2008 – e mette in causa le sirene liberiste che dagli anni Ottanta ci rintronano le orecchie; è accaduto, infine, quando a Sestri Ponente tutte le botteghe hanno chiuso solidali con la lotta degli operai del cantiere. Cose da pazzi, che fanno venire in mente i tempi della Resistenza al nazifascismo, il 30 giugno del Sessanta o l’autunno caldo. Ma qui è sempre così, ogni giorno e ogni mese dell’anno; qui la sirena xenofoba, razzista, liberista non ha mai suonato musica consona alle orecchie della gente. Qui le battaglie leghiste contro la creazione di una moschea non spostano voti nemmeno nel quartiere che dovrebbe ospitarla. E il capitalismo non ha vinto la sua guerra contro l’uomo, e la sinistra, con tutte le sue magagne, ha continuato a vincere. Come è potuto accadere? Io dico perché quell’odore non abbiamo mai smesso di sentirlo. E continua a guidarci, resistente e insopprimibile, anche nelle notti più scure della Storia. *scrittore > Foto Patrizia TRaverso, tratta da “La Genova di Bacci Pagano” (il nuovo melangolo editore, 2009)

Spirito di Genova  

speciale di Liberazione su Genova 2001 dieci anni dopo

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